Viva la sincerità. Onore a Ferruccio de Bortoli che sul Corriere della Sera di ieri (“Il dovere di parlare chiaro”) non le manda a dire e spiega qual è il punto di vista delle élite economiche nostrane.
Dice soprattutto tre cose:
1) in questa seconda ondata del covid19, dopo che abbiamo visto quanto costa il lockdown, va detto a chiare lettere che LA SALUTE CONTA MENO DELL’ECONOMIA e che quindi toccherà combattere, senza se e senza ma, per difendere la tenuta dei mercati, consapevoli che ciò significa pagare un prezzo salato in termini di morti e feriti (come in guerra a morire saranno gli sfigati e non quelli che li spediscono al fronte);
2) si sappia che gli aiuti di Stato sono pannicelli caldi, ma soprattutto non possono essere illimitati (leggi: nel sistema neoliberista lo Stato, a differenza di quanto avviene nei regimi “dittatoriali” come la Cina, non gode di alcuna sovranità e autonomia nei confronti delle “leggi” del mercato, quindi non ha il potere di tutelare illimitatamente la salute, la vita e il lavoro dei cittadini);
3) si sappia che le crisi come quella in corso non sospendono le sacre leggi della concorrenza, per cui va dato per scontato che molte delle imprese che oggi chiudono non potranno riaprire né potranno (al pari dei cittadini) pretendere sostegni pubblici illimitati.
Detto altrimenti: le crisi sono anche (per i più forti) opportunità, nel senso che accelerano il processo di concentrazione dei capitali, e le caste giornalistiche al servizio delle caste economiche è da anni che tuonano contro il “nanismo” delle imprese nostrane chiedendo a gran voce di spazzare via quei settori dove hanno trovato rifugio i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro a causa di ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, e precedenti ondate di concentrazione produttiva e finanziaria (così si potrà “affamare la bestia” e costringerla a vendere la propria forza lavoro a prezzi ancora più bassi di quelli già imposti da decenni di “guerra di classe dall’alto”, e che nessuno si illuda di sopravvivere con aiuti di Stato perché il contenimento della spesa pubblica è un dogma talmente intoccabile che è stato introdotto nella nostra Costituzione, in palese contrasto con lo spirito e la lettera della Carta del 1948);
4) per offrire un contentino a quelli che invita a crepare senza rompere i coglioni sul fronte del profitto, il nostro ci dice infine (bontà sua) che anche i ricchi dovranno rassegnarsi a pagare le tasse in proporzione alla loro ricchezza (non gli costa nulla perché sa che questo auspicio resterà come sempre lettera morta).
Che altro dire? Quando la crisi lo addenta ai garretti il sistema capitalista (e i suoi fedeli portavoce) fanno la faccia feroce e la voce grossa esprimendo cinicamente e senza giri di parole i propri interessi e spiegando ai sudditi che non resta loro altro che piegare la testa e servire.
Ma quando si dichiara la guerra, caro de Bortoli, non si è mai sicuri di vincerla: a volte capita di fare la fine di Mussolini.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ferruccio De Bortoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ferruccio De Bortoli. Mostra tutti i post
09/06/2020
De Bortoli fa quadrato sul disastro della Lombardia e del potere
Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, è un intellettuale borghese non particolarmente fanatico, a volte gli è capitato persino di esprimere qualche pensiero critico sul sistema e sulle sue ingiustizie. Ma erano altri tempi, non c’era stata la crisi della pandemia e non si annunciava quella economica e sociale conseguente.
Queste crisi hanno intaccato, non ancora minacciato – ma intaccato sì – il potere egemonico delle classi dirigenti del nostro paese. In particolare la Lombardia, con la sua strage unica in una delle regioni più ricche del mondo, ha mostrato tutte le terribili contraddizioni, ingiustizie, mostruose inefficienze di una realtà indicata come “modello” per il paese.
È quindi sorto un naturale spirito critico di massa verso un sistema tanto esaltato quanto fallimentare alla sua prima vera drammatica prova. Ma questo spirito critico non può essere accettato dal sistema liberista di potere, che da trent’anni smantella diritti e conquiste sociali in tutto il paese e che ha posto in Lombardia il vertice di una accumulazione di ricchezza ed affari che ha lasciato indietro la maggioranza dell’Italia.
La Lombardia è diventata la regione simbolo della globalizzazione liberista, ovviamente cancellando il fatto che essa sia stata tanto più arricchita da essa, quanto tanta parte del paese ne sia stata esclusa ed impoverita.
“Colpa sua”, dice ora De Bortoli in una intervista sull’Huffington Post. Perché il borghese moderato ed a volte persino illuminato non può ammettere che sorga un rifiuto verso il “modello lombardo”, perché sa che quel modello non è una regione, ma un sistema di potere complessivo.
Così De Bortoli abbandona le sue solite caute e bilanciate parole ed assume toni e contenuti che poterebbero essere di Fontana e Salvini, di Bonomi e prima ancora di Berlusconi.
Altro che autocritica della classe dirigente, De Bortoli la difende con arroganza e accusa chi critica la Lombardia (la sua giunta, ovvero un gruppo ristretto di amministratori, ndr) di essere mosso dall’invidia sociale dei falliti, che se la prendono con chi è riuscito a farcela.
Le migliaia di morti per Covid sono una “catastrofe improvvisa ed imprevedibile” che poteva arrivare ovunque e la Lombardia, con la sua “eccellente sanità privata” ha fatto il meglio, come dimostrano i “tanti che vengono a curarsi nella regione”. La sinistra ha alimentato questo spirito anti-lombardo perché non è riuscita a capire Craxi, Berlusconi, Bossi, Salvini, che di questa regione sono stati i principali prodotti politici.
Certo, forse la Lombardia ha espresso qualche “spirito semicoloniale verso altre parti del paese”, ma questo è solo un errore di superbia per i successi conseguiti, mentre “lo spirito antilombardo e antindustriale” che ora aleggia nel paese è un male da combattere.
Queste, in sintesi, le parole dell’ex direttore del Corriere della Sera, che riecheggiano quelle della gazzarra scatenata in Parlamento dalla destra, di fronte alle timide parole critiche di un esponente dei cinquestelle verso il sistema lombardo.
Guai a parlar male della Lombardia, così come guai a parlar male dell’Italia e guai a farlo dell’Europa. Ogni volta che si critica la realtà di un sistema – non il territorio o la sua popolazione, ma chi li governa e le sue scelte – ecco esplodere il patriottismo di chi comanda: “hai offeso la tua patria!”
Mai come oggi il patriottismo è manigolderia dei potenti, quale che sia la dimensione nella quale esso si esercita.
Il patriottismo lombardo di De Bortoli per altro non è solo della destra. Tutta la classe politica del PD, da Sala a Zingaretti, lo fa proprio allo stesso modo: “la Lombardia ti dà da mangiare, non offenderla”.
La sintesi perfetta di questo modo di reagire bipartisan a difesa del sistema lombardo la troviamo con il presidente della Confindustria, ex di Assolombarda, Bonomi. Per costui la Lombardia è semplicemente la libertà d’impresa, anche di fronte al Covid, e il governo ha il compito di finanziare i padroni delle imprese senza chiedere alcunché in cambio, fidandosi della loro lungimiranza e onestà.
Insomma chi critica la Lombardia in realtà critica il mercato, gli affari, il profitto, l’accumulo di ricchezza. Questo è ciò che interessa affermare davvero a De Bortoli e a tutti i “patrioti lombardi”.
Il sistema di potere lombardo è uno dei più corrotti d’Italia, la mafia invade gli affari dei colletti bianchi, lo sfruttamento del lavoro ha portato al primo commissariamento per caporalato di una multinazionale, l’ambiente e l’inquinamento sono al disastro, la casa è sempre più inaccessibile, la società è sempre più ingiusta ed escludente, abbandonando gli anziani allo sterminio nelle RSA e i giovani alla distruzione di futuro del precariato.
Sì, la Lombardia è un modello, ma un modello sbagliato, inseguendo il quale tutta l’Italia è diventata più povera, ingiusta e cattiva. Tutte le classi dirigenti sono state conquistate da quel modello, il campano De Luca ha passato una vita a cercare di diventare un governatore lombardo. E tutte le classi dirigenti hanno portato il paese alla crisi in cui si trova ora.
Ecco perché De Bortoli suona l’allarme di fronte ai sentimenti anti-lombardi, cioè al primo risorgere di uno spirito critico verso il capitalismo liberista. La sua è una chiamata di correo a tutti padroni d’Italia, ovunque domiciliati. “Guardate che siamo tutti lombardi”, li avvisa, “se crolliamo noi qui crolla tutto il sistema che ha dominato il paese negli ultimi trent’anni, crollate anche voi”.
Ed in fondo ha ragione, per questo bisogna alzare ancora più forte la voce contro il “modello Lombardia”; un modello fallimentare che ha fatto strage nella regione più ricca d’Italia e condotto fuori strada tutto il paese.
Con questa intervista De Bortoli usa il linguaggio di una Santanché, o di un Briatore, per sostenere il rilancio del catastrofico modello liberista, in Lombardia e in Italia.
Per questo è necessario riaffermare una semplice verità: non è che ci sono i ricchi perché ci sono i poveri, MA CI SONO I POVERI PERCHÉ CI SONO I RICCHI.
Fonte
Queste crisi hanno intaccato, non ancora minacciato – ma intaccato sì – il potere egemonico delle classi dirigenti del nostro paese. In particolare la Lombardia, con la sua strage unica in una delle regioni più ricche del mondo, ha mostrato tutte le terribili contraddizioni, ingiustizie, mostruose inefficienze di una realtà indicata come “modello” per il paese.
È quindi sorto un naturale spirito critico di massa verso un sistema tanto esaltato quanto fallimentare alla sua prima vera drammatica prova. Ma questo spirito critico non può essere accettato dal sistema liberista di potere, che da trent’anni smantella diritti e conquiste sociali in tutto il paese e che ha posto in Lombardia il vertice di una accumulazione di ricchezza ed affari che ha lasciato indietro la maggioranza dell’Italia.
La Lombardia è diventata la regione simbolo della globalizzazione liberista, ovviamente cancellando il fatto che essa sia stata tanto più arricchita da essa, quanto tanta parte del paese ne sia stata esclusa ed impoverita.
“Colpa sua”, dice ora De Bortoli in una intervista sull’Huffington Post. Perché il borghese moderato ed a volte persino illuminato non può ammettere che sorga un rifiuto verso il “modello lombardo”, perché sa che quel modello non è una regione, ma un sistema di potere complessivo.
Così De Bortoli abbandona le sue solite caute e bilanciate parole ed assume toni e contenuti che poterebbero essere di Fontana e Salvini, di Bonomi e prima ancora di Berlusconi.
Altro che autocritica della classe dirigente, De Bortoli la difende con arroganza e accusa chi critica la Lombardia (la sua giunta, ovvero un gruppo ristretto di amministratori, ndr) di essere mosso dall’invidia sociale dei falliti, che se la prendono con chi è riuscito a farcela.
Le migliaia di morti per Covid sono una “catastrofe improvvisa ed imprevedibile” che poteva arrivare ovunque e la Lombardia, con la sua “eccellente sanità privata” ha fatto il meglio, come dimostrano i “tanti che vengono a curarsi nella regione”. La sinistra ha alimentato questo spirito anti-lombardo perché non è riuscita a capire Craxi, Berlusconi, Bossi, Salvini, che di questa regione sono stati i principali prodotti politici.
Certo, forse la Lombardia ha espresso qualche “spirito semicoloniale verso altre parti del paese”, ma questo è solo un errore di superbia per i successi conseguiti, mentre “lo spirito antilombardo e antindustriale” che ora aleggia nel paese è un male da combattere.
Queste, in sintesi, le parole dell’ex direttore del Corriere della Sera, che riecheggiano quelle della gazzarra scatenata in Parlamento dalla destra, di fronte alle timide parole critiche di un esponente dei cinquestelle verso il sistema lombardo.
Guai a parlar male della Lombardia, così come guai a parlar male dell’Italia e guai a farlo dell’Europa. Ogni volta che si critica la realtà di un sistema – non il territorio o la sua popolazione, ma chi li governa e le sue scelte – ecco esplodere il patriottismo di chi comanda: “hai offeso la tua patria!”
Mai come oggi il patriottismo è manigolderia dei potenti, quale che sia la dimensione nella quale esso si esercita.
Il patriottismo lombardo di De Bortoli per altro non è solo della destra. Tutta la classe politica del PD, da Sala a Zingaretti, lo fa proprio allo stesso modo: “la Lombardia ti dà da mangiare, non offenderla”.
La sintesi perfetta di questo modo di reagire bipartisan a difesa del sistema lombardo la troviamo con il presidente della Confindustria, ex di Assolombarda, Bonomi. Per costui la Lombardia è semplicemente la libertà d’impresa, anche di fronte al Covid, e il governo ha il compito di finanziare i padroni delle imprese senza chiedere alcunché in cambio, fidandosi della loro lungimiranza e onestà.
Insomma chi critica la Lombardia in realtà critica il mercato, gli affari, il profitto, l’accumulo di ricchezza. Questo è ciò che interessa affermare davvero a De Bortoli e a tutti i “patrioti lombardi”.
Il sistema di potere lombardo è uno dei più corrotti d’Italia, la mafia invade gli affari dei colletti bianchi, lo sfruttamento del lavoro ha portato al primo commissariamento per caporalato di una multinazionale, l’ambiente e l’inquinamento sono al disastro, la casa è sempre più inaccessibile, la società è sempre più ingiusta ed escludente, abbandonando gli anziani allo sterminio nelle RSA e i giovani alla distruzione di futuro del precariato.
Sì, la Lombardia è un modello, ma un modello sbagliato, inseguendo il quale tutta l’Italia è diventata più povera, ingiusta e cattiva. Tutte le classi dirigenti sono state conquistate da quel modello, il campano De Luca ha passato una vita a cercare di diventare un governatore lombardo. E tutte le classi dirigenti hanno portato il paese alla crisi in cui si trova ora.
Ecco perché De Bortoli suona l’allarme di fronte ai sentimenti anti-lombardi, cioè al primo risorgere di uno spirito critico verso il capitalismo liberista. La sua è una chiamata di correo a tutti padroni d’Italia, ovunque domiciliati. “Guardate che siamo tutti lombardi”, li avvisa, “se crolliamo noi qui crolla tutto il sistema che ha dominato il paese negli ultimi trent’anni, crollate anche voi”.
Ed in fondo ha ragione, per questo bisogna alzare ancora più forte la voce contro il “modello Lombardia”; un modello fallimentare che ha fatto strage nella regione più ricca d’Italia e condotto fuori strada tutto il paese.
Con questa intervista De Bortoli usa il linguaggio di una Santanché, o di un Briatore, per sostenere il rilancio del catastrofico modello liberista, in Lombardia e in Italia.
Per questo è necessario riaffermare una semplice verità: non è che ci sono i ricchi perché ci sono i poveri, MA CI SONO I POVERI PERCHÉ CI SONO I RICCHI.
Fonte
02/11/2019
Lo sfruttamento non ha età: l’incubo dell’assicurazione previdenziale obbligatoria
Dalle colonne del Corriere della Sera del 30 ottobre appare un titolo suggestivo, che colpisce immediatamente: “Gli anziani non sono un peso”, a firma di Ferruccio De Bortoli.
Uno dei maggiori esponenti del pensiero economico e politico dominante, megafono della propaganda liberista, sembra finalmente andare contro corrente. Anni e anni di ideologia del conflitto intergenerazionale tra giovani e vecchi, di ripetuti anatemi contro gli anziani che peserebbero come un fardello sulle spalle dei giovani precari, di asserita insostenibilità del sistema pensionistico, sembrano finalmente espiati dal ragionevole pentimento di De Bortoli che ci spiega che i vecchi non sono un peso. Titolo ed incipit sembrano proprio una garanzia: “Gli anziani in Italia non sono un peso. Si può (e si deve) dare più spazio ai giovani senza creare disagi e inutili sensi di colpa a genitori e nonni. Una questione di civiltà.” Limpido e chiaro. Ben detto Ferruccio, finalmente!
Purtroppo però, il vero senso dell’articolo si annida nel seguito, che fa piazza pulita delle nobili intenzioni iniziali. Una sequela impressionante di luoghi comuni e inquietanti ricette. Continua infatti l’ex direttore del Corriere:
Ma non è tutto, e qui De Bortoli getta la maschera, facendosi riconoscere per quel che è, una penna al soldo della classe dominante, disposto a piegare il lavoro del giornalismo alla marchetta verso gli interessi dei grandi gruppi finanziari:
C’è un aspetto tra i molti, nel modo di ragionare di De Bortoli, che colpisce in maniera particolare. Volendo anche per ipotesi immergerci nell’ottica delle risorse scarse, perfetto riflesso del pensiero economico dominante, perché mai la spesa privata dovrebbe essere migliore di quella pubblica in assistenza e sanità? Se esistono, nella società, le risorse potenziali per sostenere un sistema di assicurazione privata per il rischio di malattia e non autosufficienza, perché mai non dovrebbero esistere le corrispondenti risorse pubbliche per ottemperare ai medesimi bisogni, garantendo al contempo maggiore equità di trattamento? A questa domanda il pensiero economico mainstream in genere non risponde e si nasconde dietro la presunta naturalità delle scelte private, al cospetto della coercitività di quelle pubbliche, considerate sempre inefficienti per definizione, mentre il boato del ponte Morandi – infrastruttura concessa in gestione ai privati e crollata nell’estate del 2018 – ancora risuona.
Quello delle risorse scarse emerge con chiarezza come un puro mito, funzionale alla mera opera di privatizzazione e mercificazione del sistema di soddisfacimento dei bisogni umani. Un mito che agisce come un martello pneumatico nell’opera mastodontica di rimozione di quelle istituzioni a carattere sociale e collettivo costruite nei decenni passati a fondamento dello Stato sociale solidaristico e universalistico che ha costituito l’ossatura di una civiltà che si vuole demolire, perché ostacolo all’accumulazione di profitti. Per De Bortoli, insomma, gli anziani non dovrebbero più essere considerati come un peso, bensì dovrebbero essere costretti a comprare una bella (e salata) assicurazione privata, in un mondo in cui i grandi gruppi finanziari gestiscono il business previdenziale sfruttando il lavoro di masse di immigrati pagati con salari da fame. Per combattere questo incubo, dobbiamo difendere con le unghie e con i denti quel che resta dello stato sociale, la civiltà contro la barbarie dei cantori del liberismo e dell’austerità.
Fonte
Uno dei maggiori esponenti del pensiero economico e politico dominante, megafono della propaganda liberista, sembra finalmente andare contro corrente. Anni e anni di ideologia del conflitto intergenerazionale tra giovani e vecchi, di ripetuti anatemi contro gli anziani che peserebbero come un fardello sulle spalle dei giovani precari, di asserita insostenibilità del sistema pensionistico, sembrano finalmente espiati dal ragionevole pentimento di De Bortoli che ci spiega che i vecchi non sono un peso. Titolo ed incipit sembrano proprio una garanzia: “Gli anziani in Italia non sono un peso. Si può (e si deve) dare più spazio ai giovani senza creare disagi e inutili sensi di colpa a genitori e nonni. Una questione di civiltà.” Limpido e chiaro. Ben detto Ferruccio, finalmente!
Purtroppo però, il vero senso dell’articolo si annida nel seguito, che fa piazza pulita delle nobili intenzioni iniziali. Una sequela impressionante di luoghi comuni e inquietanti ricette. Continua infatti l’ex direttore del Corriere:
“Investiamo poco, ci assicuriamo di meno, nascondiamo sotto il tappeto le dinamiche inesorabili della nostra società. Se teniamo al futuro delle prossime generazioni dovremmo parlarne di più. E aiutarle per tempo ad affrontare le emergenze dell’invecchiamento della popolazione. Un peso, forse insopportabile, che cadrà sulle loro spalle. Una mina nascosta nel Servizio sanitario nazionale (che deve curare più che assistere) e nei conti dell’Inps. Oggi abbiamo quasi 14 milioni di italiani con più di 65 anni. Secondo l’Istat, nel 2037, in un contesto di popolazione calante, ne avremo 4,5 milioni in più. La percentuale di loro che non sarà autosufficiente è destinata a crescere esponenzialmente. Oggi a 75 anni è del 26 per cento; a 85 anni del 46 per cento”.Ecco che torna in grande stile la tesi della “bomba demografica”, che metterebbe a repentaglio la sostenibilità del nostro stato sociale, delle pensioni e della sanità nel futuro prossimo. È in particolare il tema della non autosufficienza di una popolazione anziana crescente che sembra preoccupare De Bortoli:
“l’assistenza agli anziani non autosufficienti assorbe (quattro miliardi) ormai la metà della spesa sociale dei Comuni. E in futuro, di questo passo, finirà per drenarla tutta. A danno di altri servizi assistenziali di primaria importanza, come il sostegno all’infanzia, l’aiuto ai poveri”.Nel mondo delle risorse scarse che ci racconta De Bortoli, il mondo dell’austerità e della disoccupazione come male necessario, più assistenza agli anziani non autosufficienti significa meno sostegno all’infanzia e ai poveri. I soldi non ci sono, occorre scegliere, stabilire priorità, perché un bisogno esclude l’altro, non se ne esce. E allora che fare? Due sono le soluzioni prospettate da De Bortoli. La prima è legata al ruolo dei lavoratori stranieri:
“In Italia lavora più di un milione di badanti (quasi tutte o tutti stranieri, oltre la metà irregolare, spesso non preparati). Un numero superiore a quello di tutti i dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (poco più di 600 mila). Se, per ipotesi, scioperassero tutte o tutti insieme sarebbe la paralisi. Vera. Ecco uno sguardo poco consueto sulla fragilità della nostra società. La ricerca di badanti conviventi è stata poi resa problematica dal diminuito afflusso di immigrati. Ed ecco un altro angolo di lettura, poco diffuso, del tema dell’immigrazione. Chiudersi significa anche questo”.Dunque, dobbiamo accogliere gli immigrati, ma non per solidarietà verso chi fugge da miseria e morte, bensì perché ci servono schiavi, ci serve quell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx. Se il badante di tuo nonno sciopera, sta dicendo De Bortoli, con le frontiere chiuse sei fritto, mentre con le frontiere aperte ci sarà sicuramente un altro disperato disposto ad accollarsi il lavoro umile ad un prezzo stracciato. È il razzismo dei buoni: gli immigrati vengono presentati nella loro funzione di riequilibrio demografico di società decadenti e insostenibili, con una naturale vocazione per quei lavori umili che “gli italiani non vogliono più fare”. E soprattutto, perfetti sostituti tramite spesa privata di uno stato sociale che non riusciremo più a finanziare in futuro.
Ma non è tutto, e qui De Bortoli getta la maschera, facendosi riconoscere per quel che è, una penna al soldo della classe dominante, disposto a piegare il lavoro del giornalismo alla marchetta verso gli interessi dei grandi gruppi finanziari:
“In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale. Sei grandi casse previdenziali si sono messe insieme per trattare le migliori condizioni con un costo annuo di soli 13 euro a iscritto. Il più grande fondo previdenziale negoziale (Cometa, metalmeccanici) offre tra le opportunità agli assicurati, una volta arrivati alla pensione, una copertura long term care che raddoppia la rendita in caso di non autosufficienza. I dirigenti del settore del commercio, altro esempio, hanno una polizza Ltc con un premio annuale di 206,60 euro che assicura, con una rendita di 2.582,28 euro, rivalutabile al 3 per cento annuo, il rischio di non autosufficienza fino a 70 anni, ed è una copertura prorogabile a vita intera a condizioni prefissate. Esistono ovviamente (e si vedranno sempre di più le pubblicità) proposte individuali delle compagnie assicurative.”Uno spot, un misero spot alle assicurazioni private, sulla pelle della popolazione più anziana, questo è ciò che il Corriere della Sera è in grado di produrre. Eccolo il vero mondo di De Bortoli: se lo stato sociale inevitabilmente collassa, venendo a mancare le risorse per sostenerlo, devono pensarci i privati cittadini a costruire – con acuta capacità di guardare al futuro – il pilastro salvifico della previdenza complementare, arricchito di coperture assicurative gestite da fondi negoziali o assicurazioni private a carico del singolo. Con la proposta di rendere addirittura obbligatoria l’assicurazione previdenziale e sanitaria il cerchio finalmente si è chiuso: con buona pace del libero mercato tanto caro ai liberisti, la legge che obbliga ad acquistare protezione da un sistema privato, che macina profitti sui problemi di salute degli anziani.
C’è un aspetto tra i molti, nel modo di ragionare di De Bortoli, che colpisce in maniera particolare. Volendo anche per ipotesi immergerci nell’ottica delle risorse scarse, perfetto riflesso del pensiero economico dominante, perché mai la spesa privata dovrebbe essere migliore di quella pubblica in assistenza e sanità? Se esistono, nella società, le risorse potenziali per sostenere un sistema di assicurazione privata per il rischio di malattia e non autosufficienza, perché mai non dovrebbero esistere le corrispondenti risorse pubbliche per ottemperare ai medesimi bisogni, garantendo al contempo maggiore equità di trattamento? A questa domanda il pensiero economico mainstream in genere non risponde e si nasconde dietro la presunta naturalità delle scelte private, al cospetto della coercitività di quelle pubbliche, considerate sempre inefficienti per definizione, mentre il boato del ponte Morandi – infrastruttura concessa in gestione ai privati e crollata nell’estate del 2018 – ancora risuona.
Quello delle risorse scarse emerge con chiarezza come un puro mito, funzionale alla mera opera di privatizzazione e mercificazione del sistema di soddisfacimento dei bisogni umani. Un mito che agisce come un martello pneumatico nell’opera mastodontica di rimozione di quelle istituzioni a carattere sociale e collettivo costruite nei decenni passati a fondamento dello Stato sociale solidaristico e universalistico che ha costituito l’ossatura di una civiltà che si vuole demolire, perché ostacolo all’accumulazione di profitti. Per De Bortoli, insomma, gli anziani non dovrebbero più essere considerati come un peso, bensì dovrebbero essere costretti a comprare una bella (e salata) assicurazione privata, in un mondo in cui i grandi gruppi finanziari gestiscono il business previdenziale sfruttando il lavoro di masse di immigrati pagati con salari da fame. Per combattere questo incubo, dobbiamo difendere con le unghie e con i denti quel che resta dello stato sociale, la civiltà contro la barbarie dei cantori del liberismo e dell’austerità.
Fonte
09/09/2019
Le privatizzazioni in Italia. Il buio oltre la siepe
Quotidiano “la Repubblica”, inserto Affari&Finanza, 5 agosto
2019, un lunedì. L’approfondimento firmato da Luca Pagni spiega come tra
le prima quaranta aziende quotate presso la Borsa di Milano (listino
Ftse Mib, quello più rilevante) un buon 40%, a livello di valore della
capitalizzazione, appartenga a società a controllo pubblico, cioè con il
socio di maggioranza rappresentato dal Ministero del Tesoro o da
qualche ente locale. Molte di queste, peraltro, sono attive in un
settore oggettivamente strategico: quello dell’energia.
“Bene!”, dovrebbe essere portato a pensare un sincero riformista, valutando la notizia come una sorta di boccata di ossigeno rispetto all’economia neoliberista, sempre più agonizzante: in fin dei conti si parla di società pubbliche, “quasi-pubbliche”, “un po’ – pubbliche” (senza esagerare, però: l’Enel, che ovviamente è tra le maggiori, ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento). Si parla anche, però, di economia finanziarizzata, sostanzialmente scollegata dai reali processi economici, così da esorcizzare non solo lo spettro dello Stato monopolista (neanche – anzi: meno che mai! – in settori fondamentali per la vita collettiva), ma anche il ben meno “spettrale” ricordo delle vecchie Partecipazioni statali, su cui la Prima Repubblica aveva edificato la sua fortuna, per poi vergognarsene imbarazzata.
E invece no! Perché il tono di tutto l’articolo (a cui “la Repubblica” attribuisce una certa importanza, dedicandogli le prime tre pagine dell’inserto) va nella direzione opposta: l’ineffabile Luca Pagni, infatti, inizia scrivendo che “A guardare i nomi e i numeri della Borsa italiana si potrebbe dire che nulla è cambiato da vent’anni a questa parte. E che le liberalizzazioni in Italia non ci siano mai state”. Attenzione, però: si scrive ‘liberalizzazioni’, ma si deve leggere ‘privatizzazioni’, perché il vero rammarico del giornalista economico consiste nel fatto che lo Stato ancora controlli (con armi spesso spuntate, tra l’altro) aziende redditizie, i cui profitti, quindi, ancora non possono ingrossare il patrimonio della grande borghesia italiana (sempre che ancora esista) oppure i conti delle multinazionali. Questo fatto è considerato, dal nostro prode riformista, inaccettabile: “un’anomalia molto italiana” (commento peraltro falso), e va evidentemente sanato. A partire proprio da quel settore, l’energetico, considerato il più profittevole, negli anni a venire (sarà forse un caso l’improvviso investimento mediatico nell’ecologismo compatibile?!), e quindi molto appetitoso agli occhi degli industriali, che parlano di investimenti, ma sognano di continuare nel consueto ruolo di succhioni di rendite varie.
Scarso risalto viene peraltro attribuito a un altro dato, prodotto dall’Ufficio studi di Mediobanca e ricavato dai bilanci dei primi 42 grandi gruppi industriali italiani (da cui, in aggiunta, la notizia per la quale in Italia abbiamo quarantadue “grandi gruppi industriali”!): le migliori performance economiche (anzi, ‘finanziarie’, perché in fondo di questo si parla) attribuite al settore pubblico italiano, rispetto all’omologo privato, si sono accentuate con la crisi economica e hanno investito tutti i settori, tanto che, per continuare con la già menzionata classifica, Piazza Affari ha premiato Enel e Poste, mentre ha sgridato Intesa San Paolo, nonostante si tratti di un’azienda come è noto ben acquartierata nella politica italiana, a tutti i livelli. Un lettore razionale, o forse solo ingenuo, sarebbe portato a desumere che una sorta di placebo per la crisi economica (un palliativo, certo, ma quantomeno qualcosa che ti faccia stare un po’ meglio) è rappresentato dall’investimento pubblico, invece che dalla svendita in favore dei privati, ma i commentatori del “partito De Benedetti” suggeriscono, incredibilmente, esattamente il contrario: liberalizzare, privatizzare, vendere, meglio ancora svendere.
Non serve neanche ribadire, in questa sede, come il controllo delle principali aziende nazionali sia un dato tutto sommato secondario, se non incrociato con altri: anche solo rimanendo nel mondo della produzione e del lavoro basta citare la capacità produttiva del Paese e la dialettica tra capitale e lavoro nella distribuzione funzionale dal reddito nazionale. Da un lato, infatti, pare irreversibile la desertificazione industriale italiana (a meno di non voler credere che possa essere bellamente compensata da una start-up di hipster che apre a Porta Romana), dall’altro la diminuzione della quota del lavoro nella formazione del reddito, a vantaggio del capitale, costituisce ormai un trend costante a partire dagli anni Ottanta ed è associabile, anche cronologicamente, alla caduta dei redditi da lavoro. Non solo: da anni è in calo, tra l’altro, il costo totale del lavoro (cioè i salari e i contributi previdenziali versati dai padroni): l’Italia già partiva bassa, in questa classifica, perché le statistiche dell’ILO ricordano come nel 2013 solo la nostra economia e quella australiana non superavano il 55% di quota lavoro (in realtà c’era anche il Regno Unito, ma lì il dato è spurio, perché le statistiche inglesi e quelle statunitensi inseriscono nei redditi da lavoro anche i bonus attribuiti ai “top manager”), adesso è ulteriormente scivolata in basso. Fatto sta che Italia, Stati Uniti e Giappone sono i tre Paesi con la più forte perdita di reddito da lavoro: il Giappone sta cercando di invertire la rotta, gli Stati Uniti hanno fatto vincere Trump proprio sulla base di questa promessa, in Italia ci siamo affidati al reddito di cittadinanza...
Il dato complementare a quello precedente, cioè l’aumento della quota del capitale sul reddito nazionale, come è noto è in ascesa sin dalla crisi degli anni Settanta: qui l’Italia, che partiva da un valore molto alto, ha sofferto la congiuntura negativa del 2008 – dentro la crisi di sistema – quasi “giustificando” la fuga degli imprenditori privati: un meccanismo del genere è comune, ma di solito si rivela temporaneo perché in breve tempo il capitale recupera sempre la sua quota di partenza (era accaduto così anche con la crisi precedente, quella del 1992), anche perché il padronato coglie la palla al balzo per chiedere alla classe politica e prontamente ottenere ulteriori restringimenti ai diritti dei lavoratori, senza peraltro ripristinare la situazione precedente quando la produttività ricomincia a crescere. Infatti – questa è la lezione di Piketty (ma anche dei report dell’Ocse) – l’ultima crisi del 2008 è servita “solo” a sganciare definitivamente i salari dagli aumenti di produttività (anche nello specifico della caduta dei salari medi reali noi abbiamo la maglia nera, ma – grazie a Tsipras – la Grecia cerca di toglierci l’avvilente primato). Ciò è avvenuto, qui scivoliamo nell’ovvio, sia per i mutati rapporti di forza nel mondo della produzione, sia perché – duole dirlo – oggi il padronato può perfettamente sostituire il lavoro con il capitale, senza perdere alcunché in termini di rendimento (utilizzando un tecnicismo: elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro superiore a 1). Detto da menti più sapienti della nostra: “Negli ottanta anni che separano le due crisi [quella del ’29 e l’odierna] c’è stata una crescita vertiginosa della composizione organica del capitale. Cioè la stessa unità di lavoro vivo (capitale variabile) oggi può essere utilizzata solo con una quantità di lavoro morto (capitale costante) immensamente più grande di quella necessaria negli anni ‘30” (Gianfranco Zoja e Franco Galloni, “Crisi, tendenza alla guerra e classe”).
Un onesto riformista – si perdoni l’ossimoro – consiglierebbe di agire su due livelli, per invertire la tendenza: sui redditi e sui salari. Nel primo caso le soluzioni – ripetiamo: tutte nell’alveo della presente forma di Stato – avrebbero la proposta di una progressività delle imposte, di un aumento delle tasse di successione, di controlli fiscali sulle imprese, dell’eliminazione di scappatoie e di sanatorie, di un’armonizzazione fiscale europea che eviti le fughe all’estero dei capitali (dove è l’Europa, quando serve?!!). Dal lato dei salari, il ragionamento è ancora più immediato, ma non può essere sganciato – neanche limitando la proposta a un quadro riformistico – dallo Stato “interventista” in economia e programmatore dei cicli di produzione.
Invece no! Invece fa ancora paura quello che viene definito “lo Stato padrone”! Ci viene in aiuto, in tal senso, Ferruccio de Bortoli, sull’inserto di Economia che è ideale alter-ego di quello de “la Repubblica”, cioè quello del “Corriere della Sera”. Lo scorso 8 luglio de Bortoli (anche qui ‘centro-sinistra puro’, evidentemente, come testimoniato dalla nota polemica contro Berlusconi) lancia l’allarme sull’invadenza dello Stato padrone, ricordando il pesante indebitamento che suggerì allo Stato di dismettere enti e istituti a partecipazione statale. Anche in questo caso, l’articolo si sviluppa secondo linee ben intuibili: da una parte l’accenno – neanche troppo convinto – a presunti vantaggi economici in favore dei cittadini italiani, derivanti dalle suddette dismissioni (“i contribuenti erano soci, a loro insaputa, delle finanziarie pubbliche ormai preda dei partiti”), dall’altro il vero obiettivo del messaggio, vale a dire incentivare nuove privatizzazioni, spiegando perché quelle precedenti si siano rivelate un vero flop. La spiegazione è presto fornita: “le vendite di società statali colsero in gran parte impreparati gli imprenditori privati”. Poverini, erano stati presi di sorpresa, erano distratti, non glielo avevano detto in anticipo. Altrimenti, sì che sarebbe stato un grande affare per tutti!! D’altronde, sembra di leggere tra le righe dell’ineffabile de Bortoli, gli enti statali impegnati in economia avevano funzionato finché c’erano stati illuminati manager – gli stessi che li avevano inventati – come Mattei, Sinigaglia, Reiss Romoli, Cova... Senza di loro, evidentemente, quegli enti erano solo un lusso per lo Stato e un favore ai partiti. Il capolavoro perfetto dello scriba de Bortoli consiste nell’unire la retorica contro gli sprechi – cioè il mantra attraverso il quale il neoliberismo cerca di rendere plausibile il taglio dei servizi pubblici – a quella contro l’istituto del partito politico, con l’obiettivo ultimo di espellere dalla mente dei cittadini l’immagine della politica come organizzazione, in favore – invece – delle preferenze accordate sulla base degli stati di animo, delle emozioni, delle paure, degli slanci umanitari. Per farsi dare manforte, de Bortoli chiama in soccorso Bernardo Bortolotti, economista di stanza a Torino, già fondatore del “Privatization Barometer” della Fondazione Mattei e adesso presidente dell’Osservatorio sui fondi sovrani della Bocconi: uno al di sopra delle parti, quindi...
A parte la faziosità degli economisti liberisti, è interessante l’opinione di Bortolotti sulla privatizzazione nel settore bancario: non tanto il più che scontato avviso per cui, grazie alla svendita del sistema creditizio pubblico “sono emersi due player internazionali, come Intesa Sanpaolo e Unicredit” (omettendo gli incalcolabili danni di essere diventato l’unico Paese al mondo impossibilitato a intervenire direttamente nel settore in questione), quanto l’interessante ammissione per cui “senza il capitalismo di Stato, cinese, asiatico e dei Paesi del Golfo, Wall Street non sarebbe stata salvata. (...) Senza quei 100 miliardi di equity dei fondi sovrani di Paesi non democratici, la Storia avrebbe avuto esiti differenti”. Ma pensa... si viene così a scoprire che un sistema economico così competitivo ed efficiente deve la sua sopravvivenza ai petrodollari (oltre alla già ben nota incidenza del portafoglio finanziario cinese).
Quale è, però, il problema che cruccia il nostro tandem (de Bortoli – Bortolotti)? Semplicemente, il fatto che gli Stati autocratici finanziatori non aprono ancora i loro mercati (che scemi, eh...), rendendoli liberi come quelli di cui hanno salvato le chiappe, almeno per il momento. L’assenza di concorrenza – con un riferimento anche ai dazi di Trump, per completezza – inquieta i liberisti di casa nostra, anche perché – ammettono a denti stretti – “dove lo Stato resta azionista decide anche con poco (esempio Renault nel fallito per ora approccio di Fca)”. Ecco il punto centrale: dal momento che noi abbiamo fatto la cazzata di perdere qualsiasi peso nei mercati mondiali, dovremmo sperare che anche gli altri Stati facciano lo stesso, così non ci sarà più uno stupido, ma saremo tutti stupidi... Emerge, quindi, una realtà che, pragmaticamente andrebbe descritta come segue: il nostro Paese ha una classe politica che neanche si può dire cerchi di implementare un modello economico, per quanto mefitico (il liberismo esasperato e lo Stato “leggero”), ma che pretenderebbe, nonostante recenti scelte clamorosamente sbagliate, di ritagliarsi ancora il proprio spazio al tavolo dell’imperialismo economico.
Oltre al rapporto “orizzontale” – con gli altri governi – c’è però anche quello “verticale”, funzionale al consenso per far passare le peggio porcate che hanno caratterizzato l’ultimo quarto di secolo dell’economia pubblica italiana. Qui si gioca il ruolo di analisti, opinionisti, giornalisti, blogger, la cui ultima frontiera consiste nel continuare a negare l’opportunità che lo Stato intervenga in aiuto delle aziende in perdita, ammettendo al massimo, nei suoi confronti, il compito di “investitore di ultima istanza in attività strategiche per il futuro del Pese” pur non avendo più – sarebbe il caso di ricordare – le strutture e forse neanche le competenze per farlo. Tutto è rimesso, infatti, alla Cassa Depositi e Prestiti – divenuta oggi una specie di ministero permanente, che risente solo in minima parte dei cambi di governo – su cui pure si posano le preoccupazioni dei nostri liberisti di accatto: “Se [la Cdp] fosse solo l’antidoto pubblico ai fallimenti di mercato, oltre a snaturarsi investirebbe male i risparmi postali di cui è depositaria”.
Insomma, la legge del mercato – anche dopo un decennio di fase acuta di una crisi economica da tempo in essere – continua a dominare, mentre il fronte dell’economia riformista non accenna a smentire la teoria della mano invisibile, quasi fossimo ancora negli anni Ottanta. Se tanto ci dà tanto, persino Keynes continua a essere considerato alla stregua di un rivoluzionario eretico, una sorta di Robin Hood di cui si narra nei racconti serali di fronte al fuoco. Addirittura, l’unico orizzonte progressista che sia lecito sperare. Tanto la teoria economica, quanto soprattutto la storia del movimento operaio ci dice l’esatto opposto, ovviamente: ci dice che l’odierna impraticabilità del keynesismo non costituisce affatto un problema, ma è – paradossalmente – una fortuna. La teoria di Keynes, infatti, oggi non solo è improbabile, ma addirittura non auspicabile: negli anni Trenta dello scorso secolo ha rappresentato – almeno in apparenza – la soluzione all’“altra crisi” (con il particolare non secondario di aver avuto bisogno di un conflitto mondiale per riuscirci...) perché era tarata sul capitalismo degli anni Trenta, non su quello attuale. Quando Keynes invocava lo Stato interventista lo faceva perché era consapevole di come solo questi poteva trasformare larghe porzioni di risparmio in investimenti (tanto in infrastrutture, come le famose buche che poi sarebbero state riempite, quanto in armamenti), partendo dal presupposto che il debito sovrano – con cui lo Stato finanziava il proprio intervento – non costituisse affatto un problema (altra macroscopica differenza rispetto all’attuale fase politica). L’unica reale preoccupazione dell’economista inglese consisteva nell’inserire nel circuito della produzione quella particolare forma di merce, rappresentata dalla forza-lavoro, che giaceva inutilizzata, perché disoccupata: Keynes agisce sul numero dei salariati, non sul livello dei salari o sui diritti dei lavoratori. Chi lo esalta, giudicandolo come la panacea di ogni male, dimentica come la sua riflessione prevedeva un livello salariale molto basso: gli operai assunti per scavare le famose buche e poi ricoprirle avrebbero dovuto essere pagati poco, il minimo indispensabile per attivare un circuito di consumo, ma non a sufficienza per prevedere forme di risparmio o di accantonamento di salario.
Di tutto questo nel dibattito pubblico odierno non c’è traccia: si vola molto più in basso e si omettono alcune evidenze che non vennero prese in considerazione neanche negli anni Novanta, quando si diede vita allo spolpamento della mano pubblica.
Parliamo del fatto che la stagione più profittevole dell’industria privata italiana si giovò non poco della presenza di quella pubblica e dei suoi servizi forniti a basso prezzo (si pensi a come il settore automobilistico lucrò sulla costruzione del sistema autostradale e sulla realizzazione degli impianti di distribuzione della benzina);
parliamo del fatto che i “coraggiosi” imprenditori italiani – quando si profilò la prima concorrenza globalizzata – pensarono bene di rifugiarsi in quei settori meno esposti all’internazionalizzazione (che però fino a quel momento erano stati appannaggio delle aziende pubbliche, le quali ne risultarono seriamente danneggiate);
parliamo del fatto che la “mano pubblica” abbia spesso salvato, in passato, il privato in difficoltà (anzi, che sia nata, negli anni Trenta, proprio con questo scopo), anche in virtù di una maggiore professionalità e competenza del “manager” pubblico, rispetto all’imprenditore medio italiano: virtù più elevate, insomma, che nel tempo si sono perse;
parliamo del fatto che la dipendenza dalle banche non è una condizione irreversibile, dato che già in passato – tra le due guerre mondiali – la crescita dell’accumulazione aveva permesso alle grandi imprese nazionali di svincolarsi dal giogo del credito. Per farlo, però, c’era stato bisogno dell’intervento monopolizzatore dello Stato, che aveva nazionalizzato le grandi imprese e ne aveva permesso l’organizzazione in trust e cartelli. Il fatto che ciò sia avvenuto, ad esempio, anche nell’esperienza fascista dimostra come l’opposizione al capitale bancario non necessariamente si configuri come battaglia anticapitalista;
parliamo del fatto che – rispetto al punto precedente – il limite più importante sofferto dalla ex mano pubblica italiana è consistito proprio nel non avere avuto a disposizione un vero capitale, ma di essere stata gestita dallo Stato attraverso le obbligazioni, con il conseguente e automatico inserimento nel circuito del debito;
parliamo del fatto che l’indebitamento delle aziende pubbliche, nella sua fase più acuta, sia incredibilmente finito nelle mani della medio-alta borghesia italiana: una (s)vendita diretta, senza neanche l’intermediazione bancaria, a cui oggi siamo abituati, ma che non ha avuto eguali negli altri Paesi: nell’immediato il debito pubblico italiano, quindi, di fatto finì nelle mani di facoltosi risparmiatori e non di masse popolari che avevano fiducia nel proprio Stato;
parliamo del fatto che, paradosso su paradosso, adesso quel debito – alla faccia del “risanamento” ottenuto privatizzando le eccellenze imprenditoriali italiane – è invece finito nelle tasche di banche e istituto di credito stranieri;
parliamo del fatto che, per rendere appetibili le aziende pubbliche ai fini di una loro (s)vendita, queste siano state “valorizzate” (spesso a costo di pesanti licenziamenti), fornendo un ulteriore assist al compratore privato, tanto da far sorgere il dubbio: a questo punto, con l’azienda “risanata”, non era meglio mantenerne la funzione sociale?
parliamo del fatto che il processo di privatizzazione di grandi imprese pubbliche abbia dato la stura a un più generale ridimensionamento nella grandezza media delle aziende private italiane (secondo un trend all’epoca già in atto) che ha prodotto come risultato un format lillipuziano di impresa (nel quale finivano per coincidere proprietà e controllo), con il quale il padronato si illudeva di competere sul mercato globale. È anche vero, d’altro canto, a conferma di come le privatizzazioni italiane non siano “un infortunio” di una classe politica poco lungimirante e incattivita ma vadano lette dentro un progetto complessivo, che la sopravvivenza di un capitalismo “tascabile” è possibile solo con una ristrutturazione del mercato del lavoro, nel quale all’Italia sia destinato uno spazio determinato, assolutamente periferico;
parliamo del fatto che l’imprenditoria italiana abbia colto al balzo l’opportunità delle privatizzazioni anche per strutturare un modello di politica industriale che discriminasse i territori, posizionando nelle periferie le attività standardizzate e poco “creative” (con basso costo del lavoro e alta precarietà), in centro quelle ad alta professionalità, socialmente appetibili e poco usuranti;
parliamo, infine, del fatto che, ancora una volta, la classe politica italiana mantenga un unico e indiscutibile primato, cioè quello di calarsi le brache rispetto ai potentati economici: gli altri Paesi dell’Unione Europea si sono ben guardati dal privatizzare il proprio patrimonio produttivo (l’economia inglese, tra l’altro, è andata cauta anche sulla dipendenza delle imprese dal mercato finanziario) e chi lo ha pure fatto, come la Spagna, comunque non ha perso il controllo del sistema bancario.
In definitiva, la stagiona italiana delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ha prodotto frutti avvelenati che non hanno eguali né in Europa né altrove. Viene in mente un unico paragone, quello dell’Argentina di Carlos Menem, che ridusse alla fame il suo popolo (basti vedere il documentario di Fernando Solanas, “La memoria del saqueo”). Non si tratta solo, evidentemente, della strumentalità di “risanare il bilancio pubblico” – necessità costruita ad arte e diffusa mediaticamente come se fosse incontrovertibile – né solo di affidare al capitale privato il patrimonio produttivo del Paese, ma soprattutto di espellere dall’immaginario collettivo, a futura memoria, l’idea che lo Stato possa e debba intervenire in economia per perequare quelle differenze economiche che oggi stanno raggiungendo anche in Europa standard latino-americani e asiatici. Per usare le parole di Rita Martufi e Luciano Vasapollo, in un’inchiesta condotta su «Proteo» venti anni fa: “giungere alla distruzione della stessa idea e cultura imperniata sulle relazioni economiche a connotato pubblico e a rilevanza collettiva”.
Più in profondità, è sotto attacco – da un punto di vista quasi antropologico – l’area semantica della ‘solidarietà’ e della ‘cittadinanza’, con la prima sostituita dall’egoismo competitivo e la seconda che vede cambiare le fondamenta del “patto” che unisce i cittadini all’istituzione statale: non un consorzio che cerchi (un minimo) di tutelare i più deboli, ma un ente dedito allo sfruttamento totale e continuato, nel quale il “neo-suddito” è costretto solamente a dare e a cedere, come accadeva nel Medioevo all’artigiano o al contadino di fronte al signorotto di turno. Privatizzare, dunque, significa sottodimensionare le aziende, annullare il controllo pubblico sui loro introiti, rendere impossibile un minimo di pianificazione produttiva, fiaccare la resistenza operaia. In aggiunta, la fine del modello di economia mista – non certo il nostro preferito, ma di sicuro meno impoverente, in un’ottica di classe, rispetto alla modalità del “privato sempre e comunque” – ha avuto ripercussioni quasi “ideologiche” sulla società e sulle relazioni tra i ceti popolari, cercando di cancellare quei retroterra culturali (socialista oppure cattolico) che questi hanno sempre avuto e che li portavano a osservare con una certa diffidenza l’economica capitalistica.
Sia chiaro: come ogni “terza via” anche l’economia mista italiana era un modello destinato a fallire, ma l’uscita neoliberista da quella condizione ci fa rimpiangere lo “Stato – datore di lavoro”, per quanto quell’occupazione fosse più il prodotto di interessi clientelari, che non la risposta a istanze sociali e a diritti fondamentali delle masse. Tra le tante ragioni di opportunità che costellano lo Stato interventista va ricordata l’incapacità “tecnica”, per gli appetiti privati, di difendere l’interesse generale: al tempo di Chernobyl, nell’aprile 1986, la Centrale del Latte di Roma – al tempo ancora municipalizzata – decise per precauzione di sospendere la raccolta del latte. Lo avrebbe fatto se fosse già diventata privata? Di contro, se le Autostrade italiane – spina dorsale di un Paese che si muove solo su gomma, tra l’altro – fossero state ancora in mani pubbliche la manutenzione forse sarebbe stata più efficace, prevenendo recenti tragedie.
A ben vedere, però, il punto non è neanche rappresentato dalla privatizzazione in sé, quanto dal percorso che conduce alla dismissione: un passaggio obbligato, ad esempio, è la quotazione in Borsa dell’azienda di turno, con la conseguenza di un suo affidamento agli appetiti speculativi, che godono di quegli eventi (incidenti, calamità naturali, disastri di varia natura) che la popolazione vive, appunto, come tragedie. La finanza, evidentemente, segue gli alti profitti, incurante dei loro costi sociali, ed è totalmente sganciata, oggi, dalle dinamiche dell’economia reale, che pure ne è pesantemente influenzata. Risulta persino inutile, a questo punto, ricordare come la globalizzazione finanziaria renda quasi automatico il verificarsi di atti corruttivi, a loro volta tesi a indirizzare le scelte del ceto politico in favore della classe imprenditoriale. Insomma, un cul-de-sac da cui è difficile uscire.
Farlo con il prossimo governo appare veramente arduo, considerando come la semplice somma degli addendi che lo compongono non può certo smentire le caratteristiche delle sue due unità: da un lato i Cinque Stelle, che già lo scorso autunno proposero di evitare l’aumento dell’Iva (necessità che si ripropone, a meno di non volere l’incoronazione diretta di Salvini) attraverso la cessione di parte del demanio pubblico – giusto per far capire quale sia il loro approccio, al di là dell’autorappresentazione di sé che forniscono – dall’altro il PD, che sulle privatizzazioni potrebbe scrivere volumi enciclopedici. Come dimenticare, infatti, che la dismissioni delle aziende pubbliche, iniziata negli anni Novanta, abbia avuto una notevole accelerata dal 1998 in poi, con gli eredi del Pci stabilmente al governo e non più impegnati a sbianchettare le lontane origini comuniste? Il governo che verrà, del resto, è destinato a breve a sciogliere la matassa di Alitalia, dove vengono minacciati circa duemila esuberi: esempio concreto di come la dismissione di un patrimonio statale vada contro qualsiasi razionalità economica, non solo contro una visione socialista dei rapporti tra capitale, lavoro e politica. È forse così strano pensare che uno Stato debba avere la sua compagnia di bandiera in mano totalmente pubblica, soprattutto se consideriamo l’incidenza di massa che ha raggiunto oggi la mobilità aerea? Eppure proprio la vicenda di Alitalia diventa esemplare delle complicità di cui gode il ceto politico, quando si tratta di truffare i lavoratori e i cittadini: basti pensare alla posizione della Cgil, contraria alla ri-pubblicizzazione dell’azienda nonostante i lavoratori (cioè i diretti interessati!) avessero bocciato, due anni fa, il piano manageriale di risanamento, giudicandolo correttamente come capestro.
All’epoca, come oggi, la scelta del maggior sindacato italiano andò in favore della “mentalità di Maastricht”, nella convinzione – manifestata in ogni vertenza gestita dai confederali – che la concorrenza garantisca la proporzionalità tra produttività e compensi (ovviamente il principio di eguaglianza salariale non è proprio concepibile dalle loro menti) – cioè “più produci, più guadagni” – e che l’odierna esplosione di una fascia ristrettissima di redditi, a discapito della gran massa dei lavoratori, sia dovuta unicamente all’involuzione oligarchica del capitalismo e non, come anche solo il buon senso suggerirebbe, al meccanismo della competizione. È il “capitalismo oligarchico” – questa sorta di invenzione consolatoria – il nuovo spauracchio da agitare in economia, magari simultaneamente alla minaccia populistica. Cocciuti più delle falene che continuano ad andare verso la fonte luminosa, i chierici del libero mercato non si rassegnano ad accogliere l’insostenibilità dell’attuale sistema economico: nessuna crisi, nessuna congiuntura negativa, nessuna lettura delle allarmanti statistiche sociali li convince dell’irriformabilità dell’economia capitalistica, meno che mai attraverso la leva socialdemocratica, che ha evidentemente terminato il ruolo storico attribuitole dalla borghesia “buona”: ammortizzare il conflitto di classe (non il capitalismo, dunque) mediante il miglioramento della qualità della vita e del lavoro per una porzione – più o meno consistente, a seconda dei tempi e dei contesti – del proletariato. Oggi tutto questo non funziona più, perché sono le radici stesse dell’accumulazione capitalistica a traballare: la ricchezza non viene più “prodotta”, tecnicamente, quanto “ereditata” – peraltro secondo criteri di unioni dinastiche che ricordano gli accordi matrimoniali in vigore nell’Ancien Régime – e la classe politica, sostanzialmente delegittimata, non si preoccupa più di ottenere il consenso delle masse, neanche quello “a pagamento”, perché si accontenta di rappresentare la testa di legno dei vari potentati economici.
D’altronde, come fu ben urlato, “esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo”.
Fonte
“Bene!”, dovrebbe essere portato a pensare un sincero riformista, valutando la notizia come una sorta di boccata di ossigeno rispetto all’economia neoliberista, sempre più agonizzante: in fin dei conti si parla di società pubbliche, “quasi-pubbliche”, “un po’ – pubbliche” (senza esagerare, però: l’Enel, che ovviamente è tra le maggiori, ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento). Si parla anche, però, di economia finanziarizzata, sostanzialmente scollegata dai reali processi economici, così da esorcizzare non solo lo spettro dello Stato monopolista (neanche – anzi: meno che mai! – in settori fondamentali per la vita collettiva), ma anche il ben meno “spettrale” ricordo delle vecchie Partecipazioni statali, su cui la Prima Repubblica aveva edificato la sua fortuna, per poi vergognarsene imbarazzata.
E invece no! Perché il tono di tutto l’articolo (a cui “la Repubblica” attribuisce una certa importanza, dedicandogli le prime tre pagine dell’inserto) va nella direzione opposta: l’ineffabile Luca Pagni, infatti, inizia scrivendo che “A guardare i nomi e i numeri della Borsa italiana si potrebbe dire che nulla è cambiato da vent’anni a questa parte. E che le liberalizzazioni in Italia non ci siano mai state”. Attenzione, però: si scrive ‘liberalizzazioni’, ma si deve leggere ‘privatizzazioni’, perché il vero rammarico del giornalista economico consiste nel fatto che lo Stato ancora controlli (con armi spesso spuntate, tra l’altro) aziende redditizie, i cui profitti, quindi, ancora non possono ingrossare il patrimonio della grande borghesia italiana (sempre che ancora esista) oppure i conti delle multinazionali. Questo fatto è considerato, dal nostro prode riformista, inaccettabile: “un’anomalia molto italiana” (commento peraltro falso), e va evidentemente sanato. A partire proprio da quel settore, l’energetico, considerato il più profittevole, negli anni a venire (sarà forse un caso l’improvviso investimento mediatico nell’ecologismo compatibile?!), e quindi molto appetitoso agli occhi degli industriali, che parlano di investimenti, ma sognano di continuare nel consueto ruolo di succhioni di rendite varie.
Scarso risalto viene peraltro attribuito a un altro dato, prodotto dall’Ufficio studi di Mediobanca e ricavato dai bilanci dei primi 42 grandi gruppi industriali italiani (da cui, in aggiunta, la notizia per la quale in Italia abbiamo quarantadue “grandi gruppi industriali”!): le migliori performance economiche (anzi, ‘finanziarie’, perché in fondo di questo si parla) attribuite al settore pubblico italiano, rispetto all’omologo privato, si sono accentuate con la crisi economica e hanno investito tutti i settori, tanto che, per continuare con la già menzionata classifica, Piazza Affari ha premiato Enel e Poste, mentre ha sgridato Intesa San Paolo, nonostante si tratti di un’azienda come è noto ben acquartierata nella politica italiana, a tutti i livelli. Un lettore razionale, o forse solo ingenuo, sarebbe portato a desumere che una sorta di placebo per la crisi economica (un palliativo, certo, ma quantomeno qualcosa che ti faccia stare un po’ meglio) è rappresentato dall’investimento pubblico, invece che dalla svendita in favore dei privati, ma i commentatori del “partito De Benedetti” suggeriscono, incredibilmente, esattamente il contrario: liberalizzare, privatizzare, vendere, meglio ancora svendere.
Non serve neanche ribadire, in questa sede, come il controllo delle principali aziende nazionali sia un dato tutto sommato secondario, se non incrociato con altri: anche solo rimanendo nel mondo della produzione e del lavoro basta citare la capacità produttiva del Paese e la dialettica tra capitale e lavoro nella distribuzione funzionale dal reddito nazionale. Da un lato, infatti, pare irreversibile la desertificazione industriale italiana (a meno di non voler credere che possa essere bellamente compensata da una start-up di hipster che apre a Porta Romana), dall’altro la diminuzione della quota del lavoro nella formazione del reddito, a vantaggio del capitale, costituisce ormai un trend costante a partire dagli anni Ottanta ed è associabile, anche cronologicamente, alla caduta dei redditi da lavoro. Non solo: da anni è in calo, tra l’altro, il costo totale del lavoro (cioè i salari e i contributi previdenziali versati dai padroni): l’Italia già partiva bassa, in questa classifica, perché le statistiche dell’ILO ricordano come nel 2013 solo la nostra economia e quella australiana non superavano il 55% di quota lavoro (in realtà c’era anche il Regno Unito, ma lì il dato è spurio, perché le statistiche inglesi e quelle statunitensi inseriscono nei redditi da lavoro anche i bonus attribuiti ai “top manager”), adesso è ulteriormente scivolata in basso. Fatto sta che Italia, Stati Uniti e Giappone sono i tre Paesi con la più forte perdita di reddito da lavoro: il Giappone sta cercando di invertire la rotta, gli Stati Uniti hanno fatto vincere Trump proprio sulla base di questa promessa, in Italia ci siamo affidati al reddito di cittadinanza...
Il dato complementare a quello precedente, cioè l’aumento della quota del capitale sul reddito nazionale, come è noto è in ascesa sin dalla crisi degli anni Settanta: qui l’Italia, che partiva da un valore molto alto, ha sofferto la congiuntura negativa del 2008 – dentro la crisi di sistema – quasi “giustificando” la fuga degli imprenditori privati: un meccanismo del genere è comune, ma di solito si rivela temporaneo perché in breve tempo il capitale recupera sempre la sua quota di partenza (era accaduto così anche con la crisi precedente, quella del 1992), anche perché il padronato coglie la palla al balzo per chiedere alla classe politica e prontamente ottenere ulteriori restringimenti ai diritti dei lavoratori, senza peraltro ripristinare la situazione precedente quando la produttività ricomincia a crescere. Infatti – questa è la lezione di Piketty (ma anche dei report dell’Ocse) – l’ultima crisi del 2008 è servita “solo” a sganciare definitivamente i salari dagli aumenti di produttività (anche nello specifico della caduta dei salari medi reali noi abbiamo la maglia nera, ma – grazie a Tsipras – la Grecia cerca di toglierci l’avvilente primato). Ciò è avvenuto, qui scivoliamo nell’ovvio, sia per i mutati rapporti di forza nel mondo della produzione, sia perché – duole dirlo – oggi il padronato può perfettamente sostituire il lavoro con il capitale, senza perdere alcunché in termini di rendimento (utilizzando un tecnicismo: elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro superiore a 1). Detto da menti più sapienti della nostra: “Negli ottanta anni che separano le due crisi [quella del ’29 e l’odierna] c’è stata una crescita vertiginosa della composizione organica del capitale. Cioè la stessa unità di lavoro vivo (capitale variabile) oggi può essere utilizzata solo con una quantità di lavoro morto (capitale costante) immensamente più grande di quella necessaria negli anni ‘30” (Gianfranco Zoja e Franco Galloni, “Crisi, tendenza alla guerra e classe”).
Un onesto riformista – si perdoni l’ossimoro – consiglierebbe di agire su due livelli, per invertire la tendenza: sui redditi e sui salari. Nel primo caso le soluzioni – ripetiamo: tutte nell’alveo della presente forma di Stato – avrebbero la proposta di una progressività delle imposte, di un aumento delle tasse di successione, di controlli fiscali sulle imprese, dell’eliminazione di scappatoie e di sanatorie, di un’armonizzazione fiscale europea che eviti le fughe all’estero dei capitali (dove è l’Europa, quando serve?!!). Dal lato dei salari, il ragionamento è ancora più immediato, ma non può essere sganciato – neanche limitando la proposta a un quadro riformistico – dallo Stato “interventista” in economia e programmatore dei cicli di produzione.
Invece no! Invece fa ancora paura quello che viene definito “lo Stato padrone”! Ci viene in aiuto, in tal senso, Ferruccio de Bortoli, sull’inserto di Economia che è ideale alter-ego di quello de “la Repubblica”, cioè quello del “Corriere della Sera”. Lo scorso 8 luglio de Bortoli (anche qui ‘centro-sinistra puro’, evidentemente, come testimoniato dalla nota polemica contro Berlusconi) lancia l’allarme sull’invadenza dello Stato padrone, ricordando il pesante indebitamento che suggerì allo Stato di dismettere enti e istituti a partecipazione statale. Anche in questo caso, l’articolo si sviluppa secondo linee ben intuibili: da una parte l’accenno – neanche troppo convinto – a presunti vantaggi economici in favore dei cittadini italiani, derivanti dalle suddette dismissioni (“i contribuenti erano soci, a loro insaputa, delle finanziarie pubbliche ormai preda dei partiti”), dall’altro il vero obiettivo del messaggio, vale a dire incentivare nuove privatizzazioni, spiegando perché quelle precedenti si siano rivelate un vero flop. La spiegazione è presto fornita: “le vendite di società statali colsero in gran parte impreparati gli imprenditori privati”. Poverini, erano stati presi di sorpresa, erano distratti, non glielo avevano detto in anticipo. Altrimenti, sì che sarebbe stato un grande affare per tutti!! D’altronde, sembra di leggere tra le righe dell’ineffabile de Bortoli, gli enti statali impegnati in economia avevano funzionato finché c’erano stati illuminati manager – gli stessi che li avevano inventati – come Mattei, Sinigaglia, Reiss Romoli, Cova... Senza di loro, evidentemente, quegli enti erano solo un lusso per lo Stato e un favore ai partiti. Il capolavoro perfetto dello scriba de Bortoli consiste nell’unire la retorica contro gli sprechi – cioè il mantra attraverso il quale il neoliberismo cerca di rendere plausibile il taglio dei servizi pubblici – a quella contro l’istituto del partito politico, con l’obiettivo ultimo di espellere dalla mente dei cittadini l’immagine della politica come organizzazione, in favore – invece – delle preferenze accordate sulla base degli stati di animo, delle emozioni, delle paure, degli slanci umanitari. Per farsi dare manforte, de Bortoli chiama in soccorso Bernardo Bortolotti, economista di stanza a Torino, già fondatore del “Privatization Barometer” della Fondazione Mattei e adesso presidente dell’Osservatorio sui fondi sovrani della Bocconi: uno al di sopra delle parti, quindi...
A parte la faziosità degli economisti liberisti, è interessante l’opinione di Bortolotti sulla privatizzazione nel settore bancario: non tanto il più che scontato avviso per cui, grazie alla svendita del sistema creditizio pubblico “sono emersi due player internazionali, come Intesa Sanpaolo e Unicredit” (omettendo gli incalcolabili danni di essere diventato l’unico Paese al mondo impossibilitato a intervenire direttamente nel settore in questione), quanto l’interessante ammissione per cui “senza il capitalismo di Stato, cinese, asiatico e dei Paesi del Golfo, Wall Street non sarebbe stata salvata. (...) Senza quei 100 miliardi di equity dei fondi sovrani di Paesi non democratici, la Storia avrebbe avuto esiti differenti”. Ma pensa... si viene così a scoprire che un sistema economico così competitivo ed efficiente deve la sua sopravvivenza ai petrodollari (oltre alla già ben nota incidenza del portafoglio finanziario cinese).
Quale è, però, il problema che cruccia il nostro tandem (de Bortoli – Bortolotti)? Semplicemente, il fatto che gli Stati autocratici finanziatori non aprono ancora i loro mercati (che scemi, eh...), rendendoli liberi come quelli di cui hanno salvato le chiappe, almeno per il momento. L’assenza di concorrenza – con un riferimento anche ai dazi di Trump, per completezza – inquieta i liberisti di casa nostra, anche perché – ammettono a denti stretti – “dove lo Stato resta azionista decide anche con poco (esempio Renault nel fallito per ora approccio di Fca)”. Ecco il punto centrale: dal momento che noi abbiamo fatto la cazzata di perdere qualsiasi peso nei mercati mondiali, dovremmo sperare che anche gli altri Stati facciano lo stesso, così non ci sarà più uno stupido, ma saremo tutti stupidi... Emerge, quindi, una realtà che, pragmaticamente andrebbe descritta come segue: il nostro Paese ha una classe politica che neanche si può dire cerchi di implementare un modello economico, per quanto mefitico (il liberismo esasperato e lo Stato “leggero”), ma che pretenderebbe, nonostante recenti scelte clamorosamente sbagliate, di ritagliarsi ancora il proprio spazio al tavolo dell’imperialismo economico.
Oltre al rapporto “orizzontale” – con gli altri governi – c’è però anche quello “verticale”, funzionale al consenso per far passare le peggio porcate che hanno caratterizzato l’ultimo quarto di secolo dell’economia pubblica italiana. Qui si gioca il ruolo di analisti, opinionisti, giornalisti, blogger, la cui ultima frontiera consiste nel continuare a negare l’opportunità che lo Stato intervenga in aiuto delle aziende in perdita, ammettendo al massimo, nei suoi confronti, il compito di “investitore di ultima istanza in attività strategiche per il futuro del Pese” pur non avendo più – sarebbe il caso di ricordare – le strutture e forse neanche le competenze per farlo. Tutto è rimesso, infatti, alla Cassa Depositi e Prestiti – divenuta oggi una specie di ministero permanente, che risente solo in minima parte dei cambi di governo – su cui pure si posano le preoccupazioni dei nostri liberisti di accatto: “Se [la Cdp] fosse solo l’antidoto pubblico ai fallimenti di mercato, oltre a snaturarsi investirebbe male i risparmi postali di cui è depositaria”.
Insomma, la legge del mercato – anche dopo un decennio di fase acuta di una crisi economica da tempo in essere – continua a dominare, mentre il fronte dell’economia riformista non accenna a smentire la teoria della mano invisibile, quasi fossimo ancora negli anni Ottanta. Se tanto ci dà tanto, persino Keynes continua a essere considerato alla stregua di un rivoluzionario eretico, una sorta di Robin Hood di cui si narra nei racconti serali di fronte al fuoco. Addirittura, l’unico orizzonte progressista che sia lecito sperare. Tanto la teoria economica, quanto soprattutto la storia del movimento operaio ci dice l’esatto opposto, ovviamente: ci dice che l’odierna impraticabilità del keynesismo non costituisce affatto un problema, ma è – paradossalmente – una fortuna. La teoria di Keynes, infatti, oggi non solo è improbabile, ma addirittura non auspicabile: negli anni Trenta dello scorso secolo ha rappresentato – almeno in apparenza – la soluzione all’“altra crisi” (con il particolare non secondario di aver avuto bisogno di un conflitto mondiale per riuscirci...) perché era tarata sul capitalismo degli anni Trenta, non su quello attuale. Quando Keynes invocava lo Stato interventista lo faceva perché era consapevole di come solo questi poteva trasformare larghe porzioni di risparmio in investimenti (tanto in infrastrutture, come le famose buche che poi sarebbero state riempite, quanto in armamenti), partendo dal presupposto che il debito sovrano – con cui lo Stato finanziava il proprio intervento – non costituisse affatto un problema (altra macroscopica differenza rispetto all’attuale fase politica). L’unica reale preoccupazione dell’economista inglese consisteva nell’inserire nel circuito della produzione quella particolare forma di merce, rappresentata dalla forza-lavoro, che giaceva inutilizzata, perché disoccupata: Keynes agisce sul numero dei salariati, non sul livello dei salari o sui diritti dei lavoratori. Chi lo esalta, giudicandolo come la panacea di ogni male, dimentica come la sua riflessione prevedeva un livello salariale molto basso: gli operai assunti per scavare le famose buche e poi ricoprirle avrebbero dovuto essere pagati poco, il minimo indispensabile per attivare un circuito di consumo, ma non a sufficienza per prevedere forme di risparmio o di accantonamento di salario.
Di tutto questo nel dibattito pubblico odierno non c’è traccia: si vola molto più in basso e si omettono alcune evidenze che non vennero prese in considerazione neanche negli anni Novanta, quando si diede vita allo spolpamento della mano pubblica.
Parliamo del fatto che la stagione più profittevole dell’industria privata italiana si giovò non poco della presenza di quella pubblica e dei suoi servizi forniti a basso prezzo (si pensi a come il settore automobilistico lucrò sulla costruzione del sistema autostradale e sulla realizzazione degli impianti di distribuzione della benzina);
parliamo del fatto che i “coraggiosi” imprenditori italiani – quando si profilò la prima concorrenza globalizzata – pensarono bene di rifugiarsi in quei settori meno esposti all’internazionalizzazione (che però fino a quel momento erano stati appannaggio delle aziende pubbliche, le quali ne risultarono seriamente danneggiate);
parliamo del fatto che la “mano pubblica” abbia spesso salvato, in passato, il privato in difficoltà (anzi, che sia nata, negli anni Trenta, proprio con questo scopo), anche in virtù di una maggiore professionalità e competenza del “manager” pubblico, rispetto all’imprenditore medio italiano: virtù più elevate, insomma, che nel tempo si sono perse;
parliamo del fatto che la dipendenza dalle banche non è una condizione irreversibile, dato che già in passato – tra le due guerre mondiali – la crescita dell’accumulazione aveva permesso alle grandi imprese nazionali di svincolarsi dal giogo del credito. Per farlo, però, c’era stato bisogno dell’intervento monopolizzatore dello Stato, che aveva nazionalizzato le grandi imprese e ne aveva permesso l’organizzazione in trust e cartelli. Il fatto che ciò sia avvenuto, ad esempio, anche nell’esperienza fascista dimostra come l’opposizione al capitale bancario non necessariamente si configuri come battaglia anticapitalista;
parliamo del fatto che – rispetto al punto precedente – il limite più importante sofferto dalla ex mano pubblica italiana è consistito proprio nel non avere avuto a disposizione un vero capitale, ma di essere stata gestita dallo Stato attraverso le obbligazioni, con il conseguente e automatico inserimento nel circuito del debito;
parliamo del fatto che l’indebitamento delle aziende pubbliche, nella sua fase più acuta, sia incredibilmente finito nelle mani della medio-alta borghesia italiana: una (s)vendita diretta, senza neanche l’intermediazione bancaria, a cui oggi siamo abituati, ma che non ha avuto eguali negli altri Paesi: nell’immediato il debito pubblico italiano, quindi, di fatto finì nelle mani di facoltosi risparmiatori e non di masse popolari che avevano fiducia nel proprio Stato;
parliamo del fatto che, paradosso su paradosso, adesso quel debito – alla faccia del “risanamento” ottenuto privatizzando le eccellenze imprenditoriali italiane – è invece finito nelle tasche di banche e istituto di credito stranieri;
parliamo del fatto che, per rendere appetibili le aziende pubbliche ai fini di una loro (s)vendita, queste siano state “valorizzate” (spesso a costo di pesanti licenziamenti), fornendo un ulteriore assist al compratore privato, tanto da far sorgere il dubbio: a questo punto, con l’azienda “risanata”, non era meglio mantenerne la funzione sociale?
parliamo del fatto che il processo di privatizzazione di grandi imprese pubbliche abbia dato la stura a un più generale ridimensionamento nella grandezza media delle aziende private italiane (secondo un trend all’epoca già in atto) che ha prodotto come risultato un format lillipuziano di impresa (nel quale finivano per coincidere proprietà e controllo), con il quale il padronato si illudeva di competere sul mercato globale. È anche vero, d’altro canto, a conferma di come le privatizzazioni italiane non siano “un infortunio” di una classe politica poco lungimirante e incattivita ma vadano lette dentro un progetto complessivo, che la sopravvivenza di un capitalismo “tascabile” è possibile solo con una ristrutturazione del mercato del lavoro, nel quale all’Italia sia destinato uno spazio determinato, assolutamente periferico;
parliamo del fatto che l’imprenditoria italiana abbia colto al balzo l’opportunità delle privatizzazioni anche per strutturare un modello di politica industriale che discriminasse i territori, posizionando nelle periferie le attività standardizzate e poco “creative” (con basso costo del lavoro e alta precarietà), in centro quelle ad alta professionalità, socialmente appetibili e poco usuranti;
parliamo, infine, del fatto che, ancora una volta, la classe politica italiana mantenga un unico e indiscutibile primato, cioè quello di calarsi le brache rispetto ai potentati economici: gli altri Paesi dell’Unione Europea si sono ben guardati dal privatizzare il proprio patrimonio produttivo (l’economia inglese, tra l’altro, è andata cauta anche sulla dipendenza delle imprese dal mercato finanziario) e chi lo ha pure fatto, come la Spagna, comunque non ha perso il controllo del sistema bancario.
In definitiva, la stagiona italiana delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni ha prodotto frutti avvelenati che non hanno eguali né in Europa né altrove. Viene in mente un unico paragone, quello dell’Argentina di Carlos Menem, che ridusse alla fame il suo popolo (basti vedere il documentario di Fernando Solanas, “La memoria del saqueo”). Non si tratta solo, evidentemente, della strumentalità di “risanare il bilancio pubblico” – necessità costruita ad arte e diffusa mediaticamente come se fosse incontrovertibile – né solo di affidare al capitale privato il patrimonio produttivo del Paese, ma soprattutto di espellere dall’immaginario collettivo, a futura memoria, l’idea che lo Stato possa e debba intervenire in economia per perequare quelle differenze economiche che oggi stanno raggiungendo anche in Europa standard latino-americani e asiatici. Per usare le parole di Rita Martufi e Luciano Vasapollo, in un’inchiesta condotta su «Proteo» venti anni fa: “giungere alla distruzione della stessa idea e cultura imperniata sulle relazioni economiche a connotato pubblico e a rilevanza collettiva”.
Più in profondità, è sotto attacco – da un punto di vista quasi antropologico – l’area semantica della ‘solidarietà’ e della ‘cittadinanza’, con la prima sostituita dall’egoismo competitivo e la seconda che vede cambiare le fondamenta del “patto” che unisce i cittadini all’istituzione statale: non un consorzio che cerchi (un minimo) di tutelare i più deboli, ma un ente dedito allo sfruttamento totale e continuato, nel quale il “neo-suddito” è costretto solamente a dare e a cedere, come accadeva nel Medioevo all’artigiano o al contadino di fronte al signorotto di turno. Privatizzare, dunque, significa sottodimensionare le aziende, annullare il controllo pubblico sui loro introiti, rendere impossibile un minimo di pianificazione produttiva, fiaccare la resistenza operaia. In aggiunta, la fine del modello di economia mista – non certo il nostro preferito, ma di sicuro meno impoverente, in un’ottica di classe, rispetto alla modalità del “privato sempre e comunque” – ha avuto ripercussioni quasi “ideologiche” sulla società e sulle relazioni tra i ceti popolari, cercando di cancellare quei retroterra culturali (socialista oppure cattolico) che questi hanno sempre avuto e che li portavano a osservare con una certa diffidenza l’economica capitalistica.
Sia chiaro: come ogni “terza via” anche l’economia mista italiana era un modello destinato a fallire, ma l’uscita neoliberista da quella condizione ci fa rimpiangere lo “Stato – datore di lavoro”, per quanto quell’occupazione fosse più il prodotto di interessi clientelari, che non la risposta a istanze sociali e a diritti fondamentali delle masse. Tra le tante ragioni di opportunità che costellano lo Stato interventista va ricordata l’incapacità “tecnica”, per gli appetiti privati, di difendere l’interesse generale: al tempo di Chernobyl, nell’aprile 1986, la Centrale del Latte di Roma – al tempo ancora municipalizzata – decise per precauzione di sospendere la raccolta del latte. Lo avrebbe fatto se fosse già diventata privata? Di contro, se le Autostrade italiane – spina dorsale di un Paese che si muove solo su gomma, tra l’altro – fossero state ancora in mani pubbliche la manutenzione forse sarebbe stata più efficace, prevenendo recenti tragedie.
A ben vedere, però, il punto non è neanche rappresentato dalla privatizzazione in sé, quanto dal percorso che conduce alla dismissione: un passaggio obbligato, ad esempio, è la quotazione in Borsa dell’azienda di turno, con la conseguenza di un suo affidamento agli appetiti speculativi, che godono di quegli eventi (incidenti, calamità naturali, disastri di varia natura) che la popolazione vive, appunto, come tragedie. La finanza, evidentemente, segue gli alti profitti, incurante dei loro costi sociali, ed è totalmente sganciata, oggi, dalle dinamiche dell’economia reale, che pure ne è pesantemente influenzata. Risulta persino inutile, a questo punto, ricordare come la globalizzazione finanziaria renda quasi automatico il verificarsi di atti corruttivi, a loro volta tesi a indirizzare le scelte del ceto politico in favore della classe imprenditoriale. Insomma, un cul-de-sac da cui è difficile uscire.
Farlo con il prossimo governo appare veramente arduo, considerando come la semplice somma degli addendi che lo compongono non può certo smentire le caratteristiche delle sue due unità: da un lato i Cinque Stelle, che già lo scorso autunno proposero di evitare l’aumento dell’Iva (necessità che si ripropone, a meno di non volere l’incoronazione diretta di Salvini) attraverso la cessione di parte del demanio pubblico – giusto per far capire quale sia il loro approccio, al di là dell’autorappresentazione di sé che forniscono – dall’altro il PD, che sulle privatizzazioni potrebbe scrivere volumi enciclopedici. Come dimenticare, infatti, che la dismissioni delle aziende pubbliche, iniziata negli anni Novanta, abbia avuto una notevole accelerata dal 1998 in poi, con gli eredi del Pci stabilmente al governo e non più impegnati a sbianchettare le lontane origini comuniste? Il governo che verrà, del resto, è destinato a breve a sciogliere la matassa di Alitalia, dove vengono minacciati circa duemila esuberi: esempio concreto di come la dismissione di un patrimonio statale vada contro qualsiasi razionalità economica, non solo contro una visione socialista dei rapporti tra capitale, lavoro e politica. È forse così strano pensare che uno Stato debba avere la sua compagnia di bandiera in mano totalmente pubblica, soprattutto se consideriamo l’incidenza di massa che ha raggiunto oggi la mobilità aerea? Eppure proprio la vicenda di Alitalia diventa esemplare delle complicità di cui gode il ceto politico, quando si tratta di truffare i lavoratori e i cittadini: basti pensare alla posizione della Cgil, contraria alla ri-pubblicizzazione dell’azienda nonostante i lavoratori (cioè i diretti interessati!) avessero bocciato, due anni fa, il piano manageriale di risanamento, giudicandolo correttamente come capestro.
All’epoca, come oggi, la scelta del maggior sindacato italiano andò in favore della “mentalità di Maastricht”, nella convinzione – manifestata in ogni vertenza gestita dai confederali – che la concorrenza garantisca la proporzionalità tra produttività e compensi (ovviamente il principio di eguaglianza salariale non è proprio concepibile dalle loro menti) – cioè “più produci, più guadagni” – e che l’odierna esplosione di una fascia ristrettissima di redditi, a discapito della gran massa dei lavoratori, sia dovuta unicamente all’involuzione oligarchica del capitalismo e non, come anche solo il buon senso suggerirebbe, al meccanismo della competizione. È il “capitalismo oligarchico” – questa sorta di invenzione consolatoria – il nuovo spauracchio da agitare in economia, magari simultaneamente alla minaccia populistica. Cocciuti più delle falene che continuano ad andare verso la fonte luminosa, i chierici del libero mercato non si rassegnano ad accogliere l’insostenibilità dell’attuale sistema economico: nessuna crisi, nessuna congiuntura negativa, nessuna lettura delle allarmanti statistiche sociali li convince dell’irriformabilità dell’economia capitalistica, meno che mai attraverso la leva socialdemocratica, che ha evidentemente terminato il ruolo storico attribuitole dalla borghesia “buona”: ammortizzare il conflitto di classe (non il capitalismo, dunque) mediante il miglioramento della qualità della vita e del lavoro per una porzione – più o meno consistente, a seconda dei tempi e dei contesti – del proletariato. Oggi tutto questo non funziona più, perché sono le radici stesse dell’accumulazione capitalistica a traballare: la ricchezza non viene più “prodotta”, tecnicamente, quanto “ereditata” – peraltro secondo criteri di unioni dinastiche che ricordano gli accordi matrimoniali in vigore nell’Ancien Régime – e la classe politica, sostanzialmente delegittimata, non si preoccupa più di ottenere il consenso delle masse, neanche quello “a pagamento”, perché si accontenta di rappresentare la testa di legno dei vari potentati economici.
D’altronde, come fu ben urlato, “esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo”.
Fonte
14/08/2019
De Bortoli vuole aumentare i salari, ma a spese dello Stato
Ieri sul Corriere della Sera c’era un interessante editoriale di Ferruccio De Bortoli che invita ad aumentare i salari per sostenere la domanda interna, sottozero da decenni.
Intanto c’è da dire che questo scenario è stato voluto dalla classe dirigente italiana, a partire dall’adozione dell’euro per imitare il “modello tedesco” export oriented, basato su salari bassi e su di un tasso di inflazione minore rispetto alla Germania per sostenere la competitività di prezzo.
A partire da Monti questo processo si è inasprito a tal punto da fare saltare parte del capitale industriale legato al mercato interno, causando l’esplosione dei crediti deteriorati e dunque incidendo negativamente sul sistema bancario italiano e sullo spread.
Aggiungere a questo il ventennale avanzo primario e una tassazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati (questo de Bortoli lo dice), diminuendo via via Irap e Ires per protezionismo fiscale sempre legato al modello export oriented.
L’aspetto positivo è che la posizione finanziaria netta estera italiana è quasi in pareggio, cioè gli italiani hanno attivi finanziari all’estero quasi quanto i passivi finanziari legati all’acquisto di operatori esteri di titoli di stato italiani e investimenti esteri. Stiamo diventando creditori netti all’estero e, come sosteneva lo scorso anno Paolo Savona, avendo un surplus delle partite correnti di quasi 50 miliardi, l’Italia finanzia lo sviluppo degli altri paesi invece di finanziare il proprio.
La proposta di De Bortoli, sulla scia di Confindustria e della triade confederale, si basa sulla riduzione fiscale dei redditi medio bassi, come ha annunciato due giorni fa la stessa Germania, per sostenere i salari e il mercato interno tramite la riduzione del cuneo fiscale a carico dei lavoratori. Ciò però potrebbe provocare una stagione contrattuale che preveda miseri aumenti visto che è lo Stato a farsi carico dell’aumento del salario.
Diversamente, la proposta del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico va ad incidere sul tasso di profitto, aumentando di netto il salario minimo, ciò che non fa la proposta di De Bortoli, che lo lascia intatto tutto a carico dello Stato.
Che una questione salariale enorme esista in questo paese è ormai appurato da tutti e l’eventuale recessione mondiale non lascia spazio agli esportatori (a giugno l’export italiano verso la Germania è diminuito dell’8%), dunque gli stessi industriali avvertono che bisogna rianimare il mercato interno.
Per farlo deve partire una stagione contrattuale che preveda adeguati aumenti salariali (Marco Fortis sul Sole 24 ore la settimana scorsa ha scritto che la produttività del settore manifatturiero italiano tra il 2015 e il 2018 è aumentata del 9,3% contro il 7,1% tedesco, produttività tutta andata a favore degli industriali).
Tradotto: i sindacati dopo decenni devono tornare a fare il loro mestiere, altrimenti lascino spazio nella contrattazione ai sindacati non allineati, sennò non servono a nulla, se non a riempire poltrone negli enti previdenziali e negli enti bilaterali, oltre che nel sistema della formazione.
Contemporaneamente, lo Stato deve ridurre le tasse sui lavoratori (su questo sono d’accordo con l’editorialista) e per farlo deve tagliare la marea di incentivi nazionali e regionali alle imprese.
Secondo uno studio di Mediobanca solo 2050 società monitorate hanno liquidità in cassa pari a 70 miliardi di euro. Per fare gli investimenti, i soldi gli industriali li hanno. Non hanno bisogno dello Stato per questo.
In più, come scrivevo la settimana scorsa, occorre incidere sul salario indiretto, vale a dire prestazioni sanitarie da Prima Repubblica (la gente non spende perché accantona denaro in vista di eventuali problemi sanitari), asili nido, scuole a tempo pieno, specie al Sud. Incidere cioè sul salario sociale globale.
L’aumento salariale deve essere accompagnato da un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ripeto: la proposta di Paolo Savona è quella giusta, utilizzare il surplus delle partite correnti per fare investimenti pubblici, a cui aggiungere gli investimenti delle aziende pubbliche e semi pubbliche.
La Germania sta abbandonando il modello tedesco. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi.
Fonte
Intanto c’è da dire che questo scenario è stato voluto dalla classe dirigente italiana, a partire dall’adozione dell’euro per imitare il “modello tedesco” export oriented, basato su salari bassi e su di un tasso di inflazione minore rispetto alla Germania per sostenere la competitività di prezzo.
A partire da Monti questo processo si è inasprito a tal punto da fare saltare parte del capitale industriale legato al mercato interno, causando l’esplosione dei crediti deteriorati e dunque incidendo negativamente sul sistema bancario italiano e sullo spread.
Aggiungere a questo il ventennale avanzo primario e una tassazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati (questo de Bortoli lo dice), diminuendo via via Irap e Ires per protezionismo fiscale sempre legato al modello export oriented.
L’aspetto positivo è che la posizione finanziaria netta estera italiana è quasi in pareggio, cioè gli italiani hanno attivi finanziari all’estero quasi quanto i passivi finanziari legati all’acquisto di operatori esteri di titoli di stato italiani e investimenti esteri. Stiamo diventando creditori netti all’estero e, come sosteneva lo scorso anno Paolo Savona, avendo un surplus delle partite correnti di quasi 50 miliardi, l’Italia finanzia lo sviluppo degli altri paesi invece di finanziare il proprio.
La proposta di De Bortoli, sulla scia di Confindustria e della triade confederale, si basa sulla riduzione fiscale dei redditi medio bassi, come ha annunciato due giorni fa la stessa Germania, per sostenere i salari e il mercato interno tramite la riduzione del cuneo fiscale a carico dei lavoratori. Ciò però potrebbe provocare una stagione contrattuale che preveda miseri aumenti visto che è lo Stato a farsi carico dell’aumento del salario.
Diversamente, la proposta del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico va ad incidere sul tasso di profitto, aumentando di netto il salario minimo, ciò che non fa la proposta di De Bortoli, che lo lascia intatto tutto a carico dello Stato.
Che una questione salariale enorme esista in questo paese è ormai appurato da tutti e l’eventuale recessione mondiale non lascia spazio agli esportatori (a giugno l’export italiano verso la Germania è diminuito dell’8%), dunque gli stessi industriali avvertono che bisogna rianimare il mercato interno.
Per farlo deve partire una stagione contrattuale che preveda adeguati aumenti salariali (Marco Fortis sul Sole 24 ore la settimana scorsa ha scritto che la produttività del settore manifatturiero italiano tra il 2015 e il 2018 è aumentata del 9,3% contro il 7,1% tedesco, produttività tutta andata a favore degli industriali).
Tradotto: i sindacati dopo decenni devono tornare a fare il loro mestiere, altrimenti lascino spazio nella contrattazione ai sindacati non allineati, sennò non servono a nulla, se non a riempire poltrone negli enti previdenziali e negli enti bilaterali, oltre che nel sistema della formazione.
Contemporaneamente, lo Stato deve ridurre le tasse sui lavoratori (su questo sono d’accordo con l’editorialista) e per farlo deve tagliare la marea di incentivi nazionali e regionali alle imprese.
Secondo uno studio di Mediobanca solo 2050 società monitorate hanno liquidità in cassa pari a 70 miliardi di euro. Per fare gli investimenti, i soldi gli industriali li hanno. Non hanno bisogno dello Stato per questo.
In più, come scrivevo la settimana scorsa, occorre incidere sul salario indiretto, vale a dire prestazioni sanitarie da Prima Repubblica (la gente non spende perché accantona denaro in vista di eventuali problemi sanitari), asili nido, scuole a tempo pieno, specie al Sud. Incidere cioè sul salario sociale globale.
L’aumento salariale deve essere accompagnato da un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ripeto: la proposta di Paolo Savona è quella giusta, utilizzare il surplus delle partite correnti per fare investimenti pubblici, a cui aggiungere gli investimenti delle aziende pubbliche e semi pubbliche.
La Germania sta abbandonando il modello tedesco. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi.
Fonte
13/02/2019
Il lavoro manca ma De Bortoli (purtroppo) c’è: se sei disoccupato la colpa è tua
Tornano a squillare, se mai se ne fosse
sentita la mancanza, le trombe del padronato. Il tema è sempre lo
stesso: il lavoro c’è ma i lavoratori, in particolare i giovani, lo
scanserebbero mossi da inspiegabile snobismo. Non la drammatica carenza
di domanda di lavoro da parte delle imprese, non la più che decennale
stagnazione, ma i giovani choosy, ve li ricorderete, che viziati e pigri preferiscono poltrire o dedicarsi agli studi più effimeri,
invece che guadagnarsi da vivere. Sul Corriere della Sera, la scorsa
settimana, è apparso un articolo di Ferruccio De Bortoli (personaggio ha
già fatto capolino sulle nostre onde, e non certo per prendersi applausi) con l’eloquente titolo “Il lavoro c’è. Ma ci interessa?” L’articolo è particolarmente interessante perché condensa in modo sintetico e significativo la visione dominante sul funzionamento del mercato del lavoro e sulle cause della disoccupazione. L’argomentazione è chiara: di lavoro non ne manca, sono i lavoratori che non hanno voglia di lavorare.
Da anni, decine di economisti di ispirazione liberista cercano di convincerci che la cronica disoccupazione europea, che in molti Paesi eccede abbondantemente il 10%, sarebbe da attribuire proprio ai disoccupati che, o non hanno le competenze adeguate a rivestire ruoli e mansioni fortemente richiesti dalle imprese, o mostrano una vera e propria inettitudine, pigrizia e mancanza di volontà ad adeguarsi al salario corrente e alla tipologia di lavori richiesti. La crisi? Il crollo degli investimenti pubblici e privati? Anni di austerità che, facendo sprofondare la domanda aggregata, hanno distrutto la capacità produttiva del Paese? Dettagli! La disoccupazione è, in buona sostanza, colpa di chi per scarsa intraprendenza, non adeguata preparazione o incomprensibile scelta, non lavora.
L’articolo di De Bortoli, nel portare avanti queste tesi, sciorina tutte le convinzioni del pensiero ortodosso in termini di occupazione. Se i lavoratori sono pigri, sarà necessario disincentivare questo loro comportamento: De Bortoli fa riferimento proprio a questa visione richiamando la ormai nota retorica contro le cosiddette politiche passive del lavoro, vale a dire, i sussidi di disoccupazione, gli ammortizzatori sociali e qualsiasi altra forma di trasferimento ai disoccupati. Il tema, per altro, è più che attuale. Nonostante la smania del Governo nel sottolineare quanto di buono sia stato fatto per collegare il Reddito di Cittadinanza alla ricerca attiva di un impiego, pena la perdita del diritto a riceverlo, il pezzo di De Bortoli sul fondo del Corriere si apre proprio con una riflessione critica sui rischi di questa misura, colpevole di deprimere la già misera voglia di darsi da fare dei lavoratori italiani e incrementare lassismo individuale e paternalismo statale. Tuttavia, ad essere precisi, De Bortoli si mostra consapevole che quella approntata dal Governo è in realtà una misura del tutto compatibile con le esigenze delle imprese proprio perché dotata di quelle clausole di condizionalità che limitano la capacità contrattuale del lavoratore e che risultano pienamente coerenti con l’impostazione restrittiva richiesta da istituzioni europee e internazionali in termini di sussidi e trasferimenti ai lavoratori. L’attacco alla misura giallo-verde infatti è piuttosto blando, quasi pigro.
A seguire emerge invece il cuore dell’argomentazione. L’autore si addentra sulle vere, a suo dire, cause della disoccupazione in Italia, sciorinando fiumi di numeri.
Per prima cosa, si occupa dei lavoratori altamente qualificati che, seppur richiesti insistentemente dalle imprese, sarebbero difficilmente reperibili nel mercato del lavoro italiano. Scrive De Bortoli:
Ora, non vi è dubbio che lo Stato, tramite spesa pubblica, debba promuovere percorsi di formazione di alto livello accessibili a tutti, favorendo così pari opportunità in termini di competenze a chi si affaccia sul mercato del lavoro. Tuttavia, quello che l’associazione padronale sta proponendo, e che De Bortoli entusiasticamente rilancia, non è certo una estensione e un miglioramento, in termini di offerta formativa e di accessibilità, del sistema di formazione pubblico. A ben vedere, quello che le imprese reclamano è un diverso modello del sistema d’istruzione secondario, in cui ai classici percorsi formativi scolastici, liceali e tecnici, si affianchino, in maniera sempre più articolata e massiccia, forme di alternanza scuola-lavoro e di avviamento professionale, seguiti da percorsi di formazione professionale, altamente specialistici e alternativi ai troppo teorici studi universitari. Ci stiamo riferendo ai cosiddetti programmi VET (Vocational Educational and Training) su cui, da sempre, tra gli altri, la stessa UnionCamere chiede uno sforzo specifico e volto non a formare giovani studenti ma a fornire sempre nuova manodopera alle imprese. Emerge quindi la volontà di non farsi carico di quella parte della formazione, più specifica, e funzionale all’esclusivo svolgimento dell’attività lavorativa, nonostante siano le stesse imprese ad avvantaggiarsi di queste competenze.
Il secondo passaggio rilevante dell’articolo di De Bortoli concerne i lavoratori a bassa qualifica:
Tuttavia, dando uno sguardo ai dati Istat, ci renderemmo conto di almeno due questioni: da un lato il tasso di posti vacanti più marcato – per quanto esiguo – si riscontra nei settori dell’istruzione e delle attività professionali scientifiche e tecniche (come ad esempio impiegati in studi legali o di commercialisti). Dall’altro, la domanda di lavoro insoddisfatta è ben poca cosa se paragonata alla quota dei disoccupati che, per definizione, sono tutt’altro che pigroni essendo soggetti in cerca di lavoro. Ad esempio, come indicato nella Figura 1, mentre i disoccupati nel terzo trimestre del 2018 erano ben 2 milioni e 400 mila, i posti vacanti, quindi le posizioni aperte presso le imprese dell’industria e dei servizi con dieci o più dipendenti erano circa 236 mila: una goccia in mezzo al mare della disoccupazione.
Ma questo, chiaramente, De Bortoli non lo dice. Anzi, la sua argomentazione verte subito sul vero nocciolo della questione: i salari. E la introduce riferendosi ad una categoria specifica di lavoratori: quella dei lavoratori stranieri. Ed è qui che tutto si chiarisce!
Citando l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’editoriale del Corsera ci informa che la maggior parte dei lavoratori stranieri è impiegata nell’agricoltura. Nel 2017, afferma, “I braccianti erano 286.832. Il 15,7% degli addetti complessivi, ma il 40,1 in Liguria; il 31,9 nel Lazio. La retribuzione media annua – si legge nel rapporto – è di 7.502 euro, quella media del settore più bassa, 7.095 euro”. Non solo, “897mila stranieri svolgono un lavoro che richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto. È sovra istruito il 34,7% degli occupati stranieri contro il 23% degli italiani”.
La digressione sul lavoro straniero che segue i dati ad effetto sui posti di lavoro vacanti, non è certo casuale, anzi, segnala il compimento della traccia argomentativa che l’autore ha seguito: gli italiani sarebbero schizzinosi e pigri proprio perché non disposti ad accettare lavori mal pagati e non in linea con le proprie competenze. Gli stranieri, invece, sono già disposti a ricevere salari da fame per mansioni usuranti. Nella riproposizione del conflitto tra lavoratori indigeni e lavoratori stranieri, si cela la soluzione prospettata da De Bortoli e non solo: basterà che gli italiani modifichino le abitudini sociali e culturali convincendosi che in fondo è congruo ciò che ad oggi appare evidentemente ancora incongruo. Basterà dunque, che essi riducano, in maniera più repentina possibile, le proprie richieste salariali schiacciandole il più possibile verso un mero livello di sussistenza; così facendo, avrebbero di fronte numerose opportunità di lavoro. Che basti solo un po’ di buona volontà, ce lo aveva già detto in apertura.
Questa tuttavia, non è certo una novità. Se la lotta di classe tra capitale e lavoro si gioca sulla spartizione del prodotto sociale, l’esito che il capitale si aspetta è la riduzione della quota parte che va ai lavoratori. Una parte consistente di questa battaglia passa per un ribilanciamento del livello di sussistenza ritenuta socialmente accettabile. Se ad oggi, malgrado anni di riforme neo-liberiste, precarizzazione, riduzione delle tutele contrattuali e dei redditi da lavoro, un reddito di 7.000 euro annui è ritenuto incongruo dalla maggioranza dei lavoratori italiani, bisognerà allora operare affinché una simile miseria venga introiettata come livello tutto sommato accettabile.
E così, sulla scia dei due tasselli descritti, la teoria di De Bortoli e dei liberisti sulla disoccupazione di massa trova il suo compimento logico in una descrizione binaria del fenomeno: una relativa al lavoro qualificato, l’altra a quello non qualificato. I due aspetti sono tenuti insieme dalla questione salariale, citata esplicitamente quando si tratta di accettare bassi salari in Italia, e celata quando il paragone viene rivolto ai lavoratori che preferiscono fare la fila per un posto da cameriere a Londra. La soluzione che logicamente ne deriva è quindi duplice:
garantire una maggior formazione specialistica a carico del lavoratore o dello Stato per fornire alle imprese la manodopera che desiderano, senza che si facciano carico dei costi di formazione;
abituare i lavoratori italiani a svolgere lavori a bassa qualifica mal pagati ed eventualmente inferiori alle competenze acquisite, seguendo il fulgido esempio degli schiavi stranieri.
Insomma, la ricetta è la solita: abbassare (ancora) i salari e dirottare la spesa pubblica a vantaggio delle imprese. Ancora una volta, abbassare il costo del lavoro, spostandone l’onere in parte sulle spalle dello Stato, in parte sulle spalle dei lavoratori. Ad uscirne avvantaggiati devono essere solo ed esclusivamente i padroni e i propri profitti.
In piena retorica ottocentesca, l’intera argomentazione è incentrata sul lato dell’offerta di lavoro e si fonda sulla colpevolizzazione del lavoratore, ritenuto inidoneo nel migliore dei casi o lassista nel peggiore. Del resto, se «il lavoro si cerca, non si aspetta» è chiaro che i disoccupati siano tali perché questa ricerca non la svolgono come dovrebbero. Poco contano i 2 milioni e passa di persone, di cui 440 mila giovani, alla ricerca di un lavoro dignitoso. E cosa importa se, come abbiamo sottolineato, i posti vacanti sono circa la metà dei soli giovani disoccupati: per il nostro, se non lavori sei un mero pantofolaio. Inoltre, se anche si riuscisse a ‘riempire’ tutti questi fantomatici posti vacanti, la disoccupazione non si ridurrebbe che di un misero punto percentuale. La favola del lavoro che c’è, dati alla mano, è presto smentita.
Dietro a questa retorica classista, intellettualmente disonesta e lesiva della dignità di milioni di disoccupati o di occupati precari che sbarcano il lunario con livelli salariali da fame, emerge la volontà dell’interpretazione liberista di non chiamare in causa la vera responsabile della disoccupazione di massa: la carenza di domanda aggregata stroncata da anni di austerità e riduzione degli investimenti pubblici e privati. Come possiamo notare dalla Figura 2, fatto 100 il 2007, né la stagnante dinamica dei consumi pro-capite, né la depressa evoluzione degli investimenti, hanno raggiunto i livelli pre-crisi. D’altro canto, il numero dei disoccupati è drammaticamente esploso e risulta anch’esso ben lontano dai numeri del 2007. Secondo l’Istat, in Italia, l’esercito degli individui in cerca di occupazione si è gonfiato di circa un milione di teste: i disoccupati, che nel 2007 erano 1.478.000, hanno raggiunto, nel terzo trimestre del 2018 quota 2.393.000.
E’ allora evidente che, dietro l’ossessiva enfasi sulla necessità di implementare le politiche attive del lavoro, dietro la retorica della formazione continua, ammantata di bei propositi, l’unico vero obiettivo della ricetta liberista è continuare sulla deregolamentazione del mercato del lavoro al fine di favorire il vasto processo di redistribuzione del reddito dai salari ai profitti in corso da decenni sulla pelle dei lavoratori, e non nel favoloso mondo di Ferruccio.
Fonte
Da anni, decine di economisti di ispirazione liberista cercano di convincerci che la cronica disoccupazione europea, che in molti Paesi eccede abbondantemente il 10%, sarebbe da attribuire proprio ai disoccupati che, o non hanno le competenze adeguate a rivestire ruoli e mansioni fortemente richiesti dalle imprese, o mostrano una vera e propria inettitudine, pigrizia e mancanza di volontà ad adeguarsi al salario corrente e alla tipologia di lavori richiesti. La crisi? Il crollo degli investimenti pubblici e privati? Anni di austerità che, facendo sprofondare la domanda aggregata, hanno distrutto la capacità produttiva del Paese? Dettagli! La disoccupazione è, in buona sostanza, colpa di chi per scarsa intraprendenza, non adeguata preparazione o incomprensibile scelta, non lavora.
L’articolo di De Bortoli, nel portare avanti queste tesi, sciorina tutte le convinzioni del pensiero ortodosso in termini di occupazione. Se i lavoratori sono pigri, sarà necessario disincentivare questo loro comportamento: De Bortoli fa riferimento proprio a questa visione richiamando la ormai nota retorica contro le cosiddette politiche passive del lavoro, vale a dire, i sussidi di disoccupazione, gli ammortizzatori sociali e qualsiasi altra forma di trasferimento ai disoccupati. Il tema, per altro, è più che attuale. Nonostante la smania del Governo nel sottolineare quanto di buono sia stato fatto per collegare il Reddito di Cittadinanza alla ricerca attiva di un impiego, pena la perdita del diritto a riceverlo, il pezzo di De Bortoli sul fondo del Corriere si apre proprio con una riflessione critica sui rischi di questa misura, colpevole di deprimere la già misera voglia di darsi da fare dei lavoratori italiani e incrementare lassismo individuale e paternalismo statale. Tuttavia, ad essere precisi, De Bortoli si mostra consapevole che quella approntata dal Governo è in realtà una misura del tutto compatibile con le esigenze delle imprese proprio perché dotata di quelle clausole di condizionalità che limitano la capacità contrattuale del lavoratore e che risultano pienamente coerenti con l’impostazione restrittiva richiesta da istituzioni europee e internazionali in termini di sussidi e trasferimenti ai lavoratori. L’attacco alla misura giallo-verde infatti è piuttosto blando, quasi pigro.
A seguire emerge invece il cuore dell’argomentazione. L’autore si addentra sulle vere, a suo dire, cause della disoccupazione in Italia, sciorinando fiumi di numeri.
Per prima cosa, si occupa dei lavoratori altamente qualificati che, seppur richiesti insistentemente dalle imprese, sarebbero difficilmente reperibili nel mercato del lavoro italiano. Scrive De Bortoli:
Confindustria ha stimato che saranno poco meno di 200 mila le posizioni più qualificate a disposizione, nel triennio 2019-21, nei settori della meccanica, ICT, alimentare, tessile, chimica, legno-arredo, ovvero le sei produzioni trainanti del Made in Italy. Ma una su tre rischia di restare vuota. Perché mancano i talenti. Sono scarse le competenze tecnico-scientifiche. Le aziende si rivolgono agli stranieri.Colpa di scarsa formazione e mancata professionalizzazione specifica. Sono anni, infatti, che Confindustria reclama una trasformazione del sistema di istruzione pubblico verso un orientamento professionalizzante, a discapito di una formazione universalistica e di ampio respiro. Questa richiesta, naturalmente, è animata dalla volontà di risparmiare sui costi per la formazione del lavoratore funzionale al ruolo che svolge nel processo produttivo, al solo scopo di aumentare i profitti.
Ora, non vi è dubbio che lo Stato, tramite spesa pubblica, debba promuovere percorsi di formazione di alto livello accessibili a tutti, favorendo così pari opportunità in termini di competenze a chi si affaccia sul mercato del lavoro. Tuttavia, quello che l’associazione padronale sta proponendo, e che De Bortoli entusiasticamente rilancia, non è certo una estensione e un miglioramento, in termini di offerta formativa e di accessibilità, del sistema di formazione pubblico. A ben vedere, quello che le imprese reclamano è un diverso modello del sistema d’istruzione secondario, in cui ai classici percorsi formativi scolastici, liceali e tecnici, si affianchino, in maniera sempre più articolata e massiccia, forme di alternanza scuola-lavoro e di avviamento professionale, seguiti da percorsi di formazione professionale, altamente specialistici e alternativi ai troppo teorici studi universitari. Ci stiamo riferendo ai cosiddetti programmi VET (Vocational Educational and Training) su cui, da sempre, tra gli altri, la stessa UnionCamere chiede uno sforzo specifico e volto non a formare giovani studenti ma a fornire sempre nuova manodopera alle imprese. Emerge quindi la volontà di non farsi carico di quella parte della formazione, più specifica, e funzionale all’esclusivo svolgimento dell’attività lavorativa, nonostante siano le stesse imprese ad avvantaggiarsi di queste competenze.
Il secondo passaggio rilevante dell’articolo di De Bortoli concerne i lavoratori a bassa qualifica:
Le statistiche rivelano una realtà amara. (...) Gli ultimi dati Excelsior Unioncamere rivelano l’esistenza di migliaia di posti di lavoro che non richiedono elevate qualificazioni. Con un po’ di buona volontà (quella che il reddito di cittadinanza non stimola) sono posizioni aperte a chiunque. I ristoranti richiedono, in questo mese di gennaio, 11 mila camerieri. In 23 casi su 100 non si trovano. Se i locali fossero a Londra avrebbero la fila di ragazzi, anche laureati, italiani. E così per gli aiuti cuoco: il 42 per cento non c’è. Per i venditori rappresentanti la difficoltà di reperimento è al 61 per cento. Per gli assistenti alla vendita siamo al 38. Le imprese milanesi, spiega ancora Seghezzi, segnalano 73 mila posizioni aperte. Introvabile al 97 per cento il cuoco pizzaiolo. E così gli addetti alle pulizie negli edifici. Ma anche agenti immobiliari, promotori commerciali, che non sono lavori così umili e disagevoli. La Campania sarà tra le regioni maggiormente beneficiarie del reddito di cittadinanza. A Napoli ci sono 18.840 posizioni aperte. Tra i conducenti di furgoni (basta la patente) la metà non si trova.Nessun riferimento, per ora, ai salari offerti: sembrerebbe proprio che gli italiani siano degli emeriti scansafatiche. Non solo, sembrerebbe che il problema rilevante del mercato del lavoro italiano, l’alta disoccupazione, sarebbe dovuta proprio ai lavoratori – anche se non qualificati – che per pigrizia e disinteresse non accetterebbero le migliaia di offerte di lavoro disponibili.
Tuttavia, dando uno sguardo ai dati Istat, ci renderemmo conto di almeno due questioni: da un lato il tasso di posti vacanti più marcato – per quanto esiguo – si riscontra nei settori dell’istruzione e delle attività professionali scientifiche e tecniche (come ad esempio impiegati in studi legali o di commercialisti). Dall’altro, la domanda di lavoro insoddisfatta è ben poca cosa se paragonata alla quota dei disoccupati che, per definizione, sono tutt’altro che pigroni essendo soggetti in cerca di lavoro. Ad esempio, come indicato nella Figura 1, mentre i disoccupati nel terzo trimestre del 2018 erano ben 2 milioni e 400 mila, i posti vacanti, quindi le posizioni aperte presso le imprese dell’industria e dei servizi con dieci o più dipendenti erano circa 236 mila: una goccia in mezzo al mare della disoccupazione.
Figura 1. Disoccupati e posti
vacanti. Settori industria e servizi (Classificazione Ateco 2007).
Valori assoluti in migliaia. Fonte: elaborazioni su dati Istat.


Ma questo, chiaramente, De Bortoli non lo dice. Anzi, la sua argomentazione verte subito sul vero nocciolo della questione: i salari. E la introduce riferendosi ad una categoria specifica di lavoratori: quella dei lavoratori stranieri. Ed è qui che tutto si chiarisce!
Citando l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’editoriale del Corsera ci informa che la maggior parte dei lavoratori stranieri è impiegata nell’agricoltura. Nel 2017, afferma, “I braccianti erano 286.832. Il 15,7% degli addetti complessivi, ma il 40,1 in Liguria; il 31,9 nel Lazio. La retribuzione media annua – si legge nel rapporto – è di 7.502 euro, quella media del settore più bassa, 7.095 euro”. Non solo, “897mila stranieri svolgono un lavoro che richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto. È sovra istruito il 34,7% degli occupati stranieri contro il 23% degli italiani”.
La digressione sul lavoro straniero che segue i dati ad effetto sui posti di lavoro vacanti, non è certo casuale, anzi, segnala il compimento della traccia argomentativa che l’autore ha seguito: gli italiani sarebbero schizzinosi e pigri proprio perché non disposti ad accettare lavori mal pagati e non in linea con le proprie competenze. Gli stranieri, invece, sono già disposti a ricevere salari da fame per mansioni usuranti. Nella riproposizione del conflitto tra lavoratori indigeni e lavoratori stranieri, si cela la soluzione prospettata da De Bortoli e non solo: basterà che gli italiani modifichino le abitudini sociali e culturali convincendosi che in fondo è congruo ciò che ad oggi appare evidentemente ancora incongruo. Basterà dunque, che essi riducano, in maniera più repentina possibile, le proprie richieste salariali schiacciandole il più possibile verso un mero livello di sussistenza; così facendo, avrebbero di fronte numerose opportunità di lavoro. Che basti solo un po’ di buona volontà, ce lo aveva già detto in apertura.
Questa tuttavia, non è certo una novità. Se la lotta di classe tra capitale e lavoro si gioca sulla spartizione del prodotto sociale, l’esito che il capitale si aspetta è la riduzione della quota parte che va ai lavoratori. Una parte consistente di questa battaglia passa per un ribilanciamento del livello di sussistenza ritenuta socialmente accettabile. Se ad oggi, malgrado anni di riforme neo-liberiste, precarizzazione, riduzione delle tutele contrattuali e dei redditi da lavoro, un reddito di 7.000 euro annui è ritenuto incongruo dalla maggioranza dei lavoratori italiani, bisognerà allora operare affinché una simile miseria venga introiettata come livello tutto sommato accettabile.
E così, sulla scia dei due tasselli descritti, la teoria di De Bortoli e dei liberisti sulla disoccupazione di massa trova il suo compimento logico in una descrizione binaria del fenomeno: una relativa al lavoro qualificato, l’altra a quello non qualificato. I due aspetti sono tenuti insieme dalla questione salariale, citata esplicitamente quando si tratta di accettare bassi salari in Italia, e celata quando il paragone viene rivolto ai lavoratori che preferiscono fare la fila per un posto da cameriere a Londra. La soluzione che logicamente ne deriva è quindi duplice:
Insomma, la ricetta è la solita: abbassare (ancora) i salari e dirottare la spesa pubblica a vantaggio delle imprese. Ancora una volta, abbassare il costo del lavoro, spostandone l’onere in parte sulle spalle dello Stato, in parte sulle spalle dei lavoratori. Ad uscirne avvantaggiati devono essere solo ed esclusivamente i padroni e i propri profitti.
In piena retorica ottocentesca, l’intera argomentazione è incentrata sul lato dell’offerta di lavoro e si fonda sulla colpevolizzazione del lavoratore, ritenuto inidoneo nel migliore dei casi o lassista nel peggiore. Del resto, se «il lavoro si cerca, non si aspetta» è chiaro che i disoccupati siano tali perché questa ricerca non la svolgono come dovrebbero. Poco contano i 2 milioni e passa di persone, di cui 440 mila giovani, alla ricerca di un lavoro dignitoso. E cosa importa se, come abbiamo sottolineato, i posti vacanti sono circa la metà dei soli giovani disoccupati: per il nostro, se non lavori sei un mero pantofolaio. Inoltre, se anche si riuscisse a ‘riempire’ tutti questi fantomatici posti vacanti, la disoccupazione non si ridurrebbe che di un misero punto percentuale. La favola del lavoro che c’è, dati alla mano, è presto smentita.
Dietro a questa retorica classista, intellettualmente disonesta e lesiva della dignità di milioni di disoccupati o di occupati precari che sbarcano il lunario con livelli salariali da fame, emerge la volontà dell’interpretazione liberista di non chiamare in causa la vera responsabile della disoccupazione di massa: la carenza di domanda aggregata stroncata da anni di austerità e riduzione degli investimenti pubblici e privati. Come possiamo notare dalla Figura 2, fatto 100 il 2007, né la stagnante dinamica dei consumi pro-capite, né la depressa evoluzione degli investimenti, hanno raggiunto i livelli pre-crisi. D’altro canto, il numero dei disoccupati è drammaticamente esploso e risulta anch’esso ben lontano dai numeri del 2007. Secondo l’Istat, in Italia, l’esercito degli individui in cerca di occupazione si è gonfiato di circa un milione di teste: i disoccupati, che nel 2007 erano 1.478.000, hanno raggiunto, nel terzo trimestre del 2018 quota 2.393.000.
Figura 2. Investimenti, consumi privati, consumi pubblici e disoccupati. Anno base 2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco.


E’ allora evidente che, dietro l’ossessiva enfasi sulla necessità di implementare le politiche attive del lavoro, dietro la retorica della formazione continua, ammantata di bei propositi, l’unico vero obiettivo della ricetta liberista è continuare sulla deregolamentazione del mercato del lavoro al fine di favorire il vasto processo di redistribuzione del reddito dai salari ai profitti in corso da decenni sulla pelle dei lavoratori, e non nel favoloso mondo di Ferruccio.
Fonte
23/04/2018
La borghesia e la coazione a ripetere: l’amore ai tempi dell’austerità
L’economia italiana è nei guai da molto tempo. La soluzione, però, è a portata di mano e ce la suggerisce Ferruccio De Bortoli, con un ampio risalto sulle pagine del Corriere della Sera: portare l’avanzo primario (la differenza fra entrate e uscite del settore pubblico, senza considerare la spesa per interessi) al 4% del PIL. In questo modo, sostiene De Bortoli, si potrebbe in qualche anno portare al 90% il rapporto debito/PIL, e finalmente liberare le risorse necessarie per gli investimenti di cui così tanto l’Italia abbisogna. Notiamo anche che questa proposta segue la scia delle dichiarazioni di Cottarelli, da anni ormai fermo sostenitore della necessità di conseguire forti avanzi primari.
Insomma, ancora una volta la classe dirigente trascura dolosamente l’esperienza disastrosa del Governo Monti in tema di gestione del rapporto debito/PIL e ripropone le politiche che hanno trascinato la Grecia nel baratro.
Sia chiaro, l’Italia ha sicuramente bisogno di politiche espansive degli investimenti pubblici. Peccato, però, che la ricetta di De Bortoli sia quella meno compatibile in assoluto con un qualsiasi aumento degli investimenti pubblici. Con la solita scusa del contenimento del debito pubblico, che è l’ultimo dei nostri problemi, De Bortoli propone di affamare l’Italia per dieci anni, per poi poter fare qualche investimento sulle macerie che rimarrebbero; si propongono in realtà misure di macelleria sociale che – paradossalmente – avrebbero l’effetto di far aumentare il debito pubblico in rapporto al PIL. Vediamo perché.
In primo luogo, definiamo ciò che viene proposto da De Bortoli per quello che è. Un avanzo primario al 4% del PIL è una misura di austerità da cavallo, di ammontare analogo a quello che la Grecia ha nella sua agenda.
In secondo luogo, ricordiamo che in generale uno Stato non ha bisogno di ridurre il rapporto debito/PIL per aumentare gli investimenti pubblici, quale che sia il rapporto debito/PIL di partenza. Chiedere dalle parti del Giappone per avere una conferma. Ciò è vero indipendentemente dal fatto che tale Stato sia o meno vincolato ai parametri di Maastricht, del Fiscal Compact, e del pareggio di bilancio in Costituzione, e anche dal fatto che esso disponga o meno di una Banca Centrale legata al suo Ministero del Tesoro. A un De Bortoli, consapevolmente o meno, impregnato di un’ideologia economica che anche molti studiosi mainstream troverebbero caricaturale, tali vincoli sembrano un dogma irrinunciabile. I vincoli in questione, però, non cambiano la sostanza del ragionamento: adeguate politiche di investimento pubblico potrebbero permettere anche agli Stati dell’Unione Europea e della zona euro di incrementare i livelli di produzione e reddito senza preventivamente ridurre il rapporto debito/PIL. Inizialmente, tali investimenti farebbero aumentare tale rapporto, ma istituzioni lungimiranti e interessate alla piena occupazione dovrebbero senz’altro tollerare questo iniziale incremento del rapporto debito/PIL, consapevoli degli effetti che i suddetti investimenti avranno, in un periodo più lungo: il problema del rapporto debito/PIL si risolverà esattamente grazie all’aumento degli investimenti, per gli effetti moltiplicativi che tale aumento avrà, come vedremo a breve.
Cerchiamo di capire la fallacia insita nel ragionamento dell’ex direttore del Corriere della Sera. Prendiamo i dati forniti dal post sul sito del Corriere: l’Italia parte ad oggi, anno domini 2018, con un debito pubblico di 2286,5 miliardi di euro, un PIL di 1734,8 miliardi di euro e un rapporto debito/PIL del 131,8%. Immaginiamo di adottare da oggi la ‘proposta Ferruccio’: questo vuol dire generare un avanzo primario del 4% del PIL, ossia di 69,4 miliardi (1734,8*0,04 = 69,4). Questo vuol dire che, al netto degli interessi sul debito pregresso, lo Stato si impegna a raccogliere tasse per un ammontare che superi di 69,4 miliardi la spesa pubblica. Per semplificare l’esposizione, supponiamo anche che non vi siano interessi da pagare, e che quindi l’avanzo primario possa essere destinato interamente alla riduzione del debito pubblico. Notiamo solo questo: se così non fosse (e non è), una riduzione del debito di esattamente 69,4 miliardi richiederebbe un avanzo primario ancora più consistente del 4% proposto, in quanto l’avanzo dovrebbe essere utilizzato anche per pagare gli interessi sul debito. Al periodo successivo, nel 2019, il debito sarà quindi di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. E in rapporto al PIL? Se il PIL restasse invariato a seguito della politica di austerità, il rapporto scenderebbe al 2217,1/1734,8 = 127,8%. Ripetendo esattamente gli stessi passaggi, nel 2020 avremmo un rapporto al 123,8%, e così via. In una decina di anni quindi il rapporto potrebbe essere portato al fatidico 90% del PIL agognato da De Bortoli (una soglia totalmente arbitraria, così come l’ancor più restrittiva soglia del 60% del PIL prevista dai trattati europei).
La questione cruciale quindi diventa: è vero che il conseguimento di un avanzo primario del 4% farebbe scendere il livello del debito pubblico e quindi il rapporto debito/PIL? Questo, come appena visto, è vero nel caso in cui tale politica non generi effetti sul PIL, quindi supponendo che il moltiplicatore fiscale sia pari a zero. Il moltiplicatore fiscale ci dice quanto la spesa pubblica è efficace nel generare reddito nell’economia: se lo Stato spende 5 miliardi per la costruzione di nuove autostrade, il PIL salirà immediatamente di 5 miliardi, a cui vanno sommati i redditi derivanti dalle spese fatte dagli operai, ingegneri, ecc. coinvolti nei lavori (e a loro volta del fornaio, del giornalaio, ecc. che ricevuto quel reddito lo rispenderanno, e così via), e gli effetti di lungo termine sull’attività economica causati dal miglioramento delle infrastrutture messe a disposizione dei privati. Gli studi recenti hanno via via visto i valori dei moltiplicatori crescere, in particolare dopo la crisi del 2008, fino ad arrivare a valori anche intorno a 3. Ciò significherebbe che un singolo euro di spesa pubblica ne può generare fino a 3 complessivi nell’economia. Rimaniamo però cauti, e ipotizziamo che il moltiplicatore abbia un valore intorno all’1,5. Cosa comporterebbe questo in termini del nostro discorso sulla ‘proposta Ferruccio’? Riprendendo l’esempio dell’avanzo primario al 4% del PIL, nel 2019, il debito sarebbe di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. Se il PIL questa volta risentisse della politica di austerità, il suo livello scenderebbe da 1734,8 miliardi a 1630,7 miliardi [1734,8 – (69,4*1,5) = 1734,8 – 104,1 = 1630,7]. Il rapporto debito/PIL sarebbe quindi ora al 2217,1/1630,7 = 136%, di circa il 5% più alto di prima.
Risulta quindi evidente che, se come è certo e come già l’esperienza recente ha ampiamente dimostrato, le misure di austerità fanno crollare il PIL più di quanto riducano l’ammontare del debito pubblico, il loro rapporto sarà destinato a salire, invece che scendere. Prendiamo questo singolo caso illustrato su un periodo di un anno, e consideriamo che la letteratura economica recente è chiara anche su un altro punto: i moltiplicatori diventano consistentemente più alti durante le recessioni.
In sostanza cosa stiamo dicendo? Le politiche immaginate da De Bortoli causerebbero una recessione, recessione che non servirebbe comunque ad abbassare il rapporto debito/PIL e che farebbe anche aumentare l’effetto moltiplicativo della spesa pubblica (riduzioni della spesa pubblica avrebbero effetti di lungo termine ancor più disastrosi, in quanto sarebbero ancora più pervasive: la riduzione della spesa pubblica, in altri termini, avrebbe un effetto, negativo e molto marcato, sui redditi di tutti i soggetti ai quali abbiamo fatto riferimento prima: operai, ingegneri, fornai, giornalai e così via). Questo vorrebbe dire che domani, al secondo turno di avanzo al 4% del PIL, l’effetto recessivo di tale politica sarebbe ancora più accentuato: il rapporto debito/PIL aumenterebbe in misura ancora più elevata.
Per capire cosa significhi un decennio di applicazione di questo schema di politica economica, si può far riferimento all’esperienza greca: crollo della produzione, disoccupazione di massa, ritorno di malattie dimenticate, aumento della mortalità infantile. Una volta compreso ciò, si può immaginare quale sia l’utilizzo più efficace che si possa fare della ‘proposta Ferruccio’.
Fonte
Insomma, ancora una volta la classe dirigente trascura dolosamente l’esperienza disastrosa del Governo Monti in tema di gestione del rapporto debito/PIL e ripropone le politiche che hanno trascinato la Grecia nel baratro.
Sia chiaro, l’Italia ha sicuramente bisogno di politiche espansive degli investimenti pubblici. Peccato, però, che la ricetta di De Bortoli sia quella meno compatibile in assoluto con un qualsiasi aumento degli investimenti pubblici. Con la solita scusa del contenimento del debito pubblico, che è l’ultimo dei nostri problemi, De Bortoli propone di affamare l’Italia per dieci anni, per poi poter fare qualche investimento sulle macerie che rimarrebbero; si propongono in realtà misure di macelleria sociale che – paradossalmente – avrebbero l’effetto di far aumentare il debito pubblico in rapporto al PIL. Vediamo perché.
In primo luogo, definiamo ciò che viene proposto da De Bortoli per quello che è. Un avanzo primario al 4% del PIL è una misura di austerità da cavallo, di ammontare analogo a quello che la Grecia ha nella sua agenda.
In secondo luogo, ricordiamo che in generale uno Stato non ha bisogno di ridurre il rapporto debito/PIL per aumentare gli investimenti pubblici, quale che sia il rapporto debito/PIL di partenza. Chiedere dalle parti del Giappone per avere una conferma. Ciò è vero indipendentemente dal fatto che tale Stato sia o meno vincolato ai parametri di Maastricht, del Fiscal Compact, e del pareggio di bilancio in Costituzione, e anche dal fatto che esso disponga o meno di una Banca Centrale legata al suo Ministero del Tesoro. A un De Bortoli, consapevolmente o meno, impregnato di un’ideologia economica che anche molti studiosi mainstream troverebbero caricaturale, tali vincoli sembrano un dogma irrinunciabile. I vincoli in questione, però, non cambiano la sostanza del ragionamento: adeguate politiche di investimento pubblico potrebbero permettere anche agli Stati dell’Unione Europea e della zona euro di incrementare i livelli di produzione e reddito senza preventivamente ridurre il rapporto debito/PIL. Inizialmente, tali investimenti farebbero aumentare tale rapporto, ma istituzioni lungimiranti e interessate alla piena occupazione dovrebbero senz’altro tollerare questo iniziale incremento del rapporto debito/PIL, consapevoli degli effetti che i suddetti investimenti avranno, in un periodo più lungo: il problema del rapporto debito/PIL si risolverà esattamente grazie all’aumento degli investimenti, per gli effetti moltiplicativi che tale aumento avrà, come vedremo a breve.
Cerchiamo di capire la fallacia insita nel ragionamento dell’ex direttore del Corriere della Sera. Prendiamo i dati forniti dal post sul sito del Corriere: l’Italia parte ad oggi, anno domini 2018, con un debito pubblico di 2286,5 miliardi di euro, un PIL di 1734,8 miliardi di euro e un rapporto debito/PIL del 131,8%. Immaginiamo di adottare da oggi la ‘proposta Ferruccio’: questo vuol dire generare un avanzo primario del 4% del PIL, ossia di 69,4 miliardi (1734,8*0,04 = 69,4). Questo vuol dire che, al netto degli interessi sul debito pregresso, lo Stato si impegna a raccogliere tasse per un ammontare che superi di 69,4 miliardi la spesa pubblica. Per semplificare l’esposizione, supponiamo anche che non vi siano interessi da pagare, e che quindi l’avanzo primario possa essere destinato interamente alla riduzione del debito pubblico. Notiamo solo questo: se così non fosse (e non è), una riduzione del debito di esattamente 69,4 miliardi richiederebbe un avanzo primario ancora più consistente del 4% proposto, in quanto l’avanzo dovrebbe essere utilizzato anche per pagare gli interessi sul debito. Al periodo successivo, nel 2019, il debito sarà quindi di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. E in rapporto al PIL? Se il PIL restasse invariato a seguito della politica di austerità, il rapporto scenderebbe al 2217,1/1734,8 = 127,8%. Ripetendo esattamente gli stessi passaggi, nel 2020 avremmo un rapporto al 123,8%, e così via. In una decina di anni quindi il rapporto potrebbe essere portato al fatidico 90% del PIL agognato da De Bortoli (una soglia totalmente arbitraria, così come l’ancor più restrittiva soglia del 60% del PIL prevista dai trattati europei).
La questione cruciale quindi diventa: è vero che il conseguimento di un avanzo primario del 4% farebbe scendere il livello del debito pubblico e quindi il rapporto debito/PIL? Questo, come appena visto, è vero nel caso in cui tale politica non generi effetti sul PIL, quindi supponendo che il moltiplicatore fiscale sia pari a zero. Il moltiplicatore fiscale ci dice quanto la spesa pubblica è efficace nel generare reddito nell’economia: se lo Stato spende 5 miliardi per la costruzione di nuove autostrade, il PIL salirà immediatamente di 5 miliardi, a cui vanno sommati i redditi derivanti dalle spese fatte dagli operai, ingegneri, ecc. coinvolti nei lavori (e a loro volta del fornaio, del giornalaio, ecc. che ricevuto quel reddito lo rispenderanno, e così via), e gli effetti di lungo termine sull’attività economica causati dal miglioramento delle infrastrutture messe a disposizione dei privati. Gli studi recenti hanno via via visto i valori dei moltiplicatori crescere, in particolare dopo la crisi del 2008, fino ad arrivare a valori anche intorno a 3. Ciò significherebbe che un singolo euro di spesa pubblica ne può generare fino a 3 complessivi nell’economia. Rimaniamo però cauti, e ipotizziamo che il moltiplicatore abbia un valore intorno all’1,5. Cosa comporterebbe questo in termini del nostro discorso sulla ‘proposta Ferruccio’? Riprendendo l’esempio dell’avanzo primario al 4% del PIL, nel 2019, il debito sarebbe di 2286,5 – 69,4 = 2217,1 miliardi. Se il PIL questa volta risentisse della politica di austerità, il suo livello scenderebbe da 1734,8 miliardi a 1630,7 miliardi [1734,8 – (69,4*1,5) = 1734,8 – 104,1 = 1630,7]. Il rapporto debito/PIL sarebbe quindi ora al 2217,1/1630,7 = 136%, di circa il 5% più alto di prima.
Risulta quindi evidente che, se come è certo e come già l’esperienza recente ha ampiamente dimostrato, le misure di austerità fanno crollare il PIL più di quanto riducano l’ammontare del debito pubblico, il loro rapporto sarà destinato a salire, invece che scendere. Prendiamo questo singolo caso illustrato su un periodo di un anno, e consideriamo che la letteratura economica recente è chiara anche su un altro punto: i moltiplicatori diventano consistentemente più alti durante le recessioni.
In sostanza cosa stiamo dicendo? Le politiche immaginate da De Bortoli causerebbero una recessione, recessione che non servirebbe comunque ad abbassare il rapporto debito/PIL e che farebbe anche aumentare l’effetto moltiplicativo della spesa pubblica (riduzioni della spesa pubblica avrebbero effetti di lungo termine ancor più disastrosi, in quanto sarebbero ancora più pervasive: la riduzione della spesa pubblica, in altri termini, avrebbe un effetto, negativo e molto marcato, sui redditi di tutti i soggetti ai quali abbiamo fatto riferimento prima: operai, ingegneri, fornai, giornalai e così via). Questo vorrebbe dire che domani, al secondo turno di avanzo al 4% del PIL, l’effetto recessivo di tale politica sarebbe ancora più accentuato: il rapporto debito/PIL aumenterebbe in misura ancora più elevata.
Per capire cosa significhi un decennio di applicazione di questo schema di politica economica, si può far riferimento all’esperienza greca: crollo della produzione, disoccupazione di massa, ritorno di malattie dimenticate, aumento della mortalità infantile. Una volta compreso ciò, si può immaginare quale sia l’utilizzo più efficace che si possa fare della ‘proposta Ferruccio’.
Fonte
24/05/2017
Il dibattito pubblico lo conferma: esce Lsd dai rubinetti
Caro direttore, amici lettori, autorità competenti.
Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.
L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.
Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.
Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.
Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.
Fonte
Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.
L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.
Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.
Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.
Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.
Fonte
20/05/2017
Boschi non querela De Bortoli, sconfitta certa
Non ce ne frega molto degli scandaletti di potere, è risaputo. Ma alcune questioni sono troppo chiarificatrici per essere lasciate passare sotto silenzio.
Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...
Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.
Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.
Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.
Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.
Fonte
Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...
Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.
Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.
Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.
Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.
Fonte
13/05/2017
Il disastro delle privatizzazioni e del capitalismo italiano
Nell’ormai chiacchieratissimo libro di Ferruccio De Bortoli sui presunti poteri forti in Italia non c’è soltanto l’accenno alla vicendaccia riguardante Maria Elena Boschi e il suo presunto “familismo amorale”.
Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.
IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.
L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.
La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.
Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.
Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:
1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;
2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;
3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.
Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.
Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.
Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.
In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.
Fonte
Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.
IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti, ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del libro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.
L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.
La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema, ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.
Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.
Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:
1) nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica. L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta ndr: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo). Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;
2) dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli. Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;
3) in questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.
Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.
Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni '60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.
Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.
In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci a riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.
Fonte
10/05/2017
Boschi-Etruria e la fogna in cui sguazza la politichetta italica
La politica italiana di questi giorni è scaduta a livelli mai visti. E dire che ne abbiamo viste davvero tante...
Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...
Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...
Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...
Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.
Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?
Il fotomotaggio è di Dagospia
Fonte
Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...
Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...
Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...
Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.
Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?
Il fotomotaggio è di Dagospia
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)