Si chiude in tribunale una delle molte pagine che ha coinvolto l’Italia nel famigerato “Piano Condor”. Jorge Néstor Troccoli, ex ufficiale dell’esercito uruguaiano, è stato condannato in Italia martedì all’ergastolo per la sua responsabilità nell’omicidio e nella scomparsa di tre persone durante la dittatura militare in Uruguay nel quadro del Piano Condor, il coordinamento repressivo tra i regimi militari latinoamericani e gli USA negli anni ‘70.
La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Roma e va ad aggiungersi ad una precedente condanna – anch’essa all’ergastolo – che Troccoli sta già scontando a Napoli dal 2021, dopo essere stato riconosciuto colpevole della scomparsa di cittadini italiani in operazioni repressive transnazionali nel quadro del “Piano Condor”.
Troccoli, che ieri non era presente all’udienza in aula, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio dell’insegnante uruguaiana Elena Quinteros, rapita nel 1976, e della coppia formata dall’argentino José Agustín Potenza e dalla cittadina italiana Raffaella Filipazzi, entrambi scomparsi nel 1977.
Il 25 giugno 1977 José Agustín Potenza e la cittadina italiana Raffaella Filipazzi, furono arrestati all’hotel Hermitage di Buenos Aires. Furono condotti al centro di detenzione clandestino del Corpo dei Fucilieri Navali (FUSNA) e poi trasferiti clandestinamente in Paraguay, dove furono assassinati. I loro corpi furono ritrovati e identificati in una fossa comune nel 2017. La terza vittima per la quale è stato condannato Troccoli era Elena Quinteros, docente e dirigente sindacale uruguaiana, rapita nel giugno 1976 nella sede diplomatica del Venezuela a Montevideo e in seguito desaparecida.
Troccoli, faceva parte del Corpo dei Fucilieri della Marina (FUSNA) come ufficiale dei servizi segreti ed è stato indicato da più sopravvissuti come uno dei principali autori di torture e sparizioni.
Fuggito all’estero per sottrarsi alle azioni giudiziarie intentate dai familiari dei desaparecidos uruguayani, Troccoli si era rifugiato in Italia protetto dalla sua doppia cittadinanza. Ma nel 2007 era stato individuato in un paese del Cilento e successivamente arrestato.
In Uruguay la condanna di Troccoli è stata salutata con soddisfazione.
In una nota il Partito per la Vittoria del Popolo – uno dei partiti aderenti al Frente Amplio – esprime la sua più profonda soddisfazione per il risultato raggiunto in termini di verità e giustizia, che rappresenta la decisione della Corte di Assisi oggi presso il Tribunale di Roma, condannando all’ergastolo il repressore Jorge Néstor Tróccoli, ex ufficiale di Intelligence del FUSNA, per il rapimento e la scomparsa dell’insegnante Elena Quinteros.
“Sono passati 49 anni da quando la dittatura civico-militare uruguaiana invase il territorio venezuelano nella sua ambasciata a Montevideo, per rapire e far sparire la nostra compagna Elena Quinteros, simbolo della resistenza alla dittatura. Durante tutti questi anni, la lotta di sua madre Tota Quinteros, degli organismi per i diritti umani, dell’istruzione e della cultura, del Pit-Cnt, della mobilitazione popolare, il ruolo che ci è toccato come PVP e al Frente Amplio, hanno costituito un percorso di lotta senza rinuncia, che ci ha permesso di avanzare nella verità e nella giustizia”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2025
USA - L’omicidio di Charlie Kirk e l’emergenza statunitense
Un paio di anni fa ho avuto un mesetto particolare, perché quasi ogni sera mi sono fissato col vedermi qualunque intervento disponibile online – e sono davvero tanti – da parte di Charlie Kirk: ad un certo punto mi sono sentito quasi uno specialista sulla sua figura, in quella logica un po’ perversa e masochista che a volte ci spinge ad ascoltare chi ci dà enorme fastidio, a trangugiare il verbo di chi non sopportiamo, di chi vorremmo poter contraddire a nostra volta in un dibattito.
Charlie Kirk rappresentava tutto il peggio della destra becera americana, con a corollario quella sua “battaglia” sui generis contro i college, che a suo dire avrebbero rovinato gli americani, permettendo agli immigrati di rubare lavori che i primi non fanno più, proprio perché impegnati a perder tempo sui libri.
Sono decine i suoi “prove me wrong”, come quello di ieri, cioè tappe dei suoi tour nei vari college americani, in cui il 31enne Kirk cerca di convincere gli studenti dei campus della inutilità e nocività di un percorso accademico.
Il suo assassinio, viste le premesse, sembra facilissimo da raccontare, si presta a numerose dietrologie e contiene dei notevoli semi di ironia, avendo Kirk affermato più volte che, per proteggere la sacralità del secondo emendamento, “un po’ di morti da arma da fuoco sono un prezzo che è possibile pagare”.
Li contiene anche l’impalcatura di reazioni alla sua morte, perché se è vero che esultare per la fine violenta di una vita è una cosa triste e poco edificante, girano già i video in cui Kirk afferma che “l’empatia è un sentimento inventato, un termine new age che ha fatto molti danni alla nostra società”.
Ancor più emblematico, forse, il fatto che l’ultima parola pronunciata da Kirk prima di ricevere una pallottola sul collo sia stata “violence”.
Sebbene non abbia mai avuto incarichi in politica – ma solo pochi giorni fa, nel fare un post in cui dicevo che si tratta del più grande “coglione” del globo, avevo scritto che me lo sarei aspettato alla presidenza degli USA tra una decina di anni, perché il suo “Turning point USA” era e forse è destinato a crescere – Kirk lascia “orfane” non solo le sue due figlie ma anche una decina di milioni di followers, accumulati soprattutto tra i giovanissimi di destra.
Il suo omicidio, come ha detto ieri il governatore dello Utah in conferenza stampa, è tecnicamente un “omicidio politico”, nel senso che chi muore ha e lascia una dimensione politica, ma dovremmo sempre ricordarci che nella storia degli USA gli omicidi politici hanno avuto come autori spesso e volentieri persone che non erano mosse da alcun movente politico (anzi, talvolta dalla stessa parte politica dell’assassinato). Aspettiamo di vedere se riusciranno a prendere il killer.
Siamo di fronte, anzitutto, alla ormai totale schizofrenia della società americana, ad un periodo in cui l’utilizzo delle armi è fuori controllo da ormai troppo tempo: come faceva notare ieri Edward Isaac Dovere della CNN, gli Stati Uniti del 2025 sono un paese in cui, durante il notiziario della sera, il collegamento dal campus in Utah nel quale si è consumato l’omicidio di Kirk viene interrotto per dare la notizia di un’altra sparatoria in una scuola di Denver, Colorado, con due studenti portati d’urgenza in ospedale.
Si può fare tutta la dietrologia che si vuole sulle motivazioni e sulla possibile identità del killer – non ne vedo al momento di logiche rispetto all’ipotesi di un killer di “estrema sinistra”, Kirk era quasi una macchietta in quel senso, esponeva al mondo tutte le assurdità e i fanatismi di una certa destra messianica (per dire, Kirk negava il genocidio a Gaza ma affermava che la resurrezione di Gesù è un fatto storicamente determinato) ma questo dato deve rimanere bene impresso: al di là del resto, la cultura delle armi – problema tanto in USA quanto in Israele, vedi il caso – e soprattutto il secondo emendamento è una roba primitiva, pre-civile, incompatibile con qualunque desiderio o pretesa di essere “leader” di alcunché, eccetto la pura barbarie.
Fonte
Charlie Kirk rappresentava tutto il peggio della destra becera americana, con a corollario quella sua “battaglia” sui generis contro i college, che a suo dire avrebbero rovinato gli americani, permettendo agli immigrati di rubare lavori che i primi non fanno più, proprio perché impegnati a perder tempo sui libri.
Sono decine i suoi “prove me wrong”, come quello di ieri, cioè tappe dei suoi tour nei vari college americani, in cui il 31enne Kirk cerca di convincere gli studenti dei campus della inutilità e nocività di un percorso accademico.
Il suo assassinio, viste le premesse, sembra facilissimo da raccontare, si presta a numerose dietrologie e contiene dei notevoli semi di ironia, avendo Kirk affermato più volte che, per proteggere la sacralità del secondo emendamento, “un po’ di morti da arma da fuoco sono un prezzo che è possibile pagare”.
Li contiene anche l’impalcatura di reazioni alla sua morte, perché se è vero che esultare per la fine violenta di una vita è una cosa triste e poco edificante, girano già i video in cui Kirk afferma che “l’empatia è un sentimento inventato, un termine new age che ha fatto molti danni alla nostra società”.
Ancor più emblematico, forse, il fatto che l’ultima parola pronunciata da Kirk prima di ricevere una pallottola sul collo sia stata “violence”.
Sebbene non abbia mai avuto incarichi in politica – ma solo pochi giorni fa, nel fare un post in cui dicevo che si tratta del più grande “coglione” del globo, avevo scritto che me lo sarei aspettato alla presidenza degli USA tra una decina di anni, perché il suo “Turning point USA” era e forse è destinato a crescere – Kirk lascia “orfane” non solo le sue due figlie ma anche una decina di milioni di followers, accumulati soprattutto tra i giovanissimi di destra.
Il suo omicidio, come ha detto ieri il governatore dello Utah in conferenza stampa, è tecnicamente un “omicidio politico”, nel senso che chi muore ha e lascia una dimensione politica, ma dovremmo sempre ricordarci che nella storia degli USA gli omicidi politici hanno avuto come autori spesso e volentieri persone che non erano mosse da alcun movente politico (anzi, talvolta dalla stessa parte politica dell’assassinato). Aspettiamo di vedere se riusciranno a prendere il killer.
Siamo di fronte, anzitutto, alla ormai totale schizofrenia della società americana, ad un periodo in cui l’utilizzo delle armi è fuori controllo da ormai troppo tempo: come faceva notare ieri Edward Isaac Dovere della CNN, gli Stati Uniti del 2025 sono un paese in cui, durante il notiziario della sera, il collegamento dal campus in Utah nel quale si è consumato l’omicidio di Kirk viene interrotto per dare la notizia di un’altra sparatoria in una scuola di Denver, Colorado, con due studenti portati d’urgenza in ospedale.
Si può fare tutta la dietrologia che si vuole sulle motivazioni e sulla possibile identità del killer – non ne vedo al momento di logiche rispetto all’ipotesi di un killer di “estrema sinistra”, Kirk era quasi una macchietta in quel senso, esponeva al mondo tutte le assurdità e i fanatismi di una certa destra messianica (per dire, Kirk negava il genocidio a Gaza ma affermava che la resurrezione di Gesù è un fatto storicamente determinato) ma questo dato deve rimanere bene impresso: al di là del resto, la cultura delle armi – problema tanto in USA quanto in Israele, vedi il caso – e soprattutto il secondo emendamento è una roba primitiva, pre-civile, incompatibile con qualunque desiderio o pretesa di essere “leader” di alcunché, eccetto la pura barbarie.
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31/08/2025
Ucraina - Ucciso a Leopoli Andriy Parubiy, uno dei nazisti alla testa di Euromaidan
Ieri è stato ucciso Andriy Parubiy, un criminale nazista ucraino che ha avuto un ruolo di primo piano nel golpe di Euromaidan e nella strage di Odessa. È stato raggiunto in una strada di Leopoli, dove è stato freddato con ben 8 colpi di pistola da una persona vestita come un corriere di Glovo, che ha poi nascosto l’arma nel borsone e si è dileguata.
Andriy Parubiy era un nome importante delle vicende ucraine degli ultimi decenni, sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Infatti, già nel 1991, insieme a Oleh Tjahnybok, Parubiy aveva fondato il Partito social-nazionale d’Ucraina, di stampo neonazista, che si sarebbe poi trasformato nel più conosciuto Svoboda.
Nel 2004 cerca di ripulire il curriculum, abbandonando il partito e avvicinandosi a una destra più ‘moderata’, quella di Blocco Ucraina Nostra: l’obiettivo di farsi eleggere in Parlamento viene raggiunto. Nel 2012 passa nelle liste del partito Patria, della ex primo ministro Julija Tymošenko, altra promotrice delle sommosse del 2014.
I legami con le formazioni paramilitari neonaziste ucraine lo pongono in una posizione centrale negli eventi di Euromaidan. Egli, infatti, è la guida delle “forze di autodifesa del Maidan”. Il ruolo di primo piano svolto nel golpe gli permette di ricoprire poi importanti posizioni, come la segreteria del Consiglio di sicurezza e anche la presidenza del Parlamento ucraino, fino al 2019.
Passato a Solidarietà Europea, il partito di Petro Poroshenko, si ritrova all’opposizione dopo la vittoria di Zelensky. La sua influenza sulla politica ‘alta’, parlamentare, si era molto ridotto, soprattutto da quando il nuovo presidente non accenna a voler cedere i suoi poteri. Ma di certo rimaneva un punto di riferimento per i movimenti di estrema destra dell’Ucraina.
Per questo sono tanti i dubbi intorno al suo omicidio. Per arrestare il ricercato è stata avviata un’operazione speciale, denominata ‘Siren’, e intanto in molti ripensano a un caso simile, avvenuto poco più di un anno fa. Anche Iryna Farion, altra esponente della galassia golpista di Euromaidan e poi parlamentare di Svoboda, era stata uccisa a colpi di pistola per le strade di Leopoli.
Non è facile capire se le motivazioni dell’eliminazione di Parubiy possano essere le stesse di quella della Farion, che rimangono ancora oscure. Dalle autorità ucraine si sente parlare di una possibile pista russa, ma risulta piuttosto difficile pensare che i servizi di Mosca si scomodino per un personaggio che, al di là di tutto, aveva perso il peso che aveva avuto negli anni precedenti.
L’altra ipotesi è che si tratti di un regolamento di conti interno. Forse commissionato dalle stesse formazioni neonaziste, poiché Parubiy non sarebbe riuscito a raggiungere l’obiettivo di riprendere il Donbass, e anzi ora si parla addirittura di una possibile pace con la Russia, con la cessione delle regioni orientali ucraine.
Appena qualche giorno fa, Sergey Sternenko, ex leader di Pravy Sector e anch’egli tra coloro che si è macchiato del sangue delle vittime della Casa dei sindacati di Odessa, ha rilasciato un’intervista durante la quale ha candidamente affermato che Zelensky rischia il collasso politico e poi l’eliminazione fisica, nel caso in cui ritirasse le truppe dal Donbass.
Questo è il clima della ‘democratica’ Ucraina. Intanto, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, su X si è detta “profondamente sconvolta dal terribile assassinio”. Non sorprende che dai vertici UE si esprima vicinanza a un nazista che aveva fatto il lavoro sporco necessario a legare Kiev a Bruxelles, ponendo le basi del conflitto che dura ormai dal 2014.
Fonte
Andriy Parubiy era un nome importante delle vicende ucraine degli ultimi decenni, sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Infatti, già nel 1991, insieme a Oleh Tjahnybok, Parubiy aveva fondato il Partito social-nazionale d’Ucraina, di stampo neonazista, che si sarebbe poi trasformato nel più conosciuto Svoboda.
Nel 2004 cerca di ripulire il curriculum, abbandonando il partito e avvicinandosi a una destra più ‘moderata’, quella di Blocco Ucraina Nostra: l’obiettivo di farsi eleggere in Parlamento viene raggiunto. Nel 2012 passa nelle liste del partito Patria, della ex primo ministro Julija Tymošenko, altra promotrice delle sommosse del 2014.
I legami con le formazioni paramilitari neonaziste ucraine lo pongono in una posizione centrale negli eventi di Euromaidan. Egli, infatti, è la guida delle “forze di autodifesa del Maidan”. Il ruolo di primo piano svolto nel golpe gli permette di ricoprire poi importanti posizioni, come la segreteria del Consiglio di sicurezza e anche la presidenza del Parlamento ucraino, fino al 2019.
Passato a Solidarietà Europea, il partito di Petro Poroshenko, si ritrova all’opposizione dopo la vittoria di Zelensky. La sua influenza sulla politica ‘alta’, parlamentare, si era molto ridotto, soprattutto da quando il nuovo presidente non accenna a voler cedere i suoi poteri. Ma di certo rimaneva un punto di riferimento per i movimenti di estrema destra dell’Ucraina.
Per questo sono tanti i dubbi intorno al suo omicidio. Per arrestare il ricercato è stata avviata un’operazione speciale, denominata ‘Siren’, e intanto in molti ripensano a un caso simile, avvenuto poco più di un anno fa. Anche Iryna Farion, altra esponente della galassia golpista di Euromaidan e poi parlamentare di Svoboda, era stata uccisa a colpi di pistola per le strade di Leopoli.
Non è facile capire se le motivazioni dell’eliminazione di Parubiy possano essere le stesse di quella della Farion, che rimangono ancora oscure. Dalle autorità ucraine si sente parlare di una possibile pista russa, ma risulta piuttosto difficile pensare che i servizi di Mosca si scomodino per un personaggio che, al di là di tutto, aveva perso il peso che aveva avuto negli anni precedenti.
L’altra ipotesi è che si tratti di un regolamento di conti interno. Forse commissionato dalle stesse formazioni neonaziste, poiché Parubiy non sarebbe riuscito a raggiungere l’obiettivo di riprendere il Donbass, e anzi ora si parla addirittura di una possibile pace con la Russia, con la cessione delle regioni orientali ucraine.
Appena qualche giorno fa, Sergey Sternenko, ex leader di Pravy Sector e anch’egli tra coloro che si è macchiato del sangue delle vittime della Casa dei sindacati di Odessa, ha rilasciato un’intervista durante la quale ha candidamente affermato che Zelensky rischia il collasso politico e poi l’eliminazione fisica, nel caso in cui ritirasse le truppe dal Donbass.
Questo è il clima della ‘democratica’ Ucraina. Intanto, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, su X si è detta “profondamente sconvolta dal terribile assassinio”. Non sorprende che dai vertici UE si esprima vicinanza a un nazista che aveva fatto il lavoro sporco necessario a legare Kiev a Bruxelles, ponendo le basi del conflitto che dura ormai dal 2014.
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03/08/2024
Perché l’assassinio dei leader di Hamas e Hezbollah da parte di Israele non fermerà la resistenza
Nella notte del 30 luglio, Israele ha intensificato le operazioni militari colpendo i suoi nemici su più fronti, in Libano, Iran e Palestina. Il governo israeliano ha infatti rivendicato il significativo successo ottenuto con l’assassinio di un comandante di Hezbollah in un popoloso quartiere di Beirut sud e, quasi in contemporanea, ha lanciato un audace attacco nel cuore di Teheran, uccidendo Ismail Haniyeh, capo del politburo di Hamas.
Dopo dieci mesi in cui ha progressivamente ma costantemente perduto quell’egemonia militare detenuta per decenni, Israele sta ora cercando di recuperare terreno e di ristabilire il controllo colpendo Beirut e Teheran in meno di 24 ore.
Le azioni di Israele non si limitano però alla mera dimostrazione di forza: esse sono progettate per aumentare la pressione sull’Asse della Resistenza. L’obiettivo strategico sarebbe quello di rompere l’unità della coalizione resistente, facendo leva su capacità militari tali da definire uno scenario di guerra totale, cosa che né Israele, né Hezbollah, né lo stesso Iran desiderano.
Tale pianificata dinamica ha lo scopo di sconvolgere i piani degli avversari, costringendoli a riconsiderare la loro unitarietà inducendoli a concessioni favorevoli per Israele. Tel Aviv, infatti, punta sull’idea che i timori di un’ulteriore escalation spingano Hezbollah e Iran a esercitare pressioni su Hamas perché soddisfi alcune delle sue richieste nei negoziati per il cessate il fuoco. Inoltre, Israele ipotizza che una vera escalation – specie se provocata da sue azioni mirate – forzerebbe Stati Uniti e alleati occidentali a offrire sostegno militare e diplomatico.
Sebbene Washington non sia alla ricerca attiva di un conflitto più ampio, Israele confida negli Usa non esitanti a soccorrerlo se la situazione dovesse degenerare. In altre parole, Israele persegue una politica di coinvolgimento con rischi calcolati, consapevole del fatto che, se le cose dovessero mettersi male, l’esercito americano accorrerebbe in sua difesa, in un’altra guerra in Medio Oriente.
Da un po’ di tempo, Israele sta sondando le reazioni dei suoi nemici, non potendo fare a meno di osservare la contenuta risposta dei palestinesi a seguito dei proclami di successo riguardanti l’assassinio di Muhammad al-Deif, comandante militare di Hamas a Gaza. Ciò ha portato i pianificatori strategici israeliani a concludere che, per quanto un accordo diplomatico resti prioritario, non saranno certo omicidi mirati a farlo naufragare.
Inoltre, i calcoli di Israele inducono a supporre che, sebbene Hezbollah e Iran possano considerare le incursioni a Beirut o a Teheran come escalation tali da sollecitare un’inevitabile risposta, entrambe le parti probabilmente eviteranno poi di scatenare un conflitto totale e quindi guerra aperta. Questo consolida la fiducia di Israele nella propria capacità di condurre azioni mirate evitando un conflitto regionale più ampio.
Tali manovre avrebbero probabilmente avuto luogo indipendentemente dall’incidente di Majdal Shams. Le operazioni correnti e la spirale di eventi omicidi si verificano in un momento in cui Israele può trarre vantaggi strategici anche se poi dovesse piegarsi alla firma di un accordo. Accumulando successi tattici, Israele mira infatti a riaffermare il potere di causare l’escalation del conflitto.
È un approccio che riflette uno sforzo calcolato per consolidare la propria posizione negoziale, assicurandosi di conservare un vantaggio decisivo in qualsiasi potenziale confronto. Israele cerca così di dimostrare di possedere ancora resilienza e volontà belligerante, anche se la guerra si trascina da mesi con evidenti segni di frattura interni alla società israeliana e sfiducia nell’operato militare.
Il culmine di ciò si è osservato negli ammutinamenti e moti insurrezionali messi in atto davanti alla famigerata prigione di Sde Teiman, in protesta contro la detenzione di nove soldati israeliani accusati di stupro di gruppo ai danni di un prigioniero palestinese.
Storia e politica di Israele nell’assassinio di leader palestinesi
La nozione di assassinio è profondamente radicata nella storia della regione araba: lo stesso termine ha qui le sue origini. Tra l’XI e il XIII secolo, durante i tumulti delle Crociate, gli Ismailiti Nizari – conosciuti come “Hashashin” – utilizzarono l’assassinio come strumento strategico per eliminare i leader che si opponevano alla loro causa. Tuttavia, l’importanza dell’assassinio nella regione va ben oltre la semplice etimologia.
Questa regione, a lungo soggetta all’invasione coloniale e alla frammentazione, è diventata un teatro in cui le regole convenzionali della guerra vengono sospese. In tale contesto, gli attori politici non allineati agli interessi egemonici occidentali sono inquadrati come eccezioni, con i loro leader esposti alla stregua di legittimo bersaglio da prendere di mira secondo modalità che violano regole e norme altrove osservate.
Israele ha perfezionato la pratica degli omicidi mirati, spesso associati all’arresto di leader chiave, per eliminare figure politiche e militari influenti. Questa strategia non si limita a neutralizzare le minacce immediate, serve a modellare la composizione e il carattere della resistenza che deve affrontare nella regione. Mediante queste operazioni letali, Israele cerca di coltivare una classe dirigente in Palestina e più in generale nel mondo arabo maggiormente allineata agli interessi statunitensi e israeliani, manipolando così le dinamiche della resistenza che si oppone alle sue politiche di appropriazione di terre, pulizia etnica e colonizzazione.
Queste tattiche si sono dimostrate efficaci nel rimuovere i leader palestinesi chiave in momenti critici della lotta. Per esempio, durante gli anni pre-Oslo, l’assassinio di figure cruciali come il vice e il terzo in comando di Yasser Arafat – Abu Iyad (Salah Khalaf) e Abu Jihad (Khalil al-Wazir) – ha spianato la strada all’emergere di una leadership più permissiva, ora incarnata da Mahmoud Abbas.
Durante la Seconda Intifada, Israele ha arrestato il leader di Fatah Marwan Barghouti e Ahmad Saadat, Segretario Generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP). Probabilmente ha avvelenato lo stesso Yasser Arafat e ha assassinato il comandante militare del PFLP, Abu Ali Mustafa, insieme a figure chiave all’interno di Hamas, come Abdul Aziz Rantisi e il fondatore di Hamas, Ahmad Yassin, assicurandosi che nessuna vera opposizione alla classe compradora palestinese potesse divenire egemone nella politica palestinese. Con tali operazioni, Israele ha cercato di rimodellare la coscienza della stessa classe dirigente all’opposizione. Dopotutto, se palestinesi, arabi o i loro leader rinunciassero alla causa, non ci sarebbe più nessuna causa di cui parlare. I nuovi leader non solo avrebbero timore per le loro vite, ma sarebbero anche più disponibili verso fini e obiettivi israeliani.
Per Israele, tale politica si è rivelata utile in passato, ma non senza conseguenze indesiderate. Oggi la frammentazione palestinese non è più insita in una coalizione o in un gruppo politico specifico. È una spaccatura tra una classe compradora pragmatica al governo in Cisgiordania, mentre gruppi di resistenza omogenei operano da luoghi come Gaza.
Mentre un tempo l’OLP incorporava varie correnti, includendo la posizione stessa di Mahmoud Abbas all’interno del suo tessuto organizzativo, l’attuale disposizione dei gruppi di resistenza sviluppa irrilevanti diversità di vedute sulle strategie da intraprendere nei confronti di Israele. Le differenze sono perlopiù tattiche o legate alle scelte dei sistemi di alleanza. In altre parole, l’assassinio di Ismail Haniyeh non porta automaticamente all’emersione di una leadership più compiacente perché il movimento rimane unito intorno al quadro della resistenza.
Inoltre, il rifiuto di Israele di accogliere figure come Mahmoud Abbas, o di concedere ai Palestinesi persino uno Stato bantustan, ha plasmato la coscienza palestinese in modo tale da rafforzare la convinzione che solo la resistenza può portare a cambiamenti strategici. Questo atteggiamento è stato rafforzato dal fatto che i negoziati sono inutili con una società israeliana arrogante e suprematista come dimostrato dai recenti disordini di Sde Teiman in difesa del diritto a stuprare prigionieri palestinesi.
Il declino dell’efficacia degli omicidi israeliani
La paura di Israele per la pace, unita alla sua insistenza nel mantenere il dominio attraverso la forza e la risibile presenza di figure come Mahmoud Abbas che ha coadiuvato la colonizzazione israeliana in Cisgiordania senza opporre resistenza, hanno portato i palestinesi e i gruppi di resistenza palestinesi a respingere qualsiasi approccio verso soluzioni negoziate. Queste dinamiche hanno consolidato la convinzione che un cambiamento significativo non può essere raggiunto attraverso il dialogo con uno Stato che continua a privilegiare la forza e l’egemonia rispetto a sforzi di pace genuini.
Ciò detto, i palestinesi hanno riformulato i metodi di resistenza e istituzionalizzato le strutture organizzative collegate. Il carattere di tali organizzazioni si è evoluto, divenendo meno dipendente dal culto della personalità o da profondi legami emotivi con singoli leader e più focalizzato sui ruoli organizzativi e sull’efficacia operativa. Sono finiti i tempi in cui i gruppi di resistenza crollavano nel disordine dopo la perdita di una figura chiave.
Oggi, i movimenti di resistenza palestinesi e libanesi si sono adattati alla realtà determinata da un assassinio di leader che può sì causare una battuta d’arresto tattica, ma non certo portare allo smantellamento delle loro operazioni. Anzi, in molti casi, questi gruppi hanno dimostrato resilienza, utilizzando tali incidenti come catalizzatori per un ulteriore consolidamento e rafforzamento dei quadri organizzativi. È un cambiamento che riflette la maturazione dei movimenti di resistenza dove ci si concentra su sostenibilità e continuità piuttosto che sull’influenza di singoli leader o di specifiche reti clientelari che mirano a costruire traffici di influenza all’interno di una specifica formazione politica.
Quindi, al di là dell’impatto tattico immediato, cosa si ottiene con questi omicidi? In alcuni casi, possono ritorcersi contro, come accaduto con l’assassinio del leader di Hezbollah Abbas Musawi, che ha poi spianato la strada all’ascesa di Hasan Nasrallah. In altri casi, queste azioni possono addirittura favorire l’emergere di comandanti più innovativi, in grado di assumere posizioni chiave.
Rimuovendo un leader, Israele può inavvertitamente creare spazio per un altro spesso più capace del predecessore. Per rendersi conto di quanto queste operazioni abbiano perso molto del loro potere, basta osservare lo sviluppo compiuto da Hamas e Hezbollah sulla scia di vari omicidi subiti in varie fasi storiche.
Questi omicidi rafforzano il legame tra le organizzazioni politico-militari e il contesto sociale più ampio in cui sono inserite, rendendo molto più difficile lo sviluppo di concrete scissioni. Invece di indebolire gli avversari, queste tattiche possono involontariamente consolidare unità e determinazione, colmando il divario tra le fazioni militanti e la popolazione. L’uccisione di leader di Hamas come Ismail Haniyeh, che era andato via da Gaza, rende più flebile il dissenso interno.
La reale ragione dell’attuale politica di Tel Aviv fondata sull’attuazione di specifici omicidi serve più come meccanismo per galvanizzare la società israeliana che per introdurre modifiche effettive al posizionamento politico o militare dei suoi avversari. L’efficacia di queste tattiche per destabilizzare i nemici di Israele è fortemente diminuita, rivelando il cambiamento di scopo di tali operazioni.
Invece di paralizzare le forze di opposizione, gli omicidi mirati funzionano ora principalmente come strumento di coesione interna, di mobilitazione del sentimento nazionale israeliano e di dimostrazione delle capacità operative e di intelligence di Israele che può così affermare di aver riacquisito potere nel determinare un’escalation diretta contro i suoi avversari.
In definitiva, questi atti sono dimostrazioni di abilità tattica volti a sancire la supremazia del potere israeliano, in gran parte destinati a impressionare gli stessi israeliani sfiduciati nei confronti del loro esercito e dell’apparato di intelligence. Quando Israele parla di “perdita di deterrenza”, non è preoccupato di una tale percezione da parte dei suoi nemici, ma da come sia percepito al suo interno. La retorica della deterrenza, perciò, non riguarda tanto minacce esterne quanto la tutela di una narrativa interna di forza e invincibilità del potere israeliano nella psiche collettiva della sua società.
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Dopo dieci mesi in cui ha progressivamente ma costantemente perduto quell’egemonia militare detenuta per decenni, Israele sta ora cercando di recuperare terreno e di ristabilire il controllo colpendo Beirut e Teheran in meno di 24 ore.
Le azioni di Israele non si limitano però alla mera dimostrazione di forza: esse sono progettate per aumentare la pressione sull’Asse della Resistenza. L’obiettivo strategico sarebbe quello di rompere l’unità della coalizione resistente, facendo leva su capacità militari tali da definire uno scenario di guerra totale, cosa che né Israele, né Hezbollah, né lo stesso Iran desiderano.
Tale pianificata dinamica ha lo scopo di sconvolgere i piani degli avversari, costringendoli a riconsiderare la loro unitarietà inducendoli a concessioni favorevoli per Israele. Tel Aviv, infatti, punta sull’idea che i timori di un’ulteriore escalation spingano Hezbollah e Iran a esercitare pressioni su Hamas perché soddisfi alcune delle sue richieste nei negoziati per il cessate il fuoco. Inoltre, Israele ipotizza che una vera escalation – specie se provocata da sue azioni mirate – forzerebbe Stati Uniti e alleati occidentali a offrire sostegno militare e diplomatico.
Sebbene Washington non sia alla ricerca attiva di un conflitto più ampio, Israele confida negli Usa non esitanti a soccorrerlo se la situazione dovesse degenerare. In altre parole, Israele persegue una politica di coinvolgimento con rischi calcolati, consapevole del fatto che, se le cose dovessero mettersi male, l’esercito americano accorrerebbe in sua difesa, in un’altra guerra in Medio Oriente.
Da un po’ di tempo, Israele sta sondando le reazioni dei suoi nemici, non potendo fare a meno di osservare la contenuta risposta dei palestinesi a seguito dei proclami di successo riguardanti l’assassinio di Muhammad al-Deif, comandante militare di Hamas a Gaza. Ciò ha portato i pianificatori strategici israeliani a concludere che, per quanto un accordo diplomatico resti prioritario, non saranno certo omicidi mirati a farlo naufragare.
Inoltre, i calcoli di Israele inducono a supporre che, sebbene Hezbollah e Iran possano considerare le incursioni a Beirut o a Teheran come escalation tali da sollecitare un’inevitabile risposta, entrambe le parti probabilmente eviteranno poi di scatenare un conflitto totale e quindi guerra aperta. Questo consolida la fiducia di Israele nella propria capacità di condurre azioni mirate evitando un conflitto regionale più ampio.
Tali manovre avrebbero probabilmente avuto luogo indipendentemente dall’incidente di Majdal Shams. Le operazioni correnti e la spirale di eventi omicidi si verificano in un momento in cui Israele può trarre vantaggi strategici anche se poi dovesse piegarsi alla firma di un accordo. Accumulando successi tattici, Israele mira infatti a riaffermare il potere di causare l’escalation del conflitto.
È un approccio che riflette uno sforzo calcolato per consolidare la propria posizione negoziale, assicurandosi di conservare un vantaggio decisivo in qualsiasi potenziale confronto. Israele cerca così di dimostrare di possedere ancora resilienza e volontà belligerante, anche se la guerra si trascina da mesi con evidenti segni di frattura interni alla società israeliana e sfiducia nell’operato militare.
Il culmine di ciò si è osservato negli ammutinamenti e moti insurrezionali messi in atto davanti alla famigerata prigione di Sde Teiman, in protesta contro la detenzione di nove soldati israeliani accusati di stupro di gruppo ai danni di un prigioniero palestinese.
Storia e politica di Israele nell’assassinio di leader palestinesi
La nozione di assassinio è profondamente radicata nella storia della regione araba: lo stesso termine ha qui le sue origini. Tra l’XI e il XIII secolo, durante i tumulti delle Crociate, gli Ismailiti Nizari – conosciuti come “Hashashin” – utilizzarono l’assassinio come strumento strategico per eliminare i leader che si opponevano alla loro causa. Tuttavia, l’importanza dell’assassinio nella regione va ben oltre la semplice etimologia.
Questa regione, a lungo soggetta all’invasione coloniale e alla frammentazione, è diventata un teatro in cui le regole convenzionali della guerra vengono sospese. In tale contesto, gli attori politici non allineati agli interessi egemonici occidentali sono inquadrati come eccezioni, con i loro leader esposti alla stregua di legittimo bersaglio da prendere di mira secondo modalità che violano regole e norme altrove osservate.
Israele ha perfezionato la pratica degli omicidi mirati, spesso associati all’arresto di leader chiave, per eliminare figure politiche e militari influenti. Questa strategia non si limita a neutralizzare le minacce immediate, serve a modellare la composizione e il carattere della resistenza che deve affrontare nella regione. Mediante queste operazioni letali, Israele cerca di coltivare una classe dirigente in Palestina e più in generale nel mondo arabo maggiormente allineata agli interessi statunitensi e israeliani, manipolando così le dinamiche della resistenza che si oppone alle sue politiche di appropriazione di terre, pulizia etnica e colonizzazione.
Queste tattiche si sono dimostrate efficaci nel rimuovere i leader palestinesi chiave in momenti critici della lotta. Per esempio, durante gli anni pre-Oslo, l’assassinio di figure cruciali come il vice e il terzo in comando di Yasser Arafat – Abu Iyad (Salah Khalaf) e Abu Jihad (Khalil al-Wazir) – ha spianato la strada all’emergere di una leadership più permissiva, ora incarnata da Mahmoud Abbas.
Durante la Seconda Intifada, Israele ha arrestato il leader di Fatah Marwan Barghouti e Ahmad Saadat, Segretario Generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP). Probabilmente ha avvelenato lo stesso Yasser Arafat e ha assassinato il comandante militare del PFLP, Abu Ali Mustafa, insieme a figure chiave all’interno di Hamas, come Abdul Aziz Rantisi e il fondatore di Hamas, Ahmad Yassin, assicurandosi che nessuna vera opposizione alla classe compradora palestinese potesse divenire egemone nella politica palestinese. Con tali operazioni, Israele ha cercato di rimodellare la coscienza della stessa classe dirigente all’opposizione. Dopotutto, se palestinesi, arabi o i loro leader rinunciassero alla causa, non ci sarebbe più nessuna causa di cui parlare. I nuovi leader non solo avrebbero timore per le loro vite, ma sarebbero anche più disponibili verso fini e obiettivi israeliani.
Per Israele, tale politica si è rivelata utile in passato, ma non senza conseguenze indesiderate. Oggi la frammentazione palestinese non è più insita in una coalizione o in un gruppo politico specifico. È una spaccatura tra una classe compradora pragmatica al governo in Cisgiordania, mentre gruppi di resistenza omogenei operano da luoghi come Gaza.
Mentre un tempo l’OLP incorporava varie correnti, includendo la posizione stessa di Mahmoud Abbas all’interno del suo tessuto organizzativo, l’attuale disposizione dei gruppi di resistenza sviluppa irrilevanti diversità di vedute sulle strategie da intraprendere nei confronti di Israele. Le differenze sono perlopiù tattiche o legate alle scelte dei sistemi di alleanza. In altre parole, l’assassinio di Ismail Haniyeh non porta automaticamente all’emersione di una leadership più compiacente perché il movimento rimane unito intorno al quadro della resistenza.
Inoltre, il rifiuto di Israele di accogliere figure come Mahmoud Abbas, o di concedere ai Palestinesi persino uno Stato bantustan, ha plasmato la coscienza palestinese in modo tale da rafforzare la convinzione che solo la resistenza può portare a cambiamenti strategici. Questo atteggiamento è stato rafforzato dal fatto che i negoziati sono inutili con una società israeliana arrogante e suprematista come dimostrato dai recenti disordini di Sde Teiman in difesa del diritto a stuprare prigionieri palestinesi.
Il declino dell’efficacia degli omicidi israeliani
La paura di Israele per la pace, unita alla sua insistenza nel mantenere il dominio attraverso la forza e la risibile presenza di figure come Mahmoud Abbas che ha coadiuvato la colonizzazione israeliana in Cisgiordania senza opporre resistenza, hanno portato i palestinesi e i gruppi di resistenza palestinesi a respingere qualsiasi approccio verso soluzioni negoziate. Queste dinamiche hanno consolidato la convinzione che un cambiamento significativo non può essere raggiunto attraverso il dialogo con uno Stato che continua a privilegiare la forza e l’egemonia rispetto a sforzi di pace genuini.
Ciò detto, i palestinesi hanno riformulato i metodi di resistenza e istituzionalizzato le strutture organizzative collegate. Il carattere di tali organizzazioni si è evoluto, divenendo meno dipendente dal culto della personalità o da profondi legami emotivi con singoli leader e più focalizzato sui ruoli organizzativi e sull’efficacia operativa. Sono finiti i tempi in cui i gruppi di resistenza crollavano nel disordine dopo la perdita di una figura chiave.
Oggi, i movimenti di resistenza palestinesi e libanesi si sono adattati alla realtà determinata da un assassinio di leader che può sì causare una battuta d’arresto tattica, ma non certo portare allo smantellamento delle loro operazioni. Anzi, in molti casi, questi gruppi hanno dimostrato resilienza, utilizzando tali incidenti come catalizzatori per un ulteriore consolidamento e rafforzamento dei quadri organizzativi. È un cambiamento che riflette la maturazione dei movimenti di resistenza dove ci si concentra su sostenibilità e continuità piuttosto che sull’influenza di singoli leader o di specifiche reti clientelari che mirano a costruire traffici di influenza all’interno di una specifica formazione politica.
Quindi, al di là dell’impatto tattico immediato, cosa si ottiene con questi omicidi? In alcuni casi, possono ritorcersi contro, come accaduto con l’assassinio del leader di Hezbollah Abbas Musawi, che ha poi spianato la strada all’ascesa di Hasan Nasrallah. In altri casi, queste azioni possono addirittura favorire l’emergere di comandanti più innovativi, in grado di assumere posizioni chiave.
Rimuovendo un leader, Israele può inavvertitamente creare spazio per un altro spesso più capace del predecessore. Per rendersi conto di quanto queste operazioni abbiano perso molto del loro potere, basta osservare lo sviluppo compiuto da Hamas e Hezbollah sulla scia di vari omicidi subiti in varie fasi storiche.
Questi omicidi rafforzano il legame tra le organizzazioni politico-militari e il contesto sociale più ampio in cui sono inserite, rendendo molto più difficile lo sviluppo di concrete scissioni. Invece di indebolire gli avversari, queste tattiche possono involontariamente consolidare unità e determinazione, colmando il divario tra le fazioni militanti e la popolazione. L’uccisione di leader di Hamas come Ismail Haniyeh, che era andato via da Gaza, rende più flebile il dissenso interno.
La reale ragione dell’attuale politica di Tel Aviv fondata sull’attuazione di specifici omicidi serve più come meccanismo per galvanizzare la società israeliana che per introdurre modifiche effettive al posizionamento politico o militare dei suoi avversari. L’efficacia di queste tattiche per destabilizzare i nemici di Israele è fortemente diminuita, rivelando il cambiamento di scopo di tali operazioni.
Invece di paralizzare le forze di opposizione, gli omicidi mirati funzionano ora principalmente come strumento di coesione interna, di mobilitazione del sentimento nazionale israeliano e di dimostrazione delle capacità operative e di intelligence di Israele che può così affermare di aver riacquisito potere nel determinare un’escalation diretta contro i suoi avversari.
In definitiva, questi atti sono dimostrazioni di abilità tattica volti a sancire la supremazia del potere israeliano, in gran parte destinati a impressionare gli stessi israeliani sfiduciati nei confronti del loro esercito e dell’apparato di intelligence. Quando Israele parla di “perdita di deterrenza”, non è preoccupato di una tale percezione da parte dei suoi nemici, ma da come sia percepito al suo interno. La retorica della deterrenza, perciò, non riguarda tanto minacce esterne quanto la tutela di una narrativa interna di forza e invincibilità del potere israeliano nella psiche collettiva della sua società.
Fonte
23/07/2024
Ucraina - Le radici nazi-nazionaliste non ancora debellate dello “spirito Farion”
La vicenda di Irina Farion non ha nulla di sorprendente. Vita e morte della nazi-nazionalista ucraina – a tempo perso linguista – uccisa il 20 luglio scorso sotto il portone di casa, sono perfettamente inquadrate nelle cronache post-sovietiche di quasi tutte le ex Repubbliche dell’URSS e, più specificamente, nel caso ucraino, nella faglia nazional-reazionaria i cui esponenti, quali ad esempio Dmitro Dontsov, ancora nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, invocavano l’eliminazione fisica dei russi, quale elemento imprescindibile della “ucrainicità”.
Le responsabilità di una buona parte del PCUS per la rovina che ha accompagnato l’ultimo trentennio dell’Unione Sovietica, in generale, e quelle del PCU per la rinascita del banderismo nelle sue stesse file, in particolare, servono da filo conduttore anche per le biografie dei più raccapriccianti nazional-nazisti ucraini, pre e post-majdan, Irina Farion compresa.
Pare relativamente poco importante stabilire di quali ambienti sia espressione la persona che ha esploso il colpo mortale alla testa della ex-deputata della Rada (nulla di sorprendente nemmeno nel fatto che Farion avesse seduto nel parlamento ucraino: personaggi simili siedono in tutti i parlamenti in giro per il mondo, per non parlare dell’Italia), perché, in ogni caso, ciò che lei ha rappresentato nell’Ucraina “nezaležnaja”, pre e post-majdan, a partire dal 1991, sarà oltremodo difficile da estirpare, con o senza “de-nazificazione”.
È comunque significativo che, negli innumerevoli commenti alla notizia della sua morte, manchi praticamente ogni accenno di compianto.
Qualcuno ha paragonato Irina Farion a quei “linguisti di corte” del Terzo Reich, tipo Leo Weisberger o Georg Schmidt-Rohr, che intendevano “dimostrare” la superiorità dei tedeschi con la superiorità della lingua.
Così come quelli cercavano di convincere persino Hitler che la razza non ha senso e che un ebreo che parla tedesco è un tedesco, Irina Farion predicava che l’origine ucraina non conta nulla, se non si parla ucraino.
La sentenza della Corte suprema ucraina del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, dunque, tali soggetti debbano esser considerati “russificati” (“omoskalennye”) e privati di diritti culturali e linguistici separati, prendeva spunto dalle ripetute e becere elucubrazioni di Farion, già dettagliatamente illustrate perché ci sia necessità di ripeterle.
Ricordiamo soltanto il commento di Farion all’assassinio del giornalista ucraino Oles Buzina, freddato nell’aprile 2015 davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di Pravij Sektor, di guardia fuori del tribunale: «Ucciso il degenerato Buzina. Queste persone non si fanno convincere... Buzina è una razza satanica. Per lui tenebre e oblio». Tanto basti a caratterizzare la feccia che scaturiva dalla bocca dell’uccisa.
Ed è anche per questi “vangeli” della nazi-linguista, afferma Pavel Volkov su Ukraina.ru, che non si può escludere che a esplodere il colpo di pistola sia stato uno dei nazisti di “Azov” di lingua russa (effettivamente, in “Azov” confluiscono moltissimi russofoni delle regioni orientali ucraine), dal momento che Farion li riteneva ucraini “non genuini”.
Il fatto è che in Ucraina vivono varie nazionalità, e non solo quella ucraina. E se non tutte parlano ucraino, diceva Farion, ciò dipende dalla “russificazione forzata” cui gli ucraini sarebbero stati sottoposti per secoli dagli odiati “moskaly”.
C’è però una grossa scheggia della pallottola che l’ha uccisa, che da decenni si è insinuata in una parte non secondaria della società ucraina e che nessun bisturi affilato alla mola di un nazionalismo uguale e contrapposto riuscirà a rimuovere e, come rilevano gli stessi analisti ucraini, gli eredi dei nazisti russofoni di “Azov” continueranno a chiamare i loro nonni “moskaly”, nonostante le svastiche tatuate sui loro petti, e non smetteranno di incolpare la loro non-ucrainicità per le disfatte al fronte.
E, con una discreta dose di crudo sarcasmo, Vladislav Sovin, dell’agenzia Regnum, paragona le diatribe tra Farion e russofoni di “Azov” all’aneddoto del nazista “cacciato dalla Gestapo per le sue atrocità”.
Ricordiamo anche come il nazismo ucraino, al pari dei suoi modelli tedesco e italiano, “vanti” una lunga tradizione di terrorismo intestino: durante la guerra, gli adepti delle due ali di OUN (OUN-B e OUN-M), guidate rispettivamente da Stepan Bandera e Andrej Mel’nik, assassinavano barbaramente non solo soldati dell’Esercito Rosso, attivisti sovietici e polacchi, ma anche gli stessi banditi dell’ala rivale di OUN.
Oggi, nota Rostislav Ishchenko sull’agenzia Al’ternativa, buona parte della società ucraina è talmente compenetrata dello “spirito” di majdan che se ne possono individuare i caratteri nei soggetti che si sentono autentici geni, la cui missione è quella di instillare negli altri la “verità”; persone pervase da egocentrismo e prive di ogni empatia, cariche di isterica intransigenza e negazione di ogni diritto a opinioni diverse.
Caratteristiche, aggiungiamo per parte nostra, che in minima parte potrebbero perdere di efficacia in quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che hanno “gustato le delizie” del fronte e cercano mille scappatoie per sfuggire al macello, o anche tra coloro che, prima ancora di finire al fronte, tentano la fuga riparando all’estero e che, in qualche misura (probabilmente non del tutto) cominciano a prender coscienza della natura del regime nazi-majdanista.
Il giornalista ucraino Vladimir Skachko, ancora su Ukraina.ru, cita l’opinione diffusa in Ucraina della necessità, per la junta di Kiev, a fronte della disperata situazione al fronte, di dichiarare «la patria in pericolo», con la conseguenza che l’omicidio di Farion venga preso a pretesto per inasprire le repressioni e mettere a tacere ogni dissenso, più di quanto non si stia facendo da anni.
Inoltre, attorno a Farion si sta sta creando l’aureola della martire della fede e non pochi galiziani sono confluiti sulla sua tomba fresca di scavo: tutti seguaci della sua ideologia nazionalista. Una nuova ukro-santa e una bandiera in più per la mobilitazione forzata.
Una mobilitazione, manco a dirlo, sotto le insegne dell’ukronazismo “storico”. Non lontano dalla tomba di Farion c’è il monumento ai collaborazionisti nazisti (immagine del 2008: pre-majdan) della divisione SS “Galicinà” e in questi giorni, in buona parte d‘Ucraina, ci sono striscioni dedicati all’80° anniversario della battaglia di Brody del 13-22 luglio 1944, nella regione di L’vov, tra il 13° Corpo della divisione tank della Wehrmacht – in cui era inquadrata la “Galicinà” – e i reparti del 1° Fronte ucraino dell’Esercito Rosso.
Si calcola che in quella battaglia siano rimasti uccisi o dispersi oltre due terzi dei 13.000 membri della divisione filonazista.
Che la sepoltura di Farion proprio in quell’area diventi viatico per eventi più vicini a noi? In ogni caso, non sembra troppo verosimile che le vittorie militari riescano a debellare alla radice il cancro del nazionalismo, sotto qualunque veste si presenti.
Le varie tappe della “ucrainizzazione” dell’Ucraina ci ricordano che la matrice politica e di classe di quel processo ha portato, in epoche diverse, a risultati diversi e per niente tutti “apprezzabili”.
Fonte
Le responsabilità di una buona parte del PCUS per la rovina che ha accompagnato l’ultimo trentennio dell’Unione Sovietica, in generale, e quelle del PCU per la rinascita del banderismo nelle sue stesse file, in particolare, servono da filo conduttore anche per le biografie dei più raccapriccianti nazional-nazisti ucraini, pre e post-majdan, Irina Farion compresa.
Pare relativamente poco importante stabilire di quali ambienti sia espressione la persona che ha esploso il colpo mortale alla testa della ex-deputata della Rada (nulla di sorprendente nemmeno nel fatto che Farion avesse seduto nel parlamento ucraino: personaggi simili siedono in tutti i parlamenti in giro per il mondo, per non parlare dell’Italia), perché, in ogni caso, ciò che lei ha rappresentato nell’Ucraina “nezaležnaja”, pre e post-majdan, a partire dal 1991, sarà oltremodo difficile da estirpare, con o senza “de-nazificazione”.
È comunque significativo che, negli innumerevoli commenti alla notizia della sua morte, manchi praticamente ogni accenno di compianto.
Qualcuno ha paragonato Irina Farion a quei “linguisti di corte” del Terzo Reich, tipo Leo Weisberger o Georg Schmidt-Rohr, che intendevano “dimostrare” la superiorità dei tedeschi con la superiorità della lingua.
Così come quelli cercavano di convincere persino Hitler che la razza non ha senso e che un ebreo che parla tedesco è un tedesco, Irina Farion predicava che l’origine ucraina non conta nulla, se non si parla ucraino.
La sentenza della Corte suprema ucraina del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, dunque, tali soggetti debbano esser considerati “russificati” (“omoskalennye”) e privati di diritti culturali e linguistici separati, prendeva spunto dalle ripetute e becere elucubrazioni di Farion, già dettagliatamente illustrate perché ci sia necessità di ripeterle.
Ricordiamo soltanto il commento di Farion all’assassinio del giornalista ucraino Oles Buzina, freddato nell’aprile 2015 davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di Pravij Sektor, di guardia fuori del tribunale: «Ucciso il degenerato Buzina. Queste persone non si fanno convincere... Buzina è una razza satanica. Per lui tenebre e oblio». Tanto basti a caratterizzare la feccia che scaturiva dalla bocca dell’uccisa.
Ed è anche per questi “vangeli” della nazi-linguista, afferma Pavel Volkov su Ukraina.ru, che non si può escludere che a esplodere il colpo di pistola sia stato uno dei nazisti di “Azov” di lingua russa (effettivamente, in “Azov” confluiscono moltissimi russofoni delle regioni orientali ucraine), dal momento che Farion li riteneva ucraini “non genuini”.
Il fatto è che in Ucraina vivono varie nazionalità, e non solo quella ucraina. E se non tutte parlano ucraino, diceva Farion, ciò dipende dalla “russificazione forzata” cui gli ucraini sarebbero stati sottoposti per secoli dagli odiati “moskaly”.
C’è però una grossa scheggia della pallottola che l’ha uccisa, che da decenni si è insinuata in una parte non secondaria della società ucraina e che nessun bisturi affilato alla mola di un nazionalismo uguale e contrapposto riuscirà a rimuovere e, come rilevano gli stessi analisti ucraini, gli eredi dei nazisti russofoni di “Azov” continueranno a chiamare i loro nonni “moskaly”, nonostante le svastiche tatuate sui loro petti, e non smetteranno di incolpare la loro non-ucrainicità per le disfatte al fronte.
E, con una discreta dose di crudo sarcasmo, Vladislav Sovin, dell’agenzia Regnum, paragona le diatribe tra Farion e russofoni di “Azov” all’aneddoto del nazista “cacciato dalla Gestapo per le sue atrocità”.
Ricordiamo anche come il nazismo ucraino, al pari dei suoi modelli tedesco e italiano, “vanti” una lunga tradizione di terrorismo intestino: durante la guerra, gli adepti delle due ali di OUN (OUN-B e OUN-M), guidate rispettivamente da Stepan Bandera e Andrej Mel’nik, assassinavano barbaramente non solo soldati dell’Esercito Rosso, attivisti sovietici e polacchi, ma anche gli stessi banditi dell’ala rivale di OUN.
Oggi, nota Rostislav Ishchenko sull’agenzia Al’ternativa, buona parte della società ucraina è talmente compenetrata dello “spirito” di majdan che se ne possono individuare i caratteri nei soggetti che si sentono autentici geni, la cui missione è quella di instillare negli altri la “verità”; persone pervase da egocentrismo e prive di ogni empatia, cariche di isterica intransigenza e negazione di ogni diritto a opinioni diverse.
Caratteristiche, aggiungiamo per parte nostra, che in minima parte potrebbero perdere di efficacia in quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che hanno “gustato le delizie” del fronte e cercano mille scappatoie per sfuggire al macello, o anche tra coloro che, prima ancora di finire al fronte, tentano la fuga riparando all’estero e che, in qualche misura (probabilmente non del tutto) cominciano a prender coscienza della natura del regime nazi-majdanista.
Il giornalista ucraino Vladimir Skachko, ancora su Ukraina.ru, cita l’opinione diffusa in Ucraina della necessità, per la junta di Kiev, a fronte della disperata situazione al fronte, di dichiarare «la patria in pericolo», con la conseguenza che l’omicidio di Farion venga preso a pretesto per inasprire le repressioni e mettere a tacere ogni dissenso, più di quanto non si stia facendo da anni.
Inoltre, attorno a Farion si sta sta creando l’aureola della martire della fede e non pochi galiziani sono confluiti sulla sua tomba fresca di scavo: tutti seguaci della sua ideologia nazionalista. Una nuova ukro-santa e una bandiera in più per la mobilitazione forzata.
Una mobilitazione, manco a dirlo, sotto le insegne dell’ukronazismo “storico”. Non lontano dalla tomba di Farion c’è il monumento ai collaborazionisti nazisti (immagine del 2008: pre-majdan) della divisione SS “Galicinà” e in questi giorni, in buona parte d‘Ucraina, ci sono striscioni dedicati all’80° anniversario della battaglia di Brody del 13-22 luglio 1944, nella regione di L’vov, tra il 13° Corpo della divisione tank della Wehrmacht – in cui era inquadrata la “Galicinà” – e i reparti del 1° Fronte ucraino dell’Esercito Rosso.
Si calcola che in quella battaglia siano rimasti uccisi o dispersi oltre due terzi dei 13.000 membri della divisione filonazista.
Che la sepoltura di Farion proprio in quell’area diventi viatico per eventi più vicini a noi? In ogni caso, non sembra troppo verosimile che le vittorie militari riescano a debellare alla radice il cancro del nazionalismo, sotto qualunque veste si presenti.
Le varie tappe della “ucrainizzazione” dell’Ucraina ci ricordano che la matrice politica e di classe di quel processo ha portato, in epoche diverse, a risultati diversi e per niente tutti “apprezzabili”.
Fonte
18/04/2024
Lo spartiacque delle “Giornate di Aprile”. Quattro compagni uccisi in tre giorni
Il 16 aprile 1975 a Milano, al termine di un corteo per il diritto alla casa alcuni militanti del Movimento Studentesco presso piazza Cavour incrociarono alcuni fascisti del Fronte Universitario d’Azione Nazionale.
I fascisti sono in inferiorità numerica e fuggono. Uno di loro Antonio Braggion, si rifugia nella propria macchina. I militanti del MS circondarono la vettura e cominciarono a colpirla con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion dall’interno della vettura esplode tre colpi di pistola di cui uno ferì a morte il militante del Movimento Studentesco Claudio Varalli.
Già la sera stessa a Milano e poi in tutta Italia, la risposta antifascista all’omicidio di Claudio Varalli è dura. Nelle città si svolgono durissime manifestazioni di protesta con assalti alle sedi fasciste e scontri con la polizia.
Il giorno successivo, il 17 aprile, a Milano un enorme corteo prende d’assalto la federazione centrale del MSI di via Mancini. I carabinieri posti a difesa della sede dei fascisti rispondono con lancio di candelotti ed anche con colpi d’arma da fuoco. Il corteo risponde a sua volta e una decina di automezzi dei carabinieri vengono bruciati. A un certo punto le forze dell’ordine scappano disordinatamente, mentre gli scontri si estendono.
Alle 12:40 arrivano di rinforzo altri carabinieri che uccideranno Giannino Zibecchi militante dei Comitati di Vigilanza Antifascista. Un camion dei carabinieri dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo sale sul marciapiede contro i manifestanti che stanno fuggendo, e, sterzando, passa sopra Giannino Zibecchi.
Zibecchi rimane a terra, schiacciato e privo di vita, con il viso orrendamente sfigurato e il cervello che giace a poca distanza dal cadavere. Intanto fischiano i colpi d’arma da fuoco sparati da carabinieri.
Nello stesso giorno, 17 aprile 1975, a Torino, nel quartiere operaio della Falchera alla periferia nord, un gruppo di compagni e compagne di Lotta Continua stava allestendo un locale occupato per farne una sede.
Tra loro c’è Tonino Micciché, 25 anni, emigrato siciliano, ex operaio Fiat licenziato per motivi politici. Un uomo si avvicina al gruppo e quando si trova a un metro da Tonino estrae una calibro 7.65, di quelle in dotazione alle guardie giurate e gli spara in testa. Tonino Miccichè muore all’istante.
Siamo al 18 aprile, a Firenze, durante una manifestazione per i compagni uccisi a Milano, la polizia spara e ammazza un altro compagno, Rodolfo Boschi un militante del PCI e ne ferisce un altro, Francesco Panichi, militante dell’Autonomia Operaia.
La manifestazione di Firenze era stata indetta dall’ANPI non lontano dalla Federazione del MSI. Ma prima che il corteo si formi la polizia, presente in gran numero a proteggere la sede fascista, carica i gruppi di compagni che si trovano sparsi tra il luogo del concentramento e la sede del MSI. L’ANPI sposta il concentramento in Piazza S. Marco per tenere il comizio previsto al termine del quale però gli scontri con la polizia non cessano ma si protraggono fino a tarda sera in tutta la zona.
Rodolfo Boschi, impiegato dell’ENEL, fa parte da tempo del servizio d’ordine del PCI e durante il concentramento per la manifestazione dell’ANPI partecipava al presidio delle strade che conducono alla sede del MSI.
In via Nazionale, una squadra di «picchiatori» composta da 9 individui in borghese, sta pestando un compagno della sinistra extraparlamentare. Boschi insieme ad altri compagni, è nelle vicinanze e di fronte al brutale pestaggio fa per intervenire così come Panichi. Ma i picchiatori erano agenti di polizia che sparano sia su Boschi che Panichi, il primo è colpito al capo e muore, il secondo viene ferito all’ascella.
L’omicidio di Claudio Varalli avvenuto il 16 aprile 1975 innesca quelle che passeranno alla storia come “le giornate di aprile”, che si configurano quasi come un’ondata insurrezionale di fronte al fatto che nel giro di 3 giorni ben 4 compagni vengono ammazzati dai fascisti (Varalli a Milano e Miccichè a Torino) e dalle forze dell’ordine (Zibecchi a Milano e Boschi a Firenze).
Per molti militanti della sinistra, extraparlamentare e non solo, le Giornate di Aprile 1975 furono uno spartiacque sulla decisione di ricorrere anche all’uso della forza nella militanza, nella difesa dell’agibilità politica e della stessa vita dei militanti. Un passaggio sul quale la narrazione tossica sulla violenza politica negli anni Settanta opera una sistematica omissione.
Alle spalle delle sanguinose Giornate di Aprile c’erano già i morti ammazzati nelle stragi di Stato a Piazza Fontana (1969), di Brescia e dell’Italicus (1974) e dei compagni uccisi nelle piazze negli anni appena precedenti (Saverio Saltarelli, Franco Serantini, Roberto Franceschi, Mariano Lupo, Fabrizio Ceruso).
Gli apparati dello Stato e i fascisti avevano più volte dimostrato di non aver scrupoli nell’uccidere i militanti della sinistra con un livello di impunità che non poteva più essere accettato.
Fonte
I fascisti sono in inferiorità numerica e fuggono. Uno di loro Antonio Braggion, si rifugia nella propria macchina. I militanti del MS circondarono la vettura e cominciarono a colpirla con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion dall’interno della vettura esplode tre colpi di pistola di cui uno ferì a morte il militante del Movimento Studentesco Claudio Varalli.
Già la sera stessa a Milano e poi in tutta Italia, la risposta antifascista all’omicidio di Claudio Varalli è dura. Nelle città si svolgono durissime manifestazioni di protesta con assalti alle sedi fasciste e scontri con la polizia.
Il giorno successivo, il 17 aprile, a Milano un enorme corteo prende d’assalto la federazione centrale del MSI di via Mancini. I carabinieri posti a difesa della sede dei fascisti rispondono con lancio di candelotti ed anche con colpi d’arma da fuoco. Il corteo risponde a sua volta e una decina di automezzi dei carabinieri vengono bruciati. A un certo punto le forze dell’ordine scappano disordinatamente, mentre gli scontri si estendono.
Alle 12:40 arrivano di rinforzo altri carabinieri che uccideranno Giannino Zibecchi militante dei Comitati di Vigilanza Antifascista. Un camion dei carabinieri dopo numerosi caroselli in via XXII Marzo sale sul marciapiede contro i manifestanti che stanno fuggendo, e, sterzando, passa sopra Giannino Zibecchi.
Zibecchi rimane a terra, schiacciato e privo di vita, con il viso orrendamente sfigurato e il cervello che giace a poca distanza dal cadavere. Intanto fischiano i colpi d’arma da fuoco sparati da carabinieri.
Nello stesso giorno, 17 aprile 1975, a Torino, nel quartiere operaio della Falchera alla periferia nord, un gruppo di compagni e compagne di Lotta Continua stava allestendo un locale occupato per farne una sede.
Tra loro c’è Tonino Micciché, 25 anni, emigrato siciliano, ex operaio Fiat licenziato per motivi politici. Un uomo si avvicina al gruppo e quando si trova a un metro da Tonino estrae una calibro 7.65, di quelle in dotazione alle guardie giurate e gli spara in testa. Tonino Miccichè muore all’istante.
Siamo al 18 aprile, a Firenze, durante una manifestazione per i compagni uccisi a Milano, la polizia spara e ammazza un altro compagno, Rodolfo Boschi un militante del PCI e ne ferisce un altro, Francesco Panichi, militante dell’Autonomia Operaia.
La manifestazione di Firenze era stata indetta dall’ANPI non lontano dalla Federazione del MSI. Ma prima che il corteo si formi la polizia, presente in gran numero a proteggere la sede fascista, carica i gruppi di compagni che si trovano sparsi tra il luogo del concentramento e la sede del MSI. L’ANPI sposta il concentramento in Piazza S. Marco per tenere il comizio previsto al termine del quale però gli scontri con la polizia non cessano ma si protraggono fino a tarda sera in tutta la zona.
Rodolfo Boschi, impiegato dell’ENEL, fa parte da tempo del servizio d’ordine del PCI e durante il concentramento per la manifestazione dell’ANPI partecipava al presidio delle strade che conducono alla sede del MSI.
In via Nazionale, una squadra di «picchiatori» composta da 9 individui in borghese, sta pestando un compagno della sinistra extraparlamentare. Boschi insieme ad altri compagni, è nelle vicinanze e di fronte al brutale pestaggio fa per intervenire così come Panichi. Ma i picchiatori erano agenti di polizia che sparano sia su Boschi che Panichi, il primo è colpito al capo e muore, il secondo viene ferito all’ascella.
L’omicidio di Claudio Varalli avvenuto il 16 aprile 1975 innesca quelle che passeranno alla storia come “le giornate di aprile”, che si configurano quasi come un’ondata insurrezionale di fronte al fatto che nel giro di 3 giorni ben 4 compagni vengono ammazzati dai fascisti (Varalli a Milano e Miccichè a Torino) e dalle forze dell’ordine (Zibecchi a Milano e Boschi a Firenze).
Per molti militanti della sinistra, extraparlamentare e non solo, le Giornate di Aprile 1975 furono uno spartiacque sulla decisione di ricorrere anche all’uso della forza nella militanza, nella difesa dell’agibilità politica e della stessa vita dei militanti. Un passaggio sul quale la narrazione tossica sulla violenza politica negli anni Settanta opera una sistematica omissione.
Alle spalle delle sanguinose Giornate di Aprile c’erano già i morti ammazzati nelle stragi di Stato a Piazza Fontana (1969), di Brescia e dell’Italicus (1974) e dei compagni uccisi nelle piazze negli anni appena precedenti (Saverio Saltarelli, Franco Serantini, Roberto Franceschi, Mariano Lupo, Fabrizio Ceruso).
Gli apparati dello Stato e i fascisti avevano più volte dimostrato di non aver scrupoli nell’uccidere i militanti della sinistra con un livello di impunità che non poteva più essere accettato.
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29/03/2024
Brasile - Arrestati i presunti mandanti dell’omicidio di Marielle Franco
Il 24 marzo il Tribunale Supremo Federale del Brasile ha ordinato l’arresto dei tre presunti mandanti dell’omicidio di Marielle Franco, la consigliera comunale del PSOL (Partito Socialismo e Libertà) e attivista del movimento femminista assassinata il 14 marzo del 2018 a Rio de Janeiro.
A finire in manette sono stati l’ex capo della polizia di Rio de Janeiro Rivaldo Barbosa, l’ex consigliere della corte dei conti locale Domingos Brazão e il fratello di quest’ultimo, il deputato di União Brasil (il principale partito di centrodestra del paese) Chiquinho Brazão.
Secondo Alexandre de Moraes, il giudice del tribunale supremo federale incaricato del caso, sarebbero stati i due fratelli, legati alla criminalità organizzata, ad incaricare dei sicari di uccidere Marielle Franco e il suo autista Anderson Gomes. I due furono uccisi mentre la capofila del movimento contro il razzismo e per i diritti dei membri del collettivo lgbt tornava a casa dopo una manifestazione di sostegno ai diritti delle donne nere.
L’ex capo della polizia di Rio, invece, è accusato di aver intralciato e depistato le indagini che erano sotto la sua supervisione.
A svelare i nomi dei mandanti dell’omicidio politico è stato Ronnie Lessa, ex agente della polizia militare di Rio de Janeiro, in carcere dal 2019 perché ritenuto l’autore materiale del crimine insieme al commilitone Élcio Queiroz.
Il testimone di giustizia ha testimoniato che i fratelli Brazão avevano deciso di far eliminare Marielle Franco già nel settembre del 2017 perché la consigliera comunale anticapitalista rappresentava un ostacolo agli interessi economici della criminalità organizzata.
Secondo il Ministro della Giustizia brasiliano, Ricardo Lewandowski, gli arresti chiudono l’inchiesta, «anche se potrebbero ancora emergere nuovi elementi». In realtà alcuni elementi sono già emersi sul coinvolgimento, per ora non ancora provato, di alcuni esponenti della famiglia dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.
Comunque soddisfazione per gli arresti è stata espressa da Anielle Franco, sorella dell’esponente politica assassinata. «Oggi è stato fatto un grande passo avanti verso la verità» ha affermato l’attuale ministra per l’uguaglianza razziale del governo federale brasiliano.
Fonte
A finire in manette sono stati l’ex capo della polizia di Rio de Janeiro Rivaldo Barbosa, l’ex consigliere della corte dei conti locale Domingos Brazão e il fratello di quest’ultimo, il deputato di União Brasil (il principale partito di centrodestra del paese) Chiquinho Brazão.
Secondo Alexandre de Moraes, il giudice del tribunale supremo federale incaricato del caso, sarebbero stati i due fratelli, legati alla criminalità organizzata, ad incaricare dei sicari di uccidere Marielle Franco e il suo autista Anderson Gomes. I due furono uccisi mentre la capofila del movimento contro il razzismo e per i diritti dei membri del collettivo lgbt tornava a casa dopo una manifestazione di sostegno ai diritti delle donne nere.
L’ex capo della polizia di Rio, invece, è accusato di aver intralciato e depistato le indagini che erano sotto la sua supervisione.
A svelare i nomi dei mandanti dell’omicidio politico è stato Ronnie Lessa, ex agente della polizia militare di Rio de Janeiro, in carcere dal 2019 perché ritenuto l’autore materiale del crimine insieme al commilitone Élcio Queiroz.
Il testimone di giustizia ha testimoniato che i fratelli Brazão avevano deciso di far eliminare Marielle Franco già nel settembre del 2017 perché la consigliera comunale anticapitalista rappresentava un ostacolo agli interessi economici della criminalità organizzata.
Secondo il Ministro della Giustizia brasiliano, Ricardo Lewandowski, gli arresti chiudono l’inchiesta, «anche se potrebbero ancora emergere nuovi elementi». In realtà alcuni elementi sono già emersi sul coinvolgimento, per ora non ancora provato, di alcuni esponenti della famiglia dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.
Comunque soddisfazione per gli arresti è stata espressa da Anielle Franco, sorella dell’esponente politica assassinata. «Oggi è stato fatto un grande passo avanti verso la verità» ha affermato l’attuale ministra per l’uguaglianza razziale del governo federale brasiliano.
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11/03/2024
Ciad - I servizi segreti francesi dietro l’omicidio del leader dell’opposizione
Si complica ulteriormente la situazione nell’ultimo paese del Sahel rimasto fedele alla Francia, tanto che Parigi sembra essere tornata ai bei tempi delle “guerre sporche” in Africa.
Mentre l’inviato speciale di Macron per l’Africa ha espresso “ammirazione” per il generale Mahamt Deby, attuale presidente del Ciad, secondo quanto pubblicato dal sito d’informazione “TchadOne”, i servizi segreti francesi sarebbero implicati nell’assassinio del leader dell’opposizione del Ciad, Yaya Dillo, avvenuta lo scorso 28 febbraio nel quadro delle tensioni politiche e poi degli scontri nella capitale N’Djamena. “TchadOne” cita “due fonti di sicurezza di alto livello”. Stando a queste ultime, l’operazione sarebbe stata pianificata con mesi di anticipo, nel novembre del 2023.
“TchadOne” parla di una preparazione “lunga e minuziosa”, alla quale avrebbero partecipato dirigenti dell’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans) del Ciad, generali in servizio e in congedo, uomini della Direzione generale per la sicurezza esterna (Dgse) francese a Parigi e a N’Djamena, e promette nuovi dettagli in un articolo in pubblicazione nella giornata di domani.
Nell’ultima settimana di febbraio “l’ultimo bastione” della Francafrique nel Sahel è stato teatro di scontri che hanno provocato decine di morti e feriti, con l’uccisione del leader del Partito socialista senza frontiere (Psf) Yaya Dillo e l’arresto dell’oppositore Saleh Deby Itno, zio dell’attuale leader Mahamat Deby, il presidente del Ciad sostenuto e con profondi legami con la Francia.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, i sostenitori del Psf – guidati da Dillo – hanno assaltato la sede del Agenzia per la sicurezza nazionale, provocando “diversi morti”, secondo quanto denunciato dal ministro delle Comunicazioni in un comunicato.
Nella serata di martedì 27 febbraio, la giunta militare del presidente Deby aveva accusato Dillo e i suoi seguaci di essere i mandanti di un presunto tentativo di assassinio del presidente della Corte suprema, Samir Adam Annour, accuse che il leader di opposizione ha negato, descrivendo l’attacco come “organizzato”.
Un’operazione di repressione condotta dalle forze di sicurezza ciadiane contro la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf) ha di conseguenza provocato la morte del suo leader, Yaya Dillo.
Per quasi un’ora i soldati hanno forzato con le armi l’ingresso dell’edificio, situato nel quartiere di Klemat, provocando numerose esplosioni. Il giorno dopo la giunta al potere ha dato ordine di demolire la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf).
L’uccisione di Dillo e l’arresto di Saleh Deby Itno hanno tuttavia sollevato dubbi e polemiche in seno alla comunità internazionale. Domenica scorsa il governo del Ciad ha preso atto della richiesta di un’indagine indipendente richiesta da Human Rights Watch (Hrw) sulle violenze che hanno interessato il Ciad gli scorsi 27 e 28 febbraio, sottolineando la disponibilità a collaborare pienamente con qualsiasi indagine indipendente volta a stabilire la verità.
Le Monde riferisce che l‘esercito francese intende rimanere in Ciad. Attualmente ci sono circa 1.000 soldati francesi nel paese, l’unico rimasto fedele alla Francia dopo la ritirata imposta dalle nuove giunte di governo in Mali, Niger, Burkina Faso.
La decisione francese è stata ribadita giovedì scorso a N’Djamena dall’inviato di Emmanuel Macron per l’Africa, Jean-Marie Bockel, esprimendo inoltre “l’ammirazione” della Francia al presidente e capo della giunta al potere da tre anni, il generale Idriss Deby Itno per il suo processo di transizione.
“Non è solo una questione di numeri, dobbiamo rimanere e ovviamente rimarremo”, ha detto Jean-Marie Bockel, “inviato personale” del presidente francese, alla stampa ciadiana incaricata di discutere le nuove forme di presenza militare francese sul continente africano.
In Ciad, una volta eliminato fisicamente il principale leader dell’opposizione, si va verso elezioni farsa. Il primo ministro della giunta militare in Ciad, Succès Masra, ha infatti annunciato ieri la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 6 maggio, otto giorni dopo quella del presidente di transizione, il generale Mahamat Idriss Déby Itno.
Masra, è un ex leader dell’opposizione, che ha firmato un accordo di riconciliazione con Mahamat Déby per poi essere nominato primo ministro il 1° gennaio scorso. L’opposizione denuncia una “candidatura pretestuosa” volta a dare una parvenza di pluralità in elezioni che si ritengono vinte già in anticipo da Mahamat Déby, il fantoccio del governo francese.
Fonte
Mentre l’inviato speciale di Macron per l’Africa ha espresso “ammirazione” per il generale Mahamt Deby, attuale presidente del Ciad, secondo quanto pubblicato dal sito d’informazione “TchadOne”, i servizi segreti francesi sarebbero implicati nell’assassinio del leader dell’opposizione del Ciad, Yaya Dillo, avvenuta lo scorso 28 febbraio nel quadro delle tensioni politiche e poi degli scontri nella capitale N’Djamena. “TchadOne” cita “due fonti di sicurezza di alto livello”. Stando a queste ultime, l’operazione sarebbe stata pianificata con mesi di anticipo, nel novembre del 2023.
“TchadOne” parla di una preparazione “lunga e minuziosa”, alla quale avrebbero partecipato dirigenti dell’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans) del Ciad, generali in servizio e in congedo, uomini della Direzione generale per la sicurezza esterna (Dgse) francese a Parigi e a N’Djamena, e promette nuovi dettagli in un articolo in pubblicazione nella giornata di domani.
Nell’ultima settimana di febbraio “l’ultimo bastione” della Francafrique nel Sahel è stato teatro di scontri che hanno provocato decine di morti e feriti, con l’uccisione del leader del Partito socialista senza frontiere (Psf) Yaya Dillo e l’arresto dell’oppositore Saleh Deby Itno, zio dell’attuale leader Mahamat Deby, il presidente del Ciad sostenuto e con profondi legami con la Francia.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, i sostenitori del Psf – guidati da Dillo – hanno assaltato la sede del Agenzia per la sicurezza nazionale, provocando “diversi morti”, secondo quanto denunciato dal ministro delle Comunicazioni in un comunicato.
Nella serata di martedì 27 febbraio, la giunta militare del presidente Deby aveva accusato Dillo e i suoi seguaci di essere i mandanti di un presunto tentativo di assassinio del presidente della Corte suprema, Samir Adam Annour, accuse che il leader di opposizione ha negato, descrivendo l’attacco come “organizzato”.
Un’operazione di repressione condotta dalle forze di sicurezza ciadiane contro la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf) ha di conseguenza provocato la morte del suo leader, Yaya Dillo.
Per quasi un’ora i soldati hanno forzato con le armi l’ingresso dell’edificio, situato nel quartiere di Klemat, provocando numerose esplosioni. Il giorno dopo la giunta al potere ha dato ordine di demolire la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf).
L’uccisione di Dillo e l’arresto di Saleh Deby Itno hanno tuttavia sollevato dubbi e polemiche in seno alla comunità internazionale. Domenica scorsa il governo del Ciad ha preso atto della richiesta di un’indagine indipendente richiesta da Human Rights Watch (Hrw) sulle violenze che hanno interessato il Ciad gli scorsi 27 e 28 febbraio, sottolineando la disponibilità a collaborare pienamente con qualsiasi indagine indipendente volta a stabilire la verità.
Le Monde riferisce che l‘esercito francese intende rimanere in Ciad. Attualmente ci sono circa 1.000 soldati francesi nel paese, l’unico rimasto fedele alla Francia dopo la ritirata imposta dalle nuove giunte di governo in Mali, Niger, Burkina Faso.
La decisione francese è stata ribadita giovedì scorso a N’Djamena dall’inviato di Emmanuel Macron per l’Africa, Jean-Marie Bockel, esprimendo inoltre “l’ammirazione” della Francia al presidente e capo della giunta al potere da tre anni, il generale Idriss Deby Itno per il suo processo di transizione.
“Non è solo una questione di numeri, dobbiamo rimanere e ovviamente rimarremo”, ha detto Jean-Marie Bockel, “inviato personale” del presidente francese, alla stampa ciadiana incaricata di discutere le nuove forme di presenza militare francese sul continente africano.
In Ciad, una volta eliminato fisicamente il principale leader dell’opposizione, si va verso elezioni farsa. Il primo ministro della giunta militare in Ciad, Succès Masra, ha infatti annunciato ieri la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 6 maggio, otto giorni dopo quella del presidente di transizione, il generale Mahamat Idriss Déby Itno.
Masra, è un ex leader dell’opposizione, che ha firmato un accordo di riconciliazione con Mahamat Déby per poi essere nominato primo ministro il 1° gennaio scorso. L’opposizione denuncia una “candidatura pretestuosa” volta a dare una parvenza di pluralità in elezioni che si ritengono vinte già in anticipo da Mahamat Déby, il fantoccio del governo francese.
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25/02/2024
Roma 22 febbraio 1980. L’omicidio di Valerio Verbano
Venerdì 22 Febbraio 1980, a Roma, intorno all’una di pomeriggio, tre uomini bussano alla porta di un appartamento al quarto piano di via Monte Bianco 114, abitazione di Valerio Verbano, studente di 19 anni, militante dell’Autonomia Operaia. In quel momento in casa si trovavano solamente i genitori di Valerio. La madre, dichiarandosi i tre uomini amici di Valerio apre la porta.
Subito i tre uomini, armati e resi irriconoscibili da dei passamontagna, la immobilizzano e la legano insieme al marito in camera da letto, e successivamente perquisiscono accuratamente tutto l’appartamento. Intorno alle 13:40 Valerio torna da scuola, apre la porta di casa e ad aspettarlo trova i suoi aguzzini. Subito si accorge della loro presenza, e dopo averne disarmato uno, cerca di fuggire dalla finestra, ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Morirà poco dopo in ambulanza, mentre viene trasportato in ospedale.
Alle 21 dello stesso giorno arriva la rivendicazione dell’omicidio da parte dei NAR, che verrà confermata in un ulteriore volantino ritrovato alle 12 del giorno successivo.
Nell’ambiente dell’Autonomia, questo omicidio viene visto come parte di un processo repressivo ampio, portato avanti dalle questure fortemente legate al terrorismo nero. Proprio su questo legame Valerio aveva svolto un ampio e preziosissimo lavoro di indagine, raccolto in un dossier che sparirà dopo essere stato sequestrato dalle forze dell’ordine.
Inutile dire come, in questo caso, tutta quella macchina mediatica che si avviava in quegli anni per rendere onore alle “vittime del terrorismo”, non si sia messa in moto e si sia invece impegnata a descrivere Valerio come un militante indeciso, sul punto di abbandonare i suoi ideali.
A mettersi in moto è comunque il movimento: alla diffusione della notizia dell’uccisione di Valerio seguirono cortei, che si concludono con scontri con le forze dell’ordine, che arrivano persino ad inseguire i manifestanti, il giorno del funerale, fin dentro il cimitero del Verano, sparando lacrimogeni e raffiche di mitra.
Riportiamo due passi tratti da “I Volsci” del Febbraio 1980:
Oltre duemila persone hanno partecipato anche ieri, come ogni anno, al corteo di movimento per ricordare quell’omicidio rimasto impunito, nonostante non siano certo mancati i “seri indizi” per arrivare a individuare gli assassini.
Ma il ricordo non è solo memoria, è attenzione viva per i conflitti del presente.
“Lo stato italiano fornisce armi ad Israele ed è complice del genocidio palestinese – hanno dichiarato i manifestanti, come riporta l’agenzia Dire – Il modo migliore di ricordare Valerio è non voltarci dall’altra parte di fronte a questo genocidio. Valerio non si è mai voltato dall’altra parte ha affrontato i fascisti a viso aperto. La prossima settimana, anche se ci fosse vietato, scenderemo in piazza davanti al Parlamento perché non possiamo più accettare in silenzio che questo genocidio venga compiuto davanti ai nostri occhi”.
Fonte
Subito i tre uomini, armati e resi irriconoscibili da dei passamontagna, la immobilizzano e la legano insieme al marito in camera da letto, e successivamente perquisiscono accuratamente tutto l’appartamento. Intorno alle 13:40 Valerio torna da scuola, apre la porta di casa e ad aspettarlo trova i suoi aguzzini. Subito si accorge della loro presenza, e dopo averne disarmato uno, cerca di fuggire dalla finestra, ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Morirà poco dopo in ambulanza, mentre viene trasportato in ospedale.
Alle 21 dello stesso giorno arriva la rivendicazione dell’omicidio da parte dei NAR, che verrà confermata in un ulteriore volantino ritrovato alle 12 del giorno successivo.
Nell’ambiente dell’Autonomia, questo omicidio viene visto come parte di un processo repressivo ampio, portato avanti dalle questure fortemente legate al terrorismo nero. Proprio su questo legame Valerio aveva svolto un ampio e preziosissimo lavoro di indagine, raccolto in un dossier che sparirà dopo essere stato sequestrato dalle forze dell’ordine.
Inutile dire come, in questo caso, tutta quella macchina mediatica che si avviava in quegli anni per rendere onore alle “vittime del terrorismo”, non si sia messa in moto e si sia invece impegnata a descrivere Valerio come un militante indeciso, sul punto di abbandonare i suoi ideali.
A mettersi in moto è comunque il movimento: alla diffusione della notizia dell’uccisione di Valerio seguirono cortei, che si concludono con scontri con le forze dell’ordine, che arrivano persino ad inseguire i manifestanti, il giorno del funerale, fin dentro il cimitero del Verano, sparando lacrimogeni e raffiche di mitra.
Riportiamo due passi tratti da “I Volsci” del Febbraio 1980:
“Questo attacco si inserisce in quello più generale contro l’antagonismo organizzato, contro l’Autonomia. Dove non riescono galere, delatori, brigatisti pentiti, giudici cervellotici e piccisti, dove non riesce la campagna di linciaggio politico gestita dal potere, preparata ed avvallata dal Pci, si arriva all’eliminazione fisica dei compagni”
“La potenza repressiva dello Stato è stata invece un elemento complementare dell’assassinio e della logica che lo ha prodotto. Come i compagni hanno fin da subito messo in evidenza, i fascisti hanno colpito dopo che la repressione aveva spianato loro la strada. Ma non basta. Ciò che è avvenuto dopo l’uccisione di Valerio, sia sulla stampa di regime che nelle piazze, ha infatti dimostrato che non solo ai fascisti era stato suggerito e permesso di prendere l’iniziativa, ma che l’assassinio stesso di Valerio veniva gestito dallo Stato come un ammonimento per i compagni. Eppure Valerio era stato ucciso inerme, dentro casa sua, davanti ai genitori” (da InfoAut).
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Oltre duemila persone hanno partecipato anche ieri, come ogni anno, al corteo di movimento per ricordare quell’omicidio rimasto impunito, nonostante non siano certo mancati i “seri indizi” per arrivare a individuare gli assassini.
Ma il ricordo non è solo memoria, è attenzione viva per i conflitti del presente.
“Lo stato italiano fornisce armi ad Israele ed è complice del genocidio palestinese – hanno dichiarato i manifestanti, come riporta l’agenzia Dire – Il modo migliore di ricordare Valerio è non voltarci dall’altra parte di fronte a questo genocidio. Valerio non si è mai voltato dall’altra parte ha affrontato i fascisti a viso aperto. La prossima settimana, anche se ci fosse vietato, scenderemo in piazza davanti al Parlamento perché non possiamo più accettare in silenzio che questo genocidio venga compiuto davanti ai nostri occhi”.
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17/01/2024
Il giornalista Gonzalo Lira è lasciato morire in un carcere ucraino
Sarah Cirillo, la ex portavoce della difesa territoriale ucraina, quella che aveva minacciato tutti i giornalisti critici sull’Ucraina definendoli propagandisti da annientare, il giorno dell’arresto di Gonzalo Lira scriveva: “È un bel weekend per essere un americano nella regione di Kharkov, a meno che non sei Gonzalo Lira”.
Nella seconda foto, Stefania Battistini, giornalista del servizio pubblico italiano, “così fiera di Sarah Cirillo, non dimenticherò mai la tua generosità, il tuo altruismo e la tua forza”.
Gonzalo Lira è morto in Ucraina dopo che per mesi, come ha scritto lui stesso, la prigione dove era rinchiuso ha ignorato il suo stato di salute.
Gonzalo Lira, cittadino Statunitense-Cileno, era un giornalista indipendente: è morto in carcere Ucraina dove era stato imprigionato per REATO D’OPINIONE.
Questi sono i “valori di libertà e democrazia” di un regime armato e finanziato da Washington e Bruxelles con miliardi di dollari e di euro, che sta mandando la sua gente al macello da quasi due anni e che ha portato l’Ucraina al disastro totale.
Fonte
Nella seconda foto, Stefania Battistini, giornalista del servizio pubblico italiano, “così fiera di Sarah Cirillo, non dimenticherò mai la tua generosità, il tuo altruismo e la tua forza”.
Gonzalo Lira è morto in Ucraina dopo che per mesi, come ha scritto lui stesso, la prigione dove era rinchiuso ha ignorato il suo stato di salute.
Gonzalo Lira, cittadino Statunitense-Cileno, era un giornalista indipendente: è morto in carcere Ucraina dove era stato imprigionato per REATO D’OPINIONE.
Questi sono i “valori di libertà e democrazia” di un regime armato e finanziato da Washington e Bruxelles con miliardi di dollari e di euro, che sta mandando la sua gente al macello da quasi due anni e che ha portato l’Ucraina al disastro totale.
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08/12/2023
Il de profundis del nazigolpismo majdanista
L’ex deputato della Rada ucraina Il’ja Kiva è stato freddato nel tardo pomeriggio del 6 dicembre all’interno del parco esclusivo del “Velich Country Club” del villaggio di Suponevo (distretto di Odintsovo, una ventina di km a ovest di Mosca), nel cui albergo viveva da oltre due mesi.
Nella mattina stessa del 6 dicembre, sul proprio canale Telegram, Kiva aveva lanciato l’ennesimo appello contro il regime di Zelenskij: «Per Zelenskij sarebbe meglio metter fine ora alla vita col suicidio, come hanno sempre fatto gli sconfitti, per portare con sé ogni problema e chiudere la questione. Ma egli è troppo narcisista per passi simili».
Il fatto che Kiva, dopo aver lasciato l’Ucraina alla volta della Spagna, si fosse infine ritrovato in Russia e avesse dato voce a svariate sortite antimajdaniste, non cancella il suo passato di squadrista e aggressore del Donbass, quando, ad esempio, sotto le insegne di quel “Pravyj sektor” guidato da Dmitrij Jaroš, nel 2014, con una sessantina di squadristi ucraini, dava l’assalto al municipio di Kranoarmejsk, su cui, a quel momento, già sventolava la bandiera della DNR.
Nell’occasione, Kiva non dimenticava di ringraziare i “benefattori” Igor Kolomojskij e Gennadij Korban (patron del nazionalista UKROP), senza il cui sostegno «non avremmo assolto il compito».
I servizi segreti di Kiev hanno prontamente rivendicato l’omicidio del “traditore” passato al nemico.
Se nel 2013 Kiva si era candidato alle municipali di Kiev come «combattente contro il fascismo» il cui nonno si era guadagnato in guerra il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, già nel 2014 si faceva fotografare in mimetica nell’allora “Operazione anti-terrorismo” (l’aggressione al Donbass lanciata da Petro Porošenko), a capo del battaglione “Poltavshchina” e nel 2015 esortava a prendere a fucilate gli autobus con cittadini del Donbass: «questi viaggiatori della DNR, amanti dei referendum e delle sfilate coi prigionieri ucraini».
Insieme ai nazionalisti del Medžlis dei tatari di Crimea, aveva quindi organizzato il blocco energetico della Crimea. Promosso poi tenente-colonnello della milizia, era diventato “consigliere” del Ministro degli interni Arsen Avakov.
Tra le sue uscite, le lodi ai nazisti di “Azov”, «combattenti per la purezza della nazione ucraina», le sfuriate contro «la peste russa», contro quella «pseudonazione» di uomini che «non possono non uccidere, perché il russo è per sua natura un barbaro»... fino alla “conversione” del 2017 quando, a capo del ‘Partito socialista’, prometteva il «terrore rosso contro l’oligarchia ucraina».
Poi nel 2019 entrava nella compagine “Piattaforma d’opposizione – Per la vita» di Jurij Bojko e Viktor Medvedchuk, in Ucraina considerata filo-russa, con cui Kiva condivideva vari “ripensamenti” sul majdan; fino a che, nell’ottobre 2021 non fece pubblicamente gli auguri di compleanno a Vladimir Putin, definendolo «grande dirigente», cosa che gli costò l’avvio di un procedimento penale per “tradimento della patria”.
Appena lo scorso 13 novembre, il tribunale di L’vov aveva condannato Kiva in contumacia a 14 anni di galera: quanto accaduto il 6 dicembre, commenta Denis Davydov sull’Agenzia REGNUM, non è altro che l’esecuzione della condanna “con altri mezzi”.
Commentando il caso dell’assassinio di Il’ja Kiva, un altro ex deputato ucraino, Oleg Tsarev (lui stesso, vittima di un attentato dei servizi (SBU) di Kiev nello scorso ottobre; se l’era cavata con varie ferite e diversi giorni in rianimazione) ha dichiarato che Kiva era cosciente del fatto che i servizi gli dessero la caccia, che il suo nome figurasse nella lista dei “liquidandi” compilata dal Servizio militare e vistata da Vladimir Zelenskij.
È un elenco segreto, dice Tsarev: ma non segretissimo e Kiva aveva scelto come dimora quel villaggio chiuso, tutto pieno di videosorveglianza... pensava di essere al sicuro.
Ma, afferma Tsarev, intervistato da Svobodnaja Pressa, SBU opera in modo abbastanza efficiente; tutti i call center ucraini, che in Russia sono principalmente associati a frodi telefoniche, sono controllati dal SBU, che proprio attraverso i call center individua persone facilmente suggestionabili che, dietro denaro, possono compiere questo o quel gesto: lanciare una “molotov” contro il distretto militare, dare fuoco a un relè ferroviario, o semplicemente prelevare una cosa da un posto e nasconderla in un altro.
I servizi ucraini, dice ancora Tsarev, operano attivamente sui social network russi, dove individuano gli scontenti della Operazione speciale in Ucraina o chi addirittura simpatizza con le attuali autorità ucraine: si cerca di reclutare anche questi per determinati compiti. Promettendo somme allettanti, i killer si trovano anche in Russia.
I budget sono dignitosi, ma è risaputo che «solo una piccola parte va all’esecutore, mentre la maggior parte va agli ufficiali del SBU che conducono la data operazione e che dunque hanno sufficienti motivazioni, oltre a nuove spalline, medaglie e ringraziamenti. Gli esecutori non sono che materiale di consumo, che viene immediatamente dimenticato», nel migliore dei casi.
Alla domanda su come si possa reprimere l’attività terroristica ucraina in Russia, Tsarev afferma che «si deve in qualche modo rispondere. Oggi essi non hanno paura, mentre gliela si dovrebbe incutere. La legge sul SBU, approvata nel 2015, proclama che “il SBU è tenuto a eliminare i nemici dell’Ucraina”. Il fatto è che i veri nemici dell’Ucraina sono tutti a Kiev. Molte persone famose, soprattutto nei media, sono minacciate; e tutto questo continuerà fino a quando non risponderemo colpo su colpo».
Ma, nella “democratica” Ucraina della crescente lotta a coltello tra ras che, posti di fronte all’evidenza della disfatta militare, presentano qualche “ordine del giorno al gran consiglio”, per l’incapacità del “capo” a dirigere la guerra.
Nell’Ucraina ‘europeista’ in cui il “capo del fascismo” si prepara a una fuga non proprio “artigianale”, come quella tentata a suo tempo dal bandito travestito da soldato tedesco, bensì probabilmente su un comodo jet della CIA, con destinazione Florida, in una villa da venti milioni di dollari, per lui e famiglia.
Nell’Ucraina per cui tante lacrime ha versato il PD; nell’Ucraina degli assassinii di ogni “traditore”, qui, il fattore “nuovo” prospettato da alcune frange revansciste tedesche è quello di rimandare a casa le migliaia e migliaia di ucraini – se ne sono accumulati tanti da formare “20 Divisioni” – stabilitisi in Germania.
Il problema però, osserva la russa Vzgljad, non è solo che politici come Roderich Kiesewetter (CDU) hanno perso la memoria storica: ancora una volta, il problema è negli USA e in tutti coloro che si fanno portatori degli interessi yankee.
Va da sé che qualcuno a Berlino ha dimenticato la fine fatta non solo da “Tiger” e “Panther” spediti ottant’anni fa sul fronte orientale, ma anche quella delle divisioni messe insieme con nazionalisti e banderisti ucraini al servizio della Wehrmacht.
Così, dopo aver spedito i “Leopard” (anche quelli catturati dai russi), il colonnello a riposo Roderich Kiesewetter ricorda che nei paesi UE ci sono oltre 600.000 ucraini fuggiti dalla mobilitazione, di cui 220.000 in Germania, e che potrebbero tornare in Ucraina per esser inquadrati in un paio di decine di Divisioni.
Convenzionalmente, si ritiene che, almeno fino al 2022, le élite tedesche valutassero positivamente la cooperazione con la Russia, mentre i russofobi si concentravano più che altro nel Partito dei Verdi, la cui copresidente, la Ministra degli esteri Annalena Bärbock, si è affermata come «un concentrato di malintesi, da non essere preso sul serio».
E invece, Kiesewetter si scontrava regolarmente con i colleghi di partito della CDU sulla questione russa: aveva definito il “North Stream 2” un “progetto politico”: un’opinione che, nel 2021, era a dir poco “non di moda” nel partito di Angela Merkel, ricalcando invece il tipico approccio USA di lobby a favore del GNL americano.
Poi, dopo il febbraio 2022, Kiesewetter ha preteso che si indagasse sulle attività dei precedenti governi che avessero brigato per «creare deliberatamente la dipendenza energetica dalla Russia»; per poi arrivare a paragonare le azioni russe in Ucraina a quelle delle truppe tedesche, chiedendo di «insegnare alla Russia a perdere, come la Germania aveva perso nel 1945».
Casualmente, Kiesewetter si era “scordato” che la Russia, a differenza della Germania del 1945, è una potenza nucleare: una dimenticanza molto pericolosa da parte di un ufficiale superiore della Bundeswehr.
D’altronde, Roderich Kiesewetter ha prestato la maggior parte del proprio servizio al QG NATO a Bruxelles, dopo aver studiato all’Università statale del Texas, ad Austin. Ma, soprattutto, è legato a molte organizzazioni “globaliste” – per la verità, più britanniche che americane: la Deutsch-Britische Gesellschaft, o il Centro analisi European Leadership Network.
La faccenda però più sospetta per un tedesco, ricorda Vzgljad, rimane il suo atteggiamento durante lo scandalo tra Berlino e la NSA USA, per le intercettazioni delle élite tedesche, inclusa Angela Merkel: adducendo impegni su altri temi, si era improvvisamente dimesso dalla commissione parlamentare di indagine sullo spionaggio USA.
Agli assassinii e ad simili “linci” è ormai affidato il de profundis del nazigolpismo majdanista.
Fonte
Nella mattina stessa del 6 dicembre, sul proprio canale Telegram, Kiva aveva lanciato l’ennesimo appello contro il regime di Zelenskij: «Per Zelenskij sarebbe meglio metter fine ora alla vita col suicidio, come hanno sempre fatto gli sconfitti, per portare con sé ogni problema e chiudere la questione. Ma egli è troppo narcisista per passi simili».
Il fatto che Kiva, dopo aver lasciato l’Ucraina alla volta della Spagna, si fosse infine ritrovato in Russia e avesse dato voce a svariate sortite antimajdaniste, non cancella il suo passato di squadrista e aggressore del Donbass, quando, ad esempio, sotto le insegne di quel “Pravyj sektor” guidato da Dmitrij Jaroš, nel 2014, con una sessantina di squadristi ucraini, dava l’assalto al municipio di Kranoarmejsk, su cui, a quel momento, già sventolava la bandiera della DNR.
Nell’occasione, Kiva non dimenticava di ringraziare i “benefattori” Igor Kolomojskij e Gennadij Korban (patron del nazionalista UKROP), senza il cui sostegno «non avremmo assolto il compito».
I servizi segreti di Kiev hanno prontamente rivendicato l’omicidio del “traditore” passato al nemico.
Se nel 2013 Kiva si era candidato alle municipali di Kiev come «combattente contro il fascismo» il cui nonno si era guadagnato in guerra il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, già nel 2014 si faceva fotografare in mimetica nell’allora “Operazione anti-terrorismo” (l’aggressione al Donbass lanciata da Petro Porošenko), a capo del battaglione “Poltavshchina” e nel 2015 esortava a prendere a fucilate gli autobus con cittadini del Donbass: «questi viaggiatori della DNR, amanti dei referendum e delle sfilate coi prigionieri ucraini».
Insieme ai nazionalisti del Medžlis dei tatari di Crimea, aveva quindi organizzato il blocco energetico della Crimea. Promosso poi tenente-colonnello della milizia, era diventato “consigliere” del Ministro degli interni Arsen Avakov.
Tra le sue uscite, le lodi ai nazisti di “Azov”, «combattenti per la purezza della nazione ucraina», le sfuriate contro «la peste russa», contro quella «pseudonazione» di uomini che «non possono non uccidere, perché il russo è per sua natura un barbaro»... fino alla “conversione” del 2017 quando, a capo del ‘Partito socialista’, prometteva il «terrore rosso contro l’oligarchia ucraina».
Poi nel 2019 entrava nella compagine “Piattaforma d’opposizione – Per la vita» di Jurij Bojko e Viktor Medvedchuk, in Ucraina considerata filo-russa, con cui Kiva condivideva vari “ripensamenti” sul majdan; fino a che, nell’ottobre 2021 non fece pubblicamente gli auguri di compleanno a Vladimir Putin, definendolo «grande dirigente», cosa che gli costò l’avvio di un procedimento penale per “tradimento della patria”.
Appena lo scorso 13 novembre, il tribunale di L’vov aveva condannato Kiva in contumacia a 14 anni di galera: quanto accaduto il 6 dicembre, commenta Denis Davydov sull’Agenzia REGNUM, non è altro che l’esecuzione della condanna “con altri mezzi”.
Commentando il caso dell’assassinio di Il’ja Kiva, un altro ex deputato ucraino, Oleg Tsarev (lui stesso, vittima di un attentato dei servizi (SBU) di Kiev nello scorso ottobre; se l’era cavata con varie ferite e diversi giorni in rianimazione) ha dichiarato che Kiva era cosciente del fatto che i servizi gli dessero la caccia, che il suo nome figurasse nella lista dei “liquidandi” compilata dal Servizio militare e vistata da Vladimir Zelenskij.
È un elenco segreto, dice Tsarev: ma non segretissimo e Kiva aveva scelto come dimora quel villaggio chiuso, tutto pieno di videosorveglianza... pensava di essere al sicuro.
Ma, afferma Tsarev, intervistato da Svobodnaja Pressa, SBU opera in modo abbastanza efficiente; tutti i call center ucraini, che in Russia sono principalmente associati a frodi telefoniche, sono controllati dal SBU, che proprio attraverso i call center individua persone facilmente suggestionabili che, dietro denaro, possono compiere questo o quel gesto: lanciare una “molotov” contro il distretto militare, dare fuoco a un relè ferroviario, o semplicemente prelevare una cosa da un posto e nasconderla in un altro.
I servizi ucraini, dice ancora Tsarev, operano attivamente sui social network russi, dove individuano gli scontenti della Operazione speciale in Ucraina o chi addirittura simpatizza con le attuali autorità ucraine: si cerca di reclutare anche questi per determinati compiti. Promettendo somme allettanti, i killer si trovano anche in Russia.
I budget sono dignitosi, ma è risaputo che «solo una piccola parte va all’esecutore, mentre la maggior parte va agli ufficiali del SBU che conducono la data operazione e che dunque hanno sufficienti motivazioni, oltre a nuove spalline, medaglie e ringraziamenti. Gli esecutori non sono che materiale di consumo, che viene immediatamente dimenticato», nel migliore dei casi.
Alla domanda su come si possa reprimere l’attività terroristica ucraina in Russia, Tsarev afferma che «si deve in qualche modo rispondere. Oggi essi non hanno paura, mentre gliela si dovrebbe incutere. La legge sul SBU, approvata nel 2015, proclama che “il SBU è tenuto a eliminare i nemici dell’Ucraina”. Il fatto è che i veri nemici dell’Ucraina sono tutti a Kiev. Molte persone famose, soprattutto nei media, sono minacciate; e tutto questo continuerà fino a quando non risponderemo colpo su colpo».
Ma, nella “democratica” Ucraina della crescente lotta a coltello tra ras che, posti di fronte all’evidenza della disfatta militare, presentano qualche “ordine del giorno al gran consiglio”, per l’incapacità del “capo” a dirigere la guerra.
Nell’Ucraina ‘europeista’ in cui il “capo del fascismo” si prepara a una fuga non proprio “artigianale”, come quella tentata a suo tempo dal bandito travestito da soldato tedesco, bensì probabilmente su un comodo jet della CIA, con destinazione Florida, in una villa da venti milioni di dollari, per lui e famiglia.
Nell’Ucraina per cui tante lacrime ha versato il PD; nell’Ucraina degli assassinii di ogni “traditore”, qui, il fattore “nuovo” prospettato da alcune frange revansciste tedesche è quello di rimandare a casa le migliaia e migliaia di ucraini – se ne sono accumulati tanti da formare “20 Divisioni” – stabilitisi in Germania.
Il problema però, osserva la russa Vzgljad, non è solo che politici come Roderich Kiesewetter (CDU) hanno perso la memoria storica: ancora una volta, il problema è negli USA e in tutti coloro che si fanno portatori degli interessi yankee.
Va da sé che qualcuno a Berlino ha dimenticato la fine fatta non solo da “Tiger” e “Panther” spediti ottant’anni fa sul fronte orientale, ma anche quella delle divisioni messe insieme con nazionalisti e banderisti ucraini al servizio della Wehrmacht.
Così, dopo aver spedito i “Leopard” (anche quelli catturati dai russi), il colonnello a riposo Roderich Kiesewetter ricorda che nei paesi UE ci sono oltre 600.000 ucraini fuggiti dalla mobilitazione, di cui 220.000 in Germania, e che potrebbero tornare in Ucraina per esser inquadrati in un paio di decine di Divisioni.
Convenzionalmente, si ritiene che, almeno fino al 2022, le élite tedesche valutassero positivamente la cooperazione con la Russia, mentre i russofobi si concentravano più che altro nel Partito dei Verdi, la cui copresidente, la Ministra degli esteri Annalena Bärbock, si è affermata come «un concentrato di malintesi, da non essere preso sul serio».
E invece, Kiesewetter si scontrava regolarmente con i colleghi di partito della CDU sulla questione russa: aveva definito il “North Stream 2” un “progetto politico”: un’opinione che, nel 2021, era a dir poco “non di moda” nel partito di Angela Merkel, ricalcando invece il tipico approccio USA di lobby a favore del GNL americano.
Poi, dopo il febbraio 2022, Kiesewetter ha preteso che si indagasse sulle attività dei precedenti governi che avessero brigato per «creare deliberatamente la dipendenza energetica dalla Russia»; per poi arrivare a paragonare le azioni russe in Ucraina a quelle delle truppe tedesche, chiedendo di «insegnare alla Russia a perdere, come la Germania aveva perso nel 1945».
Casualmente, Kiesewetter si era “scordato” che la Russia, a differenza della Germania del 1945, è una potenza nucleare: una dimenticanza molto pericolosa da parte di un ufficiale superiore della Bundeswehr.
D’altronde, Roderich Kiesewetter ha prestato la maggior parte del proprio servizio al QG NATO a Bruxelles, dopo aver studiato all’Università statale del Texas, ad Austin. Ma, soprattutto, è legato a molte organizzazioni “globaliste” – per la verità, più britanniche che americane: la Deutsch-Britische Gesellschaft, o il Centro analisi European Leadership Network.
La faccenda però più sospetta per un tedesco, ricorda Vzgljad, rimane il suo atteggiamento durante lo scandalo tra Berlino e la NSA USA, per le intercettazioni delle élite tedesche, inclusa Angela Merkel: adducendo impegni su altri temi, si era improvvisamente dimesso dalla commissione parlamentare di indagine sullo spionaggio USA.
Agli assassinii e ad simili “linci” è ormai affidato il de profundis del nazigolpismo majdanista.
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12/08/2023
Ecuador - Stato di emergenza dopo l’omicidio di un candidato
Nella serata del 9 agosto, al termine di un comizio nel cuore di Quito, un commando di sicari ha aperto il fuoco uccidendo Fernando Villavicencio, uno degli otto candidati alle prossime elezioni politiche ecuadoriane.
Villavicencio era molto vicino al presidente uscente Lasso, tanto da aver candidato nella propria squadra il suo ex-ministro dell’interno Carrillo. Un personaggio che era stato a capo della polizia durante le proteste popolari contro le misure di austerity imposte dal Fmi nel 2019, e che si distinse per il pugno repressivo che causò sei morti e migliaia di arresti.
Noto giornalista che aveva condotto varie inchieste soprattutto sui casi di irregolarità e corruzione tra imprese elettriche e lo Stato, era poi passato – come deputato indipendente – a sostenere il governo Lasso, tanto da difenderlo apertamente durante l’ultimo impeachment, occasione della sua caduta.
Le sue inchieste erano state rivolte soprattutto contro membri del governo ma in particolare contro l’ex presidente progressista Correa, diventando per un periodo il suo antagonista principale nel dibattito pubblico del paese.
In seguito aveva costruito la propria figura come quella di un instancabile persecutore della corruzione e dell’anticorreismo, spesso sovrapponendo pubblicamente le due cose, tanto da fornire poi le basi per la sentenza in contumacia che condanna l’ex presidente progressista al carcere e tutt’oggi lo costringe come rifugiato politico in Belgio.
L’antagonismo tra i due era tanto riconosciuto che ora alcuni puntano il dito contro Correa per questa morte, anche se in realtà l’omicidio è stato pubblicamente rivendicato dall’organizzazione criminale ‘Los Lobos’, collegata al cartello della droga di Jalisco, in Messico.
Il “correismo”, oltretutto, arrivava a questa scadenza forte di uno dei successi più ampi della storia recente nelle elezioni regionali e come primo partito favorito con la prima candidata donna del paese, Luisa González.
A vedere i sondaggi, Villavicencio non arrivava neanche in terza posizione, lontano quindi da qualsiasi ipotesi di ballottaggio. Lo stesso aveva denunciato pubblicamente negli scorsi giorni minacce da parte di un gruppo criminale ecuadoriano legato al cartello messicano Sinaloa.
Quello che risulta evidente però è che l’ondata di violenza spazza via dal dibattito elettorale ogni altra tematica, favorendo quei candidati, come Jan Topic, che fondano la propria campagna elettorale sullo stesso tipo di figura pubblica: ex mercenario e imprenditore dell’industria della sicurezza, promette di “ristabilire l’ordine” attraverso il pugno duro, seguendo le orme della “dottrina Bukele” in Salvador.
Dal dibattito elettorale si eclissa anche il quesito referendario riguardo la possibilità o meno di bloccare l’estrazione di petrolio da uno dei settori del parco naturale amazzonico del Yasuní. Quesito che riapre il dibattito su estrattivismo e matrice produttiva del paese, base del divorzio di una parte del mondo ambientalista con il governo di Correa nel 2014.
Un pesante salto di qualità in un paese che sembra entrato in una spirale di violenza senza fine e che lo Stato, diretto dal ex banchiere Lasso, non sembra in grado di arginare in nessun modo.
Non è il primo assassinio politico nel paese. Solo tre settimane fa era stato ucciso in modo simile il sindaco della città portuale di Manta, solo pochi giorni dopo l’omicidio di un altro candidato al Parlamento. Nelle scorse settimane lo stesso comitato elettorale nazionale aveva denunciato minacce ai propri membri.
Il presidente uscente ha dichiarato lo stato di emergenza per sessanta giorni. Il diciassettesimo durante il suo mandato di un solo anno e mezzo e che solo nelle ultime settimane era stata dichiarato già due volte: una per le carceri, sfuggite completamente di mano ed entrate sotto il controllo di cartelli del crimine organizzato (in due anni ci sono stati quasi cinquecento morti tra i detenuti), e una per le tre province costiere in cui l’ondata di violenza è più intensa.
Intanto lo Stato ecuadoriano sembra prepararsi ad una guerra più che al presidio del proprio territorio e alle indagini per sgominare il crimine organizzato.
Si susseguono acquisti di migliaia di nuove munizioni e sistemi d’arma, come gli ultimi mezzi blindati Cobra, comprati dalla Turchia.
In seguito all’attentato, quattro candidati hanno sospeso la campagna elettorale, mentre iniziano a manifestarsi inviti all'”unità nazionale” contro la criminalità organizzata, andando oltre le divisioni politiche.
Una campagna elettorale che fino ad oggi si era contraddistinta, come da quindici anni a questa parte, per essere caratterizzata dalla forza progressista Revolución Ciudadana, data come favorita al primo turno, e da un ampio fronte di vari candidati anticorreristi che nel ballottaggio puntano a sommare i voti contrari all’ex-presidente.
Un gioco però che, dopo la disastrosa gestione dello stato da parte di Lasso, sembrava poco vincente.
Quel che resta certo è la difficile situazione del paese, trasformatosi in poco tempo da uno dei più sicuri, grazie al governo di Correa, a uno dei più violenti della regione, in cui i governi neoliberisti succedutesi dopo il 2017 hanno riportato indietro di anni tutte le statistiche sociali del paese.
L’Ecuador sembra in un empasse di difficile risoluzione. Le elezioni del prossimo 20 di agosto risulteranno dirimenti per il paese e per sostenere o meno il cammino che la regione sta intraprendendo nuovamente.
Fonte
Villavicencio era molto vicino al presidente uscente Lasso, tanto da aver candidato nella propria squadra il suo ex-ministro dell’interno Carrillo. Un personaggio che era stato a capo della polizia durante le proteste popolari contro le misure di austerity imposte dal Fmi nel 2019, e che si distinse per il pugno repressivo che causò sei morti e migliaia di arresti.
Noto giornalista che aveva condotto varie inchieste soprattutto sui casi di irregolarità e corruzione tra imprese elettriche e lo Stato, era poi passato – come deputato indipendente – a sostenere il governo Lasso, tanto da difenderlo apertamente durante l’ultimo impeachment, occasione della sua caduta.
Le sue inchieste erano state rivolte soprattutto contro membri del governo ma in particolare contro l’ex presidente progressista Correa, diventando per un periodo il suo antagonista principale nel dibattito pubblico del paese.
In seguito aveva costruito la propria figura come quella di un instancabile persecutore della corruzione e dell’anticorreismo, spesso sovrapponendo pubblicamente le due cose, tanto da fornire poi le basi per la sentenza in contumacia che condanna l’ex presidente progressista al carcere e tutt’oggi lo costringe come rifugiato politico in Belgio.
L’antagonismo tra i due era tanto riconosciuto che ora alcuni puntano il dito contro Correa per questa morte, anche se in realtà l’omicidio è stato pubblicamente rivendicato dall’organizzazione criminale ‘Los Lobos’, collegata al cartello della droga di Jalisco, in Messico.
Il “correismo”, oltretutto, arrivava a questa scadenza forte di uno dei successi più ampi della storia recente nelle elezioni regionali e come primo partito favorito con la prima candidata donna del paese, Luisa González.
A vedere i sondaggi, Villavicencio non arrivava neanche in terza posizione, lontano quindi da qualsiasi ipotesi di ballottaggio. Lo stesso aveva denunciato pubblicamente negli scorsi giorni minacce da parte di un gruppo criminale ecuadoriano legato al cartello messicano Sinaloa.
Quello che risulta evidente però è che l’ondata di violenza spazza via dal dibattito elettorale ogni altra tematica, favorendo quei candidati, come Jan Topic, che fondano la propria campagna elettorale sullo stesso tipo di figura pubblica: ex mercenario e imprenditore dell’industria della sicurezza, promette di “ristabilire l’ordine” attraverso il pugno duro, seguendo le orme della “dottrina Bukele” in Salvador.
Dal dibattito elettorale si eclissa anche il quesito referendario riguardo la possibilità o meno di bloccare l’estrazione di petrolio da uno dei settori del parco naturale amazzonico del Yasuní. Quesito che riapre il dibattito su estrattivismo e matrice produttiva del paese, base del divorzio di una parte del mondo ambientalista con il governo di Correa nel 2014.
Un pesante salto di qualità in un paese che sembra entrato in una spirale di violenza senza fine e che lo Stato, diretto dal ex banchiere Lasso, non sembra in grado di arginare in nessun modo.
Non è il primo assassinio politico nel paese. Solo tre settimane fa era stato ucciso in modo simile il sindaco della città portuale di Manta, solo pochi giorni dopo l’omicidio di un altro candidato al Parlamento. Nelle scorse settimane lo stesso comitato elettorale nazionale aveva denunciato minacce ai propri membri.
Il presidente uscente ha dichiarato lo stato di emergenza per sessanta giorni. Il diciassettesimo durante il suo mandato di un solo anno e mezzo e che solo nelle ultime settimane era stata dichiarato già due volte: una per le carceri, sfuggite completamente di mano ed entrate sotto il controllo di cartelli del crimine organizzato (in due anni ci sono stati quasi cinquecento morti tra i detenuti), e una per le tre province costiere in cui l’ondata di violenza è più intensa.
Intanto lo Stato ecuadoriano sembra prepararsi ad una guerra più che al presidio del proprio territorio e alle indagini per sgominare il crimine organizzato.
Si susseguono acquisti di migliaia di nuove munizioni e sistemi d’arma, come gli ultimi mezzi blindati Cobra, comprati dalla Turchia.
In seguito all’attentato, quattro candidati hanno sospeso la campagna elettorale, mentre iniziano a manifestarsi inviti all'”unità nazionale” contro la criminalità organizzata, andando oltre le divisioni politiche.
Una campagna elettorale che fino ad oggi si era contraddistinta, come da quindici anni a questa parte, per essere caratterizzata dalla forza progressista Revolución Ciudadana, data come favorita al primo turno, e da un ampio fronte di vari candidati anticorreristi che nel ballottaggio puntano a sommare i voti contrari all’ex-presidente.
Un gioco però che, dopo la disastrosa gestione dello stato da parte di Lasso, sembrava poco vincente.
Quel che resta certo è la difficile situazione del paese, trasformatosi in poco tempo da uno dei più sicuri, grazie al governo di Correa, a uno dei più violenti della regione, in cui i governi neoliberisti succedutesi dopo il 2017 hanno riportato indietro di anni tutte le statistiche sociali del paese.
L’Ecuador sembra in un empasse di difficile risoluzione. Le elezioni del prossimo 20 di agosto risulteranno dirimenti per il paese e per sostenere o meno il cammino che la regione sta intraprendendo nuovamente.
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10/08/2023
Ecuador - Ucciso un candidato alle elezioni presidenziali. Decretato stato d’emergenza
Un candidato alla presidenza dell’Ecuador, Fernando Vilaviciencio, è stato assassinato nella notte al termine di un evento elettorale. Giornalista e politico, Villaviciencio è stato attaccato con armi da fuoco da persone non identificate all’uscita di una scuola in un quartiere settentrionale della capitale, Quito.
Diversi video comparsi in rete ritraggono l’uomo nel momento in cui saluta la gente accorsa all’evento e finisce colpito da una raffica di colpi d’arma da fuoco al momento in cui sale su un’automobile. Villaviciencio, riferiscono fonti del suo staff, è morto poco dopo durante il trasferimento all’ospedale Clinica de la Mujer.
Fernando Villavicencio Valencia era candidato alle elezioni presidenziali per il movimento Construye lista 25 (MC25), di tendenza liberalconservatrice.
Il presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, ha dichiarato lo stato di emergenza per 60 giorni . “Le forze armate sono attualmente mobilitate su tutto il territorio nazionale per garantire la sicurezza dei cittadini, la tranquillità del Paese e le elezioni libere e democratiche del 20 agosto”.
Nei giorni scorsi la presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (Cne), Diana Atamaiunt, aveva denunciato che alla vigilia delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 20 agosto, ci sono state minacce contro alcuni membri del Cne.
Con le prossime elezioni gli ecuadoriani eleggeranno il nuovo presidente, il vicepresidente e 127 deputati dell’Assemblea Nazionale. Ma le elezioni si stanno realizzando in un clima di violenza e di fortissima crisi. A luglio è stato assassinato il sindaco della città di Manta.
Fonte
Diversi video comparsi in rete ritraggono l’uomo nel momento in cui saluta la gente accorsa all’evento e finisce colpito da una raffica di colpi d’arma da fuoco al momento in cui sale su un’automobile. Villaviciencio, riferiscono fonti del suo staff, è morto poco dopo durante il trasferimento all’ospedale Clinica de la Mujer.
Fernando Villavicencio Valencia era candidato alle elezioni presidenziali per il movimento Construye lista 25 (MC25), di tendenza liberalconservatrice.
Il presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, ha dichiarato lo stato di emergenza per 60 giorni . “Le forze armate sono attualmente mobilitate su tutto il territorio nazionale per garantire la sicurezza dei cittadini, la tranquillità del Paese e le elezioni libere e democratiche del 20 agosto”.
Nei giorni scorsi la presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (Cne), Diana Atamaiunt, aveva denunciato che alla vigilia delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 20 agosto, ci sono state minacce contro alcuni membri del Cne.
Con le prossime elezioni gli ecuadoriani eleggeranno il nuovo presidente, il vicepresidente e 127 deputati dell’Assemblea Nazionale. Ma le elezioni si stanno realizzando in un clima di violenza e di fortissima crisi. A luglio è stato assassinato il sindaco della città di Manta.
Fonte
09/03/2023
Ecuador - Mobilitazioni popolari e richiesta di impeachment per il presidente Lasso
La Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador, Conaie, sta preparando un nuovo sciopero generale ed è tornata a chiedere a gran voce le dimissioni del Presidente Guillermo Lasso e l’impeachment da parte del Parlamento. La Conaie si è già dichiarata in mobilitazione permanente, ed ha convocato la mobilitazione a partire dall’ 8 marzo, dove verranno rese pubbliche diverse indicazioni di incostituzionalità su alcuni decreti presidenziali.
In Parlamento, con 71 membri dell’Assemblea presenti, la sessione legislativa completa è stata istituita per ascoltare, analizzare e decidere sul rapporto della Commissione che ha indagato sul caso di corruzione “El Gran Padrino”, che implica il presidente ecuadoriano Lasso in reati di corruzione, riciclaggio di denaro e legami con la criminalità.
L’Unione per la Speranza (UNES) ha annunciato che il suo blocco (47 legislatori) voterà a favore, mentre il Partito socialcristiano (PSC) ha detto che se troverà i meriti per un impeachment, approverà anche l’emendamento con 15 dei suoi legislatori. Anche il movimento Pachakutik (25 membri dell’assemblea) ha espresso il suo sostegno all’impeachment del presidente.
La Conaie, inoltre, ha abbandonato il dialogo e i tavoli di monitoraggio per gli accordi firmati nell’ottobre 2022, accusando la scarsa volontà del governo di rispettare i patti.
Ad una situazione già molto tesa, si è aggiunto a fine febbraio l’omicidio del dirigente delle relazioni internazionali della Conaie Eduardo Madúa che ha acceso ancora di più gli animi della stessa organizzazione.
Eduardo Mendúa, di nazionalità A’i Cofán de Dureno e leader delle Relazioni Internazionali della Conaie, è stato assassinato il 26 febbraio 2023. Nei giorni precedenti, il leader amazzonico aveva denunciato e accusato Petroecuador e il governo del presidente Guillermo Lasso per la violenza generata nella comunità di Dureno, parte del territorio degli A’i Cofán nella provincia di Sucumbíos.
L’omicidio di Mendúa si colloca nel mezzo di numerosi conflitti socio-ambientali causati dall’avanzata dell’estrattivismo minerario e petrolifero nel Paese.
Mendúa aveva partecipato attivamente come parte della comunità quando l’ex presidente Rafael Correa ha costruito la Città del Millennio a Dureno. Secondo Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, quest’opera faceva parte di una politica di compensazione dopo la riapertura dei pozzi di petrolio in questo territorio.
Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, afferma che lo zio era un leader comunitario riconosciuto che lottava contro le attività di estrazione del petrolio, era un difensore dei diritti umani e dei diritti collettivi, ed era noto per aver difeso la sua nazionalità e per aver sempre chiesto rispetto e dignità per tutti.
Secondo Albeiro, la compagnia statale Petroecuador intende aprire 30 pozzi di petrolio nel suo territorio, attraverso tre piattaforme, sapendo che questa parte del territorio di Cofán ospita una delle uniche aree di foresta densa e intatta rimaste nella regione. In risposta, Eduardo e le famiglie A’i Cofán hanno condotto azioni di resistenza per impedire che ciò avvenisse.
Nel 2022, la compagnia petrolifera è entrata nel territorio per aprire una strada e iniziare a trivellare pozzi, ma la comunità non l’ha permesso. La compagnia ha continuato a insistere e nel gennaio 2023 i dipendenti della compagnia hanno cercato di entrare nuovamente con l’aiuto delle forze di sicurezza per riprendere i lavori di apertura della strada. La comunità ha continuato a resistere e di conseguenza ci sono stati scontri, feriti e morti.
Di conseguenza, Eduardo, insieme ad Albeiro e ad altre persone, ha intrapreso un’azione legale contro l’estrattivismo e ha chiesto di parlare con i rappresentanti di Petroecuador per essere informato sul progetto che volevano avviare. Hanno anche chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e la realizzazione di una consultazione libera, preventiva e informata, che però non è stata rispettata.
Secondo Albeiro, Petroecuador ha dato 300.000 dollari a coloro che nella comunità sono favorevoli all’estrazione del petrolio per ottenere l’accesso al territorio. Per risolvere questo conflitto, Eduardo Mendua e altri leader hanno parlato con la compagnia statale per assicurarsi che venissero date garanzie di vita e che gli A’i Cofán non si estinguessero. Ma questi colloqui si sono interrotti e la comunità ha continuato a resistere.
Nel gennaio 2023, Eduardo Mendúa denunciò pubblicamente che il governo del presidente Guillermo Lasso aveva provocato la comunità con l’obiettivo di entrare nel territorio per aprire 30 pozzi di petrolio, senza una consultazione preventiva libera e informata. Per questo motivo, da sei mesi resistono nel territorio per impedire l’ingresso di Petroecuador.
Durante i sei mesi di resistenza, gli A’i Cofán della comunità di Dureno hanno allestito accampamenti familiari per impedire l’ingresso della compagnia petrolifera e delle forze di sicurezza, alle quali hanno chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e dei suoi diritti collettivi.
Fonte
In Parlamento, con 71 membri dell’Assemblea presenti, la sessione legislativa completa è stata istituita per ascoltare, analizzare e decidere sul rapporto della Commissione che ha indagato sul caso di corruzione “El Gran Padrino”, che implica il presidente ecuadoriano Lasso in reati di corruzione, riciclaggio di denaro e legami con la criminalità.
L’Unione per la Speranza (UNES) ha annunciato che il suo blocco (47 legislatori) voterà a favore, mentre il Partito socialcristiano (PSC) ha detto che se troverà i meriti per un impeachment, approverà anche l’emendamento con 15 dei suoi legislatori. Anche il movimento Pachakutik (25 membri dell’assemblea) ha espresso il suo sostegno all’impeachment del presidente.
La Conaie, inoltre, ha abbandonato il dialogo e i tavoli di monitoraggio per gli accordi firmati nell’ottobre 2022, accusando la scarsa volontà del governo di rispettare i patti.
Ad una situazione già molto tesa, si è aggiunto a fine febbraio l’omicidio del dirigente delle relazioni internazionali della Conaie Eduardo Madúa che ha acceso ancora di più gli animi della stessa organizzazione.
Eduardo Mendúa, di nazionalità A’i Cofán de Dureno e leader delle Relazioni Internazionali della Conaie, è stato assassinato il 26 febbraio 2023. Nei giorni precedenti, il leader amazzonico aveva denunciato e accusato Petroecuador e il governo del presidente Guillermo Lasso per la violenza generata nella comunità di Dureno, parte del territorio degli A’i Cofán nella provincia di Sucumbíos.
L’omicidio di Mendúa si colloca nel mezzo di numerosi conflitti socio-ambientali causati dall’avanzata dell’estrattivismo minerario e petrolifero nel Paese.
Mendúa aveva partecipato attivamente come parte della comunità quando l’ex presidente Rafael Correa ha costruito la Città del Millennio a Dureno. Secondo Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, quest’opera faceva parte di una politica di compensazione dopo la riapertura dei pozzi di petrolio in questo territorio.
Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, afferma che lo zio era un leader comunitario riconosciuto che lottava contro le attività di estrazione del petrolio, era un difensore dei diritti umani e dei diritti collettivi, ed era noto per aver difeso la sua nazionalità e per aver sempre chiesto rispetto e dignità per tutti.
Secondo Albeiro, la compagnia statale Petroecuador intende aprire 30 pozzi di petrolio nel suo territorio, attraverso tre piattaforme, sapendo che questa parte del territorio di Cofán ospita una delle uniche aree di foresta densa e intatta rimaste nella regione. In risposta, Eduardo e le famiglie A’i Cofán hanno condotto azioni di resistenza per impedire che ciò avvenisse.
Nel 2022, la compagnia petrolifera è entrata nel territorio per aprire una strada e iniziare a trivellare pozzi, ma la comunità non l’ha permesso. La compagnia ha continuato a insistere e nel gennaio 2023 i dipendenti della compagnia hanno cercato di entrare nuovamente con l’aiuto delle forze di sicurezza per riprendere i lavori di apertura della strada. La comunità ha continuato a resistere e di conseguenza ci sono stati scontri, feriti e morti.
Di conseguenza, Eduardo, insieme ad Albeiro e ad altre persone, ha intrapreso un’azione legale contro l’estrattivismo e ha chiesto di parlare con i rappresentanti di Petroecuador per essere informato sul progetto che volevano avviare. Hanno anche chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e la realizzazione di una consultazione libera, preventiva e informata, che però non è stata rispettata.
Secondo Albeiro, Petroecuador ha dato 300.000 dollari a coloro che nella comunità sono favorevoli all’estrazione del petrolio per ottenere l’accesso al territorio. Per risolvere questo conflitto, Eduardo Mendua e altri leader hanno parlato con la compagnia statale per assicurarsi che venissero date garanzie di vita e che gli A’i Cofán non si estinguessero. Ma questi colloqui si sono interrotti e la comunità ha continuato a resistere.
Nel gennaio 2023, Eduardo Mendúa denunciò pubblicamente che il governo del presidente Guillermo Lasso aveva provocato la comunità con l’obiettivo di entrare nel territorio per aprire 30 pozzi di petrolio, senza una consultazione preventiva libera e informata. Per questo motivo, da sei mesi resistono nel territorio per impedire l’ingresso di Petroecuador.
Durante i sei mesi di resistenza, gli A’i Cofán della comunità di Dureno hanno allestito accampamenti familiari per impedire l’ingresso della compagnia petrolifera e delle forze di sicurezza, alle quali hanno chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e dei suoi diritti collettivi.
Fonte
17/07/2021
Haiti - Alcuni dei sicari sono stati addestrati dagli USA
Alcuni membri del commando che ha assassinato il presidente di Haiti, Jóvenel Moise, erano colombiani con alle spalle un addestramento militare in strutture delle Forze armate statunitensi. Lo riferisce in un ampio servizio l’agenzia Nova.news che riprende quanto affermato dal tenente colonnello Ken Hoffman, uno dei portavoce del Pentagono, in una dichiarazione al quotidiano Washington Post. “Una revisione dei nostri database di addestramento indica che un piccolo numero di individui colombiani detenuti nell’ambito di questa indagine aveva partecipato a precedenti programmi di addestramento e istruzione militare degli Stati Uniti, mentre prestavano servizio come membri attivi delle forze militari colombiane”, ha spiegato Hoffman, senza precisare però il numero esatto dei sicari in questione.
Secondo diverse ricostruzioni della stampa colombiana sulla base delle “confessioni” fatte da uno degli arrestati, il presidente haitiano Moise sarebbe stato ucciso su mandato del primo ministro uscente, Claude Joseph. Gli esecutori sarebbero sette dei 26 ex militari colombiani penetrati nella residenza presidenziale.
Agli esecutori materiali dell’omicidio, riassume l’emittente colombiana Caracol tv, era stata garantita immunità dal primo ministro Joseph in persona, in uno degli incontri “di alto livello” tenuti da giugno nella casa scelta come base logistica del colpo, poco lontano da quella di Moise.
Claude Joseph, era stato formalmente privato dell’incarico di primo ministro il giorno prima dell’omicidio, ed avrebbe promesso ai sicari non solo di non finire nelle maglie della giustizia, ma anche di poter ottenere il remunerativo incarico di organizzare la sicurezza del Paese.
Morto Moise, Joseph ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza e conservato l’incarico che il presidente aveva dato il giorno prima ad Ariel Henry, lo stesso che nei giorni successivi avrebbe rivendicato l’esercizio del potere.
Il piano originale, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, prevedeva solo il sequestro del presidente, prova di una perdita di controllo del Paese, forzando le condizioni per un avvicendamento al potere. Un piano di cui comunque sarebbero stati a conoscenza solo una parte del commando di ex militari colombiani.
Gli altri sarebbero arrivati ad Haiti come contractors per missioni di sicurezza ben retribuite, per le persone più facoltose del quartiere residenziale di Port-au-Princ.
Secondo l’Fbi la mattina del 7 luglio, i sette esecutori materiali sono entrati nella villa del presidente Moisi con l’aiuto di tre uomini della Polizia di Haiti. Gli altri contractors del commando, apparentemente ignari dell’esito finale del piano, vengono lasciati fuori a garantire la sicurezza delle operazioni.
Poche ore dopo la morte di Moise, Joseph ha decretato lo stato d’assedio certificando un’emergenza tesa a giustificare la sua permanenza al potere e decretando il coprifuoco.
Dell’operazione che ha portato all’omicidio di Moise, si sarebbe iniziato a parlare nel novembre del 2020 a Miami, tra alcuni dei protagonisti che sarebbero emersi nel corso del tempo: il venezuelano Antonio Intriago, direttore della Ctu security, l’agenzia di contractors che avrebbe organizzato – grazie anche ad altre tre analoghe imprese in Colombia – il reclutamento del personale. James Solages, uno statunitense di origini haitiane, divenuto parte del nucleo operativo e poi arrestato. Alla Polizia ha detto di essere stato coinvolto nell’operazione in qualità di semplice traduttore, convinto di eseguire un ordine di arresto della procura haitiana. Alcuni media avevano però ricordato che Solages nel passato era stato guardia del corpo di Dimitri Vorbe, uno dei funzionari della guardia presidenziale di Moise, oggi atteso dalla giustizia per chiarire il perché del mancato intervento a difesa del capo dello Stato. Al piano avrebbe contribuito anche un diplomatico haitiano, di cognome Azkard, e Christian Emmanuel Sanon, medico 63enne arrestato come uno degli autori intellettuali dell’azione. Il costo dell’operazione sarebbe stato di 30 milioni di dollari.
Il cambio di strategia, con la scelta di uccidere Moise, sarebbe stato comunicato ai contractors dallo stesso Joseph, nella più importante delle riunioni degli ultimi mesi con gli uomini del commando più direttamente coinvolti nell’operazione. Secondo la ricostruzione fatta da Caracol Tv questo cambiamento di obiettivo e delle regole di ingaggio non sarebbe stata accolta favorevolmente da tutti i contractors ingaggiati. Uno degli ex militari colombiani, Johnatan Rivera, avrebbe lasciato il Paese in disaccordo anche con il fratello, rimasto invece come membro dell’operazione che ha portato all’omicidio del presidente haitiano.
Fonte
Secondo diverse ricostruzioni della stampa colombiana sulla base delle “confessioni” fatte da uno degli arrestati, il presidente haitiano Moise sarebbe stato ucciso su mandato del primo ministro uscente, Claude Joseph. Gli esecutori sarebbero sette dei 26 ex militari colombiani penetrati nella residenza presidenziale.
Agli esecutori materiali dell’omicidio, riassume l’emittente colombiana Caracol tv, era stata garantita immunità dal primo ministro Joseph in persona, in uno degli incontri “di alto livello” tenuti da giugno nella casa scelta come base logistica del colpo, poco lontano da quella di Moise.
Claude Joseph, era stato formalmente privato dell’incarico di primo ministro il giorno prima dell’omicidio, ed avrebbe promesso ai sicari non solo di non finire nelle maglie della giustizia, ma anche di poter ottenere il remunerativo incarico di organizzare la sicurezza del Paese.
Morto Moise, Joseph ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza e conservato l’incarico che il presidente aveva dato il giorno prima ad Ariel Henry, lo stesso che nei giorni successivi avrebbe rivendicato l’esercizio del potere.
Il piano originale, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, prevedeva solo il sequestro del presidente, prova di una perdita di controllo del Paese, forzando le condizioni per un avvicendamento al potere. Un piano di cui comunque sarebbero stati a conoscenza solo una parte del commando di ex militari colombiani.
Gli altri sarebbero arrivati ad Haiti come contractors per missioni di sicurezza ben retribuite, per le persone più facoltose del quartiere residenziale di Port-au-Princ.
Secondo l’Fbi la mattina del 7 luglio, i sette esecutori materiali sono entrati nella villa del presidente Moisi con l’aiuto di tre uomini della Polizia di Haiti. Gli altri contractors del commando, apparentemente ignari dell’esito finale del piano, vengono lasciati fuori a garantire la sicurezza delle operazioni.
Poche ore dopo la morte di Moise, Joseph ha decretato lo stato d’assedio certificando un’emergenza tesa a giustificare la sua permanenza al potere e decretando il coprifuoco.
Dell’operazione che ha portato all’omicidio di Moise, si sarebbe iniziato a parlare nel novembre del 2020 a Miami, tra alcuni dei protagonisti che sarebbero emersi nel corso del tempo: il venezuelano Antonio Intriago, direttore della Ctu security, l’agenzia di contractors che avrebbe organizzato – grazie anche ad altre tre analoghe imprese in Colombia – il reclutamento del personale. James Solages, uno statunitense di origini haitiane, divenuto parte del nucleo operativo e poi arrestato. Alla Polizia ha detto di essere stato coinvolto nell’operazione in qualità di semplice traduttore, convinto di eseguire un ordine di arresto della procura haitiana. Alcuni media avevano però ricordato che Solages nel passato era stato guardia del corpo di Dimitri Vorbe, uno dei funzionari della guardia presidenziale di Moise, oggi atteso dalla giustizia per chiarire il perché del mancato intervento a difesa del capo dello Stato. Al piano avrebbe contribuito anche un diplomatico haitiano, di cognome Azkard, e Christian Emmanuel Sanon, medico 63enne arrestato come uno degli autori intellettuali dell’azione. Il costo dell’operazione sarebbe stato di 30 milioni di dollari.
Il cambio di strategia, con la scelta di uccidere Moise, sarebbe stato comunicato ai contractors dallo stesso Joseph, nella più importante delle riunioni degli ultimi mesi con gli uomini del commando più direttamente coinvolti nell’operazione. Secondo la ricostruzione fatta da Caracol Tv questo cambiamento di obiettivo e delle regole di ingaggio non sarebbe stata accolta favorevolmente da tutti i contractors ingaggiati. Uno degli ex militari colombiani, Johnatan Rivera, avrebbe lasciato il Paese in disaccordo anche con il fratello, rimasto invece come membro dell’operazione che ha portato all’omicidio del presidente haitiano.
Fonte
18/10/2020
L’omicidio di Reinoehl, ordinato e rivendicato da Trump
L’uccisione dell’attivista antifascista Michael Reinoehl, ricercato per la morte di un sostenitore di Trump a Portland, nell’Oregon, è stato un omicidio premeditato. Compiuto da una task forze di “federali”, ossia agenti alle dirette dipendenze dell’US Marshall. Ossia dell’amministrazione Trump. Le polizie locali, non meno violente e razziste, dipendono invece dai sindaci o dai governatori dei singoli Stati federati.
L’inchiesta svolta da ben quattro giornalisti del New York Times, testata certo con sospettabile di simpatie per il movimento antifascista, non lascia dubbi. Hanno ascoltato tutti e 22 i testimoni diretti della fucilazione preparata dai “federali”. Hanno raccolto i rapporti stilati dalla polizia locale e dal tenente della contea di Thurston, teatro dell’omicidio.
E la conclusione non può che essere: omicidio pianificato con cura con cura dai killer del governo.
Due dettagli sembra importante sottolineare: la rivendicazione piena dell’omicidio da parte di Donald Trump, a sottolineare – senza dirlo apertamente – che l’ordine è arrivato direttamente da lui.
E il fatto che Reinoehl, latitante a più di 100 chilometri dalla sua residenza abituale, sia stato individuato grazie a un “informatore” dei federali, probabilmente un infiltrato nel movimento sviluppatosi a livello di massa a partire dall’uccisione di George Floyd.
Sono due elementi politici importanti per chiunque, in questa parte dell’Occidente, voglia seriamente ragionare su come si sviluppa il conflitto sociale e la lotta per la trasformazione. E su come “il nemico” non si faccia scrupoli circa gli strumenti da mettere sul terreno per annientare la Resistenza.
L’inchiesta svolta da ben quattro giornalisti del New York Times, testata certo con sospettabile di simpatie per il movimento antifascista, non lascia dubbi. Hanno ascoltato tutti e 22 i testimoni diretti della fucilazione preparata dai “federali”. Hanno raccolto i rapporti stilati dalla polizia locale e dal tenente della contea di Thurston, teatro dell’omicidio.
E la conclusione non può che essere: omicidio pianificato con cura con cura dai killer del governo.
Due dettagli sembra importante sottolineare: la rivendicazione piena dell’omicidio da parte di Donald Trump, a sottolineare – senza dirlo apertamente – che l’ordine è arrivato direttamente da lui.
E il fatto che Reinoehl, latitante a più di 100 chilometri dalla sua residenza abituale, sia stato individuato grazie a un “informatore” dei federali, probabilmente un infiltrato nel movimento sviluppatosi a livello di massa a partire dall’uccisione di George Floyd.
Sono due elementi politici importanti per chiunque, in questa parte dell’Occidente, voglia seriamente ragionare su come si sviluppa il conflitto sociale e la lotta per la trasformazione. E su come “il nemico” non si faccia scrupoli circa gli strumenti da mettere sul terreno per annientare la Resistenza.
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“Hanno sparato subito“: come una task force americana ha ucciso un attivista Antifa
I nuovi resoconti della scena sollevano dubbi sul fatto che Michael Reinoehl, sospettato di aver ucciso un sostenitore di Trump di estrema destra, abbia tirato fuori una pistola prima che gli agenti gli sparassero mortalmente.
Michael Reinoehl era in fuga.
Pochi giorni dopo una sparatoria che ha lasciato un sostenitore di Trump morto per le strade di Portland, Oregon, Michael Reinoehl, un attivista antifa che era stato indicato dai media come punto focale dell’indagine, temeva che i vigilantes gli stessero dando la caccia, per non parlare della polizia. Anche alcuni dei suoi amici più stretti non sapevano dove si trovasse.
Ma le autorità lo sapevano.
Il 3 settembre, circa 120 miglia a nord di Portland, Reinoehl stava salendo sulla sua station wagon Volkswagen quando un paio di Suv senza contrassegni hanno ruggito per le strade, fino a fermarsi proprio davanti al suo paraurti.
I membri di una task force degli U.S. Marshal sono saltati fuori e hanno esploso una pioggia di proiettili che hanno frantumato i finestrini, sfrecciato davanti ai passanti e lasciato Reinoehl morto in strada.
Il procuratore generale William P. Barr ha definito l’operazione come un “risultato significativo” che ha eliminato un “agitatore violento”. Gli agenti avevano aperto il fuoco, ha detto, quando Reinoehl “ha tentato di sfuggire all’arresto” e “ha estratto un’arma da fuoco” durante l’attacco.
Ma una ricostruzione di ciò che è successo quella notte, basata sui racconti delle persone che hanno assistito allo scontro e sui risultati preliminari degli investigatori, produce un quadro molto diverso – un quadro che solleva dubbi sul fatto che le forze dell’ordine abbiano tentato seriamente di arrestare Reinoehl prima di ucciderlo.
Nelle interviste con 22 persone che si trovavano nei pressi della scena, tutti, tranne uno, hanno detto di non aver sentito gli ufficiali identificarsi o dare ordini prima di aprire il fuoco. Nelle loro dichiarazioni ufficiali, non ancora rese pubbliche, gli agenti hanno offerto testimonianze diverse sul fatto di aver visto il signor Reinoehl con un’arma.
Uno ha detto agli investigatori che pensava di aver visto il signor Reinoehl sollevare una pistola all’interno del veicolo prima che iniziasse lo sparatoria, ma altri due hanno detto di non averlo visto.
Michael Reinoehl aveva con sé una pistola calibro 38 quando è stato ucciso, secondo la squadra dello sceriffo della contea che sta conducendo un’indagine criminale per omicidio sulla sua morte.
Ma l’arma è stata trovata nella sua tasca.
Un fucile AR (un fucile semiautomatico statunitense, prodotto dalla Armalite, ndT) è stato trovato apparentemente intatto in una borsa nella sua auto.
Cinque testimoni oculari hanno detto negli interrogatori che gli spari sono iniziati nell’istante in cui sono arrivati i veicoli. Nessuno di loro ha visto il signor Reinoehl con un’arma in mano. Un singolo bossolo dello stesso calibro della pistola che portava con sé è stato trovato all’interno della sua auto.
Garrett Louis, che ha assistito all’inizio della sparatoria mentre cercava di togliere il figlio di 8 anni dalla linea di tiro, ha detto che gli agenti sono arrivati con una tale velocità e violenza che inizialmente ha pensato che fossero spacciatori di droga che sparavano al nemico – fino a quando non ha visto i loro giubbotti delle forze dell’ordine.
“Rispetto i poliziotti fino in fondo, ma le cose non sono state fatte assolutamente in modo corretto“, ha detto il signor Louis.
L’U.S. Marshals Service si è rifiutato di commentare questo articolo, citando l’indagine in corso. L’agenzia aveva già detto di aver tentato di “arrestare pacificamente” il signor Reinoehl e che egli aveva minacciato la vita degli agenti delle forze dell’ordine.
Il presidente Trump, che ha descritto le proteste per la giustizia razziale, come il “lavoro di criminali senza legge che hanno fatto impazzire la nazione”, ha elogiato l’operazione.
“Questo tizio era un criminale violento, e gli U.S. Marshal lo hanno ucciso“, ha detto il presidente a Fox News. “E vi dirò una cosa, è così che deve essere. Ci deve essere una punizione quando si ha un crimine come questo“.
Quel colpo sembrava l’inizio di una guerra
Michael Reinoehl si era unito ai manifestanti a Portland in seguito all’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, a maggio, scrivendo online che stavano conducendo una guerra necessaria con il potenziale di “sistemare tutto”.
Si è dedicato al movimento Black Lives Matter e una volta si è dichiarato “100% ANTIFA fino in fondo“.
Michael Reinoehl, uno snowboarder professionista di 48 anni, aveva avuto problemi con la legge a giugno, quando è stato citato per aver guidato sotto l’effetto di una “sostanza controllata” (inserita in una lista di sostanze pericolose, NdT) e per avere un’arma da fuoco non autorizzata nell’auto. Più tardi, durante le proteste, la polizia lo ha arrestato e lo ha denunciato per aver portato un’arma da fuoco carica in un luogo pubblico, ma i pubblici ministeri hanno fatto cadere le accuse.
Quando a Portland sono iniziate le proteste contro la polizia, si è ritagliato un ruolo nella sicurezza, proteggendo gli attivisti. Dopo che una carovana di sostenitori di Trump è arrivata a Portland il 29 agosto e ha iniziato a scontrarsi con i manifestanti, una telecamera di sicurezza ha mostrato Reinoehl che teneva d’occhio uno di loro – Aaron J. Danielson, un sostenitore del gruppo di estrema destra Patriot Prayer – che camminava con una bomboletta di repellente per orsi e un manganello espandibile.
Qualche secondo dopo, un altro video in livestream ha ripreso Danielson mentre veniva colpito, e il giornale dell’Oregon ha riferito più tardi che Reinoehl era sotto inchiesta per questo.
Mentre si stava nascondendo, nel corso di un’intervista con Vice News, il 3 settembre, Reinoehl ha detto di aver sparato per legittima difesa. “Quel colpo sembrava l’inizio di una guerra“.
Una notte tranquilla e un’irruzione improvvisa
Il giorno dell’intervista, gli ufficiali della Pacific Northwest Violent Offender Task Force degli U.S. Marshals si sono incontrati per un briefing di intelligence.
La squadra, che comprendeva un mix di forze dell’ordine federali, statali e locali, sapeva già che Michael Reinoehl alloggiava in un complesso di appartamenti in mattoni a Lacey, nello stato di Washington.
La task force aveva informazioni da un informatore, passate dalla polizia di Portland, sulla posizione di Reinoehl e sul possesso di armi da fuoco, ha detto il tenente Ray Brady dell’ufficio dello sceriffo della contea di Thurston, che guida la squadra che indaga sulla morte di Reinoehl.
Sebbene la polizia di Portland non avesse ancora emesso un mandato per l’arresto di Reinoehl, la task force si era preparata a intervenire.
Quella sera, fuori dal complesso di appartamenti dove la polizia dice che Reinoehl avesse soggiornato, il quartiere era tranquillo.
Il signor Louis, un falegname ed ex medico dell’esercito degli Stati Uniti, guardava suo figlio andare in bicicletta con suo fratello minore e un amico del quartiere. Dietro l’angolo, Chad Smith e due amici, Chase Cutler e Jon Chastain, stavano concludendo un pomeriggio di lavoro sulle auto.
Michael Reinoehl ha lasciato l’appartamento e si è diretto verso la sua Volkswagen, parcheggiata lungo la strada a circa 30 metri di distanza. Due ufficiali lo hanno identificato positivamente, mentre lui stava salendo in macchina, ha detto il tenente Brady, che ha condiviso alcuni dei risultati iniziali dell’indagine con il New York Times.
Hanno deciso di effettuare un arresto immediato, hanno detto gli ufficiali agli investigatori, in parte per evitare un inseguimento ad alta velocità.
Il signor Smith ha detto che lui e i suoi amici hanno girato la testa al suono di un veicolo che accelerava rapidamente, diretto a sud verso la strada dove il signor Reinoehl stava camminando. Un secondo SUV delle forze dell’ordine, parcheggiato di fronte alla casa del signor Smith, si è mosso così velocemente che gli amici hanno pensato di essere testimoni di un incidente stradale o di una sparatoria tra bande.
Il signor Smith e il signor Cutler sono corsi dietro ai SUV non contrassegnati, guardando mentre svoltavano sulla strada di Reinoehl, uno dei due tagliava l’angolo e sfrecciava sull’erba.
Nate Dinguss, che secondo il tenente Brady viveva nell’appartamento dove alloggiava Reinoehl, ha detto che Reinoehl stava masticando un chewingum mentre si avvicinava alla sua station wagon, con un telefono in una mano e una borsa nell’altra.
Dinguss ha detto in un’intervista che gli agenti hanno cominciato a saltare fuori dai veicoli prima che fossero completamente fermi, e che uno di loro ha aperto il fuoco immediatamente, prima che venisse dato qualsiasi comando.
Un altro uomo che portava a spasso il cane nelle vicinanze ha detto che l’esplosione di circa 10 colpi di pistola è iniziata quasi immediatamente dopo che i SUV si sono fermati, e che non ricordava di aver sentito alcun comando.
Anche il signor Louis, che si trovava dall’altra parte della scena, a circa 140 piedi da Reinoehl, ha detto che la polizia ha aperto il fuoco immediatamente, senza dare alcun avvertimento – così come il signor Smith e il signor Cutler.
“Non c’è stato nessun ‘Scendi dalla macchina!’. Non c’è stato nessun ‘Stop!’. Non c’era niente. Sono scesi dall’auto e hanno iniziato a sparare“, ha detto.
Mr. Smith l’ha descritto in modo simile: “Non c’erano urla. Non c’è stato alcun alterco. Si è trattato solo di colpi di pistola“.
Delle 22 persone intervistate dal Times, che hanno detto di essere state vicine alla sparatoria quando è avvenuta, solo un uomo ha riferito di aver sentito delle urla prima che gli spari iniziassero.
Quell’uomo, Quentin Gruner, il cui appartamento è a circa 75 metri di distanza, ha detto che stava facendo uscire il suo cane quando ha sentito gridare che pensava che i vicini stessero litigando, seguito da un rumore schioccante.
I quattro ufficiali che stavano viaggiando sui SUV hanno detto nelle loro dichiarazioni agli investigatori dello sceriffo della contea di Thurston che hanno gridato “Fermi! Polizia” prima di aprire il fuoco, ha detto il tenente Brady.
Ma gli agenti hanno raccontato storie contrastanti su ciò che li ha portati ad iniziare a sparare. Uno ha riferito di aver visto Reinoehl, all’interno del veicolo, sollevare “ciò che percepivano come una pistola“, ha detto il tenente Brady. Altri due ufficiali hanno detto di aver visto solo Reinoehl fare “movimenti furtivi” verso la console centrale.
Il tenente Brady ha detto che i primi colpi sembrano aver colpito Reinoehl all’interno del veicolo, e i video delle conseguenze mostrano segni di proiettili nel lato del guidatore del parabrezza. Anche se apparentemente ferito, Reinoehl ha iniziato ad allontanarsi dagli ufficiali a piedi.
Gli ufficiali continuarono a sparare, e quando Reinoehl entrò in strada da dietro un camion vicino, un’ultima raffica lo abbattè, ha detto il tenente Brady. Molto probabilmente è morto immediatamente, secondo il medico legale della contea di Thurston, Gary Warnock.
Gli ufficiali hanno anche offerto resoconti contrastanti su quei colpi finali. Uno ha detto che Reinoehl, mentre era in strada, ha puntato una pistola. Altri ufficiali hanno detto che sembrava che stesse cercando di “recuperarne” una dalla tasca dei pantaloni.
Mentre perquisivano il corpo di Reinoehl, gli ufficiali hanno trovato la pistola, disse il tenente Brady. Era ancora nella sua tasca.
Le conseguenze
In tutto, quattro ufficiali hanno sparato circa 30 colpi da due fucili e due pistole, ha detto il tenente Brady.
Una visita sulla scena da parte di un giornalista, così come i video e le foto dei postumi, hanno mostrato che almeno otto dei proiettili degli ufficiali hanno colpito proprietà civili (case, automobili, ecc, ndT)).
Angel Romero, che vive nelle immediate vicinanze della sparatoria, ha detto che almeno cinque proiettili hanno colpito un muro di mattoni e una recinzione di legno a casa sua. Uno ha attraversato un muro esterno ed è passato sopra la sua cuccia per cani e attraverso la sala da pranzo – mancando di poco il fratello prima di fermarsi nel muro di una cucina.
Il vicino di casa del signor Romero ha trovato un proiettile fracassato nell’erba del suo cortile.
“Hanno trovato proiettili rimbalzati vicino a dove c’era mio figlio”, ha detto il signor Louis.
Il tenente Brady ha detto che ci vorranno diversi mesi prima che i risultati del laboratorio stabiliscano se il bossolo trovato nella Volkswagen corrisponda alla pistola trovata nella tasca di Reinoehl, e non si saprà mai se è stata sparata quel giorno.
Non ci sono prove che Reinoehl abbia toccato il fucile trovato nella borsa della sua auto, ha detto l’investigatore capo.
Nessuno degli agenti ha detto di aver visto Reinoehl sparare con la sua pistola, e gli investigatori non hanno trovato altre prove che suggeriscano che sia stato lui. Gli investigatori non hanno trovato proiettili o bossoli calibro 38 all’esterno del veicolo.
All’indomani, alcuni notiziari hanno citato testimoni secondo cui Reinoehl ha sparato dei colpi. Uno di loro, il signor Smith, ha detto di essere stato citato erroneamente. Un’altra donna ha detto che anche Reinoehl avrebbe sparato dei colpi, ma in un altro resoconto ha detto di non essere presente quando è iniziata la sparatoria. Il signor Cutler ha detto di aver sentito una pistola che pensava potesse essere il primo sparo di Reinoehl, ma il tenente Brady ha detto che gli ufficiali hanno sparato sia con pistole che con fucili.
Sei minuti dopo l’inizio della sparatoria, Jashon Spencer, un residente del complesso di appartamenti, ha iniziato a filmare un video in diretta dalla scena. In esso, circa otto minuti e mezzo dopo che era stato probabilmente ucciso, si è potuto vedere un ufficiale iniziare le compressioni toraciche sul corpo immobile di Reinoehl. Sono state effettuate in modo quasi perfetto, da una posizione eretta, e presto sono terminate.
Fonte
16/10/2020
USA - L’esecuzione di Michael Reinoehl
Fino a che punto è possibile parlare di democrazia e stato di diritto in un paese nel quale un sospettato di un crimine viene ucciso sommariamente per strada da agenti di polizia e membri di milizie paramilitari con la piena approvazione dei massimi vertici del governo? Questa domanda andrebbe posta seriamente per gli Stati Uniti, dove recenti indagini giornalistiche hanno ricostruito le circostanze dell’esecuzione in piena regola in una località dello stato di Washington dell’attivista di sinistra, Michael Reinoehl, nel pieno delle proteste esplose in molte città americane contro la brutalità delle forze di polizia.
Il 48enne Reinoehl si era unito quasi subito alle dimostrazioni seguite all’assassinio di George Floyd da parte della polizia nel mese di maggio, aderendo “al 100%” al movimento anti-fascista “ANTIFA”. A Portland, nello stato dell’Oregon, Reinoehl si era auto-assegnato l’impegno di proteggere con le armi i manifestanti pacifici, minacciati da provocatori appartenenti a gruppi di estrema destra, spesso istigati direttamente dal presidente Trump.
Una “carovana” di questi militanti armati era intervenuta durante una manifestazione anche il 29 agosto scorso e nelle strade di Portland erano quasi subito iniziati gli scontri. Reinoehl aveva finito per sparare e uccidere Aaron Danielson, membro di una delle formazioni dell’ultra-destra USA, i cosiddetti Patriot Prayer, e ritratto poco prima da una telecamera di sorveglianza mentre si aggirava tra i dimostranti con un bastone e una bomboletta di spray repellente. In un’intervista rilasciata dopo avere abbandonato Portland per cercare di nascondersi e sfuggire a una probabile vendetta, Reinoehl avrebbe spiegato di avere agito per salvare la vita a un amico che stava per essere aggredito da Danielson.
Questo episodio aveva scatenato l’ira della galassia dell’estrema destra americana e segnato la condanna a morte di Michael Reinoehl, eseguita in collaborazione tra organi di polizia e milizie armate. Dopo alcuni giorni, il sospetto era stato così localizzato a circa 200 chilometri a nord di Portland, grazie a intercettazioni telefoniche, condotte prima dell’ottenimento di un regolare mandato, e alla segnalazione di un informatore della polizia.
La ricostruzione dettagliata dell’assassinio deliberato di Reinoehl che è seguito, già ipotizzata dalle notizie che erano circolate sulla stampa americana dopo i fatti, è stata resa possibile dalle indagini del New York Times, del network radiotelevisivo Oregon Public Broadcasting e della testata on-line ProPublica, basate su interviste con numerosi testimoni oculari e sull’esame dei documenti dell’indagine in corso, affidata all’ufficio dello sceriffo della contea di Thurston, nello stato di Washington.
La mattina del 3 settembre, Reinoehl era appena salito sulla sua auto, ferma nel parcheggio di un complesso di appartamenti dove aveva trovato rifugio in un sobborgo della città di Olympia, quando due SUV privi di segni distintivi delle forze di polizia sono arrivati sul posto a tutta velocità. Dai mezzi sono scesi uomini armati che hanno subito aperto il fuoco contro l’auto di Reinoehl. Dopo i primi spari, quest’ultimo è riuscito a scendere dalla vettura e, nonostante le ferite, ha provato a fuggire in strada, ma è stato alla fine raggiunto da un’ultima scarica che lo ha ucciso sul posto.
Il New York Times ha scritto mercoledì che dei 22 testimoni intervistati e presenti sulla scena solo uno ha sostenuto che i membri del commando si sono identificati o hanno intimato a Reinoehl di arrendersi. Tutti gli altri hanno testimoniato in sostanza di avere visto una vera e propria esecuzione, come era nelle intenzioni degli uomini armati che l’hanno portata a compimento. Nonostante la presenza di testimoni, la polizia federale coinvolta nell’operazione, il cosiddetto “US Marshals Service”, ha invece sostenuto di avere provato ad arrestare in maniera inoffensiva il sospettato, il quale però avrebbe reagito mettendo a rischio le vite degli agenti.
Tre dei presunti agenti responsabili dell’esecuzione hanno comunque fornito informazioni discordanti sugli ultimi istanti di vita di Reinoehl. Uno di loro ha affermato di averlo visto estrarre e puntare un’arma dall’interno del veicolo, mentre gli altri due hanno smentito questa versione. Ancora, dopo il breve inseguimento, Reinoehl avrebbe di nuovo minacciato con una pistola i suoi esecutori, tanto da giustificare la sparatoria finale. La vittima aveva in effetti con sé una pistola calibro .38, ma l’arma è stata in seguito ritrovata ancora nella tasca dei suoi pantaloni.
Braccato da giorni dai suoi inseguitori e comprensibilmente terrorizzato per quello che sarebbe potuto capitargli, Reinoehl si stava muovendo anche con un fucile, ma anche in questo caso l’arma non ha rappresentato una minaccia per nessuno, visto che è rimasta nel portabagagli della sua auto. La polizia avrebbe poi individuato un solo bossolo di pistola nell’abitacolo dell’auto di Reinoehl. I risultati degli esami balistici non sono ancora disponibili, anche se appare altamente probabile che esso provenga dalle armi degli agenti. Secondo le informazioni fornite al Times dalle autorità che stanno conducendo le indagini, gli autori dell’assassinio hanno sparato in tutto 30 colpi con due fucili e altrettante pistole.
Le testimonianze raccolte dai giornalisti che hanno approfondito il caso, molte delle quali da passanti che, incredibilmente, non sono ancora stati interrogati dalla polizia, confermano dunque l’esecuzione deliberata. Alcuni particolari appaiono particolarmente raccapriccianti. Un testimone racconta di come quella mattina del 3 settembre si fosse trovato a pochi metri dal luogo dove avvennero i fatti in compagnia del figlio di otto anni, trovandosi costretto a trovare riparo dal fuoco improvviso.
La sparatoria ha lasciato almeno otto segni di pallottole nelle strutture o nelle abitazioni adiacenti. Un residente della zona ha raccontato che una di esse ha attraversato la propria cucina, sfiorando un famigliare, prima di finire la corsa contro un muro. Altri ancora hanno riferito di aver visto gli agenti – o presunti tali – scendere dai SUV ancora in corsa e aprire subito il fuoco contro Reinoehl, così che l’impressione immediata era stata per lo più quella di un regolamento di conti tra gang di spacciatori.
I fatti descritti sono indiscutibilmente sconvolgenti, soprattutto perché si inseriscono in un quadro segnato da altri episodi tipici di un regime autoritario. Ad esempio, durante le proteste contro la polizia dei mesi scorsi, in più di un’occasione dei veicoli senza identificazione avevano prelevato manifestanti pacifici dalla strada, tenendoli poi in stato di fermo per parecchie ore o alcuni giorni in luoghi sconosciuti e al di fuori di qualsiasi procedimento legale.
Quel che è peggio è che la deriva anti-democratica registrata in parallelo agli eventi di questi mesi è stata incoraggiata, e non solo attraverso tweet e dichiarazioni varie, dal presidente Trump e dai suoi più stretti collaboratori. Trump ha non solo spinto per l’impiego della Guardia Nazionale e, in alcuni casi, dell’esercito e dei corpi speciali della polizia contro i manifestanti, ma ha anche promosso apertamente l’intervento di gruppi e milizie di estrema destra, legati in gran parte al sottobosco “suprematista” e razzista, ampiamente diffuso negli Stati Uniti e già in fermento per le odiate misure restrittive adottate contro la diffusione del Corornavirus.
Proprio sul caso Reinoehl, lo stesso Trump e il suo ministro della Giustizia, o Procuratore Generale, William Barr, hanno avuto un ruolo di rilievo, suscitando più di un sospetto circa la regia del blitz in Oregon. Dopo l’uccisione del militante di estrema destra a Portland per mano di Reinoehl, Trump aveva invitato apertamente alla vendetta contro quest’ultimo e, appena un’ora prima dell’esecuzione, aveva indirizzato un messaggio chiaro su Twitter, chiedendo ai membri del commando di fare il loro lavoro e di “farlo rapidamente”.
Barr, da parte sua, aveva celebrato l’assassinio definendolo un “risultato significativo negli sforzi in corso per ristabilire la legge e l’ordine”. Il ministro della Giustizia si era poi lasciato andare a una ricostruzione dei fatti totalmente falsa. A suo dire, l’esecuzione sarebbe stata cioè giustificata dal fatto che Reinoehl stava cercando di fuggire e aveva minacciato con un’arma gli agenti di polizia che intendevano soltanto eseguire un normalissimo arresto.
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Il 48enne Reinoehl si era unito quasi subito alle dimostrazioni seguite all’assassinio di George Floyd da parte della polizia nel mese di maggio, aderendo “al 100%” al movimento anti-fascista “ANTIFA”. A Portland, nello stato dell’Oregon, Reinoehl si era auto-assegnato l’impegno di proteggere con le armi i manifestanti pacifici, minacciati da provocatori appartenenti a gruppi di estrema destra, spesso istigati direttamente dal presidente Trump.
Una “carovana” di questi militanti armati era intervenuta durante una manifestazione anche il 29 agosto scorso e nelle strade di Portland erano quasi subito iniziati gli scontri. Reinoehl aveva finito per sparare e uccidere Aaron Danielson, membro di una delle formazioni dell’ultra-destra USA, i cosiddetti Patriot Prayer, e ritratto poco prima da una telecamera di sorveglianza mentre si aggirava tra i dimostranti con un bastone e una bomboletta di spray repellente. In un’intervista rilasciata dopo avere abbandonato Portland per cercare di nascondersi e sfuggire a una probabile vendetta, Reinoehl avrebbe spiegato di avere agito per salvare la vita a un amico che stava per essere aggredito da Danielson.
Questo episodio aveva scatenato l’ira della galassia dell’estrema destra americana e segnato la condanna a morte di Michael Reinoehl, eseguita in collaborazione tra organi di polizia e milizie armate. Dopo alcuni giorni, il sospetto era stato così localizzato a circa 200 chilometri a nord di Portland, grazie a intercettazioni telefoniche, condotte prima dell’ottenimento di un regolare mandato, e alla segnalazione di un informatore della polizia.
La ricostruzione dettagliata dell’assassinio deliberato di Reinoehl che è seguito, già ipotizzata dalle notizie che erano circolate sulla stampa americana dopo i fatti, è stata resa possibile dalle indagini del New York Times, del network radiotelevisivo Oregon Public Broadcasting e della testata on-line ProPublica, basate su interviste con numerosi testimoni oculari e sull’esame dei documenti dell’indagine in corso, affidata all’ufficio dello sceriffo della contea di Thurston, nello stato di Washington.
La mattina del 3 settembre, Reinoehl era appena salito sulla sua auto, ferma nel parcheggio di un complesso di appartamenti dove aveva trovato rifugio in un sobborgo della città di Olympia, quando due SUV privi di segni distintivi delle forze di polizia sono arrivati sul posto a tutta velocità. Dai mezzi sono scesi uomini armati che hanno subito aperto il fuoco contro l’auto di Reinoehl. Dopo i primi spari, quest’ultimo è riuscito a scendere dalla vettura e, nonostante le ferite, ha provato a fuggire in strada, ma è stato alla fine raggiunto da un’ultima scarica che lo ha ucciso sul posto.
Il New York Times ha scritto mercoledì che dei 22 testimoni intervistati e presenti sulla scena solo uno ha sostenuto che i membri del commando si sono identificati o hanno intimato a Reinoehl di arrendersi. Tutti gli altri hanno testimoniato in sostanza di avere visto una vera e propria esecuzione, come era nelle intenzioni degli uomini armati che l’hanno portata a compimento. Nonostante la presenza di testimoni, la polizia federale coinvolta nell’operazione, il cosiddetto “US Marshals Service”, ha invece sostenuto di avere provato ad arrestare in maniera inoffensiva il sospettato, il quale però avrebbe reagito mettendo a rischio le vite degli agenti.
Tre dei presunti agenti responsabili dell’esecuzione hanno comunque fornito informazioni discordanti sugli ultimi istanti di vita di Reinoehl. Uno di loro ha affermato di averlo visto estrarre e puntare un’arma dall’interno del veicolo, mentre gli altri due hanno smentito questa versione. Ancora, dopo il breve inseguimento, Reinoehl avrebbe di nuovo minacciato con una pistola i suoi esecutori, tanto da giustificare la sparatoria finale. La vittima aveva in effetti con sé una pistola calibro .38, ma l’arma è stata in seguito ritrovata ancora nella tasca dei suoi pantaloni.
Braccato da giorni dai suoi inseguitori e comprensibilmente terrorizzato per quello che sarebbe potuto capitargli, Reinoehl si stava muovendo anche con un fucile, ma anche in questo caso l’arma non ha rappresentato una minaccia per nessuno, visto che è rimasta nel portabagagli della sua auto. La polizia avrebbe poi individuato un solo bossolo di pistola nell’abitacolo dell’auto di Reinoehl. I risultati degli esami balistici non sono ancora disponibili, anche se appare altamente probabile che esso provenga dalle armi degli agenti. Secondo le informazioni fornite al Times dalle autorità che stanno conducendo le indagini, gli autori dell’assassinio hanno sparato in tutto 30 colpi con due fucili e altrettante pistole.
Le testimonianze raccolte dai giornalisti che hanno approfondito il caso, molte delle quali da passanti che, incredibilmente, non sono ancora stati interrogati dalla polizia, confermano dunque l’esecuzione deliberata. Alcuni particolari appaiono particolarmente raccapriccianti. Un testimone racconta di come quella mattina del 3 settembre si fosse trovato a pochi metri dal luogo dove avvennero i fatti in compagnia del figlio di otto anni, trovandosi costretto a trovare riparo dal fuoco improvviso.
La sparatoria ha lasciato almeno otto segni di pallottole nelle strutture o nelle abitazioni adiacenti. Un residente della zona ha raccontato che una di esse ha attraversato la propria cucina, sfiorando un famigliare, prima di finire la corsa contro un muro. Altri ancora hanno riferito di aver visto gli agenti – o presunti tali – scendere dai SUV ancora in corsa e aprire subito il fuoco contro Reinoehl, così che l’impressione immediata era stata per lo più quella di un regolamento di conti tra gang di spacciatori.
I fatti descritti sono indiscutibilmente sconvolgenti, soprattutto perché si inseriscono in un quadro segnato da altri episodi tipici di un regime autoritario. Ad esempio, durante le proteste contro la polizia dei mesi scorsi, in più di un’occasione dei veicoli senza identificazione avevano prelevato manifestanti pacifici dalla strada, tenendoli poi in stato di fermo per parecchie ore o alcuni giorni in luoghi sconosciuti e al di fuori di qualsiasi procedimento legale.
Quel che è peggio è che la deriva anti-democratica registrata in parallelo agli eventi di questi mesi è stata incoraggiata, e non solo attraverso tweet e dichiarazioni varie, dal presidente Trump e dai suoi più stretti collaboratori. Trump ha non solo spinto per l’impiego della Guardia Nazionale e, in alcuni casi, dell’esercito e dei corpi speciali della polizia contro i manifestanti, ma ha anche promosso apertamente l’intervento di gruppi e milizie di estrema destra, legati in gran parte al sottobosco “suprematista” e razzista, ampiamente diffuso negli Stati Uniti e già in fermento per le odiate misure restrittive adottate contro la diffusione del Corornavirus.
Proprio sul caso Reinoehl, lo stesso Trump e il suo ministro della Giustizia, o Procuratore Generale, William Barr, hanno avuto un ruolo di rilievo, suscitando più di un sospetto circa la regia del blitz in Oregon. Dopo l’uccisione del militante di estrema destra a Portland per mano di Reinoehl, Trump aveva invitato apertamente alla vendetta contro quest’ultimo e, appena un’ora prima dell’esecuzione, aveva indirizzato un messaggio chiaro su Twitter, chiedendo ai membri del commando di fare il loro lavoro e di “farlo rapidamente”.
Barr, da parte sua, aveva celebrato l’assassinio definendolo un “risultato significativo negli sforzi in corso per ristabilire la legge e l’ordine”. Il ministro della Giustizia si era poi lasciato andare a una ricostruzione dei fatti totalmente falsa. A suo dire, l’esecuzione sarebbe stata cioè giustificata dal fatto che Reinoehl stava cercando di fuggire e aveva minacciato con un’arma gli agenti di polizia che intendevano soltanto eseguire un normalissimo arresto.
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