A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto.
La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi.
Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali.
L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.
Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni.
È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord.
Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico.
Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva.
Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.
A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile.
Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche.
La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.
Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.
Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena.
Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica.
La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza.
In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati.
Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta.
A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole.
C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema.
I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali.
Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia.
Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale.
È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica.
A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno.
Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso.
Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni.
Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte.
Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani.
L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.
A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente.
Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito.
Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno.
La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi.
La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate.
Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori.
Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale.
La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti.
In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali.
In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza.
Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.
La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione.
Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin.
In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.
La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro.
Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.
Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale.
Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?
Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici.
La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale.
Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali.
In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.
Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e porre contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori.
Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026
07/03/2019
Vertenza Penicillina: non si molla un centimetro.
L’ex fabbrica di penicillina romana, la LEO, era balzata recentemente agli onori della cronaca, ghiotta di occasioni di questo tipo, per via della presenza, al suo interno, di diverse centinaia di disperati che la occupavano (privi di qualsivoglia alternativa abitativa) nonché per lo sgombero in grande stile che ne era seguito; durante la grande parata mediatica dello sgombero, si è fatto a gara ad intestarsi la cosiddetta “vittoria” tra il Ministro degli Interni, la Sindaca, la Presidente di Municipio, e i vari esponenti di Casapound (mascherati da comitati di quartiere in cui di “quartiere” c’è ben poco). Da allora l’attenzione politica e mediatica è notevolmente calata perchè, cacciati gli immigrati, è palese che il problema che presentava l’area dell’ex penicillina si sia automaticamente risolto e il quartiere, ripulito dal degrado che ne costituiva l’occupazione, potesse finalmente rifiorire. Ormai i cittadini romani e del quadrante est hanno vinto: hanno vinto un ecomostro rigonfio di rifiuti di ogni genere, inclusi inquinanti (farmaci e sostanze chimiche) e speciali (cemento-amianto ed eternit), che sta venendo svenduto all’ennesima speculazione edilizia del privato di turno.
Ma andiamo con ordine. Il privato proprietario dello stabile, responsabile della condizione di abbandono e degrado in cui versa, và in fallimento; così, in previsione dello sgombero, la sezione fallimentare del Tribunale di Roma incarica un architetto di effettuare una perizia sulle condizioni generali dello stabile, passaggio questo propedeutico all’apertura dell’asta giudiziaria: l’incaricato dichiara di non essere mai entrato all’interno della fabbrica e di basarsi unicamente sulle mappe catastali, avendo altresì però conoscenza del fatto che gli unici rifiuti presenti nello stabile sarebbero derivanti dall’occupazione abusiva (sulla cui problematicità insiste vigorosamente), e ponendo come valore d’asta €36.000.000; all’interno della perizia si fà poco cenno al futuro previsto per lo stabile, limitandosi a citare le grandi potenzialità dal punto di vista imprenditoriale e commerciale di cui godrebbe, per via dell’elevata cubatura e della posizione strategica, e richiamandosi al PRUSST (un obsoleto progetto di riqualificazione del quadrante tiburtino composto da 16 interventi, di cui 13 ormai falliti e i restanti 3 ad oggi fermi o in ritardo, come l’allargamento della Via Tiburtina).
Non finisce qui, perchè, nonostante il costo irrisorio, alla luce della perizia l’affare appare davvero poco conveniente. Per questo motivo l’amministrazione decide di accollarsi in toto i costi di pulizia e bonifica, per regalare al privato acquirente un pacchetto pronto: ricordiamo infatti che il precedente proprietario aveva già posto in essere le basi per l’avvio di un progetto speculativo non indifferente su quell’area (tra cui spiccava un hotel a 4 stelle), ma aveva desistito per via degli ingenti costi di bonifica preventivati.
Ma perchè i costi di bonifica sarebbero stati così elevati? Perchè, come emergerebbe dall’unica perizia effettuata in merito (autonomamente e a spese del Comitato Nuova Penicillina), lo stabile sarebbe strabordante di amianto sotto varie forme, sia intero che frantumato, per smaltire il quale occorrerebbero delle adeguate procedure di sicurezza a tutela della salute pubblica, procedure queste che l’amministrazione si è ben guardata dal mettere in atto, incaricando operai AMA di una sommaria e frettolosa pulizia dell’area con mezzi inadeguati e omettendo colpevolmente la presenza del rifiuto speciale. Un’operazione criminale a danno della salute degli operai stessi e dei cittadini dei quartieri circostanti, venuta alla luce grazie alla costante ed attenta vigilanza degli abitanti della zona e del Comitato: l’amministrazione centrale dichiara che si tratterebbe di “amianto non pericoloso”, mentre quella municipale afferma di essere all’oscuro delle operazioni in questione e “si augura” che tutto proceda in maniera doverosa e adeguata.
In questa città succede quindi che, dopo che il privato ha abbandonato all’incuria e al degrado uno stabile su cui non è riuscito a portare a termine l’ennesima speculazione, l’amministrazione si applica per sgomberare l’area dagli occupanti abusivi e per bonificarla in modo sommario e altamente pericoloso, totalmente incurante delle conseguenze che un’operazione di questo tipo porterebbe alla cittadinanza, per poi svendere tutto al prossimo privato speculatore perchè possa avviarne un progetto commerciale di cui, si sa, il territorio aveva proprio bisogno. Al privato i benefici, all’amministrazione i costi, al quartiere veleni e speculazione. E’ questa la loro nuova idea di città.
La nostra idea, e quella del Comitato tutto, è invece che l’amministrazione debba requisire e bonificare realmente ed in sicurezza l’area, porre in essere un azione in danno contro il privato proprietario colpevole di abbandono e degrado, ed infine riqualificare lo stabile garantendo al quartiere ciò di cui davvero necessita ormai da troppo tempo: case popolari, lavoro e servizi per tutti! Continueremo a vigilare e ad attivarci affinché, in questa zona, non si consumi l’ennesimo scempio a danno dei cittadini.
Di seguito il comunicato stampa seguito al blitz di ieri mattina:
Ma andiamo con ordine. Il privato proprietario dello stabile, responsabile della condizione di abbandono e degrado in cui versa, và in fallimento; così, in previsione dello sgombero, la sezione fallimentare del Tribunale di Roma incarica un architetto di effettuare una perizia sulle condizioni generali dello stabile, passaggio questo propedeutico all’apertura dell’asta giudiziaria: l’incaricato dichiara di non essere mai entrato all’interno della fabbrica e di basarsi unicamente sulle mappe catastali, avendo altresì però conoscenza del fatto che gli unici rifiuti presenti nello stabile sarebbero derivanti dall’occupazione abusiva (sulla cui problematicità insiste vigorosamente), e ponendo come valore d’asta €36.000.000; all’interno della perizia si fà poco cenno al futuro previsto per lo stabile, limitandosi a citare le grandi potenzialità dal punto di vista imprenditoriale e commerciale di cui godrebbe, per via dell’elevata cubatura e della posizione strategica, e richiamandosi al PRUSST (un obsoleto progetto di riqualificazione del quadrante tiburtino composto da 16 interventi, di cui 13 ormai falliti e i restanti 3 ad oggi fermi o in ritardo, come l’allargamento della Via Tiburtina).
Non finisce qui, perchè, nonostante il costo irrisorio, alla luce della perizia l’affare appare davvero poco conveniente. Per questo motivo l’amministrazione decide di accollarsi in toto i costi di pulizia e bonifica, per regalare al privato acquirente un pacchetto pronto: ricordiamo infatti che il precedente proprietario aveva già posto in essere le basi per l’avvio di un progetto speculativo non indifferente su quell’area (tra cui spiccava un hotel a 4 stelle), ma aveva desistito per via degli ingenti costi di bonifica preventivati.
Ma perchè i costi di bonifica sarebbero stati così elevati? Perchè, come emergerebbe dall’unica perizia effettuata in merito (autonomamente e a spese del Comitato Nuova Penicillina), lo stabile sarebbe strabordante di amianto sotto varie forme, sia intero che frantumato, per smaltire il quale occorrerebbero delle adeguate procedure di sicurezza a tutela della salute pubblica, procedure queste che l’amministrazione si è ben guardata dal mettere in atto, incaricando operai AMA di una sommaria e frettolosa pulizia dell’area con mezzi inadeguati e omettendo colpevolmente la presenza del rifiuto speciale. Un’operazione criminale a danno della salute degli operai stessi e dei cittadini dei quartieri circostanti, venuta alla luce grazie alla costante ed attenta vigilanza degli abitanti della zona e del Comitato: l’amministrazione centrale dichiara che si tratterebbe di “amianto non pericoloso”, mentre quella municipale afferma di essere all’oscuro delle operazioni in questione e “si augura” che tutto proceda in maniera doverosa e adeguata.
In questa città succede quindi che, dopo che il privato ha abbandonato all’incuria e al degrado uno stabile su cui non è riuscito a portare a termine l’ennesima speculazione, l’amministrazione si applica per sgomberare l’area dagli occupanti abusivi e per bonificarla in modo sommario e altamente pericoloso, totalmente incurante delle conseguenze che un’operazione di questo tipo porterebbe alla cittadinanza, per poi svendere tutto al prossimo privato speculatore perchè possa avviarne un progetto commerciale di cui, si sa, il territorio aveva proprio bisogno. Al privato i benefici, all’amministrazione i costi, al quartiere veleni e speculazione. E’ questa la loro nuova idea di città.
La nostra idea, e quella del Comitato tutto, è invece che l’amministrazione debba requisire e bonificare realmente ed in sicurezza l’area, porre in essere un azione in danno contro il privato proprietario colpevole di abbandono e degrado, ed infine riqualificare lo stabile garantendo al quartiere ciò di cui davvero necessita ormai da troppo tempo: case popolari, lavoro e servizi per tutti! Continueremo a vigilare e ad attivarci affinché, in questa zona, non si consumi l’ennesimo scempio a danno dei cittadini.
Di seguito il comunicato stampa seguito al blitz di ieri mattina:
Questa mattina il Comitato Nuova Penicillina, composto da cittadini del quadrante tiburtino di Roma, insieme ad Asia Usb sono tornati alla ex fabbrica di penicillina per denunciare l’operato criminoso che l’amministrazione sta ponendo in essere a danno dei cittadini del quartiere e dei lavoratori che vi sono impegnati. Infatti, alla luce di perizie e sopralluoghi effettuati direttamente dal comitato, è stata accertata la presenza di ingente quantitativo di amianto, sia intero che frantumato, all’interno dello stabile, rifiuto speciale questo che richiederebbe una precisa ed attenta procedura di smaltimento onde evitare danni all’ambiente e alla salute pubblica; nulla di più lontano di quanto sta provvedendo a fare l’amministrazione comunale che ha incaricato gli operai, appalto esterno di AMA, privi di qualsiasi mezzo utile a tal fine nonché di qualsivoglia misura di sicurezza per la tutela della propria salute, dello smaltimento dei rifiuti di qualsiasi genere, inquinanti e speciali inclusi, presenti all’interno. Chi dovrebbe vigilare sulla salute e l’interesse dei cittadini avvelena territori interi in un silenzio criminale, per poi svendere stabili potenzialmente proficui al privato affinché porti avanti l’ennesima speculazione edilizia. Tutto questo sulle spalle della cittadinanza. Noi non ci stiamo: l'ex fabbrica di penicillina deve essere bonificata realmente ed in sicurezza, e riqualificata perché divenga un luogo utile per un territorio carente di case, servizi e lavoro!Fonte
18/05/2016
Ilva. Le accuse della Corte europea impongono nazionalizzazione e bonifica
La notizia dell’apertura di un procedimento nei confronti dello Stato italiano, accusato dalla Corte europea dei diritti umani di non aver protetto dalle emissioni dell’Ilva la vita e la salute dei cittadini di Taranto e dei comuni vicini, dimostra in maniera chiara ed inequivocabile quanto l’USB denuncia da tempo: la necessità di mettere realmente in sicurezza gli impianti dell’ILVA, sia per la tutela dei cittadini e dell’ambiente che per la sicurezza dei 11.800 lavoratori tarantini.
L’USB, che peraltro si è costituita parte civile nel processo contro l’ILVA “Ambiente Svenduto”, iniziato ieri a Taranto con oltre 40 imputati (tra i quali Fabio e Nicola Riva, l’ex presidente Vendola, il sindaco di Taranto, l’ex presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà), evidenzia che tutte le gestioni commissariali hanno lavorato solo ed esclusivamente negli interessi del mercato, con il favore e la compiacenza di Cgil-Cisl-Uil.
Sotto accusa anche i decreti “Salva ILVA”, con cui il Governo, tutto rivolto a salvaguardare gli interessi dei soliti noti, ha permesso la continuazione delle attività produttive.
Il governo italiano è inoltre oggetto di un nuova procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, ancora una volta per questioni molto gravi di inquinamento e mancata salvaguardia della salute dei cittadini, che in breve tempo sarà sottoposta alla Corte di Giustizia Europea con sede in Lussemburgo.
L’USB ribadisce dunque l’unica soluzione praticabile per una vera via d’uscita: il ritorno in mano pubblica dell’ILVA, per permettere la salvaguardia dei posti di lavoro ed un’effettiva bonifica, che sia veramente garanzia per la salute di chi lavora e di tutti i cittadini, sacrificati in questi anni al più bieco profitto.
Fonte
L’USB, che peraltro si è costituita parte civile nel processo contro l’ILVA “Ambiente Svenduto”, iniziato ieri a Taranto con oltre 40 imputati (tra i quali Fabio e Nicola Riva, l’ex presidente Vendola, il sindaco di Taranto, l’ex presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà), evidenzia che tutte le gestioni commissariali hanno lavorato solo ed esclusivamente negli interessi del mercato, con il favore e la compiacenza di Cgil-Cisl-Uil.
Sotto accusa anche i decreti “Salva ILVA”, con cui il Governo, tutto rivolto a salvaguardare gli interessi dei soliti noti, ha permesso la continuazione delle attività produttive.
Il governo italiano è inoltre oggetto di un nuova procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, ancora una volta per questioni molto gravi di inquinamento e mancata salvaguardia della salute dei cittadini, che in breve tempo sarà sottoposta alla Corte di Giustizia Europea con sede in Lussemburgo.
L’USB ribadisce dunque l’unica soluzione praticabile per una vera via d’uscita: il ritorno in mano pubblica dell’ILVA, per permettere la salvaguardia dei posti di lavoro ed un’effettiva bonifica, che sia veramente garanzia per la salute di chi lavora e di tutti i cittadini, sacrificati in questi anni al più bieco profitto.
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30/03/2016
Su Bagnoli scontro duro tra De Magistris e Renzi. Oggi assemblea popolare
Si moltiplicano le isteriche reazioni da parte di esponenti del mondo politico locale e nazionale al duro intervento di ieri dell’attuale primo cittadino partenopeo contro Matteo Renzi e il suo governo. “Video De Magistris contro governo istiga a violenza contro istituzioni e fomenta tensioni sociali inaccettabili. Intervenga prefetto Napoli” scrive su twitter Gianni Lettieri, imprenditore e candidato sindaco di Napoli per il centrodestra. “Con l’ultimo attacco del sindaco di Napoli contro il presidente del Consiglio siamo al delirio. De Magistris continua a utilizzare il rilancio di Bagnoli per fare campagna elettorale sulla pelle dei cittadini” afferma invece il segretario regionale del Pd Campania, Assunta Tartaglione.
A innescare l’ennesimo scontro, questa volta su Bagnoli, è stato Luigi de Magistris che è intervenuto attraverso un video di 11 minuti zeppo di accuse nei confronti di Matteo Renzi.
Sì al “dialogo istituzionale, nel rispetto della Costituzione”, no “ai soprusi e alle prepotenze” ha detto de Magistris al premier che alcuni giorni fa ha annunciato la sua presenza in città la prossima settimana per partecipare, il 6 aprile, ad una ‘cabina di regia’ nella sede della Prefettura di Napoli per il risanamento e il rilancio dell’area di Bagnoli. Un intervento che il sindaco di Napoli contesta frontalmente.
«Se lei pensa di mettere le mani sulla città sarà con fermezza e risolutezza respinto» ha dichiarato il sindaco rivolgendosi al “Signor presidente del Consiglio”, citando il noto film di Francesco Rosi sul sacco di Napoli.
“Se lei – ha detto il primo cittadino partenopeo – pensa di venire a Napoli, il 6 aprile, per riannodare un dialogo istituzionale nel rispetto della Costituzione, noi siamo molto felici di accoglierla. Se lei, però, pensa di espropriare la nostra città, di mortificare la dignità di questo popolo oppure di realizzare scempi, è bene che lei sappia che a Napoli c’è un popolo che – ha incalzato de Magistris – sa resistere alle prepotenze e ai soprusi”. “Questo popolo e questa città hanno come elemento costitutivo la resistenza a ogni forma di violenza e di occupazione. Questa città – ha ricordato il sindaco – sa respingere le occupazioni militari, mafiose e istituzionali. Quindi, sì al dialogo nel rispetto della Costituzione e della volontà popolare e della dignità di una comunità, se lei pensa invece di mettere le mani sulla città, signor presidente del Consiglio, sarà respinto con fermezza e risolutezza”, ha sottolineato.
Sabato scorso Renzi aveva scritto che su Bagnoli “nonostante il tempo che ci ha fatto perdere il Comune, abbiamo vinto mercoledì scorso al Tar contro l’amministrazione De Magistris e adesso possiamo finalmente partire: sarò personalmente a Napoli in Prefettura per la cabina di regia il prossimo mercoledì 6 aprile”. Deve essere “chiaro che noi andremo avanti comunque, con o senza il Comune. Perché quella è un’autentica vergogna nazionale”. La replica del sindaco: il Comune di Napoli “non ha fatto perdere tempo al governo”, ma è l’esecutivo che ancora “non ha fatto la bonifica”. “Se lei avesse tenuto fede al protocollo siglato il 14 agosto 2014 – ha ricordato il primo cittadino – in questo anno e mezzo avremmo fatto tante cose”. “Il Comune – ha aggiunto de Magistris – non le ha fatto perdere tempo perché, in questi cinque anni, abbiamo cercato di scrivere una pagina diversa”.
Intanto per oggi alle 17 a Villa Medusa le forze sociali, politiche e sindacali antagoniste e i movimenti cittadini hanno convocato un’assemblea pubblica proprio per discutere di Bagnoli e del suo futuro. “A Bagnoli è in atto una sfida nazionale: ricatto tra disoccupazione, malattie tumorali, devastazioni ambientali e precarietà sociale, autoritarismo o democrazia diretta, commissari straordinari o scelte della città, multinazionali e speculazioni finanziarie o nuova economia di comunità, accettazione delle politiche di macelleria sociale del governo Renzi o processo di liberazione e mobilitazione contro austerity, sfruttamento, repressione. A Bagnoli la partita è tra due modelli di sviluppo” recita il comunicato di indizione dell’iniziativa che annuncia una grande mobilitazione popolare contro il governo per il prossimo Primo Maggio.
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A innescare l’ennesimo scontro, questa volta su Bagnoli, è stato Luigi de Magistris che è intervenuto attraverso un video di 11 minuti zeppo di accuse nei confronti di Matteo Renzi.
Sì al “dialogo istituzionale, nel rispetto della Costituzione”, no “ai soprusi e alle prepotenze” ha detto de Magistris al premier che alcuni giorni fa ha annunciato la sua presenza in città la prossima settimana per partecipare, il 6 aprile, ad una ‘cabina di regia’ nella sede della Prefettura di Napoli per il risanamento e il rilancio dell’area di Bagnoli. Un intervento che il sindaco di Napoli contesta frontalmente.
«Se lei pensa di mettere le mani sulla città sarà con fermezza e risolutezza respinto» ha dichiarato il sindaco rivolgendosi al “Signor presidente del Consiglio”, citando il noto film di Francesco Rosi sul sacco di Napoli.
“Se lei – ha detto il primo cittadino partenopeo – pensa di venire a Napoli, il 6 aprile, per riannodare un dialogo istituzionale nel rispetto della Costituzione, noi siamo molto felici di accoglierla. Se lei, però, pensa di espropriare la nostra città, di mortificare la dignità di questo popolo oppure di realizzare scempi, è bene che lei sappia che a Napoli c’è un popolo che – ha incalzato de Magistris – sa resistere alle prepotenze e ai soprusi”. “Questo popolo e questa città hanno come elemento costitutivo la resistenza a ogni forma di violenza e di occupazione. Questa città – ha ricordato il sindaco – sa respingere le occupazioni militari, mafiose e istituzionali. Quindi, sì al dialogo nel rispetto della Costituzione e della volontà popolare e della dignità di una comunità, se lei pensa invece di mettere le mani sulla città, signor presidente del Consiglio, sarà respinto con fermezza e risolutezza”, ha sottolineato.
Sabato scorso Renzi aveva scritto che su Bagnoli “nonostante il tempo che ci ha fatto perdere il Comune, abbiamo vinto mercoledì scorso al Tar contro l’amministrazione De Magistris e adesso possiamo finalmente partire: sarò personalmente a Napoli in Prefettura per la cabina di regia il prossimo mercoledì 6 aprile”. Deve essere “chiaro che noi andremo avanti comunque, con o senza il Comune. Perché quella è un’autentica vergogna nazionale”. La replica del sindaco: il Comune di Napoli “non ha fatto perdere tempo al governo”, ma è l’esecutivo che ancora “non ha fatto la bonifica”. “Se lei avesse tenuto fede al protocollo siglato il 14 agosto 2014 – ha ricordato il primo cittadino – in questo anno e mezzo avremmo fatto tante cose”. “Il Comune – ha aggiunto de Magistris – non le ha fatto perdere tempo perché, in questi cinque anni, abbiamo cercato di scrivere una pagina diversa”.
Intanto per oggi alle 17 a Villa Medusa le forze sociali, politiche e sindacali antagoniste e i movimenti cittadini hanno convocato un’assemblea pubblica proprio per discutere di Bagnoli e del suo futuro. “A Bagnoli è in atto una sfida nazionale: ricatto tra disoccupazione, malattie tumorali, devastazioni ambientali e precarietà sociale, autoritarismo o democrazia diretta, commissari straordinari o scelte della città, multinazionali e speculazioni finanziarie o nuova economia di comunità, accettazione delle politiche di macelleria sociale del governo Renzi o processo di liberazione e mobilitazione contro austerity, sfruttamento, repressione. A Bagnoli la partita è tra due modelli di sviluppo” recita il comunicato di indizione dell’iniziativa che annuncia una grande mobilitazione popolare contro il governo per il prossimo Primo Maggio.
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29/09/2015
La bonifica mancata di Bagnoli
Bagnoli è un simbolo. Innanzitutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. È diventato il fallimento di un’intera città. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Un sogno diventato incubo.
Appare come un trampolino, che si stacca sull’orizzonte. Se lo percorri guardando verso il mare la sensazione di scoprire una via nascosta alla fine fa dimenticare la terra desolata lasciata alle spalle. Il pontile nord di Bagnoli, in fondo, serviva anche a questo. Scordarsi il passato, lanciarsi verso il futuro, in un tuffo metaforico, con doppia carpiata liberatoria. Invece è un baratro. Una passerella tragica. Arrivi alla fine del percorso, sei costretto a girare i tacchi, riprendendo il cammino contrario. Verso terra. Verso l’inferno. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. Dove gorgogliavano veleni impronunziabili, lì Napoli poteva ritrovare una speranza di riscatto, un modello differente. Per una volta in questo paese si progettava, si tentava di disegnare il futuro prossimo venturo. È diventato il fallimento di un’intera città, una catastrofe più che annunciata. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Forse per sempre.
Il nome era semplice. Bagnoli futura, società di trasformazione urbana. Era nata per restituire terra e futuro al quartiere nord di Napoli, tra i Campi Flegrei, Pozzuoli e Pianura. Zona tosta, differente dal resto della città, dove un secolo di industria pesante ha forgiato una classe operaia che sembra uscita dai film di Elio Petri. Orgogliosa. Consapevole di rappresentare l’emancipazione dalla Napoli un po’ pezzente di Lauro, non più costretta a salire con le valige di cartone verso il nord delle fabbriche. Insieme al polo automobilistico e aeronautico di Pomigliano d’Arco, Bagnoli era quel motore di acciaio che il meridione sognava da decenni. La fine è arrivata lentamente. Prima i licenziamenti degli anni ’80. Poi la chiusura. I macchinari venduti alla Cina, all’India, al Bangladesh. Lasciando un cratere deserto, una macchia di verde pallido, interrotta dal rosso ruggine di qualche pezzo di archeologia industriale.
Bagnoli è un simbolo. Prima di tutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. L’idea della trasformazione dell’ex Italsider, il bacino elettorale da sempre della sinistra erede del Pci, nasce parallelamente alla sua ascesa. Anzi, diventa il punto di forza del progetto di governo di Napoli, la vetrina della rinascita partenopea. Già nel 1995 aveva in mente tutto: risanare, per trasformare l’intera area flegrea in polo turistico e della ricerca scientifica. Lo chiamava semplicemente “Progetto Napoli”.
Lo portò in giro per il mondo, alla caccia di finanziatori internazionali. Partendo da New York, dove, nel marzo del 1995, Bassolino presentò il dossier “Bagnoli redevelopment area”, invitando le banche Usa ad entrare nel business, finanziando società miste pubblico-private. Il preside della facoltà di Scienze economiche di Yale, Joseph La Palombara, benedì il progetto: “Napoli ha grande potenzialità, ma usate la vostra principale risorsa, la fantasia”. Specialità locale che immediatamente si scatenò, disegnando centri congressuali da duemila posti, alberghi di lusso, fiere e mostre. Davanti ad un mare incontaminato. Era la promessa fatta a quella classe operaia base dell’ascesa di Antonio Bassolino, uscita senza lavoro e con poche speranze dalla chiusura della siderurgia. Turismo, nuovi posti di lavoro. Il sole e la spiaggia.
Il sogno diventato incubo
Quando nel 2002 il comune di Napoli – con una piccola partecipazione della provincia e della regione – inaugurò Bagnoli futura, sul tavolo i progettisti disegnarono un futuro glorioso. Prima la bonifica. Poi la creazione di una cittadella dei sogni: un parco dello sport, un auditorium con caffetteria e servizi, un belvedere ricavato dal comignolo dei fumi delle ex acciaierie, un acquario, un parco urbano, gli studios per accogliere il movimento cinematografico partenopeo. E la lunga passerella del pontile nord, lanciata verso il mare. E ancora, spiagge liberate dai veleni, stabilimenti balneari, locali per la movida, con a monte un parco urbano e perfino un bosco per la meditazione. Un sogno. Ben finanziato, con quasi 260 milioni di euro da spendere, tra fondi ereditati e stanziamenti futuri. Dodici anni dopo tutto è finito nei libri di un curatore fallimentare. Arroccato nel cuore dell’ex area industriale.
La strada che porta alla sede della società di trasformazione urbana attraversa l’antico quartiere operaio. Edifici fine ottocento, balconi con i panni stesi, le finestre del piano terra aperte sulle cucine. Scopri che sei a Napoli osservando i canarini appesi fuori dal club dedicato a Ciro Ferrara. L’unico ritrovo pubblico è il minuscolo giardinetto all’inizio della via, con le panche di ferro e una scacchiera per il gioco della dama sulle cassette di frutta. Poi una striscia di asfalto, fino al cancello della Bagnoli futura. “Chi cercate? Qui non c’è più nessuno”. La guardia giurata è quasi sorpresa. Da quando il tribunale ha dichiarato il fallimento lo scorso giugno anche gli uffici sono entrati ufficialmente a far parte del deserto di Bagnoli. I cartelli che indicano la direzione sono ormai coperti dall’erba e la strada che scende verso l’immensa macchia verde dove un tempo forgiavano l’acciaio sembra non portare più da nessuna parte. “C’è solo il procuratore, il curatore fallimentare”. E per entrare nell’auditorium? “E’ chiuso, è tutto chiuso”. E il parco dello sport? “Nessuno ci può entrare”. Non c’è più nulla. La passarella sopravvive grazie ai lavoratori socialmente utili messi in fretta e furia dalla giunta De Magistris come guardiani. Ma l’ascensore per i disabili è bloccato dall’inevitabile cartello “guasto”.
La bonifica mancata
Il male, a Bagnoli, è però più profondo. Ha attinto la radice del progetto di trasformazione, l’acqua, la terra e l’aria. Per i magistrati napoletani – che nell’aprile del 2013 hanno sequestrato l’area dell’ex Italsider – c’era poco da sognare. Paradossalmente la bonifica – ovvero il cuore dell’intervento – si era trasformata in un disastro ambientale, contornato da un’ipotesi di truffa e falso ideologico.
Carte truccate, secondo i magistrati, per la classica operazione della polvere sotto il tappeto. Con un gioco delle varianti di progetto i vertici di Bagnoli futura cambiano, almeno un paio di volte, il tipo d’intervento: in molte zone non ci sarà più la bonifica – che vuol dire rimuovere le sostanze pericolose, smaltendole altrove, riportando i luoghi allo stato originale – ma una “messa in sicurezza”. Operazione molto meno costosa. D’altra parte il luogo scelto per depositare i rifiuti pericolosi – la discarica a Pianura – non aveva ricevuto le autorizzazioni antimafia, facendo saltare un tassello fondamentale del piano d’intervento. Con la modifica in corso d’opera del progetto si decide di non rispettare più i valori di contaminazione rigidi previsti per il verde pubblico e le zone residenziali, ma quelli meno severi imposti dalla legge per le aree commerciali, industriali e di infrastruttura. Un escamotage, una porta d’uscita secondaria. Il terreno sotto il campeggio di tre ettari – ad esempio – viene considerato genericamente “d’interesse pubblico”, prevedendo – invece della bonifica radicale – una copertura con altro terreno dell’area contaminata. Così avviene per il Parco dello sport. Ma accade anche di peggio, raccontano le carte dell’inchiesta.
La De Vizia Transfer – società che si aggiudica l’appalto per la bonifica, prima indagata e poi prosciolta dal Giudice dell’udienza preliminare di Napoli – inizia a scavare le terre. Il cratere dell’ex acciaieria restituisce i suoi veleni: le ruspe affondano in morchie maleodoranti, intrise di oli contaminati. Quelle scorie – raccontano i magistrati – non sono mai uscite dai cantieri. Le hanno mescolate con terre di riporto, utilizzate, a loro volta, per la “messa in sicurezza” delle aree da destinare ai diversi parchi tematici. Quella che prima era una contaminazione a macchia di leopardo è diventata un’unica diffusa area avvelenata, creando – spiega il Gip – un “disastro ambientale”. Con ipotesi di responsabilità che arrivano fino alla direzione generale del Ministero dell’Ambiente, retto all’epoca da Gianfranco Mascazzini.
Anche peggio è accaduto sul lato del golfo. All’incrocio tra via Bagnoli e via Coroglio c’è il vecchio edificio dell’istituto alberghiero “Rossini”. Architettura anni ’70, una barriera tra la spiaggia e il centro del quartiere, ha aperto le porte agli alunni del 1995, sull’onda lunga del progetto bassoliniano. Di fianco c’è la stradina che porta al mare. “Divieto di balneazione. È consentita solo l’elioterapia”. Godetevi il sole, per il resto non c’è niente da fare. Sulla spiaggia si apre l’immagine più paradossale e significativa di Bagnoli. Le sdraio aperte, gli ombrelloni, le cabine, la musica, i bambini con i secchielli e le palette. Davanti agli scogli c’è la rete metallica, che blocca l’accesso al bagnasciuga. Appena fuori dall’ingresso agli stabilimenti le bancarelle sembrano far finta di nulla, continuando a vendere braccioli, canotti e ciambelle. È come se il mare ci fosse veramente.
Se i veleni sono nati a monte, qui la cancrena si chiama colmata. È un’area vasta, basata sui resti usciti dalle fonderie. Doveva essere rimossa e smaltita a Piombino, raccontano. Tutto è rimasto lì, immobile, mentre dal cratere dell’ex Ilva – poi divenuta Italsider – le scorie scendono senza sosta verso il mare. E così a Bagnoli ci si accontenta. “Solo elioterapia”, con traduzione in inglese di fianco. Dovesse arrivare un turista.
Risalendo via Bagnoli verso le colline si costeggia l’intero muro di recinzione dell’Italsider. Cassonetti teoricamente pensati per la differenziata che contengono di tutto, marciapiede che si stringe fino a sparire. Poi il cancello azzurro della candela, il comignolo “recuperato” che doveva ospitare il belvedere. Rigorosamente chiuso, rivolto verso il nulla: un balcone dieci metri per dieci, senza nessun collegamento con la torre dei fumi. Al massimo ti puoi godere il paesaggio lunare dell’erba pallida che ricopre il cratere abbandonato. Pochi metri ed ecco la “Porta del parco”, l’auditorium, una delle pochissime opere realizzate. Poco più di duecento posti, un’area di ristorazione, il centro benessere, il wi-fi gratuito. Sulla carta, perché tutto oggi è chiuso e inaccessibile.
Un classico napoletano
Cos’è stata, in fondo, la bonifica di Bagnoli? “Un classico napoletano, come il presepe”, commentava – tra le risate – l’ex direttore generale del Ministero dell’ambiente Gianfranco Mascazzini. Destino tragico di un’intera città, dipinto con feroce lucidità da Ermanno Rea, nel suo “La dismissione”, il racconto dello smantellamento del polo industriale: “Le fabbriche a Napoli non hanno indotto nessuna modernizzazione. Dicevamo: l’Ilva entrerà nel vicolo e lo bonificherà. Alla lunga è accaduto l’inverso: il vicolo è entrato nell’Ilva e l’ha inquinata”. Un veleno mortale.
Il “classico napoletano” alla fine si è materializzato il 13 febbraio 2013, quando Bagnoli futura è stata messa in liquidazione. Con conti disastrosi, che hanno portato al fallimento. Sui 268 milioni di euro stanziati risultano realmente spesi la metà, 136 milioni. Di questi solo 82 milioni di euro – secondo la stessa società – sono serviti per la bonifica. Il resto? La porta del Parco – oggi chiusa al pubblico – si è presa una consistente fetta della torta, 43 milioni di euro. Il resto? Con i conti sono, alla fine, saltati anche i progetti. Il consiglio di amministrazione scarica tutta la colpa sulla magistratura: “Il sequestro (…) ha contribuito ad aggravare le già precarie condizioni economico-finanziarie”, scrive il presidente del Consiglio d’amministrazione Omero Ambrogi. Cessioni delle aree edificabili bloccate, problemi con il sistema creditizio, progetti già avviati che si fermano: le indagini – assicurano gli amministratori della società – sono una catastrofe, che “possono far sorgere dubbi sulla continuità aziendale”. E i conti in rosso, con debiti accumulati nel corso degli anni, ben prima dell’intervento della procura di Napoli? “Sono caratteristiche della gestione di un società di trasformazione urbana, che concentra i costi nei primi esercizi”. Poi verrà l’utile, assicurano gli amministratori, cedendo le aree bonificate destinate a spazi e commerciali e residenziali. La via classica seguita da gran parte delle bonifiche in tutta Italia, partendo dalla Lombardia. Peccato che, per i magistrati e i periti del tribunale, su quelle terre non può nascere neanche una capanna.
Le aree verranno vendute – o svendute, viste le condizioni –, per pagare i debiti dei fornitori, spiegano gli amministratori nell’ultima relazione. I contributi arrivati dall’Unione Europea – pari a 46,3 milioni di euro – per attività mai concluse dovranno, probabilmente, essere restituiti. La scelta indicata nella relazione firmata lo scorso anno alla fine era una via obbligata: mettere tutto in liquidazione, cercando di salvare il salvabile. O almeno la faccia. Così non è stato. I creditori hanno presentato l’istanza di fallimento, poi accolta, lo scorso giugno, dal tribunale di Napoli. Ma la catastrofe era iniziata molto prima. Nella stessa relazione allegata al bilancio del 2012 appare evidente come il core business – la bonifica – fosse venuto meno ben prima del sequestro dei magistrati: “Dai documenti della direzione dei lavori (…) – si legge – si deduce che le attività negli ultimi due anni hanno generato un avanzamento estremamente contratto”. E ancora: “Anche nell’area ex Eternit l’attività di bonifica ha registrato nell’ultimo periodo significative discontinuità”. Fermi anche i lavori per le infrastrutture “per questioni economico-finanziarie”.
Che potrà accadere ora? Probabilmente nulla, ed è l’ipotesi peggiore. Si dimenticherà per anni Bagnoli, le reti di acciaio continueranno a bloccare l’accesso al mare, l’erba coprirà le poche opere realizzate, e dall’archeologia industriale si passerà ai ruderi dell’Italia della seconda Repubblica. L’arrivo degli speculatori. Il progetto di un nuovo quartiere dedicato alla cultura, alle arti, allo sport e al mare svanirebbe del tutto, lasciando lo spazio ad un deserto circondato da cemento. O, come aveva annunciato Luigi De Magistris in una conferenza stampa nel 2012, l’ex Italsider potrebbe trasformarsi in un distretto dei rifiuti. A “impatto zero”, aveva assicurato l’assessore all’ambiente Tommaso Sodano. A quel punto gli obiettivi di bonifica si abbasserebbero, con valori raggiungibili senza grandi problemi. Poco senso avrebbero il parco urbano, le zone verdi e la promessa di una Napoli differente.
È quasi il tramonto. I cancelli del pontile nord si chiudono. Scendendo le scale si può guardare il cemento consumato e il ferro rosso di ruggine che sorreggono la striscia che si lancia verso il mare. È la polvere nascosta sotto il tappeto di Bagnoli. È quel “classico napoletano” che tanto faceva ridere i vertici del ministero dell’Ambiente. Un’apparenza, un cadeaux elargito per non cambiare nulla. Guardando il mare, oltre l’orizzonte, dove i conti in rosso e le terre contaminate non riescono ad arrivare.
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