Il nemico del giorno, per l’intero governo Meloni e soprattutto per il solito Salvini, è il magistrato di Catania che ha negato l’imprigionamento nel Cpr di Pozzallo per quattro migranti salvati in mare, di nazionalità tunisina, in quanto aveva ravvisato nel recente decreto del governo pesanti profili di incostituzionalità e persino di contrasto con le normative europee.
Se sia così o no lo deciderà la Cassazione, presso cui il governo ricorrerà per ottenere il suo “agognato risultato”: imprigionare naufraghi in attesa di rispedirli nel paese di provenienza. Un po’ come facevano gli statunitensi un secolo fa con gli immigrati italiani e non, arrivati pagando un regolare biglietto di terza classe (nella stiva, in pratica) e reclusi a Ellis Island in attesa di “controlli”.
Il “nemico del giorno” è un magistrato donna, contro cui si è scatenata la caccia scavando nella biografia, con il concorso di fascioleghisti locali e – il sospetto è legittimo, quando è il governo ad agire – dei soliti “servizi”.
Viene fatto circolare un video relativo ad una manifestazione di cinque anni fa, ai tempi del blocco della nave Diciotti (della Guardia Costiera, peraltro) che aveva salvato un certo numero di naufraghi (in obbedienza al diritto internazionale e alla “legge del mare”), ma che l’allora ministro dell’interno (toh, proprio Salvini) non voleva far sbarcare per “difendere i confini italiani” (da una propria nave militare!?).
Tra i manifestanti che gridano slogan (parole, insomma, non bastonate o molotov) viene isolato il volto di una donna che i governisti identificano nel magistrato.
Salvini scrive: “25 agosto 2018, Catania, io ero vicepremier e ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla ‘assassini’ e ‘animali’ in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari...”.
Prima di questo video per giorni la vita privata della dott.ssa Apostolico è stata vivisezionata dai segugi di Salvini e company, arrivando a confondere i commenti della pagina Facebook del marito con i likes del magistrato, per ricavarne così l’immagine di una attivista politica più che di un funzionario dello Stato.
Non sappiamo se sia vero e neanche ci interessa. Perché il punto decisivo non sono le convinzioni e la libertà individuale di un singolo magistrato (ne critichiamo aspramente a decine, su queste pagine), ma l’idea che tutto il governo sta mettendo in atto a proposito della “legge”.
Un’idea decisamente semplice e semplificatrice per cui una maggioranza politica, avendo i numeri in base a elezioni (discutibili per il numero dei votanti e per i meccanismi escludenti, a cominciare dalle “soglie di sbarramento”), “legifera” trasformando le proprie opinabili opinioni in “regole assolute” che tutti devono rispettare.
Rientrino oppure no nella cornice della Costituzione e nella legislazione europea (che, ricordiamo, è prevalente su quelle nazionali, nel bene come nel male).
Insomma, è l’arbitrio puro e semplice trasformato in “legge”. Come si è visto con il “decreto anti-rave”, con quello denominato “Cutro” (a legittimazione di una strage di migranti messa in conto, se non addirittura voluta) e in diverse altre occasioni.
Segnaliamo, tra l’altro, che la stessa feroce determinazione arbitraria non vale per soggetti sociali che detengono qualche ricchezza e dunque qualche potere in più rispetto a migranti, lavoratori, studenti, frequentatori di rave, ecc.
È notizia di queste ore che, nello stesso Consiglio dei ministri, il governo ha prorogato di sei mesi lo “stato di emergenza” per i migranti, mentre nel “decreto tariffe” si è completamente rimangiato il cosiddetto “tetto” ai prezzi dei voli aerei, contro cui avevano protestato il boss di Ryanair e la stessa Commissione Europea.
Non basta. A margine si è tenuto un “tavolo tecnico” con i cosiddetti “balneari” (i titolari privati di “concessioni” per l’installazione di stabilimenti sulle spiagge), al termine del quale si è stabilito che non verrà applicata la normativa europea (secondo cui le concessioni andrebbero messe a gara e non autorizzate “aumma aumma”).
Ci sarebbero infatti “liberi” i due terzi delle coste italiane e, semmai, si farà qualche gara solo per le nuove concessioni. Magari su qualche scogliera...
Insomma, vittoria totale per i furbetti del bagnetto…
Stessa cosa per la famosa “tassa sugli extraprofitti delle banche”, venduta per settimane come una delle misure “giuste” in favore dei “più deboli”, ma ritirata in disordine di fronte alla rimostranze dei banchieri, della Bce e della UE. Forti coi deboli, deboli coi forti... insomma, fascisti.
È questo insieme di decisioni che identifica la “cultura della legalità” di questo come dei governi precedenti. “È legale quello che decidiamo noi, e tutti zitti”.
Bisognerebbe quasi ringraziare i fascioleghisti al governo perché rendono fisicamente visibile quello che altrimenti era solo un concetto, giustissimo ma “aereo”. Il “rispetto della legalità” non ha nulla a che fare con la “giustizia” e anzi può essere assolutamente il contrario di una qualsiasi idea di giustizia.
Lo hanno già dimostrato nel Ventennio, per esempio con le leggi razziali. Che erano “leggi” a tutti gli effetti giuridici, ma erano anche la massima espressione dell’infamia dei governanti.
La “cultura della legalità” ha prodotto danni irreparabili nel “popolo di sinistra” (ha dissolto la legittimità costituzionale del diritto ad opporsi, equiparando qualsiasi manifestazione del dissenso a “violenza”), costituito il brodo di coltura di un “qualunquismo perbenista” che si è poi materializzato nei Cinque Stelle, fatto da alibi alle peggiori bastardate del PD (prima e dopo Renzi e Draghi).
Ora, “finalmente”, arrivano i fascioleghisti a far vedere a tutti che “cultura della legalità” significa soltanto obbedienza a chi comanda. A prescindere da ogni merito, programma, rappresentanza sociale.
Per fortuna non c’è bisogno di doversi inventare una cultura più umana e giusta, perché esiste da sempre e va certamente fatta tornare “cultura di massa”.
È il grido che sale sempre più forte dal Sud del mondo e dalle periferie metropolitane dell’imperialismo, persino negli Usa, dove torna il conflitto sindacale vero.
Ribellarsi è giusto.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/10/2023
21/04/2021
Populismo giustizialista e controllo sociale: come si è arrivati a tutto questo?
Negli ultimi decenni, una questione si è dimostrata trasversale a tutte le forze politiche, quella relativa alla sicurezza.
Oggi, l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata e abbiamo assistito al diritto penale divenire dominante manifestando tutti i sintomi del morbo populista: l’allarmismo sulla sicurezza che condiziona un’opinione pubblica che si sente sempre più insicura, eccitata dall’antipolitica e dalla spettacolarizzazione della giustizia; il ruolo moralizzatore assunto dalla magistratura; la strumentalizzazione delle vittime che trasfigura la giustizia in un risarcimento simbolico all’intera comunità e che rende insostenibile la presunzione d’innocenza.
Ma dietro alla criminalizzazione si profila lo spettro della guerra di tutti contro tutti in cui lo Stato, che non è più in grado di distribuire giustizia sociale, promette sicurezza. Il declino del welfare ha allargato le maglie del linguaggio della colpa e della pena, ha esteso l’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come a compensare la fragilità dello stato sociale.
Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, la percezione d’insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere.
Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime.
Dopo ogni fatto di cronaca si attiva uno schema consolidato: la reazione dell’opinione pubblica che chiede di punire in nome delle vittime e della sicurezza, biasimando le istituzioni incapaci di reagire, e la politica che promette punizioni esemplari e interventi normativi. Spesso, creando confusione tra i concetti di colpa e di responsabilità.
La serie di riforme approvate, in questi ultimi anni, segue questo schema. La riforma della legittima difesa, le leggi sicurezza, la legge “spazzacorrotti”, la cancellazione della prescrizione, l’esclusione del giudizio abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, la criminalizzazione del soccorso in mare sono la rivendicazione di un’ortodossia del populismo penale: ricerca del consenso e strumentalizzazione delle vittime, della paura, dell’insicurezza. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Il populismo dell’invidia sociale, che sostituisce la lotta di classe, è iniziato negli anni ’90, del secolo scorso, con l’appoggio alla macchina giudiziaria intorno a Tangentopoli. È la fase della nascita della “piazza virtuale” nel duplice senso di canale di rappresentazione immediata della crisi sociale e di processo pubblico mediatico alle élite.
Una sinergia perversa tra partiti politici, stampa e opinione pubblica che hanno sostenuto questa “rivoluzione giudiziaria” mentre le posizioni critiche venivano ridotte a eresia anche all’interno dei grandi partiti, consolidando l’idea che la giustizia penale fosse la soluzione ai mali della democrazia. Nasce la figura del Grande Inquisitore come contro-potere, rafforzata dall’atteggiamento delle forze politiche che individuarono nella magistratura un alleato nella moralizzazione del paese.
Mani Pulite però non rafforza solo la cultura giustizialista (con la spettacolarizzazione degli arresti e l’abuso della custodia cautelare) ma anche l’offerta populista. Da allora la sicurezza diventa uno slogan universale, “né di destra, né di sinistra”, un mantra rinnovato a ogni campagna elettorale.
Dal 1994 in poi quasi ogni governo ha introdotto inasprimenti di pena e nuovi reati. Una trasformazione del giustizialismo a corrente di opinione e comunicazione mediatica in campo politico a fenomeno in grado di esercitare un’egemonia culturale. Uno stato d’ansia diffuso che ha fatto chiedere a gran voce misure eccezionali per far fronte alla situazione.
Ad esempio due o tre sbarchi di barconi carichi di migranti, in una sola settimana, danno la stura ai media per una campagna di allarme in nome dell’invasione. Descrivono la situazione in termini di emergenza fuori controllo, con una richiesta di sicurezza. L’intervento politico riconosce la gravità della situazione e assume solennemente l’impegno ad affrontare il problema.
Nasce cosi la retorica del “fare qualcosa al più presto” legittimando l’eccezione e l’emergenzialismo. L’emergenza, quindi, non è altro che una costruzione sociale, la produzione di panico per determinare un’intensificazione del controllo sociale e per un ulteriore legittimazione del potere costituito e delle istituzioni del controllo.
L’emergenza (e la paura che la legittima) si costruisce sui nemici, o meglio sulla rappresentazione di determinati soggetti come “nemici pubblici”. Migranti, marginali, tossicodipendenti, ultras, no tav, sono solo alcuni dei nemici pubblici tratti da emergenze recenti.
Ma la condizione essenziale affinché alcuni soggetti siano costruibili come nemici pubblici, è che esista un occultamento dei tratti reali della crisi italiana, una crisi economica e sociale che riversa sui cittadini i costi di politiche sociali, economiche e del lavoro sbagliate.
L’attribuzione ai sindaci di specifiche funzioni di polizia ha condotto l’Italia verso il “governo penale dell’insicurezza sociale”. Il sociologo Loic Wacquant, autore di “Punire i poveri” mise in evidenza il legame esistente tra le politiche economiche neoliberiste e l’espansione dell’intervento penale.
Wacquant ha analizzato soprattutto le politiche della “Tolleranza zero” negli Stati Uniti, che sono stati il laboratorio dell’intervento penale sulla popolazione marginale sostenendo che la penalizzazione serve da tecnica per rendere invisibili i “problemi” sociali che lo Stato non vuole o non può più affrontare fino in fondo e la prigione diventa una sorta di pattumiera giudiziaria dove gettare i rifiuti umani della società del mercato.
Una nuova e trasversale filosofia di gestione del territorio in cui la “sicurezza” viene riferita solo ai cittadini abbienti e diventa periodica strumentalizzazione politica, essendo gli altri (migranti, tossicodipendenti, senza casa e dimora e poveri in generale) evidentemente non cittadini, verso cui dismettere welfare e politiche di sostegno. E in questo contesto di paura e legalità si è declinata la versione italiana della law & order statunitense.
La retorica della legalità, associata alla programmatica “tolleranza zero”, è entrata di prepotenza nel vocabolario politico italiano, ma non nasce oggi è una delle eredità nefaste della sconfitta degli anni Settanta. Porta nomi e cognomi noti, anche di tanti “antifascisti”.
La cultura della legalità o ideologia legalitaria è entrata nel senso comune in modo capillare attraverso i professionisti della legalità, proposta nelle scuole di ogni ordine e grado da diversi anni ormai, propinata su giornali e media. È una delle strutture ideologiche del capitalismo nella sua fase neoliberista. Il messaggio è semplice da far passare, gli onesti da una parte e i delinquenti (a vario titolo) dall’altro.
Ma l’ideologia legalitaria mette al bando qualsiasi critica della società e del potere. Più cresce e si fortifica la cultura della “legalità”, più cresce, come risposta al malessere sociale, al posto del conflitto e della progettualità, il rancore individuale, l’altro percepito come concorrente, che è sempre un gradino al di sotto di noi o nella nostra stessa posizione, mai sopra.
È il prevalere del rancore e dell’ideologia vittimaria. È la sopraffazione del consenso sulla critica, in particolare la critica del potere. L’ideologia legalitaria è l’affermazione dell’unica ideologia permessa, quella del mercato, dove la politica è presentata come gestione dell’esistente.
Imporre la “legalità” come valore in sé significa negare il conflitto, le lotte sociali e politiche. Attraverso il cavallo di Troia di un concetto di legalità reso quasi sacrale, si è imposto il securitarismo e il populismo penale oggi ampiamente dispiegato.
Il “cavallo di Troia” delle politiche di sicurezza è stato prima costruito e poi utilizzato con l’obiettivo specifico di governo autoritario della povertà. Fare della legalità e della sicurezza un vessillo facendone un totem aprioristico e indiscutibile ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un’opinione pubblica essenzialmente repressiva.
Le forze politiche che hanno battuto sulla grancassa della “legalità” non hanno fatto altro che privilegiare la razionalizzazione repressiva e quindi il potere di chi negli apparati si presentava come “manager della sicurezza”, inserendosi all’interno del processo di aziendalizzazione dello Stato.
E l’oppio giustizialista ha contaminato anche buona parte delle culture della “sinistra”, mutandone profondamente l’universo simbolico. Per troppi a sinistra, colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti negli anni '70 e '80 – è stato un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice.
Alla costruzione di ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
Abbandonando i luoghi di lavoro e le piazze, la “sinistra” si è arruolata a piene mani nel partito delle procure, e chi ha continuato ad agire da sinistra come soggetto di trasformazione sociale è stato criminalizzato e classificato come pericoloso “nemico pubblico”.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
Questo modo di concepire il rapporto tra politica e magistratura si è sempre risolto a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli nonché dei movimenti politici conflittuali.
Antonio Bevere, magistrato e direttore della rivista “Critica del diritto”, scrisse un articolo dal significativo titolo “Il popolo di sinistra non deleghi ai magistrati il pensiero critico”:
“In piena offensiva berlusconiana, si avverte l’esigenza di difendere dignità e indipendenza della magistratura senza comunque riconoscerle il ruolo di superpotere comunque buono e affidabile e senza accettare la funzione riformatrice della repressione […] Ad essa è seguita, da parte della pubblica opinione progressista, una domanda morale diffusa, l’aspettativa di un’autorità che, nel campo politico, istituzionale e imprenditoriale, distinguesse i buoni e i cattivi. Questa autorità è stata individuata nella magistratura [….] L’illusione della democrazia diretta, attuata attraverso questa giurisdizione, ha avuto due negativi effetti politici: la deresponsabilizzazione partecipante del popolo di sinistra e la depoliticizzazione della democrazia”.
Le considerazioni di Bevere ci aiutano a ricordare che è indispensabile uscire da questa spirale perversa che ha caratterizzato la sinistra per questi lunghi anni, che è fondamentale riappropriarsi delle tematiche del garantismo e ribadire sempre e comunque che la via di uscita non può essere ricercata in scorciatoie giustizialiste.
L’estenuante richiamo al principio di legalità impone, oggi, un bilancio ed una decostruzione del concetto. Il richiamo alla legalità da Tangentopoli ad oggi è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iper liberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli.
Per questo è saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “ e che senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.
Fonte
Oggi, l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata e abbiamo assistito al diritto penale divenire dominante manifestando tutti i sintomi del morbo populista: l’allarmismo sulla sicurezza che condiziona un’opinione pubblica che si sente sempre più insicura, eccitata dall’antipolitica e dalla spettacolarizzazione della giustizia; il ruolo moralizzatore assunto dalla magistratura; la strumentalizzazione delle vittime che trasfigura la giustizia in un risarcimento simbolico all’intera comunità e che rende insostenibile la presunzione d’innocenza.
Ma dietro alla criminalizzazione si profila lo spettro della guerra di tutti contro tutti in cui lo Stato, che non è più in grado di distribuire giustizia sociale, promette sicurezza. Il declino del welfare ha allargato le maglie del linguaggio della colpa e della pena, ha esteso l’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come a compensare la fragilità dello stato sociale.
Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, la percezione d’insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere.
Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime.
Dopo ogni fatto di cronaca si attiva uno schema consolidato: la reazione dell’opinione pubblica che chiede di punire in nome delle vittime e della sicurezza, biasimando le istituzioni incapaci di reagire, e la politica che promette punizioni esemplari e interventi normativi. Spesso, creando confusione tra i concetti di colpa e di responsabilità.
La serie di riforme approvate, in questi ultimi anni, segue questo schema. La riforma della legittima difesa, le leggi sicurezza, la legge “spazzacorrotti”, la cancellazione della prescrizione, l’esclusione del giudizio abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, la criminalizzazione del soccorso in mare sono la rivendicazione di un’ortodossia del populismo penale: ricerca del consenso e strumentalizzazione delle vittime, della paura, dell’insicurezza. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Il populismo dell’invidia sociale, che sostituisce la lotta di classe, è iniziato negli anni ’90, del secolo scorso, con l’appoggio alla macchina giudiziaria intorno a Tangentopoli. È la fase della nascita della “piazza virtuale” nel duplice senso di canale di rappresentazione immediata della crisi sociale e di processo pubblico mediatico alle élite.
Una sinergia perversa tra partiti politici, stampa e opinione pubblica che hanno sostenuto questa “rivoluzione giudiziaria” mentre le posizioni critiche venivano ridotte a eresia anche all’interno dei grandi partiti, consolidando l’idea che la giustizia penale fosse la soluzione ai mali della democrazia. Nasce la figura del Grande Inquisitore come contro-potere, rafforzata dall’atteggiamento delle forze politiche che individuarono nella magistratura un alleato nella moralizzazione del paese.
Mani Pulite però non rafforza solo la cultura giustizialista (con la spettacolarizzazione degli arresti e l’abuso della custodia cautelare) ma anche l’offerta populista. Da allora la sicurezza diventa uno slogan universale, “né di destra, né di sinistra”, un mantra rinnovato a ogni campagna elettorale.
Dal 1994 in poi quasi ogni governo ha introdotto inasprimenti di pena e nuovi reati. Una trasformazione del giustizialismo a corrente di opinione e comunicazione mediatica in campo politico a fenomeno in grado di esercitare un’egemonia culturale. Uno stato d’ansia diffuso che ha fatto chiedere a gran voce misure eccezionali per far fronte alla situazione.
Ad esempio due o tre sbarchi di barconi carichi di migranti, in una sola settimana, danno la stura ai media per una campagna di allarme in nome dell’invasione. Descrivono la situazione in termini di emergenza fuori controllo, con una richiesta di sicurezza. L’intervento politico riconosce la gravità della situazione e assume solennemente l’impegno ad affrontare il problema.
Nasce cosi la retorica del “fare qualcosa al più presto” legittimando l’eccezione e l’emergenzialismo. L’emergenza, quindi, non è altro che una costruzione sociale, la produzione di panico per determinare un’intensificazione del controllo sociale e per un ulteriore legittimazione del potere costituito e delle istituzioni del controllo.
L’emergenza (e la paura che la legittima) si costruisce sui nemici, o meglio sulla rappresentazione di determinati soggetti come “nemici pubblici”. Migranti, marginali, tossicodipendenti, ultras, no tav, sono solo alcuni dei nemici pubblici tratti da emergenze recenti.
Ma la condizione essenziale affinché alcuni soggetti siano costruibili come nemici pubblici, è che esista un occultamento dei tratti reali della crisi italiana, una crisi economica e sociale che riversa sui cittadini i costi di politiche sociali, economiche e del lavoro sbagliate.
L’attribuzione ai sindaci di specifiche funzioni di polizia ha condotto l’Italia verso il “governo penale dell’insicurezza sociale”. Il sociologo Loic Wacquant, autore di “Punire i poveri” mise in evidenza il legame esistente tra le politiche economiche neoliberiste e l’espansione dell’intervento penale.
Wacquant ha analizzato soprattutto le politiche della “Tolleranza zero” negli Stati Uniti, che sono stati il laboratorio dell’intervento penale sulla popolazione marginale sostenendo che la penalizzazione serve da tecnica per rendere invisibili i “problemi” sociali che lo Stato non vuole o non può più affrontare fino in fondo e la prigione diventa una sorta di pattumiera giudiziaria dove gettare i rifiuti umani della società del mercato.
Una nuova e trasversale filosofia di gestione del territorio in cui la “sicurezza” viene riferita solo ai cittadini abbienti e diventa periodica strumentalizzazione politica, essendo gli altri (migranti, tossicodipendenti, senza casa e dimora e poveri in generale) evidentemente non cittadini, verso cui dismettere welfare e politiche di sostegno. E in questo contesto di paura e legalità si è declinata la versione italiana della law & order statunitense.
La retorica della legalità, associata alla programmatica “tolleranza zero”, è entrata di prepotenza nel vocabolario politico italiano, ma non nasce oggi è una delle eredità nefaste della sconfitta degli anni Settanta. Porta nomi e cognomi noti, anche di tanti “antifascisti”.
La cultura della legalità o ideologia legalitaria è entrata nel senso comune in modo capillare attraverso i professionisti della legalità, proposta nelle scuole di ogni ordine e grado da diversi anni ormai, propinata su giornali e media. È una delle strutture ideologiche del capitalismo nella sua fase neoliberista. Il messaggio è semplice da far passare, gli onesti da una parte e i delinquenti (a vario titolo) dall’altro.
Ma l’ideologia legalitaria mette al bando qualsiasi critica della società e del potere. Più cresce e si fortifica la cultura della “legalità”, più cresce, come risposta al malessere sociale, al posto del conflitto e della progettualità, il rancore individuale, l’altro percepito come concorrente, che è sempre un gradino al di sotto di noi o nella nostra stessa posizione, mai sopra.
È il prevalere del rancore e dell’ideologia vittimaria. È la sopraffazione del consenso sulla critica, in particolare la critica del potere. L’ideologia legalitaria è l’affermazione dell’unica ideologia permessa, quella del mercato, dove la politica è presentata come gestione dell’esistente.
Imporre la “legalità” come valore in sé significa negare il conflitto, le lotte sociali e politiche. Attraverso il cavallo di Troia di un concetto di legalità reso quasi sacrale, si è imposto il securitarismo e il populismo penale oggi ampiamente dispiegato.
Il “cavallo di Troia” delle politiche di sicurezza è stato prima costruito e poi utilizzato con l’obiettivo specifico di governo autoritario della povertà. Fare della legalità e della sicurezza un vessillo facendone un totem aprioristico e indiscutibile ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un’opinione pubblica essenzialmente repressiva.
Le forze politiche che hanno battuto sulla grancassa della “legalità” non hanno fatto altro che privilegiare la razionalizzazione repressiva e quindi il potere di chi negli apparati si presentava come “manager della sicurezza”, inserendosi all’interno del processo di aziendalizzazione dello Stato.
E l’oppio giustizialista ha contaminato anche buona parte delle culture della “sinistra”, mutandone profondamente l’universo simbolico. Per troppi a sinistra, colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti negli anni '70 e '80 – è stato un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice.
Alla costruzione di ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
Abbandonando i luoghi di lavoro e le piazze, la “sinistra” si è arruolata a piene mani nel partito delle procure, e chi ha continuato ad agire da sinistra come soggetto di trasformazione sociale è stato criminalizzato e classificato come pericoloso “nemico pubblico”.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
Questo modo di concepire il rapporto tra politica e magistratura si è sempre risolto a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli nonché dei movimenti politici conflittuali.
Antonio Bevere, magistrato e direttore della rivista “Critica del diritto”, scrisse un articolo dal significativo titolo “Il popolo di sinistra non deleghi ai magistrati il pensiero critico”:
“In piena offensiva berlusconiana, si avverte l’esigenza di difendere dignità e indipendenza della magistratura senza comunque riconoscerle il ruolo di superpotere comunque buono e affidabile e senza accettare la funzione riformatrice della repressione […] Ad essa è seguita, da parte della pubblica opinione progressista, una domanda morale diffusa, l’aspettativa di un’autorità che, nel campo politico, istituzionale e imprenditoriale, distinguesse i buoni e i cattivi. Questa autorità è stata individuata nella magistratura [….] L’illusione della democrazia diretta, attuata attraverso questa giurisdizione, ha avuto due negativi effetti politici: la deresponsabilizzazione partecipante del popolo di sinistra e la depoliticizzazione della democrazia”.
Le considerazioni di Bevere ci aiutano a ricordare che è indispensabile uscire da questa spirale perversa che ha caratterizzato la sinistra per questi lunghi anni, che è fondamentale riappropriarsi delle tematiche del garantismo e ribadire sempre e comunque che la via di uscita non può essere ricercata in scorciatoie giustizialiste.
L’estenuante richiamo al principio di legalità impone, oggi, un bilancio ed una decostruzione del concetto. Il richiamo alla legalità da Tangentopoli ad oggi è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iper liberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli.
Per questo è saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “ e che senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.
Fonte
28/06/2019
Il caso Puglisi, il suicidio di Paola Ferla e l’ingiusta giustizia italiana
Domenica scorsa a Roma, poco prima dell’assemblea nazionale di Potere al Popolo!, a quattro passi dalla Stazione Termini, ho finalmente conosciuto Francesco Puglisi di cui ebbi a scrivere anni fa per segnalarne il caso a dir poco feroce. Francesco ha alle spalle una storia allucinante: 14 anni di carcere per aver rotto un bancomat. Devastazione e saccheggio, come prevede il Codice Rocco. Fatti risibili al confronto con quanto fecero in quei giorni alcuni esponenti della «pubblica sicurezza», ma questa è l’Italia vera e ricordare può fare bene.
Scappò in Francia, ma la fidanzata mise mano al computer e furono costretti a fuggire ancora, stavolta però senza aver più scampo. Lo presero a Barcellona e tempo dopo la ragazza si suicidò, distrutta dal senso di colpa.
Per il bancomat rotto Francesco di anni ne ha scontati sette, ma non è finita. Ora a Rebibbia ci torna lo sera; di giorno è «libero», ma ha un gran bisogno di un segnale di solidarietà che lo aiuti a non sentirsi troppo solo e di quattro soldi guadagnati lavorando. Che posso fare per lui? Riporto quanto scrissi l’1 novembre del 2015, ma lo so bene: di parole non si campa. Spero che, leggendo, qualche compagno romano trovi modo di dargli una mano.
Il 25 ottobre del 2015 Paola Ferla, 33 anni è volata giù da un poggiolo e s’è schiantata sul selciato della salita Lercari, che a Genova incrocia via Caffaro. Suicidio, dice la Mobile, e tutto si chiude lì.
Francesco Puglisi, il suo ragazzo, in carcere da due anni, ne avrà per altri dodici: a Genova 2001 mise fuori uso un bancomat. Per il Codice del fascista Rocco, che la repubblica antifascista utilizza senza problemi di coscienza, il reato comporta una pena che spezza una vita e può capitare che ne stronchi altre, com’è accaduto per Paola Ferla.
Da tempo la ragazza era costretta a due fatiche così atroci, da farle odiare la vita: la pena per il suo compagno sepolto vivo e il rimorso per una irrimediabile leggerezza. Puglisi, infatti, senza volerlo, l’aveva “tradito” proprio lei, lasciando ‘tracce’ telematiche, bancarie e del cellulare e consentendo alla Digos di ritrovarli, mentre erano latitanti a Parigi.
All’inizio la ragazza aveva reagito bene e in un appello del 2013 aveva chiesto aiuto come poteva:
Lo so, ci sono parole semplici, buone per tutti gli usi: «non ha avuto fortuna... dimmi con chi stai e ti dirò chi sei... lex, dura lex... e comunque la giustizia ha da fare il suo corso». La verità è che il codice Rocco disonora la “repubblica democratica” – (qui il corsivo è d’obbligo) più di un regime apertamente oppressivo come il fascismo. Paola muore di morte riflessa, per una condanna che sta uccidendo un giovane con la galera, solitamente feroce e stavolta spropositata, in un paese che non punisce la tortura e affida la «pubblica tranquillità» agli assassini di Cucchi. Morte per lo sportello di un bancomat. E’ cosa da non credere, ma è così.
Gli autori delle denunce che hanno aperto il caso senza istruttoria di Paola Ferla hanno vissuto in divisa una delle pagine peggiori scritte da una polizia finita anch’essa davanti ai giudici, in un tribunale in cui la «legalità» ha il volto beffardo d’un principio tradito: «La legge è uguale per tutti».
Alla polizia non si sono imputati reati contro cose. Si è trattato di lesioni, torture e sangue versato. L’unico al quale si sono concesse attenuanti è un funzionario, che dopo il pestaggio si dissociò: «non lavorerò più con questi macellai qui». La violenza esercitata è risultata «ripugnante» per la Cassazione, ma il capo della polizia, De Gennaro, se l’è cavata con una «promozione» a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Per quanto riguarda gli altri, la Cassazione ha chiarito che le responsabilità sono riconosciute non in virtù di una presunzione teorica – «comandavano e non potevano non sapere» – ma sulla base di prove inconfutabili. Erano presenti alla «macelleria cilena», sapevano che c’era stato uno «sproporzionato uso della forza», sapevano della «messinscena» di un finto accoltellamento di un agente, delle botte, delle torture, dei feriti e delle menzogne.
Il rifiuto di collaborare ha rallentato i processi e la prescrizione ha evitato il carcere. De Gennaro ora è a Finmeccanica, Gilberto Caldarozzi gli fa compagnia, come responsabile della sicurezza, Salvatore Gava è andato all’Unicredit, Filippo Ferri, fratello di un ex ministro, è responsabile della sicurezza del Milan. I più giovani, trascorsi i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, torneranno in divisa. Le lesioni gravi sono state prescritte e invano la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per le torture di Genova.
Mentre i torturatori, colpevoli di reati sulla persona, hanno fatto carriera, Puglisi è stato fatto a pezzi per un bancomat.
Una sentenza umana, lontana dagli intenti repressivi del codice Rocco, una sentenza non politica, quindi, non avrebbe sepolto in carcere Puglisi e quasi certamente non avrebbe condotto al suicidio Paola Ferla.
Paragonata a quella dei poliziotti condannati per i fatti di Genova, la sorte di Puglisi e della sua compagna dimostra ciò che storicamente è chiaro dai tempi di Mazzini: la giustizia in Italia non è uguale per tutti.
Fonte
Scappò in Francia, ma la fidanzata mise mano al computer e furono costretti a fuggire ancora, stavolta però senza aver più scampo. Lo presero a Barcellona e tempo dopo la ragazza si suicidò, distrutta dal senso di colpa.
Per il bancomat rotto Francesco di anni ne ha scontati sette, ma non è finita. Ora a Rebibbia ci torna lo sera; di giorno è «libero», ma ha un gran bisogno di un segnale di solidarietà che lo aiuti a non sentirsi troppo solo e di quattro soldi guadagnati lavorando. Che posso fare per lui? Riporto quanto scrissi l’1 novembre del 2015, ma lo so bene: di parole non si campa. Spero che, leggendo, qualche compagno romano trovi modo di dargli una mano.
*****
Il 25 ottobre del 2015 Paola Ferla, 33 anni è volata giù da un poggiolo e s’è schiantata sul selciato della salita Lercari, che a Genova incrocia via Caffaro. Suicidio, dice la Mobile, e tutto si chiude lì.
Francesco Puglisi, il suo ragazzo, in carcere da due anni, ne avrà per altri dodici: a Genova 2001 mise fuori uso un bancomat. Per il Codice del fascista Rocco, che la repubblica antifascista utilizza senza problemi di coscienza, il reato comporta una pena che spezza una vita e può capitare che ne stronchi altre, com’è accaduto per Paola Ferla.
Da tempo la ragazza era costretta a due fatiche così atroci, da farle odiare la vita: la pena per il suo compagno sepolto vivo e il rimorso per una irrimediabile leggerezza. Puglisi, infatti, senza volerlo, l’aveva “tradito” proprio lei, lasciando ‘tracce’ telematiche, bancarie e del cellulare e consentendo alla Digos di ritrovarli, mentre erano latitanti a Parigi.
All’inizio la ragazza aveva reagito bene e in un appello del 2013 aveva chiesto aiuto come poteva:
«Ciao, sono Paola la ragazza di Gimmy, Francesco Puglisi... Sta in condizioni difficilissime, vive malissimo la situazione perché è stato inserito in una sezione antiterrorismo in isolamento totale... Mi comunica che sta malissimo ed è depresso che fa fatica a mangiare, in poche parole sta molto male. Mi ha detto che la mia presenza è l’unica cosa che lo faccia stare meglio o comunque sono l’unico appiglio positivo in tutta questa situazione. Sabato 22 giugno posso andare a trovarlo, me lo farebbero vedere, ma il problema qui è economico poiché gli unici treni che fanno la tratta... sono treni di lusso, molto cari... Io non posso permettermi questa spesa. Chiedo disperatamente aiuto a tutti per farmi avere questi soldi sia perché voglio vederlo ma non tanto per me ma quanto per la situazione precaria e delicata fisica e psichica che vive Gimmy, dove per aiutarlo veramente bisogna che vada a fare questo colloquio per sollevarlo di morale per quanto possa aiutarlo la mia visita che sicuramente per lui è fondamentale e vitale».Povera ragazza. Non aiuterà più nessuno e il suo Francesco pagherà più caro il suo reato. Paola non l’ho mai vista, ma un po’ la conoscevo. Amici comuni me ne parlavano e dopotutto che importa? Fa male comunque: è stata stritolata da una legalità senza giustizia, più immorale di una franca ingiustizia. Chi l’ha conosciuta mi dice che era «terribile» e questo spiega meglio il suo volo tremendo: più «terribile» sei, più una violenza subita ti spezza se ti senti impotente. E’ morta per disperazione e vengono in mente i «suicidati» del Mediterraneo e i morti accatastati senza pietà ovunque esportiamo «democrazia». Morti che fanno pensare all’omicidio.
Lo so, ci sono parole semplici, buone per tutti gli usi: «non ha avuto fortuna... dimmi con chi stai e ti dirò chi sei... lex, dura lex... e comunque la giustizia ha da fare il suo corso». La verità è che il codice Rocco disonora la “repubblica democratica” – (qui il corsivo è d’obbligo) più di un regime apertamente oppressivo come il fascismo. Paola muore di morte riflessa, per una condanna che sta uccidendo un giovane con la galera, solitamente feroce e stavolta spropositata, in un paese che non punisce la tortura e affida la «pubblica tranquillità» agli assassini di Cucchi. Morte per lo sportello di un bancomat. E’ cosa da non credere, ma è così.
Gli autori delle denunce che hanno aperto il caso senza istruttoria di Paola Ferla hanno vissuto in divisa una delle pagine peggiori scritte da una polizia finita anch’essa davanti ai giudici, in un tribunale in cui la «legalità» ha il volto beffardo d’un principio tradito: «La legge è uguale per tutti».
Alla polizia non si sono imputati reati contro cose. Si è trattato di lesioni, torture e sangue versato. L’unico al quale si sono concesse attenuanti è un funzionario, che dopo il pestaggio si dissociò: «non lavorerò più con questi macellai qui». La violenza esercitata è risultata «ripugnante» per la Cassazione, ma il capo della polizia, De Gennaro, se l’è cavata con una «promozione» a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Per quanto riguarda gli altri, la Cassazione ha chiarito che le responsabilità sono riconosciute non in virtù di una presunzione teorica – «comandavano e non potevano non sapere» – ma sulla base di prove inconfutabili. Erano presenti alla «macelleria cilena», sapevano che c’era stato uno «sproporzionato uso della forza», sapevano della «messinscena» di un finto accoltellamento di un agente, delle botte, delle torture, dei feriti e delle menzogne.
Il rifiuto di collaborare ha rallentato i processi e la prescrizione ha evitato il carcere. De Gennaro ora è a Finmeccanica, Gilberto Caldarozzi gli fa compagnia, come responsabile della sicurezza, Salvatore Gava è andato all’Unicredit, Filippo Ferri, fratello di un ex ministro, è responsabile della sicurezza del Milan. I più giovani, trascorsi i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, torneranno in divisa. Le lesioni gravi sono state prescritte e invano la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per le torture di Genova.
Mentre i torturatori, colpevoli di reati sulla persona, hanno fatto carriera, Puglisi è stato fatto a pezzi per un bancomat.
Una sentenza umana, lontana dagli intenti repressivi del codice Rocco, una sentenza non politica, quindi, non avrebbe sepolto in carcere Puglisi e quasi certamente non avrebbe condotto al suicidio Paola Ferla.
Paragonata a quella dei poliziotti condannati per i fatti di Genova, la sorte di Puglisi e della sua compagna dimostra ciò che storicamente è chiaro dai tempi di Mazzini: la giustizia in Italia non è uguale per tutti.
Fonte
16/05/2019
Sfratti. Due suicidi in pochi giorni. L’emergenza abitativa è un dramma sociale, la “legalità” un inganno
A Prato un uomo di 65 anni si è suicidato nel chiostro di San Francesco. Da pochi giorni aveva ricevuto una lettera di sfratto, nella quale la Curia gli comunicava di aver bisogno dell’appartamento dove viveva per procedere con la ristrutturazione di parte del complesso, che si trova nel centro cittadino. L’uomo, aveva 65 anni e viveva nell’indigenza e proprio per questo era stato accolto “per motivi di carità all’interno del complesso parrocchiale” circa 4 anni fa.
A Torino una donna di 63 anni, dipendente del Comune, si è suicidata gettandosi dal palazzo comunale perché aveva ricevuto la lettera di sfratto.
Due episodi in pochi giorni, due contesti diversi ma un problema e un dramma comune, quello degli sfratti. Il boom degli sfratti si è consolidato e acutizzato nel tempo. I dati più recenti lo confermano anche nella sua articolazione territoriale.
Ormai sono troppe le persone in condizione di criticità sociale. E’ sufficiente una lettera di sfratto per spalancare un baratro in cui, in mancanza di sostegni istituzionali o di organizzazione comune con le altre persone in condizioni simili (opzione però fortemente criminalizzata dal ministero degli Interni e dalle leggi introdotte), si vede tutto buio e si decide di farla finita.
Oggi a Roma è andata diversamente, la signora Maria Pia, affetta da Alzheimer, non è stata sfrattata dalla sua casa a Casalbruciato perché c’è stato un picchetto popolare a impedirlo e una comunità proletaria che ha fatto scudo. Al picchetto c’era anche la signora Annamaria, una donna anziana sfrattata alcuni mesi fa con grande dispiegamento di forze da Villa Gordiani. I talk show televisivi cercano storie “di vita”, ma se le collegassero tutte insieme invece di visualizzarle come episodi specifici (spesso amplificandone i peggiori, quelli strumentalizzati dai fascisti), ne ricaverebbero la dimensione generale e pesantissima del problema: quella che richiede soluzioni vere, collettive, ispirate da uno spirito di giustizia sociale.
Non è importante se a sfrattarti sia la Curia vescovile, un proprietario privato o le istituzioni che gestiscono le case popolari, è decisivo il fatto che di fronte allo sfratto non sono previste alternative che ne limitino le conseguenze, spesso devastanti nelle figure sociali più deboli. Per questo gli sfratti sono un aspetto decisivo dell’emergenza abitativa e di quella sociale complessiva. La resistenza e l’organizzazione sono un dovere di giustizia sociale, più forte delle leggi. E’ tempo che lo si comprenda e si agisca di conseguenza.
Fonte
A Torino una donna di 63 anni, dipendente del Comune, si è suicidata gettandosi dal palazzo comunale perché aveva ricevuto la lettera di sfratto.
Due episodi in pochi giorni, due contesti diversi ma un problema e un dramma comune, quello degli sfratti. Il boom degli sfratti si è consolidato e acutizzato nel tempo. I dati più recenti lo confermano anche nella sua articolazione territoriale.
Ormai sono troppe le persone in condizione di criticità sociale. E’ sufficiente una lettera di sfratto per spalancare un baratro in cui, in mancanza di sostegni istituzionali o di organizzazione comune con le altre persone in condizioni simili (opzione però fortemente criminalizzata dal ministero degli Interni e dalle leggi introdotte), si vede tutto buio e si decide di farla finita.
Oggi a Roma è andata diversamente, la signora Maria Pia, affetta da Alzheimer, non è stata sfrattata dalla sua casa a Casalbruciato perché c’è stato un picchetto popolare a impedirlo e una comunità proletaria che ha fatto scudo. Al picchetto c’era anche la signora Annamaria, una donna anziana sfrattata alcuni mesi fa con grande dispiegamento di forze da Villa Gordiani. I talk show televisivi cercano storie “di vita”, ma se le collegassero tutte insieme invece di visualizzarle come episodi specifici (spesso amplificandone i peggiori, quelli strumentalizzati dai fascisti), ne ricaverebbero la dimensione generale e pesantissima del problema: quella che richiede soluzioni vere, collettive, ispirate da uno spirito di giustizia sociale.
Non è importante se a sfrattarti sia la Curia vescovile, un proprietario privato o le istituzioni che gestiscono le case popolari, è decisivo il fatto che di fronte allo sfratto non sono previste alternative che ne limitino le conseguenze, spesso devastanti nelle figure sociali più deboli. Per questo gli sfratti sono un aspetto decisivo dell’emergenza abitativa e di quella sociale complessiva. La resistenza e l’organizzazione sono un dovere di giustizia sociale, più forte delle leggi. E’ tempo che lo si comprenda e si agisca di conseguenza.
Fonte
15/05/2019
Se l’umanità diventa illegale...
Se mettiamo alcune cose in fila, come si fa con i punti neri sulla carta, ne esce fuori un quadro. Fosco, visti i tempi, ma contraddittorio quanto basta.
Il gesto del cardinale elemosiniere ha colpito duro. Un intimo del Papa che si cala in un tombino per rompere i sigilli e riallacciare l’elettricità a un palazzo occupato da famiglie senza casa, di ogni etnia, è qualcosa che non si era mai visto.
Al di là delle sciocchezze seminate da tanti commentatori – professionali o improvvisati – questa vicenda segnala due cose, principalmente:
a) il tempo delle parole sta finendo. Neanche le omelie papali spostano più di una virgola il “senso comune” di popolazioni impegnate ogni attimo nella dura conquista del pane quotidiano, ma immerse in un oceano di “informazione spazzatura” che rende impossibile distinguere il vero dal falso. Che quelle informazioni provengano dai media mainstream o dall’ultima della pagine Facebook chiuse da Zuckerberg, non fa differenza. Mentono tutti – basta vedere cosa è capace di scrivere Repubblica o mandare in onda il TG3 sul Venezuela – e neanche un professionista del debunking potrebbe arginare efficacemente la montagna di rifiuti che ci sommerge quotidianamente.
Anche ai vertici del Vaticano, insomma, hanno capito che là dove la parola è ormai sterile torna il tempo dell’azione. È, in fondo, un principio epistemologico essenziale: è la realtà a decidere quali sono le opinioni senza fondamento e quali quelle vere. E per deciderlo servono dei fatti, più o meno sperimentali... Quei fatti vanno prodotti, non avvengono da soli. Dunque bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare, magari per calarsi in un tombino, anche ad una certa età...
b) Nel mondo attuale, un’azione di solidarietà umana è illegale. Qui “i puntini” sono decisamente numerosi. Si può citare l’esperienza di Mimmo Lucano come sindaco di Riace, oppure i sequestri delle navi che soccorrono migranti naufraghi in mare. O addirittura l’idea – di Salvini, ovviamente – di multare gli armatori di quelle navi per 5.000 euro per ogni persona tratta in salvo.
Più in generale, possiamo citare la pluridecennale esperienza dei movimenti di lotta per la casa, o le occupazioni di spazi sociali, contro cui era espressamente diretto il decreto-Lupi (governo Renzi!). O le decine di delibere comunal-leghiste per colpire chi elargisce elemosina, i bambini in ritardo con il pagamento della quota-mensa...
Il mondo costruito negli ultimi decenni è un mondo neoliberale. Il che significa che non esistono diritti esigibili, e tutto si paga. Chi non può pagare è condannato. E chi aiuta in qualche modo quei poveri va punito.
Se mettiamo insieme le considerazioni precedenti, insomma, ne esce a pezzi il concetto stesso di legalità. Ne resta in piedi solo l’armatura metallica, che lo fa identificare come il diritto del più forte.
Un altro puntino, chiarissimo, in questo senso: i carabinieri che coinvolgono scolaresche di bambini (avranno pagato tutti la mensa? Chissà…) per trascinarli – con tanto di scudi e caschi – in lezioni dal vivo sulla cultura della legalità. Guardando i vari servizi su questo episodio, si capisce che si tratta solo di addestramento all’obbedienza nei confronti delle divise. La legge, in effetti, è un concetto complesso, si condensa in codici sterminati, scritti in una lingua per iniziati e con riferimenti continui a commi e codicilli... Basta andarsi a vedere le ultime modifiche, peggiorative, alla Legge sulla Sicurezza.
Tanto vale semplificare: la legge sono quelle divise lì, obbedite e basta...
Questo è il mondo cui siamo arrivati dopo trent’anni di sostanziale pace sociale.
Un mondo dove giustizia e legalità stanno su zolle continentali opposte, in rapido allontanamento. In cui le parole non significano più quello per cui sono state inventate, anzi...
Un mondo in cui, fortunatamente, ha senso solo il conflitto – agito e gestito con intelligenza ed esperienza, non con strilli che durano un attimo – e le “opinioni” possono tranquillamente restare là dove meritano.
In tal senso, per fronteggiare la regressione del paese e le sue manifestazioni peggiori, sono le azioni che fanno la differenza. Gli esempi da seguire sono quelli visti nella resistenza popolare e antifascista a Casalbruciato, nella spontanea contestazione a Salvini a Catanzaro, nella protezione di massa a Mimmo Lucano alla Sapienza.
Lì chi doveva capire che il vento può cambiare lo ha capito, e adesso ne ha timore.
Fonte
Il gesto del cardinale elemosiniere ha colpito duro. Un intimo del Papa che si cala in un tombino per rompere i sigilli e riallacciare l’elettricità a un palazzo occupato da famiglie senza casa, di ogni etnia, è qualcosa che non si era mai visto.
Al di là delle sciocchezze seminate da tanti commentatori – professionali o improvvisati – questa vicenda segnala due cose, principalmente:
a) il tempo delle parole sta finendo. Neanche le omelie papali spostano più di una virgola il “senso comune” di popolazioni impegnate ogni attimo nella dura conquista del pane quotidiano, ma immerse in un oceano di “informazione spazzatura” che rende impossibile distinguere il vero dal falso. Che quelle informazioni provengano dai media mainstream o dall’ultima della pagine Facebook chiuse da Zuckerberg, non fa differenza. Mentono tutti – basta vedere cosa è capace di scrivere Repubblica o mandare in onda il TG3 sul Venezuela – e neanche un professionista del debunking potrebbe arginare efficacemente la montagna di rifiuti che ci sommerge quotidianamente.
Anche ai vertici del Vaticano, insomma, hanno capito che là dove la parola è ormai sterile torna il tempo dell’azione. È, in fondo, un principio epistemologico essenziale: è la realtà a decidere quali sono le opinioni senza fondamento e quali quelle vere. E per deciderlo servono dei fatti, più o meno sperimentali... Quei fatti vanno prodotti, non avvengono da soli. Dunque bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare, magari per calarsi in un tombino, anche ad una certa età...
b) Nel mondo attuale, un’azione di solidarietà umana è illegale. Qui “i puntini” sono decisamente numerosi. Si può citare l’esperienza di Mimmo Lucano come sindaco di Riace, oppure i sequestri delle navi che soccorrono migranti naufraghi in mare. O addirittura l’idea – di Salvini, ovviamente – di multare gli armatori di quelle navi per 5.000 euro per ogni persona tratta in salvo.
Più in generale, possiamo citare la pluridecennale esperienza dei movimenti di lotta per la casa, o le occupazioni di spazi sociali, contro cui era espressamente diretto il decreto-Lupi (governo Renzi!). O le decine di delibere comunal-leghiste per colpire chi elargisce elemosina, i bambini in ritardo con il pagamento della quota-mensa...
Il mondo costruito negli ultimi decenni è un mondo neoliberale. Il che significa che non esistono diritti esigibili, e tutto si paga. Chi non può pagare è condannato. E chi aiuta in qualche modo quei poveri va punito.
Se mettiamo insieme le considerazioni precedenti, insomma, ne esce a pezzi il concetto stesso di legalità. Ne resta in piedi solo l’armatura metallica, che lo fa identificare come il diritto del più forte.
Un altro puntino, chiarissimo, in questo senso: i carabinieri che coinvolgono scolaresche di bambini (avranno pagato tutti la mensa? Chissà…) per trascinarli – con tanto di scudi e caschi – in lezioni dal vivo sulla cultura della legalità. Guardando i vari servizi su questo episodio, si capisce che si tratta solo di addestramento all’obbedienza nei confronti delle divise. La legge, in effetti, è un concetto complesso, si condensa in codici sterminati, scritti in una lingua per iniziati e con riferimenti continui a commi e codicilli... Basta andarsi a vedere le ultime modifiche, peggiorative, alla Legge sulla Sicurezza.
Tanto vale semplificare: la legge sono quelle divise lì, obbedite e basta...
Questo è il mondo cui siamo arrivati dopo trent’anni di sostanziale pace sociale.
Un mondo dove giustizia e legalità stanno su zolle continentali opposte, in rapido allontanamento. In cui le parole non significano più quello per cui sono state inventate, anzi...
Un mondo in cui, fortunatamente, ha senso solo il conflitto – agito e gestito con intelligenza ed esperienza, non con strilli che durano un attimo – e le “opinioni” possono tranquillamente restare là dove meritano.
In tal senso, per fronteggiare la regressione del paese e le sue manifestazioni peggiori, sono le azioni che fanno la differenza. Gli esempi da seguire sono quelli visti nella resistenza popolare e antifascista a Casalbruciato, nella spontanea contestazione a Salvini a Catanzaro, nella protezione di massa a Mimmo Lucano alla Sapienza.
Lì chi doveva capire che il vento può cambiare lo ha capito, e adesso ne ha timore.
Fonte
08/12/2018
“La disobbedienza alle “ingiuste” leggi dello Stato entri nell’agenda politica”
Due giorni fa a Roma si è svolta una partecipatissima assemblea di solidarietà con Nunzio D’Erme, un compagno e un attivista storico romano che gode della stima e dell’affetto di molti, recentemente condannato per una iniziativa antifascista che ha coinvolto alcuni agenti della Digos in borghese. Lo dimostrano le centinaia di adesioni ricevute dall’appello di solidarietà “Io sto con Nunzio” e la folta partecipazione all’iniziativa.
In questo senso occorre ringraziare Nunzio che ha messo esplicitamente a disposizione la sua vicenda per consentire una discussione più ampia e non limitata al suo caso specifico. “Dobbiamo ricostruire un campo di coloro che sostengono la democrazia conflittuale” ha detto Nunzio nel suo intervento.
Dopo l’introduzione di Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione, ci sono stati numerosissimi interventi (dalla partigiana Tina Costa a nome dell’Anpi a Giorgio Cremaschi, da Francesco Raparelli a Guido Lutrario, da Nicoletta Dosio a Riccardo venuto addirittura da Milano, da un giovanissimo studente delle scuole alle compagne di “Non una di meno”), sia come manifestazione di sostegno a Nunzio, sia con riflessioni sul come affrontare un contesto in cui molti attivisti e attiviste vengono colpiti dalla repressione.
In questa discussione siamo ovviamente intervenuti portando il nostro contributo, evitando come al solito ogni inutile retorica e cercando di ragionare e far ragionare la “compagneria” sul che cosa dobbiamo affrontare. Un approccio che, tirando le conclusioni, l’avvocato Marco Lucentini alla luce della molta esperienza sul campo, ha invitato a seguire.
Qui sotto la sintesi del contributo che abbiamo portato all’assemblea di solidarietà con Nunzio:
“La riuscita di questa assemblea di solidarietà con Nunzio e anche l’altissimo e ampio numero di adesioni all’appello di sostegno dopo la sua condanna, sono per paradosso il punto di forza ma anche il problema con cui fare i conti.
Va ricordato che nell’ordinanza di arresto per Nunzio, il magistrato indicava come aggravante proprio la sua “popolarità” e la capacità di influenzare altre persone. Ragione per cui, se la fattispecie di reato contestata è esercitata da una persona popolare e stimata come Nunzio, questa diventa aggravante perché dà il cattivo esempio. La conseguenza è una pena spropositata ed esemplare per un episodio smentito dalle perizie ma sul quale relazionerà meglio l’avvocato difensore.
Alcuni interventi sentiti prima hanno “suonato la carica”. Diversamente riteniamo che occorra invece ragionare sulla vicenda di Nunzio e sul contesto nel quale ci troviamo ad agire.
Da qualche giorno, alcune misure repressive contro le lotte sociali, oltre che contro i migranti, sono diventate leggi dello Stato. E il contesto in cui il decreto Salvini è diventato legge dello Stato è quello che conforma e conformerà anche le sentenze della magistratura. Solo tre o quattro anni fa, non ci sarebbe stata una sentenza come quella che ha condannato Nunzio.
La magistratura di adesso infatti agisce e agirà sulla base delle leggi esistenti e in base al contesto in cui avvengono concretamente i fatti.
La nuova leva di magistrati, ha aspirato a pieni polmoni il nuovo contesto storico. Ragione per cui, se qualche anno fa l’occupazione di case o un blocco stradale tenevano conto delle attenuanti “sociali” in cui avveniva quella violazione della legge, oggi prevale una priorità completamente diversa che esclude ogni attenuante: l’occupazione di case lede i diritti della proprietà privata, un blocco stradale lede la libertà di circolazione delle persone e delle merci e un blocco dei cancelli lede la libertà e gli interessi economici di una impresa. Questo hanno sentito nelle aule universitarie che li hanno formati, questo hanno sentito nella comunicazione dominante.
Quando diciamo che la legalità oggi si contrappone alla giustizia sociale o a livelli minimi di buonsenso nella soluzione delle emergenze sociali, evidenziamo una contraddizione decisiva che adesso abbiamo tutti di fronte e che condizionerà l’azione politica, sindacale, sociale del prossimo periodo.
In questo senso però non appaiono convincenti gli allarmi sul fascismo che pure sono echeggiati in questa assemblea o vengono agitati strumentalmente in questi mesi da chi vuole rifarsi una verginità politica. Piuttosto ci troviamo di fronte ad uno Stato autoritario di tipo ottocentesco, anche perché il livello delle disuguaglianze e dei rapporti sociali sta tornando a quello dell’Ottocento.
Abbiamo definito questo modello di Stato autoritario come “Sabaudo”, ma calza anche la categoria di bonapartismo richiamata in un altro intervento. E’ cosa diversa dal fascismo che è nato per fronteggiare l’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre e fiancheggiare la modernizzazione del sistema economico dell’Italia nel primo trentennio del Novecento. Oggi le classi dominanti devono gestire in modo coercitivo le conseguenze sociali del declino economico del loro modello, incluso il fatto che invece di liberare il lavoro attraverso l’automazione, dovranno liberarsi dei lavoratori e di interi settori di popolazione in quanto “capacità produttiva in eccesso”. Per fargli tenere la testa bassa dovranno dotarsi di un apparato legislativo, coercitivo, ideologico e repressivo adeguato allo scopo.
In conclusione. Se le cose peggiori e più ostative ad un elementare senso della giustizia sociali sono diventate leggi dello Stato, dobbiamo misurarci con il problema di come organizzare la disobbedienza di massa alle ingiuste leggi dello Stato.
Alcune proposte. La prima è rivolta agli avvocati. Qui occorre fare squadra e metterli in condizioni di lavorare in team, in modo coordinato, scambiandosi informazioni e attrezzando un fronte giuridico di risposta. L’immaginario ci riporta al lavoro del Soccorso Rosso. Il problema ovviamente non è la forma ma la funzione di uno strumento come questo.
La seconda è la costruzione di una giornata nazionale della disobbedienza civile alle leggi ingiuste dello Stato, magari per primavera. Una giornata che va costruita su tutto il territorio nazionale anche con tappe di avvicinamento e forme di protesta inclusive e abbordabili a tutti. Non si può chiedere superficialmente a qualcuno di rischiare la galera per disobbedienza alle leggi dello Stato.
Infine sulle relazioni tra le varie esperienze. In molti interventi ci sono stati richiami all’unità e alla ricomposizione. Su questo terreno specifico della lotta contro la repressione questo appello va preso in esame con rigore e lealtà reciproca. In questi anni ci si è provato in molte occasioni ma non ci si è riusciti. Dobbiamo individuarne seriamente la ragione e vedere se è possibile un approccio diverso per provare a riuscirci.
Fonte
In questo senso occorre ringraziare Nunzio che ha messo esplicitamente a disposizione la sua vicenda per consentire una discussione più ampia e non limitata al suo caso specifico. “Dobbiamo ricostruire un campo di coloro che sostengono la democrazia conflittuale” ha detto Nunzio nel suo intervento.
Dopo l’introduzione di Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione, ci sono stati numerosissimi interventi (dalla partigiana Tina Costa a nome dell’Anpi a Giorgio Cremaschi, da Francesco Raparelli a Guido Lutrario, da Nicoletta Dosio a Riccardo venuto addirittura da Milano, da un giovanissimo studente delle scuole alle compagne di “Non una di meno”), sia come manifestazione di sostegno a Nunzio, sia con riflessioni sul come affrontare un contesto in cui molti attivisti e attiviste vengono colpiti dalla repressione.
In questa discussione siamo ovviamente intervenuti portando il nostro contributo, evitando come al solito ogni inutile retorica e cercando di ragionare e far ragionare la “compagneria” sul che cosa dobbiamo affrontare. Un approccio che, tirando le conclusioni, l’avvocato Marco Lucentini alla luce della molta esperienza sul campo, ha invitato a seguire.
Qui sotto la sintesi del contributo che abbiamo portato all’assemblea di solidarietà con Nunzio:
“La riuscita di questa assemblea di solidarietà con Nunzio e anche l’altissimo e ampio numero di adesioni all’appello di sostegno dopo la sua condanna, sono per paradosso il punto di forza ma anche il problema con cui fare i conti.
Va ricordato che nell’ordinanza di arresto per Nunzio, il magistrato indicava come aggravante proprio la sua “popolarità” e la capacità di influenzare altre persone. Ragione per cui, se la fattispecie di reato contestata è esercitata da una persona popolare e stimata come Nunzio, questa diventa aggravante perché dà il cattivo esempio. La conseguenza è una pena spropositata ed esemplare per un episodio smentito dalle perizie ma sul quale relazionerà meglio l’avvocato difensore.
Alcuni interventi sentiti prima hanno “suonato la carica”. Diversamente riteniamo che occorra invece ragionare sulla vicenda di Nunzio e sul contesto nel quale ci troviamo ad agire.
Da qualche giorno, alcune misure repressive contro le lotte sociali, oltre che contro i migranti, sono diventate leggi dello Stato. E il contesto in cui il decreto Salvini è diventato legge dello Stato è quello che conforma e conformerà anche le sentenze della magistratura. Solo tre o quattro anni fa, non ci sarebbe stata una sentenza come quella che ha condannato Nunzio.
La magistratura di adesso infatti agisce e agirà sulla base delle leggi esistenti e in base al contesto in cui avvengono concretamente i fatti.
La nuova leva di magistrati, ha aspirato a pieni polmoni il nuovo contesto storico. Ragione per cui, se qualche anno fa l’occupazione di case o un blocco stradale tenevano conto delle attenuanti “sociali” in cui avveniva quella violazione della legge, oggi prevale una priorità completamente diversa che esclude ogni attenuante: l’occupazione di case lede i diritti della proprietà privata, un blocco stradale lede la libertà di circolazione delle persone e delle merci e un blocco dei cancelli lede la libertà e gli interessi economici di una impresa. Questo hanno sentito nelle aule universitarie che li hanno formati, questo hanno sentito nella comunicazione dominante.
Quando diciamo che la legalità oggi si contrappone alla giustizia sociale o a livelli minimi di buonsenso nella soluzione delle emergenze sociali, evidenziamo una contraddizione decisiva che adesso abbiamo tutti di fronte e che condizionerà l’azione politica, sindacale, sociale del prossimo periodo.
In questo senso però non appaiono convincenti gli allarmi sul fascismo che pure sono echeggiati in questa assemblea o vengono agitati strumentalmente in questi mesi da chi vuole rifarsi una verginità politica. Piuttosto ci troviamo di fronte ad uno Stato autoritario di tipo ottocentesco, anche perché il livello delle disuguaglianze e dei rapporti sociali sta tornando a quello dell’Ottocento.
Abbiamo definito questo modello di Stato autoritario come “Sabaudo”, ma calza anche la categoria di bonapartismo richiamata in un altro intervento. E’ cosa diversa dal fascismo che è nato per fronteggiare l’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre e fiancheggiare la modernizzazione del sistema economico dell’Italia nel primo trentennio del Novecento. Oggi le classi dominanti devono gestire in modo coercitivo le conseguenze sociali del declino economico del loro modello, incluso il fatto che invece di liberare il lavoro attraverso l’automazione, dovranno liberarsi dei lavoratori e di interi settori di popolazione in quanto “capacità produttiva in eccesso”. Per fargli tenere la testa bassa dovranno dotarsi di un apparato legislativo, coercitivo, ideologico e repressivo adeguato allo scopo.
In conclusione. Se le cose peggiori e più ostative ad un elementare senso della giustizia sociali sono diventate leggi dello Stato, dobbiamo misurarci con il problema di come organizzare la disobbedienza di massa alle ingiuste leggi dello Stato.
Alcune proposte. La prima è rivolta agli avvocati. Qui occorre fare squadra e metterli in condizioni di lavorare in team, in modo coordinato, scambiandosi informazioni e attrezzando un fronte giuridico di risposta. L’immaginario ci riporta al lavoro del Soccorso Rosso. Il problema ovviamente non è la forma ma la funzione di uno strumento come questo.
La seconda è la costruzione di una giornata nazionale della disobbedienza civile alle leggi ingiuste dello Stato, magari per primavera. Una giornata che va costruita su tutto il territorio nazionale anche con tappe di avvicinamento e forme di protesta inclusive e abbordabili a tutti. Non si può chiedere superficialmente a qualcuno di rischiare la galera per disobbedienza alle leggi dello Stato.
Infine sulle relazioni tra le varie esperienze. In molti interventi ci sono stati richiami all’unità e alla ricomposizione. Su questo terreno specifico della lotta contro la repressione questo appello va preso in esame con rigore e lealtà reciproca. In questi anni ci si è provato in molte occasioni ma non ci si è riusciti. Dobbiamo individuarne seriamente la ragione e vedere se è possibile un approccio diverso per provare a riuscirci.
Fonte
28/11/2018
La legalità di Salvini al posto dello Stato
Il Decreto Sicurezza ha ottenuto il via libera anche da parte della Camera dove, dopo le polemiche dei giorni scorsi, il governo ha imposto il voto di fiducia così come aveva fatto al Senato.
Alla Camera i voti favorevoli al Decreto “Salvini” sono stati 336 mentre quelli contrari sono stati 249, Lega e M5S hanno complessivamente 352 deputati. Il ricorso al voto di fiducia era quindi superfluo eppure il governo ha voluto la forzatura su questo provvedimento.
Al Senato il decreto era passato con 163 sì e 59 no, con tre senatori ribelli del M5S che non hanno partecipato al voto. Stessa cosa aveva fatto Forza Italia. I fascisti di Fratelli d’Italia si erano astenuti, mentre PD e LeU avevano votato contro.
Il liberticida Decreto Salvini si appresta così a diventare legge dello Stato, dunque “legalità”. Il Decreto ha accorpato due testi distinti, uno sulla sicurezza l’altro sull’immigrazione.
Il testo prevede 39 articoli, suddivisi in 4 capitoli: misure che vanno dalla abrogazione dell’istituto del permesso di soggiorno per motivi umanitari, alla lenta liquidazione dell’azione degli Spar nella gestione dell’accoglienza, introduce trattenimenti detentivi per i migranti più lunghi nei Cpr, Centri di permanenza per i rimpatri, norme più restrittive per la concessione della cittadinanza. Sul piano esplicitamente repressivo e coercitivo vengono introdotte pesanti pene detentive per i reati di blocco stradale e occupazione di edifici (due forme di lotta sociale e sindacale di grande efficacia), l’estensione dell’uso de taser e dei Daspo nelle città.
Dopo l’approvazione unanime da parte del Consiglio dei Ministri e la firma di Mattarella, entro il 3 dicembre deve arrivare alla Camera anche il voto finale per rendere il decreto Sicurezza legge a tutti gli effetti.
Dunque un decreto che contiene anche a prima vista elementi di incostituzionalità, diventa una legge dello Stato e il presidente “garante della Costituzione” si appresta a firmarlo. La sua attuazione – verso gli immigrati ma anche verso gli operai che magari bloccano una strada contro la chiusura della fabbrica – comincerà a breve ad agire come un clava sulla nostra società.
Si pongono obiettivamente alcune questioni:
1) Alla luce dei dati materiali (numero dei reati, durezza dei conflitti sociali etc.) c’era bisogno, addirittura urgenza, di una nuova legge sulla sicurezza? No. Se in passato le leggi speciali repressive avevano un minimo di rapporto con la situazione reale (vedi gli anni di durissimo scontro sociale nel paese, quando le classi dominanti avvertivano una minaccia al loro potere), oggi la situazione appare completamente rovesciata. Si tratta piuttosto di gestire il controllo coercitivo in una fase di declino e regressione sociale, di bassa conflittualità e diminuzione costante degli episodi di “cronaca nera”. Il clamore dei mass media su alcuni episodi è del tutto strumentale e non può smentire i dati materiali.
In un paese che ha urgente bisogno di infermieri e personale nei servizi, si punta invece ad assumere altri poliziotti, nonostante l’Italia sia già ora il paese europeo con la più alta “densità” di uomini in divisa in proporzione alla popolazione (467,2 poliziotti ogni 10mila abitanti, ci battono solo Russia e Turchia, ndr). L’aver alimentato e trasformato la questione immigrazione in una “minaccia” è stato un atto del tutto pretestuoso; anche su questo versante, infatti, i dati smentiscono “l’allarme” in rapporto alla situazione di qualsiasi altro paese europeo.
2) Questo decreto mette decisamente in soffitta lo spirito costituzionale (chissà se il Presidente della Repubblica se ne è accorto). Non la Costituzione formale – che resta lì come “carta” senza più effetti concreti nella vita del paese – ma lo spirito di quella carta: cioè l’idea che le leggi dello Stato devono in qualche modo aderire ad un logica di uguaglianza dei diritti e di salvaguardia delle garanzie comuni a tutti gli abitanti in un determinato territorio “nazionale”. Inclusi, e non esclusi, coloro che vi arrivano e che sono tutelati dal diritto internazionale fino ad oggi riconosciuto dagli Stati. Inclusi e non esclusi, i cittadini che vedono precipitare le proprie condizioni di vita, di lavoro, di reddito, di salute e non dispongono di soluzioni ai loro problemi da parte delle istituzioni preposte (vedi l’emergenza abitativa o la perdita di posti di lavoro).
Questo decreto, approvato da leghisti e pentastellati, porta invece allo scoperto l’idea di uno Stato a-costituzionale, che non si pone limiti né sul cosa fare né sul come farlo. Quel che conta, per questa sedicente “classe politica”, è adottare il provvedimento che appare più “utile”. Non per risolvere il problema di cui dovrebbe occuparsi, ma per assicurare al governante-legislatore (alla faccia della tripartizione dei poteri…) il consenso sociale di brevissimo periodo. Un governo con l’occhio ai sondaggi, non alle conseguenze dei propri atti per l’avvenire della popolazione.
Se uno dovesse prendere sul serio le “autocertificazioni”, questo dovrebbe essere un governo che ha come ragione fondativa la “lotta contro la povertà”, e invece si è dotato di una legge che dichiara guerra ai poveri, stranieri o italiani che siano. Come? Allontanandoli dalle zone vetrina delle città attraverso il Daspo, arrestandoli e impedendogli di occupare edifici abbandonati o inutilizzati (anche a fini abitativi), condannandoli pesantemente se bloccano una strada per far sentire le proprie ragioni a “chi sta in alto”. in cambio poco o nulla sul piano delle soluzioni sulle emergenze sociali.
Peggio ancora, è un governo che criminalizza, mettendoli per mesi dietro le sbarre, chi scappa dall’inferno, attraversa un inferno e cerca aiuto nel nostro paese, magari solo per transitare e andare nel paese dove vorrebbe andare. Seppellendo, tra gli altri, l’art. 10 della Costituzione, e seppellendo così le garanzie costituzionali che uno Stato dovrebbe assicurare a tutti coloro di cui porta la responsabilità
Fonte
Alla Camera i voti favorevoli al Decreto “Salvini” sono stati 336 mentre quelli contrari sono stati 249, Lega e M5S hanno complessivamente 352 deputati. Il ricorso al voto di fiducia era quindi superfluo eppure il governo ha voluto la forzatura su questo provvedimento.
Al Senato il decreto era passato con 163 sì e 59 no, con tre senatori ribelli del M5S che non hanno partecipato al voto. Stessa cosa aveva fatto Forza Italia. I fascisti di Fratelli d’Italia si erano astenuti, mentre PD e LeU avevano votato contro.
Il liberticida Decreto Salvini si appresta così a diventare legge dello Stato, dunque “legalità”. Il Decreto ha accorpato due testi distinti, uno sulla sicurezza l’altro sull’immigrazione.
Il testo prevede 39 articoli, suddivisi in 4 capitoli: misure che vanno dalla abrogazione dell’istituto del permesso di soggiorno per motivi umanitari, alla lenta liquidazione dell’azione degli Spar nella gestione dell’accoglienza, introduce trattenimenti detentivi per i migranti più lunghi nei Cpr, Centri di permanenza per i rimpatri, norme più restrittive per la concessione della cittadinanza. Sul piano esplicitamente repressivo e coercitivo vengono introdotte pesanti pene detentive per i reati di blocco stradale e occupazione di edifici (due forme di lotta sociale e sindacale di grande efficacia), l’estensione dell’uso de taser e dei Daspo nelle città.
Dopo l’approvazione unanime da parte del Consiglio dei Ministri e la firma di Mattarella, entro il 3 dicembre deve arrivare alla Camera anche il voto finale per rendere il decreto Sicurezza legge a tutti gli effetti.
Dunque un decreto che contiene anche a prima vista elementi di incostituzionalità, diventa una legge dello Stato e il presidente “garante della Costituzione” si appresta a firmarlo. La sua attuazione – verso gli immigrati ma anche verso gli operai che magari bloccano una strada contro la chiusura della fabbrica – comincerà a breve ad agire come un clava sulla nostra società.
Si pongono obiettivamente alcune questioni:
1) Alla luce dei dati materiali (numero dei reati, durezza dei conflitti sociali etc.) c’era bisogno, addirittura urgenza, di una nuova legge sulla sicurezza? No. Se in passato le leggi speciali repressive avevano un minimo di rapporto con la situazione reale (vedi gli anni di durissimo scontro sociale nel paese, quando le classi dominanti avvertivano una minaccia al loro potere), oggi la situazione appare completamente rovesciata. Si tratta piuttosto di gestire il controllo coercitivo in una fase di declino e regressione sociale, di bassa conflittualità e diminuzione costante degli episodi di “cronaca nera”. Il clamore dei mass media su alcuni episodi è del tutto strumentale e non può smentire i dati materiali.
In un paese che ha urgente bisogno di infermieri e personale nei servizi, si punta invece ad assumere altri poliziotti, nonostante l’Italia sia già ora il paese europeo con la più alta “densità” di uomini in divisa in proporzione alla popolazione (467,2 poliziotti ogni 10mila abitanti, ci battono solo Russia e Turchia, ndr). L’aver alimentato e trasformato la questione immigrazione in una “minaccia” è stato un atto del tutto pretestuoso; anche su questo versante, infatti, i dati smentiscono “l’allarme” in rapporto alla situazione di qualsiasi altro paese europeo.
2) Questo decreto mette decisamente in soffitta lo spirito costituzionale (chissà se il Presidente della Repubblica se ne è accorto). Non la Costituzione formale – che resta lì come “carta” senza più effetti concreti nella vita del paese – ma lo spirito di quella carta: cioè l’idea che le leggi dello Stato devono in qualche modo aderire ad un logica di uguaglianza dei diritti e di salvaguardia delle garanzie comuni a tutti gli abitanti in un determinato territorio “nazionale”. Inclusi, e non esclusi, coloro che vi arrivano e che sono tutelati dal diritto internazionale fino ad oggi riconosciuto dagli Stati. Inclusi e non esclusi, i cittadini che vedono precipitare le proprie condizioni di vita, di lavoro, di reddito, di salute e non dispongono di soluzioni ai loro problemi da parte delle istituzioni preposte (vedi l’emergenza abitativa o la perdita di posti di lavoro).
Questo decreto, approvato da leghisti e pentastellati, porta invece allo scoperto l’idea di uno Stato a-costituzionale, che non si pone limiti né sul cosa fare né sul come farlo. Quel che conta, per questa sedicente “classe politica”, è adottare il provvedimento che appare più “utile”. Non per risolvere il problema di cui dovrebbe occuparsi, ma per assicurare al governante-legislatore (alla faccia della tripartizione dei poteri…) il consenso sociale di brevissimo periodo. Un governo con l’occhio ai sondaggi, non alle conseguenze dei propri atti per l’avvenire della popolazione.
Se uno dovesse prendere sul serio le “autocertificazioni”, questo dovrebbe essere un governo che ha come ragione fondativa la “lotta contro la povertà”, e invece si è dotato di una legge che dichiara guerra ai poveri, stranieri o italiani che siano. Come? Allontanandoli dalle zone vetrina delle città attraverso il Daspo, arrestandoli e impedendogli di occupare edifici abbandonati o inutilizzati (anche a fini abitativi), condannandoli pesantemente se bloccano una strada per far sentire le proprie ragioni a “chi sta in alto”. in cambio poco o nulla sul piano delle soluzioni sulle emergenze sociali.
Peggio ancora, è un governo che criminalizza, mettendoli per mesi dietro le sbarre, chi scappa dall’inferno, attraversa un inferno e cerca aiuto nel nostro paese, magari solo per transitare e andare nel paese dove vorrebbe andare. Seppellendo, tra gli altri, l’art. 10 della Costituzione, e seppellendo così le garanzie costituzionali che uno Stato dovrebbe assicurare a tutti coloro di cui porta la responsabilità
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18/11/2018
Baobab Experience: basta legalità, è di giustizia che abbiamo bisogno
A pochi giorni dallo sgombero di Baobab Experience abbiamo chiesto qualche commento a freddo ad Andrea Costa, uno dei responsabili della struttura di accoglienza.
Com’è la situazione a qualche giorno dallo sgombero, effettuato – lo ricordiamo – senza una soluzione certa per tutti quelli che vivevano lì?
“Solo una parte degli ospiti presenti al campo hanno trovato una ricollocazione nel circuito dell’accoglienza ufficiale, per cui siamo con circa settanta persone in mezzo ad una strada davanti alla stazione Tiburtina, all’ingresso est, a piazzale Spadolini. Continuiamo a cercare tramite la sala operativa una sistemazione, il posto non c’è, si passa la notte sotto il cielo di Roma. Noi continuiamo ad offrire i pasti, colazioni, pranzo, cena, forniamo assistenza medica. Ieri c’erano Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, continuiamo a fornire assistenza legale. Devo dire con molto piacere notiamo che, alla faccia di quello che vorrebbero farci leggere i giornali, cittadini esasperati e non so cosa, c’è un via vai continuo di cittadinanza, libere cittadine e liberi cittadini, che portano coperte, thermos con bevande calde, crostate... Una bella solidarietà che questi ragazzi meritano tutta”.
Abbiamo letto che, tra i motivi dello sgombero, c’erano le lamentele dei residenti della zona. Ma in zona non ci sono abitazioni, nel giro di almeno due chilometri.
“Siamo alle comiche, non ci sono residenti, in quella zona non davano fastidio a nessuno. Paradossalmente è a causa di questo sgombero, dovuto anche al decreto cosidetto “sicurezza”, che i migranti adesso sono davanti alla stazione. Prima stavano in un campo che anche chi veniva a portare donazioni aveva difficoltà a trovare”.
E’ possibile creare un collegamento tra questa azione di forza, questo sgombero, e la riuscita manifestazione di sabato scorso (di cui come sempre si è parlato pochissimo, ndr)?
“Un po’ il buon esito della manifestazione, un po’ il fatto che il Baobab questi anni non solo ha fatto accoglienza, ma è stato un po’ la spina nel fianco delle politiche governative sul tema dell’immigrazione, e quando dico questo non parlo solo di Salvini. Il “papà” del decreto sicurezza di Salvini ha un nome, ed è il decreto Minniti, c’è un filo che lega queste logiche securitarie riguardo all’immigrazione”.
Parliamo del Comune di Roma: Baobab fin dall’inizio è intervenuto risolvendo grossi problemi di gestione del flusso di migranti nella nostra città. Un numero altissimo di persone accolte e tolte dalla strada. Non è paradossale che una istituzione che non ha risorse non sostenga una realtà che a costo zero risolve un problema di questa entità?
“80.000 persone. 80.000 immigrati accolti e gestiti. Questa è una cosa che va detta, una questione che in qualche misura ci siamo anche posti. E’ così, abbiamo lavorato gratis per il Comune. Quegli ottantamila che abbiamo fatto transitare, a cui abbiamo dato assistenza medica, alloggio, trovandogli attività da fare, corsi, visite ai musei, ai monumenti, attività sportive... lo abbiamo fatto volentieri e volontariamente, ma abbiamo aiutato le amministrazioni facendo risparmiare anche un bel po’ di soldi. Tutte queste persone avrebbero transitato nelle strade di Roma cercando accoglienza e riparo un po’ ovunque, come fa l’essere umano quando deve sopravvivere e come avremmo fatto anche noi. Si, riteniamo che il Comune debba dirci grazie, invece di farci sgomberare”.
Avete rapporti con l’attuale amministrazione?
“Si, per forza. Ci occupiamo di gente che sta in mezzo alla strada, per forza dobbiamo rapportarci con chi le strade le gestisce. Siamo sempre stati pronti al confronto, sedendoci al tavolo delle trattative, e quasi sempre le promesse non sono state rispettate. Questa volta, voglio dirlo, hanno fatto uno sforzo, collocando 120 persone, da una settimana prima dello sgombero fino al giorno dopo. Uno sforzo che poteva essere fatto prima, evitando di arrivare ad uno sgombero”.
L’attuale amministrazione pone la legalità come riferimento centrale delle sue politiche. Legalità che si trasforma in alcuni casi in legalitarismo. Come vi ponete di fronte a questo aspetto? La vostra attività rispetto al concetto di giustizia sociale è indispensabile e inattaccabile, anche se a volte tecnicamente può avere caratteristiche di illegalità.
“C’è un discorso ampio da fare rispetto al concetto di legalità quando si parla della vita, della morte e dell’esistenza di donne e uomini in fuga dal loro paese, che hanno fatto viaggi tremendi, che hanno subito torture, vittime di abusi da sempre. Io credo che questo concetto di legalità sia veramente surreale. Lo dico con una specie di slogan: queste persone con la legalità ci fanno poco, sono persone che chiedono giustizia. Non sempre giustizia fa rima con legalità: io credo che sia un momento di grande e necessaria disobbedienza civile, penso all’azione di Mimmo Lucano a Riace, ai boy scout che a Ventimiglia sfidano il divieto di dare da bere e da mangiare ai migranti, è qualcosa che attraversa i movimenti, laici, religiosi, più politicizzati, meno politicizzati. E’ il momento di dire che con la legalità ci si fa poco, e che quella che loro chiamano legalità sarebbe molto più rispettata se queste persone fossero molto più accolte. Investire in accoglienza è investire in sicurezza, investire in accoglienza è togliere manovalanza alla criminalità organizzata, investire in accoglienza è togliere terreno a fondamentalismo e integralismo”.
Fonte
Com’è la situazione a qualche giorno dallo sgombero, effettuato – lo ricordiamo – senza una soluzione certa per tutti quelli che vivevano lì?
“Solo una parte degli ospiti presenti al campo hanno trovato una ricollocazione nel circuito dell’accoglienza ufficiale, per cui siamo con circa settanta persone in mezzo ad una strada davanti alla stazione Tiburtina, all’ingresso est, a piazzale Spadolini. Continuiamo a cercare tramite la sala operativa una sistemazione, il posto non c’è, si passa la notte sotto il cielo di Roma. Noi continuiamo ad offrire i pasti, colazioni, pranzo, cena, forniamo assistenza medica. Ieri c’erano Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, continuiamo a fornire assistenza legale. Devo dire con molto piacere notiamo che, alla faccia di quello che vorrebbero farci leggere i giornali, cittadini esasperati e non so cosa, c’è un via vai continuo di cittadinanza, libere cittadine e liberi cittadini, che portano coperte, thermos con bevande calde, crostate... Una bella solidarietà che questi ragazzi meritano tutta”.
Abbiamo letto che, tra i motivi dello sgombero, c’erano le lamentele dei residenti della zona. Ma in zona non ci sono abitazioni, nel giro di almeno due chilometri.
“Siamo alle comiche, non ci sono residenti, in quella zona non davano fastidio a nessuno. Paradossalmente è a causa di questo sgombero, dovuto anche al decreto cosidetto “sicurezza”, che i migranti adesso sono davanti alla stazione. Prima stavano in un campo che anche chi veniva a portare donazioni aveva difficoltà a trovare”.
E’ possibile creare un collegamento tra questa azione di forza, questo sgombero, e la riuscita manifestazione di sabato scorso (di cui come sempre si è parlato pochissimo, ndr)?
“Un po’ il buon esito della manifestazione, un po’ il fatto che il Baobab questi anni non solo ha fatto accoglienza, ma è stato un po’ la spina nel fianco delle politiche governative sul tema dell’immigrazione, e quando dico questo non parlo solo di Salvini. Il “papà” del decreto sicurezza di Salvini ha un nome, ed è il decreto Minniti, c’è un filo che lega queste logiche securitarie riguardo all’immigrazione”.
Parliamo del Comune di Roma: Baobab fin dall’inizio è intervenuto risolvendo grossi problemi di gestione del flusso di migranti nella nostra città. Un numero altissimo di persone accolte e tolte dalla strada. Non è paradossale che una istituzione che non ha risorse non sostenga una realtà che a costo zero risolve un problema di questa entità?
“80.000 persone. 80.000 immigrati accolti e gestiti. Questa è una cosa che va detta, una questione che in qualche misura ci siamo anche posti. E’ così, abbiamo lavorato gratis per il Comune. Quegli ottantamila che abbiamo fatto transitare, a cui abbiamo dato assistenza medica, alloggio, trovandogli attività da fare, corsi, visite ai musei, ai monumenti, attività sportive... lo abbiamo fatto volentieri e volontariamente, ma abbiamo aiutato le amministrazioni facendo risparmiare anche un bel po’ di soldi. Tutte queste persone avrebbero transitato nelle strade di Roma cercando accoglienza e riparo un po’ ovunque, come fa l’essere umano quando deve sopravvivere e come avremmo fatto anche noi. Si, riteniamo che il Comune debba dirci grazie, invece di farci sgomberare”.
Avete rapporti con l’attuale amministrazione?
“Si, per forza. Ci occupiamo di gente che sta in mezzo alla strada, per forza dobbiamo rapportarci con chi le strade le gestisce. Siamo sempre stati pronti al confronto, sedendoci al tavolo delle trattative, e quasi sempre le promesse non sono state rispettate. Questa volta, voglio dirlo, hanno fatto uno sforzo, collocando 120 persone, da una settimana prima dello sgombero fino al giorno dopo. Uno sforzo che poteva essere fatto prima, evitando di arrivare ad uno sgombero”.
L’attuale amministrazione pone la legalità come riferimento centrale delle sue politiche. Legalità che si trasforma in alcuni casi in legalitarismo. Come vi ponete di fronte a questo aspetto? La vostra attività rispetto al concetto di giustizia sociale è indispensabile e inattaccabile, anche se a volte tecnicamente può avere caratteristiche di illegalità.
“C’è un discorso ampio da fare rispetto al concetto di legalità quando si parla della vita, della morte e dell’esistenza di donne e uomini in fuga dal loro paese, che hanno fatto viaggi tremendi, che hanno subito torture, vittime di abusi da sempre. Io credo che questo concetto di legalità sia veramente surreale. Lo dico con una specie di slogan: queste persone con la legalità ci fanno poco, sono persone che chiedono giustizia. Non sempre giustizia fa rima con legalità: io credo che sia un momento di grande e necessaria disobbedienza civile, penso all’azione di Mimmo Lucano a Riace, ai boy scout che a Ventimiglia sfidano il divieto di dare da bere e da mangiare ai migranti, è qualcosa che attraversa i movimenti, laici, religiosi, più politicizzati, meno politicizzati. E’ il momento di dire che con la legalità ci si fa poco, e che quella che loro chiamano legalità sarebbe molto più rispettata se queste persone fossero molto più accolte. Investire in accoglienza è investire in sicurezza, investire in accoglienza è togliere manovalanza alla criminalità organizzata, investire in accoglienza è togliere terreno a fondamentalismo e integralismo”.
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03/10/2018
Fuori legge
L’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, può rivelarsi una spada “che divide il bene dal male”, ovvero un episodio emblematico capace di segnare un confine sul piano della politica, dell’etica, della convivenza tra regole e valori generali di una società.
C’è un magistrato che ha ritenuto illegale l’operato di un sindaco teso a favorire l’integrazione degli immigrati arrivati nel nostro paese, in una comunità locale altrimenti condannata allo spopolamento, e di dare soluzioni concrete ai problemi che questo può come sempre creare.
Ma la la volontà di risolvere i problemi si è scontrata con un duplice apparato legislativo determinato da un sistema di governance multilivello, che parte dall’alto e arriva fino al più piccolo dei municipi.
Sul piano strettamente economico-finanziario, ci sono gli obblighi derivanti dal vincolo al pareggio di bilancio, ovvero dal “patto di stabilità” che ogni amministrazione – centrale o locale – è tenuta a rispettare. Ordini che vengono da Bruxelles, ma debbono essere applicati fino all’ultimo sperduto paese del Mezzogiorno. Dunque anche a Riace. E’ un dispositivo che, unito alla riduzione delle erogazioni dello Stato centrale agli enti locali, ha contribuito a mandare a gambe all’aria parecchie amministrazioni comunali (anche a prescindere dalle scelte politiche o dalla competenza tecnica degli eletti), costringendole a tagliare in primo luogo i servizi sociali (asili nido, mense, trasporti, assistenza sociale, ecc.)
Il secondo dispositivo coercitivo è rappresentato dalle leggi restrittive contro l’immigrazione, che puniscono non solo i migranti in arrivo con la definizione di “clandestino”, ma anche ogni forma di solidarietà attiva.
Si può trattare del “montanaro” che aiuta i migranti ad attraversare i valichi di confine o la barista di un paese di frontiera (accade a Ventimiglia); può essere il medico che cura anche chi è esterno al sistema sanitario nazionale o il sindaco che forza le regole per distribuire pasti e generi alimentari ai migranti senza permesso di soggiorno, o che, addirittura, facilita un “matrimonio di scopo” proprio per consentire un permesso di soggiorno.
L’attività di Mimmo Lucano come amministratore rientra in molte di queste tipologie. E’ una sintesi tra l’istinto alto della solidarietà umana e le inevitabili forzature o disobbedienza alle leggi esistenti, ostative rispetto alla ricerca di soluzioni compatibili con un bilancio ridotto a meno dell’osso.
L’aver fatto a sportellate con il leader della Lega Salvini, quando ancora non era “ministro e vicepremier”, ha reso Mimmo Lucano un bersaglio predestinato. Ma va sottolineato come le leggi che Mimmo Lucano avrebbe violato non sono neppure quelle emanate dal ministro degli Interni Salvini, ma le norme elaborate dai suoi predecessori “democratici e antirazzisti” (nelle dichiarazioni in tv...), e soprattutto da un altro “illustre” calabrese come Marco Minniti. La prima inchiesta contro Mimmo, ricordiamo risale a oltre un anno fa e Salvini ancora abbaiava in giro invece di sedere sugli scranni del governo.
L’ordinanza che ha portato all’arresto di Mimmo Lucano è una summa di burocrazia leguleia che trasforma in “fattispecie di reato” una serie di azioni dettate dal buonsenso e dalla volontà di chi, ai problemi che si presentano, deve e vuole dare soluzioni.
E non sottolineeremo mai con abbastanza forza che l’impianto accusatorio è stato praticamente demolito – 14 capi di imputazione su 15 – non appena è arrivato alla prima verifica con la legge.
Il giudice che valutato l’ordinanza di quasi mille pagine scrive di aver rilevato “vaghezza e genericità del capo di imputazione”, tale da “non essere idoneo a rappresentare contestazione provvisoria alla quale validamente agganciare un qualsivoglia provvedimento custodiale”. Traduciamo: i fatti contestati non consentono di riconoscere una condotta illecita e tantomeno di far arrestare qualcuno...
Il solo riferimento a “collusioni ed altri mezzi fraudolenti che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in formula vuota, ossia priva di un reale contenuto di tipicità”. Traduzione: chiacchiere. Il Gip è ancora più perentorio, parlando di “errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”. Diciamo noi, su questa base giuridica, che l’”intento persecutorio” contro Mimmo è stato molto deciso, ma incapace di trovare riscontri anche minimi. Vista la quantità di mezzi messi in campo – intercettazioni, ecc. – probabilmente si può concludere che non ci fossero proprio.
Qualcuno potrebbe obiettare che la disobbedienza alle leggi può essere la scelta individuale o collettiva dei cittadini, ma non l’azione consapevole di un amministratore pubblico. Ma è una distinzione molto ipocrita, oltre che di lana caprina. Un amministratore viene eletto “dal popolo” per realizzare un indirizzo politico e non per fare il passacarte, altrimenti quella rappresentativa sarebbe una funzione del tutto inutile e formale. Basterebbe lasciar fare tutto al segretario comunale e al ragioniere capo.
Se invece un amministratore pubblico – da Palazzo Chigi all’ultimo municipio – è una carica politica, quindi abilitata a fare qualche scelta, allora bisogna rendersi conto che attualmente le leggi esistenti impediscono la realizzazione dell’indirizzo politico su cui un amministratore ha ricevuto mandato.
E dunque ogni amministratore si trova davanti ad un bivio: forzare le regole o adattarvisi. Vale per i governi nazionali come per quelli locali.
Se poi le leggi esistenti contrastano con i valori minimi di giustizia sociale o solidarietà umana, il bivio si fa ancora più pregnante. Anche uno studente del primo anno dovrebbe aver chiaro che giustizia e legalità sono concetti molto differenti, al punto che ciò che è giusto può benissimo essere illegale e viceversa.
Come la legge che, ad esempio, dovrebbe tutelare di più la “proprietà privata” e quindi punire pesantemente le occupazioni di edifici da parte di famiglie senza casa. Ma di fronte all’emergenza oggettiva – migliaia di famiglie, soprattutto “itagliane”, senza possibilità di pagare gli affitti determinati dal “mercato” – come si può accettare una legge che punisce chi agisce in stato di necessità? Come si può rispettare una legge che, privilegiando la tutela della proprietà privata, disattende apertamente la Costituzione, che afferma invece la prevalenza dei diritti sociali collettivi rispetto al medesimo problema?
La Storia, però, ci consegna anche esempi più chiari. Ovviamente terribili. Anche le leggi razziali erano espressione della volontà dello Stato (all’epoca il regime fascista) e come tali richiedevano l’obbedienza da parte di tutti i cittadini. Oggi come allora, avremmo accettato quelle leggi, facendo magari i delatori o girando la testa, o avremmo aiutato una famiglia ebrea a mangiare, nascondersi, sopravvivere, fuggire?
L’idea che la legalità possa essere invocata come unica ratio, a prescindere dalla natura delle leggi (che sono sempre un’impalcatura assolutamente temporanea) è del tutto malsana, illogica, reazionaria. Paralizzante. Si capisce che sia il potere a farla propria. Ridicolo che siano “quelli del cambiamento” a sposarla.
Questa idea deve ormai deve essere radicalmente messa in discussione. Soprattutto perché finisce per confliggere con il più elementare senso di giustizia.
Come cantava il poeta, “c’hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane / oggi sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame”.
E Mimmo Lucano – lo dicono anche le carte – non ha nemmeno rubato nulla, al contrario del partito di cui è leader il ministro dell’Interno...
Fonte
26/07/2018
Sgomberato il Campig River e messa nel cassetto la “legalità”
Sgomberate con la forza dal Camping River di Roma 150 persone – molte delle quali cittadini italiani – di etnia Rom. L’“eroica” azione è stata condotta dalla Polizia municipale capitolina, agli ordini del comandante Di Maggio, supportata dalla polizia di stato, messa “generosamente” a disposizione dal ministro fascioleghista Matteo Salvini.
Il fatto è grave per molti motivi. Del Camping River da sgomberare si parla da settimane, tanto che persino diversi Rom – non esattamente i primi acquirenti dei giornali – avevano deciso di andarsene di propria iniziativa, fiutando l’aria da pogrom che soffiava su di loro.
Le cronache riferiscono come sempre versioni divergenti. Alcuni residenti – autorizzati, va ricordato, non “occupanti abusivi” – parlano di comportamenti violenti da parte delle cosiddette forze dell’ordine, con uso di spray al peproncino e persino nei confronti delle donne. “L’operazione è stata pacifica”, ribatte il comandante dei vigili urbani, specificando che manganelli e spray non sono nelle loro dotazioni. Sono in quella della polizia, però, che opportunamente tace.
Sapere la verità sarà difficile, visto che la zona è stata inibita fin dalle prime ore dell’alba a cronisti e fotografi, per una volta senza distinzioni tra free lance e “accreditati”. L’unica versione filmata dello sgombero è perciò quella fornita dagli stessi sgomberanti; ma sappiamo tutti che il montaggio delle immagini è di per sé una scelta selettiva operata dal “regista”... Una prima “novità” che mette in discussione esplicitamente il diritto ad esercitare liberamente il mestiere dell’informazione e quindi quello di essere informati in modo, possibilmente, imparziale. O comunque “plurale”.
Conviene perciò soffermarsi sulle modalità dello sgombero, questa volta davvero fuori dalle norme italiane ed europee.
Lo sgombero doveva infatti avvenire già martedì, due giorni fa, ma era stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo – istituzione sovraordinata alla giustizia italiana, in base ai trattati firmati da questo paese – e si attendeva la sentenza per le prossime ore. In un paese normale, insomma, sarebbe stato scontato attendere questo passaggio, e poi procedere oppure soprassedere.
Vale così, del resto, per tute le materie in cui l’Italia ha da tempo “ceduto sovranità” alle istituzioni di Bruxelles. Nel caso della legge di stabilità, per esempio, anche questo governo si muove cercando di restare dentro i parametri fissati dai trattati e le indicazioni che – passo dopo passo – la Commissione Ue muove ai singoli provvedimenti in cantiere. Insomma, su questo fronte se ne sa già abbastanza da portare a dire che non ci sarà nessun reddito di cittadinanza (almeno per ora), nessun tagli delle tasse (almeno per ora), nessun investimento economico di qualche rilevanza (almeno per ora...), ecc.
Su tutte queste materie, infatti, comanda la Ue, ma soprattutto decidono “i mercati”, che possono far partire in poche ore una serie di operazioni speculative che lascerebbero questo ed altri governi senza fiato finanziario.
Nel caso di una sgombero di qualche Rom, invece, un governo e un’amministrazione capitolina piuttosto vili si possono permettere una “alzata di testa” contando sul fatto che le sanzioni europee – che certamente arriveranno – sono in fondo poco più di una multa per divieto di sosta.
L’iter seguito dalla sindaca Raggi, di concerto con Salvini, è dunque un delirio di prepotenza gestito con viltà. La motivazione ufficiale dello sgombero prima della sentenza è infatti ridicolo: ragioni sanitarie. Per chiunque conosca le condizioni di vita in un campo Rom è facile capire che i problemi sanitari esistono da sempre, e certamente non si sono aggravati nel corso delle ultime ore. Né sarebbero peggiorate nelle prossime 48...
Dunque, si tratta di una banale scusa per procedere allo sgombero senza aspettare la sentenza della Corte di Strasburgo.
Questo modo di fare mina alla base le aspettative di tutti i soggetti che d’ora in poi si troveranno di fronte a minacce, decisioni, provvedimenti emessi dalle “autorità”, anche in spregio delle leggi esistenti e delle regole internazionali fissate dai trattati.
In altre parole – e lo diciamo ovviamente soprattutto ai soggetti del conflitto sociale – la “legalità”, da oggi in poi, tenderà a coincidere con la volontà momentanea del coglionazzo di turno che emette una “delibera”. Senza possibilità di ricorrere per vie legali contro provvedimenti che verranno comunque “eseguiti pedissequamente” (come ha detto il comandante dei vigili di Roma) anche in presenza di ricorsi legali, sentenze della magistratura, ecc.
Sapevatelo…
Fonte
Il fatto è grave per molti motivi. Del Camping River da sgomberare si parla da settimane, tanto che persino diversi Rom – non esattamente i primi acquirenti dei giornali – avevano deciso di andarsene di propria iniziativa, fiutando l’aria da pogrom che soffiava su di loro.
Le cronache riferiscono come sempre versioni divergenti. Alcuni residenti – autorizzati, va ricordato, non “occupanti abusivi” – parlano di comportamenti violenti da parte delle cosiddette forze dell’ordine, con uso di spray al peproncino e persino nei confronti delle donne. “L’operazione è stata pacifica”, ribatte il comandante dei vigili urbani, specificando che manganelli e spray non sono nelle loro dotazioni. Sono in quella della polizia, però, che opportunamente tace.
Sapere la verità sarà difficile, visto che la zona è stata inibita fin dalle prime ore dell’alba a cronisti e fotografi, per una volta senza distinzioni tra free lance e “accreditati”. L’unica versione filmata dello sgombero è perciò quella fornita dagli stessi sgomberanti; ma sappiamo tutti che il montaggio delle immagini è di per sé una scelta selettiva operata dal “regista”... Una prima “novità” che mette in discussione esplicitamente il diritto ad esercitare liberamente il mestiere dell’informazione e quindi quello di essere informati in modo, possibilmente, imparziale. O comunque “plurale”.
Conviene perciò soffermarsi sulle modalità dello sgombero, questa volta davvero fuori dalle norme italiane ed europee.
Lo sgombero doveva infatti avvenire già martedì, due giorni fa, ma era stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo – istituzione sovraordinata alla giustizia italiana, in base ai trattati firmati da questo paese – e si attendeva la sentenza per le prossime ore. In un paese normale, insomma, sarebbe stato scontato attendere questo passaggio, e poi procedere oppure soprassedere.
Vale così, del resto, per tute le materie in cui l’Italia ha da tempo “ceduto sovranità” alle istituzioni di Bruxelles. Nel caso della legge di stabilità, per esempio, anche questo governo si muove cercando di restare dentro i parametri fissati dai trattati e le indicazioni che – passo dopo passo – la Commissione Ue muove ai singoli provvedimenti in cantiere. Insomma, su questo fronte se ne sa già abbastanza da portare a dire che non ci sarà nessun reddito di cittadinanza (almeno per ora), nessun tagli delle tasse (almeno per ora), nessun investimento economico di qualche rilevanza (almeno per ora...), ecc.
Su tutte queste materie, infatti, comanda la Ue, ma soprattutto decidono “i mercati”, che possono far partire in poche ore una serie di operazioni speculative che lascerebbero questo ed altri governi senza fiato finanziario.
Nel caso di una sgombero di qualche Rom, invece, un governo e un’amministrazione capitolina piuttosto vili si possono permettere una “alzata di testa” contando sul fatto che le sanzioni europee – che certamente arriveranno – sono in fondo poco più di una multa per divieto di sosta.
L’iter seguito dalla sindaca Raggi, di concerto con Salvini, è dunque un delirio di prepotenza gestito con viltà. La motivazione ufficiale dello sgombero prima della sentenza è infatti ridicolo: ragioni sanitarie. Per chiunque conosca le condizioni di vita in un campo Rom è facile capire che i problemi sanitari esistono da sempre, e certamente non si sono aggravati nel corso delle ultime ore. Né sarebbero peggiorate nelle prossime 48...
Dunque, si tratta di una banale scusa per procedere allo sgombero senza aspettare la sentenza della Corte di Strasburgo.
Questo modo di fare mina alla base le aspettative di tutti i soggetti che d’ora in poi si troveranno di fronte a minacce, decisioni, provvedimenti emessi dalle “autorità”, anche in spregio delle leggi esistenti e delle regole internazionali fissate dai trattati.
In altre parole – e lo diciamo ovviamente soprattutto ai soggetti del conflitto sociale – la “legalità”, da oggi in poi, tenderà a coincidere con la volontà momentanea del coglionazzo di turno che emette una “delibera”. Senza possibilità di ricorrere per vie legali contro provvedimenti che verranno comunque “eseguiti pedissequamente” (come ha detto il comandante dei vigili di Roma) anche in presenza di ricorsi legali, sentenze della magistratura, ecc.
Sapevatelo…
Fonte
11/11/2017
L’esclusione competitiva ha bisogno dello stato di polizia
La riuscita e partecipata assemblea promossa dalla Piattaforma Eurostop ieri pomeriggio a Roma, ha colto bene il nesso e la contraddizione tra degrado dello stato sociale e leggi di polizia, un mix che ratifica come oggi, nel nostro paese, siamo in presenza di una Costituzione negata. L’aumento vertiginoso di povertà, esclusione sociale, disoccupazione e lavoro a bassi e bassissimi salari ha visto crescere parallelamente un apparato coercitivo di sanzioni e misure repressive tese a impedire che questo disagio si rappresenti politicamente in modo organizzato.
Collocata a cavallo tra lo sciopero generale di ieri e la manifestazione di oggi, l’assemblea è stata introdotta da Giorgio Cremaschi e dalle due relazioni di Ivan Cavicchi (esperto di welfare e figura storica della lotta per la sanità pubblica) e del presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito.
Cremaschi cita tre fatti significativi: la sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto la perequazione delle pensioni in nome del pareggio di bilancio introdotto con l’art.81; le dichiarazioni del giudice Albamonte (anche lui di MD) sulla primazia del diritto di proprietà relativamente all’emergenza abitativa e quindi allo stato di necessità; la “cessione” dei malati cronici ad una società privata da parte del sistema sanitario della Regione Lombardia. Cremaschi ha denunciato la strumentalità e la gravità delle accuse di estorsione mosse ai sindacalisti che stanno conducendo le lotte nella logistica. Che rapporti e che coerenza con la Costituzione delineano questi tre fatti?
Molto interessante la relazione di Ivan Cavicchi, una vita spesa a difesa della salute e della sanità pubblica, che ha duramente attaccato il welfare aziendale introdotto e sottoscritto da Cgil Cisl Uil negli ultimi contratti. Diversamente dagli Usa, dove viene pagato dalle aziende, in Italia il welfare aziendale viene pagato dallo Stato con la defiscalizzazione, inoltre si mangia una parte del salario differito. Cavicchi introduce un concetto interessante, quello dell’esclusione competitiva che ormai è stata introdotta nel sistema e con la quale a perderci è solo il welfare pubblico.
Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica ritiene che i contenuti della Legge Minniti non siano altro che un pacchetto di sicurezza ma più pericoloso di quelli introdotti dai governi di destra. Si è soffermato molto sulle tante contraddizione portate alla luce dagli sgomberi delle occupazioni abitative, in particolare di quella di via Curtatone questa estate a Roma, affermando che oggi diventa difficile invocare la legge perché le leggi vigenti non sono più orientate alla tutela dei diritti sociali.
Sono poi intervenuti Pierpaolo Leonardi (Usb) che ha denunciato il pesante clima che ormai si va respirando anche sul piano della repressione delle lotte sindacali ed ha richiamato quanto accaduto ieri mattina a Roma (divieto del corteo all’Usb, manganellate a quello degli insegnanti dei Cobas); Sergio Cararo (Eurostop) ha letto il saluto della giornalista Marinella Correggia, impedita a partecipare dal foglio di via da Roma appioppatole dopo una pacifica contestazione durante la visita di Trump a Roma, ha dettagliato con i numeri l’enorme numero di provvedimenti repressivi adottati dal 2011 a oggi contro sindacalisti, attivisti politici e sociali. Cararo ha rilanciato la proposta dell’amnistia sociale per demolire il carico penale accumulatosi contro lavoratori, disoccupati organizzati, occupanti di case, antimilitaristi e ambientalisti che si sono opposti in questi anni alle misure antipopolari, ha proposto l’organizzazione di un pool di giuristi per dare battaglia a tutto campo contro i provvedimenti di polizia, inclusa la gestione ormai del tutto discrezionale dell’ordine pubblico nella Capitale.
Michela Bechis (Comitato per la Democrazia Costituzionale) ha suonato l’allarme sulla filosofia che ha ispirato e realizzato la Buona Scuola di Renzi reintroducendo una selezione di classe nell’istruzione; Carlo Guglielmi (Forum Diritti Lavoro) ha sottolineato come oggi il diritto vigente si va definendo sul criterio di “amici e nemici” ed ha chiesto ad Eurostop di “dare forma a questo diritto all’inimicizia” verso un sistema antipopolare e antidemocratico. Giovanni Russo Spena (Osservatorio contro la repressione) ha ribadito l’importanza di una campagna per l’amnistia sociale ed ha denunciato il deperimento dallo stato sociale allo stato penale come guerra alla democrazia. Nelle leggi Minniti-Orlando è leggibile il ritorno al neocolonialismo italiano, mentre la torsione autoritaria in corso è tutta dentro l’Unione Europea con le leggi repressive adottate anche in Francia e in Spagna. Maria Vittoria Molinari (Asia Tor Bella Monaca) ha provato a raccontare la Costituzione Negata attraverso le storie personali della gente delle periferie, una domanda in crescita esponenziale di tutele e dignità ormai completamente disattesa dalla distruzione del welfare. Arturo Salerni (avvocato) ha ammesso che il 4 dicembre dello scorso anno abbiamo vinto il referendum e difeso la Costituzione formale, ma la Costituzione materiale è stata intaccata eccome, anzi ne assistiamo ad un vero e proprio degrado. Ormai c’è l’invasione del sistema penale sulla società, una invasione che però è stata agevolata anche dalla cultura dell’opposizione al tempo di Berlusconi e che ha visto prevalere la logica della legalità contro quella della legittimità. Luigi Di Giacomo (Attuare la Costituzione) portando i saluti di Paolo Maddalena ha affermato che la Costituzione è come il coraggio “o c’è o non c’è”, non si può prenderne un pezzo e scartarne un altro. In Parlamento le leggi varate non rispondono più al dettato costituzionale.
Le conclusioni sono state tirate da Franco Russo (Eurostop) che ha ripreso il ragionamento dal forum sullo “Stato spa” nel quale si era messo al centro proprio il lavoratore pubblico come possibile soggetto della riconquista dei diritti sociali e del welfare e come protagonista della confederalità, ha denunciato il dramma del welfare aziendale nella contrattazione ed ha sottolineato la necessità della campagna per l’amnistia sociale. L’assemblea si è conclusa dando appuntamento a tutti oggi in piazza Vittorio alle ore 14.00 per la manifestazione nazionale.
Fonte
Collocata a cavallo tra lo sciopero generale di ieri e la manifestazione di oggi, l’assemblea è stata introdotta da Giorgio Cremaschi e dalle due relazioni di Ivan Cavicchi (esperto di welfare e figura storica della lotta per la sanità pubblica) e del presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito.
Cremaschi cita tre fatti significativi: la sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto la perequazione delle pensioni in nome del pareggio di bilancio introdotto con l’art.81; le dichiarazioni del giudice Albamonte (anche lui di MD) sulla primazia del diritto di proprietà relativamente all’emergenza abitativa e quindi allo stato di necessità; la “cessione” dei malati cronici ad una società privata da parte del sistema sanitario della Regione Lombardia. Cremaschi ha denunciato la strumentalità e la gravità delle accuse di estorsione mosse ai sindacalisti che stanno conducendo le lotte nella logistica. Che rapporti e che coerenza con la Costituzione delineano questi tre fatti?
Molto interessante la relazione di Ivan Cavicchi, una vita spesa a difesa della salute e della sanità pubblica, che ha duramente attaccato il welfare aziendale introdotto e sottoscritto da Cgil Cisl Uil negli ultimi contratti. Diversamente dagli Usa, dove viene pagato dalle aziende, in Italia il welfare aziendale viene pagato dallo Stato con la defiscalizzazione, inoltre si mangia una parte del salario differito. Cavicchi introduce un concetto interessante, quello dell’esclusione competitiva che ormai è stata introdotta nel sistema e con la quale a perderci è solo il welfare pubblico.
Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica ritiene che i contenuti della Legge Minniti non siano altro che un pacchetto di sicurezza ma più pericoloso di quelli introdotti dai governi di destra. Si è soffermato molto sulle tante contraddizione portate alla luce dagli sgomberi delle occupazioni abitative, in particolare di quella di via Curtatone questa estate a Roma, affermando che oggi diventa difficile invocare la legge perché le leggi vigenti non sono più orientate alla tutela dei diritti sociali.
Sono poi intervenuti Pierpaolo Leonardi (Usb) che ha denunciato il pesante clima che ormai si va respirando anche sul piano della repressione delle lotte sindacali ed ha richiamato quanto accaduto ieri mattina a Roma (divieto del corteo all’Usb, manganellate a quello degli insegnanti dei Cobas); Sergio Cararo (Eurostop) ha letto il saluto della giornalista Marinella Correggia, impedita a partecipare dal foglio di via da Roma appioppatole dopo una pacifica contestazione durante la visita di Trump a Roma, ha dettagliato con i numeri l’enorme numero di provvedimenti repressivi adottati dal 2011 a oggi contro sindacalisti, attivisti politici e sociali. Cararo ha rilanciato la proposta dell’amnistia sociale per demolire il carico penale accumulatosi contro lavoratori, disoccupati organizzati, occupanti di case, antimilitaristi e ambientalisti che si sono opposti in questi anni alle misure antipopolari, ha proposto l’organizzazione di un pool di giuristi per dare battaglia a tutto campo contro i provvedimenti di polizia, inclusa la gestione ormai del tutto discrezionale dell’ordine pubblico nella Capitale.
Michela Bechis (Comitato per la Democrazia Costituzionale) ha suonato l’allarme sulla filosofia che ha ispirato e realizzato la Buona Scuola di Renzi reintroducendo una selezione di classe nell’istruzione; Carlo Guglielmi (Forum Diritti Lavoro) ha sottolineato come oggi il diritto vigente si va definendo sul criterio di “amici e nemici” ed ha chiesto ad Eurostop di “dare forma a questo diritto all’inimicizia” verso un sistema antipopolare e antidemocratico. Giovanni Russo Spena (Osservatorio contro la repressione) ha ribadito l’importanza di una campagna per l’amnistia sociale ed ha denunciato il deperimento dallo stato sociale allo stato penale come guerra alla democrazia. Nelle leggi Minniti-Orlando è leggibile il ritorno al neocolonialismo italiano, mentre la torsione autoritaria in corso è tutta dentro l’Unione Europea con le leggi repressive adottate anche in Francia e in Spagna. Maria Vittoria Molinari (Asia Tor Bella Monaca) ha provato a raccontare la Costituzione Negata attraverso le storie personali della gente delle periferie, una domanda in crescita esponenziale di tutele e dignità ormai completamente disattesa dalla distruzione del welfare. Arturo Salerni (avvocato) ha ammesso che il 4 dicembre dello scorso anno abbiamo vinto il referendum e difeso la Costituzione formale, ma la Costituzione materiale è stata intaccata eccome, anzi ne assistiamo ad un vero e proprio degrado. Ormai c’è l’invasione del sistema penale sulla società, una invasione che però è stata agevolata anche dalla cultura dell’opposizione al tempo di Berlusconi e che ha visto prevalere la logica della legalità contro quella della legittimità. Luigi Di Giacomo (Attuare la Costituzione) portando i saluti di Paolo Maddalena ha affermato che la Costituzione è come il coraggio “o c’è o non c’è”, non si può prenderne un pezzo e scartarne un altro. In Parlamento le leggi varate non rispondono più al dettato costituzionale.
Le conclusioni sono state tirate da Franco Russo (Eurostop) che ha ripreso il ragionamento dal forum sullo “Stato spa” nel quale si era messo al centro proprio il lavoratore pubblico come possibile soggetto della riconquista dei diritti sociali e del welfare e come protagonista della confederalità, ha denunciato il dramma del welfare aziendale nella contrattazione ed ha sottolineato la necessità della campagna per l’amnistia sociale. L’assemblea si è conclusa dando appuntamento a tutti oggi in piazza Vittorio alle ore 14.00 per la manifestazione nazionale.
Fonte
15/09/2017
Volano le foglie di fico a Cinque Stelle
I nodi arrivano al pettine, si usa dire. Specie in politica, dove il passaggio dalla teoria alla pratica si rivela sempre un po’ più arduo del previsto. Soprattutto se ti eri presentato come quello che aveva la soluzione semplice per tutti i problemi (le “ruspe” di Salvini, per dirne una...).
Non ci sorprende dunque l’ennesimo incidente procedurale del Movimento 5 Stelle, costretti ancora una volta in Tribunale da qualche loro iscritto o candidato imbufalito per l’esito delle consultazioni online oppure per il rovesciamento di quell’esito deciso “dai vertici”.
Com’è noto, il Tribunale di Palermo ha sospeso il risultato delle “regionarie” con cui era stato scelto il candidato alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, su ricorso presentato da Mauro Giulivi, escluso da quella consultazione perché sottoposto a “procedimento disciplinare” interno. Tralasciamo qui le difficili relazioni interne a quel mondo, che sembrano largamente prevalenti sulle “regole” da tutti sbandierate, e concentriamoci invece sui meccanismi decisionali che erano stati presentati come l’uovo di Colombo. Con le consultazioni online, la trasparenza e il rispetto della legalità si sarebbe risolto qualsiasi problema. Una rivoluzione, o qualcosa di simile, comunque un “aprire il parlamento come una scatola di tonno”...
L’irruzione della magistratura nelle elezioni siciliane ha un corollario nazionale immediato: sabato 23 settembre, con la festa grillina di Rimini, si dovrebbe infatti scegliere – con consultazione online degli iscritti – il “candidato premier” del M5S. Ma a dieci giorni dall’evento clou che dovrebbe aprire la campagna elettorale per le politiche di primavera non si conoscono né le regole con cui verrà scelto il candidato, né chi saranno gli altri competitor di Luigi Di Maio.
Ufficiosamente, ma da fonti molto vicine a Davide Casaleggio (che gestisce la piattaforma Rousseau, su cui si deve svolgere il voto), si fa sapere che “più tardi daremo i termini (per il voto, ndr), meno spazio daremo ai pirati per attaccarci”. La piattaforma era già stata hackerata un paio di volte e dunque il sospetto che in questo modo si possa manipolare l’esito del voto è più che concreto.
Ma non è assolutamente un problema tecnico. Sulla centralità delle consultazioni online è stato costruito uno dei due pilastri dell’ideologia grillina (“né di destra, né di sinistra”, ma sempre di ideologia si tratta...), dunque il fatto che questo sistema sia pericolosamente incerto, al limite dell’incontrollabile, è tutt’altro che un dettaglio. Anche degli informatici dilettanti sanno infatti che qualsiasi sistema di sicurezza può essere prima o poi violato, secondo l’eterna lotta evolutiva tra lo scudo e la lancia (difesa e attacco). In ogni caso, nessuno può garantire “tecnicamente” che il risultato – hacker a parte – non possa essere deciso da chi controlla la piattaforma Rousseau.
Ne consegue che questo “criterio perfetto”, illustrato centinaia di volte dallo stesso Beppe Grillo e da Casaleggio padre, è poco più di una foglia di fico che copre scelte soggettive di chi controlla la piattaforma e/o dei suoi avversari in Rete (non è secondario, però, sapere se siamo “noi” a decidere o qualcun altro al nostro posto, prendendoci oltretutto per i fondelli). Un problema del genere si è verificato anche con i risultati della candidatura della Raggi al Comune di Roma, che sembrano pesantemente condizionati da un organizzatissimo gruppo di pressione (la cosiddetta “Banda Marra-Sammarco”), attivo per far fuori un altro candidato e far eleggere la Raggi, ritenuta più manovrabile. Le foglie di fico, però, al cambio di stagione volano via e spariscono...
Messa così, il criterio “uno vale uno” non è praticabile in questo modo (l’alzata di mano o una scheda in urna saranno pure antichi, ma decisamente più trasparenti); o perlomeno nessuno può verificare se viene applicato davvero oppure no. In ogni caso, gli interventi dei “vertici” a Genova e in altre città, hanno dimostrato che “il garante” vale più di qualunque maggioranza. Dunque tutti gli altri “uno” contano pochino...
L’altro pilastro che segue nel crollo è la parola “legalità”. Sembrerebbe un termine univoco, semplice, chiaro. E per la maggior parte della popolazione è così. Ma nell’applicazione pratica, da parte di un soggetto politico (individuo, gruppo, partito o movimento), si scopre immediatamente che così non è. Per la semplice ragione che la politica è proprio la sfera di attività che fa le leggi, dunque che modifica la legalità esistente per rispondere ai problemi nuovi, oppure ai problemi vecchi che le leggi esistenti si sono dimostrate inadatte a risolvere, oppure ancora per i problemi che proprio le leggi esistenti hanno creato (vogliamo parlare di speculazione edilizia e dissesto idrogeologico?).
Cosa significa? Che “i politici” – tutti, grillini compresi – sono tenuti al rispetto delle leggi esistenti, al pari dei comuni cittadini. Ma anche che proprio a loro (e sotto qualsiasi regime politico, dalla peggiore dittatura alla più irenica delle democrazie) spetta l’onere della decisione, ossia della creazione di nuove leggi e cancellazione delle vecchie. Onere complicato non poco dalla prevalenza dell’Unione Europea sulle decisioni nazionali, e ancor più su quelle locali, in materia di bilancio e non solo.
A questo punto dell’ideologia e del “metodo” grillini, all’atto pratico, resta ben poco. Certo, un politico deve essere onesto o finire in galera in caso contrario. Ma non può dichiararsi indifferente (o “neutrale”, insomma “né di destra né di sinistra”) rispetto alle diverse soluzioni possibili per ogni problema.
Esempi concreti? Partiamo da quelli banali: di fonte al problema dei senza casa, sia “italiani” che “stranieri”, pensi di lasciare tutto alle “logiche di mercato” oppure ritieni vada fatta una politica di edilizia residenziale pubblica, in grado di dare un tetto quasi a tutti e di calmierare l’abnorme livello degli affitti? Nel primo caso ti va bene che ci siano masse crescenti di persone che vivono per strada o nei capannoni diroccati, e al massimo ti poni il dilemma poliziesco-minnitiano del “decoro urbano”, predisponendo servizi di polizia per “far sparire” gli homeless dalla vista dei turisti. Nel secondo caso, poni alcune basi per la riduzione della povertà, delle diseguaglianze ed anche per l’integrazione della popolazione immigrata. Nel primo caso non servono soldi, ti ritiri da ogni responsabilità e lasci fare a chi i soldi li ha (e magari te ne infila qualcuno in tasca); nel secondo devi trovare risorse, imporre limiti all’edilizia speculativa, tassare chi ha di più, fissare criteri sociologici e reddituali per le assegnazioni, ecc. Nel primo caso sei il maggiordomo degli interessi finanziari e immobiliari, nel secondo sei un soggetto politico attivo, con progetti, idee, responsabilità e ambizioni di cambiamento dell’esistente.
Potremmo fare centinaia di altri esempi, ma il problema è chiaro: fare politica significa scegliere soluzioni che non c’erano, crearne di nuove ed efficienti, favorire la soddisfazione di certi bisogni oppure di certi interessi. Non puoi insomma essere “neutrale” e “tecnico”.
Non riesci ad esserlo neppure nella gestione della tua piattaforma online, figuriamoci con la complessità degli interessi sociali in conflitto...
Fonte
Non ci sorprende dunque l’ennesimo incidente procedurale del Movimento 5 Stelle, costretti ancora una volta in Tribunale da qualche loro iscritto o candidato imbufalito per l’esito delle consultazioni online oppure per il rovesciamento di quell’esito deciso “dai vertici”.
Com’è noto, il Tribunale di Palermo ha sospeso il risultato delle “regionarie” con cui era stato scelto il candidato alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, su ricorso presentato da Mauro Giulivi, escluso da quella consultazione perché sottoposto a “procedimento disciplinare” interno. Tralasciamo qui le difficili relazioni interne a quel mondo, che sembrano largamente prevalenti sulle “regole” da tutti sbandierate, e concentriamoci invece sui meccanismi decisionali che erano stati presentati come l’uovo di Colombo. Con le consultazioni online, la trasparenza e il rispetto della legalità si sarebbe risolto qualsiasi problema. Una rivoluzione, o qualcosa di simile, comunque un “aprire il parlamento come una scatola di tonno”...
L’irruzione della magistratura nelle elezioni siciliane ha un corollario nazionale immediato: sabato 23 settembre, con la festa grillina di Rimini, si dovrebbe infatti scegliere – con consultazione online degli iscritti – il “candidato premier” del M5S. Ma a dieci giorni dall’evento clou che dovrebbe aprire la campagna elettorale per le politiche di primavera non si conoscono né le regole con cui verrà scelto il candidato, né chi saranno gli altri competitor di Luigi Di Maio.
Ufficiosamente, ma da fonti molto vicine a Davide Casaleggio (che gestisce la piattaforma Rousseau, su cui si deve svolgere il voto), si fa sapere che “più tardi daremo i termini (per il voto, ndr), meno spazio daremo ai pirati per attaccarci”. La piattaforma era già stata hackerata un paio di volte e dunque il sospetto che in questo modo si possa manipolare l’esito del voto è più che concreto.
Ma non è assolutamente un problema tecnico. Sulla centralità delle consultazioni online è stato costruito uno dei due pilastri dell’ideologia grillina (“né di destra, né di sinistra”, ma sempre di ideologia si tratta...), dunque il fatto che questo sistema sia pericolosamente incerto, al limite dell’incontrollabile, è tutt’altro che un dettaglio. Anche degli informatici dilettanti sanno infatti che qualsiasi sistema di sicurezza può essere prima o poi violato, secondo l’eterna lotta evolutiva tra lo scudo e la lancia (difesa e attacco). In ogni caso, nessuno può garantire “tecnicamente” che il risultato – hacker a parte – non possa essere deciso da chi controlla la piattaforma Rousseau.
Ne consegue che questo “criterio perfetto”, illustrato centinaia di volte dallo stesso Beppe Grillo e da Casaleggio padre, è poco più di una foglia di fico che copre scelte soggettive di chi controlla la piattaforma e/o dei suoi avversari in Rete (non è secondario, però, sapere se siamo “noi” a decidere o qualcun altro al nostro posto, prendendoci oltretutto per i fondelli). Un problema del genere si è verificato anche con i risultati della candidatura della Raggi al Comune di Roma, che sembrano pesantemente condizionati da un organizzatissimo gruppo di pressione (la cosiddetta “Banda Marra-Sammarco”), attivo per far fuori un altro candidato e far eleggere la Raggi, ritenuta più manovrabile. Le foglie di fico, però, al cambio di stagione volano via e spariscono...
Messa così, il criterio “uno vale uno” non è praticabile in questo modo (l’alzata di mano o una scheda in urna saranno pure antichi, ma decisamente più trasparenti); o perlomeno nessuno può verificare se viene applicato davvero oppure no. In ogni caso, gli interventi dei “vertici” a Genova e in altre città, hanno dimostrato che “il garante” vale più di qualunque maggioranza. Dunque tutti gli altri “uno” contano pochino...
L’altro pilastro che segue nel crollo è la parola “legalità”. Sembrerebbe un termine univoco, semplice, chiaro. E per la maggior parte della popolazione è così. Ma nell’applicazione pratica, da parte di un soggetto politico (individuo, gruppo, partito o movimento), si scopre immediatamente che così non è. Per la semplice ragione che la politica è proprio la sfera di attività che fa le leggi, dunque che modifica la legalità esistente per rispondere ai problemi nuovi, oppure ai problemi vecchi che le leggi esistenti si sono dimostrate inadatte a risolvere, oppure ancora per i problemi che proprio le leggi esistenti hanno creato (vogliamo parlare di speculazione edilizia e dissesto idrogeologico?).
Cosa significa? Che “i politici” – tutti, grillini compresi – sono tenuti al rispetto delle leggi esistenti, al pari dei comuni cittadini. Ma anche che proprio a loro (e sotto qualsiasi regime politico, dalla peggiore dittatura alla più irenica delle democrazie) spetta l’onere della decisione, ossia della creazione di nuove leggi e cancellazione delle vecchie. Onere complicato non poco dalla prevalenza dell’Unione Europea sulle decisioni nazionali, e ancor più su quelle locali, in materia di bilancio e non solo.
A questo punto dell’ideologia e del “metodo” grillini, all’atto pratico, resta ben poco. Certo, un politico deve essere onesto o finire in galera in caso contrario. Ma non può dichiararsi indifferente (o “neutrale”, insomma “né di destra né di sinistra”) rispetto alle diverse soluzioni possibili per ogni problema.
Esempi concreti? Partiamo da quelli banali: di fonte al problema dei senza casa, sia “italiani” che “stranieri”, pensi di lasciare tutto alle “logiche di mercato” oppure ritieni vada fatta una politica di edilizia residenziale pubblica, in grado di dare un tetto quasi a tutti e di calmierare l’abnorme livello degli affitti? Nel primo caso ti va bene che ci siano masse crescenti di persone che vivono per strada o nei capannoni diroccati, e al massimo ti poni il dilemma poliziesco-minnitiano del “decoro urbano”, predisponendo servizi di polizia per “far sparire” gli homeless dalla vista dei turisti. Nel secondo caso, poni alcune basi per la riduzione della povertà, delle diseguaglianze ed anche per l’integrazione della popolazione immigrata. Nel primo caso non servono soldi, ti ritiri da ogni responsabilità e lasci fare a chi i soldi li ha (e magari te ne infila qualcuno in tasca); nel secondo devi trovare risorse, imporre limiti all’edilizia speculativa, tassare chi ha di più, fissare criteri sociologici e reddituali per le assegnazioni, ecc. Nel primo caso sei il maggiordomo degli interessi finanziari e immobiliari, nel secondo sei un soggetto politico attivo, con progetti, idee, responsabilità e ambizioni di cambiamento dell’esistente.
Potremmo fare centinaia di altri esempi, ma il problema è chiaro: fare politica significa scegliere soluzioni che non c’erano, crearne di nuove ed efficienti, favorire la soddisfazione di certi bisogni oppure di certi interessi. Non puoi insomma essere “neutrale” e “tecnico”.
Non riesci ad esserlo neppure nella gestione della tua piattaforma online, figuriamoci con la complessità degli interessi sociali in conflitto...
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10/09/2017
Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau
Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.
La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.
Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.
La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.
L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno gli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.
Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.
E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.
Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.
Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.
Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.
Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.
Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.
E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.
Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.
Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, generando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.
L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.
Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere se il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.
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La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.
Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.
La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.
L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno gli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.
Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.
E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.
Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.
Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.
Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.
Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.
Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.
E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.
Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.
Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, generando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.
L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.
Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere se il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.
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09/09/2017
Diritto alla casa: la Costituzione lo prevede, la “legalità” lo nega
Giovedì 15 settembre le case occupate di via Tiburtina 1064 a Roma, ospiteranno una assemblea-convegno sul tema : “Diritto alla casa, un diritto costituzionale disatteso”. Una iniziativa significativa anche perché l’occupazione di via Tiburtina, consolidata dal 2013, è stata ripetutamente indicata dai giornali come una delle prossime minacciate di sgombero. Al Convegno partecipano: Paolo Maddalena presidente emerito della Corte Costituzionale; Ferdinando Imposimato presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione; l’Avv. Vincenzo Perticaro che sta seguendo le cause sui PdZ a Roma; l’On. Roberta Lombardi del M5S; l’On. Stefano Fassina di S.I.; Cristian Raimo, giornalista; Antonello Sotgia, urbanista; Abou Soumahoro Esecutivo nazionale USB; Franco Russo Piattaforma Eurostop. L’iniziativa è stata organizzata dall’Asia e dalla neonata Federazione del Sociale dell’Usb. Sono stati invitati giornalisti, architetti e urbanisti, i movimenti per la casa e le associazioni dei rifugiati.
A Roma ci sono migliaia di sfratti per morosità, decine di migliaia di famiglie in attesa di un alloggio popolare, un patrimonio di edilizia popolare ridotto al lumicino, le proprietà degli Enti previdenziali cartolarizzate e cedute a società finanziarie e i Piani di Zona rivelatisi una colossale truffa ai danni delle casse pubbliche e di migliaia di cittadini compongono un quadro nel quale il diritto alla casa non è contemplato.
I prezzi degli alloggi saliti alle stelle ed il superamento di ogni forma di calmieramento del mercato hanno tagliato fuori negli ultimi decenni intere fasce di popolazione che non possono permettersi un alloggio dignitoso. Eppure l’abitazione costituisce un bene fondamentale riconosciuto da leggi ed accordi internazionali regolarmente sottoscritti dal nostro paese ed è una condizione indispensabile per poter condurre una vita dignitosa. Senza casa non si vive e l’assenza di un alloggio condiziona anche la possibilità di vedersi riconosciuti altri diritti.
Di contro il nostro patrimonio immobiliare è diventato oggetto non solo della speculazione edilizia, che in Italia ha una storia molto lunga, ma anche di nuovi appetiti finanziari di apparizione più recente che guardano alla valorizzazione dei suoli, delle volumetrie e di interi quartieri come grande occasione di investimento economico. Le leggi hanno via via favorito la trasformazione anche urbanistica delle città in funzione di questi interessi voraci, senza alcun tipo di tutela per una massa crescente di persone in difficoltà. Il resto lo ha fatto la crisi e la crescente precarietà economica che ha messo le famiglie in condizioni di non poter sostenere i costi di un alloggio.
E’ questa l’unica spiegazione corretta del fenomeno delle occupazioni, estrema ratio a cui ricorre chi non volendo vivere per strada decide di organizzarsi per ricavare un tetto da edifici spesso nati per altre finalità, e riadattati ad abitazioni dopo essere rimasti inutilizzati per anni.
L’ondata repressiva che si sta abbattendo contro le famiglie in difficoltà e che in nome della necessità di riconsegnare gli stabili ai legittimi proprietari trascura l’insieme dei diritti che viene sistematicamente dimenticato nasconde il dato macroscopico di un paese dove il diritto costituzionale alla casa è stato cancellato.
L’obiettivo del Convegno è ripristinare il senso della realtà quando parliamo di “questione casa”. L’assenza di una politica della casa, il mancato utilizzo dei fondi a disposizione (a cominciare dai fondi ex-Gescal), le città lasciate in mano alla proprietà finanziaria, la messa in vendita di ciò che resta dell’edilizia popolare rendono la situazione drammatica. Quando si parla di legalità occorre partire da questa consolidata illegalità del sistema per provare ad affrontare la questione partendo dalle cause.
Fonte
A Roma ci sono migliaia di sfratti per morosità, decine di migliaia di famiglie in attesa di un alloggio popolare, un patrimonio di edilizia popolare ridotto al lumicino, le proprietà degli Enti previdenziali cartolarizzate e cedute a società finanziarie e i Piani di Zona rivelatisi una colossale truffa ai danni delle casse pubbliche e di migliaia di cittadini compongono un quadro nel quale il diritto alla casa non è contemplato.
I prezzi degli alloggi saliti alle stelle ed il superamento di ogni forma di calmieramento del mercato hanno tagliato fuori negli ultimi decenni intere fasce di popolazione che non possono permettersi un alloggio dignitoso. Eppure l’abitazione costituisce un bene fondamentale riconosciuto da leggi ed accordi internazionali regolarmente sottoscritti dal nostro paese ed è una condizione indispensabile per poter condurre una vita dignitosa. Senza casa non si vive e l’assenza di un alloggio condiziona anche la possibilità di vedersi riconosciuti altri diritti.
Di contro il nostro patrimonio immobiliare è diventato oggetto non solo della speculazione edilizia, che in Italia ha una storia molto lunga, ma anche di nuovi appetiti finanziari di apparizione più recente che guardano alla valorizzazione dei suoli, delle volumetrie e di interi quartieri come grande occasione di investimento economico. Le leggi hanno via via favorito la trasformazione anche urbanistica delle città in funzione di questi interessi voraci, senza alcun tipo di tutela per una massa crescente di persone in difficoltà. Il resto lo ha fatto la crisi e la crescente precarietà economica che ha messo le famiglie in condizioni di non poter sostenere i costi di un alloggio.
E’ questa l’unica spiegazione corretta del fenomeno delle occupazioni, estrema ratio a cui ricorre chi non volendo vivere per strada decide di organizzarsi per ricavare un tetto da edifici spesso nati per altre finalità, e riadattati ad abitazioni dopo essere rimasti inutilizzati per anni.
L’ondata repressiva che si sta abbattendo contro le famiglie in difficoltà e che in nome della necessità di riconsegnare gli stabili ai legittimi proprietari trascura l’insieme dei diritti che viene sistematicamente dimenticato nasconde il dato macroscopico di un paese dove il diritto costituzionale alla casa è stato cancellato.
L’obiettivo del Convegno è ripristinare il senso della realtà quando parliamo di “questione casa”. L’assenza di una politica della casa, il mancato utilizzo dei fondi a disposizione (a cominciare dai fondi ex-Gescal), le città lasciate in mano alla proprietà finanziaria, la messa in vendita di ciò che resta dell’edilizia popolare rendono la situazione drammatica. Quando si parla di legalità occorre partire da questa consolidata illegalità del sistema per provare ad affrontare la questione partendo dalle cause.
Fonte
03/09/2017
Casa, proprietà privata e legge. Magistratura nel pallone
Per una singolare coincidenza temporale, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, nonché – quattro anni fa – magistrato che richiese il sequestro preventivo dello stabile di Piazza Indipendenza, a Roma, teatro della violenta azione poliziesca arrivata sui media di tutto il mondo, è stato intervistato dal Corriere della Sera sullo scottante rapporto tra diritti e legalità.
Nella stessa giornata, noi ben più poveri giornalisti di Contropiano, pubblicavamo l’intervento del vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, sullo stesso tema. In particolare proprio sulla questione del diritto ad avere un’abitazione in cui raccogliere la propria famiglia, in qualche misura indipendentemente dall’entità dal reddito.
Il titolo del Corriere è decisamente classista: Albamonte: «Dobbiamo tutelare il diritto alla proprietà. Noi non siamo toghe con l’eskimo». Dobbiamo dire che il discorso svolto dal giudice Albamonte è meno volgare e tranchant del titolo, ma il problema è squadernato in modo molto netto, e crediamo sia corretto riportarlo per intero, senza le inutili forzature tipiche delle citazioni:
In questo non c’è nulla di reazionario, dobbiamo dire, si tratta della pedissequa riproposizione dello schema liberal-democratico astratto. Semmai, si evidenzia in entrambi i casi una esplicita insofferenza per una classe politica ignobile che – non sapendo o volendo affrontare i problemi sociali – li scarica addosso a polizia e magistratura. Obbligando la prima a prendere decisioni “politiche” in materia di ordine pubblico (e, se ci sta di mezzo il commissario “spezzabraccia”, succede un disastro), e la seconda a forzare l’interpretazione dei testi legislativi per non far esplodere il contenuto delle leggi – questo sì, molto spesso socialmente reazionario e classista – di fronte a sofferenze sociali che solo una bestia può far finta di non vedere.
Il titolista del Corriere – dovrebbe esser noto che nei giornali più grandi è un mestiere a parte, che spesso passa sopra il testo degli articoli – coglie però la contraddizione non detta di questa astratta “correttezza istituzionale” di Albamonte per piazzare la propria impostazione ideologico-padronale: “il diritto alla proprietà” è l’unico diritto garantito dalla legislazione esistente, dunque è anche l’unico che la magistratura (e la polizia) devono difendere.
E in effetti la legislazione esistente non prevede in nessun luogo un diritto alla casa. Un “legalitario” ottuso, o un reazionario conseguente (finiscono per coincidere, sapevatelo...), ne può trarre dunque la conclusione che le occupazioni di immobili, a qualunque fine (abitativo, sociale, culturale, ecc), sono “semplicemente dei reati che vanno perseguiti”. Un politico di media intelligenza, di qualsiasi orientamento ideologico, sa invece che è suo preciso compito comprendere il modificarsi o il venire alla luce di bisogni sociali irrisolti o di nuova formazione, predisponendo gli strumenti legislativi e amministrativi per affrontarli.
L’esempio delle occupazioni di case a fini abitativi, a Roma, torna davvero utile. Si tratta di una pratica sociale esistente di fatto dalla Liberazione in poi, sostenuta prima da Cgil e Pci, poi soprattutto dai gruppi extraparlamentari di sinistra (i fascisti hanno occupato degli immobili a loro volta, ma per tutt’altri scopi, molto più “privati”), infine da movimenti specifici. Stiamo parlando, attualmente, di circa 5.000 persone abitanti in stabili occupati. Una goccia nel mare dei 3 milioni di residenti nella capitale, specie a fronte dei 200.000 appartamenti vuoti censiti dagli specialisti. Sindaci come Petroselli, Argan, Vetere, ma anche qualcuno meno intelligente, risolvevano un problema di queste dimensioni una volta al mese, a dir poco. Qui, dopo quattro anni e tre amministrazioni, siamo magicamente al punto di partenza, con 800 persone buttate per strada.
Le responsabilità della politica – nazionale e locale – sono evidenti. A sentire le varie dichiarazioni: a) non si possono costruire nuove case popolari perché le regole europee lo impedirebbero (Francia e Germania vantano una quota di edilizia residenziale pubblica vicina al 40%, l’Italia è scesa sotto il 2); b) non si possono requisire immobili invenduti dei palazzinari perché “bisogna rispettare la proprietà privata”; c) per lo stesso motivo, non si possono consentire le occupazioni. Messa così, non solo non esiste una soluzione possibile per un’”emergenza abitativa” di piccolissime dimensioni, ma nessuno ha il compito di risolvere il problema. “Devono sparire”, riassumeva il sempre sbrigativo “commissario Spezzabraccia”.
Albamonte (e prima di lui Gabrielli) provano a rompere il giochino, rifiutando il carico che la classe politica getta loro addosso ogni giorno in tutto il paese.
Ma lo fanno in un quadro concettuale e politico che di fatto li porta – volenti o nolenti (e Albamonte risulta addirittura un esponente di Magistratura democratica) – nel campo della reazione.
Perché al di sopra della legge esistente (l’insieme delle leggi approvate) c’è la Costituzione nata dalla Resistenza. La quale, come ricorda Paolo Maddalena, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”)”.
Scrivere, come fa l’anonimo titolista del Corriere, in parte avallato da Albamonte, che l’unico diritto da difendere sia quello della “proprietà privata”, ci riporta appunto indietro di un secolo (alla faccia della “modernità”...), ossia a quel “modello sabaudo” che vien fuori da ogni decisione politica e poliziesca di questi tempi.
In pratica, ricorda Maddalena, questa classe politica opera come se fosse stato cancellato l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
In punta di diritto, dunque (ed è paradossale che tocchi a dei militanti comunisti doverlo ricordare al presidente dell’Anm), se è vero che “Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice”, quello stesso magistrato ha tutta l’autorità e gli strumenti per interrogare la Corte Costituzionale sulla assurda situazione in cui si è venuto a trovare: quella di dover “tutelare un diritto” – costituzionalmente garantito, ma purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – calpestandone però molti altri che sono pure garantiti dalla Costituzione, ma non dalle leggi esistenti.
La posizione di Albamonte e Gabrielli, al dunque, diventa quella di Ponzio Pilato. Ne sono comprensibili le ragioni (chiamare “la politica” alle proprie responsabilità), ma sicuramente non le modalità e le conseguenze.
Su questo lasciamo volentieri la parola al costituzionalista Maddalena:
Non si tratta dunque di indossare l’eskimo o la grisaglia, ma di mantenere in vita la dignità morale dell’essere che ci cammina dentro. Infondo, ricordiamo sempre, anche le leggi razziali fasciste e i campi di concentramento nazisti erano “perfettamente legali”. Ma non per questo chi li gestiva venne perdonato dalla Storia e dagli uomini.
Fonte
Nella stessa giornata, noi ben più poveri giornalisti di Contropiano, pubblicavamo l’intervento del vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, sullo stesso tema. In particolare proprio sulla questione del diritto ad avere un’abitazione in cui raccogliere la propria famiglia, in qualche misura indipendentemente dall’entità dal reddito.
Il titolo del Corriere è decisamente classista: Albamonte: «Dobbiamo tutelare il diritto alla proprietà. Noi non siamo toghe con l’eskimo». Dobbiamo dire che il discorso svolto dal giudice Albamonte è meno volgare e tranchant del titolo, ma il problema è squadernato in modo molto netto, e crediamo sia corretto riportarlo per intero, senza le inutili forzature tipiche delle citazioni:
«Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere. Anche perché c’è il rischio di una ulteriore deresponsabilizzazione della politica e della pubblica amministrazione, che invece sono chiamati a farsi carico, ad esempio, del diritto alla casa. La sicurezza sociale non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico in capo alle forze dell’ordine, come dice il capo della polizia; allo stesso modo non si possono caricare sulla magistratura scelte che spettano alla pubblica amministrazione e agli enti locali».In sostanza, Albamonte sposa l’impostazione istituzionale già esplicitata dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, intervistato pochi giorni fa dallo stesso giornalista – Giovanni Bianconi, sicuramente una delle firme più lucide e indipendenti su temi scivolosi come questo. In buona sostanza: i problemi sociali debbono essere affrontati e risolti dalla classe politica (governo e amministrazioni locali), ai magistrati compete esclusivamente il controllo della legalità positiva (le leggi che esistono in questo momento), così come alla polizia spetta solo il compito di far rispettare le decisioni della politica e le sentenze della magistratura.
In questo non c’è nulla di reazionario, dobbiamo dire, si tratta della pedissequa riproposizione dello schema liberal-democratico astratto. Semmai, si evidenzia in entrambi i casi una esplicita insofferenza per una classe politica ignobile che – non sapendo o volendo affrontare i problemi sociali – li scarica addosso a polizia e magistratura. Obbligando la prima a prendere decisioni “politiche” in materia di ordine pubblico (e, se ci sta di mezzo il commissario “spezzabraccia”, succede un disastro), e la seconda a forzare l’interpretazione dei testi legislativi per non far esplodere il contenuto delle leggi – questo sì, molto spesso socialmente reazionario e classista – di fronte a sofferenze sociali che solo una bestia può far finta di non vedere.
Il titolista del Corriere – dovrebbe esser noto che nei giornali più grandi è un mestiere a parte, che spesso passa sopra il testo degli articoli – coglie però la contraddizione non detta di questa astratta “correttezza istituzionale” di Albamonte per piazzare la propria impostazione ideologico-padronale: “il diritto alla proprietà” è l’unico diritto garantito dalla legislazione esistente, dunque è anche l’unico che la magistratura (e la polizia) devono difendere.
E in effetti la legislazione esistente non prevede in nessun luogo un diritto alla casa. Un “legalitario” ottuso, o un reazionario conseguente (finiscono per coincidere, sapevatelo...), ne può trarre dunque la conclusione che le occupazioni di immobili, a qualunque fine (abitativo, sociale, culturale, ecc), sono “semplicemente dei reati che vanno perseguiti”. Un politico di media intelligenza, di qualsiasi orientamento ideologico, sa invece che è suo preciso compito comprendere il modificarsi o il venire alla luce di bisogni sociali irrisolti o di nuova formazione, predisponendo gli strumenti legislativi e amministrativi per affrontarli.
L’esempio delle occupazioni di case a fini abitativi, a Roma, torna davvero utile. Si tratta di una pratica sociale esistente di fatto dalla Liberazione in poi, sostenuta prima da Cgil e Pci, poi soprattutto dai gruppi extraparlamentari di sinistra (i fascisti hanno occupato degli immobili a loro volta, ma per tutt’altri scopi, molto più “privati”), infine da movimenti specifici. Stiamo parlando, attualmente, di circa 5.000 persone abitanti in stabili occupati. Una goccia nel mare dei 3 milioni di residenti nella capitale, specie a fronte dei 200.000 appartamenti vuoti censiti dagli specialisti. Sindaci come Petroselli, Argan, Vetere, ma anche qualcuno meno intelligente, risolvevano un problema di queste dimensioni una volta al mese, a dir poco. Qui, dopo quattro anni e tre amministrazioni, siamo magicamente al punto di partenza, con 800 persone buttate per strada.
Le responsabilità della politica – nazionale e locale – sono evidenti. A sentire le varie dichiarazioni: a) non si possono costruire nuove case popolari perché le regole europee lo impedirebbero (Francia e Germania vantano una quota di edilizia residenziale pubblica vicina al 40%, l’Italia è scesa sotto il 2); b) non si possono requisire immobili invenduti dei palazzinari perché “bisogna rispettare la proprietà privata”; c) per lo stesso motivo, non si possono consentire le occupazioni. Messa così, non solo non esiste una soluzione possibile per un’”emergenza abitativa” di piccolissime dimensioni, ma nessuno ha il compito di risolvere il problema. “Devono sparire”, riassumeva il sempre sbrigativo “commissario Spezzabraccia”.
Albamonte (e prima di lui Gabrielli) provano a rompere il giochino, rifiutando il carico che la classe politica getta loro addosso ogni giorno in tutto il paese.
Ma lo fanno in un quadro concettuale e politico che di fatto li porta – volenti o nolenti (e Albamonte risulta addirittura un esponente di Magistratura democratica) – nel campo della reazione.
Perché al di sopra della legge esistente (l’insieme delle leggi approvate) c’è la Costituzione nata dalla Resistenza. La quale, come ricorda Paolo Maddalena, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”)”.
Scrivere, come fa l’anonimo titolista del Corriere, in parte avallato da Albamonte, che l’unico diritto da difendere sia quello della “proprietà privata”, ci riporta appunto indietro di un secolo (alla faccia della “modernità”...), ossia a quel “modello sabaudo” che vien fuori da ogni decisione politica e poliziesca di questi tempi.
In pratica, ricorda Maddalena, questa classe politica opera come se fosse stato cancellato l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
In punta di diritto, dunque (ed è paradossale che tocchi a dei militanti comunisti doverlo ricordare al presidente dell’Anm), se è vero che “Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice”, quello stesso magistrato ha tutta l’autorità e gli strumenti per interrogare la Corte Costituzionale sulla assurda situazione in cui si è venuto a trovare: quella di dover “tutelare un diritto” – costituzionalmente garantito, ma purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – calpestandone però molti altri che sono pure garantiti dalla Costituzione, ma non dalle leggi esistenti.
La posizione di Albamonte e Gabrielli, al dunque, diventa quella di Ponzio Pilato. Ne sono comprensibili le ragioni (chiamare “la politica” alle proprie responsabilità), ma sicuramente non le modalità e le conseguenze.
Su questo lasciamo volentieri la parola al costituzionalista Maddalena:
l’art. 2 Cost. oltre a “riconoscere e garantire” i “diritti inviolabili dell’uomo” (tra i quali c’è il diritto all’abitazione: vedi l’art. 47 Cost., letto secondo l’interpretazione da tempo data dalla giurisprudenza costituzionale), impone anche “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, per cui, nel caso in esame, l’Autorità competente si trova a dover stabilire se far prevalere l’interesse economico della multinazionale che vuole sempre maggiori guadagni, oppure la “dignità di persone” economicamente debolissime, senza la minima possibilità di procurarsi un alloggio e in uno stato di necessità, assolutamente inconfutabile. La risposta, ovviamente, è insita nella stessa proposizione del problema.Ogni organo dello Stato, insomma, dovrebbe esser consapevole di questa perenne tensione tra norme costituzionali e leggi esistenti. Limitarsi a dire “il mio compito è solo questo” (rispettando dunque solo il dettato formale della legge) è già un muoversi su un terreno anti-costituzionale. Per essere più chiari: “a termine della vigente Costituzione repubblicana, non è giuridicamente possibile gettare intere famiglie sulla strada, per tutelare un presunto diritto di una multinazionale a compiere attività puramente lucrative”. Milena Gabanelli può non saperlo, Albamonte deve.
Non si tratta dunque di indossare l’eskimo o la grisaglia, ma di mantenere in vita la dignità morale dell’essere che ci cammina dentro. Infondo, ricordiamo sempre, anche le leggi razziali fasciste e i campi di concentramento nazisti erano “perfettamente legali”. Ma non per questo chi li gestiva venne perdonato dalla Storia e dagli uomini.
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