Chi ha seguito le vicende politiche della Valle d’Aosta dell’ultimo anno, saprà che in questa piccola, ricca regione autonoma del nord Italia è successo – come dicono i francesi – “n’importe quoi”.
Il 23 gennaio 2019, l’inchiesta Geenna aveva portato agli arresti del consigliere regionale Marco Sorbara, dell’ex assessore alle Finanze di Saint-Pierre Monica Carcea e dell’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico, con l’accusa di voto di scambio mafioso.
Nel mese di aprile, si era insediata la commissione antimafia per approfondire e verificare se le infiltrazioni mafiose avessero condizionato le normali attività e l’andamento politico delle due amministrazione comunali. In tal caso, per i due comuni sarebbe scattato il commissariamento.
Nonostante il profondo sgomento dell’intera comunità valdostana di fronte a un sistema che si stava rivelando guasto nel suo insieme, gli arresti erano stati rigettati come “corpi estranei” dai partiti autonomisti in seno ai quali erano stati eletti, e trattati come “casi isolati” e non significativi a livello politico, in quanto riconducibili alle sole responsabilità penali individuali dei tre.
Il 21 dicembre2019, sempre in seguito all’operazione Geenna, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, aveva deliberato lo scioglimento per 18 mesi del Consiglio comunale di San Giorgio Morgeto (comune della Calabria gemellato con quello di Aosta) e il contestuale affidamento dell’amministrazione a una “commissione di gestione straordinaria”.
Contemporaneamente, in Valle d’Aosta, la Ddl di Torino apriva una nuova inchiesta (Egomnia) e questa volta gli indagati erano il Presidente della regione Antonio Fosson, gli assessori regionali Laurent Viérin e Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, sempre per voto di scambio mafioso, sempre appartenenti a liste autonomiste, come quelli dell’inchiesta Geenna del mese di gennaio.
Quindi gli indagati si dimettevano dalle loro cariche scatenando una crisi politica del governo regionale e il successivo esercizio provvisorio del bilancio, approvato dopo un lungo travaglio fatto di cambi di casacche, ricatti e guerre intestine, il 31 gennaio del 2020.
Lo scorso 4 febbraio, per finire, è arriva la sentenza definitiva del Consiglio dei Ministri sul commissariamento dei due comuni valdostani toccati dall’operazione Geenna: Aosta si è salvata, ma il piccolo comune di Saint Pierre (3000 abitanti), no. Per la prima volta in Valle d’Aosta, un’amministrazione comunale sarà affidata a una “commissione di gestione straordinaria”.
Di fronte a un fatto così grave, ci si aspetterebbe che finalmente l’Union Valdôtaine e i suoi partiti satelliti cominciassero a fare un po’ di autocritica, che ammettessero che la Valle d’Aosta non è estranea alla mafia, nonostante i vantaggi economici e i poteri politici derivanti dal suo Statuto Speciale.
Ci si aspetterebbe dicessero che la mafia è una montagna di merda indipendentemente dalle zone geografiche in cui si radica e dalle origini di chi la pratica, che divulgassero un monito, che lanciassero un forte segnale di discontinuità e rottura rispetto a un sistema evidentemente corrotto e profondamente malato.
E invece no.
“Sono certo che i Sen Pierrolèn (abitanti di Saint-Pierre, ndr) si riscatteranno superando con la tenacia dei montanari questo momento difficile, dimostrando di essere del tutto estranei alle logiche mafiose“, dichiara su twitter il senatore valdostano Albert Lanièce, dell’Union Valdôtaine.
Usando parole simili, il Presidente ad interim della regione, sempre dell’UV, richiama le radici etniche del popolo valdostano per riportare la questione mafiosa sul piano geografico e razziale facendo appello al senso di appartenenza della comunità valdostana: “il dolore, la rabbia e la consapevolezza che questa ferita colpisce profondamente il nostro ‘senso di appartenenza’ non può però che spronarci a lavorare sin da subito con umiltà, onestà, serietà e coesione per allontanare dal nostro territorio ogni dubbio in merito all’operato delle nostre Istituzioni e ai valori nei quali da sempre si riconosce la nostra comunità”.
Un discorso razzista del secolo scorso, il loro. Ma non è certo una novità – di questi tempi – che a farlo non siano gli anonimi avventori di un bar, bensì le alte cariche istituzionali dello Stato e della Regione.
E non è nemmeno una novità che i politici autonomisti strumentalizzino il discorso identitario per i propri fini politici ed elettorali, facendo leva sul sentimento di attaccamento alle radici etniche e territoriali del popolo valdostano.
Hanno “campato” di questo per oltre cinquant’anni. Talvolta, il nemico da cui difendere la comunità autoctona è stato lo Stato italiano, talvolta sono stati tutti gli stranieri, talvolta i “fratelli” calabresi (“i calabrotti” – come li chiamano qui), a seconda del momento e della “pericolosità” della minaccia individuata.
Una vecchia storia che viene da lontano, la loro, ma incredibilmente al passo coi tempi. I tempi bui del “Prima gli italiani” di Salvini, apparentemente avversi a quelli delle piccole correnti autonomiste locali, in realtà a loro propizi e favorevoli, perché generati dalla stessa mentalità razzista e conservatrice e dalla stessa pochezza di contenuti politici e mancanza di etica. Nonostante leghisti e autonomisti, in Valle d’Aosta, appaiano attualmente come due forze opposte.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/02/2020
18/12/2019
La mafia si fa Stato, in Valle d’Aosta e altrove
Pur esprimendo una profonda indignazione per la terribile ennesima inchiesta sul connubio mafia-politica in Valle d’Aosta, da parte nostra non dovremmo fermarci alla giusta, legittima richiesta di onestà, di legalità, di moralità della classe politica dirigente e di ritorno alle urne. Reazioni assolutamente condivisibili, ma strettamente legate al fatto giudiziario in sé e non volte a una visione complessiva della situazione.
Penso che ora dovremmo chiederci effettivamente a quali scelte politiche abbia portato e a quali conseguenze porti il voto di scambio, sempre e in ogni caso, che sia stretto con la criminalità organizzata o con la cittadinanza.
Se c’è uno scambio, dopo il voto c’è qualcosa in cambio.
A volte ci sono direttamente soldi, bustarelle o mazzette. A volte – come probabilmente nel caso di Fosson, Viérin, Borrello e Bianchi, e di chissà quanti altri politici che si servono di questo mezzo per essere eletti – ci sono azioni, atti, provvedimenti, delibere, incarichi che contengono in sé, travestite con abito legale, il favore da restituire a chi di dovere in cambio dei voti ricevuti.
Che il patto, o l’accordo, sia stretto con un’organizzazione criminale o con i singoli, o gruppi, o lobby, questa è la regola principale di un contratto. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me.
Ora, continuare a ripetere “onestà, moralità” e condannare il comportamento dei politici indagati, di per sé è un modo giusto per prenderne le distanze e proporsi come esempi migliori da seguire. Ma guardare soltanto al fatto in sé fa passare inosservato molto altro, su cui invece bisognerebbe focalizzare l’attenzione per allargare il discorso e passare dal campo della morale a quello della politica.
Se prometto qualcosa a un privato, o a un gruppo di individui, o a un’organizzazione mafiosa, una volta eletto la mia linea politica sarà quella di onorare il patto e lavorare per favorire chi mi ha votato. Oppure quella di tradirlo, a rischio di non essere più rieletto, se non perseguitato in caso di sodalizio.
Quali sono quindi quelle azioni, quelle scelte politiche, quelle delibere messe in campo da chi è stato eletto grazie a voti di scambio per mantenere la promessa?
Dovremmo chiedercelo tutti. Andare a frugare, leggere tra le righe dei provvedimenti amministrativi e delle proposte di legge. Solo che noi cittadini non siamo egli esperti, non è facile orientarsi in questa giungla. Però, alcune scelte sono talmente chiare e semplici che tutti possiamo arrivarci.
Fra le tante, mi viene in mente una dichiarazione dell’assessore ai lavori pubblici che si è appena dimesso, quando la Giunta stanziò 39 milioni di euro per i mutui prima casa e ristrutturazione:
“La finalità principe di queste misure era di andare ad incentivare il mercato dell’edilizia privata. Volevamo dare una scossa al settore, e guardando ai numeri si può dire che ciò è accaduto”, disse Borrello.
Può darsi che la sua dichiarazione e la finalità principe di questa misura non c’entrino nulla con “l’operazione Egomnia”. Può darsi che le sue parole rivelino semplicemente l’indirizzo politico in cui crede e che ha messo in atto. Poco importa. Invece è importante capire che politicamente questa scelta favorisce gli interessi privati di qualcuno anziché il bene pubblico.
Ma è solo un esempio, in Valle d’Aosta ce ne sarebbero molti altri. Infatti, l’affidamento e la gestione di servizi e beni pubblici ai privati, qui, è una pratica molto diffusa. Come altrove.
Ecco, andare un po’ oltre dovrebbe significare questo: cercare un significato politico dietro i comportamenti individuali della classe dirigente.
Colpevoli o no per la giustizia, questo si vedrà. Colpevoli di smantellare pezzo per pezzo il senso dello Stato e di portare all’agonia i suoi fondamenti di giustizia sociale e di uguaglianza a favore del profitto privato... questo, e molto altro, mi pare che possiamo già dirlo.
Fonte
Penso che ora dovremmo chiederci effettivamente a quali scelte politiche abbia portato e a quali conseguenze porti il voto di scambio, sempre e in ogni caso, che sia stretto con la criminalità organizzata o con la cittadinanza.
Se c’è uno scambio, dopo il voto c’è qualcosa in cambio.
A volte ci sono direttamente soldi, bustarelle o mazzette. A volte – come probabilmente nel caso di Fosson, Viérin, Borrello e Bianchi, e di chissà quanti altri politici che si servono di questo mezzo per essere eletti – ci sono azioni, atti, provvedimenti, delibere, incarichi che contengono in sé, travestite con abito legale, il favore da restituire a chi di dovere in cambio dei voti ricevuti.
Che il patto, o l’accordo, sia stretto con un’organizzazione criminale o con i singoli, o gruppi, o lobby, questa è la regola principale di un contratto. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me.
Ora, continuare a ripetere “onestà, moralità” e condannare il comportamento dei politici indagati, di per sé è un modo giusto per prenderne le distanze e proporsi come esempi migliori da seguire. Ma guardare soltanto al fatto in sé fa passare inosservato molto altro, su cui invece bisognerebbe focalizzare l’attenzione per allargare il discorso e passare dal campo della morale a quello della politica.
Se prometto qualcosa a un privato, o a un gruppo di individui, o a un’organizzazione mafiosa, una volta eletto la mia linea politica sarà quella di onorare il patto e lavorare per favorire chi mi ha votato. Oppure quella di tradirlo, a rischio di non essere più rieletto, se non perseguitato in caso di sodalizio.
Quali sono quindi quelle azioni, quelle scelte politiche, quelle delibere messe in campo da chi è stato eletto grazie a voti di scambio per mantenere la promessa?
Dovremmo chiedercelo tutti. Andare a frugare, leggere tra le righe dei provvedimenti amministrativi e delle proposte di legge. Solo che noi cittadini non siamo egli esperti, non è facile orientarsi in questa giungla. Però, alcune scelte sono talmente chiare e semplici che tutti possiamo arrivarci.
Fra le tante, mi viene in mente una dichiarazione dell’assessore ai lavori pubblici che si è appena dimesso, quando la Giunta stanziò 39 milioni di euro per i mutui prima casa e ristrutturazione:
“La finalità principe di queste misure era di andare ad incentivare il mercato dell’edilizia privata. Volevamo dare una scossa al settore, e guardando ai numeri si può dire che ciò è accaduto”, disse Borrello.
Può darsi che la sua dichiarazione e la finalità principe di questa misura non c’entrino nulla con “l’operazione Egomnia”. Può darsi che le sue parole rivelino semplicemente l’indirizzo politico in cui crede e che ha messo in atto. Poco importa. Invece è importante capire che politicamente questa scelta favorisce gli interessi privati di qualcuno anziché il bene pubblico.
Ma è solo un esempio, in Valle d’Aosta ce ne sarebbero molti altri. Infatti, l’affidamento e la gestione di servizi e beni pubblici ai privati, qui, è una pratica molto diffusa. Come altrove.
Ecco, andare un po’ oltre dovrebbe significare questo: cercare un significato politico dietro i comportamenti individuali della classe dirigente.
Colpevoli o no per la giustizia, questo si vedrà. Colpevoli di smantellare pezzo per pezzo il senso dello Stato e di portare all’agonia i suoi fondamenti di giustizia sociale e di uguaglianza a favore del profitto privato... questo, e molto altro, mi pare che possiamo già dirlo.
Fonte
11/11/2018
A letto col nemico
Nelle elezioni di medio termine che erano state definite un referendum
sulla sua presidenza, Donald Trump ha mantenuto il controllo sul Senato,
ma ha perso la Camera. Tecnicamente, adesso
l’impeachment è una probabilità meno remota, e i capi d’accusa non
mancherebbero. Trump non ha uno scheletro nascosto nell’armadio, ha un
armadio sepolto dagli scheletri.
In pratica però tentare di rimuovere un presidente che ha nonostante tutto ancora così tanto seguito sarebbe lacerante per il paese, e controproducente per i Democratici, a cui toccherà quindi adattarsi alla convivenza (letteralmente) armata, finché non troveranno il modo per disinnescarlo prima di rimuoverlo.
L’America è spaccata.
Come sempre.
Come la sua stessa bandiera testimonia. Due pezzi di stoffa diversi cuciti insieme. Il cielo, e la tovaglia. Da una parte le aspirazioni, il sogno, la narrazione. Dall’altra, la pretesa di considerare tutto il mondo un ristorante dove entrare, ordinare, essere serviti.
Fra i camerieri di questo ristorante uno dei più solerti è sempre stato il governo italiano, e il Grilloverde non fa certo eccezione. Se l’Italia è stata esclusa dalle sanzioni commerciali contro l’Iran è infatti perché ha accettato il gasdotto TAP, il MUOS, i famigerati F35, e qualche altra porcheria che scopriremo presto a nostre spese.
Se li ricorda Alessandro Di Battista, il Cazzaro dei Due Mondi, gli anni in cui il Movimento 5 Stelle predicava l’uscita dalla NATO?
Nonostante la continua, compiacente svendita grillina, anche il governo Grilloverde è nato spaccato, e i cocci si tengono insieme solo per restare al potere, sempre pronti all’occorrenza a far saltare tutto dandosi la colpa a vicenda, mentre Salvini con la tovaglia al collo ogni giorno divora un pezzo di cielo pentastellato.
La sceneggiata della prescrizione s’è conclusa con un beffardo rinvio leghista al 2020. Quando anche il Grilloverde sarà prescritto.
Condoni edilizi, condoni fiscali, sanatorie, promesse di sussidi, al netto della propaganda il cui trionfalismo suona sempre più ridicolo, in realtà questo governo si regge esclusivamente sul voto di scambio. Ed è pure uno scambio rateizzato, del quale gli italiani sembrano però rassegnati ad accontentarsi, almeno per adesso.
A questo li hanno ridotti vent’anni di Circo Berlusconi, e sette di Agenda Monti applicata dal PD.
Quando si renderanno conto d’essere ancora una volta a letto col nemico, sarà troppo tardi.
Fonte
In pratica però tentare di rimuovere un presidente che ha nonostante tutto ancora così tanto seguito sarebbe lacerante per il paese, e controproducente per i Democratici, a cui toccherà quindi adattarsi alla convivenza (letteralmente) armata, finché non troveranno il modo per disinnescarlo prima di rimuoverlo.
L’America è spaccata.
Come sempre.
Come la sua stessa bandiera testimonia. Due pezzi di stoffa diversi cuciti insieme. Il cielo, e la tovaglia. Da una parte le aspirazioni, il sogno, la narrazione. Dall’altra, la pretesa di considerare tutto il mondo un ristorante dove entrare, ordinare, essere serviti.
Fra i camerieri di questo ristorante uno dei più solerti è sempre stato il governo italiano, e il Grilloverde non fa certo eccezione. Se l’Italia è stata esclusa dalle sanzioni commerciali contro l’Iran è infatti perché ha accettato il gasdotto TAP, il MUOS, i famigerati F35, e qualche altra porcheria che scopriremo presto a nostre spese.
Se li ricorda Alessandro Di Battista, il Cazzaro dei Due Mondi, gli anni in cui il Movimento 5 Stelle predicava l’uscita dalla NATO?
Nonostante la continua, compiacente svendita grillina, anche il governo Grilloverde è nato spaccato, e i cocci si tengono insieme solo per restare al potere, sempre pronti all’occorrenza a far saltare tutto dandosi la colpa a vicenda, mentre Salvini con la tovaglia al collo ogni giorno divora un pezzo di cielo pentastellato.
La sceneggiata della prescrizione s’è conclusa con un beffardo rinvio leghista al 2020. Quando anche il Grilloverde sarà prescritto.
Condoni edilizi, condoni fiscali, sanatorie, promesse di sussidi, al netto della propaganda il cui trionfalismo suona sempre più ridicolo, in realtà questo governo si regge esclusivamente sul voto di scambio. Ed è pure uno scambio rateizzato, del quale gli italiani sembrano però rassegnati ad accontentarsi, almeno per adesso.
A questo li hanno ridotti vent’anni di Circo Berlusconi, e sette di Agenda Monti applicata dal PD.
Quando si renderanno conto d’essere ancora una volta a letto col nemico, sarà troppo tardi.
Fonte
18/11/2017
Tipologie di voto
Nella ridda di dichiarazioni rilasciate da questo o da quello in occasione della morte di Totò Riina (avvenimento al quale è stato sicuramente dedicato un eccessivo spazio mediatico) ha colpito una dichiarazione del ministro dell’interno Minniti, al riguardo di un “patto da stabilire tra le forze politiche per rifiutare il voto delle cosche mafiose”.
Quale significato assume questo tipo di dichiarazione?
Pare riassumibile in due punti: il primo, quello davvero più ovvio, riguarda l’ammissione di un passato (e di un presente, in Sicilia si è votato proprio in questo stesso novembre 2017) nel quale il voto delle cosche mafiose arrivava regolarmente alle forze politiche, almeno a quello collocate in una certa dimensione all’interno della complessa situazione siciliana. Naturalmente non può essere dimenticato il voto della n’drangheta in Calabria, della Sacra Corona Unita in Puglia, della camorra in Campania e quanto – da moltissimi anni – il voto della criminalità organizzata abbia pesato anche nelle altre regioni d’Italia, laddove queste “onorate società” hanno sviluppato attività economiche quale copertura legale del riciclaggio di denaro.
In secondo luogo non può non essere rimarcato l’interrogativo del come si porrebbe un eventuale “patto” (stipulato come?) al riguardo della legislazione vigente in Italia, che fin dal 1992 (anno della presunta trattativa stato – mafia di cui si è tanto discusso anche in sede processuale) si occupa proprio del voto di scambio in relazione all’ambito mafioso.
In Italia il voto di scambio, infatti, non è di per sé una fattispecie di reato autonoma, tranne che nel momento in cui possa essere ascritto a soggetti a cui possa essere contestata attività di cui all’art 416 bis del codice penale.
Il voto di scambio può manifestarsi in un rapporto diretto fra politico ed elettore e/o con l’interposizione di interessi di organizzazioni mafiose, in cambio di denaro o di una raccomandazione per un posto di lavoro. Nel 1992 venne introdotta, per contrastare le organizzazioni di stampo mafioso la fattispecie dello scambio elettorale politico-mafioso.
Il 16 aprile 2014 il senato ha approvato in via definitiva la modifica dell’art 416 che disciplina le sanzioni penali sul voto di scambio politico-mafioso. Il nuovo testo dell’articolo 416-ter prevede che chiunque accetti la promessa di procurare voti in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità (cancellato il termine ”qualsiasi” riferito ad altre utilità) è punito con la reclusione da 4 a 10 anni mentre, nella vecchia formulazione, la reclusione era compresa da 7 a 12 anni. In sostanza una “diminutio” nella casistica e nella pena.
Come si pone allora l’idea ministeriale del “Patto” in relazione alla legge?
E’ evidente che siamo di fronte all’esistenza di fenomeni massicci di condizionamento del voto e che il punto non risiede nel tipo di disposizioni legislative, ma nella strutturazione dell’azione politica da parte dei partiti e dei candidati.
Si tratta di questione molto antica: basti pensare, al proposito, alle pagine del “Gattopardo” e alla famosa frase “che tutto cambi perché nulla cambi”, oppure al tempo del notabilato quando prefetti e cosche indirizzavano il voto verso quello che Salvemini definiva “il Ministero della Malavita”. Pensiamo poi al connubio fascismo/organizzazioni mafiose e nel secondo dopoguerra, dalla presenza degli USA nell’isola siciliana e alle conseguenze che questo fatto ebbe sulla politica locale e nazionale.
Appare dunque perlomeno incauta la dichiarazione del Ministro dell’Interno in questa occasione, tanto più che il sistema elettorale (uninominale da una parte, liste bloccate dall’altra) favorisce il ritorno al notabilato e quindi rende più facile la pressione esterna nel senso del voto di scambio.
Voto di scambio, sarà bene ricordare, che non rientra nei termini del dettato legislativo appena indicato nel caso di “elezioni primarie” interne a partiti e a schieramenti, con il conseguente risultato di un possibile inquinamento “alla fonte” cioè nel momento delle scelte dei candidati (questo, sia chiaro, può avvenire naturalmente sia ai gazebo, sia tramite il web). E’ questo un dato da verificare con grande attenzione nel momento in cui attraverso “parlamentarie” di vari tipo si determinano le posizioni che garantiscono l’elezione nelle liste plurinominali bloccate.
Il collegio uninominale, poi, al contrario di quello che indicherebbe la tradizione nelle democrazie occidentali, esalta la competizione tra i vari candidati al riguardo proprio del “voto di scambio”.
Siamo di fronte ad indici elevati di fragilità del sistema (sempre più corroso dall’esercizio spregiudicato dell’autonomia del politico e dall’elevato astensionismo) e di crescita del già notevole livello di possibilità di inquinamento del voto, laddove abbiamo assistito nel corso degli anni a una diminuzione di peso del voto di appartenenza e a un vero e proprio mescolamento di carte tra voto d’opinione e voto di scambio dovuto alla crescita d’importanza (a livello esponenziale) della personalizzazione della politica.
Proprio per questi motivi, in conclusione, sarebbe comunque preferibile (al di là anche della stessa valutazione al riguardo del tema della rappresentanza politica che pure costituisce questione di grande importanza) una formula elettorale proporzionale, unica formula possibile per sviluppare un tentativo di una qualche rivitalizzazione del sistema politico.
La formula con la quale ci apprestiamo al prossimo voto presenta infatti la tagliola del trasferimento di voto automatico tra uninominale e plurinominale, impedendo così la libera espressione del voto di opinione (oltre alla quota, sicuramente incostituzionale, di voto “non personale” perché attribuito a liste diverse da quella votata).
Una formula elettorale proporzionale (e non mista) risulterebbe anche utile per recuperare il senso di un voto di opinione comunque espresso al di fuori dal peso del voto di scambio (il suffragio per il “simbolo” tanto per intenderci) e magari anche il recupero di qualche quota di voto di appartenenza.
Fonte
Quale significato assume questo tipo di dichiarazione?
Pare riassumibile in due punti: il primo, quello davvero più ovvio, riguarda l’ammissione di un passato (e di un presente, in Sicilia si è votato proprio in questo stesso novembre 2017) nel quale il voto delle cosche mafiose arrivava regolarmente alle forze politiche, almeno a quello collocate in una certa dimensione all’interno della complessa situazione siciliana. Naturalmente non può essere dimenticato il voto della n’drangheta in Calabria, della Sacra Corona Unita in Puglia, della camorra in Campania e quanto – da moltissimi anni – il voto della criminalità organizzata abbia pesato anche nelle altre regioni d’Italia, laddove queste “onorate società” hanno sviluppato attività economiche quale copertura legale del riciclaggio di denaro.
In secondo luogo non può non essere rimarcato l’interrogativo del come si porrebbe un eventuale “patto” (stipulato come?) al riguardo della legislazione vigente in Italia, che fin dal 1992 (anno della presunta trattativa stato – mafia di cui si è tanto discusso anche in sede processuale) si occupa proprio del voto di scambio in relazione all’ambito mafioso.
In Italia il voto di scambio, infatti, non è di per sé una fattispecie di reato autonoma, tranne che nel momento in cui possa essere ascritto a soggetti a cui possa essere contestata attività di cui all’art 416 bis del codice penale.
Il voto di scambio può manifestarsi in un rapporto diretto fra politico ed elettore e/o con l’interposizione di interessi di organizzazioni mafiose, in cambio di denaro o di una raccomandazione per un posto di lavoro. Nel 1992 venne introdotta, per contrastare le organizzazioni di stampo mafioso la fattispecie dello scambio elettorale politico-mafioso.
Il 16 aprile 2014 il senato ha approvato in via definitiva la modifica dell’art 416 che disciplina le sanzioni penali sul voto di scambio politico-mafioso. Il nuovo testo dell’articolo 416-ter prevede che chiunque accetti la promessa di procurare voti in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità (cancellato il termine ”qualsiasi” riferito ad altre utilità) è punito con la reclusione da 4 a 10 anni mentre, nella vecchia formulazione, la reclusione era compresa da 7 a 12 anni. In sostanza una “diminutio” nella casistica e nella pena.
Come si pone allora l’idea ministeriale del “Patto” in relazione alla legge?
E’ evidente che siamo di fronte all’esistenza di fenomeni massicci di condizionamento del voto e che il punto non risiede nel tipo di disposizioni legislative, ma nella strutturazione dell’azione politica da parte dei partiti e dei candidati.
Si tratta di questione molto antica: basti pensare, al proposito, alle pagine del “Gattopardo” e alla famosa frase “che tutto cambi perché nulla cambi”, oppure al tempo del notabilato quando prefetti e cosche indirizzavano il voto verso quello che Salvemini definiva “il Ministero della Malavita”. Pensiamo poi al connubio fascismo/organizzazioni mafiose e nel secondo dopoguerra, dalla presenza degli USA nell’isola siciliana e alle conseguenze che questo fatto ebbe sulla politica locale e nazionale.
Appare dunque perlomeno incauta la dichiarazione del Ministro dell’Interno in questa occasione, tanto più che il sistema elettorale (uninominale da una parte, liste bloccate dall’altra) favorisce il ritorno al notabilato e quindi rende più facile la pressione esterna nel senso del voto di scambio.
Voto di scambio, sarà bene ricordare, che non rientra nei termini del dettato legislativo appena indicato nel caso di “elezioni primarie” interne a partiti e a schieramenti, con il conseguente risultato di un possibile inquinamento “alla fonte” cioè nel momento delle scelte dei candidati (questo, sia chiaro, può avvenire naturalmente sia ai gazebo, sia tramite il web). E’ questo un dato da verificare con grande attenzione nel momento in cui attraverso “parlamentarie” di vari tipo si determinano le posizioni che garantiscono l’elezione nelle liste plurinominali bloccate.
Il collegio uninominale, poi, al contrario di quello che indicherebbe la tradizione nelle democrazie occidentali, esalta la competizione tra i vari candidati al riguardo proprio del “voto di scambio”.
Siamo di fronte ad indici elevati di fragilità del sistema (sempre più corroso dall’esercizio spregiudicato dell’autonomia del politico e dall’elevato astensionismo) e di crescita del già notevole livello di possibilità di inquinamento del voto, laddove abbiamo assistito nel corso degli anni a una diminuzione di peso del voto di appartenenza e a un vero e proprio mescolamento di carte tra voto d’opinione e voto di scambio dovuto alla crescita d’importanza (a livello esponenziale) della personalizzazione della politica.
Proprio per questi motivi, in conclusione, sarebbe comunque preferibile (al di là anche della stessa valutazione al riguardo del tema della rappresentanza politica che pure costituisce questione di grande importanza) una formula elettorale proporzionale, unica formula possibile per sviluppare un tentativo di una qualche rivitalizzazione del sistema politico.
La formula con la quale ci apprestiamo al prossimo voto presenta infatti la tagliola del trasferimento di voto automatico tra uninominale e plurinominale, impedendo così la libera espressione del voto di opinione (oltre alla quota, sicuramente incostituzionale, di voto “non personale” perché attribuito a liste diverse da quella votata).
Una formula elettorale proporzionale (e non mista) risulterebbe anche utile per recuperare il senso di un voto di opinione comunque espresso al di fuori dal peso del voto di scambio (il suffragio per il “simbolo” tanto per intenderci) e magari anche il recupero di qualche quota di voto di appartenenza.
Fonte
23/11/2016
Colpo di Stato? Il Pd trascina il paese allo scontro
Un paio di giorni fa, l’economista Giuliano Cazzola, ospite all’Aria che Tira, a metà fra il serio ed il faceto, ha detto che in caso di vittoria del M5s, i carabinieri dovrebbero fare un colpo di Stato.
Certo, si fa presto a dire che è solo una battuta, magari esagerata,
però quando iniziano a volare certe parole è bene cominciare a prendere
appunti.
Noi non ce lo stiamo dicendo e facciamo
finta che la riforma costituzionale di Renzi sia una proposta, avanzata
secondo le regole e che riceverà l’approvazione o la disapprovazione
finale del popolo. Comunque vada è una decisione democratica che chiude
la questione.
E invece le cose non stanno così, questa è solo la rappresentazione formale dello scontro, non l’analisi politica di esso.
In primo luogo c’è il peccato di origine di come è nata questa riforma:
da parte di un partito che aveva solo il 25% dei voti popolari,
magicamente raddoppiati in seggio grazie ad una legge elettorale super
truffa dichiarata incostituzionale.
Per di più si noti che la riforma
costituzionale (o anche quella elettorale) non facevano parte del
programma del Pd, dunque non c’è neppure stata una investitura popolare
in questo senso, per quanto minoritaria, anzi Sel, che faceva parte
della coalizione si è dissociata dalla riforma ed è passata
all’opposizione. E neanche c’è stata una decisione nel congresso del
partito in questo senso, anzi una bella fetta del partito si è
dichiarata contraria e, in parte, ora vota No.
Questa riforma è partita fra il Quirinale e Palazzo Chigi, nella più classica “combinazione di palazzo”.
Poi l’iter legislativo e la campagna sono andati come si sa, con
frequenti strappi alla norma e autentiche enormità cui, però, i mass
media si sono adeguati parlandone come se nulla fosse.
L’Hp di ieri parlava disinvoltamente di un patto fra Renzi e De Luca, per il quale il governo modificherebbe la legge sul commissariamento
della sanità nelle regioni, permettendo a De Luca di diventare
commissario nella sua regione, se De Luca gli porta un po’ di Si al
referendum e questo spiega la riunione dei 300 sindaci il 15 novembre (se non è voto di scambio questo, cosa è voto di scambio?). Ma sulla questione ed il suo profilo penale torneremo a breve.
Per Renzi gli altri (tutti gli
altri) sono marmaglia ma la stampa insorge solo quando Grillo gli
risponde per le rime definendolo pesantemente come “scrofa ferita”
(si poteva dire anche tigre ferita). Tutto questo sta creando un clima
di inimicizia assoluta fra i due schieramenti. Ormai si respira un clima
di pre-guerra civile anche se si evita di usare la parola. E in questo
clima cominciano a volare parole come “colpo di Stato”.
Il fatto è che il Pd il danno lo ha già combinato: ha stracciato il patto comune facendone un affare di partito.
Comunque finisca (a meno di un improbabile 65% o 75% a favore di uno
dei due schieramenti) ci sarà una importante fetta del popolo che non si
riconoscerà nella costituzione che uscirà dalle urne. Non sarà la
costituzione di tutto il popolo ma di poco più della metà di esso. Se
dovesse vincere il Si alla costituzione gelliana, gli altri, i
sostenitori della costituzione repubblicana si organizzeranno per
rovesciare questo risultato, se dovesse vincere il No quanti pensano che
si sia persa una occasione per cambiare le cose proverebbero
costantemente a riproporre il loro schema piduista. Con il risultato che
la Costituzione diverrebbe terreno di scontro e non più patto
concordato.
Il danno è fatto e quelli del Pd
si sono comportati come una banda di pazzi irresponsabili, trascinando
il paese verso lo scontro interno.
Il 5 dicembre constateremo il fossato di
odio che si è aperto e che si approfondirà sempre più se la situazione
economico sociale del paese dovesse peggiorare ancora.
Una vittoria del no di larga
misura ed il ritorno alla legge elettorale proporzionale sono le
primissime misure che possono fermare questa discesa agli inferi del
paese.
Tutte condivisibili le valutazioni di Giannuli, fatta eccezzione per la presunta discesa agli inferi di questo paese, perchè mi pare abbastanza palese che la pace sociale non tenga più e non abbia più alcuna ragione d'essere invocata.
09/03/2016
Napoli - Il sindaco De Magistris sulle "primarie del Pd"
Il clima politico a Napoli, dopo lo scandalo delle primarie Pd (voti comprati e "costantiniani" fuori dai seggi), diventa decisamente più "allegro".
Qui di seguito la dichiarazione rilasciata alla stampa dal sindaco in carica, Luigi De Magistris.
Le nostre mani non sono impregnate di compravendite. La corruzione è nel vostro agire. Nella nostra storia non c'è puzzo di compromesso morale. Nella nostra vita il corpo lo mettiamo contro mafie e corruzioni. Operiamo in autonomia. Liberi, con coraggio.
Stiamo dando voce a chi voce nel passato non ha mai avuto. I cittadini stanno diventando gli autogovernanti. La città di Napoli diffonde potere e responsabilità verso il popolo. Un popolo protagonista, non più suddito.
Una Città forte, non piegata. Fieri, non mortificati.
Sconfiggeremo definitivamente il tentativo di occupare la città. Napoli liberata dalla vecchia politica. In questa città è sorto un movimento popolare divenuto soggetto politico autonomo.
Il Sistema a Napoli sta morendo.
Abbiamo tolto ossigeno alla camorra dei colletti bianchi. A Napoli l'energia vulcanica del popolo in movimento ha scardinato le concentrazioni dei poteri diffondendo potere agli abitanti nei territori della Città. E' nata una Città autonoma, che l'ordine costituito non riesce a controllare e sottomettere.
Respingeremo il vecchio sistema partitocratico e le occupazioni istituzionali del neo-centralismo autoritario. Il cammino verso la liberazione da ogni forma di oppressione non può più essere interrotto. Avanti Napoli, senza tentennamenti, senza paure. Da Sud, per la definitiva sovversione del Sistema.
Voi non ci avrete mai! Perché siamo, prima di avere! Venceremos!
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Fonte
Qui di seguito la dichiarazione rilasciata alla stampa dal sindaco in carica, Luigi De Magistris.
*****
Le nostre mani non sono impregnate di compravendite. La corruzione è nel vostro agire. Nella nostra storia non c'è puzzo di compromesso morale. Nella nostra vita il corpo lo mettiamo contro mafie e corruzioni. Operiamo in autonomia. Liberi, con coraggio.
Stiamo dando voce a chi voce nel passato non ha mai avuto. I cittadini stanno diventando gli autogovernanti. La città di Napoli diffonde potere e responsabilità verso il popolo. Un popolo protagonista, non più suddito.
Una Città forte, non piegata. Fieri, non mortificati.
Sconfiggeremo definitivamente il tentativo di occupare la città. Napoli liberata dalla vecchia politica. In questa città è sorto un movimento popolare divenuto soggetto politico autonomo.
Il Sistema a Napoli sta morendo.
Abbiamo tolto ossigeno alla camorra dei colletti bianchi. A Napoli l'energia vulcanica del popolo in movimento ha scardinato le concentrazioni dei poteri diffondendo potere agli abitanti nei territori della Città. E' nata una Città autonoma, che l'ordine costituito non riesce a controllare e sottomettere.
Respingeremo il vecchio sistema partitocratico e le occupazioni istituzionali del neo-centralismo autoritario. Il cammino verso la liberazione da ogni forma di oppressione non può più essere interrotto. Avanti Napoli, senza tentennamenti, senza paure. Da Sud, per la definitiva sovversione del Sistema.
Voi non ci avrete mai! Perché siamo, prima di avere! Venceremos!
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Fonte
08/03/2016
Napoli. Il Pd compra i voti anche alle primarie, caos nel "partito"
Il nuovo che avanza, a Napoli, si chiama compravendita dei voti. Si sta parlando delle primarie del Pd, che proprio a Napoli, in controtendenza con il resto delle città, avevano fatto segnare un sorprendente aumento della partecipazione rispetto all'anno prima (quando si doveva votare per le regionali e bisognava “plebiscitare” De Luca).
Ora un servizio molto documentato di Fanpage mostra come – fuori dai gazebo o dai locali destinati al cosiddetto voto – abbiano stazionato per tutta la giornata personaggi che retribuivano, all'uscita, una parte dei “votanti”. Prezzo basso, diciamolo subito: un euro appena, quello necessario – al “seggio” – per avere la scheda e indicare il nome prescelto. Insomma, io te lo voto pure il tuo candidato, ma mica pretenderai che paghi io...
I quartieri sono ovviamente quelli più sgarrupati, dove vive una popolazione che ha bisogno di tutto e dove è più facile – lo faceva già Achille Lauro, con i pacchi di pasta o le scarpe spaiate – distruggere alla radice il meccanismo democratico mediante il pagamento della “prestazione”: Scampia, Piscinola, San Giovanni a Teduccio.
Tra i personaggi addessti alla distribuzione delle monetine anche alcuni consiglieri comunali e consiglieri municipali del Pd. Tra loro si riconoscono facilmente anche Antonio Borriello, consigliere comunale Pd, ex bassoliniano di ferro. Uno abituato alle capriole politiche, comunque, tanto da firmare per la candidatura di Bassolino e poi sostenere Valeria Valente. Nella sua zona, San Giovanni a Teduccio, la Valente ha vinto nettamente, surclassando tutti.
Borriello, interpellato dopo la diffusione del video, si è difeso con improntitudine professionale: “L'ho fatto per non essere scortese come partito. Faceva freddo, erano venuti lì, non avevano l'euro e così gliel'ho dato io, ma l'ho fatto davanti a tutti, mica di nascosto”.
Anche il segretario del Pd in città, Venanzio Carpentieri, cera di minimizzare: “Credo si sia trattato di episodi da condannare senza mezzi termini ma isolati e che non hanno influito sulla regolarità complessiva del voto”. Una cazzata mostruosa, visto che lo scarto tra la Valente e Bassolino è stata, alla fine, di appena 452 voti.
Bassolino pare che non avanzerà ricorso. Conosce le regole del gioco, sa benissimo che non può e non vuole fare il “Cofferati napoletano” (l'ex segretario della Cgil, battuto dalla Paita in Liguria, aveva poi promosso una lista alternativa a quella del Pd). Probabilmente starà pensando a come capitalizzare questo scandalo in termini di peso politico nel prosieguo della campagna elettorale ed eventualmente in sede di attribuzione delle poltrone (nel caso, a questo punto davvero improbabile, che il Pd riesca a scalzare Luigi De Magistris). La strategia proposta ricalca quella renziana, del resto. Ossia prendere voti al centro (a sinistra non c'è più spazio), allearsi con gli alfaniani di Area Popolare e poi – nel caso si riesca ad arrivare al ballottaggio – cercare di avere i voti berlusconiani (il candidato è Lettieri) per battere “Giggino”, fin qui ampiamente in testa nei sondaggi.
Una sola constatazione finale: se fuori dai “seggi” il Pd è stato costretto a mandare consiglieri straconosciuti, vuol dire che quanto a “militanza” stanno ridotti veramente male...
*****
Ore 14.30 – La portata dello scandalo cresce con il passare delle ore. E quindi anche Bassolino sta soppesando diversamente la situazione, Diverse riunioni dei suoi collaboratori, con l'ex sindaco e "governatore" regionale, sembrano preludere alla presentazione di un ricorso contro il risultato delle primarie truccate.
Intanto, la Procura di Napoli apre un’indagine conoscitiva. Nessuna ipotesi di reato al momento. Il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino acquisirà il video di Fanpage.it.
Il Pd convoca la direzione nazionale per affrontare il "nodo Napoli". Si fa avanti così una certezza: di vincere le amministrative, qui come a Roma, non se ne parla proprio...
Fonte
26/12/2015
500 euro di terrore. L’integrazione nell’epoca dello stato di emergenza
«Habemus Bonus!», potranno finalmente gridare i neo-diciottenni.
500 euro una tantum contenuti in una carta acquisti consegnata dal
governo ai futuri votanti. «Che figata!», verrebbe da rispondere:
cinema, teatri, concerti, musei tutto in un cip. Le ragioni di
cotanta munificenza le ha spiegate il loquace Matteo in uno dei suoi
ultimi interventi pubblici: si tratta di «combattere il terrore con la
cultura». Se ci avessero pensato in Francia qualche mese fa, i fanatici del Daesh al Bataclan ci sarebbero andati a ballare. Bisogna riconoscere che c’è del genio.
La strategia argomentativa è d’altra parte il grandioso supporto ideologico di un'altrettanto geniale strategia contabile. Se
si tratta di sicurezza e di lotta contro il terrorismo, i soldi si
trovano e gli Stati membri dell’Unione possono andare in deficit senza
troppi sensi di colpa. Devi dare un aumento alle tue forze
dell’ordine, che da sempre lamentano di essere sottopagate? Ottanta euro
e siamo tutti più sicuri. Devi procacciarti nuovi voti in un largo
bacino di nuovi elettori appena maggiorenni? Una cura di base
anti-radicalizzazione a colpi di pièce teatrali, Lady Gaga e
musei vaticani e siamo tutti più sicuri. 500 euro e passa la paura!
Bisogna riconoscere che c’è del genio.
Nonostante tutta questa genialità, però,
un dettaglio salta all’occhio. I potenziali terroristi sarebbero
infatti i giovani italiani e i cittadini dell’Unione Europea. I figli dei migranti extraeuropei, infatti, non avranno alcun diritto alla carta dei balocchi.
Lo stato d’emergenza, che in Italia ci assicurano non esserci, rivela
così il suo legame profondo con le politiche dell’integrazione che
assumono un senso del tutto nuovo, anche se non originale. Basta con la
pretesa malsana di voler integrare i migranti. Diciamo la verità: quelli
che devono essere davvero integrati in Italia sono i diciottenni.
Chissà perché il governo è stato accusato di razzismo e la misura
«cultura versus paura» è stata considerata da alcuni come una legge razziale. Dovremmo invece essere contenti: per la prima volta l’associazione migrante-terrorista è stata evitata!
Eppure, insieme a centinaia di migliaia di potenziali terroristi, in
giro ci sono un sacco di malpensanti pronti a sostenere che il governo è
razzista e che, con questo bonus geniale, sta cercando di assicurarsi
qualcosa di più di una manciata di nuovi voti (ammesso che 500 euro
siano sufficienti a comprarli).
Questi cinici ingrati insinuano che,
escludendo dal bonus i giovani figli dei migranti, il losco Matteo stia
cercando il modo per insegnare tanto agli italiani quanto ai migranti che devono tenere la testa bassa.
Ai primi insegna che in un mondo di precarietà (che è sempre e solo
colpa dell’Europa) al massimo si può sperare in un regalo una tantum, ai
secondi impartisce la dura lezione che esistono precarietà separate.
Non sia mai che i giovani italiani e i migranti possano pensare che si
comincia con 500 euro e si finisce per chiedere le pensioni. Questa è
una prospettiva che certamente terrorizza il governo anche più del
terrorismo. Dopo tutto se i migranti sono solo braccia, perché pagargli
pure il loisir? Il vero pericolo è che i diciottenni
italiani e i migranti comincino a sospettare che gli spetti qualcosa di
più dell’essere sfruttati. L’insubordinazione, si sa, è
altamente contagiosa e va contenuta a priori. D’altra parte solo le
anime belle pensavano che integrazione significasse uguaglianza. Il
terrorizzato Matteo ha scoperto il vero senso dell’integrazione
all’epoca dello stato di emergenza: profitti senza insubordinazione, sicurezza garantita!
22/10/2015
Tangenti Anas, arrestato ex sottosegretario del Pd
Un'inchiesta come tante, una al giorno. Finiscono sulle prime pagine, ci si indigna – giustamente – per il nome più famoso tra gli arrestati (ieri era toccata a Mastrapasqua), e poi via, tutto nel dimenticatoio, dove si accumula il ciarpame della memoria, dove fermenta il risentimento indistinto e idiota dell'ignoranza che si trasforma in rancorosa impotenza. Il successo di cazzate come “la kasta” e i movimenti politici che ci prosperano sopra, nasce da questa impotenza voluta, coltivata, alimentata dal potere.
La notizia di stamani è che la Guardia di finanza sta eseguendo una serie di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Roma nei confronti di dirigenti e funzionari dell'Anas (la società che costruisce e mantiene le strade statali, ovviamente con soldi pubblici). Coinvolti nell'inchiesta, su diversi episodi corruttivi, anche alcuni imprenditori titolari di società vincitrici di appalti per importanti opere pubbliche e avvocati.
Tra questi l'ex sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Prodi, Luigi Meduri che, dal 1999 al 2000, è stato anche presidente della Regione Calabria. Un vecchio democristiano, poi transitato nella Margherita e quindi “naturalmente” approdato al nuovo partito del malaffare nazionale, il Partito Democratico di Matteo Renzi. Un "peone" tra tanti, depositario di pacchetti di voti locali e quindi fugacemente ricompensato con qualche comparsata nella politica nazionale. Non deve essere un caso che tra i reati contestati ci sia anche il “voto di scambio”. Certo, a un livello più basso di quello che si pratica in questi mesi nei due rami del Parlamento...
Non ci sarebbe molto da aggiungere se non fosse per la feroce determinazione con cui i ceti dominanti cercano ogni minuto di allontanare da sé lo sguardo critico di una popolazione disorientata, indirizzandolo invece contro gli ultimi della stratificazione sociale. Ovvero nella fascia della precarietà esistenziale assoluta in cui (quasi) tutti veniamo precipitati e in cui, ovviamente, abbiamo tutti paura di finire.
“Kasta” e razzismo si nutrono alla stessa fonte. Ma l'acqua scende dall'alto, no?
Fonte
La notizia di stamani è che la Guardia di finanza sta eseguendo una serie di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Roma nei confronti di dirigenti e funzionari dell'Anas (la società che costruisce e mantiene le strade statali, ovviamente con soldi pubblici). Coinvolti nell'inchiesta, su diversi episodi corruttivi, anche alcuni imprenditori titolari di società vincitrici di appalti per importanti opere pubbliche e avvocati.
Tra questi l'ex sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Prodi, Luigi Meduri che, dal 1999 al 2000, è stato anche presidente della Regione Calabria. Un vecchio democristiano, poi transitato nella Margherita e quindi “naturalmente” approdato al nuovo partito del malaffare nazionale, il Partito Democratico di Matteo Renzi. Un "peone" tra tanti, depositario di pacchetti di voti locali e quindi fugacemente ricompensato con qualche comparsata nella politica nazionale. Non deve essere un caso che tra i reati contestati ci sia anche il “voto di scambio”. Certo, a un livello più basso di quello che si pratica in questi mesi nei due rami del Parlamento...
Non ci sarebbe molto da aggiungere se non fosse per la feroce determinazione con cui i ceti dominanti cercano ogni minuto di allontanare da sé lo sguardo critico di una popolazione disorientata, indirizzandolo invece contro gli ultimi della stratificazione sociale. Ovvero nella fascia della precarietà esistenziale assoluta in cui (quasi) tutti veniamo precipitati e in cui, ovviamente, abbiamo tutti paura di finire.
“Kasta” e razzismo si nutrono alla stessa fonte. Ma l'acqua scende dall'alto, no?
Fonte
25/05/2015
Renzi: siamo al voto di scambio
Credo che non ci siano parole per definire e commentare quello che ha fatto il Presidente del Consiglio andando da Gilletti ad annunciare un “bonus” di 500 euro per i pensionati che hanno subito trattenute illegittime. O meglio, una parola c’è: voto di scambio. Probabilmente eccessiva da un punto di vista strettamente giuridico, ma politicamente è perfetto, anzi pecca per difetto.
Ragioniamoci su: tre anni fa una legge, che non stiamo qui a commentare, decise un taglio sulle pensioni superiori ad una certa somma e su quella base il governo emanò un decreto attuativo. Uno degli interessati ricorse per via giurisdizionale, sollevando eccezione di costituzionalità. La Corte Costituzionale, relatrice Silvana Sciarra (che mi vanto di aver sostenuto a novembre, permettetemi di rivendicarlo) ha deciso che il ricorrente ha ragione ed ha fatto decadere il decreto commesso alla legge. In presenza di una declaratoria di incostituzionalità, la norma decade, tam quam non esset e cessa di dispiegare ogni effetto, dunque, per i più elementari principi costituzionali, ora il governo è tenuto a restituire per intero la trattenuta illecitamente operata e ci sarebbe da discutere sugli interessi maturati.
Il governo, però, sostiene di non dover restituire gli arretrati ai pensionati e si appella alla sentenza n10 dell’11 febbraio 2015 sulla cd “Robin tax” dichiarata illegittima ma solo dal giorno dopo la sentenza e non per il pregresso, quindi senza dar luogo a restituzione. Dunque, trattandosi di una tassa illecitamente percepita gli effetti cessano, ma non per il passato e, argomenta il governo, è lo stesso caso di oggi.
E invece no: nel caso della Robin Tax i danneggiati furono gli automobilisti che si trovarono a pagare quella tassa sul pieno di benzina, ma ora sarebbe impossibile rintracciare quegli automobilisti per indennizzare il danno e la restituzione andrebbe solo a beneficio dei petrolieri che incasserebbero la restituzione mettendosela in tasca, senza girarla ai veri danneggiati. Dunque, la Corte ha ritenuto che l’Erario sarebbe stato depauperato non per indennizzare i danneggiati, ma a vantaggio di terzi che non hanno titolo per riscuotere quel denaro. Qui, invece abbiamo individuato bene i diretti interessati: i pensionati che hanno subito l’ingiusta decurtazione, quindi il caso è diverso.
In secondo luogo, il governo fa riferimento al vincolo di bilancio inserito in Costituzione tre anni fa (art. 81), che motiverebbe la ragione del taglio (la Corte ha ritenuto fra l’altro che la misura non fosse adeguatamente motivata), solo che l’avvocato dello Stato che ha difeso il governo, non ha minimamente sollevato il problema dell’art. 81 e non è possibile farlo ora a posteriori.
Comunque, se ci saranno dubbi, spetterà ai tribunali della Repubblica stabilire nel merito la questione ed, eventualmente, investirne nuovamente la Corte Costituzionale.
Il Governo può decidere di resistere ed affrontare eventuali ricorsi o liquidare gli arretrati e basta. Ma se resiste, l’eventuale sentenza potrebbe addossare al governo le spese processuali ed anche gli interessi, moltiplicando il salasso. Io pagherei e subito.
Invece, il Presidente del Consiglio che fa? Dà per scontato di avere ragione (e quando mai...!?) e che per gli arretrati non sia dovuto a dar nulla, poi va in televisione nella trasmissione più seguita da pensionati e casalinghe, nell’ora di massimo ascolto, e fa un discorso che possiamo riassumere così: “Io non vi dovrei niente, ma siccome siete voi (e siccome fra due settimane si vota), facciamo così: vi do un bonus di 500 euro pro bono pacis, e chiudiamola qui (però ricordatevi di votare per me)”.
Ora: se la somma degli arretrati è dovuta, in toto o parzialmente, lui deve corrisponderla nella misura derivante dalle decisioni dell’Autorità giudiziaria e non sulla base di una sua decisione arbitraria; ma se non è dovuta, non può usare il denaro pubblico per una distribuzione selettiva di risorse e come “buono elettorale”. Da un punto di vista politico questo si chiama “voto di scambio”, fatto usando denaro dello Stato.
Lascio ai penalisti stabilire se ci siano gli estremi di reato, anche solo come ipotesi, probabilmente no, ma, sul piano politico, sapete dirmi che differenza c’è fra Matteo Renzi ed Achille Lauro? O meglio, una differenza c’è: Lauro le scarpe ed i pacchi di pasta che distribuiva, li pagava di tasca sua. E Renzi è peggio di Lauro.
Un anno fa, Renzi fece la stessa cosa con la largizione di 80 euro, presentata come sostegno alla domanda interna ed ai ceti deboli e gli andò bene. Ma, la cosa venne decisa un paio di mesi prima delle elezioni, la somma era contenuta e la motivazione ufficiale più plausibile. Qui siamo proprio alla proposta corruttiva appena velata.
Questo piccolo episodio ci insegna diverse cose. Prima di tutto che tipo di avvocato è Renzi (voi vi fareste difendere da uno così?)
Poi quanto sia pericolosa la sua concezione della democrazia, in tutto berlusconiana, per la quale l’investitura elettorale è l’autorizzazione ad agire senza limiti normativi o contrappesi istituzionali (ricordate l’ “Unto del Signore”?). La sua concezione è quella del governo di uomini e non del governo di leggi, cioè quanto di più estraneo allo spirito dello Stato di Diritto.
E ci fa capire anche quanto sia pericolosa la sua riforma istituzionale: pensate solo a come sarebbero eletti i giudici costituzionali: 630 deputati+100 senatori, fa 730 voti, per cui, essendo necessario il 60%, per eleggere un giudice costituzionale ci vorrebbero 438 voti. Per la legge elettorale dell’Italicum, il vincitore delle elezioni (ed è chiaro che Renzi pensa a sé stesso) avrebbe già 354 voti alla Camera, per cui gliene mancherebbero 84 che potrebbe rastrellare fra voti propri al Senato ed un eventuale alleato. Diciamo che, per effetto del doppio filtro maggioritario, al Senato il vincitore potrebbe avere fra 60 e 65 seggi, a quel punto gli basterebbe un alleato con una ventina di voti per dividersi i giudici costituzionali 4 al partito di maggioranza ed 1 al suo occasionale alleato.
Ma con 354 voti alla Camera, gli basterebbe avere 12 voti al Senato per eleggere il Capo dello Stato e, attraverso questo, prendersi i 5 giudici costituzionali di nomina presidenziale, per cui arriverebbe ad averne 9 su 15. Dopo di che, possiamo anche sciogliere la Corte Costituzionale come ente inutile.
Ridatemi la Monarchia Costituzionale, almeno lì il re non lo mette sul trono Renzi! Mi sentirei più garantito così.
Fonte
Ragioniamoci su: tre anni fa una legge, che non stiamo qui a commentare, decise un taglio sulle pensioni superiori ad una certa somma e su quella base il governo emanò un decreto attuativo. Uno degli interessati ricorse per via giurisdizionale, sollevando eccezione di costituzionalità. La Corte Costituzionale, relatrice Silvana Sciarra (che mi vanto di aver sostenuto a novembre, permettetemi di rivendicarlo) ha deciso che il ricorrente ha ragione ed ha fatto decadere il decreto commesso alla legge. In presenza di una declaratoria di incostituzionalità, la norma decade, tam quam non esset e cessa di dispiegare ogni effetto, dunque, per i più elementari principi costituzionali, ora il governo è tenuto a restituire per intero la trattenuta illecitamente operata e ci sarebbe da discutere sugli interessi maturati.
Il governo, però, sostiene di non dover restituire gli arretrati ai pensionati e si appella alla sentenza n10 dell’11 febbraio 2015 sulla cd “Robin tax” dichiarata illegittima ma solo dal giorno dopo la sentenza e non per il pregresso, quindi senza dar luogo a restituzione. Dunque, trattandosi di una tassa illecitamente percepita gli effetti cessano, ma non per il passato e, argomenta il governo, è lo stesso caso di oggi.
E invece no: nel caso della Robin Tax i danneggiati furono gli automobilisti che si trovarono a pagare quella tassa sul pieno di benzina, ma ora sarebbe impossibile rintracciare quegli automobilisti per indennizzare il danno e la restituzione andrebbe solo a beneficio dei petrolieri che incasserebbero la restituzione mettendosela in tasca, senza girarla ai veri danneggiati. Dunque, la Corte ha ritenuto che l’Erario sarebbe stato depauperato non per indennizzare i danneggiati, ma a vantaggio di terzi che non hanno titolo per riscuotere quel denaro. Qui, invece abbiamo individuato bene i diretti interessati: i pensionati che hanno subito l’ingiusta decurtazione, quindi il caso è diverso.
In secondo luogo, il governo fa riferimento al vincolo di bilancio inserito in Costituzione tre anni fa (art. 81), che motiverebbe la ragione del taglio (la Corte ha ritenuto fra l’altro che la misura non fosse adeguatamente motivata), solo che l’avvocato dello Stato che ha difeso il governo, non ha minimamente sollevato il problema dell’art. 81 e non è possibile farlo ora a posteriori.
Comunque, se ci saranno dubbi, spetterà ai tribunali della Repubblica stabilire nel merito la questione ed, eventualmente, investirne nuovamente la Corte Costituzionale.
Il Governo può decidere di resistere ed affrontare eventuali ricorsi o liquidare gli arretrati e basta. Ma se resiste, l’eventuale sentenza potrebbe addossare al governo le spese processuali ed anche gli interessi, moltiplicando il salasso. Io pagherei e subito.
Invece, il Presidente del Consiglio che fa? Dà per scontato di avere ragione (e quando mai...!?) e che per gli arretrati non sia dovuto a dar nulla, poi va in televisione nella trasmissione più seguita da pensionati e casalinghe, nell’ora di massimo ascolto, e fa un discorso che possiamo riassumere così: “Io non vi dovrei niente, ma siccome siete voi (e siccome fra due settimane si vota), facciamo così: vi do un bonus di 500 euro pro bono pacis, e chiudiamola qui (però ricordatevi di votare per me)”.
Ora: se la somma degli arretrati è dovuta, in toto o parzialmente, lui deve corrisponderla nella misura derivante dalle decisioni dell’Autorità giudiziaria e non sulla base di una sua decisione arbitraria; ma se non è dovuta, non può usare il denaro pubblico per una distribuzione selettiva di risorse e come “buono elettorale”. Da un punto di vista politico questo si chiama “voto di scambio”, fatto usando denaro dello Stato.
Lascio ai penalisti stabilire se ci siano gli estremi di reato, anche solo come ipotesi, probabilmente no, ma, sul piano politico, sapete dirmi che differenza c’è fra Matteo Renzi ed Achille Lauro? O meglio, una differenza c’è: Lauro le scarpe ed i pacchi di pasta che distribuiva, li pagava di tasca sua. E Renzi è peggio di Lauro.
Un anno fa, Renzi fece la stessa cosa con la largizione di 80 euro, presentata come sostegno alla domanda interna ed ai ceti deboli e gli andò bene. Ma, la cosa venne decisa un paio di mesi prima delle elezioni, la somma era contenuta e la motivazione ufficiale più plausibile. Qui siamo proprio alla proposta corruttiva appena velata.
Questo piccolo episodio ci insegna diverse cose. Prima di tutto che tipo di avvocato è Renzi (voi vi fareste difendere da uno così?)
Poi quanto sia pericolosa la sua concezione della democrazia, in tutto berlusconiana, per la quale l’investitura elettorale è l’autorizzazione ad agire senza limiti normativi o contrappesi istituzionali (ricordate l’ “Unto del Signore”?). La sua concezione è quella del governo di uomini e non del governo di leggi, cioè quanto di più estraneo allo spirito dello Stato di Diritto.
E ci fa capire anche quanto sia pericolosa la sua riforma istituzionale: pensate solo a come sarebbero eletti i giudici costituzionali: 630 deputati+100 senatori, fa 730 voti, per cui, essendo necessario il 60%, per eleggere un giudice costituzionale ci vorrebbero 438 voti. Per la legge elettorale dell’Italicum, il vincitore delle elezioni (ed è chiaro che Renzi pensa a sé stesso) avrebbe già 354 voti alla Camera, per cui gliene mancherebbero 84 che potrebbe rastrellare fra voti propri al Senato ed un eventuale alleato. Diciamo che, per effetto del doppio filtro maggioritario, al Senato il vincitore potrebbe avere fra 60 e 65 seggi, a quel punto gli basterebbe un alleato con una ventina di voti per dividersi i giudici costituzionali 4 al partito di maggioranza ed 1 al suo occasionale alleato.
Ma con 354 voti alla Camera, gli basterebbe avere 12 voti al Senato per eleggere il Capo dello Stato e, attraverso questo, prendersi i 5 giudici costituzionali di nomina presidenziale, per cui arriverebbe ad averne 9 su 15. Dopo di che, possiamo anche sciogliere la Corte Costituzionale come ente inutile.
Ridatemi la Monarchia Costituzionale, almeno lì il re non lo mette sul trono Renzi! Mi sentirei più garantito così.
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