Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

L’Italia di oggi

Marina ha 38 anni, lavora in una cooperativa di pulizie, guadagna 800 euro al mese, vorrebbe sposarsi con il compagno ma l’azienda sta tagliando le ore per risparmiare.

Stella lavora in un bar fino al mattino perché il marito ha abbandonato lei e la sua bimba di 4 anni e lei deve portare il pane a tavola. Guadagna 1100 euro. Per far quadrare i suoi conti, deve chiedere aiuto a sua madre, pensionata e vedova, che lo Stato sostiene con poco più di 700 euro.

Marco ha 42 anni, si fa il mazzo da mattina a sera. Va avanti e indietro sulla statale 18, rischiando la vita ogni momento. Guadagna 1700 euro, uno stipendio che dieci anni fa lo aveva fatto sentire Bill Gates e che oggi, con il carburante a 2,30 al litro, gli lascia ben poco potere d’acquisto. Dice che ama la fidanzata e vorrebbe un figlio da lei. Ma poi dice che di notte, nel letto, a luce spenta, si fa due calcoli e teme di non poter dare a suo figlio il futuro che spera per lui.

Poi c’è Maria. Maria ha 50 anni ed è in salute, per fortuna, ma non trova lavoro. Tre anni fa ha deciso di lasciare un marito idiota che l’assillava con scenate di rabbia solo perché aveva messo un like a un vicino di casa o sotto la foto di Stefano De Martino.

A lei dicono che non è più giovane per fare certi lavori o per impararli, e non è nemmeno vicina all’età pensionabile. Maria, come tante donne e tanti italiani, vive nel limbo dell’incertezza, non sa che ne sarà del suo domani e le viene impedito di sognare.

Il marito invia i soldi del mantenimento a singhiozzo e lei per mantenersi deve fare piccoli lavoretti in nero, fa le pulizie, stira ad ore, accompagna un’anziana a fare le commissioni, ma non sa mai quanto guadagnerà questo mese, se può permettersi una piega dal parrucchiere o se potrà mangiare pesce fresco almeno una volta.

Poi c’è Vito, nome italiano ma pelle scura, che sul cantiere deve lavorare il doppio degli altri perché lui è quello nero della situazione e quindi lo schiavo nell’immaginario collettivo. Nessuno glielo ha mai detto, ma lo ha compreso dagli sguardi e dalla risatine dei colleghi. Gli danno 1000 euro per fare lo schiavo sotto il sole e deve stare pure zitto perché siccome è nero non è che tutti siano disposti a dargli lavoro.

Va al lavoro in bici e ci arriva già sudato come una cozza. Ma non è per risparmiare. È perché lui la macchina non può comprarsela, nemmeno di seconda o terza mano. Non è per razzismo, eh, è solo che quelli con la pelle scura sono schiavi e basta. Lavorano di più per guadagnare meno. Non lo so chi l’ha deciso ma è così. Per la società è così.

Questa è l’Italia di oggi. Non a Milano, non a Bergamo, non a Roma. Qui, da noi, al sud, nella meravigliosa Riviera dei Cedri, tutta sole e mare.

Al sud, dove una volta si viveva in serenità, dove una volta un operaio era benestante e comprava la villetta vista spiaggia.

Non oso immaginare come viva la gente al nord, dove una stanza condivisa costa 800 euro al mese.

Eppure sento parlare di tutto, di tutto, meno del fatto che lo Stato, dalla pandemia in poi, ci ha messo in modalità sopravvivenza.

Moriamo di più, perché facciamo meno prevenzione; siamo più tristi, perché non abbiamo svaghi; non facciamo più figli perché non li possiamo mantenere e perché il solo pensiero di metterli a questo mondo ci fa rabbrividire.

Ma siamo immobili, imbambolati, incapaci di reagire, di ribellarci e di far valere i nostri diritti.

Leoni sui social e coglioni innanzi al potere.

E non riesco ancora a capire il perché, cos’è che ci ha disarmato mentalmente.

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10/08/2026

[Opinione] - Basta un’autostrada per capire l’Italia

Abbiamo chiesto al nostro amico Lentino Lentini di scrivere un pezzo contro la velocità e contro l’indifferenza diffusa nei confronti del territorio, derivata dalla smania di velocità e comodità che connota il nostro tempo. Lentino, come si evince dal suo stesso nome, predilige viaggiare e spostarsi a bassa velocità, nonché tempistiche e spostamenti più a misura d’uomo e il meno tecnologizzati possibile. Ma lasciamo la parola a lui; i suoi pensieri inducono a riflettere su un aspetto essenziale della società che ci circonda: la velocità ormai pervasiva e la conseguente necessità di tornare ad una dimensione più umana. Buona lettura. (gvs)

La società contemporanea è sempre più dominata dalla velocità e dalla smania di comodità. Non serve scomodare filosofi sudcoreani, azerbaigiani o antartici per capire come quella che viviamo oggi sia una società della comodità ad ogni costo, raggiungibile mediante la velocità e l’indifferenza per il territorio che ci circonda. Piccoli esempi: usare l’auto anche per brevi spostamenti, cercare il parcheggio più vicino possibile alla meta (ad esempio il centro storico di una città, le cui zone limitrofe appaiono intasate e iper inquinate) mentre basta andare pochi metri più lontano per trovare tanti posti liberi, prendere l’ascensore anche solo per fare uno o due piani, utilizzare per gli spostamenti autostrade e treni sempre più veloci al posto di statali e treni locali. In questa società della comodità si nota una sempre maggiore estensione della velocità in ogni ambito: non solo nei mezzi di comunicazione e di trasporto, nelle reti stradali e ferroviarie, ma anche negli acquisti e in pratiche quotidiane che investono la cultura. Ad esempio, è più facile e veloce acquistare online piuttosto che in un negozio come è più comodo e veloce procurarsi un e-book piuttosto che un libro cartaceo eccetera eccetera. Perfino le guerre, oggi, sono diventate più comode e veloci. Io, invece, odio la comodità e la velocità; odio la devastazione del territorio in nome della comodità e della velocità.

Mi trovo spesso a percorrere la A1 per Milano con la mia Mandoletti 850 a 20 cavalli che non è certo veloce. A volte, con terrore e spaesamento, mentre guido mi metto a pensare: questa autostrada è una striscia d’asfalto, nettamente separata dal territorio che la circonda. Corrono automobili veloci e grossi camion anch’essi sempre più veloci tanto che, più di una volta, succede che un camionista con le bandierine italiane e la faccia di padre Pio e la Madonna sul suo cabinato mi sfanala da dietro quasi attaccandosi al culo della mia Mandoletti, come in Duel di Steven Spielberg. Ma lì c’era uno psicopatico, qui invece un religiosissimo adepto della velocità e della comodità. Alla faccia dell’adesivo con la scritta “80” che ha appiccicato dietro. Insomma, continuo a pensare: veicoli modernissimi, elettrici, elettrificati e monobenzinati, a iniezione elettronica emetica e digitale, a diesel verdissimo e non inquinante, suv che sembrano scatoloni o mezzi d’assalto da far paura, berline fluenti, irruenti e dementi, dai fari bianchi e azzurrati che si dilungano in ghigni e dentature orripilanti che sembrano i tatuaggi di guerra delle popolazioni barbariche o i denti dipinti sugli aerei dagli americanos sganciatori di atomiche. Quei suv più grandi e più veloci sono veri e propri mezzi di guerra perché è una guerra quella che si consuma sull’A1, una guerra all’ultima velocità. D’altra parte, la guerra e l’immaginario bellico avvolgono dappertutto la nostra società; non solo a causa delle guerre che attualmente stanno devastando il Mondo in svariati luoghi ma anche perché gli individui sembrano aver introiettato dentro di sé il concetto stesso di guerra: spesso sono violenti, indifferenti quando non favorevoli alle devastazioni e ai genocidi (come quello in Palestina), favorevoli a qualsiasi utilizzo della forza bruta da parte delle forze dell’ordine, basta che la sicurezza sia tutelata. E non dimentichiamo che comodità significa anche portare il culto della sicurezza agli estremi, cioè finire a vivere in quartieri separati dal resto della città e sorvegliati da guardie armate, una specie di personale tropa de elite, come molti romanzi e film distopici ci mostrano.

Vedere quei suv e quei macchinoni che corrono in autostrada comunica un grande senso di violenza. Perché corrono? Perché vogliono essere comodi, vogliono arrivare prima degli altri per divertirsi o per lavorare (il che è perfettamente la stessa cosa) e sono indifferenti non solo alla mia lenta Mandoletti ma a tutto ciò che li circonda. E, di conseguenza, sono violenti. Vedere quei macchinoni che corrono è come leggere commenti odiosi e fascisti sui social, fatti dalla gente comune e per bene, religiosa e piena di belle famiglie che devono essere tutelate, che odiano gli stranieri e i diversi, che vogliono solo divertirsi in sicurezza, andare nei loro ristoranti e nei loro villaggi vacanze a bere i loro meravigliosi spritz all’indifferenza (io sono lento e preferisco il Campari). Che odiano coloro che protestano (e protestano perché hanno capito che c’è qualcosa che non va), che non gliene frega niente del cambiamento climatico, che danno sempre ragione a chi detiene il potere sotto qualsiasi forma in nome del rispetto delle regole anche quando appartengono al mai decaduto codice fascista italiano. Nella mia Mandoletti ho paura. Vedo questi Suv giganteschi che sfrecciano, coi finestrini chiusi e pieni di aria condizionata, e intravedo al lato guidatore braccioni abbronzati o tatuati vicino al finestrino, pieni di bracciali mentre al posto del passeggero siedono donne volgarissime coi piedi nudi in bella vista appoggiati al cruscotto. E allora mi ricordo quando da piccolo, in autostrada, vedevo correre e superarci grosse auto ai cui finestrini abbassati (allora l’aria condizionata non c’era) si sporgevano gli stessi braccioni violenti degli italiani che sfrecciavano in vacanza, indifferenti e guappi, che si muovevano e si muovono fra corsie senza mettere la freccia, che superano a destra zigzagando. Questa è indifferenza e violenza.

Basta percorrere un’autostrada (anzi, l’A1, la regina delle autostrade) e si riesce perfettamente a capire come mai in Italia ha imperato per vent’anni il fascismo, perché non è mai morto e non è mai stato annientato, perché è sempre sopravvissuto negli apparati di potere, perché ci sono state stragi di stato e terrorismi neri di ogni sorta, servizi segreti deviati, la bomba di piazza Fontana, della stazione di Bologna e tutte le altre bombe, l’assassinio di Pasolini, la democrazia cristiana, i socialisti e la corruzione, mani pulite e mani sporche, i golpe e gladio, i morti di Reggio Emilia, la mafia, gli anni Ottanta e la Milano da bere, Berlusconi e i paninari, canale 5 e striscia la notizia, drive in, la commedia all’italiana sessista volgare e misogina, gli anni Novanta e il loro niente, Jovanotti e la sua moto, il festival di sanscemo, la mattanza di Genova, incapaci calciatori superpagati, Vespa e porta a porta nonché il governo attuale. Mi sento più sicuro quando, invece del tir italico con bandierine guidato da un camionista panzone o di un suv con targa italiana guidato da uomini con capelli corti, occhiali da sole e braccioni tatuati, mi trovo dietro un’auto straniera che mette la freccia quando si sposta e non sfanala perché vado troppo piano.

Ma, guidando la Mandoletti nella corsia dei veicoli lenti, penso anche al territorio che circonda l’autostrada. Quei suv e quei macchinoni che sfrecciano sono del tutto estranei e indifferenti a quel territorio. L’asfalto è una ferita aperta nel cuore della campagna ormai essa stessa industrializzata, velocizzata, tecnologizzata e abbrutita dalla contemporaneità. Intravedo vecchie case coloniche ormai abbandonate, a pochi metri dal guard rail, cimiteri di campagna, paesini fantasma oppure caseggiati anni Sessanta, abitati e con le finestre aperte, periferie di altri paesi disperati spersi per la campagna nella canicola a 37 gradi. Intravedo rogge e torrenti ormai inquinati e le sponde del Po sempre più violentate e il livello dell’acqua sempre più basso. Penso a quando è stata costruita l’autostrada del Sole, fra il 1956 e il 1964, a quando migliaia di ettari di terreno agricolo sono stati devastati, a quando i contadini subirono espropri massicci e l’economia rurale è stata inesorabilmente spezzata. Da lì è cominciata la costruzione dei capannoni industriali che hanno sostituito l’agricoltura, quegli apparati, quelle fabbriche, quegli allevamenti intensivi, lager per animali. Quella campagna resta immobile e lontana ai margini dell’autostrada, della violenza e della comodità. Proprio ai margini, emarginata, ritenuta ‘diversa’ come può essere diverso un contadino africano rispetto a un manager alla guida di un suv. Una campagna ferita ma che immagino ancora capace di raccontare storie, se solo si sapesse ascoltarle, se solo si avesse la pazienza di andare più lentamente e di fermarsi ad ascoltare. La campagna intorno all’autostrada, nella sua anima, è un territorio ancora lento, ancora legato ai ritmi della natura, ai contadini che la abitavano e che parlavano solo in dialetto ai tempi in cui ancora quella stessa autostrada non c’era. Anche se oggi è tutto abbandonato, desolato, senza anima, eppure, guidando la Mandoletti percepisco che un’anima c’è ancora, e mi parla. È un territorio pieno, straboccante di cultura, e aspetta soltanto che qualcuno rallenti il passo per poterlo ascoltare.

Mi piacerebbe pensare che i suv e i macchinoni sparati a velocità fossero a guida autonoma, che non ci fossero esseri umani al volante. Eppure ci sono, trasformati in robotici esseri, rozzi, volgari, interessati solo ai loro personali e privati interessi, alla possibilità di poter arrivare prima di tutti. Quei mezzi da guerra, quei suv che sembrano casseforti, mezzi d’assalto con le ruotone antiproiettile che vanno a velocità sovrumana mi fanno paura come mi fa paura la guerra. Eppure, come ho già detto, quell’autostrada stessa è una guerra, è un massacro di qualsiasi cultura, di qualsiasi territorio, di qualsiasi dimensione umana. Perciò, basta percorrere un’autostrada per capire anche come mai in Italia c’è questa grande indifferenza al territorio, perché si abbattono alberi per costruire qualunque cosa, perché si costruisce dove non si dovrebbe, perché la natura spesso e volentieri si ribella sotto forma di alluvioni e inondazioni. Quel territorio è lì, ai bordi dell’autostrada e non importa niente a nessuno, anzi sembra che tutti lo vorrebbero devastare e inquinare ancora di più. E a nessuno importa che, in un pomeriggio d’estate, in quel territorio ci siano quaranta gradi, basta stare al fresco dei propri condizionatori dentro proiettili sparati a tutta velocità. Ecco, questa è un’immagine emblematica dell’apparato culturale che circonda la società del riscaldamento globale. Una cultura che è subcultura mentre la cultura vera è là, in quelle campagne, agonizzante e morente.

E, guidando la Mandoletti, penso anche che, sempre di più, odio la velocità, la comodità e l’indifferenza. Tre concetti legati insieme, ai quali se ne può aggiungere anche un quarto: la violenza. Violenza diffusa, verbale, genocidaria, bellica, comportamentale. Ed è tutta qui: in questa indifferente velocità. Per fortuna sono quasi arrivato, dopo il casello esco a san Sallustio Milanese e mi immetto in una lenta provinciale, circondata da una campagna non meno devastata. Ma almeno non ci sono più quella velocità, quella comodità e quella violenza d’intorno. Resta l’indifferenza, quella sì, indifferenza per un territorio sempre più deturpato. Mi fermo, esco, vado a piedi (finalmente!) e, nonostante i giramenti di testa e i 37 gradi, cerco di continuare a pensare.

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13/07/2026

Catania ha il “primato” nazionale dei “NEET”

In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”.

Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni fa aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – targato “abbandono scolastico, bassa istruzione, scarse opportunità lavorative, formazione non all’altezza dello stesso mercato del lavoro”.

Tutto ciò si sintetizza nell’acronimo inglese “NEET”, “Not in Education, Employment, or Training”, che in Italia indica i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione professionale.

I dati sul tema diffusi in questi giorni dall’agenzia no profit Openpolis confermano che Catania “primeggia” fra i capoluoghi con il 35,4% della popolazione tra 15 e 29 anni in  questa condizione.

“Ovviamente”, al centro di questa dura realtà ci sono i quartieri popolari, con San Cristoforo e Librino “in testa”, il controllo capillare e militare della mafia impone la pax sociale alimentata anche da aspettative dettate dalle promesse elettorali e dal clientelismo diffuso.

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08/07/2026

Obsession e Backrooms sono davvero la rivoluzione del cinema horror come si dice in giro?

Leggevo un po’ ovunque del successo contemporaneo e inatteso di Obsession e Backrooms, i due horror indipendenti statunitensi in sala nelle ultime settimane. Se ne parla, in alcuni casi, come di una rivoluzione del cinema horror, in grado di ridettare le regole commerciali della settima, moribonda arte. Entrambi i film hanno ottenuto infatti risultati simili ed al di là di qualsiasi attesa, incassando più di duecento milioni di dollari a testa in tutto il mondo, a fronte di investimenti veramente contenuti: dieci milioni per Backrooms e solamente settecentocinquantamila dollari per Obsession (quanto l’acquisto di un appartamento a Milano, in pratica). A solleticare ancora di più la voglia di iperbole dei commentatori, l’età dei due registi: ventisei gli anni di Curry Barker, autore di Obsession, addirittura solo venti quelli del collega Kane Parsons, dietro la cinepresa di Backrooms. Ulteriore punto in comune, il fatto che i due registi non siano emersi da una scuola di cinema prestigiosa e non abbiano a curriculum parentele pesanti. Barker e Parsons in realtà (anche se per il primo siamo al secondo lungometraggio) sono emersi “dal basso”, come autori di sketch e video su YouTube, a quanto pare sufficientente popolari da convincere due mezze corazzate indipendenti come Blumhouse e A24 a partecipare alle produzioni. Praticamente quanto successe già ai due gemelli australiani Philippou, esordienti al cinema ai tempi di Talk To Me e poi autori di quel pugno nello stomaco che è stato Bring Her Back. Ora, di generazione scopro che io sarei classificato come “millenial” e sono in difficoltà a decifrare e valutare le dinamiche sociali e comunicative della “Generazione Z” e della “Generazione Alfa”, i primi veri e propri nativi digitali. Però vi dico che recandomi al cinema entrambe le volte, già contento di non trovarmi un horror indipendente relegato allo spettacolo di seconda serata nella settimana di uscita, mi ha fatto un’impressione decisamente piacevole trovare le sale mezze riempite (vado pur sempre in orari “da vecchi”) in prevalenza da ragazzini liceali che hanno voglia di andare al cinema per prendersi qualche bello spavento. In questo, tanto Obsession che Backrooms funzionano bene, nulla da eccepire.

Sull’effettiva rivoluzionarietà (per lo meno come intendono la parola “Generazione X” e “Baby Boomers”) ci sarebbe facilmente da ridimensionare l’iperbole dei commentatori. Va bene che il successo in sala può essere ottenuto anche senza polpettoni indigesti di supereroi in calzamaglia tech e labbra a canotto, un sollievo che non vi dico, ma entrambe le “pellicole” del momento sono in realtà piuttosto convenzionali nei topoi e nello svolgimento. Il labirinto impossibile, l’oggetto maledetto acquistato nel negozio magico, la possessione, l’attrazione per l’oblio, le maledizioni, la psicologia, sono tutti schemi e luoghi comuni visti e rivisti in tantissime salse, nel cinema dei decenni passati. Sotto questo punto di vista né Barker né tantomeno Parsons inventano nulla, ma proprio nulla, per cui, nel suo significato mediatico più comune, la parola Rivoluzione non pare spesa proprio a proposito. Da qualche parte ho addirittura letto confronti con la generazione degli Spielberg e dei Lucas, in grado ai tempi di cambiare per sempre il cinema negli anni a venire (diventando establishment prima e poi causando parte del rancidume successivo). A mio avviso, capisco la voglia di sensazionalismo, ma ho l’impressione che si stia mancando il punto. E di parecchio.

Se ci dimentichiamo per un attimo del fenomenale risultato al botteghino e del curriculum degli autori, entrambi i film, come dicevo, sono abbastanza convenzionali. E ad entrambi, specie vista la relativa esperienza dei registi, si possono perdonare facilmente i limiti più evidenti: alcuni passaggi un po’ troppo forzati in Obsession, la scelta di vanificare in parte la tensione dell’incognito in Backrooms con un mostro caricaturale. Detto questo, entrambi meritano (a mio avviso, per lo meno) il risalto che stanno avendo rispetto all’offerta penosa delle sale negli ultimi mesi/anni. Ed entrambi, buoni prodotti da intrattenimento, sono piuttosto efficaci nel sollecitare paure recondite e magari poco enunciate. Ed ecco che, forse, un po’ di quella parola, “rivoluzione”, potrebbe in realtà non essere spesa del tutto a caso. Ma non da intendere, dicevo, come fenomeno che riscrive le regole di una tradizione per consentirle di perpetrarsi. Semmai come fenomeno semplice, “dal basso”, di una generazione che crea e manifesta da sola il suo particolare Orrore, evidentemente poco presente altrimenti nel mainstream. Mentre infatti gli intellettuali, i benestanti e gli studenti di cinema si fomentano per il folk horror (e la sua capacità escapistica di far dimenticare la bruttezza delle città moderne) e mentre invece le produzioni principali non riescono ad uscire troppo da schemi quali case infestate e tipiche famiglie americane che vanno ad abitarle (professionisti abbienti, prole numerosa, saldi principi), dal basso, dal web, provengono storie più simili alle realtà più comuni: ragazzi nel limbo tra la speranza di affermarsi e la prospettiva di sentirsi falliti a vita, professionisti che non ce l’hanno fatta, nella carriera come negli affetti e nei legami familiari. Così in particolare i due protagonisti finiscono per assomigliarsi: quello che non sa gestire veramente una rabbia scomposta che cova dentro, per giustificare il fatto di non essere arrivato a nulla e di vivere in un negozio, e quello che invece non sa esprimere nessun sentimento, nemmeno la sacrosanta rabbia di fronte ad accadimenti inaccettabili o il cordoglio per il proprio gatto defunto. Che pare semplicemente un ignavo ma che lascia capire di essere persino qualcosa di peggio, quando viene chiesto il suo aiuto. Due personaggi con cui non è affatto facile (né necessario) empatizzare, ma che non per questo vanno semplicemente giudicati e condannati. Non è quello il punto.

Con le miserie dei due protagonisti, i due film consentono di mettere a nudo paure parecchio più intime di quanto non potrebbe fare rappresentare un Eroe alle prese con un Drago. L’incertezza economica e l’instabilità del futuro, la precarietà e volatilità di rapporti umani che non si sanno semplicemente coltivare, l’incapacità di affrontare la propria realtà, rifugiandosi in alcool, pillole e menzogne. Facile (e stupido) puntare il dito sui due protagonisti, come su tutta una generazione, accusando di non avere nerbo. Primo perché le cose non sono così semplici e magari ci si dimentica che ogni generazione è anche in buona parte frutto e prodotto delle precedenti. Poi il fatto che certe faglie paiono più estese guardandole da fuori, nelle comunità dei più giovani, non significa che non siano presenti nella realtà umana, e non da oggi. L’incapacità di essere fermi di fronte a una prevaricazione, la voglia di rifugiarsi in un ignoto nascosto, sono esperienze che, chi più chi meno, hanno provato tutti. Poi c’è un fattore “ambientale”, l’incredibile bruttezza, prodotta delle generazioni precedenti, della realtà fisica e di quella virtuale, nelle quali ci troviamo quasi tutti a vivere (e pensare che siamo nella parte fortunata del pianeta). Spazi orrendi, senza natura, frutto di decenni di architettura e capitale, controsoffitti, moquette economiche, strade anonime, vuoto mentale e reale. L’alternativa: una realtà virtuale, una presunta intelligenza artificiale che replica e amplifica la bruttura che conosce, anche lei, solo ogni volta con qualche glitch in più, ogni volta un po’ più sbagliata. Difficile raccontarsi ancora che si abiti nel migliore dei mondi possibile.

Bene, su queste fragilità ed angosce, anche piuttosto lucidamente, una generazione di nuovi cineasti horror pare stia creando la sua “poetica” (passatemi il termine). Attenzione: senza indulgenza e autoassoluzione. In fondo, la principale paura (oltre che tentazione) pare il restare soli. Senza possibilità di dialogo, anche con i più anziani e anche quando lo sono solo di poco, che una realtà connessa ed ipermediatica come l’attuale la vivono differentemente, magari anche in maniera più distaccata e superficiale. Ecco che i pupazzi di Guillermo Del Toro e gli esorcismi rassicuranti di James Wang paiono improvvisamente invecchiati, di botto. Ecco che persino It Follows, freschissimo solo dodici anni fa, pare irrimediabilmente datato, con la forza del gruppo e la capacità di reagire uniti, anche se senza adulti, dei suoi protagonisti. Ecco che forse prende una cantonata chi storce il naso d’ufficio di fronte all’idea che sia concesso di fare cinema a chi proviene dai bassifondi del web. E intanto branchi di ragazzini, che forse assomigliano molto meno al modello-Kardashian dei loro fratelli più anziani, vanno al cinema in massa, al contrario di chi li giudica vuoti e non muove più il culo dal divano. Ci vanno per guardare un film che parla delle loro paure e ritrovarsi subito dopo fuori dalla sala, nel retro di un multisala (oscenamente brutto e sbagliato come una backroom), a condividere tra amici lo spavento e le emozioni provate. Se ci pensate, visto l’andazzo, alla fine questa sì che può essere vista come una piccola rivoluzione. (Lorenzo Centini)

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18/05/2026

Modena - L’auto sulla folla e la storia che non sentirete mai

I fatti sono ormai sulla bocca di tutti e la paura ha percorso la vita dei cittadini modenesi che, in uno dei tanti tranquilli sabati pomeriggi, percorrevano il centro della città.

Per una volta purtroppo la realtà violenta ed aggressiva, quella esaltata anche dalla guerra, della sopraffazione sociale e della repressione del dissenso, si è mostrata in tutta la sua crudele consistenza.

Un ragazzo di 31 anni – italiano nato a Bergamo, laureato in economia, residente nel modenese a Ravarino, il paese dove un finto attentato esplosivo poco tempo fa ha minacciato un centro culturale islamico, in trattamento psichiatrico per sindrome schizoide – ha investito 8 persone con la sua auto in pieno centro. Le condizioni di 4 di loro sono gravissime, una donna rischia come minimo la perdita delle gambe.

Salim El Koudri ha origini marocchine e, prima ancora di conoscere i fatti, ancora una volta una parte della politica italiana si è concentrata subito su questa notizia per carcere di trarne un qualche vantaggio propagandistico.

Tralasciando alcune affermazioni, come quelle del ministro Salvini “remigrante” dell’ultima ora, giusto in coppia con alcuni titoli ed aperture giornalistiche degne del peggiore spirito xenofobo ed islamofobo, c’è una parte di questa storia che non si vuole ne sentire ne affrontare.

Non stiamo parlando della solita opinione all’italiana, ma di quella che non fa piacere sentire e che mette a nudo e denuncia una realtà sociale che tutti i giorni sta cambiando e che sta producendo i suoi effetti devastanti sulla vita delle persone. A partire da quelle più fragili e più povere.

Innanzitutto e come punto di partenza anti-xenofobo e comunitario, è doveroso ringraziare i quattro cittadini – di cui due egiziani – che hanno inseguito, bloccato, disarmato del coltello e di fatto arrestato Salim subito dopo il suo tentativo di fuga. Cittadini che hanno rischiato la vita, uno dei quali è stato più volte ferito, per la comunità. Un successo civile di cui però una società evoluta non dovrebbe meravigliarsi.

Un azione civile ammirevole che ha dimostrato chiaramente come esaltare le origini etniche dell’aggressore, facendone l’oggetto negativo e principale della vicenda, è in realtà una vera e propria azione di manipolazione cognitiva. Vergognosa e pericolosa.

Una politica strumentale in cui l’esaltazione del pericolo “maranza” e della “devianza giovanile”, attribuita esclusivamente ai figli d’immigrati “di seconda generazione”, trova strategie adeguate e subdole per influenzare i processi mentali, le convinzioni o i comportamenti sociali. Soprattutto se le origini di chi compie una pazzia diventano la “spiegazione” vomitata al popolo.

I problemi sono molti e diversi, ma spesso la politica decide di non affrontarli e riguardano in questo caso i servizi di assistenza sociale specificatamente rivolti alla cura della salute mentale. Anche perché, come detto, Salim El Koudri, era stato seguito tempo addietro dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizofrenici. A meno che si ritenga utile riaprire i manicomi o l’uso smodato del TSO e di psicofarmaci. Il che non ci esime però dall’accettare passivamente una soluzione che usa come “strumento curativo” l’utilizzo della violenza legale rivolta ai cittadini malati, privandoli di tutela e libertà a vita.

I numeri parlano chiaro: nel 2025 in Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute, sono state assistite dai servizi di salute mentale oltre 845.000 persone, pur in assenza di adeguate risorse umane ed economiche. Basta parlarne con qualsiasi operatore dei servizi sanitari nazionali.

Questo nonostante siano accertati oltre 16 milioni di italiani con disturbi psicologici di media e grave entità, con un + 6% rispetto al 2022. Se vi aggiungiamo che solo il 16% dei 148 mila psicologi italiani lavora in strutture pubbliche, non è difficile capire che curarsi diventa quasi impossibile, specie se si è poveri e la terapia non è riducibile ad un farmaco.

Dobbiamo comprendere che se la politica non investe seriamente nella salute anche mentale, invece che in armi, continuando a promuovere privatizzazione delle cure, diventa difficile dotare la nostra società di strumenti atti a recuperare la persona in difficoltà ed evitare gesti come quello di Modena. A prescindere dalle origini etniche... 

Questo fatto ha però evidenziato un altra “emergenza nazionale”.

L’uccisione di Bakari Sako, bracciante immigrato, e l’aggressione contro i cittadini modenesi di Salim El Koudri parlano della nostra perdita di umanità e di quello che stiamo in maniera complice e passiva accettando. Parla del valore umano che attribuiamo ad ogni persona in modo altamente variabile.

La salute mentale dei giovani, anche nella nostra città, subisce costantemente attacchi che destabilizzano la psiche di tanti che si ritrovano soli.

A minacciarla sono molteplici fattori: la violenza di Stato tra nazioni e verso i cittadini dissidenti; la precarietà e la distruzione dello Stato sociale che negano la sicurezza lavorativa e quindi una prospettiva di vita degna; ma anche gli atti di bullismo e il razzismo, dentro e soprattutto fuori dalle scuole. Si tratta di criticità che le organizzazioni sociali e di volontariato segnalano da anni alle autorità, restando totalmente inascoltate.

Gli immigrati e i loro figli sono giudicati non per la violenza che hanno subito, ma secondo il modo in cui rispettano le regole loro imposte. Devono controllare e giustificare in pubblico la loro posizione sociale per essere considerati “socialmente inseriti”.

Una società che pretende questo, l’empatia tra i popoli, che dovrebbe essere utile a superare tutte le differenze, diventa dominio, soprattutto nel momento in cui si decide di non rispettare il sistema di potere vigente ed imposto.

Parti di mondo, anche a causa nostra, sono arrivate da zone di guerra e non ne stiamo parlando seriamente. Se non in modo profondamente manicheo, non considerandoci esseri umani tra gli umani; non considerando uomini e donne che hanno inciso anche fisicamente il dolore e la storia di vita passata, sulla loro pelle.

Questa società sta producendo anche giovani arrabbiati con un mondo nel quale non riescono più a vedere un possibile futuro. Questo mondo, il cui unico modello di crescita e successo viene spesso venduto come facilmente raggiungibile, costringe a considerarsi falliti e perdenti se non si regge il passo con la produttività richiesta e l’accettazione dello sfruttamento lavorativo. È una violenza sociale subdola e competitiva, intrisa di pulsioni di annientamento dell’altro, come abbiamo visto da Modena a Taranto.

Casi di fragilità psichiche radicalizzate? Questo giudizio lo lascio agli esperti e non voglio neanche provare a giudicare, se non rispetto al livello politico assurdo e distruttivo espresso e che ormai lega la destra italiana e di governo al suprematismo di Trump o israeliano.

“La violenza è stata normalizzata – afferma la psicologa Manuela Ciambellini di Modena – spettacolarizzata, resa linguaggio quotidiano. Una cultura che insegna che ci sono vite che contano e vite che possono essere schiacciate senza conseguenze morali. Ogni giorno assistiamo allo sdoganamento della brutalità: nelle guerre trasmesse in diretta come eventi da commentare, nei morti ridotti a numeri, nei migranti descritti come minacce, nella povertà trattata come colpa individuale. Finché continueremo ad accettare guerre, oppressioni e disuguaglianze come elementi normali dell’ordine del mondo, continueremo anche a produrre generazioni incapaci di riconoscere il valore umano dell’altro. Non basta indignarsi bisogna avere il coraggio di guardare la società che produce e cresce queste persone”.

Una cittadina modenese ha scritto in una chat:

“Sono stufa di vedere le stesse parole tossiche e razziste dove il crimine di una persona diventa crimine collettivo. Sono stufa di vedere strumentalizzato il dolore di chi si trova disgraziatamente a vivere tragedie”.

Dobbiamo prendere atto che, il misero spettacolo dei politici che sfruttano il dolore di Modena, sta intossicando questo paese e forse nessun dibattito maturo potrà purificare questa putrida aria politica, se non con un cambio netto delle politiche per lavoro, sanità, Stato sociale e giovani.

Noi tutti ci meritiamo molto di più; ci meritiamo un altro modo di pensare il mondo.

Link:

https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/16/modena-auto-sui-pedoni-in-centro-ci-sono-feriti

https://www.tiktok.com/@ilaria.arnoffi/photo/7640582173166243104

https://bologna.repubblica.it/cronaca/2026/05/16/news/modena_auto_falcia_pedoni_feriti-425350158/

Fonte

19/01/2026

Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.

Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.

Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.

Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.

Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.

Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.

I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.

I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.

I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.

Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.

Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.

Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.

Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

Fonte

01/10/2025

Don Patriciello: proiettili e santità da psicosi collettiva

Impossibile non essere vicini a Don Patriciello, dopo che gli è stato consegnato un proiettile durante la funzione religiosa. Quello che però stupisce è la lettura del fatto. Un uomo di 75 anni, con pregressi psichiatrici – Vittorio De Luca, detto “Caciotta” – consegna un proiettile in pubblico, a volto scoperto e durante una messa.

Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.

Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.

“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.

Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.

Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?

“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.

Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.

È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.

Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.

Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.

Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.

Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.

Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.

Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?

Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?

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19/09/2025

Caso Kirk: con Tyler Robinson nel black mirror del nichilismo stragista

Sì, bisognerà attendere per mettere a fuoco più precisamente la figura di Tyler Robinson.

Intanto però le enigmatiche frasi iscritte sui proiettili dall’assassino, base di tante affrettate esegesi, mettono lo sparatore di fatto in compagnia di altri esecutori di recenti atti di violenza armata.

Per esempio Robin Westman, di 23 anni, che lo scorso 27 agosto ha ucciso due studenti della scuola cattolica dell’Annunciazione a Minneapolis, ferendo altre 21 persone. Anche in quel caso sono ste ritrovate frasi scritte sui fucili ed i caricatori usati dall’assassino (“Kill Donald Trump”; “6 milioni non sono bastati”).

In tempo di trend social questa abitudine di trasformare la armi nell’equivalente di tweet letteralmente letali, sta cominciando ad emergere come una moda, specie in sparatori adolescenti o poco più, persone nate dopo l’11 settembre e cresciuti nell’età dell’autoespressione compulsiva.

Comincia inoltre ad essere documentata l’appartenenza di molti ragazzi-assassini a specifiche community online che aggregano aspiranti stragisti, spesso giovanissimi – e ora sempre più spesso di entrambi i sessi. Sempre più spesso in concomitanza di sparatorie vengono caricati manifesti o video deliranti degli autori ed il macabro contennuto è oggetto di “sharing” in gruppi virtuali che rammentano le community dei video giochi massively online in cui messaggi reciprochi vengono amplificati e condivisi su canali transnazionali.

Ad esempio Natalie Samantha Rupnow, la quindicenne che nel dicembre del 2024 ha ammazzato 3 compagni ferendone altri sei, alla Abundant Life Christian School di Madison, Wisconsin, apparteneva ad un gruppo Telegram dove postava anche Arda Küçükyetim, diciottenne, che nell’agosto del 2024 aveva trasmesso in live streaming gli accoltellamenti di cinque persone che aveva compiuto in una moschea turca.

L’area di riferimento ideologica di Küçükyetim era il neonazismo ed un manifesto pubblicato online includeva meme “Groyper” e riferimenti alla Atomwaffen Division. Quella formazione nazista internazionale è a sua volta collegata a Terrorgram, una rete più ampia che collega ed incita atti di terrorismo a sfondo suprematista, favorendo l’“auto-radicalizzazione” di stragisti. All’incrocio tra disagio, dissociazione e la marea di armi da fuco in cui annaspano gli USA.

Scoprendo anche di poco questo mondo si attraversa uno specchio scuro e si entra in un sottosopra nichilista e accelerazionista (un movente generale sembra essere il generare caos). Ci sono reti come l’Active Club Network, che fungono da aggregatori per fanatici su uno spettro che va dal nazismo esoterico al satanismo – e in cui la supremazia della razza bianca funge comunque da generico collante a violenze spesso gratuite.

Quando ci sono, i pur confusi riferimenti ideologici rendono più apparentemente decifrabili dei “moventi”. Più costernanti, in questa galassia oscura, sono invece i molti casi di puro nichilismo come quello che apparentemente ispira i partecipanti alla True Crime Community che dalla strage di Columbine in poi collega fan, spesso giovanissimi, della violenza di massa fungendo da incubatore per giovani assassini

Queste community che aggregano ragazzi accomunati da emarginazione e alienazione hanno le caratteristiche dei Fandom – le sottoculture autoreferenziali che condividono interessi comuni in un qualche fenomeno culturale (un idolo, un film...).

Prima di andare alla Abundant Life e togliere la vita ad una compagna ed una supplente, Natalie Rupnow ha condiviso su Telegram una foto in cui indossava una maglia che era una replica di quella indossata anni prima da Eric Harris, uno dei killer autore della strage di Columbine – omaggio ad un idolo come fosse un personaggio preferito di Comicon. In questo mondo le stragi hanno il merchandising.

La canonizzazione degli stragisti è una funzione primaria di Terrorgram dove viene omaggiato un vero panteon di “santi” fra cui Brenton Tarrant (strage di Christchurch), Anders Breivik (Utøya), Timothy McVeigh (Oklahoma) e Dylann Roof (South Carolina), ammirati come martiri della razza bianca.

Non vi sono indizi che leghino Robinson a Terrorgram o TCC, ma sono ben documentati suoi messaggi su Discord, piattaforma popolare con gamers sulla quale i forum sono caratterizzati dalle stese comunità con forti pregiudizi di conferma e con linguaggi interni improntati agli “inside joke” e lo shitposting ironico usato per trollare avversari antagonisti o comunque i non-appartenenti.

Esattamente lo stile che caratterizza i post di Robinson ed i messaggi scritti sui suoi proiettili, un codice pieno di doppi sensi, i cui riferimenti sono sempre molteplici o, come nel caso di “Bella Ciao”, rimossi di molti gradi di separazione dal conteso originale.

Tutti elementi che dovrebbero essere valutati da indagini, che invece sono destinate a svolgersi sotto il pesante sospetto di parzialità, dato che sono in mano ad un nuovo FBI decimato da Trump che lo ha messo in mano a podcaster che all’incompetenza sommano la faziosità. La narrazione imposta dall’alto è in ogni caso già stata ordinata ed è strumentale al vittimismo, la demonizzazione degli avversari e, con ogni probabilità, una violenta reazione.

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07/07/2025

Adolescenti, dipendenza dalla rete e fuga da una realtà ostile e insensibile

di Gioacchino Toni

Maria Pontillo, Stefano Vicari, La paura di essere disconnessi. Adolescenti e dipendenza dalla rete, il Mulino, Bologna 2025, pp. 128, ed. cartacea € 13,00, ed. digitale € 9,49

Pur essendo da qualche tempo annoverata tra le nuove forme di dipendenza comportamentale, la dipendenza dall’universo online non è di così facile definizione e concettualizzazione anche a causa delle difficoltà che si incontrano nel tracciare un confine certo tra le forme di utilizzo considerabili nella norma e quelle eccedenti. In un contesto in cui una parte sempre più rilevante della produzione, del commercio e dei servizi richiede la permanenza del lavoratore o del fruitore (altro confine sempre più labile nell’epoca della datificazione) è obbligatoriamente spesa online, risulta problematico stabilire un limite oltre il quale si possa parlare di dipendenza.

Se da un lato gli adulti si allarmano, giustamente, per il tempo che gli adolescenti trascorrono in Internet sui social, a guardare e condividere immagini e video o a cimentarsi nel gaming online scollegandosi sempre più dalla realtà quotidiana e dalla socializzazione in presenza, dall’altro gli adulti hanno contribuito a sviluppare un mondo sempre più espanso nel web e vetrinizzato. Risulta quantomeno contraddittorio riprendere gli adolescenti per il loro rintanarsi in Internet ed allo stesso tempo magari passarvi, da adulti, le intere giornate lavorative, farvi acquisti o pagamenti, prenotarvi visite mediche o biglietti, consultarvi notiziari, ricorrervi per attività di intrattenimento ecc.

Convenzionalmente, quando si parla di dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder), scrivono Maria Pontillo e Stefano Vicari nel volume La paura di essere disconnessi (il Mulino, 2025), ci si riferisce ad «una condizione caratterizzata da un uso compulsivo e problematico della rete, accompagnato da pensieri ossessivi sulla possibilità di connettersi, che compromettono significativamente la vita quotidiana di chi ne è affetto» (p. 12).

Gli autori si concentrano sugli adolescenti che, soffrendo di tale disturbo, passano «gran parte della loro giornata online a discapito di attività importanti per lo sviluppo cognitivo ed emotivo come lo studio e le relazioni personali» (p. 12) proprie della vita offline. Preferendo le interazioni virtuali a quelle reali, molti adolescenti riducono significativamente il tempo passato con amici e familiari offline tanto da manifestare una dipendenza da Internet che li induce a non potere fare a meno di ricorrere allo smartphone ovunque e in ogni momento al fine di controllare notifiche e aggiornamenti riguardanti la loro vita online manifestando ansia ed irritabilità quando, per qualche motivo, non possono farlo. Essere e sentirsi costantemente connessi diviene una condizione irrinunciabile che, con il tempo, tende ad accrescere l’isolamento sociale, a compromettere la capacità di attenzione, il rendimento scolastico e a dar luogo a “comportamenti di nascondimento”, cioè di mentire agli altri e a sé stessi sui tempi realmente trascorsi online per evitare il giudizio altrui.

Tra le conseguenze fisiche più diffuse derivate dalla dipendenza da Internet si riscontrano cefalee, disturbi del sonno, problemi posturali, visivi, uditivi e sintomi neurologici come vertigini, difficoltà nella coordinazione e persino modificazioni strutturali nel cervello. Tale tipo di dipendenza comporta, inoltre, dal punto di vista dei rapporti interpersonali, litigiosità in famiglia dovuta ai rimproveri che gli adolescenti ricevono dai genitori per il loro trascurare la vita al di fuori da Internet. Tale conflittualità in famiglia tende a generare tra gli adolescenti ansia e sensi di colpa per il fallimento delle aspettative che gli adulti ripongono su di loro.

Tra i principali tipi di dipendenza da internet si possono indicare: la dipendenza dalle relazioni amicali, amorose e pesino sessuali virtuali che si sostituiscono a quelle della vita fuori dagli schermi; il sovraccarico cognitivo che induce ad un’incapacità decisionale; la dipendenza compulsiva al gioco d’azzardo, allo shopping ed ai videogiochi. Dipendenze che tendono derivare da una fase di coinvolgimento dettato dalla curiosità che presto si trasforma in immersione nell’esperienza online e relativa fuga dal mondo reale.

Evidenza scientifiche hanno mostrato analogie tra la dipendenza da sostanze a quella da Internet, tanto che alcuni studi hanno recentemente scoperto che il cervello si attiva in maniera analoga in tutti questi tipi di dipendenza. Ad accomunare le diverse esperienze di dipendenza sono, ad esempio: la centralità che assume il comportamento da cui si è dipendenti sul resto della vita; le alterazioni umorali che si provano ad ogni inizio dell’esperienza; la necessità di incrementare la frequenza e la quantità dell’esperienza per ottenere i medesimi effetti; i sintomi d’astinenza in caso di interruzione prolungata; la conflittualità con gli altri e con sé stessi determinata dal comportamento disfunzionale; la tendenza alla ricorrenza del comportamento nel tempo.

Pontillo e Vicari si soffermano sul rapporto tra il ritiro sociale e la dipendenza da Internet. Il primo è un fenomeno complesso che può essere influenzato dalle nuove tecnologie e dai social che fungono in taluni casi da sostituti della vita reale presentandosi come unica occasione di comunicazione e relazione anche grazie alla possibilità di interagire evitando l’ansia che possono generare il contatto visivo prolungato e diretto e l’espressione verbale sincronica ai contenuti. La comunicazione online, inoltre, permette la costruzione di un’identità in cui è più facile esprimersi e manifestarsi rispetto all’offline. Se da un lato il mondo social risponde ad un bisogno di socialità, dall’altro può però condurre ad un progressivo allontanamento dalla realtà offline.

Gli autori sottolineano come i social non siano «intrinsecamente la causa del ritiro sociale, ma le loro caratteristiche possono interagire con tratti temperamentali come timidezza, bassa autostima e vulnerabilità all’isolamento, facilitando il percorso verso il ritiro in quegli adolescenti che già affrontano disagio e scarse competenze sociali» (pp. 28-29). Dunque, sostengono Pontillo e Vicari, occorrerebbe agire su questi ragazzi accrescendo le loro competenze sociali e promuovendo interazioni significative nell’universo offline.

Nel volume vengono riportati alcuni esempi specifici di adolescenti alle prese con la dipendenza da Internet mostrando come questa non sia un fenomeno legato esclusivamente all’uso esagerato della tecnologia ma nasconda un malessere psicologico decisamente più profondo che può riguardare l’ansia, la depressione e disturbi dell’umore. L’universo dietro lo schermo risulta spesso un rifugio da un mondo reale «percepito come ostile, faticoso o incomprensibile. Internet, quindi diventa una risposta a bisogni emotivi e psicologici che spesso restano nascosti e non riconosciuti» (p. 50).

Se da un lato il mondo online permette di «esprimere pubblicamente il proprio malessere, portando alla luce sofferenze, soprusi e violenze che, in altri contesti, non vengono espressi o non trovano ascolto» (p. 53), dall’altro può rinforzare comportamenti problematici come i disturbi alimentari, pratiche autolesionistiche, la depressione ecc. Molti adolescenti si rivolgono a comunità online focalizzate su specifiche problematiche (ansia, anoressia, bulimia, autolesionismo...) per cercare quel sostegno emotivo e quelle informazioni che non riescono a ricevere dagli adulti con cui sono a contatto nella vita quotidiana.

L’universo dei social rappresenta per molti adolescenti uno spazio di “intimità condivisa” in cui l’aspetto identitario tende ad essere superficiale, narcisistico e votato all’esibizionismo alla ricerca di approvazione. In tali contesti il concetto di intimità pare ormai del tutto annullato nello scemare della distinzione tra pubblico e privato: tutto viene esposto e sottoposto all’approvazione o alla disapprovazione immediata a suon di pollici alzati o abbassati senza che ciò sia debitamente motivato. La condivisione di selfie intimi rappresenta un esempio dell’inversione di priorità tra la tutela della propria persona e l’ossessione per la visibilità alla ricerca dell’altrui approvazione.

Ciò che appare maggiormente compromesso dai social, scrivono Pontillo e Vicari, «è il legame vero e proprio, la relazione autentica che connette le persone», si tratta di uno scenario in cui

i sentimenti passano in secondo piano rispetto a emozioni immediate e stimoli psicofisiologici legati al corpo, agli input esterni e interni. Il sentimento, che implica la componente riflessiva e la rielaborazione delle emozioni, oggi sembra essere messo da parte: tutto scorre troppo velocemente, le relazioni e le interazioni sono ridotte a un clic, a un’immagine, a ciò che appare superficialmente, senza un vero approfondimento o con una contestualizzazione adeguata (p. 56).

Per quanto la dipendenza da Internet possa derivare da motivi diversi, si possono individuare fattori di rischio neurobiologici, psicologici, individuali, ambientali e sociali che aumentano il rischio che un adolescente soffra di questo tipo di dipendenza. A livello neurobiologico diversi studi recenti ritengono che ad essere maggiormente a rischio di manifestare dipendenza da Internet sono gli adolescenti che manifestano

un numero ridotto di recettori dopaminergici, una produzione limitata di serotonina o alterazioni nelle connessioni tra le aree celebrali responsabili del controllo degli impulsi e della regolazione delle emozioni. Questa vulnerabilità neurobiologica può spingerli a cercare esperienze che stimolino il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens, rinforzando così comportamenti compulsivi e instaurando un ciclo di dipendenza sempre più difficile da interrompere (p. 72).

I modelli familiari rappresentano un importante fattore di indirizzo per gli adolescenti che magari sono messi di fronte a modelli di adulti dotati di scarsa capacità di staccarsi da Internet. Gli adolescenti che vivono in ambienti familiari caratterizzati da conflittualità, scarsa comunicazione e stress elevato tendono più facilmente a rifugiarsi nel mondo virtuale in cerca di un’alternativa alle tensioni quotidiane e di gratificazioni che non trovano in famiglia.

Gli adolescenti che si sentono trascurati o insoddisfatti delle relazioni faccia a faccia, manifestano una propensione maggiore a proiettarsi e, in alcuni casi, ritirarsi nel mondo online alla ricerca di un senso di appartenenza e supporto. Se Internet appare a tali giovani come una comfort zone di sollievo rispetto al mondo reale, il proiettarsi nel mondo online in maniera sempre più frequente tende a rendere sempre più arduo affrontare le difficoltà nella vita reale. Più in generale, la tendenziale virtualizzazione delle relazioni sociali impone tempi di connessione sempre più prolungati con un incremento dello stress e della dipendenza. Ad incidere sulla propensione a proiettarsi eccessivamente in Internet sono anche fattori individuali come l’impulsività, la reattività emotiva, la ricerca di sensazioni e del rischio, la bassa tolleranza alle frustrazioni vissute nel quotidiano.

Nella seconda parte del volume, Maria Pontillo (psicoterapeuta cognitivo-comportamentale) e Stefano Vicari (docente di Neuropsichiatria infantile) propongono il ricorso alla terapia cognitivo-comportamentale (TCC) per affrontare la dipendenza da Internet. Dopo aver riportato un esempio di ricorso alla TCC in un caso specifico, gli autori delineano le varie fasi di cui si compone il trattamento, le tecniche utilizzate, il protocollo, la prevenzione delle ricadute, il ricorso al Mindfulness, il lavoro con i genitori ed i benefici della peer education (educazione tra pari) per poi concludere delineando una piccola guida di intervento rivolta alla componente genitoriale ed educativa, oltre che agli adolescenti stessi.

A differenza di altre tipologie di dipendenza da sostanze o da comportamenti, nel caso della dipendenza da Internet, sottolineano gli autori, non è possibile, né sarebbe sensato, mirare alla cancellazione totale del rapporto con l’oggetto di dipendenza. Essendo che con l’universo online si è tenuti ad avere a che fare nella quotidianità, scopo della terapia cognitivo-comportamentale non può che essere quello di aiutare l’adolescente a ridurre e gestire consapevolmente il tempo che vive in Internet senza farsi risucchiare da esso abbandonando il mondo fuori dallo schermo.

Più volte, nel corso del libro, gli autori sottolineano come la rete funga da rifugio per gli adolescenti in fuga da un mondo offline che trovano ostile e incomprensibile, un mondo da cui non ricevono la dovuta attenzione e in cui faticano davvero a vivere. Risulta pertanto difficile pensare di poter sottrarre da tale tipo di dipendenza gli adolescenti senza mettere mano drasticamente agli imperativi, ai valori ed ai rapporti che regolano questo mondo al di qua dello schermo. Senza riformulare drasticamente quest’ultimo ci si trova e ci si troverà inevitabilmente a rincorrere il disagio senza prevenirlo eliminandone buona parte delle cause. Facile a dirlo, più difficile trovare il modo di farlo.

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26/02/2025

Nessuna democrazia nell’azienda scuola

Dalla discesa in campo del cavaliere Silvio Berlusconi ad oggi, la spettacolarizzazione e la mercificazione, che vanno a braccetto con lo sfruttamento, sono diventate più insidiose, fagocitando tutti gli ambiti dell’esistente, compresa l’educazione.

In seguito cercheremo di fare il punto su cosa ne è della scuola degli anni in cui non si parla d’altro che di intelligenza artificiale, telemedicina, viaggi spaziali per colonizzare nuovi pianeti e guerra. Il tutto condito da paillettes, psicofarmaci e sedativi di varia natura, per poter reggere e tirare avanti.

Condizione del docente e falsi miti

I docenti della scuola pubblica sono quasi per l’80% donne, che raggiungono il ruolo intorno ai 40 anni, dopo master, abilitazioni, tirocini, concorsi ed anni di supplenze, più o meno lontani dal loro paese d’origine. Il lavoro sottopagato e usurante, per via della sottostimata componente emotiva e relazionale, al di là di quella didattica, il non riconoscimento a livello comunitario, le vessazioni e le derisioni da parte di superiori, genitori, studenti e tutti gli pseudo-intellettuali, che a turno prendono parola, per descrivere situazioni di cui non hanno contezza e per snocciolare consigli e disposizioni, mette a dura prova il loro sistema nervoso, oltre che le loro finanze.

Uno studio dell’Osservatorio Nazionale Salute e Benessere dell’Insegnante del 2024 ha confermato che addirittura il 67% dei docenti intervistati (su un primo campione di 2.500 docenti distribuiti in tutta Italia) soffre di burnout; più della metà avverte un basso senso di efficacia professionale; oltre il 30% degli insegnanti ha dichiarato che nell’ultimo anno, a causa dello stress accumulato ha manifestato difficoltà a portare a termine il lavoro, ridotto il numero delle ore di sonno, assunto sostanze (sigarette, alcol, caffè...).1

Le risposte di stato e ministero a questo malessere sono nell’ordine:

- mantenere quasi gli stessi stipendi, nonostante l’inflazione (a parte i bonus), che per questo risultano tra i più bassi in Europa2;

- aumentare la burocrazia e cambiare di continuo le regole di gestione, così che si sia costretti ad un aggiornamento continuo su questioni che niente hanno a che vedere con la didattica;

- lasciare molte zone d’ombra a livello legislativo, in cui l’interpretazione si fa fumosa; 

- sovraccaricare il docente di ulteriori responsabilità e lasciarlo in balia di fuggevoli mode pedagogiche e degli umori dei genitori, che nuovi clienti dell’azienda, hanno sempre ragione.

Se mettete piede in una scuola e non siete ciechi, ecco probabilmente cosa vi si parerà davanti: edifici vecchi, freddi e cadenti3; aule per lo più sporche, perché il numero esiguo dei collaboratori scolastici non permette una reale pulizia degli spazi4; alunni con gravi problemi psichici, che vengono gestiti con le scarse risorse e figure disponibili, in nome della sbandierata “inclusione”, che senza lungimiranti investimenti, non po’ tradursi in una reale integrazione. In queste poco salubri condizioni lavorative, i docenti spesso non hanno neanche il tempo per andare in bagno, perché devono sempre vigilare sui propri alunni, senza pause previste dal contratto. La cistite si va a sommare ai malesseri summenzionati. E come poveri cristi si trascinano nei corridoi, stanchi appena pochi mesi dopo l’inizio delle lezioni.

Ore di lezione e disinformazione

Si è soliti pensare che il lavoro del docente consista in 18 ore frontali e tre mesi di vacanze. E sono queste le cause di una stupida guerra tra poveri, la vecchia classe media, il cui campo di battaglia sono i social e le cui armi sono insulti infantili.

Da un lato però dovrebbe essere facilmente compreso che un’ora in classe non è paragonabile per stress ad un’ora in un ufficio, così come nessuno si sognerebbe di paragonare un’ora di lavoro di uno psicoterapeuta ad un’ora di lavoro di un salumiere, tenendo presente lo studio, le competenze, le difficoltà e la complessità, che caratterizzano i diversi lavori. Dall’altro bisogna tener conto di tutte le ore di lavoro sommerso, che secondo statistiche e rilevazioni, arriverebbero a 1500 in un anno5.

Non retribuite, né riconosciute ovviamente.

Riforme e conseguenze

Bisogna tener presente che negli ultimi 30 anni si è innalzato sempre di più l’obbligo scolastico e sottolineata l’importanza di piani di studio individualizzati nei casi di disturbi dell’apprendimento (DSA) o più in generale di bisogni educativi speciali (BES), categoria in cui si ritrovano situazioni di svantaggio di diversa natura.

Inoltre è stata regolamentata la formazione dei docenti di sostegno, così da migliorarne l’intervento coi piani educativi individualizzati (PEI).

Allo stesso tempo però i tagli progressivi, l’autonomia scolastica e l’aziendalizzazione hanno avuto due conseguenze sostanziali: la ricerca spasmodica di una spendibilità applicativa immediata del sapere, ravvisabile nella didattica e nei progetti (tra i primi l’alternanza scuola lavoro); e le riorganizzazioni e gli accorpamenti, cominciati nel 1994 con la creazione degli istituti comprensivi.

L’istituto comprensivo – Il nuovo Moloch

Di solito un Istituto comprensivo comprende una scuola secondaria di primo grado, una o più scuole primarie ed una o più scuole dell’infanzia. Tutte facenti capo ad un’unica segreteria e dirigenza. Le suddette scuole, di grado diverso o uguale che sia, sono spesso collocate in plessi diversi.

Le conseguenze immediate sono lo smembramento del personale e l’impossibilità di incontro e condivisione di spazi, attività, idee, problemi e opinioni. Base necessaria per poter fare gruppo, esercitare il potere che si ha e rivendicare dei diritti.

L’unico momento in cui tutti questi diversi docenti si riuniscono è durante il Collegio docenti unitario (CDU). Ed è proprio quest’organo collegiale così importante che diventa la cartina tornasole di un intero paese: la nostra bella Italia.

Al cospetto del dirigente della nuova azienda scuola, docenti operai addetti a diverse mansioni, a seconda dei gradi di assegnazione, ascoltano l’elenco delle nuove disposizioni da votare, in totale incoscienza politica e di classe, senza un confronto pregresso, né uno studio. Quasi sempre un vero confronto è impossibile anche durante la seduta, che va avanti per votazioni ad alzata di mano, con un’irrisoria percentuale di astenuti e/o contrari.

Votazioni che costruiranno la realtà della scuola e il futuro del nostro paese.

Anche nell’azienda scuola si chiedono sacrifici ai docenti, operai del sapere, affinché l’offerta formativa sia appetibile e possa richiamare più iscritti possibili, attraverso progetti, gare, gite, tutte da reclamizzare durante gli open day aziendali.

La paura ben integrata dal docente medio è quella di perdere ore della propria cattedra. Tutto il resto va in secondo piano. Ma tutto il resto è esattamente ciò che ne alimenta il malessere. Solo che non avendo consapevolezza dei propri mezzi, capacità di riflessione e di riorganizzazione, cerca di salvare il salvabile, che diventa sempre meno.

Alla luce di queste dinamiche, i consigli, i collegi, fino alle assemblee e alle concertazioni sindacali sono completamente svuotate del loro potere di conflittualità riformista, senza neanche scomodare quella rivoluzionaria.

Identica situazione può essere riscontrata nelle scuole secondarie di secondo grado, in cui sono accorpati diversi indirizzi. 

PNRR e false speranze

In questi giorni, così come lo scorso anno, in tutte le scuole italiane si assiste alla rincorsa per trovare esperti e tutor per poter vincere i bandi ed accaparrarsi i fondi del PNRR, ingolfando ulteriormente il lavoro burocratico di segreterie ridotte all’osso dai tagli pregressi.

Non sempre la selezione avviene su competenze specifiche, per cui chi vuole arrotondare il misero stipendio da docente e regalare alla scuola un nome di un altro progetto da mettere in elenco per farsi pubblicità, svolgerà alla meno peggio i nuovi compiti previsti.

La riqualificazione, con i soldi a debito del PNRR, dovrebbe trasformare la scuola italiana, con un upgrade a 4.0, creando aule digitalizzate, introducendo progetti di robotica e di IA fin dalla primaria ecc., ma senza avvalersi della tecnologia già presente, per esempio con riunioni da remoto. Dovrebbe ridurre la dispersione scolastica con progetti di recupero in piccoli gruppi per alcune materie e con incontri individuali di 10 ore (mentoring). Dovrebbe garantire un rinnovamento nell’edilizia scolastica.

Ma, nonostante i fondi già stanziati, al di là di interventi sporadici, la realizzazione di nuove scuole resta un miraggio, essendo dello 0,6% la percentuale degli ultimi 5 anni. Basta dare uno sguardo al XXIII report “Ecosistema scuola” di Legambiente6, per avere un quadro dell’arretratezza e della lentezza burocratica, per cui più del 40% degli interventi di riqualificazione sono bloccati nella fase iniziale del progetto.

Come fanno a non tornare alla mente tutte le speculazioni edilizie di cui si è macchiata la nostra classe politica, insieme agli imprenditori conniventi, dal secondo dopoguerra ad oggi? Le emergenze sono sempre state il momento migliore per i saccheggi, che restano impuniti, nascosti e gravano su quella parte di cittadini che pagherà poi le tasse e i debiti di Stato. 

Cosa succede in realtà

Alla luce di quanto descritto finora, dovreste dire: Beh ma lo capirebbe anche un bambino di 5 anni... E con Groucho Marx, per alcuni proseguirei: andatemi a chiamare un bambino di 5 anni, perché non ci ho capito niente.

Ciò che sta avvenendo lo abbiamo già vissuto almeno due volte, in maniera intensa, nella nostra storia recente: con la prima introduzione delle macchine nella produzione, con la rivoluzione delle comunicazioni ed ora con quella della IA. Bene, potremmo tutti vivere in modo migliore ed approfittarne per lavorare meno ed in condizioni migliori e invece siamo più sfruttati e stressati che mai. Alienati e disgregati.

Quindi il bambino di 5 anni, accorso in nostro aiuto, si chiede: ma invece di fare progetti per poche ore in piccoli gruppi, perché non si creano classi di 10 alunni, così ogni docente può lavorare meglio e il recupero lo fa ogni volta che lo ritiene opportuno, gestendo meglio le relazioni con discenti, colleghi e genitori?

Perché non ci teniamo le Lim che già abbiamo e invece della digitalizzazione lavoriamo sulle conoscenze di sé e del mondo, sul senso critico, sulla lettura e sulla scrittura, visto che non sappiamo più scrivere in corsivo, con ricadute negative sull’apprendimento7-8-9, e che in Italia oltre un terzo degli adulti è un analfabeta funzionale10?

Perché invece di costringere i nostri docenti a raccattare qualche briciola, non gli aumentiamo lo stipendio?

Perché non li lasciamo liberi di formarsi e di informarsi, di darsi all’ozio letterario, in cui poter naturalmente evolvere, e travasare il tutto semplicemente al contatto profondo e sincero con l’altro, sia esso discente, collega o genitore?

Perché prima di pensare al digitale non ricostruiamo immediatamente ambienti più sani, in cui trascorrere 6 ore al giorno, e perché non riorganizziamo la didattica in modo da evitare di mortificarci, bloccati in un banco per le stesse ore?

Perché non impieghiamo più collaboratori, così le nostre scuole siano pulite e anche i nostri docenti possano andare in bagno o fare una pausa?

Perché invece di fare un progetto (mentoring) di 10 ore su uno studente problematico, non miglioriamo i servizi già presenti sul territorio (asl, associazioni, cooperative, centri sportivi, SSN, psicologi, educatori...), così che ci sia un reale intervento di rete, nel lungo periodo?

Perché?

La verità bambino mio è che stiamo indebitando te e i tuoi compagni di classe presenti e futuri, e non sappiamo neanche bene noi perché. Come vedrai crescendo, le difficoltà nella vita aumenteranno e le paure con loro. La paura di rischiare e di perdere quel poco che si è guadagnato, a volte anche cedendo.

Ed oggi, come non mai dagli anni ’70, tutti si illudono di poter diventare qualsiasi cosa, ma la maggior parte finisce per essere niente. Niente perché le radici sono state sostituite da reti senza linfa. Niente perché non c’è un ideale, né una visione politica, che diano un senso al sacrificio e possano sostenere nelle cadute, attraverso il gruppo ed una più ampia comunità, in cui il riconoscimento è la forza.

Niente perché la disgregazione incattivisce e la superficialità è l’illusione spettacolarizzata di memizzare le proprie miserie.

Eppure se io e te siamo presenti a noi stessi, e se ciascuno, coi propri bisogni e le proprie possibilità, cerca di evolversi, di trasformarsi e trasformare per il bene comune, niente sarà del tutto vano. Andremo controcorrente, facendoci scudo con la nostra integrità ritrovata. Così potremo gettare le fondamenta per il nuovo umanesimo che verrà, in cui sarà il pensiero non asservito a dominare la tecnologia, ora in balia degli istinti e dell’anarchia del potere.

Note

1 https://www.latteseditori.it/images/SCAR.3_Recenti_ricerche_sul_livello_di_burnout_nei_docenti_italiani.pdf

2 https://anief.org/normativa/giurisprudenza/51951-scuola-–-stipendi-netti-docenti-italiani,-confronto-con-paesi-ue-impietoso-a-fine-carriera-2-000-euro-contro-3-000-in-francia-e-più-di-5-000-in-germania-anief-ai-precari-ancora-meno,-subito-interventi-straordinari#:~:text=Il%20giorno%20dopo%20la%20Giornata,Italia%20a%20poco%20più%20di

3 https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/ecosistema-scuola-2024-xxiv-rapporto/

4 https://anief.org/normativa/legislazione/52796-istruzione-personale-ata,-la-mannaia-dei-tagli-spazzerà-via-due-unità-lavorative-a-scuola-13-000-posti-in-meno-tra-stop-organico-aggiuntivo,-riduzioni-in-legge-di-bilancio-e-mancata-copertura-dei-distaccati-le-proteste-anief

5 https://www.orizzontescuola.it/il-lavoro-sommerso-dei-docenti-altro-che-solo-18-ore-a-settinana-oltre-1500-ore-allanno-in-piu-di-servizio-non-retribuito/

6 https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/ecosistema-scuola/

7 https://disturbispecificidiapprendimento.it/la-scrittura-in-corsivo-utile-per-favorire-lapprendimento/

8 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15823243/

9 https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4274624/

10 https://www.oecd.org/en/publications/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_ab4f6b8c-en/italy_b03d6066-en.html

Fonte