Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/02/2020

I sommersi dell’accoglienza. I “decreti sicurezza” secondo Amnesty International

Nel rapporto “I sommersi dell’accoglienza” Amnesty International traccia un primo bilancio della applicazione del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 1132 (cosiddetto "decreto sicurezza", convertito in legge 1 dicembre 2018, n. 132) emanato dal governo gialloverde.

Il giudizio è senza appello: quel decreto ha gravemente peggiorato il sistema di accoglienza nel nostro Paese e sta generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali.

Da sottolineare – cosa che diverse organizzazioni in varia misura rientranti nel “terzo settore” si guardano bene dal fare – che il primo, come il secondo, “decreto sicurezza” targato Salvini è semplicemente la continuazione peggiorativa dei “decreti Minniti“, targati e votati Partito Democratico (anche dopo che il “Matteo primo”, Renzi, era già caduto di sella). Quindi ghettizzazione e povertà preesistevano e sono state certamente peggiorate dalla decretazione fascioleghista e grillina.

Di più (cosa che chi guarda solo al fenomeno immigrazione con intenti “così c’è lavoro per noi” non osa nemmeno citare), quei decreti – tutti, da Minniti a Salvini – criminalizzano qualsiasi protesta in modo tale da renderla di fatto impossibile perché “illegale”. Basta guardare a quanto avvenuto agli operai di Prato che protestavano per il mancato pagamento degli stipendi (da mesi!) e multati per 4.000 euro per non aver rispettato i limiti imposti dalla questura locale (solo un presidio, senza corteo, in una piazzetta in cui i manifestanti non potevano fisicamente entrare).

Interrogarsi sulle migrazioni e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale – scrive Amnesty nella sintesi del rapporto – significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei Paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema dell'accoglienza organizzata nel Paese di primo arrivo e sui percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il Paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari.

Ciò posto, l’analisi del decreto legge n. 113/2018 (e del connesso decreto del ministero dell’Interno 20 novembre 2018) svolta nel rapporto mette in evidenza il processo con cui viene resa ulteriormente fragile la condizione del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Questo processo dura ormai da diversi anni ma il decreto n. 113/2018 amplifica in modo rilevante tale condizione di fragilità, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare nell’esercito di invisibili che costituisce preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi).

Le misure del decreto che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza cancellano di fatto la possibilità di percorsi inclusivi e socialmente avanzati, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, all’istruzione e al lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e con aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale.

Si tratta – conclude la sintesi del rapporto – di un cambiamento normativo che si inserisce nella cornice di una politica fortemente orientata a bloccare gli sbarchi sulle coste italiane di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, a limitare in modo sostanziale il godimento di alcuni loro diritti fondamentali e a costruire barriere e ostacoli di carattere amministrativo e legislativo.

Fonte: NumeriPari

Qui il testo integrale del Rapporto

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05/01/2019

Roma - Il Pd chiede alla Raggi di sospendere il decreto Salvini, ma ha la memoria corta

Nella mattina di giovedì 3 novembre, con la firma del consigliere comunale Giovanni Zannola, il Partito democratico ha «depositato una mozione urgente che chiede alla sindaca Raggi di sospendere il decreto legge Salvini, laddove si presenti controversa la sua applicazione a garanzia dei diritti umani dell’individuo e dei diritti alla sicurezza per i cittadini».

Nella nota rilasciata e firmata da altri numerosi esponenti locali, i dem affermano che «l’effetto (della legge, ndr) è solo quello di aumentare la confusione sui territori e di generare il caos negli enti locali, (…) il numero delle persone il cui status giuridico rimane incerto, nonché il numero di persone che non avranno uno status regolare».

In ultima istanza, «l’obiettivo non dichiarato è quello di aumentare il numero di invisibili». Il che è verissimo, del resto come denunciato da noi e non solo… Alla sindaca viene chiesto di seguire l’esempio del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, al centro del dibattito politico in questi giorni, in compagnia di altri sindaci, per aver espresso fermezza nella non applicazioni di una legge in «palese violazione dei diritti costituzionali».

Parole forti, quelle scritte nella mozione, a cui fa eco oggi dalle pagine dell’Avvenire l’ex ministro Graziano Delrio. Forti, sì, quanto prive di memoria, ma invece intrise di opportunismo politico nel tentativo di dar vigore a un partito pressoché cancellato dal registro politico “che conta” a seguito delle catastrofiche elezioni dello scorso 4 marzo.

La questione, ovviamente, non riguarda il merito del “decreto” Salvini, contro cui questo giornale si espresso in numerose occasioni.

E non riguarda neanche il doveroso sostegno a quella disobbedienza civile, espressa in questi giorni dai sindaci di alcune importanti città del paese, necessaria perché dal consenso ideologico (i moventi di Salvini) alla realtà concreta (gli effetti della legge), ci passano di mezzo centinaia di vite umane che hanno bisogno di essere tutelate, indipendente dalle volontà di potenza dello smargiasso di turno.

Semmai, il problema è che il Partito democratico, nella qualsivoglia forma si esprima, non può intestarsi questa battaglia. E non può perché, checché ne dica, la legge Salvini (in materia sia di immigrazione che di sicurezza) si inserisce nella traccia aperta dal pacchetto Minniti convertito in legge neanche 2 anni fa.

L’attacco al diverso, personificato dal migrante, già allora passava attraverso l’apertura di nuovi Cpr (ex Cie, solo rinominati), il contesto premiale con cui si poteva “guadagnare” il permesso di soggiorno (lavori di pubblica utilità), la sostituzione del normale processo civile con un rito camerale senza udienza, e cioè senza contraddittorio, a cui si andava ad aggiungere l’abolizione del secondo grado di giudizio in Corte d’Appello.

Perciò, ha ragione l’Unione sindacale di base quando ricorda che in questa battaglia il sostegno ai sindaci non deve confondersi con il tentativo dell’ex partito della nazione di rifarsi il trucco dinanzi alla popolazione.

E inoltre, dov’era il Pd quando già lo scorso novembre una delegazione formata da Usb, Potere al Popolo, Noi Restiamo, Comunità rifugiati sudanesi di Scorticabove, Alterego, chiedeva un incontro al Comune tutto, per aprire un confronto sull’allora Decreto che veniva discusso in Parlamento e al Senato?

A quell’incontro non si presentò, lo fece invece il capogruppo del M5S, che poi si intestarono (evidentemente un vizio comune in Campidoglio) la richiesta di apertura di un dialogo al ministro dell’Interno.

Il Pd chiede alla Raggi «un gesto politico. Di coraggio». Di certo c’è che a loro, il “coraggio”, a leggere queste dichiarazioni, non manca per nulla.

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15/10/2018

Il ministro dell’odio razziale mette in atto la “soluzione finale”

“Riace deve chiudere”. Il ministero dell’Interno lo ha messo nero su bianco con una circolare del 9 ottobre scorso del suo dipartimento Immigrazione che ordina la chiusura di tutti i progetti e il trasferimento di tutti i migranti.

È un attacco mortale per Riace e per tutto ciò che di bello e importante quel piccolo comune calabrese, strappato alla miseria ed all’abbandono, ha, fin qui, rappresentato non solo per il nostro paese ma per l’intera comunità mondiale.

Il ministro dell’odio razziale #MatteoSalvini, spalleggiato da procure, media e burocrati di turno, porta così a termine l’opera di distruzione finale dell’esperienza del comune di #Riace, prezioso simbolo e modello internazionale di civiltà e convivenza civile.

Un’opera distruttrice che, tuttavia, era stata già ben avviata dai suoi predecessori, ovvero, da quegli stessi che adesso urlano alla “deportazione” mentre candidano a guidare l’“opposizione” proprio colui che prima di ogni altro aveva duramente avversato, da quello stesso ministero ora occupato da Salvini, l’instancabile, difficile e faticosa attività di solidarietà e concreta accoglienza svolta da Mimmo Lucano.

Marco Minniti, con un Decreto Legge che portava la sua firma e quella dell’ex ministro della giustizia Orlando, aveva già cambiato le regole e ridotto le possibilità di fare ricorso nel caso in cui una domanda d’asilo veniva respinta.

Le indagini su Riace erano iniziate nel luglio 2016 quando gli ispettori della Prefettura di Reggio Calabria si recarono nel centro Sprar di Riace ravvisando una serie di “anomalie” che vennero poi scritte nero su bianco nel mese in cui si insediò Minniti, cioè nel dicembre 2016. Incommensurabile faccia tosta.

Anche se i referenti di Salvini non applaudono apertamente alle sue iniziative, nondimeno sono ben contenti della solerzia e della determinazione con cui il ministro dell’odio razziale sta facendo, per loro conto, il lavoro sporco. Si, perché, tanto per il neo-fascista Salvini quanto per i suoi nemmeno tanto occulti mandanti, i migranti devono finire tutti nei lager come quelli di #Rignano e #Rosarno, controllati dalle mafie locali ed al servizio della grande distribuzione commerciale. Razzismo e sfruttamento schiavistico della forza-lavoro: due facce della stessa infame medaglia.

Ma chi ora tace e/o sta facendo finta di nulla davanti a questa deriva nazistoide non è da considerarsi meno criminale di chi sta realizzando questo abominio. Piccoli e mediocri opportunistelli da quattro soldi, i quali, avendo conquistato, con l’ennesimo inganno, un po’ di potere, ora lo usano solo per infierire sui più deboli oltre che per dividerli mettendoli l’uno contro l’altro in cambio di qualche sussidio e/o elemosina.

Ma la ruota gira e se c’è qualcosa che, molto nettamente, distingue questo tempo da quello passato, è la vorticosa velocità con cui si consumano miti, passioni e carriere fulminanti di vecchi e nuovi eroi di plastica.

Verrà molto presto, dunque, il giorno in cui questi luridi mascalzoni che stanno giocando a fare gli sbruffoni sulla pelle di tanta povera gente, saranno giudicati per tutto il male che stanno facendo e spero tanto che quel giorno, per questi miserabili, non vi sia davvero alcuna indulgenza.

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27/09/2018

Il Decreto Salvini é una legge razziale, ma la strada era già stata spianata

Il Decreto Salvini su “sicurezza e immigrazione”, approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, prevede la “revoca della cittadinanza agli immigrati condannati definitivamente per reati di terrorismo”, la “revoca dello status di rifugiato per alcuni reati dopo la sentenza di primo grado” e la “riforma della politica migratoria con una stretta sulla concessione dei permessi di soggiorno”. Si tratta, indubbiamente, di una legge con una chiara impronta razziale che viola la Costituzione in più di un punto. E che questa norma contenga misure che presentano diversi profili di incostituzionalità se n’è già accorto più di qualcuno. Il più importante, secondo Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale, è quello che riguarda l’introduzione della revoca della cittadinanza agli immigrati anche quando si sia in presenza di una condanna definitiva.

Secondo il Presidente Emerito il “decreto sulla sicurezza e sui migranti”, approvato ieri al Consiglio dei ministri su iniziativa del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha unificato il tema della “sicurezza” con quello dell’“immigrazione”, e “l’averli messi insieme rischia di risolversi in una specie etichetta preliminare nei confronti del migrante come di persona potenzialmente incline al crimine ed ad attentare alla sicurezza, il che vuol dire trattarlo come un diverso in modo non conforme a quanto prevede la Costituzione. Non si possono dare etichette preliminari ad una categoria di persone per il fatto che si tratta di migranti assimilandoli a tematiche completamente diverse quali sono quelle della ‘sicurezza’ che riguardano la criminalità anche da parte di italiani in tema di disciplina degli stadi, in tema di “Daspo” nella corruzione e per tutte quelle tematiche che non hanno nulla a che vedere con il tema dei migranti. A mio avviso si rischia solo, da un lato, di fare confusione e, dall’altro, soprattutto, di dare al migrante una stigmata, un’impronta di deviato, di socialmente pericoloso, che lo condanna all’emarginazione. Questo in termini generali. L’idea di una revoca della cittadinanza ai soli migranti sia pure in presenza di una condanna e non come discorso generale è una misura la cui costituzionalità è molto dubbia. La cittadinanza non può essere usata come una sanzione accessoria o come un premio (sei stato bravo, ti do la cittadinanza, sei stato cattivo ti revoco la cittadinanza) perché la cittadinanza è un inserimento nella comunità che permane tanto è vero secondo la Costituzione nessuno può essere privato per motivi politici della cittadinanza, del nome e della capacità giuridica. Ciò ricordando certe tristi esperienze di cui quest’anno ricordiamo gli ottant’anni.” [1]

Ma chi aveva già inserito, nero su bianco, il pericoloso binomio “migranti-sicurezza” in una legge dello Stato? Fu il governo Gentiloni con il Decreto Legge che porta la firma dell’ex ministro degli interni, Marco Minniti (PD), e quella del precedente ministro della giustizia, Andrea Orlando (PD). Si tratta del tristemente noto Decreto Legge “Minniti-Orlando” recante “Disposizioni di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” [2]

E’ stata quella norma, infatti, che, violando la Costituzione, ha introdotto una giustizia sommaria e senza appello per i richiedenti asilo. “Una legge che ha solo cambiato nome ai CIE della Legge Bossi-Fini in CPR, ovvero, Centri Permanenti per il Rimpatrio che di rimpatri, però, ne hanno fatti solo poche decine. In realtà, orridi lager in cui vengono trattenute, per un tempo illimitato, decine di migliaia di persone in condizioni disumane e che servono soltanto a dare una simbolica soddisfazione a quella lucida follia che mette insieme ‘sicurezza interna’ e ‘immigrazione’. Luoghi oscuri in cui vengono recluse persone che non hanno mai commesso un reato ma ritenute illegali solo perché esistono, perché suppostamente ‘clandestine’. Una legge razziale.” [3]

Quella norma ha spianato la strada all’attuale deriva apertamente razzista di Salvini e del governo gialloverde mediante l’introduzione di un regime giuridico e processuale di tipo differenziale per i soli richiedenti asilo negando a questi ultimi il diritto di ricorrere al Secondo Grado di giudizio e prevedendo la trattazione dei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione attraverso un rito camerale assolutamente sommario e del tutto privo di garanzie consistente in un mero collegamento audiovisivo tra i Centri di permanenza per i rimpatri (CPR, ex CIE) e l’aula dell’udienza. Insomma, una legge speciale di carattere razziale come avevo segnalato in un intervento su Contropiano il 17 maggio 2017[4].

Insomma, non vorrei essere ripetitivo, ma se il Decreto Salvini arreca indubbiamente un vulnus grave al dettato costituzionale ed ai diritti umani tout court con l’introduzione di norme evidentemente discriminanti nei confronti dei migranti, di certo, la strada gli era stata ampiamente spianata dal governo precedente con quel Decreto che il 12 aprile del 2017 la Camera dei Deputati approvò con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti. Un Decreto blindato su cui il governo di Paolo Gentiloni pose, addirittura, la mozione di fiducia. Se, come mestamente ci ricordava il Presidente emerito Flick nel corso della sua intervista, il Decreto Salvini ci riporta alla mente quelle leggi infami che segnarono la nascita del razzismo di Stato, nondimeno dovremmo aver presente che l’attuale deriva securitaria e razzista non è certo iniziata con Salvini. Certo, il decreto mette nero su bianco qualcosa che prima dovevamo quasi leggere tra le righe. Qualcosa che non avremmo mai immaginato potesse ritornare.

Note
[1] “I profili di incostituzionalità del Decreto Salvini” Intervista a Giovanni Maria Flick, di Radio Radicale del 26.09.2018
[2] Decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13 (in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 40 del 17 febbraio 2017), coordinato con la legge di conversione 13 aprile 2017, n. 46
[3] I mandanti morali, i razzisti, i fascisti e gli utili idioti di Sergio Scorza su Contropiano del 06/02/2018 http://contropiano.org/interventi/2018/02/06/mandanti-morali-razzisti-fascisti-gli-utili-idioti-0100473
[4] Decreto Minniti. Il comune senso del razzismo e dell’apartheid all’italiana di Sergio Scorza su Contropiano del 17/05/2018 http://contropiano.org/interventi/2017/05/17/decreto-minniti-comune-senso-del-razzismo-dellapartheid-allitaliana-091941

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15/03/2018

Genova multa i poveri che cercano cibo nella spazzatura. E’ il nazismo politicamente corretto

La giunta di destra di Genova, applicando la legge Minniti sul decoro urbano, ha deciso di multare con 200 euro i poveri che cercano da mangiare. Poi l’assessore alla sicurezza, il leghista Garassino, ha aggiunto che queste misure saranno applicate “con umanità”. Buffone, fa il generoso su ciò che non potrà riscuotere mai. Il sindaco Bucci ha aggiunto che Genova è città turistica e certe scene di miseria non si devono vedere. Per eliminare queste brutte visioni ed ogni vagabondaggio fastidioso la giunta ha anche deciso di riempire di sbarre di ferro i luoghi ove prima ci si poteva sedere. Mancano filo spinato e corrente elettrica, ma arriveranno.

Ora il PD, che ha votato quelle leggi Minniti che affrontano le questioni sociali come arredamento cittadino, esprime ipocrita scandalo per le decisioni della giunta genovese. Che ha ben ragione a rispondere: stiamo applicando le leggi del governo Gentiloni.

Il ministro Minniti non ha avuto l’apprezzamento dell’elettorato, ma ha ricevuto quello di tutto il palazzo di destra e sinistra. Anzi è stato ben giudicato anche da parte di chi quel palazzo lo contesta, come Di Battista.

Minniti ha stabilito per legge che i poveri, chi soffre e ancor di più lotta, sono una offesa al bell’aspetto delle nostre città; e pertanto vanno affrontati con misure di polizia, Daspo, multe. “Devono sparire”, urlava il funzionario di polizia che voleva spezzare le braccia ai rifugiati di Piazza Indipendenza a Roma. Non devono mangiare, rispondono a Genova.

È vero in fondo che oggi solo piccole minoranze fanatiche sono razziste sulla base del colore della pelle. È altrettanto vero però che tutto il potere alimenta l’odio razziale verso i poveri. Anche le irrisioni ai meridionali in presunta fila per il reddito di cittadinanza fanno parte di questo razzismo.

La lotta alla povertà non si fa e non si vuole fare, quella ai poveri invece viene organizzata con meticolosa precisione. E viene giustificata e banalizzata come problema di decoro e buon aspetto delle nostre città, dove si deve poter fare affari in santa pace, senza che di quegli affari si vedano gli effetti. I poveri devono sparire, comunque.

È la banalità del male, il nazismo politicamente corretto del terzo millennio

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06/02/2018

I mandanti morali, i razzisti, i fascisti e gli utili idioti

Chi ha inserito, nero su bianco, il binomio “migranti-sicurezza” in una legge dello Stato? E’ stato il governo Gentiloni e quella norma porta la firma del ministro degli interni, Marco Minniti (PD) e quella del ministro della giustizia, Andrea Orlando (PD). E’ la Legge “Minniti-Orlando” che, violando la Costituzione, ha introdotto una giustizia sommaria e senz’appello per i richiedenti asilo.

Una legge che ha solo cambiato nome ai CIE della Legge Bossi-Fini in CPR, ovvero, Centri Permanenti per il Rimpatrio che di rimpatri, però, ne hanno fatti solo poche decine. In realtà, orridi lager in cui vengono trattenute, per un tempo illimitato, decine di migliaia di persone in condizioni disumane e che servono soltanto a dare una simbolica soddisfazione a quella lucida follia che mette insieme “sicurezza interna” e “immigrazione”. Luoghi oscuri in cui vengono recluse persone che non hanno mai commesso un reato ma ritenute illegali solo perché esistono, perché suppostamente “clandestine”. Una legge razziale.

E chi, da qualche tempo a questa parte, sta facendo a gara per ospitare in prima serata i “fascisti del terzo millennio”? I media mainstream, sia privati che di Stato, diretti da conduttori e giornalisti vanitosi ed irresponsabili che metterebbero anche la propria madre in vendita nei loro talk pur di guadagnare qualche zerovirgola di share.

Non stupitevi, allora, se, ora, i vari Salvini e Meloni portano questo discorso alle estreme conseguenze cercando di mettere a profitto, in termini elettorali, quel devastante binomio. Qualcuno, con delle responsabilità pubbliche enormi, gli aveva già spianato la strada e questi non si sono fatti pregare fino a spingersi a spiegare la strage di Macerata con l'“immigrazione clandestina”.

Tanto, poi, lo sappiamo, è il solito cinico e squallido giochetto: quando saranno al governo abbasseranno i toni e, nella sostanza, saranno, né più né meno, continuatori delle politiche del governo Gentiloni che, in fondo, sono solo un po’ più felpate di quelle di un Macròn o di un Orbàn. Ma intanto saranno state messe in circolo altre tonnellate di veleno ed i guasti saranno, a quel punto, irreparabili.

E chi sta pagando la guardia costiera libica per impedire i soccorsi in mare dei migranti? Chi ha firmato un accordo scellerato con una banda di mafiosi che comanda a Tripoli per tenere dentro i lager libici orde di sventurati che scappano da guerre e fame? Lo dice l’ONU: “l’#UnioneEuropea e l’Italia”.

E ancora, chi sta dando miliardi di euro ad Erdogan – in queste ore in visita in Italia mentre i suoi aerei bombardano centinaia di migliaia di civili intrapolati ad #Efrin – perché tenga nei lager turchi i profughi siriani in fuga da un guerra voluta, pianificata e finanziata dalle cancellerie occidentali? La riposta non cambia ed è sempre la stessa: l’#UnioneEuropea e, dunque, anche l’Italia.

E’ stata la deriva reazionaria del PD e delle ex sinistre europee a legittimare la narrazione fascista e razzista delle nuove destre per mezzo di politiche pubbliche che hanno aumentato in modo esponenziale la vastità di quel limbo che chiamano “clandestinità”. Un limbo fatto di C.P.R.; di fogli di via; di file lunghe un giorno intero davanti le questure; di invisibilità; di lavoro nero e sfruttamento; di attese lunghe una vita per un permesso di soggiorno e di un qualsiasi altro documento che provi che quelle persone esistono.

Un limbo, insomma, in cui viene relegata una moltitudine di esseri umani in attesa di essere riconosciuti come tali mentre vengono additati al pubblico ludibrio quali “clandestini usurpatori di case e lavoro degli italiani” e dati in pasto alle folle ringhianti in cambio di una manciata di voti da vecchi e nuovi imprenditori della paura.

Si scarica così la tensione sociale in basso, dai poveri contro i più poveri, mentre i ricchi ed i potenti usano la clava della “crisi” per continuare ad aumentare a dismisura le loro ricchezze facendo strame di diritti e macelleria sociale.

Fu così nell’Europa degli anni ’30 ed è così oggi con la differenza che ora si impone il ricatto di un debito infinito a masse ormai deprivate di quasi tutto per mezzo dei diktat che da Bruxelles vengono impartiti agli stati membri della #UE, ridotti, ormai, al rango di meri esecutori. Le politiche di Stato sui flussi migratori di #UE e stati membri ed i pogrom contro i “coloured” non sono altro che due facce della stessa medaglia. Si comincia facendo delle leggi che negano i diritti e l’umanità di qualcuno su base “etnica” e si finisce per sparargli addosso.

La storia insegna ma purtroppo non ha scolari.

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03/02/2018

Il nostro decoro è la solidarietà. No al mondo di Minniti

A Torino sono andati a dormire con le coperte sotto il Comune dopo i blitz contro i senza fissa dimora; a Napoli hanno occupato una chiesa abbandonata insieme ai senzatetto; a Roma hanno opposto un picchetto popolare contro lo sfratto di Paola, una giovane madre. Gli attivisti e i candidati di Potere al Popolo non agiscono certo sulle tastiere ma molto per le strade.

Per Domenica 4 febbraio, Potere al Popolo ha convocato la sua terza giornata di azione a livello nazionale (dopo quella contro il lavoro festivo e quella per la raccolta delle firme). Sarà una giornata che intende opporre al modello autoritario e razzista di decoro delineato dai Minniti boys di destra e di sinistra, un modello completamente diverso nelle soluzioni delle emergenze sociali, un modello fondato sulla solidarietà popolare e la resistenza.

Appuntamenti sono stati già convocati per dare vita a varie azioni a NAPOLI, ROMA, SALERNO, MILANO, TORINO, PADOVA, FIRENZE, VERONA, PAVIA, LIVORNO... ELENCO IN AGGIORNAMENTO! Vedere il link Ilnostrodecoroèlasolidarietà

Aggiungetevi a noi, portiamo in strada il popolo della solidarietà! In Italia 5 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, 13 milioni devono rinunciare alle cure mediche, perchè sopravvivono con una pensione minima o non hanno continuità di reddito.

Di fronte a questo disastro sociale il governo PD ha deciso di dichiarare guerra ai poveri e non alla povertà, costruendo ed alimentando un clima d'odio e rancore, marginalizzando una fetta enorme della popolazione.

Nessuna forza politica ha fatto eccezione. M5s, Lega, FI, lo stesso PD, hanno scelto di ridurre l’emergenza sociale a una questione di ordine pubblico e affrontarla con una stretta securitaria senza precedenti. Il DL Minniti, fiore all’occhiello di questa legislatura, è la fotografia di tutto questo.

Indecorosi, secondo Minniti e gli altri, sono i senza tetto, chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, i migranti rinchiusi nei centri, chi elemosina.

Indecorosa, per noi, è la povertà. Se per Minniti decoro vuol dire umiliazione, abbandono e militarizzazione, per noi è solidarietà, è prendersi cura di spazi e di persone, è ricostruire un senso di comunità.

Indecorosa, per noi, è una classe dirigente che in tempi di crisi lascia aumentare inesorabilmente il divario tra ricchi e poveri senza puntare sulla redistribuzione della ricchezza e l’allargamento dei diritti.

Domenica 4 febbraio, in tutta Italia, lanciamo un messaggio di umanità e di speranza.

Portiamo in strada il nostro decoro, con piccole azioni e iniziative sui territori in cui ogni giorno viviamo, mostriamo l’Italia che non viene raccontata, quella del popolo che si prende cura di sé e che non lascia nessuno solo!

POTERE AL POPOLO!

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06/01/2018

Il “decoro urbano” di Minniti è una caccia ai poveri nelle città

Dopo l’attuazione del Decreto Minniti (1) nei confronti dei migranti con la conseguente decisione di finanziare Stati dove i diritti umani sono quotidianamente violati, e dopo aver stabilito che i migranti non avevano diritto agli stessi gradi di giudizio degli italiani, la lotta contro i poveri e le persone colpite dalla crisi economica (gli sfrattati, i licenziati, i disoccupati...) è continuata, sempre nel 2017, con l’emanazione di un nuovo Decreto (2) sempre a firma del Ministro dell’interno Minniti che dava facoltà ai sindaci di “normalizzare” le città adottando provvedimenti repressivi sempre contro le fasce deboli colpite dalla crisi sociale ed economica che sta ormai investendo strati di popolazione sempre più vaste.

All’indomani del Decreto sono cominciate le ordinanze da parte dei Sindaci per preservare il Decoro Urbano dei centri storici e la tranquillità delle persone “ricche” e dei turisti portatori di denari non alle città, ma essenzialmente ai commercianti.

Così a Dicembre a Como il Sindaco leghista ha emanato un ordinanza che vietava alla cittadinanza di donare cibo, bevande e vestiti ai poveri, conseguentemente solerti e ossequiosi agenti della Polizia Locale si sono adoperati per impedire ai volontari della Caritas di fornire assistenza agli indigenti della città.

Così come al nord un Sindaco leghista utilizza un decreto del ministro PD Minniti, così a Roma la giunta Cinque stelle si assoggetta tranquillamente all’ordine del governo PD, mandando i gruppi speciali della Polizia Locale a “bonificare” l’area vicino la stazione Termini dalla presenza di senza fissa dimora, leggiamo dal sito della Polizia Locale di Roma Capitale:
Comunicato stampa del 4 gennaio 2018

La Polizia Locale bonifica le aree intorno alla stazione Termini

La Polizia Locale, sezione PICS ( Pronto Intervento Centro Storico) del Comando del Corpo, il Gruppo Centro, con il supporto di due autocarri, un’ idropulitrice mobile, una spazzatrice meccanizzata e sei operatori, ha proceduto all’ identificazione ed allontanamento di senza fissa dimora presenti sotto i portici dell’uscita centrale della metro in piazza dei Cinquecento , dei portici di piazza della Repubblica , in via E. Orlando e nei Giardini di Dogali in via L. Einaudi .Tutti i siti, dopo la rimozione di rifiuti e masserizie, sono stati sanificati con il lavaggio e lo spargimento di enzimi. Analoga operazione è stata compiuta da personale della Sezione PICS, con il supporto di Ama , anche questa notte ed ha riguardato le aree di Via Giolitti , Via Marsala e il porticato di piazza Vittorio Emanuele.
Come si vede quando si tratta di affrontare le difficoltà di ordine sociale, che le strette regole del pareggio di bilancio hanno imposto, per volere della Troika europea, ad ogni amministrazione locale, finiscono immediatamente le polemiche tra le diverse e opposte componenti politiche.

Sul decoro urbano e sulla lotta contro i poveri tutto l’arco parlamentare si ritrova d’accordo e senza alcuna forma di dissenso procedono nell’attuare le drammatiche politiche liberticide e distruttive delle classi sociali più deboli.

Da questa impostazione registriamo, con rammarico, che neanche la nuova formazione di “sinistra”, Liberi e Uguali, che vanta comunque ben 85 parlamentari tra senato e camera dei deputati, pur votando contro i provvedimenti, abbia avuto il coraggio, o quantomeno il ritegno di alzare la voce su provvedimenti che motivati pretestuosamente da motivi di sicurezza nazionale, stanno via via diminuendo costantemente gli spazi di democrazia individuale e collettiva nel nostro paese.

E così ciò che sta accadendo quotidianamente nelle nostre città, indipendentemente da chi le governa è una crescente criminalizzazione della povertà, vista come elemento di disturbo all’ordine ed alla legalità delle classi ricche.

Per reagire a tutto questo occorrerebbe una forte reazione della parte democratica del nostro paese, non bastano le timide critiche espresse da singoli giornalisti o singoli giuristi che hanno giustamente rilevato possibili elementi di incostituzionalità di tali decreti, sarebbe necessario l’apertura di un serio confronto tra parti sociali, organizzazioni politiche, associazionismo di base, intellettuali ed artisti democratici per contrastare con maggiore forza la deriva antidemocratica del nostro paese.


Note
1) decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13, recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonchè per il contrasto dell’immigrazione illegale”,
2) decreto legge 20 febbraio 2017, n. 14 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”,

Fonte

23/12/2017

Il razzismo verso i poveri

Penso che il sindaco di Como sia una persona spregevole. Lo è per le vergognose ordinanze contro i poveri della sua città e ancora di più per le balbettanti giustificazioni che poi ha addotto. Faccio il mio dovere, obbedisco agli ordini, pardon applico la legge. Le abbiamo già sentite queste terribili parole, che nella loro banalità hanno coperto il peggiore dei mali. La legalità senza giustizia, solidarietà e umanità produce mostri.

È vero però che lì si sta davvero applicando una legge, quella di Minniti e Orlando che parla di decoro urbano e tratta di persone. Quando una legge considera i poveri un danno all’arredamento delle città, siamo già nella barbarie. “Devono sparire” urlava il poliziotto che minacciava di rompere le braccia agli inquilini sgomberati dal palazzo via Indipendenza a Roma. Come spariscono i migranti nel deserto libico grazie agli accordi che i governi europei fanno con i tagliagole del posto.

I poveri, quale che sia il colore della loro pelle, devono scomparire. La loro presenza infastidisce i bravi cittadini, che vogliono poter fare le compere, senza che qualcuno ricordi loro che quelli che vedono sono solo l’avanguardia di un popolo di 11 milioni di persone, solo nel nostro paese. E se comparissero tutti? Mamma mia.

I poveri devono sparire, soprattutto nelle società che ne producono sempre di più. Non deve sparire la povertà, ma chi ne è colpito. Nell’Inghilterra del 1500 ove nasceva il capitalismo re Enrico VIII faceva impiccare i poveri a migliaia. In fondo oggi si danno solo multe e Daspo, un poco di progresso c’è stato.

Non fate gli ipocriti allora, voi che oggi vi scandalizzate per il sindaco di Como e ieri avete approvato le leggi che egli sta applicando. E i bravi cittadini di Como che vogliono mostrarsi più vicini alla ricca Svizzera, in fondo sono sinceri quando si offendono se gli si dà dei razzisti.

Se uno sceicco di pelle scura aprisse da loro una nuova banca o comprasse la squadra di calcio, ne sarebbero ben contenti lo accoglierebbero coi più servili dei sorrisi. Solo pochi imbecilli vogliono che si discrimini per il colore della pelle, ciò che davvero conta per tanti altri è invece quanto è pieno il portafoglio.

Il razzismo di oggi, quello che davvero ci minaccia, è rivolto verso i poveri. L’eugenetica oggi è sociale. E le sue radici ideologiche le trovate più nel Trattato di Maastricht che nel Mein Kampf.

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11/11/2017

L’esclusione competitiva ha bisogno dello stato di polizia

La riuscita e partecipata assemblea promossa dalla Piattaforma Eurostop ieri pomeriggio a Roma, ha colto bene il nesso e la contraddizione tra degrado dello stato sociale e leggi di polizia, un mix che ratifica come oggi, nel nostro paese, siamo in presenza di una Costituzione negata. L’aumento vertiginoso di povertà, esclusione sociale, disoccupazione e lavoro a bassi e bassissimi salari ha visto crescere parallelamente un apparato coercitivo di sanzioni e misure repressive tese a impedire che questo disagio si rappresenti politicamente in modo organizzato.

Collocata a cavallo tra lo sciopero generale di ieri e la manifestazione di oggi, l’assemblea è stata introdotta da Giorgio Cremaschi e dalle due relazioni di Ivan Cavicchi (esperto di welfare e figura storica della lotta per la sanità pubblica) e del presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito.

Cremaschi cita tre fatti significativi: la sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto la perequazione delle pensioni in nome del pareggio di bilancio introdotto con l’art.81; le dichiarazioni del giudice Albamonte (anche lui di MD) sulla primazia del diritto di proprietà relativamente all’emergenza abitativa e quindi allo stato di necessità; la “cessione” dei malati cronici ad una società privata da parte del sistema sanitario della Regione Lombardia. Cremaschi ha denunciato la strumentalità e la gravità delle accuse di estorsione mosse ai sindacalisti che stanno conducendo le lotte nella logistica. Che rapporti e che coerenza con la Costituzione delineano questi tre fatti?

Molto interessante la relazione di Ivan Cavicchi, una vita spesa a difesa della salute e della sanità pubblica, che ha duramente attaccato il welfare aziendale introdotto e sottoscritto da Cgil Cisl Uil negli ultimi contratti. Diversamente dagli Usa, dove viene pagato dalle aziende, in Italia il welfare aziendale viene pagato dallo Stato con la defiscalizzazione, inoltre si mangia una parte del salario differito. Cavicchi introduce un concetto interessante, quello dell’esclusione competitiva che ormai è stata introdotta nel sistema e con la quale a perderci è solo il welfare pubblico.

Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica ritiene che i contenuti della Legge Minniti non siano altro che un pacchetto di sicurezza ma più pericoloso di quelli introdotti dai governi di destra. Si è soffermato molto sulle tante contraddizione portate alla luce dagli sgomberi delle occupazioni abitative, in particolare di quella di via Curtatone questa estate a Roma, affermando che oggi diventa difficile invocare la legge perché le leggi vigenti non sono più orientate alla tutela dei diritti sociali.

Sono poi intervenuti Pierpaolo Leonardi (Usb) che ha denunciato il pesante clima che ormai si va respirando anche sul piano della repressione delle lotte sindacali ed ha richiamato quanto accaduto ieri mattina a Roma (divieto del corteo all’Usb, manganellate a quello degli insegnanti dei Cobas); Sergio Cararo (Eurostop) ha letto il saluto della giornalista Marinella Correggia, impedita a partecipare dal foglio di via da Roma appioppatole dopo una pacifica contestazione durante la visita di Trump a Roma, ha dettagliato con i numeri l’enorme numero di provvedimenti repressivi adottati dal 2011 a oggi contro sindacalisti, attivisti politici e sociali. Cararo ha rilanciato la proposta dell’amnistia sociale per demolire il carico penale accumulatosi contro lavoratori, disoccupati organizzati, occupanti di case, antimilitaristi e ambientalisti che si sono opposti in questi anni alle misure antipopolari, ha proposto l’organizzazione di un pool di giuristi per dare battaglia a tutto campo contro i provvedimenti di polizia, inclusa la gestione ormai del tutto discrezionale dell’ordine pubblico nella Capitale.

Michela Bechis (Comitato per la Democrazia Costituzionale) ha suonato l’allarme sulla filosofia che ha ispirato e realizzato la Buona Scuola di Renzi reintroducendo una selezione di classe nell’istruzione; Carlo Guglielmi (Forum Diritti Lavoro) ha sottolineato come oggi il diritto vigente si va definendo sul criterio di “amici e nemici” ed ha chiesto ad Eurostop di “dare forma a questo diritto all’inimicizia” verso un sistema antipopolare e antidemocratico. Giovanni Russo Spena (Osservatorio contro la repressione) ha ribadito l’importanza di una campagna per l’amnistia sociale ed ha denunciato il deperimento dallo stato sociale allo stato penale come guerra alla democrazia. Nelle leggi Minniti-Orlando è leggibile il ritorno al neocolonialismo italiano, mentre la torsione autoritaria in corso è tutta dentro l’Unione Europea con le leggi repressive adottate anche in Francia e in Spagna. Maria Vittoria Molinari (Asia Tor Bella Monaca) ha provato a raccontare la Costituzione Negata attraverso le storie personali della gente delle periferie, una domanda in crescita esponenziale di tutele e dignità ormai completamente disattesa dalla distruzione del welfare. Arturo Salerni (avvocato) ha ammesso che il 4 dicembre dello scorso anno abbiamo vinto il referendum e difeso la Costituzione formale, ma la Costituzione materiale è stata intaccata eccome, anzi ne assistiamo ad un vero e proprio degrado. Ormai c’è l’invasione del sistema penale sulla società, una invasione che però è stata agevolata anche dalla cultura dell’opposizione al tempo di Berlusconi e che ha visto prevalere la logica della legalità contro quella della legittimità. Luigi Di Giacomo (Attuare la Costituzione) portando i saluti di Paolo Maddalena ha affermato che la Costituzione è come il coraggio “o c’è o non c’è”, non si può prenderne un pezzo e scartarne un altro. In Parlamento le leggi varate non rispondono più al dettato costituzionale.

Le conclusioni sono state tirate da Franco Russo (Eurostop) che ha ripreso il ragionamento dal forum sullo “Stato spa” nel quale si era messo al centro proprio il lavoratore pubblico come possibile soggetto della riconquista dei diritti sociali e del welfare e come protagonista della confederalità, ha denunciato il dramma del welfare aziendale nella contrattazione ed ha sottolineato la necessità della campagna per l’amnistia sociale. L’assemblea si è conclusa dando appuntamento a tutti oggi in piazza Vittorio alle ore 14.00 per la manifestazione nazionale.

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04/10/2017

“Terrorismo di piazza”. Il consiglio Veneto prova a ispirare Minniti

Se qualcuno ancora non ha capito la differenza tra il referendum per l’indipendenza in Catalogna e quello per l’autarchia fiscale nel Lombardo-Veneto, ora può cominciare a ragionare su fatti concreti anziché sulle parole al vento.

Ci dice stamattina l’Ansa:

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato con 32 voti favorevoli e 9 contrari un progetto di legge statale che mira a modificare il Codice penale e ad introdurre il delitto di “terrorismo tramite piazza”. Un reato, ha spiegato il relatore, Marino Finozzi (Lega), volto a punire chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico, causi lesioni personali ad un pubblico ufficiale in servizio di ordine e sicurezza pubblica, anche con il lancio di oggetti pericolosi o atti ad offendere, mentre questi impedisce che venga messo in pericolo l’ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini o la commissione di reati. Atti violenti che, con l’introduzione di questa nuova fattispecie di reato, non verrebbero più trattati come meri problemi di ordine pubblico. Con la proposta approvata dal Consiglio veneto verrebbe introdotto anche l’arresto ‘differito’, entro le 48 ore, per chi venisse inequivocabilmente individuato come l’autore di atti violenti.

Nella discussione pseudo-politica italiana, da oltre 40 anni, l’abisso logico e giuridico che separa “terrorismo” e “opposizione politica” è andato progressivamente assottigliandosi. In buona parte, in alcuni momenti storici di conflitto molto aspro, avevano compiuto la stessa operazione gente come Cossiga, Pecchioli, Caselli... Lo facevano dentro una logica di “emergenza”, che fingeva di essere momentanea ma andava a modificare strutturalmente – dunque sul lungo periodo – l’impianto giuridico che regolava il conflitto sociale e politico, in senso profondamente autoritario.

La situazione è drasticamente e definitivamente peggiorata grazie a un ceto politico degradato a bar sport dopo “la discesa in campo della società civile”. Una società così incivile da ignorare i fondamenti costituzionali, istituzionali, giuridici della Repubblica, nonché il “patto sociale” alla base della Costituzione.

In realtà questa “discesa in campo” è stata socialmente unilaterale. Non abbiamo visto molti operai, disoccupati, precari, semplici pensionati entrare nel Parlamento o nelle assemblee elettive degli enti locali. C’è stato un profluvio di imprenditori, avvocati, professionisti impegnati nelle opere in subappalto, bottegai, ecc. E’ insomma scesa in campo quella media borghesia che sentiva tremare le fondamenta sistemiche del proprio benessere e provava a gestire fettine di potere politico residuo (le grandi scelte di bilancio sono da tempo sotto il controllo dell’Unione Europea e dei “mercati”) nel tentativo di mantenere o incrementare le proprie entrate individuali. I “cambi di casacca” sono figlie di questa individualizzazione senza progetti, di questa disperazione che pretende la sopravvivenza a scapito degli altri.

L’autoritarismo nazista evidente nella proposta del consiglio regionale veneto è figlio dell’assoluta debolezza di questo “potere politico” locale. Che dunque teme qualsiasi contestazione perché sa di non avere strumenti – di bilancio e intellettuali – per affrontarli, gestirli, addomesticarli.

Ci si potrebbe chiedere in base a quali “eventi eclatanti” i consiglieri venti abbiano ritenuto urgente impegnarsi in una pensata così profonda. Non risultano infatti, da quelle parti, scontri di piazza di una qualche rilevanza almeno da 40 anni a questa parte. Anzi, a ben vedere non ne risultano in alcuna parte d’Italia, visto che il massimo che le cronache riescono offrire da molti anni non va oltre “qualche raro bancomat danneggiato o in sassaiole da distanze siderali; oppure ancora in un paio di file di ragazzi che camminano verso la polizia fino a essere travolti dalle manganellate (e dalle denunce, che spesso sconsigliano un ulteriore impegno politico)”.

Un contesto concreto in cui parlare di “terrorismo di piazza” non potrebbe venire in mente neppure al più ottuso dei pagliacci...

Come sempre, però, una pagliacciata rivela un clima. La proposta è troppo rozza, giuridicamente, per andare avanti in quella forma. Ma in quanto sintomo ed “esigenza” di un potere impotente troverà certamente orecchie attente a livello nazionale ed europeo.

I due “decreti Minniti”, in fondo, si trovano già su questa strada. La reazione di Rajoy e del monarca fantoccio di Spagna, idem. Il consiglio regionale veneto, insomma, ragiona come quei due, non certo come la Generalitat o il popolo catalano. E’ l’esatto opposto.

Il sostegno pieno dell’Unione Europea, a Minniti e Rajoy, sta lì a dimostrare che questa “cultura dell’assenza di mediazioni” sgorga dal cuore di una classe dominante europea criminale, spaventata da dieci anni di crisi senza soluzione e che sente montare rotture sistemiche senza mai poterle prevedere.

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24/09/2017

Stop a Minniti e amnistia sociale. Il convegno di Bologna



Ieri a Bologna si è tenuto il convegno promosso da Eurostop per confrontarsi sulle azioni da mettere in campo per difendere l’agibilità politica e democratica nel nostro paese, minacciata dal modello repressivo incarnato dall’azione delle Leggi Minniti-Orlando. Le proposte emerse ruotano intorno all’obiettivo dell’amnistia per i reati commessi durante le lotte sociali e sindacali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni di Minniti.

Numerosi gli interventi (qui il VIDEO con tutti gli interventi, mentre la relazione introduttiva di Sergio Cararo la trovate anche nella rubrica dei documenti): gli storici Giorgio Gattei e Roberto Sassi, Italo Di Sabato (osservatorio contro la repressione), Giovanni Russo Spena (Prc), l’avv. Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Danilo Ruggieri (Eurostop), Eugenia Tarini (Noi Restiamo), Guido Lutrario (Usb), Massimo Amore (Eurostop Napoli), Nicoletta Dosio (No Tav), Morgan (Collettivo Universitario Autonomo, Bo), l’avv. Marina Prosperi, prof. Vincenzo Ruggiero (università di Londra); Francesco Piccioni, una operaia della Verter, Dafne Anastasi.

Il comunicato finale del convegno di Bologna.

Il convegno di Bologna “Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?”, intende concludere i propri lavori con alcune indicazioni di lavoro:

L’avvio di un percorso di iniziativa sull’obiettivo dell’amnistia sociale per i reati che vedono perseguiti centinaia di attivisti sociali, sindacali, politici in tutto il paese;

Attuare l’obiettivo della abrogazione delle leggi Minniti-Orlando e delle dimissioni del ministro Minniti perché oggi giustizia sociale e legalità sono diventate una contraddizione evidente e inaccettabile;

Su questi obiettivi intende lavorare ad una convergenza di forze ampia ed inclusiva, dando mandato per un incontro nel più breve tempo possibile e per dotarsi degli strumenti necessari per agire;

Il convegno di Bologna invierà una lettera di solidarietà ai cinque attivisti italiani ancora in carcere ad Amburgo per le manifestazioni contro il vertice del G7 di luglio

Infine invita tutte e tutti a discutere e convergere con la proposta di manifestazione nazionale che Eurostop intende mettere in campo per novembre sui temi prioritari del conflitto sociale e politico a livello nazionale ed europeo

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13/09/2017

Il mondo di Minniti nega la giustizia sociale. Un convegno a Bologna

Sabato 23 settembre a Bologna (Casa del Popolo Ventipietre, via Marzabotto 2), si terrà un convegno/confronto su “Stop Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?” promosso da Eurostop che nel maggio aveva lanciato un appello contro la repressione e per le libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni.

La città, la data e il tema non sono affatto casuali. Quaranta anni fa, proprio a Bologna, il movimento del ’77 tenne il famoso convegno contro la repressione, un appuntamento di massa che intuiva e anticipava il segno di quel progetto autoritario che, colpendo il movimento del ’77 preparava il terreno alla vendetta di classe e alla piena restaurazione dell’ordine capitalistico nel paese. Questi ultimi dieci anni, dalla ultima manifestazione della crisi nel 2008, hanno impresso brutalmente e chiaramente tale segno sui rapporti sociali e le libertà democratiche in Italia. La quadratura del cerchio è leggibile nell’altissimo numero di arresti, processi, provvedimenti restrittivi contro attivisti sociali e sindacali negli ultimi anni – teso a depotenziare ogni espressione politica e organizzata del disagio sociale – e dalle leggi organiche in materia repressiva sistematizzate dal modello Minniti.

E’ la sanzione che i diritti dei padroni si sono dotati di una legalità che viene invocata e imposta anche con manganellate, idranti, processi, mentre i diritti sociali e costituzionali – o la semplice aspirazione alla giustizia sociale a fronte di disuguaglianze accresciute e insopportabili – non vengono riconosciuti e attuati in alcuna forma. Chi prova ad affermarlo si trova a fare i conti un apparato autoritario, uno stato di polizia permanente, che agisce per affermare questo stato di cose.


Qui di seguito pubblichiamo la lettera con cui Eurostop presenta il convegno del 23 settembre, ma la materia richiede e impone una attenzione, un dibattito e una iniziativa a tutto campo nei prossimi mesi.

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Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?


A maggio di quest’anno Eurostop ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici. In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. E’ sempre più palese un modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato.

Vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo. Scegliamo di farlo a Bologna il 23 settembre non solo perché a Bologna è stato reso pubblico l’appello di maggio, ma perché quaranta anni fa il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77 proprio a Bologna, fu anche allora anticipatore ed emblematico del modello sociale che si voleva imporre al nostro paese, scatenando la repressione contro il movimento come presupposto per l’azzeramento delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70.

L’Italia emersa in questi anni di restaurazione autoritaria sul piano sociale, giuridico, politico si va conformando come una vendetta “di classe” contro ciò che rappresentano lavoratori e classi popolari, intellettuali progressisti e attivisti politico/sociali.

A questa logica di guerra contro i poveri sono state conformate le nuove leggi in materia di ordine pubblico, decoro urbano, immigrazione. Le scene che abbiamo visto questa estate ne sono la conferma più brutale.

Abbiamo l’ambizione di volerci opporre a questa situazione, a cominciare dalla denuncia del carattere anticostituzionale delle Leggi Minniti di cui chiediamo l’abrogazione, per finire con la richiesta di una amnistia per i reati commessi durante le lotte e le manifestazioni in difesa della giustizia sociale.

Come è stato scritto anche di recente, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo.

Su questo chiamiamo al confronto sabato 23 settembre a Bologna e alla mobilitazione nelle prossime settimane.

Al momento sono previsti interventi e contributi di: Vincenzo Ruggiero, Giorgio Gattei, Valerio Evangelisti, Nicoletta Dosio, Italo Di Sabato, Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Giovanni Russo Spena, Roberto Sassi, Franco Russo, Francesco Piccioni, Ugo Boghetta, Sergio Cararo, Danilo Ruggeri, Orazio Vasta, rappresentanti dei sindacati di base, dei movimenti sociali, dei migranti

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28/08/2017

“Non c’è niente da vedere”. La polizia blocca i giornalisti

Tra i tanti piccoli orrori compiuti dalla polizia minnitiana a Piazza Indipendenza, durante e dopo lo sgombero dei rifugiati dal palazzo di via Curtatone, c’è anche la dimostrazione di quanto l’informazione sia temuta ed evitata da parte del potere attuale.

Mentre nugoli di agenti continuavano ad inseguire “i negri” per “farli sparire”, anche a costo di “spezzargli le braccia”, altre squadre di agenti – in borghese e non – venivano incaricati di tenere a distanza fotografi, cineoperatori, giornalisti.

L’audio e le facce, in questo caso, dicono tutto. Altro che “un momento di confusione”, qui si vede dal vivo l’attivazione di un piano preparato a tavolino, con tanto di divisione dei compiti tra “picchiatori di prima fascia” e “ripulitori” della scena del crimine...

Come sempre, poi, ci sono i giornalisti complici e servi, e quelli che continuano a fare seriamente il proprio mestiere...


E’ importante – sempre – saper distinguere.

Video


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14/07/2017

Denunciato l’avvocato che criticò in piazza la Legge Minniti

A occhio sembra una pezza peggiore del buco ma nulla toglie alla gravità dell’accaduto. Il giovane avvocato romano Gianluca Di Candia, è stato denunciato in base all’articolo 290 del codice penale, che punisce il “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate”. L’accusa è di aver criticato pubblicamente i decreti Minniti-Orlando durante una manifestazione in piazza del Pantheon a Roma. Il fatto è avvenuto lo scorso 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, quando l’avvocato Di Candia era intervenuto al termine di un flash-mob promosso da Amnesty International a Roma, denunciando le conseguenze della Legge Minniti sulla vita dei migranti e dei poveri. Di Candia è un avvocato ed attivista della rete ‘Resistenze Meticce’.

“È importante denunciare secondo me oggi, a due mesi dall’entrata in vigore del primo dei decreti che porta la firma di Minniti e Orlando, il fatto che i rifugiati, i richiedenti asilo, sono destinatari di norme allucinanti, norme che eliminano qualunque tutela e qualunque possibilità per i migranti di stare nel nostro paese in un modo degno” aveva detto in piazza.

Guarda il video con l’intervento incriminato

Parliamo di pezza peggiore del buco perché l’enormità del caso è stata determinata dall’intervento della polizia al termine dell’intervento di Di Candia in piazza del Pantheon.

Gli agenti gli avevano chiesto i documenti per identificarlo proprio sulla base di quello che aveva detto. Di fronte alle proteste degli altri manifestanti gli agenti avevano chiesto i documenti a tutti. Insomma un intervento molto al di sopra delle righe che la denuncia per vilipendio intende in qualche modo formalizzare per lasciare la patata bollente ai magistrati.

Non sappiamo se ci sarà o come andrà un eventuale processo – e lo seguiremo con attenzione, curiosità e solidarietà – quello che è certo è che quanto avvenuto è di una gravità inaccettabile in una Repubblica Costituzionale. In uno Stato di polizia sarebbe la norma. Ma è questo il discrimine sul quale verificare come stanno effettivamente le cose nel nostro paese.

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02/07/2017

Eurostop. Il piano di azione dei prossimi mesi


L’assemblea costituente di Eurostop tenutasi a Roma ieri, ha approvato il piano d’azione dei prossimi mesi, ossia le campagne con cui e su cui agirà nel paese. A queste campagne verranno affiancate delle proposte di legge, anche di iniziativa popolare, sulle quali investire i territori ma anche il confronto politico con iniziative analoghe (vedi l’art. 81).

Le proposte di campagne di Eurostop per i prossimi mesi sono state decise sui seguenti temi:

1) Nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche. La questione dell’Alitalia ha fornito visibilmente la materia per cogliere questa contraddizione. Ma il discorso è facilmente estendibile ad aziende industriali come Ilva, Irisbus e Alcoa e ad aziende dei servizi frantumate e portate allo svuotamento dai privati come Telecom. Sulle banche dopo la vicenda Mps e banche venete il discorso è ancora più evidente, soprattutto perché è legato strettamente al nostro progetto di fuoriuscita dall’euro. Negli art. 41-42-43 della Costituzione ci sono motivazioni idonee e sufficienti per rimettere il tema delle nazionalizzazioni al centro delle priorità politiche. Viene chiesto alle organizzazioni sindacali che questa tema si dentro le piattaforme delle mobilitazioni del prossimi autunno e dello sciopero generale.

2) Introduzione in Costituzione della possibilità di tenere referendum anche sui trattati internazionali e quindi sui trattati europei. Su questo tema democratico, alla luce dell’esito del referendum costituzionale, è possibile conquistare consensi. Soprattutto tenendo conto che in ogni paese su cui la popolazione ha avuto la possibilità di esprimersi sull’adesione o meno ai trattati europei, le classi dominanti e le oligarchie europee sono state sconfitte: Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda e per ultimi l’Oxi della Grecia e la Brexit in Gran Bretagna. Su questo esiste già un dispositivo depositato alla Presidenza della Camera dei Deputati ed una proposta di legge di modifica costituzionale che può essere una base materiale di partenza per la campagna;

3) Eliminazione dalla Costituzione della modifica dell’art.81 che nel 2012 ha introdotto l’obbligo di pareggio di bilancio. Su questo sta partendo la campagna anche dei comitati per il No che hanno deciso di mantenere l’iniziativa e quindi la campagna sarà comune con le altre forze.

4) Una campagna generale contro la Legge Minniti e la crescente repressione che si va abbattendo su molti attivisti nelle lotte sociali e sindacali ma ormai anche su tutte le figure sociali vittime delle misure antipopolari del governo e dell'Unione Europea. Eurostop su questo ha lanciato a maggio, da Bologna, un appello che stiamo gestendo anche tenendo conto che ci sono altre iniziative in campo, sia a livello nazionale (es: contro le misure di sorveglianza speciale), sia a livello europeo (rete europea/Osservatorio contro la repressione) con le quali ci stiamo coordinando e con le quali va aperto un confronto più ampio e convergente possibile. E’ necessario arrivare ad una grande manifestazione popolare e democratica che chieda esplicitamente l’abrogazione della Legge Minniti-Orlando. Per il 23 settembre a Bologna (a quaranta anni dal convegno contro la repressione del settembre ’77) Eurostop propone un meeting nazionale su questi temi.

5) Per quanto riguarda l’ambito studentesco e giovanile, più che agitare complessivamente i temi dell’istruzione pubblica (ormai con le deleghe attuative la “Buona Scuola” di Renzi è vigente), si ritiene importante cogliere il punto di contraddizione tra istruzione e mercato del lavoro. In questo senso smontare il micidiale progetto dell’alternanza scuola-lavoro può essere lo snodo di una campagna generale. In attesa che questo orrore cominci a produrre le sue contraddizioni, si tratta di lavorarci sopra, almeno a partire dal principio che il lavoro comunque si paga (es: contributi figurativi per gli studenti che fanno formazione, stage, tirocini gratuiti o forme di retribuzione). Su questo c’è bisogno di un supplemento di riflessione e proposta.

6) Infine si è costituito un gruppo di lavoro intorno alla questione immigrazione/emigrazione sulla base dell’ampio documento presentato dalla Campagna Noi Restiamo, un lavoro che dovrà ben presto affiancare all’analisi delle proposte politiche di mobilitazione.

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22/06/2017

Torino. La follia repressiva, lo stato di polizia che avanza

A distanza di più di 24 ore dagli ormai noti fatti di Piazza Santa Giulia, dopo una giornata di dichiarazioni contradditorie in cui si è distinta, per squallore miserevole e conformistico calcolo politico, ancora una volta, la sindaca Chiara Appendino, torniamo a ragionare su quanto avvenuto in uno dei luoghi di ritrovo della “movida” torinese, nel quartiere Vanchiglia, continuando ad oscillare tra lo sbigottimento e l’incredulità da una parte, ma allo stesso tempo essendo pervasi da una profonda preoccupazione che richiede adeguate risposte.

Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.

Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.

Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.

Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.

Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.

Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.

Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.

Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.

Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.

L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.

La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.

Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.

Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.

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21/06/2017

Chi ci difende dalla polizia?


Torino, Roma, Aulla. Tre punti segnano un cerchio. E in questo paese i “punti critici” che si vanno accumulando sono così tanti che ormai ci si potrebbero tracciare molti cerchi concentrici. Insomma, un bersaglio da poligono...

Mettiamo in fila solo i fatti degli ultimi giorni, con al centro le varie polizie operanti sul territorio e tralasciando tutti i casi in cui ad essere coinvolti sono stati gli attivisti sociali o sindacali.

In Lunigiana, territorio da decenni privo di qualsiasi serio problema di criminalità o conflitto sociale, due intere stazioni dei carabinieri sono state messe sotto inchiesta – con arresti, sospensioni dal servizio, avvisi di garanzie e intercettazioni – perché da anni angariavano chiunque capitasse loro a tiro: piccoli spacciatori, immigrati, tossicodipendenti e persino una sarta “rea” di aver chiesto troppo per un lavoro. Un caso, un bel cesto di “mele marcite”, ma non confondete la parte con il tutto, le forze di polizia sono sane...

A Roma, martedì, per la giornata internazionale del migrante – iniziativa dell’Onu, tramite l’Unhcr (presieduta a lungo da Laura Boldrini...) – si teneva al Pantheon una tranquillissima chiacchierata pubblica sul tema, con ovvie critiche all’“Europa dei muri e dei respingimenti”, in linea con quanto andava dicendo in quei minuti Papa Bergoglio. Un giovane avvocato che ha seguito diversi casi giudiziari è intervenuto criticando – sul piano tecnico-giuridico – l’impianto del famigerato “decreto Minniti” in materia di immigrazione (ora diventato legge grazie anche ai voti dei bersanian-dalemiani...). La polizia è allora scattata in modo molto minaccioso, forzando l’avvocato a mostrare i documenti per l’identificazione. Alle proteste degli astanti, il folto plotone di poliziotti li ha circondati e identificati tutti (compreso forse qualche turista di passaggio).

A Torino ieri sera, una folle carica contro tutti i cittadini che in piazza Santa Giulia stavano passando una normale serata d’estate. Pretesto: alcuni agenti, poco prima, era stati allontanati dalla folla dopo una lunga serie di “accertamenti” condotti in modo decisamente invadente. Il “pattuglione” (diversi blindati pieni di uomini in assetto da battaglia) che sembrava essersi allontanato è ricomparso a quel punto all’improvviso scatenandosi in un pestaggio di massa che ha lasciato di stucco anche La Stampa (mentre trovava l’infame plauso di Repubblica).
“Che cosa scateni la piazza e la violenza è un mistero. Davanti ad un locale volano i primi spintoni, e i poliziotti vengono allontanati. Cade a terra un oggetto. I filmati lo mostrano. Sembra una radio. Gli agenti in borghese tornano indietro per riprenderselo. Chi li insegue cerca di appropriarsene. Ed è il delirio. Volano calci, pugni, spintoni. I 100 o forse più che protestano si scatenano. È un attimo e la scena cambia ancora. In piazza ripiombano gli agenti del reparto anti-sommossa. Entrano in massa da via Giulia di Barolo e travolgono tutto. Vanno a dare la caccia a chi ha aggredito i colleghi in borghese. Manganelli e gente in fuga. Tavolini e sedie travolti. Botte davanti ai bar e bottiglie che volano, la tranquilla movida di Vanchiglia diventa battaglia, e non è un’esagerazione. Volano sedie e si schiantano piatti, bicchieri caraffe e bottiglie. Chi cena fugge terrorizzato. Ancora botte davanti ai locali. Urla, pianti, e sirene e altri agenti.

Nel bar dove fanno l’aperitivo, dove ci sono mamme con i piccoli in braccio, papà che giocano e scherzano, la gente si rifugia nel locale. Manganellate anche lì. E la gente scappa. Sono dieci minuti di delirio. Che lasciano un tappeto di rottami.

E che questa sia una reazione isterica della piazza lo si è visto qualche attimo prima che gli agenti in borghese e la dottoressa che dirigeva il servizio fossero assaliti. Lo si è visto quando dei ragazzi «normali» si sono messi ad urlare insulti e minacce in faccia ad una incolpevole poliziotta senza divisa: «Vai via p…! Devi andare via da qui. Vai via».
Ci scuserete la lunghissima citazione da La Stampa, ma bisognava lasciar parlare un cronista che certo non è accusabile di pregiudizi nei confronti degli agenti. Solo così, infatti, emerge la logica spietata della rappresaglia messa in pratica dal “pattuglione”. Che a sua volta era una invenzione di quel Mario Scelba, negli anni ‘50-’60, eredità diretta delle squadracce fasciste inquadrate nella Milizia.

E’ una logica che inquadra la popolazione – tutta la popolazione – come potenziale nemico, oppure come mandria da guidare e disciplinare a colpi di frusta, contando sul banale principio militare per cui uno squadrone sottoposto a un comando centralizzato, addestrato a tecniche e tattiche militari anche elementari (da coorte romana, per capirci), è comunque più forte di una massa di persone prese a caso, davanti al pericolo costretta ad agire istintivamente come un branco.

Due sono gli elementi politici che ci sembra emergano da questi e ormai molti, troppi, altri episodi.

Nel governo centrale e ai vertici delle varie polizie si è preso atto di non avere più molti margini di mediazione sociale. I tagli alla spesa pubblica, imposti dall’Unione Europea e dalla Troika, impediscono di affrontare il conflitto (o anche solo il malessere) sociale con i classici strumenti del soft power riformista (compra, rassicura, sopisci, elargisci). Il decreto Minniti sull’ordine pubblico – gemello di quello contro i migranti, firmato anche dal ministro Orlando – formalizza nero su bianco l’impossibilità di usare altri strumenti al di fuori della forza della repressione. E dunque affida alle varie polizie poteri e margini d’azione prima impensabili, sottraendoli – nella misura del possibile (Aulla è troppo oltre...) – al vaglio della magistratura.

Non è una novità. Esattamente come il Jobs Act ha legalizzato forme di sfruttamento del lavoro prima illegali (ma non perseguite), così i “decreti Minniti” legalizzano comportamenti delle cosiddette “forze dell’ordine” prima perennemente a rischio di inchiesta penale.

Una decisione politica che prova ad anticipare il momento in cui il prevedibile conflitto sociale prossimo venturo potrebbe andare “fuori controllo” (se non c’è più mediazione possibile, sono incerti solo tempi e modalità).

Il secondo elemento è derivato, e pericolosissimo. Dalla massa degli uomini in arme e divisa, questo “legalizzazione” è stata assimilata come autorizzazione ad annullare i residui freni inibitori. Le scene di Torino raccontano di un apparato legalizzato che agisce largamente con motivazioni proprie e non istituzionali. Lo stesso precedente invocato a scusante (vedi qui) è in realtà è una conferma piena di questa deriva in stile combattente.

E’ uno squarcio aperto sul futuro prossimo più infame. Quello in cui i “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni, ecc.) vengono sostituiti dalle guardie dello sceriffo di Nottingham.

Un “mondo nuovo”, come si intuisce dalle immagini di Torino, che troppo somigliano a quelle viste a Genova nel luglio 2001.

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Roma. Giornata del migrante, la polizia ferma un avvocato e minaccia la piazza

Qualcuno, ai piani alti del governo e delle polizie, è ormai fuori come un balcone.

Ieri, a Roma, al Pantheon, si è tenuto un presidio per la Giornata mondiale del rifugiato, scadenza fissata dall’Onu (non da un centro sociale o un gruppo di integralisti di qualche religione).

Decine di persone sono ovviamente arrivate nella pizza, peraltro gremita di turisti, con l’intento di denunciare “l’Europa dei confini e dei respingimenti”.

Tra gli oratori chiamati a parlare brevemente alcuni esperti del problema, tra cui un avvocato e attivista che ha correttamente e tecnicamente criticato il “Decreto Minniti” (quello specifico per i migranti).

Detto fatto, è stato fermato e identificato dalla polizia che, con la delicatezza che la contraddistingue, sull’esempio dei “colleghi” di Aulla, lo ha minacciosamente “invitato” a mostrare i documenti, senza peraltro spiegare il motivo del loro intervento.

A quel punto l’intera platea dei convenuti – ripetiamo: per una scadenza istituzionale decisa dall’Onu, quindi in teoria anche dal nostro beneamato governo – ha cominciato a protestare contro l’evidente abuso.

Non paghi della figura già fatta, la polizia ha deciso di identificare tutti i presenti.

In nome della libertà d’espressione, naturalmente...

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09/06/2017

Torino. A un passo dal pogrom

Porrajmos, il grande divoramento, lo sterminio degli zingari: una parola che non dovremmo mai dimenticare, ma che non abbiamo mai voluto ricordare.

Al grido di “vi uccidiamo”, “siete animali”, “vi cacceremo via”, due giorni fa, il 6 giugno, i comitati anti-rom hanno manifestato a ridosso del campo nomadi di Strada dell’Aeroporto a Torino. Improvvisamente e senza preavviso una colonna di persone, animate da isteria collettiva e odio razziale e munite di torce accese, è spuntata minacciosa dall’oscurità: rituali che, purtroppo, si ripetono sempre più frequentemente in una “ordinarietà” che li sta progressivamente svuotando della loro essenza criminosa. Nel cielo notturno le fiaccole erano puntate come dei riflettori. Poi sono state lanciate nel campo, provocando il panico generale.

“Nessuno aveva preavvisato le famiglie del campo a proposito della manifestazione – racconta Vesna Baxtali Vuletic, presidente di Idea Rom Onlus – con il risultato che alcune donne erano sole al campo con i bambini. Nessun veicolo delle forze dell’ordine era presente all’ingresso del campo nomadi per presidiare eventuali situazioni di emergenza.”

Alcune frange del corteo si sono poi staccate, dirigendosi verso le abitazioni più isolate e costringendo molte persone alla fuga in mezzo ai rovi e in direzione del fiume. I bambini sono fuggiti a piedi lungo la tangenziale, tra le macchine che sfrecciavano ad altissima velocità. Molti di loro si sono persi e sono stati poi ritrovati dopo alcune ore, pieni di graffi causati, durante la fuga, dagli arbusti.

C’è una sola parola che restituisce efficacemente quanto accaduto: pogrom, metastasi di un sistema che criminalizza rom, migranti, senza casa, poveri, disoccupati e che esercita il potere in modo sadico, al punto da modificare anche la percezione che i più deboli hanno di sé e della realtà, riducendoli a un sentimento d’impotenza, di fragilità, di solitudine, la condizione dei “sottouomini”.

Il razzismo e la xenofobia possono dare impulso ad accessi di violenza collettiva, a vere e proprie “liturgie” di massa scandite sulla dialettica amico/nemico, a scenari sinistri di cui, purtroppo, la nostra storia è costellata. Gli psicologi delle masse spesso hanno spiegato l’adesione a rituali xenofobi collettivi, riconducendoli alla ricerca di un rifugio di fronte al senso di smarrimento. “Il cerimoniale permette a un gruppo di comportarsi in un modo simbolicamente ordinato così da dare l’impressione di rivelare un universo ordinato; ogni particella acquista la sua identità mediante la semplice interdipendenza con le altre” (Erik Erikson).

Eppure varrebbe la pena interrogarsi non solo sul “perché” le cose accadono ma anche sul “come”.

Quel “come” non è riconducibile solo agli aspetti irrazionali. Sono i dispositivi politici, le strutture giuridiche e le macchine amministrative che fanno apparire accettabile, “ordinario”, se non addirittura socialmente giustificabile, il volto della persecuzione. È quanto si sta verificando col nuovo decreto Minniti – Orlando che rappresenta la “normalizzazione” di una politica che criminalizza i deboli e gli antagonisti e rivela, senza grattare troppo il fondo del barile, un processo in atto di fascistizzazione della società.

Peraltro, l’inasprimento dei dispositivi repressivi da un lato aggrava le spinte xenofobe presenti nel nostro paese, dall’altro indebolisce ulteriormente la manodopera extracomunitaria, fiaccandola e rendendola sempre più flessibile, mentre il rafforzamento delle politiche securitarie si sta traducendo in una guerra, sempre più violenta, dichiarata dall’alto a tutti i marginali, trasformati in detenuti senza processo, senza ragioni, senza sentenze, senza condanne, rinchiusi in luoghi di eccezione e di sospensione del diritto. I continui episodi di vera e propria caccia all’uomo e di rastrellamenti ci riportano a scenari non diversi da quelli sudafricani che videro la discriminazione razziale diventare norma e tradursi nelle “leggi dell’apartheid”: una società dunque declinata attraverso la logica del doppio binario, sempre più armata di razionalità scientifica nelle operazioni di contabilizzazione e di divisione degli esclusi dagli inclusi.

Nei prossimi mesi e nei prossimi anni le rigide politiche della UE si faranno sempre più antipopolari e di conseguenza aumenterà inevitabilmente la conflittualità sociale. Di qui la necessità da parte del governo di anticiparne l’esplosione, aumentando la stretta repressiva.

Combattere il decreto Minniti – Orlando è oggi un compito a cui non ci si può sottrarre.

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