Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/01/2021

Contrordine neoliberisti. Il debito non è il problema!

Punto e a capo. Il decano degli economisti mainstream, in realtà ingegnere, Francesco Giavazzi ha scoperto l’acqua calda. Due volte.

La prima: “il problema del nostro Paese non è il debito, ma l’assenza di crescita“. Se l’Italia crescesse il debito si ripagherebbe, perché il rapporto debito pil avrebbe al denominatore un numero maggiore. Ci è arrivato dopo decenni, lui, assieme all’altro campione, Alberto Alesina, teorici dell'”austerità espansiva”.

Il secondo, Giavazzi sostiene che il Recovery Fund non è un “regalo” dell’Europa, ma sono soldi per lo più nostri. Anzi, ma questo non lo dice, il nostro Paese è contributore netto (dà più di quanto riceve), come da decenni.

Occorre secondo lui fare investimenti in sanità, cambiamento climatico, ecc. accompagnati da “riforme strutturali” nella Pubblica amministrazione e nella giustizia.

Tutto vero, per quanto molto parziale. Ma sorprendente per uno che ha costruito la sua carriera raccontando esattamente l’opposto. Che su quei falsi clamorosi ha costruito decine di giornalisti economici e persino qualche pessimo direttore (uno per tutti: Massimo Giannini, ideologo senza fantasia che ripete sempre le stesse quattro frasi copiate dal Giavazzi old style).

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Non è insomma possibile che un rovesciamento politico-economico del genere avvenga senza presentarsi in pubblico per confessare, a là Clenda, “ho detto tutte cazzate per 30 anni”.

Evidentemente da oltreoceano è arrivato l’ordine: il debito non è un problema con banche centrali e tassi a zero, secondo quanto spiegato dall’ex sottosegretario al Tesoro di Bill Clinton, Lawrence Summers. Ci siamo sbagliati, sembrano dire, incuranti dei disastri che hanno combinato.

Il convitato di pietra è la Cina, in piena crescita nonostante tutto.

Evidentemente non riescono più a tenerle testa, ma Giavazzi, che non ha letto Marx – e si vede – non riesce a capire perché quel Paese è l’unico, assieme a Taiwan e Vietnam, ad esser cresciuto.

Generazioni intere di studenti hanno bevuto da questo personaggio, e dunque – altrettanto – non possono capire perché questo modo di produzione non funziona più. Anche questo un disastro immane.

Ovviamente non si prenderà responsabilità storiche che toccano anche a lui. Né smette (anche nell’articolo qui riportato integralmente), di continuare a raccontare alcune palesi “bufale”, come “Consentire alle persone di andare in pensione a 62 anni non significa affatto sostituirle con altrettanti giovani, significa solo ridurre ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro che in Italia è già esigua“.

Perché lui è il “decano”. E affonderà con la nave su cui ha viaggiato in prima classe.

*****

Gli errori sul debito e l’assenza di crescita

Francesco Giavazzi – Corriere della Sera

Una prospettiva scorretta nel mezzo di una crisi sanitaria, sociale ed economica può indurre a dare risposte sbagliate all’emergenza

È un errore continuare a ripetere che il nostro problema maggiore è il debito pubblico: il nostro problema maggiore sta nell’assenza di crescita. Se la nostra economia crescesse più rapidamente del nostro debito, ripagarlo non sarebbe necessario. Certo, i titoli quando scadono devono essere rimborsati, ma siccome l’unica variabile che davvero conta è il rapporto fra il debito e il Prodotto interno lordo, il problema si risolverebbe da sé.

Infatti, se il denominatore di questo rapporto, cioè il Pil, cresce più rapidamente del numeratore, il debito, il rapporto tende naturalmente a zero e cioè il debito, in rapporto al Pil, pur molto lentamente, scompare da solo. Questo purtroppo non significa che se l’instabilità politica fa salire il costo del debito la crescita basti, come tante volte Alberto Alesina ed io abbiamo cercato di spiegare ai lettori.

Insistere sull’equivoco che il nostro problema maggiore è il debito pubblico significa concentrarsi su un obiettivo di politica economica errato. Significa compiere un errore di prospettiva che nel mezzo di una crisi sanitaria, sociale ed economica, come ben sottolineato dal presidente Mattarella, può indurre a dare all’emergenza risposte sbagliate.

E se invece fosse proprio il debito la causa della nostra assenza di crescita? In parte è vero, ma allora il problema non è il livello del debito, bensì i motivi per cui il debito è stato creato, cioè come lo Stato spende le sue risorse.

Consideriamo due esempi: se il governo, come sembra, prorogherà fino alla fine dell’anno «Quota 100», il debito che ne consegue non aiuta la crescita. Consentire alle persone di andare in pensione a 62 anni non significa affatto sostituirle con altrettanti giovani, significa solo ridurre ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro che in Italia è già esigua.

Molto diverso è invece il debito che si crea, ad esempio, per migliorare la sicurezza e la qualità degli edifici scolastici. La scuola rappresenta la prima occasione di incontro di bambini e adolescenti con lo Stato: l’immagine di uno Stato trascurato e fatiscente non li invoglia a diventare cittadini onesti, requisito indispensabile affinché un Paese cresca. Anche il debito che si viene a creare allungando l’orario di lavoro degli insegnanti, così che le scuole non chiudano all’inizio di giugno e riaprano attorno al 10 settembre, è un aiuto alla crescita.

Quando si parla del progetto Next Generation Eu, il primo aspetto che viene sottolineato è che si tratta di risorse «regalate» dall’Europa. Innanzitutto questo non è vero perché l’Italia contribuirà comunque a finanziare anche questi sussidi, che peraltro sono una quota limitata del programma. La questione centrale rimane il modo in cui le risorse verranno spese. Quand’anche i progetti li finanziassimo tutti noi a debito, se le risorse sono spese bene non farebbe gran differenza. Che significa spenderle bene?

Il piano che sottoporremo all’Europa deve consistere di due parti: un elenco di progetti che soddisfino i criteri indicati (sanità, salvaguardia dell’ambiente, cambiamento climatico) e alcune riforme senza le quali è difficile pensare che qualunque piano si traduca in crescita. Evidentemente è il secondo aspetto — quasi del tutto assente nelle bozze finora prodotte — quello cruciale.

L’approccio al Next Generation Eu va quindi rovesciato. Dimentichiamoci che sia un «regalo», perché come ho detto lo è solo in piccolissima parte, e dimentichiamoci per ora l’elenco dei progetti, sul quale invece si è accesa l’attenzione della politica. Partiamo dalle riforme, il cui elenco è chiaramente indicato nello schema redatto dall’Europa: innanzitutto giustizia e pubblica amministrazione.

Dall’attenzione che il programma del nuovo governo assegnerà a queste riforme, dalla precisione e dal realismo degli impegni che assumerà, dalla qualità dei ministri che verranno incaricati di occuparsene si capirà la serietà del governo sul Next Generation Eu.

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27/04/2019

La mezza conversione di Alesina e Giavazzi

Articolo interessante di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera dell’altroieri (24/4). Interessante perché nella narrazione economara (non crederete di capire davvero di “sostenibilità del debito pubblico” perché ripetete a pappardella le sciocchezze che vi propinano da trenta anni sul rapporto debito/pil?) finalmente viene introdotto il concetto di “debito estero”, ammettendo che l’Italia ha una Posizione Finanziaria Netta in sostanziale pareggio come vado a dire (umilmente) io da qualche anno.

Cito testualmente il duo bocconiano: «L’Italia non ha un debito estero netto perché i prestiti che Stato e aziende private hanno contratto fuori dall’Italia sono compensati da altrettanti titoli esteri acquistati dalle famiglie e dalle nostre banche. Basterebbe azzerare queste posizioni — cioè vendere i titoli esteri che possediamo e ricomprarci i Btp detenuti all’estero — per diventare il Giappone. A quel punto potremmo permetterci di aumentare la spesa pubblica e al tempo stesso ridurre le tasse, lasciando crescere il debito». E poi ancora: «Tutto ciò è possibile, ma vorrebbe dire uscire dall’euro che è nato per fare il contrario: integrare i mercati dei capitali dell’Eurozona e diversificare il rischio distribuendolo nell’area».

Dunque i due finalmente ammettono che la chiave di volta per capire la reale situazione della nostra condizione finanziaria è quella di valutare correttamente la situazione dei conti con l’estero (Bilancia Commerciale, Saldo delle Partite Correnti e Posizione Finanziaria Netta).

Al secondo punto, correttamente, sostengono che 1) ricreare le condizioni degli anni '70/'80 del secolo scorso per riportare in patria i capitali allocati all’estero significa uscire dall’Euro (verissimo) e con serafica tautologia inoltre sostengono 2) che l’Euro è nato con l’unico scopo di diversificare il rischio al quale sono esposti i capitali grazie alla libera circolazione dei capitali all’interno dell’area euro.

Ah? L’Euro sarebbe nato con questo unico scopo? Quello di diversificare il rischio? Non per garantire la crescita dell’area? Non per evitare pericolose guerre commerciali fatte di dazi e svalutazioni competitive ma in un quadro di crescita e cooperazione tra stati in tutta l’area?

Bene, allora cari Chiarissimi Professori voi state dicendo che abbiamo smantellato l’industria pubblica (con relativa deindustrializzazione) e svenduto gli assets bancari pubblici solo per consentire ai nostri capitalisti di investire all’estero legalmente?

Voi state dicendo che abbiamo accettato una politica monetaria di deflazione istituzionalizzata solo perché Agnelli possa portare i suoi danari (poi ci sarebbe da dire anche sull’aggettivo possessivo appropriato) in Lussemburgo?

E tutto questo per ottenere il risultato straordinario di aver ridotto l’area economica più ricca e istruita del mondo in una zona a rischio caduta nel “secondo mondo” a causa dell’assenza di investimenti in ricerca che l’hanno tagliata fuori dalla Rivoluzione Digitale in corso?

Ci sarebbe inoltre da dire che i capitali italiani investiti in altri paesi dell’area (in primis in Germania) sono sottoposti ad una tosatura che di fatto è una patrimoniale imposta da stati esteri a causa di tassi reali negativi: effetti paradossali.

In pratica cari ed illustri Professori ci state spiegando che abbiamo preso la fregatura del millennio?

Poi molto altro ci sarebbe da dire sull’autolesionismo della Germania guidata dalla Merkel.

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23/02/2019

Dibattito in Bocconi sull'austerità

Università Bocconi, Milano, 19 febbraio 2019 – Il buono e il cattivo dell’austerità. Dibattito sul libro “Austerità” di Alberto Alesina, Carlo Favero, Francesco Giavazzi. Interventi di Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Veronica De Romanis (Università LUISS), Mario Monti (presidente Università Bocconi). Modera: Ferruccio de Bortoli.

Vedi anche: Errori di previsione sul Pil durante l’eurocrisi: quali cause? di Emiliano Brancaccio e Fabiana De Cristofaro (Econopoly – Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2019).

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12/06/2018

Il “pluralismo” di Lilli Gruber: qui parla solo il Bilderberg...

Ieri sera Lilli Gruber ha presentato per il suo approfondimento su La7 un vero parterre de roi: la sezione italiana del Bilderberg Group pressoché al completo.

Oltre se stessa, infatti, c’erano al tavolo o in collegamento Lucio Caracciolo e Alberto Alesina, noto ai più per essere l’autore di un unico editoriale che, chissà per quale motivo, il Corriere ripropone a settimane alterne con minime variazioni (“tagliate la spesa pubblica, cancellate i diritti del lavoro e lasciate fare ai mercati”).

Per chi, comprensibilmente, ignora le identità della rappresentanza italiana all’ultima riunione del think tank fondato da David Rockfeller, ecco qui l’elenco completo:

John Elkann, presidente di Fca e di Exor;

Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia

Pietro Parolin, cardinale e segretario di Stato del Vaticano

Alberto Alesina, economista

Marina Mazzuccato, economista;

Lilli Gruber, giornalista;

Lucio Caracciolo, direttore di Limes;

Elena Cattaneo, biologa e senatrice a vita;

Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone;

Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, ex coordinatore dei servizi segreti italiani, indicato – nel corso della recente crisi di governo – prima come possibile presidente del consiglio e poi come potenziale ministro degli esteri.

L’unico presente in studio che non è stato ancora invitato in quel consesso era il direttore de L’Espresso, l’onnipresente Marco Damilano.

In effetti, è stata una bella prova di “pluralismo” giornalistico.

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06/11/2017

Il surreale dibattito del Corriere sul futuro di Milano

Il ping pong che si è svolto la scorsa settimana sulle pagine del Corriere Della Sera fra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e l’ineffabile duo Alesina - Giavazzi, in merito al dilemma se il capoluogo lombardo debba rallentare o accelerare, è stato, al tempo stesso, surreale (il sommo Totò non avrebbe saputo inventare paradossi più spassosi di quelli sciorinati dai due comici bocconiani) e significativo del mefitico clima culturale che stiamo vivendo in questa fase storica.

Sala – personaggio certamente non sospetto di velleità antisistema – ha aperto le danze denunciando un dato di fatto evidente: Milano è una città soffocata (in senso letterale e non metaforico) da livelli di traffico e inquinamento al limite dell’invivibilità. Di conseguenza ha sommessamente – non è nemmeno personaggio che ama i toni arroganti e perentori – consigliato i suoi concittadini a darsi una calmata, rallentando i propri ritmi di lavoro e di vita (scanditi, avrebbe potuto aggiungere, ove fosse stato di animo più radicale, da un infoiata voglia di arricchimento e da un anfetaminica brama di consumi e godimenti).

Non si fosse mai permesso! I dioscuri del libero (anzi liberissimo) mercato gli sono balzati alla gola accusandolo di oscurantismo antimoderno. Vogliamo forse invitare i milanesi a lavorare e correre meno? Vogliamo fargli perdere la medaglia di unica città davvero internazionale? (sesquipedale corbelleria: 1) perché associa la internazionalità di Milano ai peggiori difetti di altre metropoli europee che viceversa sono assai più vivibili; vedere Berlino, Monaco e Barcellona, per fare solo tre esempi); 2) perché in Italia esistono città, come Roma e Napoli, altrettanto se non più internazionali – anche se in ragione di caratteristiche diverse – di Milano). Sala vuole forse far rallentare la crescita di Milano e quindi dell’Italia tutta (sempre a proposito di Totò: mi figuro Alesina e Giavazzi che ripetono estasiati crescita e aggiungono che bella parola).

A Milano si crepa di smog e frenesia? Si migliorino i servizi per farla correre di più e meglio, invece di rallentare. E qui scatta l’elemento surreale di cui sopra: con quali soldi, visto che i nostri sono fra i primi assertori di draconiani tagli alla spesa pubblica? Qualcuno gli ha spiegato che le risorse delle amministrazioni locali languono a causa dell’austerità imposta dalle politiche della Ue? Ma affidando il compito ai privati, che diamine! E qui arriva il solito peana a Uber, paradigma di un’economia low cost che garantisce servizi a basso costo supersfruttando i dipendenti e riducendo la sicurezza dei consumatori (finché non collassa: vedi il caso Ryanair).

La controreplica – benché io non condivida le idee politiche del sindaco meneghino – devo ammettere che ha il merito di centrare un punto cruciale: Sala non rinfaccia all’ineffabile duo l’adorazione per la crescita (né potrebbe farlo, visto che ne condivide sostanzialmente la fede), ma fa cortesemente notare che si tratta di una visione novecentesca di tale fede, la visione di una modernità fatta di fumi, fabbriche e ciminiere e di folle anonime che marciano a passo di carica come nel film di Fritz Lang Metropolis. Insomma Milano come la inquinatissima Pechino (che vive oggi la fase di accumulazione primitiva che l’Occidente ha attraversato quasi due secoli fa). Giusto, anche se chi scrive non ama nemmeno la frenesia virtuale ed ecologicamente sostenibile delle metropoli postmoderne e ritiene che ci serva un rallentamento ben più radicale di quello auspicato da Sala, tanto radicale da farci fuoruscire dal capitalismo, con buona pace del futurismo totoista di Giavazzi e Alesina.

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27/02/2017

L’illusione di un congresso democratico

Leggo il Corriere della Sera del 22 febbraio per puro caso. Ho da ingannare il tempo e per curiosità mi soffermo sull’editoriale di Alesina e Giavazzi, ricordo alcuni dei loro working papers mia materia di studio circa venti anni fa. Una riflessione sullo stato della politica italiana nel mentre il Pd fa questa strana e insignificante assemblea nazionale senza contenuti, raffazzonata ma più che altro disperata. Passo agli articoli interni e leggo di Emiliano nuovo prestigiatore che riesce a parlare solo di marcature e strategie per arrivare alla segreteria. Nella pagina seguente ho ancora lucidità per leggere l’intervista ad Epifani che si defila con un arrivederci e poi ripenso al “ganzino” Renzi volato in California a bersi una birretta. Rendiamoci conto a chi siamo in mano ed è facile infatti per i due economisti togliersi la soddisfazione di ridicolizzare un po’ tutti. Considerato il piano su cui dibattono è vero che la classe non è acqua ma su questo Pd è come sparare sulla croce rossa. Ce lo avevano detto loro che era meglio un mercato meno regolato che aumentasse la competizione e rendesse i vincitori più competitivi! È da vent’anni che lo ripetono.

La domanda che mi viene è: ma di chi stanno parlando? Di tassisti, di categorie protette, di ordini professionali, di pensionati e mangia pane a ufo, di lavoratori sindacalizzati che sotterrerebbero le speranze di quei cervelli in erba che attraverso una borsa di studio potrebbero rivelarsi veri e propri emergenti? Negli emoticon ci sono diversi tipi di faccine e gesti utili per fare una recensione sintetica a quell’editoriale ingiallito come le icone scissioniste emerse in assemblea, senza ancora una connotazione né un nome immaginiamoci con quale programma riformista. Chi doveva salvarsi in questo mondo opulento per pochi ce l’ha fatta al momento, utilizzando intelligenza umana rastrellata dalla massa ripagandola anche bene soprattutto con giochi di specchi. Gli opulenti hanno fatto in grande come Renzi, mentre tutti si azzuffavano per un tozzo di pane, si son levati dalla mischia vivendo nelle loro cerchie. Sto parlando di coloro che sulla crisi e sui differenziali di ogni tipo a livello economico e finanziario scommettono come il giocatore incallito presso un picchetto di un ippodromo.

Mentre miliardi di persone a breve mangeranno insetti una piccola categoria dei, purtroppo per loro, mortali appunto ha fatto come il “ganzino” fiorentino. Ma “il mondo è piatto” diceva un altro esaltato del liberismo, tale Thomas Friedman che utilizzava parole di encomio verso la trasformazione dei processi economici e sociali come ai tempi in cui l’uomo inventò il sapone. Oggi non è più così, su questo pianeta tondo e non piatto si inizia a sentire sulla nostra pelle la sua finitezza. Non parlano di questo il Pd neanche Alesina e Giavazzi. Non parlano di nuove economie, da perfezionare se fossero messe in moto delle politiche educative di apprezzamento del mondo e di vittorie nella preservazione della razza uomo. Ragionano sempre di mondi piatti, pieni di tabù e simbolismi opulenti.

A cosa dovrebbe tendere secondo loro il giovane studente intelligentissimo e abile nel competere? Dovrebbe diventare un buon econometrico per poter metter mano al computer quantico che prima o poi entrerà in funzione per aumentare i rendimenti e ridurre i rischi sugli investimenti di portafoglio oppure si potrà muovere verso una risoluzione dei problemi delle masse proprio grazie allo stesso computer che possa redistribuire risorse e benessere senza distruggere risorse come fino ad oggi si è fatto? Né i due economisti né il Pd intero ancor prima di perdere qualche vecchio impresentabile mostro della politica parla di questo: del rapporto tra potere vero dei giocatori di cavalli a livello internazionale che invece delle fiches usano pezzi di destino di intere popolazioni rispetto alle necessità di base di miliardi di persone.

Devono capire che tutti loro non servono già più da anni alla difesa della causa pubblica e bisogna che vadano a procurarsi uno stipendio in un altro modo perché il loro ruolo è completamente spiazzato dalla governance europea fatta di personaggi indicati direttamente da settori influenti della finanza internazionale. E poi visto che gli piace molto il privato vadano a guadagnare prestando lavoro in aziende private. Mi viene in mente di abbinare ironicamente un Gentiloni a una call option, un Renzi a un pronti contro termine denominato in valuta, un Salvini rispetto a un derivato e Grillo a un’obbligazione, di una azienda che prometta infrastrutture in project financing, acquistata direttamente dalla Bei. Sai che grasse risate si faranno nei cda di queste grandi società. Intanto li trattano da morti di fame perché non guadagnano niente rispetto a loro ma soprattutto perché gli rendono la vita agile anche senza corromperli. Sono già educati, sono già prostrati, sono perfetti nella loro sudditanza come delle scimmiette ammaestrate e soprattutto li paga il contribuente. È proprio il politico che non esiste più all’emergere però di una vera consapevolezza che il mondo è tondo, finito e purtroppo pubblico. Gli opulenti hanno il terrore di non poter scappare e quindi pompano a più non posso attraverso i media per non far capire ai giovani intelligenti che potrebbero esserci altre vie per la felicità anche dando merito e riconoscimento ai più bravi. L’intelligenza alla lunga però vince sempre.

Per Senza Soste, Jack RR
26 febbraio 2017

19/06/2015

Diseguaglianza. Realtà e ideologia di merda

E' bello vedere qualcuno difendere a spada tratta le diseguaglianze. Ed è istruttivo, altamente istruttivo, vedere quali argomenti usa.

L'ha fatto il solito Alberto Alesina, con un editoriale sul Corriere della Sera, quasi a risposta dell'enciclica papale di ieri. Naturalmente non l'ha messa esplicitamente in opposizione, ma chiunque abbia un minimo di frequentazione con la fattura dei media sa che le coincidenze non esistono. Almeno a livello di editoriali.

Per non disorientare troppo il lettore proponiano una lettura commentata, capoverso per capoverso.

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Il merito nelle società diseguali

Alberto Alesina

Quello della diseguaglianza, soprattutto (ma non solo) negli Stati Uniti, è tra i temi più divisivi. Al recente Festival dell’Economia di Trento gli economisti-guru della sinistra - Paul Krugman, Thomas Piketty, Joseph Stiglitz - tuonavano contro la fine del «sogno americano»: della possibilità cioè, per chi si impegna, di risalire la scala sociale. Più in generale, prevedevano una degenerazione del capitalismo verso lidi di diseguaglianza mai visti nella storia recente.

Chiariamo alcuni punti. Primo: la diseguaglianza, oggi, è tornata ai livelli dei primi decenni del secolo scorso. La differenza è che ora, sia in Europa sia negli Stati Uniti, seppur in misura diversa, esiste uno Stato sociale che protegge i meno abbienti ben più di quanto lo si facesse nella prima metà del ‘900. Ci sono una sanità e una scuola pressoché gratuite, sussidi alla disoccupazione in molti Paesi assai generosi, pensioni spesso molto superiori ai contributi versati e via dicendo. I guru di cui sopra ci dicono che perfino negli Usa chi nasce povero resta povero: ma i dati raccolti dal mio collega Raj Chetty dimostrano che la mobilità sociale è alta in alcune città, come Seattle, ed è bassa in altre. Insomma: il «sogno americano» esiste in parte degli Stati Uniti, non dovunque. Gli europei sono ancora più pessimisti sulla mobilità sociale nei loro Paesi, anche se spesso è più alta che nella media Usa.

Contropiano. Mr. Alesina comincia subito male. Ammette, e non potrebbe essere diversamente, che le diseguaglianze sono tornate enormi, come lo erano cento anni fa. Nonostante l'esistenza di uno "stato sociale" che un secolo fa non esisteva. Uno studioso serio, non un volgare ideologo, a questo punto sarebbe obbligato a chiedersi la ragione di questa evidente contraddizione. Sottolineiamo che lo stesso Alesina, contrapponendo diseguaglianze e stato sociale, riconosce che il secondo era nato (anche) per ridurle, quindi...

Qui sarebbe stato necessario un breve escursus sul "secolo breve", le rivoluzioni operaie e la paura dei padroni del mondo di perdere il bastone del comando, la crisi degli anni'30 e le risposte keynesiane in doppia versione (democratico-liberale negli Usa, nazista in Germania), la svolta della seconda guerra mondiale e la costruzione dello "stato sociale" per garantirsi un consenso popolare (e un mercato interno solvibile per merci producibili in maggior quantità) e allontanare le sirene del "socialismo reale"; quindi la "guerra fredda" e la "corsa agli armamenti", la crisi del modello sovietico, la revanche del liberismo (Thatcher e Reagan), la demolizione dello "stato sociale" in corso initerrottamente da 35 anni. Un riassunto che è già una spiegazione: le diseguaglianze hanno ripreso a crescere nel momento in cui non c'è stato più il bisogno politico di avere una rete di protezione solida per le classi sociali "non imprenditoriali".

Anche la semplice "mobilità sociale" - la possibilità per i figli di lavoratori dipendenti di arrivare a uno status più elevato (professionisti, docenti, ecc) - si è drasticamente ridotta. Ma per Alesina è solo un fatto "locale", da qualche parte sì, in altre no. La realtà quotidiana che abbiamo tutti davanti - basterebbe chiedere al Censis di De Rita - è invece molto omogenea: sono in pochissimi a poter "prendere l'ascensore" verso l'alto, mentre sono in moltissimi, da alcuni anni a questa parte, a scendere. Una volta l'avremmo chiamata "proletarizzazione dei ceti medi", oggi la si chiama "crisi del ceto medio", ma la dinamica è indifferente ai nomi.


Secondo: la diseguaglianza crea incentivi. Vorremmo forse, in nome della totale uguaglianza, eliminare i premi monetari a uno scienziato che fa un’importante scoperta? O quelli a un imprenditore che innova (ricordate Steve Jobs e Bill Gates che ci hanno cambiato la vita), o a un lavoratore che si impegna più dei suoi colleghi? Quando lo facciamo riduciamo la crescita, preferendo - pur di eliminare le disparità - impoverire la media delle persone. Alcune società farmaceutiche hanno fatto profitti enormi. Preferiremmo forse averle tassate così tanto da aver ridotto ricerca e sviluppo, tornando a qualità e lunghezza della vita garantite dai medicinali degli Anni 50?

C. Diciamolo subito: nemmeno nel socialismo più dogmatico si è mai teorizzato o praticato l'assoluta eguaglianza dei redditi. L'eguaglianza consiste in una soglia di reddito che consenta di vivere dignitosamente a tutti. Mentre tutti coloro che offrono un "di più" ottengono anche qualcosa in più. Non certo, però,nell'ordine del 1.000 a 1 che vediamo oggi nelle retribuzioni di un manager (chessò, Marchionne) rispetto a quello dei suoi dipendenti. Fare l'esempio dello scienziato è particolarmente vergognoso perché questo tipo di funzioni sono sempre state riconosciute - e premiate - sotto qualsiasi tipo di modo di produzione o regime politico. Ma particolarmente vergognoso è soprattutto l'esempio dell'"imprenditore" e/o del manager. Per un motivo semplice: nessuno "lo premia", fa tutto da solo, impadronendosi di una quota di profitto che lui stesso determina (a volte persino se la sua impresa sta andando in malora, come vediamo quotidianamente sia nella finanza che in altri tipi di attività). Come fa un docente di economia a trattare senza vergogna come equivalenti il salario concesso a un lavoratore qualsiasi, senza potere contrattuale proprio, e un amministratore delegato che può attribuirsi retribuzione, benefit, stock options? Come fa mentre scrive dalle colonne di un quotidiano che predica la "modernità" del lavoro non retribuito, come si sperimenta all'Expo?

Insomma: non è la diseguaglianza che crea gli "incentivi", ma la collocazione dentro il modello produttivo a creare le diseguaglianze.


Terzo, l’ineguaglianza è accettabile se vi è mobilità sociale, ovvero se la scala sociale è percorribile verso l’alto (e il basso) in funzione delle proprie abilità e del proprio impegno. Dobbiamo offrire a tutti i bambini uguali opportunità di successo; dobbiamo combattere con vigore corruzione ed evasione fiscale, che rendono ricchi i più furbi e i più disonesti, non i più bravi. Meritocrazia e competizione nel mercato garantiscono giustizia e mobilità sociale.

Con una scuola che non premia il merito, di insegnanti e allievi, favoriamo i ricchi: i figli di famiglie benestanti, infatti, possono compensare a casa una scuola che insegna poco, quelli di famiglie povere no. Quando proteggiamo imprese inefficienti, imprenditori senza idee ma con contatti «giusti» nei ministeri, lavoratori pigri riduciamo la mobilità sociale: allora sì che la diseguaglianza che rimane è ingiusta.

C. La scuola pubblica, gratuita e per tutti, era in effetti l'istituzione che ha permesso - nel secondo dopoguerra - una istruzione di massa abbastanza paritaria e molti figli di lavoratori "manuali" hanno avuto l'opportunità di accedere alle scuole superiori e all'università. Hanno cioè avuto riconosciuto un "merito", passato le selezioni, raggiunto professionalità anche importanti, come mai prima era potuto accadere. Non che ci fosse una parità effettiva di partenza, perché comunque i figli dei benestanti avevano numerosi vantaggi (ripetizioni, molti libri in casa, genitori istruiti e in grado di supportare nello studio, ecc) rispetto a chi magari doveva "conciliare scuola e lavoro" (specie durante gli studi universitari).

Ma non è più così. La scuola pubblica di ogni ordine e grado è stata consapevolmente mandata in rottamazione, lesinando risorse, bloccando le assunzioni (se ci sono oltre 100.000 precari è perché non si fanno più concorsi da decenni), trasferendo quantità di finanziamenti sempre crescenti verso le scuole private (dove ovviamente l'accesso avviene per censo, non per "merito"). Peggio ancora: non c'è più la gratuità o quasi, né delle rette né, tantomeno, dei libri di testo. A livello universitario, da anni, si assiste a una riduzione progressiva del numero degli iscritti (per non parlare del livello indecente di preparazione fornito a partire dalla "riforma Berlinguer", che ha abbassato drasticamente la qualità dello studio - il merito, appunto - con l'introduzione del sistema dei "crediti", dell'"audience" (le cattedre vengono mantenute se c'è un certo numero di frequentanti, ma i corsi più "esigenti" in termini di impegno vengono disertati per quelli più facili che danno comunque "crediti").

Questa "facilitazione" - accolta con suicida soddisfazione anche da alcune ideologie di movimento - ha rapidamente trasformato alcune facoltà in fabbriche di diplomi di laurea senza alcuna utilità professionale o semplicemente lavorativa. A soffrirne di più, naturalmente, sono state le facoltà umanistiche, che erano anche le uniche a poter fornire un "sapere critico", ovvero capace - se ce n'era la capacità individuale - di interrogarsi sulle premesse teoriche di quel che si andava studiando. E quindi anche della società in cui si vive.

Si può considerare positivamente il "merito", insomma, senza farne una clava con cui picchiare in testa altri esseri umani e appropriarsi di una quantità di ricchezza abnorme. Non esiste infatti solo il principio della "competizione", come se fossimo ancora animali allo stato brado. Il principio della cooperazione ha fatto fare all'umanità molta più strada, mentre il primo l'ha precipitata a cadenza fissa nella guerra, a partire dalle diseguaglianze. Brutte nostalgie, insomma, mr. Alesina...


È possibile costruire un sistema perfetto, in cui solo i più meritevoli si arricchiscono? Certo che no: ci sono, ad esempio, troppi Ad, talvolta inetti, inutilmente strapagati. La perfezione negli affari umani non esiste. Ma l’alternativa non è tassare a livelli elevatissimi tutte le classi medio-alte, che già pagano più dei meno abbienti data la progressività delle aliquote (e se non lo fanno, si agisca chiudendo le scappatoie fiscali). Redistribuire a pioggia rischia di essere una soluzione peggiore del male. Servono incentivi, uguali opportunità e premio al merito e all’impegno, non l’espropriazione della ricchezza indipendentemente dalla sua origine. E per la minoranza che non riesce, nonostante l’impegno, a partecipare alla competizione, si usi lo stato sociale, nato per questo, per proteggerla.

C. La conclusione è disarmante. Il grande docente vede la tassazione come un'"espropriazione"! Roba da non passare l'esame del primo anno... o da ottenere la tessere ad honorem della Lega. E chiude chiedendo l'intervento dello "stato sociale" per gli eliminati nei turni preliminari della "competizione" facendo finta di non essere, proprio lui, uno dei maggiori teorici della demolizione dello stato sociale (vi risparmiamo l'elenco delle centinaia di articoli a favore del taglio della spesa pubblica proprio a partire dai tre grandi capitoli della spesa sociale: istruzione, sanità, pensioni)... Demagogia, astrattezza, menzogna, indifferenza. Gli ingredienti dell'ideologo sono proprio questi.

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