Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/04/2026
Un’istruzione da turista
Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.
Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.
L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.
La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.
La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.
Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.
Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.
Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.
Fonte
18/03/2023
Tutto è permesso, tranne perdersi
di Gianfranco Marelli
Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichiatrico nella società degli individui, Castelvecchi 2023, pp. 261.
Parto dalla fine. Dopo aver letto l’ultimo libro di Marco Rovelli, un viaggio-inchiesta che l’autore, musicista-filosofo, ha compiuto in questi tre anni di pandemia, trascrivendo il disagio, l’ansia, la paura delle persone e di coloro che – dagli infermieri ai medici, dagli psicologi agli psicoanalisti e finanche agli psichiatri – hanno provato a comprendere il perché di tali sofferenze, mi è tornato in mente lo spettacolo che Giorgio Gaber tenne al lirico di Milano nel 1974 e al quale, come tanti, ebbi la fortuna di assistere.
In particolare la canzone che chiudeva lo spettacolo scritto con Sandro Luperini, “C’è solo la strada”, rispecchiava quel determinato momento, quando la speranza di poter cambiare la realtà, uscendo dall’isolamento delle proprie confortevoli case, si coniugava con il desiderio nell’essere protagonisti di un’onda collettiva capace di innaffiare la vita quotidiana con gocce di speranza creativa. Ricordate?
C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
In casa non si sentono le trombe
In casa ti allontani dalla vita
Dalla lotta, dal dolore, dalle bombe (qui)
Da allora qualcosa è cambiato. Cosa, quando, ma soprattutto perché? Immediatamente ho ripreso la lettura del libro fin dal primo capitolo, individuo vs condindividuo, in cui l’autore descrive il tempo della pandemia come una pandemia del tempo, percepito improvvisamente come un tempo sospeso fra l’eccesso di averne troppo e la penuria di non averne abbastanza, al punto che la realtà stessa, finora considerata “normale”, è stata posta in questione.
Ma quando si pone in questione qualcosa, occorre avere le risorse per dare delle risposte. E se queste risorse non si hanno, si sta male. E il malessere, il disagio, la sofferenza psichica in questo tempo sospeso sono cresciuti enormemente. Ma questa esplosione del disagio – sintomi depressivi o ansiosi generalizzati – non è un’irruzione improvvisa, una comparsa di alieni dallo spazio. Essa è da intendersi proprio alla luce della nostra mancanza di risorse per far fronte a una crisi già in atto. Il tempo della pandemia è un’accelerazione di processi di lunga durata. Che riguardano il nostro modo di abitare il mondo.[p.10]
Molti e infiniti sono gli spunti che conducono a leggere un libro, e questo si presta ai più svariati: da guida accompagnatrice nel mondo misterioso e affascinante della mente umana, a prontuario medico farmacologico più usato, e non poche volte abusato, in questi lunghi anni di pandemia; da stimolante lettura dell’intreccio fra filosofia e psicanalisi – coinvolgente i principali personaggi della cultura occidentale dai tempi di Spinoza sino ai Lacan, Deleuze, Foucault – all’impressionante aumento della violenza su se stessi [anoressia, autolesionismo] e sull’Altro [bullismo, revenge porn] da parte dei giovani, soprattutto delle giovani, al punto da non riuscire a sostenere lo sguardo degli altri e rifugiarsi nella propria cameretta, perché lo sguardo degli altri è come il basilisco: ti incenerisce, in quanto può svergognarti in ogni momento.
Diverse, infatti, sono le piste seguite dall’autore in questo viaggio-inchiesta che è facile rimanere imbottigliati nel traffico di informazioni, tutte preziose, registrate dalle voci dei diretti protagonisti di questo tempo improvvisamente vuoto che ha posto il problema di come riempirlo per non sentirsi vuoti. Fra queste abbiamo prediletto la pista che Rovelli ha seguito per evidenziare lo iato che separa non solo il prima e il dopo della pandemia, ma il prima dell’affermazione ideologica racchiusa nella celebre frase di Margaret Thatcher – «Non esiste nulla che possa definirsi società. Esistono gli individui, i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie» – e il prossimo futuro, segnato sempre più da emergenze indotte e pilotate da interessi economici nei vari settori produttivi [dall’industria agro-alimentare all’industria militare, dall’industria estrattiva di minerali e risorse energetiche, alle ripercussioni negative sull’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi sociali di tutti i popoli del mondo] nel loro insieme votati ad avere un impatto sulla natura e su chi vi abita dagli esiti nefasti.
Eppure “vivere senza tempo morto, gioire senza ostacoli” – una fra le tante gocce di speranza creativa dello tsunami sessantottino – invocava la libertà di essere i protagonisti della propria vita combattendo i pregiudizi culturali, i sensi di colpa religiosi, i rimorsi per non aver fatto il proprio dovere imposto da una società patriarcale, maschilista, ma soprattutto finalizzata al dominio della merce attraverso il consumismo e il suo illimitato sviluppo, sbandierato come progresso della modernità. Altri tempi.
Adesso senza tempo morto si è obbligati a vivere, come obbligati si deve gioire per qualsiasi genere di merce sentiamo il desiderio di comprare, senza più ostacoli ai nostri bisogni indotti da una società permissiva. Permissiva in che cosa? Certo, se tu vuoi tutto è possibile, ma devi saperlo realizzare autonomamente poiché tu sei il responsabile, il creatore e l’imprenditore di te stesso. Dopotutto, scrive Rovelli, «Il punto è chiaro: la nostra società non si regge più sulla contrapposizione tra permesso/vietato, ma tra possibile/impossibile. Tutto è possibile: Just do it. E se ti è impossibile, se non ce la fai, la responsabilità è solo tua» [p.32]; insomma, non è più il senso di colpa legata alla legge che vieta, ma di vergogna legata al fallimento per non esser stato capace di diventare imprenditore di te stesso. Perché volere è potere, e se non possiedi il potere dentro di te per divenire ciò che gli altri si aspettano da te – e tu non vuoi deluderli, vero? – cosa ti resta se non la vergogna del tuo fallimento?
Cosicché, il “tu puoi” diventa il “tu devi” – l’imperativo categorico della società dello spettacolo – immediatamente tramutato in “tu non puoi”, perché non ti impegni abbastanza, non segui i tempi, non ti sai promuovere e tanto meno vendere. Allora corri [letteralmente] ai ripari: ti inventi l’immagine più accattivante in grado di catturare l’attenzione su di te, trascinando la tua esistenza sotto un continuo stress, un’ansia egocentrica, accompagnata dall’esaltazione per i piccoli successi ottenuti eliminando i tuoi diretti avversari più deboli, inesperti, bamboccioni. Risultato: ti ammali perché la società è ammalata di bipolarità.
Sì, la bipolarità tra mania e depressione è quella che meglio si presta a descrivere un modello sociale che si muove tra imperativo continuo della prestazione, della necessità imprescrittibile e inderogabile del conseguimento di un oggetto, di un obiettivo (che in questo contesto identifichiamo, in base all’etimologia stessa di ob-jectum, con ciò che ci sta davanti, e su cui proiettiamo il desiderio), e la conseguente tonalità depressiva quando non si raggiunge l’oggetto (e l’oggetto, propriamente, non lo si raggiunge mai), quando si è costretti a mollare la presa, quando per un evento qualsiasi affiora il vuoto – poiché l’iperattività è una forma di difesa dal vuoto che ci abita, un moto perpetuo di difesa contro la depressione.[pp. 41-42]
Ecco, viaggiando a capofitto in questo “vuoto che ci abita”, Marco Rovelli ci conduce passo dopo passo ad esplorare e a interrogarci sulle cause patologiche del disagio, non più soltanto genetiche e strettamente organicistiche, risolvibili con una pastiglia, un TSO, un ricovero di sollievo; perché il vuoto dentro di noi rispecchia il vuoto fuori di noi causato dalle illusioni generate dall’iperedonismo neoliberale per un godimento senza limiti smentito dalla realtà, soprattutto da quando l’epidemia ha dissipato e fatto implodere la retorica sociale del merito e delle infinite possibilità che ciascuno di noi ha nel mettersi in gioco al fine di primeggiare sugli altri concorrenti. Infatti, questa è «l’epoca del godimento come nuovo imperativo sociale, un godimento in cui non ha più parte il desiderio come desiderio dell’altro, ma che si pone come un’affermazione narcisistica dell’io ideale, che ha reciso ogni legame con l’altro» [p.145]; di modo che:
la pulsione securitaria che appare oggi esorbitante, ed è sotto gli occhi di tutti nell’età di sovranismi, identitarismi e razzismi, è inscritta immediatamente nel pensiero di una società che esiste solo successivamente agli individui. Questo dato di fatto balza agli occhi in maniera più evidente ora che il desiderio di sicurezza, e la tendenza a costruire l’altro come nemico, si fa più pressante e presente perché la propria condizione di godimento viene percepita come a rischio.[p. 149]
Come uscirne, se non insieme? Ma cosa vuol dire “insieme” nella società degli individui? Comprendere innanzitutto che il non sentirsi a proprio agio – una sorta di spaesamento in casa [oikos] e nel mondo [phisis] – è una condizione condivisa e generalizzata in grado di mostrare l’unica possibilità che la società dello spettacolo vieta: perdersi! Perdersi come i bambini quando giocano; come gli innamorati quando si amano; come chi immagina la realtà per trasformarla e liberarla dalla sua addomesticata follia. Quando, se non ora?
02/08/2022
Brasile, Giamaica e Haiti: storie di ordinaria follia omicida
Nei miei racconti spesso mi sono soffermato a descrivere gli episodi di cruenta ferocia di cui si sono macchiate le forze dell’ordine nel continente americano, tra le quali spiccano per efferatezza le polizie in Brasile, Giamaica e Haiti, dove qui però sono le milizie paramilitari ad infierire sulla popolazione.
Ho raccontato con dovizia di particolari la strage avvenuta a Lionel Town, un paesino dell’entroterra giamaicano, dove nel giugno 2021 una pattuglia impazzita ha aperto il fuoco su un taxi collettivo, provocando la morte di 4 passeggeri – tra cui 2 ragazzi minorenni – e il ferimento di altri sei.
Il principale responsabile, un detective noto per altri abusi, rimane tuttora non solo impunito, ma anche in servizio effettivo come se nulla fosse.
Par condicio vuole che io descriva anche la violenza non solo di poliziotti o criminali incalliti, ma anche di gente ordinaria che improvvisamente impazzisce. E uccide.
Morta perché non ci stava
Gleice Jaqueline do Nascimento aveva 31 anni e un figlio di otto. Dalla favela di Macaxeira a Recife, nello Stato di Pernambuco, si sorbiva 6 ore di bus tra andata e ritorno per lavorare come saldatrice al porto di Suape, nel Cabo de Santo Agostinho. Il suo incubo era uno stalker che la perseguitava da anni, motivo per cui si era trasferita da poco.
Una notte costui bussò alla sua porta brandendo un coltello. Al suo ennesimo rifiuto, l’uomo la colpì all’impazzata lasciandola moribonda.
Gleice non morì subito: il post mortem narra di choque hipovolémico, in pratica il lento dissanguamento le causò uno shock fermando il cuore.
Su segnalazione di un ragazzo che aveva provato a bloccarlo, rischiando di essere ucciso a sua volta, l’omicida venne arrestato dalla polizia e confessò il delitto.
Fu poi ritrovato il coltello e la sua maglietta intrisa di sangue.
Malgrado ciò, venne rilasciato per non essere stato colto in flagrante ed è tuttora a piede libero.
Un giallo all’incontrario, in cui si sa chi è l’assassinio fin dall’inizio, ma dove il vero mistero consiste nella tortuosità della lei brasileira: in primis, nonostante prove schiaccianti, senza la flagranza, in Brasile un qualsiasi avvocato d’ufficio può annullare la confessione asserendo che è stata estorta con la forza.
Il Stf, Supremo Tribunal Federal, nel 2020 ha proibito a causa della pandemia operazioni di polizia nelle favelas. Per cui, excluidos quali Gleice e la sua famiglia, che neanche può permettersi un avvocato, non meritano troppa attenzione.
La perla assoluta, sempre targata Stf, è la riforma di legge che prevede il carcere solo dopo il quarto grado di giudizio.
Prima in Brasile il sistema giuridico ne contemplava solo due. Ma a fine 2019, Cármen Lúcia, ministro Stf, impose al Tribunal Regional Federal da Quarta Região – che esaminava i ricorsi degli imputati nell’inchiesta Lava Jato – di liberare tutti i detenuti incarcerati dopo la condanna in secondo grado, tra i quali spiccava l’ex presidente Lula da Silva, che all’epoca aveva già scontato 580 giorni dopo la seconda condanna riguardante il triplex a Guarujá (SP).
Una riforma varata per tutelare l’immarcescibile Lula, ora candidato alle presidenziali di ottobre, accolta però come una manna dalla peggiore feccia brasiliana, tipo lo stalker omicida in questione.
Paradossale è che siano proprio i più deboli, privi di assistenza legale, a dover pagare le conseguenze di una legge concepita ad personam per colui che dovrebbe essere il loro nume tutelare.
Mass murder alla giamaicana
Dopo la guerra tra bande di scammers che il mese scorso ha insanguinato Spanish Town (l’antica capitale della Giamaica) e dintorni, uccidendo 14 persone in pochi giorni tra criminali, passanti incappati nelle sparatorie e un soldato, l’isola è di nuovo in stato di emergenza con St. Catherine, la seconda provincia per grandezza, circondata dai posti di blocco di polizia ed esercito.
Lo scammer è il delinquente che va più di moda oggi: specializzato in truffe telematiche e false vincite di lotterie, è quello che dispone di maggior cash e quindi di armamenti.
Fioccano in rete i video che mostrano i van della polizia caricare i cadaveri dopo gli scontri a fuoco.
Ma in questi giorni un’altra tragedia focalizza l’attenzione dei media e della gente: nella provincia di Clarendon, una giovane donna viene sgozzata insieme ai suoi 4 figli: una ragazzina di 15 anni, due bambine di 10 e 5, e l’ultimo nato di pochi mesi.
Mai in Giamaica era avvenuta una strage così feroce, non tanto per il numero delle vittime, quanto per la loro giovane età.
Tutti gli indizi convergono sul cugino ventiduenne, che è stato visto uscire di corsa dalla casa a tarda notte per poi sparire ed essere arrestato due giorni dopo. L’unico movente possibile, ma non supportato da prove, è ancora una volta il sesso: due mesi prima aveva avuto guai per aver abusato di una minorenne, e una delle vittime era quindicenne.
Sta di fatto che la gente non ne può più, terrorizzata da criminalità e police killings, e quando si toccano i bambini diventa spietata.
Sotto la pressione popolare e dei media, il tizio rischia la pena di morte, ancora in vigore quaggiù, anche se l’ultima sentenza è stata eseguita nel 1988.
La tragedia haitiana
Quando si tratta di Haiti, parliamo della nazione nell’emisfero occidentale (e forse del pianeta Terra) più tartassata in assoluto: Acts of God (uragani e terremoti, come quello del 2010 che uccise 250.000 persone e nello stesso anno un’epidemia di colera che ne falciò 10.000) e Acta of Men, quali i genocidi perpetrati dalla famiglia Duvalier, Papa Doc prima e Baby Doc in successione, che attraverso le loro squadre della morte – i famigerati Tontons Macoutes – ammazzarono circa 100.000 haitiani.
Senza dimenticare il ruolo immancabile che gli Stati Uniti esercitano sull’isola in chiave anti-comunista, avendo sponsorizzato entrambi i defunti dittatori – soprattutto durante la presidenza di Ronald Reagan – e occupazioni varie, l’ultima delle quali nel 1994, che se non altro servì a rimuovere la giunta militare che aveva deposto con un golpe il presidente eletto Jean-Bertrand Aristide, senza però cambiare di una virgola le condizioni miserande del Paese.
Negli ultimi tempi, lo stato di anarchia che ha caratterizzato Haiti dopo l’assassinio del suo presidente Jovenel Moïse avvenuto proprio un anno fa, ha provocato una sequela di rapimenti anche ai danni di residenti stranieri, 245 solo nel 2021.
Giovanni Calì, ingegnere italiano che lavorava alla costruzione di una nuova strada – rapito a giugno dello scorso anno dal gruppo "400 Mawozo" – fu rilasciato 20 giorni dopo, probabilmente a fronte di un riscatto di 500.000 dollari, cifra stratosferica per un paese il cui salario medio è meno di un dollaro al giorno.
Sempre lo scorso anno, nella capitale Port-Au-Prince furono rapite in un raid unico 10 persone, tra cui cinque sacerdoti e due suore.
Anche per loro la richiesta di un riscatto esorbitante: un milione in dollari.
Un altro italiano residente ha subíto di recente una rapina durante la quale gli autori non si sono accontentati dei soldi, portandogli via anche la compagna. Rapimento e riscatto-lampo, pagato il quale la donna è stata restituita al suo uomo dopo soli tre giorni.
Tornando al presidente ucciso, la polizia sembra aver individuato il mandante della death squad colombiana, composta da 26 elementi più due interpreti locali, nel Dott. Emmanuel Sanon, medico haitiano residente a Miami e rivale politico del defunto.
Moïse è stato comunque un pessimo capo di Stato: corruzione e povertà in aumento esponenziale durante la sua presidenza, oltretutto con una recrudescenza della criminalità che ha raggiunto il suo apice nell’anno passato, travolgendo lui stesso.
Non sempre sono i Migliori quelli che se ne vanno.
Conclusioni
L’America Latina e gli stessi Caraibi, a causa della presenza ingombrante del loro vicino stelle & strisce, assimilano ogni giorno di più quello stile di vita edonista e dispendioso, malgrado la miseria della maggior parte della popolazione. Ma ancora più grave è il comportamento arrogante – retaggio del Far-West – intriso di violenza e sopraffazione nei confronti del più debole, tipico dell’americano medio.
Anche i mass-murders non sono più un’esclusiva Usa ma vengono replicati ovunque, e tali atrocità sono la diretta conseguenza della proliferazione sempre maggiore di armi, legali e non.
Un esempio a riguardo: in Giamaica aumentano gli studenti tra i 14 e i 16 anni che tra libri e quaderni nascondono nello zaino – per conto delle gangs – pistole e caricatori. La polizia lo ha capito, e ora ai posti di blocco durante il controllo sui mezzi di trasporto pubblico i ragazzini vengono perquisiti, e se trovati in possesso di armi sono arrestati come gli adulti e scortati al carcere minorile. Una pratica, quella delle baby-gangs, che affligge il Brasile da sempre ma che era sconosciuta nei Caraibi fino a pochi anni fa.
Ciò è chiaro segno di imbarbarimento della società americana in genere che travalica i confini nazionali, dopo aver sostituito i valori con i social network, dove sesso, soldi e armi sono i totem trainanti in un contesto umano basato sulla competizione a tutti i costi con ogni mezzo possibile, che sia legale o meno.
Però aldilà delle gangs degli scammers in Giamaica o di bande impazzite senza punti di riferimento – se non la disperazione – che scorrazzano lungo Haiti, nella maggior parte dei casi la follia degli “ordinary men” esplode in omicidi “compulsivi” e non premeditati, tranne in alcuni casi come l’assassinio di Gleice, la ragazza brasiliana che secondo il codice machista del suo aguzzino, doveva essere punita per avergli negato il proprio corpo.
Nei mass murders, le carneficine sono dovute spesso a impulsi schizofrenici e paranoici che portano gli autori ad identificare nelle loro vittime una società ostile da annientare senza pietà. I casi di premeditazione negli omicidi in famiglia – tipo eliminare la moglie ricca (o il marito) per intascarne la polizza assicurativa milionaria – sono una minoranza.
Perlopiù si uccide sotto la spinta dell’adrenalina, per un’offesa, un litigio sui soldi o per gelosia. Di queste categorie è difficile tenere una casistica precisa, ma la tendenza generale, a detta di polizia e servizi sociali, è in costante aumento.
Nella maggior parte dei casi è un’arma bianca ad uccidere: coltello, machete, una mazza da baseball, un bastone o un comune cacciavite.
Oggetti che costano poco e sono di uso domestico a portata di mano.
E non occorre un porto d’armi per tenerli in casa; oltretutto, specie nei Caraibi e in America Latina, è consentito per uso agricolo portarsi dietro il micidiale machete.
Tutte armi “legali”, ma non per questo meno letali.
Le armi da fuoco rimangono comunque lo status symbol massimo.
E non è un caso se negli Stati Uniti la più potente associazione esistente – paragonabile alla Massoneria – in grado di influenzare le leggi di qualsiasi amministrazione che si alterni al potere, che sia repubblicana o democrat non ha troppa importanza, è la NRA (National Rifle Association) la lobby delle armi che da sempre fa il bello e cattivo tempo, malgrado la quantità industriale di mass murders, dovuti proprio alla facilità per l’ordinary man di comprare fucili, pistole e mitragliatori in qualsiasi Walmart locale, sovente senza che gli venga nemmeno richiesto un regolare porto d’armi.
Obama ha provato a invertire questa tendenza, ma sia in questo settore che in quello ospedaliero – nonostante l’Obamacare, la legge che dava la possibilità di usufruire della sanità pubblica gratuita agli strati della popolazione più indigenti – ha dovuto incassare una sonora sconfitta, bloccato dal Congresso a maggioranza repubblicana.
Armi e sanità privata, con cliniche a pagamento dai costi astronomici, sono il business più redditizio negli USA e non c’è presidente innovatore che tenga.
In Giamaica, forse la nazione che segue il percorso statunitense più acriticamente possibile, nella capitale Kingston – a Mountain View nei pressi della National Arena – esiste da molti anni la succursale caraibica della NRA.
Senza eccessi di fantasia, è stata a suo tempo battezzata JRA (Jamaica Rifle Association).
Un marchio d’autore, a garanzia delle prossime stragi efferate.
Fonte