A 12 mesi dalla nascita del movimento Priscillia Ludosky, una delle
menti che aveva acceso la miccia in quel burrascoso novembre 2018, fa il
punto della situazione: “Malgrado la repressione e lo Stato di polizia,
le proteste sono ancora vive perché il movimento è trasversale e
attraversa le fratture della nostra società”. Rifiutato ogni cappello
politico – da Melenchon a Le Pen – per il futuro pensano a possibili
liste civiche e ad una convergenza coi gilet verdi contro l’emergenza
climatica: “Solo federando tutte le lotte si riesce ad ottenere
qualcosa”.
intervista a Priscillia Ludovsky di Marco Cesario
“Per
la prima volta nella storia contemporanea di Francia il popolo, quello
che non riesce ad arrivare a fine mese (e sono milioni di persone) si è
potuto esprimere attraverso una piattaforma di rivendicazioni senza
avere alle spalle né un partito, né un’organizzazione ma creando un
movimento trasversale dal punto di vista politico perché attraversa le
fratture della nostra società che sono esse stesse trasversali”. Un anno
dopo la nascita del movimento dei Gilets gialli, Priscillia Ludosky,
una delle menti che aveva acceso la miccia in quel burrascoso novembre
2018 con una petizione che avrebbe raggiunto il milione di firme in soli
dodici giorni, racconta a MicroMega perché il movimento è tutt’altro
che morto. Arresti, processi, repressione e lavoro d’intelligence: ecco
come il governo francese in questi mesi ha cercato di soffocare quello
che è stato definito come il più vasto e longevo movimento sociale della
storia di Francia. Non riuscendoci completamente, perché dopo un anno i
Gilets gialli sono ancora lì. Di lei è stato detto che è un agente
russo, una spia pagata da potenze straniere per favorire l’ascesa
dell’estrema destra in Francia. In realtà Priscillia Ludosky incarna la
figura di una donna invisa al potere per aver dato il via ad una
contestazione epocale e che oggi ha fatto sua anche la lotta per la
salvaguardia del clima.
Gilets gialli, un anno dopo. Questo movimento può fare ancora paura al governo francese?
Il
governo ha messo e continua a mettere molte energie nella repressione
poliziesca e giudiziaria. Vuol dire che il movimento dei Gilets gialli
fa ancora paura e disturba il governo che anche attraverso i servizi
segue tutti i progetti dei Gilets gialli ed è sul campo ogni qual volta
si scende in piazza, per carpire informazioni sui nuovi obiettivi, le
assemblee, le azioni. Vuol dire che ha ancora paura, compreso per
questo anniversario dei Gilets gialli, il 17 Novembre. Dopo un anno
siamo ancora qui e nessuno se l’aspettava. Per questo anniversario
abbiamo inviato al presidente della Repubblica Macron una sorta di
memorandum che sintetizza le principali rivendicazioni raccolte sulla
piattaforma dei Gilets gialli. È importante che ci fosse una data
simbolo per rimettere questo documento nelle mani del presidente della
repubblica.
Qual è stata la risposta del presidente della Repubblica?
Nessuna. Il nostro memorandum è rimasto lettera morta. Una risposta che ovviamente ci aspettavamo.
Questo significa che con i Gilets non si può ancora discutere ed è dunque legittima la repressione?
La
violenza poliziesca che si è abbattuta sui Gilets gialli - che ha
generato oltre 4.400 feriti, oltre 10.000 arresti e 2.000 condanne - è
stata utilizzata come strumento per soffocare il movimento, per
reprimere il dissenso e la libertà di pensiero. Non dimentichiamo che
quello dei Gilets gialli è stato un movimento popolare, partito dal
basso. Per la prima volta nella storia contemporanea di Francia, il
popolo si è potuto esprimere attraverso una piattaforma di
rivendicazioni senza avere alle spalle né un partito, né
un’associazione, né una qualsivoglia organizzazione ma attraverso
l’autorganizzazione. La forte repressione dopo le prime settimane è
servita a dissuadere le persone dallo scendere in piazza, a spaventare
il popolo che si è assottigliato negli ultimi mesi nelle strade ma che
ha continuato a seguire le azioni attraverso i social o i media
cittadini. L’uso della forza poi, e ci sono molti rapporti a
dimostrarlo, è stato largamente sproporzionato ma noi in banlieue già lo
conoscevamo. In effetti contro i gilets gialli si è abbattuta la stessa
violenza e ferocia che i ragazzi delle periferie subiscono da anni da
parte delle forze di polizia: arresti violenti, uso di lacrimogeni,
granate stordenti, proiettili di gomma che hanno causato migliaia di
feriti. C’è gente che ha perso un occhio, chi la mano, chi ha subito
danni uditivi o trauma cranici. Tutto questo per reprimere il diritto
sacrosanto a protestare. È così che la Francia ha cessato di essere uno
stato di diritto.
Ancora oggi è legittimo forse porsi la domanda: chi e cosa rappresentano i Gilets gialli?
Rappresentano
tutti quei segmenti della società francese messi in ginocchio dalle
scelte politico-economiche di questo governo. Un movimento popolare che
include vecchi, giovani, studenti, operai o infermieri che nel tempo ha
assorbito via via altre categorie di lavoratori e che non ha alle spalle
nessun partito ma che resta trasversale dal punto di vista politico
perché attraversa le fratture della nostra società che sono trasversali.
Molti hanno cercato di mettere un’etichetta al movimento perché nelle
manifestazioni identificavano ora un partito ora un altro, perché
effettivamente vessilli e bandiere di ogni tipo sventolavano nei cortei.
Ed è forse proprio questo che ha infastidito il governo: si tratta di
un movimento popolare che non ha intenzione di affermarsi come facente
parte di una specifica sfera politica ma che sfida la concezione
classica dei partiti per i quali si è persa ogni fiducia. I partiti oggi
usano il potere conferito loro dagli elettori per farsi la guerra, per
ottenere nuovi privilegi e non per aiutare le classi sociali più colpite
da politiche economiche ultra-liberali.
Molti partiti,
anche a sinistra come La France Insoumise, hanno cercato di appropriarsi
o quantomeno veicolare le istanze espresse dai Gilets gialli...
Senza
successo per altro! Personalmente sono stata contattata anche da
partiti di estrema destra che erano interessati a dare un cappello a
questo movimento per un proprio tornaconto personale. In realtà molti ci
hanno provato ma nessuno ci è riuscito. È faticoso poi giustificare
ogni volta il fatto che il movimento è popolare e trasversale. Durante
le manifestazioni si sono visti tanti esponenti di correnti politiche
distribuire volantini e rivendicazioni dei propri partiti. È stata una
guerra di comunicazione.
Questo significa che il movimento dei Gilets gialli non avrà mai un futuro politico?
Non
c’è interesse a creare alcun partito. Mentre per quanto riguarda le
liste civiche è invece importante servirsi di tutto il lavoro fatto in
questi mesi dai Gilets gialli. Ci saranno sempre degli autoproclamati
esponenti dei GJ che entreranno in questo o quel partito ma sarà sempre
una scelta personale, mai di tutto il movimento, la cui forza è proprio
questa, di adattarsi alle lotte specifiche e locali senza proiettare
dogmi politici di sorta alle diverse lotte territoriali.
In
concomitanza dei Fridays for Future c’è stata anche una convergenza di
lotte tra gilets gialli e “gilets verdi”. Può essere anche questa una
chiave per leggere il futuro di questo movimento?
La
questione è questa. All’inizio il governo ci diceva: “voi non sapete
nemmeno cosa volete”. Il fatto che ci siano stati tutti questi scioperi,
oltre 200 nel servizio pubblico, non ha fatto altre che dare credito
alle nostre istanze e alla nostra lotta. Tutto questo concerne il mondo
del lavoro, concerne il salario e dunque il potere d’acquisto. La verità
è che ci sono milioni di francesi che non ce la fanno ad arrivare a
fine mese. Ecco perché tanti scioperi per opporsi ai licenziamenti
collettivi e per difendere un servizio pubblico agonizzante. Allo stesso
modo in cui si denunciano le diseguaglianze fiscali ed i licenziamenti
si denunciano ugualmente i catastrofici mutamenti climatici provocati
dall’attività umana e da politiche che non rispettano l’ambiente e le
risorse naturali. Quando ne parlavamo all’inizio il governo ci rideva
dietro, oggi ciò dimostra ancora una volta non solo che avevamo ragione
ma che forse il futuro di tutte le lotte è nella convergenza delle lotte
stesse. Solo federando tutte le lotte si riesce ad ottenere qualcosa.
Ma la strada è ancora molto lunga.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2017
La paura della politica. Da Pisapia in là
Se una notte d’inverno un viaggiatore avesse coltivato una qualche illusione sull’iniziativa promossa dall’ex- sindaco di Milano e denominata “Campo Progressista” e su quella, parallela, avviata dall’area appena uscita dal PD può tranquillamente dismettere le sue aspirazioni: tutto l’insieme della baracca (al di là delle difficoltà nel definirne i contorni) appare inevitabilmente rinchiusa nel recinto del tatticismo governista e dell’inspiegabile nostalgia dell’Ulivo.
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
Fonte
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
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