Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2019

Il conflitto di interessi di Davide Casaleggio


La notizia riguarda la presenza di Davide Casaleggio nel palazzo di vetro dell’ONU a New York come relatore di un convegno sulla “cittadinanza digitale” organizzato dalla rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite.

Molti commentatori hanno posto l’accento sul conflitto d’interessi che si sarebbe posto, in questo caso, tra la presenza del titolare della Casaleggio Associati ideatore della piattaforma Rousseau direttamente finanziata dai parlamentari 5 stelle, e l’esercizio di un ruolo all’interno di una iniziativa a quel livello organizzata direttamente dal governo italiano.

L’irrisolto conflitto d’interessi raccolto attorno a Silvio Berlusconi dominò per decenni la scena politica italiana, ma questo caso che riguarda Casaleggio e il M5S è molto diverso.

Il caso della presenza di Casaleggio all’ONU pone però per intero la questione della concezione della politica e l’occupazione del potere ed è evidente l’importanza che assume l’aver permesso una ribalta di questo genere ad un imprenditore in conflitto d’interessi con la democrazia.

Appare evidente che, sorti dal versante dell’antipolitica, i 5 stelle si siano rapidamente convertiti ad una idea totalizzante del potere, esercitato con arroganza senza alcuna mediazione possibile, con grande disinvoltura sia rispetto alla politica delle alleanze sia rispetto all’esercizio della decisionalità all’interno del movimento stesso, oppure proiettata verso l’esterno (si ricorda il voto di ratifica della nuova formazione di governo con il PD).

A quanti a sinistra pensano al consolidamento di un “blocco politico” con il M5S anche a livello regionale e locale questo episodio della presenza di Casaleggio all’ONU e di esaltazione del conflitto d’interesse pone alcuni questioni.

Ciò che è avvenuto nell’agosto 2019 è apparso a prima vista catalogabile nella categoria dell’eterno trasformismo all’italiana.

Non bisogna però limitarci a quest’osservazione peraltro banale e scontata.

Alla categoria dell’antipolitica trasformata prima in governo e poi approdata alla “casta” infatti debbono essere dedicati alcuni punti di analisi maggiormente approfonditi.

Da diversi anni, infatti, proclamata l’obsolescenza dei concetti di destra e sinistra, era stata imposta un’agenda di discussione limitata al “politica versus antipolitica”.

Erano così emersi in misura massiccia orientamenti dell’opinione pubblica di pressoché totale sfiducia nelle istituzioni, nel Parlamento e nel governo: in questo modo si erano aggregate in tempi rapidissimi vaste aree di consenso.

Era così emerso un fenomeno assolutamente inedito di volatilità elettorale almeno per quel che aveva fino a quel punto riguardato le vicende italiane.

Ricordiamo come si era determinato quel fenomeno della volatità elettorale: la politica e l’antipolitica apparivano fino a qualche anno fa due termini quasi complementari, di cui era difficile fornire una definizione.

A quel tempo nella vulgata allora corrente i due termini parevano appoggiarsi entrambi l’uno all’altro per sopravvivere nel gran circo mediatico: perché questo appariva essere il punto, quello delle visibilità nel gran calderone dell’immagine.

All’altare dell’immagine furono sacrificati i principi di fondo sui quali si basava la politica, come concezione del governo della “res publica” nelle sue diverse forme.

Forme diverse per ideologie e schieramenti differenti: questo è stato lo schema definitivamente saltato con il “contratto” giallo-verde e su questa base si realizzava l’indifferenza delle scelte elettorali.

Politica e antipolitica potevano essere votate di volta in volta perché si trovavano rinchiuse assieme nel circuito dell’autoreferenzialità dell’autonomia del politico: un ulteriore passo in avanti nell’indebolimento complessivo del sistema nell’anticamera di una risoluzione autoritaria della crisi della democrazia occidentale.

La formazione del governo PD-5 Stelle ha provvisoriamente (e apparentemente) allontanato il pericolo di un ulteriore scivolamento a destra, almeno per quel che riguarda il sistema politico italiano.

Questa vicenda riguardante la presenza di Casaleggio all’ONU pone in evidenza come si sia di fronte ad un ulteriore passaggio della crisi del sistema basato sulla divisione dei poteri e sulla democrazia rappresentativa.

La sinistra nel determinare le proprie scelte tenga conto che siamo a una crisi più profonda di quanto anche i politologi più accorti stiano avvertendo: una crisi di prospettiva, di valori, di concezione del futuro non certo affrontabile attraverso la formazione di un governo purchessia.

Il tema da porre è sicuramente quello del rapporto tra utilizzo della tecnologia e rappresentatività politica.

Un tema non risolvibile semplicisticamente attraverso la scorciatoia di una app come segno di una visione subalterna della modernità.

Se si pensa a una sinistra coerente e determinata sarà necessario, usando il massimo possibile di pessimismo dell’intelligenza, cercare di muoverci sul terreno della ricerca senza farci ingannare da scadenze apparentemente più vicine e invitanti, ma in realtà illusorie.

Non fermiamoci alla logica del potere seguendo semplicisticamente una modernità priva di valori e di capacità di educazione collettiva.

Fonte

02/09/2019

Faccia da smartphone

Un raccontino e un’avvertenza di Alessandra Daniele


Faccia da smartphone 

– Perché la devo registrare, la diretta Facebook? – Chiede l’ex ministro.
– Per sicurezza – risponde il social media manager.
L’ex ministro si punta lo smartphone in faccia
– Amici! Ci avete fatto caso? Da quando io non sono più al governo, la Borsa è in rialzo, lo spread scende, l’Unione Europea ci promette flessibilità – ridacchia – forse portavo sfiga.
– Stop!
– Che c’è?
– Questa cosa del portare sfiga è meglio non suggerirla neanche per scherzo.
– Ok. Riparto. Amici! Ci avete fatto caso? Da quando io non sono più al governo, la Borsa è in rialzo, lo spread scende, la credibilità dell’Italia è in ripresa...
– Stop!
– Che c’è ancora?
– Non è il caso di insistere sul fatto che senza di te le cose vanno meglio.
– Ma devo denunciare il complotto dei Poteri Forti! – Protesta l’ex ministro.
– Allora parti direttamente da quello.
– Ah, ok. Amici! È ormai chiara la manovra di Parigi, Berlino e Bruxelles. Volevano che io facessi cadere il governo. Io l’ho capito. E per questo ho fatto cadere il governo.
– Stop!
L’ex ministro scaglia lo smartphone sul pavimento.
– Che cazzo c’è stavolta?
Il social media manager gli si avvicina con aria conciliante. Gli porge il suo smartphone.
– Perché invece non parti col tuo cavallo di battaglia?
– Porti chiusi! – L’ex ministro afferra lo smartphone, e se lo punta in faccia.
– Amici! Un’altra ONG carica di clandestini sta cercando di violare i sacri confini della nostra Patria! Ma finché io sarò al Viminale...
– Stop!
– Cazzo!
– Scusa, ma tu non sei più al Viminale.
– Ma mi serve per la campagna elettorale!
– Beh, in realtà non è detto che si voti.
– Certo che si vota! Ci sono le regionali, le comunali, le condominiali… in Italia si vota sempre!
L’ex ministro torna a puntarsi lo smartphone in faccia.
– Amici! È in corso un furto di democrazia! Non vogliono farci votare!...

Vuoto elettronico

A prescindere dell’evidente possibilità di facili brogli, il cosiddetto voto elettronico sulla piattaforma Rousseau non possiede nemmeno i requisiti minimi necessari per la validità d’un voto popolare.
  1. Non è possibile certificare l’identità del votante. Potrebbe trattarsi d’un dodicenne loggato con la password del padre, della sorella, del vicino di casa. Potrebbe trattarsi d’un hacker che conosce migliaia di password. O di qualcuno che le conosce tutte.
  2. Non è possibile garantire la segretezza del voto. Il votante può essere circondato da amici, nemici, telecamere, o da un’intera troupe televisiva (come abbiamo già visto succedere). Inoltre, il login stesso rende ogni singolo voto firmato e facilmente riconoscibile per gli admin della piattaforma.
  3. Non è possibile accertare la libertà del voto. Per quello che ne sappiamo noi, il votante potrebbe anche avere una pistola alla testa.
La piattaforma Rousseau però continuerà ad essere adoperata. Almeno finché Grillo e Casaleggio non troveranno un modo meno ridicolo di ratificare le loro decisioni.

Fonte

22/10/2018

Il giocattolo antisistema non c’è più. Il crepuscolo del Movimento 5 Stelle

Ho assistito via SkyTg24 ad un pezzo del discorso (letto) che #CasaleggioJr. ha tenuto alla kermesse romana del Movimento Cinque Stelle. Una manfrina sciapa riscaldata; un concentrato assolutamente mediocre di ormai stantie banalità sulle virtù taumaturgiche e superdemocratiche della rete. Cose che andavano tanto di moda a cavallo degli anni ottanta/novanta tra i pionieri della cyberculture. I quali, già allora, inneggiavano alle favolose virtù che avrebbero finalmente consentito di abbattere i “privilegi della casta dei politici di professione” ed inaugurare una nuova luminosa epoca della “partecipazione diretta dei “cittadini” al processo di formazione delle decisioni.

Un mantra stanco e ripetitivo che ormai fa letteralmente a pugni con la verticalizzazione delle decisioni che vengono assunte da un gruppo dirigente ormai “professionalizzato”, che ha abbandonato da un pezzo le velleità antisistema e che si è perfettamente incardinato in un sistema di “convergenze parallele” (il contratto con la Lega) che se ne frega altamente delle pastoie della democrazia digitale.

Dalla lunga dialettica contraddittoria tra l’esigenza di mantenere una parvenza di democrazia diretta attraverso la rete e le continue interferenze autoritarie del leader, il M5S è uscito con un nuovo gruppo dirigente professionalizzato che media su tutto, che ha abbandonato gran parte delle grandi promesse del passato, che inanella una gaffe dietro l’altra, ma cerca di fare anche di questo un idem sentire con la gente qualunque; come ha spiegato proprio ieri dal Guatemala “Dibba” a proposito dello scivolone sulla fatidica “manina” del suo sempre più goffo alter ego, Giggino Di Maio.

Un gruppo di scappati di casa che, dopo aver passato il casting lanciato in rete dalla Casaleggio Associati, è già totalmente immerso nelle solite pratiche politiciste e interclassiste di dorotea memoria, con Beppe Grillo sempre più relegato nella parte del vecchio nonno rompiballe, nostalgico dei vecchi tempi e dei passati ardori.

Il giocattolo che veniva spacciato per autentico movimento antisistema si sta rompendo sotto gli implacabili colpi di maglio dell’“alleato” Salvini, ma anche e soprattutto per effetto delle tante, troppe incongruenze e dei malintesi circa le promesse di costruire reali percorsi di democrazia diretta del popolo, tutte già naufragate davanti alla necessità di assumere decisioni politiche all’interno delle istituzioni di democrazia rappresentativa e nei confronti dell’Unione Europea “delle banche” e dei così detti “poteri forti”.

Equivoci, approssimazioni e tante bugie non fanno un’alternativa. Ed a poco vale buttarla sulla solita trita, ritrita e sempre più patetica retorica degli onesti contro i farabutti che poi diventa un boomerang implacabile perché, immancabilmente, chi di giustizialismo ferisce, poi, perisce.

Quanto durerà? Ancora un po’ di sicuro, soprattutto per l’assenza di antagonisti credibili che poi sono quelli che hanno governato fino all’altro ieri lasciandosi dietro solo macerie su macerie. E tuttavia le contraddizioni del M5S non sono molto lontane dal punto in cui possono di colpo esplodere. Con queste premesse, è solo questione di tempo, ma mica tanto. Le grandi aspettative che il M5Stelle ha suscitato sono inevitabilmente destinate ad infrangersi contro il muro delle troppe contraddizioni interne che lo rendono incapace di interpretare e ad affrontare le grandi questioni del paese.

Viviamo nell’epoca delle passioni tristi e... veloci.

Fonte

25/07/2018

La democrazia virtuale di Casaleggio Jr. e la metamorfosi dei 5 Stelle al potere

Le sciocchezze di seconda mano di Casaleggio Jr. sono simili, in tutto e per tutto, a quelle che diceva e scriveva il padre. Nulla di nuovo, dunque. Non starei a perderci tempo più di tanto se non fosse per quella reiterata invocazione alla “democrazia diretta” con cui Casaleggio Jr. vuole, evidentemente, intercettare lo scontento derivante dalle grosse criticità che stanno addensandosi, sempre più corposamente, intorno al modello della democrazia rappresentativa.

Certo, siamo di fronte ad una crisi sempre più profonda e sempre più globale della democrazia rappresentativa per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Una crisi che si intreccia con l’altrettanto profonda e globale crisi di egemonia delle classi dirigenti.

Le vicende italiane della TAV, del TAP e degli inceneritori, ad esempio, stanno lì ad indicare un divario che appare sempre più incolmabile tra le istanze delle popolazioni locali e le istituzioni rappresentative che paiono, a loro volta, sempre più permeabili e cedevoli nei confronti dei grandi portatori di interessi economici – spesso intrecciati con le organizzazioni criminali che gestiscono i subappalti – che sono interessati a trarre giganteschi profitti da grandi opere totalmente inutili, ma dall’impatto devastante sui territori e sulla salute dei suoi abitanti. Ciò al punto di arrivare a militarizzare i territori e di attuare legislazioni speciali che aprono immancabilmente la strada a repressioni di massa sempre più cruente.

Ben vengano, allora, eventuali nuove pratiche di “democrazia diretta” e di partecipazione dal basso, se servono davvero ad allargare gli spazi di partecipazione e di costruzione dei processi decisionali.

Ma non è che, poi, con la scusa della “democrazia diretta” – nella sua specifica e controversa variante in rete – la partecipazione, invece di allargarsi, si restringe paurosamente a poche migliaia di fedeli eterodiretti che scelgono con un click, un like o una faccina qualcosa o qualcuno già selezionato/a a monte dal manovratore?

Non erano forse i 5 Stelle quelli che, fino ad un po’ di tempo fa, citavano continuamente Noam Chomsky e la sua denuncia del meccanismo con cui i detentori del potere attuano la manipolazione dei media mediante la “fissazione delle priorità” per creare la “fabbrica del consenso”?

Insomma, se tutta la fuffa intorno alla mitologia della “democrazia della rete” fatta fin qui dai 5 Stelle poi si risolve nella gestione più che opaca della piattaforma Rosseau, secondo la folle idea che la “volontà popolare” possa realizzarsi solo attraverso un software della Casaleggio Associati, allora, siamo davanti ad un equivoco enorme – oltre che pericoloso – dal momento che da lì, ora, passano alcune delle decisioni più importanti che determinano, in un senso o nell’altro, le sorti del paese.

Le affermazioni di Casaleggio Jr., prese in astratto, parrebbero delle baggianate prive di qualsiasi spessore se non fossero state fatte contestualmente all’avvento del così detto governo “gialloverde” ed all’inquietante rapidità con cui si è consumata la trasformazione del movimento che fu dei “Meet-Up”(che fine hanno fatto?) in partito Sì-TAP, Sì-TAV, Sì-Euro, Sì-F35, Sì-voucher, ecc...

Quelle affermazioni assumono un rilievo ulteriormente inquietante alla luce del sostanziale accodamento dei 5 Stelle tanto alle posizioni deliranti e criminali di Salvini sull’immigrazione, quanto a quelle di Confindustria contrarie al ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; ovvero quella norma di fondamentale civiltà, cancellata da Renzi, che imponeva alle aziende con più di 15 addetti di reintegrare un lavoratore quando il suo licenziamento veniva dichiarato ingiusto da un giudice.

Queste cose staranno di certo creando qualche mal di pancia dentro il M5S e, tuttavia, temo che ne verrà fuori ben poco se non si crea, al più presto, un’alternativa seria e robusta al di fuori del M5S (PaP ci sta provando ed è dato in forte crescita da tutte le rilevazioni).

La tanto fulminea quanto, forse, prevedibile metamorfosi dei 5 Stelle mi fa tornare in mente una frase sul potere di Pepe Mujica che diceva pressappoco così: “Il potere non cambia le persone, rivela solo chi sono veramente”. Ecco, mi pare perfetta.

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29/03/2018

Casaleggio chi ti imbocca?

Noi ci occupiamo, solitamente, di quello che non ha a che vedere con il marketing ma, piuttosto, con la ricchezza che si produce. O si tenta di produrre. Occupiamoci infatti di Casaleggio jr., attuale proprietario della Casaleggio & Associati, l’azienda che è la spina dorsale del Movimento 5 stelle. E, in quanto spina dorsale del “movimento”, elemento egemone nella costruzione delle strategie economiche di quella forza politica che si è candidata ad essere il perno della legislatura appena nata. Ecco quindi che ti spunta un articolo di Wall Street Italia, che è possibile consultare anche in fondo, riguardante Casaleggio, dal titolo che colpisce: “Il sovranismo deve passare dall’innovazione”. Niente di eccezionale per chi si sia avventurato nei dibattiti su deglobalizzazione, innovazione e tecnologie immediatamente precedenti alla vittoria di Trump. Ma qualcosa di piuttosto nuovo in Italia dove ciò che viene chiamato “la politica” di solito non esce dai soliti temi di rito: vitalizi, furti, tangenti, clientele tutto quando tocca la “roba”, quella spicciola non quella che conta davvero.
 
Casaleggio infatti è piuttosto chiaro nella formula di politica economica che intende applicare: dice esplicitamente che l’innovazione, considerata fra i fattori determinanti per le prospettive di crescita economica assieme al capitale umano, deve essere finanziata su base nazionale. Ma la formula è tanto chiara nella forma quanto confusa nei contenuti. Prima di tutto perché non si spiega quale innovazione si intende promuovere. Oltretutto, e non è un dettaglio, Casaleggio si ferma allo schema di finanziamento dell’innovazione. Insomma, alla Boskov, è innovazione tutto quello che è finanziabile e, andando nel dettaglio, questo è un bel problema.

Casaleggio parla esplicitamente di un sistema tutto italiano di finanziamento dell’innovazione attraverso una banca pubblica di investimenti modello francese. Ora che le elezioni sono finite, e la propaganda sta (o starebbe) a zero andiamo a vedere di cosa stiamo parlando. E anche a chi e perché. Certo i tag “innovazione”, “investimenti”, “pubblico” sono accattivanti anche a sinistra ma poi c’è la realtà. Quella che vuole che il modello Casaleggio poggi, in modo dichiarato, su quello francese della banca pubblica di investimenti. Banca che si chiama pubblica perché chi l’ha istituita, i socialisti francesi, conosceva bene il marketing. In realtà la BpiFrance, la banca per gli investimenti presa a modello dai 5 stelle, è basata a sua volta sul modello della tedesca KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau). Entrambe, su differenti regimi giuridici, hanno il settore pubblico che controlla il capitale e garantisce i crediti, mentre la raccolta fondi la si fa anche nel privato in mercati di rischio (la KfW arrivò a prestare soldi a Lehman Brothers per non rimettere troppo nel crollo poi avvenuto nel 2008). In Francia questo ultimo aspetto, di raccolta di capitale di ventura è ancora più marcato visto che la BpiFrance non ha licenza bancaria e raccoglie i fondi per gli investimenti quasi esclusivamente nel settore privato.

In poche parole il modello di istituto “pubblico” di Casaleggio prevede, se il modello è francese, di fare una banca che serve per garantire con fondi pubblici italiani i capitali di rischio che, nel nostro paese, investirebbero nell’innovazione. Insomma il solito modello californiano, dove l’innovazione è legata alle esigenze del ciclo di prestito e raccolta profitti del capitale di rischi. Un modello che, nella versione Casaleggio, prevede che lo stato italiano serva a garantire non chi ci lavora, il capitale umano, ma i fondi che ci mettono il capitale di rischio (modello, tra l’altro vicino al flop, già visto con il piano Juncker a livello europeo). In poche parole sovranisti sì, ma a garanzia dei capitali apolidi. I soliti capitali che decidono dove innovare a detrimento di ogni politica nazionale. E se il capitale è “italiano” ovviamente più che alle sollecitazioni patriottiche risponderà ai movimenti della finanza globale.

In definitiva, al capitale umano non resterebbe che seguire prodotti e tempi dettati dal capitalismo di ventura i cui profitti sarebbero garantiti dalla nuova banca tricolore. Ma, se si seguono le cose, il problema non è solo quello di gettare la forza lavoro innovativa in mano ai soliti cicli di supersfruttamento e di bassa redditività. Un paese, come il nostro, che ha bisogno di essere rifatto da capo a piedi vedrebbe gli investimenti all’innovazione in mano alle sole, egemoni, politiche del capitale di rischio. Come accade in Inghilterra dove il fund raising va benissimo per imprese che magari non faranno mai prodotti (per alcuni, meno male) oppure faranno decine di milioni di sterline con venti dipendenti e la ricerca pubblica, di interesse generale, vede le risorse razionate come in guerra. Non si risana un paese con queste trovate, chiamando pubblico ciò che è privato.

L’innovazione deve essere prevalentemente pubblica, estesa, e governata dal pubblico. Con laboratori dove il problema è la produzione di sapere, socialmente innovativo, non la redditività. Certo oggi non è facile, vista la accresciuta straordinaria complessità del mondo finanziario, ma è possibile. E poi va detto che l’innovazione non è questione solo finanziaria. In California, in Inghilterra, in Germania l’innovazione funziona perché le sue istituzioni, pubbliche e private, attraggono capitale umano da tutto il mondo. Quindi prima di ciancicare di sovranità Casaleggio dovrebbe realizzare che allearsi con Salvini non è esattamente il top, oltre ai problemi strutturali che ci sono, per attrarre capitale umano che produce ricchezza dalle nostre parti.

Chi imbocca Casaleggio su questi temi? Certo, Confindustria, che ha fatto l’endorsement per il M5S subito dopo le elezioni, sembra proprio aver preso la forchetta per imboccare queste dichiarazioni. Una banca di investimento nazionale, con capitale di rischio garantito dal pubblico è qualcosa che a Confindustria, come a tanti attori finanziari, può piacere.

Ma, anche qui, la realtà fa capolino. La tendenza continentale degli anni ‘20, finanziaria e tecnologica, è quella di innovare ma seguire un modello di finanziamento all’innovazione molto diverso da quello pensato in Italia. Si tratta di un modello che vuole una dinamica di finanziamento completamente sganciata dagli intermediari fisici e istituzionali (come è invece la banca degli investimenti promossa da Casaleggio). Il finanziamento all’innovazione, in Europa, si tenterà negli anni ‘20 di farlo passare attraverso il modello UK: nuove offerte di servizi finanziari, complessi e personalizzati, mediate solo da algoritmi intelligenti, big data, cloud computing e intelligenza artificiale. Altro che dover passare da barocche commissioni e valutazioni, sul modello occhiuto del reddito di cittadinanza, per valutare il grado di innovazione patriottica di un progetto. Negli anni ’20 in diversi casi, non episodici, accade già oggi a Londra, per finanziare o meno una startup basterà una e-mail. In questo modo il tradizionale sistema di finanziamento, mediato da istituzioni e soggetti del mercato, finirebbe per saltare. E, attenzione, tutto questo già oggi avviene tramite soggetti postnazionali che fanno profitti perché agiscono su larga scala non su mercati nazionali, meno che mai “sovranisti”.

In questo senso, nonostante il marketing, l’imboccata a Casaleggio appare legata a modelli sia vecchi che confusi.

E qui si torna a una questione ormai annosa. Oltre a basarsi, come se fossero chissà cosa, su modelli concettuali che erano novità anni fa, oltre che su letture mal filtrate (basta vedere come inquadrava Casaleggio Senior Henry Jenkins), tutto questo si vuole promosso tramite una democrazia di rete che esiste solo sui titoli di giornale.

E qui non è tanto il problema, che è grosso, dei modelli di desocializzazione politica della piattaforma Rousseau, dei rilievi che a inizio anno il garante per la Privacy ha fatto a Rousseau assieme ai siti del Movimento 5 stelle (“illiceità del trattamento dei dati personali degli utenti in ragione della comunicazione a soggetti terzi come Wind Tre S.p.A. e ITNET s.r.l.”). Il problema sta nella concezione alla Zuckerberg degli strumenti di comunicazione politica: infiltrabili, governabili, fonte di profitto nel mercato dei dati ed inaccessibili alla ricerca pubblica. Se è da questo genere di ricerca che si promuove la democrazia è evidente che ne esce una concezione dell’innovazione che deve preoccupare.

E, tanto per legare, in questo discorso, innovazione e democrazia, giova ricordare che, in un periodo in cui il contenimento dei costi pubblici è un totem quasi indiscutibile, l’Italia è praticamente a zero nella pratica della sostituzione di Windows con Linux nei sistemi operativi della pubblica amministrazione. I costi legati all’uso del sistema operativo Windows e dei suoi prodotti, con Linux, verrebbero drasticamente abbassati. Inoltre Linux è più sicuro di Windows in caso di attacchi informatici e le risorse liberate potrebbero servire a coltivare tanto capitale umano nel nostro paese. Infine per la manutenzione e l’innovazione non si dipenderebbe dai segreti industriali di una azienda straniera. Una proposta, ad occhio molto grillina, ma... si dia un’occhiata nella foto di apertura allo sponsor sopra la parola “Casaleggio”. Si troverà che, accanto, campeggia il logo di Microsoft. Capito chi imbocca sull’innovazione “sovrana”? 

Insomma Casaleggio Jr ne esce come qualcosa di non molto di più di un ingegnoso imprenditore capace di fare un marketing efficace e promuovere politiche aziendali che vengono equivocate come “il bene del paese”. Allargarsi al ramo finanziamento all’innovazione, per una impresa del genere, è un grande salto in avanti. Solo che l’Italia ha bisogno di altro. Il punto è che, nel gioco al ribasso della politica italiana, la regressione di tutte le sinistre, in materia di tecnologie e di moneta, ad uno stato politicamente quasi trogloditico ha favorito il protagonismo di questi personaggi, figli di una crisi permanente.

Eduard Bernstein, il cui nome accompagna per associazione di idee il concetto stesso di revisionismo, era convinto che il progressivo impadronirsi dello stato, da parte delle masse, avrebbe eliminato le stesse classi sociali. Di lì la celeberrima massima “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Casaleggio per cui il movimento (5 stelle) è tutto, elimina, nella sua retorica, l’esistenza delle classi sociali provando a impadronirsi dello stato. In fondo si tratta di prodotti della globalizzazione anche se di differente periodo. Il primo elogiava i grandi cartelli industriali, quelli che portarono la Germania dritta verso il primo conflitto mondiale, il secondo, più modestamente, elogia il proprio modello di business e magari ci porterà verso un conflitto finanziario. Bernstein teorizzava una attenzione al ceto medio, inteso come elemento di equilibrio della società, che alla sua epoca si radicalizzò, invece, a destra o a sinistra. Casaleggio, se continuerà così, è destinato a vedere una ingovernabile radicalizzazione della società continuando a ripetere il mantra del “né di destra né di sinistra” senza percepire che è roba anni ’80 e che oggi è un’altra società e un altro secolo.

Redazione, 28 marzo 2018

15/09/2017

Volano le foglie di fico a Cinque Stelle

I nodi arrivano al pettine, si usa dire. Specie in politica, dove il passaggio dalla teoria alla pratica si rivela sempre un po’ più arduo del previsto. Soprattutto se ti eri presentato come quello che aveva la soluzione semplice per tutti i problemi (le “ruspe” di Salvini, per dirne una...).

Non ci sorprende dunque l’ennesimo incidente procedurale del Movimento 5 Stelle, costretti ancora una volta in Tribunale da qualche loro iscritto o candidato imbufalito per l’esito delle consultazioni online oppure per il rovesciamento di quell’esito deciso “dai vertici”.

Com’è noto, il Tribunale di Palermo ha sospeso il risultato delle “regionarie” con cui era stato scelto il candidato alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, su ricorso presentato da Mauro Giulivi, escluso da quella consultazione perché sottoposto a “procedimento disciplinare” interno. Tralasciamo qui le difficili relazioni interne a quel mondo, che sembrano largamente prevalenti sulle “regole” da tutti sbandierate, e concentriamoci invece sui meccanismi decisionali che erano stati presentati come l’uovo di Colombo. Con le consultazioni online, la trasparenza e il rispetto della legalità si sarebbe risolto qualsiasi problema. Una rivoluzione, o qualcosa di simile, comunque un “aprire il parlamento come una scatola di tonno”...

L’irruzione della magistratura nelle elezioni siciliane ha un corollario nazionale immediato: sabato 23 settembre, con la festa grillina di Rimini, si dovrebbe infatti scegliere – con consultazione online degli iscritti – il “candidato premier” del M5S. Ma a dieci giorni dall’evento clou che dovrebbe aprire la campagna elettorale per le politiche di primavera non si conoscono né le regole con cui verrà scelto il candidato, né chi saranno gli altri competitor di Luigi Di Maio.

Ufficiosamente, ma da fonti molto vicine a Davide Casaleggio (che gestisce la piattaforma Rousseau, su cui si deve svolgere il voto), si fa sapere che “più tardi daremo i termini (per il voto, ndr), meno spazio daremo ai pirati per attaccarci”. La piattaforma era già stata hackerata un paio di volte e dunque il sospetto che in questo modo si possa manipolare l’esito del voto è più che concreto.

Ma non è assolutamente un problema tecnico. Sulla centralità delle consultazioni online è stato costruito uno dei due pilastri dell’ideologia grillina (“né di destra, né di sinistra”, ma sempre di ideologia si tratta...), dunque il fatto che questo sistema sia pericolosamente incerto, al limite dell’incontrollabile, è tutt’altro che un dettaglio. Anche degli informatici dilettanti sanno infatti che qualsiasi sistema di sicurezza può essere prima o poi violato, secondo l’eterna lotta evolutiva tra lo scudo e la lancia (difesa e attacco). In ogni caso, nessuno può garantire “tecnicamente” che il risultato – hacker a parte – non possa essere deciso da chi controlla la piattaforma Rousseau.

Ne consegue che questo “criterio perfetto”, illustrato centinaia di volte dallo stesso Beppe Grillo e da Casaleggio padre, è poco più di una foglia di fico che copre scelte soggettive di chi controlla la piattaforma e/o dei suoi avversari in Rete (non è secondario, però, sapere se siamo “noi” a decidere o qualcun altro al nostro posto, prendendoci oltretutto per i fondelli). Un problema del genere si è verificato anche con i risultati della candidatura della Raggi al Comune di Roma, che sembrano pesantemente condizionati da un organizzatissimo gruppo di pressione (la cosiddetta “Banda Marra-Sammarco”), attivo per far fuori un altro candidato e far eleggere la Raggi, ritenuta più manovrabile. Le foglie di fico, però, al cambio di stagione volano via e spariscono...

Messa così, il criterio “uno vale uno” non è praticabile in questo modo (l’alzata di mano o una scheda in urna saranno pure antichi, ma decisamente più trasparenti); o perlomeno nessuno può verificare se viene applicato davvero oppure no. In ogni caso, gli interventi dei “vertici” a Genova e in altre città, hanno dimostrato che “il garante” vale più di qualunque maggioranza. Dunque tutti gli altri “uno” contano pochino...

L’altro pilastro che segue nel crollo è la parola “legalità”. Sembrerebbe un termine univoco, semplice, chiaro. E per la maggior parte della popolazione è così. Ma nell’applicazione pratica, da parte di un soggetto politico (individuo, gruppo, partito o movimento), si scopre immediatamente che così non è. Per la semplice ragione che la politica è proprio la sfera di attività che fa le leggi, dunque che modifica la legalità esistente per rispondere ai problemi nuovi, oppure ai problemi vecchi che le leggi esistenti si sono dimostrate inadatte a risolvere, oppure ancora per i problemi che proprio le leggi esistenti hanno creato (vogliamo parlare di speculazione edilizia e dissesto idrogeologico?).

Cosa significa? Che “i politici” – tutti, grillini compresi – sono tenuti al rispetto delle leggi esistenti, al pari dei comuni cittadini. Ma anche che proprio a loro (e sotto qualsiasi regime politico, dalla peggiore dittatura alla più irenica delle democrazie) spetta l’onere della decisione, ossia della creazione di nuove leggi e cancellazione delle vecchie. Onere complicato non poco dalla prevalenza dell’Unione Europea sulle decisioni nazionali, e ancor più su quelle locali, in materia di bilancio e non solo.

A questo punto dell’ideologia e del “metodo” grillini, all’atto pratico, resta ben poco. Certo, un politico deve essere onesto o finire in galera in caso contrario. Ma non può dichiararsi indifferente (o “neutrale”, insomma “né di destra né di sinistra”) rispetto alle diverse soluzioni possibili per ogni problema.

Esempi concreti? Partiamo da quelli banali: di fonte al problema dei senza casa, sia “italiani” che “stranieri”, pensi di lasciare tutto alle “logiche di mercato” oppure ritieni vada fatta una politica di edilizia residenziale pubblica, in grado di dare un tetto quasi a tutti e di calmierare l’abnorme livello degli affitti? Nel primo caso ti va bene che ci siano masse crescenti di persone che vivono per strada o nei capannoni diroccati, e al massimo ti poni il dilemma poliziesco-minnitiano del “decoro urbano”, predisponendo servizi di polizia per “far sparire” gli homeless dalla vista dei turisti. Nel secondo caso, poni alcune basi per la riduzione della povertà, delle diseguaglianze ed anche per l’integrazione della popolazione immigrata. Nel primo caso non servono soldi, ti ritiri da ogni responsabilità e lasci fare a chi i soldi li ha (e magari te ne infila qualcuno in tasca); nel secondo devi trovare risorse, imporre limiti all’edilizia speculativa, tassare chi ha di più, fissare criteri sociologici e reddituali per le assegnazioni, ecc. Nel primo caso sei il maggiordomo degli interessi finanziari e immobiliari, nel secondo sei un soggetto politico attivo, con progetti, idee, responsabilità e ambizioni di cambiamento dell’esistente.

Potremmo fare centinaia di altri esempi, ma il problema è chiaro: fare politica significa scegliere soluzioni che non c’erano, crearne di nuove ed efficienti, favorire la soddisfazione di certi bisogni oppure di certi interessi. Non puoi insomma essere “neutrale” e “tecnico”.

Non riesci ad esserlo neppure nella gestione della tua piattaforma online, figuriamoci con la complessità degli interessi sociali in conflitto...

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11/04/2017

Davide Casaleggio, poco o nulla di fronte a problemi epocali

Visto il filo conduttore della giornata di Ivrea, il futuro, non si può dire che questa dimensione temporale sia stata fatta intravedere agli italiani. Non è venuta fuori un’idea di società, verso la quale un eventuale governo M5S tenderebbe, quanto una serie di immagini da proporre a differenti segmenti di pubblico. 

Niente di male, solo che qui non si cerca di proporre una nuova serie di paste da cucina (gli spaghetti a un tipo di pubblico, le pennette lisce ad un altro e il brand per tutti) ma si è davanti a una crisi economica storica, ad un Pil in declino da un trentennio ad una società con problemi drammatici ed inediti.

Un’idea di futuro invece deve connettere, e mobilitare, un’intera società. Non per il rispetto dell’etichetta ma perché il M5S vuol governare da solo e, per farlo secondo la legge elettorale attuale, deve raggiungere il 40% ovvero almeno 1/3 in più dei voti attuali. Sempre, s’intende, seguendo le stime delle intenzioni di voto odierne. Per arrivare a questo risultato la mobilitazione deve essere inedita, almeno per questi anni, e per ora questo non si è visto.

La stessa definizione che Davide Casaleggio dà del movimento 5 stelle (“siamo Netflix mentre i partiti sono ancora Blockbuster”) non pare adatta a suscitare questa mobilitazione. Confonde, infatti, l’immaginario dell’impresa della comunicazione con quello dell’impresa tout court e quello dell’impresa tout court con quello della società. L’idea di futuro di un'impresa e quello di una società, per quanto intrisa di aziendalismo come la nostra, vanno separate.

Lo stesso Berlusconi, che scese in campo portandosi dietro un immaginario di ricchezza non comparabile con quello della Casaleggio, per prendere voti di massa a livello di opinione dovette ricorrere alla coltivazione, reiterata, di un immaginario di maschio-alfa che stava molto più nel profondo della società italiana di quello dell’impresa. Cercare di costruire un futuro con un immaginario da start-up è, infatti, prepararlo allo stesso rischio di fine precoce che corrono questo tipo di aziende.
 
Davide Casaleggio aveva poi aperto, sul Corriere della Sera, all’interrogativo principale della giornata di Ivrea: la rivoluzione robotica e il suo impatto sulla società. Roba un po’ schematica, sulla velocità della rivoluzione tecnologica ci sarebbe più da ragionare che fare marketing, ma che sicuramente tocca la struttura della società italiana: dall’organizzazione del lavoro a quella dell’amministrazione dello stato, della formazione, della ricerca scientifica e del diritto. Per non parlare del tipo di economia che si vuole, e in che modo produce ricchezza (e che tipo di ricchezza produce), in una società a forte tasso di invecchiamento.

Questioni da far tremare i polsi, sulle quali non si è visto un lineamento di risposta, sempre tenute sullo sfondo grazie alla questione del “come” finanziare il reddito di cittadinanza. Quella del possibile impatto – sociale, economico, amministrativo – di questa misura rimane invece taciuto. E, essere generico su questi temi, non è solo un difetto di Casaleggio ma anche di tanta sinistra: pensare che il reddito di cittadinanza, misura comunque inevitabile, sia una sorta di derivato della carità (che una volta assolta fa sentire la società uguale a prima solo più solidale) o una misura che riguarda comunque la periferia del corpo sociale. Non siamo più nel ‘900: il reddito di cittadinanza, se erogato davvero, non è una misura di equilibrio sociale che sta tra welfare e mercato. Di fronte a una rivoluzione tecnologica, che distrugge strutturalmente più posti di lavoro di quanti ne produce (a differenza, appunto, del ‘900), il reddito di cittadinanza ha un impatto fortissimo sul mercato del lavoro, sulla forma delle istituzioni e dell’amministrazione. Fa uscire strutturalmente dal lavoro, se è reddito di cittadinanza, non più una nicchia ma una parte consistente di società. In maniera inedita dalla rivoluzione industriale. Presupponendo cambiamenti tali da mettere in discussione anche la presa della forma impresa nelle pieghe della società e nella estrazione della ricchezza. È uno dei motivi, oltre al fatto che la ricchezza in Europa va nei paesi “core” come finiva nel nord ricco dell’Italia postunitaria, per cui questo paese non ha mai trasformato la propria struttura di welfare consociativo, tra le parti sociali come si era configurato nella sua epoca matura, in welfare di cittadinanza. Sarebbe saltata la struttura del potere reale tanto che gli attori in campo hanno preferito trasformare, di volta in volta, il welfare consociativo in uno strumento, in parte borbonico in parte neoliberista, di allineamento alle esigenze di sviluppo della Ue e dell’eurozona. 

Insomma, problemi epocali ai quali è impossibile rispondere con un immaginario da startup. Ma quando ti nutri, in modo totemico, del sapere dell’impresa certi salti in avanti non li puoi fare.

Oltretutto quando in tv Casaleggio jr. si è trovato davanti alla classica domanda, sul come finanziare il reddito di cittadinanza come antidoto alla disoccupazione tecnologica, ha risposto non cercando di conquistare nuovo pubblico ma parlando a quello già conquistato. Ha parlato infatti di “partire dal taglio delle pensioni d’oro etc.” ovvero la già vincente retorica sugli sprechi che, anche se fosse praticata allo spasimo, non arriverebbe mai a finanziare una posta di spesa così grande. Segno, perlomeno, di grande confusione, prima di tutto su cosa fare dopo l’evento epocale, e lo è, della rivoluzione tecnologica. Segno che, nonostante i desideri sul futuro, non si arriva a produrre novità politiche e non resta che parlare il solito linguaggio della “casta che ruba”. 

Davide Casaleggio ha anche aggiunto che, sul finanziamento del reddito di cittadinanza, in fondo, è una questione dei tecnici. Nel migliore dei casi siamo alla visione naif della politica che traccia un’idea e i tecnici la praticano. Quando invece ogni “dettaglio” tecnico porta, nel momento in cui va risolto, a drammatiche scelte politiche. Oltretutto quando il provvedimento è destinato a produrre (complesse) ondate di impatto sulla struttura sociale e amministrativa. Qui ci vogliono non i tecnici ma idee di indirizzo politico chiare, e robustamente organizzate, per arrivare a praticare una riforma del welfare, dell’amministrazione e degli obiettivi dello stato, tale è il reddito di cittadinanza altro che misura “tecnica”, che entrerebbero sicuramente in conflitto con Bruxelles e Francoforte (per non dire Berlino).

Insomma, l’evento della Casaleggio associati, che è distinta dal Movimento 5 stelle, si è impantanato nei difetti della solita convegnistica di impresa che un giorno tocca l’idea di banda ultralarga e l’altro di Industria 4.0: un po’ di spettacolo, un tema di fondo magari azzeccato e tanta genericità a contorno dell’evento. L’invito al Ceo di Google Itala, al direttore della Trilateral e a quello del Tg7 (nonché a qualche sociologo che questa convegnistica se l’è fatta tutta in area Pd-Bassolino), da parte di Casaleggio, stavano in questa cornice. Il problema è che questo genere di convegnistica è fatta, soprattutto, per sviluppare il capitalismo di relazione in settori specializzati. Se il format viene riproposto per delineare il futuro di un paese le crepe si vedono tutte. La forma startup non è in grado di rappresentare la profondità di un paese come il nostro. Ma difficile che su quelle rive si cambi idea.

Certo se dall’associazione Casaleggio c’è questa confusione in campo 5 stelle, e ci riferiamo alla politica monetaria, le turbolenze non mancano. Il referendum, previsto come consultivo dal M5S, sulla permanenza nell’euro o meno assumerebbe, in questa cornice, i tratti della più spettacolare manna dal cielo per la speculazione finanziaria (che le borse banchino i referendum ormai è prassi consolidata) e quello della paralisi delle politiche di un paese in attesa del risultato. Sicuramente in tutto questo c’è molta propaganda ma anche occhi molto smaliziati stentano a trovarci coerenza e sostanza.

Nessuno si augura un domani di riveder di nuovo pascolare i Gentiloni, i Renzi, gli Alfano, le Camusso. Ma bisogna anche essere consapevoli di cosa sta accadendo anche da altre parti della politica. Perché si sta preparando l’ennesima turbolenza per questo paese, comunque vada. E i convegni del genere “imprese per un paese che cambia” queste turbolenze non le governano al massimo ne vengono governati. Oppure vengono spazzati via ed avanti il prossimo.

Redazione, 11 aprile 2017