Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2024

Roma 22 febbraio 1980. L’omicidio di Valerio Verbano

Venerdì 22 Febbraio 1980, a Roma, intorno all’una di pomeriggio, tre uomini bussano alla porta di un appartamento al quarto piano di via Monte Bianco 114, abitazione di Valerio Verbano, studente di 19 anni, militante dell’Autonomia Operaia. In quel momento in casa si trovavano solamente i genitori di Valerio. La madre, dichiarandosi i tre uomini amici di Valerio apre la porta.

Subito i tre uomini, armati e resi irriconoscibili da dei passamontagna, la immobilizzano e la legano insieme al marito in camera da letto, e successivamente perquisiscono accuratamente tutto l’appartamento. Intorno alle 13:40 Valerio torna da scuola, apre la porta di casa e ad aspettarlo trova i suoi aguzzini. Subito si accorge della loro presenza, e dopo averne disarmato uno, cerca di fuggire dalla finestra, ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Morirà poco dopo in ambulanza, mentre viene trasportato in ospedale.

Alle 21 dello stesso giorno arriva la rivendicazione dell’omicidio da parte dei NAR, che verrà confermata in un ulteriore volantino ritrovato alle 12 del giorno successivo.

Nell’ambiente dell’Autonomia, questo omicidio viene visto come parte di un processo repressivo ampio, portato avanti dalle questure fortemente legate al terrorismo nero. Proprio su questo legame Valerio aveva svolto un ampio e preziosissimo lavoro di indagine, raccolto in un dossier che sparirà dopo essere stato sequestrato dalle forze dell’ordine.

Inutile dire come, in questo caso, tutta quella macchina mediatica che si avviava in quegli anni per rendere onore alle “vittime del terrorismo”, non si sia messa in moto e si sia invece impegnata a descrivere Valerio come un militante indeciso, sul punto di abbandonare i suoi ideali.

A mettersi in moto è comunque il movimento: alla diffusione della notizia dell’uccisione di Valerio seguirono cortei, che si concludono con scontri con le forze dell’ordine, che arrivano persino ad inseguire i manifestanti, il giorno del funerale, fin dentro il cimitero del Verano, sparando lacrimogeni e raffiche di mitra.

Riportiamo due passi tratti da “I Volsci” del Febbraio 1980:
“Questo attacco si inserisce in quello più generale contro l’antagonismo organizzato, contro l’Autonomia. Dove non riescono galere, delatori, brigatisti pentiti, giudici cervellotici e piccisti, dove non riesce la campagna di linciaggio politico gestita dal potere, preparata ed avvallata dal Pci, si arriva all’eliminazione fisica dei compagni”

“La potenza repressiva dello Stato è stata invece un elemento complementare dell’assassinio e della logica che lo ha prodotto. Come i compagni hanno fin da subito messo in evidenza, i fascisti hanno colpito dopo che la repressione aveva spianato loro la strada. Ma non basta. Ciò che è avvenuto dopo l’uccisione di Valerio, sia sulla stampa di regime che nelle piazze, ha infatti dimostrato che non solo ai fascisti era stato suggerito e permesso di prendere l’iniziativa, ma che l’assassinio stesso di Valerio veniva gestito dallo Stato come un ammonimento per i compagni. Eppure Valerio era stato ucciso inerme, dentro casa sua, davanti ai genitori” (da InfoAut).
*****

Oltre duemila persone hanno partecipato anche ieri, come ogni anno, al corteo di movimento per ricordare quell’omicidio rimasto impunito, nonostante non siano certo mancati i “seri indizi” per arrivare a individuare gli assassini.

Ma il ricordo non è solo memoria, è attenzione viva per i conflitti del presente.

“Lo stato italiano fornisce armi ad Israele ed è complice del genocidio palestinese – hanno dichiarato i manifestanti, come riporta l’agenzia Dire – Il modo migliore di ricordare Valerio è non voltarci dall’altra parte di fronte a questo genocidio. Valerio non si è mai voltato dall’altra parte ha affrontato i fascisti a viso aperto. La prossima settimana, anche se ci fosse vietato, scenderemo in piazza davanti al Parlamento perché non possiamo più accettare in silenzio che questo genocidio venga compiuto davanti ai nostri occhi”.


Fonte

06/05/2019

Storia dell’autonomia operaia vicentina

di Giovanni Iozzoli

Donato Tagliapietra, Gli autonomi. Volume V. L’Autonomia operaia vicentina dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2019, pp. 256, € 19,00

A voler spiegare come si scrive un testo documentato e rigoroso, su un frammento dei nostri anni ’70, senza melanconie memorialistiche e narcisismi biografici, il quinto volume della serie “Gli autonomi” potrebbe essere citato come esempio virtuoso.

Il libro, dedicato all’esperienza del movimento autonomo nell’alto vicentino – una perimetrazione solo apparentemente marginale, in realtà ricca di implicazioni e connessioni generali – è scritto “al presente”: niente nostalgie, niente autocompiacimento, meno che mai dissociazione. L’autore non fa mai astrazione dal suo punto di osservazione naturale: la durezza spigolosa e inafferrabile dei tempi d’oggi.

Il racconto dell’autonomia vicentina presenta dei tratti di vivo interesse, innanzi tutto per la specificità del territorio. Quella raccontata da Donato Tagliapietra, dirigente dei Collettivi Politici Veneti, ex prigioniero degli infiniti processi che seguirono al 7 aprile, è innanzitutto una storia operaia, anche e soprattutto nella sua dimensione di rifiuto della fabbrica: la cronaca dell’emersione embrionale di un “altro movimento operaio”, in cui un pezzo di gioventù di provincia rigetta la coazione al lavoro e l’etica sacrificale del cottimo e dello straordinario a cui i padri avevano sacrificato la vita.

Non a caso il libro si apre con i fatti della rivolta di Valdagno quasi a sottolineare la matrice proletaria (non genericamente ribelle o controculturale) di quella incubazione che sul finire degli anni del boom, prepara le condizioni dell’esplosione del decennio successivo:
Nell’ambito della prima industrializzazione italiana l’industria tessile vicentina ha un ruolo di prim’ordine, tanto da conferire a questa provincia caratteri strutturali che l’avvicinano di più all’esperienza del triangolo industriale che a quella veneta e italiana […] A rendere originale il processo di industrializzazione vicentino è stato il modo in cui la fabbrica si inserisce nella struttura sociale preesistente, apparentemente senza traumi né fratture nette, anzi salvaguardando gli antichi equilibri. Tutto ciò ha fatto parlare di uno specifico modello di sviluppo: quello veneto. Fino all’aprile del 1968 alla Marzotto di Valdagno (p. 11)
Sui fatti di Valdagno, molto si è scritto, collocandoli addirittura tra gli episodi fondativi del ’68 italiano: la statua del fondatore Gaetano Marzotto abbattuta, le ore di scontri con la polizia dentro territori abituati alla pacificazione e a un’etica del lavoro asfissiante. È l’autonomia di classe all’opera, prima che si generalizzi l’uso stesso della categoria.

Da quel fecondo spartiacque, nei grandi comuni industriali di Thiene, Schio, Marano, Bassano, l’autunno caldo evoca una generazione di giovanissimi quadri di movimento – interni/esterni al tessuto delle fabbriche – che avviano un’altra prassi e un’altra progettualità dentro i territori. Si consolida un’area di contrapposizione ed estraneità ai due mondi allora egemoni: il Veneto bianco – con i suoi cascami clericali e democristiani – e l’opposizione ufficiale, il Pci – con le sue strategie e ritualità paludate.

Inizia la stagione dei gruppi, l’emersione di un’“altra sinistra” che prende forma pubblica, con le sue sedi, le sue sigle, le sue iniziative. È una stagione breve, tutto si consuma in un lampo: i tempi sono accelerati, densi e straordinariamente fecondi. Potere operaio si è sciolta nel ’73, Lotta Continua annaspa dentro la radicalità delle sue contraddizioni e delle aspettative che il conflitto ha evocato soprattutto nelle componenti più giovanili. È il 1976, quando la nuova composizione giovanile di movimento nella bassa vicentina, matura un passaggio di rottura:
Tempo qualche settimana e usciamo da Lotta Continua. Semplicemente, senza strascichi polemici, anzi mantenendo intatto il patrimonio relazionale costruito nella militanza condivisa. Niente porte sbattute o accuse incrociate. D’altronde non portiamo via le masse, semplicemente una parte relativamente piccola ma molto coesa e determinata, non partecipa più a quell’agire collettivo e progettuale dopo tre anni abbondanti di appartenenza. Andiamo a costruire quotidianità da un’altra parte. Da quel momento siamo un’altra cosa […] Il nuovo riferimento è l’Autonomia Operaia, che non è un nuovo gruppo, ma un progetto politico e di lotta da costruire insieme. Con un tempismo perfetto arriva la proposta dei compagni dei Collettivi Politici Padovani, fatta a tutte le realtà di movimento della regione, di incontrarci per discutere un progetto di organizzazione regionale. (p. 38)
Il veneto bianco riproduce le stesse dinamiche sociali e generazionali del resto d’Italia. Questa nuova composizione giovanile, al di là delle sigle di riferimento, si colloca culturalmente in una condizione di rottura esistenziale con il mondo dei padri: il rifiuto delle ideologie lavoriste – sia in salsa micro-capitalistica che berlingueriana – la tendenza a fare comunità, costruendo una nuova militanza che coincide con le scelte di vita, la musica, le sperimentazioni psichedeliche, la liberazione sessuale. E il tema delle legittimità dell’uso della forza – anche armata – che ormai comincia a diventare dirimente.
Nasce una militanza con caratteristiche nuove, che agisce dentro dinamiche e filiere sociali molto dirette. Con Alquati possiamo definirla di “medio raggio”, nel senso di un intervento politico pubblico, fortemente condiviso, praticato nel quotidiano e in uno specifico territorio; condizione che permette più facilmente di non scadere nel leaderismo e nel soggettivismo perché impegnata alla organizzazione della forma pubblica dell’autonomia operaia. Si tratta di organismi proletari di massa, autonomi da partiti e sindacati, dove la lotta per affermare i bisogni e l’uso della forza marciano di pari passo: si vuole essere quadri complessivi, nel senso che non deve esserci separazione tra il politico e il militare. Tra il ’76 e l’80 si registrano in Veneto più di 500 atti di “uso ragionato della forza”. Nella maggior parte dei casi sono azioni di sabotaggio e danneggiamenti nei confronti delle proprietà di fascisti, forze dell’ordine, politici democristiani e baroni universitari. Fratellanza e intelligenza, forza e complicità: questo diventa lo spazio dove si colloca la nuova militanza. (p. 51)
Tutto si mescola freneticamente in mesi che valgono come anni, mentre la crisi italiana si avvita sempre di più tra tentazioni autoritarie e il fosco orizzonte del compromesso storico in gestazione.

In una dimensione di densa socialità e contropotere reale esercitato nei territori, si va a costituire quello che l’autore definisce “il laboratorio veneto” – un rapporto di forza reale che misura ogni giorno la propria egemonia; ma che costringe anche a reinventare continuamente forme, linguaggi e pratiche, per rimanere al passo con i tempi della crisi/ristrutturazione che sta ridisegnando la società veneta. L’allungamento della filiera produttiva – che oggi è assunto come elemento fondamentale di gerarchizzazione del lavoro vivo – conosce in quel tessuto un suo campo fondamentale di avvio e sperimentazione. I giovani autonomi vicentini “inseguono” davanti ai cancelli delle fabbriche i loro coetanei operai, organizzando le ronde contro gli straordinari o l’intervento contro i licenziamenti, ma devono anche nel contempo costruire le loro “filiere” alternative – sociali e antagoniste – in cui ricomporre nel territorio quel mondo operaio che si va sfilacciando, nel decentramento produttivo, nell’autosfruttamento dei capannoncini e del lavoro a domicilio.
Tutta la storia dell’Autonomia vicentina – per collocazione, cultura, memoria – è imperniata sul rifiuto/superamento della condizione operaia. L’esperienza storica dei Gruppi Sociali vive all’interno di questa dinamica diventando immediatamente lo strumento attraverso il quale aggredire e rompere la nuova costrizione al lavoro. In particolare questo progetto organizzativo trova sostegno pieno nella teoria dell’operaio sociale che permette a tutti – operai, disoccupati, studenti, piccoli commercianti, precari etc – di sentirsi direttamente messi in produzione [...] Esistiamo allora come operai e operaie sociali, non come figure sociologiche ma in quanto soggetti politici capaci di trovare soluzioni che liberino conflitto di classe, nella sua forma post-fordista. L’intervento militante quotidiano privilegia i nuovi distretti industriali, i nuovi laboratori, i paesi dove i comparti della grande fabbrica vengono decentrati. Il lavoro ci insegue sempre più dentro il territorio e noi lì lo abbiamo aspettato. Perché questo è il terreno in cui siamo più forti. (p. 93)
L’operaio sociale è quindi la categoria che supporta questo sforzo tutto politico: e nasce dalla pratica, dalla necessità di “giustificare” e sistematizzare questi processi. Ortoprassi e spregiudicatezza teorica sono in quegli anni due poli che marcano un processo necessario e virtuoso di prassi-teoria-prassi (poi diventeranno sbracamento solipsistico, man mano che il conflitto si essiccherà e resteranno in campo solo i chiacchieroni da seminario, ma questa è un'altra storia).

L’autore rende puntigliosamente conto dei processi di formazione delle strutture autonome – dai coordinamenti operai ai comitati studenteschi, ricomposti orizzontalmente nella figura dei Gruppi Sociali– così come delle campagne che scandiranno la forza crescente dell’autonomia operaia in veneto e la sua progettualità nazionale, in rapporto con l’area milanese di Rosso.

Nasce Radio Sherwood – con la sua redazione vicentina – ed il settimanale politico Autonomia: strumenti indispensabili per rendere conto della ricchezza delle iniziative diffuse sul territorio.

Le ronde operaie “mobili” contro gli straordinari, diventano modello di intervento nel sociale, nella lotta per la casa e nelle prime occupazioni di spazi sociali. Il crescendo del contropotere evoca un crescendo di repressione, che prova a rintuzzare, palmo a palmo, l’egemonia che gli autonomi conquistano su pezzi importanti di tessuto sociale: i confederali e il PCI diventano parte attiva di questo sforzo di contrasto all’autonomia operaia, in un susseguirsi di arresti, processi e inchieste, che culmineranno, nel grande showdown finale del PM Calogero (il libro riporta anche l’imbarazzante e famigerato post pubblicato nel 2017 da Umberto Contarello, all’epoca ventiduenne segretario della FGCI padovana, che racconta di come Calogero andasse personalmente nei locali della Federazione del PCI ad istruirlo sulla versione che avrebbe dovuto sostenere come testimone d’accusa al processo contro l’Autonomia...).

Ma nel vicentino lo spartiacque di un’epoca non è il 7 aprile del ’79. È piuttosto la tragedia di Thiene, la morte inaspettata di tre giovani proletari dei collettivi vicentini, Angelo del Santo, Alberto Graziani e Maria Antonietta Berna, e il successivo assurdo suicidio in carcere di Lorenzo Bortoli. Donato Tagliapietra lascia capire che fu quell’evento a segnare la fine di qualcosa: agli attacchi repressivi le strutture autonome erano abituate; ma i fatti di Thiene recano un segno autodistruttivo che difficilmente avrebbe potuto ricomporsi.
A Thiene, attorno alle ore 17.00, un’esplosione provoca la morte di tre compagni, militanti dei Cpv. La storia si interrompe e si capisce che niente più sarebbe stato come prima. Esiste un prima e un dopo l’11 aprile ’79. (p. 163)
I tre militanti stavano realizzando un ordigno esplosivo che sarebbe servito dentro la campagna di risposta alla maxi retata del 7 Aprile. Le strutture dell’autonomia vicentina rivendicano immediatamente l’internità delle figure e del percorso dei tre giovani militanti morti e scrivono in un comunicato uscito subito dopo i fatti:
Nessuna disputa di linea politica, nessuna differenziazione di impostazione di analisi dentro il movimento, può offuscare, negare l’appartenenza dei compagni all’intero movimento rivoluzionario, a tutti i comunisti. L’intero movimento di classe deve rivendicare a sé questi compagni caduti. Per non dimenticare. Per ricordare. (p. 164)
L’autore ci riporta al clima drammatico di quei giorni.
Quella che si scatena contro una piccola realtà di provincia è una repressione senza eguali. Crudele e feroce. L’intento è quello di sradicare definitivamente l’organizzazione autonoma. Viene messa in campo da Dalla Chiesa attraverso un’operazione che militarizza per un mese un intera zona. (p. 167)
Mandati di cattura e perquisizioni piovono a tappeto su tutto il territorio:
Nel nostro caso niente viene risparmiato, fino alla contestazione a tutti del reato di omicidio. Non esiste un impianto accusatorio, non è mai esistito durante tutta la fase processuale. La volontà di spargere terrore con la rappresaglia è l’impianto accusatorio. Scattano dappertutto posti di blocco, controlli nei luoghi frequentati dai compagni e nelle loro abitazioni. Nei luoghi frequentati dal movimento i poliziotti si scatenano contro le compagne con provocazioni sessiste. (p. 168)
Le persone care alle vittime vengono arrestate o inquisite. Tra loro Lorenzo Bortoli, affittuario dell’appartamento in cui avviene la tragedia e compagno di Maria Antonietta. Dopo due mesi di isolamento, vessazioni, trasferimenti e provocazioni, Lorenzo si suicida nella sezione transiti del carcere di Verona. Da settimane è in piedi una campagna di opinione per la sua liberazione, visti i tentativi di suicidio già messi in atto e lo stato di profonda prostrazione psicologica provocata dalla morte della compagna, oltre che dalla detenzione. Il quarto funerale a pugni chiusi, nella piccola straziata provincia vicentina.

Tra latitanza, carcere e processi (le ultime prescrizioni arrivano nel 2006!) la vicenda politico organizzativa dei Collettivi politici vicentini termina all’inizio degli anni ’80. Le scelte di vita si dividono, il territorio muta segno rapidamente: l’eroina si diffonde capillarmente anche nei piccoli centri; ampi settori del Veneto, soprattutto fino al rapimento Dozier, restano zone altamente militarizzate (a Padova città si riuscirà a rompere il divieto di manifestazione solo nel 1985, dopo l’esecuzione sbirresca di Pedro Greco). E cosa più importante: la controrivoluzione sociale accompagna la valorizzazione capitalistica del “modello veneto”, che passa da dimensione produttiva marginale e periferica, all’inserimento nelle grandi filiere produttive tedesche e mitteleuropee.

L’autore, a differenza di altri che hanno contribuito ai volumi precedenti della serie, ci tiene a rendere onore ai tanti che hanno proseguito, negli anni '80/'90 la continuità di un’ipotesi politico organizzativa legata all’autonomia.
Quando uscii le cose erano cambiate, ma mi sentivo ancora interno a una situazione di lotta solida e importante. La storia continuava. Mai un giorno a Padova, dagli studi di Vicolo Pontecorvo, Radio Sherwood era stata in silenzio. Accompagnava sosteneva, difendeva e organizzava lo spazio autonomo. Nasceva il Coordinamento Nazionale Antinucleare Antimperialista, che tanta importanza ebbe in quel preciso momento, considerando quanto di drammatico stava succedendo dentro le organizzazioni combattenti clandestine e nelle carceri speciali. [...] Da quel ciclo di lotte presero vita le prime occupazioni con l’avvio, lungo gli anni Novanta del movimento dei Centri Sociali. Nel 1988 a Padova, in via Ticino, nasceva il Pedro, l’anno dopo a Mestre il Rivolta, poi il Morion a Venezia, l’Aggro nel Trevigiano, l’Emoprimodellalista nella bassa padovana, fino allo Ya Basta di Vicenza. [...] Quello fu molto sommariamente l’impianto di movimento con il quale si arrivò a Genova 2001. E dopo Genova il movimento di lotta contro la base americana di Dal Molin, a Vicenza, nel febbraio 2007 portò in piazza una manifestazione autonoma di 200.000 persone. (p. 203)
Tutto storicamente corretto. Ma non ci si può sottrarre alla domanda più dolorosa, con cui fa i conti Elisabetta Michielin nella bella introduzione:
Aver visto giusto, aver guardato al territorio pone però un problema. Com’è potuto accadere che lo stesso territorio, lo stesso rifiuto del lavoro, abbia portato a un cambiamento di segno inaspettato nella sua radicalità? Insomma, come e perché si è prodotto l’uomo nuovo della Lega? Quei ragazzi che, piuttosto di entrare in fabbrica, avevano deciso di prendere le armi, come sono diventati gli sfruttatori di se stessi nelle miriadi di piccoli opifici che hanno fatto il miracolo del Nord Est nel secolo scorso? [...] E ancora: che quella produzione di soggettività, moltiplicatrice di libertà e di invenzione, abbia partorito il mostro dell’autoreferenzialità e dell’esclusione, in una parola l’inimicizia assoluta nei confronti dell’altro e la completa identificazione con il lavoro? (p. 9)
Domande dolorose. Risposte che meriterebbero ben più di un libro.

Fonte

07/04/2019

Quaranta anni fa il blitz del 7 aprile.La stagione della repressione di massa

Il 7 aprile del 1979, di cui oggi ricorrono i quaranta anni, venivano arrestati con un blitz della polizia su mandato del giudice Calogero, i compagni e gli intellettuali più noti dell’Autonomia Operaia del nord. Tra essi Toni Negri, Oreste Scalzone, Luciano Ferrari Bravo, Mario Dalmaviva e molti altri. Una seconda fase di questa operazione repressiva con altre decine di arresti, avvenne poi il 21 dicembre dello stesso anno.

Alla base dell’inchiesta e degli arresti, vi era quello che è stato definito come il teorema Calogero (dal nome del magistrato che condusse le indagini) ossia che lo scioglimento di Potere Operaio (uno dei gruppi più influenti della sinistra extraparlamentare degli anni ’70) era stato in realtà fittizio e nascondeva un progetto strategico rivoluzionario comune sia attraverso l’Autonomia Operaia che le Brigate Rosse. Il teorema si rivelò, come tutti sapevano, fasullo e lo stesso dott. Calogero fu costretto ad ammetterlo quasi venti anni dopo.

Obiettivo del blitz, ampiamente concordato tra governo Dc, Pci e magistratura, era in realtà la liquidazione per via giudiziaria e carceraria dell’Autonomia Operaia nel nord del paese, in particolare nel Veneto e in Lombardia.

Lo Stato aveva iniziato così la sua offensiva diretta contro i movimenti che ne avevano contestato radicalmente le scelte e gli assetti durante tutti gli anni ’70.

Con il 7 aprile veniva inaugurata la stagione dei blitz e degli arresti di massa che durerà ininterrottamente fino al 1982 e con qualche scampolo nel 1984.

Il risultato furono migliaia di attivisti e militanti della sinistra alternativa e rivoluzionaria portati in carcere, spesso rimanendovi per anni in detenzione preventiva in attesa di processo, grazie alle leggi speciali varate da Cossiga che vennero applicate anche retroattivamente.

Qui di seguito una parte sul blitz sul 7 aprile, ripreso dal capitolo dedicato agli anni della repressione politica nel libro “Una storia anomala”.
“Dopo il blitz del 7 aprile 1979 contro i leader storici dell’Autonomia Operaia, l’attività contro la repressione, le leggi e le carceri speciali diventa più intensa, anche perché i blitz e gli arresti offrono continuamente materia di intervento.

Anche in questo si registra una divaricazione con l’Autonomia Operaia – che in modo piuttosto velleitario annuncia di voler “accettare la sfida dello Stato” – e l’Opr che non sottovaluta affatto la portata dell’operazione repressiva e cerca con ogni mezzo di allargare il fronte di opposizione e le contraddizioni negli apparati dello Stato.

In un documento interno del luglio 1979, e ormai in pieno “stato di emergenza”, a proposito del clima repressivo in atto nel paese, l’Opr scrive che: “Alla crisi politica non corrisponde però una parallela disorganizzazione delle strutture reali del potere statale. In particolare sul terreno della repressione e dell’organizzazione militare questi anni sono serviti, anche e soprattutto grazie alla politica di “solidarietà nazionale”, a creare una capacità di intervento dello Stato qualitativamente nuova. Il 7 aprile non è, come è ormai chiaro, un episodio di lotta al terrorismo vero o presunto, è invece una impostazione nuova dei rapporti tra lo Stato, i movimenti di classe e le organizzazioni politiche rivoluzionarie che stravolge le regole del gioco “democratico” e reimposta i rapporti istituzionali su nuove basi (...) Questo progetto ha dimensioni ben più ampie rispetto allo scontro tra Stato e BR e fa parte di un progetto interno ed internazionale che vede la riorganizzazione capitalistica strettamente collegata a processi di militarizzazione della società civile e di sviluppo del terrorismo di Stato, nelle sue forme pubbliche e private. In questo senso lo Stato delle multinazionali agisce davvero con un collegamento organizzativo e un indirizzo politico che è ben più solido dei rapporti economici e di governo”.

L’escalation repressiva ormai agiva a tutto campo, colpendo i militanti e simpatizzanti dei gruppi armati ma anche dei collettivi o delle organizzazioni più di movimento. Gli arrestati ormai sono centinaia. Il meccanismo repressivo si affina introducendo nuove leggi speciali nel 1980 e soprattutto la Legge sui pentiti che consente sconti di pena a chi fa i nomi.”
Da “Una storia anomala. Dall’Opr alla Rete dei Comunisti”

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24/10/2018

Il ministro Paolo Savona parla del reddito di cittadinanza in questi termini...

Ieri Paolo Savona, il principale ministro del governo Conte, vera mente pensante della compagine governativa, una vita in Banca d’Italia e Confindustria, ha precisato su Milano Finanza perché ha accettato il reddito di cittandinanza.

Ecco cosa ha scritto: “Circa la definizione sperimentale da me attribuita al reddito di cittadinanza, essa riguarda la mia valutazione che rappresenta uno strumento importante, di cui nel mondo le persone serie già discutono, per affrontare gli effetti della robotizzazione dell’economia che comporta minor bisogno di lavoro umano”.

Un alto esponente dell’establishment fa dunque sua, in piccola parte, l’analisi condotta alla fine degli anni sessanta da diversi settori dell’Autonomia Operaia, che si diffuse poi nel Movimento del ’77, per distribuire il plusprodotto. Quei movimenti affrontavano il tema assieme ad una radicale e forte diminuzione dell’orario di lavoro (“lavorare tutti, lavorare meno”, ecc)...

Che un importante esponente dell’establishment italiano, qual è Paolo Savona, affronti non già la tematica della riduzione dell’orario di lavoro, ma una timida (timidissima) redistribuzione del plusprodotto, dà l’idea di come gli eredi del PCI, fautori oggi di un feroce liberismo, siano fuori dalla storia.

Non a caso furono combattuti dai movimenti degli anni ’70. La storia ritorna.

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09/04/2017

7 aprile 1979: il teorema Calogero

In seguito al rapimento di Aldo Moro, il 21 marzo 1979 venne inaugurata l’applicazione politica del reato di “associazione per delinquere”, di norma riservato alle inchieste di mafia. Il 7 aprile 1979, agenti della DIGOS, polizia e carabinieri, effettuano centinaia di perquisizioni in tutta Italia, arrestando, sulla base di 22 ordini di cattura firmati dal sostituto procuratore della Repubblica di Padova Pietro Calogero, 15 esponenti di “Autonomia Operaia”, e cioè: Antonio Negri (a Milano); Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Lauro Zagato (a Roma); Ivo Galimberti, Luciano Ferrari Bravo, Carmela Di Rocco, Giuseppe Nicotri, Paolo Benvegnù, Alisa Del Re, Sandro Serafini, Massimo Tramonti (a Padova); Mario Dalmaviva (a Torino); Guido Bianchini (a Ferrara); Marzio Sturaro (a Rovigo). Sono sfuggiti alla retata: Franco Piperno, Pietro Despali, Roberto Ferrari Giambattista Marongiu, Gianfranco Pancino, Giancarlo Balestrini, Gianni Boeto (o Domenico Gioia?). Gli arrestati e i ricercati sono tutti professori (in facoltà di scienze politiche, fisica, ingegneria), assistenti e studenti universitari, giornalisti, ecc.

Ecco i capi di imputazione formulati dal PM Calogero. Dodici degli imputati sono incriminati “per aver... organizzato e diretto un’associazione denominata ‘Brigate Rosse’... al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private”. Tutti gli imputati, per avere organizzato e diretto “Potere Operaio” e “Autonomia Operaia” al fine “di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica cosiddetta dell’illegalità di massa di varie forme di violenza e di lotta armata, espropri e perquisizioni proletarie, incendi e danneggiamenti ai beni pubblici e privati, rapimenti e sequestri di persona, pestaggi e ferimenti, attentati a carceri, caserme, sedi di partito, associazioni e cosiddetti ‘covi di lavoro nero’ sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi, ordigni incendiari e, infine, mediante il ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obbiettivi sopra precisati”.

A sostegno di queste imputazioni, sempre secondo il PM Calogero: “esistono sufficienti indizi di colpevolezza, desumibili: 1) dalla copiosa documentazione sequestrata o acquisita soprattutto nelle parti in cui esalta e si programma la lotta armata, si annunciano e si rivendicano atti di violenza o attentati terroristici, si predispongono mezzi e organizzazioni di tipo paramilitare, si promuove e si incita alla insurrezione armata contro lo Stato; 2) dalle riviste Rosso e Controinformazione, e di altri numerosi giornali e opuscoli, volantini e scritti di evidente contenuto sovversivo; 3) dalle testimonianze assunte e dalle risultanze delle indagini di polizia giudiziaria comprovanti sia la natura, le modalità e i mezzi dell’attività criminosa svolta da ciascun imputato, sia rapporti associativi intercorrenti tra l’uno e l’altro e il comune disegno antigiuridico, sia infine la loro consumata e attuale partecipazione in qualità di dirigenti e organizzatori ad associazioni delittuose meglio configurate nei capi di imputazione”.

Tra i capi d’imputazione più rilevanti ed eclatanti nei confronti di Toni Negri (il più in vista degli arrestati) vi fu quello di essere stato telefonista delle BR durante il sequestro Moro. Altri arresti si ebbero nei restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e ancora nel 1980. In tutto, agli imputati furono comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva. Il processo, per via dell’interferenza con le inchieste sulle BR, fu in parte trasferito a Roma. Le accuse di Calogero, pur accolte nel processo romano di primo grado del 1984, caddero quasi del tutto nell’appello del 1987: ne rimasero, argomentati sulla base di fattispecie assai dubbie, i 12 anni per Toni Negri (in primo grado erano 30: Negri, com’è noto, andò esule in Francia, donde tornò a scontare la pena residua nel 1997) e altre condanne minori per presunti reati connessi. Nel troncone padovano il processo di primo grado portò direttamente all’assoluzione di tutti gli imputati il 30 gennaio del 1986 (quasi sette anni dopo gli arresti): tra gli assolti vi furono anche i coimputati di Pietro Greco (detto Pedro), che nel frattempo il 9 marzo 1985, da latitante, era stato ucciso a Trieste da agenti della Digos e del Sisde. Il crollo del cosiddetto “teorema Calogero” fu ulteriormente e definitivamente sancito dalla sentenza d’appello presso la Corte di Venezia nel marzo 1988.

Tra le caratteristiche del 7 aprile vi fu – cosa relativamente nuova per l’epoca – la gogna mediatica: i giornali non si risparmiarono titoli cubitali del tipo “Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro”, e sopirono d’un balzo l’eco del delitto Pecorelli di qualche settimana prima; pochissimi furono coloro che rimasero lucidi, tra loro alcuni del Manifesto e, a Repubblica, il solo Giorgio Bocca. Il resto appartiene – come oggi con l’uomo politico evocato in apertura – piuttosto al reame del grottesco: i fotomontaggi, i goffi tentativi di smontare gli alibi, le improbabili perizie foniche sulle telefonate dei carcerieri di Moro (si scoprirà a posteriori che la voce era quella di Valerio Morucci), la mediocrità professionale degli esecutori giudiziari e polizieschi. Di fatto l’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Colpevoli in quanto comunisti, rivoluzionari e quindi sovversivi. E come ai tempi del fascismo repressi in maniera spietata non per le proprie azioni ma soltanto per le proprie idee, alla faccia del buon liberalismo borghese che dovrebbe concedere a tutti libertà di pensiero e di parola. L’ennesima dimostrazione che la borghesia, quando si sente minacciata, non esita a difendere sé stessa con la maggiore repressione e violenza possibile, utilizzando ogni arma a disposizione, anche quelle illegali e fasciste.

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07/04/2017

Oggi 7 aprile

"Dieci anni fa gli arresti di Padova.

Scrive il Corriere: "se gli arresti del 7 aprile si risolsero in un errore giudiziario e in anni di sofferenze per persone che sarebbero state assolte...".

A chi spiegare che non si trattò di un errore giudiziario ma di uno sporco atto di violenza compiuto, in solido, da tutta la classe dirigente?

Quel che oggi persino ‘il Manifesto’ dimentica di dire è che da allora l’istruttoria è stata gestita e sostenuta da un giudice, Calogero, considerato ‘vicino’ al Partito Comunista.

E che il Partito Comunista ha sempre sostenuto la colpevolezza degli uomini del 7 aprile soprattutto perché avversari della sua politica e perché, dirigendo contro le loro tesi l’ostilità e l’attenzione pubblica, di altrettanto si diminuiva la portata delle radici sociali, politiche e storiche comuniste che avevano dato origine alle Brigate Rosse, dico, non in termini sociologici ma storici.

E così per non fare i conti con il proprio passato storico, quando c’era ancora Gorbaciov, il maggior partito d’opposizione trascinò l’opinione pubblica contro gli “intellettuali assassini” con il medesimo entusiasmo con cui per quarant’anni aveva infamato Bucharin o Trotzkij.

Così, o anche così, si perdono le cause storiche. E poi si rovescia tutto e si vuol far credere che la conseguenza sia la causa.

Il declino del PCI italiano si distende lungo gli anni Ottanta.

Gli organismi politici non fanno autocritiche finché sono forti.

Ma diventano deboli per non averle fatte.

I compagni di Autonomia invecchiano a Parigi.

Ferrari Bravo, tornato in cattedra a Padova dopo cinque anni di prigione, rammenta in un’intervista la battuta di un autore cecoslovacco: chi è passato attraverso le guerre del nostro secolo, e fino alla presente distruzione ecologica, senza essere andato in galera per reato di opinione non può dire di aver speso bene la sua vita.

Non sono andato in galera per reato d’opinione. Per caso, credo.

Quel che ho detto in pubblico tra il 1967 e il 1973 e quel che poi ho scritto e stampato sarebbe stato più che sufficiente per una adeguata detenzione.

O ero considerato ingombrante perché ‘poeta’? E’ probabile.

Nelle valutazioni di certa gente – almeno alle nostre latitudini, perché sotto altre lo scrittore e l’artista sono caccia prelibata per gli squadroni della morte – valgono i canoni che nelle classi dirigenti da costoro servite hanno per secoli privilegiato il santone o infante (anche per meglio poterlo disprezzare) il Musarum sacerdos."

Tratto da "Extrema ratio: note per un buon uso delle rovine" di Franco, Fortini, ed. Garzanti,1990

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