Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/06/2023

Sotto il passamontagna niente...

Se nell’Italietta di oggi qualcuno sente “odore” di anni ‘70 merita un tso immediato. Eppure la sedicente “classe politica” non parla d’altro, in queste ore.

Merito della provocazione di Beppe Grillo, che sul palco della manifestazione di sabato ha pronunciato due parole che – a questo punto – qualcuno proporrà di abolire dal vocabolario: “brigata” e “passamontagna”.

Se dovesse avvenire, l’esercito si troverebbe nella spiacevole condizione di dover riformulare la propria composizione interna (ogni divisione è composta da reggimenti o brigate), cancellando bandiere, targhe commemorative o di indicazione logistica, gradi e quant’altro.

Naturalmente non avverrà nulla di tutto ciò. Le stumentalizzazioni da quattro soldi, nel panorama infame della politichetta nazionale, durano un titolo di giornale, poi si passa ad altro, ma allo stesso infimo livello.

La “polemica” – come dicono i professionisti della disinformazione di regime – ha come sempre preso il via da una o due parole messe fuori contesto ed elevate ad unico tema di cui discutere.

Per la cronaca, Grillo stava parlando del povero cittadino che era stato multato per aver coperto a sue spese e fatica una buca nella “pubblica via” (ci sono vigili urbani che non hanno niente altro da fare, pare), suggerendo appunto di imitarlo e organizzare “brigate” di “riparazione panchine rotte” nei giardinetti pubblici.

Un modo, vien da pensare, di trasformare gli “umarell” in riparatori attivi, invece di restare commentatori passivi dei lavori pubblici fatti da altri. Non proprio un anticipo di “lotta amata”…

Smettiamola di scherzare, anche se è difficile restar seri davanti ai pagliacci di Palazzo. Sapete tutti che mezzo Pd si è “ribellato” a Elly Schein, “colpevole” di aver fatto la furba – è nella sua natura, che volete farci… – andando alla manifestazione “contro la precarietà” organizzata dai colleghi-rivali Cinque Stelle.

I D’Amato, i Marcucci, i sindaci che nelle stesse ore stavano ringraziando il governo Meloni per la “riforma” che cancella l’abuso d’ufficio, ecc, si sono immediatamente candidati a fare – come i Renzi e i Calenda – il futuro “supporto esterno” per la maggioranza a trazione fascista.

Chiaro a questo punto il “plot” che stanno tutti recitando.

La manifestazione di sabato 17, ripetiamo era stata presentata come “contro la precarietà”. E chi ha governato negli ultimi 30 anni – piddini, berlusconiani, leghisti, fascisti – ne porta appieno la responsabilità (dal “pacchetto Treu” all’abolizione dell’art. 18, fino ad oggi).

Quasi intollerabile che una delle forze che hanno questa responsabilità (i Cinque Stelle) chiamino “le masse” a protestare soltanto ora. Ma ci può stare, se ci si rende conto che questo è uno dei problemi principali che stanno a cuore alla popolazione tutta e che lo spazio politico-sociale, per chi sta ora all’opposizione, è su queste cose.

E infatti nel corteo si sono sentiti molti slogan e letti molti cartelli che pretendono il “salario minimo”, il lavoro stabile, stipendi dignitosi, un’età pensionabile meno irraggiungibile da vivi.

Si detto con chiarezza: sono tutti temi che stanno anche, più seriamente e credibilmente, nella piattaforma del corteo di sabato 24 giugno, promosso da una vasto arco di forze politiche, sindacali associative, sotto l’indicazione generale “contro il governo Meloni” e “giù le armi, su i salari”.

Perché la guerra in Ucraina – come uscirne, metterle fine, negoziare la pace, fermare l’escalation, cessare l’invio di sempre nuove e più potenti armi – costituisce la cornice entro cui ogni rivendicazione sociale viene compressa e stravolta.

Diciamolo altrimenti: la gente soffre i bassi salari, la precarietà e la paura di una escalation nucleare. Governo e opposizione parlamentare (mica ci vorrete vendere la bufala di Elly Schlein “pacifista”, no?) sono assolutamente sulla stessa posizione: w la guerra e il riarmo, bassi salari e mano libera alle imprese.

Le differenze sono minime e tardive (i Cinque Stelle ora chiedono lo stop all’invio di armi all’Ucraina, ma lo avevano votato quando stavano nel governo insieme a Draghi), per questo conviene a tutti – sia ai Grillo-Conte che al Pd e alla maggioranza di destra-centro – esagerarle come se fossero “epocali”.

E quindi da una parte si gioca con le “parole proibite”, dall’altra si soffia su paure borghesi mai del tutto sopite.

Ad entrambi gli schieramenti parlamentari fa gioco. In questo modo i problemi della popolazione – salari, prezzi alle stelle, guerra, precarietà, ecc – restano fuori dai telegiornali e dagli editoriali da operetta. Sotto il “passamontagna”, insomma, c’è meno di niente…

È bene saperlo. Ci vediamo in piazza questo sabato, per cominciare a fare opposizione sul serio. Ovvero su quello che conta per milioni di persone.

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01/07/2022

La triste parabola di Grillo-Beale

In un grande film degli anni '70, Quinto potere, il protagonista Howard Beale è un commentatore televisivo in disgrazia, che improvvisamente raggiunge un successo ed un consenso enormi predicando contro il potere nel nome del popolo.

Poi un giorno fa un discorso incauto contro le multinazionali e viene convocato dal mega boss di una di esse, tra l’altro padrone delle tv. Costui converte lo sprovveduto Beale al credo del potere, alla sua funzione salvifica. Così il predicatore cambia radicalmente registro e in tv inizia a fare comizi a favore delle multinazionali e del sistema. In breve l’audience crolla e la direzione della rete alla fine decide di far uccidere Beale da finti terroristi, per liberarsene senza scontentare il padrone multinazionale.

Beppe Grillo è Howard Beale. Dopo aver raggiunto il massimo successo con i vaffa contro il potere, si è innamorato di Mario Draghi.

Secondo me i ripetuti colloqui tra i due non sono molto diversi da quelli del film, tra Beale e il super padrone. Draghi avrà illustrato le meraviglie dei misteri della finanza e del potere e avrà spiegato come solo pochi eletti possano agire in essi. Grillo estasiato avrà espresso la sua ammirazione e dedizione. Draghi è del nostro movimento, ha detto quando è nato il governo del banchiere.

E così il predicatore del popolo si è “elevato” a giullare della élite. E anche per lui il gradimento è crollato.

Rispetto al film c’è una sola sostanziale differenza. Beale viene eliminato dal potere perché ad un certo punto è diventato inutile e dannoso. Grillo invece sta eliminando la sua creatura, il M5S, perché oramai gli procura solo il fastidio di ricordargli il suo passato.

Questa la triste parabola di Grillo-Beale.

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23/06/2021

La crisi senza fine dei Cinque Stelle

Per il movimento che aveva trionfalmente interpretato il malessere della popolazione italiana nell’ultimo decennio, fino a raccogliere quel 32% nel 2018, partito più rappresentato in Parlamento, i travagli non finiscono più. Nonostante la benevolenza dell’omonimo direttore...

Dopo aver seminato per strada decine di parlamentari e decine di punti nei sondaggi, ora è il momento dello scontro tra il fondatore-padrone sopravvissuto e l’aspirante salvatore-rifondatore delle stelle. Al secolo Giuseppe Conte.

Oggetto ufficiale del contendere è “lo Statuto”, quel patto privato tra aderenti che definisce il “come si sta insieme”, la logica e la proporzione della distribuzione delle cariche, le regole con cui si prendono le decisioni, ecc.

Su questo fronte, molti tabù sono caduti nel corso del (breve) tempo. Dopo aver mandato giù di tutto sul piano programmatico pur di andare e restare al governo con tutte le combinazioni possibili (con la Lega, con il Pd, con tutti e due contemporaneamente), anche sul piano “statutario” parecchi paletti sono stati travolti.

A cominciare dalla un tempo intoccabile “piattaforma” Rousseau, asset personale dell’altro fondatore, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso e poi finita sotto la gestione del figlio Andrea.

La piattaforma incarnava macchinalmente l’idea più astratta e liberale di “democrazia”: quella dove – astrattamente – “uno vale uno”, l’opinione di chiunque ha diritto di competere alla formazione della decisione collettiva, dove le “riunioni” sono sostituite da un dibattito perenne di tutti con tutti fino alla formazione di una decisione inevitabilmente o maggioritaria (e quindi “divisiva”), oppure consensuale (e quindi inefficace, perché una qualsiasi soluzione dipende dalla natura del problema, non dall’accordo o meno tra gli attori).

Così è stato anche per la quota di stipendio parlamentare da dedicare alle varie iniziative promosse dal movimento (a partire dal finanziamento della piattaforma), ormai argomento usato solo per giustificare le espulsioni.

Di tutte le corbellerie astratte contenute nello “statuto” è rimasto in pratica solo il “vincolo dei due mandati”, ossia il divieto di ricoprire più di due volte un ruolo da eletto.

Divieto più teorico che reale (Virginia Raggi, per esempio, si candida di nuovo a sindaco di Roma pur avendo già alle sulle due consiliature, una da consigliera e un’altra da sindaco), e sempre sul punto di essere abbandonato. Se non altro per salvare la carriera di Luigi Di Maio e qualche altro ministro-parlamentare che al prossimo giro sarebbe altrimenti costretto a tornare a casa.

Proprio il vincolo dei due mandati sarebbe però il nocciolo del contendere tra i “due Giuseppi”, che nasconde però quello ben più consistente su chi debba essere il vero “capo politico” nel futuro dei Cinque Stelle. Il “Garante” attuale (lo stesso Grillo) oppure il “capo del movimento” (ossia Conte)?

Come si faceva nei “vecchi” partiti, Grillo sarebbe arrivato a minacciare di non rendere più disponibile il simbolo, che è di sua proprietà. E, senza simbolo e senza Grillo, l’attrattività di un movimento “diverso” sarebbe parecchio minore.

Vedremo, ma intanto i pezzi già persi cercano altre (non sempre convincenti) coperture. Tipo l’ex pm Ingroia, che acquisisce alcuni parlamentari ex M5S ora nel Gruppo Misto per dare corpo al suo movimento altrimenti extraparlamentare. Animati di migliori intenzioni altri deputati e senatori hanno dato vita al gruppo parlamentare “L’Alternativa c’è”.

Ma a cosa dovrebbe servire, nell’Italia dei prossimi anni, il Movimento Cinque Stelle? Cosa propone? Quali cambiamenti, se non altro, promette?

Quelli dello scorso decennio? Non ne hanno realizzato neanche uno, nei tre anni (e tre governi). E anche l’unico che somigliava alle loro bandiere – il reddito di cittadinanza – è arrivato in porto con tali e tante limitazioni da poter essere considerato una versione annacquata di un vino comunque scarso. Ma anche quel poco – Confindustria, Draghi, Lega, Pd – intendono azzerarlo. Con il voto degli stessi pentastellati...

Siamo probabilmente alle battute conclusive di un progetto politico che ha segnato un’epoca molto breve mettendo insieme diverse illusioni e idee balzane. Ma apparentemente “di buon senso”.

Vogliamo ricordare l’idea che “legalità e onestà” fossero la chiave per cambiare il Paese. Quando è evidente che la “legalità” è solo la legge che c’è, non la tavola dei dieci comandamenti. E leggi sbagliate producono ingiustizie e distorsioni. E che, per cambiare una realtà infame, bisogna cambiare le leggi, ossia colpire interessi di qualcuno per imporre quelli di qualcun altro.

Ma è definitivamente in crisi anche l’idea – che sembrava geniale – per cui “uno vale uno”. Che è ovviamente sacrosanta quando si tratta di votare, ma che non esiste quando si tratta di elaborare una soluzione efficace a un qualsiasi problema reale.

Quando si sta male si consulta un medico, possibilmente bravo. Del parere di un passante non sappiamo che farcene. Se dobbiamo affrontare una causa, vogliamo un avvocato esperto (proporzionalmente alle dimensioni del nostro portafoglio). Se ci piove in testa cerchiamo una squadra di muratori esperta, possibilmente non troppo cara.

Si può andare avanti all’infinito, con gli esempi, ma il concetto della capacità vale anche in politica. Ossia in quell’”arte” consistente nel governare una comunità più o meno grande (e maggiori sono le dimensioni, più capacità serve).

Quel concetto – “uno vale uno” – è la sintesi del pensiero liberale, traduzione politica della pretesa “solitudine autosufficiente” del consumatore/produttore “sul mercato”. Robinsonate, avrebbe detto Marx o chiunque altro con un briciolo di senso del reale.

I Cinque Stelle hanno portato nelle istituzioni una consistente mandria di inesperti, absolute beginners magari molto volenterosi e di buone intenzioni. Ma sono stati tritati come noccioline tra gli elefanti.

Non ne sentiremo la mancanza, se non per un fatto oggettivo molto importante: quel bisogno di una politica estranea ed ostile all’establishment, che hanno interpretato in modo goffo e squinternato, sta ancora lì.

Anzi, è più forte di prima. Anche se più incerto e diffidente, dopo l’ennesima delusione. Ma guai a pensare di interpretarlo riproponendo anche solo un briciolo di quel pattume ideologico liberale ormai destinato alla scomparsa.

A partire dal fatto che è lo scopo, con le pratiche che ne derivano nei diversi momenti, a tenere insieme una comunità politica qualsiasi; non certo un insieme di regole pensate prima di passare all’azione...

Se di qualcosa bisogna ringraziare – paradossalmente – i “grillini” è proprio di aver fornito una dimostrazione empirica di questa eterna legge della politica.

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27/04/2021

Dedicato ai vari Grillo che parlano a vanvera

Una testimonianza di chi ha subito violenza sessuale. Per chi ancora fa finta di credere che a ogni “reato” segua automaticamente e immediatamente una “denuncia”, come se si trattasse del furto di un’autoradio…

*****

“Il giorno dopo” per me non c’è stato per tanto tempo, per me c’era “il tutti i giorni”, tutti i giorni c’era una violenza diversa, tutti i giorni dovevo fare cose normali, pulire casa, sentire i miei genitori, salutare i vicini… tutti i giorni dovevo mantenere una linea di normalità, quando era concesso uscire, mai da sola, dovevo fare la spesa, dovevo sorridere alla commessa, dovevo essere normale, quando di normale non c’era nulla.

Una volta tornata a casa ci ho messo quasi un mese per dire parte di quello che avevo subito, ci ho messo 2 (!) anni di terapia per capire e ricordare tutto quello mi è successo.

Eppure i carabinieri, l’associazione contro la violenza, alcune psicologhe, mi hanno detto che avevo una scadenza perché poi la violenza non è più valida.

Ma... in che senso? Nella mia vita sarà valida per sempre, probabilmente per tutta la vita suderò quando una persona alzerà la voce, probabilmente per tutta la vita quando sentirò un rumore troppo forte avrò un sussulto, probabilmente per tutta la vita starò in allerta e mi sentirò a disagio se un estraneo mi fissa per troppo tempo.

Ma a quanto pare per la legge la violenza ha una scadenza.

Non importa se per tutta la vita dovrò mostrare le mie cicatrici, ché non è stato possibile coprirle tutte con i tatuaggi, non importa se per tutta la vita dovrò spiegare perché non mi piace che le persone mi stiano troppo vicino, non importa se per tutta la vita io quelle violenze me le ricorderò e se, nonostante l’ottimo funzionamento della psicoterapia, per tutta la vita mi capiterà di avere flashback, incubi e ricordi nuovi, non importa.. o meglio, non importa agli ignoranti, perché se “il giorno dopo” o “ il giorno stesso” fai cose normali, probabilmente ti stava bene.

Perché chi non vorrebbe una bella coltellata che lascia una cicatrice da sfoggiare come moda primavera-estate? Chi non vorrebbe ricordi indelebili? Chi non vorrebbe avere, per lungo periodo, paura di essere sfiorata anche dai suoi stessi genitori? Chi non vorrebbe provare a portare un bagaglio di vita così importante? Ci si fanno le spalle forti in fin dei conti! In fin dei conti si alza la soglia del dolore, della paura… in fin dei conti “si diventa più forti”.

Perché chi non vorrebbe sentirsi dire dai genitori del proprio “assassino”: te la sei cercata, se stavi lì stavi bene, avresti dovuto esplicitare meglio il bisogno d’aiuto.

Perché sì, si possono definire “assassini”, perché in qualche modo uccidono, anche se so che se una finisse veramente nella bara allora sì che sarebbe vittima, se no no, ti attacchi al treno e fischi in curva.

Ma infondo questa è la società che si scandalizza ma non agisce, in cui ancora si dà importanza e visibilità all’ignoranza, dove ancora i carabinieri non sono in grado di fornire aiuto, e le volontarie che accolgono nelle associazioni ti chiedono di spogliarti per vedere le cicatrici al primo colloquio, quando nemmeno tu le hai ancora viste perché guardarti allo specchio è ancora troppo faticoso, dove ancora si ignora il fatto che gli eventi traumatici vengono COMPLETAMENTE RIMOSSI ANCHE PER LUNGHI PERIODI: GIORNI MESI ANNI!

Siamo la società dove si fa la pubblicità con la vagina che canta per sdoganare i tabù del ciclo, ma se una persona dice di aver subito violenze ancora viene vista come un’appestata e ancora vede lo sguardo delle persone scostarsi, vede persone prendere le distanze o peggio vede venir sminuita e minimizzata la violenza che ha subito, perché mi è stato anche detto “va beh anche a me è successo che il mio ex alzasse la voce, l’ho lasciato, a me nessuno mette i piedi in testa, non potevi farlo anche tu?” Grazie genio.

Non scandalizzatevi quindi per il video di Grillo, che fa scalpore solo perché è un personaggio pseudo-famoso, perché ha semplicemente riportato il pensiero di gran parte della società e, ve lo garantisco, anche di genitori non famosi.

Perché in fondo a me non interessa se è vero o no quello che ha fatto suo figlio, non sono io che devo scoprirlo, ma mi fa paura, sempre più paura questo mondo, questa ideologia, queste frasi e tante altre che si sentono ovunque.

Perché questo mondo è pronto a creare bambini in laboratorio, ma non è ancora pronto a proteggere una persona vittima di violenza.

Perché è più comodo legalizzare l’aborto facile che prevenire una violenza o fornire un vero accompagnamento alle vittime di stupro.

Una società che millanta apertura mentale su leggi per “difendere la sessualità di tutti”, mentre dovrebbe concentrarsi più su come si protegge una vittima, chiunque essa sia, senza metterla alla gogna o abbandonarla a se stessa.

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30/03/2021

Lo stupidario capitalista e la questione dei brevetti

Da qualche giorno si legge di una proposta formulata da Beppe Grillo, quella secondo cui i paesi ricchi dovrebbero acquistare i brevetti dei vaccini contro il Covid-19 per poi donarli ai paesi poveri. Si tratta di una proposta che, conoscendo la carriera teatrale di Grillo, potrebbe essere intesa come una gag comica. Purtroppo non è così, anzi c’è chi si è detto disposto a sostenerla seriamente.

La proposta di Grillo è di una singolare stupidità: da mesi infatti diversi paesi del mondo, capofila Sudafrica e India, si muovono per ottenere una moratoria dei brevetti sui vaccini, ma tale proposta non passa per l’opposizione tenace dei paesi del Nord del mondo, primi tra tutti USA ed Unione Europea.

Questa è però la proposta giusta, che s’inquadra tra l’altro in una più generale battaglia contro i brevetti per i farmaci essenziali, già sostenuta decenni fa da diversi paesi, in particolare il Sudafrica di Mandela a proposito delle cure contro l’AIDS.

Invece, secondo Grillo, i paesi ricchi dovrebbero chiedere gentilmente a Pfitzer, AstraZeneca ecc. di vendere loro i brevetti, a una cifra che molto probabilmente sarebbe incommensurabile, dati i guadagni che tali aziende prevedono di realizzare, fatto che tra l’altro rende tali aziende poco disponibili a una vendita.

Una proposta comunque tutta interna alla logica capitalista e che tra l’altro, dati i contratti già vigenti, vedrebbe il paradosso per cui i governi dovrebbero acquistare comunque i vaccini prodotti da Big Pharma pur avendone comperato il brevetto. Una logica, infine, che sostituirebbe al principio di solidarietà e di uguaglianza nell’accesso alla sanità, quello di carità: noi ricchi compriamo e diamo ai poveri.

La proposta di Grillo, stupida e irrealizzabile, ha trovato, tuttavia, un sostegno imprevedibile nella responsabile salute del PD e già sottosegretaria Sandra Zampa, la quale, in un’intervista a Radio Popolare di Milano ha sostenuto che si tratta di un’idea giusta su cui anche il suo partito dovrebbe impegnarsi.

Secondo Zampa, tale proposta è giusta perché darebbe i vaccini a tutto il mondo, garantendo la giusta e necessaria retribuzione alle aziende che hanno fatto “grandi investimenti in una ricerca così rapida e miracolosa”.

Ci chiediamo se Zampa ricordi che tale ricerca “rapida e miracolosa” è stata in realtà resa possibile dai finanziamenti miliardari e dai sostegni di provenienza pubblica che molti governi hanno versato nelle casse di tali aziende e in qualche caso anche dall’uso di laboratori di ricerca pubblici di cui hanno potuto disporre (segnatamente AstraZeneca ad Oxford).

Insomma, l’idea che sui farmaci, almeno quelli di vitale importanza, non dovrebbe esistere brevetto, non sfiora nemmeno la mente di Sandra Zampa.

Per non parlare poi del principio per cui la ricerca e la produzione dei farmaci essenziali dovrebbero essere pubblici e non affidati ad aziende che, per loro natura, perseguono l’obiettivo del profitto e quindi seguono la logica della concorrenza e dell’esclusione di chi ha meno mezzi.

Ancora una volta, PD e 5 Stelle uniti nella lotta. Quale? La difesa del capitalismo.

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12/02/2021

La vera storia dell’incontro tra Beppe Grillo e Mario Draghi!

La conversione del predicatore del popolo. Siamo riusciti a scovare il video dell’incontro tra Grillo e Draghi.

Stranamente è identico ad uno spezzone di un celebre film del 1976, Quinto Potere.

La storia di allora è quella di un presentatore televisivo che perde il posto e per reazione diventa un predicatore del popolo. Acquisisce un consenso enorme con i suoi discorsi contro il potere, urlati a nome delle persone normali, sollevandole in nome del principio “uno vale uno”.

Dei giganteschi “vaffa” sparati in diretta, gridando “sono incazzato nero e tutto questo non lo tollererò più!”

Finché un giorno una sua predica interferisce negli affari di una grande multinazionale, che ne ha un danno.

Allora il padrone della multinazionale convoca il predicatore e gli spiega come va davvero il mondo, chi comanda e perché.

E lo converte. Mettete gli euro al posto dei dollari e avrete il colloquio tra Grillo e Draghi.

E infatti il garante dei cinquestelle è uscito folgorato dall’incontro, con il volto illuminato dall’affermazione che il banchiere è proprio un grillino, “uno come noi”.

Ora Grillo tesserà le lodi di Draghi così come faceva il predicatore del film. Il quale, naturalmente, a forza di predicare il nuovo verbo “viva le multinazionali e la finanza” finisce presto per scocciare tutti e perdere ogni consenso.

Niente di nuovo sotto il sole, direbbe il filosofo.


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24/01/2021

M5S - La crisi di governo e la drammatica assenza di qualsiasi strategia o visione

In contemporanea alla crisi di governo si consuma la crisi sempre più manifesta del partito che in Parlamento detiene la maggioranza relativa. Il Movimento 5 Stelle. Un partito che ormai pare aver smarrito la bussola e quindi procede a tentoni.

Il presunto “compattamento” dei big del Movimento 5 Stelle ha avuto durata breve.

D’altronde, gli scenari che si prospettano per la soluzione della crisi di governo lasciano spazio a poche alternative, tutte devastanti per l’immagine mediatica e le dinamiche interne del 5 Stelle.

Ricordiamo che dopo aver rinviato gli Stati Generali e l’elezione del nuovo capo politico (a seguito delle dimissioni di Luigi Di Maio), dopo mesi di “scontri” social tra la cosiddetta “area purista” di Di Battista e quella “governista a tutti i costi” di Beppe Grillo (che ricordò il giorno della marmotta in risposta alla sua legittima richiesta di un’assemblea costituente per definire l’identità del Movimento), ad oggi non hanno né un capo politico né un organo collegiale.

Una parte di discussione degli Stati Generali si è svolta, con la gestione di avventura urbana (pianificatrice di conflitti sulle grandi opere), ma non ha portato, ad oggi, ad una modifica dello statuto, alla pubblicazione dei voti ottenuti dai delegati a partecipare anche a nome personale (tra cui Di Battista), alla presentazione delle spese sostenute (quanto è stata pagata avventura urbana nel momento in cui Davide Casaleggio denunciava il mancato introito mensile pattuito con i parlamentari?).

Ma, soprattutto, il Movimento 5 Stelle non ha espresso una leadership riconosciuta.

Perché questa premessa? Perché la vacatio di una leadership ha portato molti parlamentari e iscritti ad adottare Conte come leader da seguire, benché non sia mai stato iscritto.

I parlamentari 5 Stelle, plausibilmente, perché sanno che ad una prossima legislatura non rientreranno in parlamento senza rendersi stampella di un partito di Conte.

Gli attivisti e gli iscritti, gli elettori, perché non sanno più a quale santo votarsi, privati drammaticamente di un’identità sociale e politica riconosciuta, di una visione e di poche ma ferree certezze.

Dopo un vergognoso spettacolino di scilipotiana memoria, da far sembrare Cirino Pomicino e De Mita grandi statisti, la situazione è sempre più stagnante.

Viene meno la possibilità di possibili ulteriori aperture al centro dopo la vicenda che coinvolge Cesa. Sempre più problematico il rapporto con Mastella, la cui moglie manifesta una “convinta perplessità” sulla riforma della prescrizione di Bonafede.

Nessuna apertura al ritorno di Italia Viva, fino a ieri.

Fino a ieri, infatti, erano sovrapponibili i post di Di Maio e l’intervista a Di Battista sul “Mai più con Renzi”.

Oggi però Di Battista ribadisce che l’appoggio di Renzi ai Benetton contro la revoca di Autostrade è motivo in più per affermare il “No” a Renzi (d’altronde solo lui è andato a Rignano sull’Arno col bambino piccolo e il suo camper, lui ha dato il via alla campagna referendaria “io dico no”).

Ma rispunta Giorgio Trizzino. Proprio e sempre lui: l’autore dell’appello ad un governo di unità nazionale allargato a tutti, pubblicato da Beppe Grillo.

In un flash sul governo, Trizzino dichiara: “Se ci sono condizioni, riaprire dialogo con i renziani”.

Chiarisce forse meglio Crippa, con un comunicato dell’ultima ora, dove afferma che non ci sono chiusure ai parlamentari di Italia Viva, ma solo a Renzi. Tentativo un po’ maldestro di isolare Renzi e accogliere a braccia aperte i renziani senza Renzi, per salvare capre e cavoli.

Insomma, come dicevamo, si naviga a vista per sopravvivere. Nessun progetto strategico o a lungo termine. Vivacchiare per non morire.

p.s. Dopo appelli social di vari parlamentari, tra cui Pino Cabras che ha pubblicato un post molto ironico, il comunicato del Movimento 5 stelle sull’inizio dell’assemblea degli iscritti per procedere a votazioni a partire da martedì 26 gennaio: si dovrà modificare lo statuto ed eleggere un organo collegiale di 5 membri. Vi terremo aggiornati sulle dinamiche che questo periodo di totale svolta del maggiore partito italiano scatenerà.

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06/01/2020

L’avvocato del dialogo

di Alessandra Daniele

C’era una volta... – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori, sbagliandosi, perché le favole sulla monarchia sono morte con Lady Diana.

C’era una volta un burattino di premier di nome Giuseppinocchio, che serviva da testa di legno ai suoi cosiddetti vice, il Ratto e la Iena (ridens) i quali l’obbligavano sempre a ripulire le loro porcate.

“Ma quella non era Cenerentola?” Chiedeva Giuseppi. “Non dire stronzate da intellettuale radical chic” lo zittivano i due compari, e continuavano a gozzovigliare.

Un giorno però a Giuseppi apparve la Fata Turchina, tutta vestita di blu e con le chiome cinte d’una corona di stelle dorate. “Caro Giuseppi, vuoi diventare il nuovo Aldo Moro?” Gli chiese.

“Preferirei di no” rispose Giuseppi, portandosi istintivamente le mani all’inguine in un gesto scaramantico.

“È solo un’analogia – chiarì la Fata – Vuoi diventare il perno del nuovo compromesso storico fra PD e Movimento 5 Stelle, e trasformarti così da squallido prestanome a nobile Avvocato del Dialogo?”

“Cosa devo fare?” Chiese Giuseppi. “Tieniti pronto per quest’estate, quando il Ratto, ubriaco di cocktail, olio solare e sondaggi gonfiati, affonderà il suo stesso governo sognando i pieni poteri. Aspetta d’essere rinominato premier dal Grillo Straparlante, e poi fai tutto ciò che ti dirò io – la Fata si fermò ad ascoltare un uccellino azzurro a stelle e strisce appena giunto a strepitarle nell’orecchio. Poi annuì – E naturalmente tutto quello che ti dirà il nostro amico Sputafuoco – aggiunse un po’ controvoglia – La parola magica per contattarci è Interlocuzione“.

“Ma così resterò un burattino” obiettò Giuseppi. “Ma non sarai più un burattino di legno – sorrise la Fata – sarai un burattino di seta, come le tue belle pochette da taschino e le tue cravatte firmate. Ricordati però che allo scoccare della Mezzanotte, i cavalli della tua carrozza dorata si trasformeranno in sorci verdi e verdini, e cercheranno di trascinarti via dalla festa”.

“Ma quella non era Cenerentola?” Chiese ancora Giuseppi.

La Fata Turchina si strinse nelle spalle. “Sono le convergenze parallele” rispose, e sparì in una nuvola di fuffa.

Fonte

17/11/2019

“Snaturati”

Si è tolto più di un sassolino dalle scarpe Marco Morosini, che per trent’anni è stato il ghostwriter e consigliere politico fidato di Beppe Grillo, per raccogliere nel libro «Snaturati» (Castelvecchi: 234 pagine 233 per 17,50 euro) una serie di considerazioni pungenti e a tratti irrisorie sulle contrastate vicende del primo partito digitale del mondo.

Morosini insegna Politiche ambientali al Politecnico federale di Zurigo, ha curato l’edizione 2011 del libro «Futuro Sostenibile» del Wuppertal Institut. Ha assiduamente frequentato Gianroberto Casaleggio ed è dunque in grado di valutare attentamente le differenze tra l’ispirazione originaria del M5S e la pratica politica ambigua e deludente che ne è seguita.

La sua requisitoria può apparire scontata per chi non si è mai fatto incantare dalla retorica a 5Stelle, però è da leggere come il grido di dolore di un militante che – dopo aver creduto ciecamente in determinate proposte social-ecologiche finalizzate a una quanto mai urgente transizione del modello di società – a un certo punto scopre che la svolta populista tradisce ripetutamente a ogni appuntamento questa impostazione di fondo.

Gli spunti di riflessione in questa direzione sono molteplici.

Pur nella sua mole il libro è di facile lettura, in quanto didatticamente ben pensato, anche per comparare i programmi elettorali voluminosi di “sinistra” e quelli veicolati in estrema sintesi di “destra” per il grande pubblico. D’altronde, quando un’anima di sinistra realizza che chi detiene il potere, ovvero la Centrale di Milano della Casaleggio e Associati, è disponibile a tutto pur di incamerare un consenso manipolato, contando anche sugli analfabeti funzionali, alcune categorie d’interpretazione della realtà (che in molti per varie ragioni hanno gettato alle ortiche) trovano una conferma della loro pregnanza.

Non solo la distinzione fra destra e sinistra è tutt’altro che superata ma appare evidente che l’anti-politica ossessiva avente come bersaglio solo la sinistra, l’avversione nei confronti dei sindacati e la gogna mediatica contro la casta dei giornalisti si sono rivelati funzionali alla crescita di un senso comune egemonizzato giocoforza dalle destre.

Ovviamente Morosini non ha gradito l’incontro con Steve Bannon, il governo con la Lega e l’accreditamento delle tesi di Matteo49milioniSalvini, in particolare quando Di Maio si è accanito vergognosamente contro le Ong.

Insegnando e lavorando prevalentemente all’estero, Morosini è consapevole del disgusto che i media internazionali nutrono nei confronti di Salvini e della pericolosità delle tesi xenofobe che la Lega esprime rozzamente nel contesto europeo.

Anche per queste ragioni giudica Di Maio un “voltagabbana” incompetente, bramoso nel sommare una serie di cariche istituzionali (e non) oltre che eterodiretto dalla Casaleggio e Associati, semplicemente adatto alla politica nella sua forma mediatica; mentre è al contempo lapidario nei confronti di Alessandro Di Battista.

Interessante il parallelo che Morosini sviluppa fra Antonio Gramsci e Gianroberto Casaleggio, per comprendere perchè il M5S è privo di una visione d’insieme e quindi progettuale della società. Mentre per il Gramsci del giornale Ordine Nuovo «il discorso pedagogico aveva una marcata centralità – se solo pensiamo ai grandi movimenti di emancipazione del Novecento, che videro per protagonisti milioni di persone di origine modesta» – il “Nuovo Ordine” di Casaleggio padre è invece decisamente anti-pedagogico poichè nella sua logica la centralità era affidata alla rete, mutuata fra l’altro dall’ideologia californiana.

Al punto che M5S – privilegiando il ruolo dei comunicatori e non essendo l’espressione di un movimento dal basso – non si è mai paradossalmente dotato di una scuola di formazione politica e culturale.

E avendo dimostrato ripetutamente avversione nei confronti degli intellettuali e della cultura in generale, ecco che quanti del mondo intellettuale avevano espresso un certo entusiasmo per la sua rapida ascesa, in un battibaleno (chi prima e chi dopo) si sono prontamente allontanati, per finire bollati con l’epiteto di “radical chic”.

Se è azzardato prevedere quale sarà l’evoluzione del M5S, certamente chi intende contrastare seriamente la svolta a desta del nostro Paese, dovrà obbligatoriamente analizzare l’esplosione e il successivo declino nella società di un fenomeno neo-qualunquista di questa portata.

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02/09/2019

Faccia da smartphone

Un raccontino e un’avvertenza di Alessandra Daniele


Faccia da smartphone 

– Perché la devo registrare, la diretta Facebook? – Chiede l’ex ministro.
– Per sicurezza – risponde il social media manager.
L’ex ministro si punta lo smartphone in faccia
– Amici! Ci avete fatto caso? Da quando io non sono più al governo, la Borsa è in rialzo, lo spread scende, l’Unione Europea ci promette flessibilità – ridacchia – forse portavo sfiga.
– Stop!
– Che c’è?
– Questa cosa del portare sfiga è meglio non suggerirla neanche per scherzo.
– Ok. Riparto. Amici! Ci avete fatto caso? Da quando io non sono più al governo, la Borsa è in rialzo, lo spread scende, la credibilità dell’Italia è in ripresa...
– Stop!
– Che c’è ancora?
– Non è il caso di insistere sul fatto che senza di te le cose vanno meglio.
– Ma devo denunciare il complotto dei Poteri Forti! – Protesta l’ex ministro.
– Allora parti direttamente da quello.
– Ah, ok. Amici! È ormai chiara la manovra di Parigi, Berlino e Bruxelles. Volevano che io facessi cadere il governo. Io l’ho capito. E per questo ho fatto cadere il governo.
– Stop!
L’ex ministro scaglia lo smartphone sul pavimento.
– Che cazzo c’è stavolta?
Il social media manager gli si avvicina con aria conciliante. Gli porge il suo smartphone.
– Perché invece non parti col tuo cavallo di battaglia?
– Porti chiusi! – L’ex ministro afferra lo smartphone, e se lo punta in faccia.
– Amici! Un’altra ONG carica di clandestini sta cercando di violare i sacri confini della nostra Patria! Ma finché io sarò al Viminale...
– Stop!
– Cazzo!
– Scusa, ma tu non sei più al Viminale.
– Ma mi serve per la campagna elettorale!
– Beh, in realtà non è detto che si voti.
– Certo che si vota! Ci sono le regionali, le comunali, le condominiali… in Italia si vota sempre!
L’ex ministro torna a puntarsi lo smartphone in faccia.
– Amici! È in corso un furto di democrazia! Non vogliono farci votare!...

Vuoto elettronico

A prescindere dell’evidente possibilità di facili brogli, il cosiddetto voto elettronico sulla piattaforma Rousseau non possiede nemmeno i requisiti minimi necessari per la validità d’un voto popolare.
  1. Non è possibile certificare l’identità del votante. Potrebbe trattarsi d’un dodicenne loggato con la password del padre, della sorella, del vicino di casa. Potrebbe trattarsi d’un hacker che conosce migliaia di password. O di qualcuno che le conosce tutte.
  2. Non è possibile garantire la segretezza del voto. Il votante può essere circondato da amici, nemici, telecamere, o da un’intera troupe televisiva (come abbiamo già visto succedere). Inoltre, il login stesso rende ogni singolo voto firmato e facilmente riconoscibile per gli admin della piattaforma.
  3. Non è possibile accertare la libertà del voto. Per quello che ne sappiamo noi, il votante potrebbe anche avere una pistola alla testa.
La piattaforma Rousseau però continuerà ad essere adoperata. Almeno finché Grillo e Casaleggio non troveranno un modo meno ridicolo di ratificare le loro decisioni.

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18/03/2019

Dissolvenza incrociata


Vi ricordate quando le elezioni europee non contavano un cazzo? Adesso sembrano diventate l’Armageddon.

Tutte le decisioni che potrebbero costare voti ai soci di governo vengono rimandate a data da destinarsi, mentre il Reddito di Cittadinanza subisce un’accelerazione improvvisata, con regole che cambiano continuamente a scapocchia, anche a costo di assegnarlo provvisoriamente a qualcuno a cui poi lo si chiederà indietro. Come si chiederanno indietro ai pensionati i soldi della mancata indicizzazione.

Mentre Salvini, con la “difesa sempre legittima”, fidelizza il suo elettorato cercando di legalizzare l’omicidio di classe, il Movimento Due Facce sente un bisogno disperato che almeno qualche centinaio di migliaia di elettori vada alle urne con in tasca la tesserina gialla del RDC, e per questa sia disposto a tapparsi il naso su tutte le altre promesse tradite, le svendite e i voltafaccia, compreso il via libera ai bandi del TAV, camuffato dalla “clausola di dissolvenza”.

Di Maio è convinto che Renzi abbia perduto i suoi elettori essenzialmente perché non li pagava abbastanza, quindi ha moltiplicato i suoi 80 euro, e adesso spera in una fedeltà più duratura.

Intanto la neolingua del Governo del Cambiamento diventa sempre più democristiana: i problemi si chiamano “criticità”, le chiacchiere “interlocuzioni”, e ad ogni “controversia” – cioè zuffa – si evoca un cavillo del Contratto di Governo impossibile da “espungere”.

Come annunciato da Grillo, l’era del Vaffanculo è finita.

È cominciata quella della Supercazzola.

Anche l’era di Grillo sembra finita: durante la riorganizzazione post-elezioni regionali, Beppe e Gianroberto Casaleggio sono stati cancellati dalla lista dei fondatori del M5S, sostituiti da Luigi Di Maio e Piersilvio Casaleggio. D’altronde, pare che ormai Grillo sia pentito, e che il suo “Ho creato un mostro” sia qualcosa di più che una battuta del suo nuovo spettacolo, che viene contestato da grillini delusi ad ogni replica.

Troppo tardi, dottor Frankenstein Junior, non avresti dovuto impiantare alla tua creatura il cervello con la targhetta “Abnormal”.

Il Movimento 5 Stelle però non è certo l’unica cosa in dissolvenza.

Il Secolo Americano è al tramonto. L’egemonia USA è in declino, rimpiazzata da quella cinese in espansione. Capitalismo di Stato senza nessuna limitazione, nemmeno apparente.

La parabola dei grillini sembra la terza stagione di Mr Robot:

spoiler

tutte quelle chiacchiere sul fare la Rivoluzione digitale e sconfiggere le perfide corporazioni, per poi finire a svendere il paese ai capitalisti cinesi.

Più o meno come stavano facendo Renzi e Gentiloni.

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28/07/2018

Dall’economia alla Tav il governo “a tre” si divide in tre

“Per me la moneta unica europea, come l’appartenenza alla Nato, non sono in discussione. E non lo sono anche per il governo da me presieduto”. A chiarirlo, per chi fino ad oggi non lo avesse voluto capire, è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in una intervista con il Corriere della Sera.

Conte ci ha tenuto a smentire anche i contrasti con il ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Non è così. Tria è il cerbero dei conti, il loro custode arcigno. Ma non esiste che lasci il governo. Attenzione, peraltro, a non considerarlo un corpo estraneo a questo esecutivo. È parte attiva e coinvolta nel tentativo di ottenere dall’Europa spazi di manovra che ci permettano di cambiare le cose”.

Ma pensando di poter fare e dire le stesse cose di quando stava all’opposizione e non al governo – un po’ come fa Salvini – anche Beppe Grillo ci ha messo del suo evocando lo spettro del Piano B: “Devi avere un piano B. Sono sicuro che la Germania e la Francia hanno un piano B. Non dico di lasciare l’Euro cosi, ma di lasciar decidere al popolo italiano con un referendum. Sarò sempre a favore di un referendum”, ha affermato Beppe Grillo in una intervista ad un programma statunitense.

Prevedibili gli effetti della “grillata” con una immediata conseguenza sul mercato dei titoli di stato con il Btp che ha visto un balzo dei rendimenti con un contestuale ampliamento dello spread, mentre Piazza Affari ha visto annullarsi il precedente rialzo, certo poco roba rispetto a botti come quelli di Zuckeberg a Wall Street, ma sono comunque segnali.

Ma quello sull’economia e il perverso rapporto di subalternità verso i diktat dell’Unione Europea, non è il solo tema di contrasto all’interno del governo “a tre attori” (i professori, i fascistoidi e gli "onestisti”). Sul tavolo è infatti piombata anche la questione della Tav. Come noto il M5S in passato si è sempre detto contrario al suo proseguimento ottenendo consensi anche tra i No Tav della Val di Susa.

Adesso da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav “al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo”. Il dossier, sottolineano le stesse fonti, “è in fase istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici, che poi sarà sottoposta e condivisa con il presidente del consiglio e con l’intero governo.

Ad ogni modo – rammenta la nota – la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo” nel quale la questione Tav veniva così affrontata: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Una sintesi piuttosto sibillina sulla quale però si è gettato di peso quello che è diventato “l’azionista di riferimento” di questo governo cioè Salvini.

La realizzazione della Tav “deve andare avanti” ha dichiarato Salvini, in un intervento su Radio 24. “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. L’opera serve e se per caso da un’analisi attualizzata del 2018 non serve, costa di più bloccarla che non proseguirla? Questo è il ragionamento che varrà su tutto – aggiunge Salvini – la Tap, la Pedemontana, Terzo Valico”.

Ma anche sulla Tav, come sulle priorità nelle scelte economiche, il governo a tre dovrà fare i conti con i diktat di Bruxelles. La Commissione europea ha infatti fatto sapere che si tratta di “un progetto importante non solo per Francia e Italia ma per l’intera Europa. E’ importante – ha affermato un portavoce della Commissione, interpellato sul tema durante l’incontro di metà giornata con la stampa – che tutte le parti mantengano gli impegni a completare i lavori nel tempo previsto”.

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08/06/2018

Ilva. Di Maio stoppa Beppe Grillo. I lavoratori chiedono incontro urgente al nuovo governo

“Si parla di chiudere l’Ilva ma nessuno lo ha mai pensato”. Così aveva twittato Beppe Grillo, cofondatore del Movimento 5 stelle, prendendo parola sulle sorti della grande acciaieria di Taranto. Al tweet ha allegato un post pubblicato sul suo blog dal titolo “Che il cielo sopra l’Ilva diventi sempre più blu”. Nel post si cita il bacino del Ruhr, “un esempio da emulare”, e si precisa che per l’Ilva “Si pensa ad una riconversione, quindi mantenendo sempre l’occupazione nella bonifica ristrutturando il sito che è enorme, e quindi con grande difficoltà, ma si deve preservare assolutamente ogni posto di lavoro”, scrive Grillo.

Ma l’invasione di campo di Beppe Grillo non sembra essere stata gradita dal neosuperministro al Lavoro e allo Sviluppo Economico Di Maio costringendolo a fare alcune precisazioni. “Grillo e altri parlano a titolo personale. Io non prendo decisioni finché non ascolterò le parti”, ha affermato sulla vicenda dell’Ilva Luigi Di Maio, a Radio Anch’io. “Non prendo tempo – ha detto – devo incontrare la proprietà, i commissari, i sindacati. Sarà fatto tutto con responsabilità e linearità”.

E’ utile ricordare che sull’Ilva i tempi invece stringono. La multinazionale Arcelor Mittal, ha vinto un anno fa la gara per l’acquisizione per la più grande acciaieria italiana con un’offerta ritenuta valida da Governo e commissari, ma con una trattativa in corso tra azienda e sindacati incagliatasi sul nodo dirimente dei migliaia di licenziamenti previsti dal piano industriale della multinazionale. Lo stabilimento di Taranto ha poco meno di 11mila addetti diretti, che arrivano a quasi 20 mila con l’indotto. In tutta Italia i lavoratori dipendenti dell’Ilva arrivano a 14mila unità. Tutti lavoratori in seria difficoltà e con la cassa integrazione che scade a luglio. Una data in cui la multinazionale Arcelor Mittal, che insieme a banca Intesa Sanpaolo costituiscono la cordata Am Investco, potrebbe prender possesso degli stabilimenti, anche senza aver raggiunto un’intesa con i sindacati.

L’Unione Sindacale di Base aveva annunciato le sue decisioni sulla vertenza Ilva in una conferenza stampa lo scorso 23 maggio, dopo una riunione con i delegati e gli attivisti tarantini: nessun nuovo incontro con ArcelorMittal se la multinazionale non muta radicalmente la propria posizione. Questo vuol dire ottenere da AM Investco la garanzia di piena occupazione per tutti i lavoratori e il cambio del piano industriale. “Se ciò non dovesse accadere – aveva sottolineato Sergio Bellavita, dell’esecutivo nazionale USB e membro della delegazione trattante al tavolo Ilva – Ilva deve tornare in mani pubbliche”.

Per Francesco Rizzo, lavoratore Ilva e coordinatore provinciale dell’Usb. “Urge un incontro con il nuovo Governo. Auspichiamo una tempestiva convocazione per poter esporre il punto di vista del sindacato e capire quali siano le intenzioni del Governo sulla questione Ilva. Ci sono in ballo 18.000 lavoratori. Come organizzazione abbiamo dato disponibilità a qualsiasi tipo di discussione a patto che sia garantito occupazione e reddito attuale ai 14.000 lavoratori Ilva e ai 4000 dipendenti degli appalti”.

La questione Ilva fino ad ora ha visto una posizione unitaria dei sindacati della grande fabbrica ma questa condizione sembra essere venuta meno in queste ore. “Fino ad oggi ci siamo mossi con un grande spirito unitario nel rapporto con Fim Fiom Uilm con l’unico obiettivo di rispondere ai bisogni dei lavoratori Ilva e della popolazione di Taranto. Prendiamo atto con rammarico che per la direzione nazionale di Fim Fiom Uilm quel rapporto si è interrotto. Da parte nostra, con la serietà e la determinazione di sempre, continueremo a sostenere una battaglia in difesa delle ragioni dei lavoratori Ilva e dei tarantini”.

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19/09/2017

Gli attori urlanti sul palcoscenico della “politica”

Per raccontare la politica nazionale attuale ci vorrebbe un comico. E in effetti le tre correnti principali in lizza sono rappresentate da protagonisti dell’avanspettacolo: un comico vero in pensione (Beppe Grillo), un impresario in disarmo (Berlusconi) e un guitto precocemente esaurito alla testa del Pd. Si potrebbe obiettare che a rappresentare i Cinque stelle non sarà Grillo ma Luigi Di Maio, attor giovane tagliato per la parte dello studente modello. Ma per l’appunto stiamo parlando di uno studente che non riesce a laurearsi, non lascia segno sul lavoro, ma viene egualmente elevato al cielo. In fondo non è il solo. Le brillanti carriere di Giuliano Poletti, Beatrice Lorenzin, Valeria Fedeli, ecc, stanno lì a dimostrare che una laurea può essere solo d’impiccio per la carriera politica d’oggi...

Se uno volesse prendere sul serio quel che i giornali riportano in queste ore dovremmo pensare a una lotta all’ultimo sangue per arrivare a vincere le elezioni e formare un governo “con un programma chiaro”. Addirittura sarebbe obbligato a intravedere l’intervento di altri poteri dello Stato per impedire che “i rivoluzionari” si avvicinino alle stanze del potere. Esempio: “Tribunale sospende le primarie dei 5 Stelle: in bilico la candidatura di Cancelleri in Sicilia”.

Dal canto suo Matteo Renzi incassa le controinchieste della magistratura romana su quella napoletana a proposito del “caso Consip” (per cui ci sono già state confessioni e prime condanne, comunque) che avevano coinvolto il padre, Tiziano, e un “imprenditore” amico di famiglia. Addirittura il responsabile dell’Autorità anticorruzione – casualmente nominato da Renzi quando era a Palazzo Chigi – arriva a giudicare un’indagine in corso, violando un codice informale in uso tra i magistrati: “Nella vicenda Consip vedo molti pochi fatti e tante illazioni”. Raffaele Cantone dixit.

A destra non va diversamente. Berlusconi attende la riabilitazione dal tribunale di Starsburgo, impossibile sul piano giuridico ma sempre possibile su quello politico (la Merkel e Macron sono meno tranchant di qualche anno fa).

E il povero Salvini, infine, evoca complotti mostruosi ai suoi danni per il blocco dei conti della Lega disposto dal Tribunale di Genova in seguito a una normale condanna di primo grado ai danni di Umberto Bossi e dell’allora cassiere Belsito. «C’è una scheggia della magistratura che fa politica e vuole mettere fuori legge la Lega, vogliono farci fuori, metterci nelle condizioni di non esistere». E sperimenta un Aventino di una settimana...

Ma se tutti hanno problemi simili con la magistratura, quanti complotti sono messi in atto contemporaneamente? Ma, soprattutto, chi mai sarà il “puparo” che li manovra tutti insieme?

Pare chiaro che tutti questi soggetti hanno problemi con la magistratura perché sono incapaci (alcuni), truffaldini (tutti), corrotti (alcuni), corruttori (ci sono condanne passate in giudicato...), insofferenti delle e indifferenti alle regole. E tutti questi hanno comunque qualche “magistrato amico”, tanto da sospettare che a metterli sotto inchiesta sia l’amico dei propri avversari. Diciamo pure che è la “classe politica” di più basso livello che si sia mai vista in questo paese...

Non stupisce perciò che il rito procedurale principe della democrazia parlamentare – le elezioni politiche nazionali, e dunque la scelta dei candidati ad esse – sia ridotto a commedia dell’arte. Con l’attore-monologante Roberto Saviano che si diverte a candidarsi alle “primarie” pentastellate, per sottolineare – a beneficio di Repubblica e del Pd – la “situazione bulgara” in cui si è ritrovato il delfino Di Maio, cui hanno procurato in tutta fretta sette “avversari” sicuramente destinati alla sconfitta (anche se la “piattaforma Rousseau” non mancherà di far loro avere qualche voto per salvare le forme e la faccia).

La pagliacciata – per oggi – viene sottoscritta dallo stesso Grillo nel suo blog, con un post da tso immediato. Prima afferma che “I giornali volevano delle primarie fiction, noi gli abbiamo dato la realtà!.. Per i giornali ogni scusa è buona per parlare male del M5S e in queste ore discettano sulla qualità del voto per la candidatura a premier del M5S. Candidarsi alla guida del Paese è una grande, enorme responsabilità e tanto di cappello per chiunque ha deciso di mettersi in gioco. Il più grande in bocca al lupo di tutto il M5S”. E poi indica nel Pd il vero inventore del “metodo” truffaldino che lui stesso sta usando con Di Maio: “Tutti sanno come funzionano certe primarie, ad esempio quelle del Pd: c’è un candidato sostenuto dal partito e gli altri pescati dentro (per simulare un vero e proprio match), ai quali viene garantita una quota specifica di voti, giusto perché perdano con dignità riuscendo a restare capi della loro piccola corrente”.

Tutto vero, naturalmente. Ma con Di Maio stanno facendo esattamente la stessa cosa (a meno da non essere così fessi da credere davvero che il voto online su una piattaforma online di proprietà dei leader non possa dare risultati manipolati dagli stessi leader).

Sì, va bene, direte voi, ma allora che succede con queste elezioni?

Niente. State tranquilli. Come dice spesso il presidente della Bce, Mario Draghi, è in funzione un “pilota automatico” tale per cui chiunque guidi un paese dell’Unione Europea – Germania a parte, e in qualche misura anche la Francia – è obbligato a rispettare decisioni prese a Bruxelles o dintorni. Un pilota saldamente in mano ai partner più forti, che hanno tutto il potere formale e la forza economica per cancellare qualsiasi decisione presa democraticamente all’interno di un paese (chiedete ad Alexis Tsipras cos’è successo quella notte del luglio 2015, dopo la vittoria dell’Oxi nel referendum contro la Troika).

Questi attorucoli di quart’ordine che si affannano sulla scena politica, pieni di furore e di vento, lo sanno benissimo. Nessuno ha un’idea per rovesciare questa situazione. Ma soprattutto non ne ha intenzione (Lega e Cinque Stelle hanno velocemente abbandonato ogni velleità di uscita dall’euro e dall’Unione; e anche Berlusconi sembra aver dimenticato la cacciata subita nel novembre 2011, voluta dalla Ue e facilitata da Napolitano).

Nessuno avrà la maggioranza (si voterà con un proporzionale acefalo, con sistemi diversissimi tra le due Camere) e servirà un “governo di salvezza nazionale” per garantire obbedienza ai diktat della Ue e senza alcuna forza per “ricontrattare” singoli codicilli di singoli trattati.

Se questo è l’orizzonte, non c’è da stupirsi che gli attori sulla scena siano costretti a fare molto rumore. Altrimenti si potrebbe notare che loro non contano nulla.

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14/06/2017

Raggi e Grillo svicolano per tirare a campare

In una lettera, con cui la Prefettura replica alle richieste della Raggi, viene fornita la fotografia di Roma e provincia sulla situazione dell’accoglienza di migranti e rifugiati. Le ultime rilevazioni indicano la presenza di circa 5.581 rifugiati nei centri di accoglienza, compreso il Cara di Castelnuovo di Porto, e di altri 3.028 sistemati negli alloggi dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): totale 8.609 persone.

A Roma spetterebbe invece una quota massima di 11mila migranti. In pratica lo 0,29 per cento della popolazione che ammonta a 2,9 milioni di persone. A giudicare dalle cifre, si tratta di una situazione che le istituzioni preposte dovrebbero essere perfettamente in grado di gestire. Un flusso che non a caso viene definito “ordinario”. A Roma quindi non risulta nessuna emergenza migranti e rifugiati.

La Raggi, nel pomeriggio, ha invece scritto sul blog di Beppe Grillo che “l’emergenza accoglienza è una delle tante che abbiamo ereditato. Non permetteremo più a nessuno di mangiare sui più deboli e allo stesso tempo è ora di ascoltare i cittadini romani: non possiamo permetterci ulteriori tensioni sociali”. Fin qui tutto bene, si potrebbe dire; ma poi arriva il messaggio che suona come un invito a nozze per i fascisti che da tempo alimentano una caccia agli spettri, anche quando non ve n’è alcuna ragione (vedi Tiburtino III). “Per questo trovo rischioso pensare di creare altre strutture di accoglienza. Mi auguro che il governo tenga conto di queste parole nel momento in cui dovranno decidere dove inviare nuovi migranti. Chiederò un incontro al responsabile del Viminale” afferma la Raggi.

Al momento dunque sono solo degli endorsement utili alla destra e ai gruppi fascisti che sul territorio – denso invece di emergenze sociali assai più consistenti come disoccupazione, sfratti, mancanza di servizi e welfare – concentrano ossessivamente la loro azione solo sulla “questione immigrati”. Sembra quasi di sentire lo sketch di Miki, la fascistella di CasaPound interpretata dalla giovane Guzzanti, che di fronte a questioni e domande imbarazzanti svicolava con un disperato: “E allora le foibe?”.

“Come per tutto quello che la vecchia politica ha lasciato a Roma, anche in questo caso il MoVimento 5 Stelle non ha la bacchetta magica. Ma ha la libertà di fare le cose che dovevano essere fatte 20 anni fa. E allora iniziamo: i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi. Parliamo di 700 persone che risiedevano qui... siamo certi che i romani sapranno distinguere tra le urla di un Salvini e il lavoro di un’amministrazione che per la prima volta, a Roma, ha iniziato a rimettere in ordine le cose” ha scritto Grillo nel suo post sul blog.

La linea scelta dalla sindaca Raggi, benedetta da Grillo nel suo post, è la conferma della liquefazione della politica – M5S incluso – e dell’adattamento alla pochezza dell’esistente. Siccome sulle questioni importanti la politica non può decidere niente, perché decidono i diktat economici e gli algoritmi (dunque “non ha la bacchetta magica”), allora si può decidere solo sulle “miserie consentite”, dando addosso agli ultimi degli ultimi.

Non si possono recuperare i soldi indebitamente pagati dal Comune alle banche, né quelli arraffati dai “prenditori” con la truffa dei Piani di Zona o i Punti Verde Qualità? Le aziende stanno andando via o licenziano, desertificando economicamente Roma? I benefici del turismo vengono monopolizzati dai privati e non vengono redistribuiti a tutti gli abitanti? Pazienza... Intanto chiudo due campi rom, e la giunta campa.

Certo, se a Roma si costruissero nuove case di edilizia sociale (o si requisissero quelle vuote) per rispondere adeguatamente alla domanda abitativa, se si mettesse ordine e semplificasse la gestione dei servizi di welfare comunali e il loro rapporto con l’Inps che è il “pagatore finale”, se si gestisse la presenza e convivenza di migranti e rom nel territorio coinvolgendo sia i primi che gli abitanti invece che procedere dall’alto, magari non si risolverebbe del tutto il problema, ma si metterebbe mano a soluzioni concrete – anche conflittuali in alcuni passaggi lì dove è inevitabile – invece che muovere l’aria e cercare di recuperare facili consensi mettendo nel mirino gli ultimi e gli emarginati.

Non c’è decoro che tenga se ad un sistema di regole comune, condiviso e valido erga homnes, non corrisponde una azione tesa a dare soluzione a domande sociali sempre più pressanti, numerose e disperate. Il primo senza la seconda è quantomeno ipocrita. La legalità senza giustizia sociale è fascismo non civiltà. Prima lo comprende il variegato mondo M5S meglio è. Poi diventa tardi e il mondo che conosciamo potrebbe già essere cambiato in peggio.

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11/05/2017

Una idea intelligente di Grillo: l’età del voto a 16 anni

Grillo ha proposto sul suo blog di abbassare l’età del voto a 16 anni, anche per stimolare la partecipazione elettorale che va facendosi un po’ troppo rada. Trovo l’idea assolutamente condivisibile e per diversi ordini di motivi:

a. per effetto del crollo della natalità da un lato e l’allungamento dell’aspettativa di vita media dall’altro, il corpo elettorale italiano è decisamente invecchiato. Gli ultrasessantenni pesano troppo e questo ha effetti distorsivi non più sopportabili, accentuando le spinte conservatrici. Dare il diritto di voto ai sedicenni attenuerebbe questo squilibrio della base demografica dell’elettorato. Io ricordo ancora la spinta che, nel 1974, seguì alla concessione di voto ai 18enni e l’effetto salutare che ne derivò;

b. socializzare il prima possibile i giovani alla politica è un fatto salutare che può correggere la fuga verso l’astensionismo. In particolare, il rafforzamento della componente giovanile dell’elettorato potrebbe richiamare i troppi 18-25enni che non votano;

c. sin qui fra gli studenti delle medie superiori vota una sola classe di età: i 18-19enni e questo ha auto l’effetto di rendere praticamente ininfluente il voto degli studenti medi sul totale e, di conseguenza, accentuare il sostanziale disinteresse verso la scuola dei governi che non intervengono o, quando lo fanno, fanno disastri come la “buona scuola”. Un’ iniezione di circa 1 milione di voti avrebbe l’effetto di rendere appetibile questa fascia elettorale e sensibilizzare questa senescente classe politica ai problemi dei giovani in genere e della scuola in particolare;

d. da ultimo, una scelta simile avrebbe il senso di riconoscere uno stato di fatto, cioè che gli attuali sedicenni sono più maturi di quanto non lo fossero quelli di 10 e 20 anni fa, anche per effetto dei processi culturali, degli sviluppi della tecnologia eccetera, e, nello stesso tempo, solleciterebbe i sedicenni a responsabilizzarsi con un po’ d’anticipo.

E, insomma, cari amici, si accetta che votino vecchi semi rimbambiti come il sottoscritto o ancora più decotti, e non vogliamo far votare i ragazzi che pagheranno più avanti le tante fesserie che stiamo facendo?

Dunque nessun dubbio sull’opportunità di varare questa riforma, l’unico dubbio è di carattere tecnico sul come fare: l’articolo 48 della Costituzione dice che sono elettori quanti abbiano raggiunto la maggiore età che, attualmente, è a 18 anni. Per cui, non è possibile concedere il voto ai 16enni perché questo richiederebbe un lunghissimo procedimento di revisione costituzionale che andrebbe alla prossima legislatura.

L’unico modo per risolvere il problema è quello (come si fece del 1974) di abbassare a 16 anni il raggiungimento della maggiore età. Cosa che credo gradirebbero molto anche i sedicenni. Dunque io presenterei subito una proposta di legge in questo senso e che gli altri si assumano la responsabilità di dire di no.

Fonte

Questione interessante.
La maggior parte degli spunti di Giannuli sono condivisibili, ho tuttavia delle riserve circa la presunta superiore maturità dei 16enni odierni, sia per esperienza personale, sia perchè un'affermazione del genere andrebbe oggettivata meglio, soprattutto circa il presunto effetto propulsivo che avrebbe avuto la tecnologia in questa maturazione.

10/05/2017

Macron il “renziano” affossa anche Manuel Valls

"Al momento la richiesta di investitura di Manuel Valls non soddisfa i criteri per l'accettazione da parte di En Marche!". Con queste poche parole Jean-Paul Delevoye, ex neogollista incaricato dal partito del presidente Emmanuel Macron di stilare le candidature alle legislative, ha escluso che al momento l'ex premier socialista possa presentarsi alle elezioni dell'11 e 18 giugno nelle liste del movimento.

Da fuori, può sembrare incomprensibile il motivo per cui Macron rifiuta di accogliere tra le sue fila l’ex primo ministro ultraliberista scelto da François Hollande, colui che l’aveva innalzato a ministro dell’economia nonostante una carriera senza alcuna rilevanza pubblica o scientifica, candidato trombato alle primarie del Partito Socialista (battuto da Hamon, poi distrutto alle presidenziali con poco più del 6%), autocandidatosi con una clamorosa sentenza di morte per il suo vecchio partito (“un'istituzione con una storia gloriosa, ma ormai appartenente al passato”).

Non si tratta di semplice mancanza di gratitudine, però. Valls si è conquistato, da primo ministro, un’impopolarità seconda soltanto al rimbambito Hollande, grazie a politiche “europee” che hanno iniziato a destrutturare il sistema di protezione sociale francese. Vero è che la famigerata loi travail (un Jobs Act appena meno esagerato) porta proprio la firma di Macron, ma appunto per questo non era il caso di riproporre l’ossatura della “squadretta” più odiata di Francia.

Il crollo del sistema politico transalpino sta producendo una rapidissima riconversione secondo modalità che qui in Italia abbiamo sperimentato ormai per 25 anni, ma che hanno assunto una forma apparentemente definitiva solo con la pilotata ascesa di Matteo Renzi. La formazione politica che “deve” prendere il comando, per realizzare compiutamente il programma impostato dal capitale e dalle istituzioni sovranazionali, ha un bisogno disperato di presentarsi come “nuova”. Quasi totalmente nuova, vien da dire, perché comunque qualche vecchio arnese che sappia dove mettere le mani deve pur essere mantenuto al suo posto.

Valls poteva essere presentato solo nel suo storico collegio di appartenenza, dove aveva mantenuto un residuo di consenso personale (le clientele esistono anche oltralpe, in fondo siamo “cugini”). Relativamente facile, dunque, rifiutarne l’adesione con la motivazione più banale: “c’era già un candidato”. Come se un ex primo ministro e un “volto nuovo” fossero in fondo di peso equivalente. Per Valls, inutile dirlo, è la fine politica.

Tutto deve essere "nuovo", a cominciare dai candidati di En Marche alle elezioni legislative di giugno, decisive per mettere il neopresidente al riparo dalla situazione più temuta: non avere una stabile maggioranza parlamentare, e dunque diventare subito un “cavallo zoppo”, inabilitato a fare quello per cui è stato scelto. Dei candidati macronisti nei collegi – in Francia si riproduce a tutti i livelli lo schema del “doppio turno con ballottaggio” – per ora si conosce solo un identikit generico: “metà nuovi, metà donne”. Una scelta rischiosa, oltretutto, perché non è facile presentare in un collegio un candidato “paracadutato” da fuori, ma non è neanche detto che se ne trovi uno adatto a livello locale.

Non che servano dei geni della politica, del resto, Macron ha spiegato che «Ogni candidato che sarà eletto firmerà, con me, il contratto con la Nazione. Si impegnerà a votare, al mio fianco, grandi progetti, a sostenere il nostro progetto»; e, per essere ancora più chiaro, «Nessuna fronda». Fedeltà assoluta al capo, che ha il potere di sollevarti in cielo e di farti precipitare. Siamo già oltre la “post-democrazia”, e in effetti bisogna ricordare che tra le frasi celebri del neopresidente c’è un’incredibile cedimento alle nostalgie monarchiche: «La Francia è in lutto di un re».

Tutto questo ciarpame reazionario deve però essere venduto come “il nuovo che avanza”, cercando di interpretare e manipolare quell’urgenza di indefinito “cambiamento” che soffia in un modello sociale destabilizzato da dieci anni di crisi economica e (ancora timidi) tagli al welfare.

Cose che in Italia conosciamo bene, ma che hanno trovato strada facendo due interpreti diversi: Renzi e Grillo. Mentre in Francia si cerca di far concentrare tutta questa ansia intorno al neopresidente, che dovrebbe risucchiare anche ciò che resta del vecchio partito gollista. E’ una partita comunque complicata, visti i consensi – praticamente pari ai suoi – raccolti dalle due “estreme”, Le Pen e Mélenchon. Il "macronismo", insomma, non ha ancora vinto.

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21/04/2017

Grillo e i sindacati

Qualche polemica ha suscitato una recente dichiarazione di Beppe Grillo nella quale proponeva di eliminare (in qualche modo) le confederazioni sindacali, dando molto più spazio alla contrattazione aziendale direttamente controllata dai lavoratori e, più o meno, sulla stessa lunghezza d’onda si è detto Giorgio Cremaschi, già autorevole esponente Fiom. Poi è venuta la consultazione sul programma con la proposta (approvata plebiscitariamente) di eliminare il privilegio per le organizzazioni sindacali firmatarie di contratto, uniche a poter presentare candidati per le rappresentanze sindacali aziendali.


Dico subito di essere largamente d’accordo con queste posizioni che sostengo, per la verità da trenta anni e passa, da quando ero un giovane dirigente sindacale sulla via dell’uscita, non condividendo la crescente involuzione buricratica del sindacato. Subito dopo gli anni del grande conflitto il sindacato venne letteralmente subissato di denaro, disposizioni di favore, concessioni e privilegi per i suoi quadri che ne cambiarono la natura. Nei primi anni ottanta feci uno studio sull’organizzazione sindacale scoprendo che le tre confederazioni assommavano oltre 130.000 operatori professionali (fra funzionari, distacchi, permessi sindacali continuati, dipendenti dei patronati e di altri organismi collaterali), occupavano 26.000 seggi nei consigli di amministrazione di enti pubblici (dall’Inps ai conservatori, dall’Inail agli enti di formazione professionale), disponevano di circa 80.000 sedi con oltre 35.000 linee telefoniche. Mettendo tutto insieme, usciva una città più grande di Brindisi o di Novara. Quello che era stato il sindacato più combattivo d’Europa diventava uno dei più massicci apparati burocratici di Occidente e la pratica della concertazione triangolare (Governo, Confindustria, sindacati) ne faceva uno dei principali pilastri del sistema.

Dopo, la crisi della Prima Repubblica e l’ondata neoliberista che spazzava via il welfare, il sindacato ne uscì ridimensionato, nonostante fosse stato pietosamente risparmiato dalle inchieste di Mani Pulite che, pure, avrebbero avuto abbondante materia di indagine. Dopo di che il sindacato è sempre andato più perdendo ruolo politico e sociale. La contrattazione nazionale è andata via via deperendo, quella aziendale si è ridotta alle isole in cui essa è ancora possibile, sul piano generale non si ricorda una proposta di riforma avanzata dal sindacato da almeno 25 anni. A parte la Fiom che ha tentato di mantenere una dimensione conflittuale e di contrasto ai diktat neoliberisti (e che, non a caso, è discriminata tanto fuori quanto dentro la sua confederazione) il sindacato si è ridotto ad un carrozzone di burocrati nullafacenti e strapagati: una ulteriore ed indebita tassa sul lavoro.

Privo della sua dimensione propriamente conflittuale, il sindacato non ha più niente da dire: non abbiamo registrato una sola proposta degna di questo nome per fronteggiare la crisi, non un tentativo di promuovere una convergenza almeno europea e, per il resto, Cisl e Uil si sono spalmate ai piedi dei governi di turno tutte comprese del loro ruolo servile, mentre la Cgil ha avuto qualche rara impennata (in coincidenza con i governi di centro destra e solo di recente nei confronti del governo Renzi) ma, in genere, non è andata molto al di là di qualche impotente mugugno. Ed anche dalla Cgil zero proposte sulla crisi. Nel complesso, si è determinata una situazione di monopolio anomalo, per cui la rappresentanza sindacale passa a Cgil, Cisl e Uil non si capisce in nome di quale disposizione costituzionale o di legge. Se il criterio è quello del numero degli iscritti, facciamo presente che:
 

a. se il criterio dei tesserati è qualificante ai fini della rappresentatività, occorrerebbe che le iscrizioni fossero certificate da un organismo terzo e non stabilite sulla base di dichiarazioni di parte e, intento, sarebbe utile una severa verifica su tesseramenti che appaiono clamorosamente gonfiati;
 

 b. la maggior parte degli iscritti alle tre confederazioni sono pensionati (la cui adesione, peraltro, è carpita dal patronato al momento di istruire la pratica di pensione) e, se è giusto che i pensionati abbiano la loro rappresentanza, non si capisce perché questo poi debba riflettersi sulla rappresentanza dei lavoratori attivi;

c. che è la posizione di privilegio dei sindacati esistenti a spingere i lavoratori ad iscriversi a Cgil, Cisl e Uil, per cui si determina una sorta di circolo vizioso per cui la posizione di predominio genera tesseramento che a sua volta garantisce il riprodursi della condizione di predominio.


E questo blinda il carrozzone sindacale impedendo ogni verifica reale sulla sua rappresentatività, ma noi, che ce ne facciamo di un sindacato così? Sin qui è stato una sorta di tabù per cui nessuno osava sollevare la questione di questo ingombrante ed inutilissimo totem. Lode a Grillo ed al M5s per aver rotto questo incanto ed aver aperto la questione. Tuttavia, se siamo perfettamente d’accordo sulle linee generali della discussione impostata da Grillo, poi dobbiamo approfondire l’argomento, dato che la contrattazione aziendale non risolve tutti i problemi, anche perché nella maggior parte delle aziende non esiste alcuna contrattazione. Non possiamo rinunciare ad una ripresa della contrattazione nazionale. Questo però impone che ci siano sindacati realmente democratici, con gruppi dirigenti realmente espressione dei lavoratori (cosa semplicemente inesistente oggi). Ad esempio, visto che l’articolo 39 della Costituzione parla di obbligo di registrazione dei sindacati con ordinamento interno a base democratica, perché non pensiamo ad una legge quadro che stabilisca quali siano le caratteristiche necessarie di un ordinamento democratico in un sindacato? Avrei molte idee carine da proporre in merito. Vi assicuro: mi divertirei molto...

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Tutto corretto, però ogni tanto qualcuno l'usb potrebbe ricordarselo... 

10/04/2017

Caos M5S a Genova, il candidato viene “scelto” dal giudice

L’abisso senza fondo della politichetta italiana ha prodotto l’ultimo mostriciattolo geneticamente modificato. Il giudice Roberto Braccialini ha sospeso l'esclusione della lista di Marika Cassimatis, la candidata del Movimento 5 stelle vincitrice delle Comunarie per la candidatura a sindaco di Genova, poi sfiduciata da Beppe Grillo che ha imposto una nuova tornata di votazioni online aperte a tutti gli iscritti in Italia.

Nell’immediato, il pasticcio è divertente. La Cassimatis è ora teoricamente il candidato dei Cinque Stelle a Genova, che però non la vogliono e potrebbero negarle l’uso del simbolo (che è poi l’unica ragione per cui dei perfetti sconosciuti al grande pubblico possono ricevere voti ed essere eletti). L’altro “ripescato” al secondo giro di “comunarie”, Luca Pirondini, potrebbe essere escluso dalla corsa alla carica di sindaco, oppure costretto a presentarsi – anche lui – senza la protezione del brand.

Il divertimento finisce qui.

A noi sembra abbastanza chiaro che una simile follia sia il prodotto di due anomalie che solo la “furberia” della classe politica di questo paese è stata capace di partorire. La prima, e più antica, è quella per cui il dettato costituzionale sulla “forma partito” non è mai stato concretizzato in leggi e regolamenti. La Costituzione recita infatti: “Articolo 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Libertà assoluta, così come per le organizzazioni sindacali, che però rinviava alla necessità di definire per legge cosa dovesse essere un partito, quali prerogative, quali verifiche democratiche interne. Il come, in sostanza, non è mai separabile dal cosa.

Com’è noto, invece, ogni partito presente sulla scena ha preferito tenersi le “mani libere”, aggirando qualsiasi ipotesi di regolamentazione che potesse limitare il dispotismo dei capi temporanei; limitandosi così ad una “autoregolamentazione” affidata a statuti interni, regole di appartenenza ed esclusione, poteri di nomina e revoca, collegi dei probiviri, ecc.

Tutto è andato relativamente bene fin quando i partiti sono stati organizzazioni relativamente serie, ovvero effettivamente libere associazioni di uomini e donne che condividevano idee, ideologie, programmi, interessi e dunque anche regole per stare insieme. La “seconda Repubblica” ha visto lo spappolamento – grazie anche all’ubriacatura del “sistema maggioritario” – di quelle formazioni, ridotte ad aggregati casuali di clientele legate a gruppi di interesse e capibastone in perenne lotta reciproca. Oppure a “partiti-azienda” con un capo assoluto e tanti nanerottoli starnazzanti, in competizione per un posto a corte.

La seconda “furbata” – sfruttando il vuoto legislativo – è invece tutta farina del sacco del duo Grillo-Casaleggio, che hanno inventato una forma partito-movimento che si regge sul controllo ferreo di una piattaforma informatica che rappresenta “il marchio” (l’unica cosa che conta) e forme di selezione dei “gruppi dirigenti” alquanto casuali (come si è visto con la prima seria infornata di parlamentari pentastellati e ancor più chiaramente con le sofferenze di quasi tutte le amministrazioni comunali conquistate).

Poteri del “garante” superstite e partecipazione democratica degli iscritti si sono così venuti a trovare su una rotta di collisione continua, con ovvia prevalenza del primo (il marchio è tutto, i singoli non contano nulla). Come in tutti i “vecchi partiti”, a ben vedere (non si poteva essere riconosciuti come democristiani o comunisti fuori dai relativi partiti, a insindacabile giudizio dei gruppi dirigenti); paradossalmente con qualche garanzia in più prevista dai partiti “classici”.

Alla fine della fiera, l’aspetto più assurdo – sul piano strettamente politico – è nel fatto che un giudice sia chiamato ad intervenire per decidere chi, tra i vari candidati di una “libera associazione” abbia “diritto” a rappresentare l’insieme dell’associazione; anche in contrasto con la volontà dell’associazione stessa (del suo “garante” o della maggioranza, in questo caso non fa differenza).

Come a dire che “l’associazione politica” non è più totalmente libera, ma sottoposta a un controllo esterno non regolato da nessuna legge (l’articolo 49 della Costituzione non prescrive nulla, se non la libertà). A rischio finisce lo stesso concetto di rappresentanza politica.

Non sappiamo se il giudice e i “grillini” se ne siano resi conto. Ma il problema è parecchio serio.

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20/03/2017

M5s: attenti a non abusare della fiducia dell’elettorato

Che il M5s abbia ragioni molto solide alle sue spalle è provato proprio dal fatto che resiste nei sondaggi nonostante gaffe e capitomboli che ad altri partiti costerebbero l’osso del collo. C’è molta fiducia dell’elettorato disgustato dagli altri partiti, però, non è il caso di abusarne. Veniamo ai fatti più recenti, in primo luogo la storiaccia del Parlamento di Strasburgo.


Ne abbiamo detto a suo tempo e non ci ripetiamo, ma non possiamo fare a meno di notare che, a circa due mesi di distanza, non solo non è stata data nessuna spiegazione soddisfacente di quel super pasticcio, ma il suo responsabile resta al suo posto di capogruppo.

Ma la cosa più inquietante è che questo si collega alla questione sempre meno chiara di quale sia la linea del M5s sull’Euro. Un giorno è per l’uscita immediata e senza trattative, il giorno dopo è per restare, il giorno appresso ancora è per una uscita negoziata e per restare nella Ue (come se fosse politicamente possibile conciliare le due cose), poi di nuovo...

Qui manca circa un anno alle elezioni e ancora non sappiamo cosa pensa il M5s del punto centrale del programma politico per i prossimi anni: vi sembra decente?

L’impressione che si riceve è che il M5s stia iniziando a comportarsi come il classico partito “prenditutto” che per non dispiacere nessun possibile elettore, strizza l’occhio a tutti e non dice niente. Così non va.

Cari amici, non vi sembra il caso di aprire una discussione seria nel movimento (possibilmente che vada oltre i soliti interventi da tifosi sul blog?) e concluderla con una regolare votazione? Sarebbe il caso, mi pare.

Poi Roma: dopo la chiusura, tutto sommato passabile (anche per noi), della questione stadio, la giunta Raggi ha goduto di una tregua mediatica e le acque si sono un po’ calmate. Ma non è un motivo per dimenticare la questione, destinata a tornare alla ribalta, in primo luogo perché dobbiamo ancora sentire che dice Marra, poi perché l’estate si avvicina e la questione dei rifiuti rischia di riesplodere, mentre sin qui non si è ancora visto nessun progetto di risanamento. Stiamo a vedere e incrociamo le dita.

Infine la questione Genova che lascia molto, molto perplessi e direi imbarazzati. Certo: Genova è la città di Beppe Grillo e lui avrà anche notizie che a noi mancano. Se scrive: “fidatevi di me” sembra che stia dicendo “ci sono cose che non posso dire, ma credetemi, ho le mie ragioni per agire così”. Intendiamoci: a volte possono darsi situazioni del genere e chi riveste un certo ruolo può porre una sorta di “questione di fiducia”.

Vorrei ricordare il costume organizzativo del Pci, molto severo in proposito: dal livello di segretario di federazione in su erano esclusi severamente alcoolizzati, consumatori di stupefacenti, omosessuali, giocatori d’azzardo, sospetti di corruzione eccetera che, proprio per la loro condizione personale avrebbero potuto essere ricattati dalla polizia o dai servizi segreti. Della vigilanza era incaricata la commissione federale di controllo (che faceva capo alla Commissione Centrale di Controllo) che volgeva le sue indagini e dopo esprimeva il suo giudizio vincolante sull’ammissibilità del candidato alla carica, senza fornire alcuna motivazione: semplicemente un secco Si o No. E a nessuno veniva in mente di chiedere spiegazioni, anche perché la decisione era comunicata riservatamente all’organo politico che teneva coperta la questione. E la prassi (sempre applicata rigorosamente e senza farne un uso politico) era anche una garanzia per l’indagato che, ovviamente, non avrebbe avuto interesse a vedere resa di pubblico dominio una sua particolare condizione di quel tipo. Si agiva in modo discreto, si avvicinava riservatamente il compagno in questione convincendolo che uno scandalo avrebbe danneggiato sia il partito che lui e che, quindi, si ritirasse spontaneamente. Dunque, ci sono situazioni in cui si può fare in questo modo, ma tenendo la cosa debitamente riservata e con un contorno di regole molto precise.

Non puoi dare in pasto alla gente una decisione del genere lasciando immaginare chissà che c’è sotto, e magari sotto non c’è niente. Mi sembra un comportamento un po’ leggero.

Poi, se c’erano motivi tali da escludere la candidata, era al momento in cui si proponeva per la consultazione on-line che andavano fatti valere. Questa norma per cui il “garante” ha diritto di ritirare il simbolo in ogni momento mi pare che sia una assurdità. Ma, mi direte, possono esserci comportamenti successivi alla votazione, tali per cui si rende necessario intervenire. Anche qui la cosa andrebbe fatta in modo riservato e tempestivo.

E poi c’è questo doppio ruolo di Beppe che è insieme garante a capo del movimento: non va bene. Ma il M5s non si era dato un collegio di probiviri? Che ci sta a fare?

Il guaio è che il M5s ha un quadro normativo che è un guazzabuglio contraddittorio ed inestricabile (e questo spiega anche l’altro incredibile pasticcio del sito di Grillo che però non è di Grillo). Questo è il prodotto di una serie di fattori: la natura iniziale del movimento, altamente spontaneo ed informale, con una idiosincrasia per statuti e regole, su cui si è innestato lo sfrenato sperimentalismo di Roberto Casaleggio. Lui era un personaggio geniale e vulcanico, capace di sfornare idee a getto continuo ed era affascinato dalla sperimentazione, aveva una fiducia sconfinata nelle sue capacità di trovare la soluzione in ogni caso.

Però, sfortunatamente, non aveva alcuna particolare propensione a considerare le cose dal punto di vista sistemico, per cui se due sue idee precedenti entravano in conflitto fra loro, lui risolveva il problema con una terza idea, magari senza rendersi conto che era poco compatibile con una quarta o una quinta e quando lo avesse scoperto, ne avrebbe tirata fuori un’altra e così via. Ma la politica ha bisogno, si, di sperimentazioni, ma va concepita come sistema.

Sinora al M5s è andata bene per due cose: c’era Roberto che una per tirare avanti se la inventava sempre ed era nelle condizione di un movimento di opposizione. E per di più poteva godere dell’indulgenza riservata ai principianti magari un po’ pasticcioni. Oggi le cose sono cambiate: Roberto non c’è, il M5s vuole proporsi come partito (non ho sbagliato: voglio proprio dire partito) di governo e l’approssimativo modello di organizzazione adottato funziona sempre meno. Per di più siamo entrati in una fase di intenso mutamento, quando le cose invecchiano presto.

Cari amici attenti: che ci sia un successo elettorale (anche sotto il fatidico 40%) è possibile e probabile, stando ai sondaggi, ma i sondaggi non sono una assicurazione dei Lloyd di Londra e si fa presta a restare delusi. Ma soprattutto, tenete bene a mente che i problemi più amari inizieranno il giorno dopo le elezioni, soprattutto se ci sarà stata una vittoria e con questo modello organizzativo e queste forme di azione politica non si regge più di qualche mese. Pensateci.

Fonte

Che la faccenda "stadio per la Roma" vada bene sia stata risolto in modo tutto sommato passabile non si può proprio leggere.
Capisco che Giannuli si ponga in modo costantemente costruttivo nei confronti del M5S, ma i problemi della compagine di Grillo non stanno ovviamente solo nel modello organizzativo o nell'approccio all'Euro, ma nella totale mancanza di una visione alternativa al sistema dato. Non a caso le presunte discontinuità, proprio a Roma non si sono viste affatto.