Ultim’ora. La questura di Catania fa retromarcia: archiviato il procedimento contro la dirigente dell’Usb a Catania.
Giovedì 10 settembre la Questura di Catania ha inviato alla responsabile della Federazione USB della città la comunicazione dell’avvio di un procedimento per “l’irrogazione della misura di prevenzione del Foglio di Via con Divieto di Ritorno nel comune di Catania”. In pratica a Dafne Anastasi, dirigente di Usb da diversi anni, attivista molto conosciuta in città per le innumerevoli battaglie condotte su tantissimi fronti, si minaccia di precludere l’accesso in città e quindi la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro e di proseguire l’attività sindacale e sociale.
All’origine dell’avvio del procedimento, si legge nella comunicazione, ci sarebbe una manifestazione nell’aula del Consiglio comunale tenutasi nei mesi scorsi. Ma non può sfuggire la gravità della misura minacciata che, di fatto, mira a colpire l’organizzazione sindacale, impedendo la possibilità di agire in città ad una delle sue dirigenti più conosciute.
Dafne Anastasi la conoscono in tant3 a Catania, tra i lavoratori pubblici, nei movimenti sociali ma anche nel mondo delle istituzioni. Da diversi anni è spesso l’interfaccia di mobilitazioni e iniziative sindacali e sociali. Provare a neutralizzarla è il segno di una precisa volontà di interruzione di qualsiasi forma di dialogo con i conflitti e i problemi della città. Un segnale molto pesante che mira ad invelenire il clima e a silenziare il dissenso con la repressione.
Questo vero e proprio atto di intimidazione non può passare. Serve una risposta collettiva a chi vuole chiudere spazi alla democrazia ed al diritto per lavoratori e lavoratrici di far sentire le proprie ragioni.
L’Usb sta programmando una serie di iniziative legali e di mobilitazione per difendere la piena agibilità politica e sindacale. In ballo c’è la libertà di tutt3.
Giù le mani da Dafne.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026
01/06/2017
Un appello contro la repressione delle lotte, in difesa delle libertà democratiche
Giuristi, sindacalisti, costituzionalisti, docenti universitari, attivisti politici e sociali, hanno lanciato un appello per fermare l’escalation repressiva in corso nel paese, escalation che appare strettamente funzionale alla governabilità autoritaria delle conseguenze sociali della crisi e delle misure antipopolari imposte dal governo e dalle istituzioni europee. Un segnale di allarme ma anche un appello alla resistenza e alla legittima difesa comune. Qui di seguito il testo e i primi firmatari dell’appello:
Con questo appello intendiamo lanciare un serio segnale di allarme sullo stato delle libertà democratiche e dell’agibilità politica e sociale nel nostro paese.
Stiamo verificando sempre più spesso l’uso di misure repressive contro attivisti sindacali, sociali, politici, semplici lavoratori impegnati nei conflitti che investono la società.
Si tratta di misure unilaterali di polizia, eredità perdurante del codice penale del ventennio fascista, tese ad annullare l’agibilità in un territorio, una città, un terreno di lotta vertenziale.
In particolare vengono utilizzati sempre più spesso provvedimenti repressivi – talvolta senza neanche un processo – che comminano sia pene detentive che forti sanzioni economiche.
E’ accaduto recentemente ad attivisti sociali e sindacali a Bologna e in Calabria, ai lavoratori di una azienda partecipata del Comune di Roma. Accade sistematicamente contro attivisti dei movimenti di lotta per la casa, ai disoccupati napoletani o attivisti del movimento No Tav, a Torino e in Val di Susa.
E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, solo apparentemente e momentaneamente “più leggere” di quelle adottate negli anni delle “leggi d’emergenza”.
C’è un nesso palese tra estensione dei provvedimenti repressivi e conseguenze della crisi economica che produce disoccupazione di massa, sfratti, chiusura di aziende, aumento vertiginoso delle disuguaglianze, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone.
Tutti gli indicatori del disagio sociale sono in rapida crescita, ma è scomparso il ruolo costituzionale della politica: trovare soluzioni, mantenere la coesione sociale, contrastare la crescita delle disuguaglianze sociali.
Vincoli di bilancio e Trattati Europei concorrono alla deresponsabilizzazione del soggetto pubblico e alla distruzione dei sistemi di welfare. Le esigenze sociali di ogni ordine e grado, anche quelle minime, si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.
I “Decreti Minniti” su migranti e “decoro urbano”, ormai commutati in legge, sono l’unica risposta a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue”, colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Una torsione particolarmente inaccettabile è poi quella diretta contro i migranti che introduce, nei fatti, un doppio standard giuridico e penale verso gli immigrati.
Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, il governo ha creato un “sistema di deterrenza” per scoraggiare ogni protesta sociale e neutralizzare i soggetti più attivi. Una repressione preventiva non riservata solo agli attivisti ma diretta soprattutto a lavoratori, disoccupati, senza casa, migranti.
Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto devono produrre su un lavoratore Lsu, su un operaio di una fabbrica in via di chiusura, su una lavoratrice di un supermercato a part time o un giovane disoccupato?
Il dogma della cosiddetta “legalità” sta entrando apertamente in contraddizione con ogni richiesta di giustizia e uguaglianza sociale.
Il 4 dicembre, un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato da questa filosofia. Ma non ha fermato il “programma politico” che ne doveva derivare.
Questo stillicidio quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, sta configurando un vero e proprio stato di polizia, forse meno appariscente di quello turco, ma animato dalla stessa filosofia.
Riteniamo dunque urgente mettere in campo una vasta mobilitazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate.
Si impone – e rapidamente – un cambio di passo. A cominciare da una amnistia e dalla depenalizzazione per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali.
Infine diventa urgente mettere in campo nel paese una vasta campagna democratica e popolare per abrogare il Decreto Minniti, diventato legge.
30 maggio 2017
primi firmatari
prof. Paolo Maddalena
Giorgio Cremaschi
Fabrizio Tomaselli
Carlo Guglielmi
Ugo Boghetta
Nicoletta Dosio
prof. Ernesto Screpanti
Luigi Di Giacomo
Mauro Casadio
Carlo Formenti
Franco Russo
Sergio Cararo
Francesco Valerio Della Croce
Nella Ginatempo
Stefano Zai
Beppe Corioni
Roberto Pardini
Fonte
APPELLO CONTRO LA REPRESSIONE DELLE LOTTE SOCIALI E POLITICHE ED IN DIFESA DELLE LIBERTA’ DEMOCRATICHE
Con questo appello intendiamo lanciare un serio segnale di allarme sullo stato delle libertà democratiche e dell’agibilità politica e sociale nel nostro paese.
Stiamo verificando sempre più spesso l’uso di misure repressive contro attivisti sindacali, sociali, politici, semplici lavoratori impegnati nei conflitti che investono la società.
Si tratta di misure unilaterali di polizia, eredità perdurante del codice penale del ventennio fascista, tese ad annullare l’agibilità in un territorio, una città, un terreno di lotta vertenziale.
In particolare vengono utilizzati sempre più spesso provvedimenti repressivi – talvolta senza neanche un processo – che comminano sia pene detentive che forti sanzioni economiche.
E’ accaduto recentemente ad attivisti sociali e sindacali a Bologna e in Calabria, ai lavoratori di una azienda partecipata del Comune di Roma. Accade sistematicamente contro attivisti dei movimenti di lotta per la casa, ai disoccupati napoletani o attivisti del movimento No Tav, a Torino e in Val di Susa.
E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, solo apparentemente e momentaneamente “più leggere” di quelle adottate negli anni delle “leggi d’emergenza”.
C’è un nesso palese tra estensione dei provvedimenti repressivi e conseguenze della crisi economica che produce disoccupazione di massa, sfratti, chiusura di aziende, aumento vertiginoso delle disuguaglianze, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone.
Tutti gli indicatori del disagio sociale sono in rapida crescita, ma è scomparso il ruolo costituzionale della politica: trovare soluzioni, mantenere la coesione sociale, contrastare la crescita delle disuguaglianze sociali.
Vincoli di bilancio e Trattati Europei concorrono alla deresponsabilizzazione del soggetto pubblico e alla distruzione dei sistemi di welfare. Le esigenze sociali di ogni ordine e grado, anche quelle minime, si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.
I “Decreti Minniti” su migranti e “decoro urbano”, ormai commutati in legge, sono l’unica risposta a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue”, colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Una torsione particolarmente inaccettabile è poi quella diretta contro i migranti che introduce, nei fatti, un doppio standard giuridico e penale verso gli immigrati.
Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, il governo ha creato un “sistema di deterrenza” per scoraggiare ogni protesta sociale e neutralizzare i soggetti più attivi. Una repressione preventiva non riservata solo agli attivisti ma diretta soprattutto a lavoratori, disoccupati, senza casa, migranti.
Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto devono produrre su un lavoratore Lsu, su un operaio di una fabbrica in via di chiusura, su una lavoratrice di un supermercato a part time o un giovane disoccupato?
Il dogma della cosiddetta “legalità” sta entrando apertamente in contraddizione con ogni richiesta di giustizia e uguaglianza sociale.
Il 4 dicembre, un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato da questa filosofia. Ma non ha fermato il “programma politico” che ne doveva derivare.
Questo stillicidio quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, sta configurando un vero e proprio stato di polizia, forse meno appariscente di quello turco, ma animato dalla stessa filosofia.
Riteniamo dunque urgente mettere in campo una vasta mobilitazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate.
Si impone – e rapidamente – un cambio di passo. A cominciare da una amnistia e dalla depenalizzazione per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali.
Infine diventa urgente mettere in campo nel paese una vasta campagna democratica e popolare per abrogare il Decreto Minniti, diventato legge.
30 maggio 2017
primi firmatari
prof. Paolo Maddalena
Giorgio Cremaschi
Fabrizio Tomaselli
Carlo Guglielmi
Ugo Boghetta
Nicoletta Dosio
prof. Ernesto Screpanti
Luigi Di Giacomo
Mauro Casadio
Carlo Formenti
Franco Russo
Sergio Cararo
Francesco Valerio Della Croce
Nella Ginatempo
Stefano Zai
Beppe Corioni
Roberto Pardini
Fonte
29/05/2017
La libertà secondo Minniti. Testimonianza di un “espulso”
Ora che sono un po’ più tranquillo volevo scrivere due parole su quello che mi è successo ieri.
Venerdì sera sono partito in treno per tentare di raggiungere Taormina. Da anni sapevo che ieri si sarebbe tenuta la manifestazione in contestazione al summit dei leaders del G7, avendo appreso la notizia da Facebook ormai anni fa.
Mi sono attrezzato e venerdì sera sono salito su un treno a Milano per raggiungere Messina prima e, successivamente, Taormina.
Sono arrivato alla stazione di Villa San Giovanni per le ore 6.00 circa, di sabato mattina. In attesa che imbarcassero il mio intercity sul traghetto che doveva farmi attraversare lo stretto di Messina, scendo per prendere una boccata d’aria e fumarmi una sigaretta. Mi si avvicinano due agenti della PolFer che stavano perquisendo il treno e così, anche in tono cordiale, mi domandano dove fossi diretto. Tento di rimanere sul vago, ma chiarisco che stavo cercando di raggiungere Taormina per produrre un articolo sulla manifestazione prevista per quel pomeriggio da pubblicarsi sul giornalino studentesco ilTurpiloquio.
Mi chiedono allora i documenti e cominciano a controllare la mia vita su un palmare in loro dotazione. Mi chiedono se avessi mai avuto “guai con la legge” e io, con la massima sincerità, rispondo che a 16 anni ero stato segnalato alla Questura di Como per manifestazione non autorizzata.
Dovevo capire che non tirava una buona aria quando, “accompagnandomi” in centrale alla PolFer, la prima domanda che mi viene rivolta è: “Senta, lei deve fare ‘sto articolo, ma qual è la sua posizione politica su questo summit?”.
Arrivato in centrale mi perquisiscono il bagaglio, mi fanno togliere le scarpe e i pantaloni e intuisco subito il loro intento: continuano a domandarmi, anche insistentemente, se per caso avessi con me degli stupefacenti, dei coltellini o se per caso avessi mai avuto precedenti per possesso di droghe, cercano un pretesto per non farmi proseguire. Mi controllano perfino le due SD che avevo con la macchina fotografica e la penna USB di Star Wars che avevo con me, in cerca, a dir loro di “materiale sospetto”.
Finita la perquisizione mi fanno spegnere il cellulare, facendomelo depositare su un tavolo, dicendomi che fino al mio rilascio non avrei potuto comunicare con l’esterno, nemmeno con i miei genitori, nemmeno con i compagni che mi aspettavano a Messina per tranquillizzarli.
Dopo un paio d’ore mi informano che, prima di rilasciarmi, devono fare ancora un paio di controlli e che, per tanto, dovevo seguirli in questura a Reggio Calabria. Non faccio storie e li seguo, mi fanno salire in macchina e mi portano in questura, negli uffici dell’anticrimine.
Senza troppi complimenti un agente della DIGOS mi comunica che, “visti i miei precedenti”, mi avrebbero notificato un Foglio di Via Obbligatorio con un ingiunzione a presentarmi entro le 10 di questa mattina in questura a Como per farmi identificare.
Allora, è importante sottolineare che il verbale mi definisce come una “persona pericolosa per l’ordine pubblico”, ma i presunti “precedenti specifici” altro non sono se non due denunce a mio carico per manifestazione non autorizzata di quando avevo sedici anni, per le quali non solo sono stato pienamente assolto anni fa, ma addirittura assolto perché “il fatto è irrilevante”.
Esistono quindi ben due documenti pubblici che certificano che io non rappresenti un problema di nessun tipo per l’ordine pubblico. A fronte di ciò, e di un verbale di perquisizione che certificava che tutte le perquisizioni avevano dato esito negativo (per tutto, stupefacenti, armi contundenti, esplosivi), mi informano che è necessario per evidenti problemi di ordine pubblico che io sia allontanato immediatamente da Villa San Giovanni, nel tentativo, non dichiarato ovviamente, di impedirmi di partecipare alla manifestazione prevista per quello stesso pomeriggio. Il tutto con la proverbiale cordialità dei pubblici agenti, che mi trattano a metà fra il paternalismo e il continuo sbruffoneggiante scherno.
Nel complesso il fermo è durato 5 ore, durante le quali non ho potuto mangiare né comunicare con l’esterno. Mentre mi “riaccompagnavano” in stazione a Villa San Giovanni capisco anche che, assieme al mio, solo ieri mattina, solo fino alle ore 11, erano già stati notificati altri 23 fogli di via a ragazzi che tentavano, come me, di raggiungere la manifestazione di Taormina.
Benvenuti nell’era Minniti, dove il diritto a manifestare è sacrosanto, ammesso che si riesca a raggiungere la manifestazione.
Il foglio di via consegnato a Lorenzo.
Fonte
Venerdì sera sono partito in treno per tentare di raggiungere Taormina. Da anni sapevo che ieri si sarebbe tenuta la manifestazione in contestazione al summit dei leaders del G7, avendo appreso la notizia da Facebook ormai anni fa.
Mi sono attrezzato e venerdì sera sono salito su un treno a Milano per raggiungere Messina prima e, successivamente, Taormina.
Sono arrivato alla stazione di Villa San Giovanni per le ore 6.00 circa, di sabato mattina. In attesa che imbarcassero il mio intercity sul traghetto che doveva farmi attraversare lo stretto di Messina, scendo per prendere una boccata d’aria e fumarmi una sigaretta. Mi si avvicinano due agenti della PolFer che stavano perquisendo il treno e così, anche in tono cordiale, mi domandano dove fossi diretto. Tento di rimanere sul vago, ma chiarisco che stavo cercando di raggiungere Taormina per produrre un articolo sulla manifestazione prevista per quel pomeriggio da pubblicarsi sul giornalino studentesco ilTurpiloquio.
Mi chiedono allora i documenti e cominciano a controllare la mia vita su un palmare in loro dotazione. Mi chiedono se avessi mai avuto “guai con la legge” e io, con la massima sincerità, rispondo che a 16 anni ero stato segnalato alla Questura di Como per manifestazione non autorizzata.
Dovevo capire che non tirava una buona aria quando, “accompagnandomi” in centrale alla PolFer, la prima domanda che mi viene rivolta è: “Senta, lei deve fare ‘sto articolo, ma qual è la sua posizione politica su questo summit?”.
Arrivato in centrale mi perquisiscono il bagaglio, mi fanno togliere le scarpe e i pantaloni e intuisco subito il loro intento: continuano a domandarmi, anche insistentemente, se per caso avessi con me degli stupefacenti, dei coltellini o se per caso avessi mai avuto precedenti per possesso di droghe, cercano un pretesto per non farmi proseguire. Mi controllano perfino le due SD che avevo con la macchina fotografica e la penna USB di Star Wars che avevo con me, in cerca, a dir loro di “materiale sospetto”.
Finita la perquisizione mi fanno spegnere il cellulare, facendomelo depositare su un tavolo, dicendomi che fino al mio rilascio non avrei potuto comunicare con l’esterno, nemmeno con i miei genitori, nemmeno con i compagni che mi aspettavano a Messina per tranquillizzarli.
Dopo un paio d’ore mi informano che, prima di rilasciarmi, devono fare ancora un paio di controlli e che, per tanto, dovevo seguirli in questura a Reggio Calabria. Non faccio storie e li seguo, mi fanno salire in macchina e mi portano in questura, negli uffici dell’anticrimine.
Senza troppi complimenti un agente della DIGOS mi comunica che, “visti i miei precedenti”, mi avrebbero notificato un Foglio di Via Obbligatorio con un ingiunzione a presentarmi entro le 10 di questa mattina in questura a Como per farmi identificare.
Allora, è importante sottolineare che il verbale mi definisce come una “persona pericolosa per l’ordine pubblico”, ma i presunti “precedenti specifici” altro non sono se non due denunce a mio carico per manifestazione non autorizzata di quando avevo sedici anni, per le quali non solo sono stato pienamente assolto anni fa, ma addirittura assolto perché “il fatto è irrilevante”.
Esistono quindi ben due documenti pubblici che certificano che io non rappresenti un problema di nessun tipo per l’ordine pubblico. A fronte di ciò, e di un verbale di perquisizione che certificava che tutte le perquisizioni avevano dato esito negativo (per tutto, stupefacenti, armi contundenti, esplosivi), mi informano che è necessario per evidenti problemi di ordine pubblico che io sia allontanato immediatamente da Villa San Giovanni, nel tentativo, non dichiarato ovviamente, di impedirmi di partecipare alla manifestazione prevista per quello stesso pomeriggio. Il tutto con la proverbiale cordialità dei pubblici agenti, che mi trattano a metà fra il paternalismo e il continuo sbruffoneggiante scherno.
Nel complesso il fermo è durato 5 ore, durante le quali non ho potuto mangiare né comunicare con l’esterno. Mentre mi “riaccompagnavano” in stazione a Villa San Giovanni capisco anche che, assieme al mio, solo ieri mattina, solo fino alle ore 11, erano già stati notificati altri 23 fogli di via a ragazzi che tentavano, come me, di raggiungere la manifestazione di Taormina.
Benvenuti nell’era Minniti, dove il diritto a manifestare è sacrosanto, ammesso che si riesca a raggiungere la manifestazione.
Il foglio di via consegnato a Lorenzo.
Fonte
28/05/2017
Minniti come Erdogan: Attivisti anti G7 fermati, decine di fogli di via
Oggi pomeriggio, alle 15, al via da Giardini Naxos il corteo NOG7. Dall’alba controlli a tappeto, soprattutto a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) e Catania.
Bloccati per ora i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgenica – Zer081), quelli partiti in bus sempre dal capoluogo campano (Ex Opg Je So’ Pazzo) e una trentina di compagn* cosentin* del Centro Sociale Rialzo, con identificazioni e perquisizioni. Nonostante il clima di terrore, attiviste e attivisti sono intenzionate-i a non farsi intimidire e a raggiungere Giardini Naxos, da dove sentiamo Manuel, inviato di Radio Onda d’Urto che intervista anche alcuni abitanti.
Ascolta o scarica qui
12 della trentina di compagne-i cosentini, fermi da ore a Villa San Giovanni, portati al Commissariato reggino per “ulteriori accertamenti”. Si profila il foglio di via dalla Sicilia. L’altra ventina di compagne-i riparte per Giardini Naxos in modo da denunciare l’accaduto pubblicamente in occasione del corteo #NOG7. Dall’interno del commissariato Simone, compagno del centro sociale Rialzo, uno degli attivisti portati in Commissariato. Ascolta o scarica qui.
Ore 12.50. Ancora fermi i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgencia – Zer081). Ci sarebbero anche tre fermi, probabili anche qui altri fogli di via, tanto che alle 14 ci sarà un presidio di protesta sotto la Prefettura di Napoli. Dati 12 fogli di via ai compagni e alle compagne giunti da Cosenza.
Bloccati anche i quattro pullman con a bordo compagne-i palermitani e torinesi in un autogrill vicino Catania. La corrispondenza con Gianluca, Infoaut.org Torino. Ascolta o scarica qui
Ore 13 a Catania uno schieramento di forze dell’ordine blocca gli attivisti prima di salire sul bus diretto a Giardini Naxos. Ancora perquisizioni e controllo dei documenti. Tensioni e spintoni con la polizia che con un atteggiamento aggressivo e arrogante tenta di sequestrare bandiere e striscioni agli attivisti.
Ore 14.30 Riattivato l’infopoint del Media Crew, che poco prima aveva subito perquisizioni, arrivati in piazza i compagni di Palermo e di Napoli. Ancora fermi a Messina Sud – Tremestieri i gruppi provenienti da Cosenza e Messina.
Ore 15 Il gruppo di manifestanti di Messina è stato fermato e bloccato al casello di Tremestieri. Perquisizioni, controlli, e foto identificative con carta d’identità al petto. Gli agenti fotografano anche riviste, libri e quaderni presenti negli zaini.
Ore 16 arrivata anche l’ultima delegazione di compagn* nonostante la repressione, da Giardini Naxos parte il corteo.
Fonte
Bloccati per ora i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgenica – Zer081), quelli partiti in bus sempre dal capoluogo campano (Ex Opg Je So’ Pazzo) e una trentina di compagn* cosentin* del Centro Sociale Rialzo, con identificazioni e perquisizioni. Nonostante il clima di terrore, attiviste e attivisti sono intenzionate-i a non farsi intimidire e a raggiungere Giardini Naxos, da dove sentiamo Manuel, inviato di Radio Onda d’Urto che intervista anche alcuni abitanti.
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12 della trentina di compagne-i cosentini, fermi da ore a Villa San Giovanni, portati al Commissariato reggino per “ulteriori accertamenti”. Si profila il foglio di via dalla Sicilia. L’altra ventina di compagne-i riparte per Giardini Naxos in modo da denunciare l’accaduto pubblicamente in occasione del corteo #NOG7. Dall’interno del commissariato Simone, compagno del centro sociale Rialzo, uno degli attivisti portati in Commissariato. Ascolta o scarica qui.
Ore 12.50. Ancora fermi i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgencia – Zer081). Ci sarebbero anche tre fermi, probabili anche qui altri fogli di via, tanto che alle 14 ci sarà un presidio di protesta sotto la Prefettura di Napoli. Dati 12 fogli di via ai compagni e alle compagne giunti da Cosenza.
Bloccati anche i quattro pullman con a bordo compagne-i palermitani e torinesi in un autogrill vicino Catania. La corrispondenza con Gianluca, Infoaut.org Torino. Ascolta o scarica qui
Ore 13 a Catania uno schieramento di forze dell’ordine blocca gli attivisti prima di salire sul bus diretto a Giardini Naxos. Ancora perquisizioni e controllo dei documenti. Tensioni e spintoni con la polizia che con un atteggiamento aggressivo e arrogante tenta di sequestrare bandiere e striscioni agli attivisti.
Ore 14.30 Riattivato l’infopoint del Media Crew, che poco prima aveva subito perquisizioni, arrivati in piazza i compagni di Palermo e di Napoli. Ancora fermi a Messina Sud – Tremestieri i gruppi provenienti da Cosenza e Messina.
Ore 15 Il gruppo di manifestanti di Messina è stato fermato e bloccato al casello di Tremestieri. Perquisizioni, controlli, e foto identificative con carta d’identità al petto. Gli agenti fotografano anche riviste, libri e quaderni presenti negli zaini.
Ore 16 arrivata anche l’ultima delegazione di compagn* nonostante la repressione, da Giardini Naxos parte il corteo.
Fonte
25/05/2017
Roma. Fermati attivisti No War che contestano Trump. Foglio di via per un anno
Avevano provato a mettersi in mezzo alla strada su via Nazionale mentre passava la colonna di auto con a bordo Trump in giro per la Capitale. In mano un striscione contro la guerra. I tre attivisti sono stati rapidamente bloccati dalla polizia e portati per tutto il giorno, fino alle 18.30, al commissariato del Viminale. Per uno dei due, Marinella Correggia, giornalista e storica attivista No War che contestò la conferenza stampa di Kerry a Roma, è scattato il foglio di via per un anno.
Marinella abita in un paese fuori dalla Capitale ma gran parte della sua attività, anche lavorativa, si svolge a Roma. “Tenuto conto anche dei precedenti specifici, per i tre è scattata la denuncia per manifestazione non autorizzata, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale”. Questa l’affermazione della Questura. Per aggravare le accuse ci si è messa anche quella di lesione a pubblico ufficiale, una accusa difficile da credere conoscendo la storica scelta pacifista e non violenta di Marinella Correggia a cui va la nostra solidarietà.
In altre zone della città come a Castel Sant’Angelo (vicino al Vaticano) e a via degli Annibaldi (vicino al Colosseo) sono comparsi striscioni contro la visita di Trump.
Fonte
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