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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/08/2026

Manovre militari e tecnologie per missili all’Ucraina. I guerrafondai europei in cerca di “rogne”

La coalizione dei volenterosi guerrafondai europei tra ottobre e novembre terrà delle esercitazioni militari congiunte su vasta scala e a ridosso dell’Ucraina sotto la guida di Gran Bretagna e Francia. L’annuncio è stato dato da Macròn, durante il vertice della coalizione a Kiev.

“Le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità, e questo è molto importante. Si tratta di uno degli elementi chiave dei negoziati, quando l’Ucraina deciderà di avviarli. Ed è estremamente importante che lavoriamo collettivamente su questo aspetto”, ha sottolineato Macron.

La decisione di fare manovre militari sul campo, già di per sé pericolosa visto che la Russia non ha gradito affatto l’idea, fa il paio con un altra decisione altrettanto pericolosa sul piano dell’escalation nella guerra in Ucraina: quella di fornire tecnologie sensibili all’Ucraina per costruire missili a lungo raggio in grado di colpire in profondità la Russia.

Le esercitazioni militari dei “volenterosi” in Ucraina avranno un significato operativo. La Coalizione vuole dimostrare di essere in grado di mobilitare e coordinare rapidamente le proprie forze armate sul territorio ucraino qualora, dopo un eventuale cessate il fuoco, fosse necessario attuare le garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina. Il progetto della Coalizione non riguarda soltanto il sostegno militare a Kiev durante la guerra, ma anche la possibile costruzione di un dispositivo multinazionale da attivare dopo la cessazione delle ostilità.

L’Ucraina infatti riceverà nuovi aiuti militari, in particolare sistemi di difesa aerea e fondi per la produzione di droni.

Il governo di Londra ha autorizzato l’industria bellica Mbda a condividere informazioni riservate sui componenti britannici del missile a lungo raggio Scalp, consentendo a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del sistema missilistico direttamente sul territorio ucraino. Lo Scalp è la versione francese del missile britannico Storm Shadow e utilizza tecnologie condivise tra Francia e Regno Unito.

L’autorizzazione di Londra permetterà quindi a Parigi e Kiev di procedere con l’assemblaggio locale dei missili in grado di colpire in profondità la Russia. Una scelta che indubbiamente accresce e alimenta la percezione di una “minaccia esistenziale” da parte della Russia e presenta inquietanti interrogativi sulla eventuale “qualità” delle eventuali ritorsioni.

Il governo italiano intanto ha fatto sapere che “non parteciperà” alle esercitazioni di ottobre/novembre della coalizione dei Volenterosi annunciate da Macron. Fonti del governo ricordano come si tratti di una scelta in linea con la posizione italiana, che non prevede la presenza di soldati italiani in Ucraina.

Ma nella politica italiana c’è chi si oppone a questa decisione – di buon senso – del governo. Emblematicamente si tratta di esponenti del campo largo e dintorni. Tra questi c’è il senatore del PD Filippo Sensi che – perdendo l’occasione per tacere – ha definito la decisione come “emotiva e sbagliata”: “Non c’entra niente la pace e la Costituzione. Si tratta di lavorare insieme agli alleati europei. Tirarsi indietro è da furbastri o codardi”.

E poi non poteva mancare il guerrafondaio dei Parioli Carlo Calenda: “Considero questa decisione dell’Italia gravissima, sia dal punto di vista strategico, sia per il posizionamento del Paese nella costruzione della Nato europea di cui abbiamo bisogno. È l’ennesima dimostrazione di mancanza di coraggio del governo italiano”.

È evidente che la linea da seguire nella guerra in Ucraina rimane e sarà uno spartiacque politico, doloroso e dirimente contro i guerrafondai di ogni campo o schieramento politico.

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19/02/2026

Guerre di droni. Brigata britannica distrutta nel wargame della Nato

Il giornalista Kieran Kelly sul Telegraph ha raccontato come a maggio dello scorso anno, la NATO ha organizzato una esercitazione militare in Estonia denominata Hedgehog 2025. “È una prova di come l’Estonia e gli altri alleati della NATO risponderebbero insieme di fronte a una crisi”, è scritto nel sito ufficiale.

Lo stesso sito della Nato, precisa che: “Guidata dalle Forze di Difesa Estoni, Hedgehog 25 si concentra sul rafforzamento della postura difensiva dell’Estonia in stretto coordinamento con gli Alleati della NATO, in particolare Francia e Regno Unito. L’esercitazione dimostra il rapido dispiegamento delle truppe alleate sul territorio estone e la loro integrazione perfetta con le unità locali”.

A queste manovre hanno partecipato circa 16mila soldati di 11 paesi NATO (tra questi USA, Gran Bretagna, Germania, Francia), i quali hanno ingaggiato combattimenti simulati contro un piccolo battaglione ucraino, armato però di droni e intelligenza artificiale, in particolare con un software di gestione del campo di battaglia chiamato Delta, il quale utilizza i droni per raccogliere informazioni e pianificare l’attacco in frazioni di secondo.

Secondo quanto riferisce il Telegraph, il contingente NATO è stato annientato prima ancora di piazzare le tende. Un piccolo distaccamento di 10 soldati ucraini armati con droni pilotati da IA ha realizzato 30 attacchi in due ore annientando le truppe alleate e distruggendo 17 veicoli armati. L’unica dichiarazione che i giornali sono riusciti a strappare a un comandante NATO rimasto anonimo è “we are fucked”. Siamo fottuti.

Il problema è che i droni usati dal battaglione ucraino non erano droni militari da milioni di dollari, ma droni che si possono comprare su Temu a 40 euro, modificati con accessori stampati in 3D a costo irrisorio. Questi droni a prezzi stracciati, vengono prodotti dalla Cina.

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18/02/2026

Manovre militari congiunte Iran-Russia-Cina davanti alla flotta Usa

Vista da lontano, raccogliendo le informazioni disponibili sui media internazionali – meno su quelli italiani, fermi alla propaganda di derivazione Usa – le cose intorno all’Iran non sono molto tranquillizzanti.

Sappiamo tutti da settimane che una flotta militare statunitense è arrivata nell’oceano Indiano, al largo dello stretto di Hormuz, per “fare pressione” sull’Iran nel mentre si tengono colloqui indiretti inizialmente incentrati sul potenziale nucleare del paese. Il loro scopo è come sempre quello di impedire che l’Iran arrivi a possedere l’atomica e quindi fare da effettivo contraltare militare in Medio Oriente a Israele (che un arsenale nucleare lo ha costruito grazie all’Occidente e in barba ad ogni trattato internazionale di “non proliferazione nucleare”).

Strada facendo, però, l’amministrazione Trump ha preteso che si parlasse anche di missili convenzionali, che attualmente sono la principale forma di “deterrenza” nei confronti dell’aggressività israeliana e statunitense (come si è visto negli ultimi due anni). L'obiettivo su questo capitolo è chiaro: rendere Teheran incapace di rispondere ad eventuali attacchi, e quindi consegnarsi nuda a tutte le “cattive intenzioni” occidentali.

È un paese petrolifero come il Venezuela, altrettanto – ma molto diversamente – indipendente e geloso delle proprie prerogative. Fa gola ma rischia di andare per traverso. Meglio renderlo debole... 

La flotta statunitense verrà presto rinforzata dall’arrivo di una seconda portaerei (con annessa squadra di sostegno), la Gerald Ford, fin qui schierata proprio per effettuate l’attacco a Caracas e il rapimento di Maduro.

Non che il potenziale già schierato fosse di poco conto, comunque. Attualmente la portaerei USS Abraham Lincoln incrocia al largo della costa nord-orientale dell’Oman. La Lincoln è dotata tra l’altro di caccia F-18 e F-35, accompagnata da tre cacciatorpediniere, la Frank E. Petersen Jr., la Michael Murphy e la Spruance.

Nello Stretto di Hormuz operano fra l’altro altre due cacciatorpediniere statunitensi, la McFaul e la Mitscher. Altre tre unità navali da combattimento – la Santa Barbara, la Tulsa e la Canberra – si trovano a nord del Qatar, tra la costa meridionale della Repubblica islamica e la Penisola arabica.

Presso le basi di Al Kharj, in Arabia Saudita, Al Udeid, in Qatar, e Al Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti, gli Usa hanno posizionato droni, unità di sorveglianza aerea e cacciabombardieri. Altri 12 caccia F-15 statunitensi si trovano invece presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania.

L’intenzione, secondo gli esperti militari, è trasparente: nel caso i colloqui fallissero – ossia se l’Iran rifiutasse di piegarsi completamente alle richieste Usa – Trump potrebbe ordinare un attacco di lunga durata, misurabile in settimane, pur senza mettere stabilmente gli “stivali sul terreno”. Al massimo qualche rapida incursione mirata, tipo quella di Caracas, perché già la fuga dall’Afghanistan aveva dimostrato che gli Usa non sono più in grado di sostenere conflitti di lunga durata, su più fronti, neanche contro un nemico assolutamente privo di mezzi militari corrispondenti.

La domanda che restava sospesa era: e l’Iran che fa?

Ma soprattutto: Cina e Russia, soci di Tehran nei Brics, assisteranno in silenzio a quest’altro colpo di mano Usa verso un alleato molto differente da sé ma comunque importantissimo nell’equilibrio generale di entrambi (la Cina è cliente per l’80% del petrolio iraniano)?

È passata quasi sotto silenzio, come una normale attività diplomatica, il fatto che Mosca e Pechino abbiano in questi giorni inviato navi da guerra per partecipare insieme all’Iran alle esercitazioni navali ‘Maritime Security Belt 2026’ nello Stretto di Hormuz.

Le esercitazioni trilaterali, avviate dalla Marina iraniana, mirano ufficialmente a “rafforzare la sicurezza marittima, migliorare la cooperazione contro la pirateria e il terrorismo marittimo e condurre operazioni di soccorso coordinate”, come confermato dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolai Patrushev.

Durante queste esercitazioni, dice la tv pubblica iraniana Irib, “Parti dello Stretto di Hormuz saranno chiuse per rispettare i principi di sicurezza e navigazione”, senza specificare né la portata né la durata di questo provvedimento. È avvenuto ieri, comunque... 

Riassumendo: per lo stretto di Hormuz transita il 20% del traffico petrolifero mondiale, visto che ci passano le petroliere che fanno il pieno in Iraq, Iran, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar.

In questo “acquario” ad alta intensità di interessi strategici, due flotte non proprio in ottimi rapporti stanno in queste ore manovrando ognuna per proprio contro, facendo forse finta di ignorarsi ma restando in ascolto/osservazione continua di quel che combinano gli avversari. Non è questione di forza militare dispiegata in questo momento, ma di segnale politico.

Inutile dire che già l’Iran da solo rappresenta un osso non proprio tenero, anche se non all’altezza della potenza statunitense – non ha l’atomica, che sta ormai diventando per tutti una sorta di “assicurazione sulla vita” e sull’indipendenza reale – ma in grado di provocare danni seri ad un apparato militare che poggia al momento su un consenso popolare bassissimo per il “commander in chief”. Quello che ha bisogno di “vittorie a costo zero”, altrimenti l’equazione interna cambia...

Ovvio anche che Pechino e Mosca non intendono affatto “incrociare il ferro” in questo momento con Washington. Hanno i loro interessi e obbiettivi da salvaguardare, ma il fatto che abbiano confermato “le manovre congiunte” con Tehran – nel “linguaggio del corpo” tra superpotenze – ha un significato preciso: “stai superando la soglia della nostra pazienza”.

È poco? Ai “geopolitici da tastiera”, rivoluzionari o meno che si considerino, qualsiasi cosa in meno di uno scontro militare diretto appare una “resa”.

Dicevano così anche del “basso profilo” con cui Mosca aveva risposto al progressivo allargamento della Nato ad Est. Poi, però...

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14/12/2025

Iran - Prime manovre militari congiunte della SCO

L’ultima riunione della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) lo scorso settembre, aveva restituito piuttosto chiaramente la sensazione di un cambio di passo da parte di un organismo internazionale “alternativo” al blocco euroatlantico. Quello che viene definito Sud Globale negli ultimi tempi si va orientando su scelte più assertive sul piano politico e militare e non solo su quello economico (una sfera in qualche modo delegata esclusivamente ai Brics+).

Per la prima volta i paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai terranno delle manovre militari in Iran, un paese reduce dallo scontro diretto con Israele nei mesi scorsi, da decenni nel mirino degli Stati Uniti e sottoposto a sanzioni anche da parte dell’Unione Europea.

Un articolo di The Cradle che riproduciamo qui di seguito, riassume il significato delle manovre militari sul territorio iraniano.

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L’Iran ospita la prima esercitazione SCO sul suo territorio, segnando una nuova era per la sicurezza euroasiatica.

Il 1° dicembre, nella turbolenta provincia iraniana dell’Azerbaigian Orientale, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha aperto i cancelli della sua base a un raduno senza precedenti: le forze speciali dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) erano arrivate per dare il via a “Sahand-Antiterror-2025”, un’esercitazione antiterrorismo di cinque giorni nell’ambito della Struttura Antiterrorismo Regionale della SCO.

Al termine delle esercitazioni, il 5 dicembre nella città nordoccidentale di Khoy, l’Iran non solo aveva dimostrato la sua prontezza militare, ma aveva anche segnalato un cambiamento radicale nei suoi schieramenti regionali. Alla presenza di tutti gli Stati membri, tra cui Bielorussia, Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan, erano presenti anche osservatori provenienti da Azerbaigian, Iraq, Oman e Arabia Saudita, con l’Iran che ha dimostrato di essere pienamente integrato nel blocco di sicurezza emergente dell’Eurasia.

I partecipanti hanno dimostrato le loro vaste competenze nella lotta al terrorismo e all’estremismo. Nel corso di cinque intense giornate, hanno dato prova della loro competenza nel salvataggio di ostaggi, nello sgombero delle frontiere, negli attacchi con droni, negli attacchi con elicotteri e nella stabilizzazione, il tutto mentre venivano sparati proiettili veri.

Dalla partecipazione simbolica all’affermazione strategica

L’esercitazione ha messo in mostra le armi e le attrezzature più recenti dei Paesi partecipanti, migliorando così la loro capacità di collaborare per affrontare le minacce che attraversano i confini nazionali. È stata un’occasione per condividere esperienze, incoraggiare la cooperazione e aumentare gli sforzi multilaterali tra gli Stati membri della SCO per affrontare le minacce terroristiche.

La scelta della sede iraniana per l’esercitazione militare della SCO ha permesso ai rivali storici India e Pakistan di condividere il campo e di evitare una grave frattura all’interno dell’organizzazione.

Sajjad Azhar, analista veterano di Islamabad, ha dichiarato: “È fondamentale riconoscere che, tra i Paesi più colpiti dal terrorismo, il Pakistan si distingue come membro di spicco della SCO, che sta subendo le profonde ripercussioni di questa sfida”.

Azhar sottolinea che, se l’esercitazione si fosse tenuta in Pakistan, l’India avrebbe potuto rinunciarvi, esacerbando le tensioni all’interno della SCO. L’Iran, territorio neutrale per questi rivali dell’Asia meridionale, ha permesso a entrambi di partecipare senza interruzioni.

Un’esercitazione antiterrorismo rivolta all’Occidente

Ma la tempistica e il luogo avevano anche un intento più profondo. Funzionari e commentatori iraniani hanno inquadrato Sahand-2025 come un avvertimento alle potenze occidentali. Azhar afferma che le esercitazioni antiterrorismo della SCO segnano una svolta importante per l’Iran, che ha aderito al gruppo nel 2023.

Le tattiche antiterrorismo della SCO hanno ostacolato i tentativi di Stati Uniti e Unione Europea di etichettare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come Organizzazione Terroristica Straniera. L’esercitazione ha evidenziato che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica è ben lungi dall’essere un’organizzazione terroristica; al contrario, si pone come una formidabile forza antiterrorismo, considerata una solida linea di difesa contro le minacce terroristiche regionali. Come aggiunge Azhar: “Questa esercitazione antiterrorismo invia un messaggio chiaro agli Stati Uniti e all’Occidente, sconvolgendo la loro percezione della SCO come un’alleanza economica piuttosto che una coalizione militare. Esercitazioni di questa natura, attualmente classificate come antiterrorismo, potrebbero presto ampliare il loro ambito di applicazione per includere qualsiasi Stato avversario ritenuto pertinente alla definizione di terrorismo. Di conseguenza, le iniziative condotte dalla SCO, riconosciuta come la più grande organizzazione regionale per popolazione e che rappresenta un quinto del PIL mondiale, avranno senza dubbio un impatto significativo”.

Sicurezza interna, alleanze esterne

Sul fronte politico, l’Iran mira a sfruttare l’influenza della SCO per dimostrare il suo allineamento con importanti attori eurasiatici e dissipare la percezione di isolamento. La prima esercitazione antiterrorismo della SCO in assoluto mira a trasmettere un messaggio piuttosto che a dimostrare semplicemente la propria potenza militare. Teheran mira a presentarsi come un attore sulla scena globale, dimostrando di possedere una reale capacità multilaterale per affrontare le questioni di sicurezza regionale.

Zahir Shah Sherazi, vicepresidente esecutivo di BOL News, informa che l’esercitazione antiterrorismo della SCO in Iran è un evento di importanza strategica: “Sebbene non possa essere classificata come un’esercitazione militare su larga scala in termini di portata e intensità, ha indubbiamente inviato un messaggio da parte di Teheran e degli Stati membri della SCO agli Stati Uniti e ai suoi alleati, a significare che l’Iran non è più isolato ed è un alleato importante per le nazioni della Regione”.

Sherazi afferma che l’Iran ha beneficiato di questa esercitazione grazie al suo allineamento con il blocco eurasiatico e, sebbene la SCO non svolga un ruolo militare, lo svolgimento di questa esercitazione nella provincia iraniana dell’Azerbaigian orientale rappresenta un messaggio per il mondo occidentale e un sostegno morale per l’Iran.

L’esercitazione ha rafforzato la posizione dell’Iran come attore chiave per la sicurezza in Eurasia, sfruttando la sua influenza nella SCO per salvaguardare rotte vitali come il Corridoio Nord-Sud, che si estende dal Caspio al Golfo Persico, e i collegamenti con il Caucaso e l’Asia Centrale.

In un’intervista al Tehran Times, Kazem Gharibabadi, Vice Ministro degli Esteri iraniano per gli Affari Legali e Internazionali, ha dichiarato che l’organizzazione delle esercitazioni Sahand da parte dell’Iran è stata un’iniziativa volta a “l’allineamento e la costruzione di una coalizione in linea con una nuova architettura per la sicurezza regionale”.

Il 2 dicembre, il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha sottolineato che le estese esercitazioni congiunte antiterrorismo inviano un segnale forte ai principali attori del settore. Le esercitazioni rivelano una forte determinazione delle nazioni indipendenti a proteggersi dalla pesante mano dell’oppressione in tutto il Mondo.

Ghalibaf ha osservato che le esercitazioni dimostrano una forte determinazione delle nazioni indipendenti a proteggersi dall’oppressione globale, evidenziando la costante traiettoria ascendente delle dirigenze di difesa dell’Iran e gli sforzi di collaborazione con altri Paesi della Regione.

Integrazione euroasiatica e messaggio postbellico

Intervenendo a una conferenza stampa il 2 dicembre, il Generale di Brigata Vali Ma’dani, vicecomandante delle operazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e responsabile dell’esercitazione, ha sottolineato l’enorme importanza delle “Esercitazioni congiunte antiterrorismo Sahand-2025”, poiché l’Iran è costantemente in prima linea nella lotta contro il terrorismo e le fazioni terroristiche. Ha sottolineato che l’esercitazione congiunta antiterrorismo Sahand-2025 si tiene in Iran dopo la guerra di 12 giorni con Israele a giugno, il che la rende di fondamentale importanza.

Il comandante ha dichiarato: “Abbiamo assistito alla tragica perdita di 17.000 nostri cittadini, tra cui donne e bambini, per mano di questi terroristi, e siamo pronti ad affrontare il terrorismo a testa alta”.

La scelta dell’Azerbaigian Orientale, una Regione con una presenza militante Curda attiva e con correnti nazionaliste Azere, trasmette anche un messaggio di chiusura. Con fazioni Curde attive lungo i confini settentrionali dell’Iran con Armenia e Azerbaigian, inclusa l’enclave di Naxcivan, e accusate di contrabbando di armi transfrontaliero, l’esercitazione Sahand rafforza la determinazione di Teheran a reprimere la militanza separatista.

Sherazi racconta che il sotto testo dell’esercitazione ha probabilmente destabilizzato sia i ribelli Curdi che i militanti azeri, poiché questa esercitazione militare è indubbiamente focalizzata sui gruppi militanti del Nord-Est, che potrebbero percepire una minaccia nell’allineamento dell’Iran con Armenia e Azerbaigian: “L’obiettivo principale del meccanismo antiterrorismo della SCO è l’Afghanistan, dove i gruppi militanti operano liberamente, rappresentando una minaccia significativa per Cina, Pakistan, Iran e Paesi dell’Asia Centrale. L’imminente guerra al terrorismo sarà combattuta in territorio afghano”.

Spiegando ulteriormente, osserva che l’Iran vuole che questo evento serva da leva per stabilire legami con gli stati dell’Asia Centrale, soprattutto alla luce degli sviluppi in corso in Afghanistan.

“Questa iniziativa della SCO ha dato impulso alle alleanze regionali tra Pakistan, Cina, India, Iran, Russia e le repubbliche dell’Asia Centrale, tra cui Bielorussia, Tagikistan e Uzbekistan, sotto l’egida del formato di Mosca. Sebbene sia prematuro in questa fase ipotizzare che questo meccanismo antiterrorismo possa evolversi in una forma di cooperazione militare, tale possibilità non può essere del tutto esclusa”.

Verso una futura alleanza militare SCO

Oltre agli obiettivi immediati di lotta al terrorismo, l’esercitazione Sahand-2025 potrebbe gettare le basi per un’integrazione militare più ambiziosa.

Con la partecipazione di Bielorussia e Uzbekistan, e con membri potenti come Cina e Russia che assumono ruoli di primo piano, l’esercitazione ha proiettato un fronte eurasiatico in crescita, pronto a contrastare collettivamente le minacce esterne.

Per l’Iran, le esercitazioni hanno rappresentato un rifiuto degli sforzi di isolamento occidentali e una riaffermazione del suo orientamento strategico verso Est.

di F.M. Shakil, scrittore pakistano che si occupa di questioni politiche, ambientali ed economiche, e collabora regolarmente con Akhbar Al-Aan a Dubai e Asia Times a Hong Kong. Scrive ampiamente sulle relazioni strategiche tra Cina e Pakistan, in particolare sulla Nuova Via della Seta di Pechino, un progetto da mille miliardi di dollari (852 miliardi di euro).

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07/12/2025

Giochi di guerra italiani nel deserto del Qatar

di Antonio Mazzeo

Il 20 novembre scorso si sé conclusa presso il poligono di Al Qalayil l’esercitazione militare internazionale “Ferocious Falcon 6”, condotta dal ministero della Difesa italiano con personale di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri, insieme alle forze armate di Francia, Gran Bretagna, Qatar, Stati Uniti e Turchia.

“Giunta alla sesta edizione, l’esercitazione è stata organizzata dalle autorità militari del Qatar e, per l’Italia, dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI)”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “L’obiettivo è stato quello di incrementare l’integrazione, l’interoperabilità e la capacità di risposta congiunta nell’area del Golfo”.

I war games sono consistiti in operazioni di “integrazione dei posti di comando” e attività addestrative a fuoco. Nello specifico, uomini e mezzi della Brigata Meccanizzata “Aosta” (con comando e sede in Sicilia) hanno svolto esercitazioni di combattimento in ambiente desertico, con l’impiego di piattaforme terrestri di nuova generazione. In parallelo, l’Aeronautica Militare ha simulato attacchi impiegando i cacciabombardieri “Eurofighter” e i grandi aerei cargo KC-767A per il rifornimento in volo.

“Ferocious Falcon 6” si è conclusa con un seminario internazionale dedicato alle principali sfide militari contemporanee; gli ufficiali italiani sono intervenuti nel panel sulla Guerra Elettronica, “illustrando gli strumenti per la protezione dello spettro elettromagnetico”.

Alla giornata finale erano presenti i vertici delle forze armate qatarine e le delegazioni militari dei Paesi partecipanti (per l’Italia il vicecomandante del COVI, l’ammiraglio Giacinto Sciandra). Ospite d’onore il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita ufficiale in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti per rafforzare la cooperazione nel settore militare.

A Doha, Crosetto ha incontrato lo sceicco Saoud bin Abdulrahman Al Thani, vice premier e ministro della Difesa del Qatar.

“Il Qatar è un mediatore che ha svolto un ruolo di primo piano nella crisi di Gaza e sta attualmente mediando in altre crisi, confermandosi un partner capace e affidabile nei processi di dialogo e di de-escalation, in grado di fornire un contributo significativo alla stabilità regionale”, ha enfatizzato Guido Crosetto a conclusione del meeting con Al Thani. “È emersa una comune volontà di consolidare i già profondi legami di amicizia, di lavorare insieme per la pace in Medio Oriente e di rafforzare l’eccellente cooperazione in corso tra le nostre forze armate e l’industria della difesa”.

Ancora più complessa l’esercitazione bilaterale “NASR 2025” condotta nelle prime due settimane di novembre dall’Esercito Italiano e dalle Qatar Emiri Land Forces, ancora una volta nel poligono desertico di Al Qalayil.

La “NASR 2025”, sotto la supervisione dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha visto la partecipazione di oltre 500 militari della Brigata Meccanizzata “Aosta” e di altri reparti provenienti da tutta Italia.

“L’attività addestrativa è culminata con un’esercitazione di Gruppo Tattico pluriarma in un contesto warfighting a guida 6° Reggimento bersaglieri, con l’impiego delle nuove piattaforme blindo “Centauro 2” del 6° Reggimento Lancieri di “Aosta”, col supporto di fuoco dei Reggimenti di Artiglieria 8° “Pasubio” e 52° “Torino”, del 4° Guastatori e 6° Pionieri, del 185° Reggimento Paracadutisti e degli aeromobili a pilotaggio remoto (droni) del 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone””, riporta in nota lo Stato Maggiore dell’Esercito.

I war games con le forze terrestri dell’Emirato sono state un’importante occasione per testare e proporre al florido mercato del Medio Oriente alcuni dei nuovi sistemi d’arma prodotti dalle aziende leader del comparto militare industriale nazionale.

“Durante tutto il periodo di permanenza in Qatar è stata condotta, a cura del Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito (COMVIE), un’intensa attività di sperimentazione sul campo di una serie di tecnologie attualmente ritenute di forte interesse per l’incremento delle capacità operative della Forza Armata”, spiegano i vertici dell’Esercito.

In particolare, in occasione delle esercitazioni a fuoco sono stati impiegati, oltre ai blindo da combattimento 8×8 “Centauro 2” del Consorzio CIO (IVECO-Oto Melara), i nuovi munizionamenti di artiglieria a lunga gittata per obici da 155mm “Vulcano”, prodotti negli stabilimenti di Leonardo SpA. “Organizzata dal IV Reparto Logistico dell’Esercito, l’attività di validazione ha messo in luce l’efficacia del munizionamento, che può attingere obiettivi posti a oltre settanta chilometri di distanza”, aggiunge lo Stato Maggiore. “Nella versione a guida GPS a lungo raggio, il “Vulcano” ha messo in evidenza l’eccezionale precisione sui punti determinati da un Team di Forze Speciali del 185° Reggimento Acquisizione Obiettivi”.

In occasione di “NASR 2025” sono stati massicciamente impiegati pure i nuovi obici semoventi PZH 2000 da 155/52mm, che l’Esercito italiano ha acquistato dal consorzio tedesco formato dalle aziende Krauss-Maffei Weggmann e Rheinmetall. Verificata sul campo di battaglia anche “l’efficacia” dello scambio rapido delle informazioni e l’integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2) e di gestione del fuoco di diversa tipologia, schierati in Qatar, a Bracciano (Roma) e nel poligono di Monte Romano (Viterbo), grazie ai collegamenti satellitari digitali realizzati dal 2° Reggimento Trasmissioni Alpino di stanza a Bolzano.

Anche la Marina Militare italiana ha rafforzato la propria presenza in Qatar nel corso dell’ultimo anno. A metà giugno, la fregata missilistica “Antonio Marceglia” (unità del progetto multi-missione italo-francese FREMM, realizzata da Fincantieri SpA) ha effettuato una sosta tecnico-logistica nel porto di Doha. “L’importanza di questo passaggio in Qatar è cruciale: tra i Paesi europei, l’Italia è il primo partner commerciale dell’emirato, dove le aziende tricolori sono protagoniste da tempo”, scrive con malcelata enfasi lo Stato Maggiore della Marina.

La sosta nella capitale qatarina si è rivelata strategica per promuovere obici e cannoni navali, sistemi radar e tecnologie elettroniche Made in Italy. “Questa nave è ambasciatrice di tecnologia, know how, eccellenza del Sistema-Paese Italia”, ha dichiarato Paolo Toschi, ambasciatore d’Italia in Qatar, in visita alla fregata missilistica. “Il confronto tra il mondo militare italiano e quello qatariano è una costante della crescita del legame fra i due Paesi, con un percorso unito di interscambi, esercitazioni, confronti, programmi educativi e, naturalmente, progetti industriali di rilievo”.

A marzo 2025 era stata un’altra fregata multi-missione FREMM – la “Luigi Rizzo” – ad approdare a Doha. “La sosta di Nave Rizzo è un’importante occasione per favorire lo scambio di esperienze, rafforzare i legami istituzionali e promuovere un dialogo costruttivo sui temi della difesa e della sicurezza”, riportava con l’immancabile enfasi il Comando della Marina Militare italiana. “La presenza della Fregata in Qatar è parte delle attività di cooperazione internazionale della Difesa. L’obiettivo è rafforzare la sinergia con le forze armate del Qatar nelle operazioni di sicurezza marittima, con particolare attenzione alla protezione delle rotte commerciali e alla stabilità regionale”.

Fonte

18/09/2025

Varsavia chiude le frontiere e si strangola da sola

Un vecchio proverbio popolare descrive in modo crudo l’idiozia di un marito che vuole fare un grosso dispetto alla moglie. Torna inevitabilmente alla mente guardando quel che sta facendo una certa “Europa”, quella collocata ad est.

Non paghi della figuraccia internazionale fatta con la storia dell’“assalto russo” con droni – almeno nelle sedi che contano, i media italioti si bevono di tutto... – i dirigenti polacchi più “europeisti”, guidati da Donald Tusk, hanno preso due decisioni importanti: l’organizzazione di manovre militari al confine con la Bielorussia (in contemporanea con le esercitazioni Zapad, dall’altra parte) e la completa chiusura dei confini con Minsk, oltre che con l’exclave di Kaliningrad.

Sulle manovre, poche cose da dire, ma significative. Come tutte le esercitazioni di una certa importanza (numero dei soldati coinvolti), a quelle russe-bielorusse erano stati invitati i paesi membri dell’Osce (come prevedono i trattati).

Tra quanti hanno presenziato c’erano due alti ufficiali dell’aeronautica statunitense, più rappresentanti di Turchia e Ungheria. In pratica tre paesi della Nato, tra cui quello che guida, più altri venti paesi. Ha colpito in modo particolare la presenza alle manovre dell’India con 65 militari sul campo.

Per di più questi “ospiti” sono stati liberi di fare quello che volevano. «Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa. Potete andare, guardare, parlare con la gente», ha detto loro il ministro bielorusso Viktor Khrenin. Non male, per una “dittatura”. E comunque non risultano invitati “terzi” alle manovre della “democratica” Polonia...

Dovrebbe risultare interessante – anche se sottaciuta – la partecipazione simbolica di soldati indiani alle esercitazioni russe, segno che l’ormai debordante suprematismo occidentale sta convincendo il resto del mondo a cercare alleanze alternative, non solo sul piano economico.

Fin qui, comunque, siamo quasi nella norma. La chiusura dei confini, invece, sotto la grancassa della retorica militare nasconde un mezzo suicidio economico. Sia per Varsavia che per l’intera UE.

Come segnalano i giornali economici, questa decisione recide un’arteria commerciale da 25 miliardi di euro l’anno, visto che movimenta il 90% del traffico merci su rotaia tra la Cina e l’UE. E non ha neanche una scadenza temporale prevedibile (“il traffico verrà ripristinato una volta che il confine sarà pienamente sicuro”, dice il governo).

Ed era una rotta in rapida espansione, visto che i volumi di carico tra Cina e UE sono cresciuti del 10,6% nel 2024, mentre il valore delle merci è balzato di quasi l’85% a 25,07 miliardi di euro. Il corridoio rappresenta ora il 3,7% di tutto il commercio UE-Cina, in aumento dal 2,1% di un anno prima, praticamente il doppio.

A farne le spese immediatamente è la società PKP Cargo, controllata dallo stato polacco. Se la chiusura durasse a lungo, dicono gli amministratori, inevitabilmente quel traffico prenderebbe altre rotte (Kazakhstan, Turchia, ecc.) e ci resterebbe anche dopo un’eventuale riapertura.

La dimostrazione del delirio sta comunque nel fatto che soltanto una settimana prima l’azienda statale polacca aveva varato il suo primo treno merci Varsavia-Cina, trasportando merci da diversi paesi europei, destinata a cementare il ruolo della Polonia come hub e ad aumentare il profilo internazionale di PKP Cargo.

Come corollario immediato circa 10.000 autisti bielorussi impiegati da aziende di trasporti polacche (vengono pagati di meno, ovviamente) sono bloccati: non possono tornare a lavorare in Polonia, e neanche tornare a casa. Tutti i carichi sono fermi, comprese le spedizioni time-sensitive come medicine e alimenti.

La chiusura non è ovviamente piaciuta a Pechino, che ha mandato immediatamente il suo ministro degli esteri a Varsavia per incontrare il pari grado Radosław Sikorski (quel genio che aveva gioito sui social, ringraziando “l’America”, all’indomani dell’attentato al gasdotto Nord Stream, che portava gas russo a basso costo in Germania e in parte anche in Polonia).

Il portavoce polacco ha spiegato che “Durante i colloqui è stato messo molto in chiaro che in questa situazione, la logica del commercio, che è anche benefica per noi, sta per essere sostituita dalla logica della sicurezza”.

“E allora mangiatevi la sicurezza”, deve aver pensato la delegazione cinese (sono diplomaticamente corretti, certe cose non le dicono...).

Sarà un caso, ma subito dopo è stata ufficializzata l’apertura – da parte di Pechino – della “nuova Via della Seta” alternativa, che passa per il circolo polare artico. Questo sabato partirà dal porto di Quingdao la prima portacontainer, diretta a Rotterdam e Amburgo, lungo quella che è stata battezzata China-Europe Artic Express.

Sulla carta geografica appare un giro molto lungo, ma è una falsa prospettiva (la terra è sferica, le carte sono piatte); in realtà il viaggio durerà solo 18 giorni rispetto ai 28-40 necessari sulla rotta più antica, attraverso lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il canale di Suez.

Certo, in treno ci avrebbe comunque lo stesso tempo (18 giorni), forse con costi un po’ minori, “ma se volete suicidarvi, chi siamo noi per impedirvelo?”

A Varsavia, in effetti, sembrano contenti di fare quel che agli Usa piace di più. “Sono abbastanza sicuro che Washington sia più che felice di vedere le rotte chiuse – almeno temporaneamente – perché hanno fatto pressioni sull’Unione Europea per introdurre dazi aggiuntivi sulla Cina a causa delle esportazioni russe di petrolio e gas verso la Cina”, ha detto Piotr Krawczyk, ex capo dell’Agenzia per l’Intelligence Estera polacca. “Sono anche abbastanza sicuro che gli americani sorridano e sostengano il governo polacco nel non avere fretta di riaprirlo – almeno non molto presto”.

Il che è certamente vero, ma... siete sicuri che le merci importate da Pechino siano sostituibili in tempi brevi con merci Usa e che le vostre siano adatte a sostituire quelle cinesi che arrivano negli States? Se l’incastro non funziona – e, a occhio, non può funzionare, per lo meno in tempi economicamente accettabili – per Varsavia e la UE si apre un’altra fonte di crisi.

Ma se vi sentite “più sicuri” così...

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19/07/2025

Talisman Sabre: 40 mila militari a mostrare i muscoli contro la Cina

Sono cominciate il 14 luglio le attività dell’11esima edizione di Talisman Sabre, un’enorme esercitazione militare svolta ogni due anni in collaborazione tra Stati Uniti e Australia. Quest’anno sono stati però infranti alcuni record, che rendono questa Talisman Sabre un chiaro messaggio alla Cina, più di quanto non lo sia stato in passato.

Infatti, in questa occasione sono stati coinvolti ben 19 paesi, molti più del passato. Non mancano, ovviamente, unità di Giappone e India, che sono legati a Washington e Canberra nella cooperazione strategica di sicurezza chiamata QUAD. Ma ci sono anche militari europei provenienti da Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito. Malesia e Vietnam sono invitati come osservatori.

Si parla di un totale di quasi 40 mila uomini, che per la prima volta svolgeranno la propria attività oltre i confini australiani, in Papua Nuova Guinea. Durante le esercitazioni, l’Australia ha effettuato il suo primo lancio di HIMARS, armamenti appena acquistati dagli Stati Uniti, e testerà anche elicotteri Black Hawk.

Un potenziamento delle capacità militari australiane che, insieme alla portata dell’esercitazione che assume un orizzonte di intervento proiettato su tutto l’Indo-Pacifico, rappresenta un evidente segnale di prontezza bellica nei confronti delle forze armate del Dragone.

In queste settimane, nel settore, la tensione è tornata ad aumentare.
Le forze militari statunitensi hanno confermato di star monitorando una nave che da circa una settimana si è posizionata al largo delle isole Hawaii, la quale viene considerata una imbarcazione spia dell’Esercito Popolare cinese. La nave sarebbe lì per monitorare le attività nel Pacifico mentre, oltre a Talisman Sabre, si svolge anche un’altra esercitazione area stelle-e-strisce, la REFORPAC.

Intanto, va concludendosi anche un’altra iniziativa militare che è di sicuro interesse per Pechino: la Han Kuang. Tale esercitazione viene condotta da Taiwan sin dal 1984, ed è pensata per prepararsi a un possibile attacco cinese. Anche in questo caso, quest’anno si sono battuti tutti i record delle precedenti edizioni.

Per il doppio del tempo rispetto allo scorso anno (una decina di giorni a partire dal 9 luglio) sono stati mobilitati due volte i riservisti del 2024 (22 mila soldati circa). Solitamente vengono simulati assalti anfibi e la difesa della costa. In questo 2025 sono stati testati nuovi sistemi di difesa, compresi dei droni, ed è stata introdotta anche un’esercitazione per la “resilienza urbana”.

In sostanza, è stato attivato il sistema di allarme pubblico con l’invio di alert sui telefoni cellulari, e sono state azionate anche le sirene antiaeree. Sono state schierate squadre specializzate per salvaguardare infrastrutture critiche (porti, depositi di carburante e reti elettriche), mentre per la prima volta le truppe hanno usato la metropolitana per trasportare materiale bellico.

Insomma, il quadrante Indo-Pacifico si mostra ancora una volta come il settore in cui, in futuro, verranno spese sempre più risorse in una corsa alla militarizzazione che non preannuncia nulla di buono.

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28/04/2025

Si alza la tensione nel Mar Cinese Meridionale


I media cinesi lo scorso giovedì hanno riportato la notizia che la guardia costiera del Dragone “ha implementato il controllo marittimo ed esercitato la giurisdizione sovrana” sulla piccola isola di Sandy Cay. Una foto mostra alcuni ufficiali che tengono la bandiera della Cina su quel piccolo affioramento che fa parte dell’arcipelago Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.

I marinai cinesi avrebbero ripulito l’isola da rifiuti e detriti vari, ma vi si sarebbero recati anche “per raccogliere prove video di attività illegali rilevanti da parte delle Filippine”. Sandy Cay è sostanzialmente un banco di sabbia di un paio di centinaia di metri quadrati, ma la sovranità su di esso è contestata tra vari attori regionali, e oggi si trova al crocevia di importanti interessi geopolitici.

L’isola si trova vicina a Subi Reef, un atollo su cui Pechino è intervenuta artificialmente per renderlo adatto a posizionarvi installazioni militari. Anche Taiwan considera parte del proprio territorio alcune isole vicine, ma il nodo che solleva Sandy Cay riguarda soprattutto il rapporto cinese con le Filippine, e non solo per i diritti rivendicati su quelli che sono poco più che scogli.

A pochi chilometri da Sandy Cay, infatti, si trova l’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Secondo il diritto internazionale, essendo Sandy Cay una lingua di sabbia naturale, se considerata come territorio del Dragone allora l’isola di Thitu si troverebbe entro le 12 miglia nautiche del suo mare territoriale.

Una mossa del genere, svoltasi probabilmente a inizio del mese, non arriva ovviamente priva di motivazioni. Dal 21 aprile al 9 maggio le forze armate filippine stanno portando avanti l’annuale esercitazione militare con le forze statunitensi, denominata Balikatan. L’arcipelago Spratly ne è largamente interessato.

Già negli scorsi anni c’erano state una sorta di scaramucce tra le navi cinesi e quelle filippine intorno a Sandy Cay. Con la presidenza di Ferdinand Marcos Jr. i rapporti tra Manila e Washington sono andati stringendosi nuovamente, e il paese insulare si è preoccupato che la Cina non portasse avanti opere artificiali di ampliamento di quella striscia di sabbia, per renderla una nuova base.

Da parte del Dragone, invece, la minaccia è avvertita nel fatto che le forze filippine e statunitensi eseguiranno la prima simulazione di battaglia completa per punti critici come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale – dove ricordiamo che passa una fetta importante del commercio mondiale, assumendo un’importanza non solo geopolitica ma anche economica.

Inoltre, per la seconda volta dopo un test presso le Hawaii e per la prima volta al di fuori del territorio USA, verrà utilizzato il MADIS, un sistema terra-aria a corto raggio per il rilevamento e la neutralizzazione di sistemi aerei senza pilota, cioè di droni. L’obiettivo dei marines è di schierarne ben 195 entro il 2035, e ciò significa un’ulteriore militarizzazione dell’Indo-Pacifico.

James Hewitt, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riguardo alla vicenda cinese di Sandy Cay, ha dichiarato che “azioni come queste minacciano la stabilità regionale e violano il diritto internazionale”, e che si stanno consultando con i partner regionali per capire gli sviluppi della vicenda, con Manila che potrebbe voler rispondere in qualche modo.

Liu Dejun, portavoce della guardia costiera cinese, ha affermato che il corpo di cui è parte “continuerà a svolgere attività di protezione dei diritti e di applicazione della legge nelle acque sotto la giurisdizione della Cina in conformità con la legge e a salvaguardare risolutamente la sovranità territoriale del paese e i diritti e gli interessi marittimi”.

Continuano gli attriti in quello che molti analisti considerano come il più pericoloso e concreto teatro per una possibile precipitazione militare del rapporto tra Pechino e Washington.

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03/11/2024

New York Times: “l’esercito Usa prepara la guerra con la Cina”

L’Esercito degli Stati Uniti sta conducendo esercitazioni senza precedenti nella regione dell’Indo-Pacifico per prepararsi all’eventualità di un conflitto con la Repubblica Popolare Cinese.

A scriverlo è il “New York Times”, secondo cui le forze di terra statunitensi stanno effettuando manovre basate in parte sulle osservazioni del conflitto tra Ucraina e Russia, e in parte sulle peculiarità del teatro litoraneo che farebbe da scenario a un conflitto con la principale potenza asiatica.

Secondo alcuni analisti interpellati dal quotidiano statunitense, diversamente dal Corpo dei Marine e dalla Marina, l’Esercito americano non sarebbe pronto ad uno scontro sul campo con quello moderno e tecnologicamente avanzato di Pechino, sostenuto da una vasta rete satellitare.

Il “New York Times” descrive alcune delle manovre più recenti intraprese dall’Esercito Usa, e sottolinea come da queste esercitazioni emergano difficoltà operative e logistiche significative.

Secondo l’autrice del reportage, vista la crescente probabilità di uno scontro diretto con la Cina, il Pentagono sarebbe impegnato in uno sforzo straordinario per trasformare un esercito numeroso e goffo in una forza reattiva in grado di agire in modo rapido e coerente.

Per questo le truppe sarebbero impegnate in esercitazioni sempre più frequenti. Questo mese, ad esempio, 864 paracadutisti hanno effettuato prove di lancio in Alaska, ma solo la metà è riuscita a raggiungere con successo il punto di arrivo: alcuni degli aerei da trasporto tattico C-17 hanno riscontrato avarie ai portelloni, e alcuni dei paracadutisti hanno riportato slogature o traumi cranici. Un militare 19enne è rimasto gravemente ferito a causa della mancata apertura del suo paracadute principale.

Altre esercitazioni si sono svolte nel Pacifico, ad alcune decine di chilometri da Pearl Harbor, dove l’Esercito Usa ha effettuato prove di sbarco, mentre alle Hawaii si sono svolte esercitazioni di mimetizzazioni di veicoli e unità di comando e controllo.

Il Pentagono definisce lo scenario simulato da queste manovra una “guerra tra grandi potenze”, che comporterebbe un conflitto aperto tra le due forze armate più potenti del mondo, entrambe superpotenze nucleari, e con la possibile partecipazione di altri avversari dotati di armi nucleari come la Corea del Nord e la Russia. Di fatto uno scenario da guerra mondiale che verrebbe combattuto su vari fronti sia per terra, per mare e per aria.

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25/07/2024

Eurofighter italiano precipita durante le esercitazioni Nato in Australia

Mercoledì mattina un Eurofigheter Typhoon in dotazione dell’Aeronautica militare italiana è precipitato al suolo nel corso di un volo addestrativo sui cieli del Northern Territory, a circa 18 chilometri a sud-ovest del fiume Daly, in Australia.

Ancora ignote le cause che hanno provocato l’incidente, salvo il pilota che si è prontamente eiettato dal velivolo, nessun danno ulteriore registrato dalla caduta del mezzo.

In Australia è in corso l’esercitazione internazionale Pitch Black 24, iniziata il 12 luglio a Darwin e in via di conclusione il prossimo 2 agosto. Per l’Italia, oltre all’Aeronautica alle manovre partecipa anche la Marina.

Proprio l’Aeronautica, presente per la prima volta alle esercitazioni, aveva dichiarato per bocca del Generale di brigata Nannelli che “non vede l’ora di poter collaborare e lavorare con così tanti partner internazionali in quest’area del mondo, lontano dalla nostra patria”.

La Difesa ha fornito 21 velivoli per queste esercitazioni, in un territorio considerato sempre più strategico nel contesto di guerra attuale in cui si muove la Nato, considerato che si trova in posizione vantaggiosa in caso di intervento rapido rispetto a potenziali “hot spot” come lo Stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.

Organizzata dalla Royal Australian Air Force, alle esercitazioni partecipano 20 Paesi con oltre 140 aerei che si confrontano in una serie di scenari a carattere multidominio, carattere da cui deriva la presenza congiunta di diverse forze armate.

Non è il primo incidente che accade nell’area, considerato che nel luglio del 2023 quattro soldati australiani e nell’agosto dello stesso anno altri tre marines statunitensi erano deceduti in seguito a incidenti accaduti durante le esercitazioni.

Anziché continuare a servire supinamente gli interessi statunitensi e imperialistici che si annidano nella Nato, il governo italiano farebbe bene a ritirare gli oltre 10.000 soldati dispiegati nei vari angoli del mondo e a ridurre le spese per la guerra.

Un servilismo nei confronti del blocco euroatlantico, quello di Meloni, Crosetto & co., in perfetta linea di continuità con l’intera storia repubblicana del Paese, contro cui non può che porsi qualsiasi ipotesi di alternativa politica, economica e sociale che ambisce a migliorare le condizioni di chi vive, lavora e studia in Italia.

È su questo punto, insieme all’Unione europea e alla Palestina, che si giocheranno le vere prospettive politiche della prossima fase storica. Da una parte c’è la guerra, dall’altra la possibilità di un sistema alternativo alla barbarie causate dal capitalismo.

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09/06/2024

Manovre navali russe nel “cortile di casa” di Washington. Usa nervosamete sorpresi

Chi la fa se lo aspetti. Stavolta non saranno le navi militari statunitensi a mostrare muscoli e bandiere a ridosso dei confini altrui ma quelle russe a “manovrare” non lontano dalle coste statunitensi.

Le autorità cubane hanno infatti confermato che tre navi e un sottomarino a propulsione nucleare della Marina russa arriveranno sull’isola la prossima settimana.

Un comunicato delle Forze Armate pubblicato dal ministero degli Esteri di Cuba ha riferito della “visita ufficiale al porto dell’Avana” – che avverrà tra il 12 e il 17 giugno.

Anche l’agenzia russa Tass riferisce che un gruppo di navi militari russe arriverà in visita ufficiale nel porto dell’Avana il 12 giugno. “Dal 12 al 17 giugno 2024 ci sarà una visita ufficiale al porto dell’Avana da parte di un gruppo di quattro navi della Marina russa”, si legge nella dichiarazione.

Il gruppo è composto dalla fregata The Admiral Gorshkov, dal sottomarino nucleare The Kazan, dalla nave cisterna Akademik Pashin e dal rimorchiatore di salvataggio Nikolay Chiker. “Questa visita nasce dalle storiche relazioni amichevoli tra Cuba e la Russia ed è strettamente in linea con le regole internazionali”, ha sottolineato il Ministero della Difesa cubano. “Nessuna delle navi trasporta armi nucleari, quindi il loro attracco nel nostro paese non rappresenta una minaccia per la regione”.

La Russia aveva annunciato l’invio di navi da guerra e aerei militari nel Mar dei Caraibi per una serie di esercitazioni militari. Questa mossa è una risposta diretta al crescente sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina nel conflitto in corso.

Secondo alcuni funzionari del Pentagono, “la decisione della Russia di effettuare esercitazioni militari nei Caraibi non è avvenuta in un vuoto. Al contrario, riflette una risposta calcolata alle dinamiche internazionali in rapida evoluzione. Con Washington che ha recentemente permesso alle truppe ucraine di utilizzare missili e artiglieria americana per colpire il territorio russo, Mosca ha deciso di dimostrare la sua capacità di proiezione di forza su scala globale. Le esercitazioni nei Caraibi sono un chiaro segnale di questa volontà”.

Secondo le dichiarazioni dei funzionari statunitensi, che hanno parlato con la stampa sotto condizione di anonimato, le navi russe faranno probabilmente scalo nei porti di Cuba e Venezuela.

Questi paesi offriranno supporto logistico alle forze russe durante le manovre. Cuba e Venezuela sono alleati strategici della Russia in America Latina e la loro cooperazione ne è la dimostrazione.

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30/05/2024

Taiwan nel caos. Pechino ribadisce la linea di “una sola Cina”

Taiwan è reduce da giorni di tensione e caos. Già prima dell’insediamento del nuovo presidente del Partito Democratico Progressista Lai Ching-te, si è acceso lo scontro istituzionale con il Parlamento, dove l’opposizione, costituita dal Koumintang e dal Partito Popolare di Taiwan, è in maggioranza. È stato, infatti, presentato un disegno di legge che intende obbligare il Presidente e altri funzionari a riferire in parlamento rispetto ad alcuni temi caldi quali gli accordi diplomatici e acquisti di armi, fino ad ora rimasti segreti, pena sanzioni fino a 3 anni di carcere. Tale disegno di legge ha provocato le proteste all’esterno dell’aula parlamentare da parte degli indipendentisti e sostenitori del Partito Democratico Progressista.

Ad incendiare la situazione ci ha pensato, poi, il discorso d’insediamento del nuovo Presidente, che, si ricorda, è il primo della storia del paese ad essere stato eletto con meno del 50% dei voti, grazie alla divisione delle opposizioni.

“Abbiamo una nazione nella misura in cui abbiamo la sovranità. Proprio nel primo capitolo della nostra Costituzione si legge che la sovranità della Repubblica cinese risiede nell’insieme dei cittadini e che le persone che possiedono la nazionalità della Repubblica di Cina sono cittadini della Repubblica di Cina. Questi due articoli dicono chiaramente la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare Cinese non sono subordinate l’una all’altra. Tutto il popolo di Taiwan deve unirsi per salvaguardare la nostra nazione, tutti i nostri partiti politici dovrebbero opporsi all’annessione e proteggere la sovranità. Nessuno dovrebbe prendere in considerazione l’idea di rinunciare alla nostra sovranità nazionale in cambio del potere politico. Finché ci identifichiamo con Taiwan, Taiwan appartiene a tutti noi, a tutti i popoli di Taiwan indipendentemente dall’etnia. Alcuni chiamano questa terra la Repubblica di Cina altri la chiamano Repubblica di Cina Taiwan e altri ancora Taiwan”.

Si tratta chiaramente dell’esposizione di una teoria dei due stati separati, con tanto di sottolineatura sulla denominazione che, per altro, non coincide affatto nemmeno con la Costituzione di Taiwan.

Successivamente, Lai rincara la dose, affrontando il tema dei rapporti con la Repubblica Popolare: “Di fronte alle numerose minacce e tentativi di infiltrazione da parte della Cina, dobbiamo dimostrare la nostra determinazione nel difendere la nostra nazione e dobbiamo anche aumentare la nostra consapevolezza in materia di difesa e rafforzare il nostro quadro giuridico per la sicurezza nazionale. Ciò significa promuovere attivamente il piano d’azione dei quattro pilastri della pace: rafforzamento della difesa nazionale, maggiore sicurezza economica, leadership stabile basata sulla relazione tra le due sponde dello stretto e la diplomazia basata sui valori. Stando fianco a fianco con altri paesi democratici possiamo formare una comunità globale pacifica, in grado di dimostrare la forza della deterrenza e prevenire la guerra, in modo tale da raggiungere il nostro obiettivo di pace attraverso la forza”.

Pertanto, il neopresidente taiwanese conferma di voler continuare la collaborazione militare con gli USA e s’inserisce anche nella narrativa ideologica bellicista delle democrazie che devono collaborare contro le autocrazie. Rispetto ai suoi predecessori, anche appartenenti al Partito Democratico Progressista, inoltre, non fa alcun cenno, nemmeno formale, al “consenso del ‘92”, un trattato politico semi-ufficiale che regola il rapporto fra le due sponde dello Stretto di Taiwan, secondo cui entrambe le parti si riconoscono nel principio di “Una sola Cina”, pur non concordando su quale essa sia. Formalmente, infatti, sia la Repubblica Popolare Cinese, sia la Repubblica di Cina rivendicano la sovranità sia sulla Cina continentale che sull’Arcipelago di Taiwan.

Il discorso di Lai, come si può ben capire, rompe totalmente con questo schema, scatenando una reazione furiosa da parte di Pechino. Il Ministro degli esteri Wang Yi, che si trovava ad Astana per il vertice della SCO, ha affermato: “I cambiamenti della situazione sull’isola di Taiwan non modificheranno i fatti storici e giuridici secondo cui l’isola fa parte della Cina, o la tendenza storica alla riunificazione nazionale, che è inevitabile. Le attività separatiste delle forze a favore dell’indipendenza di Taiwan rappresentano la sfida più seria all’ordine internazionale, oltre che la più grande minaccia alla pace e alla stabilità nello Stretto”. Tuttavia, esse “non saranno in grado di impedire alla Cina di realizzare la completa riunificazione e Taiwan tornerà sicuramente nelle braccia della madrepatria. Tutti i separatisti dell’indipendenza di Taiwan saranno inchiodati al pilastro della vergogna della storia”.

Successivamente sono iniziate delle esercitazioni militari da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione che hanno simulato un blocco navale totale su tutto l’arcipelago: navi da guerra e aerei militari hanno circondato sia l’isola principale che quelle più piccole, simulando attacchi aerei e trasferimenti di truppe fra varie imbarcazioni. La linea mediana dello stretto di Taiwan, che fa da confine informale fra i due paesi, è stata abbondantemente violata. Le esercitazioni sono terminate nella notte del 24 maggio e hanno coinvolto più uomini e mezzi di quelle che seguirono la provocatoria visita a Taiwan di Nancy Pelosi ad agosto del 2022.

Successivamente, Lai Ching-te ha provato a smorzare i toni: “La pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono un elemento necessario per la sicurezza e la prosperità globale. Ho anche invitato la Cina ad assumersi insieme a Taiwan l’importante responsabilità della stabilità regionale. Non vedo l’ora di rafforzare la comprensione reciproca e la riconciliazione attraverso gli scambi e la cooperazione con la Cina... e di muoverci verso una posizione di pace e prosperità comune”.

Da parte sua, l’Amministrazione USA non si è espressa con figure di rilievo, né sul discorso d’insediamento di Lai, né sulle esercitazioni militari della Cina. Si è limitata a diffondere una dichiarazione del Dipartimento di Stato nella quale si è detta “molto preoccupata” dell’esercitazione militare e invitando alla moderazione.

Tuttavia, è già in atto un’altra provocazione: una delegazione bipartisan di membri del Congresso USA è già in visita sull’isola, dove rimarranno fino al 30 maggio. Ovviamente incontreranno Lai e probabilmente parleranno di questioni militari e di invio di armi. Si ricorda che Taiwan è inclusa fra i destinatari del maxi pacchetto di 95 miliardi di aiuti miliari approvati dal Congresso lo scorso aprile e che le sua forze armate sono sempre più integrate nel comando USA dell’Indo-Pacifico

La tensione, dunque, non accenna a diminuire. Sono molteplici i legami politico-militari stabiliti nel tempo con gli USA che la Repubblica Popolare Cinese dovrà spezzare per procedere alla riunificazione con Taiwan. Allo stato attuale, appare molto complicato pensare ad un percorso simile a quello che ha portato ad ottenere la decolonizzazione di Hong Kong e Macao negli anni ’90. Lo scontro militare pare nel novero delle opzioni possibili, nonostante Pechino sembri intenzionata a fare di tutto per evitarlo.

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22/05/2024

Guerra in Ucraina - Salgono i toni dell’escalation e la qualità delle armi impiegate

Mentre salgono i toni della tensione tra Mosca e la Nato, in Russia è stata avviata la prima fase delle esercitazioni militari anche con armi nucleari tattiche. Lo ha riferito il ministero della Difesa della Federazione Russa.

“In conformità con le istruzioni del comandante supremo delle Forze armate della Federazione Russa nel distretto militare meridionale, sotto la guida dello Stato maggiore delle Forze armate della Federazione Russa, è iniziata la prima fase delle esercitazioni con lo studio pratico della preparazione e dell’uso di armi nucleari tattiche”, è riportato nel comunicato del ministero della Difesa.

Le formazioni missilistiche del distretto militare meridionale praticheranno la preparazione al lancio di missili del sistema tattico operativo Iskander. Il personale delle forze aerospaziali russe si eserciterà nell’equipaggiamento dei mezzi dell’aviazione, compresi i sistemi missilistici ipersonici Kinzhal.

La Russia ha sottolineato che l’esercitazione si svolge in risposta alle dichiarazioni provocatorie fatte da funzionari occidentali e mira a mantenere la prontezza di risposta e garantire la sovranità nazionale.

Si alzano intanto i toni tra la Russia e i paesi della Nato. “La partecipazione della Francia alle ostilità in Ucraina la renderà ufficialmente parte del conflitto, il che aumenterà notevolmente il rischio di uno scontro sul campo di battaglia tra due potenze nucleari” ha detto Artem Studennikov, direttore del primo dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo. un’intervista all’agenzia di stampa “Ria Novosti”.

Il funzionario russo ha sottolineato che “l’Esercito francese diventerebbe un obiettivo legittimo” per le Forze armate russe. “I francesi sono pronti a morire per gli interessi del regime neonazista ucraino e degli anglosassoni che lo controllano? Cosa spiegheranno le autorità francesi alle famiglie delle vittime?”, ha detto il diplomatico. “Vogliamo sperare che nelle élite dominanti francesi prevarrà, se non la sanità mentale (è sempre più difficile contare su questo), almeno l’istinto di autoconservazione. In un modo o nell’altro, siamo pronti a qualsiasi sviluppo degli eventi”, ha concluso Studennikov.

Negli Stati Uniti un gruppo bipartisan di membri del Congresso ha scritto una lettera al segretario alla Difesa Lloyd Austin il 20 maggio, esortando il Pentagono a consentire all’Ucraina di colpire il territorio russo con le armi fornite dagli Stati Uniti.

Il Consiglio dell’UE ha intanto concordato di utilizzare i profitti dei beni sovrani russi congelati per sostenere militarmente l’Ucraina, ha annunciato il 21 maggio la rappresentanza ceca nell’UE.

Secondo la dichiarazione, i sequestri potrebbero ammontare tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro all’anno, la maggior parte dei quali destinati alle esigenze militari di Kiev.

I paesi occidentali hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di asset russi all’inizio del 2022. Circa due terzi sono detenuti nella società di servizi finanziari Euroclear, con sede in Belgio.

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16/02/2024

Alta tensione nella penisola coreana e dintorni


Il 15 gennaio 2024, il leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC), Kim Jong-un, ha tenuto un durissimo discorso alla 10° sessione dell’Assemblea Suprema Popolare (APS) nord coreana. Nel suo discorso, Kim Jong-un, stante le politiche ostili e le provocazioni avvenute negli ultimi mesi, da parte della Corea del sud, su direttive statunitensi, ha ribadito che eventuali aggressioni troveranno una risposta durissima e che le forze popolari militari del Paese sono già pronte alla mobilitazione.

A causa delle ultime mosse politiche e militari considerate ostili e provocatorie da Pyongyang, la situazione della penisola coreana sta rischiando di andare sull’orlo della guerra e la dirigenza della RPDC accusa gli Stati Uniti di cercare di cancellare la Repubblica popolare con la forza delle armi.

L’ultima provocazione, che ha fatto impennare la tensione, è stata l’annuncio della nascita di una cosiddetta “alleanza cibernetica” con esercitazioni avvenute dal 15 al 26 gennaio.

Questa coalizione, dichiarata per la prima volta, con il pretesto di “rafforzare il sistema della cooperazione informatica”, sarebbe in realtà diretta a prendere dimestichezza con la cyber guerra. Secondo Pyongyang questo è un ennesimo tassello di una estensione degli atti di provocazione bellica degli USA e delle sue forze subalterne di Seul e non solo, che hanno intensificato le manovre militari, propagandando pubblicamente sui media una ipotizzata “fine del regime” nella RPDC.

Nel mese di gennaio gli Stati Uniti e i loro sottoposti hanno messo in atto una serie di esercitazioni militari congiunte che hanno interessato la RPDC in aria, terra e mare intorno alla penisola coreana, mobilitando anche tipi di risorse strategiche nucleari in meno di un mese.

Il 4 gennaio, gli USA e Sud Corea hanno messo in scena la prima esercitazione congiunta di combattimento a Phochon nella provincia di Kyonggi, pubblicizzando la “rafforzata capacità operativa dell’alleanza”.

Poi c’è stata un’esercitazione navale congiunta con le navi da guerra del Giappone e di Seul definita “Autodifensiva”, per tre giorni dal 15 gennaio, annunciando “il rafforzamento della capacità di far fronte alle minacce nucleari e missilistiche della Corea del Nord”. Coinvolti nell’esercitazione c’erano la portaerei nucleare statunitense Carl Vinson e l’incrociatore Aegis Princeton.

Il 18 gennaio è avvenuta un’esercitazione aerea congiunta nel cielo sopra il Mar d’Oriente della Corea sotto la denominazione di “difesa rinforzata e forze reattive”. In questa azione c’erano due bombardieri strategici nucleari B-1B della forza aerea USA e aerei da combattimento F-15 delle “Forze di Autodifesa” giapponesi.

Parallelamente a tutto questo, sono state effettuate diverse missioni di ricognizione con attività di spionaggio contro la RPDC.

Il 22 gennaio, un aereo da ricognizione RC-135 dell’aviazione statunitense ha effettuato un volo di intelligence provocatorio nel cielo sopra il mare orientale e occidentale della Corea, in modo sfrontato per molte ore, a cui si sono aggiunti voli di ricognizione e spionaggio di E-737 AWACS di Seul. Come ironizzato da Pyongyang “Quando un corvo vola, la sua coda lo segue”.

In questa situazione il governo della RPDC, di fronte a queste provocazioni arroganti con ingiustificate esercitazioni nucleari messe in atto dall’inizio dell’anno, ritiene che il Paese debba essere assolutamente preparato per una guerra e ha ammonito duramente gli Stati Uniti, che:
“...nel caso di una invasione dei suoi subalterni di Seul, troveranno una reazione con una forza schiacciante. Abbiamo dimostrato in varie occasioni che il nostro hardware militare di avanguardia non è per “dimostrazione” e ha regolarizzato la nostra dottrina nucleare in stile coreano sull’uso delle forze nucleari molto tempo fa. Ancora una volta avvertiamo gli Stati Uniti e i suoi burattini che se scoppia una guerra, diventeranno gli obiettivi della nostra spietata punizione...”.
Nel discorso del 15 gennaio all’Assemblea Suprema Popolare il presidente della RPDC, Kim Jong Un, ha affrontato queste problematiche ribadendo la posizione ferma e inequivocabile di Pyongyang, arrivando a mettere sul tavolo anche l’azzeramento dell’intero processo di riunificazione pacifica della Corea nei rapporti con la Repubblica di Corea (Corea del Sud) che vorrebbe dire, nei fatti annullare, gli accordi e le risoluzioni prese con il “Rapporto congiunto Nord-Sud” del 4 giugno 1972 , “l’Accordo Fondamentale Intercoreano” del 13 dicembre 1991, la “ Dichiarazione Congiunta Nord-Sud” del 15 giugno 2000 e la “Dichiarazione concorde” del 4 ottobre 2007. Questo significa l’abbandono dei principi della politica intercoreana definiti e seguiti dal 1972 ad oggi.

Ora si tratterà di capire se queste affermazioni siano solo una manovra tattica più che una nuova direzione strategica, ma le dichiarazioni del “leader supremo” della RPDC meritano comunque un esame approfondito in termini di portata.

Nel discorso della 10° sessione del 15 gennaio dell’Assemblea Popolare Suprema, la Corea del Sud viene citata dieci volte. Facendo innanzitutto riferimento al quadro giuridico, secondo il quale ora è l’APS a mettere in discussione i principi delle relazioni intercoreane da “quasi 80 anni”:
“Oggi, l’Assemblea Popolare Suprema ha legalizzato nuovamente la politica della nostra Repubblica nei confronti del Sud, ponendo fine a quasi 80 anni di storia di relazioni intercoreane e al riconoscimento dei due stati che esistono entrambi nella penisola coreana…

I rapporti Nord-Sud sono stati completamente congelati e trasformati in rapporti tra due Stati tra loro ostili e tra due Stati belligeranti, e non più in rapporti consanguinei o omogenei. Questa è l’attuale situazione delle relazioni Nord-Sud, causata dalle atroci e autodistruttive manovre di scontro della Repubblica di Corea, un gruppo di importanti tirapiedi stranieri, che hanno fornito al mondo intero la loro vera immagine della penisola coreana: una Corea del Sud asservita agli interessi stranieri...”.
Nel suo discorso Kim Jong Un ha ribadito che la “Northern Limit Line”, confine marittimo di fatto tra i due stati coreani, non è più riconosciuta dalla RPDC, che intende così difendere l’intero suo territorio, il che, per alcuni osservatori stranieri, fa pensare nuovi scontri in questa zona.
“...Poiché il confine meridionale del nostro paese è stato chiaramente delimitato, l’illegale “linea di confine settentrionale” e qualsiasi altro confine non potranno più essere tollerati, e se la Repubblica di Corea viola anche solo 0,001 mm del nostro territorio, della nostra aria e delle nostre acque, ciò sarà considerato come una provocazione di guerra...

Per ora, dobbiamo adottare misure rigorose e progressive per bloccare completamente tutti i canali di comunicazione Nord-Sud lungo il confine, compreso il taglio fisico e completo delle linee ferroviarie sul nostro lato, che costituivano un simbolo del rapporto Nord-Sud, scambio e cooperazione, a livello irreversibile...”.
In questa situazione, come dimostrazione di forza e risolutezza, il 28 gennaio è stato condotto un test di una nuova arma strategica, come prova del rafforzamento della forza navale della Repubblica Democratica Popolare di Corea.

Si è trattato del lancio di prova del missile da crociera strategico “Pulhwasal-3-31” lanciato da un sottomarino di nuova concezione. I missili da crociera hanno volato nel cielo sopra il Mare orientale per 7.421 secondi e 7.445 secondi, prima di colpire l’obiettivo dell’isola. Il fuoco di prova non ha avuto alcun impatto sulla sicurezza del paese vicino.

Questo delinea la progettualità di una forza strategica diretta ad espandere e rafforzare l’ambito operativo della deterrenza nucleare di Pyongyang in modo diversificato, aumentando l’armamento nucleare della propria marina militare per ribadire la sovranità nazionale marittima. È anche stato annunciato con dettagli il programma per la costruzione di un sottomarino a propulsione nucleare e di altre navi da guerra di nuovo tipo.

Fonti: KCNA – Naenara – VoK – Cilreco

A cura di Enrico Vigna, CPRCorea Torino e IniziativaMondoMultipolare/CIVG

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19/01/2024

Il documento tedesco sulla guerra con la Russia e l’esercitazione Steadfast Defender

Negli ultimi giorni sono usciti sul giornale tedesco Bild alcuni articoli che riferiscono di un documento segreto del ministero della Difesa di Berlino. In esso viene delineata nel dettaglio una sorta di roadmap per una guerra con la Russia, descritta mese per mese.

Nel testo «Alleanza di difesa 2025» si tracciano le tappe di un conflitto che vedrebbe le sue prime avvisaglie già dal febbraio 2024. Gli scenari previsti arrivano al maggio 2025 quando, con l’aumento delle tensioni sul Corridoio di Suwalki, si arriverà al confronto tra centinaia di migliaia di soldati dei due schieramenti.

Sull’incertezza di come potrebbe evolvere questo braccio di ferro i militari tedeschi si sono fermati, e ne hanno approfittato i media. La vicinanza sia temporale sia geografica di questo ipotetico conflitto, com’è ovvio, attira facilmente il lettore, facendo leva sulla sua preoccupazione.

Ma la realtà di questo tipo di documenti appartiene più alla routine del lavoro delle forze armate che a un pericolo davvero imminente. Pur non commentando la notizia della Bild, un portavoce della Difesa tedesca ha affermato che “considerare diversi scenari, anche se sono estremamente improbabili, fa parte dell’attività militare quotidiana”.

Insomma, come per tutti gli eserciti del mondo, i suoi vertici immaginano i possibili risvolti nei settori sotto tensione (come è sempre stata l’area che separa la Russia dall’exclave di Kaliningrad), per poi addestrare le truppe a rispondervi. Nulla di straordinario, e soprattutto nulla che riguardi Mosca e le prossime mosse del Cremlino.

Il documento parla di quel che sta facendo la NATO, non la Russia, e dunque è facilmente comprensibile perché Peskov abbia detto: “Bild non esita a scrivere bufale, quindi preferirei non commentare”. Smentire non avrebbe fatto che insospettire l’opinione pubblica occidentale.

Anche la notizia rilanciata ieri dal quotidiano su uno stretto collaboratore di Putin che avrebbe minacciato ritorsioni se questo scenario diventasse realtà, sottolineando che la Russia è una potenza nucleare, si iscrivono in questo quadro. La politica di deterrenza nucleare di Mosca è pubblica e ribadita a più riprese, così come anche gli altri possessori di testate ne hanno una.

L’unica vera notizia è che nel documento citato le ipotesi contemplate sono legate al vacillante sostegno occidentale a Kiev. La possibilità che gli aiuti inviati da Washington e da Bruxelles diminuiscano è ormai così concreta che gli esercito dell’alleanza atlantica devono prepararsi a un futuro in cui non sarà più possibile far morire gli ucraini per gli interessi degli imperialisti “nostrani”.

In sintesi, non sorprende che di fronte a un’ipotetica escalation nella zona, il pericolo di arrivare a un punto di non ritorno per tutta l’umanità sia così facilmente contemplato, da ogni parte. Quello che semmai si dovrebbe fare, secondo logica, è cercare di alleggerire la pressione e favorire la distensione internazionale.

È esattamente il contrario di quello che fa la filiera euroatlantica. Ieri i capi di Stato maggiore della NATO si sono riuniti e hanno lanciato, a partire dalla prossima settimana e fino a maggio, la più grande esercitazione militare dalla fine della Guerra Fredda, col nome di Steadfast Defender.

Vi parteciperanno i suoi 31 membri più la Svezia, col dispiegamento totale previsto che dovrebbe arrivare a 90 mila uomini, 50 navi e una grande flotta di velivoli per un numero di missioni aeree che potrebbe variare tra le 500 e le 700. Le operazioni si svolgeranno tra Germania, Polonia e Baltico, per l’appunto vicino al “corridoio Suwalki”.

A Steadfast Defender seguirà poi un’altra esercitazione, Nordic Response, che dovrebbe interessare la parte settentrionale di Scandinavia e Finlandia. Movimenti di altri 20mila uomini provenienti da 14 stati, tutto a due passi dal confine russo.

I paesi occidentali stanno evidentemente alimentando le tensioni con Mosca. Ma questo è uno scherzare con la guerra che va disinnescato il più in fretta possibile, perché i costi li pagano i soldati al fronte e i settori popolari su cui i costi dell’impegno bellico vengono scaricati.

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30/12/2023

Venezuela - Manovre militari contro invio nave da guerra britannica in Guyana

Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha ordinato l’attivazione “immediata” di un’esercitazione militare nella zona orientale del Paese, a ridosso del Territorio Essequibo, in risposta alla “minaccia” rappresentata dall’invio di una nave da guerra britannica nella Guyana.

“È una minaccia inaccettabile per il Venezuela e per qualsiasi Paese della regione”, ha detto Maduro nel discorso di fine anno.

Il ministero degli Esteri venezuelano ha definito l’invio della nave da guerra britannica un “gesto ostile” e una “violazione alla recente dichiarazione di Argyle”, il documento che i governi di Venezuela e Guayana hanno firmato per orientare una soluzione pacifica della crisi.

“Il Venezuela ripudia e respinge l’interferenza del Regno Unito nella disputa territoriale sulla Guyana Essequiba”, ha scritto la vicepresidente esecutiva, Delcy Rodríguez, sul suo account sul social network X, ricordandole che “ha l’obbligo di rispettare quanto concordato nella Dichiarazione di Argyle, che esclude espressamente le minacce esterne che cercano di seminare o intensificare un conflitto tra Venezuela e Guyana”.

Da parte sua, anche il leader dell’opposizione venezuelana Luis Eduardo Martinez ha avanzato la proposta che i leader della Caricom (Comunità dei Caraibi), della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) e del Brasile sollecitino l’immediato ritiro dalle coste della Guyana della nave della marina britannica HMS Trent e la cessazione dell’escalation che la Guyana sta portando avanti.

“Siamo ferventi sostenitori della pace, ma la Guyana e il mondo devono capire che i venezuelani marceranno insieme in difesa della nostra integrità territoriale”, ha sottolineato Martinez, ribadendo che “quando si tratta di difendere il Venezuela, il suo territorio, compreso l’Essequibo, che è senza dubbio nostro, dobbiamo essere una cosa sola”.

L’invio della nave militare segue la visita a Georgetown del sottosegretario agli Esteri per le Americhe David Rutley, lo scorso 18 dicembre, il primo rappresentante di un governo del G7 a recarsi in Guyana dopo il referendum sull’annessione del Territorio Essequibo organizzato dal Venezuela lo scorso 3 dicembre.

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28/12/2023

Alta tensione tra le due Coree

Centinaia di militari, poliziotti e personale di emergenza sudcoreani hanno partecipato oggi a una rara esercitazione di difesa contro un ipotetico attacco a sorpresa della Corea del Nord alla capitale Seul.

L’esercitazione avviene in un clima di tensione crescente tra i due paesi e dopo il ripristino da parte delle due Coree di ulteriori presidi militari lungo il confine tra i due Paesi, che erano stati rimossi a seguito di un accordo nel 2018.

Sul senso delle manovre pesa quanto avvenuto in Palestina in questi mesi. “Per noi è stata una grande lezione il fatto che il sistema di difesa avanzato di classe mondiale di Israele si sia fatto cogliere impreparato a fronte dell’attacco a sorpresa sferrato da Hamas con artiglieria convenzionale e mezzi arretrati”, ha dichiarato Oh Se-hoon, sindaco della capitale.

Il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, ha intanto ordinato alle forze armate, all’industria delle munizioni e al settore delle armi nucleari di accelerare i preparativi per contrastare quelle che ha definito “mosse ostili senza precedenti” da parte degli Stati Uniti, riferisce l’agenzia nordcoreana Kcna.

Illustrando le direttive politiche per il nuovo anno in un importante incontro del Partito del Lavoro, Kim Jon Un ha anche dichiarato che Pyongyang espanderà la cooperazione strategica con i Paesi “anti-imperialisti indipendenti”, scrive l’agenzia di stampa ufficiale “Korean Central News Agency”.

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17/10/2023

In corso esercitazioni militari nucleari Nato sui cieli italiani. La macchina di guerra va fermata

Ha preso il via da ieri e proprio dall’Italia l’esercitazione nucleare della Nato ‘Steadfast Noon’, che terminerà il 16 ottobre. Si tratta di un’attività di formazione di routine che viene condotta ogni anno da oltre un decennio, fa sapere l’Alleanza Atlantica. Le manovre coinvolgeranno 13 Paesi alleati e un mix di tipi di aerei, tra cui aerei da combattimento avanzati in grado di trasportare bombe nucleari e bombardieri B-52 statunitensi che voleranno dagli Stati Uniti. Partecipano anche jet convenzionali e aerei da sorveglianza e rifornimento. Ogni anno un diverso alleato della Nato ospita l’esercitazione e quest’anno i voli di addestramento si svolgeranno sull’Italia, sulla Croazia e sul Mar Mediterraneo. Si legge in una nota pubblicata dalla Nato.

“La nostra esercitazione contribuirà a garantire la credibilità, l’efficacia e la sicurezza del nostro deterrente nucleare”, ha affermato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. “Invia un chiaro messaggio che la Nato proteggerà e difenderà tutti gli alleati”.

La base di partenza delle esercitazioni Nato è stata quella di Ghedi, vicino Brescia, ma viene coinvolta anche Aviano, l’altra base militari in cui sono immagazzinate le armi nucleari Usa. Come negli anni precedenti, hanno partecipato anche i bombardieri a lungo raggio B-52 degli Stati Uniti, che sono decollati dalla base aerea di Minot, nel North Dakota. I voli di addestramento si sono svolti sul Belgio, che ha ospitato l’esercitazione, sul Mare del Nord e sul Regno Unito. Steadfast Noon è ospitata ogni anno da un diverso membro della Nato.

La macchina da guerra della Nato continua ad oliare i suoi meccanismi operativi, incluso quello relativo alla guerra nucleare. Questa macchina va fermata.

Sabato prossimo una manifestazione a Pisa dirà basta con le basi militari sui nostri territori, il 4 novembre a Roma è stata convocata una manifestazione nazionale per dire stop con il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre – prima Ucraina ora Medio Oriente – e nelle avventure militari della Nato.

Il Comitato “Angelo Baracca” denuncia la nuova esercitazione nucleare in ambito NATO che si sta svolgendo dal 16 al 26 ottobre ad Aviano.
“L’esercitazione denominata “Steadfast Noon” prevede il ricorso ad ordigni nucleari di ultima generazione i B61-12 ed assume un forte carattere di inopportunità e illegittimità, di fronte all’evidente illegalità dello stanziamento di armi nucleari in un Paese, come l’Italia, firmatario del Trattato di Non-Proliferazione, ed il suo svolgimento è del tutto contrario alla richiesta espressa poco tempo fa dal Parlamento italiano di aderire al Trattato contro le armi nucleari.

La totale subalternità di questo governo e di buona parte della sedicente opposizione ai diktat della NATO appare più che mai irresponsabile nel momento in cui l’intero pianeta è percorso da micidiali venti di guerra dall’Ucraina alla Palestina.

Nel ribadire il nostro appoggio alle iniziative giudiziarie assunte sul tema, ricordiamo la fondamentale importanza della mobilitazione per la pace programmata per il 4 novembre a Roma, che si caratterizza per il no all’invio delle armi in Ucraina e l’appoggio all’autodeterminazione del popolo palestinese, nell’ottica del rilancio del negoziato per una soluzione pacifica e politica ai conflitti in corso”.
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14/06/2023

Cina e Stati Uniti possono stabilire un rispetto reciproco per ridurre le tensioni?

Il 3 giugno 2023, navi militari di Stati Uniti e Canada hanno condotto un’esercitazione militare congiunta nel Mar Cinese Meridionale.

Una nave da guerra cinese (LY 132) ha superato un cacciatorpediniere statunitense con missili guidati (USS Chung-Hoon) e ha attraversato in velocità il suo percorso.

Il Comando indo-pacifico degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che la nave cinese “ha eseguito manovre in modo non sicuro”.

Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, Wang Wenbin, ha risposto che gli Stati Uniti “hanno fatto per primi delle provocazioni e la Cina ha risposto” e che “le azioni intraprese dalle forze armate cinesi sono completamente giustificate, legittime, sicure e professionali”.

Questo incidente è uno dei tanti in queste acque, dove gli Stati Uniti conducono quelle che chiamano esercitazioni di libertà di navigazione (FON). Queste azioni FON sono legittimate dall’articolo 87(1)(a) della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982.

La Cina è firmataria della Convenzione, ma gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificarla. Le navi da guerra statunitensi utilizzano l’argomento FON senza diritti legali o autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il programma statunitense per la libertà di navigazione è stato istituito nel 1979, prima della Convenzione e separatamente da essa.

Alcune ore dopo questo incontro nel Mar Cinese Meridionale, il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha parlato al Dialogo di Shangri-La a Singapore. Il Dialogo di Shangri-La, che si svolge annualmente dal 2002 all’Hotel Shangri-La, riunisce i capi militari di tutta l’Asia con ospiti di Paesi come gli Stati Uniti.

Durante un incontro con la stampa, Austin è stato interrogato sul recente incidente. Ha esortato il governo cinese “a limitare questo tipo di comportamento, perché penso che possano verificarsi incidenti che potrebbero portare le cose fuori controllo”.

Il fatto che l’incidente sia avvenuto perché un’esercitazione militare statunitense e canadese si è svolta in prossimità delle acque territoriali cinesi non ha suscitato alcun commento da parte di Austin. Egli ha sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel garantire che qualsiasi Paese possa “navigare nei mari e volare nei cieli nello spazio internazionale”.

La finzione di innocenza di Austin è stata messa in discussione dal suo omologo cinese, il ministro della Difesa Li Shangfu. “Perché tutti questi incidenti sono avvenuti in aree vicine alla Cina”, ha chiesto Li, “e non in aree vicine ad altri Paesi?”. “Il modo migliore per evitare che ciò accada è che le navi e gli aerei militari non si avvicinino alle nostre acque e al nostro spazio aereo... Fate attenzione alle vostre acque territoriali e al vostro spazio aereo, così non ci saranno problemi”. Li ha contestato l’idea che la marina e l’aeronautica statunitensi stiano semplicemente conducendo esercitazioni FON. “Non sono qui per un passaggio innocente”, ha detto. “Sono qui per provocare”.

Stringere la rete

Quando Austin non parlava con la stampa, era impegnato a Singapore a rafforzare le alleanze militari statunitensi il cui scopo è quello di stringere la rete intorno alla Cina. Ha tenuto due importanti riunioni, la prima trilaterale Stati Uniti-Giappone-Australia e la seconda con la controparte filippina.

Al termine dell’incontro trilaterale, i ministri hanno rilasciato una dichiarazione netta che utilizzava parole (“destabilizzante” e “coercitivo”) che alzavano la temperatura contro la Cina.

Coinvolgendo le Filippine in questo dialogo, gli Stati Uniti hanno favorito una nuova cooperazione militare tra Canberra, Manila e Tokyo. Questa si basa sull’accordo militare tra Giappone e Filippine, firmato a Tokyo nel febbraio 2023, in cui il Giappone si impegna a stanziare fondi a favore delle Filippine e queste ultime permettono ai militari giapponesi di condurre esercitazioni nelle loro isole e acque. L’accordo si basa anche sull’alleanza militare Australia-Giappone, firmata nell’ottobre 2022, che, pur non menzionando la Cina, è incentrata sul “libero e aperto Indo-Pacifico”, un’espressione militare statunitense spesso utilizzata nel contesto delle esercitazioni FON nelle acque cinesi e nelle loro vicinanze.

Nel corso degli ultimi due decenni, gli Stati Uniti hanno costruito una serie di alleanze militari contro la Cina. La prima di queste alleanze è il Quad, istituito nel 2008 e poi rilanciato dopo un rinnovato interesse da parte dell’India, nel novembre 2017. Le quattro potenze del Quad sono Australia, India, Giappone e Stati Uniti. Nel 2018, l’esercito statunitense ha rinominato il suo Comando del Pacifico (istituito nel 1947) in Comando Indo-Pacifico e ha sviluppato una Strategia Indo-Pacifica, il cui focus principale era la Cina.

Una delle ragioni per rinominare il processo è stata quella di attirare l’India nella struttura costruita dagli Stati Uniti, enfatizzando le tensioni India-Cina intorno alla Linea di controllo effettiva. Il documento mostra come gli Stati Uniti abbiano cercato di infiammare tutti i conflitti nella regione – alcuni piccoli, altri grandi – e di proporsi come difensore di tutte le potenze asiatiche contro la “prepotenza dei vicini”. Trovare soluzioni a questi disaccordi non è all’ordine del giorno. L’enfasi della Strategia Indo-Pacifica è che gli Stati Uniti costringano la Cina a subordinarsi a una nuova alleanza globale contro di essa.

Rispetto reciproco

Durante l’incontro con la stampa a Singapore, Austin ha suggerito che il governo cinese “dovrebbe essere interessato anche alla libertà di navigazione perché senza di essa, voglio dire, ne risentirebbe”. La Cina è una grande potenza commerciale, ha detto, e “se non ci sono leggi, se non ci sono regole, le cose si romperanno molto rapidamente anche per loro”.

Il ministro della Difesa cinese Li è stato molto chiaro sul fatto che il suo governo è aperto al dialogo con gli Stati Uniti e si è detto preoccupato per la “rottura” delle comunicazioni tra le grandi potenze. Tuttavia, Li ha posto una condizione importante per il dialogo. “Il rispetto reciproco”, ha detto, “dovrebbe essere il fondamento delle nostre comunicazioni”. Finora, ci sono poche prove – ancor meno a Singapore, nonostante l’atteggiamento gioviale di Austin – del rispetto degli Stati Uniti per la sovranità della Cina. Il linguaggio di Washington si fa sempre più aspro, anche quando finge di essere dolce.

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12/06/2023

La NATO si adestra per la terza guerra mondiale

Lo spazio aereo sull’Europa orientale è conteso. L’articolo 5 della NATO è stato attivato. In brevissimo tempo, centinaia di aerei da combattimento dagli Stati Uniti e da altri paesi della NATO verranno trasferiti in Germania per volare da qui verso la Russia. Anche gli aerei stealth F-35 con capacità nucleare sono in fase di preparazione per l’uso: sono spuntate le prime ore di una grande guerra.

Questo scenario costituisce la base strategica delle manovre militari “Air Defender 23”, che si svolgono dal 12 al 23 giugno. La guerra aerea è simulata contro un nemico immaginario che dispone di una potente forza aerea. È facile indovinare a chi si rivolgano.

La gestione delle manovre può essere ancora reticente nella sua comunicazione pubblica, ma Michael A. Loh, generale della US Air National Guard, ha espresso tempo fa la sua motivazione. Nel 2021, in vista di “Air Defender”, ha auspicato che la sua gente “pensi di più ai nostri pericoli imminenti: Cina e Russia“.

Le manovre vengono eseguite secondo il principio “allenati mentre combatti“. Aree operative, tattiche, logistica: tutto dovrebbe essere il più realistico possibile. Non è quindi un caso che la Germania stia diventando l’hub centrale dell’esercitazione.

Anche in caso di emergenza, innumerevoli jet della NATO decollerebbero dagli aeroporti tedeschi e sciamerebbero fuori. Le rotte di volo che l’aereo da combattimento testerà sono altrettanto realistiche. Conducono ai confini orientali del territorio della NATO, ai confini russo e ucraino.

Quella che a prima vista sembra un’audace ma usuale provocazione, è nei fatti una minaccia tangibile alla pace mondiale in tempo di guerra. Un incidente che coinvolge un aereo militare russo, una navigazione sbagliata o un errore del pilota può essere sufficiente per far sembrare un volo di addestramento un atto di aggressione.

Diventa particolarmente minaccioso se l’Ucraina utilizza la scia della manovra per lanciare attacchi mentre la sorveglianza aerea russa è costretta a seguire le attività della NATO. Al momento, il territorio russo viene bombardato quasi ogni giorno e il presidente ucraino minaccia in modo penetrante gravi attacchi.

In questa situazione il potenziale di escalation di un attacco militare ucraino, mentre i jet della NATO pattugliano nelle vicinanze, è evidente.

Il governo federale non solo è disposto ad accettare questi enormi rischi, ma sta anche sospendendo le consuete misure di sicurezza. Gli osservatori russi, che potrebbero garantire che l’esercitazione non venga utilizzata per preparare un attacco, non sono invitati.

Non dovrebbe esserci nemmeno un annuncio formale. “Non ti scriveremo una lettera. Capirai il messaggio quando i nostri aerei sciameranno fuori“, ha detto il massimo generale dell’aeronautica tedesca, Ingo Gerhartz, all’inizio di aprile quando gli è stato chiesto come fosse stata informata la Russia.

Questo allontanamento dalla politica di rassicurazione è stato accompagnato da una lotta alla diplomazia. La scorsa settimana, la Federazione Russa ha bloccato il funzionamento di quattro consolati. Dovranno essere chiusi entro la fine dell’anno.

Poco prima della manovra, i rapporti sono ulteriormente tesi e importanti canali di comunicazione vengono sabotati. Apparentemente il governo federale sta facendo tutto il possibile per portare avanti l’escalation e aumentare il rischio che l’esercitazione possa diventare una grave emergenza.

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