Presentazione


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09/07/2021

Cile - Si apre la discussione sull'amnistia

María Rivera* è uno dei volti femminili della Plaza Dignidad, avvocatessa dei “primera línea”, difensore di prigionieri politici ed è stata una di coloro che hanno querelato Piñera per delitti di lesa umanità commessi dopo il 18 Ottobre. Imprigionata e torturata in dittatura, esiliata in Argentina. Non ha mai cessato di lottare contro detenzione e tortura. Militante della lega Internazionale dei lavoratori.

È stata eletta come Costituente tra gli Indipendenti nella Lista del Pueblo. Ed in questa vesta ha presentato lunedì scorso alla presidenza della Convenzione Costituzionale la seguente Mozione per l’Amnistia a tutti i progionier* politic*, cileni e mapuche.

*****

Signora Elisa Loncon Antileo
Presidenza Convenzione Costituzionale

Signor Jaime Bassa Mercado
Vicepresidenza Convenzione Costituzionale

Oggetto: Mozione della Signora Convenzionale María Magdalena Rivera Iribarren. Amnistia prigionieri e prigioniere politici cileni e mapuche dello Stato del Cile.

Santiago, 5 Luglio 2021.

1 – Lo Stato del Cile ha in regime di prigionia politica, in qualità di condannati o come misura cautelare di detenzione preventiva, centinaia di combattenti sociali cileni e mapuche. Il regime di democrazia controllata sorto dalla Transizione ha mantenuto l’essenza del modello economico e della Costituzione del 1980. In Cile nel 2021, questo è messo in discussione dalla maggioranza della popolazione.

2 – Per la continuità del modello economico e sociale, quel Regime si è basato sulla repressione del popolo mapuche e dei movimenti sociali, avvalendosi del carcere politico come arma fondamentale per cercare di fermare la resistenza del popolo mapuche e le lotte del popolo cileno. Questi meccanismi di repressione e violazione dei diritti umani sono stati estesi ad ampi settori della popolazione del Paese a partire dall’esplosione sociale del 18 ottobre, con una politica sistematica di detenzioni arbitrarie, vittime di torture da parte di agenti statali e perdita parziale o totale della vista. Anche la riparazione e la giustizia dovranno essere affrontate nelle prossime discussioni di questa Convenzione.

3 – La transizione concordata con la dittatura non solo ha garantito che Pinochet rimanesse come Senatore a vita e Comandante in Capo dell’Esercito, ma ha aperto le porte all’impunità per molti dei responsabili della sistematica violazione dei diritti umani durante la dittatura e la politica di persecuzione contro gli oppositori della dittatura e della transizione concordata.

4 – In relazione alla causa Mapuche. Da 500 anni il popolo Mapuche combatte in difesa del proprio territorio, scontrandosi, in tempi diversi, con lo Stato cileno e le compagnie che occupano le loro terre. A partire dalla dittatura, il regime militare si è reso responsabile dell’usurpazione di centinaia di migliaia di ettari di terra al popolo Mapuche e ha favorito apertamente la formazione di grandi monopoli forestali a partire dall’attuazione del decreto legge 701 del 1974. Così, alcuni gruppi economici si sono appropriati di terre e foreste ancestrali per la produzione forestale, allargando il conflitto con il popolo originario, legittimo proprietario di quelle terre. La protezione statale, dal 1973 ad oggi, ai proprietari delle grandi aziende forestali ha avuto enormi conseguenze per il popolo-nazione mapuche. Una di queste conseguenze è il carcere politico di decine di membri delle comunità.

5 – Definizione di Prigioniero Politico: Comunemente, prigioniero politico è chiamato una persona che è privata della libertà per non aver commesso alcun crimine, ma semplicemente per avere determinate idee politiche. Tuttavia, queste idee devono sempre raggiungere una manifestazione nel mondo esterno, si concretizzano attraverso azioni. Pertanto, il fattore determinante per tale definizione è la motivazione dell’atto che lo stato del Cile punisce penalmente. In questo senso, i prigionieri politici sono coloro che hanno commesso “crimini” di ispirazione politica e sono repressi da agenti statali. Ai fini della presente mozione, quando si parla di prigionieri politici si fa riferimento a qualsiasi persona privata della libertà, sia in virtù di una sentenza di condanna, sia in virtù di una misura cautelare restrittiva della libertà, perché la loro partecipazione, in qualsiasi suo grado, è imputata ad atti di connotazione politica.

6 – In questo senso, la Convenzione adotterà la seguente risoluzione:

a) Richiedere al Congresso e al Potere Esecutivo l’immediata approvazione del “Progetto d’Indulto Generale” presentato al Congresso.

b) Richiedere l’amnistia per tutti i prigionieri/e politici, prima e dopo dell’esplosione sociale. Non saranno considerati prigionieri politici i condannati per violazioni dei Diritti Umani da parte di agenti dello Stato o collaboratori civili.

c) Stabilire un termine imperativo di 15 giorni di calendario dalla data della presente risoluzione convenzionale, affinché il Congresso Nazionale e il Potere Esecutivo adottino le misure richieste.

In caso di rifiuto del Congresso Nazionale e dell’Esecutivo, nell’esercizio del potere costituente originario, la presente Convenzione adotterà come provvedimento il voto di un decreto di indulto e di Amnistia nei termini precedentemente richiesti. Allo stesso modo, farà appello alla mobilitazione popolare per sostenere l’esercizio del potere costituente originario basato sulla sovranità dei popoli

7 – Parte di questa mozione è l’apertura immediata di un ampio processo democratico di discussione delle udienze pubbliche e del lavoro delle commissioni con parenti di prigionieri dell’esplosione sociale, condannati in virtù della Legge Antiterrorismo, parenti e organizzazioni legate ai prigionieri mapuche e chi altro la presente Convenzione ritenga necessario.

8 – Questa convenzione conferma che non possiamo iniziare a scrivere la legge più importante che ci guiderà per i prossimi anni o decenni con prigionieri politici del precedente regime nelle carceri.

II – Allegato: Estratto di un documento preparato dalla Commissione Generale di Amnistia per i Prigionieri/e Politici

L’amnistia è la figura appropriata per decretare la libertà dei prigionieri/e politici in modo totale, senza esclusioni e senza condizioni. L’Amnistia è uno dei modi per estinguere la responsabilità penale delle persone stabilita nella nostra legislazione, precisamente nel codice penale all’articolo 93, numero tre.

Lo stesso articolo precisa che si estinguono sia la pena che tutti i suoi effetti, a differenza dell’indulto, che si limita a rimettere o commutare la pena, ma non toglie ai beneficiari il carattere di condannati, né, di conseguenza, quello di recidivi per detta eventualità.

Altro carattere benefico dell’amnistia è che questa figura è applicabile ai processati, anche non ancora condannati, mentre l’indulto è possibile solo nei confronti di persone condannate. L’importanza di ciò risiede nel fatto che per accedere al beneficio non è necessario attendere la condanna, ma essa opererebbe subito dopo la promulgazione.

La necessità che gli imputati perdano la qualità di condannati è anche di rilevanza politica, principalmente cerca di evitare la neutralizzazione assoluta di queste persone, dato l’alto grado di vulnerabilità davanti al sistema penale che comporta l’onere della recidiva di fronte a un futuro eventuale arresto.

Per tutto quanto sopra, è necessario menzionare le ragioni e le richieste per ottenere la libertà di tutti i prigionieri politici nel corso della storia del Cile, mediante un’Amnistia totale e incondizionata, che fornisca una soluzione definitiva, per abusi sistematici e violazioni dei Diritti Umani che sono andati avanti dalla dittatura militare del 1973.

Accumulando così 48 anni di impunità e prigionia politica nel Paese, possiamo citare la Commissione Valech che ha ricevuto 36.035 testimonianze e il suo primo rapporto, dove si riconoscono 27.255 persone vittime di carcerazione politica e torture durante la dittatura militare, e nel suo secondo rapporto la Commissione Valech II, ha riconosciuto un totale di 40.018 vittime, di cui 3.065 morte o scomparse.

Purtroppo, quella non fu la fine del regime, poiché per perseguire la transizione alla democrazia, è stata applicata un’amnistia ai militari implicati in crimini contro l’umanità durante la dittatura militare, impedendo così, un processo per i colpevoli o una riparazione per le vittime, inoltre Augusto Pinochet in totale impunità consegna la presidenza, ma rimane per altri 8 anni come Comandante in Capo dell’Esercito.

Ciò è fondamentale poiché è continuata la persecuzione politica e giudiziaria degli oppositori del regime, creando così i primi prigionieri politici della democrazia negli anni ’90, alcuni addirittura processati e condannati da una procura militare.

Per la maggior parte giovani membri di gruppi popolari che hanno combattuto contro la dittatura, come il Movimento Giovanile Lautaro, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria o il Fronte Patriottico Manuel Rodríguez, tra gli altri, sono stati perseguitati, imprigionati e condannati negli anni ’90 per il loro rapporto con questi gruppi. Questo è il caso di Mauricio Hernández Norambuena, Ricardo Palma Salamanca, Galvarino Apablaza, Raúl Escobar, Patricio Ortiz, Pablo Muñoz Hoffmann, tra molti altri.

Ma per comprendere l’attuale contesto sociale in Cile, dobbiamo tenere presente che durante i 17 anni di dittatura, un modello imprenditoriale e capitalista neoliberista è stato impiantato a ferro e fuoco, così come la costituzione del 1980 che ci governa ad oggi. Con questa affermazione, intendiamo che ogni lotta per cambiare il sistema che ci hanno imposto è una lotta per porre fine all’eredità lasciata dalla dittatura militare.

Dobbiamo anche menzionare i compagni sovversivi che chiedono la nullità delle condanne emesse negli anni ’90 dai pubblici ministeri militari di Pinochet e che sono tuttora in vigore, nei casi di Marcelo Villarroel Sepúlveda, Juan Aliste Vega e Freddy Fuentevilla, nonché l’abrogazione delle modifiche del DL-321 e la non applicazione della Legge N° 18.314 o “Legge Antiterrorismo ”, creata durante la dittatura e utilizzata per la repressione delle minoranze che vanno all’offensiva contro il sistema capitalista lasciatoci dal regime, come i compagni Joaquín García Chanks, Juan Flores Riquelme, Pablo Bahamondes Ortiz, Alejandro Centoncio, Tamara Sol, Mónica Caballero e Francisco Solar.

Allo stesso modo, è necessario menzionare la violazione sistematica dei diritti umani nelle comunità indigene, come il saccheggio di acqua e risorse naturali nelle terre ancestrali, poiché, come accadeva nella dittatura, imprenditori privati ​​o stranieri hanno il controllo in queste terre per sostenere l’attività delle imprese forestali.

Questo è un conflitto politico, poiché il popolo Nazione Mapuche esige la restituzione delle proprie terre e il rispetto della Convenzione ONU 169 sui popoli indigeni e tribali.

Durante gli anni 2000, molti Mapuche sono stati imprigionati con l’accusa di terrorismo nel quadro del conflitto per le terre, il caso più noto è stato quello del 2003 in cui otto Mapuche furono imprigionati e accusati in base alla Legge Antiterrorismo, Norín Catrimán, Pascual Huentequeo Pichún, Florencio Marileo Saravia, Juan Marileo Saravia, José Huenchunao Mariñán, Juan Millacheo Lican, Patricia Troncoso Robles e Victor Ancalaf Llaupe.

Dal momento che non c’erano prove contro di loro nel 2014 la Corte Interamericana dei Diritti Umani CIDH, ha condannato lo stato del Cile per aver violato il Principio di Presunzione di Innocenza, e gli ha proibito di applicare tale legge nei conflitti di rivendicazioni sociali, prova inconfutabile che è stata utilizzata politicamente e arbitrariamente contro le comunità indigene.

Ma il carcere politico mapuche è continuato e viene applicato nelle carceri con i lavori forzati come nella “schiavitù”, dice il Machi Celestino Córdova, unico condannato per la morte della coppia Luchsinger Mackay, nonostante non ci siano prove scientifiche contro di lui, che il proiettile che lo ha ferito non fosse del fucile di Wener Luchsinger, e che, oltretutto, si trovava a kilometri di distanza dagli accadimenti, è stato condannato a 18 anni di carcere.

Ma Machi Celestino Córdova non fu l’unico mapuche accusato e imprigionato in questo caso, gli altri 11 accusati furono assolti Francisca Linconao Huircapan, Aurelio Catrilaf Parra, Eliseo Catrilaf Romero, Hernán Catrilaf Llaupe, Sabino Catrilaf Quidel, Sergio Catrilaf Marilef T, Jose Cánsiórdo Tr Jose Manuel Peralino Huinca, Jose Tralcal Coche, Juan Tralcal Quidel e Luis Tralcal Quidel.

Ma ci sono ancora molti altri privati della libertà con accuse simili. Testimonianze di Carabineros e prove insufficienti sono l’argomento per tenere più di 26 Mapuche in carcere ad oggi.

Infine, vanno ricordati gli oltre 4.771 condannati riconosciuti dalla Procura, dal 18 ottobre 2019 ad oggi, dove si è registrato un netto aumento delle detenzioni arbitrarie, montaggi e detenzioni preventive come una sentenza anticipata mai vista.

Prima c’era la Legge Antiterrorismo, ora si applica la Legge n. 12.927 o Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato. Va notato che tutti gli accusati da questa legge sono stati assolti, poiché né la polizia, né i pubblici ministeri, né i tribunali hanno potuto dimostrare quell’accusa.

Ma anche così i giovani sono stati condannati per altri capi d’accusa, come c’è stato anche un aumento delle procedure abbreviate, lasciando l’unica via d’uscita dal carcere l’accettazione di un’accusa, riconoscersi colpevoli per poter uscire di carcere.

In una procedura abbreviata, gli avvocati non solo spingono a dichiararsi colpevole, ma insistono anche a prendere le distanze dal carcere politico, sperando di ottenere un processo equo, riconoscendo così che i criteri e la punizione per essere un prigioniero politico sono più severi.

Le famiglie e gli avvocati dei giovani detenuti dalla rivolta sociale del 2019 denunciano la violazione del Diritto al Giusto Processo, la violazione del Principio di Presunzione di Innocenza e il completo ignorare l’inesistenza di Precedenti.

Questi tre punti sono stati fondamentali per identificare e denunciare che in Cile esiste un carcere politico,

Si deve dire che l’accusa riconosce anche 127 persone assolte dopo la rivolta, alcune delle quali sono state incarcerate per più di un anno e senza prove. Uno dei casi più rilevanti e che è stata esposta all’opinione pubblica è quella di Mauricio Cheuque, accusato dalla polizia di portare una molotov, solo per avere un cognome mapuche, mettendo in chiaro la discriminazione che esiste nella polizia contro i mapuche.

C’è anche il caso di Mauricio Allende che è stato accusato di porto d’arma da fuoco, arma che secondo il numero di serie è stata dichiarata rubata da una stazione di polizia, quest’arma è scomparsa nelle indagini r non è rientrata nella catena di custodia, fatto per il quale Mauricio è stato finalmente assolto dopo quasi un anno e mezzo di carcere senza prove.

Allo stesso modo, dobbiamo parlare del caso di Cristian Cayupán che è stato colpito da pallottole dei carabineros e poi accusato di tentato omicidio, accusa per la quale è stato condannato a scontare 15 anni di carcere. Come nel caso di Felipe Santana imprigionato a Puerto Montt accusato di aver bruciato una panchina in una barricata, ma imputato per l’incendio doloso di una chiesa.

Detta chiesa è ancora in piedi, non è stata bruciata, ma, anche così, Felipe è stato condannato a 7 anni di carcere effettivo. O il caso di Jordano Santander a San Antonio, che è stato condannato per tentato omicidio, per la dichiarazione di un PDI che ha detto “di aver visto negli occhi di Jordano un’intenzione omicida“, nonostante l’assenza di qualsiasi prova scientifica contro di lui ed essendo stato assolto dalle 3 accuse, è stato comunque condannato a quasi 7 anni di carcere, per la dichiarazione di un PDI ministro della fede.

Purtroppo questi casi non sono isolati, né vi sono errori del sistema, abbiamo visto ripetere gli schemi degli agenti dello Stato come testimoni nelle condanne dei giovani detenuti della rivolta, e così come loro ci sono molti più condannati, tanto per citare alcuni: Cristian Briones 3 anni, Danilo Valderrama 4 anni, Cesar Marín 5 anni, Francisco Hernández 5 anni, Jesus Zenteno 6 anni, Benjamín Espinoza 5 anni, Matías Rojas 6 anni, tra molti altri, oltre alle centinaia di condannati in procedure abbreviate per 5 anni di libertà vigilata intensiva, che hanno accettato di firmare sotto pressione come unica via d’uscita dal carcere, esposti ad essere condannati senza prove in un processo orale come nei casi precedenti, più le centinaia di formalizzati in attesa di giudizio o condanna, sia in detenzione preventiva sia agli arresti domiciliari totali.

Santiago, giugno 2021

Fonte

23/05/2021

Cile - Niente facili trionfalismi; ottimismo, ma meditato

Prima di tutto, ecco alcune dichiarazioni a caldo, subito dopo i risultati usciti dalle urne di queste mega-elezioni in cui si doveva votare sia per l’elezione dei membri della Assemblea Costituente, sia per l’elezione dei governatori (la prima nella storia del Cile) e anche dei sindaci di molti Municipi.

Piñera (presidente del Cile): “In queste elezioni la cittadinanza ha inviato un chiaro e forte messaggio al governo e anche a tutte le forze politiche tradizionali. Ci stiamo sintonizzando adeguatamente con i desideri e le richieste della cittadinanza. Siamo interpellati da nuove espressioni e nuove leadership.”

Mario Desbordes (Renovacion Nacional. Partito di destra): “Noi del centrodestra dobbiamo accettare con umiltà questo risultato. Non c’è dubbio che stiamo vivendo una sconfitta, tutti, trasversalmente. Una sconfitta che ci deve far riflettere. Non siamo stati capaci di interpretare la maggioranza dei cittadini, che stava chiedendo cambiamenti, che si è mobilitata, che ha dato segnali con una maggioranza schiacciante a favore dell’’Approvo’. E non siamo stati capaci di interpretarla, per diverse ragioni. Non c’è dubbio che una serie di errori commessi probabilmente come coalizione di governo hanno avuto un impatto sulle elezioni.”

Alvaro Elizalde (Partido Socialista): “Come partito ringraziamo perché […] continuiamo ad essere il partito con più seggi delle forze di opposizione. Però con umiltà dobbiamo segnalare che è uno sforzo che si deve fare con collaborazione, logica costruttiva. Pertanto si deve stabilire uno spazio di dialogo e coordinamento con le altre forze e anche con gli indipendenti, che rappresentano idee di cambiamento, affinché queste idee diventino realtà nella Assemblea Costituente. Il processo costituente è stato possibile perché le cilene e i cileni sono scesi in piazza.”

Daniel Jaude (Partido Comunista. Sindaco del municipio di Recoleta): “Il governo oggi deve capire che ormai non può continuare a pensare in ‘minimi comuni’. Deve cominciare a pensare alle necessità che ha il popolo del Cile. Deve iniziare il dialogo, deve prendere iniziative concrete e fare appello ad approvare e speriamo arrivi a patrocinare l’iniziativa dell’imposta sui super ricchi, l’iniziativa ‘royalty minerario’. Iniziative che oggi stanno ancora aspettando un supposto dialogo, un supposto accordo che già sappiamo come sono.”

Francisca Linconao (candidata costituente per il popolo Mapuche): “Mi rivolgo a tutti i costituenti dei seggi riservati [ai popoli originari]. Ho vinto con molti voti. Lavoreremo insieme per poter andare avanti e scrivere la nuova Costituzione. Grazie.”

Dafne Concha (Leader sociale settore educazione. Eletta consigliera nel Municipio di Santiago dove ha vinto la comunista Irací Hassler): “Abbiamo voluto la nuova Costituzione per lasciarci alle spalle la dittatura di Pinochet. Ma questa non si lascia alle spalle solo con un cambiamento costituzionale. Deve cambiare il potere. Dobbiamo prenderci il potere. E il potere si prende in tutti gli spazi e dappertutto.

Abbiamo lottato per Santiago, che era uno spazio difficile, complesso, ma oggi possiamo dire con soddisfazione che abbiamo avuto una vittoria che mette all’angolo la destra.

Questo non vuol dire solo che la destra è all’angolo, ma vuol dire che il nostro progetto, che è un progetto unitario uscito con l'unità dei quartieri e dei territori, di unità politica e sociale, è possibile. È un cammino percorribile. Perciò posso dire che mi sento orgogliosa e ringrazio uno per uno tutti quelli che si sono uniti in questo progetto collettivo. Vinceremo perché è necessario vincere.”


Nelle dichiarazioni del governo e della destra, maliziosamente, ma non troppo visto che El Mercurio suggerisce la stessa “soluzione” di “cinquant’anni fa”, potremmo leggere le classiche lacrime di coccodrillo (già pronte ad asciugarsi appena possibile...) di coloro che hanno optato per il pugno duro, anche con palesi violazioni ai diritti umani, quando il popolo reclamava nelle piazze per dignità, pane e salute.

Il Partito Patriotas por Chile arriva addirittura ad invitare i militari in pensione a “mettersi i pantaloni”, cioè a comportarsi da “maschi” iscrivendosi al partito per agire come patrioti di tutte le destre unite prima che il peggio arrivi.

Il peggio naturalmente sono questi cambiamenti ancora in embrione e guadagnati a furor di popolo con veri morti, feriti e prigionieri sul campo dal 18 ottobre del 2019. Ad ascoltarli sembrano una caricatura, ma sono veri...

Nella dichiarazione del Partito Socialista, invece, si vedono i soliti ammiccamenti populisti in un estremo tentativo di cavalcare, o almeno di non essere lasciati totalmente fuori dal processo di rinnovamento che si prospetta. Come sempre pronti per tutte le stagioni. Un gioco di parole cileno li chiama “sociolistos”, cioè soci pronti per tutti. Niente di più appropriato.

La dichiarazione post elettorale di Daniel Jadue, del Partito Comunista, non sembra particolarmente combattiva, o forse vuole solo essere concreta, e invita il governo al dialogo su alcune proposte già in cantiere, anche se non sembra fiducioso, giustamente, sulla reale disponibilità del governo ad accordi e dialogo. Jadue è ormai ufficialmente il candidato presidenziale alle elezioni del 21 novembre 2021 per il Partito Comunista.

La rappresentante Mapuche, Francisca Linconao, si rivolge agli altri popoli originari dando disponibilità a lavorare insieme, visto che solo il 17% dei seggi della Assemblea Costituente sono stati riservati all’insieme di tutti i popoli originari.

Questa percentuale di seggi è molto inferiore a quella che avrebbe dovuto essere in proporzione al numero totale degli appartenenti alle popolazioni originarie. Questa decisione palesemente iniqua aveva creato forte malcontento nei popoli originari.

La Linconao avrà il compito, non facilissimo, di accostare a questo processo costituente i diversi popoli originari molti dei quali non sembrano, finora, troppo convinti dell’onestà di questo percorso e dei risvolti che potrà avere nei loro confronti.

Combattiva e determinata la neo consigliera Dafne Concha che insiste sull’unità e la lotta, che ha dato i risultati attualmente conseguiti sia per quanto riguarda l'Assemblea Costituente, sia per le elezioni Amministrative.

Approfondiamo ora il discorso sul processo costituente. Il tavolo previsto si è rovesciato. Sembrava scontato che le forze tradizionali avrebbero avuto la maggioranza nello scacchiere dell'Assemblea Costituente e invece è stato il contrario.

Non solo tutti i partiti, e soprattutto le destre, hanno perso, ma anche alcuni movimenti sociali che da tanti anni sono in piazza lottando quotidianamente, come Ukamau (movimento per il diritto all’abitare con forte connotazione anti neoliberista) con Doris Gonzales che ha presentato un articolato programma complessivo davvero degno di nota**, NO+AFP (contro il sistema dei fondi pensione privati) con Luis Mesina, il 8M Coordinamento femminista, il Coordinamento delle vittime dei Diritti Umani.

Questi movimenti sociali però non hanno saputo/potuto impostare liste sufficientemente forti da superare gli ostacoli imposti dal particolare modello elettorale cileno (imposto anche questo come trappola salvavita da parte delle destre) nelle votazioni per l'Assemblea Costituente.

I partiti della sinistra, che avrebbero potuto collaborare inserendoli nelle loro liste come indipendenti e dando loro priorità, non l’hanno fatto. E quindi sono rimasti fuori. Questi movimenti sono stati un elemento chiave nel determinare le condizioni che hanno costretto il governo e i partiti tutti a cedere e concedere (anche se l’hanno fatto con intento proditorio) che iniziasse il processo costituzionale, ma, purtroppo, non ne faranno parte. Solo Maria Rivera, della Defensoria Popular, ottiene un seggio nella Costituente.

La maggioranza acquisita da parte delle istanze indipendenti non tradizionali, fa sì che l'Assemblea Costituente possa dotarsi di un proprio Regolamento che (contrariamente a quanto previsto e auspicato dai maneggioni dei partiti, governativi e non, che hanno firmato l’accordo del 15 novembre 2019) la renda realmente sovrana nelle decisioni, quindi una vera e propria Assemblea Costituente.

Questo era stato l’auspicio e la possibilità che parecchi mesi fa*, con lungimiranza, lo storico Sergio Grez aveva fatto balenare per un futuro che, in quel momento, non sembrava affatto roseo e che aveva portato molti compagni a decidere di ignorare il processo costituente e quindi di non andare a votare neanche al plebiscito per l’approvazione di una nuova Costituzione in ottobre del 2020.

La maggioranza, definitivamente negata alle destre in queste ultime elezioni, dovrebbe dare la certezza di poter finalmente garantire per costituzione il diritto all’acqua e l’esistenza di popoli originari, tra le altre cose essenziali richieste dalla popolazione in lotta.

Ma l’ottimismo non deve far chiudere gli occhi su tutti gli scenari che si presentano concretamente in questo importantissimo e difficile processo costituente, che, comunque, è di per sé una gran bella vittoria per il solo fatto di essere stato avviato. Infatti ci sono circa 48 seggi andati a costituzionali indipendenti, cioè non iscritti ad alcun partito, dei quali però non si conosce l’ideologia, il modello socio economico al quale aspirano e le reali tendenze da cui prendono le mosse.

Di questi 48 ce ne sono circa 22/23 eletti nella Lista del Pueblo che sono persone che vengono fuori dalla Plaza Dignidad e si può quindi presupporre che siano vicine a modelli di sinistra, ma la destra potrebbe anche convincerne una parte, in alcune discussioni, a votare con loro, ottenendo così il famigerato 1/3 che darebbe la possibilità del veto articolo per articolo.

Ce ne sono poi circa 11 della lista No Neutrales che sono in parte di centro destra vicini alla chiesa cattolica, e qualcuno di centro sinistra. Questa situazione di eventuali negoziati che potrebbe presentarsi, rende quindi fragile qualsiasi certezza.

Qua di seguito le prime due delle tre interessanti interviste fatte da Telesur a Victor Orellana sociologo ricercatore dell’Universidad de Chile direttore della Fondazione Nodo XXI, a Sergio Grez Toso storico e professore dell’Universidad de Chile, e Andres Solimano economista Presidente del Centro Internacional de Globalizacion y Desarrollo.

*****

Redattore di Telesur: quanto è vicino il Cile a seppellire la Costituzione di Pinochet, visti i risultati di queste mega elezioni?

Victor Orellana: Ci sono argomenti per essere ottimisti. Moderatamente ottimisti. Voglio solo segnalare che la partecipazione elettorale non è stata così alta come ci si poteva aspettare. Cioè, un settore importante del popolo cileno non ha concorso nel processo e questo lascia quanto meno qualche dubbio.

C’è una situazione eterogenea. Ci sono settori popolari che vanno a votare e altri meno, e questo è oggetto di analisi [...]. Un fatto è che hanno fatto crollare la politica tradizionale, soprattutto la destra, ma anche la ex Concertacion, non bisogna dimenticarlo. Sono state molto colpite.

Quello che emerge è un insieme di forze nuove disperse, diverse e con un alto grado di frammentazione, ma, se si fa la somma aritmetica di quelli che si dichiarano anti neoliberisti, e che sono favorevoli a sotterrare l’eredità neoliberista di Pinochet, sono la maggioranza.

Ora bisogna trasformare questa situazione, che si presta ad un ottimismo ragionevole, in una costruzione efficace. E questo è molto complesso perché bisogna organizzare una forza sociale che sta nelle piazze e che è molto, molto scettica verso le istituzioni. Perciò metto l’accento su questo, perché c’è tanta popolazione cilena che non è andata a votare non certo per pigrizia, ma perché ha la convinzione che ormai il voto non funziona. Quindi questa Costituente sarà sottoposta a una fortissima pressione sociale.

C’è una grande aspettativa sociale di cambiamento, perciò hanno una enorme responsabilità le forze che compongono questa Costituente, forze democratiche, progressiste, e di sinistra, per arrivare ad un’intesa comune. Però questo non sembra affatto facile. Anche questo fenomeno, molto interessante da studiare, delle forze nuove indipendenti come per esempio la Lista del Pueblo, che ha una composizione abbastanza eterogenea, e che non ha potuto costruire un’organizzazione con i movimenti sociali che esprimono gli ultimi 15 anni, per esempio il movimento femminista ecc.

Sarebbe quindi una grande sfida per le forze popolari cilene, per questo insisto su un punto di vista di moderato ottimismo. Stiamo avanzando verso una giusta direzione. Il popolo cileno sta costruendo la propria storia.

Approfondiamo la questione degli “indipendenti” che sono una delle novità che si sono presentate nella vittoria di queste mega elezioni. La destra non ha ottenuto il terzo sufficiente per il diritto di veto, ma ci sono 48 indipendenti che in parte potrebbero essere condotti dalle destre verso la loro parte ed ottenere per questa via il diritto di veto. Può succedere?

Sergio Grez: Sono tra quelli che sono contenti, ma con una dose di attenzione a certi fenomeni che connotano questi risultati. Senza alcun dubbio si tratta di una sconfitta strepitosa della destra tradizionale cilena, quella che ha appoggiato la dittatura di Pinochet e che è tornata a governare due volte dopo il 1990, o meglio dal 2010, con i due governi di Sebastian Piñera.

Allo stesso tempo queste elezioni marcano un regresso molto grande dei partiti politici della vecchia Concertacion con la coalizione che ha governato ininterrottamente dal 1990 al 2010.

E, come terzo elemento, [...] si è prodotta un’irruzione appariscente molto significativa, incoraggiante, potremmo dire, di alcune forze politiche ancora molto disperse, molto eterogenee, ma che si collocano in questo minimo comune denominatore che può essere l’anti neoliberismo. Tanto degli indipendenti, e questo è l’elemento forse più interessante, come pure di alcuni partiti politici tradizionali o nuovi che si collocano nella stessa prospettiva.

In questo contesto bisogna fare un analisi rispetto agli indipendenti. A dire il vero questo è un orizzonte molto variopinto. Sono pienamente d’accordo con l’analisi fatta dalla vostra corrispondente da Santiago del Cile, Paola Grandich. Bisogna fare un’analisi molto più raffinata sulla composizione, l’orientamento e l’atteggiamento definitivo che adotteranno questi indipendenti nella Costituente.

Perché ci sono vari tipi di indipendenti. E non mi riferisco solo all’ideologia o al posizionamento politico di questi indipendenti, ma anche alla forma in cui sono stati eletti ed elette alla Costituente queste persone. Perché ci sono indipendenti eletti in liste composte esclusivamente da indipendenti, ma ci sono anche indipendenti che sono stati messi in quota dai partiti politici tradizionali e non tradizionali. C’è persino un indipendente che e andato in maniera assolutamente autonoma, fuori dalle liste, che si è presentato in quanto persona.

E poi l’altro elemento, come dicevo prima, altrettanto importante, di tipo tecnico, negli indipendenti troviamo posizioni politiche assolutamente differenti. Non sono la stessa cosa, per esempio, la Lista del Pueblo, che ha, grosso modo, una tendenza di sinistra, anche se la sua composizione è senza dubbio eterogenea, e la Lista de Independientes No Neutrales che sono una specie di liberali progressisti, tra i quali forse la destra potrebbe trovare alleati di circostanza per bloccare determinate posizioni nella futura Costituente o farne approvare altre.

E la stessa cosa potremmo dire della strategia che potrebbe usare la destra tradizionale...

Cioè, Sergio, quando parliamo di indipendenti bisogna fare molta attenzione e non metterli tutti insieme come un unico conglomerato come fanno molti media, se interpreto bene le sue parole.

Sergio Grez: Assolutamente. C’erano diverse liste di indipendenti che addirittura erano in competizione tra loro. Perciò, evidentemente, gli indipendenti non sono una forza politica. Ci sono correnti diverse, differenti tendenze politiche, e sicuramente distinte posizioni all’interno del mondo dei delegati costituzionali che sono indipendenti.

Nel momento in cui si presenteranno le discussioni per la futura Costituzione è probabile che gli assi della discussione siano variabili, cambino a seconda dei temi. Ed è probabile che questo attraversi anche alcune frange di delegati e delegate che sono stati eletti attraverso i partiti politici. Il panorama è alquanto complesso.

Victor, componenti importanti della vita sociale cilena (No+AFP ecc.) sono rimaste fuori dalla Costituente. Che è successo?

Victor Orellana: La composizione storica della lotta contro il neoliberismo è complessa in Cile. Si potrebbe dire che ci sono tre componenti principali.

C’è una componente che viene dalla resistenza contro la dittatura, che è quel settore di popolo ribelle che in qualche modo è rimasto critico verso la transizione durante gli anni ’90, quando la transizione comincia a prendere già chiaramente una strada di carattere neoliberista. Qua ci sono il Partito Comunista, altre esperienze di sinistra, alcuni attori sociali legati al vecchio Stato sopravviventi a questa esperienza neoliberista che in quel momento ebbero in qualche modo a resistere contro la privatizzazione dei servizi pubblici durante i governi civili della transizione.

Una seconda componente sono i Coordinamenti, le Assemblee, che emergono dagli anni 2000 in poi che proporranno istanze più socialmente ampie, ma anche più inorganiche, più porose per la nuova società cilena, che vanno sulle lotte per l’educazione, le pensioni e femministe. Queste sono quelle che si esprimono in grandi Coordinamenti come per esempio il Coordinamento No+AFP.

C’è poi una terza componente che inizia con l’esplosione sociale vera e propria. E queste sono altre frazioni sociali, nuove, che si uniscono alla lotta. Forse avevano partecipato anche prima alle lotte, ma si uniscono ora in maniera molto più decisa alla lotta sociale anti neoliberista.

Queste tre componenti sommate, che non hanno ancora una soluzione sociale e politica unitaria, quello che è il vecchio dilemma politico dell’unità del popolo. Sono queste frazioni popolari più nuove, che si sono incorporate più di recente, quelle che si esprimono alla grande adesso.

Quello che succede ora quindi è che, in qualche modo, i Coordinamenti come quelli che tu hai menzionato, rimangono a metà tra queste due organizzazioni. Da una parte i Coordinamenti sono un errore dei partiti politici della sinistra politica che si raggruppano nel Patto Apruebo Dignidad, che è il Frente Amplio più il Partito Comunista.

Questi partiti non mettono nelle loro liste privilegiate la figura dei Coordinamenti sociali e questo fa sì che i Coordinamenti cerchino in altre parti al di fuori dei partiti, mentre in realtà i Coordinamenti avevano fatto parte di quelle lotte e non c’era alcuna ragione per questa divisione. Però i Coordinamenti non esprimono i settori emergenti nell’esplosione sociale. Quindi la situazione è molto sui generis.

Alcuni Coordinamenti si integrano, ci sono compagne dei Coordinamenti che faranno parte della Costituente, non giocheranno la loro carta più importante nella zona centrale di Santiago. Quello che succede è che queste tre componenti di lotta e di identità anti liberista non trovano soluzione entrando nel fenomeno della Lista del Popolo. Il fenomeno degli indipendenti ha favorito questo.

Ora, in ogni caso, la cosa più importante per quelli che compongono quest’assemblea è la pressione sociale alla quale saranno sottoposti in questo processo. Direi che la cosa più importante non sono tanto quelli che stanno dentro la Costituente, quanto la società che sta fuori dalla Costituentee e si vedrà in che modo premerà e determinerà il comportamento dell'Assemblea attraverso la lotta sociale.

In questa forza popolare infatti sta la possibilità per evitare ad esempio che la destra, a partire dai suoi tentacoli, pur avendo subito una sconfitta elettorale, si riprenda facilmente, non bisogna far finta di non vederlo. Solo la forza popolare mobilitata impedirà che la destra coopti la Costituente attraverso gli indipendenti finanziati dagli imprenditori [...] o con parte delle poche figure della Concertacion tradizionale che sono riuscite ad entrare nella Convenzione.

Pertanto mi pare che l’accento debba essere posto sul come questi Coordinamenti si attivano e continuano nella lotta e come riescono ad avere un dialogo ed un’azione insieme a questi altri settori popolari. Questo credo che sia il grande compito che ha la forza avanzata progressista cilena. Troveranno azioni e progetti unitari, perché uscire dal neoliberismo non sarà facile e non si possono applicare le ricette del passato. Bisogna inventare. Avere molta creatività.

Fonte

19/05/2021

“C’è stato un enorme rifiuto dei partiti che hanno governato per 30 anni in Cile”

In Alerta Spoiler abbiamo parlato con Dauno Totoro, candidato alla Convenzione nel distretto 10 e dirigente del Partito dei Lavoratori Rivoluzionari, sulle recenti elezioni in Cile dello scorso fine settimana.

Trascrizione/traduzione dell’intervista.

Dopo essere stato dentro la campagna elettorale in Cile, qual’è una prima analisi di quello che lascia questa elezione?

I grandi sconfitti sono stati i partiti tradizionali della destra, che non hanno ottenuto un terzo della Costituente per poterne bloccare le iniziative. La destra che cercava di ottenere un terzo dei seggi, perché un terzo dà la possibilità di bloccarne le attività. Questa è una delle trappole del processo costituente

Per prendere qualsiasi decisione all’interno della Assemblea Costituente si richiedono i due terzi dei costituenti. La destra è arrivata lontana da questo terzo ottenendo poco più del 20% dei seggi. L’altro conglomerato che ha governato negli ultimi 30 anni, la ex Concertacion e il centro sinistra neoliberista hanno ottenuto addirittura poco meno del 15%.

C’è stato un enorme rifiuto verso i partiti che hanno governato per 30 anni e sono stati messi in discussione dalla ribellione. Credo che il fatto che ci sia stata un’astensione importante, di quasi più del 50%, dimostra anche che la gente è stufa e d’altro canto anche le molte candidature indipendenti che sono entrate nella Costituente, oltre il 40%, sono espressione di questa stanchezza verso i partiti tradizionali. E in questo contesto è anche importante il buon risultato che abbiamo ottenuto noi del Partito dei Lavoratori Rivoluzionari.

C’è relazione tra il numero dei voti del plebiscito e l’elezione di sabato e domenica?

Sì, è stata un poco minore. Se non sbaglio nel Plebiscito sono andate a votare circa 7 milioni e 500 mila persone e questa volta circa un milione meno. Ma anche così è un numero molto maggiore delle ultime municipali, che è il metro di misura, perché anche allora si eleggevano sindaci e consiglieri.

Il peso dei candidati indipendenti è un’altra delle questioni che compare con forza nel bilancio e come cosa che sarà difficile da governare, immagino, per il regime, per entrambe le fazioni, per i governativi e per i settori dell’opposizione. Ieri sera nelle analisi che faceva la televisione cilena si menzionava parecchio questo tema come un fatto che non è chiaro e non si sa bene che direzione prenderà e in che modo inciderà nello scenario politico in Cile.

Certo c’è incertezza perché è un fatto veramente inedito, per prima cosa, che ci sia una Assemblea Costituente e, secondo, che questa sia composta per circa il 40% da candidati "indipendenti”. È vero che alcuni indipendenti sono stati eletti in un settore di destra, più legati a settori imprenditoriali. Ma è anche vero che neanche con questo settore le destra riesce ad avere quel terzo di cui parlavo. Perciò è una situazione abbastanza difficile da governare.

Ora bisogna vedere come si sviluppa, d’altro canto, mi pare che la situazione esprima il fatto che c’è una rabbia enorme verso i partiti. Non per nulla, come ti dicevo, tre settimane fa, si stava discutendo di nuovo sull’uscita di Piñera, c’è stato uno sciopero dei portuali per esigere il ritiro del 10% delle pensioni affinché i lavoratori potessero avere delle risorse per affrontare la crisi, e ci sono state mobilitazioni. Insomma c’era un contesto molto convulso in questo senso.

Il governo di Piñera stava cercando di ottenere una propria maggioranza per la Costituente e poter quindi controllare al massimo la dinamica che c’è nella Costituente. Che ne pensi? In che modo i risultati colpiscono quest’obiettivo?

È una sconfitta molto dura per il governo, per la destra, perché non hanno perso chiaramente solo nella Costituente, come già detto, ottenendo appena il 20%, ma anche per i sindaci. Non ho ancora il dato esatto, ma anche Municipi molto importanti, che da sempre sono stati sotto il controllo della destra, li hanno persi. Come per esempio quello di Santiago Centro, Nuñoa, Viña del Mar, che sono Municipi molto importanti qui in Cile.

E questo praticamente indebolisce ancora di più la coalizione di un governo che ha solo il 9% di approvazione e che è praticamente a terra.

Uno dei suoi candidati presidenziali, perché tra tre mesi ci sono le elezioni presidenziali e dei deputati, e che inoltre è uno dei referenti della coalizione, Mario D[……] , ha detto che “siamo stati castigati noi che abbiamo governato in questi ultimi 30 anni”.

È stato evidente che si è trattato di un voto contro quei partiti, includendovi anche la ex Concertacion, in cui il partito più a destra della Concertacion, la Democrazia Cristiana, che è un partito golpista e profondamente neoliberista, che è stato asse chiave della passata transizione, che ha avuto presidenti negli anni ’90, ha ottenuto solo 2 costituenti. Cioè ha significato una sconfitta enorme per la stessa Democrazia Cristiana.

Nel quadro di un processo elettorale molto particolare, anche per l’impatto dovuto alle mobilitazioni iniziate nel 2019, credo che queste elezioni possono aver generato delle illusioni di cambiamento. Che contraddizioni vedi in questo aspetto?

Certo. L'Assemblea Costituente nasce come tentativo per sviare la pressione e la forza che era dispiegata nelle strade per la ribellione popolare del 2019, per dare un’uscita istituzionale attraverso questa Assemblea che contiene una serie di trappole, come quella dei due terzi. Ora bisogna vedere come si sviluppa questa cosa perché ha generato una aspettativa importante in gran parte della popolazione.

Il problema è che continueranno ad essere operanti anche i poteri reali e le istituzioni di questo Stato e di questo regime ereditato dalla dittatura militare. Cioè la Costituente discuterà e opererà mentre continuano ad essere vigenti le istituzioni come la presidenza della Repubblica, con Piñera a capo, che è in uscita tra pochi mesi, la stessa Camera dei Deputati che è praticamente incaricata di far sì che tutti i piani del governo passino scaricando i costi della crisi sui lavoratori, lo stesso sistema Giudiziario che mantiene carcerati i prigionieri politici della rivolta…. ecc.

Perciò bisognerà vedere come si sviluppano queste cose e che ci sia anche lì un colpo contro le aspettative perché evidentemente qua in Cile si è messo fortemente sotto scacco il modello, come le AFP, o Salute/Mercato, questioni che si sono acutizzate ora con la pandemia e con la recessione economica.

Questi stessi poteri continueranno ad operare quotidianamente anche mentre la Costituente li metterà in discussione. Questo può generare un contesto in cui dobbiamo capire come prepararci visto che continuiamo ad essere in mezzo a una pandemia e a una recessione.

Continuando con le elezioni. Il buon risultato di Lester Calderón, candidato regionale a governatore per la regione di Antofagasta per il Partito dei Lavoratori Rivoluzionari. Com’è stata la vostra campagna e come valuti questi dati che hanno visto eletto Lester che è un candidato operaio dirigente sindacale della regione di Antofagasta?

Sì. Per noi l’elezione di Lester è stata un grande trionfo in termini elettorali. Evidentemente non è stato eletto governatore, ma ha ottenuto 21 mila voti, che è una grande, grande votazione, per di più nella capitale mineraria del Paese. E ha dimostrato con forza un’alternativa dei lavoratori, anticapitalista, rivoluzionaria.

In questo momento Lester starà dirigendosi verso il suo posto di lavoro che è la fabbrica di esplosivi Orita, dove è dirigente sindacale. È anche espressione dell’importante votazione che abbiamo ottenuto a livello nazionale.

È la prima volta che partecipiamo presentando 10 candidati  in 5 città del Paese e stiamo a oltre 52 mila voti. Quello che è più importante è che si mostra che c’è un settore importane anticapitalista che vuole con chiarezza togliere Sebastian Piñera, riprendere il cammino delle mobilitazioni per ottenere quello che chiediamo e mantenere alta la bandiera della ribellione e abbiamo presentato candidature di lavoratori e lavoratrici che pure hanno ottenuto votazioni consistenti, come per esempio [….] che nel settore lavoratrici delle pulizie nella zona Centro Santiago ha ottenuto 2000 voti e [….] del settore Salute che ha ottenuto oltre 3000 voti.

Questo ha mostrato un’indipendenza dei lavoratori e ci aiuta a prepararci per quello che viene. Oggi crediamo che bisogna riprendere il cammino delle mobilitazioni, lottare, avanzare, cercare di ottenere spazi di coordinamento, di organizzazione per affrontare questo governo, la pandemia e i costi della crisi affinché non la paghino i lavoratori, ma i grandi imprenditori.

Mi sembra che tutte queste importanti conquiste elettorali sono un punto d’appoggio per continuare questa lotta. Per esempio ad Antofagasta abbiamo avuto l’elezione di una consigliera, Natalie Sanchez, che è per noi un grande trionfo nella regione mineraria.

Con che mezzi si affronta la campagna elettorale? Lo Stato fornisce spazi? Si opera sui social?

La campagna presenta le stesse trappole del processo elettorale. In televisione noi abbiamo avuto solo un secondo, in cui sono riuscito solo a dire “Fuori Piñera”, in Antofagasta hanno potuto dire “Vota Lavoratori”.

Ovviamente la campagna si è condotta attraverso il giornale La Izquierda e i social quando era più difficile la situazione sanitaria, e poi organizzando decine di lavoratori e lavoratrici, amici e amiche che hanno fatto parte di quest’alternativa integrandosi alla dirigenza in Arica, Antofagasta, Valparaiso, Santiago, Temuco. Che sono stati con noi nelle strade portando avanti l’alternativa, perché oggi, davanti alla sconfitta dei partiti tradizionali è necessaria un’alternativa rivoluzionaria che proponga, dalle piazze, di conquistare tutto quanto richiesto e di buttare giù questo regime ereditato da Pinochet.

È attraverso questa strada che otterremo quanto richiesto dalla maggioranza lavoratrice del Paese.

Dauno, ti ringraziamo e ci congratuliamo con tutta la militanza del PCR per i risultati nelle elezioni.

Grazie a voi.

Fonte

18/05/2021

Cile - Destra nettamente battuta nelle elezioni

È stata una sorpresa che ha demolito le previsioni di tutti gli analisti: le elezioni di questo fine settimana hanno confermato quanto sperimentato nel 2019 durante le proteste sociali.

La destra non ha raggiunto la soglia del 1/3 necessario per porre il veto nell’assemblea costituente e la struttura politica del paese è cambiata, forse irreversibilmente, con l’emergere di nuove forze costituenti e un notevole spostamento a sinistra.

Questa cronaca scritta da Valparaíso durante la notte insonne della scorsa domenica offre un resoconto preciso per capire la nuova mappa di un Cile che ora dovrà affrontare le elezioni presidenziali di novembre.

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Il Cile ha celebrato le sue “macro-elezioni” questo fine settimana, da cui sono emerse più di 2.700 incarichi, tra consiglieri, sindaci, governatori e costituenti, una curiosa conseguenza del periodo di mobilitazioni più anti-istituzionale del paese in decenni.

Le forze ereditate dalla dittatura avevano fatto di tutto per fermare l’ondata di cambiamento. Dichiarare uno stato di eccezione e riempire le strade di militari, svuotate con colpi di manganello, lacrimogeni e proiettili di gomma. Accecare e imprigionare i ragazzi ribelli. Per blindare un processo costituzionale per garantire a loro stessi una quota di potere. Riempirlo di trappole e ostacoli per limitare la vera democrazia. Far piovere soldi sui loro candidati per privilegiarli nella campagna e mettere a tacere gli sconosciuti.

Ma non è servito a niente. I cileni che si sono espressi ieri hanno inviato, per l’ennesima volta, lo stesso messaggio che si ripete dallo scoppio dell’ottobre 2019.

La nuova Costituzione non sarà scritta dalle stesse persone di sempre, quelle che hanno governato per 30 anni con il testo lasciato loro in eredità da Pinochet. Saranno gli eletti indipendenti a detenere la chiave del futuro del Cile (nota).

Tra loro ci sono giudici critici nei confronti dell’attuale sistema giudiziario, come Jaime Bassa o Mauricio Daza, scrittori come Jorge Baradit, che da anni denuncia nei suoi libri le disuguaglianze che permeano la storia e il presente del paese, “Zia Pikachu”, la famosa manifestante di Plaza de la Dignidad, avvocati e opinionisti televisivi, giornalisti, professionisti di diversi settori e attivisti sociali o ambientali.

Se gli indipendenti formassero una sola forza (quelli delle liste dei cittadini sommati a quelli presenti nelle liste dei partiti), si potrebbe dire che gli indipendenti hanno vinto le elezioni. Essi costituiscono il 64% della nuova camera (88 seggi), lasciando solo 50 seggi ai militanti di partiti (a parte i seggi riservati ai popoli originari)

Il crollo dell’ala destra è tellurico. Da un lato, non sono riusciti a raggiungere il terzo della camera costituente, una risorsa che pensavano di aver conquistato e che avrebbe dato loro il diritto di veto per impedire misure non in linea con il potere economico. Allo stesso tempo, i loro candidati hanno ottenuto scarsi risultati nelle elezioni governatoriali, una posizione che veniva votata per la prima volta in Cile.

La coalizione conservatrice ha vinto solo in due regioni, e in entrambi i casi dovrà affrontare il candidato dell’Unità Costituente (socialisti e democristiani) al secondo turno.

Da parte sua, l’ex Concertación – considerata la seconda gamba del modello mantenuto dalla dittatura – svanisce e lascia il posto a un’ascesa della coalizione alla sua sinistra: l’unione del Frente Amplio e del Partito Comunista (“Apruebo Dignidad”) è solo 100.000 voti dietro la destra, diventando la seconda forza politica del paese.

E infine, le liste di cittadini indipendenti, formate nel calore della protesta sociale, irrompono con forza. Per la prima volta, a differenza delle precedenti elezioni, in Cile c’è una camera politica che, seggio più, seggio meno, assomiglia abbastanza al paese, a quel Cile che ha dominato le strade nelle proteste sociali.

Rivolgendosi alla nazione alla fine della giornata, Piñera ha riconosciuto la sconfitta: “Non siamo adeguatamente in sintonia con le richieste e i desideri dei cittadini e siamo sfidati da nuove espressioni e nuove leadership“. Tra menzioni di “dialogo” e “accordi”, sapendo già che dovrà implorarli, ha celebrato il successo delle donne, espresso in una camera paritaria (qualcosa che, ricordiamolo, è stato ottenuto attraverso marce e barricate), e ha inviato un messaggio di ringraziamento e stima “dal profondo del cuore” a tutti i cileni che avevano permesso questo processo, dimenticando che quasi tutti hanno passato più di un anno nelle strade cantando “Piñera conchetumadre asesino” (Piñera, assassino, proprio come Pinochet).

Non importa. Piñera ormai ha chiuso. Il vecchio Cile non c’è più. La notte scorsa ha confermato ciò che le strade già sapevano: il Cile si è svegliato ed è pronto a ritagliarsi il suo cammino.

Elezioni pandemiche

Il paese è arrivato a queste elezioni esausto, con metà del territorio in quarantena e il numero di contagi e morti per Covid alle stelle, motivo per cui le elezioni erano state rinviate di un mese. Gli avvertimenti sulla “cucina” parlamentare (in relazione al famoso “Accordo di pace” che Piñera ha firmato con quasi tutta l’opposizione) non hanno dato grandi speranze.

Gli indipendenti hanno avuto solo pochi mesi per registrarsi, unirsi, confermare patti e liste e coordinarsi, rispetto alle strutture di partito già costituite, che invitavano i propri “indipendenti”, assicurando loro posti nelle loro liste. Non era la stessa cosa competere da soli che sotto l’ala di un partito.

La legge elettorale (con il “sistema d’Hont”, che privilegia le liste più votate) sembrava assicurare alle forze dell’attuale governo un posto privilegiato. Mentre i partiti politici si sono spartiti quasi 3 miliardi di pesos di denaro pubblico per la campagna elettorale (senza contare le succose donazioni degli “amici”), gli indipendenti (tutti) hanno dovuto condividere la quota corrispondente al partito con meno voti nelle ultime elezioni, che si è tradotta in poche migliaia di pesos a testa.

La stessa disuguaglianza era presente nei minuti attribuiti a ciascuna organizzazione negli slot televisivi elettorali. Di conseguenza, alcuni candidati hanno avuto solo un paio di secondi per inviare il loro messaggio in televisione.

Nonostante l’importanza di queste elezioni, le più importanti in tre decenni, i media negli ultimi mesi sono stati più concentrati sulla corsa presidenziale di novembre. La destra è apparsa più unita che mai: per queste elezioni correva già in un’unica coalizione, a differenza dell’opposizione dispersa.

La battaglia per le primarie del centro-sinistra è stata l’obiettivo principale dei giornali. Mentre il Frente Amplio e il PC cercavano una primaria ampia di tutto il polo progressista, i socialisti e la DC preferirono mantenere l’alleanza della Concertación per lasciare fuori i comunisti. Bisognerà vedere se dopo il risultato di stasera la pensano ancora così.

Senza la televisione e i grandi giornali, il principale spazio di deliberazione sull’assemblea costituente ha avuto luogo in piccoli eventi indipendenti, molti dei quali in quartieri, fiere, piazze (finché le restrizioni lo permettevano), e in molte conversazioni online o discussioni nei social network. Anche se il messaggio che dominava le reti era quello di votare per qualsiasi opzione contro la destra, non importa cosa.

D’altra parte, chiunque avrebbe pensato che la clamorosa vittoria degli “Apruebo” nel plebiscito di ottobre avrebbe portato l’esecutivo di Piñera a fare qualche gesto conciliante, ma non è stato così. Ha continuato a perdersi in proposte impopolari che potrebbero fare poco o niente per la popolazione in un momento critico come quello attuale. Bonus insufficienti e pieni di requisiti che la maggioranza non poteva raccogliere, un’opposizione frontale e suicida alle proposte di ritiro del 10% del denaro dai fondi previdenziali privati, che i cileni reclamavano con furiosi cacerolazos prima di ogni votazione in materia.

Il colpo di grazia è stato dato dalla stessa Corte Costituzionale, a cui la destra ha fatto ricorso negli ultimi decenni ogni volta che una misura non la soddisfaceva. In questo caso, il tribunale si è pronunciato contro il governo, lasciando Piñera più debole che mai e costretto a fare un patto con l’opposizione.

Questo non ha impedito ai conservatori di riempire le loro liste per l’assemblea costituente con politici attivi, compresi ex ministri, cosa che era in diretta opposizione alla vittoria dell’opzione “Convenzione costituzionale” nel plebiscito, che prevedeva solo indipendenti. E non solo vecchi o attuali politici, ma anche una corte di figli, fratelli e nipoti da collocare nella nuova camera.

Né la violenza dello Stato è stata ridotta di una virgola nelle proteste, che, sebbene indebolite, continuavano ad andare avanti. La direzione dei Carabineros ha recentemente esaurito tutte le risorse per allontanare i manifestanti dal centro di Santiago: più auto blindate della polizia, carri armati militari, massicci dispiegamenti di agenti in divisa, cani senza guinzaglio, cavalli, droni, gruppi di infiltrati intra-marcia, fino a culminare con la costruzione di un muro intorno alla piazza, prima, e poi direttamente con la rimozione della statua del generale Baquedano, in modo che ai manifestanti non rimanesse più nemmeno qualcosa da “conquistare”.

Allo stesso tempo, lo stesso giorno in cui diversi agenti sono stati condannati per l’omicidio di Camilo Catrillanca – membro della comunità Mapuche colpito alla schiena in Araucanía nel 2018 – la polizia investigativa ha condotto la più grande operazione antidroga nella storia democratica del Cile. Quasi 800 agenti sono stati mobilitati nell’Araucanía. C’erano sorvoli di elicotteri, incursioni casuali, sparatorie... Il bottino? Poco più di 1.200 piante di marijuana.

Ma la foto del giorno sarebbe arrivata a Ercilla, la città natale di Catrillanca, dove sua figlia di sette anni sarebbe finita con il corpo a terra sotto il ginocchio di un membro del PDI. “Coincidenza” per le autorità, “vendetta” per la battuta d’arresto giudiziaria agli occhi degli altri.

A febbraio, solo per citare alcuni casi, una settimana desolante ha lasciato un bilancio di tre persone morte in contesti che coinvolgono la polizia: un artista di strada a Panguipulli, colpito per strada, un ragazzo impiccato in una stazione di polizia poco dopo essere stato arrestato e un cittadino boliviano, in agonia, abbandonato da agenti in uniforme alle porte di un centro medico.

L’atmosfera generale sembrava essere di scoraggiamento, di sconfitta annunciata. Tutto sembrava perduto per il movimento dei cittadini scesi in piazza in ottobre, data l’evidenza che il governo non solo non era disposto a cedere, ma stava addirittura mantenendo o aumentando la sua risposta aggressiva e violenta.

Tuttavia, con l’avvicinarsi della data, le chiamate al voto sono aumentate. Nei cellulari tornava a circolare l’elenco degli abusi che avevano provocato l’esplosione sociale, i video delle proteste, delle canzoni, della repressione, gli appelli di artisti o mutilati oculari, come Fabiola Campillai, che chiedevano alla gente di votare “affinché la lotta dei nostri giovani non sia vana“.

Quella lotta senza respiro che il popolo aveva dato nelle strade doveva essere tradotta in qualcosa, non poteva rimanere così, “lo stesso di sempre” non poteva vincere. E visto il risultato, è evidente che l’appello ha avuto eco.

L’irruzione popolare

A differenza di altre elezioni, questa si è svolta in due giorni, con l’obiettivo di ridurre la folla. Non c’è stata molta affluenza sabato: appena il 20% si è presentato alle urne. I primi campanelli d’allarme sono scattati: i ricchi quartieri nordorientali di Santiago votavano molto di più dei quartieri popolari.

Alcuni hanno dato per scontata questa situazione: si sapeva che i militari avrebbero sorvegliato i seggi il sabato sera, il che ha innescato la sfiducia nel processo. Ma anche la mattina del secondo giorno, i seggi elettorali sembravano quasi vuoti nelle prime ore. Anche se la possibilità di rendere gratuito il trasporto pubblico era stata discussa al Congresso, la misura non era stata accettata a causa della resistenza dei conservatori.

Molti si sono lamentati sulle reti sociali della carenza di trasporti: c’erano pochi autobus in circolazione, rendendo difficile per gli elettori raggiungere i loro seggi elettorali. C’è stata anche confusione e difficoltà con le schede elettorali dei candidati dei popoli indigeni.

Ma tutto è cambiato dopo mezzogiorno, quando i seggi elettorali hanno cominciato a riempirsi. Infatti, la folla ha continuato ad affluire allo scoccare delle 18, quando i seggi elettorali avrebbero dovuto chiudere. L’affluenza è finita al 41%. Abbastanza basso in termini generali, anche se simile alla tendenza elettorale in Cile.

Detto questo, era il 10% in meno rispetto al plebiscito di ottobre. Ma vale la pena notare un fatto. Nel plebiscito, la destra con l’opzione “Rechazo” per la nuova costituzione ha ottenuto 1,5 milioni di elettori, mentre la coalizione di destra ha ora solo 1,2 milioni. La maggior parte del 10% che si è astenuto apparteneva al polo “Apruebo". Con questi dati, se avessero votato, la loro vittoria avrebbe potuto essere ancora più clamorosa.

Alle 23, quando il conteggio non era più in dubbio, la Plaza Victoria di Valparaiso era piena di manifestanti. Jorge Sharp, un sindaco progressista che in questo caso correva in modo indipendente dopo la sua rottura con il Frente Amplio, e Rodrigo Mundaca, della formazione Modatima (Movimento per la difesa dell’accesso all’acqua, alla terra e alla protezione ambientale) hanno vinto nella capitale e nella regione senza bisogno di andare al secondo turno, trasformando Valparaíso in un bastione della sinistra nazionale.

Uno slogan in particolare è risuonato forte, lo stesso che è stato ripetuto nei cortei degli ultimi mesi: “Liberi, liberi, i prigionieri che hanno lottato”, in riferimento ai circa 600 giovani che rimangono in carcere o agli arresti domiciliari, puniti per essere usciti a protestare in prima linea nelle manifestazioni, e che in molti casi hanno subito abusi, detenzioni preventive per più di un anno, o processi ripetuti quando l’esito favorisce gli accusati.

Nel resto della nazione, la destra ha vinto solo in due regioni, Arica e Los Rios, in entrambi i casi dovendo sottoporsi ad un secondo turno contro il candidato della Concertación. Nella Regione Metropolitana di Santiago, la destra non è arrivata nemmeno a questo livello: il secondo turno misurerà il candidato governatore democristiano contro il candidato del Frente Amplio, lasciando fuori il candidato di Chile Vamos.

Nel centro di Santiago, la nuova sindaca sarà Irací Hassler, il candidato del Partito Comunista. La corrente femminista che ha sconvolto il paese raggiunge anche la nazione Mapuche. Tra i candidati in corsa per i seggi dei popoli nativi, la vittoria è stata conquistata dalle donne, lasciando al secondo posto i candidati sostenuti dalla borghesia araucana.

Un’altra delle principali “sorprese” (per chi non stesse prestando attenzione) è rappresentata da “La lista del popolo”, un gruppo di cittadini lanciato solo pochi mesi fa dai manifestanti di Plaza de la Dignidad e dai membri delle assemblee territoriali, che è riuscito a raccogliere le firme necessarie per registrarsi in quasi tutte le regioni del paese, attirando il voto dei giovani con una campagna popolare, fresca e polemica che ha cercato di distinguersi dai partiti e diventare una traduzione testuale delle richieste che venivano espresse nelle strade.

Questa proposta, che ha unito professionisti e attivisti di tutte le regioni, ha trovato una risposta cittadina travolgente diventando, per numero di voti, la terza forza del paese. Con quasi un milione di voti, hanno persino superato la Concertación, relegata al quarto posto e in caduta libera per il futuro.

Naturalmente, questo è un grande terremoto a tutti i livelli di potere in Cile. Si consacra il desiderio di costruire un nuovo paese, più attento alla sua base sociale, agli esclusi del sistema neoliberale, quelli indebitati dalle banche e picchiati dalle élite. Insieme hanno ora la possibilità di redigere una nuova Legge Fondamentale per definire il Cile verso cui vogliono andare. Tuttavia, nulla è ancora stato conquistato.

Il Cile vivrà nei prossimi mesi una situazione con due camere legislative: una che disegna il nuovo paese e l’altra, quella sconfitta, che legifera ancora sulla base della vecchia costituzione. Un paese che sta iniziando e un altro che si rifiuta di morire. La polarizzazione è appena iniziata.

Marcela Cubillos, ex ministro dell’istruzione di Piñera, una tra le più importanti sostenitrici del “Rechazo”, e candidata più votata della destra in queste elezioni, ha dato questa mattina il primo indizio. Ha criticato la sua stessa parte politica per “aver copiato le idee della sinistra“, e ha sottolineato: “Questa non è una convenzione costituente, per così dire, autonoma o sovrana, ma regolata, con un quadro stabilito“.

La scossa arriva anche in un momento chiave per tutta la regione. È molto probabile che questi risultati renderanno nervosi molti settori oltre le Ande. Il modello dei fondi previdenziali privati, così come l’intero stampo neoliberale, è iniziato in Cile prima di diffondersi nel resto del continente.

In questo momento, in Perù, un candidato popolare dei settori rurali è sul punto di sconfiggere il fujimorismo con una promessa di referendum e assemblea costituente. La Colombia sta vivendo un’ondata di mobilitazioni molto simile a quella iniziata in Cile nel 2019, e potrebbe vedere nel paese transandino una possibile via d’uscita dalla propria crisi sociale.

La strada per arrivare qui è stata faticosa, difficile e dolorosa. Ha comportato grandi sacrifici, tra cui quasi quaranta vite umane e più di 400 ragazzi con ferite permanenti agli occhi, migliaia di detenuti e traumi per un’intera generazione.

Questa vittoria non è cosa da poco: l’opportunità di sviluppare politiche che difendono la memoria, i risarcimenti, i diritti umani e la giustizia sociale è qui, a portata di mano. Le forze progressiste, insieme alle nuove forze cittadine indipendenti, spazzano via completamente le forze “rifiutanti”. Ora detengono una buona parte del potere regionale, municipale e costituzionale.

Mancano pochi mesi alle elezioni presidenziali, dove, secondo i sondaggi, la destra non ha alcuna possibilità di vincere, il che potrebbe anche dare a questa ondata di cambiamento, alla fine, il potere legislativo ed esecutivo.

I cittadini hanno dato tutto quello che potevano dare e hanno fatto un passo fondamentale verso le loro richieste. Sarà redatta una nuova costituzione, con cittadini indipendenti, con 17 seggi per i popoli nativi, con parità di genere e con una maggioranza popolare.

Niente è stato gratuito. La società cilena ha ottenuto in due anni ciò che non aveva ottenuto in tre decenni, grazie a una mobilitazione impegnata, creativa e a volte rabbiosa, senza precedenti, anche quando sottoposta a livelli assurdi di repressione. Nessuno può dubitare del loro impegno.

Spetta ora alle varie forze a cui hanno dato i loro voti essere all’altezza del momento e dell’opportunità storica, a detta di tutti irripetibile, di rispettare il mandato epico che nemmeno una pandemia mondiale è riuscita a fermare, e di lanciarsi, con decenni di ritardo, ad aprire quei grandi varchi attraverso i quali possono passare gli uomini e le donne libere del Cile.

Fonte

26/04/2020

Cile - “La ribellione popolare deve approfittare di questi mesi per avanzare verso l’unità politica”

Intervista allo storico Sergio Grez. In una interessante conversazione con la Rivista De Frente, lo storico Sergio Grez riflette sulla «ribellione popolare» cilena e il suo adeguarsi alle condizioni della pandemia.

D: Come definire quanto avvenuto in Cile dal 18 ottobre dell’anno scorso: “ribellione popolare”, “esplosione sociale” "rivoluzione”?

R: Il termine “esplosione sociale” è impreciso, poiché non rende l’idea della grandezza, delle caratteristiche e contenuti di quello che sta accadendo in Cile dal 18 ottobre 2019. Al massimo lo si potrebbe utilizzare per riferirsi al momento iniziale di questo movimento perché “esplosione” ci riporta all’idea di un’esplosione inorganica di malessere sociale, uno sfogo meramente passionale, un altro “scoppio” come tanti nella storia, un movimento effimero il cui senso politico – se ce l’ha – è molto difficile o impossibile da leggere. Non è questo ciò che stiamo vivendo.

Sebbene la sua origine sia stata assolutamente spontanea (nessuno l’ha pianificata, organizzata o convocata), fin dai primi giorni era chiaro che l’insieme delle rivendicazioni sollevate dai milioni di persone, che in maniere molto distinte si esprimevano in tutto il paese, aveva come orizzonte comune il rifiuto del neoliberismo, dello Stato sussidiario, della disuguaglianza e degli abusi dei grandi imprenditori e politici professionisti, esigendo, viceversa, diritti sociali universali garantiti dallo Stato.

Il movimento in corso ha pure espresso rapidamente la propria esigenza di cambio della Costituzione mediante un’Assemblea Costituente libera e sovrana. Questi tratti di evidente politicità permettono di definire questo persistente movimento (quando è iniziato il ripiego obbligato a causa della pandemia del COVID-19 ha compiuto cinque mesi) come una ribellione popolare, non come una mera “esplosione”, e ancor meno come semplici “tumulti”. D’altro canto, la nozione di rivoluzione politica non s'addice, o ancora non s'addice, poiché non si è prodotto alcun cambiamento fondamentale nella struttura del potere, e nemmeno riforme profonde.

E non possiamo neanche utilizzare con certezza il concetto di rivoluzione sociale anche perché questo suppone una trasformazione profonda nelle relazioni sociali che possono implicare anche la presa del potere politico, cosa che suole accadere alla fine di periodi prolungati. Siccome la conclusione della grande prova di forza che si sta svolgendo in questo paese è ancora incerta, non solo mi pare inutile ma anche temerario usare concetti in maniera poco rigorosa che, più che rendere conto di una realtà accertata, sono espressione dei desideri di coloro che li coniano e li fanno circolare.

Noi sociologi, storici e analisti politici siamo sempre obbligati a “correre dietro gli avvenimenti”, è inevitabile. Per questo è meglio essere prudenti e non avanzare giudizi che non si sostengano su solide basi empiriche e teoriche poiché la realtà finisce per smentire, e persino ridicolizzare certe concettualizzazioni poco sostenibili. Ancora mi diverte ricordando che durante l’agitato 2011 numerose persone, inclusi accademici di rilievo, sostenevano, molto circospetti, che la situazione era “rivoluzionaria” o, al meno, “pre-rivoluzionaria”.

D: Che valutazione da al processo costituzionale portato avanti da Michelle Bachelet?

R: Il “processo costituente” di Bachelet non è stato altro che una raffina manovra politica destinata a impedire che si esprimesse la sovranità popolare attraverso la convocazione di un’Assemblea Costituente, consegnando la conduzione del processo alle stesse forze sociali e politiche che da un quarto di secolo stavano amministrando il sistema neoliberista.

Fin dal primo momento, abbiamo segnalato la non percorribilità di detto “processo” vista la subordinazione dell’itinerario proposto da Bachelet ai quorum super-maggioritari irraggiungibili stabiliti dalla Costituzione del dittatore per la sua riforma[1]. Ricordiamo alcuni degli assi proposti dalla ex governante.

Il Congresso Nazionale in carica all’epoca, eletto in base al sistema elettorale binominale, doveva abilitare il prossimo Parlamento (che sarebbe entrato in carica a marzo del 2018) a decidere, con un quorum di 3/5 tra quattro alternative, il meccanismo di discussione del progetto che avrebbe inviato il suo governo e le forme di approvazione. Le alternative fissate dalla Bachelet, nell’ottobre del 2015, erano: una Commissione Bicamerale di senatori e deputati, una Convenzione Costituente mista di parlamentari e cittadini, la convocazione di un’Assemblea Costituente o, in mancanza delle precedenti, che il Congresso convocasse un plebiscito, affinché la cittadinanza decidesse.

Già poche ore dopo l’annuncio della allora presidente, abbiamo sostenuto che le quattro alternative proposte non erano tali, poiché l’Assemblea Costituente era stata, in realtà, scartata. La sua inclusione puramente figurativa, oltre a facilitare la gestione delle tensioni in seno alla Nueva Mayoría (con le quattro alternative tutti i suoi componenti rimanevano più o meno soddisfatti), era solo un elemento meramente ornamentale destinato a sedurre gli ingenui e permettere che l’ala “sinistra” della coalizione governativa potesse continuare a mantenere una certa legittimità presso i suoi seguaci.

Bachelet ha promesso di consegnare al Congresso Nazionale, agli inizi del secondo semestre del 2017, il progetto della nuova Costituzione affinché, una volta sancita da questo potere, fosse sottoposta a un plebiscito vincolante di ratifica da parte della cittadinanza.

Niente di tutto questo è stato fatto, sono solo stati realizzati “cabildos ciudadanos” [n.d.t.: assemblee cittadine] formattati dalla Moneda e assolutamente impotenti (visto che non erano vincolanti) ed è stato inviato al Parlamento (meno di una settimana prima che la presidente lasciasse il suo incarico!) in marzo del 2018, una bozza di nuova Costituzione elaborata dai suoi consiglieri.

In ogni momento, dal Forum per l’Assemblea Costituente, abbiamo messo in discussione pubblicamente questo iter, segnalando che non era corretto che il centro del processo fosse radicato nel Parlamento, poiché il potere costituente non risiede in questo potere costituito, ma nella cittadinanza. Ugualmente abbiamo sottolineato il carattere puramente decorativo che avevano i “cabildos” promossi dal governo, come pure l’auto-imposizione da parte della Bachelet di un quorum super-maggioritario impossibile da raggiungere.

Quest’ultimo, abbiamo detto, si spiegava con la sua volontà di consegnare alla destra classica una porzione importante del potere di decisione affinché non si producessero cambiamenti costituzionali di fondo, al fine di continuare a preservare il modello di economia e società co-amministrato dal 1990 da entrambe le parti del duopolio. Così i difensori dello status quo presenti nel campo “progressista” avrebbero avuto come pretesto, per non fare i cambiamenti tanto attesi dalla popolazione, il logoro argomento di «non poter contare sulle maggioranze parlamentari necessarie».

Cosa che sarebbe anche servita a chiamare ancora una volta gli elettori a votare per i loro candidati al fine di ottenere una maggioranza parlamentare incline alle riforme, sbandierando persino l’alternativa dell’Assemblea Costituente come argomento meramente elettorale per raccimolare voti. La conclusione di quella storia ha provato la correttezza di quest’analisi.

D: Come interpreta il rimpiazzo del termine Assemblea Costituente con quello di Convenzione Costituente fatto dall’“Accordo per la Pace Sociale e la nuova Costituzione” del 15 novembre e dalla riforma costituzionale di dicembre 2019 che ha disegnato l’iter costituente ufficiale?

R: Il termine Assemblea Costituente non è stato incluso nell’ “Accordo per la Pace Sociale e nuova Costituzione”, né nella conseguente riforma costituzionale pubblicata il 24 dicembre del 2019 perché, di fatto, i parlamentari, assessori costituzionalisti e dirigenti politici che hanno adottato l’iter costituzionale ufficiale non avevano e non hanno nei loro piani la convocazione di un’Assemblea Costituente libera e sovrana.

Lo stesso nome dell’“Accordo” del 15 novembre – annunciato letteralmente “entre gallos y medianoche” [n.d.t.: col favore delle tenebre] – indica con solare chiarezza che il primo e principale obiettivo di questa Intesa cordiale è stato la “pace sociale”, questo è la preservazione del modello di economia e società esistente (con più o meno riforme, secondo la lettura dell’uno o dell’altro).

È stata una manovra disperata della casta politica destinata a smobilitare i milioni di persone che dal 18 ottobre persistevano – malgrado la dura repressione – nell’esprimere in piazza la loro protesta e rivendicazioni. La promessa di un processo costituente è stato l’elemento chiave per cercare di conseguire questo obiettivo.

Però non si tratterebbe di un processo costituente in cui si faciliti il libero dispiegarsi del potere costituente originario, bensì di un processo definito, formattato e delimitato dal Parlamento mediante l’imposizione di un quorum dei 2/3 per l’approvazione di mozioni sul futuro organo incaricato di redigere il progetto di nuova Costituzione, e che stabilisce dei temi tabù che non potranno essere affrontati da detto organo (come i trattati internazionali firmati dal Cile).

In questo modo, persino l’alternativa più “progressista” che è prevista per il plebiscito del 25 ottobre – la Convenzione Costituzionale – sarà ben lontana dall’essere un’Assemblea Costituente libera e sovrana. A meno che una maggioranza effettivamente progressista di quelli che risultino eletti in quell’opportunità abbia la chiaroveggenza e il coraggio politico per farlo al momento della sua conformazione.

D: È possibile un cambiamento costituzionale senza l’accordo delle élite politiche e imprenditoriali? Cosa indica l’esperienza storica nazionale? In particolare, ci piacerebbe che si riferisse al fallito tentativo di promuovere un’Assemblea Costituente durante il primo governo de Arturo Alessandri Palma.

R: Il comportamento delle élite economiche e politiche cilene è stato, fondamentalmente, lo stesso su questo piano durante più di due secoli di storia repubblicana. Mai hanno permesso che la sovranità sia esercitata dal vero titolare, la cittadinanza. Si sono sempre arrogata la sovranità mediante distinti stratagemmi: voto per censo, interventi elettorali, corruzione, processi costituenti manovrati, pressione più o meno diretta della forza militare, ecc.

Nel 1925 non furono solo le elite economiche e politiche (i “vecchi del Senato” come li apostrofava il presidente della repubblica), fu lo stesso Alessandri Palma che, dimenticando la sua promessa di convocare un’Assemblea Costituente, da solo, scelse nominativamente due commissioni, delle quali una sola funzionò, presieduta da lui stesso, e che si trasformò di fatto in una pseudo costituente che seguiva i punti di vista del Capo dello Stato e dei suoi consiglieri.

E come se non bastasse, il presidente ha portato l’Ispettore generale dell’Esercito (Comandante in Capo dell’epoca) a fare pressione sui membri della commissione a spianare la strada per dare corso all’iter e ai contenuti del progetto di Costituzione adottato da Alessandri Palma. In questo modo, la Costituzione Politica del 1925 fu approvata in un plebiscito convocato con solo un mese di anticipo, sotto la pressione dell’Esercito e con la partecipazione di appena il 42,18% del ridotto corpo elettorale dell’epoca (votavano solo gli uomini alfabetizzati maggiori di 21 anni).

Anche se questa è stata la nota dominante nei processi costituzionali durante tutta la nostra storia, è evidente che dal 18 ottobre del 2019 si è generata una situazione inedita nella quale per la prima volta esiste una possibilità reale che la maggioranza cittadina riesca a imporre un processo costituente democratico, creando le condizioni in cui questo sia possibile mediante mobilitazioni continue e un’adeguata strategia politica.

D: Molte persone in campo popolare intendono una nuova Costituzione come un “confine” che dovrebbe porre fine o, almeno, limitare gli eccessivi privilegi delle élite dominante in Cile, avanzando in questo modo verso il superamento del modello neoliberista. Condivide questa visione del processo costituente?

R: Tutte le costituzioni sono espressione di determinati rapporti di forza sociali e politici, incluse quelle disposizioni che apparentemente provocano consenso generalizzato, poiché le interpretazioni che distinti attori danno di uno stesso testo di solito sono differenti.

Di qui il fatto che la Costituzione, come pure la legislazione in generale, sia un campo permanente di disputa. Una nuova Costituzione in Cile – quale che sia il suo contenuto – sarebbe l’espressione di un rapporto di forze, della capacità degli uni e degli altri di far ruotare intorno ai propri interessi e postulati la maggior quantità possibile di volontà e appoggi.

Com’è logico supporre, nessun blocco sarà in condizione d’imporre la totalità del suo programma, premesse e principi, e questo consente di presagire che il nuovo testo costituzionale (se si arriva a plasmarlo) sarà un nuovo “confine” all’interno del quale si svolgerà una parte significativa delle future lotte sociali e politiche. E questo ci permette di percepire l’importanza della disputa per i contenuti di una nuova Costituzione.

Le grandi maggioranze, i settori popolari e progressisti in generale, sono obiettivamente interessati a conquistare contenuti della nuova Costituzione che stabiliscano la maggior quantità di diritti sociali garantiti dallo Stato, come pure il maggior ampliamento possibile della democrazia.

D: Come interpreta l’ondivago comportamento di Piñera, la sue provocazioni gratuite, per esempio le sue dichiarazioni di “guerra” o la sua comparsa in Plaza de la Dignidad nel bel mezzo della quarantena imposta nei comuni che sono intorno a quel sito divenuto un’icona?

R: Non sono psicologo né psichiatra, perciò preferisco riferirmi solo ai condizionamenti economici, sociali, culturali e politici che possono permetterci di spiegare il suo comportamento.

In questo senso, l’appartenenza di Piñera allo 0,1% più ricco del paese serve come parametro principale per spiegare la sua serrata difesa dello status quo, pure a costo di una repressione che lo situasse nella storia nazionale come uno dei personaggi più esecrabili, superato solo da pochissimi.

La sua appartenenza al microscopico settore di ultra privilegiati – i “padroni del Cile” – e alla sua espressione politica per eccellenza – la destra “classica” – è il principale elemento che spiega la sua “cecità politica”. Ricordiamo che non solo Piñera ma tutto il suo settore, e anche oltre quelle frontiere, la maggioranza della casta politica è stata sorpresa dall’“esplosione sociale” perché credevano di poterlo prevederlo.

In contrasto con numerosi leader sociali e intellettuali critici che da molto tempo – pur senza sapere il momento preciso né la forma che avrebbe assunto – sostenevano (sostenevamo) che prima o poi ci sarebbe stata un grande “scoppio social”. “Scoppio” o esplosione che, in questo caso è stato più di questo poiché ha dato luogo a una sostenuta ribellione popolare. La élite economica e politica, rinchiusa nel suo mondo di ricchezza, privilegi e potere, credendo di vivere nell’“oasi dell’America Latina”, non ha visto arrivare quello che era in incubazione nella base della società. Non potevano né volevano vederlo.

Piñera è l’espressione più adeguata di quel fenomeno, un altro esempio di come determinati interessi sociali e ideologie possono agire come veli o false coscienze che impediscono di avere visioni più o meno lucide della realtà. I tratti della sua personalità psicopatica e il narcisismo esacerbato hanno fatto il resto.

D: Che succederà ora prendendo in considerazione il violento cambiamento occorso da metà marzo e il posticipo del plebiscito costituzionale?

R: La situazione politica nazionale è imprevedibile poiché siamo di fronte a uno scenario instabile, fluido e molto complesso che, probabilmente, si manterrà tale per molto tempo. A partire dal 18 ottobre del 2019, il Cile è entrato in un periodo prolungato di convulsione sociale e instabilità politica, almeno due o tre anni. La conclusione di questa storia sarà strettamente legata al corso che assumerà il processo costituente.

Se questo abortisce come uno dei risultati possibili del plebiscito del 25 ottobre (trionfo dell’opzione “Rifiuto”), è probabile che gli atti di protesta continuino, però come combattimenti di retroguardia, in ritirata, con meno gente nelle strade di quella che c’era fino a metà marzo di quest’anno, e questo permetterebbe alle forze repressive e ai loro mandanti di agire con accresciuta brutalità poiché il campo della contestazione attiva tenderebbe a ridursi, a frammentarsi e disperdersi.

Se, come è altamente probabile, trionfa l’opzione “Approvo” accompagnata dalla formula “Convenzione Costituzionale”, nulla sarà risolto, però si manterranno vigenti diverse alternative, tra le quali quella di un’Assemblea Costituente libera e sovrana, mediante una rottura democratica che superi i confini stretti e truffaldini fissati dall’“Accordo” e dalla riforma costituzionale che ha fissato le norme del processo costituente ufficiale. In entrambi gli scenari di base, proteste sociali e forte repressione statale, saranno elementi che marcheranno i tratti fondamentali della situazione cilena.

Su questa base minima si dovrebbero considerare altri elementi che rendono ancora più complessa questa situazione, come la posizione delle Forze Armate e della grande impresa. Fino a quando saranno disposti a sostenere Piñera e il suo governo? Continueranno ad avere fiducia nella sua capacità di contenere la ribellione popolare a botte di discorsi terrorizzanti e repressione brutale? O, al contrario, arrivati a un certo momento stimeranno che il logoramento e gli errori del personaggio rendono consigliabile la sua uscita al fine del mantenimento dello status quo?

Altra alternativa – concordata tra la destra classica, la vecchia Concertación e i firmatari dell’“Accordo” del 15 novembre in generale – potrebbe essere il mantenimento di Piñera fino al termine del suo mandato, anche se ridotto a un ruolo meramente decorativo o di coordinatore di un governo di “unità nazionale” con l’obiettivo di ottenere la “pace sociale” e la stabilizzazione. In questo modo, ciascuno dei componenti di quel nuovo patto potrebbe sperar in una ipotetica ricomposizione e di ottenere dei buoni dividendi elettorali in una situazione politica “normalizzata”.

Tutto quanto sopra senza considerare gli effetti che immancabilmente produrrà il prolungato periodo di emergenza sanitaria provocata dal COVID-19 (possibilmente tutto l’autunno e l’inverno di quest’anno) [n.d.t.:da aprile a ottobre].

La sottomissione di significativi segmenti della popolazione a quarantena totale o parziale, il coprifuoco, le disgrazie che sta producendo e che continuerà a produrre il virus durante i prossimi mesi, il rafforzamento di controlli sociali col pretesto di combattere la pandemia, l’eliminazione di numerosi posti di lavoro, l’aumento galoppante della disoccupazione e precarietà economica nei settori popolari e medi, il conseguente aumento della povertà e la frustrazione sociale, i problemi di salute mentale provocati dalla prolungata reclusione e dalle restrizioni alla libera circolazione delle persone, saranno elementi addizionali che configureranno un panorama ancora più esplosivo di quello della fine dell’anno scorso.

In un scenario tanto complesso e cangiante, con potenti forze che mirano e si accordano per il mantenimento del modello attuale – con più o meno riforme – e di fronte alla carenza di un’organizzazione minima delle forze popolari con capacità di dare conduzione politica (Unidad Social non è riuscita a svolgere debitamente questo ruolo), l’orizzonte non è promettente per gli interessi delle grandi maggioranze.

Però la storia futura non è scritta, è un libro aperto le cui prossime pagine le scriveranno in relazione dialettica tutti gli attori di questo dramma. Riconoscendo il pericolo di degradazione psicologica, politica, morale e culturale che la pandemia e la crisi economica possono generare, speriamo che le forze della ribellione popolare riescano a mettere in gioco tutta la propria capacità di mobilitazione, creatività e intelligenza politica per provocare una conclusione più favorevole possibile ai loro interessi, sogni e aspirazioni.

Speriamo e facciamo il necessario affinché, come ha sostenuto recentemente il filosofo italiano Franco “Bifo” Berardi, il virus sia “la condizione di un salto mentale che nessuna predicazione politica avrebbe potuto produrre” di modo che l’eguaglianza torni al centro della scena e questo sia “il punto di partenza per il tempo che verrà.” [2]. Per ora, la cosa più importante è preservare la vita, la salute e le condizioni di esistenza della popolazione, specialmente dei settori popolari e medi, la cui fragilità si fa più evidente nel contesto di pandemia che stiamo soffrendo.

La ribellione popolare deve trovare la maniera di mantenersi in essere, almeno latente, approfittare di questi mesi per avanzare verso una base più solida di unità politica, affinare le sue proposte e il coordinamento al fine di prepararsi per il nuovo flusso di lotta sociale che prevedibilmente si inizierà in primavera, poco prima della data prevista per la realizzazione del plebiscito.

Note:

[1] Sergio Grez analizza l’annuncio presidenziale su una nuova Costituzione in una intervista realizzata dal giornalista Patricio López, Santiago, Radio Universidad de Chile, 14 ottobre 2015: http://radio.uchile.cl/reproductor-en-popup?id=344557&time=0&mode=fu

[2] Franco “Bifo” Berardi, “Crónica de la psicodeflación”, in Giorgio Agamben, Slavoj Zizek et al., Sopa de Wuhan. Pensamiento contemporáneo en tiempos de pandemias, Editorial A.S.P.O. (Aislamiento Social Preventivo Obligatorio), marzo 2020, pág. 54.

(traduzione di Rosa Maria Coppolino)

*da http://revistadefrente.cl/la-rebelion-popular-debe-aprovechar-estos-meses-para-avanzar-hacia-una-base-mas-solida-de-unidad-politica-entrevista-al-historiador-sergio-grez/

27/12/2019

Cile - Il Mir sulla Consulta cittadina e la Commissione mista

Comitato Centrale – Sulla «Consulta cittadina” e la Commissione mista – 17 dicembre 2019

Dichiarazione pubblica

Sulla “Consulta Cittadina” realizzata questo fine settimana e la proposta della Commissione Mista per la composizione dell’Organo costituente.

La scorsa domenica si è concluso il processo di consultazione cittadina promosso da Sindaci rappresentanti delle differenti forze che fanno parte del parlamento. Su questo processo, il Comitato Centrale del Movimento della Sinistra Rivoluzionaria – MIR, afferma quanto segue:

1. Valutiamo molto positivamente che oltre il 90% dei votanti si siano espressi a favore del fatto che la composizione dell’organismo costituente sia su base di rappresentanti eletti specificamente per questo scopo e che non ci sia partecipazione dei membri del Congresso nel processo.

2. Questi risultati dimostrano che, malgrado le forze al potere abbiano tentato di generare confusione proponendo il concetto di “Convenzione Costituente”, la cittadinanza attiva continua con chiarezza a cercare di generare un’Assemblea Costituente per i Lavoratori e i Popoli del Cile, che includa altre forze e non solo quelle che sono nel Parlamento.

3. In questo senso, continua ad essere fondamentale dar conto del fatto che il Potere Costituente Originario risiede nella nazione, e che non può essere usurpato da un potere derivato come quello dei Deputati e delle forze che hanno firmato l’ “Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”, dal momento che non è nelle loro prerogative quella di generare una Nuova Costituzione, e che tale esercizio è proprio dei popoli che formano una nazione.

4. Alla stessa maniera, è chiaro, nelle risposte ottenute questo fine settimana, che la cittadinanza sostiene fermamente che siano garantiti nella Costituzione diritti fondamentali come l’Istruzione, la Salute e la Previdenza, tra gli altri, cosa che si vede assolutamente messa a rischio dall’accordo di mantenere il quorum dei 2/3, perché basta che 1/3 si pronunci contro la garanzia di un diritto perché questo rimanga fuori dalla Costituzione.

5. È importante comprendere che la cittadinanza si aspetta che siano rispettati criteri come la parità di genere, seggi riservati ai popoli originari e che sia garantita la partecipazione di dirigenti sociali, dei posti di lavoro e degli indipendenti, abbassando le soglie affinché la loro partecipazione abbia uguali opportunità rispetto a quelle che hanno i militanti dei Partiti attualmente legali e che non esistano cittadini di prima e seconda categoria al momento di redigere una nuova carta costituzionale.

6. In questo senso, il fatto che i lavoratori si siano mobilitati ampiamente durante questi mesi in tutto il territorio nazionale esigendo un’Assemblea Costituente, contrasta con il fatto che la stessa popolazione non si sia sentita motivata a partecipare nelle scorse elezioni presidenziali, dove quasi il 60% si è astenuto e dove, del 40% votante, quasi un 10% abbia votato scheda nulla. Questo evidenzia che le forze presenti nel Congresso non sono riuscite a rappresentare gli interessi della cittadinanza, e pertanto è imperativo dare la possibilità a nuove forze di integrarsi allo spettro politico, abbassando le soglie per poter legalizzare Partiti e permettere che organizzazioni con un radicamento storico nel campo popolare, come lo è il MIR, abbiamo le possibilità di partecipare in maniera attiva al processo di costruzione della nuova costituzione.

PER UNA VITA DEGNA PER TUTTE E TUTTI.

Continuiamo a lottare per un’Assemblea Costituente per i lavoratori e i popoli del Cile!

Comitato Centrale
Movimiento de Izquierda Revolucionaria – MIR

17 dicembre 2019

Fonte

28/11/2019

Cile, il grande riscatto

Il movimento iniziato il 14 ottobre contro gli aumenti del biglietto della metropolitana di Santiago, e trasformatosi ben presto in una più ampia rivolta sociale con precise richieste politiche, non accenna a rientrare.

Un recente sondaggio di Cadem riporta che l’81% degli intervistati disapprova il Presidente Sebastian Piñera, parte dello 0,1% più ricco del Paese ed espressione dell’oligarchia di cui è degno rappresentante e che ha ormai dilapidato irreversibilmente il suo consenso.

I primi tre giorni di questa settimana sono stati caratterizzati dallo sciopero generale deciso dalla Mesa de Unidad Social, organismo unitario composto da circa 200 organizzazioni che raggruppa sindacati, coordinamenti, associazioni e realtà politiche di vario genere.

Lunedì è stato il giorno della mobilitazione contro la violenza sulle donne, svoltosi in differenti Paesi Latino-Americani qualche giorno successivo alle manifestazioni sulla violenza di genere nel nostro continente.

Bárbara Figueroa, presidente della centrale sindacale CUT, ha ribadito che le ragioni dello sciopero sono legate strettamente al rifiuto delle modalità di realizzazione del cosiddetto “Accordo per la Pace” – raggiunto la scorsa settimana tra le forze che compongono la coalizione governativa ed una parte dell’opposizione parlamentare – e alla sordità nell’accogliere le ragioni dell’esplosione sociale in corso.

Ha precisato inoltre che – secondo quanto riporta “24Horas” -: “non ci può essere impunità, bisogna avere la verità, giustizia e indennizzo alle famiglie, a coloro che sono stati colpiti dalle violazioni dei diritti umani”.

Sono 2.670 attualmente le inchieste della procura per violazione dei diritti umani contro le forze dell’ordine!

Il lunedì è iniziato con la paralisi di più di venti scali portuali cileni, dove è presente l’Unión Portuaria, la porzione di movimento operaio organizzato che per prima ha deciso di affiancarsi al movimento sociale utilizzando lo strumento dello sciopero fin dai primi giorni. Nel pomeriggio della stessa giornata si è svolta la manifestazione delle donne che ha avuto nella Coordinadora 8 marzo – organica alla “Mesa” – uno dei punti di forza. La mobilitazione è continuata anche il martedì.

Quella delle donne è stata una mobilitazione caratterizzata soprattutto dalla denuncia della violenza di genere, praticata in questo mese a vari livelli dalle forze dell’ordine cilene, che sono ricorse a modalità non dissimili dalle pratiche attuate durante la dittatura di Pinochet.

Questo emerge anche da vari dossier di organizzazioni in difesa dei diritti umani, l’ultimo dei quale di Human Rights Watch.

Un altro aspetto importante di questa mobilitazione è stata la denuncia dela negazione del diritto all'aborto, altro lascito della dittatura che si è perpetrato anche nella democradura cilena.

Martedì e mercoledì sono entrati in gioco gli altri settori del movimento dei lavoratori del pubblico e del privato, e sono stati organizzati blocchi e barricate lungo le maggiori vie di traffico, non solo della capitale, sin dalle prime ore del mattino.

Proprio questa pratica verrebbe criminalizzata se passasse un progetto di legge inserito in un più ampio pacchetto, annunciato da Piñera domenica scorsa e portato in questi giorni al Congresso.

Nella stessa giornata ci sono state mobilitazioni in differenti città dello Stato latino-americano, così come il giorno successivo, al punto che è difficile darne una sintesi esaustiva.

*****

Due avvenimenti politici hanno avuto maggior rilievo in questi giorni.

Il primo riguarda due importanti annunci di Piñera fatti domenica scorsa, riguardanti un pacchetto di leggi, e i rinforzi che giungeranno a forze dell’ordine, carabineros e PDI.

In un discorso pronunciato domenica, durante la sua visita compiuta in mattinata alla Scuola dei sottufficiali dei carabineros, ha elogiato tutte le forze dell’ordine per “il lavoro svolto”: sarebbero più di 2.000 i carabineros feriti o che hanno subito lesioni dall’inizio delle proteste, mentre più di 150 sarebbero i locali della polizia attaccati in queste ultime settimane.

Piñera ha inoltre detto di voler fare approvare una legge che “modernizza i Carabineros e che rafforza l’intelligence del braccio poliziesco, oltre alla legge che persegue chi travisa il volto, chi compie saccheggi e coloro che incendiano le barricate in strada”, come riporta “El Desconcierto”.

Inoltre ha assicurato che con il “reintegro” del personale mandato di recente in pensione, e anticipando l’integrazione nei ranghi polizieschi di coloro che stavano partecipando all’addestramento entro i prossimi 60 giorni, ci saranno 4.354 effettivi in più nelle strade.

In una più recente conferenza svoltasi alla Moneda, il palazzo presidenziale, Piñera ha precisato che – come riporta “La Izquierda diario” – “a partire da lunedì prossimo si potrà contare su 2.505 tra carabineros e poliziotti che si aggiungono” a quelli attualmente impiegati.

Oltre a questo, Piñera ha dichiarato che i carabineros del Cile riceveranno, a partire da questa settimana, la consulenza delle polizie di Inghilterra, Spagna e Francia. A riprova della complicità europea...

Nel tardo pomeriggio di mercoledì i giornali cileni hanno ripreso un lancio di un’agenzia di stampa francese – l’AFP – in cui la proposta viene categoricamente rifiutata.

Uno dei contenuti più inquietanti delle dichiarazioni di domenica mattina riguarda la legge per cui, senza neanche la necessità di dichiarare lo Stato d’Emergenza – cosa che ha fatto tra il 18 e il 28 ottobre – per decreto presidenziale potrà essere utilizzato l’esercito “nei punti critici dei servizi base”.

Si tratta della militarizzazione di fatto dei servizi strategici che possono diventare punti chiave della protesta sociale, dall’energia all’acqua dai porti ai trasporti urbani, dagli ospedali alla Metro, per non citare che i principali.

Come è trapelato successivamente, si tratta di una ampio spettro di “infrastrutture critiche”, con un particolare inquietante: il presidente potrebbe infatti concedere al personale militare che difende le suddette strutture l’“esenzione dalla responsabilità penale” (come già fatto dai golpisti in Bolivia), applicando la “legittima difesa” nel “compimento di un proprio dovere”. Sarà quindi lo stesso presidente a determinare l’uso della forza tramite un decreto, insieme al ministero della Difesa.

Tale provvedimento legislativo affiderebbe al Presidente la possibilità di militarizzare i gangli vitali dell’organizzazione sociale, garantendo l’impunità ai militari chiamati alla loro difesa, di fatto impedendo preventivamente ai lavoratori e agli attivisti di eseguire azioni in grado di bloccare o “turbare” l’organizzazione dell’economia.

Si tratta di una manovra di controrivoluzione preventiva evidente, tenendo conto che al centro del dibattito del movimento vi è lo “sciopero generale ad oltranza”.

Non solo l’opposizione parlamentare e la piazza, ma anche numerosi avvocati, si sono opposti a tale misura. Jaime Bassa, un avvocato che ha preso posizione, la ritiene “assolutamente incostituzionale perché attenta contro la divisione delle funzioni dell’art.101 della Costituzione: Ordine Pubblico e Difesa” e si scaglia anche contro la discrezionalità dell’impunità che “va a dipendere, in pratica, dai parametri che definisce il Presidente”.

Il Secondo fatto significativo è una maggior propensione dell’opposizione parlamentare a farsi “delegato politico” del movimento reale, distanziandosi da quelle forze del Frente Amplio che hanno sottoscritto un accordo per una uscita pacata dalla crisi politica, di fatto salvando il presidente.

Lunedì infatti un gruppo di forze politiche ha presentato una “proposta sovrana” che fa sue sostanzialmente le istanze provenienti dalla rivolta sociale in atto.

Il Partito Comunista, il Partito Umanista (PH), il Partito Progressista (PP), i verdi (FRVS) e il Partito dell’Uguaglianza (PI) hanno formalizzato una proposta in sette punti, di cui il primo è l’”impegno per la verità e la giustizia nei casi di violazione dei diritti umani che ci sono stati nelle settimane di protesta. Questo impegno deve considerare una politica reale di indennizzo a tutte le vittime”.

Il documento propone un salario minimo di 510.000 pesos ed una pensione minima equivalente. Propone inoltre la fine dell’attuale sistema pensionistico privato, basato sul contributo individuale a dei fondi (AFP), e “l’inizio di una discussione per un nuovo sistema di pensioni solidale.”

Allo stesso tempo chiede la fine del sistema di prestiti per gli studenti dell’istruzione superiore come CAE, Corfo e altri, che di fatto indebitano a vita i richiedenti.

Un altro punto prevede la stesura di uns nuova Costituzione attraverso una Assemblea Costituente, con voto obbligatorio a partire dai 16 anni e facoltativo tra i 14 e i 16.

La proposta prevede un iter che si sviluppi dalle assemblee popolari locali – i cabildos – sorte come funghi in queste settimane e la creazione di una “commissione politica-sociale-accademica, che proponga un sistema elettorale proprio per l’elezione dei delegati costituenti, che assicuri rappresentatività, proporzionalità e uguaglianza”.

Una commissione che deve assicurare la parità uomo e donna, assicurare una quota ai popoli originari ed altri gruppi sociali significativi.

Stabilisce inoltre che l’AC, per le proprie decisioni, deciderà con un quorum non inferiore ai 3/5.

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In queste settimane il Cile è divenuto un laboratorio politico-sociale della rottura con l’ordine neo-liberista, dopo esserne stato la culla; prima con la dittatura di Pinochet, dal ’73 al ’90, consolidandosi poi con il cambio di facciata “democratico” degli ultimi trent’anni.

Allo stesso tempo vi è un tentativo di ripristino con ogni mezzo del comando delle oligarchie che l’hanno governato e che ora si sentono minacciate, così come lo furono dal governo di Salvador Allende, all’inizio degli anni '70.

È parte di quel teatro continentale della lotta di classe dal futuro incerto e che produrrà un nuovo equilibrio di forze – tra spinte emancipatrici dei popoli e oligarchie che li schiacciano – che si riverbererà sugli equilibri geo-politici di un ordine mondiale in mutazione.

La componente giovanile ed il corpo insegnante sono protagonisti loro malgrado di questo tentativo di restaurazione non proprio mascherata, come nel caso della proposta di legge della ministra dell’Educazione, Marcela Cubillos, che lunedì ha dichiarato l’intenzione di far approvare una legge contro “l’indottrinamento” tra le aule scolastiche.

Una ipotesi in perfetta continuità con quelle già intraprese con la svolta autoritaria nel disciplinamento scolastico degli studenti (con l’iniziativa “Aula Segura” – che riserva un grosso potere discrezionale e sanzionatorio dei collegi), attraverso politiche propriamente neo-liberiste di selezione di classe, con “Admisió Justa”.

Rendere la scuola avulsa dal contesto, azzerando gli spazi di discussione e di riflessione critica – tra cui la penalizzazione di fatto dell’insegnamento della Storia – è un progetto a tutto tondo della élite conservatrice, un altro aspetto della lotta di classe “dall’alto” delle oligarchie.

Come dimostra anche un recente episodio di censura di una serie di cortometraggi cinematografici, premiati all’estero, sulla vita durante la dittatura; un tentativo di rimozione di ciò che è stato il “Piano Condor”, di cui oggi le giovani generazioni anche in Cile stanno vivendo una versione aggiornata.

Il Cile però sta cambiando velocemente, in una direzione che preoccupa sia le oligarchie locali che Washington, oltre all’UE che finora è stata spettatrice complice di una immondo massacro in cui, per parafrasare uno slogan: “qualcuno ha perso gli occhi per far riacquistare al popolo la capacità di vedere...”.

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