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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/03/2026

Guerra all’Iran. L’Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente

Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).

Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco di USA e Israele contro l’Iran.

Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.

Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.

“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”.

Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria.

“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar.

Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.

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23/01/2026

Gli Usa rafforzano la presenza in Medio Oriente

di Antonio Mazzeo

Si rafforza l’ipotesi di un’opzione militare USA anti-Iran. Il Comando Centrale unificato delle forze armate degli Stati Uniti (U.S. Centcom) con un laconico comunicato ha reso noto che nella giornata di lunedì 18 gennaio sono stati trasferiti i cacciabombardieri F-15 “Strike Eagle” del 494th Expeditionary Fighter Squadron della US Air Force, dallo scalo britannico di Lakenhealth ad una base aerea del Medio oriente. “La presenza degli F-15 rafforza la prontezza al combattimento e promuove la sicurezza e la stabilità regionale”, conclude U.S. Centcom.

Grazie al monitoraggio dei tracciati radar nello spazio aereo mediterraneo, la rivista specializzata Defense Security Asia ha accertato che i cacciabombardieri sono stati trasferiti nella base militare di Muwaffaq Salti ad Azraq, Giordania. “Sono perlomeno dodici gli F-15 “Strike Eagle” USA giunti nella base aerea giordana”, aggiunge Defense Security Asia. “Insieme ad essi hanno volato dal Regno Unito anche quattro aerei cisterna KC-135 “Stratotanker” della US Air Force per il rifornimento in volo”.

I cacciabombardieri F-15 includono le due varianti recentemente rinnovate per la superiorità aerea e le missioni d’attacco in profondità, mentre i velivoli tanker assicureranno l’estensione geografica e temporale delle attività aeree USA fino all’Iraq e al nord della Penisola Arabica, rafforzando le capacità di pattugliamento aereo e di strike.

La base giordana di Muwaffaq Salti è stata già impiegate dalle forze armate statunitensi nelle più recenti campagne militari contro Teheran per contrastare le operazioni aeree, missilistiche e dei velivoli senza pilota.

Un ufficiale delle forze armate USA ha confermato a Defense Security Asia il dislocamento degli assetti da guerra nel Regno di Giordania ma ha negato che esso rappresenti un “cambio della postura di Washington in Medio oriente a seguito delle proteste scoppiate a Teheran”. Secondo l’interlocutore statunitense il trasferimento degli F-15 nella regione mediorientale è solo una “rotazione di routine” e non “accresce la forza USA nella regione”.

Di diverso avviso gli analisti della testata giornalistica. “Il movimento degli F-15 e degli aerei cisterna rappresenta un’escalation nella presenza militare di Washington in Medio oriente, delle sue capacità di deterrenza e di prontezza operativa in un momento in cui si intensificano le tensioni con l’Iran e cresce l’instabilità regionale”, commenta Defense Security Asia. “Il dislocamento dei caccia F-15 in Giordania rafforza in modo significativo la potenza di combattimento aereo USA ai confini occidentali dell’Iran, rende ancora più rapido l’accesso allo spazio aereo dell’Iraq, della Siria e dell’Iran, pur mantenendo una distanza sufficiente a mitigare i rischi rappresentati dai missili balistici e dai droni a lungo raggio iraniani”.

Oltre all’invio in Giordania dei velivoli d’attacco e degli aerei cisterna della US Air Force, è stato documentato nei giorni scorsi un intenso traffico aereo da alcune basi degli Stati Uniti d’America e da quella britannica di Mildenhall verso il Medio oriente. In particolare sono stati tracciati i voli dei grandi aerei da trasporto C-17 “Globemaster” III e C-5M “Galaxy”, impiegati di norma per trasferire mezzi e veicoli da guerra, armi, munizioni e reparti di pronto intervento. “Questi transiti sono un ulteriore segnale che Washington sta rafforzando non solo le proprie capacità belliche ma anche quelle logistiche, di sostentamento e comando e controllo nel teatro mediorientale”, aggiungono gli analisti militari.

Tra i velivoli USA monitorati in volo nella regione ci sono anche i temibili quadrimotori AC-130J “Ghostrider” impiegati come cannoniere volanti (per questo noti anche come Angeli della morte).

Il Dipartimento della Difesa ha accresciuto pure le operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza dello spazio aereo, terrestre e marittimo mediorientale impiegando in particolare i pattugliatori P-8A “Poseidon” della US Navy schierati stabilmente nella base siciliana di Sigonella. Nell’area del Golfo Persico si sta anche rafforzando la presenza navale USA: al gruppo da combattimento guidato dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosevelt già operativo nel Mar Rosso, si sta per sommare anche quello con a capo la portaerei USS Abraham Lincoln. Nei giorni scorsi il Pentagono ha ordinato il trasferimento del gruppo d’attacco composto dalla “Lincoln” e da cacciatorpediniere lanciamissili della classe “Arleigh Burke” dal Mar Cinese Meridionale alle acque mediorientali.

Il 12 gennaio, l’U.S. Central Command (CENTCOM) ha reso nota la costituzione nella base aerea Al Udeid in Qatar di un nuovo Centro di difesa anti-missile (Middle Eastern Air Defense – Combined Defense Operations Cell (MEAD-CDOC) per “rafforzare il coordinamento e la difesa integrata in Medio Oriente”. La nuova struttura vede operare fianco a fianco militari USA e dei principali paesi della regione.

Nello scalo qatariota è operativo da più di vent’anni il Combined Air Operations Center (CAOC), centro per le operazioni aeree combinate in uno scacchiere di guerra che comprende Siria, Iraq ed Iran. Al CAOC Al Udeid sono assegnati reparti militari di 17 paesi tra cui l’Italia con una “cellula nazionale interforze” (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri).

“Il MEAD-CDOC crea una struttura affidabile per lo scambio di informazioni sulle minacce incombenti in modo da poter prevedere soluzioni collettive insieme ai nostri partner regionali”, ha dichiarato il generale Derek France, comandante dell’U.S. Air Force Central – AFCENT.

L’inaugurazione del MEAD-CDOC in Qatar fa seguito all’apertura, nel corso del 2025, di altre due postazioni di comando combinati bilaterali per la “difesa” aerea e missilistica da parte delle forze USA con Qatar e Bahrein. Le nuove strutture fungono da hub per la pianificazione, il coordinamento e le operazioni di difesa aerea integrata.

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07/12/2025

Giochi di guerra italiani nel deserto del Qatar

di Antonio Mazzeo

Il 20 novembre scorso si sé conclusa presso il poligono di Al Qalayil l’esercitazione militare internazionale “Ferocious Falcon 6”, condotta dal ministero della Difesa italiano con personale di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri, insieme alle forze armate di Francia, Gran Bretagna, Qatar, Stati Uniti e Turchia.

“Giunta alla sesta edizione, l’esercitazione è stata organizzata dalle autorità militari del Qatar e, per l’Italia, dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI)”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “L’obiettivo è stato quello di incrementare l’integrazione, l’interoperabilità e la capacità di risposta congiunta nell’area del Golfo”.

I war games sono consistiti in operazioni di “integrazione dei posti di comando” e attività addestrative a fuoco. Nello specifico, uomini e mezzi della Brigata Meccanizzata “Aosta” (con comando e sede in Sicilia) hanno svolto esercitazioni di combattimento in ambiente desertico, con l’impiego di piattaforme terrestri di nuova generazione. In parallelo, l’Aeronautica Militare ha simulato attacchi impiegando i cacciabombardieri “Eurofighter” e i grandi aerei cargo KC-767A per il rifornimento in volo.

“Ferocious Falcon 6” si è conclusa con un seminario internazionale dedicato alle principali sfide militari contemporanee; gli ufficiali italiani sono intervenuti nel panel sulla Guerra Elettronica, “illustrando gli strumenti per la protezione dello spettro elettromagnetico”.

Alla giornata finale erano presenti i vertici delle forze armate qatarine e le delegazioni militari dei Paesi partecipanti (per l’Italia il vicecomandante del COVI, l’ammiraglio Giacinto Sciandra). Ospite d’onore il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita ufficiale in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti per rafforzare la cooperazione nel settore militare.

A Doha, Crosetto ha incontrato lo sceicco Saoud bin Abdulrahman Al Thani, vice premier e ministro della Difesa del Qatar.

“Il Qatar è un mediatore che ha svolto un ruolo di primo piano nella crisi di Gaza e sta attualmente mediando in altre crisi, confermandosi un partner capace e affidabile nei processi di dialogo e di de-escalation, in grado di fornire un contributo significativo alla stabilità regionale”, ha enfatizzato Guido Crosetto a conclusione del meeting con Al Thani. “È emersa una comune volontà di consolidare i già profondi legami di amicizia, di lavorare insieme per la pace in Medio Oriente e di rafforzare l’eccellente cooperazione in corso tra le nostre forze armate e l’industria della difesa”.

Ancora più complessa l’esercitazione bilaterale “NASR 2025” condotta nelle prime due settimane di novembre dall’Esercito Italiano e dalle Qatar Emiri Land Forces, ancora una volta nel poligono desertico di Al Qalayil.

La “NASR 2025”, sotto la supervisione dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha visto la partecipazione di oltre 500 militari della Brigata Meccanizzata “Aosta” e di altri reparti provenienti da tutta Italia.

“L’attività addestrativa è culminata con un’esercitazione di Gruppo Tattico pluriarma in un contesto warfighting a guida 6° Reggimento bersaglieri, con l’impiego delle nuove piattaforme blindo “Centauro 2” del 6° Reggimento Lancieri di “Aosta”, col supporto di fuoco dei Reggimenti di Artiglieria 8° “Pasubio” e 52° “Torino”, del 4° Guastatori e 6° Pionieri, del 185° Reggimento Paracadutisti e degli aeromobili a pilotaggio remoto (droni) del 3° Reggimento Supporto Targeting “Bondone””, riporta in nota lo Stato Maggiore dell’Esercito.

I war games con le forze terrestri dell’Emirato sono state un’importante occasione per testare e proporre al florido mercato del Medio Oriente alcuni dei nuovi sistemi d’arma prodotti dalle aziende leader del comparto militare industriale nazionale.

“Durante tutto il periodo di permanenza in Qatar è stata condotta, a cura del Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito (COMVIE), un’intensa attività di sperimentazione sul campo di una serie di tecnologie attualmente ritenute di forte interesse per l’incremento delle capacità operative della Forza Armata”, spiegano i vertici dell’Esercito.

In particolare, in occasione delle esercitazioni a fuoco sono stati impiegati, oltre ai blindo da combattimento 8×8 “Centauro 2” del Consorzio CIO (IVECO-Oto Melara), i nuovi munizionamenti di artiglieria a lunga gittata per obici da 155mm “Vulcano”, prodotti negli stabilimenti di Leonardo SpA. “Organizzata dal IV Reparto Logistico dell’Esercito, l’attività di validazione ha messo in luce l’efficacia del munizionamento, che può attingere obiettivi posti a oltre settanta chilometri di distanza”, aggiunge lo Stato Maggiore. “Nella versione a guida GPS a lungo raggio, il “Vulcano” ha messo in evidenza l’eccezionale precisione sui punti determinati da un Team di Forze Speciali del 185° Reggimento Acquisizione Obiettivi”.

In occasione di “NASR 2025” sono stati massicciamente impiegati pure i nuovi obici semoventi PZH 2000 da 155/52mm, che l’Esercito italiano ha acquistato dal consorzio tedesco formato dalle aziende Krauss-Maffei Weggmann e Rheinmetall. Verificata sul campo di battaglia anche “l’efficacia” dello scambio rapido delle informazioni e l’integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2) e di gestione del fuoco di diversa tipologia, schierati in Qatar, a Bracciano (Roma) e nel poligono di Monte Romano (Viterbo), grazie ai collegamenti satellitari digitali realizzati dal 2° Reggimento Trasmissioni Alpino di stanza a Bolzano.

Anche la Marina Militare italiana ha rafforzato la propria presenza in Qatar nel corso dell’ultimo anno. A metà giugno, la fregata missilistica “Antonio Marceglia” (unità del progetto multi-missione italo-francese FREMM, realizzata da Fincantieri SpA) ha effettuato una sosta tecnico-logistica nel porto di Doha. “L’importanza di questo passaggio in Qatar è cruciale: tra i Paesi europei, l’Italia è il primo partner commerciale dell’emirato, dove le aziende tricolori sono protagoniste da tempo”, scrive con malcelata enfasi lo Stato Maggiore della Marina.

La sosta nella capitale qatarina si è rivelata strategica per promuovere obici e cannoni navali, sistemi radar e tecnologie elettroniche Made in Italy. “Questa nave è ambasciatrice di tecnologia, know how, eccellenza del Sistema-Paese Italia”, ha dichiarato Paolo Toschi, ambasciatore d’Italia in Qatar, in visita alla fregata missilistica. “Il confronto tra il mondo militare italiano e quello qatariano è una costante della crescita del legame fra i due Paesi, con un percorso unito di interscambi, esercitazioni, confronti, programmi educativi e, naturalmente, progetti industriali di rilievo”.

A marzo 2025 era stata un’altra fregata multi-missione FREMM – la “Luigi Rizzo” – ad approdare a Doha. “La sosta di Nave Rizzo è un’importante occasione per favorire lo scambio di esperienze, rafforzare i legami istituzionali e promuovere un dialogo costruttivo sui temi della difesa e della sicurezza”, riportava con l’immancabile enfasi il Comando della Marina Militare italiana. “La presenza della Fregata in Qatar è parte delle attività di cooperazione internazionale della Difesa. L’obiettivo è rafforzare la sinergia con le forze armate del Qatar nelle operazioni di sicurezza marittima, con particolare attenzione alla protezione delle rotte commerciali e alla stabilità regionale”.

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29/10/2025

Le aziende italiane sognano grandi affari a Gaza

di Antonio Mazzeo

Le forze armate israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza nonostante l’accordo di cessate il fuoco promosso da Donald Trump ma in Italia c’è già chi pensa a fare affari miliardari con la “ricostruzione” di Gaza City.

L’edizione italiana di Fortune (nota rivista economica USA) ha pubblicato un articolo dal significativo titolo “La ricostruzione a Gaza e le sfide per le imprese tricolore” in cui elenca le principali società che punterebbero a mettere le mani sull’affaire, stimato internazionalmente tra i 50 e i 70 miliardi di dollari.

“Le aziende europee avranno una corsia privilegiata nelle gare per la ricostruzione, e in questo quadro aziende italiane come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem e Maire, potrebbero partecipare alle attività di ricostruzione”, scrive Fortune Italia.

“Prysmian potrebbe essere coinvolta nella fornitura dei cavi dell’alta tensione per ripristinare la rete elettrica e di quelli per l’elettrificazione degli edifici. Ci sono poi aziende come Buzzi Unicem e Cementir che potrebbero essere coinvolte in ogni caso, essendo tra i maggiori produttori al mondo di cemento e calcestruzzo (e quindi in grado di collaborare con chiunque sarà il committente dei lavori)”.

In pole position dunque le aziende leader del settore costruzioni ed engineering, prima fra tutte la Webuild assopigliatutto delle Grandi Opere in Italia, prima fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, irrealizzabile, ma per cui è previsto comunque un investimento non inferiore ai 15 miliardi di euro.

“Si parla di aziende italiane di dimensione globale, abituate a destreggiarsi in mezzo continente, tra appalti e tecnologie all’avanguardia”, commenta ancora Fortune. Che poi si lancia in giudizi politici positivi per la destra al governo in Italia. “È interessante notare due fattori che potrebbero favorire le aziende italiane: la prossimità geografica, che consente di abbattere i costi di trasporto rispetto ad altri competitor e la prossimità politica, perché indubbiamente il ruolo equilibrato del governo Meloni, favorevole alla pace ma contrario a frettolosi riconoscimenti di nuovi stati e non equidistante tra Israele e un gruppo terroristico come Hamas, ci rende più credibili agli occhi di americani e israeliani”.

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11/07/2025

L’aeroporto di Comiso riconvertito a scalo militare?

di Antonio Mazzeo

Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise proprio a Comiso.

Mentre ormai lo scalo civile sembra essere destinato alla chiusura si fanno sempre più forti le pressioni per una sua conversione a fini bellici.

La scorsa settimana il ministro della difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Sicilia sarà trasformata in piattaforma addestrativa per i top gun USA e NATO che utilizzano i cacciabombardieri di quinta generazione F-35 (a capacità nucleare).

In tanti hanno pensato che sarà la stazione aeronavale di Sigonella a fare da hub addestrativo per l’US Air Force; personalmente ritengo invece che le autorità militari per tutta una serie di ragioni (anche logistico-operative) opteranno per un’altra destinazione.

L’aeroporto di Comiso è un'“ottima opzione”, ma non scarterei anche la possibilità che vengano utilizzati pure gli aeroporti militari di Trapani-Birgi (già base NATO per le operazioni degli aerei radar AWACS) e Pantelleria (in questo scalo in più esercitazioni sono atterrati i velivoli F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare italiana).

La lotta contro la militarizzazione della Sicilia – a partire dall’opposizione alla riconversione a fini militari di Comiso – deve diventare l’obiettivo prioritario di ogni soggetto sociale e politico che intenda richiamarsi all’Utopia di Pio La Torre di una Sicilia Ponte di Pace e Cooperazione tra i popoli del Mediterraneo.

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30/12/2024

La Nato stringe i rapporti con la Mauritania

Passa anche dalla Repubblica Islamica della Mauritania il riposizionamento e rafforzamento della presenza militare NATO, Ue e degli Stati Uniti d’America in Africa occidentale. In occasione della visita di una delegazione di rappresentanti del NATO Defence Capacity Building (DCB) nella capitale Nouakchott (1-6 dicembre 2024), l’alleanza militare del nord-atlantico ha consegnato ai reparti speciali delle forze armate mauritane un imprecisato numero di equipaggiamenti bellici (in particolare sistemi di telecomunicazione e di “difesa” anti-missili balistici e apparecchiature sanitarie).

“I nostri aiuti rafforzano le capacità di difesa e sicurezza della Mauritania e l’implementazione di iniziative chiave a supporto delle Forze operative speciali (SOF), nella sicurezza marittima, l’intelligence, la transizione delle carriere militari, le attività addestrative, nonché per affrontare le sfide legate alle armi leggere e di piccolo calibro”, spiega l’ufficio stampa della NATO. “Fornendo risorse essenziali e competenza e con il coinvolgimento in dialoghi di alto livello, la NATO continua a sostenere la Mauritania nella costruzione di capacità più forti e più resilienti, essenziali per mantenere la stabilità e la sicurezza regionale”.

A Nouakchott la delegazione del NATO Defence Capacity Building ha incontrato il ministro della Difesa, Ould Sidi Hanana, e il comandante SOF, generale El Mokhtar Mennyto, per discutere le future misure di rafforzamento delle forze armate e degli apparati di sicurezza ed “assicurare un continuo supporto e collaborazione tra la NATO e la Mauritania”. (1)

In occasione della missione degli “esperti” NDCB, si è tenuta in acque mauritane un’esercitazione a cui hanno partecipato unità da guerra della Repubblica Islamica e il pattugliatore offshore della Marina militare portoghese “NRP Viana do Castelo”, inviato per l’occasione a Nouakchott.

La cooperazione tra la NATO e la Mauritania ha preso il via nella seconda metà degli anni novanta. La Repubblica è uno dei partner di più antica data dell’Alleanza: è infatti membro del cosiddetto “Dialogo Mediterraneo” dalla sua costituzione (dicembre 1994). Si tratta del foro di confronto e collaborazione politico-militare che la NATO ha promosso per “contribuire alla sicurezza e stabilità” nell’area mediterranea e dell’Africa settentrionale, e per “promuovere buone relazioni e comprensione con i paesi partner e alleati” (attualmente ne fanno parte con la Mauritania, anche Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Marocco e Tunisia).

Dal 2013 la Mauritania è tra i beneficiari del Programma di miglioramento della formazione militare grazie alla quale la NATO fornisce strumenti “su misura” ai paesi partner per sviluppare e riformare le istituzioni preposte all’istruzione e all’addestramento del proprio personale. In occasione del Vertice NATO tenutosi a Madrid nel 2022, i Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza hanno ratificato l’ingresso della Mauritania tra i paesi destinatari dei pacchetti di aiuto nell’ambito della Defence Security Capacity Building, l’iniziativa finalizzata al sostegno delle forze armate partner per “rispondere alle differenti sfide alla sicurezza regionale”. Grazie agli “aiuti” della Defence Security Capacity Building, la NATO addestra le forze armate mauritane per potenziarne gli standard operativi anche in vista della partecipazione a missioni extra-nazionali. (2) 

L’ultimo biennio è stato caratterizzato dall’intensificarsi degli incontri e delle relazioni tra i vertici militari mauritani e la NATO. Il 26 giugno 2023, il Comandante dell’Accademia interforze di Nouakchott, il generale Dah Sidi Mohamed El Agheb, è stato ospite del Quartier generale della NATO a Bruxelles. “La regione del Sahel è teatro di sfide complesse ed interconnesse”, ha dichiarato il vicesegretario generale per le operazioni NATO, Thomas Goffus, a conclusione dell’incontro con El Agheb. “La situazione in via di deterioramento nel Sahel è importante per la sicurezza della NATO e la Mauritania, nostro importante partner, gioca un ruolo chiave nella regione”. (3)

Dall’1 al 3 maggio 2024 è stato il responsabile del NATO Military Committee, l’ammiraglio Rob Bauer a recarsi in visita in Mauritania dove ha incontrato, tra gli altri, il Presidente (già Capo di Stato Maggiore della Difesa), generale Moham Ould Ghazouani, il ministro della Difesa Hanena Ould Sidi e il Comandante delle forze aeree, generale Ould Cheikh Ould Boyda.

“L’ammiraglio Rob Bauer ha avuto l’opportunità di visitare il secondo battaglione comando delle Forze speciali nazionali mauritane”, riporta l’ufficio stampa della NATO. “Il Capo del NATO Military Committee ha discusso con la leadership delle forze armate locali l’approccio del paese per affrontare il terrorismo e i crimini transfrontalieri, due minacce interconnesse affrontate anche dalle nazioni alleate. L’Alleanza sta adottando una visione globale contro queste minacce e sta lavorando più strettamente con i partner in tutto il mondo”. (4)

Per riaffermare l’importanza del legame politico-militare NATO-Mauritania, il 28 maggio 2024 il vicesegretario in carica dell’Alleanza, Mircea Geoană, si è incontrato a Bruxelles con il ministro della Difesa della Repubblica Islamica, Hanana Ould Sidi. “La Mauritania è un partner molto apprezzato e la NATO è determinata a rafforzare ulteriormente la partnership e a potenziare le capacita delle sue forze armate nel combattere il terrorismo”, ha assicurato Geoană. (5)

A riprova del ruolo strategico assunto dalla Mauritania nelle campagne occidentali di contrasto al “terrorismo” e all’“estremismo violento” di matrice jihadista va segnalato, in particolare, che Nouakchott è stata prescelta quale sede della Segreteria generale esecutiva e del Sahel Defense College del “G5S”, l’organizzazione politico-militare regionale fondata nel 2014 da cinque Stati del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), ma che dopo il ritiro unilaterale del Mali, due anni fa, è de facto un “G4S”. Consulenti ed esperti NATO e delle forze armate USA partecipano periodicamente ai vertici e alle attività addestrative promosse dall’istituzione dei paesi del Sahel.

Anche il Comando generale delle forze armate USA per il continente africano (US Africom) pone particolare attenzione alle forze armate dello Stato dell’Africa occidentale. Dal 22 al 24 ottobre 2023 il comandante in capo di US Africom, il generale del Corpo dei Marines Michael Langley, si è recato in vista in Mauritania per “rafforzare la collaborazione nel campo della difesa” e confrontarsi con i leader politici e militari mauritani ed i diplomatici dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America.

“Il Comando generale di US Africom e la Mauritania continuano a lavorare congiuntamente per contrastare l’estremismo violento che sta espandendo la sua influenza per destabilizzare la regione del Sahel, nonché per assicurare una regione più sicura e pacifica”, ha dichiarato il generale Langley. “Le relazioni tra i nostri due paesi servono a proteggere le comunità e a favorire stabilità e opportunità economiche a tutti i Mauritani (…) I programmi di collaborazione hanno rafforzato l’abilità della Mauritania a proteggere i suoi confini e a promuovere lo sviluppo economico e il libero commercio”.

Incontrando il Capo di Stato delle forze armate di Nouakchott, generale Moctar Bollé Chabane, il comandante di US Africom ha assicurato la disponibilità statunitense ad aumentare le esercitazioni e gli addestramenti congiunti (la Mauritania partecipa già ai “tradizionali” war games USA nel continente come Flintlock e Phoenix Express ed ha anche ospitato l’edizione 2020 di Flintlock). Gli Stati Uniti si sono dichiarati pronti ad aumentare anche il numero di ufficiali mauritani da “formare” presso le proprie accademie e scuole militari. (6)

Ingenti aiuti militari sono giunti pure dalla Commissione dell’Unione europea. A fine 2022, nell’ambito dello Strumento europeo per la pace (EPF) volto a “consolidare gli interventi Ue finalizzati a prevenire i conflitti e a rafforzare la sicurezza internazionale”, Bruxelles ha stanziato finanziamenti a favore della Mauritania per 12 milioni di euro per la formazione militare e la fornitura di sistemi d’arma (imbarcazioni leggere, dispositivi di protezione individuale e attrezzature mediche). Nello specifico, è stata data priorità al “miglioramento delle capacità militari” di due battaglioni schierati ai confini con Mali, Sahara occidentale e Algeria. (7)

Sempre nel corso del 2022 l’Aeronautica militare mauritana ha ricevuto in consegna alcuni velivoli biposto G1 SPYL-XL “Aviation” di produzione francese per l’addestramento dei piloti e lo svolgimento di compiti di collegamento. I velivoli, dotati di un’autonomia di volo di 10 ore, sono stati acquistati attraverso l’Istituto francese di gestione per la sicurezza internazionale (THEMIIS) nell’ambito del Progetto di sostegno alla sicurezza e allo sviluppo della Mauritania (PADSM) finanziato dall’Unione europea. (8)

Nell’anno in corso, la Commissione europea ha rafforzato la partnership con le autorità di Nouakchott nel contrasto delle migrazioni, con la scusa del “crescente ruolo di transito” assunto dalla Mauritania nelle rotte tra l’Africa sub sahariana e le isole Canarie (Spagna). Bruxelles punta in particolare ad accrescere le capacità di intervento delle forze di sicurezza e militari mauritane nella “gestione” delle frontiere. A fine febbraio 2024, in occasione della visita in Mauritania della Presidente Ue Ursula von der Leyen e del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, è stato firmato un “accordo migratorio” che prevede lo stanziamento di 210 milioni di euro a favore del paese africano.

Sempre a sostegno delle operazioni contro l’“immigrazione illegale” nella regione del Sahel, a marzo la Commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson, e il ministro degli Interni della Mauritania, Mohamed Ahmed Ould Mohamed Lemine, hanno sottoscritto una “Dichiarazione congiunta” per lanciare ufficialmente la partnership sulle migrazioni Ue-mauritana. (9)

Note

1) https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_231781.htm?selectedLocale=en
2) https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_132756.htm L’iniziativa denominata Defence and Related Security Capacity Building è stata lanciata in occasione del Vertice NATO in Galles del 2014 ed è diretta a sostenere i paesi partner in Europa orientale e del cosiddetto Fianco Sud dell’Alleanza. Ne fanno attualmente parte oltre alla Mauritania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Giordania, Iraq, Moldavia, Tunisia e Nazioni Unite.
3) https://www.nato.int/cps/sn/natohq/news_216763.htm?selectedLocale=en
4) https://www.nato.int/cps/fr/natohq/news_225242.htm?selectedLocale=en#:~:text=From%201%20to%203%20May,long%2Dstanding%20NATO%20Partner%20Mauritania
5) https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_225813.htm
6) https://www.africom.mil/pressrelease/35341/usafricom-commander-and-senior-enlisted-leader-travel-to-mauritania
7) https://www.africa-express.info/2022/12/07/dallunione-europea-32-milioni-di-euro-a-mauritania-e-mozambico-in-aiuti-militari-per-combattere-il-terrorismo/
8) https://www.defenceweb.co.za/aerospace/aerospace-aerospace/mauritania-operating-g1-aviation-light-aircraft/
9) https://www.infomigrants.net/en/post/58013/mauritania–a-new-irregular-migration-gateway-to-europe

Fonte

06/10/2023

Scuola - Educare, non militarizzare

Intervista con Antonio Mazzeo. Insegnante, peace-researcher e giornalista impegnato nei temi della pace, della militarizzazione, dell’ambiente, dei diritti umani, della lotta alle criminalità mafiose.

Mazzeo ha ricevuto il “Premio G. Bassani – Italia Nostra 2010″ per il giornalismo e a Roma l’ottobre 2020 è stato premiato dall’Archivio Disarmo con la “Colomba d’oro per la Pace” quale riconoscimento “per aver interpretato per anni il giornalismo e la scrittura come una missione di difesa dei diritti umani e di denuncia delle ingiustizie“.

Attualmente assistiamo a un fenomeno ormai sempre più dilagante nelle scuole e nelle università.

In questi istituti non vi è più spazio per i partigiani e per coloro che testimoniano la trasmissione generazionale delle idee antifasciste, ma la scuola e l’università diventano teatro sempre più emblematico ed eclatante delle forze armate che impongono i disvalori più retrivi e reazionari del superego dell’eroe e della razza, del primato dell’individualismo, della violenza soprattutto, della competizione a oltranza e dell’annientamento dei più fragili del pianeta.

Tutti disvalori di una subcultura arretrata e atavica che sono accomunati alla mentalità reazionaria del ventennio più oscurantista e terrificante del novecento. Basti ricordare l’istruzione imposta ai giovani balilla all’epoca del duce e in nome di un indottrinamento di barbarie e violenza.

Puoi commentare queste affermazioni in quanto docente che si oppone a questi disvalori e all’attuale subcultura guerresca e militarista dominante?

Sì, fai bene a porre l’attenzione su uno degli aspetti più deleteri dell’odierno processo di militarizzazione delle scuole di ogni ordine e grado e del sistema educativo: il revisionismo storico e la riproposizione della narrazione e dei disvalori che hanno caratterizzato l’istruzione del ventennio fascista.

Patria, nazione, identità e unità nazionale, sicurezza, rispetto della “legalità” e obbedienza sono tornate ad essere le parole d’ordine delle innumerevoli iniziative “formative” che le forze armate propongono alle studentesse e agli studenti.

Si rispolverano presunti eroi di tutte le guerre (perfino le figure più ignobili della Repubblica sociale italiana), se ne esaltano le gesta di morte, si commemorano sanguinose battaglie coloniali e di contro si occultano i crimini commessi, le sanguinarie aggressioni contro le popolazioni, i bombardamenti con i gas sui villaggi in Africa, le inutili stragi di milioni di giovani mandati a fare da carne da macello per gli interessi del capitale e le follie dei dittatori. E intano la scuola italiana diventa sempre più autoritaria, classista e discriminante.

Come puoi commentare queste riflessioni alla luce di ciò che avviene nelle scuole e nelle università sempre più militarizzate e con la presenza delle forze armate?

Nelle nostre scuole è sempre più difficile proporre e sperimentare progetti di educazione alla pace e alla nonviolenza. Direi pure che è diventato quasi impossibile porre all’attenzione di dirigenti e colleghi la necessità di de-militarizzare i linguaggi e le attività curriculari.

All’ultimo collegio dei docenti ho avuto l’ardire di chiedere di ridenominare un dipartimento incautamente chiamato “sicurezza e legalità”. Perché non pensiamo a un gruppo di lavoro sull’educazione nonviolenta?, ho proposto.

I ragazzi devono imparare a rispettare le leggi, l’autorità e le istituzioni che le difendono come le forze armate e di polizia, mi è stato risposto. E a stramaggioranza la richiesta è stata respinta.

Questo è il clima che ormai si respira in buona parte degli istituti. Siamo del resto in guerra, una guerra globale e permanente. L’economia è di guerra e pure i media, le forze politiche, gli attori sociali hanno deciso d’indossare l’elmetto.

La scuola è da sempre lo specchio delle tensioni e delle contraddizioni della società. E dunque anche la scuola va alla guerra.

Come e in quali modalità questo processo di militarizzazione, che si sta diffondendo in maniera esponenziale, si manifesta?

Purtroppo sono innumerevoli le forme che testimoniano il processo in atto: visite guidate degli studenti (fin dalla primaria) alle caserme e ai porti e aeroporti militari; lezioni dei militari su quasi tutti i temi e gli argomenti interdisciplinari (Storia, Costituzione, salute, sport, contrasto alla droga e ai comportamenti definiti devianti e altro ancora); stage e alternanza scuola-lavoro all’interno delle infrastrutture di morte, nei depositi di missili e munizioni, a bordo di caccia e carri armati, nei poligoni inquinanti, nelle industrie belliche.

Ci sono poi i tanti concorsi a premi promossi dal ministero della Difesa e dalle grandi holding delle armi e della cyber security (Leonardo, Fincantieri, Boeing), i campi estivi con gli alpini e i reparti d’élite della Marina, le lezioni in lingua inglese con i Marines Usa che operano nelle installazioni che occupano i nostri territori.

In tanti istituti si celebra l’inizio dell’anno scolastico con l’alzabandiera e il canto dell’Inno di Mameli, fianco a fianco con i militari e la mano al cuore.

La nonviolenza e il diritto al disarmo nucleare sono ancora valori proponibili nei contesti educativi?

Dicevo che è sempre più complicato proporre la pace, la nonviolenza e il disarmo e non rischiare l’isolamento o la commiserazione. Ma dobbiamo continuare a farlo perché è in gioco il futuro stesso di tutte e tutti noi.

All’orizzonte si profilano le tetre nubi dell’olocausto nucleare e siamo chiamati al diritto-dovere alla resistenza per la sopravvivenza. Dobbiamo continuare a educare alla vita e per la vita, contro vento e maree, pur consapevoli delle nostre fragilità e del clima culturale di morte imperante.

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17/09/2023

Polonia, gli F-35 italiani al confine con la Russia

Atterrati a Malbork in Polonia gli F35A della Task Force Air 32° Wing che garantirà il supporto alle operazioni di Air Policing attraverso missioni aeree di difesa e deterrenza sul fianco Est dei Paesi NATO. Cresce pericolosamente il coinvolgimento dell’Italia nel sanguinoso conflitto russo-ucraino: nessuna dichiarazione ufficiale del governo e men che meno uno straccio di dibattito parlamentare, appena un tweet dello Stato Maggiore dell’Aeronautica zeppo di hashtag e annunci bellicosi (#ForzeArmate – #Una ForzaperilPaese -#WeAreNato – #StrongerTogether).

Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.

Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.

“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.

Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.

L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.

Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.

La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.

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19/01/2023

Marocco - Le forze armate del Marocco verso l’integrazione operativa nella Nato

di Antonio Mazzeo

Le forze armate del Regno del Marocco verso l’integrazione operativa nella NATO. L’ufficio stampa dell’Allied Joint Force Command (JFC Naples) con sede a Lago Patria, Napoli, ha reso noto che un reparto d’élite dell’esercito marocchino ha iniziato il suo percorso verso l’interoperabilità con le unità NATO grazie al programma addestrativo alleato denominato “OCC E&F” (Capacità operative e valutazione strategica e feedback) svoltosi dal 23 novembre al 10 dicembre  2022 nel poligono di Ramram, Marrakech. 

“Il programma OCC E&F è specificatamente disegnato per valutare il livello di interoperabilità e delle capacità militari raggiunte dalle unità di un paese partner in riferimento agli standard NATO”, aggiunge JFC Naples. Le attività addestrative a Camp Ramram sono state svolte con l’assistenza del personale specializzato del Comando Alleato di Lago Patria e il supporto di uno staff di militari provenienti da Bosnia-Herzegovina, Colombia, Georgia, Irlanda, Serbia e Svezia, paesi non ancora membri de iure della NATO.

“Tutti insieme hanno collaborato con un team di valutazione dell’esercito del Marocco per condurre il Self Evaluation Level-1 (SEL-1) di una compagnia del 2° Battaglione della 2^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito marocchino”, ha aggiunto l’ufficio stampa del Comando alleato. La 2^ Brigata aviotrasportata ha già partecipato a numerose esercitazioni in ambito nazionale ed internazionale e nel corso del programma di formazione a Marrakech ha mostrato “di avere appreso rapidamente e di avere implementato con successo gli standard NATO di livello 1”.

La compagnia del Marocco è la prima unità di un paese africano a conseguire la certificazione SEL-1. “Si tratta inoltre del primo esempio di impegno di JFC Naples a favore del Partnership Programme, a riprova della sua importanza come parte centrale della cooperazione alla sicurezza da parte della NATO”, conclude il Comando delle forze alleate di Lago Patria – Napoli.

Il 21 novembre 2022 alcuni rappresentanti dello Stato maggiore delle forze armate del Marocco avevano partecipato a Bruxelles a un meeting sulla “Sicurezza marittima” promosso dal Comitato Militare della NATO, presenti anche altri importanti paesi partner dell’Alleanza come Australia, Colombia, Finlandia, Repubblica di Corea, Qatar e Svezia.

“Proprio per la sua dimensione globale, la Sicurezza Marittima è un elemento chiave per la NATO e i suoi partner in tema di pace e sicurezza”, ha dichiarato aprendo la sessione il vicepresidente del NATO Military Committee, generale Lance Landrum.

“Esse dipendono l’una dall’altra se si assicurano soluzioni coerenti, coordinate e durature alle sfide marittime esistenti. Grazie alle esercitazioni navali congiunte, i membri della NATO e i paesi partner stanno lavorando  per mantenere e sviluppare le competenze nello svolgimento di attività di combattimento, edificando l’interoperabilità tra le forze armate NATO e dei partner così come stanno rafforzando le loro abilità marittime complessive e di pronto intervento per tutte le operazioni, internazionali e nazionali”.

La relazione principale al meeting internazionale è stata tenuta dal viceammiraglio Keith Blount, a capo del Comando navale alleato (MARCOM–Allied Marittime Command), con quartier generale a Northwood, Regno Unito. 

“Il dominio marittimo comprende oceani e mari, sopra e sotto la superficie, in tutte le direzioni”, ha esordito. “È in atto un vasto sforzo per assicurare una deterrenza e una difesa credibile nell’intero territorio marittimo dell’Alleanza e nelle aree di terra d’influenza. Il rafforzamento della coordinazione e della cooperazione con i partner è essenziale per sostenere lo sforzo della NATO nel dominio marittimo”.

Alla luce della sempre maggiore integrazione strategica nella NATO delle forze navali e terrestri marocchine, appare sempre più plausibile quanto rivelato il 6 dicembre scorso dalla testata web specializzata Africa Intelligence, relativamente alla possibilità che il Marocco diventi la prima nazione africana a fornire armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina da impiegare nel conflitto con Mosca.

Secondo Africa Intelligence, su richiesta dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America statunitensi, Rabat avrebbe deciso “segretamente” di fornire ai militari ucraini pezzi di ricambio per i carri armati T-72 di cui l’esercito marocchino possiede ancora 150 esemplari in versione B/BK di produzione bielorussa. Sempre secondo il sito specializzato in questioni militari, già nel 2015 il governo dell’Ucraina, attraverso la società statale Ukroboronprom, aveva richiesto al Marocco la fornitura di pezzi di ricambio dei T-72.

“In termini teorici vi sono diversi equipaggiamenti di tipo sovietico ancora in dotazione alle forze armate marocchine: oltre ai tank T-72B/BK sono presenti almeno una trentina di lanciarazzi campali da 122 mm BM 21, 12 semoventi antiaerei 2K22 Tunguska M1 con missili antiaerei SA-19 e cannoni da 30 mm, circa 160 cannoni a tiro rapido da 23 mm ZSU, decine di missili anticarro Malyutka e Metis e migliaia di fucili della famiglia AK-47 Kalashnikov di origine rumena, cinese e finlandese”, documenta Analisi Difesa.

“Il Marocco aveva espresso la volontà di mantenere in servizio i T-72B/BK ma potrebbe ottenere da Washington la sostituzione delle armi girate all’Ucraina con prodotti statunitensi nuovi o di seconda mano come i carri M1A1/A2-Abrams di cui l’esercito di Rabat schiera già 384 esemplari”.

Analisi Difesa rileva infine come il Regno del Marocco, uno degli stati africani che in ambito ONU si è sempre espresso a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, “potrebbe fungere da collettore in Africa per conto degli Stati Uniti con l’obiettivo di reperire armi e munizioni di tipo russo/sovietico da fornire a Kiev”.

Il Marocco, insieme alla Tunisia, è stato il primo paese africano visitato (17- 19 ottobre 2022) dal generale del Corpo dei Marines, Michael Langley, dopo aver assunto l’incarico di comandante di U.S. Africom, il Comando per le operazioni delle forze armate USA in Africa, di stanza a Ramstein, Germania.

“La nostra partnership in Nord Africa aiuta e supporta la sicurezza regionale e quella marittima nelle acque oltre il fianco sud della NATO”, ha dichiarato il gen. Langley a Rabat.

Nel corso della missione in Marocco, Michael Langley ha incontrato il ministro Abdellatif Loudiyi (con delega del Capo di governo per l’amministrazione nazionale della difesa) e i vertici delle forze armate marocchine, tra cui il gen. Belkhir El Farouk (comandante della Zona meridionale), il gen. Alaoui Bouhamid (ispettore capo dell’Aeronautica militare) e il viceammiraglio Mostafa El Amai (ispettore generale della Marina). Oggetto degli incontri, la “condivisione di interessi comuni nel settore sicurezza e sulle future aree di possibile cooperazione”, come riporta il Comando di U.S. Africom.

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29/12/2022

Il Ponte sullo Stretto come il Muos di Niscemi e Sigonella

Non prova neanche a mimetizzarlo il suo punto vista, Lucio Caracciolo, sul ponte sullo Stretto. Ne ha parlato in un pezzo scritto per La Stampa il 7 dicembre scorso. Per lui sono secondari gli argomenti, e gli scontri, sugli aspetti ingegneristici, economici, ambientali dell’infrastruttura d’attraversamento. Ciò che conta è la sua valenza strategica, geopolitica, militare.

Per questa ragione assimila il ponte sullo Stretto al Muos di Niscemi, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA per governare i conflitti globali del XXI secolo, “senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria”.

Perché ciò che conta è il valore strategico della Sicilia, il suo collocarsi in un’area che Limes chiama Caoslandia, nel Mediterraneo “allargato” che è tornato ad essere centrale per i flussi commerciali provenienti da Oriente e per l’intervento politico, militare, economico di Cina, Russia e Turchia.

Limes aveva già insistito in altre occasioni su questo tema. Proprio un anno fa la rivista di geopolitica, i cui redattori, dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, sono stabilmente sui canali tv nazionali, aveva pubblicato un numero speciale sulla Sicilia.

“L’Italia senza la Sicilia non esiste”, questo era l’argomento. Per questa ragione la Sicilia non può “annegare” nel Mediterraneo. E nel pezzo pubblicato su La Stampa Caracciolo è esplicito fino al didascalico.

“Se non lo volete capire la Sicilia è la Frontiera e senza la difesa della Frontiera gli Stati periscono”, sembra dire, perché dallo Stretto di Sicilia (così quelli di Limes chiamano il Canale di Sicilia per sottolineare la esigua distanza che separa l’Isola dall’Africa) passa la principale rotta migratoria, perché da lì passa la via della seta cinese, perché “i turchi e i russi della Wagner si sono acquartierati sul lato africano dello Stretto”, perché quel tratto di mare è attraversato dai cavi sottomarini transcontinentali della Rete.

Caracciolo ci ricorda che la Sicilia fu il luogo dell’invasione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella volta gli invasori erano i “liberatori americani” e ce la cavammo, ma stavolta chi potrebbe essere il nuovo invasore? Per questo l’Italia (ma a questo punto perché non l’Europa o l’Occidente?) senza la Sicilia non esiste.

Perché la Sicilia deve essere la piattaforma militare nel Mediterraneo, la difesa dell’Occidente dalle armate dei Bruti o degli Extranei. Noi siamo la Barriera costruita a difesa. Questo è il nostro destino.

Lucio Caracciolo si spinge fino a lamentare la “scarsa presenza militare nell’area” e ad auspicare una “più incisiva presenza della Marina e delle altre Forze armate nelle acque” di quello che insiste a chiamare il “mare nostro”.

L’ennesima ode al militarismo e al riarmo a cui gli analisti mainstream ci hanno abituato nell’ultimo anno di fratricida guerra in Ucraina. Ipocrita narrazione di una “Isola indifesa” quando è sotto gli occhi di tutti il devastante e invasivo processo di militarizzazione che ha investito ogni angolo della Sicilia e delle sue isole minori e l’abnorme presenza statunitense nella stazione aeronavale di Sigonella, “capitale mondiale dei droni”.

Per questo il ponte serve, per Caracciolo: per la sicurezza, per stabilizzare le aree di frontiera e per collegare militarmente l’Italia, l’Europa, l’Occidente alla Sicilia, non viceversa.

In passato avevamo già invitato a guardare ai rischi che il ponte portava con sé anche sotto questo profilo. Ci avevano guardati un po’ perplessi. Il ponte ci metterebbe in pericolo, farebbe da traino ad una ulteriore forte militarizzazione e ad un più asfissiante controllo del territorio proprio perché naturale obbiettivo strategico in caso di conflitto.

Eccoci serviti. Lucio Caracciolo ce lo sbatte in faccia senza neanche prepararci con parole di circostanza. E a chi pensa che con il ponte i propri figli non emigrerebbero più potremmo consigliare di arruolarli, che forse lì di lavoro ne troverebbero.

Ciò che è incredibile è che il ritorno del Mediterraneo come luogo centrale e l’importanza della Sicilia per la sua collocazione geografica debba essere necessariamente declinato sotto il profilo della guerra.

La Sicilia, che nelle vecchie carte appariva più estesa di quanto lo fosse proprio per l’importanza che assumeva nei commerci mondiali, la Sicilia raccontata da sempre dai viaggiatori, deve essere piattaforma di guerra?

E perché, invece, non potrebbe essere piattaforma di pace? Perché gli abitanti dell’isola non potrebbero trarre “vantaggio” dall’affacciarsi della propria terra su un continente africano in crescita? Perché non possiamo pensare di crescere insieme con le popolazioni africane che lavorano, viaggiano, portano avanti le loro famiglie, socializzano e trasferiscono risorse e conoscenza?

Il nostro No al ponte è anche questo. Un No alle logiche di guerra, alle militarizzazioni dei territori e del mare, ai muri armati innalzati tra Nord e Sud. È il nostro Sì, forte, per la Pace, il Disarmo e la Giustizia tra i Popoli.

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24/11/2022

Basi di guerra da nord a sud. L’Unità d’Italia rifatta dalla Nato

L’ultima missione di spionaggio sui cieli dell’Europa dell’Est è stata tracciata dai radar lo scorso 14 ottobre. Un Gulfstream E.550 CAEW del 14° Stormo dell’Aeronautica militare italiana dopo essere decollato dallo scalo romano di Pratica d Mare ha raggiunto prima i confini della Polonia con l’Ucraina e poi quelli con l’enclave russa di Kaliningrad.

Un’operazione ormai di routine da quando le forze armate di Mosca hanno invaso l’Ucraina.

Il velivolo in dotazione ai reparti di volo italiani aveva fatto il suo debutto nelle aree di conflitto l’8 marzo 2022 con una missione d’intelligence nello spazio aereo della Romania fino ai confini con Moldavia e Ucraina e le sempre più agitate e militarizzate acque del Mar Nero.

Da allora i Gulfstream E.550 di Pratica di Mare sono uno degli attori più richiesti dai comandi NATO che coordinano le operazioni aeree di sorveglianza e “contenimento” dei reparti di guerra della Federazione russa in territorio ucraino.

Basati sulla piattaforma del jet sviluppato dall’azienda statunitense Gulfstream Aerospace, appositamente modificato e potenziato dalla israeliana Elta Systems Ltd. (società del gruppo IAI), i velivoli in dotazione all’Aeronautica italiana non sono semplicemente dei “radar volanti”, ma possiedono anche compiti di “gestione” delle missioni alleate nei campi di battaglia e di disturbo delle emissioni elettroniche “nemiche”.

“Gli aerei CAEW hanno funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, strumentali alla supremazia aerea e al supporto alle forze di terra”, spiega lo Stato maggiore dell’Aeronautica.

“In altre parole, essi sono un assetto di straordinario valore sia per l’Italia che per la NATO per conseguire quella che è definita come Information Superiority, cioè il vantaggio che deriva dall’abilità di raccogliere, processare e trasferire un flusso ininterrotto di informazioni mentre si impedisce al nemico di poter fare lo stesso”.

Non sono solo i sofisticati e costosissimi aerei di produzione israelo-statunitense a consolidare il ruolo di cobelligerante dello scalo militare di Pratica di Mare nel sanguinoso conflitto russo-ucraino.

È da qui infatti che decollano con sempre più frequenza i velivoli cisterna KC-767A dell’Aeronautica utilizzati per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri italiani e NATO impiegati nella Air Policing Mission anti-russa nello spazio aereo di Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria e delle Repubbliche baltiche.

Velivoli cargo dello stesso tipo vengono impiegati da Pratica di Mare anche per trasportare i sistemi d’arma “donati” dal governo italiano alle forze armate ucraine e gli uomini, i mezzi pesanti e gli armamenti destinati ai battaglioni di pronto intervento che la NATO ha insediato a mo’ di tenaglia alle frontiere occidentali di Russia e Bielorussia (attualmente i reparti italiani d’élite dell’Esercito sono presenti in Ungheria, Bulgaria e Lettonia).

Ma in Italia non c’è solo Pratica di Mare a fare da trampolino di lancio degli assetti aerei impiegati nella pericolosa escalation bellica in Europa orientale e nel Mar Nero.

Dalla stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, con cadenza ormai quotidiana e fin da prima dell’aggressione russa del 24 febbraio scorso, decollano i droni d’intelligence AGS della NATO e “Global Hawk” di US Air Force e i nuovi pattugliatori marittimi P8A “Poseidon” di US Navy e delle forze aeronavali di Australia e del Regno Unito.

Anch’essi ricoprono le stesse rotte fino ai confini con il territorio ucraino, rumeno, bulgaro e moldavo, per operazioni di intelligence e ricognizione. Così come avviene con i CAEW Gulfstream di Pratica di Mare, i dati sensibili raccolti dai “Poseidon” e dai droni USA e NATO di Sigonella vengono messi a disposizione delle forze armate di Kiev per pianificare le operazioni contro l’invasore russo.

Sono cioè una specie di occhio e orecchio non poi tanto segreto contro le manovre dell’esercito di Mosca e una sorta di consigliere-guida della controffensiva ucraina che ha già consentito di ottenere sul campo rilevanti “successi” sugli avversari.

Questi velivoli hanno pure moltiplicato gli interventi nel Mediterraneo orientale in prossimità del porto di Tartus, Siria, utilizzato per le soste tecniche della flotta militare russa.

In particolare proprio un pattugliatore P-8A di US Navy è stato protagonista di quella che, per il valore politico-simbolico ma soprattutto per le conseguenze in termini di vite umane, ha rappresentato una delle azioni di guerra più significative e drammatiche del conflitto: l’affondamento dell’incrociatore russo Moskva a largo di Odessa, mercoledì 13 aprile, presumibilmente dopo essere stato colpito dai militari ucraini con uno o più missili anti-nave.

Sono ancora fittissimi i misteri sulle dinamiche e sulle unità protagoniste dell’attacco, così come è ancora ignoto il numero delle vittime. È tuttavia certo che l’operazione militare contro la nave ammiraglia russa nel Mar Nero è stata “monitorata” e registrata a poche miglia di distanza da un “Poseidon” statunitense decollato dalla stazione aeronavale siciliana.

Il sempre più evidente coinvolgimento nella guerra fratricida Russia-Ucraina di alcune delle principali basi ospitate in territorio italiano si accompagna al colpo di acceleratore che le forze armate nazionali, USA e NATO hanno dato ad alcuni programmi (vecchi e nuovi) di ampliamento e potenziamento del dispositivo bellico.

Dalle Alpi al Canale di Sicilia non c’è comando, centro radar e telecomunicazione, aeroporto e scalo portuale che non ospiti o stia per stia per ospitare milionari cantieri infrastrutturali. La NAS – Naval Air Station di Sigonella è forse l’esempio più eclatante: per ospitare i nuovi pattugliatori “Poseidon” sono state realizzate alcune aree di parcheggio e un maxi-hangar con annesso centro di manutenzione del costo di 26,5 milioni di dollari, inaugurato ufficialmente a metà gennaio 2022 (prima dell’invasione russa, ndr).

Nella base siciliana è divenuto pienamente operativo l’AGS – Alliance Ground Surveillance, il sistema avanzato di sorveglianza terrestre e intelligence dell’Alleanza Atlantica basato su cinque grandi velivoli senza pilota RQ-4 “Phoenix” realizzati dal colosso aerospaziale Northrop Grumman.

Questi nuovi droni sono lunghi 14,5 metri e possono volare in tutte le condizioni ambientali e ininterrottamente per più di 30 ore, fino a 18.280 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. Il loro raggio d’azione è di oltre 16.000 km. Inoltre, poche settimana fa, il Dipartimento dell’US Air Force ha firmato un contratto del valore di 177 milioni di dollari con una società controllata dal colosso militare industriale Raytheon Technologies, per migliorare l’efficienza dei 14 terminali mondiali (tra cui Sigonella) inseriti nel sistema High Frequency Global Communications (HFGCS).

Le stazioni terrestri dell’HFGCS trasmettono i cosiddetti EAM (messaggi di azione di emergenza) e altri tipi di codici di rilevanza strategica, compresi quelli per la conduzione di un attacco nucleare.

A Vicenza, dopo la realizzazione presso l’ex aeroscalo “Dal Molin” di un enorme complesso militare riservato ai paracadutisti della 173^ Brigata aviotrasportata di US Army, ha preso il via un megaprogetto del valore stimato di 373 milioni di dollari per la realizzazione entro cinque anni di 478 alloggi per il personale militare statunitense e famiglie (villette a schiera e diverse nuove palazzine all’interno della caserma Ederle e del cosiddetto Villaggio della Pace).

Sono previste inoltre nuove infrastrutture viarie per rendere più rapido e “sicuro” il collegamento delle basi USA di Vicenza con l’aeroporto NATO di Aviano (Pordenone), sede di alcuni reparti aerei dell’US Air Force dotati dei cacciabombardieri di quarta generazione F-16 a capacità nucleare, nonché utilizzato per i grandi aerei cargo che trasportano i parà della 173^ Brigata verso i maggiori scacchieri di guerra internazionali (recentemente in Iraq e Afghanistan, attualmente in Europa orientale e in Africa).

E ad Aviano, così come a Ghedi (Brescia), sono in via di completamento i lavori di “rafforzamento” dei bunker che ospitano le bombe nucleari tattiche B-61 delle forze aeree statunitensi, attualmente in fase di aggiornamento per essere impiegate a bordo dei cacciabombardieri di quinta generazione F-35 in dotazione alle forze USA e italiane.

Bibliche colate di cemento a fini bellici sono previste anche per un’altra città dall’incomparabile patrimonio storico, artistico, architettonico e paesaggistico: Pisa.

Secondo quanto previsto dal Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, in un’area di 73 ettari a Coltano, all’interno del parco regionale di Migliarino–San Rossore–Massaciuccoli, saranno realizzati innumerevoli caserme e alloggi per militari e famiglie, poligoni di tiro e basi addestrative.

Tre i reparti d’assalto dei Carabinieri che saranno insediati a Coltano ci sono il 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania”, il G.I.S.-Gruppo di Intervento Speciale e il Centro Cinofili, da decenni impiegati nei maggiori teatri di guerra internazionale in azioni di combattimento e nell’adde-stramento “anti-terrorismo” del personale militare di alcuni ingombranti regimi africani e mediorientali. Il progetto di Pisa è funzionale al rafforzamento del ruolo geo-strategico della regione Toscana per la proiezione extra-area delle forze armate nazionali, USA e

NATO. La nuova cittadella dei reparti d’assalto dei Carabinieri si aggiungerà infatti alla grande base di stazionamento dei mezzi pesanti di US Army di Camp Darby, agli aeroporti di Pisa-San Giusto e Grosseto, al porto di Livorno, alle tante caserme dei parà della “Folgore”, al centro di ricerca militare avanzato (già nucleare) di San Piero a Grado, al comando fiorentino della Divisione “Vittorio Veneto” prossimo ad operare come Multinational Division South NATO per gli interventi dell’alleanza nel Mediterraneo e in Africa.

Un hub toscano per la guerra globale che si aggiunge a quelli veneto-friulano (con Vicenza e Aviano); siciliano (Sigonella, il MUOS di Niscemi, la baia di Augusta, lo scalo di Trapani-Birgi e le isole minori di Pantelleria e Lampedusa); pugliese (le basi navali NATO di Taranto e Brindisi, gli aeroporti di Amendola, Gioia del Colle e Galatina); campano (il porto di Napoli e Capodichino, il Comando interalleato di Lago Patria); sardo (gli innumerevoli poligoni sparsi per tutta l’isola, Decimomannu, l’arcipelago della Maddalena).

L’Italia armata e ipermilitarizzata per gli interessi strategici del Pentagono e dell’Alleanza Atlantica ma anche per i profitti e i dividendi del complesso militare-industriale nazionale e internazionale.

A esclusivo beneficio delle industrie di morte sorgerà a Torino l’ultimo tempio dedicato ad Ares, dio di tutte le guerre, che convertirà parte del territorio dell’Italia nord-occidentale nell’ennesimo hub militare del paese (in quest’area esistono già il centro di Cameri-Novara per la produzione degli F-35, il quartier generale dei NATO Rapid Deployable Corps di Solbiate Olona, i complessi Leonardo-Agusta a Varese, la base nucleare di Ghedi, le fabbriche di pistole, mitra e fucili nel bresciano).

Lo scorso 7 aprile i ministri degli Esteri e della Difesa della NATO hanno approvato un documento strategico che pone le basi del “Defence innovation accelerator for the North Atlantic” (DIANA), cioè l’Acceleratore di innovazione nella difesa per l’Atlantico del Nord), dotato di una prima tranche di un miliardo di euro circa grazie al NATO Innovation Fund, il fondo di investimenti finanziari varato dall’Alleanza.

Con il DIANA sarà promossa la ricerca scientifico-tecnologica di centri accademici, start up e piccole e medie imprese sulle cosiddette deep technologies, le tecnologie emergenti che la NATO ha identificato come “prioritarie”: sistemi aerospaziali, intelligenza artificiale, biotecnologie e bioingegneria, computer quantistici, cyber security, motori ipersonici, robotica e sistemi terrestri, navali, aerei e subacquei a pilotaggio remoto, industria navale e delle telecomunicazioni, ecc.

“Gli investimenti e la ricerca del progetto DIANA serviranno a dare vita a quelle tecnologie nascenti che hanno il potere di trasformare la nostra sicurezza nei decenni a venire, rafforzando l’ecosistema dell’innovazione dell’Alleanza e sostenendo la sicurezza del nostro miliardo di cittadini”, ha dichiarato il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg.

E proprio la città di Torino è stata scelta come prima sede europea degli acceleratori DIANA. L’avvio dell’ambizioso programma è previsto per l’inizio del prossimo anno, quando saranno definiti i progetti da finanziare. In una prima fase la sede di DIANA sarà ospitata in un’area di 9.000 mq ricavata all’interno delle storiche Officine Grandi Riparazioni, il complesso industriale sorto a Torino a fine Ottocento.

A partire del 2026 l’incubatore-acceleratore DIANA sarà trasferito nella Città dell’Aerospazio in via di realizzazione in un’area di 184.000 mq alla periferia ovest del capoluogo piemontese, grazie ad un finanziamento di 300 milioni di euro del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRT), più altri 800 milioni che dovrebbero giungere da una settantina di aziende del settore aerospaziale interessate al progetto industriale.

Tra queste ultime in pole position c’è ovviamente l’holding Leonardo SpA, leader nella produzione di sistemi d’arma tecnologicamente avanzati.

“Leonardo, azienda partecipata al 30% dal Ministero dell’economia coordinerà tre progetti del nuovo sistema di difesa europeo: il sistema di navigazione satellitare Galileo, finanziato dall’Unione europea con 35,5 milioni di euro; quello di tecnologia sicura Essor, che ha ricevuto 34,6 milioni; e il progetto degli anti-droni Jey Cuas (13 milioni)”, ha riportato l’Indipendente in un ampio servizio pubblicato il 17 luglio 2022.

“Una parte degli spazi della città sarà destinata al nuovo campus del Politecnico di Torino, mentre l’altra sarà occupata dagli uffici del programma DIANA e da alcune aree per la sperimentazione di nuove tecnologie di terra e di volo”.

A fianco dei laboratori e degli spazi per le start-up, si insedierà nella Città dell’Aerospazio pure il Business Incubation Centre dell’Agenzia Spaziale Europea.

Secondo quanto dichiarato dal ministero della Difesa italiano, verrà messo a disposizione del progetto pure il neo costituito acceleratore Takeoff – Aerospace & Advanced Hardware (una creatura di Cdp Venture Capital, Fondazione CRT e UniCredit) e “saranno rese disponibili le capacità di sperimentare tecnologie innovative” presso il Centro di Supporto e Sperimentazione Navale della Marina Militare di La Spezia e il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (CIRA) di Capua, società partecipata dell’Agenzia Spaziale Italiana, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e della Regione Campania.

Un mixer – letteralmente esplosivo – di organizzazioni militari internazionali, grandi, medie e piccole industrie, istituzioni pubbliche e private, banche e gruppi finanziari, autorità statali, regionali e locali, università e centri di ricerca scientifica che farà di Torino la capitale europea delle guerre globali aerospaziali del XXI secolo. Guerre ancor più automatizzate e disumanizzate di quelle a cui abbiamo assistito, impotenti e inorriditi, in questi ultimi decenni.

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30/10/2022

Drone USA vola da Sigonella in Crimea nelle ore dell’attacco ucraino alla flotta russa


Offensiva ucraina contro la flotta russa a largo della città di Sebastopoli. Ancora incerto il numero delle unità navali colpite da missili e droni (forse anche subacquei); è stato tuttavia documentato il volo sulle acque prossime alla Crimea, nelle stesse ore, di un grande drone-spia Global Hawk della US Air Force decollato dalla base siciliana di Sigonella.

Il ruolo belligerante di NAS Sigonella è stato rivelato già in occasione dell’affondamento della nave ammiraglia della flotta russa, la fregata lanciamissili “Moskva” lo scorso 14 aprile, quando un pattugliatore Poseidon della US Navy di stanza in Sicilia seguì tutte le fasi dell’attacco ucraino, fornendo in particolare le coordinate nautiche della nave da guerra.

La Sicilia piattaforma di guerra USA e NATO nel Mar Nero...

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12/06/2022

Ucraina - Ci sono pure i reparti speciali italiani

Da giorni il personale della 2° Brigata Mobile dell’Arma dei carabinieri che comprende i reparti speciali del Reggimento paracadutisti Tuscania e del GIS – Gruppo di intervento speciale è stato distaccato in Ucraina ”a difesa” dell’ambasciata italiana a Kiev.

A confermare la notizia, debitamente tenuta segreta sino ad oggi dal governo Draghi, il generale Nicola Conforti, vice capo del II° Reparto del Comando generale dei Carabinieri.

“In Ucraina i carabinieri garantiscono la sicurezza dell’ambasciata a Kiev e parteciperanno con gli specialisti del RIS alla task force europea presso la Corte penale internazionale dell’Aja, che indaga sui crimini di guerra“, ha spiegato il generale Conforti al Corriere della Sera.

Sempre secondo l’ufficiale il 6 maggio 2022 è stata firmata pure un’intesa tecnica di cooperazione in campo addestrativo con la Guardia Nazionale Messicana, forza di polizia a status militare istituita nel 2019. Altri accordi tecnici sono stati firmati con il Ruanda e la Moldavia.

Un migliaio di carabinieri dei corpi speciali operano in missioni di guerra all’estero (in partiolare Niger, Gibuti e Somalia), mentre per la “formazione” delle polizie militari dei paesi africani e mediorientali viene utilizzato l’hub internazionale di Vicenza che ospita dal 2005 il Centro di eccellenza per le Stability Police Unit (COESPU), il quartier generale della Gendarmeria europea e il Centro di eccellenza Nato per la polizia di stabilità.

Il “premio” per il Reggimento paracadutisti Tuscania e il Gruppo di intervento speciale dei Carabinieri? Una mega-cittadella militare nel parco di sar Rossore a Pisa-Coltano, a due passi dalla base USA di Camp Darby e dallo scalo aereo di Pisa San Giusto, devastando uno straordinario territorio, depauperando le fonti idriche e condannando la Toscana a fare da terzo grande polo nazionale per le operazioni belliche in mezzo mondo.

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18/02/2022

L’Italia torna Sabauda ed è pronta alla “deterrenza” anti-Russia

di Antonio Mazzeo

Una maledizione che ricorre in tutta la storia d’Italia, anzi da prima che si completasse il processo unitario come nel caso della spedizione sabauda in Crimea contro lo zar di Russia nel 1855.

Il partecipare immancabilmente agli appuntamenti bellici internazionali sulla scia della superpotenza di turno: prima l’impero britannico, poi la Triplice Intesa, poi ancora la Germania nazista, infine gli Stati Uniti d’America e la Nato. Non è bastata la vergognosa debacle in terra afgana per fare i conti con la storia e provare ad acquisire un po’ di autonomia politica-diplomatica e militare dall’Alleanza Atlantica.

Ecco allora che con l’escalation della crisi Ucraina-Russia, alle soglie di una guerra che potrebbe anche essere mondiale e nucleare, l’Italia si dice pronta a fare la sua parte agli ordini di Joe Biden e Jens Stoltenberg.

“L’Alleanza ha previsto un rafforzamento delle misure di deterrenza sul proprio fianco est a cui anche l’Italia partecipa nell’ambito di dispositivi di operazioni e missioni già autorizzate dal Parlamento: se saranno assunte ulteriori decisioni, l’Italia darà il suo ulteriore contributo e farà la propria parte, riaffermando il valore della coesione dell’Alleanza”.

Parole forti, inequivocabili, quelle del ministro Lorenzo Guerini. Pronunciate come ora mai è deprecabile prassi non nelle dovute sedi istituzionali (le Camere), ma durante un’esclusiva intervista a La Repubblica il 26 gennaio scorso, prontamente rilanciata integralmente in home page dal sito web del Ministero della difesa.

“Lo Stato maggiore ha incrementato la prontezza dei reparti di rinforzo ossia la rapidità con cui potranno prendere posizione; se la tensione non dovesse calare, saranno in grado di rischiararsi nell’Europa dell’Est in pochissimi giorni”, rivela il quotidiano.

Tredici giorni dopo Guerini si è presentato davanti alle commissioni parlamentari Esteri e Difesa per fare il punto sulla situazione in Ucraina e fornire qualche informazione in più sulle intenzioni dell’esecutivo.

“Il rapporto transatlantico è il cardine della sicurezza e della pace in Europa e chi coltiva l’obiettivo di dividerci resterà deluso”, ha esordito il ministro. “La strada principale seguita dal governo italiano, così come da tutti gli Alleati, è quella di insistere sulle possibilità di dialogo, in tutte le sedi. Ma allo stesso tempo assieme condividiamo la determinazione a trasmettere un messaggio inequivocabile alla Russia: qualsiasi aggressione contro Kiev avrebbe gravi conseguenze”.

Poi la nostalgia per i tempi bui dei blocchi militari contrapposti. “Nel complesso si tratta di bilanciare la deterrenza e il negoziato, lo strumento militare e la diplomazia: quel double track che a suo tempo fu la strategia vincente della Nato nella fase finale della Guerra Fredda”.

Il ministro Guerini ha spiegato che le modalità con cui sarà potenziato il dispositivo militare Nato in prossimità delle frontiere russe saranno stabilite nel corso del Meeting inter-ministeriale alleato del 16 e 17 febbraio.

“Sarà questa l’occasione per discutere anche dell’opportunità di prevedere una presenza stabile anche nei paesi del fianco Sud – Est dell’Alleanza, in analogia a quanto in atto in Polonia e nei Paesi Baltici e di aumentare l’offerta di assetti aerei”. (1) Non solo dunque più militari, più carri armati e più cacciabombardieri ad est, ma anche sul fronte sud-orientale (Albania? Grecia? Macedonia del Nord? Turchia?).

Citando una “fonte militare” top secret, Il Giornale ha preannunciato che dopo il vertice Nato l’Italia potrebbe decidere l’invio di “ulteriori truppe” nei paesi orientali dell’Alleanza atlantica. “L’Italia ha pronti 1.000 uomini delle forze che a rotazione sono in prontezza per intervenire”, avrebbe riferito la fonte al quotidiano. (2)

Comunque vada a finire il pericolosissimo braccio di ferro tra gli alleati atlantici e la Russia, è certo che in Romania sarà attivato un nuovo Battle Group multinazionale Nato a guida francese e composto da 1.500 militari, il quinto dopo quelli istituiti in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia a seguito della decisione assunta dai Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza durante il Summit di Varsavia del luglio 2016. (3) Il Battle Group si affiancherà in Romania allo squadrone “Striker” dell’esercito USA in via di trasferimento dalla base tedesca di Vilseck.

Ma come riferito in conferenza stampa dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a conclusione del primo giorno di meeting interministeriale (16 febbraio 2022), “stiamo discutendo la possibilità di stabilire battaglioni multinazionali in Europa centrale, orientale e sud-orientale”. Cioè altri dopo quello destinato alla Romania.

L’Italia prende parte al dispositivo di “deterrenza” anti-Russia con il Task Group Baltic schierato in Lettonia nell’ambito del battaglione multinazionale di pronto intervento NATO guidato dal Canada e di cui fanno parte pure Albania, Islanda, Montenegro, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Spagna.

“Dinnanzi a una deteriorata percezione della sicurezza e a seguito di specifica richiesta avanzata da parte dei Paesi Baltici e della Polonia, la NATO ha ritenuto opportuno rafforzare la propria presenza sul fianco est dello spazio euro-atlantico, varando una misura di enhanced Forward Presence (eFP)”, spiega il ministero della Difesa.

“L’eFP è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO e rappresenta un chiaro esempio della determinazione nell’assolvere la missione primaria di sicurezza collettiva dell’integrità territoriale euro-atlantica contro ogni possibile aggressione e minaccia, nonché di riaffermazione della coesione e della solidarietà tra i Paesi membri." (4)

Attualmente il contingente nazionale impiegato è di 238 militari appartenenti al 2° Reggimento Alpini di Cuneo, al Reggimento “Nizza Cavalleria” di Bellinzago Novarese (inquadrato nella Brigata Alpina Taurinense), al 2° Reggimento Trasmissioni di Bolzano e al 17° Reggimento Artiglieria Contraerea “Sforzesca” di Sabaudia (Latina). Centotrentacinque i mezzi da guerra terrestri impiegati, tra carri armati e blindati.

Che non si tratti di una missione di mera presenza “dissuasiva” è lo stesso Stato maggiore delle forze armate a dirlo con linguaggi e narrazioni che ricordano tanto i reportage di guerra dell’Istituto Luce del ventennio mussoliniano.

“Il 17 gennaio 2022 ad Adazi, Lettonia, le Truppe Alpine dell’Esercito Italiano hanno condotto una serie di attività addestrative tese a consolidare il proprio stato di prontezza e sviluppare l’interoperabilità all’interno del Battle Group a connotazione multinazionale”, riporta l’ufficio stampa della Difesa.

“Le Truppe Alpine della Brigata Alpina Taurinense, caratterizzate dalla capacità di operare su neve, ghiaccio e in condizioni climatiche avverse per periodi prolungati, si sono rivelate utile strumento per la condotta di operazioni in ambiente compartimentato a connotazione boschiva, con l’utilizzo di veicoli cingolati blindati BV 206”.

Il 20 gennaio è stata la volta delle esercitazioni con i blindati. “Truppe Alpine dell’Esercito hanno effettuato manovre di avvicinamento e combattimento con azioni in bianco e a fuoco con blindo armata Centauro”, annota la Difesa.

Nuove attività per incrementare le capacità di tiro dinamico il 31 gennaio per la task force in territorio lettone, stavolta però con il supporto dei blindati “leggeri” VTLM Lince prodotti dal gruppo industriale Iveco Defence Vehicles di Bolzano.

Infine l’esercitazione multinazionale Ajax Strike conclusasi l’11 febbraio nella base militare di Camp Adazi alla presenza di Lorenzo Guerini, giunto nel baltico per un faccia a faccia con il ministro della difesa lettone Artis Pabriks.

Anche l’Aeronautica Militare è stata chiamata a fare la sua parte contro l’orso di Mosca. Dai primi di dicembre 2021, in Romania, sulla base “Mihail Koglnicean” di Costanza sono operativi quattro caccia intercettori di quarta generazione Eurofighter 2000 con equipaggi di volo provenienti dal 4°Stormo di Grosseto, dal 36° di Gioia del Colle, dal 37° di Trapani-Birgi e dal 51° di Istrana.

“Questa è la seconda volta, dopo la prima esperienza nel 2019, che i velivoli Eurofighter 2000 vengono rischierati in Romania in operazioni di Air Policing”, scrive con enfasi lo Stato maggiore dell’Aeronautica italiana.

“L’Air Policing è una missione di difesa collettiva NATO, condotta in tempo di pace ininterrottamente, 365 giorni all’anno, allo scopo di assicurare l’integrità e la sicurezza dello spazio aereo di tutti i Paesi dell’Alleanza. La NATO ha deciso un potenziamento di tali attività – la cosiddetta enhanced Air Policing – a favore dei Paesi membri del fianco orientale come nel caso della Romania”. (5)

La missione di “controllo” dello spazio aereo dell’Europa orientale è condotta sotto la supervisione del Comando delle forze aeree alleate (AIRCOM) di Ramstein, Germania.

In questi ultimi mesi si sono moltiplicate contestualmente le esercitazioni e le attività di proiezione avanzata nel Mediterraneo orientale delle unità da guerra della Marina militare, sia in ambito Nato che in accordo con le Marine di paesi partner.

L’ultima operazione di dirompente visibilità muscolare si è conclusa qualche giorno fa (Neptune Strike), con il coinvolgimento dell’incrociatore portaeromobili “Cavour”, nave ammiraglia della Marina italiana, e di due portaerei a propulsione nucleare, l’“Uss Harry Truman” della Marina Usa e la “Charles de Gaulle” di quella francese.

Dal 21 febbraio al 4 marzo sarà invece la volta di “Dynamic Manta 2022”, war games Nato in cui cacciabombardieri, pattugliatori anti-som e unità navali daranno la caccia ai sottomarini a capacità e propulsione nucleare in immersione nel Canale di Sicilia e nel mar Ionio.

Nell’escalation militare alleata anti-Russia stanno giocando un ruolo chiave alcune delle maggiori installazioni militari statunitensi e/o Nato ospitate in territorio italiano. A Lago Patria, frazione di Giugliano (Napoli) è operativo il secondo quartier generale in importanza strategica dell’Alleanza Atlantica, l’Allied Joint Force Command (JFC)-Naples, che sovrintende proprio alle operazioni delle forze multinazionali terrestri e aeree schierate in est Europa, esercitando contestualmente il controllo del nuovo sito di “difesa missilistica” del sistema Aegis Nato di Deveselu in Romania.

Sempre a Napoli ha sede invece il Comando delle forze navali degli Stati Uniti in Europa ed Africa e della Sesta Flotta, a capo di tutte le unità navali di superficie, sottomarine e delle forze aeree della US Navy dislocate in un’ampia area geografica comprendente l’Oceano Atlantico orientale, il Mar Mediterraneo e il mar Nero e le acque adiacenti al continente africano.

A Vicenza è presente il quartier generale della 173^ Brigata Aviotrasportata di US Army, stabilmente impiegata proprio ai confini orientali della Nato e in attività di addestramento e consulenza militare a favore delle forze d’élite e dei parà ucraini. Dalla vicina base di Aviano (Pordenone) decollano quotidianamente i cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 “Fighting Falcon” del 31° Stormo di US Air Force, reparto aereo statunitense stanziale in Friuli ma con basi operative avanzate in territorio polacco.

Ancora più provocatori i voli-spia sul Mar Nero, la Crimea e ai confini con Russia e Bielorussia dei droni “Global Hawk” di US Navy e del sistema di sorveglianza terrestre AGS della Nato schierati stabilmente nella grande stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia. Sempre da Sigonella decollano i nuovi pattugliatori P-8A “Poseidon” della Marina Usa, dotati di sofisticati apparati d’intelligence e per la guerra elettronica, utilizzati alternativamente per missioni in Europa orientale o in Siria, paese ospite delle navi da guerra e dei cacciabombardieri strategici russi.

Italia in prima linea, dunque, nella folle corsa Usa e Nato verso il baratro-palude ucraino

Note

1) https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Situazione-Ucraina-audizione-del-Ministro-Lorenzo-Guerini.aspx

2) https://www.ilgiornale.it/news/politica/pronti-mille-soldati-italiani-ora-lallerta-elevatissima-2010205.html

3) https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_191839.htm

4) https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/Lettonia_Operazione_Enhanced_Forward_Presence_Baltic_Guardian/Pagine/default.aspx

5) https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/Romania_NATO_Enhanced_Air_Policing/Pagine/default.aspx

Fonte

19/12/2021

“Non vendete armi ai sauditi” … ma il governo va avanti

Leonardo continua i suoi affari di morte, mentre Renzi e Minniti guidano il drappello degli amici del regno

Governi, ONG e giuristi internazionali invocano l’embargo sui trasferimenti di sistemi d’arma alle forze armate saudite per i crimini di guerra compiuti in Yemen. E allora cosa fa il gruppo italiano leader nella produzione di caccia, elicotteri, missili e cannoni? Invia la propria ultima invenzione a Riyad per rafforzare i legami culturali, tecnologici, scientifici e accademici con l’onnipotente famiglia dei sovrani d’Arabia.

A fine novembre una folta delegazione della Fondazione Med-Or, istituzione creata la scorsa primavera dall’holding Leonardo S.p.A. (controllata dal governo italiano, ndr) per “promuovere gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or)”, si è recata in visita ufficiale in Arabia Saudita per incontrare ministri e rappresentanti di enti statali.

A guidare la pattuglia della fondazione “volto buono” della maggiore industria bellica italiana, il suo presidente, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Momento clou il vertice con il ministro dell’Educazione del Regno, Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, laurea e master in Economia alla Stanford University, California.

“Nel corso dell’incontro tra il ministro Al Al-Sheikh e la delegazione italiana, le due parti sono andate oltre la partnership tra le università saudite e il centro (Med-Or) in vista di un rafforzamento dei campi scientifici e di ricerca e delle rispettive opportunità di formazione e trasferimento internazionale di esperienze e sperimentazioni, oltre al rafforzamento delle borse di studio che il centro offre agli studenti di talento dell’Arabia Saudita per poter svolgere i master in Italia”, riporta la nota del Ministero dell’Educazione di Riyad. Integrazione fra industria e ricerca

“Nel corso del meeting è stata anche discussa la possibilità di stabilire un istituto di studi arabi presso la Fondazione Med-Or, il primo di questo tipo in Italia dove esiste l’interesse a lanciare differenti iniziative di formazione e ricerca culturale e scientifica.

L’istituto potrebbe rappresentare un’entità nuova e unica e un ponte per idee, programmi e progetti che prosperino in cooperazione con le istituzioni accademiche, oltre a diventare una stazione per favorire la completa integrazione tra le industrie e i centri di ricerca”.

Obiettivi ambiziosi e complessi, maturati non certo in ambito politico-diplomatico e istituzionale tra Italia e Arabia Saudita, ma nell’alveo delle consolidate relazioni di affari tra il petroregime e il management di Leonardo e delle società di sistemi e tecnologie militari controllate.

Con tanto di tessitura dell’ex ministro della guerra ai migranti e alle migrazioni e la benedizione – a distanza – di noti accademici italiani. Promozione sociale o vendita di morte?

Poco più di un mese fa a recarsi a Ryiad era stato l’amministratore delegato di Leonardo, nonché presidente onorario di AIAD, la Federazione delle aziende italiane del settore aerospaziale e militare, Alessandro Profumo.

L’uomo che guida l’holding armiera, pure membro del comitato strategico della Fondazione Med-Or, ha partecipato come relatore al forum internazionale Invest in Humanity promosso dal Future Investment Initiative Institute, fondazione no profit di “promozione sociale” voluta dal principe Mohammad bin Salman al Saud, membro della famiglia reale e ministro della Difesa d’Arabia, e nel cui board fa bella mostra di sé l’ex primo ministro Matteo Renzi.

E proprio con Renzi l’on. Marco Minniti ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega alla Sicurezza della Repubblica.

Occasione imperdibile, quella del forum per investire nell’umanità, per i vertici di Leonardo & C.. Dopo le miliardarie commesse dello scorso decennio (la fornitura all’Aeronautica militare saudita di 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon prodotti dall’industria italiana e dai gruppi aerospaziali europei Eads e Bae Systems), in tempi più recenti Leonardo ha venduto all’Arabia Saudita sistemi avanzati elettro-ottici e per il controllo del traffico aereo fissi e trasportabili; sistemi di comunicazione e centri di controllo; velivoli a pilotaggio remoto; elicotteri da trasporto.

E in dirittura d’arrivo, secondo alcuni analisti internazionali, ci sarebbero adesso i trasferimenti ai sauditi di elicotteri pesanti, sistemi missilistici (attraverso la partecipata MDBA), nuovi droni, convertiplani e caccia-addestratori. Collaborazioni in campo militare

Con occhi più attenti, quello a cui punta la nuova creatura “culturale-scientifica” di Leonardo è di replicare in Italia un modello consolidato e di successo made in Israele: l’elaborazione e la condivisione di visioni strategiche e industriali-produttive da parte di attori politici, apparati militari e d’intelligence, industrie belliche, centri di ricerca scientifica e università, ovviamente in totale autonomia rispetto alle tradizionali sedi di decisione istituzionale.

“Leonardo Med-Or è nata per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale”, si legge nello statuto della fondazione di Minniti e Profumo.

Tra le attività in cantiere, oltre alle collaborazioni con alcuni paesi chiave in campo militare-industriale-accademico (vedi già Arabia Saudita e Marocco), Med-Or punta alla promozione di “programmi e formazione nei settori della safety e della security, dell’aerospazio e della difesa”, grazie soprattutto a “partenariati con le istituzioni accademiche e di ricerca nazionali”. Un comitato scientifico con grandi nomi

E non è certo un caso che pochi giorni dopo il vertice a Riyad con il ministro dell’Istruzione Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, il 2 dicembre si è tenuta a Roma la riunione di insediamento del Comitato Scientifico della Fondazione Med-Or, presenti anche i componenti del Consiglio di amministrazione (Marco Minniti; l’ex direttore della Polizia criminale Enrico Savio; i dirigenti di Leonardo S.p.A. Alessandra Genco, Simonetta Iarlori e Filippo Maria Grasso; l’amministratore delegato della società di engineering saudita Arkad, Paolo Bigi; i docenti universitari Francesca Maria Corrao, Egidio Ivetic e Germano Dottori; lo scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco; l’avvocato Alessandro Ruben, parlamentare del “Popolo della Libertà” dal 2008 al 2013).

I componenti del Comitato Scientifico della Fondazione di Leonardo sono rettori, docenti e ricercatori delle maggiori università italiane. Un vero peccato che un gruppo di fini intellettuali dalle alte qualità, si cimenti con affari che fomentano le guerre.

In ordine alfabetico compaiono i nomi di: Franco Anelli (rettore della Cattolica del Sacro Cuore di Milano); Gabriella Arrigo (direttrice affari internazionali dell’Agenzia Spaziale Italiana); Giorgio Barba Navaretti (ordinario di Economia politica all’Università di Milano); Giovanni Betta (già rettore dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale); Francesco Bonini (rettore della LUMSA di Roma); Stefano Bronzini (rettore a Bari); Raffaele Calabrò (rettore del Campus Bio-Medico di Roma); Lucio Caracciolo (direttore di Limes); Carlogiovanni Cereti (ordinario di Filologia); Francesco Cupertino (rettore del Politecnico di Bari); Melina Decaro (ordinaria di Diritto pubblico alla LUISS di Roma).

E poi ancora: Flavio Deflorian (rettore a Trento); Ersilia Francesca (associata di Storia dei Paesi islamici presso l’Orientale di Napoli); Vincenzo Loia (rettore a Salerno); Matteo Lorito (rettore della Federico II di Napoli); Alberto Lucarelli (ordinario di Diritto costituzionale alla Federico II); Paolo Mancarella (rettore a Pisa); Raffaele Marchetti (prorettore della LUISS); Alessia Melcangi (ricercatrice di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma); Karim Meznan (professore di Studi mediorientali alla John Hopkins University); Antonello Miranda (ordinario di Diritto privato); Leopoldo Nuti (ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali a Roma Tre); Maurizio Oliviero (rettore a Perugia); Paolo Passaglia (ordinario di Diritto pubblico a Pisa); Alessandra Petrucci (rettrice a Firenze); Luca Pietromarchi (rettore a Roma Tre); Antonella Polimeni (rettrice della Sapienza); Andrea Principe (rettore della LUISS); Riccardo Redaelli (ordinario di Geopolitica alla Cattolica).

L’interminabile lista si chiude con: Ferruccio Resta (rettore del Politecnico di Milano); Flaminia Saccà (ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici dell’Università della Tuscia); Ciro Sbailò (preside di Scienze politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma); Giancarlo Scalese (ordinario di Diritto internazionale a Cassino); Roberto Tottoli (rettore dell’Orientale di Napoli); Francesco Ubertini (ordinario di Scienza delle Costruzioni ed ex rettore a Bologna); Arturo Varvelli (direttore dell’Ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations); Arianna Vedaschi (ordinaria di Diritto pubblico alla Bocconi di Milano); Lorenzo Vidino (direttore del Programma sull’estremismo della George Washington University); Ida Zilio Grandi (associata di Lingua e letteratura araba all’università Ca’ Foscari di Venezia); Santo Marcello Zimbone (rettore della Mediterranea di Reggio Calabria).

Così il cuore dell’accademia italiana potrà essere ancora più armato.

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