Ed eccoci qua...
6.000 contagi (il picco più alto dall’inizio della pandemia), 63 ricoveri ospedalieri (di cui 42 non vaccinati o vaccinati da più di 120 gg), 7 in terapia intensiva (di cui 6 non vaccinati).
Questi vaccini non saranno il massimo ma i numeri ci dicono che possono proteggerci da una forma grave della malattia, e siccome questi abbiamo, questi ci dobbiamo fare.
È evidente che la situazione contagi è completamente fuori controllo e che l’apertura totale dei luoghi della produzione e del consumo non è una soluzione vincente per arrestare la pandemia.
Ma questa è “la libertà” per il nostro sistema, ed è con questa libertà che dobbiamo fare i conti ora.
Altrettanto evidente (e sorprendente) è che in una regione così piccola non si sia riusciti ad ampliare la capienza per i ricoveri e che dopo due anni siamo ancora costretti a convertire interi reparti dell’ospedale regionale in reparti covid (per ora siamo a 3), il che andrà a sommarsi a ritardi ormai cronici sugli interventi e visite specialistiche e a rallentare ulteriormente i tempi delle liste d’attesa per esami che oggi magari non sono urgenti ma che lo saranno domani.
E questo è un male per tutti e non va dimenticato.
Il Presidente Lavevaz ovviamente ne approfitta per fare come Draghi e addossare tutta la colpa ai non vaccinati, che gli servono un bell’assist per coprire tutte le proprie mancanze e soprattutto la mancanza di volontà di un’intera dirigenza politica.
E su questo dobbiamo riflettere e non fermarci all’apparenza, perché se l’intero sistema va in tilt per una minoranza miope e cinica che rifiuta i vaccini, certo è che chi è lì apposta per prevedere i problemi, cercare soluzioni e trovare una via d’uscita, non vuole e non ha voluto farlo, dimostrandosi altrettanto miope e ancora più cinico di quelli che accusa.
Atteggiamento che a livello individuale è triste ma accettabile, invece come scelta politica per un’intera collettività è veramente dannoso e inaccettabile.
Comunque non ci allarmiamo troppo per questo arancione, che fondamentalmente non cambia niente.
Lo schema “produci – consuma – crepa” rimane invariato, ed è proprio questo il problema.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2022
11/02/2020
Valle d’Aosta - Come nascondere la mafia sotto il “senso d’appartenenza”
Chi ha seguito le vicende politiche della Valle d’Aosta dell’ultimo anno, saprà che in questa piccola, ricca regione autonoma del nord Italia è successo – come dicono i francesi – “n’importe quoi”.
Il 23 gennaio 2019, l’inchiesta Geenna aveva portato agli arresti del consigliere regionale Marco Sorbara, dell’ex assessore alle Finanze di Saint-Pierre Monica Carcea e dell’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico, con l’accusa di voto di scambio mafioso.
Nel mese di aprile, si era insediata la commissione antimafia per approfondire e verificare se le infiltrazioni mafiose avessero condizionato le normali attività e l’andamento politico delle due amministrazione comunali. In tal caso, per i due comuni sarebbe scattato il commissariamento.
Nonostante il profondo sgomento dell’intera comunità valdostana di fronte a un sistema che si stava rivelando guasto nel suo insieme, gli arresti erano stati rigettati come “corpi estranei” dai partiti autonomisti in seno ai quali erano stati eletti, e trattati come “casi isolati” e non significativi a livello politico, in quanto riconducibili alle sole responsabilità penali individuali dei tre.
Il 21 dicembre2019, sempre in seguito all’operazione Geenna, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, aveva deliberato lo scioglimento per 18 mesi del Consiglio comunale di San Giorgio Morgeto (comune della Calabria gemellato con quello di Aosta) e il contestuale affidamento dell’amministrazione a una “commissione di gestione straordinaria”.
Contemporaneamente, in Valle d’Aosta, la Ddl di Torino apriva una nuova inchiesta (Egomnia) e questa volta gli indagati erano il Presidente della regione Antonio Fosson, gli assessori regionali Laurent Viérin e Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, sempre per voto di scambio mafioso, sempre appartenenti a liste autonomiste, come quelli dell’inchiesta Geenna del mese di gennaio.
Quindi gli indagati si dimettevano dalle loro cariche scatenando una crisi politica del governo regionale e il successivo esercizio provvisorio del bilancio, approvato dopo un lungo travaglio fatto di cambi di casacche, ricatti e guerre intestine, il 31 gennaio del 2020.
Lo scorso 4 febbraio, per finire, è arriva la sentenza definitiva del Consiglio dei Ministri sul commissariamento dei due comuni valdostani toccati dall’operazione Geenna: Aosta si è salvata, ma il piccolo comune di Saint Pierre (3000 abitanti), no. Per la prima volta in Valle d’Aosta, un’amministrazione comunale sarà affidata a una “commissione di gestione straordinaria”.
Di fronte a un fatto così grave, ci si aspetterebbe che finalmente l’Union Valdôtaine e i suoi partiti satelliti cominciassero a fare un po’ di autocritica, che ammettessero che la Valle d’Aosta non è estranea alla mafia, nonostante i vantaggi economici e i poteri politici derivanti dal suo Statuto Speciale.
Ci si aspetterebbe dicessero che la mafia è una montagna di merda indipendentemente dalle zone geografiche in cui si radica e dalle origini di chi la pratica, che divulgassero un monito, che lanciassero un forte segnale di discontinuità e rottura rispetto a un sistema evidentemente corrotto e profondamente malato.
E invece no.
“Sono certo che i Sen Pierrolèn (abitanti di Saint-Pierre, ndr) si riscatteranno superando con la tenacia dei montanari questo momento difficile, dimostrando di essere del tutto estranei alle logiche mafiose“, dichiara su twitter il senatore valdostano Albert Lanièce, dell’Union Valdôtaine.
Usando parole simili, il Presidente ad interim della regione, sempre dell’UV, richiama le radici etniche del popolo valdostano per riportare la questione mafiosa sul piano geografico e razziale facendo appello al senso di appartenenza della comunità valdostana: “il dolore, la rabbia e la consapevolezza che questa ferita colpisce profondamente il nostro ‘senso di appartenenza’ non può però che spronarci a lavorare sin da subito con umiltà, onestà, serietà e coesione per allontanare dal nostro territorio ogni dubbio in merito all’operato delle nostre Istituzioni e ai valori nei quali da sempre si riconosce la nostra comunità”.
Un discorso razzista del secolo scorso, il loro. Ma non è certo una novità – di questi tempi – che a farlo non siano gli anonimi avventori di un bar, bensì le alte cariche istituzionali dello Stato e della Regione.
E non è nemmeno una novità che i politici autonomisti strumentalizzino il discorso identitario per i propri fini politici ed elettorali, facendo leva sul sentimento di attaccamento alle radici etniche e territoriali del popolo valdostano.
Hanno “campato” di questo per oltre cinquant’anni. Talvolta, il nemico da cui difendere la comunità autoctona è stato lo Stato italiano, talvolta sono stati tutti gli stranieri, talvolta i “fratelli” calabresi (“i calabrotti” – come li chiamano qui), a seconda del momento e della “pericolosità” della minaccia individuata.
Una vecchia storia che viene da lontano, la loro, ma incredibilmente al passo coi tempi. I tempi bui del “Prima gli italiani” di Salvini, apparentemente avversi a quelli delle piccole correnti autonomiste locali, in realtà a loro propizi e favorevoli, perché generati dalla stessa mentalità razzista e conservatrice e dalla stessa pochezza di contenuti politici e mancanza di etica. Nonostante leghisti e autonomisti, in Valle d’Aosta, appaiano attualmente come due forze opposte.
Fonte
Il 23 gennaio 2019, l’inchiesta Geenna aveva portato agli arresti del consigliere regionale Marco Sorbara, dell’ex assessore alle Finanze di Saint-Pierre Monica Carcea e dell’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico, con l’accusa di voto di scambio mafioso.
Nel mese di aprile, si era insediata la commissione antimafia per approfondire e verificare se le infiltrazioni mafiose avessero condizionato le normali attività e l’andamento politico delle due amministrazione comunali. In tal caso, per i due comuni sarebbe scattato il commissariamento.
Nonostante il profondo sgomento dell’intera comunità valdostana di fronte a un sistema che si stava rivelando guasto nel suo insieme, gli arresti erano stati rigettati come “corpi estranei” dai partiti autonomisti in seno ai quali erano stati eletti, e trattati come “casi isolati” e non significativi a livello politico, in quanto riconducibili alle sole responsabilità penali individuali dei tre.
Il 21 dicembre2019, sempre in seguito all’operazione Geenna, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, aveva deliberato lo scioglimento per 18 mesi del Consiglio comunale di San Giorgio Morgeto (comune della Calabria gemellato con quello di Aosta) e il contestuale affidamento dell’amministrazione a una “commissione di gestione straordinaria”.
Contemporaneamente, in Valle d’Aosta, la Ddl di Torino apriva una nuova inchiesta (Egomnia) e questa volta gli indagati erano il Presidente della regione Antonio Fosson, gli assessori regionali Laurent Viérin e Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, sempre per voto di scambio mafioso, sempre appartenenti a liste autonomiste, come quelli dell’inchiesta Geenna del mese di gennaio.
Quindi gli indagati si dimettevano dalle loro cariche scatenando una crisi politica del governo regionale e il successivo esercizio provvisorio del bilancio, approvato dopo un lungo travaglio fatto di cambi di casacche, ricatti e guerre intestine, il 31 gennaio del 2020.
Lo scorso 4 febbraio, per finire, è arriva la sentenza definitiva del Consiglio dei Ministri sul commissariamento dei due comuni valdostani toccati dall’operazione Geenna: Aosta si è salvata, ma il piccolo comune di Saint Pierre (3000 abitanti), no. Per la prima volta in Valle d’Aosta, un’amministrazione comunale sarà affidata a una “commissione di gestione straordinaria”.
Di fronte a un fatto così grave, ci si aspetterebbe che finalmente l’Union Valdôtaine e i suoi partiti satelliti cominciassero a fare un po’ di autocritica, che ammettessero che la Valle d’Aosta non è estranea alla mafia, nonostante i vantaggi economici e i poteri politici derivanti dal suo Statuto Speciale.
Ci si aspetterebbe dicessero che la mafia è una montagna di merda indipendentemente dalle zone geografiche in cui si radica e dalle origini di chi la pratica, che divulgassero un monito, che lanciassero un forte segnale di discontinuità e rottura rispetto a un sistema evidentemente corrotto e profondamente malato.
E invece no.
“Sono certo che i Sen Pierrolèn (abitanti di Saint-Pierre, ndr) si riscatteranno superando con la tenacia dei montanari questo momento difficile, dimostrando di essere del tutto estranei alle logiche mafiose“, dichiara su twitter il senatore valdostano Albert Lanièce, dell’Union Valdôtaine.
Usando parole simili, il Presidente ad interim della regione, sempre dell’UV, richiama le radici etniche del popolo valdostano per riportare la questione mafiosa sul piano geografico e razziale facendo appello al senso di appartenenza della comunità valdostana: “il dolore, la rabbia e la consapevolezza che questa ferita colpisce profondamente il nostro ‘senso di appartenenza’ non può però che spronarci a lavorare sin da subito con umiltà, onestà, serietà e coesione per allontanare dal nostro territorio ogni dubbio in merito all’operato delle nostre Istituzioni e ai valori nei quali da sempre si riconosce la nostra comunità”.
Un discorso razzista del secolo scorso, il loro. Ma non è certo una novità – di questi tempi – che a farlo non siano gli anonimi avventori di un bar, bensì le alte cariche istituzionali dello Stato e della Regione.
E non è nemmeno una novità che i politici autonomisti strumentalizzino il discorso identitario per i propri fini politici ed elettorali, facendo leva sul sentimento di attaccamento alle radici etniche e territoriali del popolo valdostano.
Hanno “campato” di questo per oltre cinquant’anni. Talvolta, il nemico da cui difendere la comunità autoctona è stato lo Stato italiano, talvolta sono stati tutti gli stranieri, talvolta i “fratelli” calabresi (“i calabrotti” – come li chiamano qui), a seconda del momento e della “pericolosità” della minaccia individuata.
Una vecchia storia che viene da lontano, la loro, ma incredibilmente al passo coi tempi. I tempi bui del “Prima gli italiani” di Salvini, apparentemente avversi a quelli delle piccole correnti autonomiste locali, in realtà a loro propizi e favorevoli, perché generati dalla stessa mentalità razzista e conservatrice e dalla stessa pochezza di contenuti politici e mancanza di etica. Nonostante leghisti e autonomisti, in Valle d’Aosta, appaiano attualmente come due forze opposte.
Fonte
18/12/2019
La mafia si fa Stato, in Valle d’Aosta e altrove
Pur esprimendo una profonda indignazione per la terribile ennesima inchiesta sul connubio mafia-politica in Valle d’Aosta, da parte nostra non dovremmo fermarci alla giusta, legittima richiesta di onestà, di legalità, di moralità della classe politica dirigente e di ritorno alle urne. Reazioni assolutamente condivisibili, ma strettamente legate al fatto giudiziario in sé e non volte a una visione complessiva della situazione.
Penso che ora dovremmo chiederci effettivamente a quali scelte politiche abbia portato e a quali conseguenze porti il voto di scambio, sempre e in ogni caso, che sia stretto con la criminalità organizzata o con la cittadinanza.
Se c’è uno scambio, dopo il voto c’è qualcosa in cambio.
A volte ci sono direttamente soldi, bustarelle o mazzette. A volte – come probabilmente nel caso di Fosson, Viérin, Borrello e Bianchi, e di chissà quanti altri politici che si servono di questo mezzo per essere eletti – ci sono azioni, atti, provvedimenti, delibere, incarichi che contengono in sé, travestite con abito legale, il favore da restituire a chi di dovere in cambio dei voti ricevuti.
Che il patto, o l’accordo, sia stretto con un’organizzazione criminale o con i singoli, o gruppi, o lobby, questa è la regola principale di un contratto. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me.
Ora, continuare a ripetere “onestà, moralità” e condannare il comportamento dei politici indagati, di per sé è un modo giusto per prenderne le distanze e proporsi come esempi migliori da seguire. Ma guardare soltanto al fatto in sé fa passare inosservato molto altro, su cui invece bisognerebbe focalizzare l’attenzione per allargare il discorso e passare dal campo della morale a quello della politica.
Se prometto qualcosa a un privato, o a un gruppo di individui, o a un’organizzazione mafiosa, una volta eletto la mia linea politica sarà quella di onorare il patto e lavorare per favorire chi mi ha votato. Oppure quella di tradirlo, a rischio di non essere più rieletto, se non perseguitato in caso di sodalizio.
Quali sono quindi quelle azioni, quelle scelte politiche, quelle delibere messe in campo da chi è stato eletto grazie a voti di scambio per mantenere la promessa?
Dovremmo chiedercelo tutti. Andare a frugare, leggere tra le righe dei provvedimenti amministrativi e delle proposte di legge. Solo che noi cittadini non siamo egli esperti, non è facile orientarsi in questa giungla. Però, alcune scelte sono talmente chiare e semplici che tutti possiamo arrivarci.
Fra le tante, mi viene in mente una dichiarazione dell’assessore ai lavori pubblici che si è appena dimesso, quando la Giunta stanziò 39 milioni di euro per i mutui prima casa e ristrutturazione:
“La finalità principe di queste misure era di andare ad incentivare il mercato dell’edilizia privata. Volevamo dare una scossa al settore, e guardando ai numeri si può dire che ciò è accaduto”, disse Borrello.
Può darsi che la sua dichiarazione e la finalità principe di questa misura non c’entrino nulla con “l’operazione Egomnia”. Può darsi che le sue parole rivelino semplicemente l’indirizzo politico in cui crede e che ha messo in atto. Poco importa. Invece è importante capire che politicamente questa scelta favorisce gli interessi privati di qualcuno anziché il bene pubblico.
Ma è solo un esempio, in Valle d’Aosta ce ne sarebbero molti altri. Infatti, l’affidamento e la gestione di servizi e beni pubblici ai privati, qui, è una pratica molto diffusa. Come altrove.
Ecco, andare un po’ oltre dovrebbe significare questo: cercare un significato politico dietro i comportamenti individuali della classe dirigente.
Colpevoli o no per la giustizia, questo si vedrà. Colpevoli di smantellare pezzo per pezzo il senso dello Stato e di portare all’agonia i suoi fondamenti di giustizia sociale e di uguaglianza a favore del profitto privato... questo, e molto altro, mi pare che possiamo già dirlo.
Fonte
Penso che ora dovremmo chiederci effettivamente a quali scelte politiche abbia portato e a quali conseguenze porti il voto di scambio, sempre e in ogni caso, che sia stretto con la criminalità organizzata o con la cittadinanza.
Se c’è uno scambio, dopo il voto c’è qualcosa in cambio.
A volte ci sono direttamente soldi, bustarelle o mazzette. A volte – come probabilmente nel caso di Fosson, Viérin, Borrello e Bianchi, e di chissà quanti altri politici che si servono di questo mezzo per essere eletti – ci sono azioni, atti, provvedimenti, delibere, incarichi che contengono in sé, travestite con abito legale, il favore da restituire a chi di dovere in cambio dei voti ricevuti.
Che il patto, o l’accordo, sia stretto con un’organizzazione criminale o con i singoli, o gruppi, o lobby, questa è la regola principale di un contratto. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me.
Ora, continuare a ripetere “onestà, moralità” e condannare il comportamento dei politici indagati, di per sé è un modo giusto per prenderne le distanze e proporsi come esempi migliori da seguire. Ma guardare soltanto al fatto in sé fa passare inosservato molto altro, su cui invece bisognerebbe focalizzare l’attenzione per allargare il discorso e passare dal campo della morale a quello della politica.
Se prometto qualcosa a un privato, o a un gruppo di individui, o a un’organizzazione mafiosa, una volta eletto la mia linea politica sarà quella di onorare il patto e lavorare per favorire chi mi ha votato. Oppure quella di tradirlo, a rischio di non essere più rieletto, se non perseguitato in caso di sodalizio.
Quali sono quindi quelle azioni, quelle scelte politiche, quelle delibere messe in campo da chi è stato eletto grazie a voti di scambio per mantenere la promessa?
Dovremmo chiedercelo tutti. Andare a frugare, leggere tra le righe dei provvedimenti amministrativi e delle proposte di legge. Solo che noi cittadini non siamo egli esperti, non è facile orientarsi in questa giungla. Però, alcune scelte sono talmente chiare e semplici che tutti possiamo arrivarci.
Fra le tante, mi viene in mente una dichiarazione dell’assessore ai lavori pubblici che si è appena dimesso, quando la Giunta stanziò 39 milioni di euro per i mutui prima casa e ristrutturazione:
“La finalità principe di queste misure era di andare ad incentivare il mercato dell’edilizia privata. Volevamo dare una scossa al settore, e guardando ai numeri si può dire che ciò è accaduto”, disse Borrello.
Può darsi che la sua dichiarazione e la finalità principe di questa misura non c’entrino nulla con “l’operazione Egomnia”. Può darsi che le sue parole rivelino semplicemente l’indirizzo politico in cui crede e che ha messo in atto. Poco importa. Invece è importante capire che politicamente questa scelta favorisce gli interessi privati di qualcuno anziché il bene pubblico.
Ma è solo un esempio, in Valle d’Aosta ce ne sarebbero molti altri. Infatti, l’affidamento e la gestione di servizi e beni pubblici ai privati, qui, è una pratica molto diffusa. Come altrove.
Ecco, andare un po’ oltre dovrebbe significare questo: cercare un significato politico dietro i comportamenti individuali della classe dirigente.
Colpevoli o no per la giustizia, questo si vedrà. Colpevoli di smantellare pezzo per pezzo il senso dello Stato e di portare all’agonia i suoi fondamenti di giustizia sociale e di uguaglianza a favore del profitto privato... questo, e molto altro, mi pare che possiamo già dirlo.
Fonte
15/12/2019
Una montagna di merda sulla Valle d’Aosta
Quando si è in montagna, si sa, il tempo può cambiare velocemente e ci si può ritrovare all’improvviso sotto una tempesta o una tormenta di neve. La prima cosa da fare, è non farsi prendere dal panico, trovare un riparo, assicurarsi delle proprie forze, e ragionare.
Dopo la bufera che si è scatenata in questi giorni in seguito alla vicenda che vede indagati per scambio elettorale politico mafioso il Presidente della Regione Antonio Fosson, l’assessore al turismo, sport, commercio, agricoltura e beni culturali Laurent Viérin, l’assessore alle opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, la Valle d’Aosta non si regge in piedi.
Superato lo choc, passata l’indignazione delle forze politiche e dei singoli cittadini, finita l’offesa morale sentita verso le “Istituzioni”, dichiarata l’estraneità ai fatti da parte degli indagati e rassegnate le doverose dimissioni, palesata la presa di distanza dei movimenti politici e avviate le nuove consultazioni, è il momento di fermarsi da qualche parte, rimanere lucidi e mettersi a pensare.
La mafia e il sistema clientelare sono pericoli che tutti conosciamo, come in montagna tutti conoscono il seracco o il burrone. Tutti sanno che bisogna stare molto accorti a non scivolare giù dalla scarpata. È la base della politica, come dell’escursionismo di livello amatoriale.
Ma quando ci si spinge un po’ più in là, verso l’alpinismo, non è sufficiente rispettare queste semplici regole, per sopravvivere alla bufera. Occorre valutare ogni fattore, prima di riprendere il cammino. Non è ripetendo il mantra “attento a non scivolare”, che ci si garantisce la protezione da altri rischi e si ritrova tranquillamente la strada.
È bene riflettere a mente lucida sull’intero contesto, e non su un solo aspetto. Dopo le reazioni immediate, occorre valutare tutto il sistema. Altrimenti si rischia di smarrire di nuovo la via e di non tornare più indietro.
Che il governatore della regione non debba avere anche la carica di Presidente e di Prefetto, ormai, con questo clima, dovrebbe essere chiaro (lo hanno detto anche Rosy Bindi, ex presidente Antimafia, e la signora Lamorgese, attuale ministro dell’Interno, manifestando pubblica perplessità su questo articolo dello Statuto speciale valdostano).
Ma per il resto, dato l’enorme potere della Giunta e del Consiglio regionale, non sarebbe forse il caso di chiederci, prima di ripartire, se c’è altro da togliere, dalle mani dei nostri assessori e consiglieri?
Non dovremmo chiederci cos’è diventata oggi l’autonomia valdostana e a chi fa del bene? Domandarci chi ne trae veramente vantaggio, se è una cosa buona per tutti, o è un privilegio di pochi?
Ovvio, se facessimo un sondaggio per decidere quale percorso seguire, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione la vecchia via dell’autonomia, e sarebbe normale. Chi rinuncerebbe mai a seguire una traccia già segnata, chi rifiuterebbe di partire avvantaggiato in una gara?
Altro conto, invece, è parlare dell’autonomia differenziata di altre regioni, lì molti escursionisti e corridori sarebbero pronti a dire che non è cosa buona e che divide in due il paese. Lì, nessun problema a parlare. Invece, quando si tratta dell’autonomia valdostana, nessuno è disposto ad esporsi, a metterla in discussione.
Ma se rinunciare a un privilegio è un’ipotesi da abbandonare a priori, non possiamo almeno rivedere qualcosa, per non commettere sempre gli stessi errori di valutazione? Il silenzio è brutto, quando si tratta di politica. Il silenzio è brutto, quando si tratta di mafia o di ‘ndrangheta locale. In entrambi i casi, converrebbe sempre parlare.
Quando si vedono sperperare 160 milioni di euro per un casinò, spendere 3 milioni di euro al mese per un’indennità di bilinguismo riservata agli impiegati della pubblica amministrazione, quando si realizza che 1.300 persone su 130.000 sono stipendiate per cariche politiche, quando si vedono sprecare soldi in grandi opere inutili, mentre i dati ufficiali danno il servizio sanitario della regione in cui si vive agli ultimi posti della classifica nazionale, una ferrovia che non funziona e l’autostrada più cara d’Italia... quando si vede questo, non si può non parlare.
Se poi si scopre che la regione in cui si vive finisce sui giornali per “sodalizio, connubio politico criminale ben radicato nel tessuto sociale”, allora non si può proprio più tacere.
In Valle d’Aosta, l’epoca della strumentalizzazione dell’identità culturale e territoriale da parte dei movimenti politici autonomisti è finita. Nessuno si fiderà più di loro, e neppure della Lega (che altro non è che il “lato oscuro” dell’autonomia differenziata).
Se non si ragiona su questo, prima di rimettersi in cammino, si rischia di sprofondare in una montagna di merda da cui non si potrà più risalire.
Fonte
Dopo la bufera che si è scatenata in questi giorni in seguito alla vicenda che vede indagati per scambio elettorale politico mafioso il Presidente della Regione Antonio Fosson, l’assessore al turismo, sport, commercio, agricoltura e beni culturali Laurent Viérin, l’assessore alle opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica Stefano Borrello e il Consigliere Luca Bianchi, la Valle d’Aosta non si regge in piedi.
Superato lo choc, passata l’indignazione delle forze politiche e dei singoli cittadini, finita l’offesa morale sentita verso le “Istituzioni”, dichiarata l’estraneità ai fatti da parte degli indagati e rassegnate le doverose dimissioni, palesata la presa di distanza dei movimenti politici e avviate le nuove consultazioni, è il momento di fermarsi da qualche parte, rimanere lucidi e mettersi a pensare.
La mafia e il sistema clientelare sono pericoli che tutti conosciamo, come in montagna tutti conoscono il seracco o il burrone. Tutti sanno che bisogna stare molto accorti a non scivolare giù dalla scarpata. È la base della politica, come dell’escursionismo di livello amatoriale.
Ma quando ci si spinge un po’ più in là, verso l’alpinismo, non è sufficiente rispettare queste semplici regole, per sopravvivere alla bufera. Occorre valutare ogni fattore, prima di riprendere il cammino. Non è ripetendo il mantra “attento a non scivolare”, che ci si garantisce la protezione da altri rischi e si ritrova tranquillamente la strada.
È bene riflettere a mente lucida sull’intero contesto, e non su un solo aspetto. Dopo le reazioni immediate, occorre valutare tutto il sistema. Altrimenti si rischia di smarrire di nuovo la via e di non tornare più indietro.
Che il governatore della regione non debba avere anche la carica di Presidente e di Prefetto, ormai, con questo clima, dovrebbe essere chiaro (lo hanno detto anche Rosy Bindi, ex presidente Antimafia, e la signora Lamorgese, attuale ministro dell’Interno, manifestando pubblica perplessità su questo articolo dello Statuto speciale valdostano).
Ma per il resto, dato l’enorme potere della Giunta e del Consiglio regionale, non sarebbe forse il caso di chiederci, prima di ripartire, se c’è altro da togliere, dalle mani dei nostri assessori e consiglieri?
Non dovremmo chiederci cos’è diventata oggi l’autonomia valdostana e a chi fa del bene? Domandarci chi ne trae veramente vantaggio, se è una cosa buona per tutti, o è un privilegio di pochi?
Ovvio, se facessimo un sondaggio per decidere quale percorso seguire, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione la vecchia via dell’autonomia, e sarebbe normale. Chi rinuncerebbe mai a seguire una traccia già segnata, chi rifiuterebbe di partire avvantaggiato in una gara?
Altro conto, invece, è parlare dell’autonomia differenziata di altre regioni, lì molti escursionisti e corridori sarebbero pronti a dire che non è cosa buona e che divide in due il paese. Lì, nessun problema a parlare. Invece, quando si tratta dell’autonomia valdostana, nessuno è disposto ad esporsi, a metterla in discussione.
Ma se rinunciare a un privilegio è un’ipotesi da abbandonare a priori, non possiamo almeno rivedere qualcosa, per non commettere sempre gli stessi errori di valutazione? Il silenzio è brutto, quando si tratta di politica. Il silenzio è brutto, quando si tratta di mafia o di ‘ndrangheta locale. In entrambi i casi, converrebbe sempre parlare.
Quando si vedono sperperare 160 milioni di euro per un casinò, spendere 3 milioni di euro al mese per un’indennità di bilinguismo riservata agli impiegati della pubblica amministrazione, quando si realizza che 1.300 persone su 130.000 sono stipendiate per cariche politiche, quando si vedono sprecare soldi in grandi opere inutili, mentre i dati ufficiali danno il servizio sanitario della regione in cui si vive agli ultimi posti della classifica nazionale, una ferrovia che non funziona e l’autostrada più cara d’Italia... quando si vede questo, non si può non parlare.
Se poi si scopre che la regione in cui si vive finisce sui giornali per “sodalizio, connubio politico criminale ben radicato nel tessuto sociale”, allora non si può proprio più tacere.
In Valle d’Aosta, l’epoca della strumentalizzazione dell’identità culturale e territoriale da parte dei movimenti politici autonomisti è finita. Nessuno si fiderà più di loro, e neppure della Lega (che altro non è che il “lato oscuro” dell’autonomia differenziata).
Se non si ragiona su questo, prima di rimettersi in cammino, si rischia di sprofondare in una montagna di merda da cui non si potrà più risalire.
Fonte
22/05/2018
Numeri dalla Val d’Aosta
I numeri definitivi provenienti dall’esito delle elezioni regionali in Val D’Aosta vanno analizzati con grande attenzione, prima di cedere alla tentazione di titoloni roboanti.
Premesso che si tratta di una situazione politico – sociale molto specifica, al riguardo della quale è molto difficile trarre indicazioni di carattere generale è comunque possibile presentare qualche utile spunto di riflessione per tutti.
Prima di tutto c’è il dato della partecipazione al voto.
Si conferma qui una tendenza già rilevata da tempo e confermata dalle recente elezioni in Molise e Friuli Venezia Giulia: le elezioni regionali fanno segnare costantemente un calo nella partecipazione al voto.
Un fenomeno legato a varie cause, ma sicuramente accelerato dalla genericità delle malversazioni che si sono verificate in tutta Italia e che in Val D’Aosta hanno trovato un’accentuazione del fenomeno, secondo i dati delle ultime inchieste.
In ogni caso i dati in cifra assoluta sono questi: alle elezioni regionali 2013 su 102.633 aventi diritto i voti validi furono 72.060 (70,21%), alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 gli iscritti nelle liste erano 99.547 (per la nota questione delle liste all’estero), i voti validi furono 66.374 (66,67%), alle regionali del 20 maggio 2018 iscritti aventi diritto 103.117 ,voti validi 63.735 (61,80%). In due mesi da Marzo a Maggio sono così mancati 2.635 voti validi pari al 4,87%. Dalle regionali 2013 a quelle 2018 mancano all’appello 8.325 suffragi.
E’ evidente che questo dato si rifletta sul computo dei voti in cifra assoluta per ciascuna lista.
Sotto quest’aspetto si parlerà sicuramente di grande avanzata della Lega che, in realtà, rispetto alle elezioni politiche 2018 perde voti: il 4 marzo, infatti, la Lega aveva ottenuto 11.588 voti, nell’occasione il Carroccio si ferma a 10.872 voti perdendone quindi 716. Nelle elezioni regionali 2013 la Lega si era presentata in coalizione con il Movimento Stella Alpina ottenendo 8.824 voti.
Esaminiamo allora il percorso del Movimento 5 stelle che nel 2013 ottenne 4.773 voti, cifra impennatasi fino 15.999,conquistando il collegio ed eleggendo la deputata Elena Tripodi alle politiche 2018, e bruscamente ridiscesa a 6.652 voti nelle regionali del maggio 2018: 9.347 voti in meno nel giro di due mesi: si può ben accennare a un arretramento significativo.
Esaminiamo adesso il cammino dell’Union Valdotaine, storica formazione autonomista della Valle che nel 2012 ha subito la scissione di Unione Valdotaine progressiste.
Alla regionali del 2013 l’UV si era presentata in una coalizione con la Lega, Stella Alpina e l’Unione di Centro: coalizione che aveva conseguito la maggioranza dei seggi: l’UV aveva ottenuto 24.121 voti; alle politiche 2018 , invece, l’UV si era presentata in coalizione (si ricorda che il sistema elettorale della Val d’Aosta in occasione delle politiche differisce da quello del resto della Penisola, essendo in vigore un sistema a collegio uninominale) con il centro sinistra con PD e UVP: coalizione che aveva conseguito 14.429 voti; alle regionali 2018 l’UV ha mantenuto a fatica la maggioranza relativa (con lo stesso numero di seggi conseguito dalla Lega Nord) con 12.265 voti. In sostanza l’UV in 5 anni ha ceduto metà del proprio elettorato: 11.856 voti. Da ricordare, tanto per offrire un ulteriore parametro di valutazione che alle Regionali 2008 l’UV (non ancora scissa dall’UVP) aveva ottenuto 32.614 voti.
Il Movimento Stella Alpina che si richiama ai valori del cattolicesimo democratico ha avuto 6.792 voti e 4 seggi (nel 2013 la coalizione Lega Nord – Stella Alpina aveva avuto 8.824 voti) mentre alle Politiche Stella Alpina aveva appoggiato il candidato Giampaolo Marcoz sotto l’insegna “Per tutti” con 12.118 voti.
Netta flessione, tra un’elezione regionale e l’altra anche per l’UVP: nel 2013 13.843 voti (poi nelle politiche 2018 coalizione con PD e UV per 14.429 voti) e nelle regionali 2018 6.750 voti : tra il 2013 e il 2018 una flessione di 7.093 voti.
Tra il 2013 e il 2018 il PD è sceso da 6.401 voti a 3.436 (- 2.965) perdendo tutti i 3 seggi.
Flessione anche per il centro – destra, presentatosi nel 2013 come Popolo della Libertà con 2.961 voti e nel 2018 come Centro destra per la Val d’Aosta con 1.862 voti, quindi 1.099 voti in meno e zero seggi (come nel 2013, del resto). Nelle politiche del Marzo2018 la coalizione Forza Italia – Fratelli d’Italia e Movimento nuova valle d’Aosta aveva ottenuto 5.533 voti.
Sarà presente in consiglio con 3 seggi anche il Movimento Impegno Civico. La bandiera della “società civile” e della “buona politica” sventolava sulla lista ‘Impegno civico, lavoro, ambiente, uguaglianza . Tra i candidati hanno figurato i consiglieri Alberto Bertin e Andrea Padovani, Fabio Protasoni e Chiara Minelli, candidati alle scorse politiche in Risposta civica e Alex Glarey candidato di Potere al Popolo. Impegno Civico ha ottenuto 4.806 voti, alle politiche Risposta Civica ne aveva avuti 2.623 e Potere al Popolo 1.700. L’incremento rispetto alla somma delle due liste è stato di 483 voti.
3 seggi anche per ALPE (Autonomie, Libertè, Partecipation, Ecologie) che ha perso 2 seggi rispetto al 2013 dove aveva realizzato 8.943 voti scesi nel 2018 a 5.733, quindi una flessione di 3.210 unità.
MOUV passato da Movimento a Lista Elettorale con l’obiettivo di sostenere : “la convivenza tra le diverse culture «come elemento di arricchimento», la francofonia, lo sviluppo sostenibile, la trasparenza, la democrazia partecipata «perché l’assemblea degli appartenenti vota e decide”. Ottiene anch’esso 3 seggi con 4.545 voti.
In conclusione si possono trarre queste prime provvisorie conclusioni:
1) L’egemonia storica dell’UV appare definitivamente frantumata: frantumazione non arginata dalla presenza di UVP;
2) Nel quadro di una flessione della partecipazione al voto la tenuta della Lega Nord in termini di cifra assoluta diventa elemento di successo elettorale fin quasi a contendere la maggioranza relativa;
3) Il M5S conferma la tendenza già segnalata in Molise e Friuli Venezia Giulia a un’accentuata flessione rispetto al risultato delle elezioni politiche confermando la volatilità del proprio elettorale;
4) Il PD sparisce dal quadro politico istituzionale, mentre il centro destra conferma la sua marginalità almeno nel sistema politico aostano.
Fonte
Premesso che si tratta di una situazione politico – sociale molto specifica, al riguardo della quale è molto difficile trarre indicazioni di carattere generale è comunque possibile presentare qualche utile spunto di riflessione per tutti.
Prima di tutto c’è il dato della partecipazione al voto.
Si conferma qui una tendenza già rilevata da tempo e confermata dalle recente elezioni in Molise e Friuli Venezia Giulia: le elezioni regionali fanno segnare costantemente un calo nella partecipazione al voto.
Un fenomeno legato a varie cause, ma sicuramente accelerato dalla genericità delle malversazioni che si sono verificate in tutta Italia e che in Val D’Aosta hanno trovato un’accentuazione del fenomeno, secondo i dati delle ultime inchieste.
In ogni caso i dati in cifra assoluta sono questi: alle elezioni regionali 2013 su 102.633 aventi diritto i voti validi furono 72.060 (70,21%), alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 gli iscritti nelle liste erano 99.547 (per la nota questione delle liste all’estero), i voti validi furono 66.374 (66,67%), alle regionali del 20 maggio 2018 iscritti aventi diritto 103.117 ,voti validi 63.735 (61,80%). In due mesi da Marzo a Maggio sono così mancati 2.635 voti validi pari al 4,87%. Dalle regionali 2013 a quelle 2018 mancano all’appello 8.325 suffragi.
E’ evidente che questo dato si rifletta sul computo dei voti in cifra assoluta per ciascuna lista.
Sotto quest’aspetto si parlerà sicuramente di grande avanzata della Lega che, in realtà, rispetto alle elezioni politiche 2018 perde voti: il 4 marzo, infatti, la Lega aveva ottenuto 11.588 voti, nell’occasione il Carroccio si ferma a 10.872 voti perdendone quindi 716. Nelle elezioni regionali 2013 la Lega si era presentata in coalizione con il Movimento Stella Alpina ottenendo 8.824 voti.
Esaminiamo allora il percorso del Movimento 5 stelle che nel 2013 ottenne 4.773 voti, cifra impennatasi fino 15.999,conquistando il collegio ed eleggendo la deputata Elena Tripodi alle politiche 2018, e bruscamente ridiscesa a 6.652 voti nelle regionali del maggio 2018: 9.347 voti in meno nel giro di due mesi: si può ben accennare a un arretramento significativo.
Esaminiamo adesso il cammino dell’Union Valdotaine, storica formazione autonomista della Valle che nel 2012 ha subito la scissione di Unione Valdotaine progressiste.
Alla regionali del 2013 l’UV si era presentata in una coalizione con la Lega, Stella Alpina e l’Unione di Centro: coalizione che aveva conseguito la maggioranza dei seggi: l’UV aveva ottenuto 24.121 voti; alle politiche 2018 , invece, l’UV si era presentata in coalizione (si ricorda che il sistema elettorale della Val d’Aosta in occasione delle politiche differisce da quello del resto della Penisola, essendo in vigore un sistema a collegio uninominale) con il centro sinistra con PD e UVP: coalizione che aveva conseguito 14.429 voti; alle regionali 2018 l’UV ha mantenuto a fatica la maggioranza relativa (con lo stesso numero di seggi conseguito dalla Lega Nord) con 12.265 voti. In sostanza l’UV in 5 anni ha ceduto metà del proprio elettorato: 11.856 voti. Da ricordare, tanto per offrire un ulteriore parametro di valutazione che alle Regionali 2008 l’UV (non ancora scissa dall’UVP) aveva ottenuto 32.614 voti.
Il Movimento Stella Alpina che si richiama ai valori del cattolicesimo democratico ha avuto 6.792 voti e 4 seggi (nel 2013 la coalizione Lega Nord – Stella Alpina aveva avuto 8.824 voti) mentre alle Politiche Stella Alpina aveva appoggiato il candidato Giampaolo Marcoz sotto l’insegna “Per tutti” con 12.118 voti.
Netta flessione, tra un’elezione regionale e l’altra anche per l’UVP: nel 2013 13.843 voti (poi nelle politiche 2018 coalizione con PD e UV per 14.429 voti) e nelle regionali 2018 6.750 voti : tra il 2013 e il 2018 una flessione di 7.093 voti.
Tra il 2013 e il 2018 il PD è sceso da 6.401 voti a 3.436 (- 2.965) perdendo tutti i 3 seggi.
Flessione anche per il centro – destra, presentatosi nel 2013 come Popolo della Libertà con 2.961 voti e nel 2018 come Centro destra per la Val d’Aosta con 1.862 voti, quindi 1.099 voti in meno e zero seggi (come nel 2013, del resto). Nelle politiche del Marzo2018 la coalizione Forza Italia – Fratelli d’Italia e Movimento nuova valle d’Aosta aveva ottenuto 5.533 voti.
Sarà presente in consiglio con 3 seggi anche il Movimento Impegno Civico. La bandiera della “società civile” e della “buona politica” sventolava sulla lista ‘Impegno civico, lavoro, ambiente, uguaglianza . Tra i candidati hanno figurato i consiglieri Alberto Bertin e Andrea Padovani, Fabio Protasoni e Chiara Minelli, candidati alle scorse politiche in Risposta civica e Alex Glarey candidato di Potere al Popolo. Impegno Civico ha ottenuto 4.806 voti, alle politiche Risposta Civica ne aveva avuti 2.623 e Potere al Popolo 1.700. L’incremento rispetto alla somma delle due liste è stato di 483 voti.
3 seggi anche per ALPE (Autonomie, Libertè, Partecipation, Ecologie) che ha perso 2 seggi rispetto al 2013 dove aveva realizzato 8.943 voti scesi nel 2018 a 5.733, quindi una flessione di 3.210 unità.
MOUV passato da Movimento a Lista Elettorale con l’obiettivo di sostenere : “la convivenza tra le diverse culture «come elemento di arricchimento», la francofonia, lo sviluppo sostenibile, la trasparenza, la democrazia partecipata «perché l’assemblea degli appartenenti vota e decide”. Ottiene anch’esso 3 seggi con 4.545 voti.
In conclusione si possono trarre queste prime provvisorie conclusioni:
1) L’egemonia storica dell’UV appare definitivamente frantumata: frantumazione non arginata dalla presenza di UVP;
2) Nel quadro di una flessione della partecipazione al voto la tenuta della Lega Nord in termini di cifra assoluta diventa elemento di successo elettorale fin quasi a contendere la maggioranza relativa;
3) Il M5S conferma la tendenza già segnalata in Molise e Friuli Venezia Giulia a un’accentuata flessione rispetto al risultato delle elezioni politiche confermando la volatilità del proprio elettorale;
4) Il PD sparisce dal quadro politico istituzionale, mentre il centro destra conferma la sua marginalità almeno nel sistema politico aostano.
Fonte
11/05/2015
Trentino e Aosta, vince l'astensionismo
Squarci di futuro dalle elezioni amministrative nel Trentino Alto Adige, avvenute ieri. Il dato assolutamente principale è l'astensionismo, in una regione che pure può storicamente vantare uno dei tassi di partecipazione al voto più alti in assoluto. Alla chiusura dei seggi, aveva infatti votato il 66,9% degli aventi diritto al voto, mentre cinque anni prima erano stati il 74,6%. Un autentico crollo del 7,7%, per di più in una tornata che dovrebbe riguardare più da vicino gli interessi particolari dei cittadini (a maggior ragione in una regione caratterizzata da bilinguismo e con presenze politiche – come l'Svp – assolutamente locali).
In alcuni piccoli comuni si è rischiato addirittura il commissariamento, perché la partecipazione ha stentato a superare il 50% necessario quando c'è un solo candidato.
Situazione molto simile anche in Val d'Aosta, con cadute della partecipazione altrettanto rilevanti.
In questa fuga dal rito elettorale, il Pd vince ma perde. Ovvero mantiene la centralità assoluta e prende la maggioranza relativa quasi dappertutto – si dovrà andare al ballottaggio in tutte le località principali – ma perde punti rispetto alle elezioni amministrative precedenti.
A Trento, per esempio, il candidato Pd (insieme a Patt, Ccd e Verdi) Alessandro Andreatta, sindaco uscente, supera il 53%, ma alle precedenti elezioni aveva passato abbondantemente il 64%.
Scompare Forza Italia, che in alcuni capoluoghi (per esempio a Bolzano) supera a stento il 4%, e non avanza la Lega.
Sempre a Bolzano il candidato di Pd e Svp, anche qui sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ottiene quasi il 40%, ma cinque anni fa era stato eletto al primo turno con il 52% dei voti.
L'unica lettura politica possibile appare dunque questa: il Pd si afferma come “partito della nazione”, coagulo dei centri di potere (nazionale e locali), e catalizza i voti di quanti hanno un interesse immediato nella composizione delle giunte. Al tempo stesso, una quota crescente della cittadinanza avverte l'inutilità della partecipazione al voto, ma non si tratta di una “ribellione”. Semmai viene riconosciuto quanto il governo stesso va sollecitando con le riforme costituzionali e l'Italicum: voi non contate niente, decidiamo tutto noi, statevene a casa.
In particolare nel Trentino, infatti, la storica centralità dell'Svp (la Südtiroler Volkspartei, “balena bianca” di lingua tedesca) sembra venire drasticamente meno. E paga il taglio alla spesa sociale o sanitaria imposta dalle politiche di bilancio europee e di lì fino ai comuni di montagna. Sembra proprio questa, per esempio, la ragione della drastica sconfitta a San Candido e Vipiteno (in entrambi i comuni erano state da poco tagliate le prestazioni garantite dagli ospedali locali).
Prove tecniche di futuro, appunto.
Fonte
In alcuni piccoli comuni si è rischiato addirittura il commissariamento, perché la partecipazione ha stentato a superare il 50% necessario quando c'è un solo candidato.
Situazione molto simile anche in Val d'Aosta, con cadute della partecipazione altrettanto rilevanti.
In questa fuga dal rito elettorale, il Pd vince ma perde. Ovvero mantiene la centralità assoluta e prende la maggioranza relativa quasi dappertutto – si dovrà andare al ballottaggio in tutte le località principali – ma perde punti rispetto alle elezioni amministrative precedenti.
A Trento, per esempio, il candidato Pd (insieme a Patt, Ccd e Verdi) Alessandro Andreatta, sindaco uscente, supera il 53%, ma alle precedenti elezioni aveva passato abbondantemente il 64%.
Scompare Forza Italia, che in alcuni capoluoghi (per esempio a Bolzano) supera a stento il 4%, e non avanza la Lega.
Sempre a Bolzano il candidato di Pd e Svp, anche qui sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ottiene quasi il 40%, ma cinque anni fa era stato eletto al primo turno con il 52% dei voti.
L'unica lettura politica possibile appare dunque questa: il Pd si afferma come “partito della nazione”, coagulo dei centri di potere (nazionale e locali), e catalizza i voti di quanti hanno un interesse immediato nella composizione delle giunte. Al tempo stesso, una quota crescente della cittadinanza avverte l'inutilità della partecipazione al voto, ma non si tratta di una “ribellione”. Semmai viene riconosciuto quanto il governo stesso va sollecitando con le riforme costituzionali e l'Italicum: voi non contate niente, decidiamo tutto noi, statevene a casa.
In particolare nel Trentino, infatti, la storica centralità dell'Svp (la Südtiroler Volkspartei, “balena bianca” di lingua tedesca) sembra venire drasticamente meno. E paga il taglio alla spesa sociale o sanitaria imposta dalle politiche di bilancio europee e di lì fino ai comuni di montagna. Sembra proprio questa, per esempio, la ragione della drastica sconfitta a San Candido e Vipiteno (in entrambi i comuni erano state da poco tagliate le prestazioni garantite dagli ospedali locali).
Prove tecniche di futuro, appunto.
Fonte
20/03/2014
Cacciatori di teste cercano laureati esperti per prestigioso incarico... a zero stipendio
Ad Aosta parte una selezione riservata a laureati per un incarico biennale a zero stipendio: soffia sull’Italia il vento della Grecia, paese dove è stato da poco proposto il lavoro senza retribuzione. Ma gli schiavi, nel mondo antico, ricevevano almeno vitto e alloggio.
L’irrinunciabile bando di cui sopra è stato lanciato dall’ARPA, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, della regione Valle d’Aosta. Per partecipare è necessario non solo essere laureati (in discipline tecnico-scientifiche o politiche ed economico-gestionali), ma possedere anche esperienza nella «partecipazione e gestione di progetti nazionali e/o internazionali di ricerca, di cooperazione e di formazione inerenti problematiche ambientali con particolare riferimento ai temi di competenza dell’agenzia». Non è il solito stage, ma un lavoro - e di responsabilità - nel fundraising (reperimento fondi) per l’ARPA stessa. In palio: zero stipendio. Manco uno straccio di rimborso spese.
Gli head hunters, i “cacciatori di teste” dell’Agenzia pubblica, sostengono di voler “fare un esperimento” in questi tempi segnati dalla crisi.
Se la questione vi appare come una bizzarria da cronache locali, è bene allora ricordare quanto di recente è stato avanzato in Grecia dal KEPE, il centro di ricerca per l’economica pianificata, direttamente collegato al ministero del Lavoro ellenico. L’istituto, con il suo presidente Ioannis Cholezas, ha partorito una brillante proposta per risolvere il problema della disoccupazione giovanile, che in quel paese tocca i vertici del 60%: dare alle aziende la facoltà di assumere giovani disoccupati fino a 24 mesi senza corrispondere loro alcun salario. L’illuminato presidente del KEPE propone inoltre l’ ”esportazione” dei disoccupati, attraverso incentivi per quelle imprese greche con base all’estero disposte ad assumere i senza lavoro.
In un'intervista, Cholezas, sottolineando di parlare a titolo personale, ha così motivato la proposta: “Attualmente i giovani privi di esperienza lavorativa hanno due possibilità: o lavorare al nero (senza assicurazione e oneri sociali), o non lavorare affatto, dato che molti imprenditori non hanno la possibilità di retribuirli”.
E così, quasi più troikista della troika, il presidente dell’istituto di ricerca greco disegna un panorama dove lavoratrici e lavoratori sono pura merce, adatta anche ad essere esportata. Dove costano sempre meno, anzi: sono a costo zero. Schiavi per un anno - o forse per il resto della vita.
Ma l’anelito verso dei lavoratori sempre più “economici” e asserviti non riguarda soltanto la massacrata Grecia. In Italia, il caso ARPA Valle d’Aosta sembra porsi in sintonia con un progetto più generale. Infatti, di tutti i mirabolanti provvedimenti annunciati dal governo Renzi, uno soltanto avrà effetti immediati e riguarda proprio l’ulteriore precarizzazione del mondo del lavoro.
Dopo l’entrata in vigore del decreto legge varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 marzo, sarà possibile assumere con contratti a tempo determinato fino a 36 mesi, senza interruzione e con abolizione della “causale”, ovvero la necessità di motivare con ragioni (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo) la temporaneità del rapporto di lavoro. Il contratto a termine potrà dunque essere prorogato fino ad otto volte in tre anni per la stessa attività. È stato inoltre modificato l’apprendistato: cade, fra l’altro, l’obbligo del contratto in forma scritta e l’obbligo di stabilizzare almeno il 30% degli apprendisti al termine dell’iter. Si supera così, con un decreto, quanto già “riformato” dalla professoressa Elsa Fornero, e quanto già precedentemente introdotto dal “pacchetto Treu” e dalla legge 30 – scusate se è poco.
Tutto questo è poi l’antipasto ad un disegno di legge delega «per riordinare le forme contrattuali vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto produttivo e occupazionale». In due parole, arriverà il famigerato “contratto unico a tutele crescenti”: senza diritti per alcuni anni. Poi, se sei stato zitto e buono, forse qualche tutela ti verrà elargita - è il JobsAct, bellezza…
Un ulteriore abbassamento dell’asticella dei diritti, motivato – per l’ennesima volta – con il dogma indimostrato “più flessibilità, maggiore occupazione”. Ma quando, in questa limbo dance sadica, l’asticella sarà così bassa da farci catafottere per terra; quando i diritti sociali e del lavoro saranno stati via via tutti strappati – in nome delle “mani libere” alle imprese, del pareggio di bilancio e di chissà quale altra litania malefica –; quando Salomè avrà finalmente la testa del Battista, servita su di un piatto d’argento, che cosa resterà della civiltà europea? Quali spettri si aggireranno fra quelle macerie? Masse di schiavi, senza più nulla da perdere?
Fonte
L’irrinunciabile bando di cui sopra è stato lanciato dall’ARPA, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, della regione Valle d’Aosta. Per partecipare è necessario non solo essere laureati (in discipline tecnico-scientifiche o politiche ed economico-gestionali), ma possedere anche esperienza nella «partecipazione e gestione di progetti nazionali e/o internazionali di ricerca, di cooperazione e di formazione inerenti problematiche ambientali con particolare riferimento ai temi di competenza dell’agenzia». Non è il solito stage, ma un lavoro - e di responsabilità - nel fundraising (reperimento fondi) per l’ARPA stessa. In palio: zero stipendio. Manco uno straccio di rimborso spese.
Gli head hunters, i “cacciatori di teste” dell’Agenzia pubblica, sostengono di voler “fare un esperimento” in questi tempi segnati dalla crisi.
Se la questione vi appare come una bizzarria da cronache locali, è bene allora ricordare quanto di recente è stato avanzato in Grecia dal KEPE, il centro di ricerca per l’economica pianificata, direttamente collegato al ministero del Lavoro ellenico. L’istituto, con il suo presidente Ioannis Cholezas, ha partorito una brillante proposta per risolvere il problema della disoccupazione giovanile, che in quel paese tocca i vertici del 60%: dare alle aziende la facoltà di assumere giovani disoccupati fino a 24 mesi senza corrispondere loro alcun salario. L’illuminato presidente del KEPE propone inoltre l’ ”esportazione” dei disoccupati, attraverso incentivi per quelle imprese greche con base all’estero disposte ad assumere i senza lavoro.
In un'intervista, Cholezas, sottolineando di parlare a titolo personale, ha così motivato la proposta: “Attualmente i giovani privi di esperienza lavorativa hanno due possibilità: o lavorare al nero (senza assicurazione e oneri sociali), o non lavorare affatto, dato che molti imprenditori non hanno la possibilità di retribuirli”.
E così, quasi più troikista della troika, il presidente dell’istituto di ricerca greco disegna un panorama dove lavoratrici e lavoratori sono pura merce, adatta anche ad essere esportata. Dove costano sempre meno, anzi: sono a costo zero. Schiavi per un anno - o forse per il resto della vita.
Ma l’anelito verso dei lavoratori sempre più “economici” e asserviti non riguarda soltanto la massacrata Grecia. In Italia, il caso ARPA Valle d’Aosta sembra porsi in sintonia con un progetto più generale. Infatti, di tutti i mirabolanti provvedimenti annunciati dal governo Renzi, uno soltanto avrà effetti immediati e riguarda proprio l’ulteriore precarizzazione del mondo del lavoro.
Dopo l’entrata in vigore del decreto legge varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 marzo, sarà possibile assumere con contratti a tempo determinato fino a 36 mesi, senza interruzione e con abolizione della “causale”, ovvero la necessità di motivare con ragioni (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo) la temporaneità del rapporto di lavoro. Il contratto a termine potrà dunque essere prorogato fino ad otto volte in tre anni per la stessa attività. È stato inoltre modificato l’apprendistato: cade, fra l’altro, l’obbligo del contratto in forma scritta e l’obbligo di stabilizzare almeno il 30% degli apprendisti al termine dell’iter. Si supera così, con un decreto, quanto già “riformato” dalla professoressa Elsa Fornero, e quanto già precedentemente introdotto dal “pacchetto Treu” e dalla legge 30 – scusate se è poco.
Tutto questo è poi l’antipasto ad un disegno di legge delega «per riordinare le forme contrattuali vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto produttivo e occupazionale». In due parole, arriverà il famigerato “contratto unico a tutele crescenti”: senza diritti per alcuni anni. Poi, se sei stato zitto e buono, forse qualche tutela ti verrà elargita - è il JobsAct, bellezza…
Un ulteriore abbassamento dell’asticella dei diritti, motivato – per l’ennesima volta – con il dogma indimostrato “più flessibilità, maggiore occupazione”. Ma quando, in questa limbo dance sadica, l’asticella sarà così bassa da farci catafottere per terra; quando i diritti sociali e del lavoro saranno stati via via tutti strappati – in nome delle “mani libere” alle imprese, del pareggio di bilancio e di chissà quale altra litania malefica –; quando Salomè avrà finalmente la testa del Battista, servita su di un piatto d’argento, che cosa resterà della civiltà europea? Quali spettri si aggireranno fra quelle macerie? Masse di schiavi, senza più nulla da perdere?
Salomè, Salomè, danza per il mio piacere. Io ti prego di danzare per me. Io sono triste questa sera. Si, io sono assai triste questa sera. Quando giunsi qui scivolai nel sangue, il quale è un presagio cattivo; e intesi nell'aria un battere d'ali, un battere d'ali gigantesche. Io non so dire che cosa ciò possa significare... Io son triste questa sera. Dunque danza per me. Danza per il mio piacere, Salomè, ti supplico. Se danzi per me puoi chiedermi ciò che tu vuoi, e io te lo darò. Sì, danza per il mio piacere, Salomè, e quella cosa che tu mi chiederai io te la darò, fosse pur essa la metà del mio regno.Erode Antipa, tetrarca di Galilea e Perea, in “Salomè”, dramma in atto unico di Oscar Wilde.
Fonte
20/11/2012
Quorum raggiunto in Valle d'Aosta!
"Il referendum contro la costruzione del pirogassificatore è andato bene.
Dobbiamo un grande grazie a Beppe per essere venuto su a darci sostegno.
La sua presenza nella piazza principale di Aosta ha segnato un momento
di grande partecipazione. Circa il 50% degli elettori hanno votato,
quindi il quorum è stato superato perchè era del 45% e soprattutto c'è
stata una percentuale incredibile di SI' che ha raggiunto
il 94%! Siamo soddisfatti del nostro impegno: ci siamo impegnati
dall'inizio dell'anno con banchetti e riunioni in tutta la Valle assieme
con delle altre persone che facevano parte del comitato del sì. Si
trattava di fare una scelta tra il futuro di una Valle d'Aosta nuova e
pulita e un tipo di scelta vecchio come vecchia è la classe politica che
l'ha sostenuta. Il prossimo anno dovremo affrontare le elezioni
regionali e nazionali e pertanto il MoVimento, forte di questo
risultato, può partire con nuova energia.
Siamo convinti che questa scelta sarà vincente. Vogliamo mantenere questa valle verde. Vogliamo costruire un impianto che sia all'avanguardia per il trattamento dei rifiuti a freddo e incentivare al massimo la raccolta differenziata e il compostaggio. Un abbraccio virtuale a tutti quelli che ci hanno dato una mano in questa campagna il cui risultato era tutt'altro che scontato. Non abbiamo avuto paura e siamo riusciti a conseguire questo risultato." Stefano Ferrero, M5S Valle d'Aosta
Fonte
L'unica buona notizia degli ultimi... madonna manco saprei dire quanti giorni!
Siamo convinti che questa scelta sarà vincente. Vogliamo mantenere questa valle verde. Vogliamo costruire un impianto che sia all'avanguardia per il trattamento dei rifiuti a freddo e incentivare al massimo la raccolta differenziata e il compostaggio. Un abbraccio virtuale a tutti quelli che ci hanno dato una mano in questa campagna il cui risultato era tutt'altro che scontato. Non abbiamo avuto paura e siamo riusciti a conseguire questo risultato." Stefano Ferrero, M5S Valle d'Aosta
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L'unica buona notizia degli ultimi... madonna manco saprei dire quanti giorni!
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