Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026

Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?

A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto.

La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi.

Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali.

L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.

Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni.

È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord.

Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico.

Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva.

Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.

A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile.

Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche.

La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.

Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.

Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena.

Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica.

La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza.

In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati.

Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta.

A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole.

C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema.

I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali.

Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia.

Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale.

È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica.

A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno.

Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso.

Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni.

Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte.

Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani.

L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.

A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente.

Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito.

Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno.

La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi.

La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate.

Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori.

Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale.

La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti.

In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali.

In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza.

Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.

La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione.

Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin.

In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.

La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro.

Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.

Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale.

Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?

Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici.

La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi.

I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale.

Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali.

In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.

Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e porre contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori.

Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.

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17/12/2025

Celli Group Pozzuoli: dopo 60 giorni di occupazione, la lotta paga

Dopo 60 giorni di occupazione della fabbrica, di lotta dura e determinata, le lavoratrici e i lavoratori della Celli Group hanno ottenuto un primo risultato concreto di un percorso che però sarà ancora lungo. Una vertenza complessa, costruita con sacrificio, unità e determinazione, che ha costretto l’azienda e le istituzioni ad assumersi responsabilità precise.

La mobilitazione ha portato alla concessione della cassa integrazione fino a 18 mesi, garantendo una tutela reddituale fondamentale e aprendo una fase nuova, nella quale il tema centrale non è l’uscita individuale ma il futuro occupazionale collettivo.

Al tavolo istituzionale è stato infatti assunto un impegno formale da parte della Regione Campania, del Comune di Pozzuoli, dell’azienda e del Ministero affinché venga costruito un percorso di ricollocazione reale per tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti, attraverso strumenti di politica attiva, formazione e nuove opportunità occupazionali sul territorio.

In questo quadro, l’azienda ha indicato un soggetto operativo affermato per la ricollocazione, impegnandosi ad attivare percorsi verso soggetti aziendali con proposte di lavoro a parità di condizioni economiche e finalizzate esclusivamente all’assunzione a tempo indeterminato.

Percorsi che dovranno essere condivisi, monitorati e verificati con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni competenti, affinché non si riducano a un mero adempimento formale, ma producano risultati occupazionali concreti e stabili.

Le lavoratrici e i lavoratori attendono ora che trovino piena attuazione anche gli impegni assunti sul piano politico. In particolare, restano centrali le dichiarazioni del nuovo Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che nel corso della campagna elettorale si era impegnato a garantire un monitoraggio continuo dell’esito della vertenza e a rafforzare le politiche attive del lavoro, assicurando un coordinamento reale tra Regione, enti locali, Ministero e soggetti attuatori e accompagnando concretamente il percorso di ricollocazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un contributo importante alla vertenza è arrivato anche dal livello nazionale, e sono le lavoratrici e i lavoratori della Celli Group a volerlo riconoscere e ringraziare direttamente. Le interrogazioni parlamentari presentate da Antonio Caso e Giuseppe De Cristofaro hanno portato la crisi Celli Group all’attenzione del Parlamento e del Governo, sollecitando risposte chiare sulla tutela occupazionale, sugli ammortizzatori sociali e sulle responsabilità aziendali. Gli stessi parlamentari hanno ribadito l’impegno a continuare a seguire la vertenza affinché gli accordi sottoscritti non restino sulla carta, ma si traducano in atti concreti.

Le lavoratrici e i lavoratori vogliono inoltre ringraziare Giuliano Granato, sempre presente e solidale nei momenti più concitati della protesta, per il sostegno politico e umano garantito lungo tutto il percorso di lotta.

Questa vertenza dimostra ancora una volta che la lotta, l’occupazione della fabbrica e la mobilitazione collettiva sono strumenti decisivi per la difesa del lavoro. Nulla è stato concesso: tutto è stato conquistato.

Ora è il tempo dei fatti.

Le lavoratrici e i lavoratori resteranno in stato di mobilitazione e di vigilanza, pronti a riattivare la lotta qualora anche uno solo degli impegni assunti dovesse essere disatteso.

La lotta continua, fino alla piena tutela di tutti i posti di lavoro.

USB Lavoro Privato – Industria Nazionale

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27/11/2025

Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE

Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiano un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge come i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata della UE.

Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).

In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.

Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).

Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.

Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.

Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.

Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.

I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.

Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.

Fonte

24/11/2025

Italia - Elezioni regionali. Astensione record e continuità di potere

Un test elettorale nazionale probante – 12 milioni di aventi diritto al voto – si è trasformato nella conferma clamorosa del distacco ormai irrecuperabile tra “rappresentanza politica” e paese reale.

Tre regioni molto popolate hanno dato tutte un riscontro unanime, indipendentemente dalla collocazione meridionale o settentrionale: meno del 50%, con un aumento medio dell’astensionismo che supera il 14% rispetto a cinque anni fa.

Domani, a risultati definitivi, daremo un giudizio politico più articolato, tenendo conto della distribuzione del voto tra i vari partiti. Per noi, come sapete, ha molta importanza il risultato delle minicoalizioni guidate da Potere al Popolo in Puglia e Campania, anche con prospettive profondamente diverse per ragioni “legali”.

In Campania la soglia di sbarramento è fissata al 2,5% e dai primi “instant poll” non risulta impossibile, mentre in Puglia è all’8% ed era data per irraggiungibile già dagli stessi militanti che si sono spesi in questa corsa, perché l’obiettivo era, e sarà far crescere un’alternativa radicale ed indipendente dal “mondo politico” mainstream.

In Venete non era stata presentata nessuna lista, perché la presenza organizzata non è ancora sufficiente a provare un test di questo impegno (tra raccolta delle firme e capacità di attraversare il territorio con continuità).

Alle ore 16, comunque i dati forniti dagli istituti di rilevazione (ancora non c’è una sola sezione che abbia completato lo scrutinio e comunicati i risultati) sono questi:

Puglia:
Antonio Decaro (“campo largo”) 64-68%
Luigi Lobuono (centrodestra) 30-34%
Altri 1,5 – 2,5%

Campania:
Roberto Fico (“campo largo”) 56-60%
Edmondo Cirielli (centrodestra) 36-40%
Altri 3-5%

Veneto:
Alberto Stefani (centrodestra) 58-62%
Giovanni Manildo (“campo largo”) 32-36%
Altri 5-7%

Fonte

01/10/2025

Don Patriciello: proiettili e santità da psicosi collettiva

Impossibile non essere vicini a Don Patriciello, dopo che gli è stato consegnato un proiettile durante la funzione religiosa. Quello che però stupisce è la lettura del fatto. Un uomo di 75 anni, con pregressi psichiatrici – Vittorio De Luca, detto “Caciotta” – consegna un proiettile in pubblico, a volto scoperto e durante una messa.

Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.

Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.

“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.

Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.

Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?

“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.

Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.

È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.

Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.

Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.

Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.

Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.

Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.

Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?

Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?

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12/09/2023

Caivano, ovvero come “perdere la faccia”

Sembra una beffa ma è la realtà. Quella vera. E suona oggettivamente come uno schiaffo a chi, come Giorgia Meloni, si era precipitata in zona per affermare che “Non siamo qui solo per la pur doverosa condanna e solidarietà, siamo venuti qui a dire che ci mettiamo la faccia“.

Un giorno si apre – a Caivano, o ai Quartieri Spagnoli – con i blitz militari, con l’esibizione muscolare di divise di ogni tipo, con elicotteri volteggianti e con le performance intrusive dei vari corpi speciali a beneficio di telecamera.

La mattina dopo le stesse strade – questa volta, in più, anche al lato opposto della città: a Bagnoli – sono attraversate da sfilate di uomini dei clan in motocicletta che ostentano mitra o scaricano abbondanti “stese” di proiettili come accaduto ieri notte, di nuovo, all’ormai “famoso” Parco Verde.

Ovviamente – anche adesso – stiamo ascoltando le grida di chi rimprovera alla Meloni, a Piantedosi e al Prefetto che “i blitz non servono” e che l’unica strada per ripristinare l’ordine sarebbe, addirittura, lo “stato d’assedio”. La madre dei cretini, com’è noto, è prolifica...

Del resto – già nei giorni scorsi – l’ennesima guasconata di Vincenzo De Luca era orientata in tal senso. L’ineffabile Presidente, conoscendo il territorio molto meglio del Ministro e della Meloni, si era “spinto in avanti” nella “provocazione verbale”, consapevole che il tema della blindatura delle aree di crisi si sarebbe riproposto immediatamente.

Siamo – quindi – all’ennesima replica di quanto da anni avviene nell’area metropolitana di Napoli dove (non è un mistero) intere porzioni del territorio sono sotto un controllo militare, economico (e soprattutto sociale) esercitato dai vari clan e paranze criminali.

La novità è che – da qualche settimana – a seguito dei fatti di violenza a Caivano, dopo l’omicidio del giovane musicista a Napoli e dopo il clamore politico e d’immagine che è stato messo in moto, tale generale percezione sembra amplificata invece che “rassicurata”.

A questo punto – se vogliamo rifuggire da comode ed inconcludenti soluzioni che sono tutt’ora fuorvianti ed inutili – dobbiamo riaffermare alcuni punti fermi che, oggettivamente, vanno in direzione opposta alla dominate vulgata securitaria, manettara e reazionaria.

Non basteranno presidi di Polizia ad ogni angolo della città, non basterà riaprire qualche campetto sportivo o piantumare qualche alberello nelle vaste e desolate periferie urbane, per arginare questa “morfologia criminale”.

Non basterà neanche qualche centinaio di corsi di formazione professionale o qualche scuola aperta al pomeriggio per arginare il degrado economico e culturale in cui sono state fatte precipitare intere fette della popolazione urbana.

Certo, non neghiamo che qualche implementazione della “spesa sociale” (se mai verrà concessa, dentro gli attuali limiti di Bilancio) potrà alleviare qualche singolo caso umano o rappresentare un fattore di notorietà per quella o quell'altra forza politica o, ancora, per questo o quel “prete di strada” (ne ricordiamo di ben diversi, sotto quell’etichetta...).

Il tema vero – quello che può alludere ad una prospettiva di radicale cambio strutturale di questa consolidata organizzazione sociale vigente – è cominciare, anche progressivamente, a mettere in discussione il modello di società in cui viviamo.

Questa affermazione può sembrare “ben/altrista” ma è razionalmente l’unica prospettiva seria, non propagandistica, per spezzare il complesso delle cause scatenanti dei diversi episodi di violenza criminale e frantumazione sociale che sta investendo le nostre società: a Caivano, a Scampia, a Torbellamonaca e in tutte le periferie delle metropoli imperialiste.

Nei giorni scorsi il professor Francesco Barbagallo ha denunciato la retorica ricorrente in questi casi ed ha indicato nella battaglia per l’affermazione di “nuovi valori” una possibile strada per la liberazione dai dispositivi di violenza e di imbarbarimento generale.

Naturalmente la suggestione di Barbagallo non è una comoda “ricetta per l’avvenire” ma – dopo decenni di chiacchiere inconcludenti, di intere stagioni di “professionisti dell’anticrimine” e dell’intero corollario giustizialista sapientemente costruito su questa emergenza – potrebbe essere una traccia per avviare un processo culturale, politico e sociale alternativo ad un corso che appare dominato degli avvenimenti e dalla cinica canea che, periodicamente, si innesta in casi simili.

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18/02/2021

Se ne va Cutolo, icona del rapporto camorra-politica

Con Raffaele Cutolo scompare una figura di indubbio carisma e una traiettoria criminale anomala, che dalla capacità di organizzare il carcere si faceva struttura di potere nella società.

Una singolare commistione tra accumulazione criminale e retorica “populista” che poteva prodursi in quella forma solo nella porosità degli anni ’70; capace di mescolare e sfruttare i linguaggi mainstream in modalità irrituali, spregiudicate e perfino “innovative” a partire da un uso spettacolare (e quindi ordinativo e verticistico) della violenza.

Fino a proporsi come il portavoce di un partito dei giovani armati, che in cambio della fedeltà garantiva ai suoi adepti un certo livello di identificazione e di tutela sociale e si faceva largo a spallate in un paese a democrazia bloccata e in un meridione dove nemmeno il ciclo di lotte e di rivolte di quegli anni aveva potuto rimettere in moto l’ascensore sociale.

Self made man che univa la retorica del prigioniero e quella del vincente, mito ambiguo e polivalente. Un megalomane di grande appeal mediatico, diventato nel tempo addirittura una figura della cultura pop, che ha accumulato però gravissime responsabilità verso la mia terra, dirottando in forme che hanno sfiorato la venerazione le istanze irrisolte di un intero pezzo di generazione di giovani proletari della provincia vesuviana (e non solo).

La sua parabola è in fondo la risposta patriarcale e clanistica a una grande questione politica irrisolta, capace di porsi come alternativa ai conflitti e alle tensioni sociali di quegli anni, canalizzandole in un’assurda mattanza che faceva infine centinaia di morti ammazzati per servire la sua ambizione e quella dei suoi rivali.

In un territorio subalterno, periferia dell’Italia fordista che usava come volano il sottosviluppo del sud e l’emigrazione interna, i processi di accumulazione di capitale tendono a sussumere le pratiche informali e usare la stessa criminalità organizzata come dispositivo di controllo e militarizzazione dell’illegalità di massa, distorcendone le pulsioni politiche e i processi di soggettivazione che pure si manifestavano in quella stagione.

Mentre una forma Stato post-coloniale e un ceto politico pervasivo e parassitario appaltano anche a strutture extralegali la stabilità del sistema e il governo delle relazioni sociali.

Nasce in quella stagione, dall’implosione del fenomeno cutoliano e dalla successiva ricalibrazione dei rapporti tra mafie e politica nel governo di un evento chiave come il terremoto del 1980, la cifra e la collocazione dell’economia campana nel modello dell’Italia post-fordista, caratterizzandosi come un’economia sempre più estrattiva ed aggressiva verso ambiente e territorio.

Al tempo stesso quest’uomo che ha fatto di se stesso un’icona ne ha pagato il prezzo, con 57 anni di carcere su 80 anni di vita e una detenzione protrattasi oltre ogni senso logico e civile, simbolo di un modello penale che proprio dietro forme di persecuzione afflittiva ed “esemplare” racconta per contrappasso inconfessabili (e stranote) commistioni.

Sullo sfondo di una notizia come quella di oggi c’è infine anche la storia di Mimmo Beneventano, giovane medico e militante comunista di Ottaviano (Napoli) ucciso dalla NCO di Raffaele Cutolo perché, da consigliere comunale, nella solitudine del suo stesso partito, provava a difendere l’interesse pubblico dalla sua torsione camorristica.

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24/10/2020

“Ero in piazza a Napoli”. Prime riflessioni

Non volevo scrivere nulla perché su FB si finisce a fare le tifoserie e la situazione – sociale e sanitaria – è complessa e delicata. Però sto leggendo in rete cose inaccettabili e vorrei provare a far capire, anche fuori Napoli, cos’è successo, rispondendo alle domande più comuni.

Cercherò di essere obbiettivo al massimo, poi ognuno si fa le sue opinioni. Abbiate un po’ di pazienza.

1) CHE È SUCCESSO NELLE ULTIME SETTIMANE?

A Napoli (ma piazze ci sono in diverse città campane) è successa una cosa semplice: sono state introdotte da De Luca misure di chiusura per certe attività commerciali senza prevedere compensazioni economiche. Per cui alcuni commercianti, soprattutto del mondo di bar, ristoranti e pizzerie, da giorni hanno incominciato a muoversi, per cercare di ottenere o che queste misure vengano ritirate, o che vengano dati dei sussidi.

2) PERCHÉ LA PROTESTA HA PRESO FORME COSÌ FORTI?

Per diversi motivi: innanzitutto in questi mesi sono stati consumati risparmi, la fame è maggiore, l’esasperazione psicologica è cresciuta. All’inizio, quando a Bergamo c’erano le bare ovunque, la malattia spaventava, ora i numeri bassi dell’estate danno l’illusione che il virus sia “una semplice influenza”. Infine a marzo il Governo dava aiuti, ora ha chiarito che non ci sono soldi; De Luca che distribuì fondi a pioggia per farsi rieleggere ora non ha messo nulla sul piatto.

D’altronde che queste categorie di autonomi abbiano negli ultimi anni dimostrato attitudine allo scontro (si pensi ai Forconi) deriva dal fatto che a) sia la fascia sociale che abbia visto più rapidamente decadere il suo status con la crisi (mentre i lavoratori dipendenti sono ormai pressati da decenni, iper-controllati sul posto di lavoro, spesso frenati dai sindacati nell’organizzarsi); b) la sua cultura sia egemone in Italia e in particolare a Napoli, dove esistono ancora molte categorie di autonomi rispetto ad altri paesi europei in cui la dimensione di impresa è più grossa e ci sono in proporzione più lavoratori dipendenti.

3) PERCHÉ A NAPOLI SUCCEDE STO CASINO E A MILANO NO? C’ENTRA LA CAMORRA O IL FATTO CHE I NAPOLETANI SONO BARBARI?

Ovviamente no. I media nazionali si comportano come i peggiori complottisti: cercano una spiegazione elementare e morale a una dinamica sociale (come se la camorra non fosse quella ad esempio dei Centri d’analisi privati che stanno lucrando su questa situazione, dei grandi costruttori che hanno avuto appalti da De Luca, degli usurai che ora vedranno aumentare il proprio potere etc...).

Semplicemente a Napoli l’indebitamento di questa categoria è maggiore, i servizi forniti dalle istituzioni sono molto più scadenti, e quindi è minore la fiducia che si prova, le associazioni di categorie e i corpi intermedi molto più deboli, maggiore è la pressione sociale. In ultimo, c’è una maggiore vicinanza e scambio fra sottoproletariato (quelli che vivono ai margini della società, di espedienti, di piccoli circuiti criminali) e piccola borghesia (quelli che possiedono mezzi di produzione autonomi e che possono anche “sfondare”): si passa spesso dall’una o l’altra categoria, mantenendo però quel radicamento sociale e una certa attitudine al conflitto.

4)HANNO RAGIONE A PROTESTARE?

Certamente sì, chi porta la responsabilità di questa situazione è De Luca. Ovviamente bisogna precisare che quando parliamo di piccola borghesia, dentro c’è di tutto. C’è il commerciante onesto che ha pagato la qualsiasi e non ce la fa a mandare avanti la sua famiglia, e c’è l’imprenditore che incassa 15.000 euro a serata senza fare mezzo contratto ai suoi lavoratori – che piange miseria in tv ma continua a incassare (lo so per certo). C’erano in piazza a fare i capipopolo dei noti evasori fiscali e dei veri sfruttatori. C’erano però anche i loro lavoratori a nero che si aggrappano a quello che hanno, attività a conduzione familiare, amici del quartiere che fanno una vita di merda...

La maggior parte di loro ha ragione a protestare: De Luca e il Governo in questi otto mesi non hanno fatto nulla per evitare la seconda ondata che si sapeva sarebbe arrivata. Ora arrivano a chiudere – e questo, per i dati che ci forniscono i nostri compagni che lavorano negli ospedali, è ormai scritto – senza però immaginare misure di reddito e assistenza. Condannano così la gente alla fame – e ad essere arruolata dalla camorra...

5) SÌ, I MOTIVI CI SONO, MA LA VIOLENZA?

In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia etc.

Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda.

Questa differenza oggi è esplosa in piazza, quando i cortei di fatto erano divisi in due e alcuni organizzatori hanno da subito preso le distanze dall’altro spezzone.

Il punto però non è identificare i primi come buoni e i secondi come cattivi (si potrebbe rovesciare il punto di vista e dire: i primi però pensano ai fatti loro e i secondi invece esprimono un malessere complessivo). Secondo me il punto è: violenza a che scopo, organizzata come, verso chi? È evidente che quanto successo oggi ha i connotati di una protesta che parla solo al proprio mondo, che parla la lingua della disperazione, e che produce nel resto delle classi popolari un effetto respingente...

6) SÌ MA C’ERANO I FASCISTI, FORZA NUOVA HA DETTO DI VOLER PARTECIPARE...

Io di fascisti non ne ho visti. Non escludo che qualcuno di simpatie fasciste si sia buttato in mezzo. Ma l’impatto da un punto di vista di contenuti o di piazza è stato zero. Forza Nuova cerca di cavalcare un fenomeno, e ci credo: a Napoli non esistono. Siamo stupidi noi (e i media) se gli diamo visibilità.

Mi preoccuperei più di certi personaggi legati alla destra cittadina, che si pongono come intermediari. Ma comunque anche loro ci fanno poco. Questa non è una vera mobilitazione con luoghi di dibattito, piattaforma di contenuti... è, al momento, e probabilmente lo resterà, un episodio reattivo di fronte a una crisi economica senza precedenti.

7) SOLITO DERBY: SINISTRA CHIC-LEGALITARIA VS SINISTRA DEI CATTIVI

Sulle bacheche già è partito il classico confronto fra la sinistra più “rosa”, che stigmatizza la piazza disprezzandone i partecipanti e la sinistra più incazzata che esalta gli scontri mitizzando i soggetti che li fanno. Un confronto che ha anche un po’ stancato, per il semplice motivo che riguarda una nicchia e non produce nulla nella realtà. I primi semplicemente si tagliano fuori la possibilità, prima ancora di agire, di capire la complessità del mondo. Mentre i secondi, pure se hanno il merito di stare nelle cose, si illudono spesso di poter condurre un gioco che per una sua dinamica di classe è incompatibile con i nostri scopi. La verità è che stare in un contesto del genere, che non ha nemmeno momenti di confronto o di organizzazione collettiva, è difficilissimo: o ti metti a fare gli scontri tanto per, o ti metti alla coda del commerciante di turno che ha l’egemonia su quel processo e poi sale a fare l’incontro.

Forse ha più senso, anche nell’ottica di essere interessanti per quei segmenti in via di proletarizzazione, accumulare prima forze nel “nostro” mondo, dimostrare di essere capaci di tutelare i “nostri”, e soprattutto dare a chi non ha interessi “particolari” la direzione di un più vasto movimento popolare.

Napoli per fortuna ci offre anche questo: lavoratori Whirlpool (stamattina eravamo in piazza con loro), lavoratori della sanità in agitazione, genitori in rivolta e insegnanti delle scuole paritarie. Domattina, per dire, saremo in piazza contro le multe ingiuste del Comune, e nel pomeriggio sotto Confindustria con i lavoratori della logistica...

Ma qui siamo già alle valutazioni. E mi ero ripromesso in questo post di non farne.

Scusate la lunghezza, spero sia stato utile.

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17/10/2020

In Campania torna la didattica a distanza

Ieri sera il presidente della Campania, De Luca, ha annunciato la chiusura di scuole e università (tranne il primo anno di corso) sino al 30 ottobre. Si torna alla famigerata didattica a distanza.

Non abbiamo elementi per valutare su quali evidenze scientifiche si basi una tale decisione, anche se è chiaro che i dati della Campania, come quelli di altre regioni, testimoniano che la situazione epidemiologica è ormai sfuggita di mano. Tuttavia, possiamo darne una valutazione politica.

Da giorni i contagi sono in aumento e la situazione in tutta Italia è allarmante, a causa delle inadempienze di governo e regioni durante i mesi in cui la pandemia aveva dato una tregua. Una pausa che non è stata sfruttata per programmare la reazione alla seconda ondata che ormai è in pieno dispiegamento.

È evidente che in questa situazione sono diventate insufficienti le normali attività di tracciamento dei positivi (anche perché mai sviluppate a dovere) e che sono necessari provvedimenti più importanti, sino ad arrivare ad altri possibili confinamenti.

Tuttavia è deprecabile che, ancora una volta, a farne le spese siano la scuola e l’università, ormai chiuse in Campania, ma forse presto anche in altre regioni. Certamente le scuole sono luoghi di possibile contagio, ma lo sono probabilmente meno di fabbriche, officine e uffici.

La differenza è che la scuola non è, o meglio non è considerata, in Italia, luogo di produzione. In effetti la scuola non produce merci da esportare e non accumula profitti, anche se, alla lunga, la formazione dei cittadini è un investimento fondamentale anche in termini economici oltre che civici e sociali.

Per questo, si preferisce chiudere le scuole piuttosto che le fabbriche e gli uffici, che producono profitto immediato. Nessuno, né di destra né di centro vuole toccare la produzione e l’”economia”, veri feticci a cui sacrificare la vita dei cittadini.

Ecco quindi la logica di Vincenzo De Luca, che chiude le scuole ma lascia aperti i tanti luoghi di lavoro che certamente sono anche più pericolosi e non potenzia i mezzi di trasporto per arrivarci che notoriamente, anche nella sua regione, sono del tutto insufficienti.

Una logica uguale a quella del suo collega lombardo Fontana, che poche settimane orsono voleva riaprire al pubblico gli stadi ma non ha fatto nulla per migliorare i trasporti per i pendolari e che proprio per questo richiede il ritorno alla didattica a distanza per evitare l’affollamento dei mezzi pubblici. È lo stesso Fontana che per non chiudere alcune zone “produttive” fece dilagare l’epidemia che ha provocato 17.000 morti nella sua regione.

Anche in questo caso, di fronte all’insipienza delle amministrazioni, deve farne le spese la scuola, vittima tra l’altro dei grotteschi litigi tra la ministra Azzolina e i presidenti delle sempre più indisciplinate e rissose “repubblichine” regionali.

Il presidente del Consiglio ha dichiarato che se ci saranno altri confinamenti “ciò dipenderà dagli italiani”. In questo modo scarica sui singoli cittadini ogni responsabilità e sacrificio, quando evidentemente il primo italiano responsabile è lui stesso, in quanto capo del governo.

Tutto questo mentre si ipotizza un confinamento durante le vacanze di Natale, proprio quando la “produzione” rallenterà.

Il presidente francese Macron ha blindato gli abitanti delle principali città dalle 21 alle 6 del mattino, con un termine che, ancora una volta, evoca sinistramente la guerra interna: coprifuoco. Dalle 6 sino alle 21 tutti a “produrre”, incuranti del contagio, poi tutti chiusi in casa.

Una politica che vuole ridurci ad animali da produzione che devono pensare solo al loro ruolo nella catena del capitale.

In questa situazione, la scuola è il vaso di coccio tra quelli di ferro, la si può aprire e chiudere a piacimento, anzi forse la didattica a distanza è meglio di quella in presenza perché favorisce meno il confronto, la dialettica delle idee, la capacità critica. Ed è molto più direttiva e formatrice di esecutori.

Per questo, al di là delle strilla strumentali della ministra Azzolina contro De Luca, dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro altri oltraggi alla scuola.

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03/07/2020

Whirlpool chiude a ottobre. Operai traditi scendono in piazza. Bloccati dalla polizia

La Whirlpool chiuderà il 31 ottobre. A confermarlo è stato l’amministratore delegato di Whirlpool Italia, Luigi La Morgia, intervenendo in videoconferenza al tavolo convocato dal Mise con azienda, Invitalia, sindacati e regione Campania, aggiungendo di aver già dato comunicazione ai fornitori.

Invitalia, la società pubblica “per attrarre investimenti” creata dal governo D’Alema nel 1999 ma diventata tale solo nel 2008, afferma di avere contatti con “nove potenziali acquirenti” ma solo a fine luglio sarà in grado di fornire maggiori dettagli.

Che la Whirlpool stia giocando sporco emerge da molti dettagli. Ultimo in ordine di tempo è quanto denunciato dal presidente dell’Autority Antitrust, Roberto Rustichelli, il quale ha sottolineato come la multinazionale statunitense stia agendo per privilegiare gli impianti nell’est Europa avvantaggiandosi di un cuneo fiscale e contributivo più basso rispetto all’Italia definendolo un caso paradigmatico di dumping sociale ai danni dell’industria italiana.

Gli operai dello stabilimento Whirlpool di via Argine venerdì sono usciti dalla fabbrica in corteo dopo aver convocato un’ora di sciopero a causa del nulla di fatto del tavolo di giovedì a Roma, e si sono diretti in strada. Percorrendo via Argine hanno raggiunto via delle Repubbliche marinare. I lavoratori hanno provato a quel punto ad entrare in autostrada dall’ingresso di via delle Repubbliche marinare, ma sono stati fermati da un cordone di agenti di polizia che hanno impedito loro di occupare l’autostrada, come è invece accaduto durante altre manifestazioni, in passato.

Gli operai chiedono il rispetto degli accordi sottoscritti tra la multinazionale americana e il governo nell’ottobre 2018, “Soluzioni concrete” per salvaguardare i livelli occupazionali. Se davvero la fabbrica, così come prospettato dall’azienda, dovesse chiudere il prossimo 31 ottobre, resterebbero senza lavoro circa 430 operai.

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16/03/2020

De Luca, l’epidemia e le ordinanze cilene

Diciamolo pure senza girarci attorno, perché non siamo nati ieri e lo sappiamo bene: per Vincenzo De Luca, pessimo Presidente della Regione Campania e Commissario regionale per la Sanità, più il coronavirus fa balenare lo spettro delle peggiori disgrazie, più l’epidemia diventa un’occasione d’ora, un inatteso e autentico terno al lotto.

Lui naturalmente non lo dirà mai, ma si vede lontano un miglio: più il tempo passa, più l’epidemia ci aggredisce e annuncia una catastrofe, più lo sceriffo salernitano sgomita, scalcia e ruba la scena al dolore della gente, alle angosciate riflessioni degli scienziati, ai medici e ai paramedici che vivono in prima linea e a rischio della vita una battaglia durissima e coraggiosa.

La narrazione che cerca di costruire il politico in difficoltà può essere efficace solo a una condizione: che la gente abbocchi all’amo, lo segua sulla via di una inutile repressione e dimentichi il ruolo che ha svolto in questi anni.

È un’illusione destinata però a naufragare di fronte alle dimensioni del dramma e ai nodi che vengono al pettine.

Polizia municipale, carabinieri e forze armate che De Luca chiama a raccolta come per un golpe cileno, non hanno alcun potere di incidere sulla situazione che viviamo.

I contagi purtroppo aumenteranno fino a raggiungere il picco, le vittime cresceranno fatalmente, nonostante l’abnegazione dei medici e degli infermieri e il prezzo che pagheremo sarà purtroppo altissimo e doloroso. Così alto e così doloroso, che alla resa dei conti nessuno dimenticherà gli ospedali che De Luca ha chiuso, i posti letto che ha cancellato, il turn over bloccato con le strutture boccheggianti per i vuoti di organico. Tutti ricorderanno la sua esclusiva responsabilità nei vuoti di organico, le oltre 45mila unità di personale che mancano alla sanità pubblica, priva di medici, e infermieri.

Quando usciremo da questa tragedia, De Luca non sarà il salvatore della Campania, ma l’uomo delle ordinanze stupide e autoritarie; sarà – ciò che è peggio – l’uomo degli ospedali chiusi, delle interminabili liste di attesa, dei reparti cadenti, delle barelle che sostituiscono i letti, delle condizioni igieniche da voltastomaco, della prevenzione oncologica praticamente cancellata.

Non si faccia illusioni, perciò, quando usciremo da questa tragedia, la gente ricorderà tutto e dovrà rassegnarsi: la sua vergognosa carriera politica è giunta al capolinea.

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26/10/2019

Whirlpool: “Le nostre proposte per farne un bene comune, dei lavoratori e di tutti”

La nostra proposta per fare della Whirlpool una fabbrica “bene comune”

1. Il privato non è bello e non salva i posti di lavoro

La saga della Whirlpool è stata recitata su un copione vecchio e già visto: quando un imprenditore decide di non guadagnare abbastanza dal lavoro degli operai accampa scuse ridicole e chiude (rigorosamente dopo aver preso incentivi, sgravi e altre regalie dallo Stato). La fabbrica di Napoli lavora bene e produce lavatrici di alta gamma, ma gli azionisti hanno fame di maggiori dividendi, per cui decidono di chiudere, portarsi via i macchinari e spostare la produzione dove costa meno, magari in Polonia. Siccome il coraggio di dichiarare la chiusura non ce l’hanno, inventano una partnership con uno socio inesistente – la PRS -, che non produce niente ma possiede da una decina di anni un brevetto – container refrigerati – sul quale nessuno ha voluto investire, chissà perché (Il suo uomo di punta, l’ingegnere Alberto Ghiraldi, era già noto per aver condotto l’esperienza fallimentare della Nomos, azienda che avrebbe dovuto produrre i famigerati refrigeratori della PRS con i fondi di Finlombarda, prima di chiudere per fallimento nel 2017) .

Il manager di Whirlpool Italia, La Morgia,aveva chiuso un accordo con il Governo a Ottobre scorso, annunciando addirittura il trasferimento della produzione dalla Polonia all’Italia e investimenti per 250 mln: ora a chi gli chiede come mai abbiano fatto un passo indietro risponde che la decisione è stata imposta dai dazi USA congiunta alla saturazione del mercato europeo… Ma se i dazi erano già noti all’epoca dell’accordo, come ha fatto un mercato – ancora redditizio per altre aziende – a saturarsi in appena sei mesi? Com’è possibile che una delle più grandi multinazionali del settore non l’abbia previsto? Mistero.

Insomma, anche questa volta non abbiamo visto niente di nuovo: l’ennesimo padrone avido e approssimativo, che arraffa dove e come può e scappa non appena vede il miraggio di maggiori guadagni altrove. Pensiamo sia sufficiente mettere in fila tutte le – vere o presunte – crisi aziendali degli ultimi vent’anni per assumere che dal privato non possiamo aspettarci nulla di diverso da questo. Chi ancora spera in passi indietro o riconsiderazioni, magari in cambio di nuovi regali da parte del governo di turno, o è ingenuo o è in malafede.

2. Smettiamola di regalare soldi pubblici alle aziende private!

Quando leggiamo che lo Stato ha “salvato” dei posti di lavoro, nella migliore delle ipotesi ha allungato di qualche anno la durata dei rapporti di lavoro regalando un bel po’ di milioni dei contribuenti a qualche imprenditore piagnucolone.

Nonostante questa evidenza, chi ci governa, giallo, verde, nero o fucsia che sia, continua imperterrito a non proporre altro che questo.

Pochi giorni fa il Presidente della Regione Campania, De Luca, aveva la sfacciataggine di promettere 20 mln alla Whirlpool in forma di ulteriori vantaggi fiscali per restare a Napoli: nessuna novità, nessun progetto, solo regali per un’azienda che appena un anno fa ha mentito, annunciando di restare.

Perché accade tutto questo? Perché se c’è un dogma inviolabile nelle politiche dei governi di ogni colore è che lo Stato non deve intervenire direttamente nell’economia. Anzi, meglio: lo Stato può intervenire con sgravi fiscali, incentivi, contributi per l’ammodernamento tecnologico, basta che siano interventi in perdita, dove il pubblico si limita a elargire denaro senza esigere alcuna forma di controllo su come quel denaro viene speso. Se invece in un Governo qualcuno si azzarda a dire una banalità, cioè che se devo spendere X soldi per un’impresa tanto vale che la gestisco direttamente – così controllo come vengono spesi i soldi – scatta un coro unanime di protesta per l’insopportabile ingerenza dello Stato tra le regole auree del libero mercato. Libero mercato che è un’invenzione, perché le più grandi imprese multinazionali non esisterebbero senza essere state ingrassate da fiumi di denaro pubblico.

In Italia questo dogma folle e illogico è seguito con particolare rigore, e chi osa parlare di intervento pubblico è guardato come se fosse un pericoloso sovversivo; noi riteniamo di aver abbondantemente superato il limite della pazienza, e affermiamo con convinzione una banalità: se dobbiamo mettere mano al portafoglio – perché i soldi regalati alle imprese vengono dalle nostre tasse o sono tagliati dai nostri servizi – vogliamo il controllo pubblico sulla spesa. Se un imprenditore non è palesemente in grado di mantenere una realtà produttiva, perché accecato dal profitto, gli si dà il benservito e si dà avvio alla gestione pubblica dell’impresa.

3. Nazionalizzare è impossibile?

Quando abbiamo parlato di queste cose con gli operai abbiamo riscontrato incredulità: siamo talmente poco abituati all’idea e ci hanno raccontato talmente tante storie contro le imprese pubbliche che l’ipotesi di un controllo pubblico su una fabbrica ci sembra totalmente fuori dal campo delle possibilità. Eppure la nazionalizzazione – sì, la parola è questa – è legale, giusta, efficace, potenzialmente conveniente.§

È legale perché la Costituzione stessa prevede la possibilità di esproprio del privato per ragioni di utilità pubblica: e quale ragione migliore che salvare dei posti di lavoro ed una fabbrica nuova ed efficiente dalle mani di un privato incapace o troppo avido?

È giusto perché è giusto spendere i soldi per l’interesse collettivo: abbiamo salvato le banche che avevano speculato con oltre 20 miliardi, abbiamo rimpinguato diverse volte le casse di Alitalia depredate da pericolosi e loschi incapaci, non si capisce perché non possiamo spendere molto meno per prendere le imprese non decotte a rischio chiusura e trasformarle in imprese pubbliche, che magari producono anche utili reinvestibili.

È efficace perché costa meno dei fiumi di denaro che elargiamo alla cieca:la Treofan di Battipaglia, altra impresa chiusa, prima di essere rivenduta agli indiani fu comprata pochi anni fa da De Benedetti per la cifra ridicola di 500.000 euro. Mezzo milione vale per salvare posti di lavoro al Sud, in un’impresa che vende e fa utili? Secondo noi anche il doppio.

È conveniente. Se ciò che si produce si vende e ha mercato e se l’azienda viene gestita con attenzione e col controllo popolare di lavoratori e territorio, l’investimento si può rivelare un vero e proprio affare, paragonabile agli affari che i privati fanno quando comprano imprese in svendita. Se il privato può guadagnarci, perché non deve farlo lo Stato?

4. Nazionalizzare la Whirlpool ora!

Eppure se ne parla: negli ultimi giorni da più parti – dal sindaco di Napoli al segretario della UILM – si è fatto riferimento, esplicito o meno, alla gestione pubblica della fabbrica. Anche dal Governo, finora incapace di contrapporre alternative all’arroganza del management della multinazionale, hanno fatto trapelare l’ipotesi del cosiddetto workers’ buyout, cioè della costituzione, con i fondi previsti dalla legge Marcora, di una cooperativa di lavoratori che possa rilevare la fabbrica. In alternativa, e in modo molto ambiguo, parlano, per bocca di Patuanelli, di golden power, cioè di accompagnare la Whirlpool o un nuovo partner nella costituzione di una nuova società, immettendo quote di capitale, per poi ritirarsi. Le nostre valutazioni rispetto alle due ipotesi attualmente ventilate sono differenti.

L’ipotesi della costituzione di una cooperativa che rilevi lo stabilimento è un avanzamento rispetto alla cessione e alla chiusura, ma nasconde dei rischi: il prodotto ha bisogno di una rete di assistenza e di una presenza capillare nella GDO; la nuova fabbrica dovrebbe affrontare la concorrenza degli eventuali ex proprietari (che non lascerebbero certamente campo libero sul mercato) e la difficoltà dei rapporti con una serie di subfornitori di prelavorati e componentistica, che potrebbero essere “indotti”, dai giganti del settore, a non favorire la fabbrica “pubblica”. Insomma, se da un lato è giusto che siano le lavoratrici e i lavoratori a prendere in mano il proprio destino, dall’altro non è corretto scaricare sulle loro spalle – magari con l’anticipo da parte dell’INPS dei TFR da reinvestire nella nuova società, come previsto dalla legge Marcora – la totalità del rischio d’impresa, in un settore nel quale la fabbrica napoletana, pur mantenendo posizioni di tutto rispetto, con 300.000 pezzi di alta gamma prodotti nell’ultimo anno, impatta con l’alta competitività dei concorrenti e con una tendenziale saturazione del cosiddetto mercato del “bianco”.

Per quanto riguarda la golden power, le esperienze precedenti non sono rose e fiori, dal momento che il successo dipende essenzialmente dall’affidabilità dell’eventuale nuovo socio privato: nel caso “migliore”, quello dell’ex Alcoa di Portovesme, la produzione non è ancora effettivamente ripartita, e con essa le riassunzioni; nel caso dell’ex Irisbus, ora IIA, non sono riusciti a trovare un partner, Invitalia deve andare via l’anno prossimo e i pulman si producono, per il momento in Turchia; nel caso di Termini Imerese c’è stato un vero e proprio fallimento, con un partner, Blutec, rivelatosi completamente inaffidabile. In ogni caso, sulla soluzione pesa l’ipoteca legata all’ostinazione con cui si cercano improbabili soci privati, invece di pensare ad un serio rilancio pubblico.

La soluzione che ci sembra più adatta passa invece per un’altra strada:

• lo Stato rileva lo stabilimento dalla Whirlpool: se l’azienda statunitense ha già messo in conto la perdita di 20 milioni da elargire alla PRS per sostenere il processo di riconversione, lo Stato, anche al netto delle restituzioni previste dal Decreto Dignità, può prendersi la fabbrica a titolo gratuito o farla cedere a un euro simbolico ad una società mista costituita da capitale pubblico e quote riservate a chi, tra gli operai, voglia aderire; chi non vuole può optare per la riassunzione come lavoratore dipendente.

• Governo, lavoratori e territorio decidono insieme come continuare la produzione nel ramo, orientandola verso un prodotto a più basso tasso di penetrazione, come le asciugatrici, o riconvertendo parzialmente; in ogni caso salvando l’indotto, che arriva a circa un migliaio di addetti, partendo dal dato positivo del 300.000 pezzi prodotti nell’ultimo anno e di una capacità produttiva che arriva al milione.

• Stato ed enti locali, a partire da Comune e Regione, si impegnano per garantire alla nuova fabbrica “bene comune” tutte le eventuali commesse pubbliche – pensiamo ad esempio alle lavanderie degli ospedali, il cui servizio spesso è stato esternalizzato ma che potrebbe tornare interno con macchinari prodotti dalla nuova fabbrica – relative al settore produttivo di riferimento.

5. Un’ipotesi fattibile e realistica

Quello che abbiamo appena scritto può sembrare un sogno o un’utopia, ma in realtà è estremamente fattibile e realistica, certamente molto più realistica delle promesse di salvataggio fatte dai campioni di fallimenti. In tutta Italia ci sono oltre 100 imprese rilevate dai dipendenti, per un totale di 8000 addetti ed un fatturato di oltre 200 milioni di euro l’anno. Sono tutte nel settore manifatturiero, alcune in settori ad alta complessità tecnologica, che reggono perfettamente la sfida del mercato ed in alcuni casi vanno meglio di prima. A Casoria c’è la Screen Sud che produce telai in acciaio, rilevata da 12 operai; in Sicilia c’è la storia del Birrificio Messina, venduto dalla Heineken, rilevato dai lavoratori e poi andato così bene che la Heineken ha voluto ricomprarlo. In Francia c’è un ex fabbrica di the Lipton, i cui operai hanno vinto una battaglia contro un gigante come Unilever e da cinque anni, in cooperativa, producono, hanno riassunto gli ex dipendenti e sono tornati a fare utili.

Se gli operai da soli possono fare questo, che cosa può fare una fabbrica gestita dallo Stato, specialmente nel settore manifatturiero che è il cardine della nostra economia? È evidente a tutti, tranne agli amici dei furfanti in doppio petto, che questa soluzione è la più efficace, la più sensata, la più banale. Ha bisogno solo di un ingrediente speciale, la determinazione: ma le operaie e gli operai Whirlpool e tutta la città solidale con loro hanno dimostrato di averne a sufficienza.

6. Un imperativo categorico: salvare l’occupazione al Sud

L’urgenza di intervenire in modo serio, senza fare propaganda, si impone di fronte alla drammatica situazione occupazionale del Sud: la Whirlpool, a Napoli, resta, per dimensioni, quasi la sola vera fabbrica del territorio, che per il resto ha subito e subisce una desertificazione paurosa, per cui quotidianamente lavori produttivi, ad alto valore aggiunto e ad alta competenza, vengono distrutti e sostituiti da profili occupazioni più “poveri”: servizi alla persona, turismo e intrattenimento, edilizia. Lavori precari, se non a nero, sottopagati, fasce in cui si colloca la maggior parte degli attuali e futuri working poors... per mantenersi focalizzati su chi resta e cerca di sopravvivere senza cedere alle lusinghe della criminalità organizzata – la cui capacità di penetrazione tra i minorenni è cresciuta in maniera drammatica – o alle labili speranze legate all’emigrazione – due milioni di persone hanno lasciato il Sud negli ultimi anni, altro che “emergenza sbarchi”!

Oggi la vertenza Whirlpool è la vertenza di un’intera città – Napoli – di un’intera area del nostro paese – il Meridione – e di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori dipendenti, in primis nel settore manifatturiero che, finora, ha “retto” sulle sue spalle l’economia del paese. Cedere un po’, si diceva, significa capitolare del tutto: noi, la città di Napoli, le classi popolari di questo paese, non abbiamo nessuna intenzione di cedere, e combatteremo questa guerra fino all’ultimo!

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04/09/2019

Campania - I navigator eliminati da De Luca non mollano

I navigator Campani al culmine di un mese di mobilitazioni e di uno sciopero della fame di 5 giorni, hanno indetto una manifestazione per la giornata di martedì.

Il governatore de Luca, dopo aver firmato tutti gli accordi fra Stato e Regione, che individuavano in 471 unità i navigator da assumere in Campania per potenziare i centri per l’impiego, si rifiuta assurdamente di ratificare la convenzione tra Regione ed Anpal, impedendo, di fatto, l’assunzione dei vincitori del concorso.

L’assessore Palmeri difende l’operato del Governatore al grido “mai più precari”, dimenticandosi colpevolmente di aver creato, in questi anni, nuove platee di precari, attraverso una gestione delle politiche attive del lavoro che, a fronte di centinaia di milioni di euro stanziati per ingrassare le agenzie di formazione, non ha prodotto nessun risultato significativo.

Dai lavoratori di pubblica utilità (Apu, lsu) al Concorsone, passando per i vari progetti di ricollocamento, è lampante come la Regione Campania utilizzi i fondi destinati alle politiche attive per foraggiare da un lato la macchina della sua propaganda, dall’altro per ampliare la propria rete di clientele fra aziende amiche e enti formativi di “famiglia”.

Potere al Popolo esprime tutta la propria solidarietà e complicità alla lotta dei navigator campani contro la criminale strafottenza del presidente De Luca.

Non intendiamo più emigrare! Lavoro subito per tutte e tutti!

Vincenzone stai sereno che è finito il tempo delle umiliazioni.

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19/08/2019

14 agosto 1861: strage Pontelandolfo e Casalduni. Donne e bambini arsi vivi


Il 14 agosto del 1861 nelle città di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, si diede vita ad una strage di rappresaglia militare che registrò un numero imprecisato di morti, un centinaio secondo la storiografia ufficiale, secondo altre stime invece circa 400 o 900, forse oltre mille. Un vero e proprio massacro che venne scatenato per rivendicare l’attacco dell’11 agosto dello stesso anno in cui furono uccisi da briganti e contadini del posto 45 militari dell’esercito unitario arrivati in città per ristabilire l’ordine pubblico e porre fine alle ribellioni popolari.

Quello del 14 agosto fu un brutale eccidio ordinato dal generale Enrico Cialdini al colonnello Negri il quale all’alba scatenò l’inferno: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”.

Alcuni inquietanti particolari si possono leggere nel racconto del bersagliere Carlo Margolfo: “Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava... Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

La rappresaglia, a differenza del racconto appena letto, non risparmiò però donne e bambini, a quali toccò la stessa sorte di essere arsi vivi, oltre allo stupro. Una strage di vite umane, una vendetta che rase completamente al suolo le due città e che fu annunciata attraverso un telegramma: “Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

L’unico ricordo delle vittime dell’eccidio sono un monumento in bronzo ed una piazza dedicata a Concetta Biondi, 16enne che come tante altre donne venne violentata ed uccisa dai soldati piemontesi davanti gli occhi increduli dei familiari. Gli stessi che vennero poi premiati con medaglie ed onori.

Questo rappresenta un pezzo di sanguinosa storia forse dimenticato ma che merita di essere commemorato per ricordare che, come scrisse Gramsci: “Lo stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.



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17/06/2019

Il turismo? Una risorsa per pochi privati, un disagio per tutti gli altri

Dopo Roma anche la Campania. In questi anni sul nostro giornale ci siamo occupati spesso ed abbiamo denunciato con dovizia di dati come la “risorsa turismo” si stia in realtà rivelando una fregatura per gli interessi collettivi (che ne subiscono più i disagi che i benefici) e, al contrario, una occasione di forte appropriazione privata degli introiti. Dopo il caso di Roma, i dati che arrivano da Napoli e dai siti turistici della Campania confermano l’evidenza di una narrazione, se non totalmente tossica, molto da scandagliare e decostruire.

Il Corriere del Mezzogiorno in un lungo articolo pubblicato sabato 15 giugno, documenta la “frenata” della crescita economica in Campania e usa i dati della Banca d’Italia per certificare la crisi. Ma dentro questo stato di crisi indica che “Fra i (pochi) settori in crescita, troviamo il turismo, soprattutto quello culturale”. In Campania, secondo i dati riportati, nel 2018 il numero totale dei visitatori dei musei, monumenti e aeree archeologiche statali è aumentato del 52% rispetto al 2013, contro il 39% della media italiana. I turisti hanno portato alla Campania un introito di 2,3 miliardi di euro, e, al primo posto dei siti più visitati c’è Pompei che si accaparra il 57,6% dei visitatori.

Si tratta di tanti soldi, dunque, per gli istituti museali autonomi “riformati” nel 2014 dal ministro Franceschini durante il governo Renzi. “Ma sarà davvero così?” si domanda il Corriere del Mezzogiorno.

E qui lo stesso giornale infila, una dopo l’altra, le stesse evidenze che avevamo registrato e denunciato nel caso di Roma. Stando a quanto emerge dai dati elaborati dalla Banca d’Italia, “gran parte dei guadagni dei musei vanno alle concessionarie di biglietteria, che si occupano, appunto, di vendere i ticket. Gli istituti autonomi campani hanno dato in gestione la biglietteria a un concessionario, con accordi abbastanza datati e che si rinnovano tacitamente. Tolto Pompei, che paga una quota del 7% per i grandi flussi di visitatori, gli altri poli restituiscono il 37,4% dei guadagni proprio a queste concessionarie. Il doppio rispetto alla media italiana del 17,4%”.

Il servizio aggiunge anche altre informazioni utili e che disegnano non una eccezione ma una regola voluta e sancita dai governi del centro-sinistra, prima con Ronchey negli anni ’90 e poi con Franceschini nel 2014 (l’anno in cui esplose lo scandalo degli introiti del Colosseo che andavano per il 70% ai concessionari privati). Secondo il Corriere del Mezzogiorno, “anche altri servizi come bookshop, guida e ristorazione sono appaltati a concessionarie. Ciò che resta ai musei, guardando agli introiti stimati a 5 milioni fra il 2013 e il 2017 è meno del 5%”.

Insomma anche per una regione che di risorse ne ha ma che ne necessita di ulteriori per affrontare la crisi, i modelli messi in campo per “mettere a valore” le risorse storiche di cui si dispone, alla fine finiscono solo per scaricare sulle comunità locali e gli abitanti i costi del turismo di massa (difficoltà nella raccolta rifiuti, aumenti degli affitti, gentrificazione, stress dei servizi tarati solo sui residenti ma utilizzati da milioni di persone in più ogni giorno e ogni anno) e per consentire ai soggetti privati di appropriarsi di quote crescenti dei benefici economici che ne derivano.

Infine, ma non certo per importanza, i concessionari privati dei beni pubblici (in questo caso musei, aree archeologiche etc) si rivelano “prenditori” come tutti gli altri e a danno degli interessi e dei soldi pubblici.

E’ notizia di questi giorni, che a Roma la società Electa, proprio lei, la concessionaria privata per il Colosseo, è finita sotto inchiesta per frode fiscale sugli introiti derivanti dalla sua attività di servizi su questo inestimabile bene storico e archeologico. E’ il quotidiano romano Il Messaggero a riferire di “una presunta frode milionaria, legata alla vendita dei biglietti e ai servizi come audioguide, cataloghi e visite guidate del Colosseo e degli altri siti museali collegati, tra cui il Foro Romano e il Palatino, quella su cui sta indagando la procura, che ha aperto un fascicolo a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle entrate”.

L’inchiesta è arrivata fino alla Consip, ossia la centrale pubblica per l’assegnazione degli appalti. E’ sempre Il Messaggero a spiegare che “Nel mirino del pm infatti c’è anche il bando assegnato da Consip per l’affidamento della biglietteria e dei servizi aggiuntivi, gestiti da oltre vent’anni senza alcuna gara. Gli addetti la definiscono una «concessione ingessata», perché è scaduta da tempo e non può essere variata in alcun modo: venne affidata ad Electa Mondadori con CoopCulture nel 1997, che all’epoca si chiamavano Elemond e Pierreci. La mandataria è Electa, che si occupa di bookshop, cataloghi, mostre e pannelli didattici, mentre CoopCulture gestisce ticket, audioguide, laboratori”.


Ritorna così a gala il contenzioso sulla convenzione tra Ministero dei Beni Culturali e le società private concessionarie. “Stando alla convenzione di ventidue anni fa, l’incasso avrebbe dovuto essere così ripartito: il 30,2% del fatturato alla Soprintendenza, il resto ai concessionari. L’ex presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, ha spulciato i conti dei Beni culturali e ha scoperto che allo Stato, dal 2001 al 2016, è andato solo l’11,2% e sui 74 milioni di euro lordi maturati dalla gestione dei servizi aggiuntivi, «la Soprintendenza ha incassato 8,9 milioni, anziché 22,4 milioni di euro». Cifre poi rettificate dal direttore generale di Electa Rosanna Cappelli. La concessione è stata rinnovata nel 2005 e confermata nel 2011 con proroga a oltranza, in pratica un monopolio. Fino a dicembre 2017, quando il Consiglio di Stato blocca l’assegnazione da parte di Consip per i servizi di biglietteria e audioguide del Colosseo. Un nuovo bando è imminente, ma l’inchiesta potrebbe cambiare tutto”.

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21/05/2018

Vincenzo De Luca invita al sequestro del sindaco De Magistris

“Dovete sequestrarlo e sputargli in faccia”... questo è il momento clou dello show di Enzo De Luca, che ci ha regalato un momento di violenza degno dell’ultimo capobastone criminale. Il bersaglio di questa istigazione a delinquere è il sindaco Luigi De Magistris, cui va la nostra solidarietà.

Vincenzo De Luca, detto Enzo, promettitore di fritture, ma soprattutto noto trasgressore di molti limiti della convivenza istituzionale, ha espresso quest’ultimo parere durante un incontro con i Lavoratori socialmente utili del Comune di Napoli che avevano chiesto un incontro alla presidenza della Regione. “Che cazzo c’entra la Regione”, andate a sputare in faccia al sindaco, il problema è il suo. Questo in sostanza l’atteggiamento di “responsabilità istituzionale” che dimostra De Luca, il quale non ha mancato di sputare (lui sì, per davvero) tutto il suo disprezzo verso un gruppo di lavoratori in difficoltà, che cercano di interpellare ogni livello istituzionale, ma che evidentemente non sono capaci di garantire al governatore un soddisfacente pacchetto di voti.

Il governatore della regione, dall’alto della sua posizione, si sente forte con i deboli, in un momento in cui millanta di aver risolto il problema del debito della sanità in Campania, ma dimentica di dire che da aprile scorso Enrico Coscioni, uomo vicinissimo a De Luca, è sotto processo per tentata concussione ai danni del commissario regionale alla sanità. Il governatore, ancora, pubblicizza il suo “piano Marshall” per la sanità campana, ma omette di raccontare che questo piano non è altro che l’ennesimo regalo di soldi pubblici alle case di cura privata, e che si prospetta come un’altra lottizzazione di posti, un’altra speculazione, ai danni dei cittadini che ricevono un servizio pubblico sempre più scadente e (non chiamateci pessimisti…) destinato a diventare più costoso negli anni a venire.

L’istigazione al sequestro del sindaco De Magistris è solo la punta dell’iceberg di una violenza tutt’altro che istituzionale che il popolo campano subisce da anni e alla quale cerchiamo di resistere con una rete di servizi autogestiti e popolari che saranno la base per un diverso governo del territorio, lontano dalle logiche dei profitti e veramente al servizio dei cittadini più bisognosi, che finora sono stati abbandonati da istituzioni sempre più violente.

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16/03/2018

Rissa alla convention del PD a Napoli

Sono servite a poco – dopo la rissa tra delegati e dirigenti del PD Campano con annesso intervento della polizia per riportare la calma – le parole rassicuranti di quanti hanno voluto ridimensionare l’accaduto.

Ciò che si è consumata ieri, alla riunione del Democrat della Campania, è la rappresentazione plastica della dialettica e delle relazioni che esistono in questo vero e proprio network dell’affarismo e delle clientele.

Un tempo era il PD con grandi speranze ed auspici.

In realtà da circa dieci anni in Campania – forse già a pochi giorni della sua nascita – ogni passaggio politico (dalle primarie ai congressi, alla formulazione delle liste e degli elenchi degli assessorati) è sempre stato scandito da brogli, risse, occupazioni di sedi, ricorsi alla Magistratura con le abituali telecamere di Fan Page (come alle ultime primarie o come nel recente affaire/Monnezza in cui è coinvolto il figlio di De Luca) a documentare l’esercizio del malaffare, della spregiudicatezza e dell’arroganza.

Ora – dopo il catastrofico risultato delle urne – siamo all’epilogo finale non senza una punta di tragicomico spettacolo mediatico.

Senza più i grandi padri putativi cannibalizzati o messi ai margini (da Bassolino a De Mita, fino a De Luca che ieri, prudentemente, non si è presentato alla riunione di partito adducendo che era a Roma all’udienza del Papa del mercoledì), mentre la “seconde e le terze fila” di questo partito ritengono di risolvere i contenziosi a suon di sediate o di cazzotti, è andato in scena il tramonto di questo partito il quale, in Campania come altrove, è sempre più una piccola lobby rissosa e socialmente inutile.

Una autentica escrescenza frutto della decomposizione di un sistema politico e partitico alieno alla società ed alle sue dinamiche e sempre più avviato al posto che gli compete (per citare Marx): la pattumiera della storia!


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03/03/2018

Elisabetta Canitano (PaP), l’intervista che non vedrete sul Corriere...

Pubblichiamo qui l’intervista integrale fatta dal Corriere della Sera a Elisabetta Canitano, candidata di Potere al Popolo come governatore della Regione Lazio. La versione “strizzata” appare stamattina sulle pagine locali del Corsera, che prima ha chiesto a cinque candidati di rispondere a cinque domande con larghezza di spazio (1.800 battute per ogni domanda), poi ha scelto di dare in integrale soltanto quella a Lombardi, Zingaretti, riducendo del 90% lo spazio riservato ad Elisabetta dentro un pastone in cui tutti spiccicano due parole a testa. In pratica, lo spazio di un tweet...

Pensiamo che questa versione – corredata da note e tabelle, per evitare ogni polemica “generica” – chiarisce molto bene perché il governo della Regione merita persone migliori di quelle che l’hanno governata finora (dalla destra e dalla pseudo-”sinistra”).

*****

1. Qual è la sua strategia per il rilancio della sanità?

La sanità è diventata un super mercato in cui i cittadini si aggirano senza poter capire cosa, come e quando fare, con la mano in tasca, bombardati da super offerte, assicurazioni, case di cura convenzionate, sanità privata, mentre si è fatto scadere appositamente il gradimento della sanità pubblica per consentire al profitto di dominare le cure.

Occorre ristabilire un equilibrio, rifinanziare la sanità pubblica eliminando tutte le speculazioni, fornire le cure adeguate, permettendo a tutti di curarsi nei tempi giusti, senza attesa e sottraendo i cittadini che pagano o sono assicurati alle speculazioni della sanità che vuole fare profitto. Noi vogliamo una sanità competente, giusta, gratuita per tutti. Se i grandi padroni delle case di cura accreditate si possono permettere la Ferrari e invece nel Servizio pubblico veniamo incentivati a non lavorare per non spendere è evidente che non è vero che è solo un problema di fondi. E’ un piano preciso per garantire che alcuni, peraltro sempre più grandi gruppi internazionali, possano fare affari sulla salute delle persone. In quest’ottica conta solo il ritorno economico e i risultati di salute per i cittadini a breve e a lungo termine non valgono niente, motivo per cui si smette di fare la prevenzione per la salute sostituendola con esami diagnostici alla fine spesso anche di dubbia qualità.

Noi siamo per una sanità pagata con le tasse proporzionali, chi ha di più deve dare di più e quindi deve ricevere la stessa qualità, gratuita, di tutti. Una sanità sottratta a logiche di mercato. Laica, rispettosa del sentire delle persone che hanno bisogno di cure, che non imponga valutazioni legate a etiche che non siano quelle dei diritti delle persone all’autodeterminazione. Una sanità in cui i lavoratori abbiano stipendi adeguati e diritti costituzionali. Per se stessi e per i cittadini che hanno bisogno di loro.

2. Come pensa di affrontare il tema dell’emergenza abitativa?

Le case popolari sono poche. Dobbiamo garantire il diritto all’abitare, sia a coloro che hanno i requisiti per avere una casa popolare e sono in lista di attesa, sia a coloro che non hanno tali requisiti ma non hanno un reddito sufficiente per comprare o affittare una casa. Non dobbiamo fare regali ai costruttori privati: essi spesso speculano raccogliendo fondi per le case popolari e poi lasciano le persone senza casa e senza soldi. È necessario bloccare immediatamente la vendita del patrimonio residenziale pubblico e incrementarlo. Come? Partendo dalle unità abitative pubbliche in disuso e in degrado: possiamo riqualificarle e avere così nuove abitazioni cui possano accedere i cittadini in lista di attesa. Riqualificare costa meno che costruire e non consuma suolo! L’articolo 26 comma 1 bis, legge 164/14 (Sblocca Italia) prevede esattamente il recupero di immobili a tale scopo. A tal fine possiamo usare parte dei 723 milioni1 del Fondo Sviluppo e Coesione (fondo interamente italiano programmato in sinergia con i Fondi UE) che la Regione Lazio ha a disposizione. I nostri obiettivi sono: vera gestione e manutenzione del patrimonio ERP regolarizzando gli inquilini con requisiti di permanenza e ridefinendo l’indennità di occupazione. Indicazione ai comuni di istituire un catasto ERP. Controllo sulle amministrazioni comunali per quanto riguarda le assegnazioni e gli alloggi vuoti. Censimento dei grandi patrimoni immobiliari residenziali privati non locati e invenduti per individuare locazioni in nero e unità immobiliari da requisire. Vigilanza sull’edilizia convenzionata e sul rispetto dei Piani di zona. Sottrarre ai privati il controllo e la gestione dell’ERP.

3. Qual è il suo programma per il lavoro e la crescita economica della Regione?

Per creare lavoro stabile e di qualità occorre investire. E per investire è necessario usare i soldi gestiti direttamente dalla Regione Lazio. Secondo Sergio Rizzo sul vostro giornale il 18 aprile 2017, e secondo Andrea Del Monaco nel libro Sud Colonia Tedesca, in un Italia in ritardo nella spesa dei Fondi UE, il Lazio nella spesa era al 18° posto sulle 20 regioni2. Se fossi eletta presidente, secondo i dati della Commissione Europea, troverei questa situazione sul ciclo 2014-2020. La regione Lazio ha speso: 1) solo il 6% dei 902 milioni del programma cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo (FSE)3; 2) solo l’8% dei 969 milioni del programma cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)4; 3) solo l’11 % degli 822 milioni del piano cofinanziato dal Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale (FEASR)5. Quindi, poiché la regione Lazio ha speso meno del 10% dei 2693 milioni della somma dei tre programmi, dobbiamo rafforzare la capacità amministrativa delle Autorità di Gestione dei programmi UE: la Commissione Europea lo chiese all’Italia nelle Osservazioni di marzo 20146. Nei futuri bandi, tramite fideiussioni, dobbiamo poter recuperare i fondi UE dati a imprese che delocalizzano. Nel contempo per sostenere i disoccupati e contrastare il lavoro nero dobbiamo rifinanziare la Legge Regionale n.4 del 2009 “Istituzione del reddito minimo garantito” e la Legge Regionale n.16 del 2007 per il contrasto del lavoro irregolare.

4. Come pensa di affrontare il tema dell’immigrazione?

E’ necessaria da una parte la revisione e il finanziamento per permettere l’attuazione della Legge in merito all’immigrazione del 2008 e dall’altra creare nuovi percorsi di accoglienza e inclusione per le nuove migrazioni composte soprattutto da richiedenti asilo e rifugiati. I diritti fondamentali (sanità, scuola, lavoro, servizi) devono essere garantiti a tutti. Garantire inclusione e servizi a tutti è un beneficio per tutti, non solo per i migranti. La soluzione degli SPRAR mitiga in parte la vita di chi arriva e ha prodotto anche risultati positivi, i centri emergenziali si militarizzano e non danno buoni risultati. Noi siamo per la chiusura del CPR di Ponte Galeria e per aprire dei tavoli con i comuni, per esempio pensando anche ai borghi abbandonati. Esperienze come quelle in Calabria, Riace, Badolato, Acquaformosa, Caulonia ne sono la testimonianza più lampante. Ma il discorso vale anche per tutti gli altri. Stiamo parlando di comuni di poche migliaia di abitanti, con centri storici pressoché disabitati, lasciati per anni all’incuria ed anche al degrado, che, grazie ai nuovi “cittadini”, hanno conosciuto una nuova fase di vita, dimostrando al contempo che può esserci un’alternativa alla gestione “segregante”, disumana, dei migranti attraverso i centri d’accoglienza. Per fare ciò la Regione dovrebbe usare parte dei 902 milioni del programma FSE: malgrado i Fondi UE non possano pagare contratti a tempo indeterminato, tuttavia la Regione può impiegare mediatori culturali e traduttori a tempo determinato. Oggi purtroppo questi lavoratori preziosi spesso lavorano con contratti super precari nelle cooperative appaltanti i servizi sociali.

5. Come pensa di promuovere l’innovazione e attrarre investimenti?

L’innovazione non deve ridursi all’incentivo alle aziende per sostituire la rete informatica aziendale. La regione deve finanziare chi investe in innovazione tramite la ricerca e trasferisce sul piano industriale i risultati della ricerca finanziata. Ecco un esempio. Nel 2008 Alessandro Sannino, professore di Ingegneria dei Materiali presso l’Università di Lecce, realizzò un idrogelo iperassorbente, un materiale in grado di assorbire un litro di acqua in un grammo di materiale secco completamente biodegradabile e biocompatibile. I pazienti dializzati possono, ingerendo l’idrogelo, far assorbire acqua dall’intestino per ridurre la quantità di liquido da eliminare durante la dialisi. E poiché i pazienti dialitici, lo 0,6% della popolazione italiana, incidono per il 6% sulla spesa sanitaria nazionale, è evidente il risparmio potenziale. Inoltre l’idrogelo può sostituire nei pannolini la parte assorbente che, attualmente costituita da prodotti non biodegradabili, aumenta la massa dei rifiuti. Infine l’idrogelo può essere usato per assorbire il percolato dei rifiuti e abbattere il quantitativo di sostanze tossiche rilasciate nell’atmosfera. Sannino, per continuare il suo studio con i fondi necessari, dovette vendere quote importanti dei risultati della sua ricerca a due società private. Una virtuosa regione Lazio individua il Sannino di turno, finanzia la ricerca per un brevetto pubblico dell’idrogelo, segue la sua industrializzazione dando un forte impulso all’industria farmaceutica locale; successivamente grazie all’uso del prodotto industrializzato, nella raccolta differenziata riduce la massa dei rifiuti, il loro percolato e le sostanze tossiche rilasciate, e, in campo sanitario riduce la spesa per i dializzati a parità di servizio; virtuosamente le risorse risparmiate possono essere spostate in altri capitoli di spesa sanitaria. Quindi, per innovare occorre sciogliere il nodo politico della programmazione: finanziare chi, per fare cosa.




Note
1 Patto per lo Sviluppo della Regione Lazio, http://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Approfondimenti/patti_sud/AccordoLazio.pdf

2 http://www.corriere.it/politica/17_aprile_18/spreco-fondi-ue-l-italia-coda-spesa-il-piano-2014-2020-a76ce4b8-23a1-11e7-9fca-ec0025fa502c.shtml


3 https://cohesiondata.ec.europa.eu/programmes/2014IT05SFOP005


4 https://cohesiondata.ec.europa.eu/programmes/2014IT16RFOP010


5 https://cohesiondata.ec.europa.eu/programmes/2014IT06RDRP005


6 http://big.assets.huffingtonpost.com/Commissione.pdf

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