In Venezuela, i fatti del 3 gennaio 2026 hanno segnato un inedito punto di rottura. Un’incursione condotta dalle truppe speciali statunitensi, coadiuvate da quelle britanniche e israeliane, contro porti e installazioni militari ha causato oltre cento vittime tra soldati e civili (fra cui 32 militari cubani), culminando nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Questo atto ha proiettato la Repubblica Bolivariana in una condizione di pesante ricatto istituzionale e di tutela di fatto, accelerando dinamiche interne per definire gli assetti di potere, la gestione delle risorse strategiche e l’interazione con i mercati finanziari occidentali.
In questo scenario di sovranità sotto scacco si inserisce il caso della repentina estradizione e deportazione verso gli Stati Uniti di Alex Naín Saab Morán, ex ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale. Saab è stato al centro di una campagna internazionale per la sua liberazione, che si è svolta anche in Italia, paese di origine della moglie, Camilla Fabri.
Saab è stato arrestato per la prima volta il 12 giugno 2020 a Capo Verde, mentre si dirigeva in Iran in quella che Caracas ha descritto come una missione umanitaria. È stato estradato in territorio statunitense nell’ottobre 2021, nonostante il Venezuela avesse richiesto in ripetute occasioni la sua liberazione, denunciato una violazione della sua immunità diplomatica e qualificato l’arresto come un sequestro. Il procedimento è stato costellato di irregolarità: la notifica è stata emessa 24 ore dopo l’arresto, non esisteva un trattato di estradizione con gli Stati Uniti, e sia la CEDEAO che il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU hanno richiesto la sua liberazione senza successo.
Per oltre un anno, il diplomatico ha subito condizioni di detenzione estreme – cella di 3×3 metri, temperature elevate, mancanza di luce e di assistenza medica – e nell’ottobre 2021 è stato estradato a Miami. Lì, in un rifugio sicuro della CIA, è stato sottoposto a torture con l’acqua per costringerlo a cooperare contro Maduro. Nel dicembre 2023, Joe Biden ha concesso l’indulto a Saab in cambio di dieci cittadini statunitensi, venti detenuti della destra venezuelana e il consolidamento di Chevron nel settore petrolifero del Venezuela. Lo scambio ha rivelato l’enorme valore che Saab aveva per Caracas: per lui si è pagato con decine di persone e con l’accesso a risorse strategiche.
Il provvedimento, eseguito su disposizione del Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería (SAIME), ha perciò innescato una dura polemica all’interno dello stesso campo rivoluzionario, portando alla luce profonde anomalie formali, procedurali e costituzionali messe a nudo da vari analisti.
Il governo ha giustificato l’atto attraverso un comunicato in cui si afferma che la misura di deportazione è stata adottata perché il cittadino “colombiano” (nazionalità d’origine di Saab) si trova inserito nella commissione di diversi reati negli Stati Uniti d’America: un “fatto pubblico, notorio e comunicazionale”, si è scritto, dando luogo a più di un’accesa contestazione. Sotto il profilo strettamente giuridico – si è rilevato – tale motivazione collide con i principi fondamentali del diritto pubblico venezuelano e internazionale per diverse ragioni.
In primo luogo, il SAIME è un organo strettamente amministrativo di identificazione, del tutto privo di competenza giurisdizionale per la risoluzione e l’esecuzione di un’estradizione. Un simile provvedimento richiede canali diplomatici e un iter formale davanti al sistema giudiziario, l’unico deputato a valutare le richieste estere garantendo la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa.
In secondo luogo, la formula del “fatto pubblico, notorio e comunicazionale” non possiede alcun valore di imputazione giuridica. Basare una deportazione sulla risonanza mediatica o sulla propaganda di Stati esteri rappresenta un precedente pericoloso, che ricalca i medesimi dossier manipolati, storicamente usati contro il Venezuela dagli organismi internazionali.
Ma il nodo più critico riguarda la cittadinanza e la legittimità istituzionale. La tesi ufficiale afferma che Saab è un cittadino colombiano in possesso di una carta d’identità falsa sin dal 2004, e che per tale motivo non vi sia alcun fascicolo valido nel SAIME. Questa affermazione solleva interrogativi inevitabili sulla responsabilità delle stesse istituzioni: se il documento era falso, come è stato possibile rinnovarlo per vent’anni, permettendo al contempo a Saab di partecipare a licitazioni pubbliche per l’edilizia sociale, dichiarare le tasse al SENIAT, essere inserito nei canali formali dello Stato e persino votare?
Inoltre, la nomina di Saab a Ministro incaricato dell’Industria, sancita formalmente dal Decreto numero 5.021 del 18 ottobre 2024 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 6.904, entra in aperta violazione con l’articolo 244 della Costituzione venezuelana, il quale prescrive tassativamente il possesso della nazionalità venezuelana per l’esercizio delle funzioni ministeriali. La stessa incongruenza si estende alle precedenti credenziali diplomatiche, teoricamente precluse ai cittadini stranieri dalla Legge sul Servizio Estero.
Se l’ex ministro era soggetto a indagini interne per frode e riciclaggio, la giurisprudenza nazionale avrebbe imposto la celebrazione di un regolare processo nel territorio dove i presunti fatti sono stati commessi, data la natura strettamente territoriale delle leggi penali. La decisione di consegnarlo ai tribunali statunitensi, eludendo i canali ordinari e in presenza di forti sospetti di un’attività di intelligence e condizionamento da parte della CIA dopo il suo primo rilascio nel dicembre 2023, evidenzia come considerazioni di opportunità politica (imposta) abbiano rimpiazzato i codici e le garanzie dello Stato di Diritto.
Per comprendere la reale portata della consegna di Alex Saab, occorre analizzarne la funzione macroeconomica. Saab non è stato un semplice funzionario, bensì il fulcro del circuito di commercio estero venezuelano in regime di sanzioni multilaterali. Pur non essendo un militante socialista, ma un imprenditore di origine libanese, ha deciso di rischiare beni e incolumità per servire la causa bolivariana. Sfruttando network di aziende e conti offshore distribuiti tra Turchia, Hong Kong, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Panama, ha strutturato la complessa logistica di approvvigionamento per la Gran Misión Vivienda Venezuela e per la distribuzione alimentare dei comitati CLAP nei momenti di più duro isolamento del paese.
Il suo valore strategico risiedeva nella capacità di movimentare oro e idrocarburi aggirando i blocchi occidentali, mantenendo operativi canali commerciali alternativi con multinazionali ed entità finanziarie statunitensi (come Chevron o JP Morgan) che necessitavano di restare agganciate alla rendita venezuelana nonostante le imposizioni sanzionatorie. Tra il 2025 e il 2026, il Venezuela ha registrato una crescita economica significativa, con un aumento del PIL del +8,66% nel 2025 e previsioni del 12% per il 2026, accompagnato dal parziale ritorno di merci occidentali nei circuiti commerciali. Questa ripresa è stata resa possibile proprio grazie all’esistenza di questi meccanismi paralleli di transazione, peraltro molto costosi per i paesi sanzionati, perché li obbligano a svendere i propri prodotti per rendere accettabile i rischi agli acquirenti. Meccanismi che Washington ha deciso di stroncare con la forza, come si vede dal Medioriente, al Venezuela, a Cuba.
La deportazione di Saab non risponde dunque a una purga interna generica, ma piuttosto all’imposizione di una transizione strutturale dei beneficiari stranieri della ricchezza energetica del paese. Il pugno di ferro sul governo bolivariano riflette anche lo scontro all’interno del comparto finanziario statunitense per il controllo degli asset estrattivi, che vede contrapposti gli interessi di JP Morgan, operativa tramite Dalinar Energy, e quelli del fondo Amber Energy, guidato da Paul Singer.
In questo quadro, gli accordi e i canali logistici tracciati da Saab, tarati sulla precedente amministrazione di Nicolás Maduro e sui passati accordi con il governo Biden, sono divenuti un ostacolo per la nuova configurazione del potere. La consegna di Saab “ripulisce” il tavolo dai vecchi intermediari e fornisce alla procura statunitense un immenso patrimonio informativo sulle rotte globali di elusione del blocco, mentre l’incaricato d’affari statunitense a Caracas gestisce apertamente le dinamiche relative alle medicine e alle misure economiche, accentuando la percezione di un paese sotto tutela.
In questo quadro vanno inserite le dichiarazioni della presidenta incaricata, Delcy Rodriguez a commento della deportazione. Durante un atto pubblico nella capitale, nel giorno del suo compleanno, così ha risposto alla domanda di un giornalista: “Voglio dire al Venezuela, a tutti i venezuelani e a tutte le venezuelane: qualsiasi decisione assuma il Governo nazionale, lo farà per un interesse che è l’interesse del Venezuela. Qualsiasi decisione futura, e quelle che abbiamo preso da quando ci siamo insediati dopo i fatti del 3 gennaio è stata per l’interesse del Venezuela, per difendere il Venezuela. Non pensiamo a nient’altro – ha aggiunto – che non siano gli interessi, i diritti, a proteggere il nostro paese, a garantire la tranquillità, la pace, lo sviluppo, il futuro dei nostri bambini, delle nostre bambine, a garantire la speranza del nostro popolo”.
Intanto, alcuni abitanti le porgevano una torta di compleanno, sormontata dalla mappa del Venezuela comprensiva dell’Essequibo, la zona contesa con la Repubblica cooperativa di Guyana. Il cuore della disputa risiede nella rivendicazione storica della Guayana Esequiba, un territorio di 159.000 chilometri quadrati che l’impero britannico scippò al paese nel diciannovesimo secolo. Il percorso diplomatico di questa lotta inizia a Parigi, dove nel 1899 si consumò una vera e propria farsa giuridica.
Il Lodo Arbitrale di Parigi non fu un giudizio, ma un accordo di complicità tra potenze coloniali: senza la presenza di rappresentanti venezuelani, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si spartirono una terra che storicamente apparteneva alla Capitaneria Generale del Venezuela, come provano i documenti di allora. Per il governo bolivariano, si è trattato della “legalità” imposta dal vincitore per normalizzare il saccheggio delle proprie risorse.
Per questo motivo, il Venezuela ha sempre sostenuto che quell’atto è da considerarsi “nullo e irrito”, e che il riferimento da cui ripartire si situa nell’Accordo di Ginevra, stipulato nel 1966. Questo trattato, depositato e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è considerato l’unico strumento giuridico valido per risolvere la controversia in modo civile, poiché ammette formalmente l’esistenza di una contesa sul lodo fraudolento del 1899 e obbliga le parti a cercare una soluzione pratica e soddisfacente attraverso il dialogo politico diretto. Perciò, pur essendosi recata recentemente all’Aia per illustrare le ragioni del paese, Rodriguez ha detto che, qualunque sia la decisione della Corte Internazionale di Giustizia il Venezuela non la riconoscerà, poiché l’unica bussola legittima resta l’Accordo di Ginevra.
Nonostante questo fermo non riconoscimento della giurisdizione della Corte, il governo bolivariano ha scelto di presentarsi all’Aia con un duplice intento: illustrare e far valere le proprie ragioni storiche a livello internazionale, mostrando al mondo la propria dottrina sovrana; e al tempo stesso ricostruire e cementare l’unità nazionale attorno alla “difesa della patria” e alla sovranità vulnerata. Una mossa utile anche a rassicurare quei settori che, dopo il 3 gennaio, temono che la Repubblica possa essere svenduta all’imperialismo con il ritorno delle multinazionali, e che anche la proclamata “ritirata strategica” finisca male.
Sono, infatti, proprio i colossi del capitalismo estrattivista, come la Exxon Mobil ad aver promosso cause milionarie contro il Venezuela presso il tribunale di arbitraggio (il Ciadi) e ad aver perforato illegalmente le acque contese dell’Esequibo sotto la protezione del governo fantoccio della Guyana, soffiando sul fuoco del tribunale internazionale per assicurarsi il monopolio delle risorse. I dati di Bloomberg descrivono uno scenario emblematico: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno importato 588.000 barili al giorno di petrolio dal Venezuela, il volume più alto dal 2019.
Al contempo, petroliere come la Olina e la Galaxy 3, probabilmente dirette a Cuba e in Cina, si sono viste costrette a restituire il greggio caricato mesi fa nei porti venezuelani, interrotte dall’abbordaggio delle forze statunitensi nei giorni successivi all’incursione militare di gennaio. Trump usa il greggio sequestrato per riaffermare il controllo sulle vendite della nazione, rispedendo le navi a scaricare a terra, in un groviglio di sanzioni e necessità di mercato che dimostra come il petrolio bolivariano resti l’oggetto del desiderio e il vero motore del conflitto.
Proprio all’interno di questa complessa intelaiatura di aggressioni occulte e diplomazia di facciata si inserisce il “giallo” del materiale nucleare venezuelano. Il Dipartimento di Stato Usa ha sbandierato come una pietra miliare per la sicurezza globale l’avvenuta rimozione e distruzione di tredici chili di uranio arricchito al venti per cento dal reattore scientifico in disuso RV-1, un’operazione delicata condotta con il sostegno del Regno Unito e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Durante l’operazione militare del 3 gennaio, uno dei 150 droni d’attacco lanciati dagli Stati Uniti è precipitato proprio nei pressi della centrale nucleare disattivata. Un impatto che ha sfiorato la catastrofe ambientale e che svela l’ipocrisia dell’imperialismo: prima si lancia un’aggressione armata che rischia di far saltare in aria un sito sensibile, e poi ci si presenta al mondo come salvatori della sicurezza nucleare globale per aver ripulito le scorie rimaste, e aver aggredito l’Iran.
In Venezuela, questa complessa rimozione si è concretizzata solo dopo il riallineamento dei canali diplomatici imposto dal sequestro del presidente Maduro, a dimostrazione di come Washington consideri il disarmo scientifico e tecnologico del Sud del mondo una condizione obbligatoria per imporre la propria idea di stabilità. E, ieri, il Venezuela ha protestato con il governo di Trinidad e Tobago – uno dei principali responsabili di aver aperto il passaggio all’aggressione Usa – e gli ha chiesto di assumersi la responsabilità dei danni ambientali ed economici causati dallo sversamento di idrocarburi proveniente dalla vicina isola caraibica.
All’indomani della storica difesa presentata dal Venezuela all’Aia è arrivata la sparata di Donald Trump, che ha offerto al Venezuela l’ambito titolo di cinquantunesimo stato dell’unione, attirato dai quaranta trilioni di dollari di riserve petrolifere. Il governo bolivariano ha respinto al mittente la pretesa di Washington, denunciando i contorni del delirio da risiko permanente di cui soffre il trumpismo, evidentemente affetto anche da un grave problema con la matematica di base. Quanti stati cinquantunesimi ha in mente l’amministrazione statunitense?
Nel giro di pochi mesi, il posto d’onore sulla bandiera a stelle e strisce è stato promesso a tre candidati diversi. Prima è toccato al Canada, liquidato come un vicino del piano di sopra a cui cambiare la serratura con il pretesto della sicurezza artica; poi alla Groenlandia, stretta nella morsa di ricatti doganali contro la Danimarca per accaparrarsi le terre rare; e ora, con un balzo transcontinentale, il Venezuela. Viene da chiedersi se dietro questa bizzarra contabilità non ci sia un tentativo di risparmiare sui costi di sartoria per le nuove bandiere: aggiungere una stella alla volta è faticoso, meglio metterne una sola a forma di velcro e spostarla a seconda di dove punta il drone del Pentagono...
In Venezuela, i droni Usa hanno purtroppo centrato il bersaglio, e ora Trump sembra intenzionato a stringere sempre di più la morsa fino a fare della repubblica bolivariana un vero e proprio protettorato. Il primo obiettivo è quello di produrre una frammentazione interna, che alcuni dirigenti radicali cercano di scongiurare a gran voce.
Mantenere il controllo politico per evitare una carneficina e la completa occupazione del paese è stata la principale motivazione addotta dalla dirigenza bolivariana per aver “scelto” di non reagire con le armi all’attacco della principale potenza nucleare del pianeta. La deportazione di Saab e la gestione di questo complesso negoziato sotto ricatto stanno però evidenziando linee di faglia all’interno del panorama politico venezuelano, dividendo le reazioni in tre campi distinti.
Da un lato, l’estrema destra transnazionale plaude a quella che definisce l’implosione del chavismo. Muovendosi come un comitato d’affari coloniale, questa fazione ha supportato l’intervento militare di inizio anno ed esprime la sua visione neoliberista attraverso le parole di Maria Corina Machado.
Nella sua recente conferenza presso l’Università di Harvard, la leader dell’opposizione estremista ha esplicitamente attaccato lo Stato sociale bolivariano, affermando che il crimine imperdonabile del governo è stato quello di spendere fondi pubblici per moltiplicare le università gratuite, svelando un’agenda interamente incentrata sulla privatizzazione totale, sullo smantellamento dei servizi e sulla trasformazione dell’istruzione in un business privato. Parallelamente, frange studentesche di estrema destra, provenienti dall’Università Centrale del Venezuela (UCV) tentano di strumentalizzare un caso giudiziario per imporre l’agenda di Machado che punta all’ingovernabilità del paese.
Dall’altro lato, le correnti critiche della sinistra comunitaria e militante mostrano profonda inquietudine. La posizione espressa pubblicamente da Mario Silva, deputato chavista e commentatore “marxista-leninista” denuncia l’ostracismo, la mancanza di trasparenza e la tendenza a delegare le decisioni strategiche a un ristretto comitato politico, escludendo il dibattito popolare nel PSUV e nel Gran Polo Patriottico.
La preoccupazione maggiore riguarda il precedente di Saab: permettere a una potenza occupante di estrarre un cittadino dal territorio nazionale senza garanzie costituzionali crea un limbo giuridico che espone l’intero quadro dirigente alle operazioni dei comandi di estrazione della CIA e del FBI operanti sotto la copertura dell’ambasciata. Ed è di questi giorni l’uccisione di un militante dei collettivi, che aveva invitato alla resistenza, apparentemente ammazzato da un rapinatore.
Infine, la linea ufficiale della dirigenza difende l’operato istituzionale in nome della salvaguardia degli interessi nazionali. Esponenti come Iris Varela hanno pronunciato discorsi accesi contro chi avanza dubbi, ammonendo che criticare le scelte della leadership significa distruggere l’unità del chavismo, considerata l’unica vera forza negoziale rimasta in questa fase di mediazione sotto ricatto. In questa prospettiva, impersonata dalla gestione pragmatica di Delcy Rodríguez, la transizione e le concessioni tattiche sono viste come passaggi obbligati per preservare la continuità dello Stato e gestire le trattative volte a riportare a casa Maduro, il cui processo a livello internazionale è fissato per la fine di giugno, preceduto da quello dello stesso Saab. Al diplomatico, che non potrebbe essere processato per gli stressi reati per cui è stato indultato, sono stati spiccati altri mandati di cattura.
Il cammino della pressione statunitense è stato spianato da una corona di governi regionali subalterni, dalla Repubblica Dominicana all’Ecuador, dal Salvador, a Trinidad e Tobago, fino alla Guyana, che ha utilizzato la disputa storica sull’Essequibo come leva geopolitica. Proprio la gestione simbolica di questo quadrante, esemplificata dalle immagini ufficiali della mappa completa del Venezuela comprendente l’Essequibo sui canali istituzionali e persino nei dettagli celebrativi della vicepresidenza, si scontra con una dura realtà materiale di carattere militare.
Prima il sequestro del presidente, con i sospetti di un tradimento interno, e ora la deportazione di Saab rendono evidenti anche i limiti della dottrina difensiva adottata da Caracas negli ultimi anni. Nel corso delle sue missioni estere, Saab aveva intavolato discussioni con i partner russi per la localizzazione della produzione di droni in Venezuela. Tuttavia, lo Stato, oltre a investire più nei piani sociali che nelle armi, ha storicamente privilegiato la spesa in armamenti convenzionali e tradizionali, lasciando migliaia di fucili nei depositi invece di investire sulla tecnologia aerea asimmetrica.
Al contrario dell’Iran, che ha saputo sviluppare una solida capacità di deterrenza basata sui droni per proteggere le proprie acque territoriali e i propri vettori marittimi, il Venezuela si è trovato sprovvisto di adeguate coperture elettroniche e difensive di fronte all’attacco navale e aereo statunitense nel Mar dei Caraibi precedente al 3 gennaio. La rinuncia al modello di difesa russo-iraniano a favore di un riallineamento forzato con gli interessi finanziari di Washington segna l’accettazione dei pesanti costi di una ritirata strategica, dove le strutture di base della democrazia partecipativa, come la consulta popolare e le comunas, e quelle dell’autodifesa, cercano di resistere sul piano locale, mentre l’alto comando economico dello Stato si trova vincolato a muoversi entro i margini stretti imposti dalla potenza occupante.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2024
Crisi in Guyana - Il Venezuela entra nel territorio conteso dell’Essequibo
Il Comandante Strategico Operativo dell’esercito venezuelano, Domingo Hernandez Larez, ha annunciato sui suoi social che l’esercito venezuelano (FANB) è entrato nel territorio dell’Essequibo. Si tratta di una regione contesa con la Guyana e al centro di una crisi riaccesasi negli ultimi mesi.
L’Essequibo è un’area di 160 mila km2, ricoperta per lo più da foreste, che è contesa sin dall’epoca delle spartizioni coloniali. Il confine attuale venne definito nel 1899, senza riconoscimento di Caracas, e la diatriba è continuata anche dopo l’indipendenza della Guyana, nel 1966.
Sotto il suolo dell’Essequibo vi sono ricchi giacimenti di petrolio, oro e altri materiali preziosi, che rendono la zona di straordinaria importanza economica. Nei media occidentali, è con la rapacità del governo Maduro che viene spiegata l'azione azione venezuelana, quando in realtà è innanzitutto occidentale l’interesse per la regione.
Ovviamente Caracas non è indifferente alle ricchezze della regione, ma è la politica aggressiva di esplorazione di risorse ad aver riacceso la questione. Negli ultimi dieci anni chi ha governato a Georgetown, capitale guyanese, ha rilasciato varie concessioni per la ricerca di idrocarburi nel fondale delle acque contese tra i due paesi.
È stato valutato che tra il 2015 e oggi, con le riserve scoperte nell’Essequibo, la Guyana è entrato tra i 20 paesi più ricchi al mondo di petrolio. In prima linea nella scoperta dei nuovi giacimenti vi è stata la multinazionale statunitense ExxonMobil.
La situazione è precipitata nel settembre 2023, quando Georgetown ha autorizzato sei compagnie straniere ad iniziare attività di trivellazione in acque rivendicate da Caracas. Maduro ha indetto subito dopo un referendum consultivo rispetto a come il governo si sarebbe dovuto comportare.
Il 3 dicembre la quasi totalità degli oltre 10 milioni di votanti ha approvato l’inglobamento effettivo dell’Essequibo come 24esimo stato federale della Repubblica venezuelana. Qualche giorno fa Caracas si è infine mossa concretamente in questa direzione.
Tramite una nota pubblicata dal ministro degli Esteri Yvan Gil, il Venezuela respinge la condanna della Comunità dei Caraibi e critica la Guyana per “le continue azioni guerrafondaie, attraverso alleanze con entità militari e di intelligence come il Comando Sud Usa e la Cia”.
“Cedendo la sua sovranità all’appetito vorace della ExxonMobil”, la Guyana “promuove l’instabilità regionale”. Il governo del Nicaragua, guidato da Daniel Ortega, si è schierato con Maduro, che “difende il diritto di preservare la propria sovranità e integrità territoriale, contro gli appetiti avidi e voraci degli imperialisti della Terra”.
Il governo brasiliano ha spostato nella regione di confine del Roraima truppe ed equipaggiamenti, per controllare possibili sconfinamenti, mentre il presidente Lula si è impegnato a fare da mediatore. La volontà è quella di evitare un conflitto regionale, che ad ogni modo coinvolgerebbe tutta la comunità sudamericana e gli Stati Uniti, in varie forme.
Di sicuro, la dirigenza bolivariana di Caracas non vuole permettere il perpetrarsi della logica estrattiva del colonialismo occidentale, e può trovare diversi alleati. Entro un certo grado, anche lo stesso Lula.
La situazione va osservata da vicino, perché i risvolti potrebbero significare un’ulteriore ritirata dell’imperialismo di Washington dal proprio ‘cortile di casa’.
Fonte
L’Essequibo è un’area di 160 mila km2, ricoperta per lo più da foreste, che è contesa sin dall’epoca delle spartizioni coloniali. Il confine attuale venne definito nel 1899, senza riconoscimento di Caracas, e la diatriba è continuata anche dopo l’indipendenza della Guyana, nel 1966.
Sotto il suolo dell’Essequibo vi sono ricchi giacimenti di petrolio, oro e altri materiali preziosi, che rendono la zona di straordinaria importanza economica. Nei media occidentali, è con la rapacità del governo Maduro che viene spiegata l'azione azione venezuelana, quando in realtà è innanzitutto occidentale l’interesse per la regione.
Ovviamente Caracas non è indifferente alle ricchezze della regione, ma è la politica aggressiva di esplorazione di risorse ad aver riacceso la questione. Negli ultimi dieci anni chi ha governato a Georgetown, capitale guyanese, ha rilasciato varie concessioni per la ricerca di idrocarburi nel fondale delle acque contese tra i due paesi.
È stato valutato che tra il 2015 e oggi, con le riserve scoperte nell’Essequibo, la Guyana è entrato tra i 20 paesi più ricchi al mondo di petrolio. In prima linea nella scoperta dei nuovi giacimenti vi è stata la multinazionale statunitense ExxonMobil.
La situazione è precipitata nel settembre 2023, quando Georgetown ha autorizzato sei compagnie straniere ad iniziare attività di trivellazione in acque rivendicate da Caracas. Maduro ha indetto subito dopo un referendum consultivo rispetto a come il governo si sarebbe dovuto comportare.
Il 3 dicembre la quasi totalità degli oltre 10 milioni di votanti ha approvato l’inglobamento effettivo dell’Essequibo come 24esimo stato federale della Repubblica venezuelana. Qualche giorno fa Caracas si è infine mossa concretamente in questa direzione.
Tramite una nota pubblicata dal ministro degli Esteri Yvan Gil, il Venezuela respinge la condanna della Comunità dei Caraibi e critica la Guyana per “le continue azioni guerrafondaie, attraverso alleanze con entità militari e di intelligence come il Comando Sud Usa e la Cia”.
“Cedendo la sua sovranità all’appetito vorace della ExxonMobil”, la Guyana “promuove l’instabilità regionale”. Il governo del Nicaragua, guidato da Daniel Ortega, si è schierato con Maduro, che “difende il diritto di preservare la propria sovranità e integrità territoriale, contro gli appetiti avidi e voraci degli imperialisti della Terra”.
Il governo brasiliano ha spostato nella regione di confine del Roraima truppe ed equipaggiamenti, per controllare possibili sconfinamenti, mentre il presidente Lula si è impegnato a fare da mediatore. La volontà è quella di evitare un conflitto regionale, che ad ogni modo coinvolgerebbe tutta la comunità sudamericana e gli Stati Uniti, in varie forme.
Di sicuro, la dirigenza bolivariana di Caracas non vuole permettere il perpetrarsi della logica estrattiva del colonialismo occidentale, e può trovare diversi alleati. Entro un certo grado, anche lo stesso Lula.
La situazione va osservata da vicino, perché i risvolti potrebbero significare un’ulteriore ritirata dell’imperialismo di Washington dal proprio ‘cortile di casa’.
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12/02/2024
Venezuela - La CIA, la DEA e l’ombra dell’Essequibo
Dopo la rivelazione di cinque piani di cospirazione golpista individuati e smantellati negli ultimi mesi dalla Procura e dalle agenzie di intelligence venezuelane – che coinvolgono militari e settori dell’estrema destra locale reclutati dalla Central Intelligence Agency (CIA) e dalla Drug Enforcement Administration (DEA) – e con la scusa della squalifica politica di María Corina Machado (il “nuovo Guaidó” di Washington per le elezioni presidenziali venezuelane del 2024), la Casa Bianca ha nuovamente esercitato la sua tradizionale politica di ingerenza, annunciando la ripresa di misure coercitive illegali e illegittime come strumento di pressione contro il governo di Nicolás Maduro.
Il 26 gennaio, la Corte Suprema di Giustizia venezuelana ha ratificato l’interdizione di Machado dai pubblici uffici per un periodo di 15 anni, che le era stata inflitta dal Controllore Generale della Repubblica il 13 luglio 2015 e prorogata per tale periodo nel settembre 2021, per essere stata coinvolta nello schema di corruzione orchestrato dall’usurpatore Juan Guaidó (il falso presidente sponsorizzato dall’amministrazione di Donald Trump).
Ossia la manovra che aveva portato al criminale blocco statunitense della Repubblica Bolivariana e al saccheggio milionario di ricchezze e aziende statali (come Citgo Holding Inc, Citgo Petroleum Corporation e Manómeros Colombo Venezolanos, S. A.), oltre al sequestro e al furto di 31 tonnellate di lingotti d’oro venezuelani da parte della Banca d’Inghilterra.
Fondatore del partito “Vente Venezuela” e della ONG “Súmate”, finanziata dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dal National Endowment for Democracy (NED, una vecchia copertura della CIA per le azioni clandestine e il cui Consiglio di Amministrazione era composto da falchi come John D. Negroponte, Otto Reich, Henry Cisneros ed Elliot Abrams), durante la campagna di “massima pressione” di Trump (2017-2021) María Corina Machado ha sostenuto l’invasione straniera del suo Paese invocando il Trattato interamericano di assistenza reciproca (TIAR) e la controversa dottrina interventista “Responsabilità di proteggere” (R2P).
Con accesso diretto allo Studio Ovale della Casa Bianca, dall’amministrazione di George W. Bush a quella di Joe Biden, Machado è stata anche firmataria del “Decreto Carmona” durante il colpo di Stato contro il presidente Hugo Chávez nell’aprile 2002, ed era presente alla cerimonia nel Palazzo Miraflores quando l’effimero dittatore Pedro Carmona procedette allo scioglimento di tutte le istituzioni democratiche in Venezuela.
Allo stesso modo, i suoi sponsor nascondono il fatto che nel 2014 è stata destituita da deputato per aver accettato di essere ambasciatrice supplente di un altro Paese (Panama) per intervenire contro il Venezuela nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), violando la Costituzione e le leggi della Repubblica.
Attualmente mantiene legami organici con forze internazionali di estrema destra come la spagnola Vox e quelle incarnate da Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile.
Ancora una volta ricatto e agenda insurrezionale come in Cile
Lo scorso 29 gennaio, sotto la copertura dell’interpretazione ideologizzata di Washington degli Accordi di Barbados firmati lo scorso ottobre dal governo Maduro e dall’opposizione venezuelana, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro – il principale strumento di guerra non militare degli Stati Uniti – ha annunciato che a partire dal 13 febbraio sarà revocata la licenza che consentiva agli americani di stabilire relazioni commerciali con l’impresa statale di estrazione dell’oro Minerven.
La società mineraria dell’oro era stata inserita nella lista nera dell’OFAC nel 2019 e i suoi beni erano stati bloccati, ma nell’ottobre del 2023 Washington aveva concesso un’esenzione di sei mesi da tale sanzione, nell’ambito della roadmap elettorale firmata dal governo di Maduro e dalla Piattaforma Unita dell’opposizione di Bridgetown (di cui Machado non fa parte).
Un giorno dopo, il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha fissato al 18 aprile il termine ultimo per riprendere le sanzioni sui settori del petrolio e del gas, e la sede diplomatica statunitense per il Venezuela (con sede a Bogotá, in Colombia) ha risposto sul social X (ex Twitter) all’ultimatum del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, l’ammiraglio John Kirby, secondo cui le autorità venezuelane avevano “tempo fino ad aprile” per “permettere ai partiti e ai candidati dell’opposizione di partecipare adeguatamente e rilasciare i prigionieri politici”.
In altre parole, in chiara violazione del diritto internazionale, l’amministrazione Biden è tornata alla vecchia prassi bipartisan (democratici/repubblicani), che cerca di tenere politicamente in ostaggio lo Stato venezuelano attraverso sanzioni coercitive, un meccanismo di applicazione di punizioni collettive alla popolazione venezuelana.
Di fronte a quello che considerava un “ricatto e un ultimatum rozzo e indebito” da parte del governo statunitense e un deliberato tentativo di colpire l’industria venezuelana degli idrocarburi, la vicepresidente Delcy Rodríguez ha risposto che se Washington avesse intensificato l’aggressione economica contro il suo Paese, a partire dal 13 febbraio sarebbero stati immediatamente revocati i voli per il rimpatrio degli immigrati venezuelani (cosa che potrebbe danneggiare le speranze di rielezione di Joe Biden) e sarebbero state adottate altre contromisure.
Nel frattempo, il presidente del Parlamento, Jorge Rodríguez, ha messo in dubbio la scadenza del 18 aprile data dagli Stati Uniti per reimporre le sanzioni e ha replicato: “Risparmiate il fiato, bastardi yankee”.
Da parte sua, il presidente Maduro ha sottolineato che, nonostante le sanzioni imposte dagli USA e dall’Unione Europea, il Venezuela ha imparato ad affrontare ogni tipo di difficoltà e ha ricordato che l’estrema destra, che fa riferimento alla “oligarchia dei cognomi” – come “i Borges, i López, i Machado, i Ledezma, i Capriles, tra gli altri” – ha sempre voluto “incendiare il Paese” promuovendo “sanzioni, blocchi e persino tentando di creare uno Stato parallelo” che è stato però sconfitto ed è finito “nella pattumiera della storia”.
Tuttavia, ha avvertito che i piani estremisti continuano a essere attivi e sono sostenuti dagli Stati Uniti, che rifiuta di accettare l’istituzionalità dello Stato venezuelano e le sue decisioni indipendenti e sovrane.
L’escalation delle tensioni tra i due Paesi è iniziata il 22 gennaio, quando il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha annunciato l’arresto di 32 persone (tra cui 18 militari), presumibilmente coinvolte in cinque complotti terroristici e in piani per assassinare il presidente Maduro, il ministro della Difesa, generale Vladimir Padrino López, e il governatore di Táchira, Freddy Bernal.
Lo stesso Maduro ha affermato che i complotti smantellati hanno coinvolto militari portati da Stati Uniti, Perù, Colombia e ufficiali venezuelani catturati nel 2020 e 2021 dalla CIA, che insieme alla DEA e ad agenti dell’intelligence dell’esercito colombiano, hanno cercato di destabilizzare il Venezuela.
A questo proposito, ha citato il tentativo di assassinio dell’agosto 2018, quando hanno cercato di far esplodere dei droni contro la tribuna presidenziale durante un evento militare a Caracas in cui il presidente e sua moglie erano circondati dai vertici militari, e l’“Operazione Gideon”, un’incursione marittima di mercenari statunitensi e militari venezuelani dissidenti esiliati in Colombia, nel 2020, tra le altre azioni sediziose generate con la partecipazione di settori di estrema destra di Miami e Bogotà.
Secondo Maduro, la DEA muove i fili dei principali gruppi di narcotrafficanti colombiani (la DEA è stata espulsa dal Venezuela nel 2005 dal defunto presidente Hugo Chávez).
L’Assistente Segretario di Stato statunitense per gli Affari dell’Emisfero Occidentale Brian Nichols ha dichiarato che queste accuse sono infondate e ha espresso preoccupazione “per le recenti azioni contro l’opposizione e la società civile in Venezuela”.
In risposta, Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale e capo della delegazione del governo venezuelano per il dialogo con la Piattaforma Unitaria, ha chiesto a Nichols nel suo resoconto se Washington fosse a conoscenza di questi complotti in corso per assassinare Maduro e Padrino López con la partecipazione della CIA e della DEA “mentre ci incontravamo faccia a faccia” e raggiungevamo accordi con un settore dell’opposizione venezuelana.
Il parlamentare ha anche alluso alla risposta “ovvia e frequente” che Washington dà di solito a queste accuse: “Negare i fatti senza nemmeno occuparsi delle prove”.
E ha aggiunto: “Dovremmo aspettare, come è successo in Cile, che i documenti vengano declassificati” (con evidente riferimento alla partecipazione del Comitato 40, del Consiglio di Sicurezza Nazionale, della Defense Intelligence Agency e della CIA, insieme a Henry Kissinger e al presidente Richard Nixon, al colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro il presidente Salvador Allende in Cile nel 1973).
Exxon, il generale Richardson e l’Essequibo
In questo contesto, il ministro della Difesa venezuelano Padrino López ha denunciato che la compagnia petrolifera statunitense ExxonMobil ha finanziato i tentativi di assassinio contro il presidente Maduro, con l’obiettivo di impadronirsi del territorio dell’Essequibo, in disputa con la Guyana.
Lo scorso novembre, Maduro ha accusato la ExxonMobil e il Comando Sud del Pentagono di aver seminato un conflitto militare nell’Essequibo con l’obiettivo di “saccheggiare le risorse energetiche”.
Le tensioni tra Caracas e Georgetown sono divampate dopo che la Guyana ha ricevuto offerte dalla ExxonMobil corporation in occasione della gara d’appalto per otto blocchi petroliferi nelle acque contese, per i quali il Venezuela sta cercando una giusta soluzione attraverso le disposizioni dell’Accordo di Ginevra del 1966, nel dicembre 2022.
Dal 2015, la Guyana partecipa alle esercitazioni militari congiunte denominate “Tradewinds”, sponsorizzate dal Comando meridionale con l’obiettivo di consolidare la supremazia statunitense in quella regione del Mar dei Caraibi.
All’inizio del 2021, l’ex segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, ha firmato l’accordo “Shiprider” con la Guyana come parte della campagna internazionale di molestie contro il Venezuela con il pretesto di combattere le organizzazioni criminali transnazionali.
Gli accordi “Shiprider” consentono pattugliamenti marittimi e aerei congiunti per intercettare le attività illegali. Le azioni condotte dall’attuale capo del Comando Sud, il generale Laura Richardson, dimostrano che l’amministrazione Biden non ha rallentato il ritmo dell’assedio dell’amministrazione Trump al Venezuela e all’Essequibo.
L’AP rivela un’operazione sotto copertura della DEA
Le accuse del governo venezuelano nei confronti di alcune agenzie governative statunitensi di attività cospirative non hanno tardato ad essere confermate.
In particolare, il 1° febbraio, l’agenzia statunitense The Associated Press (AP) ha pubblicato un memo segreto di 15 pagine, datato 2018, che descrive in dettaglio un’operazione sotto copertura della DEA, durata un anno, per fabbricare e montare accuse di casi di traffico di droga contro membri del governo venezuelano, compreso il presidente Maduro.
Come parte di un’espansione della “Operazione Money Badger”, creata nel 2013 per indagare sui funzionari venezuelani, i comandanti della DEA hanno cospirato nel 2018 per dispiegare almeno tre informatori sotto copertura per registrare surrettiziamente funzionari di alto rango sospettati di aver trasformato il Venezuela in un “narco-stato”, riferisce l’AP.
Aggiunge che l’operazione è stata approvata dal Comitato di revisione delle attività sensibili degli Stati Uniti, nonostante l’evidente violazione del diritto venezuelano e internazionale per non aver informato le autorità del Paese.
Il documento è stato redatto durante la campagna di massima vessazione dell’amministrazione Trump, quando, utilizzando una guerra non convenzionale e asimmetrica, Washington ha intensificato la politica di “cambio di regime” con l’obiettivo di trasformare il Venezuela in un narco-Stato.
In questo contesto, il procuratore generale degli Stati Uniti William Barr ha presentato accuse formali di narcoterrorismo, traffico di armi e corruzione contro Nicolás Maduro e altri 13 funzionari venezuelani di alto livello. Il Dipartimento di Stato ha persino offerto una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che portino all’arresto o al perseguimento del capo di Stato venezuelano.
Nella sua inchiesta, l’AP sostiene che il piano eseguito dalla DEA “sembrava non rispettare il diritto venezuelano e internazionale”. Aggiunge che Washington ha riconosciuto fin dall’inizio che poteva essere considerata una violazione del diritto internazionale. “È necessario portare a termine questa operazione unilateralmente e senza avvisare le autorità venezuelane”, si legge nella nota.
Il contesto in cui è stata rivelata l’attività della DEA era un processo per corruzione. Secondo l’articolo, il memo è stato inavvertitamente caricato su un sito web di condivisione di file dall’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti di Manhattan durante il processo ed è stato rimosso dopo che un giornalista dell’AP ha iniziato a chiedere informazioni al riguardo.
Alcuni dei più stretti alleati di Maduro sono stati coinvolti nella montatura della DEA, come il diplomatico venezuelano Alex Saab, che è stato rilasciato a fine dicembre dopo essere stato detenuto illegalmente in un carcere statunitense per 1280 giorni.
Saab era stato catturato nel giugno 2020 durante uno scalo a Capo Verde, mentre si recava in Iran per una missione diplomatica volta a negoziare accordi petroliferi e ad acquistare medicinali e cibo per il Venezuela, nel pieno delle sanzioni e del blocco imposto da Stati Uniti e Unione Europea contro Caracas. È stato rilasciato il 22 dicembre 2023 nell’ambito di un accordo di scambio di prigionieri tra Caracas e Washington.
Nel contesto della lotta geopolitica in corso tra Washington e l’alleanza strategica Cina-Russia, e dell’incorporazione di Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nei BRICS lo scorso gennaio, mentre l’instabilità delle rotte commerciali marittime nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Canale di Suez cresce sulla scia della guerra genocida di Israele a Gaza, e in un momento di calo delle scorte di greggio nell’impianto di stoccaggio di Cushing, in Oklahoma, unito a una diminuzione del volume delle capacità di estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, il Venezuela, con le più grandi riserve di idrocarburi al mondo, e le acque dell’Essequibo, anch’esse ricche di oro nero, diventano vitali per la superpotenza imperiale.
Il complotto guidato dalla CIA, dalla DEA e dal Pentagono contro il Venezuela risponde a questo?
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30/12/2023
Venezuela - Manovre militari contro invio nave da guerra britannica in Guyana
Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha ordinato l’attivazione “immediata” di un’esercitazione militare nella zona orientale del Paese, a ridosso del Territorio Essequibo, in risposta alla “minaccia” rappresentata dall’invio di una nave da guerra britannica nella Guyana.
“È una minaccia inaccettabile per il Venezuela e per qualsiasi Paese della regione”, ha detto Maduro nel discorso di fine anno.
Il ministero degli Esteri venezuelano ha definito l’invio della nave da guerra britannica un “gesto ostile” e una “violazione alla recente dichiarazione di Argyle”, il documento che i governi di Venezuela e Guayana hanno firmato per orientare una soluzione pacifica della crisi.
“Il Venezuela ripudia e respinge l’interferenza del Regno Unito nella disputa territoriale sulla Guyana Essequiba”, ha scritto la vicepresidente esecutiva, Delcy Rodríguez, sul suo account sul social network X, ricordandole che “ha l’obbligo di rispettare quanto concordato nella Dichiarazione di Argyle, che esclude espressamente le minacce esterne che cercano di seminare o intensificare un conflitto tra Venezuela e Guyana”.
Da parte sua, anche il leader dell’opposizione venezuelana Luis Eduardo Martinez ha avanzato la proposta che i leader della Caricom (Comunità dei Caraibi), della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) e del Brasile sollecitino l’immediato ritiro dalle coste della Guyana della nave della marina britannica HMS Trent e la cessazione dell’escalation che la Guyana sta portando avanti.
“Siamo ferventi sostenitori della pace, ma la Guyana e il mondo devono capire che i venezuelani marceranno insieme in difesa della nostra integrità territoriale”, ha sottolineato Martinez, ribadendo che “quando si tratta di difendere il Venezuela, il suo territorio, compreso l’Essequibo, che è senza dubbio nostro, dobbiamo essere una cosa sola”.
L’invio della nave militare segue la visita a Georgetown del sottosegretario agli Esteri per le Americhe David Rutley, lo scorso 18 dicembre, il primo rappresentante di un governo del G7 a recarsi in Guyana dopo il referendum sull’annessione del Territorio Essequibo organizzato dal Venezuela lo scorso 3 dicembre.
Fonte
“È una minaccia inaccettabile per il Venezuela e per qualsiasi Paese della regione”, ha detto Maduro nel discorso di fine anno.
Il ministero degli Esteri venezuelano ha definito l’invio della nave da guerra britannica un “gesto ostile” e una “violazione alla recente dichiarazione di Argyle”, il documento che i governi di Venezuela e Guayana hanno firmato per orientare una soluzione pacifica della crisi.
“Il Venezuela ripudia e respinge l’interferenza del Regno Unito nella disputa territoriale sulla Guyana Essequiba”, ha scritto la vicepresidente esecutiva, Delcy Rodríguez, sul suo account sul social network X, ricordandole che “ha l’obbligo di rispettare quanto concordato nella Dichiarazione di Argyle, che esclude espressamente le minacce esterne che cercano di seminare o intensificare un conflitto tra Venezuela e Guyana”.
Da parte sua, anche il leader dell’opposizione venezuelana Luis Eduardo Martinez ha avanzato la proposta che i leader della Caricom (Comunità dei Caraibi), della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) e del Brasile sollecitino l’immediato ritiro dalle coste della Guyana della nave della marina britannica HMS Trent e la cessazione dell’escalation che la Guyana sta portando avanti.
“Siamo ferventi sostenitori della pace, ma la Guyana e il mondo devono capire che i venezuelani marceranno insieme in difesa della nostra integrità territoriale”, ha sottolineato Martinez, ribadendo che “quando si tratta di difendere il Venezuela, il suo territorio, compreso l’Essequibo, che è senza dubbio nostro, dobbiamo essere una cosa sola”.
L’invio della nave militare segue la visita a Georgetown del sottosegretario agli Esteri per le Americhe David Rutley, lo scorso 18 dicembre, il primo rappresentante di un governo del G7 a recarsi in Guyana dopo il referendum sull’annessione del Territorio Essequibo organizzato dal Venezuela lo scorso 3 dicembre.
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07/12/2023
Il Venezuela dà tre mesi di tempo alle multinazionali per andarsene dall’Essequibo
Il governo del Venezuela ha espresso mercoledì la propria condanna verso le recenti dichiarazioni del presidente della Guyana, Irfaan Ali, che ha espresso la sua approvazione per la presenza del Comando Sud degli Stati Uniti (USA) nell’Essequibo.
Caracas ha condannato “l’atteggiamento sconsiderato della Guyana, la quale agendo sotto il mandato della transnazionale statunitense Exxon Mobil, sta aprendo la possibilità di installare basi militari a una potenza imperiale, minacciando la Zona di Pace che è stata delineata in questa regione“, si legge nella nota.
Di conseguenza, la dichiarazione afferma che la Guyana viola “incautamente” il diritto internazionale con “azioni che aggravano la disputa territoriale e che si aggiungono alla sua condotta illegale di concessione dei diritti di sfruttamento petrolifero alla Exxon Mobil su un mare in attesa di delimitazione con il Venezuela“.
Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro ha concesso “tre mesi” alla statunitense Exxon Monbil, alla francese TotalEnergies e alle altre imprese petrolifere straniere per interrompere le attività di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi concesse dal governo della Guyana e “abbandonare” la regione di Essequibo.
Solo dopo che se ne saranno andate, ha precisato il capo dello Stato venezuelano, Caracas potrà tornare a dialogare sulla contesa internazionale aperta con la Guyana.
Forte del mandato ricevuto dal risultato del referendum consultivo di domenica scorsa – con cui il governo ha visto riconosciute ad ampia maggioranza le rivendicazioni storiche sulla regione – Maduro ha presentato un piano per rendere il il territorio di Essequibo uno nuovo Stato del Venezuela, dando anche ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata.
La Guyana ha già fatto sapere che chiederà “azioni concrete” al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre il confinante Brasile – peraltro pubblicamente non ostile al governo Maduro – non intende essere coinvolto in un eventuale controversia ed aveva inviato ancora prima del referendum 16 carri blindati al confine settentrionale, a ridosso del Territorio Essequibo.
“Ciò che non possiamo permettere è che il Venezuela, volendo entrare in Guyana, utilizzi il nostro territorio”, ha detto il ministro della Difesa, José Mucio, intervistato nei giorni scorsi dalla Cnn.
La contesa sul Territorio Essequibo ha una storia che risale alla fine dell’Ottocento. La Guyana rivendica un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica.
Caracas rivendica invece l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con la Gran Bretagna prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899.
La questione della sovranità del territorio Essequibo è tornata ad alimentare tensioni quando nel 2015, la multinazionale statunitense Exxon Mobil ha annunciato la scoperta di giacimenti di petrolio nella zona marittima. Un braccio di ferro che si è fatto più pesante dopo il recente annuncio della Guyana d’indire una nuova serie di aste petrolifere.
Fonte
Caracas ha condannato “l’atteggiamento sconsiderato della Guyana, la quale agendo sotto il mandato della transnazionale statunitense Exxon Mobil, sta aprendo la possibilità di installare basi militari a una potenza imperiale, minacciando la Zona di Pace che è stata delineata in questa regione“, si legge nella nota.
Di conseguenza, la dichiarazione afferma che la Guyana viola “incautamente” il diritto internazionale con “azioni che aggravano la disputa territoriale e che si aggiungono alla sua condotta illegale di concessione dei diritti di sfruttamento petrolifero alla Exxon Mobil su un mare in attesa di delimitazione con il Venezuela“.
Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro ha concesso “tre mesi” alla statunitense Exxon Monbil, alla francese TotalEnergies e alle altre imprese petrolifere straniere per interrompere le attività di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi concesse dal governo della Guyana e “abbandonare” la regione di Essequibo.
Solo dopo che se ne saranno andate, ha precisato il capo dello Stato venezuelano, Caracas potrà tornare a dialogare sulla contesa internazionale aperta con la Guyana.
Forte del mandato ricevuto dal risultato del referendum consultivo di domenica scorsa – con cui il governo ha visto riconosciute ad ampia maggioranza le rivendicazioni storiche sulla regione – Maduro ha presentato un piano per rendere il il territorio di Essequibo uno nuovo Stato del Venezuela, dando anche ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata.
La Guyana ha già fatto sapere che chiederà “azioni concrete” al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre il confinante Brasile – peraltro pubblicamente non ostile al governo Maduro – non intende essere coinvolto in un eventuale controversia ed aveva inviato ancora prima del referendum 16 carri blindati al confine settentrionale, a ridosso del Territorio Essequibo.
“Ciò che non possiamo permettere è che il Venezuela, volendo entrare in Guyana, utilizzi il nostro territorio”, ha detto il ministro della Difesa, José Mucio, intervistato nei giorni scorsi dalla Cnn.
La contesa sul Territorio Essequibo ha una storia che risale alla fine dell’Ottocento. La Guyana rivendica un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica.
Caracas rivendica invece l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con la Gran Bretagna prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899.
La questione della sovranità del territorio Essequibo è tornata ad alimentare tensioni quando nel 2015, la multinazionale statunitense Exxon Mobil ha annunciato la scoperta di giacimenti di petrolio nella zona marittima. Un braccio di ferro che si è fatto più pesante dopo il recente annuncio della Guyana d’indire una nuova serie di aste petrolifere.
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04/12/2023
Il Venezuela con un referendum popolare riscatta la regione di Essequibo
Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, in un discorso tenuto da Piazza Bolivar, si è congratulato con il popolo per i risultati del referendum consultivo sulla regione di Essquibo ed ha sottolineato che questo è stato storico e ha rimesso in piedi il Venezuela.
La consultazione referendaria ha avuto un carattere partecipativo e popolare nella difesa dell’integrità territoriale del Venezuela e del suo diritto storico all’Essequibo, che gli era stato sottratto da un lodo arbitrale nel lontano 1899.
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha affermato che il Venezuela sta risolvendo con mezzi democratici e pacifici un’espropriazione imperiale orchestrata 150 anni fa.
“Dobbiamo fare un applauso all’uomo, alla donna, al giovane, al ragazzo, alla ragazza, perché sono stati convocati per una causa nazionale. Abbiamo mosso i primi passi in una nuova fase storica”, ha detto Maduro rivolgendosi alla popolazione dopo aver appreso i risultati delle votazioni della giornata.
Il capo di Stato venezuelano ha affermato che questa è una vittoria per lottare per ciò che i liberatori hanno lasciato al popolo venezuelano.
“È stata una giornata meravigliosa, poiché il 21 settembre l’Assemblea Nazionale ha risposto all’insolenza della Exxon Mobil e del Governo della Guyana nel cercare di dividere il mare venezuelano, il mare da delimitare, nel cercare di utilizzare il territorio conteso per installare basi del Comando Sud degli Stati Uniti dirette contro il Venezuela”, ha sottolineato il presidente venezuelano, il quale ha anche denunciato come il governo degli Stati Uniti e i gruppi legati all’oligarchia abbiano cercato di sabotare lo svolgimento del referendum ed ha affermato che nei prossimi giorni verranno alla luce le operazioni con cui hanno cercato di fermare la consultazione popolare.
Il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela, Elvis Amoroso, ha riferito che il referendum consultivo tenutosi questa domenica nella Guyana di Essequiba ha portato a una storica vittoria del Sì, riaffermando l’unità del popolo venezuelano.
Amoroso ha ribadito che il Venezuela è libero e indipendente e che la sovranità risiede nel popolo e si esercita attraverso il suffragio. Ha ricordato che lo scorso settembre la plenaria dell’Assemblea legislativa nazionale ha presentato al CNE la richiesta di referendum consultivo sull’Essequibo.
Il 95,93% ha risposto Sì, il 4,07% No. Si tratta di una vittoria schiacciante per il Sì, ha sottolineato Amoroso. Il referendum consultivo, strumento partecipativo previsto dalla Costituzione venezuelana, ha richiesto l’installazione di 15.857 centri di voto in tutto il Paese, con 28.027 seggi elettorali nei 23 Stati e nel Distretto della Capitale.
Fonte
La consultazione referendaria ha avuto un carattere partecipativo e popolare nella difesa dell’integrità territoriale del Venezuela e del suo diritto storico all’Essequibo, che gli era stato sottratto da un lodo arbitrale nel lontano 1899.
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha affermato che il Venezuela sta risolvendo con mezzi democratici e pacifici un’espropriazione imperiale orchestrata 150 anni fa.
“Dobbiamo fare un applauso all’uomo, alla donna, al giovane, al ragazzo, alla ragazza, perché sono stati convocati per una causa nazionale. Abbiamo mosso i primi passi in una nuova fase storica”, ha detto Maduro rivolgendosi alla popolazione dopo aver appreso i risultati delle votazioni della giornata.
Il capo di Stato venezuelano ha affermato che questa è una vittoria per lottare per ciò che i liberatori hanno lasciato al popolo venezuelano.
“È stata una giornata meravigliosa, poiché il 21 settembre l’Assemblea Nazionale ha risposto all’insolenza della Exxon Mobil e del Governo della Guyana nel cercare di dividere il mare venezuelano, il mare da delimitare, nel cercare di utilizzare il territorio conteso per installare basi del Comando Sud degli Stati Uniti dirette contro il Venezuela”, ha sottolineato il presidente venezuelano, il quale ha anche denunciato come il governo degli Stati Uniti e i gruppi legati all’oligarchia abbiano cercato di sabotare lo svolgimento del referendum ed ha affermato che nei prossimi giorni verranno alla luce le operazioni con cui hanno cercato di fermare la consultazione popolare.
Il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela, Elvis Amoroso, ha riferito che il referendum consultivo tenutosi questa domenica nella Guyana di Essequiba ha portato a una storica vittoria del Sì, riaffermando l’unità del popolo venezuelano.
Amoroso ha ribadito che il Venezuela è libero e indipendente e che la sovranità risiede nel popolo e si esercita attraverso il suffragio. Ha ricordato che lo scorso settembre la plenaria dell’Assemblea legislativa nazionale ha presentato al CNE la richiesta di referendum consultivo sull’Essequibo.
Il 95,93% ha risposto Sì, il 4,07% No. Si tratta di una vittoria schiacciante per il Sì, ha sottolineato Amoroso. Il referendum consultivo, strumento partecipativo previsto dalla Costituzione venezuelana, ha richiesto l’installazione di 15.857 centri di voto in tutto il Paese, con 28.027 seggi elettorali nei 23 Stati e nel Distretto della Capitale.
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28/06/2020
Guaidó, pezzo chiave contro il Venezuela, nonostante il fallimento
La figura di Juan Guaidó come presidente incaricato del Venezuela è risultata un fallimento politico. Invece, visto come meccanismo per giustificare furti di beni della Nazione, il saldo è differente. Su questo piano di spoliazione si organizzano governi, multinazionali, giudici e avvocati.
Juan Guaidó è a un punto politico morto. Non riesce a recuperare iniziativa, convincere, disfarsi dei fascicoli sulla malversazione di fondi che lo circondano. Il trascorrere delle settimane e dei mesi lo rimpiccolisce, e già rimane poco o niente del ricordo del suo passaggio per il Congresso statunitense e la Casa Bianca all’inizio di questo 2020.
Vista in questi termini, la performance del “presidente incaricato” è un fallimento. L’istituzione parallela e virtuale non raggiunge la sua finalità politica. La stessa cosa è accaduta con il “Tribunale Supremo di Giustizia in esilio”, del quale ormai non si ha quasi più memoria, o la “PM generale in esilio”, senza rilevanza alcuna.
Risulta quindi plausibile l’affermazione di John Bolton, ex consigliere di Sicurezza, che nel suo libro “The Room Where It Happened” ha scritto che il presidente Donald Trump ha manifestato dubbi circa le capacità e le attitudini di Guaidó.
È perciò logico che lo stesso Trump abbia lasciato intravedere in un’intervista recente, pubblicata sul portale Axios, i suoi dubbi su Guaidó. E perché non dovrebbe averli su uno che non ha ottenuto una sola vittoria interna da quando è stato riconosciuto/nominato dalla sua amministrazione il 23 gennaio 2019?
Visto così risulta chiaro che Guaidó a volte è più un problema che altro. A questo si devono aggiungere le sue apparizioni e fallimenti golpisti, come quello del 30 aprile del 2019, o i suoi legami con i mercenari dell’Operazione Gedeón che sono arrivati in Venezuela nello scorso mese di maggio.
Ma Guaidó può essere analizzato in altra maniera: non per il suo risultato politico immediato e interno, ma come ingranaggio di un meccanismo di spoliazione. Guaidó, con la sua nomina a presidente incaricato del Venezuela da parte degli USA, ha permesso che, in suo nome, fossero messe in moto ruberie sui beni della Nazione. E qui non si tratta più di un fallimento per gli USA.
La spoliazione
“All’interno Guaidó è sminuito, credo che Trump non abbia mai creduto in lui, invece è servito per la strategia di spoliazione, a livello internazionale continuano ad avanzare e continuano ad accerchiarci”, spiega a Sputnik María Alejandra Díaz, avvocata, deputata dell’Assemblea Nazionale Costituente.
Quel furto si è fatto evidente fin dall’inizio del riconoscimento di Guaidó come “presidente incaricato”. Il 25 gennaio, due giorni dopo la sua auto-proclamazione, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha dato autorità a Guaidó “per ricevere e controllare certe proprietà in conti del Governo del Venezuela o della Banca Centrale del Venezuela (BCV) in possesso della Banca della Riserva Federale di New York o qualsiasi altra banca assicurata negli USA”.
Il 28 gennaio 2019 la Casa Bianca ha emesso l’ordine esecutivo 13.850, centrato su Petróleos de Venezuela (PDVSA) e la BCV, che ha bloccato “tutti i beni e gli interessi di proprietà di PDVSA soggetti alla giurisdizione degli USA”. Il 5 agosto del 2019, ha emesso l’ordine esecutivo 13.884 che ha bloccato tutti i fondi venezuelani nel suo territorio.
Questi conti e fondi sono rimasti in gestione statunitense, e questo è stato reso manifesto con lo scandalo suscitato poche settimane fa quando è stata diffusa la notizia che Donald Trump ha utilizzato 601 milioni di dollari di quei fondi per costruire il muro alla frontiera con il Messico.
Il piano di spoliazione si è posto vari obiettivi centrali al fine di rubare e ripartirsi ricchezze dello Stato venezuelano. Uno di quegli obiettivi è l’impresa raffinatrice CITGO, filiale di PDVSA negli USA, l’oro appartenente alla BCV che si trova nella Banca d’Inghilterra, e, approfittando di questo momento d’assedio, di reclamare il territorio della Guayana Esequiba.
CITGO
L’impresa filiale di PDVSA negli USA è sotto embargo del Dipartimento del Tesoro da agosto del 2019, e la possibilità che sia spezzettata e consegnata ad imprese straniere è stata presente fin dall’inizio della sua appropriazione da parte del Governo statunitense.
Si tratta di uno dei maggiori attivi venezuelani all’estero, valutato in circa 8.000 milioni di dollari, con una struttura di tre raffinerie con capacità vicina ai 749.000 barili giornalieri, e circa 6.000 stazioni di servizio distribuite in franchising nel paese.
Due imprese cercano di appropriarsi di CITGO per farsi pagare quello che, secondo loro, gli deve lo Stato venezuelano: l’industria mineraria canadese Crystallex, e la petrolifera statunitense, ConocoPhillips.
Guaidó ha messo alla “Procura Generale” del suo “Governo”, cioè quelli che devono rappresentare e difendere giudizialmente gli interessi della Repubblica nelle questioni internazionali, José Ignacio Hernández, che era stato avvocato della Cristallex.
Così, mentre da un lato Guaidó affermava di difendere la CITGO, dall’altro, è stato parte di una strategia di verdetti a favore delle imprese straniere. María Alejandra Díaz segnala che si tratta della strategia degli “studi legali che sono alleati con Guaidó, USA e le multinazionali, per spogliare il Venezuela“.
Questo è stato denunciato dal Governo del Venezuela, che ha segnalato come Hernández – che ha rinunciato all’incarico giorni dopo – ha lavorato insieme al direttore della Banca Mondiale (BM), David Malpass, perché il Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie relative ad Investimenti (n.d.t.: sigla in inglese International Centre for Settlement of Investment Disputes – ICSID. In spagnolo CIADI) dipendente dalla Banca, riconoscesse il “Governo di Guaidó” per portare avanti gli arbitraggi.
Questo processo di rapina di CITGO e consegna a imprese straniere è in tappa avanzata: il 22 maggio un giudice della Corte Federale degli USA ha proceduto ad autorizzare la liquidazione di CITGO affinché la Crystallex si prenda quello che afferma le sia dovuto.
Invece, esiste una risoluzione del Dipartimento del Tesoro che proibisce la vendita di CITGO. La possibilità che la filiale di PDVSA sia messa all’asta e perduta dipende dunque centralmente dalla decisione del governo statunitense.
L’oro
La BCV ha, come varie banche centrali, oro conservato nella Banca d’Inghilterra. Alla fine del 2018 ha effettuato la richiesta per recuperare 30 tonnellate. Il Governo britannico, in vista del suo riconoscimento al “Governo provvisorio di Guaidó” ha negato la richiesta e, in maniera illegale, si è tenuta l’oro.
La posizione diplomatica del Regno Unito è stata senza dubbio ambigua: hanno riconosciuto Guaidó, ma hanno ricevuto la sua “ambasciatrice”, Vanessa Neumann, senza le credenziali formali. Vale a dire che si è costruita una zona grigia, di riconoscimento incompleto – come in numerosi paesi, a differenza degli USA – che, in caso di un conflitto come quello di chi deve tenere l’oro, non permette di avanzare verso una risoluzione.
Di fronte a questa situazione, e in vista del fatto che la BCV ha fatto reclamo legale davanti a un tribunale di Londra nel maggio di quest’anno, la giustizia britannica ha iniziato, lunedì 22 giugno un dibattito per determinare se si riconoscerà alla BCV del Governo venezuelano o a una commissione nominata ad hoc da Guaidó. Chi terrà l’oro dipenderà da quel risultato.
Il Governo venezuelano ha proposto che l’ammontare dell’oro reclamato – circa 1.000 milioni di dollari – sia direttamente trasferito al Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite per occuparsi della situazione della pandemia e dell’emergenza umanitaria nel paese.
La risoluzione della Giustizia britannica ricadrà non solamente sull’oro nella Banca d’Inghilterra, ma sarà un punto di riferimento per ulteriori casi in disputa, come i 120 milioni di dollari appartenenti alla BCV che si tiene la Deutsche Bank, o numerosi conti congelati in differenti banche.
“L’oro in Inghilterra se lo ruberanno apertamente, si terranno i conti, come hanno fatto con la Libia, quello che non hanno potuto rompere internamente lo stanno facendo internazionalmente, ci vogliono prosciugare di tutti i beni di proprietà della Repubblica per ripartirseli tra le multinazionali, che sono il vero potere che sta dietro i governi negli USA e in Inghilterra”, spiega María Alejandra Díaz.
Guayana Esequiba
La Costituente segnala un’altro fronte di tentativo di spoliazione: la Guayana Esequiba, territorio reclamato dal Venezuela. “Il prossimo 30 giugno su richiesta di Guyana e Gran Bretagna, la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) deciderà se procede o no alla richiesta venezuelana di 159.542 km2 sottratti dalla Corona Britannica nel 1899″.
Il cancelliere, Jorge Arreaza, ha informato che il Venezuela “conformemente alla sua posizione storica e in stretta coerenza con l’Accordo di Ginevra del 1966, non assisterà all’insolita e irregolare udienza convocata dalla CIJ su richiesta unilaterale della Guyana”.
“Vogliono spogliarci definitivamente della Guayana Esequiba, questo è il piano: accerchiare il nostro sbocco al mare da quella parte“, spiega María Alejandra Díaz. Dietro il tentativo di prendersi il territorio in disputa, ci sono le multinazionali: “dietro la Guayana ci sono oltre 12 multinazionali visibili, e hanno già consegnato concessioni in maniera illegittima”.Una di quelle multinazionali è l’impresa petrolifera Exxon Mobile, con la quale si è creato un incidente a dicembre del 2018 quando la Marina Bolivariana ha intercettato due delle sue navi, inviate dal governo della Guayana, che si trovavano illegalmente in acque venezuelane.
I tempi
Come si misurano perciò i risultati della strategia statunitense? Il saldo è negativo se si guarda alla figura politica di Guaidó e alla permanenza di Nicolás Maduro al governo. Però Guaidó è un pezzo temporaneo, un accidente politico: la sua designazione come “presidente incaricato” è stata per una serie di coincidenze, non per le sue qualità né per la sua proiezione nel futuro.
Al contrario, i tentativi di spoliazione dell’oro, fondi e territori non sono disegnati per essere temporanei. Ed è lì dove la strategia avanza nel suo pieno per tentare di usurpare beni dello Stato.
Si tratta di un’organizzazione di attori visibili e invisibili: governi, giudici, avvocati, multinazionali, operatori politici, che, congiuntamente, si muovono tra le acque dell’embargo economico e l’assalto al potere, per ripartirsi i beni del paese, ridisegnarlo oggi e nel futuro.
Guaidó ha ancora un suo ruolo in questo schema come ingranaggio per giustificare legalmente, per esempio, il possibile sequestro definitivo dell’oro nella Banca d’Inghilterra. Il Governo fantasma che dice di capeggiare è in realtà una legittimazione del furto che stanno concretizzando.
Trump pensa di cambiare strategia verso il Venezuela, come si è vociferato?
Risulta difficile affermarlo, in particolare perché le sue dichiarazioni sono oggi, più che mai, marcate dalla campagna elettorale. Quello che è sicuro è che il meccanismo di spoliazione sta dando frutti e che, a meno di cinque mesi dalla contesa presidenziale non farà un cambiamento pubblico di politica che gli metta a rischio i voti.
Fonte
Juan Guaidó è a un punto politico morto. Non riesce a recuperare iniziativa, convincere, disfarsi dei fascicoli sulla malversazione di fondi che lo circondano. Il trascorrere delle settimane e dei mesi lo rimpiccolisce, e già rimane poco o niente del ricordo del suo passaggio per il Congresso statunitense e la Casa Bianca all’inizio di questo 2020.
Vista in questi termini, la performance del “presidente incaricato” è un fallimento. L’istituzione parallela e virtuale non raggiunge la sua finalità politica. La stessa cosa è accaduta con il “Tribunale Supremo di Giustizia in esilio”, del quale ormai non si ha quasi più memoria, o la “PM generale in esilio”, senza rilevanza alcuna.
Risulta quindi plausibile l’affermazione di John Bolton, ex consigliere di Sicurezza, che nel suo libro “The Room Where It Happened” ha scritto che il presidente Donald Trump ha manifestato dubbi circa le capacità e le attitudini di Guaidó.
È perciò logico che lo stesso Trump abbia lasciato intravedere in un’intervista recente, pubblicata sul portale Axios, i suoi dubbi su Guaidó. E perché non dovrebbe averli su uno che non ha ottenuto una sola vittoria interna da quando è stato riconosciuto/nominato dalla sua amministrazione il 23 gennaio 2019?
Visto così risulta chiaro che Guaidó a volte è più un problema che altro. A questo si devono aggiungere le sue apparizioni e fallimenti golpisti, come quello del 30 aprile del 2019, o i suoi legami con i mercenari dell’Operazione Gedeón che sono arrivati in Venezuela nello scorso mese di maggio.
Ma Guaidó può essere analizzato in altra maniera: non per il suo risultato politico immediato e interno, ma come ingranaggio di un meccanismo di spoliazione. Guaidó, con la sua nomina a presidente incaricato del Venezuela da parte degli USA, ha permesso che, in suo nome, fossero messe in moto ruberie sui beni della Nazione. E qui non si tratta più di un fallimento per gli USA.
La spoliazione
“All’interno Guaidó è sminuito, credo che Trump non abbia mai creduto in lui, invece è servito per la strategia di spoliazione, a livello internazionale continuano ad avanzare e continuano ad accerchiarci”, spiega a Sputnik María Alejandra Díaz, avvocata, deputata dell’Assemblea Nazionale Costituente.
Quel furto si è fatto evidente fin dall’inizio del riconoscimento di Guaidó come “presidente incaricato”. Il 25 gennaio, due giorni dopo la sua auto-proclamazione, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha dato autorità a Guaidó “per ricevere e controllare certe proprietà in conti del Governo del Venezuela o della Banca Centrale del Venezuela (BCV) in possesso della Banca della Riserva Federale di New York o qualsiasi altra banca assicurata negli USA”.
Il 28 gennaio 2019 la Casa Bianca ha emesso l’ordine esecutivo 13.850, centrato su Petróleos de Venezuela (PDVSA) e la BCV, che ha bloccato “tutti i beni e gli interessi di proprietà di PDVSA soggetti alla giurisdizione degli USA”. Il 5 agosto del 2019, ha emesso l’ordine esecutivo 13.884 che ha bloccato tutti i fondi venezuelani nel suo territorio.
Questi conti e fondi sono rimasti in gestione statunitense, e questo è stato reso manifesto con lo scandalo suscitato poche settimane fa quando è stata diffusa la notizia che Donald Trump ha utilizzato 601 milioni di dollari di quei fondi per costruire il muro alla frontiera con il Messico.
Il piano di spoliazione si è posto vari obiettivi centrali al fine di rubare e ripartirsi ricchezze dello Stato venezuelano. Uno di quegli obiettivi è l’impresa raffinatrice CITGO, filiale di PDVSA negli USA, l’oro appartenente alla BCV che si trova nella Banca d’Inghilterra, e, approfittando di questo momento d’assedio, di reclamare il territorio della Guayana Esequiba.
CITGO
L’impresa filiale di PDVSA negli USA è sotto embargo del Dipartimento del Tesoro da agosto del 2019, e la possibilità che sia spezzettata e consegnata ad imprese straniere è stata presente fin dall’inizio della sua appropriazione da parte del Governo statunitense.
Si tratta di uno dei maggiori attivi venezuelani all’estero, valutato in circa 8.000 milioni di dollari, con una struttura di tre raffinerie con capacità vicina ai 749.000 barili giornalieri, e circa 6.000 stazioni di servizio distribuite in franchising nel paese.
Due imprese cercano di appropriarsi di CITGO per farsi pagare quello che, secondo loro, gli deve lo Stato venezuelano: l’industria mineraria canadese Crystallex, e la petrolifera statunitense, ConocoPhillips.
Guaidó ha messo alla “Procura Generale” del suo “Governo”, cioè quelli che devono rappresentare e difendere giudizialmente gli interessi della Repubblica nelle questioni internazionali, José Ignacio Hernández, che era stato avvocato della Cristallex.
Così, mentre da un lato Guaidó affermava di difendere la CITGO, dall’altro, è stato parte di una strategia di verdetti a favore delle imprese straniere. María Alejandra Díaz segnala che si tratta della strategia degli “studi legali che sono alleati con Guaidó, USA e le multinazionali, per spogliare il Venezuela“.
Questo è stato denunciato dal Governo del Venezuela, che ha segnalato come Hernández – che ha rinunciato all’incarico giorni dopo – ha lavorato insieme al direttore della Banca Mondiale (BM), David Malpass, perché il Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie relative ad Investimenti (n.d.t.: sigla in inglese International Centre for Settlement of Investment Disputes – ICSID. In spagnolo CIADI) dipendente dalla Banca, riconoscesse il “Governo di Guaidó” per portare avanti gli arbitraggi.
Questo processo di rapina di CITGO e consegna a imprese straniere è in tappa avanzata: il 22 maggio un giudice della Corte Federale degli USA ha proceduto ad autorizzare la liquidazione di CITGO affinché la Crystallex si prenda quello che afferma le sia dovuto.
Invece, esiste una risoluzione del Dipartimento del Tesoro che proibisce la vendita di CITGO. La possibilità che la filiale di PDVSA sia messa all’asta e perduta dipende dunque centralmente dalla decisione del governo statunitense.
L’oro
La BCV ha, come varie banche centrali, oro conservato nella Banca d’Inghilterra. Alla fine del 2018 ha effettuato la richiesta per recuperare 30 tonnellate. Il Governo britannico, in vista del suo riconoscimento al “Governo provvisorio di Guaidó” ha negato la richiesta e, in maniera illegale, si è tenuta l’oro.
La posizione diplomatica del Regno Unito è stata senza dubbio ambigua: hanno riconosciuto Guaidó, ma hanno ricevuto la sua “ambasciatrice”, Vanessa Neumann, senza le credenziali formali. Vale a dire che si è costruita una zona grigia, di riconoscimento incompleto – come in numerosi paesi, a differenza degli USA – che, in caso di un conflitto come quello di chi deve tenere l’oro, non permette di avanzare verso una risoluzione.
Di fronte a questa situazione, e in vista del fatto che la BCV ha fatto reclamo legale davanti a un tribunale di Londra nel maggio di quest’anno, la giustizia britannica ha iniziato, lunedì 22 giugno un dibattito per determinare se si riconoscerà alla BCV del Governo venezuelano o a una commissione nominata ad hoc da Guaidó. Chi terrà l’oro dipenderà da quel risultato.
Il Governo venezuelano ha proposto che l’ammontare dell’oro reclamato – circa 1.000 milioni di dollari – sia direttamente trasferito al Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite per occuparsi della situazione della pandemia e dell’emergenza umanitaria nel paese.
La risoluzione della Giustizia britannica ricadrà non solamente sull’oro nella Banca d’Inghilterra, ma sarà un punto di riferimento per ulteriori casi in disputa, come i 120 milioni di dollari appartenenti alla BCV che si tiene la Deutsche Bank, o numerosi conti congelati in differenti banche.
“L’oro in Inghilterra se lo ruberanno apertamente, si terranno i conti, come hanno fatto con la Libia, quello che non hanno potuto rompere internamente lo stanno facendo internazionalmente, ci vogliono prosciugare di tutti i beni di proprietà della Repubblica per ripartirseli tra le multinazionali, che sono il vero potere che sta dietro i governi negli USA e in Inghilterra”, spiega María Alejandra Díaz.
Guayana Esequiba
La Costituente segnala un’altro fronte di tentativo di spoliazione: la Guayana Esequiba, territorio reclamato dal Venezuela. “Il prossimo 30 giugno su richiesta di Guyana e Gran Bretagna, la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) deciderà se procede o no alla richiesta venezuelana di 159.542 km2 sottratti dalla Corona Britannica nel 1899″.
Il cancelliere, Jorge Arreaza, ha informato che il Venezuela “conformemente alla sua posizione storica e in stretta coerenza con l’Accordo di Ginevra del 1966, non assisterà all’insolita e irregolare udienza convocata dalla CIJ su richiesta unilaterale della Guyana”.
“Vogliono spogliarci definitivamente della Guayana Esequiba, questo è il piano: accerchiare il nostro sbocco al mare da quella parte“, spiega María Alejandra Díaz. Dietro il tentativo di prendersi il territorio in disputa, ci sono le multinazionali: “dietro la Guayana ci sono oltre 12 multinazionali visibili, e hanno già consegnato concessioni in maniera illegittima”.Una di quelle multinazionali è l’impresa petrolifera Exxon Mobile, con la quale si è creato un incidente a dicembre del 2018 quando la Marina Bolivariana ha intercettato due delle sue navi, inviate dal governo della Guayana, che si trovavano illegalmente in acque venezuelane.
I tempi
Come si misurano perciò i risultati della strategia statunitense? Il saldo è negativo se si guarda alla figura politica di Guaidó e alla permanenza di Nicolás Maduro al governo. Però Guaidó è un pezzo temporaneo, un accidente politico: la sua designazione come “presidente incaricato” è stata per una serie di coincidenze, non per le sue qualità né per la sua proiezione nel futuro.
Al contrario, i tentativi di spoliazione dell’oro, fondi e territori non sono disegnati per essere temporanei. Ed è lì dove la strategia avanza nel suo pieno per tentare di usurpare beni dello Stato.
Si tratta di un’organizzazione di attori visibili e invisibili: governi, giudici, avvocati, multinazionali, operatori politici, che, congiuntamente, si muovono tra le acque dell’embargo economico e l’assalto al potere, per ripartirsi i beni del paese, ridisegnarlo oggi e nel futuro.
Guaidó ha ancora un suo ruolo in questo schema come ingranaggio per giustificare legalmente, per esempio, il possibile sequestro definitivo dell’oro nella Banca d’Inghilterra. Il Governo fantasma che dice di capeggiare è in realtà una legittimazione del furto che stanno concretizzando.
Trump pensa di cambiare strategia verso il Venezuela, come si è vociferato?
Risulta difficile affermarlo, in particolare perché le sue dichiarazioni sono oggi, più che mai, marcate dalla campagna elettorale. Quello che è sicuro è che il meccanismo di spoliazione sta dando frutti e che, a meno di cinque mesi dalla contesa presidenziale non farà un cambiamento pubblico di politica che gli metta a rischio i voti.
Fonte
25/06/2015
È scontro tra Venezuela e Colombia per zona contesa
È di nuovo tensione fra i governi di Colombia e Venezuela. Dopo gli scontri tra gli ex presidenti Uribe e Chávez, circa i presunti legami del chavismo con le Farc, ora è la volta della rinnovata contesa per la zona marittima de La Guajira, i cui confini non sono stati ancora demarcati da una commissione bilaterale, secondo quanto prevede un trattato vigente. I negoziati per le frontiere marittime sono sospesi da sei anni.
Negli ultimi giorni si è assistito a un botta e risposta di note ufficiali tra i Ministeri degli Esteri e di dichiarazioni a distanza dei capi di Stato Nicolas Maduro e Juan Manuel Santos in seguito a un decreto del presidente venezuelano, il quale stabilisce “zone operative di difesa integrale marittima e insulare” e prevede anche l’invio di truppe nelle zone contese tra i due paesi e tra Venezuela e Guyana. “Si riconosce l’esistenza di aree marittime ancora da delimitare”, dice l’atto firmato dal presidente, che “richiedono l’attenzione dello Stato venezuelano fino a che non si stabilisca una demarcazione definitiva in modo amichevole”.
Il provvedimento era volto a riaffermare la sovranità nella Esequiba, una zona di un’estensione pari a mezza Italia contesa alla Guyana, poiché il governo guyanese sorretto da Ue e Stati Uniti aveva appena autorizzato l’esplorazione petrolifera della zona a una multinazionale statunitense. Tuttavia era oggetto del decreto anche La Guajira. Ciò ha provocato le proteste formali colombiane, nelle quali si condanna l’azione unilaterale venezuelana sulla zona. Maduro ha definito “esagerata” la protesta colombiana, ed ha risposto con l’invito a riprendere i lavori della Commissione Binazionale di Alto Livello (Coban), per dirimere la questione. Santos ha risposto accettando la proposta venezuelana, ma ha puntualizzato: “Vogliamo che rispondano al contenuto della nostra protesta, che ci diano spiegazioni e che rettifichino il contenuto di quel decreto, e allora, molto volentieri convocheremo la Coban per continuare a negoziare una soluzione a questo problema”.
La risposta scritta da Caracas recitava: “La Repubblica Bolivariana del Venezuela è sorpresa dal tenore delle dichiarazioni del Governo della Colombia, che si scandalizza ed esagera i ricatti e le menzogne mediatiche che cercano di sostituire i validi canali diplomatici e il dialogo dovuto fra paesi vicini”.
Nella nota, tuttavia, si ribadisce l’accordo circa la convocazione della Commissione Binazionale e si “ratifica i vincoli di amicizia e unione tra entrambe le repubbliche”, non prima di sottolineare che il Venezuela “ha rispettato, rispetta e rispetterà tutti i trattati internazionali validamente firmati” e di ripudiare “le campagne antivenezuelane cariche di odio che, da Bogotà, sottoscrivono e promuovono elementi oligarchici locali”. “È nel dialogo leale e fraterno che troveremo la strada per rapporti di rispetto e uguaglianza”, conclude la nota.
Fonte
Negli ultimi giorni si è assistito a un botta e risposta di note ufficiali tra i Ministeri degli Esteri e di dichiarazioni a distanza dei capi di Stato Nicolas Maduro e Juan Manuel Santos in seguito a un decreto del presidente venezuelano, il quale stabilisce “zone operative di difesa integrale marittima e insulare” e prevede anche l’invio di truppe nelle zone contese tra i due paesi e tra Venezuela e Guyana. “Si riconosce l’esistenza di aree marittime ancora da delimitare”, dice l’atto firmato dal presidente, che “richiedono l’attenzione dello Stato venezuelano fino a che non si stabilisca una demarcazione definitiva in modo amichevole”.
Il provvedimento era volto a riaffermare la sovranità nella Esequiba, una zona di un’estensione pari a mezza Italia contesa alla Guyana, poiché il governo guyanese sorretto da Ue e Stati Uniti aveva appena autorizzato l’esplorazione petrolifera della zona a una multinazionale statunitense. Tuttavia era oggetto del decreto anche La Guajira. Ciò ha provocato le proteste formali colombiane, nelle quali si condanna l’azione unilaterale venezuelana sulla zona. Maduro ha definito “esagerata” la protesta colombiana, ed ha risposto con l’invito a riprendere i lavori della Commissione Binazionale di Alto Livello (Coban), per dirimere la questione. Santos ha risposto accettando la proposta venezuelana, ma ha puntualizzato: “Vogliamo che rispondano al contenuto della nostra protesta, che ci diano spiegazioni e che rettifichino il contenuto di quel decreto, e allora, molto volentieri convocheremo la Coban per continuare a negoziare una soluzione a questo problema”.
La risposta scritta da Caracas recitava: “La Repubblica Bolivariana del Venezuela è sorpresa dal tenore delle dichiarazioni del Governo della Colombia, che si scandalizza ed esagera i ricatti e le menzogne mediatiche che cercano di sostituire i validi canali diplomatici e il dialogo dovuto fra paesi vicini”.
Nella nota, tuttavia, si ribadisce l’accordo circa la convocazione della Commissione Binazionale e si “ratifica i vincoli di amicizia e unione tra entrambe le repubbliche”, non prima di sottolineare che il Venezuela “ha rispettato, rispetta e rispetterà tutti i trattati internazionali validamente firmati” e di ripudiare “le campagne antivenezuelane cariche di odio che, da Bogotà, sottoscrivono e promuovono elementi oligarchici locali”. “È nel dialogo leale e fraterno che troveremo la strada per rapporti di rispetto e uguaglianza”, conclude la nota.
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11/06/2015
Il Venezuela respinge le provocazioni di Exxon e Guyana
Ancora guerra fredda contro il Venezuela da parte dell’imperialismo. Questa volta a farsi strumento e tramite dell’aggressione sono la compagnia petrolifera Exxon Mobil e il nuovo Governo della Guyana presieduto dal Presidente Granger, che ha da poco tempo preso il posto di un esecutivo progressista che aveva permesso lo sviluppo di buone relazioni con Caracas.
L’oggetto del contendere è la scoperta, da parte della suddetta compagnia petrolifera, di un giacimento petrolifero sottomarino in un tratto di oceano conteso tra i due paesi. Venezuela e Guyana si contendono dalla fine dell’Ottocento la regione di confine dell’Esequibo, attualmente incorporata nella Guyana, di cui costituisce ben più della metà del territorio. Un accordo firmato nel 1966 e riconosciuto dall’ONU stabilisce ufficialmente come “pendente” la questione della sovranità sul tratto di mare dove la Exxon Mobil vuole trivellare; in violazione di tale accordo, la Guyana pretende di concedere comunque l’autorizzazione alla compagnia petrolifera, estendendo d’imperio i propri confini marittimi.
La tensione si è immediatamente innalzata, con il Venezuela che pretende, ovviamente, di far valere l’accordo del 1966 e la Guyana che accusa i rivali di sconfinamenti militari nel proprio territorio.
Il Presidente venezuelano Maduro ha ribadito che l’intera disputa territoriale va risolta con mezzi diplomatici ed ha esplicitamente accusato la Exxon Mobile di voler provocare e destabilizzare il proprio governo.
Insomma, siamo alle solite: l’imperialismo tenta di strumentalizzare anche le dispute territoriali locali per attaccare i paesi ad esso non allineati, provocando scontri spesso basati sul nulla, nella speranza che la miccia deflagri e si creino le condizioni per un intervento esterno diretto contro tali paesi.
Per quanto riguarda la Rivoluzione Bolivariana, aggressioni di questo tipo, che includono la guerra economica, l’utilizzo di bande di criminali o provocazioni come questa sono in corso da anni, senza sortire per ora l’effetto sperato, cioè porre fine alla rivoluzione stessa per riportare il paese in una condizione di semi-colonia.
Fonte
L’oggetto del contendere è la scoperta, da parte della suddetta compagnia petrolifera, di un giacimento petrolifero sottomarino in un tratto di oceano conteso tra i due paesi. Venezuela e Guyana si contendono dalla fine dell’Ottocento la regione di confine dell’Esequibo, attualmente incorporata nella Guyana, di cui costituisce ben più della metà del territorio. Un accordo firmato nel 1966 e riconosciuto dall’ONU stabilisce ufficialmente come “pendente” la questione della sovranità sul tratto di mare dove la Exxon Mobil vuole trivellare; in violazione di tale accordo, la Guyana pretende di concedere comunque l’autorizzazione alla compagnia petrolifera, estendendo d’imperio i propri confini marittimi.
La tensione si è immediatamente innalzata, con il Venezuela che pretende, ovviamente, di far valere l’accordo del 1966 e la Guyana che accusa i rivali di sconfinamenti militari nel proprio territorio.
Il Presidente venezuelano Maduro ha ribadito che l’intera disputa territoriale va risolta con mezzi diplomatici ed ha esplicitamente accusato la Exxon Mobile di voler provocare e destabilizzare il proprio governo.
Insomma, siamo alle solite: l’imperialismo tenta di strumentalizzare anche le dispute territoriali locali per attaccare i paesi ad esso non allineati, provocando scontri spesso basati sul nulla, nella speranza che la miccia deflagri e si creino le condizioni per un intervento esterno diretto contro tali paesi.
Per quanto riguarda la Rivoluzione Bolivariana, aggressioni di questo tipo, che includono la guerra economica, l’utilizzo di bande di criminali o provocazioni come questa sono in corso da anni, senza sortire per ora l’effetto sperato, cioè porre fine alla rivoluzione stessa per riportare il paese in una condizione di semi-colonia.
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