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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2024

Etf sui bitcoin. La miccia è stata accesa

Il capitalismo finanziario non impara mai. Al massimo elabora nuovi trucchi riciclando quelli vecchi, con l’aiuto e l’illusione della tecnologia, che consente al tempo stesso di massimizzare i guadagni e ovviamente le perdite.

Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.

La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).

Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.

La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...

La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?

Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.

Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...

Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.

Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.

Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.

Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...

*****

Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio

Roberto Sommella – MilanoFinanza

La decisione della Sec di autorizzare gli Etf sul bitcoin rischia di legalizzare il gioco d’azzardo. E questo per tre ordini di motivi, che in un Paese ricco di risparmio come l’Italia devono essere presi nella massima considerazione dal governo Meloni e da tutte le autorità finanziarie. In primo luogo, va ricordato che la criptomoneta più famosa al mondo, che ha messo a segno negli ultimi dodici mesi un rialzo del 162%, è un investimento ad alto rischio che a fronte di un creditore non ha un debitore accertato, come ha ricordato giovedì 11 su MF-Milano Finanza il presidente della Consob Paolo Savona.

A differenza di altri strumenti monetari il bitcoin non risponde alle regole delle banche centrali quando emettono moneta e non ha un vigilante. È stato lo stesso Savona a ricordarlo con la nettezza che lo contraddistingue. E in modo inequivocabile.

Le crypto, questo il ragionamento del numero uno della commissione che vigila in Italia sulla borsa e il risparmio, compresi i bitcoin anche se di importo limitato, quando nascono sono «il nulla creato su un computer facendo uso di un metodo matematico e assumono un valore di mercato se qualcuno le acquista, versando di norma moneta legale che, come noto e come ci ha ricordato Keynes, quando nasce ha sempre un debitore (Stato, banca centrale o istituto di emissione, o banche di deposito)».

L’assenza invece di un debitore per le crypto legittima la posizione delle autorità monetarie che esse non sono moneta legale, ossia mezzo liberatorio dei pagamenti-debiti, senza però che le autorità finanziarie e i legislatori siano in grado di collocare le valute digitali nell’assetto istituzionale oggi vigente per le attività tradizionali. Una situazione che genera un vuoto normativo clamoroso.

Così aumenta il rischio di una bolla

In secondo luogo, visto che l’organismo di controllo americano dei mercati finanziari (la Sec) ha autorizzato l’acquisto di Etf – fondi o sicav che replicano indici azionari e obbligazionari – anche legati alle criptomonete, c’è da aspettarsi che queste ultime vengano recepite dalle banche d’affari e dai gestori del risparmio alla pari di strumenti regolati e vigilati: una sorta di legittimazione di un prodotto ad alto rischio, per di più utilizzato spesso dalla malavita per transazioni illecite, come molti casi, anche in Italia, dimostrano.

Non serve illudersi che questo caso sia limitato al mercato statunitense, perché ormai si è imparato che la finanza è globale, con tutti i suoi pregi e i suoi pericolosi difetti.

In terzo luogo, sempre seguendo il filo logico dell’allarme del presidente della Consob, che andrebbe ascoltato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, gli Etf sui bitcoin possono accendere una miccia pericolosa su una nuova bolla finanziaria, come accaduto nel 2007 con i mutui sub prime, i quali proprio non basandosi su collaterali solidi innescarono una serie di default per poi deflagrare anche nell’economia reale, con le conseguenze che tutti hanno conosciuto, dopo il fallimento della Lehman Brothers, anche da questa parte dell’Atlantico.

A questo proposito giova ancora ricordare quanto scritto su MF-Milano Finanza da Savona a proposito dell’incesto di prodotti reali con prodotti virtuali: «Se si permette l’ibridazione tra vecchie e nuove monete e vecchi e nuovi strumenti il funzionamento del mercato mobiliare diventa complesso, la vigilanza pubblica sempre meno efficace e più costosa, la trasmissione degli effetti delle scelte politiche sempre meno prevedibili e la creazione di ricchezza sempre meno connessa con la crescita reale».

A rischio il risparmio

Il distacco di un prodotto finanziario dal mondo reale, senza i dovuti accorgimenti e accordi tra banche centrali e controllori mondali, non potrà che aumentare i rischi per il risparmiatore medio, soprattutto in una situazione in cui la ricchezza è concentrata in poche mani e sta per affidarsi anche all’immenso potere che l’Intelligenza Artificiale può sviluppare per manipolare i mercati finanziari, come è stato segnalato recentemente dalla Consob e dalla Banca d’Inghilterra.

Un’ultima considerazione va fatta per il caso italiano. Il nostro Paese è molto ricco del petrolio di carta, la ricchezza delle famiglie, che supera ampiamente il pur enorme debito pubblico giunto a 3.000 miliardi di euro.

Cosa potrebbe accadere se anche in Italia verrà autorizzata la vendita di Etf sui bitcoin senza i dovuti controlli e le necessarie campagne di informazione e di educazione finanziaria?

Già oggi le criptomonete, seppur in piccoli importi, sono detenute mediamente da un numero di italiani pari a coloro che possiedono titoli di Stato, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e della stessa Consob, senza considerare che dall’aprile del 2023 sono vendute liberamente e senza alcun controllo in cinquemila tabaccherie presenti sul territorio nazionale.

Una nuova Bretton Woods

Non si tratta di demonizzare il nuovo che avanza e la tecnologia, così come dimostra il dibattito sull’AI, ma occorre raggiungere subito un accordo a livello mondiale su cosa si può vendere e cosa no senza che sia vigilato da un organo finanziario di controllo.

Finora le autorità si sono rimpallate il problema, le une sostenendo che non spetta alle banche centrali vigilare sui bitcoin perché non sono valute, le altre, gli organi di controllo delle borse, perché non sono strumenti finanziari.

Ma se diventano investimenti replicabili a dismisura si pone il tema della tutela del risparmio, come previsto dalla nostra Costituzione e come spesso ricorda lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale da tempo mette in guardia sui rischi legati al dilagare dei nuovi monopoli digitali che ormai si muovono anche con la forza dell’innovazione artificiale.

Oggi il sistema monetario e finanziario è in mezzo al guado e non sa verso quale sponda si va indirizzando, quando appare chiaro che servirebbe invece una nuova Bretton Woods per stabilire cosa sia convertibile in moneta legale e cosa no.

Alle autorità finanziarie, ai governi e alla politica spetta quindi un compito di programmazione istituzionale impegnativo e immediato al pari di una comprensione del problema, che decisioni come quelle della Sec rendono ancora più difficile.

Fonte

17/06/2020

Il senso di Paolo Savona per la fine di un’era

La cosa più interessante che avviene durante le crisi sistemiche è il rovesciamento delle posizioni nella testa dei “decisori”. I particolare, in questi mesi, tutti i campioni del neoliberismo sono diventati improvvisamente keynesiani. Magari senza neanche pensarci...

Paolo Savona, oggi presidente della Consob – autorità di controllo della Borsa – è uno di questi, probabilmente uno dei più acuti. Uno che ha cominciato la carriera nell’Ufficio Studi della Banca d’Italia, poi al Mit di Boston, quindi direttore di Confindustria – quando Agnelli volle alla presidenza Guido Carli, ex governatore di Bankitalia – a lungo al fianco di Ugo La Malfa e lui stesso iscritto al Partito Repubblicano.

Un “tecnico” con idee politiche di centrodestra, insomma, tanto da esser proposto come ministro del tesoro nel primo governo Conte e poi dirottato agli Affari Europei per l’opposizione di Mattarella.

Il suo discorso di ieri, l’annuale “messaggio al mercato”, è stato notevole per temi trattati e soluzioni proposte. Tutte rigorosamente “non convenzionali” rispetto allo sciocchezzaio neoliberale che trasuda dalle riunioni dell’Unione Europea o dai media mainstrem nostrani.

Prima picconata alla “narrazione neoliberista-europeista”: «a fine 2019 le famiglie italiane disponevano di una ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria, al netto dell’indebitamento, pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile, di cui il 3,7 volte in forma di attività finanziarie, per un ammontare di 4.445 miliardi di euro. Gli italiani sono tutt’altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere, mentre sono formiche che lavorano per sostenere molte cicale estere, anche quelle di paesi che hanno un ben differente rilievo economico, come il Canada, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Belgio, la Francia e la gran parte dei paesi sudamericani. Ciò è valido guardando sia alle consistenze, sia ai flussi annuali di risparmio dei paesi citati».

Ideologia zero, solo numeri. Flussi di capitale alla mano, i “risparmiatori italiani” (categoria bugiarda perché onnicomprensiva, che abbraccia chi ha 10 euro sul conto e chi maneggia milioni spostandoli da un mercato all’altro) sostengono le economie e i mercati altrui. Perché conviene economicamente ed è legale farlo (c’è la libera circolazione, per merci e capitali).

Questo ovviamente va a discapito del Paese e delle finanze pubbliche, anche al di là della ciclopica evasione fiscale, perché rende la ricerca di capitali sui “mercati” estremamente onerosa.

In ogni caso, però, non siamo “un Paese povero che deve chiedere soldi agli altri”, semmai un Paese che non utilizza per sé le risorse che ha.

E qui il discorso va a quei 4.445 miliardi di euro – quasi tre volte il Pil – che costituiscono l’oggetto del desiderio per le istituzioni finanziarie straniere o il “rovello” dei decisori che si chiedono come “mobilizzarli” e trasformarli in investimenti produttivi. Altro che recovery fund e Mes a condizioni capestro…

Seconda picconata “propositiva”. I bond perpetui, o “obbligazioni irredimibili” (consols) sono – o sarebbero – titoli pubblici senza scadenza, che garantiscono una cedola fissa esentasse, “uno strumento tipico delle fasi belliche, alle quali la vicenda sanitaria è stata sovente paragonata” ha detto Savona.

In pratica, lo Stato emette titoli pluridecennali, che non danno diritto alla restituzione del capitale versato, ma solo agli interessi annuali. La semplificazione, per il debito pubblico è ovvia: non c’è più (o diminuisce molto) la necessità di “rifinanziare il debito”, ossia di emettere nuovi titoli per pagare la restituzione di quelli in scadenza. Con ovvio risparmio sugli interessi (meno devi chiedere, meno devi promettere).

Naturalmente questa soluzione tutta finanziaria ha senso solo se contemporaneamente si punta ad “agevolare la formazione di capitale di rischio in sostituzione dell’indebitamento”, ricreando quindi quel “circolo virtuoso” che fa crescere la produzione di ricchezza.

La sottoscrizione di obbligazioni irredimibili, ha precisato Savona, “sarebbe ovviamente volontaria e l’offerta quantitativamente aperta”.

Non è una pensata scandalosa, perché “In altri paesi le emissioni di consols sono state seriamente discusse e forme simili attuate, ma nessun esperimento pratico di questo tipo è stato tentato. Se i cittadini italiani non sottoscrivessero questi titoli, concorrerebbero a determinare decisioni che, ignorando gli effetti di lungo periodo di un maggiore indebitamento pubblico, creerebbero le condizioni per una maggiore imposizione fiscale. Emettere titoli irredimibili sarebbe quindi una scelta dai contenuti democratici più significativi perché, se sottoscritti, limiterebbero i rischi per il futuro del Paese e, di conseguenza, gli oneri sulle generazioni future, quelle già in formazione e quelle che verranno”.

In pratica, sarebbe un referendum intorno alla domanda: preferite pagare più tasse per ripagare un debito che cresce o comprare titoli che vi garantiscono una cedola annuale, magari non grande, ma per tutta la vita (vostra e dei figli)? Rispondetevi da soli...

Terza picconata. “La crisi finanziaria globale del 2008 ha imposto una creazione di moneta più ampia e una regolamentazione della finanza più rigida, non guidate però da una visione di una nuova architettura istituzionale adatta alla realtà che si andava delineando”. Con la crisi scatenata dalla pandemia questa architettura non regge più.

Anzi rischia di esplodere con l’eventualità che grandi paesi possano creare criptovalute di Stato.

“Alcuni Paesi come la Cina e la Russia, forti di loro autonomi protocolli, intendono realizzarla nell’intento sia di avvantaggiarsene a scopi di riequilibrio geopolitico economico, sia di proteggersi dagli effetti sgraditi, quali la perdita di controllo delle informazioni nazionali, e da quelli graditi, come l’impossessamento di quelle dei paesi concorrenti. Perciò, le relazioni internazionali, invece di convergere verso una soluzione comune, tendono a complicarsi ulteriormente”.

La criptovaluta diventa così un crossover tra moneta e metadati, con intrecci e conseguenze difficilmente immaginabili. Ma ha indubbiamente molti vantaggi, tanto da costringere Savona a consigliarne la creazione anche all’Italia.

“Il sistema dei pagamenti si muoverebbe in modo indipendente dalla gestione del risparmio, che affluirebbe interamente sul mercato libero, cessando la simbiosi tra moneta e prodotti finanziari, affidandone la gestione in modo indipendente ai metodi messi a punto dai registri contabili decentrati e dalla Scienza dei dati”.

Da un lato, quindi, la moneta propriamente detta, che serve per i normali pagamenti a tutti i livelli. Dall’altra i mercati finanziari, che possono attrarre o no il risparmio privato.

Ma così si interrompe quel circuito perverso per cui, come sta accadendo da decenni, le risorse pubbliche devono correre in soccorso dei fallimenti di mercato creando appositamente nuova moneta (con i rischi di innescare processi infalzionistici fuori controllo). Un meccanismo che finisce per retroagire negativamente anche sul “sistema dei pagamenti”, provocando per esempio un collasso della domanda.

Perché sarebbe necessario che ogni Paese si dotasse di una criptomoneta? Perché questa non rientra in nessun accordo internazionale e dunque, se alcuni grandi soggetti statuali come la Cina o altri, comincia ad usarla si verrebbero a creare due diversi regimi monetari.

“Il primo dovrebbe condurre a una netta distinzione tra moneta e finanza, realizzando il sogno di Hyman Minsky (un keynesiano fortemente di sinistra, che ha insegnato anche in Italia, NdR) di porre fine alla moneta come serva di due padroni, la stabilità dei prezzi e la stabilità bancaria, resa oggi possibile dalle tecnologie dei registri decentrati. L’attuazione richiede di dotare il sistema dei pagamenti di una criptomoneta pubblica o – nell’impossibilità di superare gli egoismi nazionali che affossarono il bancor di Keynes – di poche monete nazionali criptate legate da regole di cambio uguali per tutti; queste mancano nello Statuto del Wto. Non è quindi solo un problema legato alla distinzione tra moneta e prodotti finanziari, sulla quale sembra concentrarsi l’attenzione dei regolatori, ma di individuazione dei compiti delle istituzioni”.

Traduciamo in parole semplici: l’architettura monetaria che ha retto il mondo da Bretton Woods ad oggi, basata sempre sulla centralità del dollaro ma senza più un legame con l’oro (gold exchange standard) fin dall’agosto 1971, è già saltata di fatto. Si tratta di cominciare a creare un’altra architettura prima che crolli il dollaro seminando morte e distruzione sui mercati e nella vita di quasi tutti i Paesi.

Il secondo regime infatti “manterrebbe le caratteristiche prevalenti di quello esistente, ma la sua regolazione presenterebbe maggiori complicazioni perché conviverebbero i vecchi e i nuovi strumenti monetari e finanziari, insieme ai vecchi e nuovi metodi di loro gestione. La maggior parte dei Governi sembrerebbe non voler procedere verso la creazione di una propria criptomoneta, né intendono farlo congiuntamente”.

Ragionamenti e consigli che, come visto, arrivano alle conclusioni più “estreme” di una certa tradizione keynesiana.

La cosa interessante, dal nostro punto di osservazione, non è se siano praticabili oppure no nelle condizioni date (c’è pur sempre “l’impossibilità di superare gli egoismi nazionali”, anche dentro l’Unione Europea, in base ai rapporti di forza).

La cosa più interessante è infatti che le menti più fini del sistema capitalistico siano obbligate dalla dimensione e forza della crisi ad immaginare soluzioni che portano fuori dal sistema neoliberista dominante da 40 anni. E in qualche misura persino oltre il sistema capitalistico stesso, nel tentativo ovviamente di conservarlo...

Fonte

26/08/2019

Una gabbia distorta che produce mostri

Una gabbia, costruita pure male. L’Unione Europea, scriviamo spesso, ha il curioso “dono” di produrre i problemi e le diseguaglianze che dice di voler superare. Naturalmente, diciamo anche che questi risultati, contrari alle dichiarazioni programmatiche dei “leader”, sono ampiamente volute dai paesi più forti dell’area, che hanno tutto da guadagnare dall’indebolimento ulteriore di quelli già deboli (i paesi mediterranei, in primo luogo). Del resto, una volta costruito un mercato comune è “normale” che il deficit di qualche area sia il surplus di qualche altra.

Averne la conferma dai migliori analisti dei giornali economici dovrebbe riempirci di soddisfazione, invece ci fa rabbia. Perché se i fatti sono così chiari è davvero sorprendente che si faccia tanto lavoro per nasconderli, in primo luogo da parte di chi dice di essere “democratico” o addirittura “di sinistra”.

Questo editoriale di Guido Salerno Aletta precisa ancora una volta, nei dettagli “tecnici” (ma non incomprensibili) quel circolo vizioso per cui più risparmi sulla spesa pubblica, più ti indebiti, più chiudono attività economiche, più si riducono i consumi e si blocca la mitica “crescita”. Che sarebbe a parole l’obbiettivo per cui vengono promosse le politiche di austerità.

Qual è il problema? Che se si impongono le stesse politiche economiche e monetarie a paesi con struttura economico-finanziaria diversi (e i 27 della UE sono tutti diversi tra loro) il risultato sarà – è, dopo quasi 30 anni dagli accordi di Maastricht – una asimmetria maggiore, non minore.

Aver posto il livello del debito come primo e quasi unico parametro guida per le “raccomandazioni” della Commissione Europea ha generato il “paradosso italiano”. Un paese che da quasi 30 anni diminuisce la spesa pubblica, tanto da avere ogni anno un avanzo primario (lo Stato spende meno di quello che incassa con le entrate fiscali), ma che vede il proprio debito aumentare altrettanto costantemente.

Perché accade? Perché oltre alla spesa per le amministrazioni, beni, servizi, investimenti, ecc, lo Stato deve pagare gli interessi annualmente maturati sul debito agli investitori che comprano i “nostri” titoli di Stato. E siccome questi interessi sono più alti della media europea (c’è uno spread, detto altrimenti), ecco che uno Stato virtuosissimo, il più “risparmioso” d’Europa, ne esce ogni anno più malconcio. Con una popolazione che sta sempre peggio, in media, e all’interno della quale – in assenza di spiegazioni chiare sul perché decenni di “sacrifici” provocano un aggravamento della malattia (il debito) anziché la guarigione – finisce per credere al primo pirla che racconta idiozie. Sia questo un ex bibbitaro democristiano o un mr. Mojito qualsiasi.

Del resto, aggiungiamo noi, non è che quella popolazione possa più credere a quei “democratici” che le dicono soltanto che bisogna fare ancora più “sacrifici” perché “ce lo chiede l’Europa”, “dobbiamo fare i compiti a casa”, “stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità” e via mentendo.

Non è insomma colpa nostra se vediamo i meccanismi che gli altri occultano. Non è colpa nostra se Unione Europea, Bce e moneta unica sono la gabbia mal fatta che bisogna rompere, altrimenti moriamo di inedia e pazzia fasciorazzista.

Persino i sostanziali “aggiustamenti” all’architettura europea suggeriti da chi li conosce bene – come Salerno Aletta o Paolo Savona (un curriculum sterminato, da ex direttore di Confindustria, ex ministro, ora presidente della Consob) – non hanno alcuna speranza di essere accolti da un establishment che ha il cuore e il motore ben piantato tra Berlino, Bruxelles e Francoforte. Eppure aiuterebbero questo sistema (certo non “socialista”) a funzionare un po’ meglio...

Chi si arricchisce sul nostro impoverimento, del resto, non può mai cedere a nessun “ravvedimento operoso”.

Buona lettura.

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Queste le riforme che servono all’Europa (ce lo chiede anche Trump)

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Compiti ardui si preannunciano per le rinnovate istituzioni europee, Parlamento, Commissione e BCE. L’Unione non ha di fronte a sé solo il problema strutturale della bassa crescita economica che ha caratterizzato gli scorsi dieci anni, ed i pericolosi segnali di un forte rallentamento anche in Germania, ma le questioni che furono lasciate irrisolte ai tempi del Trattato di Maastricht nel 1992, aggravatesi di recente per via dei difetti che caratterizzano anche l’architettura dell’euro.

Con la consueta lucidità, Paolo Savona, Presidente della Consob, ha messo a fuoco questi temi nel suo intervento al Meeting di CL: permane ampio il divario nei livelli dei debiti pubblici tra i diversi Paesi; gli ampi differenziali nei tassi di interesse pagati sui titoli di Stato, gli spread, rallentano i processi di risanamento finanziario e la crescita economica; i vincoli istituzionali posti alla Bce non solo le inibiscono la possibilità di stroncare tempestivamente la speculazione, intervenendo come Lender of last resort, ma soprattutto le impediscono di operare in modo asimmetrico, correggendo le distorsioni esistenti.

Gli acquisti di titoli di Stato attraverso il Qe ne sono un esempio lampante: avendo utilizzato come criterio di ripartizione le quote di partecipazione al capitale della Bce, si è proceduto massicciamente anche nei confronti dei Bund, che sono per definizione i safe asset dell’Eurozona con il risultato di far precipitare i tassi a livelli negativi.

Un comportamento paradossale, con conseguenze distorsive: mentre gli investitori cercano disperatamente titoli sicuri, i safe asset, la Bce glieli sottraeva. Con una conseguenza ulteriore, ancor peggiore per l’intera economia europea: non essendoci Bund a sufficienza, la liquidità immessa dalla Bce si è riversata sui titoli di Stato americani, altro safe asset, che pagano tassi positivi.

Savona ha dunque messo in luce i difetti della costruzione dell’Eurozona, ed i vincoli che la Bce ed il suo Governatore Mario Draghi sono costretti a rispettare. Quest’ultimo, anzi, ha il merito di aver ribaltato la strategia monetaria restrittiva lasciatagli in eredità da Jean-Claude Trichet, battezzata Exit Strategy. Draghi, in carica dal settembre 2011, ha recuperato immediatamente gli errori della precedente gestione monetaria, sia tagliando i tassi che lanciando a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio del 2012 ben due operazioni di Ltro, illimitate nelle quantità di liquidità disponibili ed a tasso minimo.

Purtroppo, ha sottolineato Savona, già a quel tempo molte imprese italiane avevano subito danni irreparabili: i ritardi e gli errori della Bce sono stati compiuti prima che Draghi si insediasse.

Ora, bisogna pensare al futuro.

Punto primo: occorre accelerare la riduzione dei debiti pubblici ed abbattere i differenziali dei tassi pagati sugli interessi. È  indispensabile intervenire a favore degli Stati che, come l’Italia, non possono operare solo sul versante dell’avanzo primario in condizioni di tassi di interesse assai elevati.

Anziché insistere sugli eurobond, che implicano una sorta di solidarietà che non è politicamente accettata dai Paesi con un basso livello di debito, Savona ha proposto sin da giugno scorso di attivare l’ESM (European Stability Mechanism): questa istituzione, emettendo titoli che il mercato considera safe asset, spunterebbe tassi estremamente convenienti. Se così facesse, mentre si offrirebbero al mercato i titoli sicuri di cui è alla ricerca, dall’altra si presterebbe il ricavato agli Stati che, come l’Italia, ne beneficerebbero in termini di tassi di interesse più modesti.

Azzerando per un paio d’anni le emissioni nette, e limitandosi dunque al solo rinnovo del debito in scadenza, anche per questa via si ridurrebbe il costo degli interessi, avviando anche lo spread verso lo zero. Un prestito del genere, assistito da privilegi a favore dell’ESM, consentirebbe anche il finanziamento degli investimenti pubblici in infrastrutture che aumenterebbero la produttività. Tutto passa, dunque, da una completa riprogrammazione del bilancio pubblico.

Punto secondo: occorre riportare l’intera struttura dei tassi di interesse europei ad un livello fisiologicamente positivo. L’attuale, endemica, situazione di tassi nominali negativi sui bond e sui depositi bancari ha conseguenze pesantemente negative: non solo taglieggia il risparmio, ma penalizza anche il sistema bancario per via della mortificazione del margine di intermediazione.

Questa situazione va corretta, innanzitutto riducendo gli acquisti da parte della Bce di safe asset, quali i Bund: una riproposizione del Qe dovrebbe quindi adottare un criterio di ripartizione degli acquisti di titoli pubblici che escluda quelli che hanno già rendimenti pari a zero, o addirittura negativi.

D’altra parte, concentrando gli acquisti sui titoli che pagano un tasso più elevato, si accelera anche il riequilibrio dei fattori di costo finanziario tra le diverse economie: non vi è nessuna ragione al mondo, infatti, che giustifichi ancora il maggiore onere per interessi pagato dalle imprese italiane rispetto alle concorrenti, diverso dal loro merito di credito. Le imprese italiane pagano un premio al rischio sproporzionatamente alto, e penalizzante in termini di competitività, solo a causa dell’operare in un Paese che ha un alto debito pubblico. Occorre rimediare anche a questa distorsione della concorrenza sul mercato.

Punto terzo: una struttura di tassi di interesse estremamente diversa tra Usa ed Eurozona, penalizzante per i capitali impiegati in quest’ultima, comporta un deflusso di valuta che indebolisce l’euro sul dollaro. Questo elemento, a sua volta, determina il prolungarsi di uno squilibrio commerciale che gli Stati Uniti ritengono inaccettabile.

Non c’è nessun motivo al mondo, anche in questo caso, che giustifichi un differenziale di interessi così elevato tra Bund e Treasury bond, neppure il tasso di inflazione. Se volgiamo evitare una esasperazione dei conflitti commerciali e del protezionismo da parte degli Usa, occorre provvedere tempestivamente: il Presidente americano Trump ha già messo nel mirino la debolezza dell’euro dovuta alla politica monetaria. Anche per questo, chiede alla Fed di tagliare i tassi.

Quarta, ed ultima questione. Dopo anni trascorsi a discutere degli zerovirgola, di deficit lillipuziani che violavano le regole del Fiscal Compact e non delle ragioni di fondo che perpetuano in Italia un debito pubblico elevatissimo, ora è la Germania che si trova a fronteggiare una situazione economica e finanziaria assai pesante.

Sarebbe curioso consentirle ora un ampio deficit per finanziare investimenti pubblici e sgravi fiscali dell’ordine di una cinquantina di miliardi di euro, come si va leggendo, solo perché ha un basso livello di debito pubblico. Dopo aver imposto l’austerità fiscale ed i fallimenti bancari ai suoi concorrenti, ora si tirerebbe fuori dalle secche lasciando tutti gli altri ancora una volta al palo. Con investimenti in nuove tecnologie, in campo informatico ed ambientale, ricostruirebbe le basi per una nuova dominanza.

Occorre un quadro d’insieme: la Germania ha beneficiato per un verso, e subìto per l’altro, le conseguenze delle regole imposte alla Bce. In Germania, la forte riduzione nel rapporto debito/pil è stata determinata dall’abbassamento dei tassi di interesse, ormai negativi su tutte le scadenze di emissione. Ma questi ultimi penalizzano fortemente le banche ed i risparmiatori tedeschi: la recentissima scarsa affluenza all’asta dei Bund a scadenza trentennale, al cui esito è stata piazzato un importo inferiore alla metà del preventivato, dimostra la ritrosia degli investitori ad accettare ancora una penalizzazione anziché un premio per l’impiego dei capitali.

Avrebbe dunque tutto da guadagnare da un ripensamento da parte della Bce del criterio di acquisto dei titoli in un nuovo Qe, che riporti i tassi a valori fisiologicamente positivi. Del pari, avrebbe interesse ad una profonda revisione dello Statuto del Mes che gli consenta sia di emettere safe asset per prestarne il provento agli Stati, come auspicato da Savona per l’Italia, sia per fronteggiare situazioni di crisi di banche sistemiche come potrebbe accadere a qualche istituto tedesco già in difficoltà. Si sgraverebbe, così facendo, la Bce e la politica monetaria da compiti impropri.

In Italia, elezioni o no, occorre affrontare tutti questi temi. Sono questioni, apparentemente solo tecniche, che hanno risvolti economici e sociali enormi: sono le regole a cui si conformerà il futuro dell’intera Unione, non solo dell’Italia. Già da mesi, d’altra parte, Paolo Savona ha sollecitato la Commissione ad aprire un dibattito sulla Politeia.

La questione dei debiti pubblici eccessivi, rimasta irrisolta ai tempi del Trattato di Maastricht, si è riproposta con la recente, pesantissima crisi. Non si risolve solo con l’austerità e con i sacrifici, se non si cambiano alcuni aspetti dell’architettura europea. Non è un problema solo dell’Italia, ma un pericolo per la tenuta della moneta unica e della stessa Unione: una nuova crisi sarebbe fatale.

Coloro che hanno a cuore la costruzione europea, e soprattutto la Germania che ha tratto immensi vantaggi dalla introduzione dell’euro, dovrebbero aprire gli occhi e provvedere. Prima che sia troppo tardi.

Fonte

14/08/2019

De Bortoli vuole aumentare i salari, ma a spese dello Stato

Ieri sul Corriere della Sera c’era un interessante editoriale di Ferruccio De Bortoli che invita ad aumentare i salari per sostenere la domanda interna, sottozero da decenni.

Intanto c’è da dire che questo scenario è stato voluto dalla classe dirigente italiana, a partire dall’adozione dell’euro per imitare il “modello tedesco” export oriented, basato su salari bassi e su di un tasso di inflazione minore rispetto alla Germania per sostenere la competitività di prezzo.

A partire da Monti questo processo si è inasprito a tal punto da fare saltare parte del capitale industriale legato al mercato interno, causando l’esplosione dei crediti deteriorati e dunque incidendo negativamente sul sistema bancario italiano e sullo spread.

Aggiungere a questo il ventennale avanzo primario e una tassazione che pesa soprattutto su lavoratori e pensionati (questo de Bortoli lo dice), diminuendo via via Irap e Ires per protezionismo fiscale sempre legato al modello export oriented.

L’aspetto positivo è che la posizione finanziaria netta estera italiana è quasi in pareggio, cioè gli italiani hanno attivi finanziari all’estero quasi quanto i passivi finanziari legati all’acquisto di operatori esteri di titoli di stato italiani e investimenti esteri. Stiamo diventando creditori netti all’estero e, come sosteneva lo scorso anno Paolo Savona, avendo un surplus delle partite correnti di quasi 50 miliardi, l’Italia finanzia lo sviluppo degli altri paesi invece di finanziare il proprio.

La proposta di De Bortoli, sulla scia di Confindustria e della triade confederale, si basa sulla riduzione fiscale dei redditi medio bassi, come ha annunciato due giorni fa la stessa Germania, per sostenere i salari e il mercato interno tramite la riduzione del cuneo fiscale a carico dei lavoratori. Ciò però potrebbe provocare una stagione contrattuale che preveda miseri aumenti visto che è lo Stato a farsi carico dell’aumento del salario.

Diversamente, la proposta del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico va ad incidere sul tasso di profitto, aumentando di netto il salario minimo, ciò che non fa la proposta di De Bortoli, che lo lascia intatto tutto a carico dello Stato.

Che una questione salariale enorme esista in questo paese è ormai appurato da tutti e l’eventuale recessione mondiale non lascia spazio agli esportatori (a giugno l’export italiano verso la Germania è diminuito dell’8%), dunque gli stessi industriali avvertono che bisogna rianimare il mercato interno.

Per farlo deve partire una stagione contrattuale che preveda adeguati aumenti salariali (Marco Fortis sul Sole 24 ore la settimana scorsa ha scritto che la produttività del settore manifatturiero italiano tra il 2015 e il 2018 è aumentata del 9,3% contro il 7,1% tedesco, produttività tutta andata a favore degli industriali).

Tradotto: i sindacati dopo decenni devono tornare a fare il loro mestiere, altrimenti lascino spazio nella contrattazione ai sindacati non allineati, sennò non servono a nulla, se non a riempire poltrone negli enti previdenziali e negli enti bilaterali, oltre che nel sistema della formazione.

Contemporaneamente, lo Stato deve ridurre le tasse sui lavoratori (su questo sono d’accordo con l’editorialista) e per farlo deve tagliare la marea di incentivi nazionali e regionali alle imprese.

Secondo uno studio di Mediobanca solo 2050 società monitorate hanno liquidità in cassa pari a 70 miliardi di euro. Per fare gli investimenti, i soldi gli industriali li hanno. Non hanno bisogno dello Stato per questo.

In più, come scrivevo la settimana scorsa, occorre incidere sul salario indiretto, vale a dire prestazioni sanitarie da Prima Repubblica (la gente non spende perché accantona denaro in vista di eventuali problemi sanitari), asili nido, scuole a tempo pieno, specie al Sud. Incidere cioè sul salario sociale globale.

L’aumento salariale deve essere accompagnato da un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ripeto: la proposta di Paolo Savona è quella giusta, utilizzare il surplus delle partite correnti per fare investimenti pubblici, a cui aggiungere gli investimenti delle aziende pubbliche e semi pubbliche.

La Germania sta abbandonando il modello tedesco. Sarebbe ora che lo facessimo anche noi.

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24/06/2019

Abbaiare legati al guinzaglio. Il caso Lega

Non date mai retta alle stronzate dei leghisti, a cominciare dal segretario-vicepremier-ministro. Sono esplicitamente armi di distrazione di massa. Il loro ciclo vitale dura mezza giornata, il tempo di un titolo a un giornale amico (tutti, anche quelli teoricamente “democratici” e “antipopulisti”).

L’unica validità che assumono è dovuta al loro variare. E, se si sta attenti, si capisce che – per esempio – quando “il capitano” (con la minuscola, mica è Totti, Zanetti o Lampard...) sbraita contro l’Unione Europea in realtà sta solo cercando di abbassare il costo della “manovra” che sarà costretto a votare per il prossimo anno (a meno di non far cadere questo governo e favorire l’avvento di un esecutivo “tecnico” su cui scaricare l’odio popolare).

Scriviamo “abbassare il costo” e non “alzare il prezzo”, perché ci sembra evidente che la Lega non abbia alcuna speranza di poter pesare sulle scelte della Ue, visto che “l’altra Europa con Salvini” è uscita spianata dalle elezioni del 26 maggio (tranne che in Italia, gli “alleati” veri o presunti, non hanno sfondato).

E se si guarda ad alcuni fari del pensiero della destra si vede che è proprio così. Già morti i “mini-Bot” del leghista Borghi, affossati pure dal vero boss economico lumbard, quel Giorgetti che aspira ad una poltrona da Commissario a Bruxelles.

Ma è tutta la strategia della destra becera ad essere oggi palesemente off topic. E i più intelligenti in quell’area, cercano di spigarglielo ogni giorno. Paolo Savona, per esempio, l’ex direttore di Confindustria che la Lega avrebbe voluto al ministero dell’economia (poi dirottato ai rapporti con la Ue e ora alla presidenza della Consob) ha usato un’intervista al Messaggero per dare il suo saggio consiglio: «Da entrambe le parti [Lega e Commissione Ue, ndr] si sta esagerando. D’altro canto, se in una situazione così delicata come quella italiana la Commissione minaccia di aprire la procedura di infrazione per mancato rispetto dei parametri di bilancio, è fatale che si generino reazioni politiche».

Ma sul fantomatico rischio di “uscita dall’euro” – un mantra “democratico” per spaventare i deboli di cuore e mente – il vecchio leone liberista non ha dubbi: «Non vedo nelle forze di governo atteggiamenti contro l’Europa né contro la necessità di rimanere nell’Eurozona. Sono stato ministro di questo governo, e le assicuro che c’è piena coscienza del fatto che il mercato comune è fondamentale per le nostre esportazioni e la tutela del risparmio».

Del resto la Lega è l’espressione politica della piccola e media impresa, sostituendo in questo ruolo il bollito Berlusconi e nel solco della mai morta Democrazia Cristiana... Quindi non può volere nulla che il suo vero “blocco sociale” non desideri. Il resto sono chiacchiere da bar, paccottiglia sulla bancarella dell’intrattenimento televisivo quotidiano, “quazza” per deficienti...

“Tranquillizzati” gli interlocutori, Savona dà qualche consiglio anche a loro, mostrando così il funzionamento reale della “trappola” costituita dai trattati comunitari, nascosta dietro l'apparentemente neutra “procedura di infrazione per debito eccessivo”: «È la conseguenza di scelte miopi: l’Europa non dispone di un “lender of last resort”, il prestatore di ultima istanza in grado di neutralizzare gli eccessi speculativi. Le autorità che insistono sul taglio del nostro debito sanno bene che così facendo alimentano la speculazione. Anzi, sono convinto che usino scientemente i mercati come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare le direttive. La cosa in sé non mi sconvolge, ma il suo uso presuppone l’esistenza di strumenti per frenare gli eccessi speculativi». Che non ci sono, però...

Usare i mercati come killer del “vincolo esterno” significa depredare un paese delle sue risorse, affamare i suoi poveri (lavoratori, pensionati, ecc.), trasferire ricchezza verso i possidenti più ricchi (quelli che contribuiscono a creare una “posizione finanziaria netta con l’estero positiva”, visto che hanno esportato i loro capitali (come ricorda Savona: «Sono dati ufficiali. Anche per questo la Commissione Ue dovrebbe schierarsi al nostro fianco, aiutandoci a ripristinare la fiducia invece di tenerci sotto pressione o introdurre cambiamenti che penalizzano alcuni e favoriscono altri»).

Ma significa anche fa scendere il valore degli asset non trasferibili presenti sul territorio (fabbriche, immobili, filiere produttive di settori anche molto competitivi del made in Italy), in modo da facilitare acquisizioni, scalate, conquiste.

Un doppio disastro – sociale e produttivo – che sta facendo tornare questo paese una terra di scorrerie per bastardi “civilizzati”. Grazie alla UE, a Berlusconi, al PD, al M5S e alla Lega (de minimis inutile dire...).

Il ruolo della “politica”, da molti anni, è simile a quello dei cani legati a un guinzaglio, fra l’altro corto. Abbaiano molto, perché non hanno quasi nulla da mordere. Ossia da decidere...

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17/06/2019

Debito pubblico, l’acchiappafantasmi

Cosa hanno in comune Alberto Bagnai, Paolo Savona e Luis de Guindos Jurado? In generale sono tre apprezzati economisti, politicamente non hanno assolutamente nulla a che vedere l’uno con l’altro. I primi due, oltre a far parte della maggioranza o del governo gialloverde (Savona ha lascito il posto di ministro per guidare la Consob), sono considerati degli euroscettici piuttosto decisi, il terzo è vicepresidente della Bce, e quindi parte integrante dell’establishment “europeista”.

E naturalmente nessuno dei tre riscuote le nostre simpatie.

Eppure nelle ultime 48 ore questi tre signori hanno detto tutti la stessa identica cosa su un punto decisivo che sia la “classe politica” (scusateci il termine) sia il sistema dei media mainstream si è ben guardata dal cogliere. Meglio nasconderla, sennò si vedrebbe troppo bene di che impasto fangoso siano fatti i trattati europei ed anche le velleità “trattativiste” di questo governo.

Come abbiamo scritto spesso, la contrapposizione tra “europeisti” e “sovranisti” è una recita a soggetto. Ed entrambi rispettano con precisione il ruolo che è stato loro impartito, per non rompere questa sceneggiata che immobilizza la possibile consapevolezza del “popolo”.

Qual è questo segreto inconfessabile?

Una quisquilia: il livello del debito pubblico è l’unico parametro negativo tra i fondamentali economici di questo paese. Ma quando “i mercati” debbono considerare la solidità dei conti pubblici e la solvibilità di uno Stato, sono soliti considerare diversi altri fattori altrettanto – se non più – importanti del debito pubblico.

Quali? Li indichiamo con le parole del vicepresidente Bce, intervistato dal Corriere della Sera, nientepopodimeno che da Federico Fubini: «l’Italia ha anche dei vantaggi che dobbiamo riconoscere. Il primo è che ha un surplus di partite correnti, nel complesso degli scambi con il resto del mondo. La posizione finanziaria netta sull’estero è buona e questo riduce la vulnerabilità dell’economia. E quando si guarda alla situazione di bilancio nel tempo, non è stata male: in quasi tutti gli anni l’Italia ha avuto un avanzo prima di pagare gli interessi sul debito. Non è molto facile riuscirci, dunque è un precedente molto buono, soprattutto in confronto ad altri Paesi».

Riassumiamo per i non addetti ai lavori economici:
a) l’Italia esporta più di quanto non importi (partire correnti in attivo);
b) l’Italia è un paese così ricco da spostare una parte crescente della propria ricchezza all’estero (ha una posizione finanziaria con l’estero molto buona);
c) da oltre venti anni lo Stato spende meno di quanto incassa con le tasse (saldo primario positivo, prima del pagamento degli interessi sul debito).

Un paese che sta molto bene, insomma, e semmai dovrebbe lamentarsi con i “propri” riccastri che spostano soldi all’estero invece di investirli “in patria” (come usano dire dalle parti del governo).

Un paese che in fondo dovrebbe maledire la memoria di Nino Andreatta, l’economista democristiano che si inventò il “divorzio” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, legiferando una trappola che da allora in poi ha fatto crescere senza freni il debito pubblico pure in presenza di un avanzo primario pluridecennale. Ossia il mostruoso paradosso di un paese che si indebita sempre di più proprio perché risparmia sempre di più...

Ovvio che se si dovesse cominciare a parlare in pubblico di questa situazione, completamente diversa da quella narrata dalla “classe politica” e dal sistema mediatico, sarebbe più complicato chiedere alla popolazione altri “sacrifici” (come l’aumento dell’Iva e il taglio di pensioni, servizi sociali, sanità, istruzione).

Dunque solo il debito pubblico deve essere indicato come il parametro da usare come stella polare (per imporre austerità), usato come un acchiappafantasmi hollywoodiano; mentre gli altri vanno trattati come “dati economici neutrali”. Così i ricatti riescono meglio...

Si capisce che “europeisti” e “sovranisti” sono d’accordo nel “non creare panico” (tra le loro fila, ossia tra chi li elegge).

Quello su cui contrastano – tra loro – è sul tipo di “trattativa” da condurre per i prossimi anni, perché ogni trattato che si fa adesso, esattamente come quelli precedenti, segnerà la vita di tutti i paesi dell’Unione per i prossimi decenni.

Il meccanismo interno di questi trattati, peraltro, non è sostanzialmente diverso da quello – chiamato Aleca – che la Ue sta cercando d'imporre alla Tunisia e altri paesi della costa sud mediterranea. Un piccolo paese del Maghreb ha certamente meno forza e peso economico, dunque è saccheggiabile più facilmente. Ma non è che tra partner europei le cose stiano in modo diverso.

La “competizione” interna è a carte truccate, insomma. L’esempio più noto e citato è il surplus tedesco (il contrario del deficit), da quasi 20 anni costantemente al di sopra (anche del doppio) rispetto al 3% indicato dai trattati. Ma nessuno ha mai alzato il ditino nei confronti di Berlino per minacciare una “procedura di infrazione”, nonostante ogni economista al primo anno di università apprenda che in un sistema monetario chiuso chi ha surplus sta mangiando sul deficit altrui. In concreto: la Germania finanzia il suo debito pubblico a costo zero o addirittura guadagnandoci qualcosa (è lo spread, bellezza). Mentre grandi quantitativi di capitali italici – dell’imprenditoria, mica solo dei mafiosi! – va a cercare “rifugio” nei Bund tedeschi, magari rimettendoci qualcosa e finanziando a gratis il debito di Berlino.

E ti credo che Weidmann, Schaeuble e Merkel non intendono toccare neanche una virgola di questa situazione!

Viene insomma fuori che non c’è alcun “meccanismo economico oggettivo”, “basato su dati scientifici”, ma solo una serie di contratti firmati da imbecilli (per parte italica) che hanno consegnato ad altri il potere di decidere su come si governa qui.

Il che è un fatto che riguarda sia le classi (lavoratori dipendenti, pensionati, giovani dei ceti popolari, precari con ogni tipo di contratto, ecc, da un lato, imprenditori e rentier dall’altro), sia i paesi. Lo stesso processo che impoverisce i ceti popolari contribuisce a smantellare la capacità produttiva del paese (molte aziende di prima fascia sono diventate “straniere”, e quindi ancor più indifferenti al destino della popolazione), a devastare il nostro territorio (spopolando il Sud), a costringere a emigrare, a demolire il tessuto sociale delle nostre città (la gentrificazione causa turismo segue quella “produttiva” degli anni ‘80 e ‘90).

Affrontare questo intreccio con l’ideologia del nemico è un suicidio. Farsi arruolare tra gli “europeisti” è da venduti, fiancheggiare i presunti “sovranisti” (banali “nazionalisti piccolo-borghesi” vecchio stampo) idem.

Bisognerà lavorarci sopra meglio, ma il gioco sta diventando scoperto...

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24/10/2018

Il ministro Paolo Savona parla del reddito di cittadinanza in questi termini...

Ieri Paolo Savona, il principale ministro del governo Conte, vera mente pensante della compagine governativa, una vita in Banca d’Italia e Confindustria, ha precisato su Milano Finanza perché ha accettato il reddito di cittandinanza.

Ecco cosa ha scritto: “Circa la definizione sperimentale da me attribuita al reddito di cittadinanza, essa riguarda la mia valutazione che rappresenta uno strumento importante, di cui nel mondo le persone serie già discutono, per affrontare gli effetti della robotizzazione dell’economia che comporta minor bisogno di lavoro umano”.

Un alto esponente dell’establishment fa dunque sua, in piccola parte, l’analisi condotta alla fine degli anni sessanta da diversi settori dell’Autonomia Operaia, che si diffuse poi nel Movimento del ’77, per distribuire il plusprodotto. Quei movimenti affrontavano il tema assieme ad una radicale e forte diminuzione dell’orario di lavoro (“lavorare tutti, lavorare meno”, ecc)...

Che un importante esponente dell’establishment italiano, qual è Paolo Savona, affronti non già la tematica della riduzione dell’orario di lavoro, ma una timida (timidissima) redistribuzione del plusprodotto, dà l’idea di come gli eredi del PCI, fautori oggi di un feroce liberismo, siano fuori dalla storia.

Non a caso furono combattuti dai movimenti degli anni ’70. La storia ritorna.

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29/09/2018

Il piano di Savona per combattere l’Europa: più Europa!

Ve lo ricordavate il Professor Paolo Savona? Il pericoloso sovranista, il pensatore libero e scomodo che, per un paio d’ore, aveva agitato i sonni dell’Europa. Il difensore degli interessi patri, candidato in pectore a fare il Ministro dell’Economia nel ‘Governo del Cambiamento’, fatto fuori, senza troppe cerimonie, da Mattarella in persona e infine riproposto nel ruolo di Ministro per gli affari europei. Ci chiedevamo che fine avesse fatto e finalmente abbiamo avuto una risposta: era impegnato a scrivere di proprio pugno una vibrante lettera all’Europa.

All’apparenza, e ad una lettura superficiale, la missiva di Savona sembra improntata ad un generico buon senso. Il messaggio principale infatti è: per uscire dalla crisi che attanaglia l’Europa ormai da un decennio, c’è bisogno di politiche pubbliche, coordinate a livello europeo, che stimolino la domanda aggregata. In particolare, si fa riferimento alla necessità di investimenti pubblici nelle infrastrutture e di interventi volti a creare una knowledge based economy (un po’ di latinorum non si nega a nessuno). È però interessante provare a scavare un po’ più a fondo nella lettera, andare oltre quella che, nei fatti, è una semplice ed innocua enunciazione di principio e cercare di capire qualche elemento della visione d’insieme e del progetto di Savona.

Per prima cosa, è interessante notare come il Ministro, forse ancora scottato dalla tirata di orecchie ricevuta e desideroso di accreditarsi come persona per bene, senta il bisogno di mettere in chiaro, fin dal secondo paragrafo della prima pagina, che l’Italia “riconosce che il mercato comune, di cui l’euro è parte indispensabile, è componente essenziale del suo modello di sviluppo”. Per poi ribadire che gli interventi che egli propone hanno come scopo quello di “rendere irreversibile l’euro”, “rivitalizzare il consenso necessario per l’Unione Europea e l’euro” e così via. Questo per ricordare ancora una volta come la presunta sfida rappresentata dal Governo giallo-verde all’Europa dell’austerità sia, al massimo, un bluff agitato a scopi propagandistici, al quale non si accompagna alcuna volontà di rottura o semplicemente di cambio radicale. Ma questo, d’altro canto, non ci stupisce, era abbastanza chiaro fin dal principio. Bastava leggere il contratto di Governo.

La cosa che più colpisce è la sparizione totale della politica e la riduzione della questione – la crisi europea, la crisi di legittimità dell’Unione Europea, la disoccupazione che esplode... – ad un semplice problema tecnico.

Apparentemente, governanti ed istituzioni europee stavano semplicemente aspettando che Savona spiegasse loro che per far ripartire la produzione è necessario stimolare la domanda aggregata. E che li convincesse che i vincoli imposti dai Trattati europei non sono un ostacolo insormontabile.

A sentire il Ministro, sarebbe infatti sufficiente “una più attenta interpretazione degli accordi di Maastricht”. In una economia capitalistica, la disoccupazione è uno strumento necessario per imporre moderazione salariale e disciplina ai lavoratori. A leggere la lettera, tuttavia, il problema sembra semplicemente che chi ha preso le decisioni negli ultimi decenni non ha letto gli stessi libri di Savona. La stessa pseudo-ingenuità pervade l’analisi dell’operato della BCE.

Come mai, infatti, l’istituto guidato da Draghi, nei mesi della crisi degli spread sui titoli del debito sovrano, ha agito in maniera così intempestiva, rendendo la situazione di Paesi come l’Italia pressoché insostenibile? Semplicemente la BCE “si trovò impreparata a fronteggiare la situazione e la speculazione”. Nella lettura fornita da Savona e contrariamente a quanto appare evidente, non c’è stata nessuna volontà politica di portare un Paese sull’orlo del baratro per poi salvarlo all’ultimo minuto, al prezzo dell’imposizione delle riforme lacrime e sangue del Governo Monti. Semplicemente, la BCE non sapeva come si fa. Ebbene, per raddrizzare questi piccoli incidenti di percorso, e questa è l’unica proposta concreta che la lettera – e quindi il Governo – avanza, sembra auspicabile l’istituzione di “un Gruppo di lavoro ad alto livello”, che elabori “suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politica che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri”.

 Altri aspetti della lettera colpiscono:

1) Savona propone di interpretare in maniera più flessibile i parametri che l’Europa impone su conti e deficit, per permettere ai paesi in difficoltà un po’ di spesa pubblica. Poi nota: come si possono tranquillizzare i paesi creditori (le virtuose Germania, Olanda, Austria etc.) sul fatto che non saranno loro, un giorno, a doversi fare carico del debito dei paesi spendaccioni (le pigre Italia, Grecia, Portogallo etc.), qualora questi ultimi non si dimostrassero in grado di ripagarlo? La soluzione è semplice. Il ministro, sovranista tra i sovranisti, suggerisce una “ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate”. In parole povere, il Ministro propone di sequestrare una parte delle tasse pagate dai cittadini del paese debitore, o di espropriare qualche proprietà pubblica, e di destinarle in automatico all’espiazione delle proprie colpe. Il debito pubblico, infatti, rimane un problema. Non uno strumento necessario per stimolare la crescita, ma uno stigma. In un mondo ideale, ci dice Savona, gli eccessi di debito pubblico rispetto al PIL sarebbero stati sistemati prima dell’adozione dei parametri di Maastricht (p. 12).

2) L’unico problema delle privatizzazioni selvagge e della precarizzazione del mercato del lavoro imposte, negli anni, dall’Europa (Savona non le nomina mai espressamente, preferendo un più asettico “riforme”) è che non sono state coordinate adeguatamente con politiche di domanda. Hanno tuttavia “migliorato l’efficienza generale dei sistemi economici nazionali” ed in quanto tali devono rimanere un pilastro su cui costruire l’Europa che Savona sogna. D’altro canto, in tutta la lettera non si parla mai di distribuzione del reddito o di compressione della quota salari, che di fatto è stato l’unico effetto reale delle riforme che il Ministro elogia.

3) Le delocalizzazioni? Di per sé, secondo il pensiero di Savona, non sono un problema. Nella misura in cui hanno “un effetto incentivante rispetto all’intera economia dell’UE” vanno sostenute ed aiutate. Sorprendentemente, non si menziona come un problema la ricerca da parte di padroni e padroncini di retribuzioni salariali da fame e condizioni di lavoro peggiori come variabile in base alla quale decidere dove portare i propri capitali.

4) La moneta unica “svolge un ruolo determinate nello sviluppo delle economie export-led, trainate dalle esportazioni, come la gran parte di quelle europee”. Savona dimentica di esplicitare in cosa consista questo ruolo: obbligare i Paesi a perseguire la competitività sui mercati esteri attraverso la compressione e la svalutazione salariale, poiché la svalutazione della moneta non è più uno strumento disponibile.

Nonostante qualche anima candida, colpita da un’infatuazione verso il Governo giallo-verde, veda nella lettera un importante avanzamento verso la conquista del bene, ancora una volta la realtà presenta il suo conto. Una cosa è fare gli sbruffoni con i disperati in fuga dalla miseria, un’altra è discutere con l’Europa dell’austerità. In questo, l’esecutivo Salvini-Di Maio, chiacchiere a parte, segue un copione già visto ed interpretato da Renzi: quando si è lontani da Bruxelles, fare la voce grossa, ringhiare e promettere rivoluzioni. Quando si interloquisce davvero con le istituzioni europee, responsabilità, calma e ragionevolezza. Non sia mai che cada dal tavolo qualche briciola di flessibilità.

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11/07/2018

Isteria da “cigno nero”. Deputato Pd vuole denunciare il ministro Savona: “Procurato allarme”



Lo spettro del “cigno nero” nell’economia provoca qualche isteria. Tanto più se viene evocato un “Piano B” per farvi fronte. “Insieme a un gruppo di risparmiatori e di attivisti politici, stiamo valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale” ad annunciarlo è Gianfranco Librandi, deputato del Pd.

A rincarare la dose, ma senza arrivare alle minacce del deputato piddino, è l’ex ministro dell’economia Padoan. “Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l’uscita dall’euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo” ha detto questa mattina ai microfoni di Radio Anch’io commentando le parole del ministro Savona.

Alla domanda se le dichiarazioni del ministro Savona stessero generando preoccupazione nei mercati, l’ex ministro Padoan ha fatto osservare che “lo stanno già facendo. Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il ‘rischio di ridenominazione’, ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l’Italia sia costretta a uscire dall’euro con l’introduzione di una nuova lira”. In compenso Padoan sembra aver apprezzato il vicepremier del M5S: “le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un ‘cigno nero’, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un’uscita dall’euro”.

Di Maio in una trasmissione televisiva a La 7, ha dichiarato che il governo non sta pensando ad un Piano B per uscire dall’Euro. “Oggi le posso dire – ha detto il vicepremier Luigi Di Maio ad una specifica domanda durante la trasmissione Omnibus su La7 – che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo”. “Il governo – ha aggiunto ancora – non vuole uscire dall’euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non e’ nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo”.

Ma cosa aveva detto il ministro per gli Affari europei Paolo Savona da suscitare tutto questo scombussolamento? In una audizione al Senato aveva risposto testualmente: “Mi dicono: tu vuoi uscire dall’euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza”. L’esperienza alla Banca d’Italia, ha aggiunto, “mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo shock straordinario”.

Insomma un discorso di buon senso per ogni economista che abbia responsabilità di governo, incluso quello di avere un Piano di riserva per far fronte a scenari inediti – il famigerato “cigno nero”. Ma Savona ha evocato due non detti che sono un tabù: Piano B ed uscita dall’euro (scelta consapevolmente o indotta dall’esterna che sia). E su queste due parole la razionalità si perde per essere sostituita dall’isteria, e questa sì che fa danni, tanti danni, almeno quanto quelli provocati alla popolazione dall’entrata dell’Italia nell’Eurozona e nell’Unione Europea.

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01/06/2018

Ritorna lo “schema Beneduce”?

In un celebre saggio degli anni 2000, Licenziare i padroni?, Massimo Mucchetti, già editorialista del Corriere e Presidente della Commissione sulle Attività Produttive in quota Pd nelle passate legislature, racconta di un episodio tra Mussolini e Alberto Beneduce, Presidente dell’Iri.

L’Iri in quegli anni aveva rilevato aziende decotte facendo un regalo ai confindustriali. Beneduce doveva risanarle e poi rivenderle, tipica politica economica classista che socializzava le perdite e privatizzava i profitti. Al che Mussolini e Beneduce si resero conto che gli industriali non si volevano accollare le imprese dell’Iri. Mussolini si rivolse all’antifascista e socialista Beneduce con queste parole: ”lasci perdere Dottore, questi industriali sono dei coglioni, le aziende ce le teniamo noi”. Fu così che dalla socializzazione delle perdite si arrivò ai conglomerati pubblici, industriali e finanziari, che fecero la fortuna italiana nel dopoguerra.

Il grande marxista Pietro Grifone, nel capolavoro Il capitale finanziario in Italia, scritto al confino, descrisse l’Iri come conseguenza del massacro sociale ed economico attuato dal fascismo dal 1924 al 1929 con “quota 90” e l’ancoraggio della lira ai cambi fissi, che provocò immani distruzioni economiche sociali, a tal punto che si socializzarono enormi asset in perdita. Lo scenario del cambio fisso e della deflazione salariale simile a questi decenni in Italia.

E’ paradossale che a distanza di 80 anni si riproponga tale scenario. Il Corriere della sera il 27 maggio comunica che il “Piano B” di Paolo Savona prevede la nazionalizzazione della banca d’Italia, l’immissione di gran liquidità al sistema bancario per prevenire il collasso e, guarda un po’, la riproposizione dell’Iri.

L’Italia esce da dieci anni di deflazione con le ossa rotte, il 25% dell’apparato industriale perso, timidissimi segnali di ripresa che riguardano chi vive di export e che non coinvolgono più del 3% della popolazione. Lo scenario mondiale sta volgendo al peggio: sanzioni alla Russia, dazi di Trump, eurozona in rallentamento.

Le imprese italiane cercano un'àncora. I piccoli e medi imprenditori, scassati dalla crisi, vogliono la riproposizione dello “schema Beneduce” che consiste in: banche pubbliche, grandi imprese pubbliche che danno appalti e lavori al sistema delle Pmi, ricostituzione del mercato interno per pararsi dal probabile rallentamento del commercio mondiale, centralizzazione del risparmio (nuova Cassa Depositi e Presititi?) e mobilitazione del risparmio italiano ai fini dell’infrastrutturazione materiale ed immateriale del Paese, per aumentare la produttività totale dei fattori produttivi. Inoltre, le rivendicazione nazionali hanno come scopo quello di fronteggiare il sovranismo tedesco e francese che, nel frattempo, tesse alleanze internazionali e fa affari, dalla Russia alla Cina, un gioco che l’Italia si è preclusa in questi anni per non dar fastidio ad Usa e Ue. Il programma prevede un’alleanza di ferro con gli Usa e possibilità di manovra con paesi terzi. Con gli Usa si arriverebbe ad una partnership strategica che svii i dazi.

Ognuno per sé. Sul piano interno lo “schema Beneduce”, magistralmente descritto nei suoi saggi dal compianto economista Marcello de Cecco, provocherebbe un upgrade tecnologico con diffusione delle innovazioni al sistema delle Pmi del nord; inoltre ci sarebbero presidi produttivi nel Mezzogiorno dove si ricreerebbe un mercato di sbocco per i produttori del nord. E per questo i gialloverdi guardano alla Via della Seta.

Ancora una volta, gli interessi di classe della piccola e media imprenditoria (attenzione, ci sono anche grandi imprese nel gioco...) portano quest’ultima a far assumere alla struttura pubblica un ruolo direzionale che spinga e trascini il loro sistema.

80 anni e non sentirli...

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A livello macro ecnomico, quello esposto può anche essere un discorso interessante - al netto di contraddizioni insanabili come quella di fare accordi strategici con gli USA e poi guardare con bramosia alla via della seta, roba da schizofrenia geopolitica spinta... per non parlare di ridurre ancora una volta il sud a spugna della produzione industriale del nord - ma politicamente parlando i subalterni non se ne fanno un cazzo di iniezioni keynesiane per sostenere il capitale straccione di casa nostra. 

31/05/2018

La soluzione alla crisi istituzionale? Da due governi ricavarne uno: fasciorazzista ed europeista

Si lavora ad una pareggio. E a un governo che sia la sintesi tra i due fin qui proposti.

Se si vuole cogliere l’essenza di quel che sta accadendo all’88° giorno di crisi post-elettorale è meglio non farsi deviare dal fiume di dichiarazioni smentite un attimo dopo.

Di certo c’è soltanto che il governo grillin-leghista (dunque politico-politico) è rientrato dalla finestra perché non era possibile arginare la speculazione finanziaria con un esecutivo Cottarelli (politico-tecnico) “figlio di nessuno” e senza neanche un voto in Parlamento.

Ma nessuno può immaginare che si possa tornare a sabato scorso, come se si fosse scherzato, e con una “squadra” di ministri identica a quella presentata a – e rifiutata da – Sergio Mattarella.

La casella strategica è quella del ministero dell’economia, come sanno ormai anche i sordi. E su quella poltrona di certo non può più andare Paolo Savona, la “pietra dello scandalo”, l’“euroscettico” senza se e senza ma, il nome inviso all’establishment di Bruxelles. Ma non si può neanche scaricarlo, perché questa apparirebbe come una resa di Salvini e Di Maio.

Le voci più insistenti parlano di Pierluigi Ciocca a via XX Settembre, e questo è certamente un tecnico di prima fascia e lunga esperienza. La sua carriera si è svolta quasi per intero in Banca d’Italia, di cui è stato anche vicedirettore generale, fino ad essere uno dei pochissimi candidati a sostituire Antonio Fazio alla fine del 2005. Particolare non secondario, fino al momento dell’introduzione dell’euro è stato il rappresentante della Banca d’Italia nel Comitato per l’Euro presso il Ministero del Tesoro. Di recente, però, i suoi contributi al dibattito economico – come si vede da Il Sole 24 Ore di oggi – sono piuttosto interni alla visione macroeconomica supply side, ovvero alla “politica dell’offerta”, tra Laffer e Feldstein, nota negli anni come Reaganomics.

Secondo le stesse voci, Savona verrebbe destinato al ministero delle Politiche europee, o agli esteri; un modo di continuare ad usarlo come spauracchio anti-Bruxelles, con forti poteri di negoziazione, lasciando però le leve della disastrata economia nazionale in mani più “affidabili” agli occhi dell’establishment.

Un compromesso. Che illumina il caos. Anche se il nome definitivo fosse un altro, l’ipotesi Ciocca chiarisce la direzione dei colloqui segreti di queste ore: mettere nelle caselle sensibili personaggi “affidabili” e lasciarsi le mani libere nelle faccende che non richiedono grandi risorse finanziarie.

A spingere in questa direzione, da giorni, sono i grillini in versione Di Maio, pronti a mollare qualsiasi trincea pur di arrivare a governare e in palese affanno. Tanto che deputata Laura Castelli, considerata vicinissima a Di Maio e unica donna ad essere ammessa nel “gruppo di lavoro” grillin-leghista che ha redatto “il contratto”, ha addirittura invitato il povero Savona a farsi da parte spontaneamente («Stupisce che non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro»), togliendo così d’imbarazzo il putto di Pomigliano d’Arco.

La Lega ufficialmente non si pronuncia su questa ipotesi, ma sembra chiaro che il compromesso in grado di “tranquillizzare i mercati” prevede grossi passi indietro sul tema dell’euro e dell’Unione Europea. Passi che stanno facendo a ritmo forsennato, visto che la storica scritta sul muro di cinta di via Bellerio – sede centrale della Lega, dove da sempre campeggiava un gigantesco “Lega Nord Padania. Basta euro” – è improvvisamente stata cancellata. Palazzo Chigi val bene qualche messa...

Un governo misto – grillini e leghisti, ma con robuste iniezioni “tecniche” pro-Bruxelles – è “rassicurante” per la stabilità della moneta unica e dei “mercati”, senza perdere alcun tratto fasciorazzista e xenofobo. Ricordiamo sempre che il “buon” Mattarella non ha avuto nulla da eccepire al ruspante Salvini come ministro dell’interni anti-immigrati, a favore di sgomberi violenti e libertà di sparare. Dunque si va profilando con nettezza la feroce sintesi di politica economica “europeista” e politica interna fasciorazzista.

Questa fusione a freddo dei tratti peggiori dei due governi congelati spiazza molti, specie “a sinistra” (si fa per dire, ovvio). Sbrigativamente scesi in campo per dire #iostoconMattarella facendo finta che questi avesse fermato un esecutivo per puro antifascismo, Pd e Leu hanno messo in moto un riavvicinamento a tappe forzate che prelude chiaramente alla “riunificazione”. Unico intoppo, temporaneo, è la presenza di Matteo Renzi, che comunque ha già depositato il marchio del suo partitino macroniano (il “patto repubblicano” di cui parla anche Calenda) e probabilmente – a settembre – partirà per altri lidi.

Del resto, per lo schieramento “democratico” sarà difficilissimo abbozzare una opposizione credibile a un governo che sul piano economico farà esattamente quello che ha fatto il Pd fin quando è stato in sella e sul piano della “sicurezza” continuerà – con qualche estremizzazione molto propagandata – l’opera di Minniti. E questo vanifica anche le ultime illusioni di poter mettere insieme frammenti delle “diverse sinistre”, aggregate per disperazione attorno a qualche nome noto.

Lo spazio dell’opposizione vera è insomma totalmente libero. Sta a Potere al Popolo! Darsi gli strumenti per attraversarlo e riempirlo.

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Il crack finanziario lo impedisce Mattarella o i gialloverdi ? Vediamo la modalità mondo reale

In questi giorni convulsi, nella crisi politico-istituzionale italiana, le parti in causa si sono spesso rimpallate l’accusa di “causare lo spread”. Prima Mattarella – esplicitamente, pubblicamente e formalmente – ha causato la maggioranza gialloverde di alzare lo spread fino all’uscita dell’Italia dall’euro. In effetti durante la settimana precedente a quella di questa dichiarazione alcuni indici di speculazione, come il valore dei famigerati Cds (titoli assicurativi usati come arma impropria speculativa) si erano alzati del 43%. Poi la maggioranza gialloverde, dopo il martedì nero della borsa italiana, ha esplicitamente detto “visto che non alziamo lo spread?”. E questo ha portato i grillini a sostenere che un governo Conte avrebbe comunque dato un segnale di tranquillità ai mercati e, quindi, sul fronte spread. Il fronte dove emerge la figura di un sovrano finanziario che sta al di sopra di governance continentale, costituzioni e sovranità popolare.
 
Possiamo trarre già da ora alcune conclusioni:
  1.  il lessico finanziario ha definitivamente conquistato il linguaggio e i temi della lotta politica istituzionale italiana, più della crisi del 2011 e, ancor di più, dell’ultima campagna elettorale;
  2. non è molto chiaro, alla politica istituzionale, cosa causa quei crolli dei mercati che incidono nella politica e aggrediscono i servizi sociali. Per certi versi qui ci stupiamo di Cottarelli, che questi meccanismi li conosce molto bene. Ma si vede che, come accaduto in altri periodi, l’ora della crisi travolge tutti: improvvisati esperti e tecnici veri.
La prima cosa da sfrondare qui è la mitologia popolare a volte anche giornalistica, che si diffonde velocemente sui social: quella che politicizza le crisi finanziarie che invece hanno effetti politici, ma è altra cosa. Ad esempio, prendiamo in considerazione il mito metropolitano sul fatto che l’Italia sia, o sia stata, sotto attacco Ue o tedesco. 

Prima cosa qui da tenere in considerazione: l’Ue senza l’eurozona si dissolverebbe. La crisi italiana è quella che, per la prima volta dai momenti più acuti della crisi greca, ha messo in seria discussione, nel dibattito finanziario globale, l’esistenza dell’eurozona. Casomai il problema Ue è che continua a chiedere austerità all’Italia per salvare l’euro. Ed è un peso che questo paese difficilmente sopporta. 

Seconda cosa da tenere in considerazione: la Germania, basta vedere il loro dibattito mainstream, ha perso diverse decine di miliardi in partecipazioni italiane (bond, banche, titoli azionari) in pochi giorni. Per essere un atto di guerra finanziaria della Germania contro l’Italia sarebbe qualcosa di parecchio suicida. Quindi altra questione, quella reale: la Germania chiede, e vuole imporre all’Italia, misure che salvino le enormi criticità, ormai decennali, del suo sistema bancario.

Certo le guerre finanziarie stato contro stato esistono – come è accaduto durante la crisi ucraina del 2014 – ma non è il nostro caso. Quello russo-ucraino era un contesto di guerra sul campo, seppur a bassa intensità, collegato con uno di guerra finanziaria.

Si tratta poi di sfrondare un altro mito, diciamo di natura tecnico-complottista ma che, per come lo guardi, è anche l’ultimo baluardo delle mitologie della regolazione. Quello dell’onnipotenza della Bce. Per cui se lo spread sale, o scende, la responsabilità è sempre della Bce. Non funziona così:  nella giornata di martedì, ad esempio sono saltati i bond italiani a due anni protetti dalla Bce (parola del vice presidente Bce, Constancio). Non è un caso: la Bce deve tener conto non solo il problema della durata dei piani di finanziamento ed economia, banche e (persino) azionariato pena lo scoppio di crisi di rigetto. Ma anche di altri fattori: l’equilibrio delle componenti interne e, sopratutto, il fatto che è esposta troppo verso soggetti a rischio (banche, fondi investimento e, appunto, settore azionario). Per cui l’intervento della Bce esiste, è formalizzato nei piani di finanziamento, ma è limitato dall’equilibrio interno e dal livello di compromissione col mercato di rischio.

Ma se l’Ue e la Germania non c’entrano, se la politicizzazione dei comportamenti spiega poco, se la Bce non è onnipotente allora dove dobbiamo guardare?

Ai grandi soggetti di investimento che operano nel terzo mercato obbligazionario al mondo (l’Italia con il suo debito). Questi soggetti, in grado di guadagnare sulle crisi giocando al ribasso (tattica da guerra finanziaria) sono indifferenti alle liturgie del Quirinale o alle capriole di Di Maio. Semplicemente perché operano ad una velocità estremamente più elevata degli accadimenti giornalistici. Quella del trading ad alta velocità. Per cui il tempo che intercorre tra una dichiarazione di Mattarella e l’altra, tra una capriola di Toninelli e una di Centinaio è semplicemente un intervallo tra ere geologiche. Per questo, a differenza del passato, cercare di mettere Cottarelli presidente del consiglio come “segnale al mercato” poteva essere efficace nella crisi del ’92 non in un mercato che opera su enormi volumi di azioni e obbligazioni sulla base di nanosecondi. Per cui la dimensione dei comportamenti istituzionali, aspetto già visto in altre crisi è troppo lenta per essere “letta” dai mercati.

Quindi se il trading ad alta velocità legge le crisi lo fa su criteri impermeabili ai riti della politica. E in quale dimensione? Per fare un esempio, rispetto al maggior mercato di equity (dove abbondano le vendite allo scoperto), quello americano, la dimensione del trading ad alta velocità, stimata dal Financial Times, è questa


Come si vede, oltre al grosso ruolo dell’alta velocità nella crisi 2008, si parla di un qualcosa che sta attorno al 60% di equities trattate in termini di millisecondi. Difficile che, a quelle velocità, i valori si determinino guardando a come il Quirinale dispone i corazzieri. Ed è difficile che quelle velocità non vada ad incidere sui prezzi dei bond del terzo mercato obbligazionario al mondo della finanza globale, ovvero l’Italia. Ma quello del mercato HFT è solo una parte del problema. Da sempre il ruolo dei mercati coperti, le Dark Pool riguarda il nostro paese. E, come si vede qui, nelle Dark Pool i bond italiani hanno perso valore

Nelle Dark Pool si prezzano le dichiarazioni degli esponenti della politica italiana (come si vede dal link di yahoo finance) che credono così di parlare tra loro, o coi mercati ufficiali, e invece finiscono in mondi sconosciuti ma che determinano il costo del nostro debito pubblico. Ma lo determinano in un linguaggio e in modi tutti loro, ben diverso da quello della politica italiana: quello della velocità e dell’analisi tramite algoritmi. Già, perché le decisioni, in un mercato nel quale il millisecondo sposta enormi ricchezze, vengono prese sulla base di algoritmi oppure dagli stessi algoritmi. Come funziona? Anche qui, se si vuole, è semplice. I soggetti che fanno trading usano programmi che generano notizie come fa google news. Con la differenza che le notizie generate vengono lette da algoritmi i quali, se viene consentita l’espressione, passano le loro analisi ad altri programmi che, in automatico, decidono di vendere o comprare azioni, di fare guerra o pace finanziaria con un paese. Gli umani rimasti in borsa analizzano, e decidono, sulla base di questa catena di comportamento, vendita o acquisto, se favorire o meno questo flusso di dati, algoritmi o vendite. Ma, come è intuibile, a velocità differenti. Per cui se un paese ha subito un attacco finanziario letale, via algoritmi, se lo tiene.

Quindi le notizie che contano, dall’Italia, e che decidono di pezzi importanti della ricchezza del nostro paese, non solo passano dal trading ad alta velocità e dalle dark pool ma anche, e soprattutto, da programmi che elaborano, analizzano e decidono su ciò che appare dall’Italia, secondo criteri propri e ad altissima velocità. Spesso, come notano diversi analisti da quando è emerso il nostro paese, senza capire le notizie. Così ci si intende sul perché i segnali mandati dall’Italia al “mercato” non vengono “capiti”. Perché quello che viene chiamato il mercato è qualcosa di totalmente diverso da ciò che la politica, nel suo complesso salvo lodevoli eccezioni, immagina. Qualcosa che elabora, decide, ed eventualmente distrugge, su criteri propri e ad altissima velocità. E non è un caso che dal 2012, anno della crisi del debito sovrano europeo, ci sono testate che chiamano questo piano Robot Wars.
Perché c’è tutto: da reti tecnologiche inaccessibili, alta velocità, scontro tra soggetti finanziari in termini di millisecondi, aggressione ai paesi in tempo reale.

Il teatrino della politica italiana in questo scenario o viene ignorato, perché troppo lento rispetto al trading ad alta velocità, o pensato in modo diverso da algoritmi che non conosciamo che mandano le loro analisi a programmi che prendono decisioni sulla base di data mining di profili i cui criteri, spesso illegali, di profilazione non sono oggetto di dibattito politico democratico in nessuna parte del globo.

Viene da sorridere quando si vedono soggetti improbabili cercare di attribuire la “colpa” dello spread a Mattarella o alla maggioranza gialloverde. O al complotto della Germania, della Bce o chissà altro. La figura stessa di Soros, affossatore della lira nel 1992, che ci ha spedito ad un livello di crisi dalla quale l’Italia non è mai veramente uscita, è qualcosa di romantico, umano rispetto a questa dimensione.

Siamo su un piano di conflitto finanziario sui nostri conti pubblici, fatto, con questi dispositivi tecnologici, per estrarre profitto dalla volatilità di borsa generata con questi strumenti.

Qui il programma sovranista del governo gialloverde non prevedeva alcuna misura di prevenzione su questo piano. Prevenzione che, a lungo periodo, si fa su investimenti pubblici sull’intelligenza artificiale non solo sul potenziamento della prevenzione delle autorità di controllo sulla formazione della comunicazione, politica e dell’amministrazione a questi processi, sulla capacità di ridurre al massimo la dipendenza del paese dalla finanza globale. Da antidoto a tutto questo non c’era certo il professor Savona, che, fino a ieri, stava nel consiglio di amministrazione di una start-up Fintech ovvero di un settore che, su tutte queste dinamiche descritte, ci guadagna.

Quanto a Mattarella stendiamo un velo pietoso, essere democristiani e conoscere il mondo sono due cose diverse. Resta Cottarelli che questo mondo lo conosce essendone espressione. E che ha subito severe lezioni dall’aumento vertiginoso dello spread. E’ stato superficiale o ha subito la situazione?

Lo capiremo presto. A nostre spese, naturalmente.

Redazione, 30 maggio 2018

29/05/2018

Mattarella non può imporre il proprio indirizzo politico al Parlamento

Anche i Giuristi Democratici sono rimasti sconcertati dall’iniziativa di Sergio Mattarella. E argomentano in punta di diritto costituzionale le ragioni di questa critica. E’ persino ovvio che si possa avere opinioni differenti su come affrontare il presente sconquasso istituzionale, ma ci sembra utile proporre ai nostri lettori un punto di vista tecnicamente informato. In questi giorni, infatti, abbiamo scoperto esistere migliaia di improvvisati “esperti costituzionalisti” che a prima vista non hanno mai aperto un breviario di educazione civica. E le cui elucubrazioni si riducono in effetti a “io sto con Mattarella” oppure no.

Come abbiamo scritto fin dal primo minuto, la sua è stata una scelta politica, esorbitante dai poteri che la Costituzione affida al Presidente. In altri termini, Mattarella ha – consapevolmente o meno – fissato un precedente che permette all’inquilino del Quirinale il compito di stabilire se una maggioranza parlamentare abbia o no il diritto di mettere in pratica il programma per cui è stata votata, scegliendo gli uomini e le donne incaricati di realizzarlo.

Lega e Cinque Stelle hanno presentato un programma che ci fa schifo, e ci preparavamo a praticare l’opposizione sociale e politica al loro governo. Ma la stessa sorte sarebbe toccata, a maggior ragione, a qualsiasi forza o coalizione politica intenzionata a gestire la macchina pubblica per soddisfare i bisogni di una popolazione stremata da crisi, austerità, disoccupazione, reddito insufficiente per sopravvivere. Come sempre accade, ogni distorsione del quadro costituzionale riguarda tutti.

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La scelta del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di porre un veto sulla nomina del Ministro per l’Economia proposto dal Presidente del Consiglio incaricato, con la conseguenza di impedire la nascita di un Governo sostenuto dalla maggioranza dei parlamentari usciti dalle urne del 4 marzo, non è condivisibile; così come non è condivisibile l’irrigidimento sul nome del Prof. Savona, che appare strumentale, come prova di forza nei confronti del Quirinale, se non addirittura spregiudicato, per arrivare a nuove elezioni.

Non cambia, però, il merito giuridico della questione. E’ ben vero che l’art. 92 della Costituzione assegna al Presidente della Repubblica potere di nomina dei Ministri. Tuttavia spetta al Presidente del Consiglio incaricato, la proposta dei nomi. In tali casi la responsabilità politica dell’atto ricade sul Presidente del Consiglio incaricato, ed il controllo che su tale atto può essere esercitato dal Presidente della Repubblica non può mai assumere i contorni di una verifica sulle opinioni espresse dal ministro proposto.

Ed insomma, il rifiuto alla nomina non può mai fondarsi su un giudizio politico sul soggetto, ma solo su una sua inidoneità giuridica a ricoprire l’incarico. Questo perché, di fronte alla maggioranza parlamentare che indica un possibile governo, il Presidente della Repubblica svolge un attività politicamente neutra, e non può sovrapporre il proprio indirizzo politico a quello del Parlamento.

Va ricordato che il Presidente della Repubblica ha altre forme di controllo sulle possibili violazioni della Carta Costituzionale. Egli può, infatti, rifiutare di firmare eventuali atti che violassero palesemente la Costituzione. Il sistema è poi ulteriormente garantito dalla previsione di una Corte Costituzionale.

Nel suo ruolo di nomina dei ministri, quindi, il Presidente della Repubblica rappresenta lo Stato, e non una opinione politica di parte.

E’ chiaro che le forze della maggioranza, onde impostare fin dall’inizio un rapporto di reciproco rispetto e collaborazione istituzionale, avrebbero potuto indicare un altro nome per portare avanti il medesimo programma/contratto di governo.

Tuttavia il Presidente della Repubblica non può intervenire, se non con una moral suasion. Nell’esercizio della sua funzione di garanzia deve impedire abusi, per esempio rifiutando la nomina di persone che non diano affidamento di adempiere le funzioni pubbliche con disciplina ed onore, come richiede l’art. 54 della Costituzione, ma non può imporre correzioni dell’orientamento politico espresso dalla maggioranza. La motivazioni addotte dal Presidente Mattarella per giustificare il suo veto alla nomina di Paolo Savona, al contrario, tendono ad affermare che il potere di scelta dei ministri, sotto il profilo dell’opportunità e delle opinioni politiche, spetti al Presidente della Repubblica.

Non convincono poi le ragioni addotte. Quando il Presidente dichiara che: “la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari”, facendone da ciò discendere il rifiuto della nomina di Paolo Savona, attribuisce agli “operatori economici e finanziari” un potere di interferenza nei meccanismi della democrazia costituzionale che non ha ragione di essere. Secondo il nostro ordinamento sono le scelte degli elettori che determinano la nascita del Governi, non le reazioni dei mercati finanziari.

Nel contempo, appaiono preoccupanti le prime reazioni che la scelta del Presidente della Repubblica ha generato. In particolare le dichiarazioni scomposte da parte di taluni esponenti e le ipotesi di richiesta di messa in stato di accusa, che oltre che infondata, apparirebbe una ulteriore rottura del sistema costituzionale.

La crisi va risolta con pazienza, buon senso, cercando una via all’interno delle istituzioni democratiche repubblicane, attraverso un dibattito parlamentare ampio e corretto. Tutte le forze politiche ed i partiti debbono, in un frangente così difficile, fare ogni sforzo per evitare una irrimediabile lesione ai principi democratici parlamentari, anche evitando di irrigidire le posizioni assunte.

Nel contempo i giuristi ed i democratici, oggi più che mai, hanno il dovere di difendere la Costituzione, l’equilibrio, il sistema parlamentare e la democrazia, valori superiori, da ogni possibile lesione, da qualunque parte essa provenga e di continuare a battersi, al di là delle polemiche in corso, per il soddisfacimento dei bisogni delle persone, tema purtroppo estraneo al dibattito in corso.

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