Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2019

Brancaccio - Visco contro Visco

GR1 RAI, 31 maggio 2019 – Dagli effetti dell’immigrazione ai guai della finanza, passando per l’annosa questione dell’euro: una lettura critica delle considerazioni finali del governatore di Bankitalia Ignazio Visco, tra citazioni di John Maynard Keynes, Elias Canetti e Frankenstein Junior. Il GR1 RAI intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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24/12/2017

Banche. La colpa è della crisi e della Germania. I “compiti a casa” ci hanno portato alla disfatta

Ad affermarlo, stavolta, non è un sito di controinformazione, né una agenzia specializzata in fake-news.

Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, ha confermato di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle crisi bancarie, quanto vi diciamo da anni: “il forte deterioramento degli attivi delle banche e le crisi degli ultimi anni sono in primo luogo l’inevitabile conseguenza della duplice, profonda recessione che ha colpito l’economia italiana”.

Per capire che cosa sia successo in questi anni, Visco ha fornito pochi dati, agghiaccianti, che ci confermano una drammatica verità: “tra il 2007 e il 2013 il PIL è diminuito del 9 per cento; la produzione industriale di quasi un quarto; gli investimenti di poco meno del 30 per cento; quelli in costruzioni, fino al 2015, di quasi il 40. Ancora oggi il prodotto è inferiore del 6 per cento rispetto al livello dell’inizio del 2008”. Ed invece, nel resto dell’area dell’euro, il PIL attuale supera del 7 per cento quello di allora.

Il tracollo del sistema bancario non è dovuto alle nefandezze dei manager, ed ai maneggi della politica che si è intromessa nella gestione delle banche: sono porcherie che ci sono sempre state. Non è che tutti siano diventati ladri o incoscienti da un momento all’altro. Ed infatti, sempre il Governatore ha affermato che “tra il 2007 e il 2015 l’incidenza delle sofferenze dell’intero sistema bancario sul totale dei prestiti è più che triplicata; vi hanno contribuito i tempi di recupero dei crediti”.

Non basta, perché qui arriviamo al sodo: gli studi effettuati dalla Banca d’Italia dimostrano che “il 90 per cento del flusso di crediti deteriorati registrati in questo periodo è dovuto alla crisi economica. Numerose imprese e famiglie non sono più riuscite a ripagare i finanziamenti ricevuti e ciò si è inevitabilmente ripercosso sulle banche. Queste, pur affrontando perdite ingenti, sono state per lo più in grado di superare la difficoltà, anche grazie a consistenti rafforzamenti patrimoniali realizzati nel pieno della crisi. Alcune hanno invece ceduto, anche per comportamenti incauti e irregolari”.

Sì, è vero, secondo Visco ci sono stati “anche” comportamenti incauti e irregolari. Ma forse, non sono stati solo quelli dei manager, perché comportamenti incauti ci sono stati da parte di tutti, anche del Tesoro, che si è fatto restituire senza battere ciglio da Banca Etruria ben 300 milioni di euro, che le erano stati erogati attraverso i Monti bond per superare le difficoltà in cui si trovava, e circa 3 miliardi di euro dal Monte dei Pachi di Siena. La verità è una sola: i Tremonti ed i Monti bond erano cari, bisognava pagare allo Stato interessi elevati, e così si è preferito ricorrere al mercato, ai correntisti e agli azionisti.

Ma su questo si è arrivati al paradosso, visto che il Ministro Pier Carlo Padoan, sempre di fronte alla Commissione, ha affermato che per lo Stato, l’intervento in Monte dei Paschi si potrebbe rivelare un buon affare: ha probabilmente ragione, visto che sono stati lasciati bruciare ben tre aumenti di capitale. Un po’ tutti, in questi giorni, hanno ironizzato, ricordando quando l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi esclamava fiducioso che finalmente la banca senese era stata rimessa in forma.

L’Unione europea è solo un paravento: la vera colpa è della Germania, del suo governo e delle sue banche. Prima si è sistemata i conti, e poi li ha fatti pagare al resto dell’Europa, portando l’Italia nel baratro. L'Unione europea ha deciso di cambiare le regole bancarie quando alla Germania e alla Francia non faceva più comodo che si erogassero aiuti di Stato. Il Governatore Visco, infatti, afferma: “Numerose scelte tecniche assunte in sede europea sono state condizionate dall’orientamento di paesi che erano intervenuti massicciamente con fondi pubblici per sostenere sistemi bancari duramente colpiti dalla crisi finanziaria globale. In un contesto macroeconomico particolarmente sfavorevole, queste scelte non hanno giovato alla rapidità e all’efficacia della gestione delle crisi bancarie nel nostro paese”. Il Governatore ha poi riepilogato puntigliosamente tutti gli allarmi lanciati, di anno in anno, nelle varie occasioni. Insomma, non si può affermare che Banca d’Italia abbia mai detto che andava tutto bene.

C’è una sola considerazione da fare, a questo punto: dalle audizioni della Commissione parlamentare emerge un sistema dei poteri pubblici che ha accettato la disfatta, tutto era sempre inevitabile, dalla crisi dei debiti sovrani, alla seconda recessione causata da misure fiscali assurdamente penalizzanti per l’economia italiana, al cambio di orientamento della Commissione europea nell’agosto del 2013 in materia di aiuti di Stato alle banche, all'introduzione della normativa del bail-in senza prevedere una procedura di transizione e la non retroattività delle nuove disposizioni sulle risoluzioni bancarie.

Vengono in mente i generali che discutevano a lungo sulle ragioni delle sconfitte, sempre esonerandosi da ogni colpa: allora morivano i fanti, mandati allo sbaraglio contro un nemico enormemente superiore per forze dispiegate. Stavolta, facciamo la conta dei milioni di disoccupati, delle decine di migliaia di fallimenti. E le banche, alla fine si sono ritrovate con un centinaio di miliardi di crediti in sofferenza.

In Italia, il Governo, il Parlamento, le Autorità indipendenti, tutti si sono dimostrati incapaci di reagire con forza alla situazione che si andava determinando, hanno accettato le imposizioni di chiunque si presentasse con il ditino alzato, imponendoci le regole: dalla stampa di regime agli speculatori finanziari, dalla Commissione europea che prendeva ordini dall’asse franco-tedesco, alla BCE che proclamava la necessità della exit strategy dalle politiche monetarie accomodanti già nei primi mesi del 2011. E’ stato un delirio.

La nostra classe dirigente, senza eccezioni, ha accettato di fare i compiti a casa.

E ha portato l’Italia alla disfatta.

di Guido Salerno Aletta, editorialista economico di Italia Oggi e dell’agenzia Teleborsa

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01/12/2017

Renzi contro Bankitalia, scene da un paese moribondo

Tra Matteo Renzi e Licio Gelli (tappa intermedia, Silvio Berlusconi) c’è stata una costante lunga settant’anni: il bombardamento sistematico delle (poche) istituzioni repubblicane funzionanti con un briciolo di autonomia dal potere politico e/o partitico. Un processo lunghissimo, che sta ora arrivando al risultato finale.

La Banca d’Italia era stata fin qui una delle istituzioni più rispettate, tanto da esser considerata negli ultimi 30 anni una vera e propria “riserva della Repubblica”. Ovvero una fucina di funzionari di altissimo livello che potevano – in caso di difficoltà serissime nella gestione dello Stato (e di casi ce ne sono stati molti) – essere promossi a cariche governative di altissima responsabilità. Un elenco non lunghissimo, ma decisamente pesante, con nomi come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Domenico Siniscalco; senza ovviamente dimenticare quel Mario Draghi che in molti – ma non in Italia – vorrebbero seduto a Palazzo Chigi.

Solo un idiota, un massone o un criminale – in uno Stato liberale preoccupato di sopravvivere – può dedicare tempo ed energie a smontare la credibilità dei vertici della Banca d’Italia. Il Pd renziano lo fa da almeno tre anni con una pervicacia al limite della persecuzione.

Sia chiaro. Dal nostro punto di vista Bankitalia è oggi una filiale della Bce, un garante dei vincoli monetari e finanziari fissati dai trattati che tengono in vita l’Unione Europea. Dunque un’istituzione che svolge una funzione pesante del determinare le politiche neoliberiste decise a Bruxelles e Francoforte, ma applicate qui come in altri paesi.

Sembra dunque incomprensibile che “il” partito di governo che fa dell’“europeismo” l’unico straccio sventolabile sia impegnato a minare proprio l’istituzione italiana più efficiente del dispositivo Ue.

Stiamo alla cronaca. Ieri il Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, è stato “audito” dalla Commissione parlamentare di indagine sulle banche presieduta da Pierferdy Casini e voluta fermamente da Renzi. Il procuratore ha portato botti di benzina sotto la pira su cui il duo Renzi-Boschi sogna ancora di bruciare Ignazio Visco, appena riconfermato come Governatore della Banca d’Italia dal presidente del consiglio piddino Paolo Gentiloni.

Si parlava di Banca Etruria e l’accusa a via XX Settembre è stata quella di “omessa o scarsa vigilanza”. Non è stato mai difficile, per gli uomini di Visco, dimostrare il contrario, visto che già nel 2013 (prima che Renzi entrasse a Palazzo Chigi trascinandosi dietro Maria Elena) scriveva: “si ritiene che la Popolare (Banca Etruria aveva quello status, ndr) non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Insomma: che o porta i libri in tribunale o si fa assorbire da un altro istituto di “elevato standing”.

Sulla porta, pronta a ingoiare Etruria, c’era un solo pretendente: la Popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin, che non era affatto in condizioni migliori.

Tanto è bastato al procuratore Rossi per giudicare “strana” la posizione di Bankitalia, dipingendola come un suggerimento implicito all’allora cda di Etruria (in cui sedeva il padre della Boschi come vicepresidente) di “consegnarsi” ai vicentini.

E tanto è bastato ai renziani di stretta osservanza per scattare come un sol uomo in difesa del capo, della Boschi e di suo padre: “l’avevamo detto, noi!”.

Per la cronaca, bisogna anche sapere che un anno dopo Bankitalia rimproverava al cda di Etruria non di non essersi venduta ai veneti, ma di “non aver portato all’attenzione dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante”. Tradotto: i vertici di Etruria sapevano benissimo di essere tecnicamente falliti o quasi, che nessuno li voleva assorbire, e ciò nonostante nemmeno avvertivano i soci che un’offerta – per puzzolente che potesse essere – c’era. Quindi dritti verso il baratro, senza cercare neanche un’alternativa. Questo sì che è davvero “strano”...

Che si tratti di un “attacco politico” a Bankitalia è chiaro. Tutti fanno notare che il procuratore Rossi è stato consulente della Presidenza del consiglio fino a due anni fa. Insomma, l’accusatore subliminale di Visco era collaboratore di Renzi. Più che una coincidenza, un incidente...

Non ci addentreremo oltre nei contorti meandri della cronaca, anche per manifesta impossibilità di verificare le reciproche contestazioni. Ma ci appare chiaro che sulla vicenda delle banche fallite – che hanno tra l’altro truffato i propri correntisti rifilandogli obbligazioni non garantite spacciandole come “super-sicure” – si stia consumando uno scontro tra poteri piuttosto diversi e con riferimenti praticamente opposti.

Da un lato c’è l’istituzione tecnicamente più autorevole, coerente con la struttura “europea” che noi (nella nostra modestia) combattiamo. Dall’altra un grumo di interessi personali, familiari, massonici, locali, che per un miracolo di equilibri stranissimi è stato per tre anni ai vertici politici dello Stato e lì vorrebbe tornare presto, anche in coabitazione con Berlusconi e naturalmente senza dimenticare Verdini. E che pur di riuscirci è disponibilissima a distruggere quel poco che resta di “istituzioni credibili” in questo paese (dopo l’Iri, l’Istat, l’università, la scuola, la sanità, Alitalia, il trasporto pubblico, il sistema previdenziale e chi più ne ha più ne metta). Una disposizione distruttiva condivisa spesso, fin qui, proprio con quell’Unione Europea ordoliberista impegnata a distruggere il “modello sociale europeo”. Ma che gli si contrappone quando quella “livella” arriva a toccare “la robba mia”, quei piccoli anfratti oscuri entro cui un certo ceto politico-affaristico si riproduce e arricchisce.

E’ la storia della fogna italica, immutata nella struttura mentale, ma con qualche spin doctor più aggiornato.

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28/10/2017

Un Renzi sul viale del tramonto non commuove nessuno...

Unendo i puntini su un foglio di carta si ottengono comunque delle figure. Magari orrende e prive di senso, ma si ottengono.

Se quindi proviamo a rintracciare un filo logico nella serie di “incidenti” che va inanellando Matteo Renzi negli ultimi mesi l’immagine che balza agli occhi è quella del cupio dissolvi, quasi un tocco di Mida al contrario.

La sortita contro il rinnovo dell’incarico a Ignazio Visco, come governatore della Banca d’Italia, ha avuto l’efficacia militare di un attacco kamikaze finito in mare, anziché sulla flotta avversaria. Un attacco proseguito anche dopo il fallimento manifesto – quando Gentiloni aveva ormai “proposto il rinnovo” in consiglio dei ministri e Mattarella preparava la penna per la firma – costringendo gli ormai fedelissimi (Lotti, Martina, Boschi e Delrio) alla penosa presentazione di certificati medici o “precedenti impegni” per giustificare l’assenza.

E’ solo l’ultimo episodio lungo una nutrita serie di sconfitte o figuracce, al punto che l’annunciata batosta nelle elezioni siciliane (dove il Pd rischia di arrivare addirittura quarto, con meno voti persino degli odiatissimi rivali del “centrosinistra classico”) si profila come il big bang che potrebbe costringerlo in una posizione insostenibile.

E non convince molto neanche l’ipotesi che questo andare a testa bassa contro Visco e Bankitalia sia l’estremo tentativo di togliere spazio ai Cinque Stelle recitando – anche lui – la parte del tribuno “che difende i risparmiatori”. Le manovre intorno a Banca Etruria e le altre banche, responsabili della truffa ai danni dei correntisti abbindolati o costretti a sottoscrivere “obbligazioni senza garanzia”, sono troppo recenti e tutti ricordano il ruolo avuto dallo stesso Renzi e dalla Boschi nella difesa dei truffatori. Pensare di rifarsi una verginità in materia provando a scaricare ogni responsabilità sulla vigilanza poco attenta di Via Nazionale – che può comunque vantare il “merito” di aver denunciato al situazione, sia pure in ritardo – non sembra la pensata degna di uno statista.

Anche l’imposizione del voto di fiducia sul rosatellum, che in altri momenti sarebbe passata tra mugugni senza conseguenze, ha provocato l’uscita dal Pd di Pietro Grasso, presidente del Senato ed ex capo della Direzione nazionale antimafia. Un nome che elettoralmente pesa poco, ma funziona da punta di un iceberg che raccoglie tutto il personale istituzionale di alto livello.

Per non parlare della tristissima esperienza del “treno” con cui ha iniziato a girare per l’Italia. Presto sparito dalle cronache, costrette in genere a registrare la pessima accoglienza ad ogni fermata.

Inutile scomodare i cosiddetti “poteri forti”, che sono invece quelli che l’avevano scelto come caterpillar per smantellare la Costituzione e il sistema integrato welfare-diritti. Su questo fronte Renzi può presentare infatti “grandi successi” (Jobs Act, “buona scuola”, tagli alla spesa pubblica, specie sanitaria, ecc), anche se ha fallito quella principale (la “riforma costituzionale”).

Non è da lì insomma che gli vengono gli attacchi. Semmai, proprio a far data dal 4 dicembre, quegli stessi “poteri” sembrano essersi accorti che il loro “giovane campione” è precocemente imbolsito. La tattica strafottente che fin lì gli aveva permesso di eseguire gli ordini più impopolari si è rapidamente introvertita in avventatezza; la capacità di aggregare pattuglie ansiose di salire sul carro del vincitore si è rovesciata in stimolo alla fuga dal campo perdente; l'“io contro tutti”, la rottamazione come “grande idea di rinnovamento”, si è trasformato in progressiva solitudine.

Su questa via, si diceva, le elezioni siciliane possono diventare la classica goccia che fa traboccare il vaso. E i sondaggi negativi, che alimentano proiezioni terrificanti in termini di seggi alle politiche di primavera, potrebbero consigliare un cambio di cavallo in corsa. In fondo le sue truppe sono berlusconianamente tenute insieme dall’avidità di potere, non certo da disegno politico di lungo periodo; dunque, se “il capo” non può più garantire successi elettorali, seggi e poltrone, diventa rapidamente inarrestabile la fuga verso chi può dare maggiori garanzie.

E’ un ragionamento che vale appunto anche per i “poteri forti”. Se questo contafrottole non convince più nessuno, forse conviene cambiare cavallo. In fondo c’è una squadra che riesce a fare le stesse cose senza alzare troppo casino...

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24/10/2017

Sinistre difese dell’autonomia liberista

Qualcuno si domanda ancora perché la “sinistra” sia divenuta nel frattempo sinonimo di liberismo. La mozione “democratica”, mediaticamente protagonista di questi giorni, svela il ruolo di questa sinistra di complemento, elettoralmente barricadera e politicamente veicolo principale del sistema ordoliberale europeista. Il merito della mozione promossa da Renzi – la richiesta di discontinuità dell’azione di vigilanza di Bankitalia – è in sé poca cosa e rispondente unicamente a interessi di posizionamento elettoralistico. Più in generale però il senso di quella mozione appare condivisibile: la politica deve poter controllare e valutare l’azione della banca centrale. Un’azione, come sappiamo, dal 1981 libera da qualsiasi vincolo politico. Proprio qui si situa uno dei cardini fondamentali dell’ideologia euro-liberista: le politiche monetarie non avrebbero colore politico, ma dovrebbero rispondere esclusivamente alle disposizioni tecniche insite nella governance stabilita tra centri studi, mercati finanziari e agenzie di rating. Una spirale perversa che ha cambiato l’indirizzo politico della nostra Costituzione senza che su questo stravolgimento ci sia mai stato un pronunciamento pubblico referendario (anche perché, tutte le volte che ci si è potuti esprimere, la popolazione ha bocciato ogni controriforma costituzionale). Infatti, «lo spirito e gli obiettivi dei Trattati europei, tradotti in apposite norme giuridiche, vengono concentrati sulla stabilità dei prezzi, unico e isolato obiettivo cardine dell’impalcatura finanziaria europea. “Nei trattati europei l’obiettivo della stabilità dei prezzi viene di fatto sovraordinato a tutti gli altri [...] La lotta alla disoccupazione diviene quindi secondaria [...]» (qui). La mozione Renzi andava si sottoposta a critica, ma una critica che svelasse le contraddizioni tra l’opportunismo elettoralistico attuale e l’azione politica di un partito (il Pd) fautore primo dell’inderogabilità liberista, della “stabilità dei prezzi”, del monetarismo quale orizzonte politico-economico, eccetera. E invece cosa è riuscita a partorire la “sinistra di lotta” oggi alla ricerca di una poltrona nel nuovo Parlamento? Un’alzata di scudi in «difesa dell’autonomia della Banca d’Italia» e della sua «indipendenza dalla politica» (qui Campo progressista, qui Mdp). Ma è proprio questa indipendenza che andrebbe scardinata, proprio perché vincolo basilare di ogni azione politica liberista. Superfluo ricordare, infatti, che si situa proprio nella separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro l’impennata del debito pubblico e l’avvio della stagione della moderazione salariale grazie alla fine della cosiddetta “scala mobile”, cioè dell’adeguamento naturale dei salari all’inflazione reale (uno e due articoli utili a comprendere le ragioni della restaurazione liberista insita nella riforma del 1981). E invece il dibattito alla rovescia presente da troppo tempo nel nostro paese porta la “sinistra” a dire cose di destra, alla destra di rimanere coerente con la propria impostazione ideologica, e il populismo a declinare malamente quel rifiuto dello status quo che pure permane non completamente pacificato nella popolazione. Un dibattito pubblico senza vie d’uscita, ma che ci lascia almeno una convinzione: non ci sarà rinascita senza la definitiva scomparsa politico-elettorale di qualsiasi partito liberista “a sinistra” del Pd.

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20/10/2017

Banca d’Italia, tra istituzioni e Pd

Nella vicenda in corso tra le massime istituzioni dello Stato, Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio e il partito di maggioranza relativa PD, si presenta un aspetto riferito alla dinamica politica non sufficientemente messo in chiaro nel dibattito mediatico in corso.

Premesso che la “vicenda Banche” è stata a lungo ignorata o presentata riduttivamente proprio dal concerto mediatico che oggi fa grancassa, mentre si tratta di questione gravissima che si trascina da tempo (molto acuita nell’ultimo ventennio, quello delle grandi concentrazioni e del massiccio trasferimento avvenuto a livello globale dall’economia produttiva all’economia finanziaria) che è stata coperta da tutti fino all’inverosimile. Chiamando quindi a responsabilità generali e specifiche che non sono state sufficientemente accertate e, di conseguenza, perseguite.

La questione pone a tutti una domanda di fondo.

Si tratta di questo: si può ancora credere nel rispetto delle competenze e delle prerogative istituzionali previste dalla Costituzione e dalla Legge?

Sono ancora valide le determinazioni di funzione e di ruolo tra Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica?

Se non ci si crede più allora basta, va bene e si può chiudere a questo punto.

Invece, se ci si crede ancora, sarà bene tenere a mente alcuni punti fermi.

Il ruolo dei partiti, e soprattutto quello dei capi partito è ancora validamente espresso all’interno dell’articolo 49 della Costituzione Repubblicana: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” [cfr. artt. 18, 98 c. 3, XII c. 1].

Mentre così può essere riassunto il ruolo del Parlamento: “La Costituzione italiana, stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, cioè a tutti i cittadini, che la esercitano nelle forme e nei limiti che la Costituzione stessa indica. Una delle più importanti forme di espressione della sovranità popolare è l’elezione del Parlamento.

Il Parlamento è composto dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica che hanno eguali compiti e poteri”
(per questo si parla di bicameralismo “paritario” essendo differente la platea elettorale e la formula di elezione dei senatori).

“Il Parlamento è un’Istituzione centrale nel nostro sistema costituzionale. Esso, infatti, approva le leggi, indirizza e controlla l’attività del Governo, svolge attività d’inchiesta su materie di pubblico interesse, concede e revoca la fiducia al Governo; inoltre il Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali, elegge il Presidente della Repubblica; infine il Parlamento in seduta comune elegge una parte dei giudici della Corte costituzionale e dei componenti del Consiglio superiore della magistratura”.

E quello della Presidenza della Repubblica? “il presidente della Repubblica italiana rappresenta l’unità nazionale ed è il garante della Costituzione; è inoltre a capo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), ha il comando delle Forze armate e presidente il Consiglio supremo di difesa. All’interno della Carta il suo ruolo è posto al di fuori dei tre poteri fondamentali dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario); il capo dello Stato, infatti, è posto al di sopra delle parti e non svolge alcuna funzione attiva nella determinazione e nell’attuazione dell’indirizzo politico del Paese”.

Come viene nominato il Governatore della Banca d’Italia: “L’articolo 19, comma 8, della Legge 28 dicembre 2005, n. 262 (Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari) afferma che la nomina del governatore è disposta con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Il procedimento si applica anche per la revoca del governatore.

La sua carica, fino al 2005 senza limite di mandato, dura sei anni, rinnovabile una sola volta (art. 19 L. 262/2005).

Anche per gli altri membri del Direttorio il mandato dura 6 anni ed è rinnovabile una sola volta (art. 25 e 26 Statuto della Banca d’Italia, 2006).”


Ciò premesso per conoscenza e a futura memoria risalta un punto fondamentale nell’azione del PD: il partito risulta sulla materia totalmente incompetente. Stesso rilievo per l’azione del M5S, con una differenza politica determinante: il M5S è gruppo parlamentare d’opposizione; il PD principale gruppo parlamentare di governo per tutta questa legislatura (sia con il governo Letta, con quello Renzi e adesso Gentiloni): quello del superamento dei ruoli istituzionali fornendo – attraverso la ormai celeberrima mozione (pur temperata dall’intervento in extremis del governo).

PD e M5S hanno quindi svolto un atto politico posto del tutto al di fuori dai propri compiti attuando una vera e propria proditoria “invasione di campo”.

Tutta questa valutazione risulta valida, ovviamente, se si crede nell’impalcatura istituzionale prevista dalla Costituzione e dalle leggi.

Questo rispetto non è evidentemente patrimonio della maggioranza del PD e del M5S e le famose mozioni, nella loro sostanza risultano eversive, come hanno già fatto notare molti commentatori.

La mozione del PD, infatti, è stata ben spiegata in un’intervista dal presidente del partito Orfini: “si trattava di riprendere sintonia con il popolo”. Quindi una questione di dialogo diretto tra il Partito e il suo Capo allo scopo di acquisire–riacquisire consenso.

La centralità del Parlamento si esercita in maniera affatto diversa, recuperando il ruolo – perduto – della rappresentatività politica ed esprimendo, in quella sede, il punto più alto della volontà dei settori sociali e delle istanze ideali rappresentate.

Il punto trascurato da tutti o quasi, allora, è quello che al di là del merito la maggioranza del PD non si è scostata dal modello istituzionale che aveva cercato di imporre con la modifica della Costituzione, proposta e approvata dal Parlamento ma respinta seccamente dal voto popolare nel referendum confermativo e con la legge elettorale “Italikum” approvata dal Parlamento attraversato reiterati voti di fiducia (al governo Renzi) e poi smontata dalla Corte Costituzionale.

Si tratta del modello a “vocazione totalitaria” che non prevede l’alternanza e il ruolo dei partiti, ma esalta il ruolo del Capo che appunto dialoga con le masse, legifera direttamente (con il Parlamento ridotto a un ruolo di mera ratifica) sulla base di un progetto di crescente acquisizione del consenso (si direbbe in forma meramente populistica) e con il partito di maggioranza (assoluta, tramite premi elettorali abnormi) utilizzato soltanto come canale di approvazione dell’operato del Capo stesso e di megafono propagandistico (come abbiamo visto del resto nel comportamento dei singoli nel corso di queste ultime tormentate vicende).

Il tutto non solo risulta molto pericoloso per la democrazia, almeno per chi crede ancora alla divisione e al bilanciamento dei poteri, ma in clamorosa minoranza nel Paese come ha dimostrato il già richiamato esito del voto del 4 dicembre 2016.

Purtroppo questo modo d’agire mette la sordina al disastro delle banche italiane, capaci di accumulare – per scelte massimamente di tipo clientelare – centinaia e centinaia di miliardi di crediti deteriorati, di mandare in crisi i risparmi di altre centinaia di migliaia di risparmiatrici/ori , di rimettere in evidenza le solite “liaisons dangereuses” tra finanza, politica, logge più o meno segrete.

Non a caso l’operazione compiuta in Parlamento da PD e M5S si rivolge esclusivamente al tema delle nomine, dopo che è stata costituita una Commissione bicamerale “ad hoc” che non ha ancora praticamente cominciato a lavorare e che dovrebbe esaminare un dossier di 4.200 pagine elaborato proprio dal contestato Governatore uscente (senza dimenticare metodo e merito nella nomina del presidente di detta Commissione)

Il tema istituzionale comunque rimane centrale e suscita un gravissimo allarme: anche perché questo comportamento rivela ancora una volta il massimo dispregio della volontà popolare.

Del resto da un partito come il PD che con il 25% dei voti pretendeva di assicurarsi il 55% dei seggi in un sistema praticamente monocamerale c’era poco di diverso da aspettarsi.

Il tema, alle fine, in questo caso è semplicemente quello di una antidemocratica voracità del potere che pare accomunare quelli che , sulla carta, si presentano come i due maggiori partiti italiani: alle loro spalle c’è il vecchio centro – destra, non solo antesignano della linea del Capo che “unto dal signore” si fa seguire da masse plaudenti e sognanti la “rivoluzione liberale” promessa nel 1994, ma anche ricolmo di pulsioni razziste e fasciste.

Insomma: c’è poco da stare allegri, anzi niente.

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19/10/2017

La rabbia di Renzi e la sinistra Bankitalia

Matteo Renzi deve sicuramente la sua ascesa politica al sistema bancario. Ricordiamo fra tutte la sponsorizzazione della sua figura e poi della sua controriforma costituzionale fatta dalla Banca Morgan e le dichiarazioni sfacciate proriforma di Draghi alla vigilia del voto referendario.

Però Renzi deve alle banche anche una delle cause della sua discesa, con i risparmiatori traditi di Banca Etruria e delle altre banche fallite che inseguono lui ed i suoi fedelissimi ovunque li incontrino.

Ora la rabbia dell’ex presidente del consiglio si rivolge a Visco, con il PD che ne chiede la non riconferma alla guida della Banca d’Italia.

Che la posizione di Renzi e dei suoi sia ridicola e strumentale salta agli occhi di chiunque abbia ancora un minimo di discernimento. Però salta agli occhi anche la altrettanto penosa levata di scudi della intellettualità e della sinistra antirenziana, a difesa del governatore di Bankitalia. Che è sicuramente corresponsabile del disastro del sistema bancario italiano, ma che non ci sta a fare il capro espiatorio. Sopra di lui Draghi, la BCE e la UE, assieme naturalmente a tutto il sistema bancario italiano sono altrettanto responsabili. E con essi tutti i governi che si sono succeduti in questi venti anni, nessuno escluso.

Quindi chi volesse usare la rottura tra Renzi e Visco per far finalmente luce e pulizia nel disastro bancario del paese, che probabilmente è solo ad un nuovo inizio, come ci dice la Borsa, dovrebbe prendere la palla al balzo per chiedere chiarezza, giustizia, e cambiamento.

Invece, dopo le parole di Mattarella sull’interesse nazionale, ipocrite visto che tutto il nostro sistema bancario è sul mercato multinazionale e la Troika decide tutto; dopo quelle parole la sinistra antirenziana è insorta a difesa di Bankitalia.

I fieri repubblicani, nel senso del quotidiano La Repubblica, si son lanciati contro Renzi, anch’essi nel nome dell’interesse nazionale. Da Bersani, a Montanari leader del Brancaccio, al redivivo Veltroni, tutti a dire viva Visco. Si attende comunicato di Pisapia che evidentemente non si è connesso in tempo.

Che pena, che ridicolo e poi ci si chiede perché in Italia la parola “sinistra” abbia oramai un significato popolare sinistro.

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12/07/2017

Come si salvano le banche? “Con licenziamenti e tagli agli stipendi”

Avevate capito che le grandi crisi bancarie – non solo italiane – sono state causate da giochi speculativi senza limiti, creazione di denaro dal nulla, prestiti colossali e senza garanzie ad imprenditori “amici”, commercializzazione di “prodotti” finanziari impastati con debiti impagabili, premi milionari per amministratori corsari e corrotti?

Beh, se dobbiamo dar retta al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, i problemi starebbero da tutt’altra parte: troppi dipendenti e stipendi troppo alti.

Nel corso dell’assemblea annuale dell’Abi (associazione dei banchieri, ovvero degli amministratori) Ignazio Visco ha spiegato che la riduzione dei lavoratori delle banche – in atto già da tempo grazie alle numerose fusioni tra istituti, nonché per effetto dell’informatizzazione e del trading online – dovrà andare ancora più avanti e soprattutto essere accompagnata da un taglio degli stipendi “a tutti i livelli”.

Non che fin qui siano state rose e fiori, visto che “dal 2008 il numero dei dipendenti è sceso del 12%. È un processo destinato a proseguire, anche con il ricorso a ben calibrate misure di accompagnamento all’interruzione anticipata del rapporto di lavoro”. Tradotto: pre-pensionamenti, cassa integrazione e assegni di disoccupazione, secondo la ben nota prassi della “socializzazione delle perdite” (il costo degli esuberi viene messo in conto alla spesa pubblica) per assicurare una più vivace “privatizzazione dei guadagni”.

“La riduzione dei costi dovrà in questa transizione riguardare anche le remunerazioni complessive, a tutti i livelli, e ridurre sul piano organizzativo ridondanze ancora diffuse”.

Poi non chiedetevi come mai la Banca d’Italia non si sia mai accorta che un gran numero di banche stavano facendo carte false avvicinandosi a grandi passi alla bancarotta...

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23/06/2017

È dal 1996 che abbiamo maggiori tasse e minore spesa pubblica

Dal 1996 ad oggi il saldo primario italiano è stato mediamente pari al 2% del Pil. Questo significa che dal 1996 ad oggi abbiamo ridotto la quantità di denaro nell’economia reale attraverso maggiori tasse e minore spesa pubblica: sono 700 miliardi di euro ai valori attuali, il 40% del Pil. Nel 2015 sono stati sottratti oltre 20 miliardi di euro all’economia reale (1,4% del Pil) in quanto abbiamo fatto il 2,6% di deficit pagando il 4% di interessi.

E poi ci chiediamo perché dal 1996 l’economia italiana abbia avuto un tasso di crescita bassissimo fino a sprofondare nel periodo successivo alla crisi finanziaria globale del 2008: se continuiamo a togliere soldi e quindi a ridurre la capacità di consumo del settore privato e la spesa del settore pubblico questo è il risultato. Anche negli ultimi due anni con “Renzi il Rottamatore” non c’è mai stata espansione fiscale.

La “flessibilità” ottenuta grazie alla benevolenza di Angela Merkel è consistita solo nel rallentare un po’ il ritmo delle manovre restrittive rispetto alle richieste assurde e impossibili della Commissione Europea.

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Il primo giugno, sull’identico argomento, aveva giustamente scritto:

La ricetta del governatore della banca d’Italia visco porterebbe al disastro

Il Governatore della Banca d’Italia Visco ha detto che la strada per ridurre il debito passa attraverso un saldo primario al 4% del Pil. Questa è proprio la strada per dare il colpo di grazia alla già disastrata economia italiana e per far esplodere il rapporto debito/Pil. Visco dimentica che con il Governo Monti venne attuata una politica fiscale estremamente restrittiva che portò il Paese in recessione facendo innalzare il rapporto debito/Pil dal 120 al 130%. La ricetta di Visco porta al disastro e comunque è irrealizzabile.

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01/06/2017

Nella battaglia per Bankitalia interviene la Bce

Sono rimasti pochi presìdi credibili, nelle istituzioni italiane. Credibili per i partner e i mercati internazionali, ossia per l’Unione Europea, la Bce, il Fondo Monetario Internazionale, la banca Mondiale, gli Stati più solidi, ecc.

Tra questi presìdi, il più importante è certamente la Banca d’Italia, storica scuola di manager economici di grande livello tecnico, dunque spesso riserva strategica in cui pescare ministri o presidenti del Consiglio quando la crisi politica supera i livelli di guardia e degenera in paralisi. Guido Carli alla presidenza di Confindustria e Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Chigi sono solo gli esempi più noti.

Palazzo Koch è rimasto un esempio di cosa dovrebbe essere un’istituzione pubblica anche a dispetto del suo azionariato, ormai del tutto privato. Non sono infatti molti a sapere, e tanto meno a scrivere, che la Banca d’Italia è un “istituto di diritto pubblico” il cui pacchetto di controllo – fino al 2006 – doveva essere detenuto da soggetti pubblici. E tali erano prima d’allora le cinque banche di “interesse nazionale” (sostanzialmente pubbliche) che possedevano le quote di maggioranza. Ma con la privatizzazione totale delle cinque “Bin”, di fatto, sono soltanto le banche private a controllare l’azionariato (IntesaSanPaolo ha da sola il 30,3% , Unicredit il 22,1, tutti gli altri partecipanti quote irrilevanti o quasi). Ciò nonostante, Bankitalia è rimasta una fucina di competenze senza eguali nell’asfittico panorama italiano.

Premessa lunga, ma necessaria per affrontare la partita che si sta giocando intorno a via XX Settembre e sul merito delle rituali “Considerazioni finali” lette ieri dal governatore, Ignazio Visco.

Il quale ha fatto il punto delle criticità che zavorrano la capacità del sistema-paese di afferrare il vento di “ripresina” che caratterizza l’attuale congiuntura internazionale, peraltro minacciata seriamente dal “ritorno alla normalità” in materia di tassi di interesse praticati da Federal Reserve staunitense e Bce, in primo luogo.

Il suo “suggerimento” di politica di bilancio è ovviamente lacrime e sangue: tre anni di manovre finanziarie pari all’1,5% del Pil (25 miliardi circa) e un avanzo primario (rapporto entrate/uscite dello Stato, prima di calcolare gli interessi sul debito pubblico) pari al 4% annuo, da dedicare integralmente alla riduzione del debito pubblico. Un abbattimento magari minimo, ma in grado di dare “ai mercati” il segnale che da ora in poi l’Italia è avviata sulla “strada giusta”.

Ha detto anche altro, naturalmente, come la necessità di concentrarsi sulla creazione di posti di lavoro, perché dal suo osservatorio scientificamente privilegiato vede benissimo che la dinamica sociale disegnata dalle statistiche ufficiali non corrisponde affatto a quella reale, e che le misure “spot” dell’epoca renziana non hanno affatto migliorato il quadro.

Un discorso coerente con l’azione svolta in questi anni, anche in materia di vigilanza bancaria, rivendicata da Visco come assolutamente in linea con i compiti istituzionali e gli strumenti a sua disposizione. Una difesa che a tutti è apparsa come una risposta alle critiche di stampa – e soprattutto di Renzi – a proposito dei numerosi fallimenti degli ultimi anni (da Banca Etruria fin alle prossime, VenetoBanca e Popolare Vicenza); ed anche un’accusa diretta ai cda di questi istituti, che avrebbe spesso consapevolmente truffato soci e correntisti (specie sui titoli obbligazionari).

In pratica, Visco ha ricordato ai suoi critici che la Vigilanza può intervenire solo quando i problemi di gestione delle singole banche private cominciano a diventare evidenti, altrimenti sarebbe come pretendere che Palazzo Koch si sostituisse ai vari cda nella gestione ordinaria (naturalmente si può sempre far notare che l’intervento della Vigilanza sia stato in qualche caso particolarmente tardivo, ma è un rilievo secondario, e che non può essere seriamente sollevato più di tanto da chi – come noi – “non conosce le carte”).

Ma la questione decisiva è in questo momento un’altra. Le critiche a Visco sono state fin qui “spinte” soprattutto dai renziani, che mal hanno sopportato un Governatore – durante i tre anni di protagonismo del giglio magico – restio a unirsi al coro dei laudatori, distillando semmai frequenti osservazioni critiche su singole scelte di Renzi in materia di politica economica. Critiche ancora più nette pronunciate ieri, senza far nomi, in pieno stile istituzionale, come l’invito alla classe politica a confrontarsi su “programmi chiari, ambiziosi saldamenti fondati sulla realtà”. Anziché sulle promesse un tanto al chilo per comprare consenso elettorale.

Visco è a fine mandato, dunque potrebbe sembrare lo sfogo di chi non ha più nulla da perdere. Ma davanti a lui, in platea, per la prima volta nella storia, c’era anche il presidente della Banca Centrale Europea, ovvero il suo predecessore nella carica di Governatore e il suo “superiore in grado” nell’architettura sovranazionale. E tutti – ma proprio tutti, tranne Repubblica – hanno capito che questa presenza inconsueta era di fatto un appoggio esplicito “dell’Europa” all’ipotesi di riconferma.

L’esatto contrario di quel che Renzi vorrebbe, come sempre tentato dalla voglia di fare un colpo di teatro, favorendo la nomina di un personaggio che non abbia una “storia interna” alla Banca d’Italia. Come aveva provato a fare Giulio Tremonti proponendo Bini Smaghi, per uscire sconfitto pesantemente.

I poteri sovranazionali, insomma, hanno tenuto a dire che si fidano di Bankitalia ma non della classe politica italiana, fanfarona, arraffona, dilettante e piaciona.

Il ritorno di Renzi a Palazzo Chigi, visto da lassù, non è affatto una buona notizia. E hanno cominciato a mettere paletti visibili. Se poi davvero si dovessero sciogliere le Camere, e andare al voto a ottobre, avremmo un solo risultato certo: la “legge di stabilità”, contenente la manovra per il prossimo anno, verrà scritta a Bruxelles e Francoforte. Con il sistema elettorale in via di definizione, infatti, sarà necessario un certo periodo di “elaborazione” per arrivare a un governo di coalizione tra lo stesso Renzi e Berlusconi. Quanto di peggio possono immaginare ai piani alti della Troika...

Un periodo di interregno in cui, a scanso di equivoci, è preferibile poter contare su presìdi credibili, al riparo degli impazzimenti di peones in cerca di una poltrona e di qualche prebenda con cui nutrire le clientele...

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13/05/2017

Il disastro delle privatizzazioni e del capitalismo italiano

Nell’ormai chiacchieratissimo libro di Ferruccio De Bortoli sui presunti poteri forti in Italia non c’è soltanto l’accenno alla vicendaccia riguardante Maria Elena Boschi e il suo presunto “familismo amorale”.

Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.

IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.

L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.

La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.

Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.

Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:

1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;

2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;

3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.

Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.

Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.

Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.

In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.

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31/05/2016

Tutta la debolezza di Bankitalia, nelle Considerazioni di Visco

L’Ignazio Visco peggiore della storia legge le meno veritiere “Considerazioni finali” mai elaborate. È una sorpresa negativa, profondamente negativa, perché in tutte le laceranti congiunture del dopoguerra – nel bene e nel male, ossia condivisibili o meno che fossero – le Considerazioni hanno sempre restituito un quadro realistico della situazione economica.

Si sente il peso delle “istituzioni” internazionali (Bce, Ue e Fmi) come di quelle nazionali, perché già nel tracciare il quadro della crisi Visco si “dimentica” sia la sua origine che la sua evoluzione.
Nel 2015 l’economia italiana è tornata a crescere per la prima volta dall’avvio della crisi del debito sovrano. Vi sono chiari segnali positivi, soprattutto per la domanda interna. L’attività economica rimane però lontana dai livelli precedenti la crisi; è soggetta alle stesse incognite che gravano sull’economia globale ed europea.
Nell’inconsueto mix di verità e propaganda, infatti, Visco parla di “crisi del debito sovrano” (2011, dunque) saltando a pie’ pari ogni riferimento alla vera data di inizio (2007, i mutui subprime, e 2008, il fallimento di Lehmann Brothers). In questo modo può continuare a sostenere la menzogna delle “istituzioni” sovranazionali per cui l’inceppamento dell’economia globale non sarebbe dovuto alle contraddizioni specifiche del capitalismo attuale – finanziarizzazione senza controllo, shadow banking, esplosione del debito privato – e dunque sarebbero giustificate le politiche di austerità, le “riforme strutturali” e istituzionali che fanno pagare per intero il conto a chi lavora, restringendo al contempo gli spazi e la sostanza della democrazia.

Va da sé che “sbagliando” la diagnosi ne possa derivare soltanto una terapia altrettanto sbagliata.

Ed è un vero peccato – un crimine, sul piano scientifico – perché in realtà Visco avrebbe molte cose interessanti da dire. E alcune le dice anche.

Scontata la difesa della politica monetaria del suo superiore gerarchico – la Bce peraltro guidata dal suo predecessore in via XX Settembre, Mario Draghi – anche se non esagera nel delinearne gli effetti positivi:
Si tratta di misure di portata eccezionale. Gli acquisti di attività finanziarie hanno raggiunto il 9,4 per cento del prodotto dell’area lo scorso 20 maggio, si porteranno al 17 per cento nel marzo 2017. Negli altri principali paesi avanzati gli interventi delle banche centrali hanno assunto dimensioni ancora più ampie: circa il 20 per cento del PIL negli Stati Uniti e nel Regno Unito, più del 60 in Giappone.

L’evidenza attesta l’efficacia delle misure espansive. Il costo del credito all’economia si è ridotto e la frammentazione finanziaria nell’area dell’euro si è attenuata. Le misure hanno favorito la flessione dei rendimenti e hanno sostenuto i prezzi di una vasta gamma di attività finanziarie, con riflessi positivi sui consumi, attraverso effetti ricchezza, e sugli investimenti, attraverso la riduzione del costo del capitale. Hanno alimentato la fiducia di imprese e famiglie. Secondo le nostre stime, in assenza delle misure di politica monetaria introdotte tra la metà del 2014 e la fine del 2015 sia il tasso di crescita annuo dei prezzi sia quello del prodotto sarebbero inferiori, nell’area, di circa mezzo punto percentuale nel triennio 2015-17. Per l’Italia, gli effetti stimati sono più pronunciati.
Si potrebbe ironizzare a lungo sulla dimensione dei costi (il 17% del Pil dell’eurozona) per ottenere benefici calcolati nel +0,5% del Pil stesso (metà della “crescita” italiana, bisognerebbe peraltro sottolineare), ma giustamente Visco valorizza la parte relativamente piena del bicchiere, evitando così di esser collocato tra i critici teutonici della stessa Bce.

Ma almeno non lascia spazio a ottimismi (governativi) eccessivi:
Per la politica monetaria la sfida principale resta il permanere dell’inflazione su livelli eccessivamente bassi; la variazione dei prezzi è tornata negativa nei primi mesi di quest’anno. Il fenomeno non è limitato all’area dell’euro, è connesso in larga parte con il calo del prezzo del petrolio, ma dipende anche, in misura rilevante, da dinamiche interne: i margini inutilizzati di capacità produttiva e di forza lavoro sono più ampi che in altre economie avanzate.
Non omette, e questo torna a suo onore, il dettaglio velenoso: i problemi dell’economia continentale, deflazione in testa, non sono addebitabili ai soli fattori esogeni (petrolio, ecc), perché se “i margini inutilizzati di capacità produttiva e di forza lavoro sono più ampi che in altre economie avanzate” significa che l’attuale configurazione produttiva continentale (Germania compresa, dunque) soffre di “sovracapacità produttiva”. Siamo insomma in piena crisi di sovrapproduzione. Più che in altre aree, certo, ma non diversamente da altre aree.

Inevitabile, con queste premesse, parlare dei rischi derivanti da una crescita che non arriva e che non può neanche arrivare fin quando il sistema delle imprese continua il suo “sciopero degli investimenti”:
In rapporto al PIL, gli investimenti restano però ancora molto al di sotto dei valori osservati prima della crisi, su livelli minimi nel confronto storico. In prospettiva, l’andamento della domanda estera è il principale fattore di incertezza: secondo le imprese si sono intensificati i rischi geopolitici, che hanno un impatto negativo sull’attività economica, sia per l’effetto diretto sulle esportazioni, sia per la maggiore cautela che inducono nei piani di investimento.
Non a caso, dunque, Visco ripone le sue speranze altrove, rispetto alle esportazioni:
I guadagni di occupazione potranno essere ampliati se si consoliderà la ripresa della domanda interna.
In questo intreccio tra investimenti (privati e pubblici) assenti e domanda interna necessariamente da sostenere nasce probabilmente il suo discutibilissimo “ok” alla strategia economica renziana (in realtà di Pier Carlo Padoan), fatta discendere da un classico esercizio matematico:
L’aumento dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto, da poco meno del 100 per cento nel 2007 a quasi il 133 lo scorso anno, è soprattutto il portato della crisi. Se in questo periodo il prodotto reale fosse aumentato in linea con il decennio precedente e il deflatore in linea con l’obiettivo di inflazione nell’area dell’euro, il peso del debito sarebbe aumentato di soli tre punti percentuali, un incremento di poco inferiore a quello derivante dal sostegno finanziario fornito dall’Italia ai paesi in difficoltà; tenendo conto delle ricadute positive di una maggiore crescita sul disavanzo pubblico, il peso del debito si sarebbe ridotto. Questo semplice esercizio rende evidenti i rischi ai quali è esposta l’economia di un paese in grave ritardo competitivo e l’importanza di riforme strutturali volte a sostenerne il potenziale di crescita; esse sono tanto più necessarie in presenza di un debito pubblico così elevato.
Insomma: i margini per un intervento pubblico sulla dinamica economica erano strettissimi, e lo sono ancora, ma “per fortuna” si è evitato di stringere quanto avrebbero voluto e preteso le “istituzioni” e la Troika:
Dal 2014, alla fine di un triennio particolarmente duro per l’economia italiana, la politica di bilancio è divenuta moderatamente espansiva. Il Governo mira a conciliare il sostegno alla ripresa con la riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL, opportunamente indicata come obiettivo strategico. Nei suoi piani la riduzione dovrebbe iniziare quest’anno e rafforzarsi nel triennio successivo. L’evoluzione del contesto macroeconomico rischia di ostacolare il conseguimento di questo obiettivo nel 2016; uno stretto controllo dei conti pubblici e la realizzazione del programma di privatizzazioni possono consentire di avvicinare il più possibile il rapporto tra debito e prodotto a quanto programmato e garantirne una riduzione significativa nel 2017.
Dopo di che il via libera alle ulteriori misure che si vanno addensando nel disegno della “legge di stabilità” 2016 non potrebbe essere più pieno:
Per sostenere una ripresa più rapida e duratura è necessario il rilancio di investimenti pubblici mirati, anche in infrastrutture immateriali, a lungo differiti; sono importanti un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale gravante sul lavoro, il rafforzamento di incentivi per l’innovazione, il sostegno ai redditi dei meno abbienti, particolarmente colpiti dalla crisi. Se i margini oggi disponibili nel bilancio sono limitati, è comunque possibile programmare l’attuazione di questi interventi su un orizzonte temporale più ampio.
Si capisce benissimo che il contenzioso con l’Unione Europea a guida tedesca si è andato inspessendo nel corso degli ultimi mesi, ben al di là delle dichiarazioni di facciata di un leaderino sfacciato e pretenzioso:
I risultati conseguiti sono importanti ma disomogenei. Le limitazioni alle leve nazionali sono state rapidamente poste in atto; l’introduzione e la piena condivisione degli strumenti sovranazionali segnano invece un ritardo. Anche per gli interventi comuni a sostegno di singoli paesi membri in difficoltà si è scelta la strada di una condivisione dei rischi contenuta. Con l’istituzione dell’ESM è stato superato il tenore restrittivo della clausola di divieto di salvataggio prevista dai Trattati europei che avrebbe impedito qualunque forma di assistenza; tuttavia, la capacità finanziaria del fondo è modesta, sostenuta da garanzie limitate dei paesi membri.
L’Unione Europea ha dunque seguito due velocità diverse, a seconda che si dovesse centralizzare il controllo di gestione delle finanze pubbliche (l’austerità è stata imposta con velocità e ferocia, senza troppe mediazioni) oppure costruire gli strumenti di politica fiscale, finanziaria ed economica comuni (nessuna “condivisione dei rischi”, continuano a ripetere i “virtuosi del Nord”, rinviando sine die misure che – in un’ottica strettamente capitalistica – darebbero stabilità continentale, sia pure a un costo alto e condiviso).
Il nuovo disegno istituzionale e molte delle decisioni che ne sono scaturite sono stati soprattutto indirizzati a ridurre i rischi propri di ciascuno Stato o dei singoli intermediari bancari, anche prescindendo da possibili implicazioni sistemiche. È, questa, una situazione di vulnerabilità: vi è il pericolo non solo che le autorità nazionali ed europee non siano in grado di reagire adeguatamente a shock di ampia portata, ma che abbiano anche difficoltà a evitare effetti di contagio originati da tensioni di carattere circoscritto. Una effettiva riduzione dei rischi complessivi richiede che adeguate reti di sicurezza basate su strumenti sovranazionali affianchino le misure pensate per ridurre fragilità specifiche.
Il “nazionalismo dei forti” prevale ai tavoli di trattativa tra gli Stati, certamente. Ma per “i mercati”, e segnatamente per la speculazione finanziaria, questa differenziazione dei rischi-paese è un’occasione per pasteggiare a spese altrui (nostre, banale persino dirlo).

Dove Visco sorprende ancora, purtroppo in negativo, è nel trattare il problema-banche. Ossia quello che istituzionalmente è il suo campo operativo principale, dopo la perdita della sovranità monetaria.

Parte con una lamentazione non priva di senso:
Nel caso del sistema bancario si è pressoché annullata la possibilità di utilizzare risorse pubbliche, nazionali o comuni, come strumento di prevenzione e gestione delle crisi. L’esperienza internazionale mostra che, a fronte di un fallimento del mercato, un intervento pubblico tempestivo può evitare una distruzione di ricchezza, senza necessariamente generare perdite per lo Stato, anzi spesso producendo guadagni. Andrebbero recuperati più ampi margini per interventi di questo tipo, per quanto di natura eccezionale.
E se non può intervenire lo Stato – come è avvenuto in altre crisi bancarie, anche tedesche – allora gli strumenti diventano improvvisamente inesistenti:
[...] la posizione assunta dalla Commissione europea in materia di aiuti di stato esclude l’utilizzo, a fini preventivi e di ordinata gestione delle crisi, degli schemi di assicurazione obbligatoria dei depositi, sebbene tali fondi siano di natura privata, essendo finanziati e autonomamente gestiti dagli intermediari; l’efficace conduzione dei processi di risanamento richiederebbe invece l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione. Non vi è motivo per considerare come impropri aiuti di stato iniziative che contribuiscono a correggere fallimenti del mercato senza ledere la concorrenza. Un’interpretazione rigida della normativa sugli aiuti di Stato, poco attenta alla stabilità finanziaria, ha anche ostacolato l’ipotesi di istituire una società per la gestione dei crediti deteriorati delle banche italiane.
Per questa via Visco arriva infine al varco dove tutti lo attendevano: il salvataggio delle quattro banche, a cominciare da quella Etruria:
Con la condivisione delle perdite da parte di azionisti e creditori subordinati (burden sharing) e con le misure di salvataggio interno (bail-in), che prevedono il possibile coinvolgimento di altri creditori, si è deciso di proteggere i contribuenti, imponendo invece un costo diretto a risparmiatori e investitori. La nuova normativa costituisce una risposta a vicende occorse in sistemi bancari diversi da quello italiano, direttamente colpiti dalla crisi finanziaria globale e sostenuti da massicci aiuti di stato. Essa è pensata per contrastare, com’è giusto, comportamenti opportunistici delle banche, ma nella sua applicazione va ricercato un equilibrio tra questo obiettivo e quello della stabilità. Diversamente da quanto proposto dalla delegazione italiana nelle sedi ufficiali, non è stato previsto un sufficiente periodo transitorio che consentisse a tutti i soggetti coinvolti di acquisire piena consapevolezza del nuovo regime, né si è esclusa l’applicazione delle norme agli strumenti di debito già collocati, anche al dettaglio.
La responsabilità è insomma soprattutto dell’Unione Europea, che non ha voluto nemmeno discutere di un “periodo transitorio” nell’applicazione delle nuove norme (bail in), anche se ovviamente c’è tutta la condanna postuma possibile per gli organismi dirigenti delle banche fallite, che hanno nascosto problemi, sofferenze, veri e propri falsi in bilancio, fino alla catastrofe finale.

Ma neanche una parola sulle responsabilità della stessa Bankitalia, che avrebbe dovuto “sorvegliare”. In parte Visco rimanda alla oggettivamente grande documentazione fornita durante la crisi dei “quattro”, comprese le audizioni davanti al Parlamento. Ma resta comunque la (pessima) sensazione che Palazzo Koch abbia voluto intervenire il più tardi possibile, seguendo prassi già seguite in passato, ritrovandosi poi inabilitata ad intervenire operativamente nel momento in cui le “nuove regole” venivano velocemente imposte come uniche.
Le crisi bancarie costituiscono sempre per le autorità di supervisione un passaggio delicato. La Vigilanza è chiamata a ridurre per quanto possibile la probabilità che i dissesti si verifichino e a contenerne le ricadute. Questa responsabilità richiede di riflettere sempre sulle cause delle crisi, su come identificarle più rapidamente, su come migliorare gli interventi ispettivi e a distanza. Ma non va dimenticato un punto importante: gli ordinamenti e il modello di vigilanza prudenziale che si sono andati affermando a livello internazionale negli anni, sotto la spinta del Comitato di Basilea, giustamente valorizzano l’autonomia imprenditoriale delle banche. L’autorità di vigilanza non può sostituirsi sistematicamente nelle loro scelte gestionali.
Questa oggettiva impotenza si ripercuote anche sulle prospettiva del sistema bancario italiano, oberato da crediti deteriorati, sofferenze e carenze di governance (tradotto: amministratori fraudolenti, spesso di bassa qualità professionale).
Al netto delle svalutazioni già apportate dalle banche, il valore dei crediti deteriorati è di poco inferiore a 200 miliardi. Più della metà si riferisce a situazioni in cui la difficoltà dei debitori è temporanea. Se ci si concentra sulle sole sofferenze, il valore netto è pari a meno di 90 miliardi.
Visco è obbligato a difenderne la funzione, ma è fin troppo chiaro – calcolatrice alla mano – che il neonato Fondo Atlante, messo insieme con piccolissimi contributi dal sistema bancario stesso, non è assolutamente in grado di far fronte a eventuali (già in corso) nuove crisi di istituti di credito nazionali.

Le sua Considerazioni, insomma, alla fin fine si risolvono in un’autodifesa che rivela l’indebolimento fenomenale di quella che resta tuttora la più attrezzata “riserva di cervelli” nel bel mezzo di una classe dirigente fatta di corsari dalla vista cortissima.

Una debolezza che non nasce oggi, certamente, ma che si va accentuando col passare del tempo e le “strette” imposte dall’Unione Europea; e soprattutto dalla Germania. Bastava dare un’occhiata, stamattina, all’intervista data da Luigi Zingales al Fatto per averne la conferma: “il governo e Visco devono chiamare la Troika”, che in questo momento sarebbe quasi più “tollerante degli uomini di Angela Merkel”.

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21/10/2015

Visco indagato, il Papa ha un tumore e anch'io non mi sento bene...

Tira un'aria strana, sull'Italia. Pesante, fetida, infetta come ai vecchi tempi della P2 (poi P3, P4, ecc). La polizia sgombera e mena qualsiasi manifestazione non diciamo di opposizione, ma anche di semplice solidarietà.

L'immagine del bambino tirato fuori dall'ex Telecom di Bologna, ancora attaccato al respiratore artificiale, mentre tutt'intorno i poliziotti manganellano occupanti e solidali, è un'icona della follia raggiunta da un regime. Ma verrà presto dimenticata, perché superata da immagini e situazioni peggiori.

Non è routine, non siamo in condizioni "normali". Ossia di pieno controllo da un punto di vista di classe, nonostante non ci sia una grande resistenza popolare. Scontri feroci si stanno svolgendo dentro i palazzi del potere, e comunque vada preparano un futuro peggiore per tutti noi.

Prendiamo le due notizie del giorno. Il presidente della Banca d'Italia, Ignazio Visco, figura tra gli otto indagati da parte della procura di Spoleto per il commissariamento della Banca Popolare di quella città. Papa Francesco, invece, finisce sulle prime pagine online di oggi per un "tumore benigno" al cervello.

Comunque stiano le cose, sono due colpi duri alla credibilità di due "istituzioni" molto diverse tra loro, ma costituenti - ognuna a suo modo - due autentici pilastri della stabilità di questo paese.

Prendiamo per primo il caso di Visco, di cui si parla da ieri, ma di cui abbiamo deciso di occuparci solo dopo aver esaminato con un po' di cura i fatti (siamo un giornale, non uno sfogatoio da social network), e che viene sinteticamente riassunto così nel pezzo di cronaca de IlSole24Ore:
Un’indagine sul commissariamento della Banca di Spoleto, che dura da dieci mesi per concorso in corruzione, abuso d’ufficio e truffa, avviata dalla procura di Spoleto nei confronti di otto persone, tra cui spicca il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Iscritti nel registro degli indagati anche i tre commissari straordinari, Giovanni Boccolini, Gianluca Brancadoro, avvocato, che attualmente è anche il presidente di Tercas (la Cassa di risparmio di Teramo) e Nicola Stabile, già punta di diamante dell’ufficio della vigilanza ispettiva di Banca d’Italia (ha condotto le ispezioni sulla Banca popolare di Lodi all’epoca della scalata ad Antonveneta). Iscritti anche i tre membri del comitato di sorveglianza, Silvano Corbella, Giovanni Domenichini, Giuliana Scognamiglio e l’attuale presidente della Banca (nonché vice presidente del Banco Desio) Stefano Lado. La vicenda, su cui la procura di Spoleto avrebbe preferito mantenere la più totale riservatezza, è stata invece rivelata ieri dal Fatto Quotidiano e trova conferma nel registro degli indagati della procura locale.
Anche un breve esame della vicenda porta a considerare l'inchiesta come un "atto dovuto", perché c'è stato un esposto contro quel commissariamento. Quindi non un'indagine della magistratura che ha avuto una "notizia di reato", ma una segnalazione ad opera di una delle parti in causa nel commissariamento. I "denuncianti" sono peraltro i soci della "società cooperativa" che deteneva il controllo della banca - la Spoleto Crediti e Servizi - avvelenati dalla perdita di valore della propria partecipazione azionaria in seguito al commissariamento.

Una storia giudiziaria non breve, perché prima dell'esposto c'erano stati una serie di ricorsi - prima al Tar e poi al Consiglio di stato - tutti incentrati su una questione giuridicamente di lana caprina, ma importante nell'ottica di eventuali risarcimenti per i soci (gli stessi che avevano assistito tranquillamente alla "gestione disinvolta" della piccola banca umbra fin quando nelle loro tasche erano arrivati dividendi consistenti). Quei soci sostenevano che il commissariamento era "illegittimo" perché il Ministero di economia e finanze (Mef) non aveva espresso un parere indipendente da quello di Bankitalia sull'opportunità del commissariamento stesso. Un primo ricorso al Tar aveva dato ragione agli ispettori di Bankitalia, un ricorso al Consiglio di Stato aveva ribaltato la sentenza e quindi dato l'opportunità a i soci di avanzare l'esposto che ha dato origine - obbligatoriamente - a un'indagine.

Non siamo dei tifosi della Banca d'Italia, ma tra i suoi compiti statutari c'è la sorveglianza bancaria sui piccoli istituti di credito (quelli grandi, di "dimensioni sistemiche", come Unicredit o IntesaSanPaolo, sono ora sotto la vigilanza della Bce), e quindi anche quello di decapitare il vertice di un istituto malgestito, sull'orlo del fallimento, e agevolare il passaggio del controllo ad un altro istituto che manifesti interesse a subentrare, in questo caso il Banco di Desio dopo il ritiro della Banca di Vicenza.

Non sappiamo ovviamente se e come venisse gestita la Popolare di Spoleto - le cronache specializzate non ne parlano bene da anni - ma l'atto compiuto da Bankitalia rientra non solo nelle sue "facoltà", ma addirittura tra i suoi "doveri" istituzionali. Si può farlo bene o male, si può pasticciare a qualsiasi livello e anche fare "interesse privato in atti d'ufficio", ma da sempre via XX Settembre è al centro di tensioni violente. Ricordiamo l'unico defenestramento di una Governatore, quello di Antonio Fazio, per una vicenda solo apparentemente simile, relativa alla Popolare di Lodi. Come anche l'arresto di Paolo Baffi, Governatore in carica, e di Mario Sarcinelli, Direttore Generale, nel lontano 1981. Un ordine di cattura firmato dal giudice istruttore Antonio Alibrandi, considerato l'uomo di Andreotti alla Procura di Roma (allora definita unanimemente "il porto delle nebbie") e padre del terrorista fascista Alessandro, poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia.

Vicende diverse, anzi addirittura opposte. Con Baffi si cercava di eliminare un ostacolo a manovre bancarie molto oscure di marca P2, con Fazio, invece, si arrivava a sanzionare un "interesse privato" nella funzione arbitrale di Palazzo Koch.

Lo scoop su Visco indagato arriva da Il Fatto Quotidiano, giornale certo non sospettabile di collusione con poteri strani, ma forse un po' troppo innamorato della "via giudiziaria al risanamento del paese" per riuscire a valutare sempre correttamente il merito dei fatti. Insomma: "indagato" non vuol dire necessariamente "colpevole", specie se tutto parte da un esposto "di parte".

Più simile alle vecchie abitudini massonico-vaticane, anche come origine mediatica, lo scoop sul "tumore del Papa". Il Quotidiano Nazionale è infatti marchio che identifica un consorzio di tre testate di destra (Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) che fa capo al gruppo Poligrafici Editoriale S.p.A., di proprietà del gruppo Rieffeser-Monti. Per informazioni maggiori, potete leggere questo pezzo da Il Fatto Quotidiano (quando ci piglia, lo ammettiamo volentieri).

Il Vaticano ha smentito, il direttore del marchio ha confermato; tutto secondo copione. Resta il fatto che alludendo a un "tumore al cervello" viene portato un attacco brutalissimo all'attendibilità delle parole che ogni giorno Francesco spara su argomenti scottanti. E che quasi sempre arrivano sgradite alle orecchie della parte più reazionaria della Curia.

Anche qui, i nostri lettori sanno bene che non siamo affatto tra i tifosi del Papa. Ma non ci sfugge il fatto che il "modernismo francescano" di Bergoglio cozza direttamente contro poteri molto "temporali" (finanziari, immobiliari, ecc.) incancreniti.

L'insieme delle notizie, dunque, ci restituisce quel clima da "manovre conto terzi" che ci riporta in pieno ai tempi in cui i banchieri "si impiccavano" sotto i ponti di Londra e i papi troppo pietosi con i poveri morivano dopo appena 33 giorni di regno. Sarà che Verdini è il tutor di Renzi, ma tocca ricordarsi che a pensar male si fa peccato, e si ha il merito di indovinarci...

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28/07/2015

L’Euro: una moneta senza Stato. Ma è proprio vero che non ha Stato?

Giovedì 23 luglio, Ignazio Visco ha rilasciato una intervista al “Il Foglio” nella quale gira insistentemente intorno ad un concetto: l’Euro non può durare a lungo senza uno Stato. Visco richiama, a questo proposito, anche un libro di Padoa Schioppa che sosteneva già 10 anni fa che l’Euro non sarebbe durato a lungo come moneta “sovra statuale”.  Ma va, ma non mi dire! Questa sì che è una novità!

In effetti, chi ha memoria, ricorderà che l’Euro venne immaginato e proposto come il primo passo decisivo verso l’unità politica del continente da realizzarsi in tempi molto rapidi (si parlava di un decennio). Le cose poi andarono molto diversamente: nel 2005, pochissimo tempo dopo l’entrata in vigore della moneta comune, vennero i referendum sul “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa” che in Francia e Olanda bocciarono sonoramente la proposta. Il cd. Trattato era un pasticcio informe ed illeggibile di oltre 600 pagine, con centinaia di articoli irti di commi e sotto commi con eccezioni ed eccezioni alle eccezioni, ma è certo che solo gli specialisti si siano dati la pena di leggerlo, mentre la stragrande maggioranza dei cittadini europei avevano (giustamente) bocciato il resto senza nemmeno leggerlo. I francesi e gli olandesi stroncarono la proposta ed, a quel punto fu chiaro che il trattato sarebbe passato da una bocciatura all’altra, per cui i referendum previsti in Portogallo, Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia ed Uk vennero sospesi e mai più svolti. Con l’eccezione di Spagna e Lussemburgo, il trattato non fu ratificato solo dai parlamenti ma mai da referendum popolare. Il pronunciamento popolare non bocciava solo un trattato molto malfatto e che non avrebbe mai potuto funzionare, ma esprimeva sfiducia nella stessa idea di unità politica dell’Europa.

Lasciamo per ora da parte l’analisi delle complesse motivazioni di quel voto, sta di fatto che esso ebbe l’effetto di bloccare definitivamente il processo di unificazione politica che si era immaginato. Pochi anni dopo venne il Trattato di Lisbona (entrato in vigore nel 2009) che tentava di rattoppare la situazione, ma è sintomatico che nessuno abbia lontanamente pensato di sottoporlo a referendum perché, tacitamente, si dava per scontato che le bocciature sarebbero fioccate.

Di fatto, il progetto di Unione politica è finito nel 2005 con quei due referendum. Dopo la Ue ha navigato a vista e il sopraggiungere della crisi ha sepolto l’idea dell’unità politica, che è diventata uno sciocco mantra nel quale non crede più nessuno. Dieci anni dopo i referendum mi pare che possiamo dirlo tranquillamente.

Ma l’Euro è rimasto e questo lo ha trasformato nel gancio cui è appeso il cadavere dell’Unione Europea, ormai trasformata in una unione a trazione finanziaria. La Bce, insieme alla Commissione ha costituito il governo di fatto dell’unione e, perciò stesso il maggiore ostacolo all’affermarsi di una autorità politica europea.

La contraddizione è proprio qui: una moneta senza stato è qualcosa che non può durare, ma un nuovo stato, in presenza di una moneta già formata, con il campo di interessi che questo comporta, non si riesce a fare, però la moneta sta durando. La soluzione? Semplice, l’Euro uno stato di riferimento lo ha: la Germania. Di conseguenza sono gli altri stati a non avere moneta.

Mettiamo da parte le ipocrisie dei trattati: quello che è successo è che gli stati dell’Unione hanno adottato come propria moneta il marco, ma siccome non sembrava elegante lo hanno chiamato Euro ed hanno detto che era la moneta del futuro stato europeo, che si farà l’anno di poi, il mese di mai. Il resto sono chiacchiere senza senso.

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27/05/2015

Chi scommette sul default


Sky TG24 Economia – 26 maggio 2015. E’ diffusa l’opinione secondo cui le istituzioni europee e il governo greco troveranno presto un accordo sul debito. Nell’immediato questa aspettativa potrà anche esser confermata, ma in prospettiva gli operatori sui mercati finanziari continuano a scommettere sul fallimento della Grecia e sulla probabile uscita del paese dall’euro. Se così davvero andasse, a chi sarebbero attribuite le responsabilità? Di sicuro, la litania secondo cui i greci non avrebbero fatto i “compiti a casa” non regge alla prova dei dati. Intanto, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si augura che anche in Italia nasca una “bad bank”, cioè un sistema di garanzie statali che consenta di creare un mercato dei crediti deteriorati delle banche. La soluzione è stata già adottata da altri paesi e non rappresenta una novità. Ma è bene chiarire che essa implicherebbe caricare sul bilancio pubblico il rischio di insolvenza dei debiti privati: un altro indizio dei problemi di sostenibilità degli attuali assetti bancari. Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) intervistato da Alessandro Marenzi.

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05/05/2015

Visco: "troppa cattiva flessibilità, si va verso la disoccupazione di massa"

Immersi nel flusso di metadone mediatico incaricato di nascondere la situazione reale, bisogna per forza apprezzare quei pochi, solitari, momenti di chiarezza che filtrano da luoghi e persone anche inattesi.

E' il caso del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che ha colto un'occasione "frivola" come la presentazione di un libro all'interno della Luiss per dire che l'Italia sta messa molto, ma molto, male. E ci sembra di poter dire che ha scelto di dirlo in un'occasione simile perché certo di parlare a chi di dovere (le imprese, cui la Luiss appartiene) e senza sollevare lo stesso allarme che avrebbe accompagnato un appuntamento istituzionale.

La tesi di Visco è semplice: la disoccupazione non potrà che aumentare, perché le imprese hanno evitato di investire in tecnologie innovative, avvantaggiate com'erano da governi che hanno puntato tutto - come le stesse imprese peraltro chiedevano - sulla "flessibilità del lavoro". Anzi su quel particolare «modo in cui abbiamo reso flessibile il mondo del lavoro: per una piccola impresa che non aveva possibilità di fare investimenti è convenuto assumere con contratti part-time e precari giovani pagati poco per fare le stesse cose che facevano gli anziani».

Il risultato è che abbiamo aziende con linee produttive arretrate e che fanno, in media, prodotti non innovativi, quindi non competitivi, se non con le produzioni di bassa fascia di alcuni paesi emergenti che però possono vantare ancora un costo del lavoro più basso nonostante il differenziale si sia molto ridotto per il contemporaneo innalzamento dei salari laggiù e la compressione/riduzione qui.

Il futuro si annuncia dunque plumbeo sia sul fronte della crescita del prodotto interno lordo sia su quello dell'occupazione. Anzi, secondo Visco si rischia seriamente una "disoccupazione di massa" di lunghissima durata («L’innovazione crea nuovi lavori, ma senza creare le condizioni per fare quei lavori, rischiamo una disoccupazione di massa in un tempo di transizione che non sarà così breve»).

Senza affatto entrare nel merito delle cause strutturali della crisi globale, il Governatore ha colpito soprattutto il pilastro che ha sorretto l'azione dei governi dell'ultimo quarto di secolo, dagli accordi di Maastricht ad oggi, Renzi ovviamente compreso, perché privilegiando quel tipo di flessibilità (lavoro a basso salario, senza diritti, con poche o nulle competenze) hanno di fatto "disincentivato gli investimenti". La classe imprenditoriale nazionale è diventata - o meglio è rimasta - una mediocre congrega di "furbetti del quartierino", capace di costruirsi una relazione privilegiata con i partiti al governo finalizzata ad ottenere aiuti a pioggia e "riforme" in grado di fornire all'azienda "il colpo in canna" puntato alla testa dei dipendenti. Ma assolutamente incapace, tranne le solite rare eccezioni, di innovare; quindi di costruire il proprio stesso futuro. Figuriamoci quello del paese nel suo complesso.

Peggio ancora. «È un dato di fatto - ha spiegato Visco - che la popolazione italiana è altamente in ritardo nel cogliere i vantaggi delle nuove tecnologie». Tutto il sistema dell'istruzione, insomma, è inadeguato a tenere il passo dell'evoluzione. Questo deficit ha sicuramente la causa originaria nella "pigrizia" dell'imprenditore medio italico, ma ha trovato suicide complicità sia a livello della cultura politica (di ogni tipo, anche quella della cosiddetta "sinistra") sia a livello dei movimenti studenteschi degli ultimi 30 anni, che si battevano per ottenere una "facilitazione" nel percorso di formazione, ossia un abbassamento dell'asticella selettiva come conseguenza di un annacquamento delle competenze.

La denuncia del Governatore arriva comunque tardi. Risollevare il nesso investimenti-formazione-innovazione richiederebbe un intervento massiccio in termini di mezzi finanziari, intelligenze e progetti che solo un soggetto pubblico potrebbe mettere in campo. Ma non può, impedito com'è dai trattati europei e dalle "prescrizioni" imposte dall'Unione Europea.

Ma arriva tardi anche per un'altra ragione: l'innovazione crea, sì, nuovi lavori, ma per un numero di persone molto minore di quelle impegnate nelle produzioni meno sviluppate tecnologicamente. In ogni caso, insomma, si produce una riduzione dell'offerta di lavoro in proporzione all'aumento del capitale messo in produzione. La "disoccupazione di massa", non a caso, investe oggi anche i paesi dove più è avanzato lo sviluppo tecnologico-produttivo. Basta guardare gli Stati Uniti, dove solo una scienza statistica molto "creativa" riesce a nascondere una disoccupazione che sfiora ormai il 40% reale riducendola - per via di stipulazioni a metà strada tra la falsificazione e la costruzione di una "realtà parallela" - a meno del 6%.

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Lo sviluppo capitalistico sta presentando tutti i propri conti in sospeso, prima o poi dovranno prenderne atto anche quelli che ci stanno ancora sguazzando dentro.

23/03/2015

Visco ricorda l'Iri, ma spera nel piano Juncker

Come passa il tempo... E come insegna poco a chi proprio non vuol capire; oppure non riesce a uscire dal ruolo assegnato, dalle viscosità sistemiche, dalle visioni dominanti anche se deformanti e, alla fin fine, fallimentari.

Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, uno dei più attenti osservatori della realtà economica italiana, nonché della sua storia, ha parlato stamattina davanti ai convegnisti riuniti per ragionare sulla “Storia dell'Iri e la grande impresa oggi”. Sarebbe stata una buona occasione per mettere nella giusta luce i successi del “keynesismo” - prima fascista, poi democristiano - nel “salvare” le banche e avviare quegli investimenti pubblici nell'economia reale che hanno fatto la storia industriale di questo paese, nell'era dell'”economia mista” (quasi più pubblica che privata, nella grande impresa) durata fino alla fine degli anni '80.

Per chi non lo sa, l'Iri fu fondata da Alberto Beneduce, ex socialista come Mussolini (al punto da chiamare una figlia, prima dell'adesione al fascismo, addirittura Idea Socialista, poi sposata con Enrico Cuccia...). Inizialmente si mise a sostituire le banche nel finanziamento diretto alle imprese, mentre un secondo ramo rilevava le industrie che andavano chiudendo in seguito alla crisi del 1929. Nel dopoguerra divenne l'architrave dello sviluppo industriale italiano, visto che “i privati” si limitavano a Fiat, Pirelli, Ferrero e poco altro. Decadde lentamente per “merito” dei boiardi democristiani e socialisti, sempre meno autonomi dai due partiti guida dei governi dal '60 in poi, fino ad accumulare debiti più che profitti. Poi arrivò Maastricht, la ventata “privatizzatrice”, il centrosinistra e Romano Prodi che la chiuse.

Da allora il degrado della capacità produttiva nostrana non ha più conosciuto sosta. Basta ricordare alcune delle aziende allora “controllate dallo Stato” e finite a spezzatino, come piace fare ai “capitalisti senza capitali” di questo paese: Telecom, Ilva (ex Italsider), Alitalia, Motta, Alfa Romeo, Cirio, ecc; oltre naturalmente a Fincantieri, Finmeccanica, Enel, Eni, ecc.

E invece no, nessun parallelo. Anzi, soltanto uno: quello relativo al salvataggio delle banche. Ovvero l'unico comparto dove ogni Stato è incoraggiato, anche dall'Unione Europea, a sversare soldi senza limiti pur di mantenere in vista istituti di credito che meriterebbero soltanto il fallimento.

Visco ha infatti auspicato un intervento dello Stato per “alleggerire le sofferenze delle banche”, ricorrendo al solito meccanismo: una “bad bank” di sistema, destinata a raccogliere tutte le passività, i crediti inesigibili, buona parte dei dipendenti, in attesa della procedura di liquidazione. Lasciando così le banche “sgravate” da questi fardelli e libere di volare sui mercati verso altre operazioni speculative – anche qui: le uniche che la Sorveglianza bancaria europea considera sempre tra gli “attivi”, anziché fra i “rischi”, come avviene per crediti a imprese e famiglie – e quindi nuove sofferenze...

Una lacrima di commozione è stata spesa per tutte queste banche che «hanno resistito alla prova difficilissima di una fase recessiva durata oltre sei anni». Ma «la crisi lascia però un’eredità molto pesante in termini di crediti inesigibili da imprese uscite dal mercato o in gravi difficoltà, che appesantiscono i bilanci e limitano la capacità di erogare nuovi finanziamenti a imprese sane e vitali». Inevitabile dunque l'invocazione di un “pagatore pubblico di ultima istanza” (che saccheggerà come sempre i nostri redditi), ovvero «un intervento diretto dello Stato che, nel rispetto della disciplina europea sulla concorrenza, favorisca lo sviluppo di un mercato secondario» (leggi: prodotti derivati) dei crediti deteriorati delle banche, perché «potrebbe contribuire a liberare risorse di cui beneficerebbero in primo luogo le imprese».

Il contesto macroecomico, spiega Visco, è momentaneamente favorevole, una “finestra” di sereno creata dal quantitative easing messo in atto dalla Bce. Ma non durerà a lungo (un anno e mezzo, ma gli effetti più vistosi sui mercati termineranno molto prima). Quindi il punto fermo resta l'aumento degli investimenti, sia pubblici che privati. Non ci può essere nessuna crescita, se nessuno investe.

Ma come si fa, se l'Unione Europea considera prioritario l'aggiustamento dei conti statali rispetto agli investimenti pubblici? E se “i privati” preferiscono giocare in borsa, piuttosto che attendere i tempi lunghi di ritorno al profitto dopo un investimento nell'economia reale?

La speranza, soltanto quella, è il piano Juncker, che «può dare un contributo di rilievo, favorendo la sincronia degli sforzi a livello europeo e fornendo un riferimento di medio periodo alle aspettative delle imprese». Il problema – non menzionato da Visco – che i soldi messi direttamente dall'Unione Europea sono una miseria (una quindicina di miliardi, inizialmente), nella speranza di avviare un effetto leva “attrattivo” per gli investimenti privati.

Il resto è contorno (battere la corruzione, sostenere le imprese “ancora in affanno”, ecc). Del resto, nell'ordo-liberismo Ue, un'altra Iri non si può neanche sognare. Verboten!

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17/02/2015

Ultimatum a Syriza. Blitzkrieg o boomerang?

Il giorno dopo si dovrebbe riflettere con più calma. Non sappiamo se questo stia avvenendo all'interno dei governi del continente, di certo non avviene sui media mainstream.

La notizia è nota. L'Eurogruppo ha presentato ieri sera al governo greco un autentico ultimatum: o accettate di proseguire nel "programma di salvataggio", comprensivo di tutte le "riforme strutturali" che avevamo fatto accettare al governo Samaras (il Memorandum), oppure la discussione finisce qui. Come ha spiegato il Commissario all'economia, il francese Pierre Moscovici, "Questo è un 'piano A'. Non c'è un 'piano B'".

L'accettazione piena di questo ultimatum è la condizione posta per convocare una nuova riunione dell'Eurogruppo, venerdì 20 febbraio. In quel caso si potranno trovare tutte le "formule lessicali" necessarie ad addolcire la pillola, prorogare le scadenze sugli impegni, concedere nuovi "aiuti" ad Atene; ovvero erogare quella liquidità che può consentire di pagare stipendi e pensioni. Tra le delizie dei trattati europei, infatti, c'è anche la perdita della capacità dei singoli stati di battere moneta. Atene si ritroverebbe dunque nella posizioni di un qualsiasi privato cittadino costretto a fare il giro delle banche implorando un prestito (ma chi ne farebbe mai, o a quali tassi di interessi, a un "protestato"?) oppure a violare apertamente i trattati stampando autonomamente euro al di fuori delle quantità indicate dalla Bce.

Un rapido calcolo dei soliti "esperti" ha quantificato in quasi 60 miliardi di euro il costo di un nuovo "salvataggio". E suona quasi ridicola la preoccupazione con cui il numero viene scritto nei titoli; specie se si pensa al fatto che la Bce sta per immettere sui mercati la stessa cifra a cadenza mensile e per diciotto mesi consecutivi. Ma quelli della Bce vanno alle banche, mentre quelli ad Atene sarebbero vincolati al programma politico di Syriza e alle necessità "umanitarie" del popolo greco. Non c'è partita: solo la seconda spesa è da considerarsi eccessiva.

Diciamo subito che non c'è alcuna ragione economica a supporto dell'atteggiamento dell'Eurogruppo. Tutti sono consapevoli che Atene non potrà mai ripagare il debito creato da Karamanlis-Papandreou-Samaras e ingigantito dal "salvataggio" messo in campo dalla Troika (basta dare una scorsa all'intervento di Vincenzo Visco, pubblicato oggi su IlSole24Ore, che più sotto riportiamo).

Il problema è puramente politico e riguarda la costruzione dell'Unione Europea. Ogni apertura ad Atene implicherebbe analoghe richieste da parte di quasi tutti gli stati dell'Unione, fin qui intimiditi a colpi di prescrizioni Ue e taglio del rating. Sarebbe la fine di molti tra i trattati che costituiscono, per ora, l'unica architettura istituzionale dell'Unione; ne discenderebbe la necessità di ricontrattarli, prevedendo molte più variabili di quante non ne siano oggi comprese. Il tutto in piena crisi economica, quando gli squali della finanza globale si gettano con avidità sul corpo del soggetto in un certo momento ritenuto debole. E l'Unione Europea impegnata nel ridiscutere faticosamente - e molto conflittualmente - i trattati fondamentali, sarebbe certamente un obiettivo appetitoso.

Quindi, no a qualsiasi richiesta greca che possa suonare come una "riforma" delle regole fondamentali. E chissenefrega - pensano a Berlino e Bruxelles - se quelle regole non sono in grado di funzionare, se non hanno retto alla prova della crisi e se proprio la Grecia - torturata come una cavia da laboratorio in cinque anni di governo diretto della Troika ("waterboarding fiscale", lo ha chiamato ancora ieri il ministro delle finanze Yanis Varoufakis) - sta lì a dimostrare le conseguenze pratiche di una gestione folle.

Una scelta basata sulla forza: diciotto paesi dell'Unione contro la derelitta Ellade, che economicamente non conta quasi nulla.

Ma è una scelta anche intelligente?

Quando si sentono ultimatum provenire da Berlino, inevitabilmente, si sente odore di blitzkrieg, di "guerra lampo", annichilimento rapido del nemico e poche perdite per l'aggressore. Non è mai andata come i generali prussiani avevano messo in preventivo, come se una straordinaria capacità di concentrare energie e abilità tattiche fosse costantemente accecata da una ottusità strategica innata. E indegna di una classe dirigente che pure avrebbe dovuto trarre un qualche insegnamento della sua straordinaria scuola filosofica.

E' possibile che Tsipras, Varoufakis e gli altri membri del governo ellenico stiano in queste ore meditando su una mossa che di fatto significherebbe cedimento totale, anche se condita in salsa "mediatoria". In fondo, i sondaggi svolti nelle ore precedenti la riunione dell'Eurogruppo, rilevavano che quasi il 68% degli elettori greci voleva un "buon compromesso" con i partner europei, mentre un robusto 30% (comunque meno della metà) sperava in un ritorno alla dracma. Così come l'81% vorrebbe rimanere nell'eurozona, l'80% giudicava "positive" le prime mosse del governo Tsipras e il 55% lo giudicava al di sopra delle proprie aspettative. Indicazioni altamente contraddittorie, come si vede, da cui è difficile trarre conclusioni "populisticamente" univoche.

Ma è possibile anche che si stiano prendendo altre decisioni. La situazione economica del paese è tale che "proseguire" sulla strada indicata dalla Troika è semplicemente un suicidio. E in fondo ci sono tre "piccoli" paesi come Russia, Cina e Stati Uniti che si sono fatti avanti proponendosi - in modi decisamente diversi tra loro - come sponde, sponsor, prestatori. Al pari del mettersi a stampare autonomamente euro, una qualsiasi apertura ateniese verso uno o tutti e tre questi interlocutori sarebbe un boomerang spaventoso per l'Unione Europea vista ieri all'Eurogruppo. Se si può cercare la salvezza rivolgendosi ad altri, infatti, che senso ha star dentro a una comunità capace soltanto di strangolare i propri componenti più fragili?

Inutile mettersi a fantasticare, certo. Ma qui si vede chiaramente il montare di una tragedia di dimensioni continentali. Quindi globali. Da un lato una comunità mal concepita e peggio costruita, asservita fin dalla fondazione agli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali produttive (con quelle tedesche ovviamente in prima fila, per questioni di "peso specifico"), incapace di rimettersi in discussione anche di fronte all'evidenza, al dunque capace di stracciare l'apparenza dell'"insieme comunitario" per mettere in scena il protagonismo dei paesi-guida (è accaduto con il vertice di Minsk sull'Ucraina, dove sono andati Merkel e Hollande, mica la "ministra degli esteri" della Ue, tal Federica Mogherini).

Dall'altra un paese piccolissimo. Che però non ha più molto da perdere.

Comunque vada, insomma, l'Unione Europea ne uscirà a pezzi. Anche se magari vincerà questa battaglia. Eliminare praticamente dalle opzioni possibili quella della "riformabilità" - eliminare i "piani B" - è una decisione che nessun giocatore di scacchi, e tantomeno uno stratega di valore, prenderebbe mai. Ma la Ue l'ha fatto.

L'articolo di Vincenzo Visco, ex ministro del Tesoro, su IlSole24Ore.

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Le colpe della Germania

di Vincenzo Visco

Il conflitto tra debitori e creditori segna l'intera storia della umanità fin dai tempi più antichi. Esso tende a coincidere o a sovrapporsi a quello tra poveri e ricchi, tra sfruttati e sfruttatori, tra vinti e vincitori.

La condizione di debitore insolvente poteva comportare oltre alla confisca dei beni, la vendita di moglie e figli, e la messa in schiavitù. Per oltre 500 anni i debitori nel Regno Unito potevano essere condannati alla prigione. È evidente quindi che gli interessi dei creditori sono stati storicamente ben rappresentati.
I debitori dal canto loro hanno sempre aspirato alla cancellazione o all'alleggerimento dei loro debiti sostenuti spesso (fin dai tempi di Roma o di Atene) da politici “democratici” o populisti in cerca di consenso. Da sempre le principali religioni sono schierate a favore dei debitori e contro l'”usura”, cioè il prestito con interesse: «rimetti a noi i nostri debiti». I testi religiosi (Bibbia) prevedevano la ricorrenza di giubilei per il debito che dovevano verificarsi ogni 7 anni. La condizione di debitore ha comportato lotte, rivolte, e anche provocato guerre. Le esose condizioni imposte a Versailles alla Germania furono tra le cause che determinarono l'ascesa al potere di Hitler e la II guerra mondiale. Al contrario la cancellazione del 50% dei debiti di guerra tedeschi nel 1953 da parte di ben 21 paesi (di cui 14 europei) consentì il successivo formidabile sviluppo economico della Germania. L'accordo prevedeva anche la rinegoziazione del patto in caso di riunificazione delle due Germanie, ma Kohl riuscì ad ottenere un altro condono. La più recente campagna a favore della cancellazione dei debiti fu quella lanciata in occasione del Giubileo del 2000 a favore dei Paesi in via di sviluppo.

In sostanza la gestione di situazioni di alto debito appare particolarmente difficile anche perché non è agevole separare e ponderare le ragioni dei creditori e dei debitori; essa comunque richiederebbe rispetto, equilibrio e lungimiranza che non sembra vengano esercitati nel dibattito in corso sui debiti europei. Infatti il problema non riguarda solo la Grecia ma l'intera zona euro, Germania inclusa.
Il rapporto tra creditori e debitori è asimmetrico a favore dei primi, anche se in apparenza la responsabilità di un contratto di credito dovrebbe coinvolgere in modo paritario ambedue le parti. Ma di solito è il debitore che viene considerato, e si sente, colpevole e anche indifeso.

In verità qui si confrontano due diversi principi etici: il primo è quello in base al quale «i debiti vanno pagati e i crediti ottenuti rimborsati»; l'altro riguarda il rifiuto di vessare economicamente, perseguitare, umiliare chi si trova in condizione di bisogno o di disperazione, indipendentemente dalle sue responsabilità. Quale dei due imperativi etici debbono oggi prevalere in Europa è compito della politica dirimere.
La contrapposizione manichea tra paesi virtuosi e lassisti è tuttavia priva di senso. Oggi in Europa nessuno è innocente. Non lo è la Grecia, ma non lo è nemmeno la Germania. Tutti hanno violato la lettera e soprattutto lo spirito del trattato di Maastricht delle sue condizioni e della sua ispirazione, e la vigilanza della Commissione è stata carente, male indirizzata e poco consapevole.

Se poi si guarda a come sono stati gestiti i cosiddetti “aiuti” alla Grecia c'è di che vergognarsi: dei 230-240 miliardi investiti dall'Unione solo il 25% circa è andato a beneficio diretto o indiretto del popolo greco. Il resto è servito ad evitare che le banche tedesche e francesi che avevano generosamente finanziato la Grecia subissero delle perdite, ed assicurare che Fmi, Bce e banche centrali di Francia e Germania ottenessero il rimborso pieno dei prestiti ottenuti. In questa operazione si è perfino ottenuto che Paesi come l'Italia e la Spagna che all'inizio della crisi greca avevano una esposizione molto modesta nei confronti del debito pubblico del Paese pari rispettivamente a 1,7 e a 2 miliardi, oggi si trovino esposti nei confronti della Grecia di 36 e 26 miliardi! I soldi dei contribuenti di Spagna e Italia sono stati di fatto utilizzati a favore di chi improvvidamente aveva finanziato lo sviluppo drogato dell'economia greca.

Di questa situazione bisogna assumere consapevolezza piena. Nessuno è innocente, lo ripeto, tutti sono colpevoli, creditori e debitori. È quindi necessaria una iniziativa politica di alto livello in grado di fare il punto sulla situazione attuale, verificare gli errori compiuti, porvi rimedio e rilanciare lo sviluppo, superare e seppellire i rancori che intossicano i rapporti tra i popoli europei. Perché ciò possa avvenire occorre superare l'ottuso nazionalismo che oggi caratterizza gran parte dei governi europei, e che riflette pregiudizi vecchi e nuovi.
Sarebbe altresì un errore cercare solo una soluzione valida per la Grecia, perché, essa sì, potrebbe metter in moto un effetto domino, mentre è necessario ridisegnare la prospettiva e le strategie europee. E da questo punto la questione del debito pubblico europeo diventa centrale.

Occorre innanzitutto riconoscere che gli alti debiti attuali sono l'effetto della crisi (recessione, fallimento delle banche) e non la sua causa e che essi vanno ridotti mediante un intervento congiunto dei Paesi. Le proposte in proposito esistono. Vi è quella che chi scrive avanzò oltre 4 anni fa e che ha il pregio di essere molto simile a quella prospettata pressoché contestualmente, anche dai “saggi” che fungono da consulenti al governo tedesco. Ve ne sono altre. Quello che non si può fare è continuare ad aspettare. Si approfitti della crisi greca non per fare concessioni ai greci, ma per rilanciare il progetto europeo. Sono necessarie iniziativa politica e autonomia di giudizio e di proposta. E va superato l'attuale perbenismo europeista che paralizza l'autonoma iniziativa degli Stati appiattendo i governi sugli interessi tedeschi che non sono oggi quelli dell'intera Europa.

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