Nei mesi scorsi veder circolare il
nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd
napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi
estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più
sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di
Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti
Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello
smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi
imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi
inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.
La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo.
La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una
multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è
distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello,
ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I
risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il
modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze
rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi
ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta,
concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello
ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino,
che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo
avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento,
inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi
andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo
ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello
vecchio rimase in piedi.
Insomma, Bassolino era alleato a
un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla
crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001,
artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle
infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano).
Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per
l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di
assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e
di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con
accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza
rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.
Ora qui il punto non è tanto andare a
fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di
Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per
corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due
differenti danni erariali – nè andare a vedere le carte del processo che
ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto
politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il
mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di
politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto
miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di
democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e
produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si
giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è
alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con
il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di
nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico,
non è affatto positivo.
Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd.
In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti
concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una
sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano
appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La
celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si
sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade
alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su
trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in
alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di
Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro.
La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore
renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito
risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà,
spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il
presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo
Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di
quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In
realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel
modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra,
praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante
abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar
fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd
del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.
Insomma Bassolino – modello
democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali – è
passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per
pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta
(passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e
spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad
evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.
Votazioni approssimative,
inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente,
candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante.
Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in
quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante
– definito troppo di destra o troppo di sinistra – che rischia di
determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le
primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei
partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa
crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della
mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso
motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con
delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa
crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni
genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa
esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè
una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli
anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si
trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di
formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è
dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque,
diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del
passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto
l’avversaria di Bassolino).
Non possiamo non notare come,
rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi
di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del
candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente
scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove
comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli.
Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è
andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea
“come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda
napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne
regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare
interessare davvero poco.
Infine, l’Italia è un paese
pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della
partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di
ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di
mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia
parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti
distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il
futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli
Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della
partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia
deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono
degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali – è in un tipo
di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se
proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le
tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei
Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda
popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle
versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come
per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza
versioni edulcorate.
Redazione, 9 marzo 2016