Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2025

Le nuove guerre dei contractors Usa

A supportare le deportazioni di immigrati illegali voluta dal presidente Trump, Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater e fornitore di servizi militari e di sicurezza privati, da febbraio è tornato prepotentemente a far parlare di sé. «Come una sorta di ambasciatore ombra, facilitatore o apripista» il sospetto di Pietro Orizio in Analisi Sicurezza.

El Salvador, Ecuador, Congo, Haiti

In El Salvador a progettare il trasferimento di immigrati illegali dalle galere al CECOT, la prigione lager antiterrorismo; in Ecuador a sostenere la lotta al narcoterrorismo; in Repubblica Democratica del Congo a proteggere le risorse minerarie; ad Haiti a condurre operazioni militari contro le gang che imperversano nel Paese.

El Salvador e la super Guantanamo

Ad aprile il quotidiano statunitense Politico è entrato in possesso di una nuova proposta presentata da Erik alla Casa Bianca: il trasferimento di migliaia di immigrati illegali con precedenti penali dalle strutture di detenzione statunitensi al CECOT, carcere di massima sicurezza di Tecoluca, El Salvador. Piano logistico compreso. «Trasferire ‘100.000 tra i peggiori criminali’ in El Salvador, passando per un campo di detenzione intermedio con una capacità di 10.000 persone». Prevista la conversione di parte della struttura carceraria salvadoregna in territorio americano. Guantanamo alla rovescia. Versione ‘moderata’ del dispiegamento di un esercito di agenti privati per arrestare e deportare 12 milioni di immigrati legali, per 25 miliardi di dollari.

Ecuador e la narco-violenza

L’Ecuador al primo posto per numero di omicidi in America Latina nel 2023. A marzo il presidente Daniel Noboa ha arruolato l’esercito privato di Erik Prince nella lotta al narcoterrorismo e la protezione delle acque nazionali dalla pesca illegale (i trasporti di droga). A maggio, ‘studio e valutazione di un’offerta presentata da Prince’. Senza fornire ulteriori dettagli o indicazioni, annunciato il dispiegamento dei contractor a partire da luglio.

Repubblica Democratica del Congo

Ricchissima di giacimenti di rame, cobalto, litio e coltan, la Repubblica Democratica del Congo è dilaniata da decenni di scontri nella sua parte orientale. Prince avrebbe stipulato un accordo con Kinshasa per la protezione di giacimenti e riscossione delle tasse collegate. Ad aprile la presidenza aveva ammesso la firma di un accordo con Erik Prince, senza precisare il numero di effettivi né le località di dispiegamento. Mentre Erik Prince risulta impegnato nel reclutamento di ex soldati francesi; in particolare della Legione Straniera.

Il Prince africano

Nel 2017 un alto dirigente della Frontier Services Group – allora di proprietà di Erik Prince – ed alcuni partner dell’ex presidente congolese, Joseph Kabila hanno fondato la Congo Gold Raffinerie (CGR) a Bukavu. Nel 2023, l’ONU ha accusato Prince di aver proposto l’invio di 2.500 mercenari latinoamericani provenienti da Colombia, Messico e Argentina nel Kivu Nord, per proteggere le miniere e fermare l’avanzata dei ribelli. Nel Paese, hanno recentemente subito cocenti sconfitte i romeni di due PMSC (Private Military & Security Companies; Compagnie Militari e di Sicurezza Private) facenti capo all’ex legionario transilvano, Horatiu Potra: Agemira e Asociata RALF.

L’inferno di Haiti

La situazione di Haiti, già da tempo disastrosa, si è ulteriormente aggravata nel 2021, con l’assassinio del presidente Jovenel Moïse da parte di mercenari colombiani. E lo scorso anno alcune delle bande armate si sono unite in una coalizione chiamata Viv Ansanm e hanno intensificato le violenze. Tanto che, le Nazioni Unite hanno avvertito che la capitale, Port-au-Prince rischia di cadere sotto il loro completo controllo. Tutto ciò, mentre la missione internazionale guidata dal Kenya ha sostanzialmente mancato il raggiungimento dei suoi obiettivi e la polizia haitiana, sottodimensionata e mal equipaggiata, non riesce a tenere testa ai criminali. Popolazione ed istituzioni, si sono dichiarati favorevoli a misure estreme e a qualsiasi aiuto dall’estero.

Contractors seminascosti e droni

E così, dei contractor americani, tra cui Erik Prince, avrebbero stipulato un contratto con il Governo per impiegare droni commerciali, armati con ordigni esplosivi per eliminare esponenti delle gang. Per l’organizzazione dei diritti umani RNDDH, da marzo a fine maggio gli attacchi dei droni avrebbero ucciso circa 300 persone. Tra queste non vi sarebbero vittime civili, ma la scarsa trasparenza delle autorità e la difficoltà di accedere alle zone colpite non consentono bilanci credibili. Oltre ai droni, Prince prevederebbe la mobilitazione di 150 veterani americani di origini haitiane e caraibiche da inviare sul campo. Polemiche politiche sui legami di Erik Prince con l’amministrazione Usa. Prince avrebbe rivelato l’intenzione di trasferire uomini da El Salvador ad Haiti, insieme a tre elicotteri d’attacco e di aver già spedito loro un grosso carico di armi nel Paese. Infine, il suo obiettivo finale sarebbe quello di accaparrarsi anche la gestione di dogane, trasporti, riscossione delle tasse e altri servizi necessari alla stabilizzazione del Paese.

Mercenari dolorosi

Quella di Haiti con i contractor -dettaglia Orizio-, è una convivenza di lungo corso non sempre indolore. Quando gli americani hanno riportato al potere l’ex presidente Jean-Bertrand Aristide nel 1994 dopo essere stato deposto da un sanguinoso colpo di stato militare, della sua sicurezza è stata incaricata la Steele Foundation di San Francisco. Contractor hanno operato nel post-terremoto del 2010. I colombiani che nel 2021, al soldo della società americana CTU Security LLC, hanno assassinato il presidente Moïse. Ora la canadese GardaWorld che nel maggio dell’anno scorso si è aggiudicata un contratto da 30 milioni di dollari per supportare la missione di polizia internazionale guidata dal Kenya. Con il Cremlino che s’è proposto col gruppo Wagner.

Prince braccio armato nascosto di Trump?

Dopo l’insediamento di Trump a gennaio, Erik Prince, nel suo podcast, annunciava che per gli Stati Uniti era giunto il tempo di riprendersi il ruolo imperiale e l’influenza militare ed economica in Africa e Sudamerica. Due continenti che sono sicuramente importanti per Washington, in cui i suoi principali concorrenti hanno una consolidata presenza, sia diretta con truppe e funzionari, che attraverso le proprie PMSC: Gruppo Wagner, Afrika Corps, Redut e Bear russe o le varie PSC (Compagnie di Sicurezza) cinesi.

Sean Mcfate, ex contractor, professore ed esperto del mondo delle PMSC ad affermare: «vale sempre la pena osservare dove si muove Prince, perché è un indicatore di dove, secondo lui, potrebbe finire Trump per cercare sempre di trarne profitto».

Aiuti ai leader amici, peggio per i nemici

Stabilizzazione di Paesi con alti tassi di criminalità attraverso il supporto a leader amici, addestramento delle Forze di Sicurezza, controllo delle acque territoriali, e, addirittura, partecipazione diretta ad operazioni. Per non parlare, al contrario, della destabilizzazione di governi ostili. Si pensi al Venezuela. Nel 2019 Prince aveva proposto un piano per rovesciare il presidente Maduro utilizzando dei mercenari. L’anno successivo diversi ex militari statunitensi e latinoamericani della società Silvercorp USA hanno lanciato l’Operazione Gedeón; un maldestro tentativo di golpe in territorio venezuelano.

In seguito alle controverse elezioni di luglio 2024 che hanno visto la rielezione di Maduro, Prince ha iniziato a sostenere un nuovo movimento di opposizione chiamato Ya Casi Venezuela (Il Venezuela è quasi qui). E ha lanciato una campagna per il finanziamento di una presunta operazione. Dopo settimane di raccolta fondi, però, il piano militare non è mai stato attuato.

‘Ambasciatore’ a mano armata

A seconda dei casi e del grado di ‘endorsement’ ottenuto da Washington, Prince ha assunto il ruolo di ambasciatore ombra, facilitatore e apripista, negoziando direttamente con i vertici dei vari Paesi. Inseguendo i propri interessi, ma anche quelli di Washington e, addirittura, anticipandoli.

Grazie allo status giuridico ambiguo e la mancata necessità di approvazioni parlamentari, queste realtà, un tempo ancillari ai governi, risultano oggi sempre più rilevanti per contesti così delicati come quelli analizzati.

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22/11/2024

Haiti - Medici Senza Frontiere sospende le attività nella capitale

L’ondata di violenza tra bande, polizia e gruppi armati che ha colpito Haiti e, in particolare, Port-au-Prince ha causato, solo nell’ultima settimana, 150 morti, 92 feriti e 20.000 sfollati. Medici Senza Frontiere ha fatto sapere di aver dovuto sospendere ogni attività nella capitale.

“Una serie di minacce da parte delle forze di polizia contro il personale di Médecins Sans Frontières ci ha costretto a sospendere le nostre attività fino a nuovo avviso nell’area metropolitana di Port-au-Prince, Haiti ha fatto sapere con un comunicato stampa MSF. “Gli agenti di polizia hanno fermato i veicoli di MSF più volte e minacciato direttamente i membri del personale di MSF, comprese le minacce di morte e stupro, nella settimana successiva a un attacco a un’ambulanza di MSF che ha provocato l’esecuzione di almeno due pazienti e danni fisici al nostro personale l’11 novembre”.

“Questi ripetuti incidenti ci hanno costretto a interrompere le ammissioni e i trasferimenti di pazienti alle nostre cinque strutture mediche nella capitale di Haiti a partire dal 20 novembre, poiché illustrano chiaramente il targeting diretto del nostro personale e dei pazienti ad Haiti”.

“Si stima che i quattro milioni di abitanti di Port-au-Prince siano praticamente tenuti in ostaggio poiché le bande ora controllano tutte le strade principali dentro e fuori la capitale”, ha dichiarato L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk. Ha poi aggiunto che “l’ultima ondata di violenza nella capitale di Haiti preannuncia un avvenire ben peggiore. La violenza delle bande deve essere prontamente fermata. Non si deve permettere ad Haiti di sprofondare ulteriormente nel caos”.

Per anni Haiti ha subito le violenze dei gruppi armati che, legati a leader politici e imprenditoriali, hanno tentato di conquistare il controllo del Paese. La situazione si è aggravata quando, nel luglio del 2021, il presidente haitiano Jovenel Moise è stato assassinato.

Una nuova crisi politica è scoppiata all’inizio di quest’anno: alcune bande hanno attaccato le carceri e altre istituzioni statali della capitale. La notte del 18 novembre è stato colpito Pétion-Ville, uno dei pochi quartieri di Port-au-Prince ancora liberi dal controllo delle gang. Il giorno precedente, un attacco all’Accademia Nazionale di Polizia è stato evitato grazie al pronto intervento della polizia stessa.

Il bilancio delle vittime di quest’anno è di 4.544 morti e 2.060 feriti ma le stime potrebbero essere superiori. A ciò si aggiungono circa 700.000 sfollati, di cui la metà bambini. Intanto, gli scontri a fuoco tra le bande e la polizia sono la causa di circa il 55% delle morti avvenute nell’ultima settimana. È stata registrata anche una crescita dei linciaggi di massa.

Le violenze hanno portato alle dimissioni del primo ministro non eletto, alla creazione di un Consiglio presidenziale di transizione e al dispiegamento della Multinational Security Support Mission (MSSM). Quest’ultima è attualmente composta da 416 soldati provenienti da Belize, Bahamas, Giamaica e Kenya. Alcuni Stati membri delle Nazioni Unite, USA in testa, ritengono che le forze armate estere dispiegate non sono abbastanza e che l’unico modo per ristabilire l’ordine sia inviare più soldati armati.

Proprio gli Stati Uniti hanno proposto di trasformare le MSSM in una “forza di pace” delle Nazioni Unite, ricevendo il sostegno di alcuni leader haitiani da un lato e l’opposizione di Cina e Russia dall’altro. Gli haitiani, d’altro canto, non sono grandi sostenitori dell’intervento delle Nazioni Unite: in passato, le forze dell’ONU sono state accusate di stupro e abusi sessuali mentre, nel 2010, una base di pace è stata fonte di un’epidemia di colera. E temono che l’ingerenza straniera, come già accaduto in passato, possa causare al Paese effetti negativi a lungo termine.

Intanto, il Consiglio presidenziale di transizione non sembra così stabile, infatti a causa di una spaccatura interna, il primo ministro Gary Conille è stato sostituito da Alix Didier Fils-Aime.

I gruppi armati hanno ormai il controllo dell’80% di Port-au-Prince mentre il Paese sta vivendo una grave crisi umanitaria dovuta alla carenza di cibo e acqua e la diffusione di malattie infettive. La situazione è resa ancora più drammatica dal collasso della sanità e dai continui attacchi agli operatori umanitari da parte della polizia: come scritto in aperturail 20 novembre, Medici Senza Frontiere ha dovuto sospendere le attività nella capitale per le minacce e gli attacchi subiti dallo staff e dai pazienti.

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16/10/2022

Haita - Tra il sollievo e il timore di un intervento internazionale

di Eliana Riva

Dal terminal di Port-au-prince alle strade ci è voluto poco. Le manifestazioni contro l’aumento del carburante, la crisi ormai endemica e l’irresolutezza politica si sono trasformate in una babele. Le richieste dei manifestanti sono diventate le pretese delle bande armate che con la forza delle armi si prendono ciò che vogliono e distribuiscono il resto a proprio piacimento. Molte delle persone che presidiano le strade, sequestrano i camion che trasportano carburante e saccheggiano i convogli di aiuti umanitari, fino a qualche settimana fa erano semplici haitiani poveri e affamati che hanno visto nella violenza la più probabile possibilità di sopravvivenza. Ma le azioni violente hanno causato il caos. L’occupazione del porto ha impedito l’arrivo di carburante, il cibo non può raggiungere molte zone del paese che rimangono senza alimenti e senza acqua sicura.

Le scuole sono chiuse e anche gli ospedali stanno chiudendo poco a poco. Non è sicuro camminare per strada, i rapimenti sono all’ordine del giorno, le condizioni igieniche peggiorano diventando terreno sempre più fertile per il diffondersi del colera. Ma non è più possibile tracciare i contagi, curare i malati e contare i morti.

La politica, totalmente impotente, non è riuscita a partorire altro che un appello di aiuto, all’ONU, agli altri Stati, a chiunque possa. D’altro canto, il presidente e primo ministro ad interim Ariel Henry, neanche due settimane prima che la situazione esplodesse, aveva dichiarato all’ONU che era tutto sotto controllo. Doveva essere lui il primo ministro per nomina del presidente haitiano Jovenel Moïse prima che quest’ultimo venisse ucciso, il 7 luglio 2021. Da allora (ma lo era anche prima) la situazione politica è rimasta instabile e disgregata.

Manifestazioni più o meno pacifiche si sono tenute, nonostante le condizioni, per chiedere la fine della violenza delle bande e della speculazione politica ed economica sul prezzo di vendita dei carburanti. Ma le forze di sicurezza hanno spesso risposto con violenza ai presidi. Non riuscendo (non potendo o non avendone la forza) a contrastare le bande armate, fenomeno certo non nuovo ad Haiti, il governo ha scelto spesso la linea morbida, l’assecondamento, la trattativa. Ed oggi chiama l’aiuto militare internazionale, richiesta sottoscritta e rilanciata dal segretario generale dell’ONU, António Guterres.

L’intervento straniero è visto da molti come un possibile sollievo ma dai cittadini, passando per i gruppi politici locali fino ai rappresentanti della chiesa cattolica, in molti mostrano di temere in parte o del tutto le conseguenze di un intervento straniero. Anche chi, dall’interno, lo invoca, chiede delle garanzie e pone delle condizioni. Che sia solo per stabilire l’ordine e per lasciare il popolo haitiano libero di decidere, che sia per consentire agli aiuti umanitari di giungere a destinazione, che non rappresenti una nuova, pesante e strascicata ingerenza straniera. C’è chi si chiede “intervento umanitario o intervento militare?”

Gli Stati Uniti il 12 ottobre hanno minacciato una stretta sul rilascio dei visti per coloro che, funzionari governativi, militari, amministrativi o semplici cittadini, hanno appoggiato le bande armate e facilitato il dilagare della violenza. Gli USA promettono anche aiuti umanitari, una presenza militare per formare la polizia haitiana sulle azioni di repressione dei violenti armati. Missione impossibile dati i fatti, a meno che tra le fila delle forze di sicurezza haitiane non vengano introdotti, in maniera informale, centinaia di militari statunitensi.

Fonte

02/08/2022

Brasile, Giamaica e Haiti: storie di ordinaria follia omicida

di Flavio Bacchetta

Nei miei racconti spesso mi sono soffermato a descrivere gli episodi di cruenta ferocia di cui si sono macchiate le forze dell’ordine nel continente americano, tra le quali spiccano per efferatezza le polizie in Brasile, Giamaica e Haiti, dove qui però sono le milizie paramilitari ad infierire sulla popolazione.

Ho raccontato con dovizia di particolari la strage avvenuta a Lionel Town, un paesino dell’entroterra giamaicano, dove nel giugno 2021 una pattuglia impazzita ha aperto il fuoco su un taxi collettivo, provocando la morte di 4 passeggeri – tra cui 2 ragazzi minorenni – e il ferimento di altri sei.

Il principale responsabile, un detective noto per altri abusi, rimane tuttora non solo impunito, ma anche in servizio effettivo come se nulla fosse.

Par condicio vuole che io descriva anche la violenza non solo di poliziotti o criminali incalliti, ma anche di gente ordinaria che improvvisamente impazzisce. E uccide.

Morta perché non ci stava

Gleice Jaqueline do Nascimento aveva 31 anni e un figlio di otto. Dalla favela di Macaxeira a Recife, nello Stato di Pernambuco, si sorbiva 6 ore di bus tra andata e ritorno per lavorare come saldatrice al porto di Suape, nel Cabo de Santo Agostinho. Il suo incubo era uno stalker che la perseguitava da anni, motivo per cui si era trasferita da poco.

Una notte costui bussò alla sua porta brandendo un coltello. Al suo ennesimo rifiuto, l’uomo la colpì all’impazzata lasciandola moribonda.

Gleice non morì subito: il post mortem narra di choque hipovolémico, in pratica il lento dissanguamento le causò uno shock fermando il cuore.

Su segnalazione di un ragazzo che aveva provato a bloccarlo, rischiando di essere ucciso a sua volta, l’omicida venne arrestato dalla polizia e confessò il delitto.

Fu poi ritrovato il coltello e la sua maglietta intrisa di sangue.

Malgrado ciò, venne rilasciato per non essere stato colto in flagrante ed è tuttora a piede libero.

Un giallo all’incontrario, in cui si sa chi è l’assassinio fin dall’inizio, ma dove il vero mistero consiste nella tortuosità della lei brasileira: in primis, nonostante prove schiaccianti, senza la flagranza, in Brasile un qualsiasi avvocato d’ufficio può annullare la confessione asserendo che è stata estorta con la forza.

Il Stf, Supremo Tribunal Federal, nel 2020 ha proibito a causa della pandemia operazioni di polizia nelle favelas. Per cui, excluidos quali Gleice e la sua famiglia, che neanche può permettersi un avvocato, non meritano troppa attenzione.

La perla assoluta, sempre targata Stf, è la riforma di legge che prevede il carcere solo dopo il quarto grado di giudizio.

Prima in Brasile il sistema giuridico ne contemplava solo due. Ma a fine 2019, Cármen Lúcia, ministro Stf, impose al Tribunal Regional Federal da Quarta Região – che esaminava i ricorsi degli imputati nell’inchiesta Lava Jato – di liberare tutti i detenuti incarcerati dopo la condanna in secondo grado, tra i quali spiccava l’ex presidente Lula da Silva, che all’epoca aveva già scontato 580 giorni dopo la seconda condanna riguardante il triplex a Guarujá (SP).

Una riforma varata per tutelare l’immarcescibile Lula, ora candidato alle presidenziali di ottobre, accolta però come una manna dalla peggiore feccia brasiliana, tipo lo stalker omicida in questione.

Paradossale è che siano proprio i più deboli, privi di assistenza legale, a dover pagare le conseguenze di una legge concepita ad personam per colui che dovrebbe essere il loro nume tutelare.

Mass murder alla giamaicana

Dopo la guerra tra bande di scammers che il mese scorso ha insanguinato Spanish Town (l’antica capitale della Giamaica) e dintorni, uccidendo 14 persone in pochi giorni tra criminali, passanti incappati nelle sparatorie e un soldato, l’isola è di nuovo in stato di emergenza con St. Catherine, la seconda provincia per grandezza, circondata dai posti di blocco di polizia ed esercito.

Lo scammer è il delinquente che va più di moda oggi: specializzato in truffe telematiche e false vincite di lotterie, è quello che dispone di maggior cash e quindi di armamenti.

Fioccano in rete i video che mostrano i van della polizia caricare i cadaveri dopo gli scontri a fuoco.

Ma in questi giorni un’altra tragedia focalizza l’attenzione dei media e della gente: nella provincia di Clarendon, una giovane donna viene sgozzata insieme ai suoi 4 figli: una ragazzina di 15 anni, due bambine di 10 e 5, e l’ultimo nato di pochi mesi.

Mai in Giamaica era avvenuta una strage così feroce, non tanto per il numero delle vittime, quanto per la loro giovane età.

Tutti gli indizi convergono sul cugino ventiduenne, che è stato visto uscire di corsa dalla casa a tarda notte per poi sparire ed essere arrestato due giorni dopo. L’unico movente possibile, ma non supportato da prove, è ancora una volta il sesso: due mesi prima aveva avuto guai per aver abusato di una minorenne, e una delle vittime era quindicenne.

Sta di fatto che la gente non ne può più, terrorizzata da criminalità e police killings, e quando si toccano i bambini diventa spietata.

Sotto la pressione popolare e dei media, il tizio rischia la pena di morte, ancora in vigore quaggiù, anche se l’ultima sentenza è stata eseguita nel 1988.

La tragedia haitiana

Quando si tratta di Haiti, parliamo della nazione nell’emisfero occidentale (e forse del pianeta Terra) più tartassata in assoluto: Acts of God (uragani e terremoti, come quello del 2010 che uccise 250.000 persone e nello stesso anno un’epidemia di colera che ne falciò 10.000) e Acta of Men, quali i genocidi perpetrati dalla famiglia Duvalier, Papa Doc prima e Baby Doc in successione, che attraverso le loro squadre della morte – i famigerati Tontons Macoutes – ammazzarono circa 100.000 haitiani.

Senza dimenticare il ruolo immancabile che gli Stati Uniti esercitano sull’isola in chiave anti-comunista, avendo sponsorizzato entrambi i defunti dittatori – soprattutto durante la presidenza di Ronald Reagan – e occupazioni varie, l’ultima delle quali nel 1994, che se non altro servì a rimuovere la giunta militare che aveva deposto con un golpe il presidente eletto Jean-Bertrand Aristide, senza però cambiare di una virgola le condizioni miserande del Paese.

Negli ultimi tempi, lo stato di anarchia che ha caratterizzato Haiti dopo l’assassinio del suo presidente Jovenel Moïse avvenuto proprio un anno fa, ha provocato una sequela di rapimenti anche ai danni di residenti stranieri, 245 solo nel 2021.

Giovanni Calì, ingegnere italiano che lavorava alla costruzione di una nuova strada – rapito a giugno dello scorso anno dal gruppo "400 Mawozo" – fu rilasciato 20 giorni dopo, probabilmente a fronte di un riscatto di 500.000 dollari, cifra stratosferica per un paese il cui salario medio è meno di un dollaro al giorno.

Sempre lo scorso anno, nella capitale Port-Au-Prince furono rapite in un raid unico 10 persone, tra cui cinque sacerdoti e due suore.

Anche per loro la richiesta di un riscatto esorbitante: un milione in dollari.

Un altro italiano residente ha subíto di recente una rapina durante la quale gli autori non si sono accontentati dei soldi, portandogli via anche la compagna. Rapimento e riscatto-lampo, pagato il quale la donna è stata restituita al suo uomo dopo soli tre giorni.

Tornando al presidente ucciso, la polizia sembra aver individuato il mandante della death squad colombiana, composta da 26 elementi più due interpreti locali, nel Dott. Emmanuel Sanon, medico haitiano residente a Miami e rivale politico del defunto.

Moïse è stato comunque un pessimo capo di Stato: corruzione e povertà in aumento esponenziale durante la sua presidenza, oltretutto con una recrudescenza della criminalità che ha raggiunto il suo apice nell’anno passato, travolgendo lui stesso.

Non sempre sono i Migliori quelli che se ne vanno.

Conclusioni

L’America Latina e gli stessi Caraibi, a causa della presenza ingombrante del loro vicino stelle & strisce, assimilano ogni giorno di più quello stile di vita edonista e dispendioso, malgrado la miseria della maggior parte della popolazione. Ma ancora più grave è il comportamento arrogante – retaggio del Far-West – intriso di violenza e sopraffazione nei confronti del più debole, tipico dell’americano medio.

Anche i mass-murders non sono più un’esclusiva Usa ma vengono replicati ovunque, e tali atrocità sono la diretta conseguenza della proliferazione sempre maggiore di armi, legali e non.

Un esempio a riguardo: in Giamaica aumentano gli studenti tra i 14 e i 16 anni che tra libri e quaderni nascondono nello zaino – per conto delle gangs – pistole e caricatori. La polizia lo ha capito, e ora ai posti di blocco durante il controllo sui mezzi di trasporto pubblico i ragazzini vengono perquisiti, e se trovati in possesso di armi sono arrestati come gli adulti e scortati al carcere minorile. Una pratica, quella delle baby-gangs, che affligge il Brasile da sempre ma che era sconosciuta nei Caraibi fino a pochi anni fa.

Ciò è chiaro segno di imbarbarimento della società americana in genere che travalica i confini nazionali, dopo aver sostituito i valori con i social network, dove sesso, soldi e armi sono i totem trainanti in un contesto umano basato sulla competizione a tutti i costi con ogni mezzo possibile, che sia legale o meno.

Però aldilà delle gangs degli scammers in Giamaica o di bande impazzite senza punti di riferimento – se non la disperazione – che scorrazzano lungo Haiti, nella maggior parte dei casi la follia degli “ordinary men” esplode in omicidi “compulsivi” e non premeditati, tranne in alcuni casi come l’assassinio di Gleice, la ragazza brasiliana che secondo il codice machista del suo aguzzino, doveva essere punita per avergli negato il proprio corpo.

Nei mass murders, le carneficine sono dovute spesso a impulsi schizofrenici e paranoici che portano gli autori ad identificare nelle loro vittime una società ostile da annientare senza pietà. I casi di premeditazione negli omicidi in famiglia – tipo eliminare la moglie ricca (o il marito) per intascarne la polizza assicurativa milionaria – sono una minoranza.

Perlopiù si uccide sotto la spinta dell’adrenalina, per un’offesa, un litigio sui soldi o per gelosia. Di queste categorie è difficile tenere una casistica precisa, ma la tendenza generale, a detta di polizia e servizi sociali, è in costante aumento.

Nella maggior parte dei casi è un’arma bianca ad uccidere: coltello, machete, una mazza da baseball, un bastone o un comune cacciavite.

Oggetti che costano poco e sono di uso domestico a portata di mano.

E non occorre un porto d’armi per tenerli in casa; oltretutto, specie nei Caraibi e in America Latina, è consentito per uso agricolo portarsi dietro il micidiale machete.

Tutte armi “legali”, ma non per questo meno letali.

Le armi da fuoco rimangono comunque lo status symbol massimo.

E non è un caso se negli Stati Uniti la più potente associazione esistente – paragonabile alla Massoneria – in grado di influenzare le leggi di qualsiasi amministrazione che si alterni al potere, che sia repubblicana o democrat non ha troppa importanza, è la NRA (National Rifle Association) la lobby delle armi che da sempre fa il bello e cattivo tempo, malgrado la quantità industriale di mass murders, dovuti proprio alla facilità per l’ordinary man di comprare fucili, pistole e mitragliatori in qualsiasi Walmart locale, sovente senza che gli venga nemmeno richiesto un regolare porto d’armi.

Obama ha provato a invertire questa tendenza, ma sia in questo settore che in quello ospedaliero – nonostante l’Obamacare, la legge che dava la possibilità di usufruire della sanità pubblica gratuita agli strati della popolazione più indigenti – ha dovuto incassare una sonora sconfitta, bloccato dal Congresso a maggioranza repubblicana.

Armi e sanità privata, con cliniche a pagamento dai costi astronomici, sono il business più redditizio negli USA e non c’è presidente innovatore che tenga.

In Giamaica, forse la nazione che segue il percorso statunitense più acriticamente possibile, nella capitale Kingston – a Mountain View nei pressi della National Arena – esiste da molti anni la succursale caraibica della NRA.

Senza eccessi di fantasia, è stata a suo tempo battezzata JRA (Jamaica Rifle Association).

Un marchio d’autore, a garanzia delle prossime stragi efferate.

Fonte

20/02/2022

Toussaint Louverture, la rivolta degli schiavi nella modernità

Un uomo che di nome fa «Ognissanti» e di cognome «L’apertura» (in francese «Toussaint Louverture») non può non destare curiosità, specie se la sua vicenda personale ne ha fatto una sorta di “Spartaco” nero.

Nato schiavo nel 1743 in una piantagione di caffè situata nei pressi di Cap-Français, ad Haiti, Toussaint era nipote di un nobile africano del Dahomey, attuale Benin.

Suo padre, catturato e ridotto in schiavitù, era stato venduto al proprietario della piantagione di Breda, località sulla costa settentrionale dell’isola.

Per quanto fosse piccolo di statura, si era fatto apprezzare dal suo “padrone” per intelligenza, prontezza di riflessi ed affidabilità, oltreché per la conoscenza dell’arte medica, appresa in famiglia come medicina delle erbe.

Gli fu così consentito d’imparare a leggere e scrivere, diventando “maggiordomo” della piantagione e sposandosi con una donna libera, dalla quale ebbe due figli.

Nel 1776 fu affrancato dalla sua condizione servile e, diventato benestante, poté prendere in affitto una piantagione di tredici ettari, con una ventina di schiavi al suo servizio.

Fra i suoi libri non mancò la “Storia delle Due Indie” dell’abate Raynal, nella quale lesse che: “Ai neri non manca che un capo tanto coraggioso da trascinarli al riscatto ed alla vendetta. Dove sarà mai questo grand’uomo, questo novello Spartaco che non s’imbatterà in nessun Crasso?”.

Certamente suggestionato da simili idee, Toussaint si fece coinvolgere nell’insurrezione degli schiavi neri scoppiata al Bois-Caiman nella notte fra il 22 ed il 23 agosto del 1791 e capeggiata da un santone voodoo.

Quel giorno ebbe inizio la sua carriera di capo-popolo e “generalissimo” che, conquistati i galloni sul campo, lo avrebbe consacrato eroe della causa degli schiavi di colore ed artefice dell’indipendenza della sua Haiti.

Approfittando infatti del vuoto di potere e del caos generato sull’isola dalla Rivoluzione Francese e dai messaggi contraddittori provenienti dall’Assemblea nazionale che si guardò bene, almeno in principio, di abolire la schiavitù, Ognissanti col suo piccolo esercito personale di circa tremila uomini si rifugiò nel 1793 nella parte orientale dell’isola, presso gli Spagnoli di Santo Domingo, coi quali strinse un’alleanza militare in chiave anti-francese.

In pochi mesi riportò numerose vittorie contro i suoi ex-compatrioti, che gli guadagnarono appunto il cognome di “Louverture” per la facilità con cui apriva brecce nelle linee nemiche.

Nell’agosto del 1793 lanciò un proclama in cui si presentava come leader nero, invitando i suoi “fratelli” ad unirsi a lui per la redenzione della loro razza e l’instaurazione a Santo Domingo di un governo fondato sui valori della libertà, fratellanza ed uguaglianza, per poter così sradicare la malapianta dello schiavismo.

La sua popolarità crebbe in maniera esponenziale, di pari passo con le vittorie da lui riportate sul campo, tanto che nel febbraio del 1794 la Convenzione abolì ogni forma di schiavitù nei territori della repubblica, Haiti compresa.

Al tempo stesso il generale Laveaux, per conto del governo rivoluzionario, cercò di riguadagnare Toussaint alla propria causa, blandendolo con l’offerta del grado di generale di brigata, mai concesso ad un uomo di colore prima d’allora.

Dai e ridai, Toussaint si fece convincere, rientrando nei ranghi dell’esercito repubblicano e combattendo questa volta contro i suoi ex-alleati spagnoli e gli Inglesi, sbarcati sull’isola per mettere in difficoltà i Francesi.

Dovunque passasse, Toussaint emancipava gli schiavi, riorganizzava le piantagioni ed invitava i coloni a tornare al lavoro, assicurando loro protezione.

Con grande “savoir faire” riuscì a sbarazzarsi dei suoi avversari politici (tutti bianchi) facendoli uno dopo l’altro eleggere come deputati all’Assemblea Nazionale, in modo da rispedirli nella “Metropole” in ossequio al sempre valido principio del “promoveantur ut amoveantur”.

Senza più intralci,Toussaint nel 1797 si ritrovò a capo d’un esercito di circa 50.000 uomini coi quali riuscì prima a ricacciare gli Inglesi fuori dall’isola e poi a ridurre all’ordine alcuni ribelli, massacrati senza pietà con la condanna a morte di tredici rivoltosi, fra i quali il suo stesso nipote Mosè.

Al culmine della sua parabola ascendente Toussaint nel 1801 si impadronì anche della parte orientale dell’isola, dopo aver cacciato gli Spagnoli, autodesignandosi “Governatore generale a vita” di Santo Domingo col diritto di scegliere il suo successore senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti della madrepatria francese.

Non aveva però fatto i conti con l’altro uomo forte che si stava imponendo sulla scena parigina, il Primo Console Napoleone Bonaparte, cui un personaggio tanto debordante non poteva certo andare a genio.

Quando poi si vide arrivare una lettera intitolata: “Du Premier des Noirs au Premiers des Blancs”, Napoleone pensò che la misura era colma.

Nel 1802 inviò sull’isola un’armata di 25.000 uomini armati fino ai denti, comandati da suo cognato generale Leclerc, che ebbero agevolmente la meglio su Toussaint, arresosi dietro promessa di potersi ritirare pacificamente nella propria piantagione.

Dopo nemmeno un mese però fu arrestato e tradotto in catene in Francia, per essere internato coi suoi vestiti leggeri, lui che aveva sempre vissuto una vita a temperature costanti di 28-30 gradi, nella tetra ed umida fortezza di Joux, nel dipartimento dello Jura, uno dei più freddi di tutto il Paese.

Gli bastarono nove mesi di prigionia per ammalarsi di polmonite e morire a soli 59 anni.

Tuttavia, la scintilla dell’indipendenza da lui accesa si era trasformata in un incendio indomabile, tanto che i suoi amici e fratelli, anche se orfani del loro “vate”, si ribellarono nuovamente, infliggendo una pesante sconfitta alle truppe di Leclerc e guadagnando così ad Haiti l’agognata indipendenza, proclamata il 1° gennaio del 1804.

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17/07/2021

Haiti - Alcuni dei sicari sono stati addestrati dagli USA

Alcuni membri del commando che ha assassinato il presidente di Haiti, Jóvenel Moise, erano colombiani con alle spalle un addestramento militare in strutture delle Forze armate statunitensi. Lo riferisce in un ampio servizio l’agenzia Nova.news che riprende quanto affermato dal tenente colonnello Ken Hoffman, uno dei portavoce del Pentagono, in una dichiarazione al quotidiano Washington Post. “Una revisione dei nostri database di addestramento indica che un piccolo numero di individui colombiani detenuti nell’ambito di questa indagine aveva partecipato a precedenti programmi di addestramento e istruzione militare degli Stati Uniti, mentre prestavano servizio come membri attivi delle forze militari colombiane”, ha spiegato Hoffman, senza precisare però il numero esatto dei sicari in questione.

Secondo diverse ricostruzioni della stampa colombiana sulla base delle “confessioni” fatte da uno degli arrestati, il presidente haitiano Moise sarebbe stato ucciso su mandato del primo ministro uscente, Claude Joseph. Gli esecutori sarebbero sette dei 26 ex militari colombiani penetrati nella residenza presidenziale.

Agli esecutori materiali dell’omicidio, riassume l’emittente colombiana Caracol tv, era stata garantita immunità dal primo ministro Joseph in persona, in uno degli incontri “di alto livello” tenuti da giugno nella casa scelta come base logistica del colpo, poco lontano da quella di Moise.

Claude Joseph, era stato formalmente privato dell’incarico di primo ministro il giorno prima dell’omicidio, ed avrebbe promesso ai sicari non solo di non finire nelle maglie della giustizia, ma anche di poter ottenere il remunerativo incarico di organizzare la sicurezza del Paese.

Morto Moise, Joseph ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza e conservato l’incarico che il presidente aveva dato il giorno prima ad Ariel Henry, lo stesso che nei giorni successivi avrebbe rivendicato l’esercizio del potere.

Il piano originale, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, prevedeva solo il sequestro del presidente, prova di una perdita di controllo del Paese, forzando le condizioni per un avvicendamento al potere. Un piano di cui comunque sarebbero stati a conoscenza solo una parte del commando di ex militari colombiani.

Gli altri sarebbero arrivati ad Haiti come contractors per missioni di sicurezza ben retribuite, per le persone più facoltose del quartiere residenziale di Port-au-Princ.

Secondo l’Fbi la mattina del 7 luglio, i sette esecutori materiali sono entrati nella villa del presidente Moisi con l’aiuto di tre uomini della Polizia di Haiti. Gli altri contractors del commando, apparentemente ignari dell’esito finale del piano, vengono lasciati fuori a garantire la sicurezza delle operazioni.

Poche ore dopo la morte di Moise, Joseph ha decretato lo stato d’assedio certificando un’emergenza tesa a giustificare la sua permanenza al potere e decretando il coprifuoco.

Dell’operazione che ha portato all’omicidio di Moise, si sarebbe iniziato a parlare nel novembre del 2020 a Miami, tra alcuni dei protagonisti che sarebbero emersi nel corso del tempo: il venezuelano Antonio Intriago, direttore della Ctu security, l’agenzia di contractors che avrebbe organizzato – grazie anche ad altre tre analoghe imprese in Colombia – il reclutamento del personale. James Solages, uno statunitense di origini haitiane, divenuto parte del nucleo operativo e poi arrestato. Alla Polizia ha detto di essere stato coinvolto nell’operazione in qualità di semplice traduttore, convinto di eseguire un ordine di arresto della procura haitiana. Alcuni media avevano però ricordato che Solages nel passato era stato guardia del corpo di Dimitri Vorbe, uno dei funzionari della guardia presidenziale di Moise, oggi atteso dalla giustizia per chiarire il perché del mancato intervento a difesa del capo dello Stato. Al piano avrebbe contribuito anche un diplomatico haitiano, di cognome Azkard, e Christian Emmanuel Sanon, medico 63enne arrestato come uno degli autori intellettuali dell’azione. Il costo dell’operazione sarebbe stato di 30 milioni di dollari.

Il cambio di strategia, con la scelta di uccidere Moise, sarebbe stato comunicato ai contractors dallo stesso Joseph, nella più importante delle riunioni degli ultimi mesi con gli uomini del commando più direttamente coinvolti nell’operazione. Secondo la ricostruzione fatta da Caracol Tv questo cambiamento di obiettivo e delle regole di ingaggio non sarebbe stata accolta favorevolmente da tutti i contractors ingaggiati. Uno degli ex militari colombiani, Johnatan Rivera, avrebbe lasciato il Paese in disaccordo anche con il fratello, rimasto invece come membro dell’operazione che ha portato all’omicidio del presidente haitiano.

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13/07/2021

Haiti - Perché è stato ucciso il presidente Jovenel Moïse?

Un omicidio nato nelle stanze del potere, all’ombra degli interessi imperialisti che hanno deciso di cambiare cavallo? È il probabile scenario che inquadra l’assassinio di Jovenel Moïse, presidente de facto di Haiti. A compierlo materialmente, un piccolo esercito di mercenari che hanno fatto irruzione nella sua residenza super-controllata mercoledì all’alba spacciandosi per agenti della Dea, lo hanno ucciso e hanno ferito la moglie. Si parla di complicità interne con l’avallo del capo della polizia. Il commando è stato arrestato quasi al completo e mostrato alle telecamere.

Si tratta di 15 colombiani e due statunitensi, che sarebbero arrivati a giugno ad Haiti passando per la Repubblica dominicana. I due statunitensi hanno dichiarato di essere stati contrattati tramite internet come interpreti, per sequestrare e non per uccidere Jovenel Moïse, che avrebbe dovuto essere condotto davanti a un giudice in quanto colpito da un mandato di cattura. Uno di loro è un imprenditore della Florida che ha poi fondato un gruppo no-profit per fornire assistenza umanitaria a Port au Prince, la capitale di Haiti. Altri tre colombiani sono morti per mano della polizia e otto mercenari sono in fuga.

Bogotà ha confermato che 6 degli arrestati sono ex militari colombiani. Il giornale El Tiempo ha rivelato il curriculum di uno di loro, Manuel Antonio Grosso Guarn, fino al 2019 considerato uno dei più preparati dell'esercito colombiano. All'inizio della sua carriera ha ricevuto una formazione da commando speciale, e nel 2013 fu assegnato al Gruppo di Forze speciali antiterroriste urbane, quelle che sequestrano e uccidono i manifestanti che da mesi protestano contro il governo Duque. Quei reparti che, in questi giorni, hanno ricevuto ulteriori rinforzi dalla Cia.

Per vari giorni, prima di trasferirsi ad Haiti, Grosso ha postato foto dal territorio dominicano, di lui e di altri componenti il commando. Dati che però non hanno tappato la bocca a Ivan Duque, che aveva subito dato fiato alla sua ossessione contro la repubblica bolivariana del Venezuela, adducendo la presenza di due presunti venezuelani nel commando, risultati poi essere statunitensi. Un pretesto per chiedere agli Usa di ampliare l’occupazione militare di Haiti e per chiedere all’Organizzazione degli Stati Americani di Luis Almagro d’inviare una missione urgente per “proteggere l’ordine democratico”.

In una situazione analoga, il 28 luglio del 1915, l’assassinio del presidente Guillaume Sam aprì la strada al neocolonialismo statunitense. I marines sbarcarono allora a Port-au Prince per proteggere gli interessi Usa e quelli degli stranieri. Ora, da Washington, la portavoce presidenziale Jen Psaki ha definito l’omicidio “un orrendo crimine” e ha detto che gli Usa, i principali finanziatori di Port au Prince, sono pronti ad “assistere” il popolo haitiano. In che modo, lo dimostra la lunga catena di interventi neocoloniali, militari, politici o finanziari compiuti dai primi anni del Novecento per stroncare l’eredità orgogliosa della prima repubblica di schiavi liberi, guidata da Toussaint Louverture.

Un accanimento iniziato all’indomani della proclamazione della repubblica di Haiti, nel 1795. La Francia ha iniziato a far la guerra economica e diplomatica alla giovane nazione imponendo, nel 1825, e nonostante tutte le ruberie effettuate fino ad allora, il pagamento di risarcimenti ai latifondisti, pena il non essere riconosciuta come repubblica. Haiti fu costretta a chiedere un prestito, ma le venne imposto che poteva contrarlo solo con le banche francesi. Quando l’isola cercò di opporsi, Parigi mandò le navi militari sulle coste haitiane. Haiti ha finito di pagare quel prestito, di circa 22 mila milioni di dollari, un secolo dopo.

All’inizio del secolo scorso, Haiti venne occupata dagli Stati Uniti, che misero le mani sul suo oro, fino al 1934. Da allora, il colonialismo non se n’è mai andato, mediante il controllo diretto o indiretto delle risorse del paese: sia mettendo al posto di comando burattini al servizio degli interessi sovranazionali, sia impedendo qualsiasi sviluppo economico e politico a favore dei settori popolari. Negli anni ’60, durante il mandato del democratico presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, attraverso la politica dei prestiti concessi in cambio di controllo politico, il debito estero di Haiti è triplicato. La presa del FMI e dei suoi piani di aggiustamento strutturali si è aggiunta al terribile terremoto del 2010 (oltre 250.000 morti), al colera e poi al devastante uragano.

Il paese è prostrato anche da una violenza alimentata ad arte dalle grandi famiglie come quella di Moïse, che si sono ramificate, all’ombra dell’imperialismo Usa. Le bande che, come da “tradizione” (ricordiamo i tristemente noti tonton macoutes, al contempo una milizia e una polizia segreta creata nel 1959 dal dittatore François Duvalier), imperversano nei quartieri poveri, compiono massacri anche a fini politici. Massacri coperti dallo Stato, come ha documentato l’anno scorso un rapporto dell’Osservatorio haitiano dei crimini contro l’umanità. Dal 2018 al 2020, nei quartieri dove più vive sono state le proteste contro Moïse, hanno provocato 240 vittime civili.

La Commissione Nazionale per il Disarmo, lo Smantellamento e il Reinserimento ha censito almeno 77 gruppi criminali armati. Nel 2020, sempre per decreto, Moise seguì le orme di Duvalier e creò l’Agenzia Nazionale di Intelligence (Ani), un corpo para-poliziesco per reprimere la protesta sociale. Il 2020, secondo le organizzazioni per i diritti umani, è stato l’anno della gangsterizzazione accelerata di Haiti, durante il quale almeno un migliaio di persone sono state sequestrate e altrettante sono morte di morte violenta.

Il mese scorso, alcuni capi di queste pandillas hanno dichiarato guerra alle élites tradizionali del paese e hanno invitato il popolo a saccheggiare i negozi: “È il vostro denaro quello che c’è nelle banche, nei negozi, nei supermercati e nelle concessionarie. Andate a reclamare quel che vi appartiene”, ha detto in un video diffuso nelle reti sociali un noto criminale, Jimmy Cherizier, soprannominato Barbecue.

Come dargli torto? A fronte della povertà estrema nella quale vive la gran parte della popolazione, ora aggravata dal coronavirus in un paese che non ha ricevuto alcuna dose di vaccini, c’è una minoranza composta dalla borghesia locale, da quella importata, e dal ceto politico dei funzionari delle migliaia di ong presenti, che vive nel lusso. A febbraio del 2018, Moïse ha applicato la ricetta del Fondo Monetario Internazionale scatenando proteste in tutto il paese. L’anno dopo è scoppiato lo scandalo per corruzione. La Corte dei Conti ha fornito al Senato un rapporto nel quale risultava che almeno 14 ex funzionari del governo avevano stornato oltre 3.800 milioni di dollari erogati dal Venezuela con il programma Petrocaribe tra il 2008 e il 2016, e che l’impresa di Moïse, la Agritans, aveva usufruito di contratti per costruire progetti mai realizzati, ma per i quali aveva intascato il denaro.

L’imprenditore Juvenel Moïse, il signore delle banane come veniva chiamato, non si curava del gradimento della popolazione, ma di quello dei padrini occidentali, che lo avevano messo lì come successore del cantante Michel Martelly e in rappresentanza dell’élite agraria, malgrado la sua mancanza di esperienza politica. Dall’anno scorso, governava per decreto, dopo aver sospeso due terzi del senato, l’intero parlamento e tutti i sindaci del paese, e affermava di voler rimanere in carica fino al 2022, in base a una sua personale interpretazione della costituzione.

Il 29 settembre erano state fissate le elezioni, tante volte rinviate, ma era stato deciso anche un referendum che avrebbe cambiato la costituzione, riportandola ai tempi della dittatura di Duvalier. Nonostante il rifiuto di tutta l’opposizione popolare o istituzionale e anche della Conferenza episcopale, Moïse aveva ricevuto l’avallo del solito Almagro, segretario generale dell’Osa. A gennaio del 2020, Almagro aveva appoggiato la riforma costituzionale e il referendum, sostenendo, come Moïse, che la costituzione attuale fosse la causa di tutti i problemi del paese.

A richiedere l’intervento esterno, adesso, c’è anche il primo ministro uscente Claude Joseph, nominato arbitrariamente da Moïse senza l’avallo del parlamento che, essendo a maggioranza di opposizione, era stato dissolto. Alcuni, adesso, accusano il viceministro de facto, che vuole rimanere in carica fino alle elezioni e che ha dichiarato lo stato d’assedio, di voler portare a termine un colpo di stato e di aver tratto per lo meno vantaggio dall’omicidio. Avrebbe infatti dovuto cedere l’incarico a un altro primo ministro de facto, Ariel Henry, nominato sempre senza il parere del parlamento da Moïse il 5 di luglio. Dall’opposizione istituzionale, si chiede invece di arrivare a una soluzione condivisa che includa personalità riconosciute dell’opposizione e i 10 senatori che rimangono, in quanto unici ad essere stati eletti nel paese.

Quello di Moïse è stato un omicidio annunciato? Si chiede ora la stampa, riprendendo una sua intervista a El Pais durante la quale il presidente de facto diceva di aver sventato un attentato contro di lui, mentre il suo partito Tèt Kale accusava “il sistema” di aver finanziato le manifestazioni contro il governo. Di certo, Moïse aveva perso l’appoggio di alcuni potenti gruppi economici, come l’investitore Reginald Boulos e la famiglia Vorbe, che controlla il settore elettrico e che gli aveva pubblicamente chiesto di andarsene. Per ritorsione, il governo aveva annunciato di voler rivedere alcuni contratti di grandi imprese private, anche di proprietà della famiglia Vorbe.

Moïse era inoltre un aperto un sostenitore di Donald Trump. Seguendo la sua politica, aveva rotto con il Venezuela e con Petrocaribe, provocando una crisi energetica, e aveva riconosciuto l’autoproclamato Guaidó. Dopo l’arrivo di Biden e il conseguente spostamento di pedine nello scacchiere internazionale, oltre sessanta deputati democratici statunitensi hanno inviato una lettera al segretario di Stato, Antony Blinken, chiedendogli di rivedere la politica con Haiti. Nella lettera, criticano “l’insistenza posta dagli Usa nel voler effettuare elezioni a tutti i costi alla fine di quest’anno, con il rischio di scatenare altre violenze nel paese”. E chiedono a Biden di usare “la sua voce e il suo voto” con l’Onu e l’Osa affinché il denaro dei contribuenti non serva per appoggiare il referendum voluto da Moïse.

Un bel po’ di argomenti che hanno probabilmente portato al cruento “pensionamento” del re delle banane.

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08/07/2021

Il baratro di Haiti

L’assassinio del presidente haitiano di fatto, Jovenel Moïse, rischia di diventare un nuovo acceleratore della prolungata crisi politica e sociale che sta attraversando l’isola caraibica. I mandanti dell’operazione restano ancora sconosciuti, ma, nonostante lo strapotere delle gang criminali, è difficile pensare a un’iniziativa non collegata a elementi di potere, forse anche all’interno dello stesso stato haitiano. In attesa di maggiori elementi relativi ai fatti di mercoledì notte, il più povero dei paesi dell’emisfero occidentale è piombato in un pesantissimo stato di emergenza, con le fazioni della classe dirigente in aperto conflitto per assicurarsi il controllo del potere in vista di una controversa consultazione elettorale, fortemente voluta dallo stesso Moïse e appoggiata dal governo americano.

La polizia di Haiti ha fatto sapere giovedì di avere arrestato sei sospettati, mentre altri quattro sarebbero morti negli scontri a fuoco che avevano caratterizzato la giornata di mercoledì. Uno dei fermati sarebbe un cittadino americano di origini haitiane, identificato col nome di James Solages. Almeno anche un altro sotto custodia sarebbe un haitiano-americano. Il cervello dell’operazione è invece ancora ricercato dalla polizia. La notizia è stata data alla stampa dal capo della polizia, Léon Charles, anche se non sono state fornite informazioni circa le prove a carico degli arrestati. Com’è noto, gli appartenenti al commando che si è introdotto nell’abitazione di Moïse nel quartiere benestante di Pétionville a Port-au-Prince sono stati sentiti parlare inglese e spagnolo e si sono identificati falsamente come agenti dell’agenzia antidroga americana (DEA).

La prima e più evidente considerazione riguarda il modus operandi degli assassini e il contesto del blitz. Il lavoro sembra avere richiesto un livello non indifferente di preparazione. Alcuni testimoni hanno sostenuto addirittura di avere visto dei droni sorvolare la zona dove risiedeva Moïse, mentre altri hanno sentito esplosioni di granate. L’area ospita per lo più ville recintate e la strada principale che la collega al resto della città è solitamente pattugliata da forze di sicurezza. Mercoledì, invece, dopo che l’attacco è stato portato a termine senza impedimenti, sono passate molte ore prima dell’intervento della polizia, durante le quali giornalisti e persone comuni hanno avuto libero accesso all’area teatro dei fatti.

Il defunto presidente Moïse si spostava inoltre con una scorta massiccia e a guardia della sua abitazione c’erano o avrebbero dovuto esserci regolarmente un centinaio di agenti. Moïse aveva tuttavia denunciato in più occasioni minacce alla sua persona e circolavano voci allarmate sull’insufficienza delle misure di protezione del presidente. Anche per i livelli di criminalità e violenza di Haiti, in ogni caso, le circostanze dell’assassinio sollevano molti dubbi su possibili contatti ad alto livello, fuori o dentro il paese, degli esecutori materiali.

Le manovre politiche di Jovenel Moïse avevano da tempo generato tensioni e un vasto movimento di protesta contro le sue tendenze autoritarie. Il suo mandato presidenziale era scaduto il 7 febbraio scorso, ma era rimasto in carica sostenendo di avere diritto ad altri dodici mesi per via della disputa che aveva caratterizzato le elezioni, tenute tra il 2015 e il 2016. Il voto si era svolto una prima volta nell’ottobre del 2015, ma era stato poi annullato a causa di brogli macroscopici e alla fine ripetuto nel novembre dell’anno successivo.

Anche se la ripetizione delle elezioni era stata segnata ugualmente da irregolarità e da un’affluenza irrisoria, Moïse era stato dichiarato ancora una volta vincitore. A suo dire, il mandato era iniziato solo dopo la proclamazione seguita alla seconda consultazione, nel febbraio 2017, poiché nei mesi dopo il voto annullato era al potere un governo provvisorio. Riferendosi a quanto stabilito dalla Costituzione in caso di elezioni contese, la Corte Suprema e il Consiglio Superiore della Magistratura haitiane avevano però respinto questa interpretazione.

Dal febbraio di quest’anno, visto il rifiuto di Moïse a farsi da parte, erano esplose proteste oceaniche in tutta Haiti. Non solo, il presidente aveva anche sospeso il parlamento al termine della legislatura nel gennaio dello scorso anno e da allora aveva governato “per decreto”, creando una dittatura presidenziale di fatto. Arresti di oppositori, giudici e presunti complottisti hanno poi contribuito a infiammare la situazione nel paese, mentre altri provvedimenti autoritari sono rapidamente seguiti, come la creazione di una vera e propria agenzia di intelligence al servizio del presidente o un provvedimento sull’antiterrorismo che mette fuori legge le normali manifestazioni di protesta.

Qualche giorno prima della sua morte, Moïse aveva fissato per il 26 settembre prossimo un referendum costituzionale con ogni probabilità illegale e originariamente previsto per la fine di giugno. Secondo la Costituzione haitiana, le modifiche alla carta sono competenza del parlamento, ma Moïse aveva indetto ugualmente un referendum, poiché l’assemblea legislativa risulta sospesa dall’inizio del 2020. Con questa consultazione, da tenere assieme alle elezioni presidenziali e legislative, Moïse intendeva rafforzare la carica di presidente, portando a due il numero massimo di mandati consecutivi, eliminando la carica di primo ministro e passando a un parlamento unicamerale.

Il senso della riforma proposta, peraltro non ancora pubblicata nella lingua creola parlata dalla grande maggioranza degli abitanti di Haiti, era appunto di smantellare le garanzie istituite dalla Costituzione approvata nel 1987 al termine della sanguinosa dittatura della famiglia Duvalier. Le origini politiche di Moïse, ex imprenditore nel settore dell’export delle banane, si rifanno precisamente agli ambienti dell’ex regime haitiano. La sua carriera politica era decollata grazie all’ex presidente e suo predecessore, nonché protetto della famiglia Clinton, Michel Martelly, notoriamente legato ai Duvalier e ai famigerati squadroni della morte dei tempi del regime (“Tonton Macoutes”).

Lo scontro politico e l’esplosivo clima sociale, alimentato anche dalla cronica crisi economica e dalla povertà dilagante, hanno fatto aumentare drammaticamente i livelli di criminalità. In particolare si è registrato il proliferare di bande spesso collegate a uomini di potere o a ricchi imprenditori haitiani, che le utilizzano come strumento di controllo sociale. Lo stesso Moïse sembrava esserne implicato, come ha dimostrato un rapporto pubblicato ad aprile dall’università di Harvard. Lo studio aveva rivelato come tre massacri condotti da gang criminali tra il 2018 e il 2020 in altrettanti quartieri poveri di Port-au-Prince – La Saline, Bel-Air e Cité Soleil – fossero stati “pianificati o favoriti con armi, denaro e veicoli” da membri di primo piano dell’amministrazione del presidente Moïse. Complessivamente, nelle tre stragi furono uccisi almeno 240 civili.

In questi ambienti criminali potrebbero essere forse individuati anche i responsabili dell’assassinio del presidente. Alcuni commentatori hanno ricordato che più di un’iniziativa di legge di Moïse aveva creato malumori in quelle fazioni dell’oligarchia haitiana ostile al presidente, come ad esempio nel business dell’elettricità. Anche dentro al suo partito (“Tèt Kale”) erano emerse resistenze alle riforme costituzionali, così come tra quei membri del parlamento che potrebbero perdere i loro seggi in seguito all’unificazione di Camera e Senato.

A livello generale, è innegabile che la figura di Jovenel Moïse fosse diventata tossica agli occhi di molti ad Haiti e all’estero, soprattutto tra quei governi che tradizionalmente esercitano una forte influenza sull’isola, a cominciare da quello di Washington. La sua capacità di tenere sotto controllo una popolazione oppressa e ultra-sfruttata sembrava essere sul punto di dissolversi assieme alla credibilità di un metodo di governo sempre più autoritario. Il referendum costituzionale e le elezioni presidenziali erano considerate una tappa decisiva per riportare la calma ad Haiti, sia pure con un colpo di mano autoritario, ma la tenuta dell’amministrazione Moïse appariva ormai sempre più in dubbio.

Il futuro anche immediato di Haiti resta ora incertissimo. Gli Stati Uniti hanno già offerto la propria assistenza, ma, alla luce dei precedenti storici, la proposta suona come una seria minaccia per la popolazione haitiana. Lo stesso quadro politico e istituzionale, che dovrebbe garantire una qualche continuità, risulta estremamente confuso e la precarietà della situazione è accentuata dallo stato di emergenza che assegna quasi pieni poteri alle forze di sicurezza.

Il primo ministro, Claude Joseph, si è auto-assegnato in fretta il ruolo di guida del paese dopo il decesso di Moïse, ma la mossa non appare del tutto legittima ed è già oggetto di una dura contesa. Secondo la Costituzione haitiana, in caso di morte o incapacità del capo dello stato, è il presidente della Corte Suprema a farne le veci. Quest’ultimo è però deceduto per COVID nel mese di giugno. A scegliere il nuovo presidente dovrebbe essere poi l’Assemblea Nazionale, ma il mandato della camera bassa è appunto scaduto da un anno e mezzo, così come quello dei due terzi dei membri del Senato.

Questa situazione eccezionale ha spinto Joseph a prendere l’iniziativa, ma anche la sua posizione risulta molto dubbia. Un paio di giorni prima di morire, Moïse aveva nominato un nuovo capo del governo, il suo fedelissimo Ariel Henry, ma quest’ultimo non aveva ancora prestato giuramento e non è perciò ancora ufficialmente in carica. Per Joseph, ciò legittimerebbe le sue azioni, mentre Henry ha contestato apertamente questa interpretazione.

Serissimo resta infine il rischio di nuove ingerenze esterne per stabilizzare la situazione di Haiti. Un editoriale del Washington Post ha tempestivamente promosso mercoledì un intervento che dovrebbe coinvolgere paesi e organizzazioni con la maggiore influenza, come USA, Francia, Canada e OSA (Organizzazione degli Stati Americani), in modo da evitare un tracollo di ciò che resta delle istituzioni dell’isola.

Il ricordo tra gli haitiani del più recente evento di questo genere, ovvero la missione ONU (“MINUSTAH”) sotto il comando brasiliano, è drammaticamente segnato da operazioni violente e da una rovinosa epidemia di colera. Lo stesso dicasi per la presenza militare americana, oltretutto legata anche all’ultimo presidente assassinato ad Haiti prima di Moïse. Nel 1915, la brutale uccisione dell’allora presidente Jean Vilbrun Guillaume Sam fu seguita dall’invasione degli Stati Uniti, che avrebbero occupato il paese addirittura fino al 1934.

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09/10/2019

Haiti - Crisi senza precedenti

«Haïti ha avuto molte difficoltà, molte crisi, ma questa va al di là di tutto quello che abbiamo vissuto. È molto più grave», dice Pierre Espérance, che è stato raggiunto a Port-au-Prince da Mediapart. È uno dei leader di un’associazione rispettata, la Réseau National pour la Défense des Droits Humains (RNDDH). «Questo potere organizza l’insicurezza, si fa beffe della democrazia e viola sistematicamente le leggi, i diritti politici e sociali», aggiunge Pierre Espérance.

Giovedì 3 ottobre la RNDDH ha pubblicato un rapporto sui disordini e le manifestazioni che hanno paralizzato completamente il paese dal 16 settembre. Dal 16 al 30 settembre, «almeno 17 persone sono state uccise […] e almeno 189 ferite», nota l’associazione che denuncia la violenza della polizia nazionale haïtiana con «spari ad altezza uomo, la brutalità della polizia, l’abuso di gas lacrimogeni e tutti gli altri atti di repressione».

Mentre si avvicina il decimo anniversario del terremoto del gennaio 2010, che ha ucciso più di 250.000 persone e ha lasciato il paese in rovina, Haïti sta vivendo una crisi politica che sta portando al caos. Venerdì 4 ottobre, dopo due giorni di calma, sono state organizzate nuove manifestazioni in tutto il paese. Dall’inizio dell’anno, questa crisi ha causato decine di morti e centinaia di feriti.

«Haïti lok», Haïti bloccata. «Non funziona più nulla, invece di rafforzare le istituzioni, il governo preferisce rafforzare le bande e scegliere la violenza», dice Pierre Espérance. «Abbiamo un presidente fantoccio e uno stato fallito», aggiunge il famoso romanziere Gary Victor. È uno dei dieci scrittori (Yanick Lahens, Lyonel Trouillot, Kettly Mars, James Noël...) che hanno appena lanciato un appello «ai cittadini di tutto mondo per sostenere la causa haïtiana».

Il presidente Jovenel Moïse, eletto nel novembre 2016, aveva già perso tutta la sua credibilità pochi mesi dopo l’entrata in carica nel febbraio 2017. Questo 51enne sconosciuto, spinto alla presidenza dal suo predecessore Michel Martelly e tenuto a braccetto dagli Stati Uniti, è vero che è stato eletto al primo turno, ma con un’affluenza ufficiale del 21% degli elettori al termine di un’elezione molto contestata. L’anno precedente, un’elezione presidenziale da lui vinta era stata annullata per irregolarità.

Da allora, questo uomo d’affari, produttore ed esportatore di banane, non è mai stato in grado di far approvare un bilancio. Il paese vive ora con un Parlamento paralizzato, un governo ad interim, un primo ministro ad interim e un presidente scomparso. Giovedì scorso, Jovenel Moïse ha fatto la sua prima apparizione sul campo in circa due mesi: cinquantacinque secondi di sosta in una strada di Petion-Ville, il comune chic sulle alture di Port-au-Prince, per stringere qualche mano mentre era circondato da una scorta pesantemente armata.

Il 25 settembre, dopo dieci giorni di rivolte e violenze, ha scelto di apparire in diretta sulla televisione nazionale per chiedere un «governo di unità nazionale». Ma lo ha fatto alle 2 del mattino, quando il paese dormiva e l’elettricità era tagliata in molti quartieri, per non parlare delle zone rurali. In gran parte, il presidente si manifesta attraverso il suo account Facebook, che è anche molto asciutto.

Il suo improvviso appello all’unione è apparso tanto più irreale in quanto i suoi sostenitori e i leader del partito presidenziale Parti Haïtien Tèt Kale (PHTK) sono accusati della peggiore violenza. Due giorni prima del suo discorso notturno, un senatore della sua maggioranza ha estratto la pistola e ha sparato ai dimostranti affollati davanti alla sua auto all’ingresso dell’edificio del Parlamento. Due uomini sono rimasti feriti, incluso un fotografo dell’agenzia AP. «L’autodifesa è un diritto sacro», così si è difeso Jean-Marie Ralph Fethière.

Il caso potrebbe essere un episodio rapidamente dimenticato se non rafforzasse le accuse mosse da molti osservatori, giornalisti e associazioni. Oltre alla polizia, che può tranquillamente temere la violenza contro i manifestanti, alcuni circoli di potere finanzierebbero e armerebbero bande criminali, il cui potere non è mai stato sconfitto ad Haïti.

La rete RNDDH rileva che «gli individui armati, sostenitori del governo, partecipano attivamente alle operazioni di polizia. Sono stati assunti per controllare le manifestazioni antigovernative». A sostegno di questa dichiarazione, l’associazione ha pubblicato il 30 settembre una foto dell’installazione ufficiale di un delegato del partito nel nord dell’isola: l’uomo appare circondato da una milizia armata.

Analogamente, crescono i sospetti sul coinvolgimento dei parenti del governo nel massacro di La Saline di un anno fa. Il 10 novembre 2018, pochi giorni prima di una nuova manifestazione, almeno 73 persone sono state giustiziate, donne stuprate da una banda a La Saline. Molti vi hanno visto, secondo Le Nouvelliste, una strategia del terrore per «spezzare lo slancio della mobilitazione contro il potere in questo distretto ritenuto ostile al presidente Jovenel Moses». Un’indagine sotto l’egida delle Nazioni Unite non è stata ancora completata.

In questo clima insurrezionale, i partiti dell’opposizione rifiutano qualsiasi negoziato e chiedono le dimissioni del Presidente e lo scioglimento del Parlamento. Non sono gli unici. Dopo un periodo di dialogo, molte chiese chiedono a loro volta la partenza di Jovenel Moses, così come musicisti, artisti e scrittori che fanno numerosi appelli.

«Oggi, tutte le autorità nazionali, rappresentanti di tutte le fedi, istituzioni per i diritti umani, professori universitari, collettivi di artisti e intellettuali, partiti di opposizione di tutte le tendenze, sindacati, associazioni di settore, chiedono le dimissioni del presidente e di ciò che resta del Parlamento», sottolineano gli scrittori nel suddetto appello.

«L’esecutivo e i suoi sostenitori resistono quando le stazioni di polizia vengono attaccate, le società private saccheggiate, le istituzioni pubbliche devastate, i dimostranti crivellati di proiettili», osserva il giornalista Frantz Duval nel quotidiano Le Nouvelliste, il principale nell’isola. L’attuale crisi è stata innescata dalle ripetute carenze di carburante in agosto e dalla rivelazione di nuovi scandali di corruzione. Per esempio, quello dei cinque parlamentari che hanno spiegato di esser stati comprati per 100.000 dollari per un voto a favore del Primo Ministro...

Ma, in realtà, questa crisi risale al luglio 2018, quando il governo aveva annunciato che avrebbe smesso di sovvenzionare il carburante, causando un aumento dei prezzi di quasi il 50%. Nel paese più povero delle Americhe, dove «più della metà della popolazione è cronicamente insicura dal punto di vista alimentare» secondo il Programma Alimentare Mondiale e dove l’embrione della classe media è colpito duramente dall’inflazione del 20%, l’annuncio è servito da grilletto.

Allo stesso tempo, la popolazione scese in piazza per denunciare «la rapina del secolo», cioè lo scandalo PetroCaribe. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, questo massiccio programma di aiuto lanciato dal Venezuela di Hugo Chavez ha rappresentato fino al 25% del PIL di Haïti. Si trattava di consegne di petrolio a prezzi più bassi e ha permesso alle finanze pubbliche haïtiane di generare più di 2,5 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2016. La maggior parte di queste risorse, che avrebbero dovuto finanziare progetti umanitari e poi la ricostruzione del paese dopo il 2010, sono state deviate da ministri, politici e imprenditori “amici”.

Dopo numerose revisioni contabili, le relazioni d’inchiesta del Senato haïtiano, le indagini internazionali, la pubblicazione nel gennaio 2019 di una lunga relazione della Corte dei conti ha dato una nuova dimensione allo scandalo. Questo rapporto è un dettagliato manuale di istruzioni sulla corruzione e sulla violazione di tutte le procedure amministrative. E gli attori di queste massicce appropriazioni indebite sono citati per nome: una decina di ministri, parlamentari, sindaci, ecc... e gli imprenditori che detengono parte dell’economia dell’isola.

Tra questi, il presidente Jovenel Moïse. La sua attività agricola di import-export si è aggiudicata due contratti (come altri senza alcuna procedura): uno per l’installazione di lampioni solari (meno della metà sono stati forniti); l’altro per il ripristino di una strada, fatturata due volte per 1,65 milioni di dollari e mai completata... Una seconda parte del rapporto è stata pubblicata il 31 maggio.

Oggi, un intero paese si oppone alla corruzione. Partendo da un semplice tweet «Dove sono i soldi di PetroCaribe?», pubblicato dal 35enne regista Gilbert Mirambeau, da oltre un anno si sta sviluppando un vasto movimento che chiede l’inizio del processo PetroCaribe. I “PetroCaribe Challengers” sono diventati una forza potente e stanno costringendo i partiti di opposizione ad affrontare la corruzione che mette in ginocchio il paese e alimenta la violenza.

PetroCaribe aveva ulteriormente aumentato la popolarità di Chavez e del Venezuela ad Haïti. Tuttavia, oltre all’uso improprio degli aiuti, c’è stata anche quella che viene percepita come una pugnalata: a gennaio e di recente, l’11 settembre, il Presidente Jovenel Moïse ha votato contro il governo di Maduro nel quadro dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA). Questa votazione è il risultato di una richiesta diretta dell’amministrazione americana e John Bolton, allora consigliere di Donald Trump, non ne ha fatto segreto.

Per gli attori della società civile, gli attivisti, i leader dell’opposizione, Jovenel Moses resiste al potere solo grazie al sostegno degli Stati Uniti di Trump e del Brasile di Bolsonaro. L’ONU chiede «calma e dialogo», l’UE e la Francia fanno lo stesso, ma hanno poca influenza in questo paese, che gli Stati Uniti hanno sempre considerato come il proprio cortile di casa dopo averlo occupato dal 1915 al 1934.

Ma il sostegno americano potrebbe non durare. In primo luogo, perché il governo è perfettamente incapace di costruire una via d’uscita dalla crisi. Poi perché la grande diaspora haïtiana in Florida pesa molto e rievoca i fasti di Trump per le elezioni presidenziali. Tuttavia, molti di questi leader chiedono l’abbandono di Jovenel Moïse e sostengono le varie opposizioni ad Haïti. La democratica Nancy Pelosi era a Miami qualche giorno fa per incontrare le associazioni haïtiane. Una rappresentante della diaspora ha riassunto il problema come segue: «Dobbiamo trovare un modo per fermare le manifestazioni oppure dobbiamo trovare un modo per far partire il presidente, è piuttosto semplice».

* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) dell’articolo pubblicato su Mediapart.

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11/10/2018

I medici cubani in soccorso di Haiti


Ad Haiti sabato scorso la parte nord-occidentale dell’isola è stata interessata da un violento terremoto con epicentro al largo della costa, 20 km a nord di Port de Paix e 175 km da Port au Prince.

Il sisma di magnitudo 5,9 ha causato la morte di 17 persone e oltre 300 feriti e ha arrecato danni consistenti alle infrastrutture e alle civili abitazioni. Attualmente sono numerosi i convogli di emergenza che fanno la spola ininterrottamente dal sud dell’isola verso le regioni del Grand Nord, Port-de-Paix e Gros-Morne, carichi di kit di alimenti e acqua potabile.

Le forze armate haitiane e la protezione civile stanno coordinando i loro interventi sul posto e in soccorso alla popolazione si è mossa anche la brigata medica cubana. Il Granma, Organo Ufficiale del Partito Comunista di Cuba, ha rilanciato le dichiarazioni di Evelio Betancourt, coordinatore generale della brigata, il quale ha annunciato che già due gruppi specializzati in chirurgia sarebbero sul luogo in appoggio al personale sanitario haitiano. Uno staff di chirurghi cubani ha poi operato un medico haitiano nell’ospedale La Providence, a Gonaives, dove sono stati assistiti 11 lesionati in gran parte residenti nel comune di Gros-Morne, uno dei più danneggiati dal terremoto.

Un altro gruppo d’emergenza si è mosso poi verso Port-de-Paix e in collaborazione con i medici locali avrebbe già assistito 164 feriti.

Cuba non è nuova a interventi del genere: già nel 2010 Haiti era stata colpita da un forte terremoto, seguito ben presto dallo scoppio di una terribile epidemia di colera che dalla regione di Sant Marc si diffuse rapidamente in diverse zone del paese, contagiando almeno 150.000 persone e causando migliaia di morti. In tale occasione Raul Castro fu uno dei primi leader di governo a inviare personale sanitario, i cui meriti nel contrasto all’epidemia sono stati riconosciuti, oltre che dalle istituzioni haitiane, anche dal vice rappresentate speciale per la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, Mourad Wahba. Già nel 2010 l’allora vicepresidente del Consiglio di Stato Cubano, Esteban Lazo, in una conferenza rimarcava l’impegno di 1.600 cubani coinvolti in programmi sanitari ad Haiti e ricordava come, grazie al loro contributo, a partire dagli 11 anni precedenti, fosse stato possibile realizzare 14 milioni di visite. Gesta queste, che portarono Renè Preval, presidente haitiano dell’epoca, ad affermare: “sappiamo che l’internazionalismo di Cuba non reclama benefici”.

Haiti, ma non solo: ad oggi ammonterebbero a circa 50.000 i professionisti cubani, di cui più della metà medici e in gran parte volontari, impegnati a salvare vite, a prevenire la diffusione delle malattie e a fornire il proprio contributo sotto le più svariate forme di collaborazione in più di 60 paesi nel mondo.

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02/12/2016

Haiti nel caos

di Michele Paris

L’annuncio dei risultati provvisori delle elezioni presidenziali a Haiti, tenute il 20 novembre scorso, è stato seguito da proteste di piazza e scontri con le forze di polizia, nonché da prevedibili denunce di brogli formulate dai candidati dichiarati perdenti. A superare da subito la soglia del 50% dei voti, utile per evitare il secondo turno di ballottaggio, è stato il semi-sconosciuto imprenditore Jovenel Moïse, candidato promosso dal discusso presidente uscente, Michel Martelly, dopo che già si era imposto nel voto, successivamente annullato, dell’ottobre 2015.

Secondo la commissione elettorale haitiana, Moïse ha ottenuto il consenso di oltre il 55% dei votanti, ben davanti al secondo classificato tra gli altri 26 sfidanti, Jude Célestin, della Lega Alternativa per il Progresso e l’Emancipazione Haitiana (LAPEH). Célestin, fermatosi a poco meno del 20%, era finito dietro Moïse anche tredici mesi fa, ma aveva boicottato un secondo turno elettorale che, a causa di brogli diffusi, sarebbe stato poi cancellato.

I risultati preliminari resi noti questa settimana possono essere contestati e lo saranno con ogni probabilità da parte dei candidati sconfitti, visto che le segnalazioni di abusi e brogli sono già numerose in tutta l’isola caraibica. Se le autorità non rileveranno però irregolarità tali da modificare l’esito del voto, i risultati saranno ratificati il 29 dicembre e il nuovo presidente verrà insediato ai primi di febbraio.

A protestare maggiormente in questi giorni sono i sostenitori del partito Fanmi Lavalas dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide, primo capo dello stato di Haiti eletto democraticamente e due volte deposto da golpe organizzati da Washington. La candidata di questo partito, Maryse Narcisse, nonostante la popolarità tra i poveri haitiani di Aristide, il quale aveva invitato a votare per lei, avrebbe raccolto solo il 9% dei suffragi.

Il risultato del voto del 20 novembre, se confermato, rappresenta così una vittoria per il presidente uscente Martelly e il suo partito Tèt Kale (“teste calve”). Martelly è un ex cantante del genere musicale haitiano Kompa e non ha mai nascosto le sue simpatie per la dittatura dei Duvalier che ha guidato l’isola con il pugno di ferro fino al 1986.

Il suo mandato è stato segnato fondamentalmente da tre fattori: i legami con il governo americano, l’impegno a favorire le attività del business domestico e internazionale nel suo paese e le accuse di corruzione. A ciò va aggiunta l’inclinazione all’autoritarismo, evidente dalla decisione di governare per decreto dopo lo scioglimento nel gennaio 2015 del parlamento, rinnovato con il voto popolare solo nell’agosto seguente.

Nel febbraio 2016, al termine del suo mandato, Martelly si era infine dimesso malgrado non fosse stato ancora eletto il suo successore a causa della già ricordata cancellazione del voto nell’ottobre precedente. I poteri provvisori di capo di stato erano stati allora trasferiti al presidente del Senato, Jocelerme Privert, del partito di centro-sinistra Inite, a cui appartiene anche l’ex presidente René Préval.

Dopo un’ennesima grave crisi politica, era stata raggiunta un’intesa per organizzare le presidenziali in data 9 ottobre, ma l’arrivo dell’uragano Matthew aveva determinato lo spostamento al 20 di novembre. La devastazione provocata da questa nuova catastrofe naturale ad Haiti ha influito sul voto, in particolare sull’affluenza, risultata di poco superiore al 20%. Inoltre, in molti tra le decine di migliaia di persone colpite dall’uragano hanno perso i loro documenti d’identità, necessari per presentarsi ai seggi, ma solo una minima parte ha fatto richiesta per ottenerne di nuovi prima delle elezioni.

A scoraggiare i votanti sono state anche le restrizioni imposte dal governo per evitare disordini durante la consultazione, così come lo schieramento di quasi diecimila poliziotti e più di tremila caschi blu del contingente ONU (MINUSTAH) stanziato sull’isola.

Se anche i dati provvisori diffusi nei giorni scorsi dovessero essere corretti, è evidente che l’astensione – volontaria o più probabilmente forzata – ha riguardato gli elettori più poveri e disperati, cioè la maggioranza a Haiti, con ovvie ripercussioni sugli equilibri tra i candidati. La vittoria di Moïse sembra essere stata perciò assicurata soprattutto dal voto delle classi più benestanti, come confermano i festeggiamenti andati in scena a Pétionville, sobborgo ricco della capitale, Port-au-Prince.

I sospetti sui brogli sono comunque giustificati, se non altro alla luce della storia elettorale haitiana. Come molti altri in precedenza, il voto dell’ottobre 2015 era stato ad esempio caratterizzato da clamorose illegalità e per questo rimandato più volte prima di essere annullato definitivamente. Osservatori locali ai seggi e candidati dell’opposizione avevano denunciato manipolazioni per favorire Jovenel Moïse, il quale comunque, a differenza dell’elezione del 20 novembre scorso, si era fermato a poco meno del 33%.

Va ricordato, però, che gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) avevano ratificato l’esito del voto, dichiarandolo regolare. Memorabile fu in particolare la dichiarazione del capo degli osservatori UE, l’euro-deputata del Partito Socialista Spagnolo Elena Valenciano, la quale aveva definito le elezioni “un respiro di speranza per la democrazia haitiana”.

Come sarebbe emerso in seguito, le massicce frodi elettorali erano state attuate soprattutto per mezzo dei cosiddetti “mandataires”, cioè osservatori affiliati ai partiti che avevano ricevuto appositi permessi per votare liberamente e di fatto senza verifiche nei seggi che erano stati incaricati di controllare invece che nel loro luogo di residenza.

Queste autorizzazioni si erano moltiplicate a dismisura, tanto che se ne sarebbero contate più di 900 mila, spesso vendute per pochi dollari. In questo modo, un “osservatore” aveva la possibilità di votare più volte in seggi diversi. Nelle elezioni appena concluse i permessi di questo genere sono scesi a circa 126 mila, ma in molti hanno comunque segnalato episodi più che sospetti.

Se i dati preliminari saranno confermati, in ogni caso, il prossimo presidente di Haiti sarà dunque Jovenel Moïse. Quest’ultimo non ha praticamente nessuna esperienza politica, ma è proprietario di una piantagione di banane nel nord dell’isola. Inoltre, nel 2014 Moïse ha fondato una joint venture con il governo per coltivare ed esportare frutta da Haiti verso l’Europa grazie a un prestito da 6 milioni di dollari approvato dall’amministrazione del presidente Martelly.

In precedenza era stato segretario della Camera di Commercio del paese e, almeno secondo le informazioni diffuse in campagna elettorale, è stato protagonista di un progetto che ha assicurato fonti di energia eolica e solare a dieci “comunità” haitiane.

Se Moïse resta per il momento un oggetto misterioso dal punto di vista politico, quel che è certo è che la sua ascesa è dovuta interamente ai legami con il presidente uscente Martelly e che di quest’ultimo seguirà il percorso una volta assunti i poteri. Ciò sembra garantire, nonostante le promesse, che la disperata situazione economica e sociale della grande maggioranza degli abitanti del paese più povero dell’emisfero occidentale non vedrà miglioramenti significativi nemmeno nel prossimo futuro.

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08/10/2016

Haiti, Usa, Cuba. Un uragano, tre sistemi diversi. Conseguenze diversissime


Dopo avere seminato morte e distruzione ad Haiti, facendo quasi 900 vittime, l’uragano Matthew è stato declassato nella notte a tempesta di categoria due con venti che spirano ad oltre 170 chilometri orari. A pagare fino ad ora il tributo più pesante all'uragano è stata la penisola haitiana di Tiburon, nel Sudest del Paese, in particolare le località di Jeremie e Les Cayes, terza città dell'isola: le strade sono invase dal fango, molte vie di comunicazione rimangono impraticabili e un ponte è stato trascinato via dalla violenza delle acque. Secondo il bilancio comunicato dall'ufficio dell'Onu per gli aiuti umanitari (Ocha) in alcune zone sono andati perduti fino all'80% dei raccolti, e 350mila persone necessitano di aiuti umanitari; gli sfollati sono oltre 21mila e nella sola Jeremie l'80% degli edifici è stata rasa al suolo.

L'uragano Matthew ha proseguito intanto la sua pericolosa ascesa della costa Est degli Stati Uniti, dove minaccia di provocare inondazioni e devastazioni. Fino ad ora sono cinque le vittime negli Stati uniti, tutte in Florida. L’uragano si va spostando verso gli stati della Georgia, North Carolina e South Carolina. Tuttavia, gli effetti in Florida sono stati minimi rispetto alla catastrofe di Haiti.

E a Cuba invece…

Dopo il passaggio dell’uragano Matthew nella zona orientale di Cuba, lo Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile ha tenuto una conferenza stampa a L’Avana, dove si è stato resocontato quanto era successo a sole poche ore dall’impatto del ciclone e in particolare nella provincia di Guantánamo.

Mercoledì l’uragano Matthew si era scatenato a 85 Km a est-nordest di Cabo Lucrecia – Holguín – con un movimento di traslazione di 17 Km/ora e venti massimi sostenuti di 185 Km/ora, con categoria 3 nella scala di Saffir Simpson, per poi dirigersi verso la penisola della Florida. A Cuba l’uragano Matthew è arrivato sulla terraferma a Punta Caleta in provincia di Guantánamo alle 18.00 di martedì 4 ottobre, ed è rimasto lì per circa cinque ore, per poi ritirarsi verso la Baia di Mate circa a mezzanotte.

I territori più danneggiati sono stati Imías, Maisí e Baracoa, che si trovano nella prima fase di recupero dei sistemi energetici, acqua, strade e comunicazioni, mentre continua il lavoro del gruppo per la valutazione dei danni e delle necessità per poter stabilire le priorità. Ancora non si può fare una stima esatta dei danni provocati in questi municipi. Nella riunione la popolazione è stata invitata a seguire con attenzione le informazioni, perchè le piogge e le inondazioni delle coste continueranno. Tutto il personale si deve mantenere nella zona di evacuazione per la sua sicurezza, sino a quando non si suggeriranno altre misure.

Non si registrano vittime a Cuba. Eppure l’uragano Matthew era un fattore oggettivo, uguale per tutti, ma le conseguenze sono state ben diverse in un paese poverissimo come Haiti, in un paese a fortissime disuguaglianze come gli Stati Uniti e in un paese povero ma dignitoso e socialista come Cuba.

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15/12/2014

Proteste e scontri ad Haiti, si dimette il Primo Ministro


Dopo mesi di proteste popolari, manifestazioni e scontri, ieri il primo ministro haitiano, Laurent Lamothe ha annunciato le proprie dimissioni. La decisione ha fatto seguito dopo che il presidente della Repubblica, Michel Martelly, si era detto favorevole alla destituzione del capo del governo come passo per superare la crisi politica che sconvolge il paese e per salvare sè stesso. “Lascio l’incarico di primo ministro con la consapevolezza di aver svolto un buon lavoro” ha affermato Lamothe nel suo ultimo ‘discorso alla nazione’.

Oltre alla destituzione del premier in carica dal maggio del 2012, la Commissione Consultiva, organismo di cui fanno parte 11 notabili nominati dal capo dello Stato, ha chiesto anche la sostituzione del presidente del Consiglio Superiore del Potere Giudiziario (CSPJ) Anel Alexis José, e dei giudici del Consiglio Elettorale Provvisorio (CEP). La Commissione Consultiva ha sollecitato anche la liberazione dei prigionieri politici e che i senatori accettino alcuni emendamenti alla legge elettorale per facilitare il dialogo tra governo e opposizione e permettere che si vada finalmente alle urne, visto che le elezioni dovevano svolgersi teoricamente tre anni fa.
 
Sono settimane che le strade di Haiti sono sconvolte da proteste, manifestazioni e scontri. L’opposizione reclama anche le dimissioni di  Michel Martelly, accusato insieme al premier di guidare un governo e istituzioni corrotte, e chiede anche la liberazione dei leader dell’opposizione imprigionati durante le proteste nel mese di ottobre e mai portati davanti ad un giudice per convalidare le accuse e la detenzione.
 
La polizia haitiana, supportata dalle forze militari della Missione dell’Onu per la stabilizzazione di Haiti (Minustah, considerata una vera e propria forza di occupazione straniera da buona parte della società haitiana e da alcune forze politiche locali) ha disperso venerdì nella capitale Port-au-Prince migliaia di persone che tentavano di raggiungere in corteo la sede del Palazzo Nazionale per chiedere per l’ennesima volta la rinuncia del Presidente e del Primo Ministro. Gli agenti hanno attaccato i dimostranti – che avevano deviato dal percorso prestabilito dirigendosi alla sede del Governo – con gas lacrimogeni ma anche con colpi di arma da fuoco ‘sparati in aria’; i manifestanti hanno risposto con lanci di pietre e oggetti vari, oltre che erigendo barricate in vari quartieri della capitale haitiana. Gli scontri sono continuati anche ieri nonostante la rimozione di Lamothe e un manifestante è stato ucciso dai colpi di arma da fuoco esplosi dalla polizia e dalle truppe dell'Onu contro alcuni dimostranti che tentavano di entrare all'interno del Palazzo Presidenziale.
 
Non è la prima volta che i "peacekeeper" dell'Onu attaccano i manifestanti ad Haiti. Già nel 2010, un uomo era morto per un proiettile sparato da un soldato della Minustah durante una protesta proprio contro la missione delle Nazioni Unite.
 
Protagonisti della rivolta contro il governo ma anche contro la Commissione Consultiva, accusata di voler salvare il presidente sacrificando il premier e qualche altra carica dello Stato, soprattutto i dirigenti e i militanti del partito Famiglia Lavalas (di centrosinistra), diretto dall’ex presidente Jean Bertrand Aristide, nel frattempo sottoposto a un processo per corruzione.
 
La tensione è cresciuta a dismisura verso la fine di ottobre con l'arresto del procuratore generale, André Michel, che ha svelato alcuni casi di corruzione riguardanti uomini dell'attuale governo e dopo il rinvio delle elezioni previste il 26 ottobre e mai celebrate.

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