Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/11/2024

Non c’è giustizia ambientale sen

Che la questione ambientale fosse una questione di classe, e che non possa essere risolta all’interno di un sistema che alle sue fondamenta vede una contraddizione insanabile tra profitto e natura è ormai cosa evidente, almeno a chi non vuole chiudere gli occhi.

Ma l’ultimo rapporto pubblicato da Oxfam sul tema, dal titolo Carbon Inequality Kills, dà anche una proporzione della distanza tra le emissioni di un miliardario e di un lavoratore qualsiasi. E di come una reale transizione ecologica debba essere accompagnata dalla giustizia sociale.

Secondo lo studio, l’anidride carbonica prodotta da un miliardario in un’ora e mezzo è maggiore rispetto a quella prodotta da una persona comune in tutta la sua vita. Ciò deriva dall’utilizzo di aerei privati e yacht, ma anche dagli indirizzi di investimento.

Ponendola con altri numeri, le emissioni delle 50 persone più ricche del mondo sono maggiori di quelle del 2% più povero della popolazione mondiale. Ma anche allargando lo sguardo, il nodo di fondo rimane un Occidente che ‘preda’ il ‘budget’ di emissioni del resto del resto del mondo.

Secondo vari studiosi, infatti, per avere anche solo il 50% di possibilità di restare entro il limite dell’aumento di temperatura di 1,5° rispetto all’epoca pre-industriale, non si può eccedere un certa quantità di CO2. Questo budget di emissioni, a questo ritmo, verrà raggiunto nel 2029.

Ma l’altro elemento che viene sottolineato è che oggi è il 10% più ricco della popolazione mondiale a produrre il 50% delle emissioni, e all’1% ne sono attribuibili il 16%. Secondo gli ultimi conteggi, essi si identificano in pratica con chi possiede un patrimonio milionario.

Oltre alla quantità di gas serra, vi sono altri danni connessi, che colpiscono in particolare i paesi a basso reddito. Nel rapporto di Oxfam si legge che gli effetti sul clima contribuiscono “a enormi perdite di raccolto e causano milioni di morti in eccesso”.

“Per mantenere il mondo al di sotto di un aumento di 1,5°”, scrivono nello studio, “è necessario che le emissioni dell’1% più ricco diminuiscano del 97% entro il 2030”. Ciò significa intervenire in maniera diretta su questo piccolo segmento della popolazione, che rimane sempre intoccabile.

Il legame tra le tematiche sociali e quelle ambientali viene sottolineato con forza da Oxfam, e soprattutto come le asimmetrie di potere impattino sulla ‘impronta ecologica’. Secondo l’organizzazione, la gente ordinaria e quella a basso reddito non hanno molto controllo sulle proprie scelte energetiche.

Al contrario, le scelte di investimento dei più ricchi sono la voce col maggior peso sull’inquinamento. “I ricchi”, scrivono, “non sono solo i maggiori responsabili di emissioni in virtù dei loro investimenti, ma anche perché le emissioni dovute agli investimenti sono una questione di scelta”.

Ciò su cui mette in guardia il rapporto Oxfam è riassunto in una frase molto esplicita, a pagina 8, ed è che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale: “non si può evitare il collasso climatico senza ridurre l’eccessiva concentrazione di ricchezza di una ristretta élite”.

La questione di fondo rimane una questione di potere, come già detto. Finché le scelte di investimento rimarranno in mano ai privati, e dunque saranno scelte fondate sull’opportunità di profitto, non ci sarà modo di virare verso una trasformazione che guardi ai bisogni della collettività.

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16/06/2023

Italia - Anche oggi 3 milioni di persone non mangeranno in italia

Un recente studio condotto da Coldiretti ha rivelato un’allarmante situazione: oltre 3 milioni di persone si trovano nell’impossibilità di garantirsi il cibo quotidiano. Negli ultimi 3 anni, il numero di coloro che necessitano di assistenza alimentare è cresciuto in modo esponenziale, e tra di loro vi sono molti minori.

Ci troviamo di fronte a una realtà spesso insospettabile: la povertà si sta diffondendo a macchia d’olio nell’Italia del 2023, in un contesto caratterizzato da una grande inflazione.

Adesso, a chiedere aiuto, ci sono anche piccoli commercianti o artigiani che non sono riusciti a mantenere le proprie attività, nonché molte persone impiegate nell’economia informale che non beneficiano di alcuna forma di sostegno o assistenza pubblica.

Anche i lavoratori a tempo determinato e i piccoli imprenditori si trovano in difficoltà, colti di sorpresa dall’aumento delle bollette o dagli effetti del cambiamento climatico che ha colpito le aziende agricole, come nel caso della Romagna.

L’esercito dei nuovi poveri è estremamente diversificato e non risponde più agli stereotipi precedenti alla crisi finanziaria e pandemica. Il rapporto di Coldiretti, intitolato “Poveri, il lato nascosto dell’Italia”, offre uno spaccato ancora più articolato di questa situazione. I dati presentati sono tutt’altro che incoraggianti.

Il numero di italiani che non riescono a garantire il cibo sulla propria tavola supera i 3,1 milioni. Ogni giorno, oltre 3,1 milioni di italiani si affidano alle mense per i poveri e ai pacchi alimentari per sopravvivere.

Nell’anno dell’inflazione più alta degli ultimi 40 anni, sono state distribuite circa 92.000 tonnellate di cibo. Si tratta di una dinamica generata dall’aumento della povertà che da anni non accenna a diminuire in Italia.

Nel 2005, le famiglie in condizioni di povertà assoluta rappresentavano appena il 3,6% del totale nel nostro Paese. Dopo la pandemia e la grande crisi finanziaria del 2021, i nuclei familiari indigenti sono saliti al 7,5%. Si tratta di una tendenza preoccupante, soprattutto nel Sud Italia, dove nel 2021 le famiglie in povertà assoluta hanno raggiunto il 10% del totale.

Dopo gli ultimi due anni di grande inflazione, è probabile che questi numeri peggiorino ulteriormente. Infatti, l’aumento dei prezzi ha colpito principalmente i generi alimentari nel corso del tempo, incidendo maggiormente sulle fasce più vulnerabili della popolazione anziché sui cosiddetti ceti abbienti. Solo ad aprile 2023, il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato del 12,5% rispetto all’anno precedente.

I soggetti più a rischio di povertà alimentare sono i minori, con circa 630.000 bambini sotto i 15 anni che necessitano di assistenza per nutrirsi, come sottolineato da Coldiretti.

Questi numeri impressionanti, purtroppo, non sorprendono completamente se si analizzano le statistiche che collocano l’Italia tra i peggiori paesi europei per quanto riguarda il rischio di povertà minorile.

Secondo le stime più recenti di Eurostat, in Italia il 31% dei minori è a rischio di povertà ed esclusione sociale, un triste primato condiviso solo con la Spagna, che ci distanzia notevolmente dagli altri paesi europei.

Tuttavia, non sono solo i minori a soffrire delle privazioni causate dalla povertà, ma anche gli anziani. Circa 365.000 anziani sopra i 65 anni hanno dovuto ricorrere a forme di sostegno alimentare. A questi si aggiungono circa 2,1 milioni di persone tra i 16 e i 64 anni.

Un dato significativo è che uno su cinque di coloro che chiedono aiuto per il cibo sono migranti (il 23%), come sottolinea Coldiretti. Tuttavia, vi sono anche circa 90.000 persone senza dimora e circa 34.000 disabili che non riescono a tirare avanti nonostante il sistema di welfare statale.

Nel 2022, secondo il rapporto di Coldiretti, sono stati assistiti anche 48.000 ucraini per il sostentamento alimentare, proprio nell’anno in cui il loro paese è stato invaso e devastato dall’esercito russo.

Uno dei dati più evidenti e drammatici emersi dal rapporto è la crescita esponenziale della povertà alimentare. Negli ultimi tre anni, il numero di persone che hanno richiesto aiuto per sfamarsi è aumentato di oltre un milione, secondo Coldiretti.

Anche in questo caso, vi sono notevoli differenze tra Nord e Sud Italia: il 64% delle persone che non riescono a mettere il cibo in tavola si trova nel Sud, mentre il 22% nel Nord e meno del 20% nelle regioni centrali.

Coldiretti sottolinea che oltre 2 milioni di persone hanno bisogno di un sostegno alimentare continuativo, mentre il resto si rivolge ai programmi e alle strutture di assistenza solo occasionalmente, come extrema ratio in momenti di estremo bisogno.

Ma cosa richiedono esattamente i nuovi poveri in termini di cibo? Principalmente, prevalgono i prodotti a lunga conservazione UHT (23%), la pasta (9%), la salsa di pomodoro (8%), i legumi (5%), i succhi di frutta e lo zucchero (5%), il caffè e i biscotti (4%). Non vanno dimenticati carne e tonno in scatola (3%), farina, marmellate, formaggio e fette biscottate (2%).

Sembrerebbe una lista di provviste per tempi di guerra, ma in realtà rappresenta l’emergenza che il Paese sta vivendo nel 2023, nonostante rimanga una potenza industriale mondiale.

Questa situazione di crescente povertà alimentare rappresenta un fenomeno in costante aumento. Il rapporto di Coldiretti evidenzia un quadro allarmante, ma la situazione non sembra destinata a migliorare nel breve termine. È essenziale affrontare con urgenza questa sfida sociale ed economica che colpisce così duramente la popolazione italiana.

È necessario adottare politiche e interventi mirati per contrastare la diffusione della povertà e garantire a tutti il diritto fondamentale all’alimentazione. È fondamentale che il governo e le istituzioni lavorino insieme per creare un sistema di protezione sociale solido, che includa sostegni alimentari adeguati, opportunità di lavoro dignitoso e programmi di formazione per favorire l’inclusione sociale ed economica.

Inoltre, è indispensabile promuovere la collaborazione tra enti pubblici, organizzazioni non governative, aziende e la società civile per creare reti di solidarietà e distribuzione equa delle risorse alimentari.

È importante coinvolgere la comunità nel fornire supporto e assistenza a coloro che si trovano in situazioni di povertà, offrendo servizi di sostegno, educazione alimentare e opportunità di crescita economica.

La lotta alla povertà alimentare richiede uno sforzo collettivo e un impegno costante da parte di tutti gli attori della società. Solo attraverso un’azione concertata e un impegno a lungo termine sarà possibile superare questa crisi e garantire a ogni individuo il diritto fondamentale a una nutrizione adeguata e dignitosa.

L’Italia, pur essendo ancora una potenza industriale mondiale, non può permettersi di tralasciare questa sfida umanitaria. La solidarietà e la giustizia sociale devono essere valori centrali nella costruzione di una società più equa e inclusiva, in cui nessuno debba affrontare la fame o la privazione alimentare.

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01/11/2022

La trappola dell’opposizione

Dopo la sconfitta umiliante del centro-sinistra (preferisco definirlo così l’esito delle elezioni piuttosto che “la vittoria clamorosa della destra”) si sprecano le chiamate alle armi: facciamo opposizione! Lo si può capire, il ceto politico superstite deve pensare a come sopravvivere. Ma questo è il modo più efficace per evitare di affrontare il vero problema.

Il vero problema è: come ricostruire una prospettiva politica che contenga una parte almeno dei valori per cui è nata “la sinistra”. Il vero problema non è il governo Meloni, perché questo governo non è che il risultato di una lunga marcia di arretramento, iniziata forse già negli anni ’70, da parte delle forze politiche che si richiamavano ai valori della giustizia sociale e della pace.

Valori che avevano come punto di riferimento la condizione della parte più debole della società, più sottomessa, le “classi subalterne” la chiamavano allora. Quella che più aveva da perdere da una guerra.

Tutto il resto, il problema dei diritti civili, il problema della giustizia, il problema della politica estera, della politica economica, della scuola, della sanità, del fisco, la politica della cultura – tutto veniva da quella scelta di campo, di stare dalla parte dei più deboli.

Chiaro come il sole, semplice, non c’è bisogno di scomodare né Marx né Lenin, né l’antifascismo né la Resistenza.

Problematiche d’altri tempi – mi si obbietta – la classe operaia, il proletariato, non ci sono più. Ma scherziamo? Oggi non solo quella classe operaia si è moltiplicata frantumandosi in mille rivoli di precariato ma l’area delle “classi subalterne” è diventata assai più ampia perché là dentro ci è scivolata una bella quota di middle class.

Questa è una parte della società molto più debole, molto meno tutelata, molto più insicura della classe operaia di 40 anni fa, perché i poteri economico-finanziari di oggi sono molto più forti, più invasivi, le tecnologie con cui controllano e condizionano la mente e le scelte della gente molto più incontrollabili.

Oggi c’è un livello d’istruzione molto più elevato, certo, ma i nostri laureati stanno peggio del metalmeccanico Fiat anni ’70 e a 35 anni sono ancora in famiglia. Possibile che nessuno dei partiti dell’”agenda Draghi” avesse un’idea su come farli uscire da questa situazione? Non certo con il PNRR, la Next Generation EU destina ai giovani l’1,12% del suo bilancio, come ci dice il Censis.

Le forze politiche che avrebbero dovuto rappresentare l’alternativa alla destra hanno cancellato dalla loro prospettiva la “questione sociale”, pensando di potersi guadagnare la medaglia di progressismo con un po’ di ecologismo di maniera, un po’ di pidocchiosa “inclusione” e un po’ di aperture transessuali.

Quindi la chiamata alle armi con cui si gonfiano il petto non è che il miserabile trucco per non dover rispondere del loro tradimento dei valori della vera democrazia. Per non dover rispondere di averci portato in guerra.

Come si fa a ricostruire questa immensa rovina? Come si fa a riportare in primo piano la moderna “questione sociale”, quella determinata dalla globalizzazione e dalla gig economy, dalla digitalizzazione e dal metaverso?

La via istituzionale è definitivamente bloccata, non c’è forma della politica di partito che possa essere utilizzata, non solo perché non c’è più presenza sul territorio ma perché il personale politico non sente più “un mandato”, non sente più la responsabilità di rispondere a degli elettori, pensa solo a riprodurre se stesso, pensa solo “alla poltrona”.

Non è qualunquismo, è la constatazione di ogni giorno ed è la ragione prima della irriformabilità di questi partiti. Solo le forme “sindacali” hanno conservato ancora un certo potere di venire incontro al disagio sempre crescente di quell’immensa zona grigia, maggioritaria nella società, che soffre della propria subalternità e impotenza, individuata così bene dai movimenti populisti.

Come si fa a sottrarla al giogo populista, sotto il quale sta ormai in Italia da almeno un ventennio? Con un lavoro duro, costante, oscuro, ingrato, di ascolto, di empatia, di prossimità, con una presenza. Non c’è bisogno di avere grandi idee, non c’è bisogno di promettere soli dell’avvenire. Basta la vicinanza. Perché siamo noi quella zona grigia. Chi non ha un figlio che trova difficoltà a fare la propria vita indipendente? Chi ha un lavoro che non sia vincolato ai poteri di un committente? Che non sia condizionato dal burocrate messo a quel posto da un partito? Che non sia soggetto alle scelte volatili di un fondo d’investimento? Parlando con la gente vengono fuori mille idee sulle cose da fare, il programma nasce da quel dialogo.

La pandemia forse ha avuto un merito, ha fatto capire a una parte almeno d’Italiani quale patrimonio sia ancora, malgrado tutto, la sanità pubblica. Ma chi l’ha costruita? Chi aveva ancora a cuore la giustizia sociale. Gira e rigira, se vogliamo trovare ancora residui di democrazia, di civiltà, di cultura, sempre lì dobbiamo tornare.

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25/07/2022

La criminalizzazione come sistema di governance

Leggendo le centinaia di pagine dell’ordinanza della Procura di Piacenza con cui sono stati arrestati i sindacalisti dell’Usb e del Sicobas – ma anche gli avvisi di garanzia della Procura di Bologna per i picchetti alla Palletways – emerge fin troppo nitidamente come il codice penale contenga un intero armamentario di reati “flessibili”, che una interpretazione “politica” delle leggi può rovesciare contro le lotte sociali e sindacali.

La forma di lotta dei blocchi dei magazzini della logistica per ottenere condizioni salariali migliori è stata re-interpretata “estorsione”; e i picchetti davanti ai cancelli (una delle forme che hanno fatto la storia del movimento operaio) diventano “concorso in violenza privata continuata”.

In questa logica “politica”, ogni possibilità reale dei lavoratori di incidere con forza nella contrattazione con la controparte, che comporti un danno economico per l’azienda, può essere trasformata in “reati comuni”.

Bene hanno fatto i sindacalisti arrestati ad avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte ai magistrati che li hanno inquisiti. Come si fa a rispondere a domande che partono da questi presupposti?

Guardandoci indietro, questo utilizzo del codice penale come una clava contro i lavoratori non è una novità di queste settimane. Il “blocco delle merci” era una forma di lotta che terrorizzava già la Fiat negli anni Sessanta e Settanta e che veniva perseguita assai più duramente degli scioperi.

Negli Stati Uniti, negli anni Trenta, i padroni e i governi utilizzarono contro i sindacati addirittura la legge antitrust accusandoli di esercitare il “monopolio” della forza lavoro, come se il sindacato fosse una società o una banca.

In Italia i disoccupati organizzati napoletani che manifestavano, bloccando strade e uffici per chiedere lavoro, sono stati accusati di “estorsione” con il fine di ottenere... un lavoro.

La stessa accusa è stata mossa ai movimenti di lotta per la casa a Roma ritenendo le occupazioni una forma di estorsione tesa ad ottenere... una abitazione.

In un paese in cui l’art. 3 della Costituzione prevede la rimozione degli ostacoli economici ad una vita dignitosa, rivendicare salari, lavoro e abitazione negati dalle istituzioni pubbliche o dagli interessi proprietari privati, può trasformarsi in un “reato comune”, addirittura senza alcun riconoscimento della dimensione sociale, collettiva e rivendicativa dell’azione.

Una “associazione a delinquere con fini estorsivi” è un reato che può essere contestato ad una organizzazione malavitosa, la cui “finalità fisiologica” è l’arricchimento privato ottenuto con mezzi extralegali.

Una organizzazione sindacale o sociale rivendica invece soluzioni collettive estendibili ad intere categorie lavorative o sociali, in genere coinvolte direttamente nel conflitto con la controparte.

Ma è proprio questa dimensione che il sistema mostra di temere come la peste. In fondo abbiamo imparato che, per il potere, un rapinatore è meno pericoloso di un attivista politico; e che la “finalità privata” – anche se comporta un reato – è meno preoccupante per il sistema di una rivendicazione collettiva.

Sta in questa interpretazione quella contraddizione tra legalità e giustizia che abbiamo denunciato in questi anni di fronte ai peana o alle fortune politiche costruite su una invocazione di “legalità” che ignora, nega e rimuove ogni riferimento alla giustizia sociale.

Del resto la visione liberista ha insita in sé la stigmatizzazione pubblica e la criminalizzazione dei poveri in quanto tali. Figuriamoci quando si organizzano e si fanno sentire.

Tenere i salari sotto la soglia della dignità, tenere le case vuote a fronte di migliaia di famiglie sfrattate o senza casa, negare il lavoro anche in presenza di opportunità evidenti, è forse coerente con le leggi attuali ma non con la giustizia sociale, peraltro spesso evocata nella Costituzione.

Forzare questa contraddizione è diventato inevitabile dopo decenni di liberismo sfrenato e istituzionalizzato che hanno posto il paese sul piano inclinato della regressione sociale generalizzata.

I corpi intermedi fin qui riconosciuti (CgilCislUil, associazionismo di categoria o di scopo etc.) non hanno più messo in discussione questo assetto, ma ci si sono adeguati. Inevitabile che i bisogni sociali crescenti facessero nascere e sviluppare nuove organizzazioni sindacali e sociali, in grado di cominciare a “strattonare” con qualche forza sulle rivendicazioni, ma anche il sistema stesso.

I magistrati che hanno emesso le ordinanze non stanno evidenziando dei “reati”, ma stanno mettendo in campo una visione dei rapporti sociali. Nel sistema sono previsti ancora degli anticorpi in grado di rettificare l’uso del codice penale come una clava antipopolare, ma sono anni che questi anticorpi – lì dove sono decisivi – sono stati indeboliti dalle scelte politiche dominanti.

Mai come in questi giorni si è palesato ai nostri occhi lo scenario di un paese ormai “decostituzionalizzato”. Sarà bene tenerne conto nei mesi che ci aspettano.

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14/09/2020

Il mondo reale in cui è morto Willy

Adesso sembra che vogliano rimanere in isolamento, si dice abbiano una paura fottuta di andare con gli altri detenuti.

Non c’è da stupirsi, perché un conto è prendersela con un ragazzino quando si è in tanti, altro è misurarsi da uomo a uomo. Soffrono la paura che incutevano.

È arrivata la fine del mito “gomorrista” dei superuomini, forzuti, virili, spaccatutto. Ecco che in carcere gli si è aperto il mondo reale.

Una domanda: perché nessuno ha spalancato loro il mondo reale prima che succedesse quella tragedia? Perché nessuno ha mosso un dito quando questi quattro o cinque bandoleros di paese facevano i loro film mentali da ammazzasette? Perché avete subìto, perché li avete sopportati per tanto tempo?

Forse, e ripeto forse, bastava fargli capire come comportarsi da persone, non da personaggi.

Forse, e ripeto forse, il senso della comunità poteva scattare prima, e non semplicemente manifestarsi ai funerali, quando è stato bello l’abbraccio del sindaco ai genitori di Willy; ma forse, e ripeto forse, è successo troppo tardi.

Forse qualcuno doveva decidersi ad andare a parlare con i suoi concittadini per mobilitarli e fermare in tempo le scorrerie che turbavano non solo l’”ordine pubblico”, ma la pacifica convivenza civile delle comunità in quella zona del Lazio.

La politica non è solo amministrare, ma gestire, correggere, progettare e proteggere la qualità della vita.

E lo stesso si può dire per le associazioni di volontariato sul territorio, o i circoli dove si fa politica, e le associazioni dei commercianti, comprese birrerie e discoteche, dove gli imputati amavano scorrazzare facendo i cattivi, come nei saloon dei film western, dove la paura di venire coinvolti, l’indifferenza per ciò che accade intorno, e quel “io mi faccio gli affari miei”, sono sempre complici dei gestacci pubblici.

Ci sono stati tempi in cui sarebbe addirittura intervenuta la malavita locale. I più anziani avrebbero detto loro che dove si vive non si fanno certe cose, che per avere rispetto bisognava portare rispetto, che fare casino fa male agli “affari”.

Quella stessa mala che a Rebibbia sarebbe pronta a fargliela pagare.

Diciamoci la verità: non siamo più abituati ad affrontare i problemi, le contraddizioni, le urgenze della comunità in cui viviamo. Come non fossero problemi nostri, al massimo ci scandalizziamo, ci commuoviamo, ci arrabbiamo, ma alla fine deleghiamo la risoluzione dei problemi alla pura ricerca del colpevole.

Ci interessa più puntare il dito che rimboccarci le maniche. Ci piace cantare nel coro delle critiche, ma non facciamo niente affinché la musica finalmente cambi.

Ai funerali, il presidente Zingaretti ha detto che vuole intitolare a Willy una scuola. Va bene. Ma forse, e dico forse, ci vorrebbero alternative a birrerie, discoteche e centri commerciali: servono cinema, teatri e biblioteche. È compito del Comune e della Regione. Che invece le chiude.

Da parte sua, il presidente Conte ha chiesto che vengano comminate condanne dure e detenzioni severe. No, avvocato, così si perde la causa più importante: il senso della giustizia.

Non si fanno richieste alla magistratura. È troppo comodo scaricare tutto sulle spalle di uno dei poteri dello Stato. Lasciarsi andare a considerazioni che, sull’onda dell’emozione, assottigliano il confine tra la vendetta e la giustizia è sbagliato.

Sono parole pericolose nella bocca di un avvocato, irricevibili dal Capo del governo.

Anche perché, così si rincorrono le stesse idee di ordine e sicurezza, tanto care ad ambienti molto, troppo, vicini agli imputati – tanto da affrettarsi a prenderne le distanze – quegli stessi ambienti che diffondono paura e propongono leggi che non badano troppo ai diritti dei cittadini.

Ma è propaganda, inconcludente tanto sul piano della sicurezza quanto sul piano della coesione sociale, ideuzze buone per qualche comizietto elettorale.

I fatti ci dicono che i carabinieri hanno individuato i responsabili in poche ore.

I giudici hanno arrestato e stanno indagando.

I medici legali hanno fornito le prove per elevare l’ipotesi di reato da omicidio preterintenzionale a volontario: cioè le evidenze cliniche hanno dimostrato che volevano uccidere.

Sarà il processo a stabilire la verità. In questo caso, chi doveva fare il suo dovere, lo sta facendo. Pare.

Ma possiamo dire con onestà intellettuale che questo basta a fare giustizia? Possiamo davvero guardare negli occhi la mamma di Willy e dirle che il suo dolore sarà risarcito dalla presa di coscienza collettiva delle cause che hanno portato alla tremenda morte del figlio?

No.

Perché giustizia non è solo quella dei codici, dei tribunali, dei carceri.

La giustizia è un fatto sociale e deve essere socializzata.

Mentre la giustizia penale fa il suo corso, c’è forte e urgente domanda di giustizia sociale cui dare precise risposte.

Non vi sembra che lo smantellamento della qualità dell’istruzione primaria e secondaria; il machismo del discorso pubblico; il bullismo nella polemica politica; lo sfruttamento commerciale del tempo libero; la dissoluzione del diritto al lavoro dei giovani; la banalizzazione del diritto alla cittadinanza, attiva, consapevole e combattiva, siano le cause e insieme i problemi che la tragica morte di Willy ci impongono di affrontare?

Le risposte sono impellenti, ci chiedono per quale società siamo disposti a batterci, e quindi riguardano tutti noi.

Una prima risposta dice chiaro non si può lasciare la società al mercato e ai suoi epigoni politici. Bisogna che si torni all’organizzazione politica e sociale di base.

Anche a noi, come a quei tre nel carcere di Rebibbia, ci si deve spalancare la realtà davanti agli occhi.

Perché – come direbbe De Andrè – per quanto noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Tutti.

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16/05/2019

Sfratti. Due suicidi in pochi giorni. L’emergenza abitativa è un dramma sociale, la “legalità” un inganno

A Prato un uomo di 65 anni si è suicidato nel chiostro di San Francesco. Da pochi giorni aveva ricevuto una lettera di sfratto, nella quale la Curia gli comunicava di aver bisogno dell’appartamento dove viveva per procedere con la ristrutturazione di parte del complesso, che si trova nel centro cittadino. L’uomo, aveva 65 anni e viveva nell’indigenza e proprio per questo era stato accolto “per motivi di carità all’interno del complesso parrocchiale” circa 4 anni fa.

A Torino una donna di 63 anni, dipendente del Comune, si è suicidata gettandosi dal palazzo comunale perché aveva ricevuto la lettera di sfratto.

Due episodi in pochi giorni, due contesti diversi ma un problema e un dramma comune, quello degli sfratti. Il boom degli sfratti si è consolidato e acutizzato nel tempo. I dati più recenti lo confermano anche nella sua articolazione territoriale.

Ormai sono troppe le persone in condizione di criticità sociale. E’ sufficiente una lettera di sfratto per spalancare un baratro in cui, in mancanza di sostegni istituzionali o di organizzazione comune con le altre persone in condizioni simili (opzione però fortemente criminalizzata dal ministero degli Interni e dalle leggi introdotte), si vede tutto buio e si decide di farla finita.

Oggi a Roma è andata diversamente, la signora Maria Pia, affetta da Alzheimer, non è stata sfrattata dalla sua casa a Casalbruciato perché c’è stato un picchetto popolare a impedirlo e una comunità proletaria che ha fatto scudo. Al picchetto c’era anche la signora Annamaria, una donna anziana sfrattata alcuni mesi fa con grande dispiegamento di forze da Villa Gordiani. I talk show televisivi cercano storie “di vita”, ma se le collegassero tutte insieme invece di visualizzarle come episodi specifici (spesso amplificandone i peggiori, quelli strumentalizzati dai fascisti), ne ricaverebbero la dimensione generale e pesantissima del problema: quella che richiede soluzioni vere, collettive, ispirate da uno spirito di giustizia sociale.

Non è importante se a sfrattarti sia la Curia vescovile, un proprietario privato o le istituzioni che gestiscono le case popolari, è decisivo il fatto che di fronte allo sfratto non sono previste alternative che ne limitino le conseguenze, spesso devastanti nelle figure sociali più deboli. Per questo gli sfratti sono un aspetto decisivo dell’emergenza abitativa e di quella sociale complessiva. La resistenza e l’organizzazione sono un dovere di giustizia sociale, più forte delle leggi. E’ tempo che lo si comprenda e si agisca di conseguenza.

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08/12/2018

“La disobbedienza alle “ingiuste” leggi dello Stato entri nell’agenda politica”

Due giorni fa a Roma si è svolta una partecipatissima assemblea di solidarietà con Nunzio D’Erme, un compagno e un attivista storico romano che gode della stima e dell’affetto di molti, recentemente condannato per una iniziativa antifascista che ha coinvolto alcuni agenti della Digos in borghese. Lo dimostrano le centinaia di adesioni ricevute dall’appello di solidarietà “Io sto con Nunzio” e la folta partecipazione all’iniziativa.

In questo senso occorre ringraziare Nunzio che ha messo esplicitamente a disposizione la sua vicenda per consentire una discussione più ampia e non limitata al suo caso specifico. “Dobbiamo ricostruire un campo di coloro che sostengono la democrazia conflittuale” ha detto Nunzio nel suo intervento.

Dopo l’introduzione di Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione, ci sono stati numerosissimi interventi (dalla partigiana Tina Costa a nome dell’Anpi a Giorgio Cremaschi, da Francesco Raparelli a Guido Lutrario, da Nicoletta Dosio a Riccardo venuto addirittura da Milano, da un giovanissimo studente delle scuole alle compagne di “Non una di meno”), sia come manifestazione di sostegno a Nunzio, sia con riflessioni sul come affrontare un contesto in cui molti attivisti e attiviste vengono colpiti dalla repressione.

In questa discussione siamo ovviamente intervenuti portando il nostro contributo, evitando come al solito ogni inutile retorica e cercando di ragionare e far ragionare la “compagneria” sul che cosa dobbiamo affrontare. Un approccio che, tirando le conclusioni, l’avvocato Marco Lucentini alla luce della molta esperienza sul campo, ha invitato a seguire.

Qui sotto la sintesi del contributo che abbiamo portato all’assemblea di solidarietà con Nunzio:

“La riuscita di questa assemblea di solidarietà con Nunzio e anche l’altissimo e ampio numero di adesioni all’appello di sostegno dopo la sua condanna, sono per paradosso il punto di forza ma anche il problema con cui fare i conti.

Va ricordato che nell’ordinanza di arresto per Nunzio, il magistrato indicava come aggravante proprio la sua “popolarità” e la capacità di influenzare altre persone. Ragione per cui, se la fattispecie di reato contestata è esercitata da una persona popolare e stimata come Nunzio, questa diventa aggravante perché dà il cattivo esempio. La conseguenza è una pena spropositata ed esemplare per un episodio smentito dalle perizie ma sul quale relazionerà meglio l’avvocato difensore.

Alcuni interventi sentiti prima hanno “suonato la carica”. Diversamente riteniamo che occorra invece ragionare sulla vicenda di Nunzio e sul contesto nel quale ci troviamo ad agire.

Da qualche giorno, alcune misure repressive contro le lotte sociali, oltre che contro i migranti, sono diventate leggi dello Stato. E il contesto in cui il decreto Salvini è diventato legge dello Stato è quello che conforma e conformerà anche le sentenze della magistratura. Solo tre o quattro anni fa, non ci sarebbe stata una sentenza come quella che ha condannato Nunzio.

La magistratura di adesso infatti agisce e agirà sulla base delle leggi esistenti e in base al contesto in cui avvengono concretamente i fatti.

La nuova leva di magistrati, ha aspirato a pieni polmoni il nuovo contesto storico. Ragione per cui, se qualche anno fa l’occupazione di case o un blocco stradale tenevano conto delle attenuanti “sociali” in cui avveniva quella violazione della legge, oggi prevale una priorità completamente diversa che esclude ogni attenuante: l’occupazione di case lede i diritti della proprietà privata, un blocco stradale lede la libertà di circolazione delle persone e delle merci e un blocco dei cancelli lede la libertà e gli interessi economici di una impresa. Questo hanno sentito nelle aule universitarie che li hanno formati, questo hanno sentito nella comunicazione dominante.

Quando diciamo che la legalità oggi si contrappone alla giustizia sociale o a livelli minimi di buonsenso nella soluzione delle emergenze sociali, evidenziamo una contraddizione decisiva che adesso abbiamo tutti di fronte e che condizionerà l’azione politica, sindacale, sociale del prossimo periodo.

In questo senso però non appaiono convincenti gli allarmi sul fascismo che pure sono echeggiati in questa assemblea o vengono agitati strumentalmente in questi mesi da chi vuole rifarsi una verginità politica. Piuttosto ci troviamo di fronte ad uno Stato autoritario di tipo ottocentesco, anche perché il livello delle disuguaglianze e dei rapporti sociali sta tornando a quello dell’Ottocento.

Abbiamo definito questo modello di Stato autoritario come “Sabaudo”, ma calza anche la categoria di bonapartismo richiamata in un altro intervento. E’ cosa diversa dal fascismo che è nato per fronteggiare l’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre e fiancheggiare la modernizzazione del sistema economico dell’Italia nel primo trentennio del Novecento. Oggi le classi dominanti devono gestire in modo coercitivo le conseguenze sociali del declino economico del loro modello, incluso il fatto che invece di liberare il lavoro attraverso l’automazione, dovranno liberarsi dei lavoratori e di interi settori di popolazione in quanto “capacità produttiva in eccesso”. Per fargli tenere la testa bassa dovranno dotarsi di un apparato legislativo, coercitivo, ideologico e repressivo adeguato allo scopo.

In conclusione. Se le cose peggiori e più ostative ad un elementare senso della giustizia sociali sono diventate leggi dello Stato, dobbiamo misurarci con il problema di come organizzare la disobbedienza di massa alle ingiuste leggi dello Stato.

Alcune proposte. La prima è rivolta agli avvocati. Qui occorre fare squadra e metterli in condizioni di lavorare in team, in modo coordinato, scambiandosi informazioni e attrezzando un fronte giuridico di risposta. L’immaginario ci riporta al lavoro del Soccorso Rosso. Il problema ovviamente non è la forma ma la funzione di uno strumento come questo.

La seconda è la costruzione di una giornata nazionale della disobbedienza civile alle leggi ingiuste dello Stato, magari per primavera. Una giornata che va costruita su tutto il territorio nazionale anche con tappe di avvicinamento e forme di protesta inclusive e abbordabili a tutti. Non si può chiedere superficialmente a qualcuno di rischiare la galera per disobbedienza alle leggi dello Stato.

Infine sulle relazioni tra le varie esperienze. In molti interventi ci sono stati richiami all’unità e alla ricomposizione. Su questo terreno specifico della lotta contro la repressione questo appello va preso in esame con rigore e lealtà reciproca. In questi anni ci si è provato in molte occasioni ma non ci si è riusciti. Dobbiamo individuarne seriamente la ragione e vedere se è possibile un approccio diverso per provare a riuscirci.

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25/11/2018

Delitto e castigo nel Sahel

Non da oggi è stato decretato come tale. Un delitto in piena regola, quasi perfetto non fosse per i sopravvissuti che scavano sentieri nel deserto. L’utopica idea di fare delle frontiere dei luoghi di transito per l’umana mobilità è ormai un atto tra i più sovversivi. Dichiarare che il mondo, così com’è pensato, non è che una serie di muri e fili spinati organizzati è inconcepibile.

Muoversi, portandosi dietro radici nomadi, suona come un’eresia contemporanea. Il diritto di inventare la coniugazione del verbo viaggiare è insostenibile, se non si danno prima garanzie di lealtà al sistema. L’unico modello accettabile è quello del turista, che si sposta senza punto cambiare. Dal Messico all’Angola, dal Sahel al Mediterraneo, il delitto di volere un futuro differente è giudicato e poi condannato come sovversivo. Migrare è un crimine passibile delle pene previste e impreviste dalla legge.

I campi di detenzione amministrativa in Europa, poi tradotti in campi di tortura in Libia sono altrove adattati in case di transito e riparazione nel Niger. Il principio non cambia. Il delitto di mobilità va punito, in modo esemplare, simbolico e reale. L’impero al crepuscolo non sopporta l’arrivo dei ‘barbari’ che ne assediano i confini. La contaminazione sarebbe fatale perchè arriva da fuori del corpo sociale e senza nessun cordone sanitario.

Il castigo si organizza anche tramite i progetti di sviluppo, fondamentalmente legati all’improbabile stabilizzazione delle velleità mobili dei soggetti in cerca di giustizia sociale. Se poi si vuole definitivamente affossare lo spirito di novità latente dei disobbedienti sarà sufficiente fare appello alle Organizzazioni Non Governative. Il mondo umanitario avrà nel frattempo ricevuto le istruzioni necessarie per renderle non solo innocue ma funzionali al sistema.

Gli altri delitti sono ben noti. Osare rivendicare la parola e la dignità confiscata da parte di giovani, contadini e attivisti dei diritti umani è un’azione riprovevole. Organizzare un’informazione libera che provi ad illuminare la realtà è un’offesa al senso comune. Rifiutarsi di lasciarsi comprare dal mercato dell’impostura e dalla guerra senza fine risulta insopportabile per qualunque potere che si rispetti.

Osare rivendicare il diritto alla sicurezza alimentare, all’educazione per tutti e ad una vita degna è considerato come un attentato all’ordine pubblico. Questi ed altri delitti sono punibili a termine di legge che, invece di proteggere i deboli, si è industriata per garantire i forti. Le prigioni di regime sono la punizione privilegiata e riconosciuta per questo tipo di efferati delitti. Ma il castigo peggiore consiste nella schiavitù volontaria e l’autocensura dei perpetratori. Il sistema allora ha vinto.

Non per molto tempo. Per chi sa profetizzare i muri sono già dipinti di fiori e i fili spinati utilizzati come stenditoi di biancheria. Il silenzio dei poveri è diventato una melodia di liberazione. In quel giorno, giustizia e pace si abbracciano sorridendo. Cominciando dal Sahel.

Niamey, novembre 2018

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18/11/2018

Baobab Experience: basta legalità, è di giustizia che abbiamo bisogno

A pochi giorni dallo sgombero di Baobab Experience abbiamo chiesto qualche commento a freddo ad Andrea Costa, uno dei responsabili della struttura di accoglienza.

Com’è la situazione a qualche giorno dallo sgombero, effettuato – lo ricordiamo – senza una soluzione certa per tutti quelli che vivevano lì?

“Solo una parte degli ospiti presenti al campo hanno trovato una ricollocazione nel circuito dell’accoglienza ufficiale, per cui siamo con circa settanta persone in mezzo ad una strada davanti alla stazione Tiburtina, all’ingresso est, a piazzale Spadolini. Continuiamo a cercare tramite la sala operativa una sistemazione, il posto non c’è, si passa la notte sotto il cielo di Roma. Noi continuiamo ad offrire i pasti, colazioni, pranzo, cena, forniamo assistenza medica. Ieri c’erano Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, continuiamo a fornire assistenza legale. Devo dire con molto piacere notiamo che, alla faccia di quello che vorrebbero farci leggere i giornali, cittadini esasperati e non so cosa, c’è un via vai continuo di cittadinanza, libere cittadine e liberi cittadini, che portano coperte, thermos con bevande calde, crostate... Una bella solidarietà che questi ragazzi meritano tutta”.

Abbiamo letto che, tra i motivi dello sgombero, c’erano le lamentele dei residenti della zona. Ma in zona non ci sono abitazioni, nel giro di almeno due chilometri.

“Siamo alle comiche, non ci sono residenti, in quella zona non davano fastidio a nessuno. Paradossalmente è a causa di questo sgombero, dovuto anche al decreto cosidetto “sicurezza”, che i migranti adesso sono davanti alla stazione. Prima stavano in un campo che anche chi veniva a portare donazioni aveva difficoltà a trovare”.

E’ possibile creare un collegamento tra questa azione di forza, questo sgombero, e la riuscita manifestazione di sabato scorso (di cui come sempre si è parlato pochissimo, ndr)?

“Un po’ il buon esito della manifestazione, un po’ il fatto che il Baobab questi anni non solo ha fatto accoglienza, ma è stato un po’ la spina nel fianco delle politiche governative sul tema dell’immigrazione, e quando dico questo non parlo solo di Salvini. Il “papà” del decreto sicurezza di Salvini ha un nome, ed è il decreto Minniti, c’è un filo che lega queste logiche securitarie riguardo all’immigrazione”.

Parliamo del Comune di Roma: Baobab fin dall’inizio è intervenuto risolvendo grossi problemi di gestione del flusso di migranti nella nostra città. Un numero altissimo di persone accolte e tolte dalla strada. Non è paradossale che una istituzione che non ha risorse non sostenga una realtà che a costo zero risolve un problema di questa entità?

“80.000 persone. 80.000 immigrati accolti e gestiti. Questa è una cosa che va detta, una questione che in qualche misura ci siamo anche posti. E’ così, abbiamo lavorato gratis per il Comune. Quegli ottantamila che abbiamo fatto transitare, a cui abbiamo dato assistenza medica, alloggio, trovandogli attività da fare, corsi, visite ai musei, ai monumenti, attività sportive... lo abbiamo fatto volentieri e volontariamente, ma abbiamo aiutato le amministrazioni facendo risparmiare anche un bel po’ di soldi. Tutte queste persone avrebbero transitato nelle strade di Roma cercando accoglienza e riparo un po’ ovunque, come fa l’essere umano quando deve sopravvivere e come avremmo fatto anche noi. Si, riteniamo che il Comune debba dirci grazie, invece di farci sgomberare”.

Avete rapporti con l’attuale amministrazione?

“Si, per forza. Ci occupiamo di gente che sta in mezzo alla strada, per forza dobbiamo rapportarci con chi le strade le gestisce. Siamo sempre stati pronti al confronto, sedendoci al tavolo delle trattative, e quasi sempre le promesse non sono state rispettate. Questa volta, voglio dirlo, hanno fatto uno sforzo, collocando 120 persone, da una settimana prima dello sgombero fino al giorno dopo. Uno sforzo che poteva essere fatto prima, evitando di arrivare ad uno sgombero”.

L’attuale amministrazione pone la legalità come riferimento centrale delle sue politiche. Legalità che si trasforma in alcuni casi in legalitarismo. Come vi ponete di fronte a questo aspetto? La vostra attività rispetto al concetto di giustizia sociale è indispensabile e inattaccabile, anche se a volte tecnicamente può avere caratteristiche di illegalità.

“C’è un discorso ampio da fare rispetto al concetto di legalità quando si parla della vita, della morte e dell’esistenza di donne e uomini in fuga dal loro paese, che hanno fatto viaggi tremendi, che hanno subito torture, vittime di abusi da sempre. Io credo che questo concetto di legalità sia veramente surreale. Lo dico con una specie di slogan: queste persone con la legalità ci fanno poco, sono persone che chiedono giustizia. Non sempre giustizia fa rima con legalità: io credo che sia un momento di grande e necessaria disobbedienza civile, penso all’azione di Mimmo Lucano a Riace, ai boy scout che a Ventimiglia sfidano il divieto di dare da bere e da mangiare ai migranti, è qualcosa che attraversa i movimenti, laici, religiosi, più politicizzati, meno politicizzati. E’ il momento di dire che con la legalità ci si fa poco, e che quella che loro chiamano legalità sarebbe molto più rispettata se queste persone fossero molto più accolte. Investire in accoglienza è investire in sicurezza, investire in accoglienza è togliere manovalanza alla criminalità organizzata, investire in accoglienza è togliere terreno a fondamentalismo e integralismo”.

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08/12/2017

“I dannati della globalizzazione” marceranno gomito a gomito, il 16 Dicembre. Intervista ad Abou Soumahoro

Sabato 16 dicembre a Roma è stata convocata da una vastissima coalizione di forze la manifestazione “Fight/Right, Diritti senza confini”. Abbiamo chiesto ad Abou Soumahoro, portavoce di 16D di spiegarci le ragioni della manifestazione e le priorità che questa intende esprimere. L’appello di convocazione e le adesioni sono già state pubblicate dal nostro giornale. Quella che va prendendo corpo intorno a questo appuntamento è la realtà di una vera alleanza sociale contro la povertà e per la dignità delle persone, immigrati o italiane che siano, in pratica una parte significativa e combattiva del nostro blocco sociale.

Abou, puoi raccontarci come è nata l’esigenza della manifestazione nazionale Fight/Right che si svolgerà a Roma sabato 16 dicembre?

La proposta nasce dai diretti interessati (migranti, sans papiers, precari, disoccupati) con una assemblea pubblica il 5 novembre composta da militanti che lottano per i diritti sociali, sia tra i migranti che nel sindacato, nei movimenti sociali e tra i lavoratori. La proposta si è allargata rapidamente e in modo trasversale a quel mondo che possiamo definire come “i dannati della globalizzazione”. Più che la manifestazione l’esigenza è quella di condividere le contraddizioni che viviamo sulla nostra pelle. E’ come avvenuto per Rosa Park quando si è rifiutata di cedere il posto a sedere sull’autobus a un bianco. Non lo ha fatto perché era stanca ma perché non voleva più subire i soprusi. Ci siamo chiesti: ci sono altri che vogliono ribellarsi a questo stato di sopraffazione?

Nella Piattaforma della manifestazione mettete in fila e denunciate tutte le leggi che sono state varate in materia di immigrazione: la Bossi-Fini; la Turco-Napolitano e infine la Minniti-Orlando. Qual è il tratto comune di questo percorso legislativo che dura ormai da anni?

Il tratto comune è la “categorizzazione” delle persone come figure “speciali”, con i migranti e i profughi dentro una filiera che li vede sempre sottomessi e senza alcuno strumento di tutela legale. Oggi possiamo dire che questa gabbia legislativa include anche i giovani, i giovani precari e disoccupati di qualsiasi paese che pensano e hanno come unica prospettiva quella di emigrare. Le stesse leggi sul lavoro o l’istruzione (Jobs Act, Alternanza Scuola-Lavoro) hanno in comune come filo conduttore quello dello sfruttamento, sia lavorativo che sociale. Quindi non dobbiamo più limitarci all’antirazzismo fine a se stesso ma ai problemi comuni dei dannati della globalizzazione.

E’ tutto vero, ma dentro la società, soprattutto nei settori sociali più impoveriti dalla crisi e dai provvedimenti dei governi, in particolare nelle periferie metropolitane, viene sempre messa in primo piano l’emergenza immigrati e si parla sempre più spesso di aumento del razzismo. Cosa ne pensi?

Quando accusiamo qualcuno di razzismo, non cogliamo la profondità degli effetti che producono queste leggi che tolgono la sostanza delle cose che servono alla gente. Chi fa queste leggi non dice mica “aboliamo la previdenza sociale” però la privatizzano, non dicono mica che “non è giusto avere il diritto ad una abitazione” però non le costruiscono, oppure mica vanno in giro a dire che tolgono il welfare, però lo smantellano. Dunque prima di accusare qualcuno di essere razzista dobbiamo prenderci qualche minuto di più, dobbiamo prima soffermarci ad ascoltare le sue ragioni, senza banalizzarle né giustificarle. Perché poi dobbiamo indirizzare questa “rage” ossia la rabbia – lo dico in francese perché è una parola con un significato più ampio di quello in italiano – la dobbiamo indirizzare verso un processo rivendicativo che abbia come bersaglio coloro che ci hanno messo in questa condizione. Quindi si esce dall’antirazzismo e si entra direttamente sul terreno della giustizia sociale, per tutti.

Ti cito alcune esperienze di lotta diverse che vedono come protagonisti lavoratori immigrati e rifugiati: la marcia per la dignità da Cona verso Venezia; le lotte dei braccianti nelle campagne pugliesi o calabresi; le lotte dei lavoratori nel comparto della logistica; le occupazioni abitative di famiglie di immigrati. Che segnale mandano al resto della società questi conflitti?

La marcia di Cona esprime una voglia di dignità e libertà che la legge Minniti-Orlando vorrebbe invece chiudere, chiudendo le persone dentro i centri, spesso anche gli operatori precari che ci lavorano. Le lotte dei braccianti dicono che nell’agricoltura l’economia può crescere, ma che oggi dentro questa filiera è possibile ottenere dei profitti solo sfruttando il lavoro schiavistico degli immigrati nei campi. Nella logistica, visto che si occupa della circolazione delle merci, i lavoratori dispongono di un forte potere contrattuale ma devono fare i conti con la ricattabilità dovuta agli effetti della Legge Bossi-Fini, una legge che non era solo razzista ma era una legge che di fatto interviene anche sulle caratteristiche del mercato del lavoro. Infine sulle occupazione delle case, il problema è che le famiglie di immigrati non hanno niente da perdere – perché per loro è difficilissimo trovare abitazioni accessibili – ma hanno tutto da conquistare, quindi hanno una maggiore spinta alla conquista di obiettivi che facilitano l’emancipazione, la casa sicuramente ma anche la scuola.

Abbiamo saputo che alcuni paesi africani stanno conducendo delle campagne per bloccare l’emigrazione dei loro giovani all’estero chiedendo di rimanere nel paese e di non spopolarlo di persone e risorse. Sai dirci qualcosa su questo?

In Costa D’Avorio ad esempio il governo sta facendo la campagna “Non partire” facendosi aiutare da artisti, musicisti etc. Ma la popolazione dice ai governanti: se voi dite che non dobbiamo andarcene, cosa state facendo per farci rimanere nel nostro paese? Gli dicono che sono corresponsabili di questo saccheggio che è la causa di questa tragedia. La colpa è del colonialismo ma anche dei governi africani responsabili. Il Fmi in un rapporto recente, ha detto che alcuni paesi africani sono seduti su una bomba ad orologeria, perché ci sono indicatori economici in crescita ma la disoccupazione e le disuguaglianze sociali aumentano.

Che caratteristiche avrà la manifestazione del 16 dicembre?

La caratteristica sarà quella di una manifestazione popolare che vedrà le storie e i dannati della globalizzazione marciare insieme gomito a gomito. Le politiche di austerity hanno prodotto la povertà facendo precipitare il resto della popolazione nella stessa condizione delle categorie “speciali” che nominavamo prima (migranti, immigrati, rifugiati etc.). Sarà questo mondo a scendere in piazza in una grande manifestazione che sarà appunto, popolare. Ci saranno delegazioni anche dalla Germania e dall’Olanda, forse dalla Francia.

Chiediamo a tutti di darci una mano sul piano economico perché dobbiamo pagare i pullman a chi non può permetterselo. Abbiamo aperto una raccolta fondi in modo che chi magari non può venire a Roma può aiutare un’altra persona a venire a manifestare.

C’è questo Iban IT12D07601055138261055061056 oppure con PostPay sul numero 5333171050683461

Dunque l’appuntamento è?

Sabato 16 dicembre alle ore 14.00 in Piazza della Repubblica con il corteo che si concluderà in Piazza del Popolo.

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27/10/2017

Siamo ormai uno stato di polizia. Serve una operazione verità

Dal 2011, l’anno in cui è diventato operativo il “pilota automatico” cioè il commissariamento della Bce e delle istituzioni europee sul nostro paese, il numero di attivisti sociali, sindacali, politici, lavoratori, occupanti di case colpiti da provvedimenti repressivi, ha subito una impressionante escalation.

Questi sono i dati tra il 2011 e la prima metà del 2017:

in manifestazioni, picchetti, resistenza a sfratti e sgomberi, azioni di protesta, blocchi stradali, ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora. Sui decreti di condanna penale, praticamente senza processo, i dati della sola prima metà del 2017 parlano di 46 attivisti condannati. Tra gli attivisti colpiti troviamo soprattutto molti disoccupati organizzati napoletani, attivisti del movimento No Tav, lavoratori dei servizi e della logistica, occupanti di case, attivisti No Border, attivisti del No Muos e antimilitaristi sardi. A questi si aggiungono i decreti penali di condanna che hanno colpito con sanzioni economiche – senza un processo – centinaia di manifestanti, di lavoratori, disoccupati per manifestazioni non autorizzate, blocchi stradali, iniziative di protesta spontanee.

Si tratta di un carico penale enorme accumulatosi sulle spalle di migliaia di attivisti che sta diventando una ipoteca pesantissima sulla agibilità politica e le libertà democratiche nel nostro paese. Il problema di una amnistia per i reati connessi e commessi nell’esercizio di conflitti politici, sindacali, sociali va messo all’ordine del giorno.

Come è stato scritto dal costituzionalista Paolo Maddalena in occasione degli sgomberi delle case occupate a Roma, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo. Minniti ha ribadito questa linea anche in una recente conferenza stampa.

Questa contraddizione tra la legalità che invoca l’ordine pubblico e le esigenze naturali – addirittura previste dalla Costituzione – di giustizia sociale contro cui si va ad impattare quasi quotidianamente, merita di diventare una battaglia generale, politica, ideologica, culturale e diffusa nei sindacati e nelle organizzazioni sociali.

Ormai in tutta Europa si respira un clima autoritario, lo si è visto con l’aver reso permanente lo stato d’emergenza in Francia, in Spagna con la Ley Mordaza prima e la repressione in Catalogna poi e con lo stato di polizia in Italia.

La manifestazione dell’11 Novembre a Roma, intende denunciare con forza questa emergenza democratica e il modello repressivo e autoritario imperante, di cui la Legge e la filosofia del ministero di Minniti sono l’espressione più sistematica. Se ne parlerà a Roma, il pomeriggio di venerdì 10 alla vigilia della manifestazione, nell’assemblea pubblica promossa da Eurostop. Occorre cominciare a praticare gli obiettivi dell’amnistia per i reati sociali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni dell’uomo forte del dispotismo europeo in Italia, cioè il ministro Minniti.

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01/06/2017

Un appello contro la repressione delle lotte, in difesa delle libertà democratiche

Giuristi, sindacalisti, costituzionalisti, docenti universitari, attivisti politici e sociali, hanno lanciato un appello per fermare l’escalation repressiva in corso nel paese, escalation che appare strettamente funzionale alla governabilità autoritaria delle conseguenze sociali della crisi e delle misure antipopolari imposte dal governo e dalle istituzioni europee. Un segnale di allarme ma anche un appello alla resistenza e alla legittima difesa comune. Qui di seguito il testo e i primi firmatari dell’appello:

APPELLO CONTRO LA REPRESSIONE DELLE LOTTE SOCIALI E POLITICHE ED IN DIFESA DELLE LIBERTA’ DEMOCRATICHE

Con questo appello intendiamo lanciare un serio segnale di allarme sullo stato delle libertà democratiche e dell’agibilità politica e sociale nel nostro paese.

Stiamo verificando sempre più spesso l’uso di misure repressive contro attivisti sindacali, sociali, politici, semplici lavoratori impegnati nei conflitti che investono la società.

Si tratta di misure unilaterali di polizia, eredità perdurante del codice penale del ventennio fascista, tese ad annullare l’agibilità in un territorio, una città, un terreno di lotta vertenziale.

In particolare vengono utilizzati sempre più spesso provvedimenti repressivi – talvolta senza neanche un processo – che comminano sia pene detentive che forti sanzioni economiche.

E’ accaduto recentemente ad attivisti sociali e sindacali a Bologna e in Calabria, ai lavoratori di una azienda partecipata del Comune di Roma. Accade sistematicamente contro attivisti dei movimenti di lotta per la casa, ai disoccupati napoletani o attivisti del movimento No Tav, a Torino e in Val di Susa.

E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, solo apparentemente e momentaneamente “più leggere” di quelle adottate negli anni delle “leggi d’emergenza”.

C’è un nesso palese tra estensione dei provvedimenti repressivi e conseguenze della crisi economica che produce disoccupazione di massa, sfratti, chiusura di aziende, aumento vertiginoso delle disuguaglianze, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone.

Tutti gli indicatori del disagio sociale sono in rapida crescita, ma è scomparso il ruolo costituzionale della politica: trovare soluzioni, mantenere la coesione sociale, contrastare la crescita delle disuguaglianze sociali.

Vincoli di bilancio e Trattati Europei concorrono alla deresponsabilizzazione del soggetto pubblico e alla distruzione dei sistemi di welfare. Le esigenze sociali di ogni ordine e grado, anche quelle minime, si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.

I “Decreti Minniti” su migranti e “decoro urbano”, ormai commutati in legge, sono l’unica risposta a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue”, colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Una torsione particolarmente inaccettabile è poi quella diretta contro i migranti che introduce, nei fatti, un doppio standard giuridico e penale verso gli immigrati.

Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, il governo ha creato un “sistema di deterrenza” per scoraggiare ogni protesta sociale e neutralizzare i soggetti più attivi. Una repressione preventiva non riservata solo agli attivisti ma diretta soprattutto a lavoratori, disoccupati, senza casa, migranti.

Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto devono produrre su un lavoratore Lsu, su un operaio di una fabbrica in via di chiusura, su una lavoratrice di un supermercato a part time o un giovane disoccupato?

Il dogma della cosiddetta “legalità” sta entrando apertamente in contraddizione con ogni richiesta di giustizia e uguaglianza sociale.

Il 4 dicembre, un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato da questa filosofia. Ma non ha fermato il “programma politico” che ne doveva derivare.

Questo stillicidio quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, sta configurando un vero e proprio stato di polizia, forse meno appariscente di quello turco, ma animato dalla stessa filosofia.

Riteniamo dunque urgente mettere in campo una vasta mobilitazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate.

Si impone – e rapidamente – un cambio di passo. A cominciare da una amnistia e dalla depenalizzazione per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali.

Infine diventa urgente mettere in campo nel paese una vasta campagna democratica e popolare per abrogare il Decreto Minniti, diventato legge.

30 maggio 2017

primi firmatari

prof. Paolo Maddalena

Giorgio Cremaschi

Fabrizio Tomaselli

Carlo Guglielmi

Ugo Boghetta

Nicoletta Dosio

prof. Ernesto Screpanti

Luigi Di Giacomo

Mauro Casadio

Carlo Formenti

Franco Russo

Sergio Cararo

Francesco Valerio Della Croce

Nella Ginatempo

Stefano Zai

Beppe Corioni

Roberto Pardini

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04/05/2017

Il paese del “pattuglione”

Le scene che sfilano davanti ai nostri occhi da alcuni giorni sono un pessimo scenario, presente e futuro per il nostro paese.

Proviamo a mettere in fila il pattuglione “scelbiano” della polizia alla stazione di Milano, il rastrellamento del “ghetto” nelle campagne di Foggia, la caccia ai venditori di strada a Roma – con il drammatico esito della morte di un immigrato senegalese padre di due bambini – , la valanga di misure restrittive, le condanne e sanzioni economiche arrivate ad attivisti sociali e sindacali, il Daspo applicato a Roma addirittura ai lavoratori di una società partecipata per le proteste al Campidoglio, la “trappola” e le manganellate contro i manifestanti del 1 Maggio a Torino.

Che immagine ci restituiscono del clima politico del paese? L’eccitazione di Salvini che si fa i selfie omaggiando il pattuglione ne è solo l’aspetto più ributtante. Il pesce, come noto, puzza dalla testa e oggi la testa è quella del ministro degli Interni Minniti e dei decreti che portano il suo nome.

E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, apparentemente preventive e momentaneamente più leggere di quelle adottate negli anni passati, ossia delle leggi d’emergenza introdotte nel paese tra gli anni ‘70 e ‘80.

A nessuno infatti può sfuggire il nesso tra l’estensione dei provvedimenti repressivi e le conseguenze della crisi economica che stanno producendo disoccupazione di massa, sfratti, chiusure di aziende, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone, aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali.

Tutti gli indicatori di disagio sociale sono in crescita, ma è venuta completamente meno la funzione della politica: trovare soluzioni, cercare di mantenere la coesione sociale, opporsi alla crescita delle disuguaglianze sociali. In nome della governance e della sicurezza, ma anche del rispetto dei vincoli di bilancio, dei Trattati Europei, della de/responsabilizzazione del soggetto pubblico dalla gestione del welfare, le esigenze sociali si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.

Il Decreto Minniti recentemente approvato, corrisponde pienamente a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue” andando a colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Insomma è stata apertamente dichiarata una guerra contro i poveri attraverso l'istituzionalizzazione di uno "Stato penale" funzionale ad essa.

Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, con il decreto Minniti il governo ha creato un sistema di deterrenza che deve scoraggiare ogni protesta sociale o comunque neutralizzare i soggetti sociali, sindacali, politici più attivi. Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto producono su un lavoratore Lsu, un operaio di una fabbrica in via di chiusura, la lavoratrice di un supermercato, un giovane disoccupato? Infine, ma non certo per importanza, il Decreto Minniti ha introdotto un doppio standard giuridico, uno per gli “italiani”, l’altro per gli immigrati. Viene così a crearsi una legittimità “dall’alto” che copre e incentiva ogni intervento pesante sul piano dell’ordine pubblico contro gli immigrati.

E’ evidente come il dogma della legalità stia entrando apertamente in contraddizione con ogni criterio o richiesta di giustizia sociale. Il 4 dicembre un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato dalla filosofia della governance autoritaria.

Ma questo stillicidio ormai quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, pattuglioni di strada, Daspo etc. sta configurando uno Stato di polizia, per il momento meno clamoroso di quello di Erdogan, ma animato dalla medesima filosofia.

E’ urgente mettere in campo una vasta reazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate. Si impone, e rapidamente un cambio di passo. Il paese dei “pattuglioni” è un pessimo paese.

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