Devo dire che si può parlare di Mdp solo a prezzo di un enorme
imbarazzo: è un gruppo di distinti signori, tutti parlamentari, che non
ne hanno azzeccata una in tutta la vita e che non imparano mai.
Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una
fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi
hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non
vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per
poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti
scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno
votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma
istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro
base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione
con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per
arruolarsi fra i renziani.
L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No
nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che
capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci
negli stinchi.
Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per
elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la
loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto
che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per
sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile
segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto
il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte
Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi
auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).
C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso
del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da
quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo
dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza
il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto
(che democrazia!).
Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti
ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che
sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una
volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal
tetto, ma dalle fondamenta.
Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia.
Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che,
nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è
stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio
di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da
pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere
l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata
di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere
rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al
Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del
senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe
venire la sinusite).
E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima,
per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva
l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che
lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del
governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi
elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del
parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun
emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della
contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre,
sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari
avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.
Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero
riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava
il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe
avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a
Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo
vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è
incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece,
l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e,
diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal
partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?
Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione,
la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili
sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la
segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd.
Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è
possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della
seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi
allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Giuliano Pisapia. Mostra tutti i post
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30/10/2017
14/09/2017
A sinistra del Pd incoronano Pisapia. Sempre più inutili...
Dunque il leader acclamato dal partito dei fuoriusciti dal PD sarà Giuliano Pisapia, che al referendum costituzionale stava con Renzi e che come massima ambizione ha quella di ricostituire il centrosinistra.
Nelle aziende questa si chiama esternalizzazione di un reparto, in politica trasformismo. La lista unica della sinistra, a cui aspirano il Manifesto, Montanari e Falcone, Sinistra Italiana e tutti i rassegnati dell’ex antagonismo, mostra così precocemente la sua assoluta inutilità.
Se dovesse avere successo, ma difficilmente l’avrà, si batterà duramente perché Gentiloni ed il PD scarichino Renzi e la sua sempre più fastidiosa corte e tornino al mondo di Prodi. Sai che entusiasmo...
Anche questo è un segno che la sinistra politica in Italia, come in gran parte dell’Europa, è finita in un vicolo cieco della storia nel quale è destinata a concludere stancamente e tristemente il suo percorso.
Una sinistra vera, di lotta, anticapitalista e antagonista al potere, di cui c’è infinito bisogno, rinascerà prima o poi, ma sicuramente altrove. Intanto allontaniamoci il più possibile dalla sinistra inutile.
Fonte
Nelle aziende questa si chiama esternalizzazione di un reparto, in politica trasformismo. La lista unica della sinistra, a cui aspirano il Manifesto, Montanari e Falcone, Sinistra Italiana e tutti i rassegnati dell’ex antagonismo, mostra così precocemente la sua assoluta inutilità.
Se dovesse avere successo, ma difficilmente l’avrà, si batterà duramente perché Gentiloni ed il PD scarichino Renzi e la sua sempre più fastidiosa corte e tornino al mondo di Prodi. Sai che entusiasmo...
Anche questo è un segno che la sinistra politica in Italia, come in gran parte dell’Europa, è finita in un vicolo cieco della storia nel quale è destinata a concludere stancamente e tristemente il suo percorso.
Una sinistra vera, di lotta, anticapitalista e antagonista al potere, di cui c’è infinito bisogno, rinascerà prima o poi, ma sicuramente altrove. Intanto allontaniamoci il più possibile dalla sinistra inutile.
Fonte
24/07/2017
La paura della politica. Da Pisapia in là
Se una notte d’inverno un viaggiatore avesse coltivato una qualche illusione sull’iniziativa promossa dall’ex- sindaco di Milano e denominata “Campo Progressista” e su quella, parallela, avviata dall’area appena uscita dal PD può tranquillamente dismettere le sue aspirazioni: tutto l’insieme della baracca (al di là delle difficoltà nel definirne i contorni) appare inevitabilmente rinchiusa nel recinto del tatticismo governista e dell’inspiegabile nostalgia dell’Ulivo.
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
Fonte
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
Fonte
04/07/2017
“Insieme” per fare cosa? Intervista a Stefano Fassina
Comunque la si pensi – e noi la pensiamo decisamente male – la mini-kermesse di Piazza Santi Apostoli, dove l’ectoplasma di Pisapia ha presentato il suo “Insieme”, è un fatto politico. Di che tipo, non è difficile da capire. Contenuti pressoché zero (solo uscite individuali su questo e quello), tanto politicismo astratto (chiedere a Renzi “primarie di coalizione” mentre si va a votare con una legge elettorale che prevede liste singole, ma non coalizioni, dà l’idea della confusione mentale nella testa del “leader”), non detti più numerosi delle affermazioni (alternativi a Renzi ma pronti a convergere “per non far vincere le destre”, mentre lo stesso Renzi vuole fermissimamente fare il governo col Berlusca...).
Un bel groviglio di insensatezze che è bene chiarire parlando con chi, magari un po’ lateralmente e con idee spesso contrastanti (per esempio sull’euro e l’Unione Europea), in quel percorso ci ha messo un piede, andando in quella piazza.
L’intervista con Stefano Fassina è stata realizzata da Radio Città Aperta.
Il nostro spazio di approfondimento di oggi vede ospite Stefano Fassina, di Sinistra Italiana, che parlerà con noi della nascita di “Insieme”, questa formazione che è stata tenuta a battesimo sabato pomeriggio a Roma. Buongiorno Fassina.
Buongiorno a voi.
Sabato pomeriggio è stata tenuta a battesimo “Insieme”, che Giuliano Pisapia ha definito la “Nuova casa del centrosinistra” e che raccoglie una serie di sigle di quell’area. In innumerevoli altre occasioni abbiamo visto aggregazioni di sigle politiche che però non sono riuscite ad aggregare i rispettivi elettorati, producendo nelle urne risultati molto deludenti rispetto alle aspettative. Perché questa crede che possa essere, se lo crede, un’esperienza diversa?
C’è un processo in corso che ha avuto sabato a Santi Apostoli una tappa. Ne ha avuta un’altra prima, il 18 giugno, al Brancaccio. Quindi gli affluenti che possono concorrere al grande fiume di una proposta politica in grado di tornare a rappresentare il lavoro, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale, la democrazia costituzionale, sono diversi e raccolgono non solo porzioni di forze politiche, ma anche energie della cittadinanza attiva; in particolare quelle che si sono misurate con la vittoria del No il 4 dicembre scorso. Questo è un elemento, per venire alla tua domanda, che motiva le ragioni per cui stavolta è diverso rispetto ad altre volte. E poi c’è un’altra ragione fondamentale. Noi in questi anni, almeno dalle elezioni dell’Emilia Romagna del novembre 2014, che sono state il primo momento elettorale dopo l’approvazione del jobs act, abbiamo registrato un crescente allontanamento, distacco, rottura, ostilità di una parte di quel popolo di sinistra rispetto al Partito Democratico. C’è un vuoto, un deficit di rappresentanza, che spiega poi anche la crescente disaffezione/astensione dal voto. Quindi ci sono ragioni di fondo, non i capricci di qualche fuoriuscito dal Pd – come continuano a ripetere alcuni strumentalmente. Ci sono ragioni di fondo a motivare la necessità di una proposta politica che torni a rappresentare il lavoro.
Una proposta politica che dovrebbe però rappresentare una rottura significativa rispetto alle politiche fin qui tenute negli ultimi anni dal Partito Democratico. Il punto è che l’elettorato a cui ci si rivolge sembra essere, in realtà, quasi lo stesso.
No, non è così. L’elettorato a cui ci si rivolge è quell’elettorato innanzitutto che non è andato più a votare, perché anche qualche settimana fa, alle elezioni amministrative a Genova, a Pistoia – parlo di roccaforti, un tempo, di territori che erano luoghi di insediamento molto intenso, storico, della sinistra – abbiamo avuto un crollo della partecipazione al voto. Quindi non è lo stesso elettorato. Noi vorremmo puntare ad un elettorato che se ne è andato, o nell’astensione o anche verso altre proposte, come i 5 Stelle. Ma anche a destra, come abbiamo visto anche in altri paesi europei. La competizione non è sul residuo bacino elettorale del Pd. La competizione è per riconquistare un popolo che oggi non guarda il Pd, non guarda nessuno, oppure guarda verso interlocutori, che noi consideriamo interlocutori inadeguati.
Lei invocava un cambio di rotta nelle politiche del nostro paese, delle politiche che siano più chiaramente rivolte a sinistra. Come si può conciliare l’idea di portare avanti politiche di questo genere con una permanenza all’interno dell’Unione europea? Mi spiego meglio... Poniamo il caso che questa formazione giunga al 51% e vada a governare. A quel punto poi c’è da fare i conti con gli altri leader europei: la Francia, la Germania, le politiche che l’Unione Europea pretende che vengano attuate nel nostro paese. Diventa complicato. O no?
Assolutamente sì. Quello che, ad esempio Syriza e Alexis Tsipras stanno sperimentando in Grecia – un partito con una proposta politica radicalmente alternativa al neoliberismo, che vinse nel luglio 2015 il referendum a larghissima maggioranza, quello che disse NO al memorandum della Troika – e si trova, da allora, ad attuare un programma neoliberista. Quindi è evidente che c’è una contraddizione... C’è un conflitto che si deve aprire con un impianto normativo dell’Unione europea e dell’eurozona, con un’agenda liberista che è contraddittoria con gli obiettivi di valutazione del lavoro, di redistribuzione del reddito e anche con la crescita, perché poi la svalutazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze pesa negativamente anche sulle possibilità di crescita e di occupazione. Quindi si apre un conflitto, una vertenza, un negoziato, si compiono atti che possono anche contraddire la normativa europea. Faccio un esempio. In queste ore ricominciamo a discutere alla Camera del decreto per il salvataggio delle banche venete. Il governo ha detto, rispetto alla nostra proposta – l’ingresso dello Stato nel capitale della banche – che non l’ha potuto fare perché la normativa europea lo impedisce. Ecco, da questo punto di vista avremmo dovuto fare una forzatura. Entrare con i soldi dello Stato nel capitale della banche per fare in modo di non dare a BancaIntesa la parte buona e lasciare sulle spalle dei contribuenti i crediti inesigibili; ma cercare di tenere insieme i due pezzi e fare in modo di minimizzare l’impatto del salvataggio sui contribuenti. Il governo non l’ha fatto, invece si sarebbe dovuto fare, andando fino in fondo alla Corte di Giustizia, se necessario, per affermare il primato della nostra Costituzione rispetto a trattati europei che ne contraddicono radicalmente i principi.
Parliamo comunque di una rimodulazione delle politiche europee. Non è contemplata invece un’ipotesi di uscita dell’Italia dall’Unione...
Guardi, le scorciatoie purtroppo non ci sono. Noi dobbiamo fare in modo che in una fase così complicata non ci siano atti unilaterali. E’ chiaro che il governo che in Italia avesse la forza e la determinazione di una radicale svolta rispetto al quadro normativo europeo dovrebbe innanzitutto cercare alleanze con altri governi e costruire un fronte comune, perché non ci sono atti unilaterali che consentono di migliorare la situazione. Le soluzioni alternative allo status quo vanno costruite con un arco di paesi europei, quelli più colpiti nell’Eurozona, altrimenti non funzionano.
Potremmo pensare ad Italia, Grecia, Portogallo...
Spagna...
Che hanno anche una direzione a sinistra, un governo a sinistra...
Sì, ma anche forze importanti dell’opposizione. Perché in Spagna il governo non è di sinistra, ma ci sono forze importanti all’opposizione come Podemos; e mi pare che sempre di più il partito socialista, con la rielezione di Sànchez, voglia prendere le distanze dal governo Rajoy. Quindi si tratta di fare un’operazione di relazione tra governi, ma di relazione anche con quelle forze politiche che spingono nella stessa direzione. E’ evidente che non c’è nulla di facile. Non ci sono soluzioni tecniche da attivare. C’è un lavoro politico intenso da fare e anche atti di discontinuità, a partire da una legge di bilancio che, se fosse per noi, dovrebbe prevedere la sospensione del fiscal compact e il finanziamento di investimenti in piccole opere pubbliche; piccole opere per far ripartire il lavoro, per mettere in sicurezza il territorio o mettere in sicurezza le scuole pubbliche.
Le foto sono tutte di Patrizia Cortellessa.
Fonte
Madonna santa che inconcludenza, questi vorrebbero una Syriza all'ombra del Colosseo nemmeno si rendono conto di arrivare con almeno 2-3 anni di tirardo.
Un bel groviglio di insensatezze che è bene chiarire parlando con chi, magari un po’ lateralmente e con idee spesso contrastanti (per esempio sull’euro e l’Unione Europea), in quel percorso ci ha messo un piede, andando in quella piazza.
L’intervista con Stefano Fassina è stata realizzata da Radio Città Aperta.
Il nostro spazio di approfondimento di oggi vede ospite Stefano Fassina, di Sinistra Italiana, che parlerà con noi della nascita di “Insieme”, questa formazione che è stata tenuta a battesimo sabato pomeriggio a Roma. Buongiorno Fassina.
Buongiorno a voi.
Sabato pomeriggio è stata tenuta a battesimo “Insieme”, che Giuliano Pisapia ha definito la “Nuova casa del centrosinistra” e che raccoglie una serie di sigle di quell’area. In innumerevoli altre occasioni abbiamo visto aggregazioni di sigle politiche che però non sono riuscite ad aggregare i rispettivi elettorati, producendo nelle urne risultati molto deludenti rispetto alle aspettative. Perché questa crede che possa essere, se lo crede, un’esperienza diversa?
C’è un processo in corso che ha avuto sabato a Santi Apostoli una tappa. Ne ha avuta un’altra prima, il 18 giugno, al Brancaccio. Quindi gli affluenti che possono concorrere al grande fiume di una proposta politica in grado di tornare a rappresentare il lavoro, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale, la democrazia costituzionale, sono diversi e raccolgono non solo porzioni di forze politiche, ma anche energie della cittadinanza attiva; in particolare quelle che si sono misurate con la vittoria del No il 4 dicembre scorso. Questo è un elemento, per venire alla tua domanda, che motiva le ragioni per cui stavolta è diverso rispetto ad altre volte. E poi c’è un’altra ragione fondamentale. Noi in questi anni, almeno dalle elezioni dell’Emilia Romagna del novembre 2014, che sono state il primo momento elettorale dopo l’approvazione del jobs act, abbiamo registrato un crescente allontanamento, distacco, rottura, ostilità di una parte di quel popolo di sinistra rispetto al Partito Democratico. C’è un vuoto, un deficit di rappresentanza, che spiega poi anche la crescente disaffezione/astensione dal voto. Quindi ci sono ragioni di fondo, non i capricci di qualche fuoriuscito dal Pd – come continuano a ripetere alcuni strumentalmente. Ci sono ragioni di fondo a motivare la necessità di una proposta politica che torni a rappresentare il lavoro.
Una proposta politica che dovrebbe però rappresentare una rottura significativa rispetto alle politiche fin qui tenute negli ultimi anni dal Partito Democratico. Il punto è che l’elettorato a cui ci si rivolge sembra essere, in realtà, quasi lo stesso.
No, non è così. L’elettorato a cui ci si rivolge è quell’elettorato innanzitutto che non è andato più a votare, perché anche qualche settimana fa, alle elezioni amministrative a Genova, a Pistoia – parlo di roccaforti, un tempo, di territori che erano luoghi di insediamento molto intenso, storico, della sinistra – abbiamo avuto un crollo della partecipazione al voto. Quindi non è lo stesso elettorato. Noi vorremmo puntare ad un elettorato che se ne è andato, o nell’astensione o anche verso altre proposte, come i 5 Stelle. Ma anche a destra, come abbiamo visto anche in altri paesi europei. La competizione non è sul residuo bacino elettorale del Pd. La competizione è per riconquistare un popolo che oggi non guarda il Pd, non guarda nessuno, oppure guarda verso interlocutori, che noi consideriamo interlocutori inadeguati.
Lei invocava un cambio di rotta nelle politiche del nostro paese, delle politiche che siano più chiaramente rivolte a sinistra. Come si può conciliare l’idea di portare avanti politiche di questo genere con una permanenza all’interno dell’Unione europea? Mi spiego meglio... Poniamo il caso che questa formazione giunga al 51% e vada a governare. A quel punto poi c’è da fare i conti con gli altri leader europei: la Francia, la Germania, le politiche che l’Unione Europea pretende che vengano attuate nel nostro paese. Diventa complicato. O no?
Assolutamente sì. Quello che, ad esempio Syriza e Alexis Tsipras stanno sperimentando in Grecia – un partito con una proposta politica radicalmente alternativa al neoliberismo, che vinse nel luglio 2015 il referendum a larghissima maggioranza, quello che disse NO al memorandum della Troika – e si trova, da allora, ad attuare un programma neoliberista. Quindi è evidente che c’è una contraddizione... C’è un conflitto che si deve aprire con un impianto normativo dell’Unione europea e dell’eurozona, con un’agenda liberista che è contraddittoria con gli obiettivi di valutazione del lavoro, di redistribuzione del reddito e anche con la crescita, perché poi la svalutazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze pesa negativamente anche sulle possibilità di crescita e di occupazione. Quindi si apre un conflitto, una vertenza, un negoziato, si compiono atti che possono anche contraddire la normativa europea. Faccio un esempio. In queste ore ricominciamo a discutere alla Camera del decreto per il salvataggio delle banche venete. Il governo ha detto, rispetto alla nostra proposta – l’ingresso dello Stato nel capitale della banche – che non l’ha potuto fare perché la normativa europea lo impedisce. Ecco, da questo punto di vista avremmo dovuto fare una forzatura. Entrare con i soldi dello Stato nel capitale della banche per fare in modo di non dare a BancaIntesa la parte buona e lasciare sulle spalle dei contribuenti i crediti inesigibili; ma cercare di tenere insieme i due pezzi e fare in modo di minimizzare l’impatto del salvataggio sui contribuenti. Il governo non l’ha fatto, invece si sarebbe dovuto fare, andando fino in fondo alla Corte di Giustizia, se necessario, per affermare il primato della nostra Costituzione rispetto a trattati europei che ne contraddicono radicalmente i principi.
Parliamo comunque di una rimodulazione delle politiche europee. Non è contemplata invece un’ipotesi di uscita dell’Italia dall’Unione...
Guardi, le scorciatoie purtroppo non ci sono. Noi dobbiamo fare in modo che in una fase così complicata non ci siano atti unilaterali. E’ chiaro che il governo che in Italia avesse la forza e la determinazione di una radicale svolta rispetto al quadro normativo europeo dovrebbe innanzitutto cercare alleanze con altri governi e costruire un fronte comune, perché non ci sono atti unilaterali che consentono di migliorare la situazione. Le soluzioni alternative allo status quo vanno costruite con un arco di paesi europei, quelli più colpiti nell’Eurozona, altrimenti non funzionano.
Potremmo pensare ad Italia, Grecia, Portogallo...
Spagna...
Che hanno anche una direzione a sinistra, un governo a sinistra...
Sì, ma anche forze importanti dell’opposizione. Perché in Spagna il governo non è di sinistra, ma ci sono forze importanti all’opposizione come Podemos; e mi pare che sempre di più il partito socialista, con la rielezione di Sànchez, voglia prendere le distanze dal governo Rajoy. Quindi si tratta di fare un’operazione di relazione tra governi, ma di relazione anche con quelle forze politiche che spingono nella stessa direzione. E’ evidente che non c’è nulla di facile. Non ci sono soluzioni tecniche da attivare. C’è un lavoro politico intenso da fare e anche atti di discontinuità, a partire da una legge di bilancio che, se fosse per noi, dovrebbe prevedere la sospensione del fiscal compact e il finanziamento di investimenti in piccole opere pubbliche; piccole opere per far ripartire il lavoro, per mettere in sicurezza il territorio o mettere in sicurezza le scuole pubbliche.
Le foto sono tutte di Patrizia Cortellessa.
Fonte
Madonna santa che inconcludenza, questi vorrebbero una Syriza all'ombra del Colosseo nemmeno si rendono conto di arrivare con almeno 2-3 anni di tirardo.
21/06/2017
La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura
Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito sabato scorso il teatro Brancaccio a Roma.
Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.
E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.
E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.
L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.
In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.
Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.
La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.
Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.
Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.
Fonte
Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.
E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.
E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.
L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.
In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.
Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.
La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.
Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.
Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.
Fonte
18/06/2017
La “sinistra” replica il copione, al teatro Brancaccio
E’ andata secondo un copione già visto, dunque prevedibile, l’assemblea nazionale convocata al teatro Brancaccio di Roma dall’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari (ma ispirato da ambienti di ex Pd) per una “Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza”.
Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.
L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.
Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).
Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).
Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.
Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio” scrive Manuela Palermi.
“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.
La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).
Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.
Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.
Fonte
Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.
L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.
Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).
Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).
Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.
Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio” scrive Manuela Palermi.
“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.
La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).
Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.
Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.
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06/06/2017
La sinistra corre al suicidio con l’uomo dei “Non No”
Pare che, grazie anche al nuovo sistema elettorale, la cosiddetta sinistra radicale si avvii all’ennesimo suicidio, questa volta sotto le insegne di Giuliano Pisapia.
La XFactor del quotidiano La Repubblica, la stessa che aveva lanciato Matteo Renzi, sta ora proponendo come futuro leader l’ex sindaco di Milano. Pisapia ha tutte le carte in regola per essere sostenuto dalla élite economico politica di cui il quotidiano romano è da sempre la punta di diamante. Fu eletto sindaco sull’onda di un movimento, quello arancione, che presentava genuine istanze di cambiamento in un contesto di confusione e smarrimento politico e culturale. La sinistra, alla ricerca di un leader presentabile con la stessa ansia dell’attesa di Godot sul palcoscenico, pensava di aver trovato nella capitale “morale” l’interprete delle proprie assolute incertezze, così come prima con Ingroia, Bertinotti, Cofferati e, periodicamente con Landini.
Appena eletto, Pisapia ha subito chiarito ai poteri forti della città che non avevano nulla da temere, e insieme a Maroni e Renzi ha gestito tutte le cose importanti, dall’EXPO, alla gentrificazione delle aree urbane più redditizie, alla marginalizzazione ulteriore delle periferie e dei poveri. La sua è stata la Milano più simile a quella “da bere” degli anni 80 craxiani, ma naturalmente tutto questo andare incontro agli affari e alle multinazionali veniva coperto dal diluvio dei propositi politicamente corretti.
Tuttavia anche la flessibilità delle parole ha un limite e nell’ultima parte del suo mandato Pisapia è diventato renziano non solo di fatto, ma anche di diritto. La formula usata per schierarsi con il segretario del PD, allora presidente del consiglio, è stata quella del “Non NO”. Non me la sento di dire no alla riforma renziana della Costituzione, ha affermato il nostro alla vigilia del voto. Questa piccola astuzia avvocatesca permetteva così di tenere un piede in due staffe, comunque finisse il voto; ed infatti subito dopo la sconfitta di Renzi, Pisapia si è rilanciato come suo più presentabile sostituto. Del resto egli già non aveva detto nulla contro le privatizzazioni, le banche, la buona scuola, mentre la sua critica al Jobsact si era conclusa con una esaltazione del dono degli 80 euro. Insomma Pisapia aveva acquistato tutte le credenziali per presentarsi come il continuatore di Renzi, senza però gli errori di strafottenza e arroganza che avevano compromesso il percorso del segretario del PD. Così lo stesso partito trasversale che aveva lanciato l’ex sindaco di Firenze ha cominciato a sponsorizzare quello di Milano.
Il percorso per costruire il Macron italiano non è però così semplice. Il PD renziano non ha voglia di sparire come il suo gemello francese e per questo ha scelto un sistema elettorale quasi proporzionale. Il campo dei riformisti si presenterà per un po’ abbastanza affollato e quindi l’ex sindaco di Milano dovrà aspettare. Per questo è tornato a sinistra, dove la paura dello sbarramento al 5% fa accorrere verso di lui molti di coloro che prima ne avevano brutalmente condannato l’adesione al renzismo.
Quando le scelte vere di rottura con le politiche di austerità, guerra, riduzione della democrazia oggi dominanti sono accuratamente evitate, per paura di sembrare troppo contro l’Unione Europea o la Nato, quando i buoni propositi coprono l’accettazione supina dell’esistente, quando non si capisce che i Renzi e i Pisapia non sono compagni che sbagliano, ma uno dei volti del potere, ci si prepara a scomparire.
Il 1 luglio l’ex sindaco di Milano terrà a Roma la sua convention, sotto i riflettori del palazzo interessato e con il concorso di tutta la sinistra sperduta. Con assoluta convinzione noi di Eurostop nelle stesse ore e nella stessa città saremo altrove, in assemblea per organizzarci contro quei poteri economici italiani ed europei che inventano i Renzi, i Pisapia e i Macron per continuare a comandare come sempre.
Fonte
La XFactor del quotidiano La Repubblica, la stessa che aveva lanciato Matteo Renzi, sta ora proponendo come futuro leader l’ex sindaco di Milano. Pisapia ha tutte le carte in regola per essere sostenuto dalla élite economico politica di cui il quotidiano romano è da sempre la punta di diamante. Fu eletto sindaco sull’onda di un movimento, quello arancione, che presentava genuine istanze di cambiamento in un contesto di confusione e smarrimento politico e culturale. La sinistra, alla ricerca di un leader presentabile con la stessa ansia dell’attesa di Godot sul palcoscenico, pensava di aver trovato nella capitale “morale” l’interprete delle proprie assolute incertezze, così come prima con Ingroia, Bertinotti, Cofferati e, periodicamente con Landini.
Appena eletto, Pisapia ha subito chiarito ai poteri forti della città che non avevano nulla da temere, e insieme a Maroni e Renzi ha gestito tutte le cose importanti, dall’EXPO, alla gentrificazione delle aree urbane più redditizie, alla marginalizzazione ulteriore delle periferie e dei poveri. La sua è stata la Milano più simile a quella “da bere” degli anni 80 craxiani, ma naturalmente tutto questo andare incontro agli affari e alle multinazionali veniva coperto dal diluvio dei propositi politicamente corretti.
Tuttavia anche la flessibilità delle parole ha un limite e nell’ultima parte del suo mandato Pisapia è diventato renziano non solo di fatto, ma anche di diritto. La formula usata per schierarsi con il segretario del PD, allora presidente del consiglio, è stata quella del “Non NO”. Non me la sento di dire no alla riforma renziana della Costituzione, ha affermato il nostro alla vigilia del voto. Questa piccola astuzia avvocatesca permetteva così di tenere un piede in due staffe, comunque finisse il voto; ed infatti subito dopo la sconfitta di Renzi, Pisapia si è rilanciato come suo più presentabile sostituto. Del resto egli già non aveva detto nulla contro le privatizzazioni, le banche, la buona scuola, mentre la sua critica al Jobsact si era conclusa con una esaltazione del dono degli 80 euro. Insomma Pisapia aveva acquistato tutte le credenziali per presentarsi come il continuatore di Renzi, senza però gli errori di strafottenza e arroganza che avevano compromesso il percorso del segretario del PD. Così lo stesso partito trasversale che aveva lanciato l’ex sindaco di Firenze ha cominciato a sponsorizzare quello di Milano.
Il percorso per costruire il Macron italiano non è però così semplice. Il PD renziano non ha voglia di sparire come il suo gemello francese e per questo ha scelto un sistema elettorale quasi proporzionale. Il campo dei riformisti si presenterà per un po’ abbastanza affollato e quindi l’ex sindaco di Milano dovrà aspettare. Per questo è tornato a sinistra, dove la paura dello sbarramento al 5% fa accorrere verso di lui molti di coloro che prima ne avevano brutalmente condannato l’adesione al renzismo.
Quando le scelte vere di rottura con le politiche di austerità, guerra, riduzione della democrazia oggi dominanti sono accuratamente evitate, per paura di sembrare troppo contro l’Unione Europea o la Nato, quando i buoni propositi coprono l’accettazione supina dell’esistente, quando non si capisce che i Renzi e i Pisapia non sono compagni che sbagliano, ma uno dei volti del potere, ci si prepara a scomparire.
Il 1 luglio l’ex sindaco di Milano terrà a Roma la sua convention, sotto i riflettori del palazzo interessato e con il concorso di tutta la sinistra sperduta. Con assoluta convinzione noi di Eurostop nelle stesse ore e nella stessa città saremo altrove, in assemblea per organizzarci contro quei poteri economici italiani ed europei che inventano i Renzi, i Pisapia e i Macron per continuare a comandare come sempre.
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14/03/2017
Il Lingotto come scenografia di una rovina politica
Le immagini della convention democratica del Lingotto rimandano
plasticamente alla rovina del nostro tempo. A cominciare dal luogo
scelto, che vorrebbe rimandare ai “valori del lavoro”, ma che più
mestamente certifica un mondo “democratico” – fatto di convention e
ristoranti, turismo e terziario avanzato – completamente sconnesso con
la realtà. Il problema della riconversione immateriale del Lingotto è
esattamente uno dei problemi del nostro tempo. Si dirà che la fabbrica è
chiusa da più di un trentennio, che l’unico modo per riqualificare
l’area era riconvertirla a struttura funzionale all’intrattenimento
culturale, che il modello stesso della grande fabbrica è andato in
pensione con la caduta del muro, anzi diversi anni prima. Verità
mediatiche spacciate per ovvietà, ma che non reggono a una minima prova
dei fatti. Anzitutto, perché la grande fabbrica non solo resiste nel
nostro paese, ma si moltiplica nella manifattura globalizzata in Europa e
nel resto del mondo. Non chiude la grande
fabbrica perché non più funzionale, ma sposta la propria sede per
ragioni di risparmio. Un po’ diverso dal dire che la fabbrica non serve
più o che “l’economia 4.0”, come va di moda dire oggi, ha preso il
sopravvento sulla produzione materiale. Più semplicemente, occhio non
vede, cuore non duole. Più onesto sarebbe ricordare che al capitale quel
modello manifatturiero serve eccome, ma che spostato in Polonia o in
Bangladesh garantisce più profitti economici e meno seccature politiche.
Trasformare le strutture produttive in ricettive del turismo d’élite è
una scelta politica, non una necessità economica. Così come decidere di
spostare la produzione della Panda da Pomigliano in Polonia. L’immagine
del Lingotto post-moderno è allora quella di una società apparentemente
post-industriale, ma concretamente neo-coloniale. E’ infatti nelle
colonie produttive che l’economia nazionale difende una competizione
internazionale, fondata sempre e solo sulla propria capacità
industriale, ma dislocata laddove una bassa conflittualità e un’elevata
redditività ne garantiscono i margini di profitto. La location azzeccata
insomma: un simbolo della cultura post-moderna per un partito fondato
sull’essenza di quella narrazione.
Marco Imarisio sul Corriere di sabato 11 marzo riesce a dare una fotografia esatta di quale società si sia ritrovata nella tre giorni “democratica”: «questo strano Lingotto che dovrebbe raccogliere la parte più nuova del Pd somiglia invece a una fotografia in bianco e nero, con l’establishment torinese di sempre alle loro spalle, l’uomo forte di Comunione e Liberazione, i banchieri, gli eterni funzionari che nel 2011 accompagnavano Pierluigi Bersani a Mirafiori e ora fanno la scorta a Renzi […] Sembra di stare al congresso di Scelta civica». Volontaria o meno, questa foto rimanda a una realtà più concreta di quanto probabilmente il giornalista del Corriere immagina. Un’accolita di banchieri e imprenditori, funzionari democristiani e cacicchi locali, transitati da Bersani a Renzi non per conversione ideologica (ma quale, poi?), ma per funzionalità politica. Questo mondo dovrebbe costituire, molto banalmente, il campo della nostra nemicità. Eppure questa avversione banale, addirittura implicita al concetto stesso di sinistra, così non sembra essere. Sempre sul Corriere dello scorso sabato, è Maria Teresa Meli a smascherare il trucco politico che si prepara alle prossime elezioni: «l’ex segretario del Partito democratico guarda con interesse a ciò che Giuliano Pisapia sta costruendo a sinistra. L’obiettivo vero è quello di riuscire a riconquistare l’oltre 40% di voti ottenuti alle elezioni europee del 2014». Anche qui, forse involontariamente, viene svelato il cuore della fetazione di soggetti a “sinistra” del Pd. Ormai assodato il carattere neocentrista del progetto renziano, serve una copertura a sinistra, vista la fase proporzionale che si sta aprendo e dunque l’impossibile autosufficienza dei soggetti politici. Ci penseranno dunque Pisapia e Bersani a colmare il vuoto elettorale che la stretta centrista aprirà nel conto elettorale del Pd. Con l’assenso dello stesso Renzi, che benedice l’operazione “progressista” di Pisapia perché naturale alleata al Pd, e puntando a quel 40% e oltre che, tutti insieme, diverrebbe possibile raggiungere. Molti, facile prevederlo, cadranno nel tranello, magari agitando lo spauracchio leghista o pentastellato, pur di riproporre l’eterna logica del fronte popolare tanto agognato a sinistra contro il nemico assoluto di turno.
Ma a sinistra del circo elettoralistico appena tratteggiato, cosa si muove? Non tutto, ma molto passerà dal 25 marzo. Volenti o nolenti, quella giornata segnerà uno spartiacque. Nel giorno in cui l’Europa verrà a celebrare il proprio liberismo, le due piazze della “sinistra” costringono a una presa di posizione. Da una parte si va componendo il fronte euro-liberista dell’Arci e della Cgil, dei Cobas e degli tsipriani di tutta Europa; dall’altra la sinistra anti-liberista. Per una volta, non potrà essere solamente una battaglia numerica. E’ una rottura che si impone nelle scelte politiche di ciascuno. Pur nelle diversità, o si è contro il liberismo europeista, o si è a favore: tertium non datur. Girarsi dall’altra parte sulla questione capitale dei nostri giorni, cioè sul liberismo criminale incarnato nelle istituzioni Ue, significa abbandonare ogni prospettiva conflittuale, ogni credibilità politica, ogni velleità alternativa allo stato di cose presenti. Se la piazza anti-liberista è eterogenea e ancora impreparata a una sintesi minima, la piazza euro-liberista è la piazza dei Pisapia e dei Cofferati, dei Fratoianni e dei Fassina, dei D’Alema e delle Camusso. E’ insomma parte di quel problema contro cui lottiamo ogni giorno. E contro questo problema l’ambiguità non paga più.
Fonte
Marco Imarisio sul Corriere di sabato 11 marzo riesce a dare una fotografia esatta di quale società si sia ritrovata nella tre giorni “democratica”: «questo strano Lingotto che dovrebbe raccogliere la parte più nuova del Pd somiglia invece a una fotografia in bianco e nero, con l’establishment torinese di sempre alle loro spalle, l’uomo forte di Comunione e Liberazione, i banchieri, gli eterni funzionari che nel 2011 accompagnavano Pierluigi Bersani a Mirafiori e ora fanno la scorta a Renzi […] Sembra di stare al congresso di Scelta civica». Volontaria o meno, questa foto rimanda a una realtà più concreta di quanto probabilmente il giornalista del Corriere immagina. Un’accolita di banchieri e imprenditori, funzionari democristiani e cacicchi locali, transitati da Bersani a Renzi non per conversione ideologica (ma quale, poi?), ma per funzionalità politica. Questo mondo dovrebbe costituire, molto banalmente, il campo della nostra nemicità. Eppure questa avversione banale, addirittura implicita al concetto stesso di sinistra, così non sembra essere. Sempre sul Corriere dello scorso sabato, è Maria Teresa Meli a smascherare il trucco politico che si prepara alle prossime elezioni: «l’ex segretario del Partito democratico guarda con interesse a ciò che Giuliano Pisapia sta costruendo a sinistra. L’obiettivo vero è quello di riuscire a riconquistare l’oltre 40% di voti ottenuti alle elezioni europee del 2014». Anche qui, forse involontariamente, viene svelato il cuore della fetazione di soggetti a “sinistra” del Pd. Ormai assodato il carattere neocentrista del progetto renziano, serve una copertura a sinistra, vista la fase proporzionale che si sta aprendo e dunque l’impossibile autosufficienza dei soggetti politici. Ci penseranno dunque Pisapia e Bersani a colmare il vuoto elettorale che la stretta centrista aprirà nel conto elettorale del Pd. Con l’assenso dello stesso Renzi, che benedice l’operazione “progressista” di Pisapia perché naturale alleata al Pd, e puntando a quel 40% e oltre che, tutti insieme, diverrebbe possibile raggiungere. Molti, facile prevederlo, cadranno nel tranello, magari agitando lo spauracchio leghista o pentastellato, pur di riproporre l’eterna logica del fronte popolare tanto agognato a sinistra contro il nemico assoluto di turno.
Ma a sinistra del circo elettoralistico appena tratteggiato, cosa si muove? Non tutto, ma molto passerà dal 25 marzo. Volenti o nolenti, quella giornata segnerà uno spartiacque. Nel giorno in cui l’Europa verrà a celebrare il proprio liberismo, le due piazze della “sinistra” costringono a una presa di posizione. Da una parte si va componendo il fronte euro-liberista dell’Arci e della Cgil, dei Cobas e degli tsipriani di tutta Europa; dall’altra la sinistra anti-liberista. Per una volta, non potrà essere solamente una battaglia numerica. E’ una rottura che si impone nelle scelte politiche di ciascuno. Pur nelle diversità, o si è contro il liberismo europeista, o si è a favore: tertium non datur. Girarsi dall’altra parte sulla questione capitale dei nostri giorni, cioè sul liberismo criminale incarnato nelle istituzioni Ue, significa abbandonare ogni prospettiva conflittuale, ogni credibilità politica, ogni velleità alternativa allo stato di cose presenti. Se la piazza anti-liberista è eterogenea e ancora impreparata a una sintesi minima, la piazza euro-liberista è la piazza dei Pisapia e dei Cofferati, dei Fratoianni e dei Fassina, dei D’Alema e delle Camusso. E’ insomma parte di quel problema contro cui lottiamo ogni giorno. E contro questo problema l’ambiguità non paga più.
Fonte
19/12/2016
Mattarellum + Pisapia: la tragicomica fine del Partito della Nazione renziano
Il Pd vira verso il Mattarellum come in un salto all'indietro. È l'unico sistema che può limitare i danni elettorali ma avrà bisogno di alleanze
Vi ricordate la retorica renziana sul cosiddetto Partito della Nazione?
Entrò in voga quando Renzi vinse le Europee con percentuali bulgare.
Renzi parlava del Pd come la casa di tutti gli italiani, dove poteva
stare più o meno chiunque (tanto decideva lui). C’era l’immagine di un
partito finalmente vincente dopo decenni di sconfitte della sinistra,
c’era l’idea che Renzi fosse invincibile e che la sua narrazione sarebbe
stata convincente in eterno. Ma soprattutto c’era l’idea che il Pd,
dopo i tempi del centrosinistra, non avesse più bisogno di stampelle per
governare. Poteva farcela da solo, grazie a Renzi e alla sua idea del
Partito-Tutto.
Poi però le cose sono iniziate ad andare male ed è arrivata la cocente sconfitta nel referendum.
Ed ecco quindi la virata repentina del segretario. I più attenti
avranno notato che nella prima Direzione Pd dopo il referendum, Renzi ha volutamente citato Pisapia, palesemente a tracciare una nuova linea di alleanze necessarie per vincere. Citazione a Pisapia ripetuta poi nell’Assemblea nazionale
di oggi (18 dicembre ndr). E nella stessa assemblea è arrivata anche la
linea sulla nuova legge elettorale. Nuova si fa per dire, dato che si
tratta del vecchio Mattarellum.
Mattarellum e Pisapia stanno insieme come ragionamento politico. Perché?
Ovvio, perché per vincere nei collegi uninominali previsti dal
Mattarellum, ossia per far passare il proprio candidato, è necessaria la
più ampia convergenza e coalizione. Quindi risiamo di nuovo al vecchio centrosinistra. Uno schema anni '90, così come dei primi anni novanta è il Mattarellum.
Praticamente, come in un giro dove si ripassa dal via, pare che Renzi stia portando il Pd su schemi vecchi di 20 anni. Alla faccia del rottamatore e del partito giovane
(che però i giovani puniscono nelle urne). Una pena del contrappasso
per chi parlava di un partito che non deve aver bisogno di aiuti da
parte di altre forze politiche, e invece adesso si ritrova in cerca di
alleanze.
E sempre a proposito di Mattarellum, è bene ricordare perché a metà anni duemila fu rimosso come sistema elettorale. Basta visitare molto semplicemente la pagina Wikipedia della Legge Mattarella
per ricordarsi di tutte le storture, a partire dal vile trucco delle
liste civetta, di questo sistema (detto il Minotauro) che avrebbe
l’ambizione di trasformare in bipolare un paese che attualmente è come minimo tripolare.
Insomma, Renzi pare stia
cercando una nuova giovinezza politica passando dal “combinato disposto”
Italicum + abolizione del Senato al combinato disposto Mattarellum +
alleanze in coalizione. Senza prendere atto dei suoi errori.
Redazione, 18 dicembre 2016
12/12/2016
Quello che non capisce la sinistra à la Pisapia
Il centrosinistra è un’opzione morta, sepolta dal liberismo
ordoliberale, dalla globalizzazione, dalla crisi economica. Quello che
non capisce la sinistra “a sinistra” del Pd è che l’attuale modello di
sviluppo determina inevitabilmente la fine di ogni possibile riformismo,
se per riformismo intendiamo una politica volta alla redistribuzione
parziale dei redditi nella società. Il centrosinistra, che
vorrebbe/dovrebbe incarnare l’opzione politica post-socialdemocratica,
non può attuarsi non per mancanza di coraggio, forza, coerenza o
capacità dei diversi rappresentanti, ma per mancanza di condizioni
oggettive. E’ per questa fondamentale ragione che fuori dal
partito unico liberista (forze “democratiche” e “popolari” nei vari
Stati europei) oggi c’è solo il populismo, anch’esso nelle sue varie
articolazioni e inclinazioni. Questa la ragione per cui è impossibile
una “scissione” del Pd: perché anche fossero animati dalle migliori
intenzioni (e non lo sono affatto), c’è l’irrilevanza elettorale che
certifica un’impossibilità politica: quella di redistribuire i redditi.
Per attuare una redistribuzione dei redditi bisognerebbe controllare i movimenti dei capitali; tornare a controllare la leva fiscale in grado di redistribuire coattivamente i redditi; imporre norme che comprimano in qualche modo o forma le possibilità indefinite di profitto; instaurare un regime di regole economiche volto alla regolamentazione del “libero mercato”; ri-nazionalizzare la dimensione statuale, tornando a (pre)occuparsi dei ceti subalterni e delle possibilità di integrarli in un discorso nazionale, e non solo lasciarli sopravvivere ai fini della riproduzione capitalistica; re-introdurre forme di economia “mista” in cui lo Stato abbia un protagonismo economico pari a quello delle forze produttive private. Come evidente, servirebbe una rivoluzione, non solo culturale all’interno delle ideologie politiche mainstream presenti oggi in Occidente, ma soprattutto economico-sociale, che imponga alle forze del mercato un loro contenimento coatto entro regole fissate non dai mercati finanziari ma dalla politica.
Tutto questo è nelle intenzioni dei vari Pisapia, Cuperlo, Bersani, Vendola, Fassina, Civati, eccetera? Ma non scherziamo. Per questi tristi esponenti di un mondo collassato su se stesso, è l’intento morale di attenuare le storture del liberismo economico a guidarli nelle loro alchimie politiciste. Ma se questo andava bene (e non andava bene) ai tempi del keynesismo galoppante e della socialdemocrazia realizzata, oggi è completamente irrealistico anche solo immaginarlo. Le migliori intenzioni(?) dei “riformisti” del XXI secolo si scontrano con un principio di realtà che non è aggirabile. E in assenza di movimenti comunisti in grado di imporre un ritorno alla politica, ribadiamo, fuori dal partito unico liberista c’è solo lo spettro ambivalente del populismo: questo ovviamente almeno nell’Occidente capitalistico.
L’unica possibilità di riattivare un discorso riformista senza passare per la serie ossimorica di riforme rivoluzionarie di cui sopra, sarebbe il ritorno a una crescita economica a ritmi cinesi (ritmi che però decrescono costantemente da un quinquennio, non a caso) in tutto l’Occidente. Ma questo è ancora meno probabile, visto che la sterminata massa di profitti immobilizzati potrebbe essere valorizzata unicamente in uno scontro di vaste proporzioni tra capitali concorrenti. La tendenza alla guerra, che è un’evidenza del capitalismo attuale, prende oggi le forme di una guerra tecnologica a bassissima intensità di capitale umano, perché non è una guerra tra capitalismi concorrenti, ma tra un capitale egemonico transnazionale e forme sorpassate e dominate di capitalismi colonizzati. Per avere una guerra che distrugga capitali (soprattutto umani) in eccesso, lo scontro dovrebbe essere tra pari, cioè tra eserciti di massa e in carne e ossa, e non solo tra droni e i loro obiettivi logistici. E riproporrebbe la contraddizione di cui sopra: il ritorno alla leva obbligatoria sarebbe una forma di keynesismo (militare) inconcepibile per il mondo attuale, visto che imporrebbe il ritorno a uno Stato che torna a spendere in deficit per sostenere opere di ri-nazionalizzazione della popolazione che imporrebbero di fatto strategie di contenimento della libertà dei capitali di muoversi nel mondo globalizzato.
E’ un cul de sac da cui il capitalismo non uscirà se non attraverso eventi rivoluzionari. Poi, certo, niente è determinato in partenza, ma senza la deflagrazione di alcune di queste contraddizioni nessuna crescita economica può pensarsi concretamente (crescita reale, non l’1-2% basato sul mercantilismo ordoliberale). Con buona pace dei Pisapia di turno.
Fonte
Per attuare una redistribuzione dei redditi bisognerebbe controllare i movimenti dei capitali; tornare a controllare la leva fiscale in grado di redistribuire coattivamente i redditi; imporre norme che comprimano in qualche modo o forma le possibilità indefinite di profitto; instaurare un regime di regole economiche volto alla regolamentazione del “libero mercato”; ri-nazionalizzare la dimensione statuale, tornando a (pre)occuparsi dei ceti subalterni e delle possibilità di integrarli in un discorso nazionale, e non solo lasciarli sopravvivere ai fini della riproduzione capitalistica; re-introdurre forme di economia “mista” in cui lo Stato abbia un protagonismo economico pari a quello delle forze produttive private. Come evidente, servirebbe una rivoluzione, non solo culturale all’interno delle ideologie politiche mainstream presenti oggi in Occidente, ma soprattutto economico-sociale, che imponga alle forze del mercato un loro contenimento coatto entro regole fissate non dai mercati finanziari ma dalla politica.
Tutto questo è nelle intenzioni dei vari Pisapia, Cuperlo, Bersani, Vendola, Fassina, Civati, eccetera? Ma non scherziamo. Per questi tristi esponenti di un mondo collassato su se stesso, è l’intento morale di attenuare le storture del liberismo economico a guidarli nelle loro alchimie politiciste. Ma se questo andava bene (e non andava bene) ai tempi del keynesismo galoppante e della socialdemocrazia realizzata, oggi è completamente irrealistico anche solo immaginarlo. Le migliori intenzioni(?) dei “riformisti” del XXI secolo si scontrano con un principio di realtà che non è aggirabile. E in assenza di movimenti comunisti in grado di imporre un ritorno alla politica, ribadiamo, fuori dal partito unico liberista c’è solo lo spettro ambivalente del populismo: questo ovviamente almeno nell’Occidente capitalistico.
L’unica possibilità di riattivare un discorso riformista senza passare per la serie ossimorica di riforme rivoluzionarie di cui sopra, sarebbe il ritorno a una crescita economica a ritmi cinesi (ritmi che però decrescono costantemente da un quinquennio, non a caso) in tutto l’Occidente. Ma questo è ancora meno probabile, visto che la sterminata massa di profitti immobilizzati potrebbe essere valorizzata unicamente in uno scontro di vaste proporzioni tra capitali concorrenti. La tendenza alla guerra, che è un’evidenza del capitalismo attuale, prende oggi le forme di una guerra tecnologica a bassissima intensità di capitale umano, perché non è una guerra tra capitalismi concorrenti, ma tra un capitale egemonico transnazionale e forme sorpassate e dominate di capitalismi colonizzati. Per avere una guerra che distrugga capitali (soprattutto umani) in eccesso, lo scontro dovrebbe essere tra pari, cioè tra eserciti di massa e in carne e ossa, e non solo tra droni e i loro obiettivi logistici. E riproporrebbe la contraddizione di cui sopra: il ritorno alla leva obbligatoria sarebbe una forma di keynesismo (militare) inconcepibile per il mondo attuale, visto che imporrebbe il ritorno a uno Stato che torna a spendere in deficit per sostenere opere di ri-nazionalizzazione della popolazione che imporrebbero di fatto strategie di contenimento della libertà dei capitali di muoversi nel mondo globalizzato.
E’ un cul de sac da cui il capitalismo non uscirà se non attraverso eventi rivoluzionari. Poi, certo, niente è determinato in partenza, ma senza la deflagrazione di alcune di queste contraddizioni nessuna crescita economica può pensarsi concretamente (crescita reale, non l’1-2% basato sul mercantilismo ordoliberale). Con buona pace dei Pisapia di turno.
Fonte
09/12/2016
Barometro della crisi: lo scontro nel Pd e la proposta di Pisapia
L’occhio del ciclone è ora nel Pd che, come era prevedibile e previsto, è entrato in una fase di balcanizzazione acuta.
Come avevamo previsto l’offensiva è partita dall’asse
Mattarella-Franceschini (Areadem), trovando pronta rispondenza nella
complessa area Bersani-Speranza-Bindi, mentre poco si sa delle
intenzioni dell’inconsistente Cuperlo (per quello che vale), mentre i
giovani turchi di Orfini e Orlando, per ora sono schierati con Renzi.
D’Alema tenta (a nostro parere velleitariamente) di fare il pontiere.
Stando ai gruppo parlamentari, le truppe si dividerebbero così:
AREA RENZIANA: (totale 96 alla Camera, 33 al Senato)
Renziani puri: 50 alla Camera, 17 Senato
Giovani Turchi: 40/15
Veltroni e vari: 6/1
Renziani puri: 50 alla Camera, 17 Senato
Giovani Turchi: 40/15
Veltroni e vari: 6/1
AREA DI CENTRO: 47 Camera, 25 Senato
Cuperlo: 10-2
Martina (Sinistra Cambiamento) 30/11 (ma è in spostamento verso Franceschini)
Prodiani: 3/2
Vari e “indipendenti”: 4/10
Cuperlo: 10-2
Martina (Sinistra Cambiamento) 30/11 (ma è in spostamento verso Franceschini)
Prodiani: 3/2
Vari e “indipendenti”: 4/10
INCERTI (35 Camera, 9 Senato) di cui non si conosce la collocazione: 40 Camera e 9 Senato.
Fra essi molti sono quanti provengono da Scelta Civica, Sel o altri
gruppi parlamentari, per cui non hanno partecipato al congresso e non
sono, quindi, ascrivibili ad alcuna piattaforma congressuale.
AREA ANTI RENZIANA; 123 Camera, 46 Senato
Franceschini-Rosato-Zanda: 90/28
Bersani-Bindi-Speranza: 30/18
Ex Civatiani: 3/-
Franceschini-Rosato-Zanda: 90/28
Bersani-Bindi-Speranza: 30/18
Ex Civatiani: 3/-
Ovviamente, si tratta di calcoli approssimativi e provvisori data la transumanza da un gruppo all’altro che è già iniziata e
considerando che fra gli incerti (ma anche fra cuperliani e bersaniani)
potrebbero nascondersi diversi amici di D’Alema che non ha ancora
formalizzato un suo gruppo.
Al netto degli incerti, abbiamo 266 deputati e 104 senatori con queste percentuali:
Camera : 36,09 renziani; 17,64 centro; 46,24 antirenziani
Senato: 31,73 renziani; 24,03% centro; 44,23% antirenziani.
Senato: 31,73 renziani; 24,03% centro; 44,23% antirenziani.
Dunque Renzi risulta in minoranza, a meno di annettersi la gran parte dell’area di centro e degli incerti.
Più favorevoli a Renzi sono gli equilibri in Direzione Nazionale,
dove, con i Giovani Turchi, è ancora in maggioranza. Stando allo
statuto, l’elezione del segretario o la sfiducia ad esso la decide la
direzione e non i gruppi parlamentari, ma questo non significa che
questi non abbiano peso, sia perché il congresso è vicino, sia perché la
fiducia ai governi la votano i parlamentari fra i quali, peraltro,
molti aspirano ad arrivare al traguardo utile ad ottenere il vitalizio e
questo, portato alle estreme conseguenze, potrebbe portare anche a
strappi assai dolorosi nel Pd.
Certo è da vedere cosa faranno l’area di
centro (che per ora è solo una somma aritmetica) e gli incerti, ma è
difficile che i rapporti di forza si rovescino rispetto a quelli
attuali.
Certo questo porta verso uno
stop alle elezioni in primavera e qualcuno può sognare di arrivare
addirittura alla scadenza naturale, ma ci sono troppe variabili per far
si che questo cadavere di legislatura regga ancora molto.
Ad esempio, Renzi potrebbe essere
tentato di accettare il reincarico solo per far fallire l’operazione e
mettere Mattarella davanti al fatto compiuto dell’impossibilità di fare
un governo e, dunque, obbligarlo a sciogliere le Camere. Di sicuro,
Renzi non può accettare un Presidente del Consiglio di lunga durata (un
anno) e magari del Pd, il che lo eclisserebbe del tutto e, a quanto
pare, lui è intenzionato a ripresentarsi.
A questo punto mi pare che la proposta
più ragionevole venga dal Foglio che suggerisce di adottare con legge ed
immediatamente (prima ancora che la Corte Costituzionale decida) il
“Consultellum” varato tre anni fa ed andare subito al voto.
In margine alla proposta di Pisapia spendiamo poche parole: come si sa l’ex sindaco di Milano si è schierato per il SI al referendum, ora propone
alla sinistra che ha votato no (tanto interna quanto esterna al Pd) di
federarsi sotto le sue insegne, per fare alleanza con il Pd. Cioè
“venite con me che dobbiamo aiutare quello che voi avete appena
sconfitto”. Lasciando da parte ogni considerazione di ordine politico,
etico o anche solo estetico, questo mi conferma che Giuliano Pisapia,
validissimo avvocato del foro milanese, non ha mai capito nulla di
politica. Meglio che faccia l’avvocato.
07/12/2016
Nostalgia del marcio “a sinistra”. Repubblica lancia Pisapia
Non se ne sentiva la mancanza, diciamolo... Neanche il tempo di metabolizzare la clamorosa sconfitta dei golpisti di Renzi, infranti sul 60% di "accozzaglia" schierata a difesa della Costituzione antifascista, ed ecco che dalle ovattate stanze dei pensatori di Repubblica esce il nuovo coniglio dal cappello: Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano espressione della brevissima stagione "arancione". Incaricato nientepopodimeno che di lanciare un "nuovo soggetto politico" – Campo Progressista – per ricucire il ricucibile nella morta gora che va da Sinistra Italiana, ex Sel, bersaniani di complemento, franceschiniani ondivaghi, giovani turchi precocemente invecchiati, personalità dalla personalità fluttuante ma ansiosa di presenza visibile...
Il faro centrale resta comunque Matteo Renzi, immaginato come inamovibile perno su cui far girare l'ennesima ristrutturazione del "campo di centrosinistra".
Ci sarebbe da ridere, dopo che anche gli asini hanno ascritto la vittoria del NO a un malessere sociale, inter-generazionale, salariale, che unifica il paese da Nord a Sud e si ingigantisce nelle isole.
A prima vista sembrerebbe che ai piani alti di Repubblica abbiano perso il lume dell'intelligenza. Ma come? Quello che ha fatto il Jobs Act, abolito l'art. 18, blandito le banche più criminali, guadagnato l'appoggio della peggiore massoneria, scassinato ciò che restava della sanità pubblica, massacrato quel poco di buono che ancora c'era nella scuola pubblica, ecc... lo vuoi imbellettare come il "nuovo centrosinistra"? A questo qui vorresti assicurare l'appoggio di quella accozzaglia di senza futuro, cui probabilmente vorresti aggiungere anche ciò che resta di Rifondazione, Pci, ecc? Ossia quelli che – per scelta ragionata o obbligata, per amore o per forza – hanno dato comunque un contributo a far vincere il NO?
La logica è sempre la stessa, profondamente anti-politica: quella dei "contenitori" in cui si vorrebbero affastellare nomi e organizzazioni, frammenti e ambizioni individuali; rigorosamente senza uno straccio di programma o progetto politico che non sia il far poi parte di un contenitore più grande, in grado di vincere le prossime elezioni o almeno assicurare un congruo numero di poltrone occupabili.
Identica anche l'idea di considerare – in un certo senso giustamente – le varie aggregazioni di parlamentari come pezzetti di un puzzle in cerca di un disegnatore per accettare un certo posto. Del "distacco tra politica e paese reale", tanto biasimato nei primi due giorni post-referendum, nessuna traccia. Pensano possa essere ricucito così, costruendo un'altra "macchina comunicante", incaricata di diffondere una nuova narrazione...
Non sappiamo dire se qualcuno ci cascherà, almeno nell'area della "sinistra radicale". Certo si vede dietro la schiena di Pisapia un groviglio di fili tenuti in mano da un elenco di improbabili pupari... Certo si tratta di un tentativo idiota, tipico di chi crede ancora che basti sventolare qualche drappo rossiccio (o "arancione") per vedersi beneficati dal voto popolare, per portarlo poi in soccorso dei sempre più deboli fautori dell'integrazione dell'Unione Europea, dell'euro, ecc.
Unica condizione pretesa, evocata come una "rivoluzione epocale", il banale "basta con Verdini e Alfano". Per fare cosa? Non importa, ce lo diranno da Bruxelles...
Roba da zero virgola sul piano sociale, dunque anche su quello elettorale. Prove di distrazione di massa... Pardòn, distrazione di un ceto politico fatto di caporali senza esercito. Nulla di concreto, solo un feu follet natalizio, per un tentativo disperato. Dipingere ancora il golpista sconfitto come "leader della sinistra" e portare confusione supplementare in un campo deserto da tempo.
Qui di seguito il delirio seriosamente esposto dal foglio fondato da Scalfari, ormai approdato all'idea di "governo oligarchico caritatevole".
di Sebastiano Messina
"È il momento della verità" avverte Giuliano Pisapia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, dice l'ex sindaco di Milano: e quando si andrà a votare, "al più presto possibile, con una legge elettorale che sia uguale per le due Camere", lui è pronto a tornare in pista. Per riunire il popolo di sinistra che non si riconosce nel Pd sotto la bandiera di un nuovo soggetto politico – il Campo Progressista – disponibile a un'alleanza leale con Renzi. Ad una condizione: che lui rompa con Alfano e con Verdini.
Lei è stato uno dei pochi uomini alla sinistra del Pd che si è schierato a favore della riforma, e a Milano il Sì ha vinto. Pochi conoscono meglio di lei i sentimenti del popolo di sinistra. Perciò le chiedo: è il momento giusto, secondo lei, per andare a elezioni anticipate?
"Io penso che ormai non si possa più andare avanti così. Forse febbraio è troppo presto, ma è ora che si vada a elezioni. Ed è indispensabile che non ci si vada con queste leggi elettorali. È del tutto evidente che ci sono alcuni punti dell'Italicum su cui la Corte costituzionale indirettamente si è già pronunciata, e vanno modificati. E poi non si può andare a votare con due leggi elettorali diverse per Camera e Senato, che quasi sempre producono due maggioranze diverse. Io credo che il Paese abbia bisogno di una legge elettorale che sia più democratica e permetta agli elettori di scegliere i propri parlamentari, con un premio di maggioranza che garantisca la governabilità senza essere eccessivo come è nell'Italicum. E non c'è dubbio che l'unico modo per superare il problema sia quello di assegnare il premio di maggioranza non al singolo partito ma alla coalizione vincente ".
Nel Pd c'è chi dice: abbiamo perso il referendum, ma noi abbiamo il 40 per cento e tutti gli altri devono dividersi l'altro 60 per cento. E' così?
"Un momento: il 40 per cento del Sì contiene voti di centro-destra che certo non sarebbero disponibili per un'alleanza di centro-sinistra. Mentre nel 60 per cento del No ci sono tanti voti di elettori di sinistra che invocano l'unità del centrosinistra, e sono pronti a votare una coalizione che abbia questo segno".
Già, ma al momento non c'è. Oggi Renzi potrebbe coalizzarsi solo con il Nuovo Centrodestra di Alfano, a giudicare da quello che accade alla sua sinistra. A meno che nasca un nuovo soggetto politico, raccogliendo l'eredità di quei "sindaci arancione" di cui lei era l'esponente numero uno.
"Questo è il momento della verità. I cittadini vogliono che ci sia un Parlamento che garantisca la governabilità, dove le mediazioni avvengano tra forze politiche che si riconoscono negli stessi valori e negli stessi principi. Oggi non è così, perché siamo in uno stato di necessità e non c'è una maggioranza alternativa a questa. Però le elezioni sarebbero, per il Pd, il momento decisivo per le sue scelte. Renzi dovrebbe scegliere se guardare a un'alleanza a sinistra, formando un centrosinistra, o un'alleanza con il Nuovo Centro Destra che trasformerebbe il Pd in un partito geneticamente modificato. Il popolo del Pd, io lo conosco bene, non accetterebbe mai la seconda soluzione".
E quindi?
"Quindi serve un'alleanza aperta, diamole un nome: Campo Progressista, che riunisca le forze di sinistra in grado di assumersi una responsabilità di governo. Non per motivi di potere ma per fare le cose di sinistra. Intendiamoci: anche questo governo ha fatto cose di sinistra, penso alle unioni civili, ma ha dovuto fare anche altre cose che nascevano dalla necessità di arrivare a un compromesso con un partito di centro-destra. Questo non va più bene".
Chi vedrebbe lei, in questo Campo Progressista? C'è già un progetto, un embrione?
"A Milano ho partecipato a due iniziative intitolate "Dopo il 4 c'è il 5", pensando proprio al dopo-referendum. E naturalmente il tema era questo. Ecco, lì ho visto che ci sono gli spazi per questo progetto. E in questi mesi, girando l'Italia, partecipando a tante iniziative, mi sono accorto che il popolo di sinistra non aspetta altro ".
Lei ha in mente un soggetto politico alla sinistra del Pd, che si allei con Renzi alle prossime elezioni… "Mettendo dei paletti ben precisi: nessuna alleanza con le forze di centro- destra o con quelle persone che non hanno la credibilità o l'affidabilità necessarie, anche se i loro voti oggi sono diventati indispensabili in Parlamento ".
Quindi né Alfano né Verdini. Ma su quali forze potrebbe contare, in concreto, un partito di sinistra che nascesse oggi?
"Guardi, alle ultime amministrative in tantissimi Comuni grandi e piccoli sono nate delle liste di sinistra che si sono rivelate determinanti per la vittoria del centrosinistra. Gran parte di queste sono diventate associazioni culturali. È necessario riunirle, metterle in rete, ragionare insieme ".
Ma come? Dove? Quando?
"A Milano, come le dicevo, abbiamo già fatto due iniziative. Il 18 dicembre a Roma si incontrerà tutta quella parte della sinistra che ritiene che il Partito democratico non possa che essere suo alleato, e voglia collaborare lealmente in un'ottica di centrosinistra assumendosi le sue responsabilità. Il giorno dopo ci vedremo a Bologna, dove sarà presente anche il sindaco di Bologna, Merola, e Gianni Cuperlo, che sono del Pd, ma anche io e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, che non siamo del Pd. Chiaramente sarà fondamentale vedere cosa deciderà la Direzione del Pd. Ma questo è il momento della scelta".
E Sel? E Sinistra Italiana? Dentro o fuori?
"Noi ci rivolgiamo alle forze organizzate a livello locale. Poi l'appuntamento di Roma è organizzato da una parte della sinistra che viene da Sel e da Sinistra Italiana. Non verranno quelli che ritengono il Pd un partito geneticamente modificato e non ritengono possibile nessuna alleanza. Io rispetto la loro posizione, ma noi vogliamo dare voce alla grande richiesta di unità del centrosinistra che ho sentito girando per l'Italia. E riuscire a parlare ai tanti disillusi che non sono più andati a votare, o hanno votato turandosi il naso. Dobbiamo restituire l'entusiasmo di fare politica agli italiani di sinistra che l'hanno perso".
Fonte
Il faro centrale resta comunque Matteo Renzi, immaginato come inamovibile perno su cui far girare l'ennesima ristrutturazione del "campo di centrosinistra".
Ci sarebbe da ridere, dopo che anche gli asini hanno ascritto la vittoria del NO a un malessere sociale, inter-generazionale, salariale, che unifica il paese da Nord a Sud e si ingigantisce nelle isole.
A prima vista sembrerebbe che ai piani alti di Repubblica abbiano perso il lume dell'intelligenza. Ma come? Quello che ha fatto il Jobs Act, abolito l'art. 18, blandito le banche più criminali, guadagnato l'appoggio della peggiore massoneria, scassinato ciò che restava della sanità pubblica, massacrato quel poco di buono che ancora c'era nella scuola pubblica, ecc... lo vuoi imbellettare come il "nuovo centrosinistra"? A questo qui vorresti assicurare l'appoggio di quella accozzaglia di senza futuro, cui probabilmente vorresti aggiungere anche ciò che resta di Rifondazione, Pci, ecc? Ossia quelli che – per scelta ragionata o obbligata, per amore o per forza – hanno dato comunque un contributo a far vincere il NO?
La logica è sempre la stessa, profondamente anti-politica: quella dei "contenitori" in cui si vorrebbero affastellare nomi e organizzazioni, frammenti e ambizioni individuali; rigorosamente senza uno straccio di programma o progetto politico che non sia il far poi parte di un contenitore più grande, in grado di vincere le prossime elezioni o almeno assicurare un congruo numero di poltrone occupabili.
Identica anche l'idea di considerare – in un certo senso giustamente – le varie aggregazioni di parlamentari come pezzetti di un puzzle in cerca di un disegnatore per accettare un certo posto. Del "distacco tra politica e paese reale", tanto biasimato nei primi due giorni post-referendum, nessuna traccia. Pensano possa essere ricucito così, costruendo un'altra "macchina comunicante", incaricata di diffondere una nuova narrazione...
Non sappiamo dire se qualcuno ci cascherà, almeno nell'area della "sinistra radicale". Certo si vede dietro la schiena di Pisapia un groviglio di fili tenuti in mano da un elenco di improbabili pupari... Certo si tratta di un tentativo idiota, tipico di chi crede ancora che basti sventolare qualche drappo rossiccio (o "arancione") per vedersi beneficati dal voto popolare, per portarlo poi in soccorso dei sempre più deboli fautori dell'integrazione dell'Unione Europea, dell'euro, ecc.
Unica condizione pretesa, evocata come una "rivoluzione epocale", il banale "basta con Verdini e Alfano". Per fare cosa? Non importa, ce lo diranno da Bruxelles...
Roba da zero virgola sul piano sociale, dunque anche su quello elettorale. Prove di distrazione di massa... Pardòn, distrazione di un ceto politico fatto di caporali senza esercito. Nulla di concreto, solo un feu follet natalizio, per un tentativo disperato. Dipingere ancora il golpista sconfitto come "leader della sinistra" e portare confusione supplementare in un campo deserto da tempo.
Qui di seguito il delirio seriosamente esposto dal foglio fondato da Scalfari, ormai approdato all'idea di "governo oligarchico caritatevole".
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Pisapia: pronto a unire la sinistra fuori dal Pd. Renzi dialoghi con noi, basta Alfano e Verdini
di Sebastiano Messina
"È il momento della verità" avverte Giuliano Pisapia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, dice l'ex sindaco di Milano: e quando si andrà a votare, "al più presto possibile, con una legge elettorale che sia uguale per le due Camere", lui è pronto a tornare in pista. Per riunire il popolo di sinistra che non si riconosce nel Pd sotto la bandiera di un nuovo soggetto politico – il Campo Progressista – disponibile a un'alleanza leale con Renzi. Ad una condizione: che lui rompa con Alfano e con Verdini.
Lei è stato uno dei pochi uomini alla sinistra del Pd che si è schierato a favore della riforma, e a Milano il Sì ha vinto. Pochi conoscono meglio di lei i sentimenti del popolo di sinistra. Perciò le chiedo: è il momento giusto, secondo lei, per andare a elezioni anticipate?
"Io penso che ormai non si possa più andare avanti così. Forse febbraio è troppo presto, ma è ora che si vada a elezioni. Ed è indispensabile che non ci si vada con queste leggi elettorali. È del tutto evidente che ci sono alcuni punti dell'Italicum su cui la Corte costituzionale indirettamente si è già pronunciata, e vanno modificati. E poi non si può andare a votare con due leggi elettorali diverse per Camera e Senato, che quasi sempre producono due maggioranze diverse. Io credo che il Paese abbia bisogno di una legge elettorale che sia più democratica e permetta agli elettori di scegliere i propri parlamentari, con un premio di maggioranza che garantisca la governabilità senza essere eccessivo come è nell'Italicum. E non c'è dubbio che l'unico modo per superare il problema sia quello di assegnare il premio di maggioranza non al singolo partito ma alla coalizione vincente ".
Nel Pd c'è chi dice: abbiamo perso il referendum, ma noi abbiamo il 40 per cento e tutti gli altri devono dividersi l'altro 60 per cento. E' così?
"Un momento: il 40 per cento del Sì contiene voti di centro-destra che certo non sarebbero disponibili per un'alleanza di centro-sinistra. Mentre nel 60 per cento del No ci sono tanti voti di elettori di sinistra che invocano l'unità del centrosinistra, e sono pronti a votare una coalizione che abbia questo segno".
Già, ma al momento non c'è. Oggi Renzi potrebbe coalizzarsi solo con il Nuovo Centrodestra di Alfano, a giudicare da quello che accade alla sua sinistra. A meno che nasca un nuovo soggetto politico, raccogliendo l'eredità di quei "sindaci arancione" di cui lei era l'esponente numero uno.
"Questo è il momento della verità. I cittadini vogliono che ci sia un Parlamento che garantisca la governabilità, dove le mediazioni avvengano tra forze politiche che si riconoscono negli stessi valori e negli stessi principi. Oggi non è così, perché siamo in uno stato di necessità e non c'è una maggioranza alternativa a questa. Però le elezioni sarebbero, per il Pd, il momento decisivo per le sue scelte. Renzi dovrebbe scegliere se guardare a un'alleanza a sinistra, formando un centrosinistra, o un'alleanza con il Nuovo Centro Destra che trasformerebbe il Pd in un partito geneticamente modificato. Il popolo del Pd, io lo conosco bene, non accetterebbe mai la seconda soluzione".
E quindi?
"Quindi serve un'alleanza aperta, diamole un nome: Campo Progressista, che riunisca le forze di sinistra in grado di assumersi una responsabilità di governo. Non per motivi di potere ma per fare le cose di sinistra. Intendiamoci: anche questo governo ha fatto cose di sinistra, penso alle unioni civili, ma ha dovuto fare anche altre cose che nascevano dalla necessità di arrivare a un compromesso con un partito di centro-destra. Questo non va più bene".
Chi vedrebbe lei, in questo Campo Progressista? C'è già un progetto, un embrione?
"A Milano ho partecipato a due iniziative intitolate "Dopo il 4 c'è il 5", pensando proprio al dopo-referendum. E naturalmente il tema era questo. Ecco, lì ho visto che ci sono gli spazi per questo progetto. E in questi mesi, girando l'Italia, partecipando a tante iniziative, mi sono accorto che il popolo di sinistra non aspetta altro ".
Lei ha in mente un soggetto politico alla sinistra del Pd, che si allei con Renzi alle prossime elezioni… "Mettendo dei paletti ben precisi: nessuna alleanza con le forze di centro- destra o con quelle persone che non hanno la credibilità o l'affidabilità necessarie, anche se i loro voti oggi sono diventati indispensabili in Parlamento ".
Quindi né Alfano né Verdini. Ma su quali forze potrebbe contare, in concreto, un partito di sinistra che nascesse oggi?
"Guardi, alle ultime amministrative in tantissimi Comuni grandi e piccoli sono nate delle liste di sinistra che si sono rivelate determinanti per la vittoria del centrosinistra. Gran parte di queste sono diventate associazioni culturali. È necessario riunirle, metterle in rete, ragionare insieme ".
Ma come? Dove? Quando?
"A Milano, come le dicevo, abbiamo già fatto due iniziative. Il 18 dicembre a Roma si incontrerà tutta quella parte della sinistra che ritiene che il Partito democratico non possa che essere suo alleato, e voglia collaborare lealmente in un'ottica di centrosinistra assumendosi le sue responsabilità. Il giorno dopo ci vedremo a Bologna, dove sarà presente anche il sindaco di Bologna, Merola, e Gianni Cuperlo, che sono del Pd, ma anche io e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, che non siamo del Pd. Chiaramente sarà fondamentale vedere cosa deciderà la Direzione del Pd. Ma questo è il momento della scelta".
E Sel? E Sinistra Italiana? Dentro o fuori?
"Noi ci rivolgiamo alle forze organizzate a livello locale. Poi l'appuntamento di Roma è organizzato da una parte della sinistra che viene da Sel e da Sinistra Italiana. Non verranno quelli che ritengono il Pd un partito geneticamente modificato e non ritengono possibile nessuna alleanza. Io rispetto la loro posizione, ma noi vogliamo dare voce alla grande richiesta di unità del centrosinistra che ho sentito girando per l'Italia. E riuscire a parlare ai tanti disillusi che non sono più andati a votare, o hanno votato turandosi il naso. Dobbiamo restituire l'entusiasmo di fare politica agli italiani di sinistra che l'hanno perso".
Fonte
05/12/2016
E il PD? Ne vedremo delle belle?
Come si sa, i primi a scappare dalle navi che affondano sono i maestri dell'opportunismo. E all'interno del PD inizia una gara per smarcarsi da un risultato devastante che mette in crisi non solo l'attuale leadership, ma la tenuta stessa dell'organizzazione.
Certo, c'erano state delle avvisaglie già nell'ultimo periodo di campagna elettorale, quando vari rappresentanti locali cominciavano a dimostrare una certa dose di indifferenza, pur manifestando una fedeltà totale alle ragioni del SI alla riforma, ma erano in parte rientrate con la mossa a (non) sorpresa dell'ineffabile Cuperlo, che novello Caronte cercava di traghettare una parte dei democratici insoddisfatti di nuovo in seno alla linea renziana (senza riuscirci, evidentemente); ma anche con il ringalluzzimento degli ultimi tre giorni dati dall'endorsement di Prodi, il vigliacco accordo dei sindacati confederali sulle spalle degli operai metalmeccanici, fino anche a segnali di benevola distensione a parte della Commissione Europea.
Ma i sogni a occhi aperti si sono infranti contro la materialità di un 60% di dissenso – evidentemente non solo alla riforma costituzionale e al governo Renzi – ma al partito stesso; che non solo non è riuscito ad allargare le proprie fila agli elettori più prossimi, moderati sia un po' più a destra che più a sinistra, ma non è nemmeno riuscito a tenere compatto il proprio elettorato di base.
Se Renzi si è dimesso (anzi, si sta dimettendo) da presidente del consiglio, unico gesto di coerenza in tutto il suo percorso politico (dal “non lascerò Firenze per andare a Roma”, “non accetterò mai un incarico senza essere eletto”, fino all'elegantissimo “Enrico stai sereno”), ancora nessuna dichiarazione è stata fatta in questo senso riguardo alla segreteria del partito, nonostante ovviamente qualcuno stia già chiedendone la testa (per non essere volgari).
Un primo round della guerra fra bande che certamente sta per iniziare dentro il PD lo vedremo a brevissimo, il 19 dicembre a Bologna, in una delle città in cui l'apparato del partito ha retto di più, pur senza sfondare: una convention convocata (a onor di verità prima dell'esito referendario) da quella che vorrebbe mostrarsi come la “sinistra” del PD senza mai essere stata dissidente, e che riunirà insieme al sopracitato Cuperlo, anche il sindaco Merola e l'ex Pisapia. Di un'eleganza di stampo renziano sono le parole del sindaco bolognese, che cerca di sbolognare (appunto) tutta la responsabilità solo sulle spalle di Renzi: “il voto democratico che dimostra che c'è una profonda e radicata protesta rivolta soprattutto contro l'iniziativa del premier”, cita la Repubblica.
Riusciranno i nostri eroi a riciclarsi senza farsi rottamare?
Fonte
Certo, c'erano state delle avvisaglie già nell'ultimo periodo di campagna elettorale, quando vari rappresentanti locali cominciavano a dimostrare una certa dose di indifferenza, pur manifestando una fedeltà totale alle ragioni del SI alla riforma, ma erano in parte rientrate con la mossa a (non) sorpresa dell'ineffabile Cuperlo, che novello Caronte cercava di traghettare una parte dei democratici insoddisfatti di nuovo in seno alla linea renziana (senza riuscirci, evidentemente); ma anche con il ringalluzzimento degli ultimi tre giorni dati dall'endorsement di Prodi, il vigliacco accordo dei sindacati confederali sulle spalle degli operai metalmeccanici, fino anche a segnali di benevola distensione a parte della Commissione Europea.
Ma i sogni a occhi aperti si sono infranti contro la materialità di un 60% di dissenso – evidentemente non solo alla riforma costituzionale e al governo Renzi – ma al partito stesso; che non solo non è riuscito ad allargare le proprie fila agli elettori più prossimi, moderati sia un po' più a destra che più a sinistra, ma non è nemmeno riuscito a tenere compatto il proprio elettorato di base.
Se Renzi si è dimesso (anzi, si sta dimettendo) da presidente del consiglio, unico gesto di coerenza in tutto il suo percorso politico (dal “non lascerò Firenze per andare a Roma”, “non accetterò mai un incarico senza essere eletto”, fino all'elegantissimo “Enrico stai sereno”), ancora nessuna dichiarazione è stata fatta in questo senso riguardo alla segreteria del partito, nonostante ovviamente qualcuno stia già chiedendone la testa (per non essere volgari).
Un primo round della guerra fra bande che certamente sta per iniziare dentro il PD lo vedremo a brevissimo, il 19 dicembre a Bologna, in una delle città in cui l'apparato del partito ha retto di più, pur senza sfondare: una convention convocata (a onor di verità prima dell'esito referendario) da quella che vorrebbe mostrarsi come la “sinistra” del PD senza mai essere stata dissidente, e che riunirà insieme al sopracitato Cuperlo, anche il sindaco Merola e l'ex Pisapia. Di un'eleganza di stampo renziano sono le parole del sindaco bolognese, che cerca di sbolognare (appunto) tutta la responsabilità solo sulle spalle di Renzi: “il voto democratico che dimostra che c'è una profonda e radicata protesta rivolta soprattutto contro l'iniziativa del premier”, cita la Repubblica.
Riusciranno i nostri eroi a riciclarsi senza farsi rottamare?
Fonte
10/12/2015
Quello che Pisapia, Zedda e Doria hanno capito della lezione francese
I tre residui sindaci “arancione”, Pisapia, Zedda e Doria hanno lanciato un appello
per liste comuni Pd-Sel alle prossime comunali nelle rispettive città
con un argomento nuovissimo: non far vincere la destra, come è accaduto
in Francia. Quello che loro hanno capito della lezione francese è che
bisogna far quadrato intorno alla socialdemocrazia neo liberista per
sbarrare la strada alla destra. Mai sentito un discorso più
sfrontatamente opportunista e più clamorosamente falso di questo.
Iniziamo: in primo luogo, ai tre insegni
primi cittadini non viene in testa che, forse, nella meritatissima
batosta di Hollande e dei suoi sventurati compagni, ci sia proprio
l’ignobile politica economica che hanno seguito e che le paure del
terrorismo jihadista hanno avuto una parte molto limitata nel successo
del FN, che, proprio a Parigi, città colpita dalla strage, ha registrato
uno dei suo maggiori insuccessi, raccogliendo solo il 9,5% dei voti.
Peraltro, l’ascesa del Fn era iniziata decisamente prima del gennaio
scorso. Che i socialisti francesi meditino sulle ragioni del loro
fiasco: se loro sono i lacchè della Merkel e del capitalismo finanziario
perché mai gli elettori di sinistra dovrebbero votarli?
In secondo luogo, ci era parso di capire
che Sel (antico punto di riferimento dei tre sindaci) dovrebbe stare
sciogliendosi nella nuova formazione Sinistra Italiana che, nelle
dichiarazioni, si propone di costruire l’alternativa al Pd. Ci
accorgiamo che è la solita musica: fare il solito cespuglio del Pd per
rimediare qualche cadrega. Lo avevamo capito già da prima e ritenevamo
Fassina un illuso, ora ne abbiamo la conferma. Ma, ci chiediamo: a che
serve questa manfrina del partito “a sinistra” del Pd? Posso capire che
mantenendosi distinti possa essere più fruttuoso sul piano della
spartizione, ma la cosa dovrebbe essere supportata da un qualche seguito
elettorale, mentre rifare la sceneggiata dell’alleanza-conflittuale con
il Pd serve a poco perché non ci crede più nessuno: non si può essere
nello stesso tempo alternativi a qualcuno e suoi alleati, “per la
contraddizione che non lo consente”, direbbe qualcuno.
Esilarante, in terzo luogo, è la
motivazione del “non far vincere al destra” che poi è il ritornello
frustissimo usato da 30 anni e che è quello che ha ridotto la cd
“Sinistra radicale” al lumicino. La destra è frammentata, i sondaggi la
danno in discesa e non in una delle tre città citate i sondaggi la
accreditano neppure del secondo posto, a Milano non sanno neppure chi
candidare. Dunque, un pretesto sfacciatamente, clamorosamente,
dichiaratamente, spudoratamente falso.
Se c’è un momento in cui la sinistra
“radicale” può permettersi il lusso di essere autonoma senza favorire la
destra è questo. Ma a questa “sinistra” interessa essere autonoma? Ha
qualcosa da dire? Ne dubito, fieramente ne dubito.
09/12/2015
Tre sindaci senza popolo, chiamati alla solita operazione elettorale
Slittamenti progressivi verso il crack, spacciati per “senso di responsabilità”, con l'alibi di sempre: non far vincere la destra. Se fosse soltanto questo, la lettera a Repubblica dei tre “sindaci arancione” (Pisapia per Milano, Zedda per Cagliari, Doria per Genova), sarebbe patetica e basta. L'assenza del quarto protagonista, il ben più indipendente Luigi De Magistris, basta e avanza a collocare questa iniziativa nel più stretto solco renziano.
Di nuovo c'è un solo fatto: oggi la faccia della destra non ha più il volto mattonato di Silvio Berlusconi, ma quello vetero-fascista e neo-riciclato del Front National, che prova a trainare l'avventura fascio-leghista con il servizio d'ordine affidato ai mazzieri di Casapound. Missione disperata, per un razzista che a sud di Firenze può solo raccattare fischi e insulti.
Quest'unica novità ha convinto i tre ex tenores a spendersi in un appello all'”unità del centrosinistra” incentrato esclusivamente su questa paura. Personaggi spenti, incapaci di tener fede ad una sola delle promesse elettorali o almeno di smarcarsi episodicamente dalla pressione dei peggiori appetiti affaristici locali. Dei due “marittimi” sin son perse le tracce da tempo, di Pisapia basterà ricordare la difesa strenua dell'Expo della precarietà, del lavoro non retribuito, della selezione politica del personale ammesso a lavorare nei padiglioni (schedatura poliziesca svolta sui social network e altrove).
Non varrebbe la pena di occuparsi di questo appello se non fosse così manifesta l'intenzione di bloccare a monte – ideologicamente – qualsiasi possibilità di far maturare a sinistra una presa anche solo minimale di coscienza: è possibile costruire una rappresentanza “utile” solo se totalmente indipendente e contrapposta al Pd, a Renzi, a Confindustria, alla Troika e all'Unione Europea del capitale multinazionale.
I tre sindaci, invece, si limitano ad agitare lo spauracchio lepenista – qui in Italia malamente scimmiottato da Salvini – chiarendo fin nei dettagli che non si tratta affatto di individuare una qualsiasi politica amministrativa locale “vicina al popolo” (fosse solo pure nelle parole gettate al vento), ma semplicemente di impedire a “quelli lì” di accedere a stanze dei bottoni che sono state da tempo svuotate di ogni potere decisionale (basta e avanza il “patto di stabilità” a irregimentare una qualsiasi amministrazione locale, per quanto ben disposta).
Il puro contenitore, insomma, a prescindere dai contenuti. Che non vengono più neanche nominati, perché tanto non se ne ricorda neanche la lista...
Gioco vecchio, che non può che facilitare la vittoria proprio di quelli che si vorrebbero “sconfiggere”, come ha dimostrato ad abundantiam François Hollande e la sua famiglia allargata.
Anche perché, contemporaneamente, il capobastone dei tres tenores – Matteo Renzi e la sua famiglia allargata – sta cambiando lentamente registro nella sua solita “comunicazione politica”. Meno fedeltà all'Unione Europea e alla Troika, per non pagare dazio eccessivamente alle sciocchezze salviniane sulla Ue e sull'euro (già smorzate moltissimo proprio dalla Le Pen) e soprattutto alla probabile valanga “grillina” nelle prossime amministrative (a partire dalla Capitale, che diventerebbe così un anticipo delle prossime elezioni politiche). Più spesa pubblica (per la sicurezza, ovviamente, ma anche per il “bonus cultura” ai 18enni, nel solco degli 80 euro elargiti prima delle europee 2014), anche dando per scontata qualche reprimenda di Bruxelles, che comunque arriverà con le correzioni alla legge di stabilità del 2017, non adesso.
Sullo sfondo c'è, prepotente, il blocco già visibile della pur stentata “crescita” italiana. L'iperottimistico +1,6% per il 2016, scritto nelle previsioni del governo, infatti, rischia di essere frantumato già nei primi mesi dell'anno che si sta per aprire, come conseguenza della frenata dei paesi emergenti (e quindi delle esportazioni italiche), dell'imminente aumento dei tassi di interesse da parte delle Fed statunitense e dell'intensificarsi dei segnali di guerra proprio intorno a noi, nel Mediterraneo. E senza "crescita" da poter rivendere sul mercato elettorale, anche Renzi vede avvicinarsi il momento dell'uscita di scena...
Di tutto questo, ovviamente, i tre sindaci non possono parlare. Perché nulla sanno. A loro è stato chiesto di richiamare all'ordine i voti che potrebbero finire su liste non apparentate fin dall'inizio con la “casa madre” del guitto di Rignano sull'Arno. E questo, servilmente, si son messi a fare. Di loro nessuno avrà mai nostalgia...
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