Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2026

Geopolitica e tendenze del capitalismo: seminario con Emiliano Brancaccio e Lucio Caracciolo

Quali cause e implicazioni delle guerre in corso? Quali prospettive per la pace? Quale ruolo per l’Italia? GEOPOLITICA E TENDENZE DEL CAPITALISMO. UNA DISCUSSIONE INTORNO AL VOLUME ‘LIBERCOMUNISMO’. Un confronto di idee sull’attualità internazionale e sui metodi della geopolitica e dell’economia politica. Con LUCIO CARACCIOLO, direttore di Limes, rivista italiana di geopolitica. Partecipano: VALERIA MARZOCCO, ALBERTO LUCARELLI, MARCO MUSELLA ed EMILIANO BRANCACCIO, autore del volume.


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18/12/2025

Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”

Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.

La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.

In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.

Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.

In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!

Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.

Il rapper è finito nel mirino di un alto ufficiale della Bundeswehr, Marcel Bohnert, che è intervenuto in modo aggressivo nel dibattito pubblico commentandolo come “Grandioso. I volenterosi aiutanti di Putin – e il Cremlino balla”.

Bohnert è l’addetto alla comunicazione dell’apparato militare e dunque non si tratta di un militare qualunque, ma di una figura di collegamento tra i vertici delle forze armate e le nuove strategie di propaganda avviate massicciamente in Germania anche per incentivare la leva militare tra i giovani. Sullo sfondo si materializza la crisi economica che ormai da anni attanaglia quella che era la “locomotiva d’Europa”.

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi sono scesi in piazza in decine di città proprio contro le misure tese a reintrodurre la leva.

La caccia alle streghe lanciata dall’Unione Europea, si è estesa anche alla neutrale Svizzera, dove Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito e analista militare, nonché esperto di intelligence e terrorismo, è stato sottoposto a sanzioni dalla Ue perché accusato di “agire come portavoce della propaganda pro-russa e formulare teorie complottiste” e soprattutto di essere “responsabile di porre in atto o sostenere azioni o politiche imputabili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina) facendo ricorso alla manipolazione dell’informazione”.

Le sanzioni consistono nel congelamento di eventuali beni mobili e immobili del colonnello – e di altre persone colpite con lo stesso “ukaze” – sul territorio dell’Unione Europea, nel divieto di viaggio e transito nell’UE, nonché nella proibizione per cittadini e imprese UE di mettere a sua disposizione fondi, attività finanziarie o concedere risorse economiche. In pratica Baud non potrà, sul territorio UE, neanche fare la spesa, andare da un medico, ecc.

La Svizzera, per sua fortuna, non aderisce alle sanzioni dell’UE, ma di fatto il colonnello diventa “prigioniero” nel suo paese. Ma appare chiarissimo che in questo modo la UE sta mandando un messaggio terroristico a tutti coloro che fanno informazione: mettere in discussione la “narrazione ufficiale sull’Ucraina è un grosso rischio…

Anche in Italia le cose stanno peggiorando, di brutto.

Dopo le liste di proscrizione contro i “putiniani” del Corriere della Sera di tre anni fa, sono arrivate le campagne di caccia alle streghe da parte di Calenda o dei radicali di +Europa che hanno recentemente colpito il prof. Angelo D’Orsi. A marzo del 2024 il senatore renziano e membro del Copasir Enrico Borghi ha proposto l’istituzione di un’Agenzia contro la disinformazione e per la sicurezza cognitiva.

Ultima in ordine di tempo è l’accusa sottotraccia anche nei confronti di Lucio Caracciolo. La stampa di destra ha preso spunto dalle dimissioni di due membri del comitato scientifico della rivista Limes, per adombrare sospetti di filo-putinismo anche contro il fondatore e direttore di Limes, le cui ruvide analisi hanno spesso mandato in tilt i guerrafondai “de noantri”.

Prima di lui erano finiti nel mirino il prof. Alessandro Orsini, Marco Travaglio, lo street artist Yorit.

In una lettera aperta a Caracciolo pubblicata dal quotidiano Italia Oggi, l’ex sindacalista ed ex Pci Michele Magno non ci gira tanto intorno: “Ammetterà che a qualcuno possa venire il sospetto (non a chi le scrive, per carità) che dietro la sua tesi maestra della ‘guerra per procura’… ci sia lo zampino del Cremlino”, scrive Magno. Non sorprende che lo stesso Magno sia un fervido sostenitore del Ddl Delrio e un acerrimo avversario del movimento di solidarietà con la Palestina.

Ci sono poi riviste online finanziate dall’Unione Europea come Linkiesta, che da tempo vanno a caccia e attaccano docenti universitari o ricercatori per stanare i “filoputiniani”. A fine novembre hanno addirittura pubblicato la “mappa italiana dei propagandisti filorussi” elaborata dai segugi di Europa Radicale. Anche in questo caso si manifesta la coincidenza con il fatto che Linkiesta sia una pubblicazione anche filo-israeliana e ostile ai movimenti pro-Palestina.

Significativa la spiegazione che viene offerta da questa volenterosa organizzazione della caccia alle streghe.

Scrive infatti Linkiesta del 25 novembre: “La lotta contro la “peste putiniana” sarà sempre più dura e difficile: gli Stati dell’Unione europea hanno giustamente deciso di portare al cinque per cento la percentuale del loro Pil da destinare alla difesa e alla sicurezza per contrastare la Russia di Putin, che ha incardinato un’economia di guerra ormai irreversibile. È certo che i partiti populisti e/o filorussi in tutta Europa, e in Italia in particolare (Lega, Movimento 5 stelle e sigle varie di estrema destra e di estrema sinistra) si scateneranno nei prossimi mesi ed anni per contrastare tale politica, ben supportati da opinionisti più o meno esperti (Alessandro Orsini, Marco Travaglio, Lucio Caracciolo) ospitati tutte le sere in tv”.

Ma i volenterosi guerrafondai de noantri hanno il serio problema della contrarietà della maggioranza della popolazione a farsi trascinare dalla Nato e da alcuni governi europei nella guerra in Ucraina. Ragione per cui devono ottenere il consenso attraverso la coercizione e la criminalizzazione del dissenso politico contro le avventure belliciste.

Appare piuttosto evidente che il clima di guerra e l’ossessione riarmista in Italia e in Europa sta producendo pesantemente quella dicotomia “amico-nemico” propedeutica alla brusca limitazione delle libertà politiche e di espressione. Questo scenario è chiaramente intellegibile nel Rapporto sulla guerra ibrida elaborato dal ministro Crosetto e dal ministero della Difesa.

Chiunque non affianchi la linea ufficiale del governo italiano, della Nato e della Ue sarà considerato un traditore o un agente del nemico. Questo nemico oggi è la Russia ma anche l’Islam politico, ragione per cui sia i movimenti contro la guerra che quelli solidali con i palestinesi devono essere demonizzati e liquidati. Ieri la stessa isteria – e la conseguente repressione – era diretta contro i comunisti. Ma non è così che poi sono nati i regimi nazifascisti in Italia e in Germania?

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06/01/2023

[Contributo al dibattito] - La pace è finita, l’Unione Europea anche

di Sandro Moiso

Lucio Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2022, pp. 144, euro 16,00.

È un agile libricino, ma c’è da augurarsi che la Befana in persona oppure qualche amico premuroso o caro parente l’abbia fatto pervenire nella tradizionale calza appesa al camino (o dove diavolo si voglia) dei lettori. Soprattutto di coloro che, ancora infatuati di filo-sovietismo e vetero-stalinismo d’antan, credono e affermano, senza mai averne letto una parola o un rigo, lo scarso interesse che rivestirebbero i saggi e gli studi di Caracciolo per i “compagni”. Spesso accusandolo di un filo-atlantismo ad oltranza che stride in maniera evidente con tutto ciò che l’autore va dicendo e scrivendo da anni.

Anche quelli che si ostinano a ritenere che la geopolitica sia “roba di destra” farebbero meglio a leggere il libretto oppure richiedere la consegna dello stesso da parte del drone con la scopa caratteristico del 6 gennaio. Poiché se è vero che acquistare «Limes», la rivista di cui Caracciolo è direttore, tutti i mesi può rivelarsi impegnativo e costoso, la lettura e l’acquisto di questo ultimo suo lavoro potrebbe occupare poco tempo e pesare non molto sulle tasche dei singoli (parlando comunque di tempo e soldi ben spesi).

Ma allora cosa conterrà di così importante il testo di cui si sta qui parlando, chiederà qualche lettore storcendo già il naso. La risposta è già nella prima riga, e in quelle seguenti, senza ombra di dubbio.

Il 24 febbraio 2022 è definitivamente finita la fine della storia. Trent’anni dopo la pubblicazione del saggio di Francis Fukuyama sopra La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), l’invasione russa dell’Ucraina impone il sigillo all’illusione di emanciparci dalla prigionia del tempo, stigma di ogni progressismo occidentale. Fukuyama scriveva all’indomani del miracoloso biennio avviato dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) e chiuso dal suicidio dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991), con i decisivi passaggi dell’unificazione tedesca (3 ottobre 1990) e dello scioglimento del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) […] Il presidente George H. Bush preconizzava un Nuovo Ordine Mondiale (ancora!), fondato sull’incontestata, pacifica, benevolente egemonia a stelle e strisce. I cantori della vittoria americana nella Guerra fredda annunciavano il trionfo della Nuova Roma. Pax americana, dunque?
Non proprio. Prima il lungo decennio della Guerra del Golfo e dei conflitti di successione jugoslavi, poi il ventennio della “guerra al terrorismo” con le fallimentari invasioni di Afghanistan e Iraq, infine la contestazione russa dell’ordine americano […] parallela all’analoga sfida cinese al primato di Washington […] Finita era la pace, non la storia. A Bush padre come a quasi tutti i contemporanei sfuggiva che la fine dell’impero sovietico e la scomposizione dell’URSS in quindici repubbliche che dalla sera alla mattina vedevano i loro pseudoconfini amministrativi eretti a frontiere di improbabili Stati, segnavano il tramonto del vecchio ordine, non l’alba del nuovo. Le rovine dell’edificio crollato. Costruito dopo il 1945 sulla spartizione dell’Europa per mano dei suoi conquistatori – base della doppia egemonia americano-sovietica sul pianeta – ostruivano qualsiasi velleità di impiantarvi il Sistema-Mondo definitivo, già battezzato “Washington Consensus”. Stiamo ancora spalando tra le macerie del vecchio ordine, mentre i residui muri portanti su cui americani e altri occidentali imperniavano l’ideale dell’umanità metastorica si rivelano perfettamente inadatti allo scopo. Viviamo il rovesciamento della fine della storia: le storie della fine1.

Dovrebbero bastare queste poche righe a contestare le convinzioni di coloro che ritengono l’autore un ferreo sostenitore degli Stati Uniti e dell’atlantismo a ogni costo, ma poiché non è intento di questa recensione difendere o salvare una personalità pubblica dalle critiche di carattere ideologico, è invece importante sottolineare che, in fin dei conti, ciò che anima il pensiero di fondo di Caracciolo è un europeismo costretto oggi a fare i conti con la Storia. Proprio questo aspetto sembra infatti costituire il cuore del saggio: analizzare le prospettive dell’Europa e della sua presunta unità di fronte alle sfide poste dalla crisi, indubitabile, dell’Occidente americano e dall’insorgenza, più che dal sorgere, di potenze economico-militari e dalle ancor ampie risorse energetiche tradizionali a loro disposizione.

I soliti critici ideologici, con le menti tradizionalmente avvolte nelle fette di salame tardo marxista-leninista e per questo motivo scarsamente attenti alla realtà dei fatti, spesso dipingono l’Occidente come un tutt’uno, in cui gli attori nazionali sono tutti fedelmente legati all’obbedienza al canone e al volere degli Stati Uniti d’America e mai in contrasto al loro interno se non per quisquilie di carattere etico e giuridico. Finendo col costituire soltanto l’altra faccia della medaglia del pensiero embedded di pennivendoli “inconsapevoli e felici” come Massimo Giannini2, mentre la realtà, fotografata anche nelle pagine del testo qui proposto, appare ben diversa.

Realtà che, al di là degli evidenti contrasti tra Europa del Nord ed Europa mediterranea, tra stati dei confini orientali e stati occidentali all’interno del continente oppure se vogliamo delle immarcescibili polemiche e rivalità mediterranee tra Italia e Francia, travestite amabilmente da “questione migratoria”, e della Francia con gli Stati Uniti sulla necessità di una Difesa comune europea (possibilmente a guida francese) che si distacchi in parte o del tutto dalla Nato (a cui, però, Macron intende vietare l’accesso all’Ucraina guerriera e filo-americana di Zelensky), risalente ancora ai tempi della grandeur sognata da Charles De Gaulle, vede il centro di ogni turbolenza economica, politica militare accentrarsi al suo vero cuore: la Germania, riunificata nel 1990 e ancora una volta a caccia del suo ruolo di comando sul continente.

Prima dell’Ottantanove le due Germanie avevano cautamente stabilito rapporti piuttosto intensi, spesso segreti. Molto più di quanto lo schematismo della Guerra Fredda prevedesse. E di quanto la grande maggioranza degli stessi tedeschi, su entrambe le sponde, immaginasse. All’ombra di ideologie e narrazioni storiche specularmente opposte – doppia negazione, dunque affermazione – l’una conferma e dimostrazione dell’altra, si dipanava un filo rosso percepibile a chi non mettesse la testa nella sabbia o non fosse stordito dalle rispettive propagande. Filo che negli ultimi trent’anni, almeno fino alla svolta del 24 febbraio, ha riportato la Germania al rango di protagonista economico ma anche geopolitico su scala mondiale. Ma sempre a rischio di rompersi il collo, proprio quando il ritorno della Potenza del Centro – Zentralmacht Europas […] – sembra scolpito nella pietra3.

Nel delineare i “due blocchi” tedeschi riunificatisi nel 1990, l’autore ci ricorda che:

La più piccola delle due Germanie (quella ex-orientale – NdR) è stata e rimane la più tedesca. Così come, a suo modo, la Bundesrepublik preunitaria non può essere ridotta a base avanzata dell’impero americano in Europa occidentale, l’altra Germania non è mai stata un mero satellite dell’URSS. Il graduale ritorno della Germania unita nella storia avviene attingendo al patrimonio identitario custodito dalla DDR molto più che dalla Bubdesrepublik delle origini. Se l’Ovest annette l’Est, l’Est inietta nell’Ovest quelle dosi di codice nazionale, non necessariamente democratico, preservato nei quarant’anni di controllo sovietico. Trovando a occidente dell’Elba un terreno più fertile di quanto apparisse in superficie4.

La storia ha il respiro lungo. E ci ricorda come quel decisivo spazio nel cuore dell’Europa sia culturalmente autocentrato. L’identità tedesca, dal romanticismo in poi, verte su valori orgogliosamente specifici […] È l’architrave sul quale si è costruito il Secondo impero e la cui versione aggiornata sta riportando i tedeschi di oggi al senso di appartenere, malgrado tutto, a un soggetto storico dotato di un proprio codice culturale. Di una specifica missione […].
Nell’Europa eterodiretta dai due poli esterni (USA e URSS – NdR), la risultante politica di questo sentimento collettivo era latente neutralismo. Rifiuto di ridursi a meri strumento delle superpotenze. Ben sapendo come queste divergendo su quasi tutto convergessero nel considerare lo spazio tedesco intrinsecamente pericoloso, da mantenere sotto stretta sorveglianza. Tale neutralismo era fondato su un nazionalismo segreto, per certi versi passivo e persino inconsapevole. Nella Germania Federale prendeva la forma dell’Europa, maschera e insieme confortevole vestito dei propri interessi di Stato. Di fatto nazional-statali5.

L’europeismo tedesco-occidentale era il nazionalismo possibile nel mondo della Guerra fredda. Almeno quanto lo era il francese. Ma senza la gloria, il messianismo universalista della Grande Nation […] Allo stesso modo, sulla riva destra dell’Elba il tardo prussianesimo dai colori socialisti coltivato dalla DDR era il seminazionalismo possibile nel blocco imperiale sovietico. Dal 1990 in poi le due correnti carsiche sono emerse, mescolandosi. Il neonazionalismo tedesco risorto a partire dai “nuovi Länder”, anche ma non solo sotto specie del partito Alternative für Deutschland, conferma il diverso tono cultural-politico fra le due Germanie, socialmente e culturalmente distinte quanto istituzionalmente riunite. Soprattutto annuncia la rilegittimazione del discorso nazionale anche all’Ovest. L’europeismo germanico ha sempre meno remore a mostrare il suo scopo nazionale, anche se il mantello giallo-stellato resta irrinunciabile6.

Nel tanto parlare che si fa, a Sinistra come a Destra, in maniera negativa oppure positiva, di sovranismo sempre questo si dimentica ovvero il fatto che si tratta soltanto di un nazionalismo diversamente travestito, che ha potuto sopravvivere, come ben dimostra il caso tedesco, sia sotto il tallone democratico-liberale americano che sotto quello socialista-autoritario dell’URSS e del Patto di Varsavia. Sono riflessioni necessarie che proprio il testo di Caracciolo, anche indirettamente, invita e obbliga a fare.

Oggi la Germania, sempre meno vestita da Europa, vuole iniziare a riprendere in mano il proprio destino, stando all’ormai famosa formula di Angela Merkel7. I successori della cancelliera, a cominciare dal non spettacolare Olaf Scholz, inclineranno ad allargare lo spazio di autonomia della Bundesrepublik anche rispetto ai soci europei e alla superpotenza americana8. La traiettoria imboccata dopo il 1990 porta la Germania a trattare l’Europa sempre meno da foglia di fico e sempre più da area di influenza. Selezionando al suo interno, a partire dal classico spazio mitteleuropeo (Nord Italia incluso), i partner da associare più strettamente facendo leva sul vincolo monetario e sull’integrazione economica, da volgere per quanto utile in leva geopolitica9.

La guerra in Ucraina ha contemporaneamente sia rallentato che accelerato tale processo, che vedrà come centrale una ristrutturazione della presunta unità europea, destinata a finire sia per effetto delle pressioni americane sia di quelle russe e tedesche. Un nuovo, importantissimo, elemento del nuovo disordine mondiale che il testo di Caracciolo, borghese intelligente e pacato non certo uno pseudo-comunista da operetta o da social assetato di fake, ci aiuta a prevedere.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina la Germania pareva avviata nel medio periodo verso la piena affermazione come potenza regionale dotata di una sfera d’influenza più o meno travestita da “Europa” […] La guerra in corso colpisce i pilasti della Bundesrepublik: il vincolo strategico con l’America, il vincolo energetico con la Russia, affossato dalle sanzioni; la speciale relazione economica con la Cina, mercato di primario interesse; e la stabilità economico-monetaria dell’Eurozona. Vedremo quanto questo influirà sulla traiettoria geopolitica della Germania, che non intende certo rinunciare a nessuno dei fondamenti del suo benessere e della sua potenza10.

La guerra ha coinvolto la Germania e i suoi interessi e deciderà della sorte dell’Europa che, ancora una volta come nel corso delle guerre napoleoniche, prima, e della Prima e della Seconda Guerra mondiale, poi, in assenza di significativi rivolgimenti classisti, sarà nuovamente spartita, suddivisa e riunificata soltanto per mezzo del rombo dei cannoni e il clangore delle armi. Lo sappiano gli amanti dei discorsi fintamente antimperialisti in bianco e nero. Noiosissimi, scontati e totalmente inutili.

Note

  1. L. Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2022, pp. 7-8  

  2. Cfr. M. Giannini, Le democrazie “resilienti” e l’anno zero delle autocrazie, “La Stampa”, 31 dicembre 2022 

  3. L. Caracciolo, op. cit., pp. 93-94  

  4. Caracciolo, cit, p. 93  

  5. Ibidem, pp. 94-95  

  6. Ibid., p.95  

  7. Che, non va mai dimenticato, anche se nata ad Amburgo nel 1954, ha trascorso gran parte della sua gioventù nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR), fino a diventare, dopo le elezioni del 18 marzo 1990, portavoce dell’ultimo governo della stessa prima della riunificazione, avvenuta nell’ottobre di quello stesso anno – NdR  

  8. Come dimostrano gli investimenti militari programmati nei mesi scorsi, già sottolineati su «Carmillaonline», che hanno portato la Germania ad essere la terza potenza per investimenti nel settore militare a livello planetario – NdR  

  9. Caracciolo, cit., pp. 95-96  

  10. Ibidem, p. 96


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29/12/2022

Il Ponte sullo Stretto come il Muos di Niscemi e Sigonella

Non prova neanche a mimetizzarlo il suo punto vista, Lucio Caracciolo, sul ponte sullo Stretto. Ne ha parlato in un pezzo scritto per La Stampa il 7 dicembre scorso. Per lui sono secondari gli argomenti, e gli scontri, sugli aspetti ingegneristici, economici, ambientali dell’infrastruttura d’attraversamento. Ciò che conta è la sua valenza strategica, geopolitica, militare.

Per questa ragione assimila il ponte sullo Stretto al Muos di Niscemi, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA per governare i conflitti globali del XXI secolo, “senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria”.

Perché ciò che conta è il valore strategico della Sicilia, il suo collocarsi in un’area che Limes chiama Caoslandia, nel Mediterraneo “allargato” che è tornato ad essere centrale per i flussi commerciali provenienti da Oriente e per l’intervento politico, militare, economico di Cina, Russia e Turchia.

Limes aveva già insistito in altre occasioni su questo tema. Proprio un anno fa la rivista di geopolitica, i cui redattori, dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, sono stabilmente sui canali tv nazionali, aveva pubblicato un numero speciale sulla Sicilia.

“L’Italia senza la Sicilia non esiste”, questo era l’argomento. Per questa ragione la Sicilia non può “annegare” nel Mediterraneo. E nel pezzo pubblicato su La Stampa Caracciolo è esplicito fino al didascalico.

“Se non lo volete capire la Sicilia è la Frontiera e senza la difesa della Frontiera gli Stati periscono”, sembra dire, perché dallo Stretto di Sicilia (così quelli di Limes chiamano il Canale di Sicilia per sottolineare la esigua distanza che separa l’Isola dall’Africa) passa la principale rotta migratoria, perché da lì passa la via della seta cinese, perché “i turchi e i russi della Wagner si sono acquartierati sul lato africano dello Stretto”, perché quel tratto di mare è attraversato dai cavi sottomarini transcontinentali della Rete.

Caracciolo ci ricorda che la Sicilia fu il luogo dell’invasione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella volta gli invasori erano i “liberatori americani” e ce la cavammo, ma stavolta chi potrebbe essere il nuovo invasore? Per questo l’Italia (ma a questo punto perché non l’Europa o l’Occidente?) senza la Sicilia non esiste.

Perché la Sicilia deve essere la piattaforma militare nel Mediterraneo, la difesa dell’Occidente dalle armate dei Bruti o degli Extranei. Noi siamo la Barriera costruita a difesa. Questo è il nostro destino.

Lucio Caracciolo si spinge fino a lamentare la “scarsa presenza militare nell’area” e ad auspicare una “più incisiva presenza della Marina e delle altre Forze armate nelle acque” di quello che insiste a chiamare il “mare nostro”.

L’ennesima ode al militarismo e al riarmo a cui gli analisti mainstream ci hanno abituato nell’ultimo anno di fratricida guerra in Ucraina. Ipocrita narrazione di una “Isola indifesa” quando è sotto gli occhi di tutti il devastante e invasivo processo di militarizzazione che ha investito ogni angolo della Sicilia e delle sue isole minori e l’abnorme presenza statunitense nella stazione aeronavale di Sigonella, “capitale mondiale dei droni”.

Per questo il ponte serve, per Caracciolo: per la sicurezza, per stabilizzare le aree di frontiera e per collegare militarmente l’Italia, l’Europa, l’Occidente alla Sicilia, non viceversa.

In passato avevamo già invitato a guardare ai rischi che il ponte portava con sé anche sotto questo profilo. Ci avevano guardati un po’ perplessi. Il ponte ci metterebbe in pericolo, farebbe da traino ad una ulteriore forte militarizzazione e ad un più asfissiante controllo del territorio proprio perché naturale obbiettivo strategico in caso di conflitto.

Eccoci serviti. Lucio Caracciolo ce lo sbatte in faccia senza neanche prepararci con parole di circostanza. E a chi pensa che con il ponte i propri figli non emigrerebbero più potremmo consigliare di arruolarli, che forse lì di lavoro ne troverebbero.

Ciò che è incredibile è che il ritorno del Mediterraneo come luogo centrale e l’importanza della Sicilia per la sua collocazione geografica debba essere necessariamente declinato sotto il profilo della guerra.

La Sicilia, che nelle vecchie carte appariva più estesa di quanto lo fosse proprio per l’importanza che assumeva nei commerci mondiali, la Sicilia raccontata da sempre dai viaggiatori, deve essere piattaforma di guerra?

E perché, invece, non potrebbe essere piattaforma di pace? Perché gli abitanti dell’isola non potrebbero trarre “vantaggio” dall’affacciarsi della propria terra su un continente africano in crescita? Perché non possiamo pensare di crescere insieme con le popolazioni africane che lavorano, viaggiano, portano avanti le loro famiglie, socializzano e trasferiscono risorse e conoscenza?

Il nostro No al ponte è anche questo. Un No alle logiche di guerra, alle militarizzazioni dei territori e del mare, ai muri armati innalzati tra Nord e Sud. È il nostro Sì, forte, per la Pace, il Disarmo e la Giustizia tra i Popoli.

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20/12/2022

La globalizzazione ai tempi del friend-shoring

È interessante la tesi sostenuta da Emiliano Brancaccio secondo cui tra le cause della guerra in corso in Ucraina ci sarebbe la dottrina “friend-shoring”, così come è stata enunciata da Janet Yellen, segretaria al Tesoro degli USA: “Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di realizzare un commercio libero ma sicuro facciamolo con i paesi su cui sappiamo di poter contare. Favorire il friend-shoring delle catene di approvvigionamento, contando su un gran numero di paesi fidati, in modo da poter continuare a garantire in modo sicuro l’accesso al mercato, ridurrà i rischi per la nostra economia […]” (Cfr. pag. 222, “La guerra capitalistica”, E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, Mimesis/Eteropie.)

È interessante perché porta fuori il conflitto dalle logiche prettamente geopolitiche, per proporre un respiro più ampio sulle strategie imperialiste post globalizzazione. Fare affari solo con gli amici è possibile se si produce la lista di proscrizione dei nemici e quindi se si impone a paesi amici o alleati di schierarsi, in una sorta di nuovo imperativo che si potrebbe esprimere con il vecchio o con noi o contro di noi.

Ecco che la retorica delle democrazie euro atlantiche che si devono difendere dalle “autocrazie” russa e cinese ha la funzione di spingere le opinioni pubbliche, e di conseguenza i consumatori, le imprese e i governi locali ad accettare le regole del nuovo assetto dei mercati.

Se finora la globalizzazione era venduta come veicolo propagandistico per il più grande assortimento di merci a basso prezzo della storia, perché, come spiegava Deng Xiaoping, “non importa se il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi i topi”, la nuova dottrina “friend-shoring” ha bisogno di convincere, al contrario, che il colore dei soldi è importane, tanto che è meglio comprare dai “paesi amici”, anche se il prezzo è maggiore, come, per esempio, nel caso del GNL statunitense.

Ovviamente, a proposito di friend-shoring, la domanda dovrebbe essere: ma paesi amici di chi? “Io tendo a vedere il friend-shoring come un gruppo di partner con i quali sentiamo sintonia con la nostra geopolitica [...]”, precisa Janet Yellen (ibidem).

Amici degli USA, dunque e della loro geopolitica. Per la quale l’UE deve dimostrare nei fatti un sentimento di legame indissolubile, a cominciare dalla fedeltà alla NATO, cui si sono aumentati i contributi, fino al 2 per cento di PIL da parte di ciascuno degli stati membri.

Una fedeltà onerosa, per la quale si sta accettando l’idea che una nuova guerra nel Vecchio Continente sia giusta, non importa quanto pericolosa possa diventare. E non importa neppure se questa sudditanza acritica metta seriamente in crisi la retorica che voleva l’Unione come garanzia della pace, come conquista di civiltà giuridica in Europa, che è stato il leitmotiv della pubblicistica di Bruxelles.

Ma soprattutto si è dovuto accettare – ecco il punto – di far saltare ogni accordo per la fornitura del gas russo, col risultato di veder schizzare i prezzi dell’energia, che alimentano l’inflazione, creando grosse difficoltà alle imprese e alle famiglie, nonché ai bilanci pubblici, per via di misure che calmierino l’aumento dei prezzi.

L’Amministrazione Biden è riuscita a esportare la paura che gli USA potessero perdere la propria supremazia economica nel mondo – che tanto ossessionava Trump con il suo “make America great again” – allo stesso tempo è riuscita a serrare i ranghi dell’alleanza militare. Tuttavia il fatto che la supremazia economica sia già da tempo in forte declino è proprio alla base della dottrina del “friend-shoring”.

“Prima che la guerra in Ucraina dilaghi fuori controllo o che scoppi il conflitto per Taiwan, non sarebbe ragionevole […] trarne spunto non per una vera pace – orizzonte coperto da troppe nubi – ma verso una successione di tregue e intese limitate, sulla base della garanzia reciproca ‘non scritta’ ma effettiva della rinuncia a sovvertire il regime avverso, fosse solo per non doversi caricare i costi della gestione di un popolo umiliato e offeso? E non potrebbe l’Italia, assieme a europei consentanei e altri soggetti non necessariamente statuali ma influenti, promuovere simile percorso?”, scrive Lucio Caracciolo, a conclusione del suo recente “La pace è finita” (Feltrinelli).

Ora, senza entrare nel merito di codesta visione geopolitica del conflitto esposta da Caracciolo, appare evidente, però, l’accettazione ormai generalizzata dell’assioma della dottrina “friend-shoring” come dato di fatto nei nuovi rapporti di forza. Perché è chiaro che se Cina, Russia, India e gli altri paesi asiatici applicassero una loro speculare “friend-shoring”, le ripercussioni sarebbero critiche per molti paesi occidentali.

Janet Yellen in visita a Tokyo ha detto: “Non possiamo permettere a Paesi come la Cina di utilizzare le loro posizioni di mercato in materie prime, tecnologie o prodotti chiave per disturbare la nostra economia o esercitare un’indesiderata leva geopolitica”.

Ecco la verità: “esercitare la leva geopolitica” deve rimanere di esclusivo appannaggio, con le buone o con le cattive, degli USA.

Le ripercussioni della dottrina “friend-shoring” si stanno facendo sentire in Europa, in Turchia, nei paesi del Golfo.

E in Italia? Come al solito ci sono gli entusiasti, che nel Belpaese non mancano mai, che arrivano a immaginare il friend-shoring come un sorta di globalizzazione 2.0.

“Il concetto di friend-shoring aggiunge una componente valoriale alla ri-localizzazione in atto, che tiene in particolare evidenza le condizioni geopolitiche e geo-economiche in cui l’impresa si muove: vengono così scelti paesi di investimento che abbiano principi e valori vicini e condivisibili, diritti riconosciuti e un clima generale di sostenibilità, sia ambientale che sociale”, è quanto sostiene Alessandro Minon, presidente di Finest, finanziaria per l’internazionalizzazione del Nordest, sentito da furtuneita.com, che poi ci spiega più chiaramente cosa vuol dire in pratica la ri-localizzazione.

“Col friend-shoring – continua Minon – si ambisce a costruire catene del valore sicure e prive di rischi anche reputazionali, dove interruzioni improvvise o cambiamenti delle condizioni sono altamente improbabili”.

Per scendere nel concreto, Minon dice che “La costruzione e il rafforzamento di catene del valore comunitarie, collocando ad esempio in Est Europa quelle produzioni che erano state sviluppate in nell'estremo oriente, dovrebbe essere una scelta strategica da perseguire con convinzione: si creerebbero così poli produttivi e distretti sovranazionali sostenibili, sicuri e ad alto contenuto tecnologico, permettendo agli stati membri di competere sui mercati internazionali coi i colossi americani o asiatici.” (ibidem).

A questo punto è chiaro a che è servita la strategia politico militare che va sotto il nome di allargamento a Est dell’Alleanza atlantica: la costruzione di “poli produttivi sicuri”, con manodopera a basso costo fisso, e scarsa sindacalizzazione, controllati all’interno e militarizzati ai confini con la Russia.

Tuttavia, la dottrina friend-shoring crea perplessità nei piani alti della finanza italiana. “In un recente discorso, il governatore della Banca d’Italia Visco ha spiegato che la riorganizzazione del commercio mondiale in aree costituite da paesi politicamente affini, o uniti da accordi economici regionali rischia di mettere in crisi un modello economico che, negli ultimi trent’anni, ha permesso di elevare dalla povertà assoluta numerosi Paesi.” (fortuneita.com).

Perché queste dichiarazioni, apparentemente progressiste non debbano creare stupore, ce lo spiega bene Emiliano Brancaccio. “L’Italia è sempre stato un paese crocevia delle relazioni economiche internazionali, verso occidente e verso oriente, e pagherà quindi più di altri la nuova politica del ‘friend-shoring’” (Emiliano Brancaccio, intervistato da Rai News 24, il 6 giugno 2022).

Se a questo, poi, aggiungessimo che il nuovo governo sovranista ha una visione mistica del made in Italy, basata su superstizioni nazionalistiche, ciò che ci aspetta non è per niente una prospettiva friendly.

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07/05/2022

“Liquidare la Russia e isolare la Cina”


È sorprendente vedere come analisi circolanti solo un anno fa siano diventate oggi realtà empirica. Contemporaneamente si tratta di qualcosa che non si può dire, altrimenti si viene identificati come “putiniani” da qualche servo del potere “euro-atlantico”. L’elenco è lungo e ve lo risparmiamo.

Vi proponiamo qui l’articolo di Lucio Caracciolo pubblicato il 12 aprile 2021, che anticipa quasi alla lettera quello che sarebbe avvenuto – ed è avvenuto – se gli Stati Uniti, con al seguito la Gran Bretagna e i paesi dell’Est Europa, avessero continuato a portare avanti la loro strategia: liquidare la Russia e isolare la Cina.

Va detto che Caracciolo, fondatore e diretto di Limes, la più autorevole delle riviste di geopolitica in Italia, è un “euro-atlantico” convinto, senza incertezze o simpatie ad Oriente. Ma anche analista serio, attento ai rapporti di forza più che alle ideologie.

La sua bussola, insomma, appare quella che un tempo veniva chiamata realpolitik. Ovvero: bisogna fare i conti con gli interessi e le forze esistenti sul terreno, anche se non ci piacciono e ci sono contrarie, altrimenti si va a sbattere sbandierando concetti astratti che neanche qui da noi vengono rispettati (“libertà di stampa”, “democrazia”, “informazione attendibile”, “diritti umani”, ecc.).

Una lettura chiave per capire quel che sta accadendo oggi, ma era già visibile un anno fa. E che oggi appare così indicibile...

*****

Gli Stati Uniti hanno deciso di buttare fuori pista la Cina entro questo decennio. La Cina ha giocato la carta russa per impedirlo, stringendo una quasi inedita intesa con la Russia.

Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale gli americani si trovano quindi a fronteggiare due grandi potenze, la seconda e la terza del pianeta, in una partita che segue ormai la logica di guerra. Somma zero.

In questo schema triangolare, Washington ha due opzioni per evitare il possibile scontro contemporaneo con entrambe le rivali. La prima, elementare secondo la grammatica della potenza, è di giocare la più debole contro la più forte: Mosca contro Pechino.

La seconda, più rischiosa, sta nel liquidare prima la Russia per poi chiudere il match con la Cina ormai isolata. Soffocandola nel suo angolo di mondo dove, senza più il vincolo con i russi, Pechino sarebbe completamente circondata: lungo i mari dalla linea India-Australia-Giappone teleguidata da Washington. Per terra da quasi tutti i vicini, India e Russia in testa.

È questa seconda ipotesi che comincia a circolare a Washington. E che Biden sta illustrando ai soci atlantici ed asiatici, perché certo da sola l’America non ce la può fare.

Le risposte finora avute dai possibili o effettivi alleati sono abbastanza promettenti. Su tutti e prima di tutti, ovviamente i cugini britannici. Global Britain vive in simbiosi con gli Stati Uniti.

La strategia geopolitica di Boris Johnson, appena licenziata, presenta quindi un profilo smaccatamente antirusso prima ancora che anticinese. Nella linea della tradizionale, atavica russofobia britannica. Ma con quel pepe in più che il Brexit e il conseguente allineamento totale a Washington impongono. Il «brillante secondo» ha risposto sì all’appello del Numero Uno: pronti a far fuori la Russia, con le buone o con le cattive.

Siccome lo scontro antirusso sarebbe tutto giocato in Europa, e più specificamente in quella parte mediana del continente che separa la Germania dalla Russia – sicché nella storia è stata spesso spartita fra i due imperi – il sì di polacchi, baltici e romeni è particolarmente squillante.

Dopo aver inflitto nel 2014 una sconfitta storica a Putin, trovato con la guardia bassa in Ucraina e quindi ormai costretto nel ridotto crimeano e nel Donbass – dove le truppe di Mosca sostengono discretamente i ribelli anti-Kiev – i paesi della Nato baltica e russofoba sentono prossima la vittoria.

Che per loro, come per gli americani, significa la disintegrazione della Russia. Sulle orme del collasso sovietico del 1991.

La pressione atlantica, diretta dagli americani e sostenuta dai britannici, si concentra su tre quadranti: Baltico, Nero e Caucaso.

Nel Baltico le basi americane e atlantiche sono rafforzate e ancor più lo saranno nel prossimo futuro. Per esempio in Polonia, dove non ci sarà più «Fort Trump» – una base avanzata americana intitolata all’allora presidente della Casa Bianca – ma ci saranno certamente dei «Fort Biden», di nome e/o di fatto.

Intanto, per chiarire come stanno le cose, Washington è decisa a interrompere in un modo o nell’altro il progetto di raddoppio del gasdotto Nordstream, ormai quasi completato. Simbolo della cooperazione sotterranea – nel caso, sottomarina – fra Berlino e Mosca che ogni tanto emerge dai suoi percorsi carsici, e che per Washington come per Varsavia è il Male assoluto.

La definizione che l’ex ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski diede di quel tubo subacqueo – «gasdotto Molotov-Ribbentrop» – fotografa questo punto di vista. Non per caso Washington ha inviato navi da guerra a pattugliare le acque dove quel vincolo energetico fra Russia e Germania sta finendo di materializzarsi.

Sul fronte del Mar Nero, gli ucraini stanno spostando armi e truppe verso il Donbass, mentre i russi stanno facendo lo stesso in direzione opposta e contraria. La tensione attorno alla Crimea ma anche nell’area di Odessa sta salendo. Per terra e/o per mare potrebbero accadere «incidenti» dagli effetti imprevedibili.

Con i romeni pronti a farsi valere, e ad accogliere eventuali contingenti Nato (anche per risolvere la loro questione moldova-transnistriana, un pezzo di Romania che Bucarest considera intimamente proprio, solo provvisoriamente indipendente).

Tra Nero e Caucaso, dopo gli scontri per il Nagorno-Karabakh rischia di riesplodere anche la polveriera georgiana. Qui, fra l’altro, la filiera jihadista resta un fattore non trascurabile. Se necessario, americani e altri occidentali potrebbero eccitarla contro Mosca, sulla falsariga dell’Afghanistan negli anni Ottanta.

E la Russia? Non va troppo per il sottile. In caso fosse alle strette, Mosca sarebbe pronta alla guerra. Perché ne andrebbe della sua stessa sopravvivenza. Nel frattempo, come da antico costume, si preoccupa di allacciare o riallacciare relazioni proficue con Germania, Francia e Italia, i tre principali paesi continentali, che non hanno mai condiviso la passione antirussa degli ex satelliti dell’URSS.

I prossimi mesi ci diranno se questa crescente pressione americana, via Nato, sulla Russia, sarà contenuta o se, magari inavvertitamente, produrrà la scintilla di un conflitto dalle imponderabili conseguenze.”

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12/06/2018

Il “pluralismo” di Lilli Gruber: qui parla solo il Bilderberg...

Ieri sera Lilli Gruber ha presentato per il suo approfondimento su La7 un vero parterre de roi: la sezione italiana del Bilderberg Group pressoché al completo.

Oltre se stessa, infatti, c’erano al tavolo o in collegamento Lucio Caracciolo e Alberto Alesina, noto ai più per essere l’autore di un unico editoriale che, chissà per quale motivo, il Corriere ripropone a settimane alterne con minime variazioni (“tagliate la spesa pubblica, cancellate i diritti del lavoro e lasciate fare ai mercati”).

Per chi, comprensibilmente, ignora le identità della rappresentanza italiana all’ultima riunione del think tank fondato da David Rockfeller, ecco qui l’elenco completo:

John Elkann, presidente di Fca e di Exor;

Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia

Pietro Parolin, cardinale e segretario di Stato del Vaticano

Alberto Alesina, economista

Marina Mazzuccato, economista;

Lilli Gruber, giornalista;

Lucio Caracciolo, direttore di Limes;

Elena Cattaneo, biologa e senatrice a vita;

Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone;

Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, ex coordinatore dei servizi segreti italiani, indicato – nel corso della recente crisi di governo – prima come possibile presidente del consiglio e poi come potenziale ministro degli esteri.

L’unico presente in studio che non è stato ancora invitato in quel consesso era il direttore de L’Espresso, l’onnipresente Marco Damilano.

In effetti, è stata una bella prova di “pluralismo” giornalistico.

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31/03/2017

Italia-Unione Europea. Ancora una volta anello debole

Scricchiolii, centralizzazione, stretta organizzativa, cessione di sovranità, doppia o tripla velocità… L’Unione Europea, all’indomani dell’apertura ufficiale della procedura d’addio britannica, si trova a dover decidere rapidamente il nuovo assetto, ma senza poterlo fare davvero.

I tre paesi chiave della comunità sono tutti in campagna elettorale e non si potrà mettere intorno al tavolo i rispettivi leader fin quando non se ne conoscerà il nome e – come direbbe il questore di Roma – “l’orientamento ideologico”.

L’offensiva “europeista” contro i cosiddetti populismi ha messo al centro per mesi il rischio rappresentato da Germania (Alternative fur Deutschland) e Francia (il Front Nationale di Marine Le Pen), ma col passare del tempo si è dovuto prendere atto che da lì non viene per ora alcun pericolo. Per quanto la crisi abbia eroso il modello sociale e politico di Parigi, e anche i criteri di “etica pubblica” (mai si era visto un caso come quello di Fillon non tradursi subito in un ritiro dalla scena politica), resta in piedi la conventio ad exludendum nei confronti dei fascisti; che non hanno alcuna speranza di diventare maggioranza assoluta. Ancor più tranquilla la situazione a Berlino, la patria del surplus di bilancio, dove la “svoltarella a sinistra” della Spd di Schultz è stata sufficiente a mandare in pezzi il consenso che si andava accumulando intorno a Frauke Petry.

Il vero bubbone sistemico tra i “tre grandi” residui è come sempre l’Italia. Fallita la spallata contro-costituzionale di Renzi, amputato del ballottaggio l’Italicum, si andrà al voto per ultimi e con la quasi certezza di un Parlamento frammentato, senza un dominus in grado di imporre una direzione di marcia sicura. Anche se dovesse tornare in sella Renzi, insomma, avrebbe a disposizione una maggioranza di coalizione, dove la contrattazione quotidiana prevarrebbe ben presto su qualsiasi progettualità.

La classe politica nazionale, del resto, è stata selezionata al contrario, premiando i servi obbedienti a scapito di chiunque avesse una statura minimamente al di sopra della media. Per questo appare illusoria la speranza che emerga “una definita idea italiana di Europa”, in grado trarre profitto dall’indebolimento – causa Brexit – dell’“asse del Nord”.

Anche i più navigati analisti, come Lucio Caracciolo, arrivati al dunque devono fare i conti con le opportunità e le necessità da un lato e l’assenza di “statisti” dall’altro. E dire che mai come ora si è aperta, per cause di forza maggiore, una stagione di indispensabile riscrittura dei trattati europei. Ovvero una finestra di opportunità in cui una classe politica nazionale, capitalisticamente adeguata, potrebbe far valere meglio gli interessi di quel che resta dell’impresa italiana.

Al contrario, gli standard che andranno obbligatoriamente raggiunti per poter restare nel “gruppo d’avanguardia”, nella “prima fascia” dei paesi che si avviano a una maggiore integrazione, si tradurranno facilmente in un massacro sociale di dimensioni greche. Con inevitabile messa in discussione del consenso politico di massa, ben al di sopra dei livelli fin qui registrati. Vanno dunque inquadrati da questo punto di vista i “decreti” liberticidi a firma di Minniti, Orlando e Gentiloni, sia in materia di “ordine pubblico e decoro urbano”, sia in materia di regolazione dei flussi migratori.

Gioco facile, peraltro, finché resta in vita questo Parlamento di nominati senza onore né gloria. Ma che potrebbe diventare assai più complicato nel prossimo, vuoi per la prevedibile assenza di una maggioranza politicamente certa e stabile, vuoi per la sicura presenza di una opposizione forte – per quanto sconclusionata – come quella pentastellata.

Ma la debolezza del sistema politico italiano – specchio fedele della sua rinsecchita capacità produttiva (al di fuori dei tratti connessi alla filiera tedesca) – può diventare un problema non solo per “la difesa degli interessi del capitale italiano”, ma anche e soprattutto per la tenuta della struttura dell’Unione Europea.
“Possiamo non farlo (proporre una definita idea italiana d’Europa, ndr). Nel quale caso, l’Europea rischierà il definitivo collasso. O si rifarà altrove, senza di noi. Costituendosi in costellazioni affini, tra loro separate. Nascerà così una sub-Europa germanica. Forse con un pezzo d’Italia, quella più settentrionale, già largamente integrata nella catena del valore tedesca. Perciò tentata dall’abbandonare il resto della penisola alla deriva mediterranea pur di restare periferia dell’eurofamiglia nordica. Se ci siamo, è ora di battere un colpo”.
Come si vede, il vero dibattito non avviene sul palcoscenico della politica mediatizzata quotidianamente. I veri obiettivi e i veri rischi non hanno nulla a che fare con i “populismi”, ma col rimescolamento degli assetti economici e istituzionali in vista della creazione effettiva del “polo europeo” incaricato di “competere” alla pari con Cina, Russia e, ormai, anche con gli Stati Uniti.

Un dibattito da cui è palesemente assente l’unico convitato che nessuno di quei soggetti inviterà mai: il mondo del lavoro, i giovani e i pensionati, le popolazioni che vivono in questo paese e nel resto d’Europa.

In effetti, è proprio “ora di battere un colpo”.

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15/10/2016

Limes, l’Ue e la falsa coscienza

Ho ascoltato ieri sera, 13 ottobre 2016, la conferenza organizzata dal LIMES CLUB a Bologna nell'Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche.

Ci siamo ritrovati in una sala letteralmente gremita: i posti a sedere erano tutti occupati e molte decine di persone, tra cui il sottoscritto, sono dovute rimanere ad ascoltare in piedi o accovacciate. Credo di poter valutare in circa 300 i partecipanti. Voglio sottolineare questo per dare la misura del bisogno di iniziative sui temi di politica internazionale, rispetto ai quali in alcuni settori della nostra società c'è evidentemente sete di conoscenza, una sete che l'apparato dei media evita di soddisfare se non con bevande avvelenate: anche in questa occasione, come in tante altre simili, pure da parte dei relatori si è apertamente lamentata tale (dolosa) sottrazione di informazione.

È stata insomma una grande occasione, ma voglio parlarne perché ne sono uscito con il sentimento forte di avere assistito alla ennesima occasione sprecata.

È pur vero che sarebbe ingenuo aspettarsi troppo da iniziative di questo tipo. Conosciamo LIMES dalla sua fondazione e ne abbiamo constatato un certo declino, da rivista preziosa nata proprio per esporre ciò che i media e la politica ci negano di conoscere, a periodico "ecumenico" imbrigliato nel conformismo dei rapporti accademici nostrani e dalle compatibilità del gruppo editoriale L'Espresso, in un panorama editoriale in cui è tutta una gara al ribasso. Programmaticamente non-ideologica, la narrativa di LIMES è confinata nell'angusta dimensione della geopolitica come se quest'ultima esistesse davvero come disciplina autosufficiente, evitando perciò di scavare tra le cause strutturali dei conflitti e soprattutto impossibilitata a riconoscere nella guerra la manifestazione più eclatante e consueta delle crisi di sovraccumulazione del capitale. L'ossessione invece di "dare voce a tutte le parti" ha reso vieppiù enigmatici i numeri della rivista; ciononostante, proprio in virtù della sua programmatica ecumenicità, LIMES è diventata la vetrina ambita anche da giovani studiosi, soprattutto da chi esce da studi di politica internazionale o simili e legittimamente cerca il suo posto al sole nel giornalismo, nell'accademia o persino nella diplomazia. (E vaglielo a dire, a quale prezzo è possibile oggi come oggi conseguire tali posti: per le menti più critiche e brillanti, il prezzo da pagare è quantomeno la rinuncia alle proprie convinzioni.)

In quella gremita platea la grande maggioranza erano infatti e giustamente studenti. Mi chiedo però che cosa abbiano imparato dalla conferenza. Inizialmente i relatori si sono presentati ed hanno esposto alcuni loro punti di vista, con toni non particolarmente accesi nonostante il titolo della serata: NATO-RUSSIA LA GUERRA POSSIBILE, che opportunamente ribaltava e precisava il titolo del numero della rivista oggetto della presentazione: RUSSIA-AMERICA LA PACE IMPOSSIBILE. Le cose più gravi – come la notizia che saranno prossimamente schierati decine di soldati italiani nei Paesi Baltici a pochi metri dal confine russo – sono state dette con un candore disarmante (magari lo fosse davvero…). Si è parlato di provocazioni da parte USA che ci sono già state – come il bombardamento della base militare siriana poche settimane fa mirato a far saltare la tregua appena raggiunta con la Russia, o l'abbattimento del jet russo da parte turca, o ancora il colpo di Stato a Kiev scattato proprio all'indomani di un altro accordo del quale si era fatta garante una trojka europea – e di altre provocazioni che sarebbero possibili e potrebbero far precipitare "incidentalmente" o "colposamente" la situazione. Di tante altre provocazioni che pur ci sono state non si è invece parlato – dal terrorismo ucraino in Crimea, ai colpi ucraini caduti in territorio della Federazione russa nel 2014, all'abbattimento da parte ucraina dell'aereo di linea malaysiano – ma certo non si poteva parlare di tutto. Di qualcosa però non si è voluto parlare, o meglio ci si è affrettati a liquidarlo come se fossero inezie inutili da discutere, per la serie: stendiamo un velo pietoso.

Eh no! Al pacato Lucio Caracciolo, che a un certo punto ha detto: "Meglio dunque che lasciamo stare l'Unione Europea", replichiamo che l'Unione Europea non la lasciamo stare proprio per niente.

Sulla Unione Europea hanno fatto a gara a minimizzare, a dire che è impotente, inutile e divisa, che di fronte alle scelte cruciali si ritrova sempre in ordine sparso... È una opinione consolatoria, questa, che però è anche (auto)assolutoria e non coglie il punto.

In realtà, la Unione Europea ha responsabilità-chiave nell'infiammarsi di scenari come quello ucraino. In questo non c'è niente di nuovo, poiché essa persegue la continuità di secoli e secoli di politiche russofobiche e antislave, tra le quali 2 (finora) Guerre Mondiali: non si capisce allora perché eludere il problema con battutine sarcastiche sulla irrilevanza della UE rispetto agli USA. In piazza Majdan ad aizzare la folla dei teppisti nazisti antirussi c'erano Gianni Pittella e Margaret Ashton, oltre a MacCain e Nuland. A piazza Majdan, in effetti, era in corso EURO-Majdan, e a sventolare erano essenzialmente bandiere della UE, non statunitensi; e a premere su sempre nuove sanzioni contro la Russia è sempre Angela Merkel.

Se tale atteggiamento della Unione Europea – vale a dire del suo "nocciolo duro" franco-tedesco à la Schäuble, di che altro parliamo? – è sconcertante, lo è solo nella misura in cui esso è tragicamente simile a quello tenuto rispetto alla crisi jugoslava, dalla quale – è evidente – ci si ostina a non voler apprendere proprio nulla. Eppure fu LIMES, tramite Gianni De Michelis, a rivelarci che a Maastricht quella notte di dicembre 1991 si era barattata l'adozione dell'euro in cambio del sangue dei popoli jugoslavi: vale a dire che l'Unione Europea a guida tedesca scelse lo squartamento di quel paese, riponendosi in piena continuità con il suo macabro passato. È proprio questa Europa qui che continua ad essere levatrice della guerra, epicentro – e ovviamente, stoltamente vittima essa stessa – di grandi guerre.

Ci ha lasciato davvero di stucco, su questo, la posizione del Console Onorario di Russia a Bologna, tra i relatori alla conferenza, che ha voluto più volte sottolineato la sua origine "per metà bosniaca" e ha fatto ripetutamente riferimento alla guerra in Jugoslavia ed alle mancanze o "errori" commessi in quel caso. In realtà non ci furono errori, ma piuttosto crimini: crimini perpetrati in piena facoltà di intendere e di volere dalla leadership europea, cioè tedesca. Fa anche cadere le braccia che, dopo tanti anni, si continui a dipingere la aggressione NATO contro i serbi di Bosnia come quell'intervento salvifico che portò alla pace di Dayton, laddove però per i tre anni precedenti era stato tutto un susseguirsi di provocazioni, strategia della tensione, boicottaggio dei piani di pace (come quello Cutilhero), rifornimenti palesi e occulti di armi alle parti filo-occidentali e filo-europee attraverso le azioni coperte della stessa NATO… La Unione Europea fu tenuta a battezzo con quei crimini infami, per i quali certamente è la mano USA-NATO a sporcarsi per prima, ma questo sempre in virtù del fatto che i provocatori USA sanno che la UE cade volentieri in tutte le provocazioni di quel genere.

Da quella sala sono uscito perciò fondamentalmente indignato. Indignato in generale, per la occasione perduta nonostante le potenzialità di un evento pubblico del genere. Indignato anche con me stesso, per non avere alzato la mano subito, avendo capito troppo tardi che tutto sommato sarebbe stato importante intervenire davanti a quel pubblico di giovanissimi ignari, che difficilmente in questo "mercatino delle opinioni e degli aneddoti" possono prendere vera coscienza dei problemi del mondo in cui vivono. Perché talvolta la falsa coscienza non è dovuta all'essere ideologici, ma alla convinzione di non esserlo, che ci costringe nel circolo vizioso del non-detto e del conformismo dei giornalisti e dei commentatori mainstream; laddove invece condizione necessaria per provare a scongiurare il rischio della guerra è riconoscere e dichiarare a quale schieramento si appartiene.

Andrea Martocchia

(Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia e Comitato Ucraina Antifascista Bologna)


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01/12/2015

Quelli che confondono l'immigrato col terrorista

l’Espresso online, 30 novembre 2015

Le mistificazioni dei crociati della “guerra santa” trovano terreno fertile nella crisi economica e nelle politiche che la determinano. Come il gold standard britannico fu foriero del primo conflitto mondiale, l’eurozona tedesca è la levatrice degli odierni imperialismi europei

di Emiliano Brancaccio

Difendere i valori della cristianità contro orde di musulmani intenzionati a soggiogare l’Europa. Chiudere le frontiere e respingere gli immigrati per impedire l’accesso ai terroristi. Partecipare ai bombardamenti e inviare truppe per reagire agli attentati. Con gradazioni diverse, ognuna di queste proposizioni costituisce una miscela di opportunismo, ignoranza e follia. In Italia, i più indefessi fabbricatori di tali mistificazioni sono Salvini e i suoi maestri di pensiero magico. La loro bussola politica può esser sintetizzata nel grido “usciamo dall’euro ed entriamo in guerra santa”. Un binomio istruttivo, se non altro per ricordarci che da quel nefando accrocco di destra che è la moneta unica, costoro sarebbero capaci di farci uscire ancor più a destra.

I novelli crociati, tuttavia, non si trovano solo tra le fila delle forze xenofobe. Le mistificazioni guerrafondaie si ritracciano ormai persino in alcuni editoriali del Corsera. L’obiettivo non è nuovo: persuadere un governo riluttante a lanciarsi in un’altra disastrosa avventura bellica. E’ il proposito di una borghesia egemone ottenebrata da sé stessa, pronta a calpestare il ripudio costituzionale della guerra pur di tenere un ruolo nella tragedia che da tempo si consuma tra le macerie mediorientali. “Nous laissez faire” è il suo vero motto: “lasciateci fare”. La storia evidentemente non insegna. La deflazione investe oggi non soltanto i salari, ma a quanto pare anche le coscienze.

Per provare a riaccendere qualche lume suggerisco la rilettura di un saggio di Lucio Caracciolo per più di un verso premonitore, pubblicato subito dopo la strage di Charlie Hebdo. In esso si legge: “proprio perché il terrorismo è un pericolo permanente, dobbiamo sfuggire all’ingranaggio della paura che ci spinge ad arroccarci in spazi recintati ma mai impenetrabili, a scambiare i migranti per orde nemiche che starebbero invadendo il Bel Paese, tra le cui pieghe si infiltrerebbero squadre di attentatori. Salvo poi lanciarci in campagne militari destinate a scavare nuove buche sulla sabbia, da cui scaturiranno nemici più agguerriti e numerosi di quelli che avremo eliminato. La lotta al terrorismo implica determinazione fredda, paziente” (Limes, 1/2015). Parole da sottoscrivere, oggi più di ieri. Perché il confondere l’immigrato col terrorista è una bieca falsificazione del reale. E perché, guarda caso, i suoi propugnatori sono gli stessi che della crisi occupazionale e salariale cercano un capro espiatorio nella libera circolazione di persone, mentre furbescamente glissano sulle cause principali, come l’indiscriminata libertà di movimento dei capitali o la liberalizzazione commerciale senza freni. Xenofobia liberista, così potremmo definirla. La sinistra sarà pure evaporata, ma la peggiore destra esiste ed è in ottima salute.

Lo scritto di Caracciolo è interessante anche perché muove da un’evidenza ampiamente documentata in ambito scientifico, ma che nel dibattito politico risulta sottaciuta: esiste un legame stringente tra le relazioni monetarie internazionali, i connessi orientamenti di politica economica e le dinamiche della geopolitica. L’autore si riferisce alla partita in gioco tra Stati Uniti e Cina, ma il nesso è generale e riguarda pure l’Europa. Un regime monetario interno votato alla crisi permanente, alla divaricazione degli squilibri sociali e alla distruzione economica di interi territori, rappresenta un gigantesco alimentatore di consensi verso una politica estera di guerra. Di questa ovviamente il terrorismo costituisce il detonatore, ma le condizioni oggettive che la favoriscono sono determinate dalla politica economica deflattiva imposta dagli interessi prevalenti dell’unione monetaria. Come il gold standard britannico fu foriero del primo conflitto mondiale, l’eurozona tedesca è la levatrice degli odierni, confliggenti imperialismi europei.

08/03/2015

Genova, Landini e Letta alla festa di Limes. Imbrigliati nella stessa gabbia


Genova è una città che non offre più nulla.
La superbia con cui ancora la si apostrofa s'è persa in un trentennio abbondante di arretramento dell'antagonismo operaio e studentesco, poi definitivamente seppellito dall'epoca delle grandi privatizzazioni, che hanno trasformato uno dei vertici del fu triangolo industriale in terreno di caccia e devastazione della speculazione edilizia prima e del terziario becero (centri commerciali e robaccia assortita) dopo.

Anche dal punto di vista culturale, della passata abbondanza non resta che il rimasuglio di un cantautorato che evade il fisco e la caricatura di una comicità che riempiendo qualche palazzetto dello sport in giro per l'Italia, ha pensato d'essere assurta al rango di politica veicolabile.

Che mestizia...

Questo necessario preambolo per dire che in tal deserto, quando capita qualcosa che, anche sulla carta, pare interessante, vale la pena buttarcisi a pesce.

Così ho fatto con il secondo festival di Limes, nota pubblicazione di geopolitica del gruppo l'Espresso, quindi casa dell'azionista di riferimento del PD.

La tre giorni genovese di Limes è incentrata sulla geopolitica finanziaria, spaziando dalla crisi dell'eurozona, all'analisi del mercato finanziario in senso lato, alle fortune economiche dello Stato Islamico.
Tanta roba insomma, in particolar modo l'incontro relativo alla crisi dell'eurozona, per l'ovvio motivo che ci siamo tutti dentro, e per i nomi dei relatori: Maurizio Landini ed Enrico Letta.

Apre le danze il moderatore della serata, Lucio Caracciolo, già direttore della rivista. La sua introduzione è implacabilmente impietosa, merito anche di un'apprezzabile qualità oratoria. Sostanzialmente la bocciatura in merito all'architettura dell'UE è totale e foschi sono i presagi del direttore in merito ad una deflagrazione dello spazio europeo che si tinge sempre più velocemente di nero (ogni riferimento ai fascio-nazi che scorrazzano sempre più tronfi dalla Francia, alla Grecia, dall'Italia all'Ucraina passando per Germania e Finlandia non è puramente casuale).
Nulla da eccepire quindi, se non fosse che la sua analisi ha la tara originaria di volersi porre come imparziale, il che presta il fianco al fatto che gli avvenimenti vengono scandagliati sotto la luce di una lente neutra che non consente d'identificare alla radice le ragioni per cui i fatti si verificano e i motivi che portano a determinate scelte. Manca insomma il convitato di pietra, ciò che muove le sorti della Storia da quando esiste l'umanità: i rapporti conflittuali tra chi ne fa parte.

Archiviato il proprio preambolo, Caracciolo lascia spazio ai due ospiti.
Il primo atto spetta a Maurizio Landini che in una mezz'ora abbondante di discorso, mette in luce tutte le tare della sinistra (politica e sindacale) di questo paese: mancanza di strumenti atti a comprendere e divulgare alle masse l'esistente (in diversi momenti la carenza espositiva e lessicale di Landini è stata imbarazzante) idee poche e confuse, incapacità d'uscire dagli steccati costituiti (memorabile il passaggio in cui ha affermato che i suoi discorsi non intendono porsi nell'ottica di superamento del capitalismo, fortuna che Galileo non si faceva spaventare dai recinti, altrimenti saremmo rimasti alla Terra formato sottiletta per qualche secolo di troppo...).
La sua retorica si è insomma esaurita nell'invocazione alla socialdemocrazia europea declinata in chiave Syriza e con forti tinte costituzionaliste. Il suo intervento, ha strappato numerosi consensi ad una platea esemplificativa dello scollamento tra classe dirigente e mondo, le teste canute infatti erano la stragrande maggioranza e gli sparuti gruppi di giovani - antagonisti compresi - sembravano lì chi per far presenza (ma con espressioni in volto che comunicavano ben poca comprensione di quanto percepivano) chi per prendere nervosamente appunti, forse in vista di qualche esame o analisi universitaria della serata in svolgimento.

Esauritosi il fervore del segretario FIOM è venuto il turno dell'ex capo del governo, Enrico Letta.

Ammetto che dopo la "confusione" dell'intervento di Landini mi aspettavo dal secondo ospite un discorso decisamente più borghese per taglio retorico e analisi. Nulla di tutto questo, la mezz'ora abbondante del democristiano in salsa rosa è stata le declamazione di tutte le supercazzole con cui l'avvento dell'UE venne pubblicizzato alle popolazioni europee una 15ina d'anni fa. Pareva di essere nel pieno di un ritorno al passato, in cui l'eurozona veniva dipinta come foriera di opportunità impensabili e baluardo d'ogni tutela. Seppur non sveglissima, la platea è rimasta "turbata" dalle parole di Letta, quasi prossima a domandarsi se la declamazione cui assisteva provenisse da una persona fuori dal mondo o da un abilissimo mentitore seriale.

E' stato necessario il secondo round di botta e risposta tra i due invitati su punzecchiata di Caracciolo - incaricatosi di far presente che è pretestuoso parlare di valori comuni in uno spazio così disomogeneo come l'UE, dove convivono democrazie nate dalla resistenza e nazioni che ritengono le SS dei liberatori - per fare luce sulle "schizofrenie" insite nelle parole dell'ex presidente del consiglio.

Se infatti il nuovo intervento di Landini non ha aggiunto niente al suo pronunciamento precedente, limitandosi ad alzare i toni della propria confusa retorica - al netto del fatto che di cose condivisibili ne ha dette molte, ma si connotano tutte come superate dagli eventi o comunque non in grado di imprimere una svolta che non è necessaria solamente nello spazio europeo, ma nel Mondo tutto - quello di Letta, per chi l'ha compreso (e a spanne saremmo stati in una decina al massimo) ha tolto il velo sulla sua natura: quella imperialista.
Eh già perché il pio parroco pisano l'ha detto a chiare lettere: bisogna stare nell'UE in quanto è l'unico spazio - imperiale - capace di offrirci copertura nei confronti della lotta serrata già in atto e che si inasprirà nel prossimo 30ennio, nei confronti dei poli imperialistici concorrenti, ovvero i BRICS e la Cina in particolare. Una volta in corsa, il protetto dalla scudo crociato s'è lasciato andare alla retorica fascistoide avvallata dalla menzogna.
Dall'analisi delle cause della crisi scompare qualsiasi responsabilità del capitalismo (figurarsi accennare al fatto che si tratta di una questione naturalmente insita nello stesso) e della sua deriva finanziaria, se stiamo male è perché 1,5 miliardi di cinesi e un miliardo scarso d'indiani ha deciso che era finito il tempo di avere le pezze al culo e si sono messi a produrre più di noi quello che noi producevamo prima di loro.

La fascisteria del discorso lettiano sta in quel continuo "noi" volto a farci sentire tutti nella stessa barca (eh si, perché pure tu caro Enrico, sei stato precario, hai vagato per giorni da un'agenzia interinale all'altra, sei stato sfruttato e umiliato dal "padrone" ecc. vero?!?) anteposto a quel "loro" volto a dipingere chi sta fuori - dal mondo occidentale - come diverso e nemico a prescindere (quando invece un operaio Foxxcon o un manovale dei cantieri indiani ha molto più a che spartire con la maggior parte di noi rispetto a Letta).

Il picco più squallido del proprio discorso Letta l'ha toccato tacciando di irresponsabilità la Cina - che non ha leggi sull'ambiente, non è democratica ecc. - di fatto sputando su una cultura millenaria di cui probabilmente conosce al massimo i vasi Ming; quello più inquietante quando ha reclamato a gran voce l'impegno internazionale dell'occidente anteposto al disinteresse delle potenze emergenti - irresponsabili - per le aree di crisi; quello più triste quando ha proposto due soluzioni per rinsaldare lo spirito europeista nelle popolazioni continentali: l'erasmus per i 16enni e un sostegno al reddito chiaramente identificabile come europeo (magari pensava ad un assegnino con l'effige della Merkel...).


Smaltita la rabbia, il discorso di Letta mi ha immediatamente catapultato nei peggiori fasti delle avventure coloniali e guerrafondaie di mezza Europa, comprendendo chiaramente che la classe dirigente di questo continente, ci sta guidando speditamente verso scontri di cui ignora completamente la portata - l'avventurismo libico e ucraino sta li a dimostrarlo - perché questi soggetti, oltre ad essere arroganti e spocchiosi, sono anche ignoranti come capre, e l'ignoranza è peggiore e più dannosa della malafede.

La nota più dolente dell'incontro tuttavia s'è consumata in chiusura, quando alla platea non è stato concesso nemmeno un intervento, con buona pace dei tanto sbandierati, fino a quel momento, valori di democrazia e partecipazione della civiltà europea.

In definitiva un incontro dai contenuti ampiamente sotto la media per il sottoscritto, ma capace di togliere il sonno per gli scenari che il facente funzione della classe dirigente ha delineato, e la pochezza della soluzioni portate dal rappresentate - seppur istituzionalizzato - "di classe".

Mi resterà, quindi, la consolazione prodotta dalla bellezza della Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, unita al sentore che presto o tardi sarà necessario tornare sui monti per ricostruire un mondo in cui valga la pena di vivere.

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20/02/2015

La guerra in Libia è un regalo al califfo

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari).

Eppure del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano. Una operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia, in totale caos geopolitico, dove si affrontano decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti.

Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan, solo in un contesto molto più confuso e senza i mezzi delle superpotenze. Ma con la stessa carenza di obiettivi chiari e perseguibili.

Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute.

In ogni caso, per una spedizione oltremare toccherebbe esibire una bandiera Onu autorizzata dal Consiglio di Sicurezza - percorso non scontato - in modo da vestirla da “operazione di pace”. Come ha avvertito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, l’Italia «è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale».

Stavolta però la foglia di fico onusiana non potrebbe mascherare la natura della guerra: non c’è nessuna pace da preservare, nemmeno in embrione. Non basta: il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha annunciato che Roma aspira a guidare l’agognata missione schierando un contingente di cinquemila uomini. In effetti, più che di soldati avremmo bisogno di carri armati (Rommel docet), che non abbiamo: quelli davvero efficienti si contano sulle dita delle mani o poco più.

Peggio, sembra che alcuni esponenti del governo abbiano persa la memoria del nostro passato coloniale in Tripolitania e in Cirenaica. Certo non l’hanno dimenticato i libici. «Tutto ciò cui aspiriamo è avere di nuovo gli italiani qui fra le mani», ha twittato uno dei più seguiti blogger di Misurata, nemmeno fra i più radicali. Per vendicare Omar al-Mukhtar e i suoi gloriosi martiri.

Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan.

Invece del Colonnello, con cui flirtammo per quattro decenni, lavoreremmo stavolta per un sedicente generale dalle ambigue credenziali, Khalifa Heftar, appoggiato da egiziani, sauditi, emiratini e altri petromonarchi del Golfo. Il quale ha saputo abilmente intestarsi la “guerra al terrorismo” (sezione libica), certificato di qualità ad uso dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali meno avvertite, utile a legittimare l’eliminazione dei propri avversari - in questo caso anzitutto le milizie di Misurata e altri gruppi presuntamente “islamisti”.

Puro avventurismo geopolitico, che fra l’altro significherebbe esporci gratuitamente al terrorismo jihadista sul nostro territorio molto più di quanto non lo si sia adesso. A rimettere ordine nel dibattito pubblico alimentato dai suoi stessi ministri ha pensato Matteo Renzi, avvertendo che «non è tempo per una soluzione militare». Il nostro premier ha preso tempo: meglio “aspettare l’Onu”. E ha correttamente osservato: «In Libia non c’è un’invasione dello Stato Islamico, ma alcune milizie che combattevano lì hanno iniziato a fare riferimento a loro».

Renzi mostra così di non voler cadere nella trappola della propaganda del “califfo”, che si annuncia “a sud di Roma”. E, se volessimo davvero combattere lo Stato Islamico, potremmo attaccarlo dove effettivamente si trova, fra Siria e Iraq. Non risulta però che i nostri piloti siano autorizzati a colpirlo.

Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati - operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico. Tra Iraq e Siria gli americani hanno bombardato con qualche successo raffinerie e impianti controllati dal “califfato”.

In Libia le Marine occidentali potrebbero affondare, prima che partano, le barche con cui i mercanti di essere umani attraversano il Canale di Sicilia, lucrando su migliaia di disperati.

Un blocco navale di fatto, accompagnato da operazioni di forze speciali nei porti libici, infliggerebbe un colpo severo al più osceno dei traffici. E alla cassa degli aspiranti emuli del “califfo”.

Articolo pubblicato originariamente su la Repubblica il 17/2/2015

Per approfondire: Perché la Libia è un caso disperato

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