Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/03/2018

Casaleggio chi ti imbocca?

Noi ci occupiamo, solitamente, di quello che non ha a che vedere con il marketing ma, piuttosto, con la ricchezza che si produce. O si tenta di produrre. Occupiamoci infatti di Casaleggio jr., attuale proprietario della Casaleggio & Associati, l’azienda che è la spina dorsale del Movimento 5 stelle. E, in quanto spina dorsale del “movimento”, elemento egemone nella costruzione delle strategie economiche di quella forza politica che si è candidata ad essere il perno della legislatura appena nata. Ecco quindi che ti spunta un articolo di Wall Street Italia, che è possibile consultare anche in fondo, riguardante Casaleggio, dal titolo che colpisce: “Il sovranismo deve passare dall’innovazione”. Niente di eccezionale per chi si sia avventurato nei dibattiti su deglobalizzazione, innovazione e tecnologie immediatamente precedenti alla vittoria di Trump. Ma qualcosa di piuttosto nuovo in Italia dove ciò che viene chiamato “la politica” di solito non esce dai soliti temi di rito: vitalizi, furti, tangenti, clientele tutto quando tocca la “roba”, quella spicciola non quella che conta davvero.
 
Casaleggio infatti è piuttosto chiaro nella formula di politica economica che intende applicare: dice esplicitamente che l’innovazione, considerata fra i fattori determinanti per le prospettive di crescita economica assieme al capitale umano, deve essere finanziata su base nazionale. Ma la formula è tanto chiara nella forma quanto confusa nei contenuti. Prima di tutto perché non si spiega quale innovazione si intende promuovere. Oltretutto, e non è un dettaglio, Casaleggio si ferma allo schema di finanziamento dell’innovazione. Insomma, alla Boskov, è innovazione tutto quello che è finanziabile e, andando nel dettaglio, questo è un bel problema.

Casaleggio parla esplicitamente di un sistema tutto italiano di finanziamento dell’innovazione attraverso una banca pubblica di investimenti modello francese. Ora che le elezioni sono finite, e la propaganda sta (o starebbe) a zero andiamo a vedere di cosa stiamo parlando. E anche a chi e perché. Certo i tag “innovazione”, “investimenti”, “pubblico” sono accattivanti anche a sinistra ma poi c’è la realtà. Quella che vuole che il modello Casaleggio poggi, in modo dichiarato, su quello francese della banca pubblica di investimenti. Banca che si chiama pubblica perché chi l’ha istituita, i socialisti francesi, conosceva bene il marketing. In realtà la BpiFrance, la banca per gli investimenti presa a modello dai 5 stelle, è basata a sua volta sul modello della tedesca KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau). Entrambe, su differenti regimi giuridici, hanno il settore pubblico che controlla il capitale e garantisce i crediti, mentre la raccolta fondi la si fa anche nel privato in mercati di rischio (la KfW arrivò a prestare soldi a Lehman Brothers per non rimettere troppo nel crollo poi avvenuto nel 2008). In Francia questo ultimo aspetto, di raccolta di capitale di ventura è ancora più marcato visto che la BpiFrance non ha licenza bancaria e raccoglie i fondi per gli investimenti quasi esclusivamente nel settore privato.

In poche parole il modello di istituto “pubblico” di Casaleggio prevede, se il modello è francese, di fare una banca che serve per garantire con fondi pubblici italiani i capitali di rischio che, nel nostro paese, investirebbero nell’innovazione. Insomma il solito modello californiano, dove l’innovazione è legata alle esigenze del ciclo di prestito e raccolta profitti del capitale di rischi. Un modello che, nella versione Casaleggio, prevede che lo stato italiano serva a garantire non chi ci lavora, il capitale umano, ma i fondi che ci mettono il capitale di rischio (modello, tra l’altro vicino al flop, già visto con il piano Juncker a livello europeo). In poche parole sovranisti sì, ma a garanzia dei capitali apolidi. I soliti capitali che decidono dove innovare a detrimento di ogni politica nazionale. E se il capitale è “italiano” ovviamente più che alle sollecitazioni patriottiche risponderà ai movimenti della finanza globale.

In definitiva, al capitale umano non resterebbe che seguire prodotti e tempi dettati dal capitalismo di ventura i cui profitti sarebbero garantiti dalla nuova banca tricolore. Ma, se si seguono le cose, il problema non è solo quello di gettare la forza lavoro innovativa in mano ai soliti cicli di supersfruttamento e di bassa redditività. Un paese, come il nostro, che ha bisogno di essere rifatto da capo a piedi vedrebbe gli investimenti all’innovazione in mano alle sole, egemoni, politiche del capitale di rischio. Come accade in Inghilterra dove il fund raising va benissimo per imprese che magari non faranno mai prodotti (per alcuni, meno male) oppure faranno decine di milioni di sterline con venti dipendenti e la ricerca pubblica, di interesse generale, vede le risorse razionate come in guerra. Non si risana un paese con queste trovate, chiamando pubblico ciò che è privato.

L’innovazione deve essere prevalentemente pubblica, estesa, e governata dal pubblico. Con laboratori dove il problema è la produzione di sapere, socialmente innovativo, non la redditività. Certo oggi non è facile, vista la accresciuta straordinaria complessità del mondo finanziario, ma è possibile. E poi va detto che l’innovazione non è questione solo finanziaria. In California, in Inghilterra, in Germania l’innovazione funziona perché le sue istituzioni, pubbliche e private, attraggono capitale umano da tutto il mondo. Quindi prima di ciancicare di sovranità Casaleggio dovrebbe realizzare che allearsi con Salvini non è esattamente il top, oltre ai problemi strutturali che ci sono, per attrarre capitale umano che produce ricchezza dalle nostre parti.

Chi imbocca Casaleggio su questi temi? Certo, Confindustria, che ha fatto l’endorsement per il M5S subito dopo le elezioni, sembra proprio aver preso la forchetta per imboccare queste dichiarazioni. Una banca di investimento nazionale, con capitale di rischio garantito dal pubblico è qualcosa che a Confindustria, come a tanti attori finanziari, può piacere.

Ma, anche qui, la realtà fa capolino. La tendenza continentale degli anni ‘20, finanziaria e tecnologica, è quella di innovare ma seguire un modello di finanziamento all’innovazione molto diverso da quello pensato in Italia. Si tratta di un modello che vuole una dinamica di finanziamento completamente sganciata dagli intermediari fisici e istituzionali (come è invece la banca degli investimenti promossa da Casaleggio). Il finanziamento all’innovazione, in Europa, si tenterà negli anni ‘20 di farlo passare attraverso il modello UK: nuove offerte di servizi finanziari, complessi e personalizzati, mediate solo da algoritmi intelligenti, big data, cloud computing e intelligenza artificiale. Altro che dover passare da barocche commissioni e valutazioni, sul modello occhiuto del reddito di cittadinanza, per valutare il grado di innovazione patriottica di un progetto. Negli anni ’20 in diversi casi, non episodici, accade già oggi a Londra, per finanziare o meno una startup basterà una e-mail. In questo modo il tradizionale sistema di finanziamento, mediato da istituzioni e soggetti del mercato, finirebbe per saltare. E, attenzione, tutto questo già oggi avviene tramite soggetti postnazionali che fanno profitti perché agiscono su larga scala non su mercati nazionali, meno che mai “sovranisti”.

In questo senso, nonostante il marketing, l’imboccata a Casaleggio appare legata a modelli sia vecchi che confusi.

E qui si torna a una questione ormai annosa. Oltre a basarsi, come se fossero chissà cosa, su modelli concettuali che erano novità anni fa, oltre che su letture mal filtrate (basta vedere come inquadrava Casaleggio Senior Henry Jenkins), tutto questo si vuole promosso tramite una democrazia di rete che esiste solo sui titoli di giornale.

E qui non è tanto il problema, che è grosso, dei modelli di desocializzazione politica della piattaforma Rousseau, dei rilievi che a inizio anno il garante per la Privacy ha fatto a Rousseau assieme ai siti del Movimento 5 stelle (“illiceità del trattamento dei dati personali degli utenti in ragione della comunicazione a soggetti terzi come Wind Tre S.p.A. e ITNET s.r.l.”). Il problema sta nella concezione alla Zuckerberg degli strumenti di comunicazione politica: infiltrabili, governabili, fonte di profitto nel mercato dei dati ed inaccessibili alla ricerca pubblica. Se è da questo genere di ricerca che si promuove la democrazia è evidente che ne esce una concezione dell’innovazione che deve preoccupare.

E, tanto per legare, in questo discorso, innovazione e democrazia, giova ricordare che, in un periodo in cui il contenimento dei costi pubblici è un totem quasi indiscutibile, l’Italia è praticamente a zero nella pratica della sostituzione di Windows con Linux nei sistemi operativi della pubblica amministrazione. I costi legati all’uso del sistema operativo Windows e dei suoi prodotti, con Linux, verrebbero drasticamente abbassati. Inoltre Linux è più sicuro di Windows in caso di attacchi informatici e le risorse liberate potrebbero servire a coltivare tanto capitale umano nel nostro paese. Infine per la manutenzione e l’innovazione non si dipenderebbe dai segreti industriali di una azienda straniera. Una proposta, ad occhio molto grillina, ma... si dia un’occhiata nella foto di apertura allo sponsor sopra la parola “Casaleggio”. Si troverà che, accanto, campeggia il logo di Microsoft. Capito chi imbocca sull’innovazione “sovrana”? 

Insomma Casaleggio Jr ne esce come qualcosa di non molto di più di un ingegnoso imprenditore capace di fare un marketing efficace e promuovere politiche aziendali che vengono equivocate come “il bene del paese”. Allargarsi al ramo finanziamento all’innovazione, per una impresa del genere, è un grande salto in avanti. Solo che l’Italia ha bisogno di altro. Il punto è che, nel gioco al ribasso della politica italiana, la regressione di tutte le sinistre, in materia di tecnologie e di moneta, ad uno stato politicamente quasi trogloditico ha favorito il protagonismo di questi personaggi, figli di una crisi permanente.

Eduard Bernstein, il cui nome accompagna per associazione di idee il concetto stesso di revisionismo, era convinto che il progressivo impadronirsi dello stato, da parte delle masse, avrebbe eliminato le stesse classi sociali. Di lì la celeberrima massima “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Casaleggio per cui il movimento (5 stelle) è tutto, elimina, nella sua retorica, l’esistenza delle classi sociali provando a impadronirsi dello stato. In fondo si tratta di prodotti della globalizzazione anche se di differente periodo. Il primo elogiava i grandi cartelli industriali, quelli che portarono la Germania dritta verso il primo conflitto mondiale, il secondo, più modestamente, elogia il proprio modello di business e magari ci porterà verso un conflitto finanziario. Bernstein teorizzava una attenzione al ceto medio, inteso come elemento di equilibrio della società, che alla sua epoca si radicalizzò, invece, a destra o a sinistra. Casaleggio, se continuerà così, è destinato a vedere una ingovernabile radicalizzazione della società continuando a ripetere il mantra del “né di destra né di sinistra” senza percepire che è roba anni ’80 e che oggi è un’altra società e un altro secolo.

Redazione, 28 marzo 2018

04/01/2017

Avviso di reato per la narrazione a 5 Stelle

I fatti hanno la testa dura, recita un notissimo proverbio inglese. Alla fine anche Beppe Grillo ha scoperto che contro quel granito si stava sfracellando il pensiero fondamentale del “Movimento 5 Stelle” – onestà, trasparenza e legalità – con la verifica affidata alla magistratura.

Un pensierino astratto, ma molto utile sul piano della pura propaganda. Un pensierino senza pensiero che suona bene quando sei lontano da qualsiasi responsabilità amministrativa pubblica (che non coincide quasi per nulla, ormai, con le “poltrone del potere”), ma che ti fa inciampare ad ogni passo quando devi passare dalla propaganda – internettara o piazzaiola – e mettere le mani su nomine, delibere, atti pubblici regolati dal più gigantesco castello di norme incasinate che si sia mai visto nel mondo.

Un pensierino che ha mostrato tutta la sua ingenuità inconsistente non appena qualche amministrazione di rilievo è stata conquistata. La lista è nota: Parma, Quarto, Livorno, Roma sono solo i casi più strombazzati dai media di regime, che spingono dichiaratamente per l'agognato ritorno dei giovani/vecchi marpioni targati Pd o Forza Italia, ma anche quelli di Lega e fascisteria varia vanno bene lo stesso perchè appartengono a “chi si conosce”.

Avvisi di garanzia spediti e annullati, difformità di comportamento tra gli amministratori “colpiti”, arresti o dimissioni di collaboratori scelti a dispetto dell'elettorato e dello stesso movimento (il caso di Roma è un romanzo a sé, ormai), hanno imposto un'articolazione in chiave difensiva di quel pensierino così schematico da risultare irrealizzabile nella pratica effettiva.

Ora Grillo sta chiamando alla consultazione gli iscritti – o come li si vuole chiamare – su un nuovissimo “Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”, che rompe la semplicità astratta del primo comandamento: “dimissioni automatiche”. Lo fa alzando il livello dell'incompatibilità assoluta dall'”avviso di garanzia” alla “condanna di primo grado”.

Per tutte le ipotesi intermedie (gravità del reato contestato, gravità degli indizi riportati dalle carte, ecc) la decisione resta in mano al livello politico, concentrato però nelle mani del “garante”. Ossia lo stesso Grillo e la struttura della Casaleggio Associati (chiamando in causa anche il Collegio dei Probiviri e il Comitato d'appello).

La “presunzione di gravità” consente infatti al “garante” un potere discrezionale pressoché illimitato, esteso anche ai casi che normalmente non verrebbero presi in considerazione da nessun “comitato centrale” di partito, come la valutazione della gravità di fatti che configurano i c.d. reati d’opinione, ipotesi di reato concernenti l'espressione del proprio pensiero e delle proprie opinioni, ovvero di fatti commessi pubblicamente per motivi di particolare valore politico, morale o sociale.

Comunque la si rigiri, si tratta per un verso di una “stretta” sulla libertà d'azione degli eletti e di una ammissione dell'impossibilità – foss'anche del più onesto – di restare al riparo da un'incriminazione, sia pure temporanea.

La stretta ha una sua logica, in un movimento contrario al principio costituzionale della libertà dal vincolo di mandato per gli eletti. Un principio pensato in tempi di profonde convinzioni politiche e morali (un democristiano non passava facilmente con i comunisti o viceversa), ma sfruttato nel corso dei decenni per “cambi di casacca” motivati solo dall'ambizione o dalla voracità (Scilipoti, Razzi e Gennaro Migliore sono solo i più sbeffeggiati, tra le centinaia di parlamentari “fuori posto” rispetto al giorno del voto).

Ma è fin troppo chiaro che la questione di principio qui c'entra pochino, mentre molto più pressanti sono state le vicende parmensi e romane – pur molto diverse tra loro. Il nuovo “codice”, insomma, avrebbe impedito alla Raggi di nominare Raffaele Marra (e suo fratello!), fors'anche la Muraro e diversi altri. Comunque, problemi interni dei 5 Stelle...

A noi interessa molto di più la presa d'atto dell'impossibilità di misurare l'onestà politica e amministrativa col termometro della legalità formale, ossia le norme esistenti, per folli o discriminatorie che siano. Sappiamo infatti per certo che si può essere assolutamente liberi da ogni interesse personale in politica o nel sindacato e pagare la propria libertà d'azione con decine di denunce, condanne, anni di galera. Non solo per reati d'opinione, certo, ma anche per quelli. Il conflitto sociale, specie in questo paese, non si è del resto mai giocato in guanti bianchi...

I “5 Stelle”, a dispetto della loro dichiarata estraneità alla politica politicante, non sono però degli antagonisti al sistema dominante. Dalla loro letteratura, detto in estrema sintesi, emerge che il modo di produzione attuale – fondato sull'accumulazione capitalistica del profitto privato – sarebbe il migliore dei mondi possibile, se non ci fossero così tanti “ladri” nel sistema politico. Sappiamo bene che non la pensano tutti così, anche tra i parlamentari, ma Casaleggio e Grillo non ne hanno mai fatto mistero.

Il “nuovo codice” di comportamento rompe una diga, se non altro concettuale: ci sono “reati” di cui non si deve tener conto nel decidere se un amministratore locale o un parlamentare va tenuto al suo posto o no. Ma a quel punto anche per decidere se una persona è candidabile o meno. Non avrebbe infatti senso – anzi, sarebbe un insulto proprio ai “cittadini” – escludere dalle liste gente che si è guadagnata l'attenzione poco benevola della magistratura o della polizia solo per aver preteso il rispetto dei diritti sociali, ambientali, politici della popolazione.

Il Movimento 5 Stelle sta prendendo faticosamente atto che il mondo reale è un po' più complesso degli slogan. Specie in una paese che ha almeno due caratteristiche letali. Un sistema di norme, come detto, confuso e stratificato, tale che qualsiasi atto amministrativo può essere facilmente impugnato e segnalato all'autorità giudiziaria. E una magistratura reale – non certo quella prevista dalla tripartizione di Montesquieu – che è politicizzata quanto basta da rendere facilissimo trovare un pm prodigo in avvisi di garanzia mirati. Nell'area dei movimenti antagonisti se ne sa qualcosa, sulla propria pelle.

Sbagliare è facilissimo, essere presi di mira quasi una certezza.

La reazione affidata al “codice” è però decisamente monca. Sposta cioè la linea del Piave della legalità dalla totale “immacolatezza” alla condanna di primo grado; e affida il destino dei “portavoce” eletti nelle cariche pubbliche all'imperscrutabile valutazione del “garante” per tutta la fase tra l'apertura dell'indagine e la conclusione del processo. Con fondato sospetto che sarà il clamore mediatico e il calcolo politico dei danni a far pendere, nel processo interno, la bilancia verso l'”assoluzione” oppure verso la condanna.

Ma è inutile chiedere un sobbalzo di pensiero critico (e autocritico) a chi non vede altro che indistinti “cittadini” là dove si scontrano classi, figure, ceti e interessi sociali in conflitto tra loro.

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