Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/03/2016

Antonio Bassolino e la democrazia

Nei mesi scorsi veder circolare il nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.

La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo. La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello, ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta, concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino, che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento, inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello vecchio rimase in piedi.

Insomma, Bassolino era alleato a un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001, artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano). Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.

Ora qui il punto non è tanto andare a fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due differenti danni erariali nè andare a vedere le carte del processo che ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico, non è affatto positivo.

Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd. In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro. La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà, spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra, praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.

Insomma Bassolino – modello democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali è passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta (passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.

Votazioni approssimative, inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente, candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante. Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante – definito troppo di destra o troppo di sinistra che rischia di determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque, diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto l’avversaria di Bassolino).

Non possiamo non notare come, rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli. Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea “come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare interessare davvero poco.

Infine, l’Italia è un paese pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali è in un tipo di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza versioni edulcorate.

Redazione, 9 marzo 2016

08/03/2016

Napoli. Il Pd compra i voti anche alle primarie, caos nel "partito"


Il nuovo che avanza, a Napoli, si chiama compravendita dei voti. Si sta parlando delle primarie del Pd, che proprio a Napoli, in controtendenza con il resto delle città, avevano fatto segnare un sorprendente aumento della partecipazione rispetto all'anno prima (quando si doveva votare per le regionali e bisognava “plebiscitare” De Luca).

Ora un servizio molto documentato di Fanpage mostra come – fuori dai gazebo o dai locali destinati al cosiddetto voto – abbiano stazionato per tutta la giornata personaggi che retribuivano, all'uscita, una parte dei “votanti”. Prezzo basso, diciamolo subito: un euro appena, quello necessario – al “seggio” – per avere la scheda e indicare il nome prescelto. Insomma, io te lo voto pure il tuo candidato, ma mica pretenderai che paghi io...

I quartieri sono ovviamente quelli più sgarrupati, dove vive una popolazione che ha bisogno di tutto e dove è più facile – lo faceva già Achille Lauro, con i pacchi di pasta o le scarpe spaiate – distruggere alla radice il meccanismo democratico mediante il pagamento della “prestazione”: Scampia, Piscinola, San Giovanni a Teduccio.

Tra i personaggi addessti alla distribuzione delle monetine anche alcuni consiglieri comunali e consiglieri municipali del Pd. Tra loro si riconoscono facilmente anche Antonio Borriello, consigliere comunale Pd, ex bassoliniano di ferro. Uno abituato alle capriole politiche, comunque, tanto da firmare per la candidatura di Bassolino e poi sostenere Valeria Valente. Nella sua zona, San Giovanni a Teduccio, la Valente ha vinto nettamente, surclassando tutti.


Borriello, interpellato dopo la diffusione del video, si è difeso con improntitudine professionale: “L'ho fatto per non essere scortese come partito. Faceva freddo, erano venuti lì, non avevano l'euro e così gliel'ho dato io, ma l'ho fatto davanti a tutti, mica di nascosto”.

Anche il segretario del Pd in città, Venanzio Carpentieri, cera di minimizzare: “Credo si sia trattato di episodi da condannare senza mezzi termini ma isolati e che non hanno influito sulla regolarità complessiva del voto”. Una cazzata mostruosa, visto che lo scarto tra la Valente e Bassolino è stata, alla fine, di appena 452 voti.

Bassolino pare che non avanzerà ricorso. Conosce le regole del gioco, sa benissimo che non può e non vuole fare il “Cofferati napoletano” (l'ex segretario della Cgil, battuto dalla Paita in Liguria, aveva poi promosso una lista alternativa a quella del Pd). Probabilmente starà pensando a come capitalizzare questo scandalo in termini di peso politico nel prosieguo della campagna elettorale ed eventualmente in sede di attribuzione delle poltrone (nel caso, a questo punto davvero improbabile, che il Pd riesca a scalzare Luigi De Magistris). La strategia proposta ricalca quella renziana, del resto. Ossia prendere voti al centro (a sinistra non c'è più spazio), allearsi con gli alfaniani di Area Popolare e poi – nel caso si riesca ad arrivare al ballottaggio – cercare di avere i voti berlusconiani (il candidato è Lettieri) per battere “Giggino”, fin qui ampiamente in testa nei sondaggi.

Una sola constatazione finale: se fuori dai “seggi” il Pd è stato costretto a mandare consiglieri straconosciuti, vuol dire che quanto a “militanza” stanno ridotti veramente male... 

*****

Ore 14.30 – La portata dello scandalo cresce con il passare delle ore. E quindi anche Bassolino sta soppesando diversamente la situazione, Diverse riunioni dei suoi collaboratori, con l'ex sindaco e "governatore" regionale, sembrano preludere alla presentazione di un ricorso contro il risultato delle primarie truccate.

Intanto, la Procura di Napoli apre un’indagine conoscitiva. Nessuna ipotesi di reato al momento. Il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino acquisirà il video di Fanpage.it.

Il Pd convoca la direzione nazionale per affrontare il "nodo Napoli". Si fa avanti così una certezza: di vincere le amministrative, qui come a Roma, non se ne parla proprio...

Fonte

29/09/2015

La bonifica mancata di Bagnoli


Bagnoli è un simbolo. Innanzitutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. È diventato il fallimento di un’intera città. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Un sogno diventato incubo.


Appare come un trampolino, che si stacca sull’orizzonte. Se lo percorri guardando verso il mare la sensazione di scoprire una via nascosta alla fine fa dimenticare la terra desolata lasciata alle spalle. Il pontile nord di Bagnoli, in fondo, serviva anche a questo. Scordarsi il passato, lanciarsi verso il futuro, in un tuffo metaforico, con doppia carpiata liberatoria. Invece è un baratro. Una passerella tragica. Arrivi alla fine del percorso, sei costretto a girare i tacchi, riprendendo il cammino contrario. Verso terra. Verso l’inferno. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. Dove gorgogliavano veleni impronunziabili, lì Napoli poteva ritrovare una speranza di riscatto, un modello differente. Per una volta in questo paese si progettava, si tentava di disegnare il futuro prossimo venturo. È diventato il fallimento di un’intera città, una catastrofe più che annunciata. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Forse per sempre.

Il nome era semplice. Bagnoli futura, società di trasformazione urbana. Era nata per restituire terra e futuro al quartiere nord di Napoli, tra i Campi Flegrei, Pozzuoli e Pianura. Zona tosta, differente dal resto della città, dove un secolo di industria pesante ha forgiato una classe operaia che sembra uscita dai film di Elio Petri. Orgogliosa. Consapevole di rappresentare l’emancipazione dalla Napoli un po’ pezzente di Lauro, non più costretta a salire con le valige di cartone verso il nord delle fabbriche. Insieme al polo automobilistico e aeronautico di Pomigliano d’Arco, Bagnoli era quel motore di acciaio che il meridione sognava da decenni. La fine è arrivata lentamente. Prima i licenziamenti degli anni ’80. Poi la chiusura. I macchinari venduti alla Cina, all’India, al Bangladesh. Lasciando un cratere deserto, una macchia di verde pallido, interrotta dal rosso ruggine di qualche pezzo di archeologia industriale.

Bagnoli è un simbolo. Prima di tutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. L’idea della trasformazione dell’ex Italsider, il bacino elettorale da sempre della sinistra erede del Pci, nasce parallelamente alla sua ascesa. Anzi, diventa il punto di forza del progetto di governo di Napoli, la vetrina della rinascita partenopea. Già nel 1995 aveva in mente tutto: risanare, per trasformare l’intera area flegrea in polo turistico e della ricerca scientifica. Lo chiamava semplicemente “Progetto Napoli”.

Lo portò in giro per il mondo, alla caccia di finanziatori internazionali. Partendo da New York, dove, nel marzo del 1995, Bassolino presentò il dossier “Bagnoli redevelopment area”, invitando le banche Usa ad entrare nel business, finanziando società miste pubblico-private. Il preside della facoltà di Scienze economiche di Yale, Joseph La Palombara, benedì il progetto: “Napoli ha grande potenzialità, ma usate la vostra principale risorsa, la fantasia”. Specialità locale che immediatamente si scatenò, disegnando centri congressuali da duemila posti, alberghi di lusso, fiere e mostre. Davanti ad un mare incontaminato. Era la promessa fatta a quella classe operaia base dell’ascesa di Antonio Bassolino, uscita senza lavoro e con poche speranze dalla chiusura della siderurgia. Turismo, nuovi posti di lavoro. Il sole e la spiaggia.

Il sogno diventato incubo

Quando nel 2002 il comune di Napoli – con una piccola partecipazione della provincia e della regione – inaugurò Bagnoli futura, sul tavolo i progettisti disegnarono un futuro glorioso. Prima la bonifica. Poi la creazione di una cittadella dei sogni: un parco dello sport, un auditorium con caffetteria e servizi, un belvedere ricavato dal comignolo dei fumi delle ex acciaierie, un acquario, un parco urbano, gli studios per accogliere il movimento cinematografico partenopeo. E la lunga passerella del pontile nord, lanciata verso il mare. E ancora, spiagge liberate dai veleni, stabilimenti balneari, locali per la movida, con a monte un parco urbano e perfino un bosco per la meditazione. Un sogno. Ben finanziato, con quasi 260 milioni di euro da spendere, tra fondi ereditati e stanziamenti futuri. Dodici anni dopo tutto è finito nei libri di un curatore fallimentare. Arroccato nel cuore dell’ex area industriale.

La strada che porta alla sede della società di trasformazione urbana attraversa l’antico quartiere operaio. Edifici fine ottocento, balconi con i panni stesi, le finestre del piano terra aperte sulle cucine. Scopri che sei a Napoli osservando i canarini appesi fuori dal club dedicato a Ciro Ferrara. L’unico ritrovo pubblico è il minuscolo giardinetto all’inizio della via, con le panche di ferro e una scacchiera per il gioco della dama sulle cassette di frutta. Poi una striscia di asfalto, fino al cancello della Bagnoli futura. “Chi cercate? Qui non c’è più nessuno”. La guardia giurata è quasi sorpresa. Da quando il tribunale ha dichiarato il fallimento lo scorso giugno anche gli uffici sono entrati ufficialmente a far parte del deserto di Bagnoli. I cartelli che indicano la direzione sono ormai coperti dall’erba e la strada che scende verso l’immensa macchia verde dove un tempo forgiavano l’acciaio sembra non portare più da nessuna parte. “C’è solo il procuratore, il curatore fallimentare”. E per entrare nell’auditorium? “E’ chiuso, è tutto chiuso”. E il parco dello sport? “Nessuno ci può entrare”. Non c’è più nulla. La passarella sopravvive grazie ai lavoratori socialmente utili messi in fretta e furia dalla giunta De Magistris come guardiani. Ma l’ascensore per i disabili è bloccato dall’inevitabile cartello “guasto”.

La bonifica mancata

Il male, a Bagnoli, è però più profondo. Ha attinto la radice del progetto di trasformazione, l’acqua, la terra e l’aria. Per i magistrati napoletani – che nell’aprile del 2013 hanno sequestrato l’area dell’ex Italsider – c’era poco da sognare. Paradossalmente la bonifica – ovvero il cuore dell’intervento – si era trasformata in un disastro ambientale, contornato da un’ipotesi di truffa e falso ideologico.
Carte truccate, secondo i magistrati, per la classica operazione della polvere sotto il tappeto. Con un gioco delle varianti di progetto i vertici di Bagnoli futura cambiano, almeno un paio di volte, il tipo d’intervento: in molte zone non ci sarà più la bonifica – che vuol dire rimuovere le sostanze pericolose, smaltendole altrove, riportando i luoghi allo stato originale – ma una “messa in sicurezza”. Operazione molto meno costosa. D’altra parte il luogo scelto per depositare i rifiuti pericolosi – la discarica a Pianura – non aveva ricevuto le autorizzazioni antimafia, facendo saltare un tassello fondamentale del piano d’intervento. Con la modifica in corso d’opera del progetto si decide di non rispettare più i valori di contaminazione rigidi previsti per il verde pubblico e le zone residenziali, ma quelli meno severi imposti dalla legge per le aree commerciali, industriali e di infrastruttura. Un escamotage, una porta d’uscita secondaria. Il terreno sotto il campeggio di tre ettari – ad esempio – viene considerato genericamente “d’interesse pubblico”, prevedendo – invece della bonifica radicale – una copertura con altro terreno dell’area contaminata. Così avviene per il Parco dello sport. Ma accade anche di peggio, raccontano le carte dell’inchiesta.

La De Vizia Transfer – società che si aggiudica l’appalto per la bonifica, prima indagata e poi prosciolta dal Giudice dell’udienza preliminare di Napoli – inizia a scavare le terre. Il cratere dell’ex acciaieria restituisce i suoi veleni: le ruspe affondano in morchie maleodoranti, intrise di oli contaminati. Quelle scorie – raccontano i magistrati – non sono mai uscite dai cantieri. Le hanno mescolate con terre di riporto, utilizzate, a loro volta, per la “messa in sicurezza” delle aree da destinare ai diversi parchi tematici. Quella che prima era una contaminazione a macchia di leopardo è diventata un’unica diffusa area avvelenata, creando – spiega il Gip – un “disastro ambientale”. Con ipotesi di responsabilità che arrivano fino alla direzione generale del Ministero dell’Ambiente, retto all’epoca da Gianfranco Mascazzini.

Anche peggio è accaduto sul lato del golfo. All’incrocio tra via Bagnoli e via Coroglio c’è il vecchio edificio dell’istituto alberghiero “Rossini”. Architettura anni ’70, una barriera tra la spiaggia e il centro del quartiere, ha aperto le porte agli alunni del 1995, sull’onda lunga del progetto bassoliniano. Di fianco c’è la stradina che porta al mare. “Divieto di balneazione. È consentita solo l’elioterapia”. Godetevi il sole, per il resto non c’è niente da fare. Sulla spiaggia si apre l’immagine più paradossale e significativa di Bagnoli. Le sdraio aperte, gli ombrelloni, le cabine, la musica, i bambini con i secchielli e le palette. Davanti agli scogli c’è la rete metallica, che blocca l’accesso al bagnasciuga. Appena fuori dall’ingresso agli stabilimenti le bancarelle sembrano far finta di nulla, continuando a vendere braccioli, canotti e ciambelle. È come se il mare ci fosse veramente.

Se i veleni sono nati a monte, qui la cancrena si chiama colmata. È un’area vasta, basata sui resti usciti dalle fonderie. Doveva essere rimossa e smaltita a Piombino, raccontano. Tutto è rimasto lì, immobile, mentre dal cratere dell’ex Ilva – poi divenuta Italsider – le scorie scendono senza sosta verso il mare. E così a Bagnoli ci si accontenta. “Solo elioterapia”, con traduzione in inglese di fianco. Dovesse arrivare un turista.

Risalendo via Bagnoli verso le colline si costeggia l’intero muro di recinzione dell’Italsider. Cassonetti teoricamente pensati per la differenziata che contengono di tutto, marciapiede che si stringe fino a sparire. Poi il cancello azzurro della candela, il comignolo “recuperato” che doveva ospitare il belvedere. Rigorosamente chiuso, rivolto verso il nulla: un balcone dieci metri per dieci, senza nessun collegamento con la torre dei fumi. Al massimo ti puoi godere il paesaggio lunare dell’erba pallida che ricopre il cratere abbandonato. Pochi metri ed ecco la “Porta del parco”, l’auditorium, una delle pochissime opere realizzate. Poco più di duecento posti, un’area di ristorazione, il centro benessere, il wi-fi gratuito. Sulla carta, perché tutto oggi è chiuso e inaccessibile.

Un classico napoletano

Cos’è stata, in fondo, la bonifica di Bagnoli? “Un classico napoletano, come il presepe”, commentava – tra le risate – l’ex direttore generale del Ministero dell’ambiente Gianfranco Mascazzini. Destino tragico di un’intera città, dipinto con feroce lucidità da Ermanno Rea, nel suo “La dismissione”, il racconto dello smantellamento del polo industriale: “Le fabbriche a Napoli non hanno indotto nessuna modernizzazione. Dicevamo: l’Ilva entrerà nel vicolo e lo bonificherà. Alla lunga è accaduto l’inverso: il vicolo è entrato nell’Ilva e l’ha inquinata”. Un veleno mortale.
Il “classico napoletano” alla fine si è materializzato il 13 febbraio 2013, quando Bagnoli futura è stata messa in liquidazione. Con conti disastrosi, che hanno portato al fallimento. Sui 268 milioni di euro stanziati risultano realmente spesi la metà, 136 milioni. Di questi solo 82 milioni di euro – secondo la stessa società – sono serviti per la bonifica. Il resto? La porta del Parco – oggi chiusa al pubblico – si è presa una consistente fetta della torta, 43 milioni di euro. Il resto? Con i conti sono, alla fine, saltati anche i progetti. Il consiglio di amministrazione scarica tutta la colpa sulla magistratura: “Il sequestro (…) ha contribuito ad aggravare le già precarie condizioni economico-finanziarie”, scrive il presidente del Consiglio d’amministrazione Omero Ambrogi. Cessioni delle aree edificabili bloccate, problemi con il sistema creditizio, progetti già avviati che si fermano: le indagini – assicurano gli amministratori della società – sono una catastrofe, che “possono far sorgere dubbi sulla continuità aziendale”. E i conti in rosso, con debiti accumulati nel corso degli anni, ben prima dell’intervento della procura di Napoli? “Sono caratteristiche della gestione di un società di trasformazione urbana, che concentra i costi nei primi esercizi”. Poi verrà l’utile, assicurano gli amministratori, cedendo le aree bonificate destinate a spazi e commerciali e residenziali. La via classica seguita da gran parte delle bonifiche in tutta Italia, partendo dalla Lombardia. Peccato che, per i magistrati e i periti del tribunale, su quelle terre non può nascere neanche una capanna.

Le aree verranno vendute – o svendute, viste le condizioni , per pagare i debiti dei fornitori, spiegano gli amministratori nell’ultima relazione. I contributi arrivati dall’Unione Europea – pari a 46,3 milioni di euro – per attività mai concluse dovranno, probabilmente, essere restituiti. La scelta indicata nella relazione firmata lo scorso anno alla fine era una via obbligata: mettere tutto in liquidazione, cercando di salvare il salvabile. O almeno la faccia. Così non è stato. I creditori hanno presentato l’istanza di fallimento, poi accolta, lo scorso giugno, dal tribunale di Napoli. Ma la catastrofe era iniziata molto prima. Nella stessa relazione allegata al bilancio del 2012 appare evidente come il core business – la bonifica – fosse venuto meno ben prima del sequestro dei magistrati: “Dai documenti della direzione dei lavori (…) – si legge – si deduce che le attività negli ultimi due anni hanno generato un avanzamento estremamente contratto”. E ancora: “Anche nell’area ex Eternit l’attività di bonifica ha registrato nell’ultimo periodo significative discontinuità”. Fermi anche i lavori per le infrastrutture “per questioni economico-finanziarie”.

Che potrà accadere ora? Probabilmente nulla, ed è l’ipotesi peggiore. Si dimenticherà per anni Bagnoli, le reti di acciaio continueranno a bloccare l’accesso al mare, l’erba coprirà le poche opere realizzate, e dall’archeologia industriale si passerà ai ruderi dell’Italia della seconda Repubblica. L’arrivo degli speculatori. Il progetto di un nuovo quartiere dedicato alla cultura, alle arti, allo sport e al mare svanirebbe del tutto, lasciando lo spazio ad un deserto circondato da cemento. O, come aveva annunciato Luigi De Magistris in una conferenza stampa nel 2012, l’ex Italsider potrebbe trasformarsi in un distretto dei rifiuti. A “impatto zero”, aveva assicurato l’assessore all’ambiente Tommaso Sodano. A quel punto gli obiettivi di bonifica si abbasserebbero, con valori raggiungibili senza grandi problemi. Poco senso avrebbero il parco urbano, le zone verdi e la promessa di una Napoli differente.

È quasi il tramonto. I cancelli del pontile nord si chiudono. Scendendo le scale si può guardare il cemento consumato e il ferro rosso di ruggine che sorreggono la striscia che si lancia verso il mare. È la polvere nascosta sotto il tappeto di Bagnoli. È quel “classico napoletano” che tanto faceva ridere i vertici del ministero dell’Ambiente. Un’apparenza, un cadeaux elargito per non cambiare nulla. Guardando il mare, oltre l’orizzonte, dove i conti in rosso e le terre contaminate non riescono ad arrivare.

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