Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Scissione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scissione. Mostra tutti i post

24/10/2023

Germania - Scissione nella Linke

Sahra Wagenknecht e altri nove parlamentari della Linke hanno annunciato le loro dimissioni dal Partito della Sinistra. “Abbiamo deciso di fondare un nuovo partito“, ha detto la Wagenknecht in una conferenza stampa a Berlino lunedì. A tale scopo è stata fondata l‘associazione “Alliance Sahra Wagenknecht – Per la ragione e la giustizia“.

Qui di seguito la lettera con cui è stata annunciata pubblicamente l’uscita dal partito.

*****

Perché lasciamo Die Linke

Cari membri del partito Die Linke,

abbiamo deciso di lasciare Die Linke e costruire un nuovo partito.

Questo passo non è stato facile per noi. Perché Die Linke è stata la nostra casa politica per anni o addirittura decenni. Qui abbiamo conosciuto altri attivisti, molti dei quali sono diventati compagni e alcuni sono diventati amici. Insieme a loro, abbiamo trascorso le serate e i fine settimana agli eventi di partito e abbiamo fatto turni extra durante le campagne elettorali.

È difficile per noi lasciarci tutto questo alle spalle, politicamente e personalmente. Se ci fosse stata una strada migliore, l’avremmo presa volentieri. Poiché ci sentiamo legati a molti di voi, vorremmo giustificare la nostra decisione.

I conflitti degli ultimi anni sono stati combattuti nel corso politico di Die Linke. più e più volte, abbiamo sostenuto che l’attenzione sbagliata e la mancanza di attenzione alla giustizia sociale e alla pace diluiscono il profilo del partito.

Più e più volte, abbiamo avvertito che l’attenzione per gli ambienti urbani, i giovani e gli attivisti allontana i nostri elettori tradizionali. Più e più volte abbiamo cercato di fermare il declino del partito cambiando il suo corso politico.

Non ci siamo riusciti e, di conseguenza, il partito ha avuto sempre meno successo tra gli elettori.

La storia di Die Linke dalle elezioni europee del 2019 è la storia di un fallimento politico. Le rispettive direzioni di partito e i funzionari che le sostenevano a livello statale erano determinati a non discutere criticamente questo fallimento in nessuna circostanza. Non se ne sono assunti la responsabilità, né ne hanno tratto conclusioni sostanziali.

Piuttosto, coloro che erano critici nei confronti del corso della leadership del partito sono stati identificati come i colpevoli dei risultati e sono stati sempre più emarginati.

In questo contesto, non vediamo più spazio per le nostre posizioni nel partito.

A titolo di esempio, vale la pena ricordare la “Rivolta per la Pace” del febbraio 2023.

È stata la più grande manifestazione per la pace degli ultimi 20 anni. Decine di migliaia di persone si radunarono davanti alla Porta di Brandeburgo. Anche se, e proprio perché circa la metà della popolazione rifiuta il corso militare del governo, l’intero establishment politico del paese ha attaccato e diffamato la manifestazione.

Invece di sostenerci in questo confronto, la direzione di partito di Die Linke si è schierata spalla a spalla con gli altri partiti: hanno accusato i promotori della manifestazione di essere “aperti a destra” e sono stati quindi la fonte di accuse contro di noi.

Gli spazi politici per noi nel partito sono diventati così piccoli che non ci adattiamo più con la schiena dritta. Sappiamo dalle nostre associazioni regionali che questo è ciò che molti membri di Die Linke sentono. Con il nuovo partito, vogliamo anche creare una nuova casa politica per loro.

Lo facciamo per convinzione interiore, perché un partito non è fine a se stesso. Ciò che ci spinge è che non vogliamo più accettare sviluppi politici come le politiche socialmente devastanti del semaforo (la coaliziome tra Spd, Verdi e Lberali, ndr) stanno costando a gran parte della popolazione reddito e la qualità della vita.

La politica estera tedesca è munizioni per le guerre invece di cercare soluzioni di pace. I conflitti si stanno intensificando a livello internazionale, l’incombente formazione di blocchi è una minaccia per la pace mondiale e porterà con sé enormi sconvolgimenti economici.

Allo stesso tempo, l’opposizione a questo sviluppo politico viene sempre più sanzionata e messa alla gogna nel dibattito pubblico. Ma la democrazia ha bisogno di diversità di opinioni e di dibattiti aperti.

L’incapacità del governo di affrontare le crisi del nostro tempo e il restringimento del corridoio di opinione accettato hanno portato l’AfD (Alternative fur Deutscheland, partito di destra, ndr) in cima ai consensi. Molte persone semplicemente non sanno più come articolare la loro protesta in nessun altro modo.

In questa situazione, Die Linke non appare più come un’opposizione chiaramente riconoscibile, ma come un ammorbidito “Sì, ma…”. Con questo corso, si è scesi al di sotto della soglia di percezione della popolazione. Al momento, tutto lascia presagire che non sarà più rappresentato nel prossimo Bundestag, mentre l’AfD è data dai sondaggi a oltre il 20 per cento.

Abbiamo la responsabilità di riprendere seriamente la lotta per la direzione della politica e per il futuro del nostro paese. A tal fine, vogliamo costruire una nuova forza politica, una voce democratica per la giustizia sociale, la pace, la ragione e la libertà.

Stiamo andando contro il nostro vecchio partito senza risentimento e senza pugnalate alle spalle. Il conflitto è chiuso per noi. Sappiamo che alcuni di voi hanno desiderato questo passo, altri rimarranno delusi e altri ancora aspetteranno di vedere come si svilupperanno le cose.

A tutti voi diciamo: vogliamo separarci come adulti. Una guerra delle due rose ci danneggerebbe tutti. Il Partito della Sinistra non è il nostro avversario politico.

Ai molti di voi con i quali abbiamo lavorato insieme in uno spirito di fiducia per molti anni, diciamo anche: siamo pronti per discutere e saremmo lieti di accogliervi nel nostro partito al momento opportuno.

Sahra Wagenknecht, Amira Mohamed Ali, Christian Leye, Lukas Schön, Jonas Christopher Höpken, Fadime Asci, Ali Al-Dailami, Sevim Dagdelen, John Lucas Dittrich, Klaus Ernst, Andrej Hunko, Zaklin Nastic, Amid Rabieh, Jessica Tatti, Alexander Ulrich, Sabine Zimmermann


Fonte

30/10/2018

L’ultimo errore del Prc

La coincidenza potrebbe essere del tutto casuale ma il risultato non lo è affatto. Negli stessi giorni – sabato e domenica scorsi – il parlamentino di Rifondazione Comunista ha decretato il suo goodbye a Potere al Popolo, mentre Sinistra Italiana ha fatto lo stesso con Liberi e Uguali.

Due esperienze – assai diverse tra loro per composizione, radicamento, programma e finalità – nate entrambe in occasione delle elezioni del 4 marzo, hanno visto così sfilarsi due “azionisti” di relativo peso.

Con qualche interessante, si fa per dire, ricorso storico. Sia il Prc che Sinistra Italiana, frutto della scissione verificatasi al congresso di Rifondazione del 2008 a Chianciano, si ritrovano dieci anni dopo nuovamente in sincronia e in sintonia. Su un progetto strategico che rimetta al centro l’antagonismo di classe nel paese? No, ovviamente. L’orizzonte resta pur sempre una scadenza elettorale: quella delle europee di maggio 2019. E l’obbiettivo non cambia mai: “eleggere” qualcuno, non importa troppo chi, per continuare a sopravvivere.

Uno scenario dunque fin troppo prevedibile, sconsolante nella sua ritualità. Indifferente ai veloci mutamenti economico-politici dell’ultimo decennio – quello della più lunga recessione globale del dopoguerra – agli smottamenti geopolitici e al montare del “rancore sociale” nelle classi popolari.

Una confluenza di intenti che dentro Potere al Popolo era stata individuata e segnalata per tempo, che è stata a lungo negata con sdegno, ma che alla fine si è concretizzata nella separazione non consensuale – ma “naturale” – del Prc rispetto al movimento. Anche se parlare di Rifondazione come una organizzazione unitaria appare spesso del tutto improprio.

L’ultimo Cpn, che ha sancito la “dipartita”, ha nuovamente confermato l’esistenza di ben quattro documenti, corrispondenti ad altrettanti correnti o “sensibilità”. Una assenza di omogeneità interna, di un orientamento comune almeno sul piano della tattica, che per mesi è stata in qualche modo “scaricata” dentro Potere al Popolo, rallentandone in varia misura il processo di definizione, l’attuazione degli obiettivi, la discussione politica. Fino a quando la corda si è rotta.

Tutto questo non ci fa affatto piacere, così come non è mai gradevole arrivare alla rottura di un percorso comune. Gli strascichi – debordanti nei social, assai meno nella società reale e nelle mobilitazioni – sono lì a dimostrarlo.

Eppure, quello che ha diviso questo percorso non è stato tanto quanto avveniva dentro PaP, quanto il rapporto che c’è e deve esserci con quello che “c’è là fuori”, tra la nostra gente, il nostro “popolo”.

Il punto centrale della discussione e delle deliberazioni, sia del Prc (o meglio “dei” vari Prc) che di Sinistra Italiana, sembra essere il continuare a nascondersi che buona parte di questo popolo ha mandato a farsi friggere le varie sigle note della “sinistra” (arcipelago ormai sfuggente a ogni connotazione generalmente condivisa) e in alcuni casi a ritenerle forze ostili ai propri interessi. Come se non fosse problema che li/ci riguarda.

Emerge ancora con disperante evidenza quella coazione a ritrovarsi tra simili, sempre meno e spesso sempre meno simili. A dividersi sulle parole e a ritrovarsi con “contratti a termine” che durano al massimo una campagna elettorale, condotta intorno all’ennesimo “uomo della provvidenza” che magari faccia il miracolo di moltiplicare i consensi. Almeno per un giorno, quello del voto.

In tal senso Potere al Popolo, con la pretesa di fare “tutto al contrario”, è stato il vero miracolo, ma collettivo. Dopo il non entusiasmante risultato elettorale del 4 marzo scorso, per la prima volta dopo oltre dieci anni, è stata rigettata ogni tentazione di liquidazione dell’aggregazione “per passare ad altro”, ovvero per tornare indietro, alle mortifere movenze di un ceto politico espulso quasi ovunque dai palazzi istituzionali, ma incapace di pensare qualsiasi altro modo di “far politica”.

Non aver liquidato Potere al Popolo il 5 marzo è stata probabilmente la variabile che ha fatto saltare molti schemi interpretativi. Ma non per questo sono mancati i tentativi di rallentarne l’evoluzione, di renderlo – per così dire – “biodegradabile” in vista di confluenze più abituali alla “sinistra” fin qui esistente. Anche questa era una dinamica vista e rivista, tanto da farci scrivere fin dall’inizio impediamo che il morto afferri il vivo.

Adesso Prc e Sinistra Italiana sembrano aver ritrovato un terreno comune. Ma il corpo sociale e militante a cui parlano, in questi dieci anni, non solo si è assottigliato, ma si è disperso, spesso travolto da un scetticismo disperato. Pessimismo cosmico che va combattuto nell’unico modo possibile: costruendo un progetto che eviti di rimettere i piedi dove sono stati messi finora, riproducendo esattamente i discorsi di rito che abbiamo visto e sentito sabato e domenica.

Potere al Popolo, in questo contesto, ha funzionato anche da parafulmine. E ha retto alla grande. Si è rivelato un soggetto non biodegradabile, “alieno” proprio perché vuol tenere lontana questa vuota ritualità, per recuperare invece una funzione di rottura del quadro esistente. Di cui si sono perse le tracce da troppo tempo, lasciando che fossero la destra o il “grillismo” a conquistare temporaneamente l’immaginario – e il consenso – di una gran parte nostro blocco sociale.

Prc e Sinistra Italiana faranno probabilmente ancora una volta una lista elettorale per le europee, diramando i soliti appelli all’“unità” momentanea tra piccole organizzazioni gelose della propria diversità. Non è la prima, ma non siamo disposti a scommettere che sia l’ultima. Una lista che punta a strappare per il rotto della cuffia qualche europarlamentare, ma che entrerebbe subito in sollecitazione se nel Pd dovesse prevalere Zingaretti invece che un Renzi boy o Minniti. E quindi ricominciare un altro, solito, giro di giostra di scomposizioni/ricomposizioni senza progetto. Fino a quando i militanti, gli uomini e le donne più attive non resteranno di nuovo frastornati – e stomacati – da questo continuo ritorno al passato.

In Europa si vanno preparando tempi di ferro e di fuoco. Gli apparati dell’Unione Europea risultano incapaci di concepire un altro tipo di governance. Quella fin qui operante ha fatto dilagare un senso comune “rancoroso” anche tra la nostra gente. Una rabbia sorda e spesso cieca, incapace di riconoscere il proprio vero nemico, facile preda delle “distrazioni di massa” continuamente fornite da media servili e politici dal fiato corto. Un individualismo spaventato, rinchiuso tra quattro pareti, che indebolisce le istanze collettive di resistenza ed emancipazione. E su cui le destre riescono ad agire da pifferaio, specie dove “la sinistra” si è ridotta a un ceto politico estraneo.

Davanti a questo quadro occorre saper accettare sfide al di sopra e al di fuori delle liturgie. Potere al Popolo è nato per questo e sta iniziando a sperimentare il percorso per portare questa sfida fino in fondo. Molti compagni del Prc l’hanno capito, altri no.

Fonte

12/08/2018

Numeri elettorali della sinistra tra governo e opposizione

Mi permetto di offrire alla riflessione collettiva una carrellata tra i numeri delle elezioni politiche svoltesi tra il 2 giugno 1946 e il 4 marzo 2018 utilizzando quattro sistemi elettorali diversi.

I numeri elettorali non rappresentano sicuramente la sola fonte utile per delineare i tratti delle modificazioni avvenute in una società molto complessa, ma li si possono comunque prendere a testimoni probanti di mutamenti insieme politici, di costume, nelle relazioni sociali che hanno assunto grande significato nel determinare le condizioni materiali di vita e le stesse espressioni culturali di massa.

Il riferimento che si è cercato di sviluppare riguarda la presenza della sinistra divisa tra governo e opposizione, seguendo anche il filo della partecipazione elettorale, i cui dati sono sempre stati fortemente sottovalutati nello sviluppo delle analisi compiute di volta in volta.

Le percentuali sono sempre riferite al totale degli aventi diritto e viene riportato il dato dei voti validi complessivi, comprensivi delle schede bianche e nulle.

Questo lavoro, molto approssimativo, è dedicato soprattutto a chi ha risposto in modo sostanzialmente negativo oppure con un assordante silenzio ad una semplice proposta di ripresa d’incontro tra le varie componenti, oggi assolutamente minoritarie, nelle quali si trovano suddivisa ciò che rimane della sinistra italiana: giusti i richiami all’identità, sbagliate le affermazioni di disporre in esclusiva della ricetta corretta, superficiale l’analisi che ignora i rischi incombenti sul fragilissimo sistema politico italiano.

Assemblea Costituente 2 giugno 1946

Iscritti: 28.005.449; Voti validi 23.010.479 pari all’82,16%, non espressione di voto 4.994.970.

La sinistra in quel momento si trova al governo con il programma Repubblica e Costituzione: il Partito Socialista ancora unitario sotto la sigla PSIUP ottiene 4.758.129 16,99%; Partito Comunista 4.356.686 15,55%; Partito d’azione 334.748 1,19%. In totale la sinistra vale il 33,73% sul totale degli aventi diritti al voto.

Camera dei Deputati 18 aprile 1948

Iscritti 29.117.554; Voti Validi 26.264.458 pari al 90.20% (notevole incremento) non espressione di voto 2.853.096.

Si presenta la divisione tra sinistra di governo e sinistra d’opposizione, in seguito alla scissione del PSI.

Nella sinistra di governo Unità Socialista 1.858.116 voti 6,38%; nella sinistra d’opposizione il Fronte Popolare raccoglie PCI e PSI, 8.136.637 pari al 27,94%.

Camera dei Deputati 7 giugno 1953

Sono le elezioni della cosiddetta “legge truffa”. Iscritti 30.272.236. Voti validi 27.087.701, 89,48% (lieve flessione rispetto al 1948). Non espressione di voto: 3.184.535.

Sinistra d’opposizione: PCI 6.120.809 20,21%, PSI 3.441.014, 11,36%, Unione Socialista Indipendente 225.409 0,74%, Unità Popolare 171.099 0,56%. Totale: 32,87 in incremento rispetto al 1948.

Sinistra di governo: PSDI 1.222.957 4.03% (-2,35%)

Camera dei Deputati 25/5/1958

Pesano le vicende legate al XX congresso del PCUS e i fatti d’Ungheria. PCI e PSI comunque sono ancora assieme all’opposizione. Iscritti: 32.434.852 Voti validi 29.560.269 91,13% (massimo storico). Non espressione di voto: 2.874.583

Sinistra d’opposizione: PCI 6.704.454, 20,67%; PSI 4.206.726 12,96%. Totale 33,63% (ancora in crescita)

Sinistra di governo: PSDI 1.345.447 4,14%

Camera dei Deputati 28/4/1963

Ulteriore divisione tra sinistra di governo e sinistra d’opposizione. Si prepara il centro – sinistra con il PSI (sarà la legislatura del “tintinnar di sciabole” e del tentativo di unificazione socialista).

Iscritti: 34.199.184 voti validi 30.752.871 89.92% (lieve flessione). Non espressione di voto: 3.446.313

Sinistra d’opposizione: PCI 7.767.201 22,71%

Sinistra di governo: PSI 4.255.836 12,44%, PSDI 1.876.271 4,58%.
La sinistra di governo raggiunge il 17,02%.

Camera dei Deputati 19 maggio 1968

I socialisti si presentano unificati nell’esperienza di governo, ma si è verificata la scissione dello PSIUP che si colloca all’opposizione. Iscritti: 35.566.495 voti validi 31.790.428 89.38% (ancora in calo) Non espressione di voto: 3.776.065.

Sinistra d’opposizione: PCI 8.551.347 24,04%, PSIUP 1.414.697 3,97% totale 28,01 (crescita del 5,30%).

Sinistra di governo PSI – PSDI unificati 4.603.182 12,94% (flessione del 4,08%)

Camera dei Deputati 7 maggio 1972

Nuova divisione (definitiva) tra PSI e PSDI. All’inizio della legislatura il PSI resterà fuori dall’area di governo (Andreotti – Malagodi) comprendente i socialdemocratici. Si affacciano per la prima volta alle elezioni movimenti usciti dal ’68, sia di area comunista, sia di dissenso cattolico.

Iscritti 37.049.351 voti validi 33.403.548 90.15 (in crescita) Non espressione di voto: 3.645.803

Sinistra d’opposizione: PCI 9.068.961 24,47%, PSIUP 648.951 1,75. Totale: 26,22% (in calo) PSI 3.208.497 8,66%, PSDI 1.718.142 4,63. Area della sinistra extraparlamentare (Manifesto, MPL, PC–Ml) 439.710 1,17%

Camera dei deputati 20 giugno 1976

Le elezioni si svolgono dopo il referendum sul divorzio del 1974 e il turno amministrativo del 15 giugno 1975 che ha fatto registrare un forte spostamento a sinistra. Si presenta una situazione inedita: PCI, PSI, PSDI faranno parte dell’area di governo, prima come “maggioranza delle astensioni” poi come maggioranza d’appoggio a due governi monocolore DC. Nel frattempo si consuma il dramma del rapimento Moro e la divisione dei partiti tra “fermezza”e trattativa.

Iscritti: 40.426.658. Voti validi 36.707.578 90.80% (si torna a superare il 90%). Non espressioni di voto: 3.719.080.

Sinistra nell’area di governo: PCI 12.614.650 31,20%, PSI 3.540.309 8,75%, PSDI 1.239.492 3,06%. Totale 43,01% (ribadisco sul totale degli iscritti nelle liste: affido questo dato alla riflessione).

Sinistra d’opposizione: DP (cartello elettorale comprendente PdUP, AO, Lotta Continua, MLS) 557.025. 1,37%

Camera dei deputati 3 giugno 1979

In precedenza a questa tornata elettorale, segnata dall’uscita del PCI dalla “solidarietà nazionale” occorre ricordare il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti svoltosi nel giugno del 1978. Erano iscritti nelle liste 41.248.657 elettrici ed elettori, i voti validi furono 31.410.378 pari al 76,14% e il SI’ all’abrogazione (osteggiato dalla maggioranza di solidarietà nazionale) raggiunse i 9.838.279 voti, 33,19%

Un risultato che rappresentò il primo vero segnale di rottura “sociale” del sistema politico, del tutto ignorato dai dirigenti dei grandi partiti di massa che non avevano compreso la profonda divaricazione che la formazione della maggioranza delle astensioni aveva provocato.

Il primo esito di quella rottura si ebbe il 3 giugno 1979, elezioni nelle quali ricomparve la divaricazione tra sinistra di governo e sinistra d’opposizione. Iscritti: 42.203.354. Voti validi 36.671.308 86, 89% (netta flessione). Non espressioni di voto: 5.532.046 (forte incremento).

Sinistra d’opposizione: PCI 11.139.231 26,39%, PdUP 502.247 1,19%, NSU 294.462 0,69. Totale: 28,27%

Sinistra di governo: PSI 3.596.802 8,52%, PSDI 1.407.535 3,33%. Totale 11,85%

Camera dei deputati 26 giugno 1983

Nel frattempo, scoperte le liste della P2, si è spezzato il monopolio DC della Presidenza del Consiglio e ci si avvia alla presidenza Craxi con la maggioranza di pentapartito. Iscritti 44.526.357 Voti validi 36.906.005, 82,88% (ancora evidente flessione).

Sinistra di governo: PSI 4.223.362 9,48%, PSDI 1.508,234 , 3,38%. Totale 12,86% (crescita dell’1%)

Sinistra di opposizione: PCI (comprendente il PdUP) 11.032.218 24,77%, DP 542.039 1,21 . Totale 25,98% (calo del 2,29%)

Camera dei deputati 14 giugno 1987

Precedono questa tornata elettorale le elezioni europee del 1984 coincidenti con la tragica morte di Enrico Berlinguer e il referendum sulla scala mobile, al riguardo del quale vale la pena soffermarsi un attimo.

Referendum 1985: Iscritti 44.904.290. Voti Validi 33.845.643

non espressioni di voto: 11.058.647

Sì 15.460.855 - 34,43%

NO 18.384.788 - 40,94%.

Il “SI” era appoggiato dal PCI e dalla componente comunista della CGIL, il NO dal pentapartito, dalla componente socialista della CGIL e da CISL e UIL. Doppia spaccatura. A sinistra e nel sindacato.

Riflessi evidenti si mostrarono nel turno elettorale del 14 giugno 1987, nel corso del quale entrarono in lizza anche rappresentanti delle nuove fratture post – materialiste (liste verdi) e di una ideologia di recupero di antiche fratture (centro – periferia), allargando così lo spettro nel complesso del sistema politico italiano.

Iscritti 45.692.417 voti validi 38.571.508, 84, 41% (in crescita rispetto al 1983). Non espressione di voto: 7.120.909.

Sinistra di governo: PSI 5.501.596 12,04%, PSDI 1.140.209 2,49%. Totale 12,53% (in calo dello 0,33%)

Sinistra d’opposizione: PCI 10.250.644 22,43%, DP 641.901 1,40. Totale 23,83% (calo del 2,65%)

Camera dei Deputati 5 aprile 1992

Si vota ancora con il sistema proporzionale ma il quadro si è già modificato nel profondo. Si è sciolto il PCI dividendosi in due formazioni, PDS e Rifondazione Comunista, il PSI è già stato colpito dai prodromi di Tangentopoli, si è formata la Rete da un intreccio cattocomunista.

Iscritti 47.686.964 Voti validi 39.247.275 82,30% (in calo). Non espressione di voto 8.439.689

Sinistra di governo (nell’immediato si formerà il governo Amato): PSI 5.343.930 11,20%, PSDI 1.064.647 2,23%. Totale 13,43% (in crescita dello 0,90%)

Area ex PCI: PDS 6.321.084 13,25%, PRC 2.204.641 4,62%, Rete 730.171 1,53%. Totale 19,40% (in calo del 4,43%)

Camera dei deputati 27 marzo 1994.

Quadro completamente mutato. Sistema elettorale misto maggioritario (75%) proporzionale (25%), Sciolti i grandi partiti di massa DC e PSI, si è formata Forza Italia e il MSI si sta trasformando in AN. Il centro destra vince le elezioni con una duplice alleanza: FI/Lega al Nord (polo delle libertà) e FI/AN (polo del buon governo al Sud).

In precedenza all’esposizione dei dati è il caso di soffermarci sull’esito del referendum abrogativo svoltosi il 18 aprile 1993. Il riferimento è al quesito riguardante il sistema elettorale del Senato e il cui esito servì da spunto per la modifica del sistema elettorale nel suo insieme. Si trattò di un referendum che pose una sorta di fondamentale pietra miliare sulla strada dell’antipartitismo, evocando infatti la semplificazione del sistema politico e la governabilità quale fattore esaustivo dell’agire politico. Gli esiti di quell’avventura sono oggi sotto gli occhi di tutti. Erano iscritti nelle liste 47.946.896, si ebbero 34.971.387 voti validi pari al 72,93%. Il rifiuto alla modifica del sistema elettorale raccolse soltanto 6.034.640 pari al 17,25%, voti espressi in gran parte all’interno dell’area che si era opposta allo scioglimento del PCI (successivamente solo parzialmente confluita nel PRC) e parzialmente anche da chi si era opposto allo scioglimento del PSI e della DC.

Esito delle elezioni del 27 marzo 1994. Iscritti 48.135.041. Voti validi 38.720.893, 80.44% (in netto calo). Non espressione di voto 9.414.148.

Risultato delle forze di sinistra presenti nella coalizione dei “Progressisti” (si era votato su di uno schema “tripolare” con la presenza di un’area centrista formata dal PPI e dal “Patto Segni”): PDS 7.881.646, 16,37%, PRC 2.343.946 4,86%, PSI 849.429 1,76%, Rete 719.841 1,49%, Socialdemocrazia 179.495 0,37%

Camera dei deputati 21 aprile 1996

Si forma l’alleanza di centrosinistra, mentre la Lega Nord abbandona il centrodestra dopo aver contribuito a far cadere il primo governo Berlusconi e Rifonda Comunista adotta la strategia della “desistenza” verso il centro sinistra.

Iscritti 48.744.846 voti validi 37.484.398 76,98% (calo sensibile). Non espressioni di voto 11.260.448 (la maggioranza relativa se si esaminano i risultati dei partiti nella quota proporzionale).

A Sinistra il PDS raccoglie 7.894.118 voti pari al 16,19% e i socialisti 149.441 voti pari allo 0,30. Totale all’interno della coalizione dell’Ulivo 16,49%. Il PRC che attua la “desistenza” raccoglie 3.213.748 voti (896.802 voti in più) pari al 6,59%, massimo storico.

Camera dei deputati 13 maggio 2001

Si ricostituisce l’alleanza FI /Lega che vince le elezioni con l’apporto di AN e UDC, mentre l’alleanza di governo del centro – sinistra esce indebolita dopo aver alternato nei cinque anni tre volte il presidente del Consiglio. Nel frattempo si è spaccata Rifondazione Comunista con la formazione del Partito dei Comunisti Italiani che continua ad appoggiare il governo fino alla fine della legislatura.

Iscritti 49.256.295 voti validi 37.122.776, 75.36% (ancora in calo). Non espressione di voto 12.133.519.

Sinistra costretta all’opposizione: DS (trasformazione del PDS che ha inglobato Comunisti Unitari, altra scissione del PRC e i Laburisti espressione dell’area socialista): 6.151.154 12,48% (netto calo rispetto al 1996 di oltre 1.700.000 voti), Rifondazione Comunista 1.868.659 4,92%, Comunisti Italiani 620.859 1,26%.

PRC e Comunisti Italiani sommano quindi il 6,18% perdendo lo 0,40% e circa 800.000 voti.

Camera dei Deputati 9 aprile 2006

Si costituisce l’Unione, massima espressione dell’alleanza a sinistra che colloca però al proprio centro l’Ulivo, lista elettorale che raccoglie DS e Margherita e che rappresenta la fase preparatoria della costituzione del PD. La vittoria elettorale risulta assolutamente stentata. Nel frattempo però e cambiata la legge elettorale che si presenta come proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate. Si registra un sensibile incremento nella partecipazione al voto. Iscritti 46.997.601 (esclusi gli iscritti all’estero) voti validi 38.153.343 81,18% (si ritorna sopra all’80%). Non espressioni di voto 8.844.258.

L’Ulivo raccoglie 11.930.983 voti pari al 25,38% ma si tratta di un soggetto autodenominatosi di centro – sinistra.

A sinistra restano, tutte comprese nell’area di governo, il PRC (che avrà il presidente della Camera e un ministro) 2.229.464 4,74% (in crescita rispetto al 2001 di quasi 400.000 voti), Comunisti Italiani 884.127 1,88% (anch’essi in crescita di circa 260.000 voti). In posizione del tutto marginale una lista socialista che raccoglie 115.606 voti (0,24%).

Camera dei Deputati 19 aprile 2008

Elezioni che possono essere definite davvero come “critiche” di vero e proprio riallineamento del sistema.

L’Ulivo si è trasformato in Partito democratico, proclama la propria “vocazione maggioritaria” e rifiuta alleanze a sinistra ritenendosi esaustivo del profilo del centro sinistra (a fianco del PD si colloca soltanto il movimento giustizialista dell’IDV). In questo modo il PD incassa una sonora sconfitta dal PDL nelle cui fila si sono raccolti Forza Italia, Lega Nord e AN.

A Sinistra, in posizione di opposizione, si presenta la lista Arcobaleno che raccoglie assieme il PRC, i Comunisti Italiani, residui delle Liste Verdi e gli esponenti della Sinistra Democratica che hanno rifiutato la confluenza dei DS nel PD.

Il risultato largamente negativo, al punto da escludere totalmente la possibilità di presenza in Parlamento.

Iscritti 47.041.814, voti validi 36.457.254, 77,49% (nuovamente al di sotto dell’80%). Nessuna espressione di voto 10.584.560.

Arcobaleno 1.124.298 voti, 2,38% (due anni prima la somma di PRC e Comunisti Italiani superava i 3.000.000 con il 6,62%). E’ questo il passaggio nel quale si esprime il dato di assoluta minorità della sinistra italiana.

Si presenta anche una lista socialista con 355.495 voti 0,75% e riemergono, sempre per effetto di successiva scissioni del PRC, formazioni ancora legate alle ideologie del dissenso comunista (in particolare di origine troskista): Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica che assommano 377.112 voti pari allo 0.79%.

Camera dei deputati 24 febbraio 2013

Si arriva alle elezioni anticipate attraverso la caduta del governo Berlusconi e la gestione rigidamente legata all’austerità europeista attuata dal governo Monti.

Il PD torna all’alleanza a sinistra collegandosi con SEL (espressione di un’ennesima scissione del PRC, in questo caso in senso governista). Alleanza che non produrrà l’auspicato (dai suoi promotori, ovviamente) esito di governo.

Iscritti 46.905.154 voti validi 34.005.755 72,49% (con un netto calo). Nessuna espressione di voto 12.899.399 (largamente maggioranza relativa).

Sel, collegata come già ricordato al PD, raccoglie 1.089.231 voti 2,32%.

Per la sinistra d’opposizione si registra una presentazione unitaria tra PRC, Comunisti Italiani, altri movimenti e l’apporto dell’IDV con la sigla “Rivoluzione Civile”: anche in questo caso il risultato è quello dell’esclusione dal parlamento con 765.189 voti 1,63%. Se si sommano Sel e Rivoluzione Civile si ha un risultato di 1.854.420 voti pari al 3,95% con un incremento rispetto all’Arcobaleno di circa 730.000 voti e dell’1,57%.
Incremento ottenuto però attraverso una divisione di schieramento. Alla sinistra è presente anche il PCL con 89.643 voti, 019%.

Camera dei deputati 4 marzo 2018

Le elezioni più recenti, quelle che hanno portato alla formazione del governo Lega – M5S. Sono le elezioni nelle quali si dimostra più forte un fenomeno come quello della volatilità elettorale già in atto da diverso tempo.

Come esempio si può prendere il passaggio di voti riguardante il PD tra le elezioni europee 2014 e le elezioni politiche del 2018.

Nelle Europee del 2014 il PD raccolse 11.203.231 voti pari al 22,11% su 27.448.906 voti validi (mancarono all’espressione di voto ben 23.213.554 unità: record storico).

Alle elezioni del 2018 lo stesso PD (dopo aver perso nettamente il referendum sulle riforma costituzionali del 4 dicembre 2016) si è fermato a 6.161.896 voti 13,24%. In quattro anni un calo di oltre 5.000.000 di voti.

Nell’occasione del 4 marzo 2018 la sinistra, tutta all’opposizione, si riduce al proprio minimo storico.

Iscritti 46.505.350. Voti validi 32.841.075, 70,61% (in calo). Nessuna espressione di voto per 13.664.275.

Da notare che tra le europee 2014 e le politiche 2018 si recuperano quasi 10.000.000 di espressioni di voto, nessuna delle quali raggiunge i partiti di sinistra.

Supera la barriera dell’ingresso in parlamento soltanto Liberi e Uguali (che contiene parte di Sel ed esponenti di una scissione da sinistra del PD) con 1.114.799 pari al 2,39%.

Restano fuori Potere al Popolo (nelle cui fila sono incluse Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani oltre a diverse espressioni di movimento particolarmente legati a istanze di centri sociali) con 372.179 voti pari allo 0.80%, un partito comunista di osservanza ortodossa con 106.816 voti pari allo 0,22%, e la lista di Sinistra Rivoluzionaria (PCL più altre espressioni fuoriuscite dal PRC) con 29.643 voti (il PCL tra il 2008 e il 2018 ha perso così circa 180.000 voti) pari allo 0,06%.

Un totale di 1.823.437 voti, pari al 3,47% con un calo di circa 30.000 voti rispetto al 2013.

Questo l’itinerario riassunto per sommi capi di una sinistra partita unitariamente tra PSI, PCI, Partito d’Azione con l’insegna Repubblica e Costituzione raccogliendo 9.450.263 suffragi su 23.010.479 voti validi per una percentuale del 33,73%.

Poi le alterne vicende legate soprattutto alla divisione governo/opposizione.

Fonte

01/03/2017

Il teatrino della scissione e i personaggi sulla scena...

Come in tutte le scissioni, anche in questa del Pd c’è stato il solito teatrino di perfidi tramatori e pontieri, innamorati respinti e cantastorie che dicono che non ci si divide per una cosa come la data del congresso, ma soprattutto indecisi e ripensanti. Per uno scherzo della memoria, mi ricordano una nota canzone napoletana...


“E levete a cammesella
  A cammesella gnornò, gnornò

  E levete a cammesella

  A cammesella gnornò gnornò”



Essendo ormai giunto ad una età non verdissima (diciamo così), di scissioni ne ho viste ad ufo, non meno di una sessantina ed un paio ne ho fatte. Abbastanza per aver capito quale è il copione fisso di questa che, in fondo, è una sceneggiata: c’è lo scissionista che minaccia, va deciso verso la porta, poi si ferma, per dire che non è lui che se ne va ma l’altro che lo caccia, e torna un po’ indietro, dicendo che basterebbe un segnale, magari piccolissimo, per trattenerlo. E c’è “quello che resta” che si irrigidisce rifiutando stentoreamente “il ricatto”.

Lo scissionista riprende la via della porta e quello che resta fa una nuova proposta per trattenerlo, mentre con le braccia lo spinge vigorosamente verso la porta.

Poi entra in scena il coro di prefiche e padri nobili, che lamentano a gran voce quale grande sciagura sarebbe la divisione e perché la si debba assolutamente evitare; e via di questo passo, sino a quando non entra in scena “il pontiere” che tenta di ricucire lo strappo, sempre spargendo calde lacrime su quale orrenda ferita sarebbe la scissione.

Ed allora è fatta: quando entra in scena il “pontiere” è proprio sicuro che la scissione si fa, anche se, per il diletto del pubblico, l’avanti e indietro verso la porta va avanti ancora per un po’.

Qui non è mancata nessuna delle parti in commedia: ci sono i perfidi tramatori d’opposta sponda (Renzi e D’Alema), i pontieri (Franceschini, Orlando, Cuperlo), gli innamorati respinti (Bersani, Rossi, Speranza) i cantastorie che narrano la mancanza di motivazioni ideali della rottura (i giornalisti di Repubblica), i ripensanti (Emiliano) ed anche il coro di prefiche e padri nobili (Letta, Bindi, Prodi). Stavolta la voce di Napolitano è stata fioca, quasi non si è sentita: deve avere la raucedine.

Insomma, siamo seri, il Pd si è spaccato perché è un partito che non ha ragione di esistere. Prefiche e padri nobili lamentano la perdita del progetto. Progetto? Quale progetto? Quello del jobs act, della buona scuola, della riforma piduista della Costituzione, della riforma di Bankitalia che ha fatto fior di regali alle grandi banche?

Diciamoci la verità: il Pd, sin dalla sua nascita, con la famosa “fusione a freddo”, non ha avuto altro progetto che quello doroteo dell’occupazione del potere e basta. Con una differenza rispetto ai dorotei storici (Rumor, Piccoli, Colombo, Gava, Andreotti, Lattanzio, Gaspari, Bisaglia ecc.) quelli, amministrativamente, ci sapevano fare mentre questi sono un disastro.

Commoventi, poi, sono quelli che dicono di non capire le motivazioni della scissione, che sarebbe avvenuta su una stupidissima questione di date e su nessuna sostanza politica. Che Renzi canti il ritornello della data del congresso come unico motivo della scissione è logico: è una delle parti in causa e racconta la cosa nel modo a lui più favorevole, va bene, ci sta. Ma che altri ci caschino, o facciano finta di cascarci, è cosa da ridere. Ma insomma: la minoranza è accusata di aver sabotato la segreteria Renzi, di non averne condiviso le magnifiche riforme su scuola, lavoro ecc. sino al punto di dissociarsi apertamente in un referendum su una bazzecola come l’ordinamento costituzionale non conta niente o non ce lo ricordiamo?

E’ ovvio che la questione della data e delle modalità del congresso sono solo l’ultima goccia. La scissione vera è avvenuta nella notte del 5 dicembre, quando la minoranza ha brindato alla sconfitta del Pd nel referendum: beninteso, ho brindato anche io, ma, appunto, non sono del Pd. Bastava vedere gli scontri feroci fra i piddini sostenitori del Si e del No durante la campagna e il giorno dopo i risultati, davanti alle sedi del partito, per capire che aria tira.

A me è bastato vedere come si trattavano Rondolino e Gotor in una trasmissione, per capire che ormai si era all’insopportabilità fisica dell’altro. Non ci sono mai state le condizioni per un congresso che non fosse un campionato di lotta libera. E poi c’è la storia del partito a dire che questo è un esperimento fallito che è durato anche troppo.

Il Pds fu già il prodotto di un lungo periodo di “mutazione genetica” del vecchio Pci, da partito comunista in liberal-conservatore, ma facendo intendere alla base che fosse la prosecuzione del Pci in un abile travestimento. Poi, ci fu la fusione con la Margherita: una cinica somma di apparati ciascuno dei quali pensava di buggerare l’altro ed impadronirsi della ditta. Nel frattempo, il partito perdeva quasi il 25% dei suo elettorato di origine (e di più sul fianco dei Ds), oltre che una bella fetta di iscritti.

Poi, con la sostanziale sconfitta del 2013 e l’arrivo di Renzi, si completava una nuova mutazione genetica: il Pd perdeva gradualmente un’altra importante fetta di elettori, in gran parte ex Ds, sostituiti dalla massa degli elettori che nel 2013 votò per i partiti di centro (Sc, Udc eccetera). Quanto agli iscritti, sono precipitati a poco più di 100.000, equamente divisi fra carrieristi, affaristi e scalatori e vecchi un po’ decotti che ragionano come se questo fosse la prosecuzione del vecchio Pci.

Ormai il Pd è già Partito della Nazione e del leader. Non è Renzi l’abusivo del Pd, era proprio la sinistra che non aveva alcuna seria ragione per restarci. Che altro dovrebbe esserci per motivare la rottura?

Fonte

27/02/2017

L’illusione di un congresso democratico

Leggo il Corriere della Sera del 22 febbraio per puro caso. Ho da ingannare il tempo e per curiosità mi soffermo sull’editoriale di Alesina e Giavazzi, ricordo alcuni dei loro working papers mia materia di studio circa venti anni fa. Una riflessione sullo stato della politica italiana nel mentre il Pd fa questa strana e insignificante assemblea nazionale senza contenuti, raffazzonata ma più che altro disperata. Passo agli articoli interni e leggo di Emiliano nuovo prestigiatore che riesce a parlare solo di marcature e strategie per arrivare alla segreteria. Nella pagina seguente ho ancora lucidità per leggere l’intervista ad Epifani che si defila con un arrivederci e poi ripenso al “ganzino” Renzi volato in California a bersi una birretta. Rendiamoci conto a chi siamo in mano ed è facile infatti per i due economisti togliersi la soddisfazione di ridicolizzare un po’ tutti. Considerato il piano su cui dibattono è vero che la classe non è acqua ma su questo Pd è come sparare sulla croce rossa. Ce lo avevano detto loro che era meglio un mercato meno regolato che aumentasse la competizione e rendesse i vincitori più competitivi! È da vent’anni che lo ripetono.

La domanda che mi viene è: ma di chi stanno parlando? Di tassisti, di categorie protette, di ordini professionali, di pensionati e mangia pane a ufo, di lavoratori sindacalizzati che sotterrerebbero le speranze di quei cervelli in erba che attraverso una borsa di studio potrebbero rivelarsi veri e propri emergenti? Negli emoticon ci sono diversi tipi di faccine e gesti utili per fare una recensione sintetica a quell’editoriale ingiallito come le icone scissioniste emerse in assemblea, senza ancora una connotazione né un nome immaginiamoci con quale programma riformista. Chi doveva salvarsi in questo mondo opulento per pochi ce l’ha fatta al momento, utilizzando intelligenza umana rastrellata dalla massa ripagandola anche bene soprattutto con giochi di specchi. Gli opulenti hanno fatto in grande come Renzi, mentre tutti si azzuffavano per un tozzo di pane, si son levati dalla mischia vivendo nelle loro cerchie. Sto parlando di coloro che sulla crisi e sui differenziali di ogni tipo a livello economico e finanziario scommettono come il giocatore incallito presso un picchetto di un ippodromo.

Mentre miliardi di persone a breve mangeranno insetti una piccola categoria dei, purtroppo per loro, mortali appunto ha fatto come il “ganzino” fiorentino. Ma “il mondo è piatto” diceva un altro esaltato del liberismo, tale Thomas Friedman che utilizzava parole di encomio verso la trasformazione dei processi economici e sociali come ai tempi in cui l’uomo inventò il sapone. Oggi non è più così, su questo pianeta tondo e non piatto si inizia a sentire sulla nostra pelle la sua finitezza. Non parlano di questo il Pd neanche Alesina e Giavazzi. Non parlano di nuove economie, da perfezionare se fossero messe in moto delle politiche educative di apprezzamento del mondo e di vittorie nella preservazione della razza uomo. Ragionano sempre di mondi piatti, pieni di tabù e simbolismi opulenti.

A cosa dovrebbe tendere secondo loro il giovane studente intelligentissimo e abile nel competere? Dovrebbe diventare un buon econometrico per poter metter mano al computer quantico che prima o poi entrerà in funzione per aumentare i rendimenti e ridurre i rischi sugli investimenti di portafoglio oppure si potrà muovere verso una risoluzione dei problemi delle masse proprio grazie allo stesso computer che possa redistribuire risorse e benessere senza distruggere risorse come fino ad oggi si è fatto? Né i due economisti né il Pd intero ancor prima di perdere qualche vecchio impresentabile mostro della politica parla di questo: del rapporto tra potere vero dei giocatori di cavalli a livello internazionale che invece delle fiches usano pezzi di destino di intere popolazioni rispetto alle necessità di base di miliardi di persone.

Devono capire che tutti loro non servono già più da anni alla difesa della causa pubblica e bisogna che vadano a procurarsi uno stipendio in un altro modo perché il loro ruolo è completamente spiazzato dalla governance europea fatta di personaggi indicati direttamente da settori influenti della finanza internazionale. E poi visto che gli piace molto il privato vadano a guadagnare prestando lavoro in aziende private. Mi viene in mente di abbinare ironicamente un Gentiloni a una call option, un Renzi a un pronti contro termine denominato in valuta, un Salvini rispetto a un derivato e Grillo a un’obbligazione, di una azienda che prometta infrastrutture in project financing, acquistata direttamente dalla Bei. Sai che grasse risate si faranno nei cda di queste grandi società. Intanto li trattano da morti di fame perché non guadagnano niente rispetto a loro ma soprattutto perché gli rendono la vita agile anche senza corromperli. Sono già educati, sono già prostrati, sono perfetti nella loro sudditanza come delle scimmiette ammaestrate e soprattutto li paga il contribuente. È proprio il politico che non esiste più all’emergere però di una vera consapevolezza che il mondo è tondo, finito e purtroppo pubblico. Gli opulenti hanno il terrore di non poter scappare e quindi pompano a più non posso attraverso i media per non far capire ai giovani intelligenti che potrebbero esserci altre vie per la felicità anche dando merito e riconoscimento ai più bravi. L’intelligenza alla lunga però vince sempre.

Per Senza Soste, Jack RR
26 febbraio 2017

Dopo la scissione del Pd, come muterà lo scenaio politico italiano?

Pare che anche la grande stampa si stia accorgendo che, se l’elettorato boccia con il 60% una riforma costituzionale promossa dal (solo) partito di governo, questo non può restare senza conseguenze, che vanno ben al di là delle dimissioni del governo. E, se alla sconfitta referendaria ha concorso anche una parte minoritaria del partito in questione, è abbastanza logico attendersi una scissione in quel partito. 

Nel frattempo è giunta una sentenza della Corte Costituzionale che ha affossato il già moribondo Italicum introducendo un pur imperfetto sistema proporzionale che non determina, ma facilita, un processo di ridefinizione identitaria dei partiti. Per cui è probabile che la scissione del Pd metta in moto una sorta di reazione a catena per cui a questa scissione seguiranno quelle di altri partiti, sino a ridisegnare la mappa dell’intero sistema politico. Ed è quello che, per ora, è successo a sinistra con le scissioni incrociate di Sel e del Pd, la comparsa del campo progressista di Pisapia, la nascita di Si, la nascita di nuove correnti nel Pd eccetera.

Ma non si tratta solo dell’effetto dell’esito referendario: in questo processo di scomposizione e ricomposizione del sistema dei partiti, giocano anche dinamiche di lunga durata. Per certi versi, possiamo dire che il 2016 è stato una sorta di anti-1993. Lo sciagurato referendum di Segni-Occhetto-Pannella sanzionò la fine della Prima Repubblica e la nascita della seconda, questo referendum ha sanzionato la fine della Seconda Repubblica, ma sarebbe superficiale dire, come molti gazzettieri ripetono, che abbia decretato la restaurazione della Prima.

In primo luogo perché la storia conosce pochissime restaurazioni e sempre di breve durata, ma soprattutto perché la legge elettorale contribuisce a modellare un sistema politico, ma solo interagendo con altri aspetti del sistema costituzionale e, più in generale, del sistema sociale e politico e qui siamo in un mondo molto diverso da quello del 1993. Ed occorre capire i motivi che hanno portato a questa stroncatura della Seconda Repubblica. Anche questa è stata la bocciatura di una classe politica, ma se nel 1993 questo avvenne sul terreno della corruzione, in questo caso il rifiuto avviene sul terreno dell’incapacità di gestire la crisi e, prima ancora, la globalizzazione.

Queste formazioni politiche non sono state in grado di capire quel che accadeva e produrre idee adeguate a fronteggiare questi fenomeni (ma potremmo dire che non hanno prodotto idee tout court), e l’elettorato chiede soggetti politici che funzionino diversamente, ma di questo riparleremo.

Ora veniamo a quel che accade a sinistra; riassumendo, questi sono gli spostamenti avvenuti sinora:
 

1. scissione del Pd che ha dato vita al Movimento Democratico Progressista (Mdp);
 

2. scissione di Sel-Sinistra Italiana;
 

3. comparsa del Campo progressista di Pisapia;
 

4. unificazione in Sinistra Italiana di Sel ed alcuni elementi usciti dal Pd in precedenza;
 

5. confluenza degli scissionisti di Sel nel campo di Pisapia;
 

6. confluenza del campo di Pisapia nel grippo parlamentare di Mdp;
 

7. ridefinizione del quadro correntizio del Pd con le candidature di Emiliano, Orlando e forse una terza candidata piemontese che non sappiamo se supererà le condizioni di ammissione alle primarie;

8. sostituzione di fatto del congresso del Pd con le Primarie per il segretario.

Ora vediamo che succede nei singoli schieramenti.

Pd: lo spostamento delle primarie all’ultimo fine settimana di aprile rende poco probabili (ma non impossibili) le elezioni politiche a giugno e se si andrà a settembre o alla scadenza naturale sarà determinato in buona parte dal risultato di Renzi. Se il fiorentino dovesse vincere al primo turno con una affermazione secca di almeno il 55%, è probabile che forse potrebbe strappare le elezioni a Giugno, ma certamente le imporrebbe a settembre. I sondaggi (per quel che valgono, soprattutto in elezioni di questo tipo) gli attribuiscono un 61% contro il 19 di Emiliano ed il 18 di Orlando. Ma potrebbe non andare affatto così, anche perché sono primarie aperte in cui votano anche i non iscritti al partito e questo appuntamento si presenta molto minaccioso per lui.
 
E’ più realistico pensare che Emiliano, si tenga intorno al 15% fra voti pugliesi e qualche residuo di bersaniani restati nel partito. Non sappiamo se la candidata piemontese ci sarà e che percentuale potrà ottenere, fra voto regionale e voto femminile, ma è facile prevedere una cifra inferiore al 5%. La vera incognita è Orlando che, per ora, ha dalla sua la maggioranza della ex corrente dei giovani turchi, il presidente del Lazio Zingaretti, probabilmente Cuperlo e, soprattutto, ha la sponsorizzazione di antichi numi tutelari come Napolitano, Violante e forse Bindi e Letta. Uno schieramento che forse supererebbe il 20% ma che potrebbe crescere di molto per uno smottamento dei renziani, con il passaggio nelle sue fila di Franceschini, Fassino, Chiamparino, e una parte dei siciliani, oltre che l’appoggio esterno di D’Alema. In questo caso Orlando potrebbe pericolosamente superare il 30 per andare verso il 40%. E questa sarebbe la deadline per Renzi, sia perché, per un segretario uscente, che nella volta precedente aveva ottenuto il 70% del partito unito, avere meno del 50% in un partito rimpicciolito dalla scissione, sarebbe una cocente sconfitta politica, sia perché poi si andrebbe al voto in Assemblea Nazionale, dove potrebbe scattare, ancora una volta, l’alleanza di “Tutti contro Renzi”.

Per ora è impossibile prevedere come andrà, anche perché, trattandosi di primarie aperte, potrebbero esserci flussi di voti da destra per Renzi e da sinistra per Orlando; e sarà anche importante vedere in quanti andranno a votare. Ma possiamo ragionare su tre scenari: Renzi vince di larga misura (dal 55 in poi), Renzi vince di stretta misura (50-55%) e Renzi perde. Del primo scenario abbiamo detto ed aggiungiamo solo che questo significa anche che sarà lui a fare le liste e per gli altri ci sarà poco da ridere. Il secondo scenario significa che Renzi sarebbe un segretario semi-commissariato, che non potrebbe fare le liste da solo e, probabilmente, dovrebbe rassegnarsi ad elezioni nel 2018. Brutto affare per lui che si ritroverebbe a dover scegliere fra una forzatura per imporre gruppo parlamentari fedeli, rischiando una nuova scissione, o accettare di mediare e ritrovarsi il Vietnam parlamentare di questa legislatura e la guerriglia interna di corrente.

Terzo scenario (Renzi perde) e questo, conoscendo l’uomo, significherebbe con ogni probabilità una sua scissione dal Pd nel tentativo di giocare il suo appeal personale presso l’elettorato.

Mdp: il tutto è tenuto insieme essenzialmente dall’antirenzismo e poco altro, il che fa pensare ad una sorta di “partito ponte” verso qualcosa altro. D’Alema ha già detto che se il segretario diventa Orlando si può ricominciare a dialogare e Bersani ha detto che potrebbe essere una separazione di breve tempo, ma Speranza pare pensarla diversamente. E’ evidente che l’intento è quello di mettere insieme un risultato significativo per trattare da posizioni di forza, per il resto se ci fosse una vittoria di Orlando o una sua scissione dal Pd, si aprirebbe la strada per una riunificazione. Ma l’ostacolo sono le dinamiche obiettive di una scissione che, al pari di quelle di una separazione legale, spingono ad odiarsi.

E’ evidente che Mdp si lancerà verso la conquista di Cgil, Arci ed Anpi (tutte più o meno favorevoli al No nel referendum) ma in alcuni di questi ambiti (Cgil soprattutto dove i renziani hanno consistenti sacche a cominciare dal sindacato dei pensionati) si scontreranno inevitabilmente con gli ex amici. Poi ci sarà la grana della spartizione delle sedi che fanno riferimento alle fondazioni dirette da Sposetti, che sta con i “nemici”. Quindi ci sarà la grana delle amministrazioni regionali e comunali, dove forse si troverà un accordo per congelare le cose come stanno, ma forse no ed allora potrebbe esserci un effetto domino per cui cade Rossi in Toscana, ma allora diversi sindaci e presidenti di regione del Pd potrebbero cadere per rappresaglia dove i Mpd sono determinanti e via di questo passo. Quindi verranno le cooperative e la lega e infine la rissa per i posti in Rai... Mica facile separarsi.

A raffreddare la tazza bollente potrebbe esserci una diplomazia coperta di Mdp con Rossi e soprattutto Orlando, ma non è detto che duri. E qui è importante il rapporto con il Campo progressista che, grazie ad una manciata di consiglieri regionali e comunali potrebbe rinsaldare i rapporti di forza di Mdp rispetto al Pd, ma non tutto fila liscio neanche qui: la prima grana viene dalla questione dei gruppi parlamentari e dal voto sul governo. Infatti non sappiamo se i 18 di Scotto sono pronti a votare per Gentiloni: per carità, non è la faccia quello che manca, però se lo fanno perdono quel po’ di credibilità che possono avere presso gli elettori di Sel, se, invece, votano contro di fatto spaccano il gruppo parlamentare prima ancora di mettersi a sedere. E per di più loro devono ricollocare i 18 deputati, piazzare Pisapia e qualche altro, per cui avrebbero bisogno di avere una dote di circa 1 milione e mezzo di voti: chi glieli dà? Pisapia (al netto della confluenza di Scotto) probabilmente porta il voto suo, della moglie, del nipote e del suo portiere (ma del portiere non sono tanto sicuro), e, semmai, porta qualche amico da eleggere con lui: un costo secco. A voler azzardare una previsione molto generosa, tutti insieme, forse portano 200.000 voti: quelli di una lista di disturbo. Dunque gli ex Sel e lo stesso Pisapia hanno tutto l’interesse a mimetizzarsi in una lista più ampia, come quella con Mdp per prendere quel che gli riesce.

Infine Sinistra Italiana che, paradossalmente, esce avvantaggiata dall’uscita di Scotto trovandosi con un gruppo parlamentare abbastanza sfoltito ma con un buon rapporto con la base elettorale. Per di più ha la possibilità di mangiare qualche frangia elettorale tanto al Pd quanto ai 5 stelle. Molto dipenderà dall’iniziativa politica che saprà avere. Inoltre, sarebbe saggio che Rifondazione Comunista e Pci, ex comunisti italiani (o quel che resta di entrambi) confluiscano nelle fila di Sinistra italiana, pur mantenendo l’identità comunista (e di formule ce ne potrebbero essere diverse). Anche perché tanto Rifondazione (che i sondaggi stimano allo 0,6% dei voti) che gli ex comunisti italiani (che forse hanno uno 0,2-3%) non hanno grandi prospettive davanti a sé e, dunque, non si capisce quale funzione potrebbero svolgere da soli.

Auguri e buon quorum a tutti, cari compagni...

Fonte

23/02/2017

Il naufragio del Pd e la crisi di egemonia delle classi dominanti

Assistiamo in questi giorni ad un vero e proprio psicodramma a proposito delle divisioni interne al Pd che sta sfociando in queste ore in una scissione operata da alcune delle aree più critiche nei confronti della gestione renziana.

Sembra invece essere rientrato, almeno per ora, l’addio del governatore pugliese Emiliano, a lungo impegnato in un vero e proprio ‘ballo dell’orso’ ma che poi ha deciso di restare nel Pd e di partecipare alle primarie.

Al di là della narrazione offertaci dagli stessi protagonisti e da una stampa che è spesso ‘parte in causa’, occorre a nostro avviso mettere in evidenza alcuni elementi di fondo dei rivolgimenti politici ai quali assistiamo:

1 – Si sta definitivamente esaurendo – e nel peggiore dei modi – la storia politica del paese frutto dell’esistenza del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana, in generale dei partiti e delle organizzazioni di massa – l’associazionismo ‘bianco’ o ‘rosso’ e la Cgil in primis – che a lungo hanno garantito un capillare controllo sociale da parte delle classi dirigenti.

2 – Anche se il trambusto interno al Pd mette in primo piano la ‘crisi della sinistra’ (perché Renzi ha portato a compimento il distacco netto del Pd da ogni legame con la storia, la cultura e il bagaglio politico del movimento operaio variamente inteso) in realtà è tutto il mondo politico ad essere sottoposto ad un vero e proprio terremoto. A ben guardare, la destra è stata già destrutturata fin dai tempi del commissariamento del governo italiano da parte dell’Unione Europea – il governo Monti – col risultato che la leadership berlusconiana è stata messa in discussione da nuove entità ‘nazionaliste’ e ‘sovraniste’ che spuntano come funghi. La crisi riguarda tutti, compreso un Movimento Cinque Stelle messo a dura prova dalle vicende romane.

3 – La crisi del panorama politico non riguarda solo l’Italia ma ha una dimensione europea e a ben guardare occidentale. Nell’Unione Europea la sinistra di governo in ginocchio tenta varie carte per rimettersi in pista – dalla ‘svolta a sinistra’ della Spd tedesca fino alla vittoria dell’outsider Hamon nel Ps francese – per non parlare dell’impantanamento di Syriza in Grecia o dei socialisti in Spagna finiti a sostenere un governo di destra. Sul fronte opposto la maggior parte delle forze conservatrici sono incalzate e assediate da nuovi soggetti reazionari che cavalcano l’insicurezza sociale. Dall’altra parte dell’oceano il presidente della Casa Bianca è stato eletto nonostante l’ostilità di gran parte del Partito Repubblicano e deve ora fronteggiare un boicottaggio istituzionale senza precedenti.

E’ l’intera classe politica occidentale ad essere investita da una crisi che ha una natura epocale e non può essere derubricata a un puro problema di ridislocazione di alcuni pezzi dell’establishment italiano. Siamo di fronte in maniera evidente ad una crisi economica del mondo capitalistico, ed in particolare nei centri imperialisti, che diventa crisi di egemonia e si riversa nella sfera politico-istituzionale facendo saltare la capacità di gestione e controllo detenuta finora dalle classi dominanti.

Di fronte ad una crisi di egemonia delle classi dominanti di tali proporzioni i comunisti e tutte le forze antagoniste devono e possono lavorare per l’allargamento degli spazi a disposizione di un fronte di classe, a condizione però che si rinunci al politicismo, al tatticismo e all’opportunismo che finora hanno orientato l’azione delle forze della sinistra radicale. Quelle stesse che, di fronte alla nascita di un polo politico, per quanto magmatico, “a sinistra del Pd”, rischiano di rimanere abbagliate da una prospettiva di convergenza quanto mai dannosa.

In molti, sui media e nel mondo politico e istituzionale sia italiano che europeo, perorano la causa dell’unità ad ogni costo, descrivendo la rottura del Pd come una iattura, una sconfitta della sinistra (!?) o addirittura del paese. Spiccano le ipocrite dichiarazioni al riguardo di personaggi come Delrio, Letta o Prodi.

Ma ciò che interessa ai poteri forti, alle banche, all’impresa, ai cosiddetti mercati e all’Unione Europea non è tanto la salvaguardia dell’unità del Pd, quanto la stabilità di un governo che nei programmi di Renzi dovrebbe durare il minimo indispensabile ma che Bruxelles spera vada avanti il più possibile.

La spaccatura del Pd avviene in concomitanza con quella di Sel, che dopo aver deciso una rifondazione all’insegna dell’assorbimento di alcuni pezzi in fuga dal Pd e di ex pezzi della sinistra ‘antagonista’ perde una consistente pattuglia di dirigenti locali e di parlamentari, sensibili al richiamo della foresta di un Pisapia rafforzato dalla nascita di una nuova forza di centrosinistra animata da Bersani e D’Alema e che promette di tornare ai fasti del centrosinistra mandato in soffitta dalla rottamazione renziana. Alle dichiarazioni altisonanti ascoltate nel corso del congresso di Sinistra Italiana o nel dibattito animato dalle minoranze del Pd – “occorre una sinistra che smetta di fare cose di destra” – corrisponde in realtà una rincorsa da parte del ceto politico ereditato dal disfacimento del Pci a occupare uno spazio politico lasciato vuoto dalla svolta di Renzi ma che in mancanza di una rottura ideologica e politica non potrà che essere subalterno proprio al Partito Democratico. A chi gioisce per una ‘rinascita della sinistra’ occorrerebbe rispondere che il risultato delle spaccature e delle ricomposizioni di questi giorni sposta ulteriormente a destra l’asse politico di una sinistra già subalterna e in crisi di idee e di identità, a partire dalla fuga verso il centro dei vari Scotto o Pisapia. Al di là dei distinguo nei linguaggi e nei programmi, per tutte le varie fazioni il problema principale, come del resto è stato negli ultimi anni, è trovare un appiglio, un contenitore, un escamotage per guadagnare una rappresentanza parlamentare che (forse) una legge elettorale semi-proporzionale può rendere meno ardua, soglia di sbarramento permettendo. Ovviamente a dettare i tempi, i ritmi e le priorità saranno proprio i neo-campioni di una “sinistra” – a partire da D’Alema e Bersani – che negli ultimi anni ha condiviso tutte le scelte più scellerate dei governi di centrosinistra, dal jobs act alle privatizzazioni, dal salvataggio delle banche alle missioni militari ad un crescente autoritarismo.

In un tale contesto, rifuggendo ogni illusione di riportare indietro l’orologio della storia (e ci riferiamo a chi pensa di rinverdire i presunti fasti del centrosinistra facendo finta che la parentesi renziana sia stata un mero incidente di percorso, l’affermazione dannosa ma momentanea di un virus esterno), occorre tenere la barra dritta e difendere da facili quanto disastrose suggestioni l’indipendenza di un progetto di aggregazione sociale e politica che lavori concretamente a costruire un movimento popolare, sociale e politico per la rottura dell’Unione Europea che sappia individuare il nemico e proporre un’alternativa. A partire dalla sua battaglia contro l’Unione Europea, contro l’Euro e contro la Nato, Eurostop ha dimostrato di poter costituire il motore di una ricomposizione politica dinamica dei soggetti di classe in grado di indicare una via di organizzazione e di conflitto.

Fonte

20/02/2017

Sinistri scenari

Vedremo se davvero l’ex gruppo dirigente del Pd avrà il coraggio di scindersi dal partito. Un conto è sbraitare contro l’usurpatore, ben altro è scendere dal carro del potere avventurandosi nei territori del 5virgola qualcosa. Gente abituata ad essere nomenclatura in un partito di massa (elettorale), difficilmente alle soglie della pensione gli viene lo schiribizzo di rimettersi in gioco. E’ altresì vero che dentro il Pd gli spazi di co-gestione politica si stanno riducendo notevolmente per l’ex gruppo dirigente. Nonostante tutte le batoste elettorali, Renzi non ha avversari al congresso. Lo sanno i vari D’Alema, Bersani o Emiliano. Anche qui, dopo aver sbraitato del congresso, una volta che Renzi li ha accontentati è scattato il panico. Tutti sanno che dentro al partito Renzi è ancora l’asso pigliatutto, e una volta rivinto per la “ditta” non ci sarà più potere da spartire. Secondo i sondaggi, Renzi viaggia sull’80% dei consensi contro qualunque sfidante. Questo il motivo per cui la scissione è nei fatti una possibilità concreta. Ma tragica.

L’eventuale partito dell’odierna “minoranza Pd” verrebbe subito identificato come il partito della “sinistra radicale”, o quantomeno di “vera sinistra”, non quella finta à la Renzi, fagocitando tutti quei velleitari tentativi di ricostruire una “sinistra” liberal dirittocivilista (da Pisapia a Sinistra italiana). Non a caso l’assemblea dei promessi scissionisti si è aperta al canto di “Bandiera rossa”. Perché, volente o nolente, un soggetto a sinistra del principale partito “di sinistra” sarebbe etichettato come “sinistra radicale”, e così vissuto dal corpo elettorale del paese. Oltretutto, sarebbe la stessa “minoranza Pd” a giocare sull’equivoco, visto che se il centro della politica sarà occupato dal Pd renziano (a quel punto una vera e propria Democrazia cristiana 2.0 che svuoterebbe metà dell’elettorato berlusconiano, d’altronde già ridottosi notevolmente), l’unico spazio elettorale possibile per continuare ad esistere sarà quello di presentarsi come “sinistra” dura e pura, quella senza compromessi, sociale, attenta alle diseguaglianze, amica dei poveri e degli sfigati. Completamente inutile sarebbe spiegare che quella “sinistra” è la stessa dei governi democratici targati Prodi prima, Letta e Monti dopo, e infine Renzi. Che quella “sinistra” è in realtà una destra liberista acclamata. Che quella “sinistra” è la stessa del Pacchetto Treu, della riforma delle pensioni, del Jobs act, della legge Turco-Napolitano, della guerra in Jugoslavia e in Kosovo, e un’altra sfilza di eccetera che faremmo notte. Lo schiacciamento mediatico non fa prigionieri. E la vittima designata sarà proprio la sinistra radicale, questa volta senza virgolette. D’Alema e il sempiterno Vendola, una volta egemonizzato il campo narrativo della “sinistra”, produrranno di converso l’estinzione di ogni sinistra a sinistra della “sinistra Pd”. Quante (false) sinistre può reggere questo paese? Difficilmente potrà sopravvivere (cosa che già non fa, peraltro), una “sinistra radicale” a sinistra di un’altra “sinistra radicale”. Sarebbe, ancor prima che paradossale, farsesco. Tutto ciò, inevitabilmente, produrrà smottamenti anche dalle nostre parti. Quanti cascheranno (volentieri) nell’abbocco, nella convergenza, nell’ammiccamento, con questa “sinistra-non-sinistra”? E quanti invece sapranno resistere alle sirene del partitone del 5virgola che assicura posti in municipio, al Comune, alla Regione, al Parlamento, in Europa, nell’universo? Facile bollare i Bersani di turno come “destra”, oggi. Ma il rassemblement anti-renziano, esattamente come il ventennio anti-berlusconiano, funzionerà da calamita politica molto più efficacemente dei pensosi distinguo da salotto. Partiranno gli accorati appelli al “fronte unico” contro il duce Renzi. Ma anche per quella sinistra che ha chiaro il suo posizionamento antitetico a quello liberista in salsa rosa, le cose non potranno procedere come prima, come se niente fosse.

Insomma, la scissione del Pd è, purtroppo, una cosa seria, che riguarda – volente o nolente – tutto il campo della sinistra. A prescindere dalle reali posizioni in campo, a prescindere dalla qualità dei suddetti personaggi e delle loro idee. Se ci sarà (e non è detto), travolgerà tutti.

Fonte

La scissione si fa perché la impongono Renzi e D’Alema. Ecco perchè

Ormai sembra che siamo alle ultime battute: scissione. L’ho già detto in una trasmissione: le scissioni sono come i fidanzamenti, bisogna essere in due per farle, perché c’è sempre uno che se ne va e l’altro che lo accompagna alla porta. In questo caso, a volere la rottura con più decisione non è quello che esce, ma il padrone di casa, Renzi. 

La cosa era evidente dall’inizio, quando pure Renzi ha dovuto fare qualche cedimento (primarie prima, congresso dopo) perché circondato da Napolitano, Mattarella, Franceschini, Orlando, ma ha sempre avuto la riserva mentale di far saltare tutto alla prima occasione.

E questo per diverse ragioni: in primo luogo ha bisogno di essere segretario quando si faranno le liste, ma il 4 dicembre l’ha indebolito ed ha liberato un’area centrista che si distacca dal correntone con il quale vinse il congresso del 2013. In questa situazione lui è troppo a destra rispetto al ventaglio delle correnti di partito e non ha più la maggioranza assoluta da solo, per cui Franceschini ed i suoi diventano l’ago della bilancia, mentre, se la sinistra esce, lui torna padrone della situazione, avendo più truppe dei centristi.

Poi lui ha bisogno di votare a giugno (e non ci ha mai rinunciato, nonostante tutto) e la scissione diventa un argomento formidabile per tagliare corto potendo dire a Napolitano “ma se non ce la facevo prima a fare una nuova legge elettorale, con il partito unito, come pretendere che possa farcela ora che il partito si è spezzato?”. Inoltre è un ottimo argomento per determinare la crisi di governo e mettere il Quirinale con le spalle al muro.

Peraltro, prima si vota e meglio è per lui, perché, se è vero che va alle elezioni con la sconfitta referendaria e la scissione alle spalle, però è anche vero che evita l’imbarazzante referendum della Cgil e le amministrative che non promettono niente di buono.

Inoltre, prima si vota e meno tempo hanno gli altri per organizzarsi e far conoscere un nuovo simbolo. Quanto ai 5 stelle, li si può tenere a bada con le solite grane della giunta Raggi (non penserete che sia finita qui, vero?!).

E, se ce ne fosse stato bisogno, a dargli ancora più fretta è arrivato l’avviso di garanzia al papà: come dire che la bomba è caduta di fianco e la prossima potrebbe essere più centrata. Meglio sbrigarsi.

In questa condizione si può anche azzardare un voto a fine aprile – primi maggio se non fosse per l’appuntamento internazionale che crea qualche imbarazzo.

Tutto ciò premesso è evidente perché Renzi ha chiuso ogni strada, pur stracciandosi le vesti per l’orrenda scissione, (“Bersani ritorna, sta casa aspetta a te”), ed in questo ha avuto l’appoggio di sponda opposta di D’Alema. Le scissioni sono sempre il prodotto dell’alleanza degli opposti falchi.

Certo, in questa condizione, Renzi affronta elezioni difficili nelle quali faticherà molto a tenere quota 26-7% (altro che 40%!), ma dopo può sempre riaprire i giochi da segretario del partito che, se non più di maggioranza relativa, resterebbe il partito più consistente di una possibile coalizione. E, se non ci fossero i voti sufficienti, potrebbe sempre puntare su nuove elezioni, magari dopo aver schiacciato gli scissionisti.

Al contrario, i suoi oppositori non sanno bene che fare: Bersani e Speranza, di solito indecisi a tutto, questa volta sembrano determinati al passo, ma ormai hanno poche truppe alle spalle e l’unica speranza che hanno è di recuperare la loro gente uscita dal partito in questi anni, ed hanno poco tempo per farlo.

A proposito, un consiglio agli scissionisti: hanno pochissimo tempo per far conoscere un nuovo simbolo ed una nuova sigla, per cui devono giocare sul riconoscimento di simbolo e sigla già conosciuti. Io punterei su una cosa del tipo Movimento dei Democratici di Sinistra ed un simbolo con un albero o un ramoscello di ulivo. E’ vero che sa di vecchio e crea mal di pancia ad alcuni, ma con i tempi stretti che hanno ogni cosa troppo nuova è un rischio enorme (e ricordiamoci della lista Arcobaleno e, prima ancora, di Nuova Sinistra Unita o di Democrazia Nazionale a proposito di liste più o meno improvvisate), tanto poi c’è tempo per cambiare nome e simbolo dopo le elezioni.

Tornando agli scissionisti: Emiliano e Rossi hanno basi essenzialmente locali e di non eccessiva consistenza. Emiliano è più uomo della comunicazione e può giocare su una maggiore presa mediatica, ma Rossi è destinato ad essere una piccola corrente di un piccolo partito.

Piccolo per piccolo, all’ultimo potrebbe essere tentato di restare, magari per unirsi ai franceschiniani. Dunque, ondeggiamenti e defezioni potrebbero essercene sino all’ultimo secondo, tuttavia ci penseranno Renzi e D’Alema a troncarli: Renzi spingendo fuori i suoi avversari, D’Alema iniziando una scissione che potrebbe calamitare molti seguaci di Bersani-Emiliano, così da spingere questi a muoversi per non farsi tagliare la strada.

Una perfetta alleanza fra falchi. E’ andata.

Fonte

19/02/2017

Renzi spacca il Pd, si rompe l’ultimo partito di regime

Difficile dire per quale ragioni il Partito Democratico si avvii stancamente alla scissione. Difficile, vogliamo dire, individuare ragioni “programmatiche e ideali”, come si sente dire in questi giorni, che distinguano effettivamente il campo renziano (molto scosso anche al proprio interno) dai vecchi tromboni ulivisti. Ovvero da Bersani – che rivendica ancora oggi di esser stato “l’unico ad aver fatto liberalizzazioni” – D’Alema (che ha regalato Telecom alla cordata guidata da Colaninno), il governatore toscano Rossi (che privatizza l’acqua regionale violando il risultato e quindi il vincolo referendario) e via elencando.

Sul piano pratico, sulle cose fatte – che sono poi le uniche che si possano giudicare in politica – l’assemblea nazionale del Pd è composta da una folla indistinguibile di neoliberisti senza se e senza ma. Gente che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni, il jobs act, la “buona scuola”, e ancor prima quel “pacchetto Treu” (1997!) che ha aperto le dighe alla precarietà di massa, legalizzata e perenne, in questo paese. E non basta davvero canticchiare qualche strofa di “bandiera rossa” (peraltro epurata della parola “comunismo”), o sbrodolare qualche frase contrita sulle “disuguaglianze intollerabili”, la “precarietà diffusa”, “i giovani”, “i lavoratori”.

Eppure stanno scindendosi. Matteo Renzi, come previsto, ha azzerato il finto lavoro dei finti “pontieri” che nelle ultime ore facevano mostra di preoccuparsi di “mantenere l’unità”, al puro scopo di conservare voti e iscritti in una comunità disossata che reagisce automaticamente e si affida ancora fideisticamente ai “comandi del partito” (non è un caso che le uniche regioni in cui è prevalso il “sì” al referendum siano proprio Toscana ed Emilia Romagna).

L’ex premier si è dimesso anche da segretario solo per poter aprire immediatamente la fase congressuale, nel disperato tentativo di concluderla in tempi rapidissimi e provocare quindi – subito dopo – la caduta del governo per potersi ripresentare come candidato premier. Stringe i tempi per ritagliarsi un partito indistinguibile dalla sua persona, nonostante gli sconquassi delle tre ultime tornate elettorali (regionali, amministrative e referendum).

Stupisce, in questa macchina da guerra apparentemente inarrestabile, l’assoluta indifferenza al fatto che la legge elettorale – dopo l’intervento della Corte Costituzionale – non sia affatto improntata al bipartitismo obbligato col sistema maggioritario (l’ossessione irrisolta di 25 anni di “seconda repubblica”), ma un proporzionale con sbarramento che non garantisce l’elezione di nessun premier la sera stessa del voto; rinviando dunque la formazione di un governo alle trattative tra coalizioni, come ai tempi della prima repubblica.

Evidente come il sole a mezzogiorno, le mosse renziane hanno senso solo in un caso: puntare esplicitamente a un governo Pd-Berlusconi (con l’apporto di qualche cortigiano comprato con qualche poltrona), dopo una campagna elettorale fatta di finte contrapposizioni tra “centrodestra” e “centrosinistra”.

Calcolo peraltro rischioso, nell’attuale panorama sociale dominato dal massiccio rifiuto popolare dell’establishment politico (anche i Cinque Stelle potrebbero pagare caro il mesto spettacolo della giunta capitolina), che potrebbe creare un futuro Parlamento di fatto senza una vera maggioranza (stante anche le grosse differenze tra i modi di eleggere le due Camere).

Eppure vanno alla scissione. Pur consapevoli che un Pd solo renziano varrà tra qualche mese assai meno del 25-27% oggi attribuito dai sondaggi (a maggior ragione se dovesse imbarcare esplicitamente gente come Alfano e Verdini). Pur scontando, la cosiddetta “vecchia guardia”, una ripartenza da zero che non è assolutamente nelle proprie corde e abitudini (è appena il caso di ricordare che tutti loro hanno scalato le posizioni in un partito costruito da altri, ma non ne hanno mai costruito uno). Le precedenti esperienze di “scissione a sinistra” (da Rifondazione in poi) lasciano sperare al massimo in percentuali intorno al 10%, che a noi sembrano decisamente ottimistiche.

In ogni caso, questa scissione – fatta con le movenze di un “lungo addio”, che concretizzerà le prime mosse con la formazione di gruppi parlamentari autonomi, nei prossimi giorni – pone le basi per la disgregazione dell’ultimo “partito” sopravvissuto alla grande moria del dopo-Tangentopoli. Da allora in poi, infatti, sono nate solo formazioni fortemente localizzate (la Lega, i post-democristiani di Mastella, Casini, Alfano, ecc.), oppure comitati elettorali più o meno larghi e fortunati (Forza Italia) se riuniti intorno a una figura per qualche ragione “carismatica”.

Il panorama prossimo venturo sarà popolato di nanerottoli politici incapaci – ognuno per contro proprio – di ergersi sopra gli altri e fare da punti di aggregazione convincente. Specie se la partecipazione popolare al voto dovesse accentuare la sua tendenza a diminuire.

Uno spappolamento del sistema politico destinato al massimo a fornire i mattoni per un qualsiasi governo di obbedienza assoluta alla Troika. Zero idee, zero ideali, zero programmi, pura comunicazione. Come si vede già ora nel Pd.

Non ci sfugge che questa scissione produrrà i suoi effetti più vistosi – nel suo piccolo, ovvio – sull’arcipelago di disperati che usa autodefinirsi “sinistra”. In questa area i “programmi” sono stati dimenticati da un pezzo (se ne parla a ridosso delle elezioni, ma solo per darsi un tono), la dinamica dei “contenitori” assemblati alla meno peggio ha sostituito da quasi 30 anni qualsiasi altra prospettiva razionale. Si può scommettere che il giorno in cui verrà formalizzata la “nuova formazione di sinistra” si metterà in moto una fibrillazione irrefrenabile per ”creare un contenitore più largo”, dai contorni ancora più vaghi, assolutamente indigeribile per il nostro “blocco sociale”, già da tempo sordo a ogni richiamo di questo tipo.

Non è il caso di farsi distrarre. Questa roba è morta prima di iniziare a vivere.

Fonte

06/12/2016

Referendum: l’amaro day after del Pd e lo spaesamento da sconfitta

Sono stato in trasmissione a La7 dove ho sentito Chicco Testa dire cose che non  stanno in piedi: “è vero che Renzi ha perduto, ma ha un 40% che ne fa ancora il partito di maggioranza relativa, mentre il no è solo una confusa mescolanza di cose troppo diverse”. Come se il 40% delle europee fosse restato compatto intorno a Renzi. Cominciamo da questo.

E’ vero che il Pd era la più consistente forza elettorale del Si, ma non l’unica, c’erano verdiniani, alfaniani, un pezzo di Forza Italia e di elettorato M5s che, stando alle analisi del risultato,  rappresentano circa un terzo  del famoso 40% e non si tratta di cose troppo omogenee fra loro o vi pare che Verdini e Cuperlo, Alfano e Fassino vogliano le stesse cose? La verità è che i cartelli del si e del no, come sempre, si sciolgono la sera stessa dei risultati ed ognuno riprende la sua strada.

Certo, gli elettori pescati in Forza Italia e nel M5s possono restare con il Pd, ma è realistico pensare che si tratterà di meno della metà del totale. Allo stesso modo, quel terzo di elettorato del Pd che è passato al No potrebbe in teorie tornare a votare il partito di provenienza, ma questo non accadrà per diversi motivi: in primo luogo perché la scelta di Renzi ha scavato un fossato che non scompare oggi ed ha toccato uno dei punti chiave dell’identità di sinistra del partito: la difesa della Costituzione che è sempre stato uno dei fondamenti del popolo di sinistra sin dai tempi del Pci.

In secondo luogo, la campagna ha depositato veleni, rotture personali, odi e recriminazioni che forse non si saneranno mai , il che non aiuta.

In terzo luogo, le sconfitte, di regola, non favoriscono le riaggregazioni e, quando suona la tromba della ritirata, l’esercito si scompone, per cui, se una parte di quelli del No tornerà al Pd, una parte di quelli che hanno votato Si inizierà a guardarsi intorno per trovare destinazioni più confortevoli.

Morale: oggi il Pd non vale più del 26-28% che è molto meno della maggioranza relativa e, per di più, con ben pochi alleati o alleabili. Il rischio di finire secondo al M5s è decisamente concreto e come alleati, il Pd non può aspirare a molto di più della “accozzaglia” di centro (questa volta possiamo dirlo noi?) più Forza Italia o quel che ne rimane e con problemi per sé e per gli altri: se si allea troppo scopertamente con Verdini deve dire addio al ritorno anche di una piccola schiera di quelli che hanno votato No, se si allea con il partitino costituendo di Pisapia (che varrà assi poco) poi come fa ad andare da Forza Italia che, peraltro, dovrebbe rinunciare all’alleanza con la Lega e magari pagare il prezzo di una scissione di Toti e compagnia. Comunque vada, ha poco da sperare. E questo non può che accendere il dibattito nel partito.

Già nella direzione, non pochi resisteranno alla tentazione di rinfacciargli la cocente sconfitta, lo stato di isolamento, lo scasso organizzativo. Al suo posto mi presenterei dimissionario dalla segreteria, prima di essere defenestrato, il problema, in questo caso, sarebbero gli “orfanelli” (Boschi, Del Rio, Martina ecc. ecc.) che, pur trovando un nuovo capo, sarebbero rapidamente ridotti ad una corrente del tutto minoritaria e marginale. Per di più siamo alla vigilia del congresso del partito.

Per questo la vittoria del No fa deflagrare subito il conflitto interno. La geografia correntizia del partito si presenta così:
 
– renziani puri;
– renziani malpancisti (i piemontesi Fassino-Zanda-Chiamparrino, il pugliese Emiliano);
– i cattolici di Franceschini;
– l’ex sinistra ora renzizzata (Orfini, Orlando ed ex giovani turchi vari);
– il sultanato indipendente di Napoli (De Luca);
– le amebe ex sinistra (Cuperlo);
– la sinistra di Bersani e Speranza;
– granducato di Toscana (Rossi che si candida a segretario);
– i neo d’alemiani.

E partiamo da una cosa: i seggi a disposizione saranno molto pochi. Anche ammettendo (ma chi ci giurerebbe) che il Pd ottenesse di nuovo i 297 seggi alla Camera ed i 109 al Senato ottenuti nel 2013, ora dovrebbe concedere qualche strapuntino ai vari ex Scelta Civica, gli ex Sel “miglioristi” (da Gennaro Migliore), centisti vari. Per di più, i renziani Doc sono decisamente sottorappresentati, mentre sono fortemente sovrarappresentati i bersaniani. E bisogna tener conto delle molte aspettative cresciute in questi anni nel seguito del segretario.

Dunque Renzi ha bisogno di almeno 120-30 seggi “freschi”(fra Camera e Senato) per la sua corrente e per retribuire confluenti, renziani dell’ultima ora (ad esempio non volete fare deputato il figlio di De Luca? Sarebbe una ingiustizia!) e reclute di stretta osservanza renziana.

Vittime designate sono i bersaniani che saranno decimati nel cortile del Nazareno (con una differenza rispetto alle leggi di guerra: lì si fucila uno ogni 10, qui si lascia vivo 1 su 10). Ma i bersaniani da soli non bastano. Ci sarebbe la pattuglia cuperliana, ma data la resa a discrezione del loro capo, ed il suo piccolo seguito non si può infierire più di tanto e al massimo si ricava qualche altra unità. 

Consideriamo il recupero dei seggi dei vari Civati, Fassina, D’Attorre ecc. restano da trovare almeno altri 50-60 seggi. Ne consegue che il conto devono pagarlo tutti gli altri: malpancisti (e di dolori di pancia si che ce ne saranno) ed ex giovani turchi (e vedremo cose turche). Dunque queste due correnti, oltre che i bersaniani ed il gruppo di Rossi, sono interessate a ridimensionare i renziani puri. E qui già ci sono le premesse dello scontro congressuale. Se poi l’epurazione dovesse essere troppo severa per bersaniani e neo d’alemiani, facendogli pagare il costo della scelta per il No, questo potrebbe portare ad una scissione.

Poi è da vedere quanto questo inciderà nell’elettorato. A sinistra si è aperto un forte spazio che, se trovasse un buon elemento federatore (come ad esempio potrebbe essere Landini, se abbandona il suo pansindacalismo per un approccio schiettamente politico) potrebbe scaturirne un polo dal 5 al 9% che potrebbe richiamare altro dal Pd.

Altri rischi, di scissione potrebbero configurarsi sul fianco destro: l’Udc si è schierata per il No, Alfano con il suo misero 1 e mezzo ha problemi a rientrare in Fi, ma neppure può sperare molto dal Pd e dovrebbe mettersi in coda ai postulanti e magari fare a gara con Verdini a chi arriva prima, qualche rimasuglio di Scelta Civica e di lista Giannino c’è per cui potrebbe venire fuori un altro gruppetto di centro che però potrebbe ingrossarsi con l’arrivo degli esclusi dalla lista Pd. Ad esempio, alcuni franceschiniani, se il loro capo uscisse battuto dallo scontro. Poca roba forse ma qualche altro decimale partirebbe.

Ma un Pd in ebollizione potrebbe portare alla paralisi il sistema politico ed accelerarne il crollo. Per di più il Pd deve inventarsi qualcosa che lo rilanci, ma tutte le formule sono esaurite (dal Nazareno al Partito della Nazione al centro sinistra classico ulivista) le tribù sono in rivolta ed ognuna lotta per sé e la scadenza è più vicina di quel che non si creda.

Assistendo al dibattito a La7 di questa mattina ho avuto una sensazione di dejà vu: il 92-93 quando la prima repubblica crollava e democristiani e socialisti non se ne rendevano conto, continuando a ragionare su una geografia politica che non esisteva più.

Qui siamo al crollo della seconda repubblica, ma i partiti tradizionali non lo capiscono.