Se una notte d’inverno un viaggiatore avesse coltivato una qualche illusione sull’iniziativa promossa dall’ex- sindaco di Milano e denominata “Campo Progressista” e su quella, parallela, avviata dall’area appena uscita dal PD può tranquillamente dismettere le sue aspirazioni: tutto l’insieme della baracca (al di là delle difficoltà nel definirne i contorni) appare inevitabilmente rinchiusa nel recinto del tatticismo governista e dell’inspiegabile nostalgia dell’Ulivo.
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Sinistra PD. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sinistra PD. Mostra tutti i post
24/07/2017
20/02/2017
Sinistri scenari
Vedremo se davvero l’ex gruppo dirigente del Pd avrà il coraggio di
scindersi dal partito. Un conto è sbraitare contro l’usurpatore,
ben altro è scendere dal carro del potere avventurandosi nei territori
del 5virgola qualcosa. Gente abituata ad essere nomenclatura in un
partito di massa (elettorale), difficilmente alle soglie della pensione
gli viene lo schiribizzo di rimettersi in gioco. E’ altresì vero che
dentro il Pd gli spazi di co-gestione politica si stanno riducendo
notevolmente per l’ex gruppo dirigente. Nonostante tutte le batoste
elettorali, Renzi non ha avversari al congresso. Lo sanno i vari
D’Alema, Bersani o Emiliano. Anche qui, dopo aver sbraitato del
congresso, una volta che Renzi li ha accontentati è scattato il panico.
Tutti sanno che dentro al partito Renzi è ancora l’asso pigliatutto, e
una volta rivinto per la “ditta” non ci sarà più potere da spartire.
Secondo i sondaggi, Renzi viaggia sull’80% dei consensi contro qualunque
sfidante. Questo il motivo per cui la scissione è nei fatti una
possibilità concreta. Ma tragica.
L’eventuale partito dell’odierna “minoranza Pd” verrebbe subito identificato come il partito della “sinistra radicale”, o quantomeno di “vera sinistra”, non quella finta à la Renzi, fagocitando tutti quei velleitari tentativi di ricostruire una “sinistra” liberal dirittocivilista (da Pisapia a Sinistra italiana). Non a caso l’assemblea dei promessi scissionisti si è aperta al canto di “Bandiera rossa”. Perché, volente o nolente, un soggetto a sinistra del principale partito “di sinistra” sarebbe etichettato come “sinistra radicale”, e così vissuto dal corpo elettorale del paese. Oltretutto, sarebbe la stessa “minoranza Pd” a giocare sull’equivoco, visto che se il centro della politica sarà occupato dal Pd renziano (a quel punto una vera e propria Democrazia cristiana 2.0 che svuoterebbe metà dell’elettorato berlusconiano, d’altronde già ridottosi notevolmente), l’unico spazio elettorale possibile per continuare ad esistere sarà quello di presentarsi come “sinistra” dura e pura, quella senza compromessi, sociale, attenta alle diseguaglianze, amica dei poveri e degli sfigati. Completamente inutile sarebbe spiegare che quella “sinistra” è la stessa dei governi democratici targati Prodi prima, Letta e Monti dopo, e infine Renzi. Che quella “sinistra” è in realtà una destra liberista acclamata. Che quella “sinistra” è la stessa del Pacchetto Treu, della riforma delle pensioni, del Jobs act, della legge Turco-Napolitano, della guerra in Jugoslavia e in Kosovo, e un’altra sfilza di eccetera che faremmo notte. Lo schiacciamento mediatico non fa prigionieri. E la vittima designata sarà proprio la sinistra radicale, questa volta senza virgolette. D’Alema e il sempiterno Vendola, una volta egemonizzato il campo narrativo della “sinistra”, produrranno di converso l’estinzione di ogni sinistra a sinistra della “sinistra Pd”. Quante (false) sinistre può reggere questo paese? Difficilmente potrà sopravvivere (cosa che già non fa, peraltro), una “sinistra radicale” a sinistra di un’altra “sinistra radicale”. Sarebbe, ancor prima che paradossale, farsesco. Tutto ciò, inevitabilmente, produrrà smottamenti anche dalle nostre parti. Quanti cascheranno (volentieri) nell’abbocco, nella convergenza, nell’ammiccamento, con questa “sinistra-non-sinistra”? E quanti invece sapranno resistere alle sirene del partitone del 5virgola che assicura posti in municipio, al Comune, alla Regione, al Parlamento, in Europa, nell’universo? Facile bollare i Bersani di turno come “destra”, oggi. Ma il rassemblement anti-renziano, esattamente come il ventennio anti-berlusconiano, funzionerà da calamita politica molto più efficacemente dei pensosi distinguo da salotto. Partiranno gli accorati appelli al “fronte unico” contro il duce Renzi. Ma anche per quella sinistra che ha chiaro il suo posizionamento antitetico a quello liberista in salsa rosa, le cose non potranno procedere come prima, come se niente fosse.
Insomma, la scissione del Pd è, purtroppo, una cosa seria, che riguarda – volente o nolente – tutto il campo della sinistra. A prescindere dalle reali posizioni in campo, a prescindere dalla qualità dei suddetti personaggi e delle loro idee. Se ci sarà (e non è detto), travolgerà tutti.
Fonte
L’eventuale partito dell’odierna “minoranza Pd” verrebbe subito identificato come il partito della “sinistra radicale”, o quantomeno di “vera sinistra”, non quella finta à la Renzi, fagocitando tutti quei velleitari tentativi di ricostruire una “sinistra” liberal dirittocivilista (da Pisapia a Sinistra italiana). Non a caso l’assemblea dei promessi scissionisti si è aperta al canto di “Bandiera rossa”. Perché, volente o nolente, un soggetto a sinistra del principale partito “di sinistra” sarebbe etichettato come “sinistra radicale”, e così vissuto dal corpo elettorale del paese. Oltretutto, sarebbe la stessa “minoranza Pd” a giocare sull’equivoco, visto che se il centro della politica sarà occupato dal Pd renziano (a quel punto una vera e propria Democrazia cristiana 2.0 che svuoterebbe metà dell’elettorato berlusconiano, d’altronde già ridottosi notevolmente), l’unico spazio elettorale possibile per continuare ad esistere sarà quello di presentarsi come “sinistra” dura e pura, quella senza compromessi, sociale, attenta alle diseguaglianze, amica dei poveri e degli sfigati. Completamente inutile sarebbe spiegare che quella “sinistra” è la stessa dei governi democratici targati Prodi prima, Letta e Monti dopo, e infine Renzi. Che quella “sinistra” è in realtà una destra liberista acclamata. Che quella “sinistra” è la stessa del Pacchetto Treu, della riforma delle pensioni, del Jobs act, della legge Turco-Napolitano, della guerra in Jugoslavia e in Kosovo, e un’altra sfilza di eccetera che faremmo notte. Lo schiacciamento mediatico non fa prigionieri. E la vittima designata sarà proprio la sinistra radicale, questa volta senza virgolette. D’Alema e il sempiterno Vendola, una volta egemonizzato il campo narrativo della “sinistra”, produrranno di converso l’estinzione di ogni sinistra a sinistra della “sinistra Pd”. Quante (false) sinistre può reggere questo paese? Difficilmente potrà sopravvivere (cosa che già non fa, peraltro), una “sinistra radicale” a sinistra di un’altra “sinistra radicale”. Sarebbe, ancor prima che paradossale, farsesco. Tutto ciò, inevitabilmente, produrrà smottamenti anche dalle nostre parti. Quanti cascheranno (volentieri) nell’abbocco, nella convergenza, nell’ammiccamento, con questa “sinistra-non-sinistra”? E quanti invece sapranno resistere alle sirene del partitone del 5virgola che assicura posti in municipio, al Comune, alla Regione, al Parlamento, in Europa, nell’universo? Facile bollare i Bersani di turno come “destra”, oggi. Ma il rassemblement anti-renziano, esattamente come il ventennio anti-berlusconiano, funzionerà da calamita politica molto più efficacemente dei pensosi distinguo da salotto. Partiranno gli accorati appelli al “fronte unico” contro il duce Renzi. Ma anche per quella sinistra che ha chiaro il suo posizionamento antitetico a quello liberista in salsa rosa, le cose non potranno procedere come prima, come se niente fosse.
Insomma, la scissione del Pd è, purtroppo, una cosa seria, che riguarda – volente o nolente – tutto il campo della sinistra. A prescindere dalle reali posizioni in campo, a prescindere dalla qualità dei suddetti personaggi e delle loro idee. Se ci sarà (e non è detto), travolgerà tutti.
Fonte
03/12/2016
Referendum. Il 5 dicembre è già domani
Siamo ormai alla vigilia del referendum di domenica. Dal suo esito dipenderanno molte cose nel futuro prossimo di questo paese. In questo senso è vero che siamo in presenza di un brusco cambiamento. E' dunque il momento di provare a mettere nero su bianco gli scenari e di porsi una domanda pesante: con quale situazione dovremo fare i conti?
Se vince il No sarà indubbiamente una sconfitta per il progetto di governance reazionaria incarnata dal governo Renzi. Gli interessi sociali delle classi dominanti che si riconoscono e sostengono questo progetto, dovrebbero fare i conti con un risultato popolare che ne ritarderebbe la tabella di marcia. Ovviamente non abbandonerebbero la partita e ricorreranno ad ogni mezzo per rendere “dolorose” le conseguenze e neutralizzare gli effetti del risultato. Ancora una volta si alzerebbero i latrati contro il ricorso al voto popolare sulle questioni importanti come la Costituzione, gli strali contro il suffragio universale, l'arroganza contro la plebe che non capisce le esigenze della governabilità, i rapporti con l'Europa, la complessità della competizione. La Commissione Europea, dopo il silenzio di opportunità accordato a Renzi fino al 4 dicembre, tornerebbe alla carica chiedendo lacrime e sangue per rispettare i vincoli del pareggio di bilancio.
Ma la vittoria del No aprirebbe anche l'opportunità per rimettere in campo opzioni di cambiamento reale da parte di un movimento popolare, politico e di massa che ne avesse il coraggio. A partire dallo stop ai diktat europei e delle misure antipopolari e anticostituzionali imposte al nostro e ad altri paesi dal Trattato di Maastricht del 1992 a oggi. E qui emergerebbe un primo problema nelle file scompaginate e residuali della sinistra. Già sono udibili i richiami della foresta a ritrovarsi tutti nella “ditta” animata da quel pezzo di Pd che si è messo di traverso a Renzi. Una coazione a ripetere deleteria che rimetterebbe in campo una sinistra a “bassa intensità” dei cui disastri non si sente più e affatto il bisogno. Qualche sintomo di tutto ciò è stato ben visibile anche nelle ambiguità e nel freno a mano tirato di molti settori della campagna per il NO. Ultimo in ordine di tempo l'aiutino dato dalla Cgil al governo e alla Confindustria per chiudere i contratti di metalmeccanici e pubblico impiego proprio alla vigilia del referendum.
Se vince il No – e per questo abbiamo animato il No sociale – diciamo subito che continueremo a procedere su una strada diversa, accelerando a tutto campo la campagna per l'Eurostop, per la rottura e l'autonomia degli interessi di classe espressi dai movimenti sociali/sindacali rispetto ai vincoli dell'Unione Europei, ma anche rispetto ai riti e alle pastoie della sinistra di governo.
Ma domenica potrebbe vincere anche il Si, e dunque il regime di governance autoritaria rappresentato dal governo Renzi. E' evidente che in questo caso i margini di agibilità politica, democratica, sindacale verrebbero azzerati o ridotti al lumicino. Ci sarebbe spazio solo per oppositori della corona o marginalizzati, per sindacati passacarte e neocorporativi come quelli che abbiamo visto a Palazzo Vidoni. Un clima di ferro e di piombo inguantato dentro la supremazia della governabilità. Anche in questo caso la Commissione Europea cesserebbe la tregua accordata a Renzi e passerebbe all'incasso degli impegni di bilancio. Come per incanto le promesse elettorali di Renzi sulle pensioni, i contratti, i bonus fiscali etc. etc., verrebbero rimesse in discussione “perchè ce lo chiede l'Europa” e non ci si può sottrarre. In compenso si assisterebbe al boom delle spese militari proprio sulla base della accelerata tabella di marcia decisa in questi mesi a Bruxelles.
In caso di vittoria dei Si, la sinistra abituata alla sconfitta andrà nuovamente – e forse definitivamente – in depressione, lasciando i settori popolari in balìa delle strumentalizzazioni della destra invece di contendergli il campo.
Se vincerà il Si non sarà affatto facile, sarebbe solo più chiaro (anzi più scuro) il contesto in cui una sinistra di classe dovrà tenere aperta l'opzione del conflitto sociale e delle soluzioni alternative alle tenebre dell'esistente.
Fonte
Se vince il No sarà indubbiamente una sconfitta per il progetto di governance reazionaria incarnata dal governo Renzi. Gli interessi sociali delle classi dominanti che si riconoscono e sostengono questo progetto, dovrebbero fare i conti con un risultato popolare che ne ritarderebbe la tabella di marcia. Ovviamente non abbandonerebbero la partita e ricorreranno ad ogni mezzo per rendere “dolorose” le conseguenze e neutralizzare gli effetti del risultato. Ancora una volta si alzerebbero i latrati contro il ricorso al voto popolare sulle questioni importanti come la Costituzione, gli strali contro il suffragio universale, l'arroganza contro la plebe che non capisce le esigenze della governabilità, i rapporti con l'Europa, la complessità della competizione. La Commissione Europea, dopo il silenzio di opportunità accordato a Renzi fino al 4 dicembre, tornerebbe alla carica chiedendo lacrime e sangue per rispettare i vincoli del pareggio di bilancio.
Ma la vittoria del No aprirebbe anche l'opportunità per rimettere in campo opzioni di cambiamento reale da parte di un movimento popolare, politico e di massa che ne avesse il coraggio. A partire dallo stop ai diktat europei e delle misure antipopolari e anticostituzionali imposte al nostro e ad altri paesi dal Trattato di Maastricht del 1992 a oggi. E qui emergerebbe un primo problema nelle file scompaginate e residuali della sinistra. Già sono udibili i richiami della foresta a ritrovarsi tutti nella “ditta” animata da quel pezzo di Pd che si è messo di traverso a Renzi. Una coazione a ripetere deleteria che rimetterebbe in campo una sinistra a “bassa intensità” dei cui disastri non si sente più e affatto il bisogno. Qualche sintomo di tutto ciò è stato ben visibile anche nelle ambiguità e nel freno a mano tirato di molti settori della campagna per il NO. Ultimo in ordine di tempo l'aiutino dato dalla Cgil al governo e alla Confindustria per chiudere i contratti di metalmeccanici e pubblico impiego proprio alla vigilia del referendum.
Se vince il No – e per questo abbiamo animato il No sociale – diciamo subito che continueremo a procedere su una strada diversa, accelerando a tutto campo la campagna per l'Eurostop, per la rottura e l'autonomia degli interessi di classe espressi dai movimenti sociali/sindacali rispetto ai vincoli dell'Unione Europei, ma anche rispetto ai riti e alle pastoie della sinistra di governo.
Ma domenica potrebbe vincere anche il Si, e dunque il regime di governance autoritaria rappresentato dal governo Renzi. E' evidente che in questo caso i margini di agibilità politica, democratica, sindacale verrebbero azzerati o ridotti al lumicino. Ci sarebbe spazio solo per oppositori della corona o marginalizzati, per sindacati passacarte e neocorporativi come quelli che abbiamo visto a Palazzo Vidoni. Un clima di ferro e di piombo inguantato dentro la supremazia della governabilità. Anche in questo caso la Commissione Europea cesserebbe la tregua accordata a Renzi e passerebbe all'incasso degli impegni di bilancio. Come per incanto le promesse elettorali di Renzi sulle pensioni, i contratti, i bonus fiscali etc. etc., verrebbero rimesse in discussione “perchè ce lo chiede l'Europa” e non ci si può sottrarre. In compenso si assisterebbe al boom delle spese militari proprio sulla base della accelerata tabella di marcia decisa in questi mesi a Bruxelles.
In caso di vittoria dei Si, la sinistra abituata alla sconfitta andrà nuovamente – e forse definitivamente – in depressione, lasciando i settori popolari in balìa delle strumentalizzazioni della destra invece di contendergli il campo.
Se vincerà il Si non sarà affatto facile, sarebbe solo più chiaro (anzi più scuro) il contesto in cui una sinistra di classe dovrà tenere aperta l'opzione del conflitto sociale e delle soluzioni alternative alle tenebre dell'esistente.
Fonte
11/10/2016
Renzi: “Riforma dell’Italicum? L’anno prossimo, forse...”
Difficile appassionarsi alle riunioni della direzione Pd, lo ammettiamo. Neanche quella di ieri ha suscitato pathos, tanto era prevedibile. Secondo le anticipazioni dei “retroscenisti” – triste figura solo italiana del giornalismo più deteriore, un tempo chiamato anche “minzolinismo” – Matteo Renzi si sarebbe dovuto presentare con una proposta che non si può rifiutare, che avrebbe costretto la minoranza dem ad alzare le mani al cielo o prendersi la responsabilità di una spaccatura.
Non c'è stata né l'una né l'altra. Renzi ha promesso che si potrà discutere di riforma della legge elettorale solo dopo l'effettuazione del referendum, perché ormai non c'è più tempo, la campagna elettorale è partita e tutto il paese andrebbe concentrato su questa scadenza. La minoranza ha promesso che se continua così un giorno ci sarà una spaccatura per colpa del premier-segretario.
Una noia mortale che ammazzerebbe anche dei tifosi del campionato di terza categoria (quella in cui non si può retrocedere oltre).
Chi può prendere sul serio la proposta renziana di costituire – a gennaio – una “commissione” di cinque esploratori del Pd, comprendente un solo membro della minoranza, incaricati di verificare con gli altri partiti la possibilità di una mediazione condivisa sulla riforma dell'Italicum? Chi può fidarsi della promessa di “apertura su tutto” (dal premio alla coalizione invece che al singolo partito, fino all'eliminazione dei capilista bloccati candidabili quasi ovunque, ecc), ma il prossimo anno? Se al referendum vincerà il NO Matteo Renzi dovrà cominciare a sgomberare le stanze di Palazzo Chigi e di via del Nazareno, e cercarsi un altro mestiere (non preoccupatevi, glielo troveranno...). Se vincerà il SI avrà bisogno di mediare soltanto con la destra berlusconiana, perché – a bocce ferme – il meccanismo dell'Italicum premierebbe i Cinque Stelle e non la piccola falange renziana.
Nel primo caso la minoranza dem avrebbe via libera per tentare di riprendersi un partito che si era lasciato sfilare da un contafrottole “scoperto” da Verdini e la massoneria toscana; ma dovrebbe gestire macerie, non una riscossa. Nel secondo caso, non le resterebbe che la via dell'abbandono della politica o della scissione, con la poco allettante prospettiva di una fusione in tempi brevi con Sel. Roba da 5-8%, nel migliore dei casi, e addio a qualsiasi sogno di gloria.
Se anche la politica italiana fosse indipendente dalle decisioni della Troika, insomma, lo spazio politico per i vecchi tromboni che hanno guidato la liquefazione dal Pci fino a Renzi sarebbe ristretto a un piccolo mondo di nostalgici che non hanno compreso quanto avvenuto, e sottoposti alla dura selezione della fisiologia umana.
Non dispongono infatti di uno straccio di programma politico differente e distinguente, tantomeno coinvolgente e appassionante. Nelle sue comparsate televisive più recenti, per esempio, il povero Luigi Bersani rivendicava ancora le privatizzazioni fatte da lui e Prodi, rimproverando al piazzista fiorentino di averne fatte poche (forse perché c'è rimasto ben poco da privatizzare, dopo i “clamorosi successi” di Telecom, Alitalia, Ilva, le banche di interesse nazionale, ecc). E quel che resta della borghesia italiana, tra delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha già avuto tutto quel che poteva chiedere a dei governi servili.
Resterebbero le "larghe masse" di lavoratori precarizzati e giovani senza lavoro. Ma da quelle parti, quando si sente nominare il Pd, parte solo una raffica di insulti...
Fonte
Non c'è stata né l'una né l'altra. Renzi ha promesso che si potrà discutere di riforma della legge elettorale solo dopo l'effettuazione del referendum, perché ormai non c'è più tempo, la campagna elettorale è partita e tutto il paese andrebbe concentrato su questa scadenza. La minoranza ha promesso che se continua così un giorno ci sarà una spaccatura per colpa del premier-segretario.
Una noia mortale che ammazzerebbe anche dei tifosi del campionato di terza categoria (quella in cui non si può retrocedere oltre).
Chi può prendere sul serio la proposta renziana di costituire – a gennaio – una “commissione” di cinque esploratori del Pd, comprendente un solo membro della minoranza, incaricati di verificare con gli altri partiti la possibilità di una mediazione condivisa sulla riforma dell'Italicum? Chi può fidarsi della promessa di “apertura su tutto” (dal premio alla coalizione invece che al singolo partito, fino all'eliminazione dei capilista bloccati candidabili quasi ovunque, ecc), ma il prossimo anno? Se al referendum vincerà il NO Matteo Renzi dovrà cominciare a sgomberare le stanze di Palazzo Chigi e di via del Nazareno, e cercarsi un altro mestiere (non preoccupatevi, glielo troveranno...). Se vincerà il SI avrà bisogno di mediare soltanto con la destra berlusconiana, perché – a bocce ferme – il meccanismo dell'Italicum premierebbe i Cinque Stelle e non la piccola falange renziana.
Nel primo caso la minoranza dem avrebbe via libera per tentare di riprendersi un partito che si era lasciato sfilare da un contafrottole “scoperto” da Verdini e la massoneria toscana; ma dovrebbe gestire macerie, non una riscossa. Nel secondo caso, non le resterebbe che la via dell'abbandono della politica o della scissione, con la poco allettante prospettiva di una fusione in tempi brevi con Sel. Roba da 5-8%, nel migliore dei casi, e addio a qualsiasi sogno di gloria.
Se anche la politica italiana fosse indipendente dalle decisioni della Troika, insomma, lo spazio politico per i vecchi tromboni che hanno guidato la liquefazione dal Pci fino a Renzi sarebbe ristretto a un piccolo mondo di nostalgici che non hanno compreso quanto avvenuto, e sottoposti alla dura selezione della fisiologia umana.
Non dispongono infatti di uno straccio di programma politico differente e distinguente, tantomeno coinvolgente e appassionante. Nelle sue comparsate televisive più recenti, per esempio, il povero Luigi Bersani rivendicava ancora le privatizzazioni fatte da lui e Prodi, rimproverando al piazzista fiorentino di averne fatte poche (forse perché c'è rimasto ben poco da privatizzare, dopo i “clamorosi successi” di Telecom, Alitalia, Ilva, le banche di interesse nazionale, ecc). E quel che resta della borghesia italiana, tra delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha già avuto tutto quel che poteva chiedere a dei governi servili.
Resterebbero le "larghe masse" di lavoratori precarizzati e giovani senza lavoro. Ma da quelle parti, quando si sente nominare il Pd, parte solo una raffica di insulti...
Fonte
21/07/2016
C’è qualcosa di peggio di Renzi? Si: la sinistra Pd
Dopo la strage di Nizza e quello che sta
succedendo in Turchia, ci si sente male a commentare quel che fa la
folla di omuncoli che occupano il nostro palcoscenico politico: Verdini,
Alfano, Renzi, Salvini, Speranza, Bersani... C’è una sproporzione
inaudita fra le tragedie planetarie che si stanno consumando e che ne
preannunciano di altre e più gravi e l’infinita piccolezza dei nostri
cialtroncelli di regime.
Ma, tant’è, tocca occuparcene perché se assai piccola è la statura dei nostri uomini di governo, grandi e pesanti sono i danni che rischiano di produrre e che, in parte, stanno già producendo. E dunque, mestamente, veniamo ai problemi di casa.
In primo luogo devo chiedere scusa per il pezzo di giovedì scorso che non teneva conto delle dichiarazioni di Renzi contro l’ipotesi di
spacchettamento e che accennava alla data del 6 novembre come data per
il referendum. Il pezzo, come spesso mi accade in questo periodo in cui
sto ultimando un libro che uscirà in settembre, è stato scritto il
venerdì precedente e, quindi, con notevole anticipo sul giorno delle
dichiarazioni in questione. Chiedo scusa, ma so che mi capirete se dico
che è difficile cantare e portare la croce.
Dunque referendum il 6 novembre o giù di lì,
e , a quanto pare, referendum singolo: Renzi è il più intelligente dei
renziani e capisce che l’ipotesi spacchettamento è una fesseria che non
sta in pieni né sul piano pratico né su quello logico e tantomeno su
quello costituzionale. D’altra parte è stata una idea dei radicali (che
quando si tratta di far danno alla democrazia sono sempre in prima fila)
e di Bersani che ha perso un’altra magnifica occasione per tacere.
Che poi il referendum si faccia davvero
il 6 novembre non sarei così sicuro, soprattutto per il rischio che si
sovrapponga la crisi delle banche e magari l’ipotesi spacchettamento
torna utile non per essere attuata, ma per fare manfrina fra Cassazione e
Corte Costituzionale e guadagnare due o tre mesi di tempo, poi chi
vivrà vedrà.
In questo quadro fosco di drammi internazionali e di scenari interni assai preoccupanti, la sinistra Pd trova il modo di farci ridere, nostro malgrado, con una proposta elettorale semplicemente indecente. La riforma, presentata da quel raro talento di Speranza,
prevede l’elezione dei deputati in 475 collegi uninominali a turno
unico e 12 eletti all’estero con sistema proporzionale. Gli altri 143
seggi vengono così assegnati: 90 alla prima lista o coalizione, fino a
un totale massimo di 350 deputati; 30 alla seconda lista o coalizione;
23 divisi tra chi supera il 2% e ha meno di 20 eletti.
Cioè: eliminiamo il doppio turno perché
se no vince Grillo, facciamo i collegi uninominali perché abbiamo più
possibilità di battere Grillo, e ci accaparriamo così la maggioranza dei
seggi. Poi, come se non bastasse, ci aggiungiamo altri 90 seggi, ma
solo sino ad un massimo di 350, badate bene: ben 4 in meno del premio
previsto dall’Italicum, 30 li diamo alla seconda lista (sperando che sia
la destra e non il M5s) e 23 li distribuiamo come mancia fra quelli
che, avendo superato la clausola di sbarramento del 2%, abbiano avuto
meno di 20 seggi così una lista che magari ha avuto il 18% ma solo 15
seggi uninominali, può anche arrivare ad averne 23-24 (una mancia non si
nega a nessuno). E se non ci sono liste con più del 2% e meno di 20
seggi? In quel caso i 23 seggi li ridistribuiamo fra le due prime liste,
ma se poi la prima lista ha già 350 seggi, li diamo alla seconda, tanto
non cambia molto.
Cioè un metodo maggioritario con correzione maggioritaria e clausola di sbarramento.
L’Italicum è molto meno disrappresentativo: in fondo, quello che avanza
da quel che va al vincitore, lo distribuisce proporzionalmente fra
tutti quelli che superano la soglia di sbarramento.
Naturalmente, questo superbo metodo
elettorale che non ha eguali nel mondo (da nessuna parte si somma il
maggioritario uninominale, il premio di maggioranza e la clausola di
sbarramento, ma con la mancia finale) avrebbe il dono di far superare
tutti i dubbi sulla riforma costituzionale e la “sinistra Pd” potrebbe
lietamente aiutare Renzi a vincere!
E ci vogliono imbrogliare? A Lecce dicono: “Io e te, ad un altro, si. Tu a me no”.
Poi la ciliegina sulla torta: Speranza dice che l’uninominale aiuterebbe a colmare il divario fra eletti ed elettori perché si restituirebbe agli elettori la possibilità di scegliere il rappresentante: come dire che, al ristorante ti presento una lista con un solo piatto e ti dico: “scegli!”. Ma Speranza è cretino o pensa che siano cretini tutti gli altri? Secondo me fa il doppio gioco...
Neanche a dirlo il sistema è anche tecnicamente fatto in modo sbagliato,
per cui può produrre risultati assolutamente controintuitivi. Ad
esempio, assegnare la maggioranza al secondo e non al primo: se una
lista, prevalendo di un solo voto per collegio, si accaparra 316 seggi
ha già la maggioranza e, anche se il suo concorrente ottiene più voti
nazionali, con tutto il premio dei 90 seggi, perde. Oppure può benissimo
darsi che per la distribuzione del voto, nessuno abbia la maggio ranza
assoluta perché la lista A ottiene 200 seggi uninominali, più i 90 del
premio (= 290) la lista B altri 200 (+ 30 = 230) e gli altri 75 seggi
uninominali vadano alla lista C ed ai minori che si prendono anche i 23
seggi di mancia.
Risultato: nessuno ha la maggioranza per
governare e, per di più abbiamo realizzato il sistema più
disrappresentativo del mondo. Un capolavoro di ineguagliata grandezza!
Questi della sinistra Pd (che non si
capisce a nome di chi parlino e chi rappresentino) sono degli stalinisti
andati a male per overdose di opportunismo e se sono “sinistri” lo sono
nel senso di “loschi”.
Il giorni in cui Renzi li sterminerà
sino all’ultimo con ferocia turca, io applaudirò freneticamente. Anche
alla disonestà intellettuale occorre mettere un limite, soprattutto
quando viene da persone intellettualmente ipodotate.
04/05/2016
Spacchettare i referendum: una proposta stupida!
Nello schieramento ostile alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, si sta facendo strada la proposta di “spacchettare” il referendum
in cinque o sei quesiti “omogenei”, dato che la riforma tocca vari
punti della Costituzione. Si tratta di una proposta stupida,
incostituzionale, e di un errore politico grossolano.
Dell’incostituzionalità diremo a parte, in altro articolo, qui ci
occupiamo degli aspetti politici.
In primo luogo, occorre
capire che qui non si tratta di fare un esame di diritto
costituzionale, ma di un referendum, dove la gente (non tutti sono fini
giuristi) si orienta per grandi linee, sulla base del cuore politico
della questione e non di sottili argomentazioni tecniche. Pertanto,
spacchettare i referendum fa perdere di vista il “focus” politico del
problema, disperdendo la discussione su cento aspetti singoli: la gente
ci manderebbe a far benedire prima di iniziare a discutere. E farebbe
bene.
Il centro del problema è il progetto di democrazia autoritaria che Renzi ha in mente
e di cui questa “riforma” non è il punto di arrivo ma solo il primo
passo. Ve l’immaginate una campagna a base di “qui si vota Si”, “qui si
vota No”, “qui fate voi”? Quando lo hanno fatto i radicali con i loro
referendum a mazzi, il risultato è stato una catastrofe: possibile che
non abbiamo ancora imparato? E se poi è tutto No, perché non dirlo una
sola volta per tutto? Intendiamoci: nella riforma ci sono aspetti
condivisibili (l’abolizione del Cnel, il rafforzamento del potere di
proposta legislativa popolare, il referendum propositivo ecc.) così come
non mancano non pochi difetti tecnici che mal raccordano singole
disposizioni costituzionali, ma questi sono aspetti del tutto secondari
che, in ogni caso, sarebbe possibile riprendere in un secondo momento.
Qui il fulcro della questione è il rafforzamento abnorme dei poteri
dell’esecutivo e, di conseguenza, del partito di maggioranza per
l’effetto combinato di Italicum e riforma costituzionale. La legge
elettorale garantisce al vincitore (al primo turno se abbia superato il
40% dei voti, altrimenti al secondo turno) 340 seggi, anche se, magari,
al primo turno ha preso solo il 24% dei voti.
Vediamo che significa sugli equilibri
istituzionali: nell’ordinamento uscente il collegio elettorale per
eleggere il Presidente della Repubblica oscillava intorno ai 1.000 (630
Camera 320 Senato più i senatori a vita e 58 delegati regionali) e la
maggioranza necessaria era di circa 505 voti, per cui, se il partito di
maggioranza aveva 340 seggi alla Camera, doveva trovare 165 voti fra i
circa 370 rimanenti gradi elettori, quindi circa il 45%).
Nell’ordinamento attuale, per eleggere il Presidente della Repubblica la
soglia necessaria dal quarto scrutinio è 394 voti, per cui, al partito
di maggioranza basta raccogliere 54 voti fra i 100 senatori ed i 58
delegati regionali (cioè meno del 33% del totale), per avere
automaticamente i voti necessari ad eleggersi da solo il Capo dello
Stato. Dunque, anche nell’improbabilissimo caso che il partito di
maggioranza non riesca a raggranellare i 54 voti necessari (magari per
la presenza di franchi tiratori), basterebbe l’alleanza con qualche
piccolissima formazione a superare la soglia. Dunque, il Presidente
diverrebbe espressione diretta e non mediata del partito di maggioranza.
E questo significherebbe anche aggiudicarsi i 5 giudici costituzionali
di nomina presidenziale che, sommati ai 2 su 3 espressi dalla Camera ed
almeno 1 dei 2 spettanti al Senato, fa uno schieramento precostituito
di 8 su 15 della Corte, cioè la maggioranza assoluta. Le stesse
dinamiche si ripeterebbero poi per il Csm.
Punto ancor più delicato è quello della revisione costituzionale.
In nessun paese retto con sistema elettorale maggioritario la revisione
costituzionale è affidata al Parlamento ordinario o solo ad esso: in
alcune costituzioni c’è il sindacato determinante del Capo dello Stato,
in altre c’è il referendum popolare preventivo per aprire la fase di
revisione e magari l’elezione di una Assemblea Costituente, in altre è
il Senato eletto su base federale ad avere un potere di veto eccetera.
Noi, dopo il referendum-colpo di stato del 1993, siamo l’unico paese in
cui un Parlamento eletto con il maggioritario ha mano libera sulla
Costituzione, salvo l’eventuale referendum di ratifica. Ed, infatti, di
lì è iniziata la fase di decostituzionalizzazione del nostro
ordinamento. Tuttavia, un limite relativo alla deriva costituzionale è
stato rappresentato dal bicameralismo che rendeva la procedura più
macchinosa. Ma questo era garantito da un Senato che aveva lo stesso
peso politico della Camera, essendo di investitura popolare. Qui,
invece, abbiamo un Senato a composizione indiretta, quindi di per sé
meno rilevante politicamente, al di là delle sue attribuzioni formali.
Per di più esso è espresso da consigli regionali eletti con metodo
maggioritario. Dunque, c’è un primo filtro che abbatte le forze minori
premiando le maggiori, poi da queste emerge la rappresentanza
senatoriale, in proporzione alla consistenza dei propri gruppi, ma su un
numero di seggi molto piccolo da attribuire, il che fa salire molto in
alto l’asticella per avere un eletto.
Facciamo due conti: c’è
una forza politica che prende il 15% su base nazionale, ma, per effetto
del sistema elettorale maggioritario, ottiene circa il 9-10% dei seggi;
i senatori da eleggere sono 95% distribuiti fra 20 regioni, quindi solo
in pochi casi i senatori da eleggere saranno più di 5 e, pertanto, solo
in quelle poche regioni (realisticamente Piemonte, Lombardia, Veneto,
Emilia, Lazio, Campania e Sicilia) avrà qualche speranza di ottenere 1
rappresentante, quindi 4 o 5 al massimo, cioè circa il 5%, cioè un terzo
della sua forza elettorale.
Dunque una sorta di maggioritario al quadrato,
che rafforza i maggiori e rende meno probabili maggioranze risicate;
nel caso probabile che la maggioranza senatoriale sia omogenea a quella
della Camera (e che Renzi immagina e spera di colore Pd), la strada alla
revisione sarebbe spianata come l’autostrada del Sole. Nel caso di
maggioranze differenti fra i due rami, sarebbe sempre possibile premere
sul Senato, camera di serie B e non rappresentativa.
Questa che stiamo votando, ricordiamolo
bene, non è la riforma costituzionale, ma la spallata che aprirà la
porta alla vera riforma-riscrittura della Costituzione. Insomma
qui stiamo passando dal maggioritario al totalitario. L’unico modo di
affrontare questo referendum si riassume in tre parole: NO AL REGIME. Il
resto sono fesserie.
Ma da dove viene questa idea geniale dello spacchettamento? Lo chiarisce Bresani in una sua recentissima dichiarazione: “voterò si ma non un si cosmico che si contrapponga ad un no cosmico”.
Ed ha aggiunto che il referendum non deve essere un voto sul governo.
Cioè “ho votato in Parlamento la riforma costituzionale, pur dicendomi
contrario, ora la voto nel referendum, però voglio votare un paio di No
tanto per salvarmi la coscienza”. Insomma, quella cosa inutile che è la
“sinistra” Pd vuole continuare a tenere un piede dentro ed uno fuori
del Pd, nella speranza che, alla fine, Renzi gli regali un po’ di seggi
per i servizi resi. E, siccome in un referendum solo, dove devi dire Si o
No e basta, rischiano di essere buttati fuori dal partito se non si
allineano, ma non vogliono nemmeno un trionfo di Renzi, si illudono di
affogare tutto in un mazzo di referendum nella speranza di vincerne un
paio e dire che Renzi non ha vinto del tutto. Puerile! Un gioco ambiguo
ed inconcludente che ha l’unico effetto di indebolire la battaglia per
il no, ridotta ad una discussione da salotto.
La cosa peggiore è che a questo
squallido giochetto da vecchi politicanti rammolliti e giuristi di
palazzo sembra abbiano abboccato anche quelli del M5s che, peraltro, non
pare avvertano neppure il bisogno di consultare la rete. Come si sente
la mancanza di Roberto Casaleggio!
14/03/2016
Renzi, D’Alema e Bersani alla resa dei conti
A quanto pare siamo allo scontro decisivo fra Renzi, D’Alema e la minoranza Pd. Non ci eravamo sbagliati quando, alle prime avvisaglie, avevamo detto che stava per scattare la grande offensiva antirenziana nel Pd (ma con mandanti esterni) e che il regista ne sarebbe stato D’Alema.
Ed avevamo anche capito che la prima tappa sarebbe stata quella di portare alla sconfitta il Pd alle prossime amministrative. Sin qui, le cose stanno andando proprio in questo senso.
Ma adesso è scattata la controffensiva del fiorentino che gioca d’anticipo. Procediamo con ordine, esaminando per primo il piano “A” di D’Alema: far nascere una serie di liste civiche di sinistra per portare il Pd ad una clamorosa sconfitta nelle comunali, quindi, distrutta l’immagine vincente del segretario, aprire una crisi nel partito, magari con la costituzione di una corrente di centro distaccatasi dalla maggioranza (personaggi come Zanda, Chiamparino, De Luca, qualche ex giovane turco) che confluisca sulla richiesta di un congresso straordinario nel quale mettere in minoranza il segretario (un congresso durissimo ma, soprattutto, molto costoso per entrambi i contendenti).
Possibilmente scansando in qualche modo il referendum o, comunque portandoci un Pd apertamente diviso fra Si e No. Ma, sin qui, D’Alema non sta trovando molte sponde al suo piano: a Milano la sinistra non è capace di trovare un candidato e Pippo Civati perde la sua grande occasione, a Bologna la lista di convergenza fra Sel e personaggi del mondo civico sta già perdendo pezzi, a Roma Bray ha dato forfait e non è neppure sicura la lista Bassolino a Napoli. Insomma le solite storie di questa sinistra inconcludente che, non a caso, si è ridotta al lumicino.
Ma il guaio più serio è che la sinistra bersaniana non ci sta a seguire il suo ex leader. Al solito, la sinistra Pd pensa ad un piano arzigogolatissimo e destinato al fallimento: prima indebolire (ma non troppo il partito alle comunali), poi un colpetto al referendum no Triv, poi un altro colpetto al referendum, quindi una campagna interna al partito in vista del congresso nel 2017 dove “avere un buon risultato” (cioè restare in minoranza ma con un 5 in più) per trattare un po’ di seggi sicuri nelle politiche, oppure minacciare poco prima del voto la scissione (votata all’insuccesso, perché per “piazzare” un simbolo in modo competitivo, ci vuole almeno un anno). Insomma, anche qui solite cronache della sinistra che sa far bene solo una cosa: perdere.
Il guaio è che questa inconcludenza dei molluschi bivalvi bersaniani ha scoperto il fianco consentendo a Renzi (che non è uomo da perdere tempo) di scatenare la controffensiva. Isolare D’Alema, far pressioni sugli incerti per scongiurare le liste civiche di sinistra o indebolirle, poi mettere l’asta alla gola alla sua opposizione interna e scegliere: “O con me o con D’Alema”. Non che voglia espellere Bersani, Cuperlo e compagnia tremante, più semplicemente vuole accompagnarli alla porta. Il suo calcolo è limpido: giocare d’anticipo. Sa che le amministrative, per bene che vada, saranno in fascia grigia, mentre c’è il rischio di un quasi cappotto e perciò punta ad impedire alla minoranza di usare l’argomento per un regolamento di conti interno. Soprattutto vuole scansare la nascita di una nuova corrente di centro. Poi arrivare al Referendum, dal quale spera di più (ne riparleremo), vinto il quale, sciogliere le Camere e votare un anno prima. Il congresso sarebbe ridotto ad una parata pre elettorale, e la sinistra sarebbe totalmente epurata dalle liste. E si conferma che la migliore qualità di Renzi (come era per il suo maestro, Berlusconi) è il tempismo.
In politica azzeccare i tempi è assolutamente determinante, mentre la sinistra Pd (ed anche l’area Sel, Rifondazione, Lista Tsipras) è incapace di decisioni tempestive, non ha coraggio, esita, si contraddice, perde tempo.
D’Alema non è uno sciocco ed ha in testa anche un piano “B”: qualora le acque del Pd restassero lo stagno limaccioso di sempre e non si concludesse nulla, lui punta comunque ad un reticolo di liste civiche più robusto possibile per promuovere con esse la scissione da cui far nascere un nuovo partito di sinistra. Il problema di D’Alema è che ha una immagine logorata, non è credibilissimo nelle vesti di leader di un polo di sinistra, ha troppi nemici nell’area Sel-Rifondazione e troppo pochi amici del Pd lo seguirebbero.
Ma anche Renzi non è detto che vinca, perché anche lui ha i suoi punti deboli (anche qui ne riparleremo a breve). Quindi, partita aperta anche alla possibilità che perdano sia Renzi che D’Alema.
Gli unici sul cui risultato possiamo essere sicuri sin d’ora sono quelli della “sinistra” Pd che sicuramente perderanno comunque vada. Ed il maggior merito dell’era renziana sarà quello di aver cancellato dalla scena politica questi ingombranti residui del passato.
Fonte
Ed avevamo anche capito che la prima tappa sarebbe stata quella di portare alla sconfitta il Pd alle prossime amministrative. Sin qui, le cose stanno andando proprio in questo senso.
Ma adesso è scattata la controffensiva del fiorentino che gioca d’anticipo. Procediamo con ordine, esaminando per primo il piano “A” di D’Alema: far nascere una serie di liste civiche di sinistra per portare il Pd ad una clamorosa sconfitta nelle comunali, quindi, distrutta l’immagine vincente del segretario, aprire una crisi nel partito, magari con la costituzione di una corrente di centro distaccatasi dalla maggioranza (personaggi come Zanda, Chiamparino, De Luca, qualche ex giovane turco) che confluisca sulla richiesta di un congresso straordinario nel quale mettere in minoranza il segretario (un congresso durissimo ma, soprattutto, molto costoso per entrambi i contendenti).
Possibilmente scansando in qualche modo il referendum o, comunque portandoci un Pd apertamente diviso fra Si e No. Ma, sin qui, D’Alema non sta trovando molte sponde al suo piano: a Milano la sinistra non è capace di trovare un candidato e Pippo Civati perde la sua grande occasione, a Bologna la lista di convergenza fra Sel e personaggi del mondo civico sta già perdendo pezzi, a Roma Bray ha dato forfait e non è neppure sicura la lista Bassolino a Napoli. Insomma le solite storie di questa sinistra inconcludente che, non a caso, si è ridotta al lumicino.
Ma il guaio più serio è che la sinistra bersaniana non ci sta a seguire il suo ex leader. Al solito, la sinistra Pd pensa ad un piano arzigogolatissimo e destinato al fallimento: prima indebolire (ma non troppo il partito alle comunali), poi un colpetto al referendum no Triv, poi un altro colpetto al referendum, quindi una campagna interna al partito in vista del congresso nel 2017 dove “avere un buon risultato” (cioè restare in minoranza ma con un 5 in più) per trattare un po’ di seggi sicuri nelle politiche, oppure minacciare poco prima del voto la scissione (votata all’insuccesso, perché per “piazzare” un simbolo in modo competitivo, ci vuole almeno un anno). Insomma, anche qui solite cronache della sinistra che sa far bene solo una cosa: perdere.
Il guaio è che questa inconcludenza dei molluschi bivalvi bersaniani ha scoperto il fianco consentendo a Renzi (che non è uomo da perdere tempo) di scatenare la controffensiva. Isolare D’Alema, far pressioni sugli incerti per scongiurare le liste civiche di sinistra o indebolirle, poi mettere l’asta alla gola alla sua opposizione interna e scegliere: “O con me o con D’Alema”. Non che voglia espellere Bersani, Cuperlo e compagnia tremante, più semplicemente vuole accompagnarli alla porta. Il suo calcolo è limpido: giocare d’anticipo. Sa che le amministrative, per bene che vada, saranno in fascia grigia, mentre c’è il rischio di un quasi cappotto e perciò punta ad impedire alla minoranza di usare l’argomento per un regolamento di conti interno. Soprattutto vuole scansare la nascita di una nuova corrente di centro. Poi arrivare al Referendum, dal quale spera di più (ne riparleremo), vinto il quale, sciogliere le Camere e votare un anno prima. Il congresso sarebbe ridotto ad una parata pre elettorale, e la sinistra sarebbe totalmente epurata dalle liste. E si conferma che la migliore qualità di Renzi (come era per il suo maestro, Berlusconi) è il tempismo.
In politica azzeccare i tempi è assolutamente determinante, mentre la sinistra Pd (ed anche l’area Sel, Rifondazione, Lista Tsipras) è incapace di decisioni tempestive, non ha coraggio, esita, si contraddice, perde tempo.
D’Alema non è uno sciocco ed ha in testa anche un piano “B”: qualora le acque del Pd restassero lo stagno limaccioso di sempre e non si concludesse nulla, lui punta comunque ad un reticolo di liste civiche più robusto possibile per promuovere con esse la scissione da cui far nascere un nuovo partito di sinistra. Il problema di D’Alema è che ha una immagine logorata, non è credibilissimo nelle vesti di leader di un polo di sinistra, ha troppi nemici nell’area Sel-Rifondazione e troppo pochi amici del Pd lo seguirebbero.
Ma anche Renzi non è detto che vinca, perché anche lui ha i suoi punti deboli (anche qui ne riparleremo a breve). Quindi, partita aperta anche alla possibilità che perdano sia Renzi che D’Alema.
Gli unici sul cui risultato possiamo essere sicuri sin d’ora sono quelli della “sinistra” Pd che sicuramente perderanno comunque vada. Ed il maggior merito dell’era renziana sarà quello di aver cancellato dalla scena politica questi ingombranti residui del passato.
Fonte
30/09/2015
La resa della “sinistra Pd”: è la liquidazione definitiva
Con il voto sulla riforma costituzionale, la “sinistra” Pd si è definitivamente arresa a Renzi. Poco importa che il fiorentino abbia concesso qualcosa (peraltro irrilevante ai fini dei nuovi equilibri istituzionali), anche se avesse concesso la piena elettività di tutto il nuovo Senato, non cambierebbe nulla dal punto di vista politico perché quello che conta è che:
a) Renzi ha dimostrato di aver avuto la forza di fare la più radicale riforma costituzionale dal 1948 in poi e che si tratti di una riforma peggiorativa non ha peso.
b) Renzi ha piegato la minoranza del suo partito.
c) La minoranza ha perso l’ultima occasione per dimostrare di essere altro dal renzismo: se, dopo la riforma elettorale e il jobs act, ha votato anche la riforma della Costituzione, non ha senso che, d’ora in poi, minacci di votare contro qualsiasi altra cosa: in primo luogo perché non le crederebbe più nessuno, in secondo perché, a questo punto, nessun elettore capirebbe un improvviso irrigidimento su qualsiasi altra cosa, dopo che si è ceduto sulla Costituzione. Vedrete che voteranno anche la legge antisciopero.
d) La “unconditional surrender” di questi giorni azzera anche ogni potere di contrattazione di Verdini, Sel, Ndc eccetera perché ormai è chiaro che Renzi avrebbe comunque la maggioranza e quindi, ormai, siamo in pieno “regime”;
e) Questo lo hanno capito tutti nel gregge della minoranza Pd e, d’ora in poi, sarà una corsa a chi si vende prima al padrone del Pd il quale, per parte sua, alla prima occasione, massacrerà questo branco di incapaci per riempire le liste di suoi giannizzeri. E se farà fuori anche Bersani e Cuperlo, ci farà un segnalato piacere e gliene saremo grati.
Dunque, questa è la definitiva scomparsa della “sinistra” Pd e, con essa, anche di quel che resta del vecchio Pci. Ed in qualche modo è giusto che sia così: la disciplina da caserma in cui sono stati allevati i militanti del Pci, per cui “Il partito ha sempre ragione”, “meglio avere torto con il partito che ragione da soli”, “tutto è preferibile all’aborrita scissione” e via belando, ha come suo esito il fatto che quel che resta dei vecchi militanti del Pci devono adattarsi all’idea di finire i loro giorni in un partito fascistoide e paramassonico: “uniquisque suum”. E si preparino anche a fare i crumiri in caso di scioperi non autorizzati: non gli costerà molto, tanto sono abituati a tutto.
Fonte
a) Renzi ha dimostrato di aver avuto la forza di fare la più radicale riforma costituzionale dal 1948 in poi e che si tratti di una riforma peggiorativa non ha peso.
b) Renzi ha piegato la minoranza del suo partito.
c) La minoranza ha perso l’ultima occasione per dimostrare di essere altro dal renzismo: se, dopo la riforma elettorale e il jobs act, ha votato anche la riforma della Costituzione, non ha senso che, d’ora in poi, minacci di votare contro qualsiasi altra cosa: in primo luogo perché non le crederebbe più nessuno, in secondo perché, a questo punto, nessun elettore capirebbe un improvviso irrigidimento su qualsiasi altra cosa, dopo che si è ceduto sulla Costituzione. Vedrete che voteranno anche la legge antisciopero.
d) La “unconditional surrender” di questi giorni azzera anche ogni potere di contrattazione di Verdini, Sel, Ndc eccetera perché ormai è chiaro che Renzi avrebbe comunque la maggioranza e quindi, ormai, siamo in pieno “regime”;
e) Questo lo hanno capito tutti nel gregge della minoranza Pd e, d’ora in poi, sarà una corsa a chi si vende prima al padrone del Pd il quale, per parte sua, alla prima occasione, massacrerà questo branco di incapaci per riempire le liste di suoi giannizzeri. E se farà fuori anche Bersani e Cuperlo, ci farà un segnalato piacere e gliene saremo grati.
Dunque, questa è la definitiva scomparsa della “sinistra” Pd e, con essa, anche di quel che resta del vecchio Pci. Ed in qualche modo è giusto che sia così: la disciplina da caserma in cui sono stati allevati i militanti del Pci, per cui “Il partito ha sempre ragione”, “meglio avere torto con il partito che ragione da soli”, “tutto è preferibile all’aborrita scissione” e via belando, ha come suo esito il fatto che quel che resta dei vecchi militanti del Pci devono adattarsi all’idea di finire i loro giorni in un partito fascistoide e paramassonico: “uniquisque suum”. E si preparino anche a fare i crumiri in caso di scioperi non autorizzati: non gli costerà molto, tanto sono abituati a tutto.
Fonte
10/08/2015
Sinistra Pd e riforma del Senato: questa volta, i nostri eroi riusciranno ad essere seri sino in fondo? Si accettano scommesse
Questa volta siamo allo showdown finale: la sinistra Pd ha promesso di andare sino in fondo e votare un emendamento per rendere il novo Senato elettivo. Se l’emendamento dovesse passare il risultato sarebbe piuttosto limitato e, di fatto, si ridurrebbe ad una diversa composizione del collegio elettorale per il presidente della Repubblica, i membri della Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Non è molto e la riforma resta un’emerita schifezza, ma meglio poco che niente. Il punto, però non è questo, il punto sono le conseguenze politiche che ne verrebbero ed allora, ragioniamo su questo.
Sulla carta i favorevoli all’emendamento Gotor sarebbero 170-176 (in base alle diverse valutazioni) cioè 12-16 voti in più della maggioranza e, dunque, se la sinistra Pd tiene duro, l’emendamento passa.
Vediamo che succede: occorre ricominciare il percorso di revisione con doppia lettura alla Camera ed una lettura al Senato. Tutte le riforme di Renzi traballerebbero, perché in altri 7-8 mesi si arriva alle amministrative che non si sa come vanno. E poi non è detto che non rispuntino altri emendamenti, ad esempio, se la Camera ripristina il Senato elettivo ricominciamo da capo. E se la riforma del Senato si arena, quella elettorale vacilla a sua volta. Di fatto sarebbe la sconfitta di tutta la strategia istituzionale del tamarro.
In sé la cosa non dovrebbe coinvolgere il governo, sia perché non si tratta di un voto di sfiducia, sia perché la stabilità del governo non dovrebbe essere collegata alle questioni di ordine costituzionale, per le quali dovrebbe (dovrebbe, insisto, dovrebbe: condizionale presente) esserci sempre libertà di coscienza per i parlamentari. Ma questo era vero quando le riforme costituzionali le faceva il Parlamento ed il governo restava neutrale. Poi, con il Pd, abbiamo inaugurato la stagione delle riforme costituzionali di marca governativa. E mai come in questa occasione il governo ci ha messo la faccia. Logica vorrebbe (anche qui, condizionale: vorrebbe) che Renzi ne traesse le conseguenze e si dimettesse, ma siccome non è la faccia quello che manca, mettiamo caso che Renzi non si dimetta o faccia solo finta di farlo per poi ritirare le dimissioni.
Il primo effetto sarebbe un enorme danno di immagine: che fine farebbe il “cavaliere senza macchia né paura” che non media con nessuno e tira dritto alla meta? Una botta da tre punti in meno nei sondaggi sarebbe il minimo che gli può succedere. Il secondo punto sarebbe il suo indebolimento nel partito. Non tanto perché la sinistra Pd potrebbe sentirsi autorizzata ad alzare la posta (figuriamoci! Bersani e Cuperlo constatando di essere stati determinanti in qualcosa per una volta nella loro vita, resteranno in tranche per un mese. A proposito: tenetevi pronti a soccorrerli con un cognac al momento giusto: certe emozioni possono uccidere). Il guaio saranno i renziani: ciascuno si riterrà determinante ed aumenterà le richieste verso un segretario indebolito. Poi ci sarà l’ala del pasdaran che reclamerà le teste dei “traditori” e, come sempre, nascerà una cordata di “pontieri” che invece cercherà di ricucire con i ribelli ecc. Avete visto cosa è successo a Berlusconi appena ha iniziato a scricchiolare?
Dunque, potrebbe anche cercare di far finta di niente, ma probabilmente glielo impedirebbero i suoi stessi fans. Se lo fa, si prepara a due anni di agonia (se dovesse durare tanto). Peraltro non mi sembra che un comportamento così sia nel carattere del personaggio.
E allora passiamo all’altro scenario, Renzi si dimette e va dal Presidente e si aprono tre scenari conseguenti: Mattarella rinvia Renzi alle Camere per un voto di fiducia, Mattarella nomina un nuovo esecutivo (e dobbiamo vedere se con Renzi o con l’ennesimo tecnico) Mattarella indice nuove elezioni.
Prima soluzione: Renzi va alle Camere e la fiducia la riscuote anche perché i ribelli del Pd gliela voterebbero. Però qui siamo nello scenario che abbiamo appena descritto, quello di Renzi che fa finta di niente o quasi. E poi non è detto che i verdiniani, che ora gli voteranno la riforma del Senato, poi gli votino la fiducia... gratis.
Seconda soluzione, un nuovo governo Renzi, ma con che maggioranza diversa da quella attuale? Dovrebbe aprire a Berlusconi, scontando la scissione. Questo è possibile, ma difficile da gestire.
Terza soluzione: un governo tecnico. Ma con che voti? Ovviamente una maggioranza senza il Pd, magari con Sinistra Pd, M5s, Sel, Lega e Forza Italia è semplicemente impensabile. Dunque occorrerebbe convincere Renzi a fare un passo indietro per insediare il solito governo tecnico. Renzi si ritirerebbe nel partito per preparare la riscossa. Mossa possibile ma pericolosissima: lui perderebbe visibilità, non potrebbe tentare la carta degli sgravi fiscali e, soprattutto rischierebbe il Vietnam nel partito e la resurrezione del centro ad opera del solito tecnico che, come Dini o Monti, poi si fa il suo partito. Troppo rischioso. A meno di non travestire da tecnico Padoan o qualcuno del genere, ma resta il problema dei voti in senato.
Nuove elezioni: sarebbe la soluzione più logica e più pulita in assoluto perché questo è un parlamento impresentabile, e a Renzi potrebbe convenire perché si toglierebbe dai piedi quelle mosche tze tze della minoranza bersaniana. Però:
1. alle elezioni ci andrebbe sulla base di una sconfitta di immagine, destinata a pesare;
2. potrebbe accelerare la scissione e non è detto che gli vada bene con elezioni alla porta;
3. soprattutto, si voterebbe con un sistema sostanzialmente proporzionale, il che significa che, anche con un 35-38%, il Pd dovrebbe accontentarsi di 210-240 seggi contro i 304 attuali e si voterebbe con le preferenze. Due cose che non credo vadano nel senso dei desideri del fiorentino.
Inoltre, sin qui, Mattarella ha fatto capire che non ama l’idea di nuove elezioni. Per cui, a meno di non scongiurare prima il voto al Senato, gli scenari più probabili mi sembrano il secondo ed il terzo.
C’è poi un’altra questione: che si fa con i ribelli? I bersaniani, questo è chiaro, dal Pd non se ne vanno di loro spontanea volontà e per farli uscire, bisognerà chiamare la forza pubblica. Ma tenerli dentro è complicato: uno schiaffo del genere è difficile da mandar giù e poi si scatenerebbe la “curva talebani” a chiederne la testa. In caso il governo dovesse andar sotto, credo che Renzi deciderebbe per il taglio. E questo rafforzerebbe l’idea di un governo con Berlusconi.
Intanto la cosa più semplice è cercare di persuadere la minoranza Pd a fare retromarcia per l’ennesima volta ed il pressing è già iniziato da Repubblica al Foglio e ci si è messo anche Staino (che tristezza!). Per la minoranza sarebbe il suicidio definitivo e senza appello, ma l’esperienza dice che...
E allora, scommettiamo?
Fonte
Sulla carta i favorevoli all’emendamento Gotor sarebbero 170-176 (in base alle diverse valutazioni) cioè 12-16 voti in più della maggioranza e, dunque, se la sinistra Pd tiene duro, l’emendamento passa.
Vediamo che succede: occorre ricominciare il percorso di revisione con doppia lettura alla Camera ed una lettura al Senato. Tutte le riforme di Renzi traballerebbero, perché in altri 7-8 mesi si arriva alle amministrative che non si sa come vanno. E poi non è detto che non rispuntino altri emendamenti, ad esempio, se la Camera ripristina il Senato elettivo ricominciamo da capo. E se la riforma del Senato si arena, quella elettorale vacilla a sua volta. Di fatto sarebbe la sconfitta di tutta la strategia istituzionale del tamarro.
In sé la cosa non dovrebbe coinvolgere il governo, sia perché non si tratta di un voto di sfiducia, sia perché la stabilità del governo non dovrebbe essere collegata alle questioni di ordine costituzionale, per le quali dovrebbe (dovrebbe, insisto, dovrebbe: condizionale presente) esserci sempre libertà di coscienza per i parlamentari. Ma questo era vero quando le riforme costituzionali le faceva il Parlamento ed il governo restava neutrale. Poi, con il Pd, abbiamo inaugurato la stagione delle riforme costituzionali di marca governativa. E mai come in questa occasione il governo ci ha messo la faccia. Logica vorrebbe (anche qui, condizionale: vorrebbe) che Renzi ne traesse le conseguenze e si dimettesse, ma siccome non è la faccia quello che manca, mettiamo caso che Renzi non si dimetta o faccia solo finta di farlo per poi ritirare le dimissioni.
Il primo effetto sarebbe un enorme danno di immagine: che fine farebbe il “cavaliere senza macchia né paura” che non media con nessuno e tira dritto alla meta? Una botta da tre punti in meno nei sondaggi sarebbe il minimo che gli può succedere. Il secondo punto sarebbe il suo indebolimento nel partito. Non tanto perché la sinistra Pd potrebbe sentirsi autorizzata ad alzare la posta (figuriamoci! Bersani e Cuperlo constatando di essere stati determinanti in qualcosa per una volta nella loro vita, resteranno in tranche per un mese. A proposito: tenetevi pronti a soccorrerli con un cognac al momento giusto: certe emozioni possono uccidere). Il guaio saranno i renziani: ciascuno si riterrà determinante ed aumenterà le richieste verso un segretario indebolito. Poi ci sarà l’ala del pasdaran che reclamerà le teste dei “traditori” e, come sempre, nascerà una cordata di “pontieri” che invece cercherà di ricucire con i ribelli ecc. Avete visto cosa è successo a Berlusconi appena ha iniziato a scricchiolare?
Dunque, potrebbe anche cercare di far finta di niente, ma probabilmente glielo impedirebbero i suoi stessi fans. Se lo fa, si prepara a due anni di agonia (se dovesse durare tanto). Peraltro non mi sembra che un comportamento così sia nel carattere del personaggio.
E allora passiamo all’altro scenario, Renzi si dimette e va dal Presidente e si aprono tre scenari conseguenti: Mattarella rinvia Renzi alle Camere per un voto di fiducia, Mattarella nomina un nuovo esecutivo (e dobbiamo vedere se con Renzi o con l’ennesimo tecnico) Mattarella indice nuove elezioni.
Prima soluzione: Renzi va alle Camere e la fiducia la riscuote anche perché i ribelli del Pd gliela voterebbero. Però qui siamo nello scenario che abbiamo appena descritto, quello di Renzi che fa finta di niente o quasi. E poi non è detto che i verdiniani, che ora gli voteranno la riforma del Senato, poi gli votino la fiducia... gratis.
Seconda soluzione, un nuovo governo Renzi, ma con che maggioranza diversa da quella attuale? Dovrebbe aprire a Berlusconi, scontando la scissione. Questo è possibile, ma difficile da gestire.
Terza soluzione: un governo tecnico. Ma con che voti? Ovviamente una maggioranza senza il Pd, magari con Sinistra Pd, M5s, Sel, Lega e Forza Italia è semplicemente impensabile. Dunque occorrerebbe convincere Renzi a fare un passo indietro per insediare il solito governo tecnico. Renzi si ritirerebbe nel partito per preparare la riscossa. Mossa possibile ma pericolosissima: lui perderebbe visibilità, non potrebbe tentare la carta degli sgravi fiscali e, soprattutto rischierebbe il Vietnam nel partito e la resurrezione del centro ad opera del solito tecnico che, come Dini o Monti, poi si fa il suo partito. Troppo rischioso. A meno di non travestire da tecnico Padoan o qualcuno del genere, ma resta il problema dei voti in senato.
Nuove elezioni: sarebbe la soluzione più logica e più pulita in assoluto perché questo è un parlamento impresentabile, e a Renzi potrebbe convenire perché si toglierebbe dai piedi quelle mosche tze tze della minoranza bersaniana. Però:
1. alle elezioni ci andrebbe sulla base di una sconfitta di immagine, destinata a pesare;
2. potrebbe accelerare la scissione e non è detto che gli vada bene con elezioni alla porta;
3. soprattutto, si voterebbe con un sistema sostanzialmente proporzionale, il che significa che, anche con un 35-38%, il Pd dovrebbe accontentarsi di 210-240 seggi contro i 304 attuali e si voterebbe con le preferenze. Due cose che non credo vadano nel senso dei desideri del fiorentino.
Inoltre, sin qui, Mattarella ha fatto capire che non ama l’idea di nuove elezioni. Per cui, a meno di non scongiurare prima il voto al Senato, gli scenari più probabili mi sembrano il secondo ed il terzo.
C’è poi un’altra questione: che si fa con i ribelli? I bersaniani, questo è chiaro, dal Pd non se ne vanno di loro spontanea volontà e per farli uscire, bisognerà chiamare la forza pubblica. Ma tenerli dentro è complicato: uno schiaffo del genere è difficile da mandar giù e poi si scatenerebbe la “curva talebani” a chiederne la testa. In caso il governo dovesse andar sotto, credo che Renzi deciderebbe per il taglio. E questo rafforzerebbe l’idea di un governo con Berlusconi.
Intanto la cosa più semplice è cercare di persuadere la minoranza Pd a fare retromarcia per l’ennesima volta ed il pressing è già iniziato da Repubblica al Foglio e ci si è messo anche Staino (che tristezza!). Per la minoranza sarebbe il suicidio definitivo e senza appello, ma l’esperienza dice che...
E allora, scommettiamo?
Fonte
26/07/2015
Il "partito della nazione" prende forma. Tosco-massonica
La politica, in Italia, è ridotta a uno sceneggiato in mano a pessimi scrittori di battute. Gente che non regge la distanza superiore a uno sketch. Fa sorridere, qualche volta; incazzare, sempre; pensare, mai.
Due sottoscene si vanno sviluppando contemporaneamente, sulla destra e sulla presunta sinistra del Pd, per arrivare alla stessa conclusione: “il partito della nazione”.
A destra lo strappo sembra clamoroso solo a chi crede che ci siano “parti” differenti e non solo varianti dello stesso copione. Denis Verdini, grande cucitore di Forza Italia fin dalle origini, massone toscano con una lunga serie di inchieste sul groppone (su tutte spicca il rinvio a giudizio per la loggia massonica denominata P3, l'evoluzione post-giudiziaria della più nota P2, insieme a personaggi di spicco come l’ex sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, oggi in carcere per camorra e dintorni), ha “rotto” con Berlusconi e si appresta a confluire nel Pd o comunque a fare liste collegate o altri imbrogli a seconda della legge elettorale con cui si andrà alle urne. Probabilmente già l'anno prossimo. Nel frattempo gli garantirà al Senato quella maggioranza che si va logorando giorno dopo giorno.
Il rapporto tra i due è piuttosto antico, tanto che Verdini passa per essere stato il vero “scopritore” del talento recitativo di Matteo Renzi. Merito pare dei rapporti d'affari con il padre, titolare della società di distribuzione - fallita nel 2013 - del giornale che Verdini controllava (il Giornale della Toscana, inserto locale del più noto foglio milanese).
Che oggi il talent scout si riunisca con la sua scoperta non dovrebbe sembrare dunque una gran sorpresa. Del resto, nel rinvio a giudizio per la P3, a Verdini vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata a episodi di corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito; come corollario strumentale di un'associazione finalizzata a “condizionare gli organi dello Stato”. Più si è vicini a Palazzo Chigi, meglio si condiziona, no?
Sembra molto indicativo il fatto che il loquacissimo guitto di Pontassieve – ieri ha tonitruato contro i sindacati per lo sciopero in Alitalia e la chiusura di Pompei – non abbia trovato il modo di pronunciare verbo su un “apparentamento” che in altri tempi sarebbe suonata come una provocazione. Quindi è tutto vero, specie perché Verdini ha “svelato i suoi piani” dopo una cena con Luca Lotti, altro membro di rilevo del “giglio magico” nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
La cupola di Firenze, a questo punto della storia, chiude la fase del “marciare divisi, colpire uniti” e apre quella della falange che tutto vuol spianare.
Fin qui tutto normale. Un po' raccapricciante, ma quasi scontato.
I problemi ridicoli vengono come sempre dalla presunta “sinistra”. Gli ex diessini sono in via di espulsione progressiva dal Pd. Civati, Fassina & co. verranno prima o poi raggiunti anche da Bersani, D'Alema e compagnia cantando. In un “partito” ridotto a comitato elettorale di fedelissimi per loro non ci sarà mai più posto. Tantomeno in lista per il Parlamento. È anche facile: per qualcuno si agiterà l'immenso numero di legislature già alle spalle, per altri le critiche rivolte al caro leader, ecc.
Questa lenta cessione di ex nomi forti sta naturalmente eccitando gli animi dei “tessitori di contenitori”, ovvero di tutti quei residui “macinati fini” che possono sperare di restare nel giro delle poltrone istituzionali solo accorpandosi stretti stretti, senza badare più di tanto alle ragioni per cui ci si associa. Stavolta, per di più, ci potrebbe essere anche il supporto della maggioranza Cgil, che Renzi intende spazzare via quanto i dissidenti interni.
In linea teorica, un rassemblement che potrebbe aspirare all'8-10%, forse anche più, se si alzano i toni e c'è qualche scontro sociale importante.
Ma con quali prospettive? Per natura, storia e convinzioni personali, tutti costoro vogliono dar vita a una “sinistra di governo”, che non si accontenta di stare all'opposizione come (o con) i grillini. Quindi?
Quindi non resta che l'antica pratica del berciare criticamente contro Renzi in attesa della data elettorale, in vista della quale si farà un listone collegato al Pd per massimizzare le speranze e le poltrone.
La stessa strategia di Verdini sul lato opposto. Per arrivare allo stesso tavolo.
Ma come! In compagnia della P3 e dei cosentiniani? Lo spauracchio Berlusconi non c'è più. Forse quello di Salvini, al momento, non appare altrettanto sostanzioso. Ma vedrete, più si avvicineranno le elezioni, più comincerà il mantra “uniamoci per non far vincere i razzisti della Lega”. Che razzisti certamente sono, e ben intrisi di fascisti, ma non hanno nessuna possibilità di emergere oltre una certa – e minoritaria – soglia.
L'alternativa, per loro, è addirittura tragica: Renzi che li manda tutti a quel paese, rifiuta di prenderli a bordo (magari come parabordo) e li lascia soli a vedersela col quorum. Una condizione in cui soltanto un'idea politica forte e una presenza di massa articolata può consentire, a fatica, l'emersione al di sopra della "linea dei cespugli".
Già completamente dimenticata la regola apparsa prepotentemente con la vicenda greca: chiunque governi un paese farà soltanto quel che la Troika decide. E null'altro. A meno di non avere un credibile “piano B”, capace di portarti fuori da quella gabbia senza restare completamente dissanguati. Ce li vedete voi Civati e Vendola, oppure Fassina e D'Alema, preparare “piani strategici” per vincere la guerra con la Merkel e Draghi?
Quindi perché qualcuno dovrebbe votarli?
Fonte
Due sottoscene si vanno sviluppando contemporaneamente, sulla destra e sulla presunta sinistra del Pd, per arrivare alla stessa conclusione: “il partito della nazione”.
A destra lo strappo sembra clamoroso solo a chi crede che ci siano “parti” differenti e non solo varianti dello stesso copione. Denis Verdini, grande cucitore di Forza Italia fin dalle origini, massone toscano con una lunga serie di inchieste sul groppone (su tutte spicca il rinvio a giudizio per la loggia massonica denominata P3, l'evoluzione post-giudiziaria della più nota P2, insieme a personaggi di spicco come l’ex sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, oggi in carcere per camorra e dintorni), ha “rotto” con Berlusconi e si appresta a confluire nel Pd o comunque a fare liste collegate o altri imbrogli a seconda della legge elettorale con cui si andrà alle urne. Probabilmente già l'anno prossimo. Nel frattempo gli garantirà al Senato quella maggioranza che si va logorando giorno dopo giorno.
Il rapporto tra i due è piuttosto antico, tanto che Verdini passa per essere stato il vero “scopritore” del talento recitativo di Matteo Renzi. Merito pare dei rapporti d'affari con il padre, titolare della società di distribuzione - fallita nel 2013 - del giornale che Verdini controllava (il Giornale della Toscana, inserto locale del più noto foglio milanese).
Che oggi il talent scout si riunisca con la sua scoperta non dovrebbe sembrare dunque una gran sorpresa. Del resto, nel rinvio a giudizio per la P3, a Verdini vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata a episodi di corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito; come corollario strumentale di un'associazione finalizzata a “condizionare gli organi dello Stato”. Più si è vicini a Palazzo Chigi, meglio si condiziona, no?
Sembra molto indicativo il fatto che il loquacissimo guitto di Pontassieve – ieri ha tonitruato contro i sindacati per lo sciopero in Alitalia e la chiusura di Pompei – non abbia trovato il modo di pronunciare verbo su un “apparentamento” che in altri tempi sarebbe suonata come una provocazione. Quindi è tutto vero, specie perché Verdini ha “svelato i suoi piani” dopo una cena con Luca Lotti, altro membro di rilevo del “giglio magico” nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
La cupola di Firenze, a questo punto della storia, chiude la fase del “marciare divisi, colpire uniti” e apre quella della falange che tutto vuol spianare.
Fin qui tutto normale. Un po' raccapricciante, ma quasi scontato.
I problemi ridicoli vengono come sempre dalla presunta “sinistra”. Gli ex diessini sono in via di espulsione progressiva dal Pd. Civati, Fassina & co. verranno prima o poi raggiunti anche da Bersani, D'Alema e compagnia cantando. In un “partito” ridotto a comitato elettorale di fedelissimi per loro non ci sarà mai più posto. Tantomeno in lista per il Parlamento. È anche facile: per qualcuno si agiterà l'immenso numero di legislature già alle spalle, per altri le critiche rivolte al caro leader, ecc.
Questa lenta cessione di ex nomi forti sta naturalmente eccitando gli animi dei “tessitori di contenitori”, ovvero di tutti quei residui “macinati fini” che possono sperare di restare nel giro delle poltrone istituzionali solo accorpandosi stretti stretti, senza badare più di tanto alle ragioni per cui ci si associa. Stavolta, per di più, ci potrebbe essere anche il supporto della maggioranza Cgil, che Renzi intende spazzare via quanto i dissidenti interni.
In linea teorica, un rassemblement che potrebbe aspirare all'8-10%, forse anche più, se si alzano i toni e c'è qualche scontro sociale importante.
Ma con quali prospettive? Per natura, storia e convinzioni personali, tutti costoro vogliono dar vita a una “sinistra di governo”, che non si accontenta di stare all'opposizione come (o con) i grillini. Quindi?
Quindi non resta che l'antica pratica del berciare criticamente contro Renzi in attesa della data elettorale, in vista della quale si farà un listone collegato al Pd per massimizzare le speranze e le poltrone.
La stessa strategia di Verdini sul lato opposto. Per arrivare allo stesso tavolo.
Ma come! In compagnia della P3 e dei cosentiniani? Lo spauracchio Berlusconi non c'è più. Forse quello di Salvini, al momento, non appare altrettanto sostanzioso. Ma vedrete, più si avvicineranno le elezioni, più comincerà il mantra “uniamoci per non far vincere i razzisti della Lega”. Che razzisti certamente sono, e ben intrisi di fascisti, ma non hanno nessuna possibilità di emergere oltre una certa – e minoritaria – soglia.
L'alternativa, per loro, è addirittura tragica: Renzi che li manda tutti a quel paese, rifiuta di prenderli a bordo (magari come parabordo) e li lascia soli a vedersela col quorum. Una condizione in cui soltanto un'idea politica forte e una presenza di massa articolata può consentire, a fatica, l'emersione al di sopra della "linea dei cespugli".
Già completamente dimenticata la regola apparsa prepotentemente con la vicenda greca: chiunque governi un paese farà soltanto quel che la Troika decide. E null'altro. A meno di non avere un credibile “piano B”, capace di portarti fuori da quella gabbia senza restare completamente dissanguati. Ce li vedete voi Civati e Vendola, oppure Fassina e D'Alema, preparare “piani strategici” per vincere la guerra con la Merkel e Draghi?
Quindi perché qualcuno dovrebbe votarli?
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)