Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2018

Liberi e Uguali, cioè un voto per Renzusconi

L’unico motivo per interessarsi a queste elezioni, ci tocca ribadirlo, è la presenza di Potere al Popolo. Per il resto, tutto scorre nella noia più scontata.

Sappiamo tutti che, da lunedì, cominceranno le grandi manovre per formare un “governo del presidente”, con (quasi) tutti dentro. Pilastri centrali Berlusconi e Renzi, Forza Italia e Pd; poi, visto che certamente non avranno la maggioranza dei parlamentari, imbarcheranno alcuni o tutti gli alleati. Per il Pd non c’è problema, tranne quello della soglia di sbarramento che appare insuperabile per tutti e tre i cespuglietti che si porta dietro (Bonino compresa, ipervalutata sui media ma invisa a tutti nelle strade).

Più problematica la situazione del Caimano, che rischia di non potersi portar dietro i due alleati più grossi (Salvini e Meloni), che ottengono un po’ di consensi solo grazie a una “differenza” più gridata che reale.

C’è insomma la necessità di imbarcare anche qualcun altro per fare il 50%+1. Vero è che Berlusca ha già aperto le porte agli eventuali eletti nei Cinque Stelle messi fuori prima del voto ma ormai inseriti nelle liste (al massimo 4-5 di loro potranno arrivare a Montecitorio).

Potrebbero non bastare. E allora che si fa? Ecco Liberi e Uguali, lato Piero Grasso, pronto a salire sul carrozzone con quelli contro cui quotidianamente spara (si fa per dire) un po’ di critiche moralistiche. “Se ci dovesse essere questo scopo, se il presidente Mattarella ce lo chiedesse, noi saremmo assolutamente disponibili”.

Vero è che Laura Boldrini dice per ora il contrario, ma fate chiudere le urne (dove LeU rischia una sorpresa negativa piuttosto grossa, altro che “due cifre”!) e poi vedrete quanti saranno quelli a storcere ancora il naso.

Per giustificare la disponibilità “assoluta” a quella soluzione orribile, l’inascoltabile Grasso ha provato a condire il piatto con qualche spruzzata di finto sinistrismo. Quindi un colpetto ai grillini («Su alcuni temi sono incompatibili con i valori, le idee e i principi di sinistra, come Europa, immigrazione e diritti civili. Quindi sono incompatibili con Liberi e Uguali, perché noi siamo la sinistra»), uno sguardo al futuro più prossimo («Leu nasce dall’unione di Si, Mdp e Possibile ma abbiamo un progetto comune che non è finalizzato alle elezioni ma è molto più ambizioso») e una bel atteggiarsi a “responsabili” (come Razzi e Scilipoti, insomma).
AVVISO AI NAVIGANTI.

Mancano pochi giorni prima del voto. In rete POTERE AL POPOLO sta andando FORTE!Un appello ai giovani: parlate con tutti, AMICI, PARENTI, COLLEGHI, invitiamoli a votare per POTERE AL POPOLO.IL FUTURO è NOSTRO E STA NASCENDO ADESSO!

Pubblicato da Eurostop.info su martedì 27 febbraio 2018
Un atteggiamento così sguaiato che non è nemmeno criticabile seriamente...

Meglio riderci sopra, allora, come ha fatto ieri sera Viola Carofalo, “capo politico” di PalP (non candidata per scelta): “Voglio ringraziare ufficialmente Piero Grasso per il sostegno che sta dando a Potere al Popolo! Dopo aver dichiarato che è sbagliato cancellare la Fornero e aver detto che è in sintonia con Minniti, oggi si è dichiarato disponibile a un governo di scopo con Renzi e Berlusconi. Il leader del PD 2 mette una pietra tombale sull’ipotesi che un voto a LeU sia un voto di opposizione e di alternativa ai governi di questi anni. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: di fronte a noi c’è un monoblocco che va da Salvini a Grasso, pronti a governare insieme, magari anche col sostegno di Di Stefano. Dall’altra parte invece c’è chi non è disposto a nessun compromesso con coloro che hanno portato il paese allo stato misero in cui si trova. Crediamo che a questo punto non ci siano dubbi sul fatto che il 4 Marzo il vero voto utile sia quello dato a Potere al Popolo!”

Amen.

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27/02/2018

LeU-Pd spacciano proposte irrealizzabili senza mettere in discussione i trattati europei

I “giovani leoni” di Liberi e Uguali e i “dissidenti” del Pd sono molto presenti in tv e sui giornali, nella speranza – dell’establishment – che riescano a ramazzare qualche voto che altrimenti rischia di finire a Potere al Popolo.

Quando provano a dire cosa farebbero, nel caso assi improbabile che qualcun altro li imbarchi in un governo, se ne escono con idee brillanti che hanno l’unico difetto di essere irrealizzabili senza mettere in discussione il tabù del vincolo di bilancio. E quindi l’architettura dei trattati che costituisce la prigione dell’Unione Europea.

L’esperto di fondi Ue, Andrea Del Monaco, autore del volume “SUD COLONIA TEDESCA”, spiega su La7 l’inattuabilità delle proposte di Pietro Grasso e Andrea Orlando sul Sud.

Andrea Orlando dice di volere 100.000 assunzioni nello Stato; Pietro Grasso sbandiera la “Clausola Ciampi” (45% degli investimenti nazionali dovrebbe andare al Mezzogiorno).

Tali proposte sarebbero un palliativo rispetto alle condizioni di vita di larghissima parte della popolazione meridionale, ma certo non sono questi i tempi dove si butta via qualcosa.

Peccato che queste due proposte siano inattuabili. O meglio, per poterle concretizzare, per quanto poco servano, bisognerebbe cancellare il pareggio di bilancio dalla Costituzione e stracciare il Fiscal Compact (che sarà pienamente operativo dal 1° gennaio prossimo).

Dovendo dunque raggiungere il pareggio di bilancio nel 2020, come prescritto dalla Commissione Europea, abbiamo due possibilità:

1) rinunciamo ad investire ed assumere;

2) investiamo ed assumiamo, ma nel contempo tagliamo spesa pubblica in un altro settore, magari la sanità.

Diceva Totò: è la somma che fa il totale! Aggiungiamo noi: Potere al Popolo è l’unica forza che vuole abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.

Qui di seguito il video dalla trasmissione Var Condicio, su La7:


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26/01/2018

Il morto che non muore mai. Liberi, per niente uguali e blindati

Il carro di Tespi di Leu – Liberi e uguali, insomma i bersaniani-dalemiani riparatisi dietro Pietro Grasso – scricchiola ogni giorno di più e rischia il crash ancor prima che parta la campagna elettorale. Nodo del contendere, come sempre, le candidature.

Un ceto politico usurato – anche nelle figure che vorrebbero sembrare più giovanili, come Civati e Fratoianni – si ritrova alle prese con il più normale degli ostacoli posti da una legge elettorale scritta apposta per eliminare qualsiasi contatto tra ceto politico e “territori”. E lo risolve nell’unico modo che conosce da decenni: il “centro” decide tutto, i territori votano e basta.

Inevitabile, in questa dinamica, che le possibilità di raccogliere consensi scendano in picchiata, man mano che “i territori” verificano di essere adibiti a puro serbatoio di voti, senza alcuna possibilità di far valere altre opzioni, sicuramente più “popolari”.

Un esempio? Una delle figure migliori – il medico di Lampedusa immortalato da Fuocammare – si è sentito giustamente in dovere di rinunciare a essere uno dei volti pubblici di una lista fatta di “personaggetti” specializzati in poltrone attaccate al deretano. Gli avevano “concesso” il seggio di Pavia, palesemente fuori radar rispetto alla sua eccezionale storia personale. E, ovviamente, a scapito di qualcuno che in loco aveva magari qualche radicamento sociale interessante...

L’episodio è solo uno dei mille che in questi giorni stanno squassando la piccola formazione nata per recuperare i voti perduti dal Pd a causa della spocchia renziana. E il paradosso – solo apparente, come per tutti i paradossi – è che il Pd “vero, quello sotto il tallone di Renzi, sta in queste ore dando identico spettacolo. L’unica differenza è che al Nazareno c’è un solo capo, bulimico di potere man mano che ne perde rispetto al paese, mentre al vertice di Leu c’è una congrega di ex generali e marescialli che si pestano i piedi a ogni passo.

Ultima nota: continuate così, per favore...

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10/01/2018

Taglio sulle tasse universitarie, chi offre di meno?

Ci piacerebbe essere sempre in campagna elettorale, per sentirci dire ogni giorno da quelli che ci stanno distruggendo la vita privatizzando, alzando i costi dei servizi pubblici, aumentando le tasse e riducendo i salari, che ci toglieranno questa o quell’altra gabella.

Ultimo in ordine di apparizione, Piero Grasso: “aboliremo le tasse universitarie”. Evviva! I movimenti studenteschi e universitari sono solo decenni che lo chiedono. Ma non soltanto nei periodi elettorali. Per cui le belle parole del presidente del Senato (tutt’ora in carica) in verità non appaiono vicino tanto alle rivendicazioni degli studenti, quanto alle altrettanto belle parole dei suoi colleghi-competitori: la recente abolizione del canone RAI proposta da Renzi (dopo averlo nascosto nella bolletta della luce), ma anche la storica abolizione della tassa sulla prima casa di Berlusconi.

Abbiamo imparato che i “bravi” politici in campagna elettorale promettono tante cose, una delle più facili per acchiappare qualche voto è l’abolizione di una tassa.

È evidente dove vuole pescare Grasso, dopo che pochi giorni fa un preoccupante articolo de La Stampa prevedeva un astensionismo fra i giovani del 70% per le prossime elezioni. Ma si faranno abbindolare questi giovani da un attempato signore, che entrato in politica non troppi anni fa già si dimostra un volpone, sostenendo per cinque anni un partito e un governo disastroso per la condizione studentesca e lavorativa di milioni di ragazzi e ragazze, per uscirne un attimo prima dello schianto finale, e soltanto dopo essersi assicurato un notevole ruolo nella nuova formazione della sinistra compatibilista?

Grasso insieme alla dirigenza di Liberi e Uguali (senza fare troppe inutili e politicistiche differenze fra chi la compone) sono pienamente e politicamente responsabili della precarizzazione istituzionalizzata del Jobs Act e dei voucher e della devastazione dell’istruzione con la “Buona Scuola” e con l’incredibile inserimento dell’Alternanza Scuola-Lavoro nel percorso scolastico. Da parlamentari che hanno votato tutto questo, da un presidente del Senato che ha accettato il maggior numero di voti di fiducia di qualunque altra legislatura (cosa che, anche se molto meno, quando la faceva Berlusconi, un giorno sì e un giorno no la Repubblica parlava di regime), possiamo credere veramente a questa sparata?

Anni di lotte, analisi e proposte sull’università passati sotto silenzio, e poi tutta la voce viene data a un signore che non sa nemmeno di quello che parla. Ma Grasso e LeU accettano lo smantellamento delle università del sud, rafforzato tra l’altro dall’ANVUR? Sanno che finanziare la gratuità dell’università (che secondo noi sarebbe inutile senza un reale finanziamento economico diretto ai figli delle famiglie meno abbienti) dovrebbero andare a cercare le tasse ai ricchi e si dovrebbero scontrare con i vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea? Sanno che bisogna rilanciare università e ricerca stabilizzando i precari? Sanno che senza un vero potenziamento delle università insieme a un piano serio per il lavoro, l’abolizione del Jobs Act e il ritorno a un articolo 18 pieno (e non come propongono loro, comunque senza nessuna credibilità, a un’altra forma di “tutele crescenti”) le università italiane rimarranno dei parcheggi per giovani in attesa di diventare disoccupati, mentre quelli che se lo potranno permettere continueranno a emigrare per andare nelle università di serie A in Germania o negli altri paesi del nord Europa?

Ma immaginiamo che una cosa Grasso e LeU la impareranno presto, più o meno intorno al 4 marzo: le proposte giuste devono essere fatte da personaggi credibili in percorsi che non sono in totale  e palese contraddizione con quello che si è fatto fino a cinque minuti prima. Perché saremo pure choosy, bamboccioni e non sapremo giocare bene a calcetto, ma di dieci anni di crisi e disoccupazione non ne possiamo più, e in una situazione del genere ci vuole ben più che una ruffianata elettorale per tirarcene fuori.

Per una cosa del genere, prima di tutto, va dato tutto il Potere al Popolo.

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19/12/2017

Liberi e disuguali: il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema & co.


A sinistra è sempre tutto un coro “contro il populismo”. Ma poi vedi “Ricchi e poveri” di Gad Lerner – in onda ogni domenica in seconda serata su Rai3 – e ti ricordi che c’è un populismo tradizionalmente cattolico che, periodicamente, si riaffaccia e che è tutto incentrato su carità, pietismo e solidarietà compassionevole.

Lerner, si sa, tempo fa ha lasciato il PD e si è messo subito a fare il narratore della nuova ditta Bersani, D’Alema, Grasso & co. #LiberiedUguali, anche per guadagnarsi lo stipendio Rai. E così ci racconta di un mondo in cui ti salveranno dei facoltosi benefattori, dei ricchi buonissimi che dispensano, senza sosta, elargizioni caritatevoli e generosa beneficenza. E’ un classico che funziona sempre e che ora viene contrapposto al rude solipsismo ultraliberista berlusconian-renziano di questi anni da parte chi si candida a ”ricostruire la sinistra”, finita in frantumi proprio sotto i colpi del nemico giurato Matteo Renzi.

E con cosa? Ma con il solito vecchio rassicurante “popolarismo cattolico” traslato, però, nella nuova fase: quella in cui la crisi di un capitalismo messo in ginocchio da una serie infinita di bolle finanziarie e dall’anarchia del mercato globale, ha polverizzato i vecchi margini redistributivi. Se a ciò aggiungi che, in ambito europeo, la scelta letale di stare dentro i rigidi vincoli di bilancio dettati dalla #UE impedisce di approntare qualsiasi cura – ovvero, qualsiasi intervento degli Stati in grado di rilanciare ciò che resta dello stato sociale e di attenuare, in qualche modo ed in una qualche misura, la cronica disoccupazione a due cifre – ecco che anche qualsiasi ipotesi vagamente neokeynesiana va bellamente a farsi benedire.

I nostri lo sanno bene e, tuttavia, gli tocca continuare a vagheggiare quell’immaginario onde mantener vivo, in qualche modo, almeno un qualche ancoraggio alla tradizione delle “grandi socialdemocrazie europee”. Il tutto opportunamente depurato dalla novecentesca lotta di classe e senza alcun riferimento ai meccanismi che stanno concentrando immense ricchezze nelle mani di pochissimi mentre si allarga, a dismisura, l’area della povertà.

Il “nuovo welfare” che ci viene presentato e propinato, è un deciso ritorno al passato: aiuti caritatevoli ai vecchi e nuovi “poveri” come propagandistica faccia soft di un modello molto più hard che stanno perseguendo, da parecchi anni, sotto la spinta di enormi interessi privati. Questa pelosa ed assai interessata narrazione serve, nella migliore delle tradizioni missionarie, quale copertura ideologica della vera operazione che stanno facendo alle spalle di milioni di lavoratori e cittadini: tutti coloro che non saranno riconosciuti come “poveri”, se va in porto l’attuale processo di destrutturazione e privatizzazione del welfare, dovranno ricorrere alle assicurazioni obbligatorie di fascistissima memoria.

Non è un caso, infatti, se da qualche tempo, i grandi gruppi assicurativi, stanno sgomitando tra loro per offire comodi e costosissimi pacchetti tutto compreso(previdenza, sanità e tanto altro) attraverso una frenetica attività di lobbyng su partiti e sindacati nonchè mediante delle mirate e martellanti campagne publicitarie.

Il “nuovo welfare” a cui stanno lavorando alacremente politici, sindacalisti ed accademici in quota ai principali partiti, è un modello in cui diritti e tutele dipenderanno, in un prossimo futuro ed in misura assai variabile, dal lavoro che fai e dai contributi che avrai versato. E’ un modello previdenziale neocorporativo basato sull’idea di affidare, prima o poi, unicamente ai gestori privati servizi quali pensioni (attraverso i fondi pensione privati) e sanità (attraverso i fondi sanitari integrativi), ribattezzata per l’occasione “white economy”.

Ma è un modello destinato ad allargare, ulteriormente e drammaticamente, le attuali già enormi disuguaglianze ed iniquità e che non avrà più nulla in comune, né con il Welfare universale e solidaristico che abbiamo fin qui conosciuto, né, tanto meno, con quel “Welfare dei beni comuni” auspicato da alcuni economisti e che prevede reddito minimo garantito, salario minimo e condivisione dei beni comuni.

Una lavoratrice e delegata di base, proprio l’altro ieri, mi segnalava l’ennesimo di una lunga serie di episodi che vedono sindacalisti offrire sempre più insistentemente e, per giunta, in orario di lavoro, “vantaggiosissime” polizze assicurative. Ecco come le organizzazioni sindacali “ concertative”, in crisi di ruolo, d’identità e di consenso, si sono, da tempo, riposizionate: tirando la volata alle assicurazioni mediante il nuovo “welfare aziendale” basato sulla decurtazione di quote di salario in cambio di servizi offerti proprio dalle assicurazioni private. Trump, in questo senso, ci appare come un novellino.

“Sirio, Espero, Perseo”, sono questi i nomi scelti per dar vita ai fondi pensionistici integrativi dei dipendenti pubblici. Dietro i nomi di stelle e costellazioni che evocano immagini celestiali, si nasconde l’affaire del secolo ordito e messo in atto sulla pelle dei lavoratori, con la complicità esplicita di CGIL, CISL, UIL . Oppure c’è il misterioso “Metasalute” laddove “meta“ non si capisce se stia per un “oltre” metafisico, oppure, per un immaginario punto d’arrivo. E’ il fondo sanitario integrativo chiuso che, con l’avallo anche della FIOM, è già stato inserito nel contratto del settore metalmeccanico.

I “sindacalisti” della previdenza pubblica saranno stati sicuramente in prima fila nella recente manifestazione nazionale del 2 dicembre scorso “in difesa dei pensionati” organizzata dalla CGIL di Susanna Camusso e tuttavia sono gli stessi che stanno spianando la strada, da parecchi anni, alla previdenza integrativa e privata sedendo molto comodamente e con buone retribuzioni, nei Consigli d’Amministrazione dei fondi previdenziali chiusi. Eppure il tentativo di scippare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dei dipendenti del settore privato e pubblico per costituire i fondi integrativi e dare così vita alla seconda gamba della previdenza non gli è riuscito del tutto, anche e sopratutto per merito della opposizione e della buona informazione sul tema prodotti dai militanti del sindacalismo conflittuale.

Ed è così che i sindacalisti “concertativi” si sono direttamente trasformati in brokers assicurativi ferocemente determinati a piazzare polizze pensionistiche e sanitarie per conto dei grandi gruppi assicurativi molto probabilmente intascando percentuali sulle vendite.

Ecco qual è il modello sociale di Grasso, Bersani, D’Alema e soci, che altro non sono che l’espressione politica di questi interessi. Un incessante gioco di sponda tra partiti, sindacati banche ed assicurazioni che va avanti da almeno due decenni e che ha sacrificato al profitto ed ai grandi interessi finanziari, i bisogni ed i diritti di ciò che fu un tempo il blocco sociale di riferimento delle ex sinistre politiche e sindacali. In fondo, ci basta ricordare che sono sempre quelli di “abbiamo una banca”, solo che stavolta, le banche, si sono presi loro.

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13/12/2017

Se nemmeno “il manifesto” ammette che esiste un’opposizione...

Aria di blindatura pesante, nel sistema mediatico di questo paese, in vista delle elezioni di primavera. Questo intervento – come altri dello stesso tenore – ha ben poche possibilità di trovare udienza presso il manifesto, figuriamoci prezzo giornali ancora più militarizzati… Ma riusciremo a batterli lo stesso.

*****

Alla Redazione “Il Manifesto”

Care compagne e cari compagni

In vista della prossima tornata elettorale legislativa, della quale comunque non si conosce ancora la data precisa, “Il Manifesto” ha già assunto (legittimamente, del resto) una posizione precisa a favore della lista personale del Presidente del Senato Grasso denominata “Liberi ed Eguali” (difficile in quest’occasione riprodurre la particolarità presente nel simbolo per rendere l’idea che intende esservi contenuta al riguardo della differenza di genere e mi scuso per questa pratica impossibilità).

Mi permetto, però, di avanzare una richiesta rivolta alla redazione: lo faccio non certo in ragione di una storia (della quale pure legittimamente potrebbe essere possibile rivendicarne almeno una parte) ma in virtù di una precisa ragione politica.

Nella lista del Presidente del Senato confluiranno, infatti, diversi spezzoni di una porzione di sinistra che, nel passato, è stata al centro dell’esperienza di centro sinistra, dall’Ulivo all’Unione, e ne rivendica in una misura molto consistente l’appartenenza puntando al ripristino di determinate condizioni che proprio in quell’esperienza di governo si erano verificate (poi ci sarebbe la questione dell’appoggio al governo tecnico di Monti, a quello delle “larghe intese” di Letta e, infine, a quello delle “piccole intese” di Renzi con relative approvazioni di provvedimenti di legge: ma tutto ciò probabilmente è considerato un dettaglio).

Fatta salva questa scelta, già contenuta in un editoriale di Norma Rangeri a commento dell’assemblea tenuta da questi soggetti lo scorso 3 dicembre, la mia richiesta (del tutto personale e non concordata e sostenuta da alcuno) è quella dell’apertura di un confronto e della concessione di uno spazio anche a quei soggetti che, domenica prossima 17 dicembre, svolgeranno anch’essi un’assemblea nazionale per lanciare un’ipotesi di presenza politico – elettorale credo provvisoriamente denominata “Potere Popolare” (un termine che sinceramente credo possa essere aggiustato in meglio: ad esempio con una denominazione del tipo “Lista Popolare Comunista”: ma anche questo è un dettaglio sul quale non mi compete in alcun modo intervenire).

Nella storia del “Manifesto” ci sono esempi di questa pluralità di presenze anche sul piano elettorale che mi permetto di richiedere in una misura parziale: nel corso della campagna elettorale del 1979, ad esempio, il giornale diede resoconto in termini egualitari delle iniziative del PdUP e di NSU e, inoltre, promosse pagine autogestite da parte non solo del PdUP e di NSU ma anche del PCI e del PSI.

Non entro nel merito della descrizione delle componenti di questa possibile lista che dovrebbe essere varata con l’assemblea del 17 dicembre, che pure si colloca almeno parzialmente sulla scia di quello che è stato definito “lo spirito del Brancaccio” (dal luogo di un’altra assemblea svoltasi tempo addietro) e quindi in un quadro di costruzione del basso di progetto, programma, fattura materiale della lista (quasi una sorta di autoconvocazione) sviluppata attraverso un numero rilevante di assemblee territoriali.

Certamente in questa lista trovano posto soggetti politici organizzati alcuni dei quali (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani) parteciparono in varie forme e anche direttamente a quelle esperienze di centrosinistra cui si è accennato e soprattutto parteciparono alla disgraziata esperienza dell’Arcobaleno, che per quello che riguarda questa fase politica, rimane per la sinistra “la madre di tutte le sconfitte” non tanto e non solo per il mancato “quorum”: anzi l’aver fallito la presenza in Parlamento, in quel frangente, fu il minore dei danni procurati.

C’è da aggiungere che non solo a questa proposta di “Potere Popolare” aderiscono soggetti organizzati, di base, di lotta che con quel tipo di storia nulla hanno avuto a che fare avendo sempre mantenuto un coerente atteggiamento di opposizione prima di tutto di tipo sociale e di lotta, senza atteggiamenti di tipo strumentalmente politicista, ma anche maturando posizioni di reale e concreta alternativa in particolare rispetto al quadro internazionale, alla delicatissima situazione europea verso la quale appare necessario mettere in campo elementi di proposta sul piano della rottura e affrontando temi altrettanto complessi quali quelli dei migranti, della precarietà del lavoro, della sopraffazione dei meccanismi imposti da chi regge le sorti del ciclo capitalista in termini d’individuazione della necessità di combattere lo sfruttamento imperante che si estende a tutti gli ambiti della società e a ogni livello di contraddizione, nel lavoro, nella diversità di genere, nell’ambiente. Senza dimenticare il contributo fornito alla battaglia per la difesa della democrazia costituzionale, anche e non solo in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 (e in altre occasioni, quali il referendum sull’acqua, quello contro l’abolizione dell’art.18 e sulle trivelle: soltanto per fare degli esempi).

Mi permetto quindi di chiedere alla Redazione del “Manifesto” l’apertura di un confronto su questi temi assolutamente decisivi per una ripresa di presenza politica della sinistra d’alternativa in Italia, adeguando quindi il prezioso spazio a disposizione per far sì che ciò avvenga in una forma democraticamente equilibrata.

Il conseguimento, da parte di quest’area politica, di una presenza politico – istituzionale costituirà un fattore importante in questo itinerario che al centro dovrebbe avere il recupero del concetto, ormai quasi perduto nella coscienza generale, di “rappresentanza politica”.

Grazie per la vostra attenzione

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05/12/2017

Ultimo arrivò Grasso. Il sistema politico prova a blindarsi

Con la presentazione di “Liberi e uguali”, con un altro leader preso dall’antimafia, si completa il quadro dell’”offerta politica” di regime.

Per spiegare bene questa definizione conviene soffermarsi un attimo sulla descrizione puntuale di questo quadro.

Fin qui il pilastro del sistema partitico italiano è stato il Pd, che con l’ascesa di Matteo Renzi sembrava in grado di monopolizzare o quasi il consenso, tenendo insieme parte dei ceti popolari storicamente impiccati alla rappresentazione della “sinistra” socialdemocratica di provenienza Pci diventata nel tempo il nerbo dell’establishment liberista italiano; con la benedizione e la direzione discreta dell’Unione Europea.

Tutto appariva curato con estrema attenzione: a) un leader giovane e spiazzante, abile nel “rottamare” velocemente un quadro dirigente inchiodato ad antiche guerre tra clan, usurato da sconfitte clamorose e vittorie dimezzate; b) un’immagine di conseguenza “giovane”, efficientista, iper-modernista, social, post-ideologica, europeista e ultraliberista, ma con su stampigliato il marchio “di sinistra”; c) un’insieme di “riforme” sociali e istituzionali scritte a Bruxelles e imposte con la forza di un caterpillar a un Parlamento di nominati ansiosi solo di completare la legislatura; d) sindacati complici e totalmente immobili davanti alla demolizione del sistema dei diritti su cui avevano fondato la propria legittimità.

In effetti il capitale multinazionale europeo e quel che resta dell’imprenditoria “nazionale” non potevano sperare di meglio. Negli anni di Renzi – così come era in parte avvenuto in quelli di Prodi e D’Alema – sono passate senza colpo ferire “riforme” che non erano riusciti a far approvatre dai governi Berlusconi (dall’abolizione dell’art. 18 alla precarizzazione totale dei contratti di lavoro, fino al limite dell’eliminazione del diritto di sciopero).

Poi il contafrottole di Rignano ha voluto esagerare, mostrando ansie di monopolio del potere che difficilmente – in un paese frammentato anche a livello di “classi dirigenti” – possono essere vincenti. Soprattutto, il programma di “riforme” suggeritogli dalla Ue ha impoverito e scombussolato molto rapidamente una quota rilevante di popolazione, in età di lavoro e non, che gli si è rivoltata progressivamente contro. Fino ad esplodere in un “NO” liberatorio al referendum costituzionale dello scorso anno, segnando l’inizio della sua rapidissima parabola discendente.

Il redivivo Berlusconi deve la sua nuova centralità proprio al fallimento dell’allievo più giovane (e squattrinato, al confronto). Forza Italia è stata salvata dalla messa in liquidazione per l’evidente improponibilità come alternative di governo delle due altre “forze” di destra (Meloni e Salvini). La prima incapace di uscire dal solco del neofascismo ripulito un po’ troppo ruspante, l’altro impossibilitato a proporsi come forza “nazionale”, nonostante tutti gli sforzi fatti – dal sistema mediatico – per sollevarlo dall’eredità nordista, razzista, antimeridionale.

L’estrema destra, da CasaPound in giù, è solo uno fantoccio gonfiato a stagioni alterne per spaventare i “democratici perbene”. Se si pensa a quanti giornalisti di obbedienza “democratica” (in senso renziano) si son dati da fare per sdoganare qualche squadraccia contigua alla malavita più o meno organizzata (Ostia è solo uno degli esempi possibili) si vede chiaramente un disegno unitario: il “disagio sociale” deve avere quelle fattezze, di modo che lo si possa esorcizzare come “pericolo”, ma mai riconoscerlo come problema da risolvere. Il neofascismo, solito servo ottuso del capitale, assume senza sforzo questa funzione ancillare e rassicurante il potere.

Il Movimento 5 Stelle – utilissimo nello smantellamento del vecchio sistema partitico – si è rivelato però inattendibile alla prova del governo. Dunque, nonostante la virata centrista e neoliberista imposta dalla scelta di Luigi Di Maio come temporaneo “leader” pubblico, non ha struttura e qualità per diventare forza di governo. Tanto più che la sua unica prova di credibilità popolare sta nel non allearsi con nessun’altra forza. Il giorno che dovesse piegarsi a un governo di coalizione, anche in posizione egemonica, romperebbe la muraglia che l’ha fin qui tenuto al riparo del “rancore popolare” nei confronti della “politica”, sapientemente costruita come l’unico problema di questo paese in crisi. Uno strumento inservibile, insomma, sia per gestire l’ordine economico-sociale attuale, sia per cambiarne i connotati fondamentali (non ha e non ha mai avuto un “programma” per rappresentare interessi sociali precisi).

Mancava una struttura politica in grado di riportare all’ovile dell’establishment quel poco o tanto di disagio sociale o idealità progressista che ancora è presente in larghe fette della società italiana, svuotando i possibili bacini elettorali di formazioni “a sinistra”. A questo – e a nient’altro – serve la formazione che sbandiera Pietro Grasso come “candidato premier”. A blindare il sistema politico intorno all'”europeismo” servile.


Il quadro delle “alternative” sullo scaffale della politica parlamentare è dunque ora completo. Noi notiamo che tutte queste diverse etichette sono apposte su scatole di forma differente, ma di identico contenuto. E ciò che le rende sostanzialmente uguali è proprio ciò di cui non parlano: il recinto delle decisioni da prendere, chiunque componga il prossimo governo italiano, è rigidamente fissato dagli organismo sovranazionali, a cominciare dall’Unione Europea.

Di questo, sono tutti consapevoli; anche perché sia Moscovici che Dombrovskis – commissario europeo all’economia e vicepresidente della Commissione – oltre a Jirky Katainen (neopresidente dell’Eurogruppo) hanno spiegato per giorni che la legge di stabilità del governo Gentiloni, pur non rispettando integralmente gli impegni fissati nei trattati, è stata lasciata passare per evitare di alimentare i sentimenti “euroscettici” nella popolazione. Ma a maggio, hanno promesso, calerà la mannaia sui conti pubblici per cominciare a ridurre il debito pubblico (dal 133 al 60%, in venti anni) come previsto dal Fiscal Compact.

Il problema è che “l’offerta politica” non vede presente nessuna forza che si preoccupi minimamente di contrastare le istituzioni sovranazionali. Anche chi ci aveva costruito una fetta di consenso (grillini, leghisti, fascisti in genere – ripuliti o meno) ha da tempo accantonato ogni critica all’euro o alle regole di Bruxelles. Non a caso i “più estremisti” cercano di acchiappare voti agitando lo spettro dell’”invasione extracomunitaria”. Un terreno su cui, peraltro, un ministro come Minniti si mostra assai più radicale e spietato.

L’offerta politica si presenta perciò priva di differenze rilevanti, sul piano ideale e programmatico. E allora le idee o i programmi finiscono sullo sfondo, coperti da un po’ di artifici retorici e soprattutto dalle facce. Renzi, Grasso, Berlusconi, Di Maio, Salvini e Meloni sono puri nomi che dovrebbero far “identificare” gli elettori con qualcosa che non si può neanche dire chiaramente.

Sono nomi fatti per ingannare. Basta dirne una sola: si presentano come candidati premier a una elezione con sistema proporzionale, che garantirà – secondo tutte le previsioni – un “governo di coalizione” che nessuno di loro potrà guidare. Parlano come se vigesse un sistema maggioritario, con schieramenti contrapposti (e concorrenza al centro…), mentre sono tutti già preparati a sedersi intorno allo stesso tavolo, con esclusioni minime (Salvini e Meloni da un lato, Grasso dall’altro, Di Maio in ogni caso) a seconda di quale coalizione avrà la prevalenza formale. Ma l’asse centrale del nuovo esecutivo – fatte salve sorprese così eccezionali da non poter essere neppure immaginate – sarà rappresentato da Pd e Berlusconi, con le aggiunte che si renderanno necessarie per fare una maggioranza.

E’ per questo motivo che “il Brancaccio” è fallito. Doveva rappresentare la solita cerniera tra “sinistra di governo” e “sinistra radicale”, per raccogliere voti che sarebbero altrimenti andati persi; ma le frattaglie post-piddine hanno valutato del tutto inutile scendere a patti (impossibili da rispettare, peraltro) con Rifondazione. Si sente in sottofondo la voce di D’Alema che ripete ancora una volta “tanto per noi dovranno votare, no?”


Chi nutre nostalgie per quel percorso non ha capito – o non vuole? – che un intero modo di “far politica”, dannoso e suicida, in voga da 25 anni a questa parte, è giunto al capolinea. E’ morto e non può essere resuscitato neanche dal dr. Frankenstein.

Il nostro blocco sociale ha un bisogno vitale di rappresentanza politica, di una identità collettiva nazionale in grado di far convergere lotte territoriali, sindacali, politiche quasi sempre di carattere solo locale o settoriale. Secondo ogni logica, la eventuale ricerca di una rappresentanza elettorale dovrebbe discendere dal consolidamento di quell’identità collettiva.

Ma in Italia – da sempre – le cose avvengono secondo una logica bizzarra. E dunque ci troviamo davanti alla possibilità di far emergere la trama di una rappresentanza politica nel vivo di una battaglia “solo” elettorale, grazie alla proposta avanzata dai compagni di Je So Pazzo (#poterealpopolo).

Perché accada è fondamentale che ciò che abbiamo chiamato il vivo non si faccia trascinare sottoterra dal morto.

Per questo e null’altro Eurostop è della partita.

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30/10/2017

Grasso, Bersani, Pisapia: ma perchè la sinistra non impara mai?

Devo dire che si può parlare di Mdp solo a prezzo di un enorme imbarazzo: è un gruppo di distinti signori, tutti parlamentari, che non ne hanno azzeccata una in tutta la vita e che non imparano mai.


Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per arruolarsi fra i renziani.

L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci negli stinchi.

Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).

C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto (che democrazia!).

Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal tetto, ma dalle fondamenta.

Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia. Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che, nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe venire la sinusite).

E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima, per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre, sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.

Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece, l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e, diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?

Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione, la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd. Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?

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28/10/2017

Un Renzi sul viale del tramonto non commuove nessuno...

Unendo i puntini su un foglio di carta si ottengono comunque delle figure. Magari orrende e prive di senso, ma si ottengono.

Se quindi proviamo a rintracciare un filo logico nella serie di “incidenti” che va inanellando Matteo Renzi negli ultimi mesi l’immagine che balza agli occhi è quella del cupio dissolvi, quasi un tocco di Mida al contrario.

La sortita contro il rinnovo dell’incarico a Ignazio Visco, come governatore della Banca d’Italia, ha avuto l’efficacia militare di un attacco kamikaze finito in mare, anziché sulla flotta avversaria. Un attacco proseguito anche dopo il fallimento manifesto – quando Gentiloni aveva ormai “proposto il rinnovo” in consiglio dei ministri e Mattarella preparava la penna per la firma – costringendo gli ormai fedelissimi (Lotti, Martina, Boschi e Delrio) alla penosa presentazione di certificati medici o “precedenti impegni” per giustificare l’assenza.

E’ solo l’ultimo episodio lungo una nutrita serie di sconfitte o figuracce, al punto che l’annunciata batosta nelle elezioni siciliane (dove il Pd rischia di arrivare addirittura quarto, con meno voti persino degli odiatissimi rivali del “centrosinistra classico”) si profila come il big bang che potrebbe costringerlo in una posizione insostenibile.

E non convince molto neanche l’ipotesi che questo andare a testa bassa contro Visco e Bankitalia sia l’estremo tentativo di togliere spazio ai Cinque Stelle recitando – anche lui – la parte del tribuno “che difende i risparmiatori”. Le manovre intorno a Banca Etruria e le altre banche, responsabili della truffa ai danni dei correntisti abbindolati o costretti a sottoscrivere “obbligazioni senza garanzia”, sono troppo recenti e tutti ricordano il ruolo avuto dallo stesso Renzi e dalla Boschi nella difesa dei truffatori. Pensare di rifarsi una verginità in materia provando a scaricare ogni responsabilità sulla vigilanza poco attenta di Via Nazionale – che può comunque vantare il “merito” di aver denunciato al situazione, sia pure in ritardo – non sembra la pensata degna di uno statista.

Anche l’imposizione del voto di fiducia sul rosatellum, che in altri momenti sarebbe passata tra mugugni senza conseguenze, ha provocato l’uscita dal Pd di Pietro Grasso, presidente del Senato ed ex capo della Direzione nazionale antimafia. Un nome che elettoralmente pesa poco, ma funziona da punta di un iceberg che raccoglie tutto il personale istituzionale di alto livello.

Per non parlare della tristissima esperienza del “treno” con cui ha iniziato a girare per l’Italia. Presto sparito dalle cronache, costrette in genere a registrare la pessima accoglienza ad ogni fermata.

Inutile scomodare i cosiddetti “poteri forti”, che sono invece quelli che l’avevano scelto come caterpillar per smantellare la Costituzione e il sistema integrato welfare-diritti. Su questo fronte Renzi può presentare infatti “grandi successi” (Jobs Act, “buona scuola”, tagli alla spesa pubblica, specie sanitaria, ecc), anche se ha fallito quella principale (la “riforma costituzionale”).

Non è da lì insomma che gli vengono gli attacchi. Semmai, proprio a far data dal 4 dicembre, quegli stessi “poteri” sembrano essersi accorti che il loro “giovane campione” è precocemente imbolsito. La tattica strafottente che fin lì gli aveva permesso di eseguire gli ordini più impopolari si è rapidamente introvertita in avventatezza; la capacità di aggregare pattuglie ansiose di salire sul carro del vincitore si è rovesciata in stimolo alla fuga dal campo perdente; l'“io contro tutti”, la rottamazione come “grande idea di rinnovamento”, si è trasformato in progressiva solitudine.

Su questa via, si diceva, le elezioni siciliane possono diventare la classica goccia che fa traboccare il vaso. E i sondaggi negativi, che alimentano proiezioni terrificanti in termini di seggi alle politiche di primavera, potrebbero consigliare un cambio di cavallo in corsa. In fondo le sue truppe sono berlusconianamente tenute insieme dall’avidità di potere, non certo da disegno politico di lungo periodo; dunque, se “il capo” non può più garantire successi elettorali, seggi e poltrone, diventa rapidamente inarrestabile la fuga verso chi può dare maggiori garanzie.

E’ un ragionamento che vale appunto anche per i “poteri forti”. Se questo contafrottole non convince più nessuno, forse conviene cambiare cavallo. In fondo c’è una squadra che riesce a fare le stesse cose senza alzare troppo casino...

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30/09/2015

Calderoli il milionario. La Lega il miglior alleato di Renzi

Non per tediarvi, ma alcuni passaggi parlamentari sono molto più chiari di quanto la propaganda partitica vorrebbe far credere.

Partiamo da un fatto, avvenuto ieri in Senato. Il presidente Pietro Grasso ha definito "irricevibili" i circa 75 milioni di emendamenti presentati dal senatore della Lega Nord Roberto Calderoli. Esaminare "l'abnorme numero" ha detto Grasso, potrebbe "bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile".

Un breve esercizio contabile, concedendo a ogni emendamento almeno il tempo di una lettura approssimativa - diciamo un minuto - ci dice che sarebbero serviti 143 anni. Senza dormire mai. Più che logico, dunque, che questa massa di spazzatura creata - come confessato dagli stessi leghisti - grazie a un software che riproduce migliaia di volte lo stesso testo, cambiando una virgola qua o una parola là, sia stata considerata degna del macero.

Nel bruciare i rifiuti, però, come sempre, si produce un danno. Di fatto, per la prima volta o quasi, degli emendamenti vengono cancellati senza alcun esame preventivo. O senza che venissero ritirati da chi li aveva presentati.

Un gesto d'autorità, privo di motivazioni di merito, che stabilisce un precedente pericoloso. In linea per nulla teorica, infatti, qualsiasi futuro presidente della Camera - visto che la riforma in discussione al Senato abolisce il bicameralismo svuotando di funzioni il Senato stesso - potrebbe fare la stessa cosa, adducendo naturalmente motivazioni diverse ma altrettanto "soggettive". La funzione stessa dell'opposizione parlamentare verrebbe a quel punto ridotta a semplice presenza da spettatore.

E' evidente che c'è un banale baco nel regolamento parlamentare. Sarebbe bastato un limite razionale al numero di emendamenti presentabile da un qualsiasi "onorevole senatore" e il problema non si sarebbe mai presentato. Fin qui il baco non era stato sfruttato in modo così ridicolo da nessuno. Ogni parlamentare produceva le sue obiezioni, sotto forma di emendamenti ai disegni di legge o decreti, limitandosi a quelli dotati di senso. Magari anche solo a fini ostruzionistici - è perfettamente legittimo - ma facendo leva su un argomento di merito.

Nel corso della cosiddetta "seconda repubblica" (la minuscola è intenzionale) c'è stato però uno slittamento progressivo verso lo svuotamento delle funzioni del parlamentare e quindi del Parlamento stesso. Basti ricordare che questi parlamentari sono tutti - nessuno escluso - nominati dalle segreterie di partito in base alla legge elettorale chiamata  "porcellum". E qui ritorna ancora una volta il nome di Calderoli...

Buttare lì milioni di frasi inutili che nessuno leggerà mai è un modo di facilitare il compito di chi vuol rendere il Parlamento un "bivacco di manipoli". Fin troppo facile, per un Renzi o una Boschi qualsiasi, dipingere gli oppositori come dei rompiscatole a prescindere. Così come è stato fin troppo facile, sulla questione migranti, far assumere al governo il ruolo di "diga ragionevole" contrapposta alle "bestie" che propongono di affondare i barconi in mare.

Calderoli e la Lega, dunque, si rivelano come il miglior alleato che Renzi potesse avere in Parlamento, come e più del "taxi Verdini" che sta traghettando mezzo squadrone berlusconiano tra le fila dei renziani duri e puri. Con la benedizione beffarda dell'ex Caimano (non lo chiama più così neanche Nanni Moretti...).

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01/08/2014

Grasso e le avventure della legalità repubblicana

Grasso è un “fascista” come afferma un senatore della Lega? No, più semplicemente è un grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento stracci per la polvere. Un qualsiasi Oblomov (il personaggio di Ivan Aleksàndrovič Gončaròv) dimessosi dal suo posto di funzionario per timore del rimprovero del suo capoufficio a causa di un piccolo errore commesso. Però molto più disinvolto del suo omologo letterario, grigio sino ad un certo punto, perché più lesto nel servire il suo zar per fas et nefas. Il regolamento del Senato non è un prodigio di chiarezza, ma su alcuni punti è inequivocabile, ad esempio, quando parla di voto segreto (art 113 comma 4) dice, senza possibilità di errore che, quando ne facciano richiesta venti senatori, “sono effettuate a scrutinio segreto le deliberazioni relative alle norme sulle minoranze linguistiche di cui all’articolo 6 della Costituzione” oltre che quelle “che attengono ai rapporti civili ed etico-sociali di cui agli articoli 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 24, 25, 26, 27, 29, 30, 31 e 32”  della Costituzione.

La senatrice De Petris (Sel) aveva presentato un emendamento per il quale le Camere (si badi, non solo il Senato, ma entrambi i rami del Parlamento) sono elettivi “garantendo la rappresentanza delle minoranze linguistiche”, dunque, non c’era possibilità di dubbio sul fatto che occorresse votare a scrutinio segreto. Ma era chiaro che, in questo caso, l’emendamento sarebbe passato e la riforma di Renzi sarebbe andata a farsi “catafottere”, come dice Camilleri. Allora cosa si inventa il Pd? Votiamo l’emendamento per parti separate, così la prima parte (“le Camere sono elettive”), che è quella pericolosa e dove non si parla di minoranze linguistiche, la votiamo a scrutinio palese e l’altra la votiamo a scrutinio segreto, tanto non vale niente. Solo che, in materia di votazioni separate (art 102 comma 5) il regolamento del Senato stabilisce che “Quando il testo da mettere ai voti contenga più disposizioni o si riferisca a più soggetti od oggetti o sia comunque suscettibile di essere distinto in più parti aventi ciascuna un proprio significato logico ed un valore normativo, è ammessa la votazione per parti separate.” E , se la prima parte dell’emendamento era logicamente compiuta in sé, la seconda non lo era affatto, perché non c’è nemmeno il soggetto: “garantendo la rappresentanza delle minoranze linguistiche” che cavolo significa? Chi deve garantire questa rappresentanza? In che ambito, nei tornei di scopone? Tipico esempio di gerundio pendens che è uno dei segni inconfondibili dell’alfabetizzato recente. A questo punto il prode Presidente si inventa che, nel caso fosse passata la seconda parte dell’emendamento senza la prima, poi avrebbe provveduto lui ad aggiustare la cosa in sede di coordinamento finale, ma, appunto, il regolamento del Senato attribuisce al Presidente solo poteri di intervento formale (ad esempio un cattivo coordinamento della consecutio temporum per l’approvazione di diversi emendamenti), non poteri di intervento sostanziale, come inventarsi a cosa appiccicare quell’incomprensibile “garantendo”, per il quale occorrerebbe trovare un soggetto ed un cointesto logico che mancano del tutto.

Ma il Presidente non è uomo da scoraggiarsi per così poco e mette in votazione (ovviamente pubblica) lo “spacchettamento” dell’emendamento. A quel punto, la senatrice De Petris, prima riformula il suo emendamento per legare ancora più strettamente il carattere elettivo del Senato alla garanzia per le minoranze linguistiche, poi, visto che la solfa non cambia e prevedendo le mosse successive, ritira il suo emendamento per trasformarlo in ordine del giorno. Perché? Semplice: perché l’emendamento sarebbe stato bocciato, dopo di che, “qualcuno” avrebbe fatto il passo successivo, quello del “canguro”, per il quale, una volta bocciato un emendamento, si accorpano tutti quelli simili o anche solo analoghi e si fanno decadere. Invece, questo non accade se viene respinto un ordine del giorno. E che l’intento sia esattamente quello di “tagliare corto” lo dimostra il fatto che un senatore del Pd fa suo l’emendamento per metterlo in votazione, cosa di dubbia correttezza, visto che si immagina che il proponente voti a favore dell’emendamento che presenta, mentre era evidente che lo stesso proponente avrebbe votato contro. E così si arriva a votare. Solo che, nella fretta di arraffare il risultato, il Presidente non chiarisce neppure se si stia votando sulla prima o seconda stesura dell’emendamento, che comunque viene respinto.  Una tecnica di direzione del dibattito che potremmo definire “a mucchio", e che forse è in vigore nelle bande di sequestratori barbaricini.

Ed il passo successivo arriva puntuale: il salto del canguro, per il quale decadono di colpo 1400 emendamenti. Ma, come, il “canguro” non per una legge ordinaria ma per una riforma costituzionale? Ma quanto siete pedanti! Leggi ordinarie, costituzionali, ordinanze comunali, regolamenti di condominio, che differenza c’è? Tutto uguale e tutto fa brodo!

Il meglio di sé l’intrepido presidente lo dà nel giorno successivo con l’emendamento Candiani. La giornata era iniziata male: nell’unico voto segreto concesso, il governo è andato immediatamente sotto e l’emendamento (che attribuisce anche leggi di valore etico al Senato) è approvato. Lo vedete che Renzi ha ragione di temere che, in una votazione vera, la sua riforma non passa neanche se si spara? Per di più, l’emendamento Candiani è una brutta bestia: prevede il dimezzamento dei deputati. In sé la cosa è perfettamente logica: se il numero dei senatori è stato ridotto a meno di un terzo, è, necessario ridurre anche il numero dei deputati per mantenere un minimo di proporzione fra i due rami del Parlamento, diversamente, una maggioranza di deputati di 354 (come quella prevista dell’Italicum), con soli 9 voti di senatori si prende Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale. Poi, non abbiamo detto che la riforma del Senato la facciamo per risparmiare soldi? Ed allora dimezzando i deputati ne risparmiamo anche di più.  Mi sembra tutto perfettamente logico, solo che con un emendamento del genere, i deputati non approverebbero mai la riforma e la guerriglia vietcong che stiamo vedendo al Senato si trasferirebbe alla Camera. Dunque, la cosa va stroncata immediatamente.

Anche qui ci sarebbe un problemino di possibile votazione segreta: non ne parliamo! Che problema c’è? Abbiamo fatto trenta e facciamo trentuno: per fare presto, il disinvolto Presidente non dà nemmeno la parola a Candiani prima della votazione (come il regolamento vorrebbe) e l’emendamento è respinto come è nei giusti desiderata del governo. Le opposizioni insorgono (ma vedete quanto tempo fanno perdere!) chiedendo l’annullamento della votazione sull’emendamento Candiani e si arriva ai limiti della rissa, di fronte alla quale il valente capo del Senato – forse pensando di essere ancora un pm – evoca l’intervento della polizia. Poi si correggerà. Sarà…

La storia non è ancora finita e ne vedremo ancora chissà quante, ma già si presta ad una serie di riflessioni. In primo luogo: se il presidente di una società per azioni gestisse così una assemblea avrebbe ottime probabilità di finire in galera, per il Senato questo non vale. Fanno bene  a tenersi l’immunità…

In secondo luogo: il Pd non trova che Grasso sia abbastanza duro con le opposizioni. Male: avrebbero dovuto scegliere come Presidente qualche altro, ad esempio uno che non si fa scrupolo di pestare una sua collega e vantarsi: “non sei la prima donna che picchio”. Un modo come un altro per realizzare la “Parità di genere”. Uno così esprime bene il livello di civiltà politica del Pd e saprebbe fare quello che si chiede ad un Presidente a modo.

In terzo luogo: certo i senatori che hanno bisogno del voto segreto per esprimere il loro dissenso non sono particolarmente coraggiosi, sì, ma da un Parlamento di nominati che vi aspettate?

Infine: ma vi rendete conto che uno con questo rispetto delle norme, oltre che essere Presidente del Senato, è stato Capo della Procura Nazionale Antimafia?!

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01/04/2014

Lo scontro sul Senato: cosa c’è dietro?


L'interesse di questo testo sta, secondo noi, soprattutto nell'evidenziare come quella tra "casta" e "anticasta", esemplarmente rappresentati da Napolitano e Renzi, sia una contrapposizione reale, ma finta. Ovvero che esiste, ma è quasi inessenziale oer interessi sociali e punti di vista costituzionali fuori dai giochi di potere.

Coglie insomma, senza neppure dirlo, un limite interno decisivo di ogni "alternativa politica" costruita per nascondere l'oggetto del contendere e costringere i "terzi" (i quarti e tutti gli altri a seguire) a schierarsi con una opzione e l'altra, senza altre alternative. Come avviene su Facebook, per dirla facile, dove o premi "like" oppure "don't like", e i commenti servono solo a fare sciame.

Un po' come avviene con le guerre umanitarie, dove tra "l'intervento per dare la libertà" e "la difesa del dittatore" non ci può essere né neutralità né problematizzazione.

E' la modalità del potere attuale, che cancella gli interessi sociali "estranei" al potere e riduce lo scontro politico tutto all'interno di quest'ultimo. Che è poi un gioco già assai ridotto: chi esegue le direttive dell'Unione Europea?

*****

Con l’intervista del Presidente del Senato Grasso (Corriere della Sera 30 marzo 2014) ed il successivo battibecco fra lui e Renzi è esploso uno scontro di grande portata politica, nel quale si stanno inserendo anche altri soggetti istituzionali. Con l’inarrivabile rozzezza dei renziani, la Serracchiani è arrivata a richiamare il Presidente del Senato (seconda carica istituzionale del paese) alla disciplina di partito: non era mai accaduto prima. Ma, in realtà, Grasso ha solo reso manifesto un conflitto che covava copertamente e che riguarda due diverse concezioni della democrazia, entrambe autoritarie e liberticide, ma fra loro opposte: la variante iper-populista e plebiscitaria e quella elitaria e monarchica.

La proposta fatta da Renzi e Berlusconi di fatto abroga il Senato, togliendogli quasi tutte le competenze, ma, soprattutto, disegnando una composizione non elettiva e di persone (sindaci e Presidenti di Regione) legate al loro ruolo sul territorio e, pertanto, di fatto impossibilitate a partecipare ai lavori di un organismo a centinaia di chilometri dalla propria sede. E, infatti, si prevede una riunione mensile puramente simbolica.

La concezione plebiscitaria della democrazia, comune a Renzi e Berlusconi, vede al centro l’esecutivo presieduto da un capo onnipotente e carismatico (l’”Unto del Signore”), limitato dal minor numero possibile di “impacci” (a cominciare dalla Costituzione) e nettamente prevalente sul legislativo, ridotto a puro simulacro. In questo quadro il Senato presenta un ostacolo, perché può dar luogo all’esistenza di maggioranze differenziate fra le due Camere (e, infatti, nessuna democrazia parlamentare in cui viga il sistema maggioritario è bicamerale).

Dunque, perché non abrogarlo tout court? Sia per considerazioni tattiche (dare un contentino formale alla Lega, indorare la pillola da far ingoiare al ceto politico), sia, soprattutto, per evitare di abrogare o riscrivere decine di articoli della Costituzione, quello che avrebbe ostacolato il bliz che i due avevano immaginato con scarso realismo, non tenendo conto delle inevitabili resistenze dei  senatori.

La seconda posizione, quella elitario-monarchica, ha preso le mosse da una proposta di Mario Monti, Renato Balduzzi e Linda Lanzillotta che prevede un Senato dotato di forti poteri di controllo e di interferenza sulle attività di governo composto da

«200 membri eletti dai consiglieri regionali, dai membri delle giunte regionali e da un certo numero di sindaci e scelti non solo tra le classi politiche locali ma anche tra i rappresentanti della società civile, dei ceti economici più dinamici, dell’università, delle professioni».

Attenzione: qui gli enti locali designano i senatori, ma non mandano i propri vertici, bensì persone scelte dalla “società civile” (università, professioni, ceti economici…”) in grado, quindi, di partecipare effettivamente alla vita dell’organismo. Dunque, un Senato vero e dotato di poteri ancora non ben definiti, ma che possa mettere becco nelle scelte del governo.

Il passo successivo è stato un appello del “Sole 24 Ore” che ha iniziato a parlare di una “Alta camera della cultura e delle competenze”. Appello intorno al quale sono andati raggruppandosi intellettuali come la senatrice a vita Elena Cattaneo, Chiara Carrozza, Luciano Canfora (e questo mi duole), ma, soprattutto, Eugenio Scalfari (Sole 24 ore 30 marzo 2014) e la proposta, man mano è diventata quella di una Camera composta da grandi personalità della cultura, indicate in una rosa dall’Accademia dei Lincei (il museo egizio!) e dalle Università e poi nominate dal Presidente della Repubblica. Col che, salvo per la nomina a tempo e non a vita, è esattamente quello che era il Senato di nomina Regia.

Una proposta che pensiamo piaccia molto all’attuale capo dello Stato, che è uno che la monarchia ce l’ha nel sangue. Ovviamente, non è affatto negativo il coinvolgimento di autorevoli personalità della cultura nelle attività parlamentari, ma questo è auspicabile attraverso un mandato popolare, non con una nomina dall’alto. D’altro canto, in caso di bicameralismo, per quanto imperfetto, è per lo meno bizzarro comporre una Camera delle competenze da contrapporre all’altra che, implicitamente, diverrebbe “degli incompetenti”.

A ben vedere si tratta del modello della “democrazia a trazione elitaria” teorizzata da Monti e che ha trovato espressione tanto nel “governo dei tecnici” (esplicitamente citato da Monti nel suo articolo sul Corriere della Sera il 30 marzo 2014) quanto nelle due commissioni di saggi che dovevano riformare la Costituzione. Dunque, la Camera bassa (che il sistema elettorale in discussione assicurerebbe che sia davvero molto bassa) elettiva e quella Alta di nomina presidenziale. E questo porta ad un altro punto della questione: la torsione presidenzialista prodottasi in questi anni. Inizialmente, l’iper attivismo di Napolitano fu il risultato dell’impresentabilità internazionale di Berlusconi e della concomitante crisi del debito sovrano. Ma con la nomina di Monti, il Presidente è andato sempre più assumendo funzioni di indirizzo politico e, più che di garante della Costituzione, di garante delle obbligazioni Ue del paese ed in particolare del debito. Comprensibilmente, le polemiche di Renzi con la Ue in materia di vincoli di bilancio non devono aver molto allarmato il Colle che, alla vigilia del semestre europeo dell’Italia, si sente una volta di più chiamato a garantire per il futuro. Tuttavia, Napolitano, per ragioni che non stiamo qui a ripetere, si appresta a lasciare il Quirinale. Di qui la tentazione di trasformare il sistema costituzionale introducendo definitivamente le modifiche di assetto dei poteri che, sin qui si erano prodotte di fatto.

Per cui, attraverso la nomina di un Senato con penetranti poteri di controllo e di indirizzo sull’attività di governo, il Presidente acquista definitivamente il ruolo di super-Presidente del Consiglio (vagamente ispirato al modello francese) in alleanza con il ceto tecnocratico. Così da contrappesare efficacemente un governo ancora troppo condizionato dalle “spinte populiste” che vengono dal voto popolare.

Grasso, nella sua infelice intervista al Corriere, ha cercato una mediazione che tenesse conto degli umori degli attuali senatori che vorrebbero qualche chances di tornare a sedersi a palazzo Madama, ed ha proposto un Senato un po’ composto sul modello delle autonomie territoriali, un po’ elettivo, con poteri reali ma limitati. La scomposta reazione di Renzi, che arriva a proporre una revisione costituzionale per voto di fiducia (cosa che neppure nel più sconnesso regime sudamericano degli anni trenta si sarebbero sognati di fare), ha tolto il coperchio alla pentola.

Di fatto siamo di fronte a due diversi tentativi di liquidare la democrazia repubblicana voluta dalla Costituzione. Non ci resta che sperare in Razzi, Scilipoti ed amici che mandino tutto gambe all’aria.

Aldo Giannuli

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Stiamo messi male, ma di brutto, in mano a un ceto dirigenziale da "cane mangia cane".

30/03/2014

Persino Grasso striglia Renzi: "abolizione del Senato pericolosa"



Quanto è golpista la riforma costituzionale che Matteo Renzi sta imponendo al paese? La domanda può ricevere molte risposte, ma se dobbiamo prendere a metro di misura il tasso di “moderazione” da sempre esibito da chi la contrasta, non possiamo che trarre una sola conclusione: è un riforma strettamente fascista.

Non stiamo naturalmente parlando dell'estetica di questo regime, che ha molto del “paninaro” ignorante e presuntuoso e ancora non manda in giro squadracce a distribuire olio di ricino ai dissidenti, né ha ancora elaborato un format del "bravo giovane di regime" (stile "libro e moschetto"). Parliamo invece della sostanza istituzionale, della meccanica “regolativa” dell'equilibrio dei poteri. Ovvero del cuore della democrazia liberale.

Naturalmente è un fascismo del XXI secolo, al passo con quello dell'Unione Europea, di cui ricalca fin nei dettagli l'assetto istituzionale (Tutti i poteri all'esecutivo, un parlamento senza poteri e senza legittimazione democratica, dipendenza diretta dalle multinazionali della manifattura e della finanza).

Le categorie di “destra” e “sinistra” qui, in effetti mordono un po' meno, perché stiamo andando decisamente oltre il confine delle “regole condivise” da tutte le parti in un regime parlamentare; stiamo – stanno – manomettendo il “motore”, per accedere direttamente ad un altro regime. E' un po' più grave di una riforma "di destra", è un rovesciamento reazionario in grande stile, come sognato un tempo dalla P2.

Il dispositivo disegnato da legge elettorale (premio di maggioranza abnorme e assenza delle preferenze, un cazzotto in faccia alla Corte Costituzionale e quindi alla Costituzione stessa) e abolizione del Senato configura un potere esecutivo politicamente irresponsabile, anche se eletto con una minoranza risibile dell'elettorato. Lo dice un sepolcro imbiancato come Piero Grasso, uno che ha fatto carriera da magistrato con qualsiasi governo, uno che ha sempre evitato per scelta qualsiasi presa di posizione che potesse apparire anche solo vagamente “dissonante”. Eppure, è stato costretto a dire che sarebbe bene che la «camera alta» resti un’assemblea degli eletti, senza snaturarla completamente, ad invitare a non procedere sulle riforme a colpi di voti di fiducia. «L’Italicum più la riforma del Senato nel senso di un monocameralismo di fatto, può rappresentare un rischio per la democrazia».

Avevamo appena archiviato l'”appello” di altri costituzionalisti distratti per oltre un ventennio – a partire da Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, cui si sono aggiunti ora anche Grillo e Casaleggio – che chiedono di fermare il progetto del governo, definito una «svolta autoritaria». Ora l'uscita da parte della seconda carica dello Stato.

A suo modo, la risposta di Renzi alle critiche è suonata come una certificazione del vuoto assoluto che abita questo interprete del “cambiamento”: «Capisco le resistenze di tutti, ma la musica deve cambiare. I politici devono capire che se per anni hanno chiesto di fare sacrifici alle famiglie ora i sacrifici li devono fare loro».

Nulla di nulla sul merito costituzionale delle critiche, solo un bla bla para-grillino e un po' para-culo sul “cambiamento” e i “sacrifici per i politici”, come se avere il bicameralismo o no fosse solo un problema di costi. Come se – e non fatichiamo affatto a crederlo – Renzi non sapesse neppure di che si sta parlando. E viene in mente la risposta assurda data sui problemi che verranno creati dall'entrata in vigore del fiscal compact (dal gennaio 2016): “è un tema che affronteremo nei prossimi mesi”. Come se quei 50 miliardi di manovra annuale per i prossimi venti anni – se la crescita, come sembra plausibile, resterà molto al di sotto del 3% – fossero un dettaglio e non l'incubo di ogni governante serio.

In ogni caso, emerge con nettezza che questo personaggio di non elevata statura – diciamo così – la butta in battute anziché in politica. Sembra insomma uno che abbia imparato la lezione da Berlusconi, condendola con qualche sortita a là Vendola, ma con un'attenzione estrema a non entrare mai nel merito delle cose.

È il tipo di “politico” indispensabile al tempo della Troika; un attore da avanspettacolo, dietro cui avanza un'orda di avvoltoi senza freni.

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21/05/2013

Parlamentari pagati dalle lobby. Ma davvero?!

La scoperta dell'acqua calda... Ma c'è comunque qualcosa di utile nel servizio delle Iene: un pizzico di luce sul processo di formazione delle "leggi". Che dovrebbe spiazzare gli acefali cultori della "legalità".

Bisogna dar atto alle Iene – programma disincantato sulla berlusconiana Italia 1 – di scoprire ogni tanto quel che ognuno sa, ma che si lascia volentieri tra le cose di cui non si parla troppo. E quando ci riesce, come in questo caso, è davvero istruttivo guardare le reazioni di quelli presi in castagna. Sempre uguali, sia che si tratti di impiegati che vanno a far la spesa in orario di lavoro sia che si parli di parlamentari in servizio: non so, non sapevo, sarebbe grave, chi sa parli, ohibò!

Cos'hanno scoperto, stavolta?

Che molti parlamentari sono pagati dalle multinazionali perché votino leggi a loro favorevoli.

Diciamo la verità: lo sapevamo già tutti. Anzi, semmai il servizio delle Iene era limitativo rispetto alla realtà, perché anche imprese non multinazionali, consorzi, banche, fanno lo stesso.

Ma il fatto di saperlo non riduce affatto “lo scandalo” per questa prassi che invera, per noi marxisti, il vecchio adagio per cui “lo Stato è il comitato d'affari della borghesia”. Come tutte le definizioni generali, però, c'è bisogno di vedere come – empiricamente, giorno per giorno – si manifesta questa funzione. Già la forma costituzionale stessa dello Stato, la sua struttura amministrativa, le sue funzioni repressive, sono sagomate dagli interessi storici, di lungo periodo, della borghesia. Ma esistono anche i problemi individuali o di settore di singole parti o frazioni della borghesia stessa, che si traduce in una molto prosaica “pressione” sui legislatori. Ovvero sui parlamentari. Poiché non siamo in dittatura, ma in democrazia, questa “pressione” non si manifesta con colpi di pistola sparati contro l'abitazione del parlamentare, ma con un banale stipendio supplementare. Ovviamente, visto che un solo parlamentare non basta a far passare una certa legge, ecco che i grandi gruppi – quindi fondamentalmente le grandi holding multinazionali – saranno “obbligati” a comprarsene la maggioranza; o almeno quella quota che serve per raggiungere la maggioranza.

Questa scoperta, peraltro relativa, pone comunque meritoriamente davanti agli occhi due conseguenze.

In primo luogo, la futilità di tutta la polemica sul rapporto tra elettore ed eletto, ovvero sul “vincolo di mandato”. Se un parlamentare si vende, o è disposto a vendersi, niente e nessuno potrà esercitare su di lui una “pressione superiore”. Una volta c'erano i partiti, organizzazioni che selezionavano e “formavano” i futuri parlamentari; e ne disciplinavano quindi gli appetiti, indirizzandoli verso gli “interessi privilegiati” e lasciando un margine limitato a quelli personali. La rielezione del singolo, infatti, dipendeva dal funzionamento della macchina collettiva. Con i “partiti personali”, e lo scioglimento di fatto delle formazioni “nazionali” in una serie di aggregazioni correntizie, ogni singolo “onorevole” è disponibile sul mercato. E trova sempre un compratore.

In secondo luogo, si vede come sia idiota e deviante tutta la retorica populista sui “costi della politica”. Che certo possono e devono essere ridotti, ma sono spiccioli rispetto al costo delle conseguenze delle scelte legislative o operative pilotate dalle lobby aziendali. L'esempio della Tav è quello più vicino agli occhi di tutti. Una “grande opera” che non serve a un tubo, ma che garantisce – con i soldi dello Stato – immensi guadagni a chi viene chiamato a costruirla (e che paga naturalmente, per avere l'appalto e con i soldi dell'appalto, politici nazionali e amministratori locali). Un'opera per cui si distrugge una valle e si attaccano militarmente i suoi abitanti, mobilitando forze dell'ordine e un'intera procura della magistratura. Ognuno faccia pure le sue deduzioni e si ricordi di Andreotti (“a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”). La sola Tav, insomma, costa molto più di parecchi anni di “costi della politica”. E non parliamo poi degli F35...

In terzo luogo, se "le leggi" vengono confezionate a suon di bigliettoni sottobanco – facciamo mente locale all'ammissibilità dei cibi Ogm, per esempio – quant'è stupida (in una scala da uno a dieci) quella retorica che fa della "legalità" un totem indiscutibile a prescindere dal contenuto delle leggi realmente esistenti? Volete un altro esempio? Il falso in bilancio è un reato "contro il capitale l'azienda e gli azionisti" in tutti i paesi dell'occidente capitalistico, meno che in Italia (dove, non a caso, il "fare impresa" coincide in buona parte con la falsificazione dei bilanci, l'evasione fiscale, ecc). "Merito" di Berlusconi, campione assoluto di quel "padronato sanfedista" che non è mai arrivato a concepirsi come "impresa capitalistica" – quindi in larga misura "impersonale" – ma è rimasto molto simile al "padrone" ossessionato dalla "roba". Piccolo, sempre a un passo dal fallimento, bulimico di consumi e status symbol, sempre gravante sulla "decisione pubblica" per tutelare i propri – e  negativi, sul piano sistemico – interessi.

In quarto luogo, le lobby non sono un fenomeno solo italiano, ma globale. Ovunque le imprese usano dei "pierre" per influenzare a proprio vantaggio la legislazione dei singoli paesi o delle istituzioni internazionali. In Italia sono "sommerse", semi clandestine, e se ne parla – come in questo caso – solo quando ci sono singoli scandali. Ricordiamo decine di "faccendieri" arrestati negli anni, e tutti facevano esattamente la stessa cosa: tutelavano interessi affaristici privati dentro la sfera pubblica. Come in molte attività clandestine, il confine tra "economia in chiaro" e "traffici criminali" è alquanto labile. E quindi molti "faccendieri" erano e sono anche massoni, piduisti, fascisti, ex criminali in proprio, ricattatori, procacciatori di "escort", ecc. Ora si parla di "formalizzarle per legge", come avviene per esempio a Bruxelles. Dove le decisioni dell'Unione Europea vengono prese sotto l'assedio di centinaia di lobby tutte "legali", ma con interessi decisamente opposti a quelli delle popolazioni che poi, quelle decisioni, dovranno subirle. Do you know Troika?

Ma come hanno reagito gli accusati (i senatori, in questo caso, visto che il servizio delle Iene era fondato sull'intervista a un ex assistente di un ignoto inquilino di Palazzo Madama)?

Per tutti ha risposto Pietro Grasso, presidente, in quota Pd, ex capo nientepopodimeno che dell'Antimafia: “Un comportamento che, se provato, sarebbe gravissimo”. ”Purtroppo la natura di denuncia, anonima nella fonte e nei destinatari, rende difficile procedere all’accertamento della verità. Spero quindi che gli autori del servizio e il cittadino informato di fatti così gravi provvedano senza indugio a fare una regolare denuncia alla Procura, in modo da poter accertare natura e gravità dei fatti contestati. Da parte mia assicuro che mi adopererò per fornire agli inquirenti nel più breve tempo tutte le informazioni che riterranno utili alle indagini”. 

Se si dovesse combattere anche la mafia con tanta circospetta circospezione, i picciotti potrebbero dormire sonni tranquilli...


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28/12/2012

Pd, Bersani presenta il candidato Piero Grasso: “Per una riscossa civica”

“Moralità e legalità per una riscossa civica. Queste due linee guida per il nostro futuro hanno convinto Piero Grasso a correre con noi”. Così Pierluigi Bersani esordisce nella conferenza stampa di presentazione della candidatura del procuratore antimafia per le prossime elezioni politiche nella sede romana del Pd, spiegando che ha convinto il magistrato durante un colloquio del 17 dicembre, durante l’incontro istituzionale per gli auguri di Natale al Capo dello Stato.

Grasso ha poi preso la parola per spiegare le ragioni della sua scelta: “Ho detto no, in passato, a molti incarichi e ho continuato a fare il magistrato per 43 anni. Ma nel corso degli anni, soprattutto dopo gli incontri sulla legalità con i giovani, ho capito che bisogna dare delle risposte, che è necessario rappresentare le proprie idee. Potevo restare nella magistratura fino al 2020, ma volevo entrare in politica da cittadino, non da magistrato. E, per coerenza, ho dato le dimissioni. Il Pd mi ha offerto un’occasione democraticamente valida, anche perché questo partito con le primarie supera una legge elettorale che tutti criticano ma nessuno cambia. Questa è la mia nuova casa, qui mi trovo bene”.

Nella seconda parte del suo intervento Grasso è entrato nello specifico delle sue idee: “Non voglio usare espressioni come ‘salite’ o discese’. Il mio impegno è prendere la mia esperienza e portarla in politica. Il mio progetto è rivoluzionare il sistema della giustizia. Non ci può essere un illusionista che tira fuori dal cilindro promesse che non possono essere mantenute”.

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Dopo Ingroia ci voleva anche Grasso...
Trovo che la corsa alle elezioni stia assumendo sempre più i connotati della Wacky Races, ovvero roda da circolo dei buffoni.
In questo ridicolo carosello diventa facile comprendere come Berlusconi sti agendo da cartina di tornasole per la ri-aggregazione del sistema politico italiano intorno a un modello rimasticato di bipolarismo, che contempla lo schieramento dei rigoristi che hanno trovato in Monti il proprio messia (da Fini a Casini passando per Ichino) e una sinistra ormai appittita sul modello socio economico dominante la cui carta elettorale prevalente è quella d'una legalità che ben si guarda dal porre in cima ai propri obiettivi la giustizia sociale.