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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2024

Piñera muore nella più completa impunità

È morto Sebastián Piñera. Naturalmente, i partiti della Destra gli hanno reso laconici tributi, sottolineando il suo patriottismo e quel genere di cose per le quali i padroni tendono a congratularsi con se stessi. Il PPD [Partido Por la Democracia, ndt] e il PS [Partido Socialista, ndt] hanno avuto lo stesso atteggiamento, con meno aggettivi. Nel Fronte Ampio Convergenza Sociale e Rivoluzione Democratica esprimono cordoglio e rispetto.

La stessa cosa fanno la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Il primo partito lo fa al di là delle “differenze democratiche”, mentre il Partito Comunista lo fa al di là delle “differenze pubbliche”.

In blocco, tutti i partiti del regime si sono uniti in coro per rendere rispetto e omaggio democratico nei termini espressi dal presidente Boric che gli rende omaggio “come democratico della prima ora“, mentre il Ministro degli Interni Carolina Tohá ha sottolineato che Piñera avrà “tutti gli onori e i riconoscimenti repubblicani che merita“.

Che un soggetto responsabile e accusato giudiziariamente di massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani, un uomo che ha sottoposto il Paese a ripetuti Stati di Eccezione, coprifuoco, un governante che ha ordinato il terrore che ha significato più di 40 morti, più di 450 occhi mutilati, migliaia di politici prigionieri e decine di migliaia e milioni di gasati e picchiati, sia considerato unanimemente da tutto lo schieramento politico un democratico, non può essere un errore.

Siamo in presenza di un gigantesco giudizio politico che può essere affrontato solo con il criterio di classe, come abbiamo indicato.

Non si sbagliano i DC e i PC – e nemmeno Daniel Jadue [PC, ndt] –quando indicano che l’unica cosa che li separava da Piñera erano “differenze”. Perché di differenze si tratta tra chi sostiene gli stessi interessi di classe, convergendo nella difesa delle istituzioni.

“Differenze” all’interno di un quadro istituzionale comune e non antagonismi di classe. In effetti, nessuna delle forze politiche del regime mente, ciò che fanno in primo luogo è proclamare una presunta vittoria politica contro le masse alle quali si vuol far credere che viviamo sotto un regime in cui il potere risiede nella nazione e che esso viene esercitato mediante le elezioni periodiche.

A rigor di termini, non mentono nemmeno i servitori del capitale quando classificano Piñera come un “democratico“, lo era, effettivamente, come lo sono stati nel nostro paese almeno tutti coloro che sono stati il risultato del voto popolare.

Da Aylwin, passando per Frei, il napoleonico Lagos, Bachelet e il grottesco Boric, sono effettivamente “democratici”, ma democratici borghesi, del capitale. Questo è il significato dei pomposi funerali di Stato, dei giorni di lutto e degli sproloqui sulla democrazia.

Dalla rivista El Porteño non solo rigettiamo queste espressioni, ma al contrario approfittiamo di questo momento per ribadire che la morte di Piñera non cancella il suo carattere di nemico di classe e non ci impedisce di descrivere i suoi due governi come attacchi fenomenali alla stragrande maggioranza dei lavoratori di questo paese.

Solleviamo questo argomento perché, al di là delle sue peculiarità come imprenditore e speculatore finanziario, da un punto di vista politico, i governi di Piñera sono espressione della vera natura di classe della democrazia rappresentativa che sostiene il nostro ordine costituzionale.

Non abbiamo nulla da festeggiare e, inoltre, la sua morte non ha avuto nulla a che fare con l’avanzamento della lotta popolare, né con l’esercizio di forme più elevate di mobilitazione. Piñera avrebbe dovuto affrontare la giustizia proveniente dalle organizzazioni popolari che avrebbero saputo perfettamente come farsi carico di una questione così criminale.

Tale giustizia non ha avuto luogo e – è stato ripetuto in diversi forum e spazi – Piñera è morto nell’impunità e canonizzato dal regime, elevato allo status di ‘santo civile’, di ‘patriota’ e di ‘repubblicano’.

Se la morte di Piñera e la gigantesca manovra politica in corso ci mostrano qualcosa, questa è l’enorme capacità del regime di rigenerarsi con la prospettiva di far riemergere le illusioni democratiche del popolo.

La morte è un evento del tutto casuale, ma i discorsi e le cerimonie promosse, ben lungi da ogni improvvisazione, puntano a rafforzare le istituzioni e lo stesso Governo, che vi vede un raggio di luce per riaffermare il proprio progetto bonapartista.

Dalle file dei lavoratori e del popolo, dobbiamo sottolineare con chiarezza che non abbiamo interessi trasversali comuni con gli sfruttatori, che la repubblica democratica dei padroni non ci rappresenta e che se c’è una cosa di cui dobbiamo rammaricarci è non aver avuto al momento opportuno la forza di promuovere la rivolta popolare dell’ottobre 2019 come un’autentica rivoluzione che avrebbe portato i lavoratori al potere.

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Chile. Piñera muore in un incidente: un altro che se n’è andato senza pagare

Mentre ampi settori della regione di Valparaíso e di altre zone del Paese sono da giorni ferocemente colpite da un’ondata di incendi che ha causato centinaia di vittime, case e zone popolate povere, questo martedì 6 febbraio, l’ex presidente seguace di Pinochet Sebastián Piñera (74) è morto in un incidente con un elicottero che lui stesso pilotava e che è precipitato in mezzo al lago Ranco, nella regione di Los Ríos.

L’incidente è avvenuto a metà pomeriggio, nella zona rurale di Ilihue, quando era decollato sotto la pioggia dall’abitazione di uno dei suoi amici. Pochi minuti dopo l’inizio del volo, l’elicottero è andato fuori controllo ed è caduto. Piñera viaggiava con tre familiari, che si sono salvati; tuttavia, il miliardario ed ex presidente non è riuscito a uscire dai rottami dell’elicottero.

Stranamente, l’attenzione dei mass media si è spostata rapidamente dalla tragedia delle disgrazie di massa (gli incendi che fanno strage a Valparaiso, ndt) verso i dettagli di palazzo della morte di Piñera, che ha fatto la sua fortuna grazie alla sanguinosa dittatura militare iniziata l’11 settembre 1973.

Suo fratello, José Piñera, fu scelto dalla Giunta Militare come uno dei principali artefici civili della controrivoluzione cilena, responsabile dell’imposizione del programma capitalista neoliberista che permane fino ad oggi, inventore del fallito sistema dell’Amministrazione dei Fondi Pensionistici (AFP), privatizzatore seriale dei beni e delle industrie statali, e creatore di un antisociale Codice del Lavoro con lo scopo di distruggere quello che era il movimento operaio più potente e consapevole del continente durante gli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 del XX secolo.

Da parte sua, Sebastián Piñera ha goduto dei privilegi finanziari della tirannia, venendo addirittura salvato dal carcere a causa delle truffe bancarie di cui era protagonista in quel periodo.

Il defunto politico, secondo Forbes, possedeva una fortuna vicina ai 3 miliardi di dollari, che lo rendeva uno degli individui più ricchi del paese e del mondo.

Oltre a migliorare la propria situazione economica nelle due occasioni in cui è stato presidente, con l’appoggio delle forze reazionarie della società cilena, nel quadro di un regime politico duopolistico e antidemocratico e di alternanze con sfumature indistinguibili – lo stesso creato da Henry Kissinger per gli Stati Uniti Stati tra Democratici e Repubblicani, che poi ha irradiato verso le sue aree di influenza -, Sebastián Piñera segnerà la storia del Cile per l’impunità riguardo alla sua responsabilità politica nelle violazioni dei diritti umani commesse durante la cosiddetta esplosione sociale iniziata il 18 ottobre 2019 e che ha tenuto il sistema politico sulle spine per diversi mesi.

Le mobilitazioni popolari sono continuate fino all’arrivo della pandemia da coronavirus a seguito della quale l’amministrazione Piñera, insieme alla maggior parte delle tende politiche istituzionali, ha imposto uno stato di eccezione, coprifuoco e controllo sociale che hanno minato la forza della rivolta.

Secondo enti legati ai diritti umani e lo stesso Istituto Nazionale dei Diritti Umani dello Stato del Cile, durante la passata esplosione sociale, il governo di Piñera, attraverso la polizia militare e agenti delle Forze Armate, ha assassinato circa 40 persone;

Ha represso con una violenza inedita le manifestazioni pacifiche;

Ha sparato con munizioni belliche sulla popolazione inerme, sulle loro case ed edifici privati;

Ha torturato e violentato ragazze e ragazzi; ha mutilato parti dei volti e degli occhi di circa 500 persone;

Ha riempito le carceri di centinaia di prigionieri politici (alcuni ancora rinchiusi, in attesa di un processo che non arriva mai) e, in generale, ha aggredito migliaia di persone con abusi e vessazioni simili a quelli della dittatura militare.

Come in altre occasioni, l’élite politica del regime, con a capo il presidente Gabriel Boric, ha spostato l’attenzione persino dalla micidiale gravità degli incendi in corso, per sdilinquirsi in elogi dedicati alla figura di Sebastián Piñera.

Oltre a decretare tre giorni di lutto nazionale, Boric ha definito il defunto “un grande democratico“, come ha fatto il mondo imprenditoriale (Confederazione di Produzione e Commercio, PCC) che ha definito Piñera “un difensore della democrazia e uno statista”.

L’ex presidente democristiano Eduardo Frei Ruiz-Tagle ha affermato che il defunto “ha cercato di servire il Cile con grande passione”, mentre la ex presidente socialista Michelle Bachelet ha dichiarato: “Ho sempre apprezzato il suo impegno per il nostro Paese”.

Questo è stato il tono e il senso dei rappresentanti dell’intero arco dei partiti politici che compongono l’attuale amministrazione della Moneda. La società sa già come vogliono essere salutati i politici di professione che vedono nella morte di Piñera, come in uno specchio, il loro eventuale pensionamento per motivi mortali.

Dal basso, la gente comune ha inondato i social network e i telefoni cellulari con battute di umorismo nero. La verità è che Sebastián Piñera, come Augusto Pinochet e tanti altri, se ne è andato senza pagare nemmeno con un minuto di carcere le sue colpe politiche in relazione ai crimini di lesa umanità commessi contro gran parte della comunità nazionale.

L’impunità è dilagante. Fino alla prossima rivolta, dicono.

Fonte

18/05/2021

Cile - Destra nettamente battuta nelle elezioni

È stata una sorpresa che ha demolito le previsioni di tutti gli analisti: le elezioni di questo fine settimana hanno confermato quanto sperimentato nel 2019 durante le proteste sociali.

La destra non ha raggiunto la soglia del 1/3 necessario per porre il veto nell’assemblea costituente e la struttura politica del paese è cambiata, forse irreversibilmente, con l’emergere di nuove forze costituenti e un notevole spostamento a sinistra.

Questa cronaca scritta da Valparaíso durante la notte insonne della scorsa domenica offre un resoconto preciso per capire la nuova mappa di un Cile che ora dovrà affrontare le elezioni presidenziali di novembre.

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Il Cile ha celebrato le sue “macro-elezioni” questo fine settimana, da cui sono emerse più di 2.700 incarichi, tra consiglieri, sindaci, governatori e costituenti, una curiosa conseguenza del periodo di mobilitazioni più anti-istituzionale del paese in decenni.

Le forze ereditate dalla dittatura avevano fatto di tutto per fermare l’ondata di cambiamento. Dichiarare uno stato di eccezione e riempire le strade di militari, svuotate con colpi di manganello, lacrimogeni e proiettili di gomma. Accecare e imprigionare i ragazzi ribelli. Per blindare un processo costituzionale per garantire a loro stessi una quota di potere. Riempirlo di trappole e ostacoli per limitare la vera democrazia. Far piovere soldi sui loro candidati per privilegiarli nella campagna e mettere a tacere gli sconosciuti.

Ma non è servito a niente. I cileni che si sono espressi ieri hanno inviato, per l’ennesima volta, lo stesso messaggio che si ripete dallo scoppio dell’ottobre 2019.

La nuova Costituzione non sarà scritta dalle stesse persone di sempre, quelle che hanno governato per 30 anni con il testo lasciato loro in eredità da Pinochet. Saranno gli eletti indipendenti a detenere la chiave del futuro del Cile (nota).

Tra loro ci sono giudici critici nei confronti dell’attuale sistema giudiziario, come Jaime Bassa o Mauricio Daza, scrittori come Jorge Baradit, che da anni denuncia nei suoi libri le disuguaglianze che permeano la storia e il presente del paese, “Zia Pikachu”, la famosa manifestante di Plaza de la Dignidad, avvocati e opinionisti televisivi, giornalisti, professionisti di diversi settori e attivisti sociali o ambientali.

Se gli indipendenti formassero una sola forza (quelli delle liste dei cittadini sommati a quelli presenti nelle liste dei partiti), si potrebbe dire che gli indipendenti hanno vinto le elezioni. Essi costituiscono il 64% della nuova camera (88 seggi), lasciando solo 50 seggi ai militanti di partiti (a parte i seggi riservati ai popoli originari)

Il crollo dell’ala destra è tellurico. Da un lato, non sono riusciti a raggiungere il terzo della camera costituente, una risorsa che pensavano di aver conquistato e che avrebbe dato loro il diritto di veto per impedire misure non in linea con il potere economico. Allo stesso tempo, i loro candidati hanno ottenuto scarsi risultati nelle elezioni governatoriali, una posizione che veniva votata per la prima volta in Cile.

La coalizione conservatrice ha vinto solo in due regioni, e in entrambi i casi dovrà affrontare il candidato dell’Unità Costituente (socialisti e democristiani) al secondo turno.

Da parte sua, l’ex Concertación – considerata la seconda gamba del modello mantenuto dalla dittatura – svanisce e lascia il posto a un’ascesa della coalizione alla sua sinistra: l’unione del Frente Amplio e del Partito Comunista (“Apruebo Dignidad”) è solo 100.000 voti dietro la destra, diventando la seconda forza politica del paese.

E infine, le liste di cittadini indipendenti, formate nel calore della protesta sociale, irrompono con forza. Per la prima volta, a differenza delle precedenti elezioni, in Cile c’è una camera politica che, seggio più, seggio meno, assomiglia abbastanza al paese, a quel Cile che ha dominato le strade nelle proteste sociali.

Rivolgendosi alla nazione alla fine della giornata, Piñera ha riconosciuto la sconfitta: “Non siamo adeguatamente in sintonia con le richieste e i desideri dei cittadini e siamo sfidati da nuove espressioni e nuove leadership“. Tra menzioni di “dialogo” e “accordi”, sapendo già che dovrà implorarli, ha celebrato il successo delle donne, espresso in una camera paritaria (qualcosa che, ricordiamolo, è stato ottenuto attraverso marce e barricate), e ha inviato un messaggio di ringraziamento e stima “dal profondo del cuore” a tutti i cileni che avevano permesso questo processo, dimenticando che quasi tutti hanno passato più di un anno nelle strade cantando “Piñera conchetumadre asesino” (Piñera, assassino, proprio come Pinochet).

Non importa. Piñera ormai ha chiuso. Il vecchio Cile non c’è più. La notte scorsa ha confermato ciò che le strade già sapevano: il Cile si è svegliato ed è pronto a ritagliarsi il suo cammino.

Elezioni pandemiche

Il paese è arrivato a queste elezioni esausto, con metà del territorio in quarantena e il numero di contagi e morti per Covid alle stelle, motivo per cui le elezioni erano state rinviate di un mese. Gli avvertimenti sulla “cucina” parlamentare (in relazione al famoso “Accordo di pace” che Piñera ha firmato con quasi tutta l’opposizione) non hanno dato grandi speranze.

Gli indipendenti hanno avuto solo pochi mesi per registrarsi, unirsi, confermare patti e liste e coordinarsi, rispetto alle strutture di partito già costituite, che invitavano i propri “indipendenti”, assicurando loro posti nelle loro liste. Non era la stessa cosa competere da soli che sotto l’ala di un partito.

La legge elettorale (con il “sistema d’Hont”, che privilegia le liste più votate) sembrava assicurare alle forze dell’attuale governo un posto privilegiato. Mentre i partiti politici si sono spartiti quasi 3 miliardi di pesos di denaro pubblico per la campagna elettorale (senza contare le succose donazioni degli “amici”), gli indipendenti (tutti) hanno dovuto condividere la quota corrispondente al partito con meno voti nelle ultime elezioni, che si è tradotta in poche migliaia di pesos a testa.

La stessa disuguaglianza era presente nei minuti attribuiti a ciascuna organizzazione negli slot televisivi elettorali. Di conseguenza, alcuni candidati hanno avuto solo un paio di secondi per inviare il loro messaggio in televisione.

Nonostante l’importanza di queste elezioni, le più importanti in tre decenni, i media negli ultimi mesi sono stati più concentrati sulla corsa presidenziale di novembre. La destra è apparsa più unita che mai: per queste elezioni correva già in un’unica coalizione, a differenza dell’opposizione dispersa.

La battaglia per le primarie del centro-sinistra è stata l’obiettivo principale dei giornali. Mentre il Frente Amplio e il PC cercavano una primaria ampia di tutto il polo progressista, i socialisti e la DC preferirono mantenere l’alleanza della Concertación per lasciare fuori i comunisti. Bisognerà vedere se dopo il risultato di stasera la pensano ancora così.

Senza la televisione e i grandi giornali, il principale spazio di deliberazione sull’assemblea costituente ha avuto luogo in piccoli eventi indipendenti, molti dei quali in quartieri, fiere, piazze (finché le restrizioni lo permettevano), e in molte conversazioni online o discussioni nei social network. Anche se il messaggio che dominava le reti era quello di votare per qualsiasi opzione contro la destra, non importa cosa.

D’altra parte, chiunque avrebbe pensato che la clamorosa vittoria degli “Apruebo” nel plebiscito di ottobre avrebbe portato l’esecutivo di Piñera a fare qualche gesto conciliante, ma non è stato così. Ha continuato a perdersi in proposte impopolari che potrebbero fare poco o niente per la popolazione in un momento critico come quello attuale. Bonus insufficienti e pieni di requisiti che la maggioranza non poteva raccogliere, un’opposizione frontale e suicida alle proposte di ritiro del 10% del denaro dai fondi previdenziali privati, che i cileni reclamavano con furiosi cacerolazos prima di ogni votazione in materia.

Il colpo di grazia è stato dato dalla stessa Corte Costituzionale, a cui la destra ha fatto ricorso negli ultimi decenni ogni volta che una misura non la soddisfaceva. In questo caso, il tribunale si è pronunciato contro il governo, lasciando Piñera più debole che mai e costretto a fare un patto con l’opposizione.

Questo non ha impedito ai conservatori di riempire le loro liste per l’assemblea costituente con politici attivi, compresi ex ministri, cosa che era in diretta opposizione alla vittoria dell’opzione “Convenzione costituzionale” nel plebiscito, che prevedeva solo indipendenti. E non solo vecchi o attuali politici, ma anche una corte di figli, fratelli e nipoti da collocare nella nuova camera.

Né la violenza dello Stato è stata ridotta di una virgola nelle proteste, che, sebbene indebolite, continuavano ad andare avanti. La direzione dei Carabineros ha recentemente esaurito tutte le risorse per allontanare i manifestanti dal centro di Santiago: più auto blindate della polizia, carri armati militari, massicci dispiegamenti di agenti in divisa, cani senza guinzaglio, cavalli, droni, gruppi di infiltrati intra-marcia, fino a culminare con la costruzione di un muro intorno alla piazza, prima, e poi direttamente con la rimozione della statua del generale Baquedano, in modo che ai manifestanti non rimanesse più nemmeno qualcosa da “conquistare”.

Allo stesso tempo, lo stesso giorno in cui diversi agenti sono stati condannati per l’omicidio di Camilo Catrillanca – membro della comunità Mapuche colpito alla schiena in Araucanía nel 2018 – la polizia investigativa ha condotto la più grande operazione antidroga nella storia democratica del Cile. Quasi 800 agenti sono stati mobilitati nell’Araucanía. C’erano sorvoli di elicotteri, incursioni casuali, sparatorie... Il bottino? Poco più di 1.200 piante di marijuana.

Ma la foto del giorno sarebbe arrivata a Ercilla, la città natale di Catrillanca, dove sua figlia di sette anni sarebbe finita con il corpo a terra sotto il ginocchio di un membro del PDI. “Coincidenza” per le autorità, “vendetta” per la battuta d’arresto giudiziaria agli occhi degli altri.

A febbraio, solo per citare alcuni casi, una settimana desolante ha lasciato un bilancio di tre persone morte in contesti che coinvolgono la polizia: un artista di strada a Panguipulli, colpito per strada, un ragazzo impiccato in una stazione di polizia poco dopo essere stato arrestato e un cittadino boliviano, in agonia, abbandonato da agenti in uniforme alle porte di un centro medico.

L’atmosfera generale sembrava essere di scoraggiamento, di sconfitta annunciata. Tutto sembrava perduto per il movimento dei cittadini scesi in piazza in ottobre, data l’evidenza che il governo non solo non era disposto a cedere, ma stava addirittura mantenendo o aumentando la sua risposta aggressiva e violenta.

Tuttavia, con l’avvicinarsi della data, le chiamate al voto sono aumentate. Nei cellulari tornava a circolare l’elenco degli abusi che avevano provocato l’esplosione sociale, i video delle proteste, delle canzoni, della repressione, gli appelli di artisti o mutilati oculari, come Fabiola Campillai, che chiedevano alla gente di votare “affinché la lotta dei nostri giovani non sia vana“.

Quella lotta senza respiro che il popolo aveva dato nelle strade doveva essere tradotta in qualcosa, non poteva rimanere così, “lo stesso di sempre” non poteva vincere. E visto il risultato, è evidente che l’appello ha avuto eco.

L’irruzione popolare

A differenza di altre elezioni, questa si è svolta in due giorni, con l’obiettivo di ridurre la folla. Non c’è stata molta affluenza sabato: appena il 20% si è presentato alle urne. I primi campanelli d’allarme sono scattati: i ricchi quartieri nordorientali di Santiago votavano molto di più dei quartieri popolari.

Alcuni hanno dato per scontata questa situazione: si sapeva che i militari avrebbero sorvegliato i seggi il sabato sera, il che ha innescato la sfiducia nel processo. Ma anche la mattina del secondo giorno, i seggi elettorali sembravano quasi vuoti nelle prime ore. Anche se la possibilità di rendere gratuito il trasporto pubblico era stata discussa al Congresso, la misura non era stata accettata a causa della resistenza dei conservatori.

Molti si sono lamentati sulle reti sociali della carenza di trasporti: c’erano pochi autobus in circolazione, rendendo difficile per gli elettori raggiungere i loro seggi elettorali. C’è stata anche confusione e difficoltà con le schede elettorali dei candidati dei popoli indigeni.

Ma tutto è cambiato dopo mezzogiorno, quando i seggi elettorali hanno cominciato a riempirsi. Infatti, la folla ha continuato ad affluire allo scoccare delle 18, quando i seggi elettorali avrebbero dovuto chiudere. L’affluenza è finita al 41%. Abbastanza basso in termini generali, anche se simile alla tendenza elettorale in Cile.

Detto questo, era il 10% in meno rispetto al plebiscito di ottobre. Ma vale la pena notare un fatto. Nel plebiscito, la destra con l’opzione “Rechazo” per la nuova costituzione ha ottenuto 1,5 milioni di elettori, mentre la coalizione di destra ha ora solo 1,2 milioni. La maggior parte del 10% che si è astenuto apparteneva al polo “Apruebo". Con questi dati, se avessero votato, la loro vittoria avrebbe potuto essere ancora più clamorosa.

Alle 23, quando il conteggio non era più in dubbio, la Plaza Victoria di Valparaiso era piena di manifestanti. Jorge Sharp, un sindaco progressista che in questo caso correva in modo indipendente dopo la sua rottura con il Frente Amplio, e Rodrigo Mundaca, della formazione Modatima (Movimento per la difesa dell’accesso all’acqua, alla terra e alla protezione ambientale) hanno vinto nella capitale e nella regione senza bisogno di andare al secondo turno, trasformando Valparaíso in un bastione della sinistra nazionale.

Uno slogan in particolare è risuonato forte, lo stesso che è stato ripetuto nei cortei degli ultimi mesi: “Liberi, liberi, i prigionieri che hanno lottato”, in riferimento ai circa 600 giovani che rimangono in carcere o agli arresti domiciliari, puniti per essere usciti a protestare in prima linea nelle manifestazioni, e che in molti casi hanno subito abusi, detenzioni preventive per più di un anno, o processi ripetuti quando l’esito favorisce gli accusati.

Nel resto della nazione, la destra ha vinto solo in due regioni, Arica e Los Rios, in entrambi i casi dovendo sottoporsi ad un secondo turno contro il candidato della Concertación. Nella Regione Metropolitana di Santiago, la destra non è arrivata nemmeno a questo livello: il secondo turno misurerà il candidato governatore democristiano contro il candidato del Frente Amplio, lasciando fuori il candidato di Chile Vamos.

Nel centro di Santiago, la nuova sindaca sarà Irací Hassler, il candidato del Partito Comunista. La corrente femminista che ha sconvolto il paese raggiunge anche la nazione Mapuche. Tra i candidati in corsa per i seggi dei popoli nativi, la vittoria è stata conquistata dalle donne, lasciando al secondo posto i candidati sostenuti dalla borghesia araucana.

Un’altra delle principali “sorprese” (per chi non stesse prestando attenzione) è rappresentata da “La lista del popolo”, un gruppo di cittadini lanciato solo pochi mesi fa dai manifestanti di Plaza de la Dignidad e dai membri delle assemblee territoriali, che è riuscito a raccogliere le firme necessarie per registrarsi in quasi tutte le regioni del paese, attirando il voto dei giovani con una campagna popolare, fresca e polemica che ha cercato di distinguersi dai partiti e diventare una traduzione testuale delle richieste che venivano espresse nelle strade.

Questa proposta, che ha unito professionisti e attivisti di tutte le regioni, ha trovato una risposta cittadina travolgente diventando, per numero di voti, la terza forza del paese. Con quasi un milione di voti, hanno persino superato la Concertación, relegata al quarto posto e in caduta libera per il futuro.

Naturalmente, questo è un grande terremoto a tutti i livelli di potere in Cile. Si consacra il desiderio di costruire un nuovo paese, più attento alla sua base sociale, agli esclusi del sistema neoliberale, quelli indebitati dalle banche e picchiati dalle élite. Insieme hanno ora la possibilità di redigere una nuova Legge Fondamentale per definire il Cile verso cui vogliono andare. Tuttavia, nulla è ancora stato conquistato.

Il Cile vivrà nei prossimi mesi una situazione con due camere legislative: una che disegna il nuovo paese e l’altra, quella sconfitta, che legifera ancora sulla base della vecchia costituzione. Un paese che sta iniziando e un altro che si rifiuta di morire. La polarizzazione è appena iniziata.

Marcela Cubillos, ex ministro dell’istruzione di Piñera, una tra le più importanti sostenitrici del “Rechazo”, e candidata più votata della destra in queste elezioni, ha dato questa mattina il primo indizio. Ha criticato la sua stessa parte politica per “aver copiato le idee della sinistra“, e ha sottolineato: “Questa non è una convenzione costituente, per così dire, autonoma o sovrana, ma regolata, con un quadro stabilito“.

La scossa arriva anche in un momento chiave per tutta la regione. È molto probabile che questi risultati renderanno nervosi molti settori oltre le Ande. Il modello dei fondi previdenziali privati, così come l’intero stampo neoliberale, è iniziato in Cile prima di diffondersi nel resto del continente.

In questo momento, in Perù, un candidato popolare dei settori rurali è sul punto di sconfiggere il fujimorismo con una promessa di referendum e assemblea costituente. La Colombia sta vivendo un’ondata di mobilitazioni molto simile a quella iniziata in Cile nel 2019, e potrebbe vedere nel paese transandino una possibile via d’uscita dalla propria crisi sociale.

La strada per arrivare qui è stata faticosa, difficile e dolorosa. Ha comportato grandi sacrifici, tra cui quasi quaranta vite umane e più di 400 ragazzi con ferite permanenti agli occhi, migliaia di detenuti e traumi per un’intera generazione.

Questa vittoria non è cosa da poco: l’opportunità di sviluppare politiche che difendono la memoria, i risarcimenti, i diritti umani e la giustizia sociale è qui, a portata di mano. Le forze progressiste, insieme alle nuove forze cittadine indipendenti, spazzano via completamente le forze “rifiutanti”. Ora detengono una buona parte del potere regionale, municipale e costituzionale.

Mancano pochi mesi alle elezioni presidenziali, dove, secondo i sondaggi, la destra non ha alcuna possibilità di vincere, il che potrebbe anche dare a questa ondata di cambiamento, alla fine, il potere legislativo ed esecutivo.

I cittadini hanno dato tutto quello che potevano dare e hanno fatto un passo fondamentale verso le loro richieste. Sarà redatta una nuova costituzione, con cittadini indipendenti, con 17 seggi per i popoli nativi, con parità di genere e con una maggioranza popolare.

Niente è stato gratuito. La società cilena ha ottenuto in due anni ciò che non aveva ottenuto in tre decenni, grazie a una mobilitazione impegnata, creativa e a volte rabbiosa, senza precedenti, anche quando sottoposta a livelli assurdi di repressione. Nessuno può dubitare del loro impegno.

Spetta ora alle varie forze a cui hanno dato i loro voti essere all’altezza del momento e dell’opportunità storica, a detta di tutti irripetibile, di rispettare il mandato epico che nemmeno una pandemia mondiale è riuscita a fermare, e di lanciarsi, con decenni di ritardo, ad aprire quei grandi varchi attraverso i quali possono passare gli uomini e le donne libere del Cile.

Fonte

09/05/2021

L'ultimo spenga la luce

Colombia, Cile e El Salvador: tre paesi, fatti diversi, caratteristiche particolari, ma tutti raggruppati sotto la crisi del modello neoliberista.

Il mio caro amico Luis Casado mi ha detto più volte che i titoli dei miei articoli non corrispondono al loro contenuto. Ha ragione, riconosco che è un’abilità che non ho. Al contrario, gli scritti di Luis dicono molto fin dal titolo.

Uno dei suoi ultimi testi si chiamava “Salvare gli affari” e forse non c’è modo migliore per esprimere le vicissitudini che sta attraversando il sistema neoliberista di democrazia rappresentativa per sostenere il potere a qualsiasi prezzo, anche truccandosi in modo che “tutto cambi senza che nulla cambi”, con l’obiettivo di mantenere i privilegi a costo dell’esclusione e della repressione delle maggioranze con una delle poche risorse che sono rimaste al sistema: quella della forza.

Percorrendo alcuni paesi dell’America Latina, si può percepire questo tipo di situazione. Mentre scrivo queste righe, la Colombia entra nel suo ottavo giorno di manifestazioni popolari di rifiuto della riforma fiscale che il governo di Iván Duque ha cercato di imporre.

Dopo 31 cittadini assassinati dalle forze militari e di polizia, 124 feriti, 13 persone con lesioni agli occhi, 6 atti di violenza sessuale, 726 arresti arbitrari, 45 difensori dei diritti umani detenuti o limitati nello svolgere le loro funzioni e 1.089 casi di violenza da parte della polizia, le manifestazioni sono continuate e le richieste sono aumentate mentre vengono lanciati appelli disperati per porre fine al massacro.

In risposta, il capo dell’esercito, parlando come se fosse in guerra, ha riferito che “ho schierato in questo momento 480 uomini in organici, che sono 16 plotoni” (sic). Ha poi spiegato che questo è solo per soddisfare il primo ordine del presidente della repubblica. E per il secondo, ha elicotteri sia della polizia che dell’esercito “che sono già disposti lì“, riferendosi alla città di Cali.

La forza della protesta ha costretto il governo a paralizzare la legge di riforma fiscale, ma cercando di guadagnare tempo da una parte e mascherarne la sconfitta dall’altra, lo ha fatto in due tempi.

Inizialmente, ha ordinato di “scrivere un nuovo testo e nutrirsi di altri pareri con proposte che altri settori hanno presentato“, tirandosi indietro per quanto riguarda l’applicazione dell’IVA per alimenti, prodotti e servizi, pur assicurando arrogantemente che “l’ordine non è quello di cambiare la regole del gioco“.

La risposta popolare è stata quella di aumentare le misure di pressione attraverso una manifestazione pacifica che il governo ha cercato di mettere in ombra infiltrando militari e poliziotti in abiti civili nelle manifestazioni, con la missione di istigare la violenza per giustificare una repressione incontrollata.

In questo contesto, si è arrivati addirittura al punto che l’ex presidente Uribe e il suo partito hanno lanciato un appello pubblico per aumentare la repressione e decretare lo stato di “agitazione interna”, nome pomposo che ha sostituito lo “stato d’assedio” che conferisce poteri assoluti al presidente.

In questa situazione, Duque ha annunciato la sua decisione di ritirare il testo della riforma fiscale dal Congresso. Tra l’altro, Alberto Carrasquilla, il principale redattore della legge, si è visto costretto a dimettersi, dando al governo una stoccata dalla quale difficilmente potrà riprendersi.

Purtroppo un’opposizione pusillanime e calcolatrice (con poche eccezioni) non ha avuto la capacità di guidare il malcontento, essendo sopraffatta dalla situazione di ingovernabilità, gestibile solo dall’estrema repressione che rievoca gli anni peggiori delle dittature latinoamericane.

In questo quadro, sono state le organizzazioni popolari e sociali quelle che hanno assunto la guida del processo, cercando di ordinare lo spontaneismo popolare, la perdita della paura e il desiderio di pace e democrazia.

Paradossalmente, nessuno, nemmeno la sinistra, vuole farsi carico della crisi né ha proposto di rovesciare quella che la gente con autorità chiama la dittatura di Uribe e Duque. Nonostante la terribile situazione che ha motivato le rivendicazioni popolari, le elezioni sono la prospettiva dei politici.

L’analista colombiano Felipe Tascón Recio nella sua analisi della situazione, ritiene che all’orizzonte ci sia “la possibilità della prossima elezione di una figura progressista, estranea al potere tradizionale in Colombia” e aggiunge che “una serie di fattori, tra cui la lunga campagna presidenziale – dal 2017 ad oggi – che, a causa della frode del 2018 e dell’ingovernabilità di Duque, non si è mai fermata, consolidano l’emergere di Gustavo Petro come personificazione del possibile cambiamento. Vale a dire che, nella situazione dello sciopero generale, influiscono i sondaggi che danno Petro come vincitore al primo turno nel 2022”.

Lo stesso accade in Cile dopo che la Corte Costituzionale, uno degli ultimi bastioni del pinochetismo, creato dalla costituzione illegale come meccanismo per dirimere i dubbi sulla “costituzionalità” delle leggi di quel paese, lo scorso 27 aprile, ha dichiarato inammissibile l’impugnazione presentata dal governo di Sebastián Piñera contro la legge che consente un terzo ritiro fino al 10% dei fondi pensione, assestando un duro colpo al presidente.

Questa decisione ha costretto Piñera – come il suo omologo colombiano, durante la stessa settimana – a scartare il veto presidenziale e promulgare la legge, approvata da entrambe le camere del Parlamento, anche con numerosi voti della sua stessa coalizione.

La decisione della Corte, il voto contro il presidente di diversi parlamentari dell’alleanza di governo, la palese disperazione degli imprenditori per la situazione nel Paese e perfino le opinioni proibite di militari in pensione che abitualmente parlano per gli attivi, danno conto di una quasi totale orfanità di Piñera, il cui governo non raggiunge nemmeno un consenso a due dita.

Tuttavia, sarebbe sbagliato supporre che si sia arrivati a questa situazione solo per una crisi dall’alto o per la benevolenza della classe dirigente. Al contrario, il 15 novembre 2019, i partiti politici di destra e centro-destra si sono messi d’accordo per elaborare congiuntamente un piano per ingannare il popolo al fine di paralizzare le manifestazioni e, come in Colombia, “cambiare tutto per non cambiare niente“.

Dall’ottobre di quell’anno, e nonostante la pandemia e il suo utilizzo come meccanismo di controllo della valanga popolare che minacciava di distruggere il quadro istituzionale pinochetista che regola la vita dei cileni, il popolo non ha smesso di esprimere il proprio ripudio del regime. Ciò ha consentito che la controversia esistente nella società fosse trasferita allo Stato inquadrata in una crisi sempre più profonda.

In questo contesto, il lungo processo di mobilitazione iniziato nell’ottobre del 2019, che ha mostrato chiari segnali di ribellione popolare contro il sistema, sebbene in alcuni momenti sia diminuito di intensità a causa della pandemia e della forte repressione che è stata costretta ad affrontare, non si è paralizzato ed è proseguito, approfondendo la crisi del modello e dell’istituzione pinochetista vigente.

Pertanto, lo sciopero nazionale del 30 aprile è avvenuto nonostante il fatto che Piñera fosse stato costretto a fermare il veto che intendeva imporre. In questo senso è stata decisiva la grande paralisi precedente operata dai lavoratori portuali che, con la loro azione, hanno inferto un duro colpo al cuore del modello economico del paese che si basa sulle esportazioni. In questo modo si sono create le condizioni per il successo dello sciopero nazionale del 30 aprile, che ha significato un altro passo nella lotta popolare, che affronta le elezioni nella trappola costituzionale prevista per il 15 maggio.

D’altra parte, in un’altra latitudine, una diversa manifestazione della crisi del modello neoliberista e della democrazia rappresentativa si è verificata in El Salvador a partire dal 1° maggio, dove si stanno sviluppando eventi ancora in corso, le cui conseguenze sono ancora difficili da determinare.

Approfittando della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta nelle ultime elezioni, il presidente Nayib Bukele ha ordinato al suo partito nell’Assemblea Nazionale di licenziare tutti i membri della Camera Costituzionale (una delle quattro istanze che compongono la Corte Suprema di Giustizia) e il Pubblico Ministero Generale della Repubblica, eliminando ogni contrappeso politico all’esecutivo, distruggendo uno dei pilastri della democrazia rappresentativa di stampo occidentale: la separazione e l’indipendenza dei poteri pubblici.

Immediatamente ci furono denunce di “colpo o auto-colpo di Stato” che si diffusero immediatamente sui social network e dichiarazioni di oppositori salvadoregni, nonché di politici dei paesi vicini e di organizzazioni internazionali sotto il dominio imperiale come l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) e la “ONG” Human Right Watch, che hanno messo in guardia sulla presunta violazione dell’indipendenza dei poteri e sul rischio che Bukele possa consolidare un regime autoritario. Questa ipocrisia è il modo in cui cercano di giustificare i loro oltraggi in altri paesi.

Bukele ha sempre mostrato segni di riluttanza ad essere messo in discussione, rispondendo con azioni repressive che violavano i diritti umani ed è stato un nemico aperto della stampa.

Il 9 febbraio del 2020 ha confermato il suo disprezzo per la Costituzione irrompendo nell’Assemblea legislativa. La sua intenzione golpista è stata confermata da lui stesso quando ha detto in un’intervista che: “se fossi un dittatore o qualcuno che non rispetta la democrazia, avrei preso il controllo dell’intero [Paese] il 9 febbraio“.

Successivamente, in una stazione radiofonica e televisiva nazionale, il 6 aprile 2020, ha dichiarato di aver incaricato il ministro della sicurezza di essere “più duro con le persone per strada (...) Li dovete arrestare e portare ai centri di contenimento e lì trascorreranno 30 giorni con estranei”. Quindi gli eventi del 1° maggio non sono sorprendenti, il problema è che questa volta è sfuggito al controllo imperiale.

Domenica 2, la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha espresso la “profonda preoccupazione” del suo governo “per la democrazia di El Salvador”. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR) ha chiesto a Bukele di garantire “la separazione dei poteri e l’ordine democratico“.

Da parte sua, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto al presidente salvadoregno di rispettare la Costituzione e la divisione dei poteri. Il segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, ha rivelato di aver fatto una telefonata a Bukele in cui aveva espresso la “grande inquietudine” del Governo statunitense.

Anche l’OEA si è pronunciata rifiutando la destituzione dei giudici e del pubblico ministero, nonché il ruolo che Bukele ha svolto nel far prendere queste decisioni. La sottosegretaria di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, Julie Chung, non troppo saggia nelle sue dichiarazioni, con la retorica minacciosa che la caratterizza, ha affermato che “L’esistenza di un forte rapporto tra Stati Uniti ed El Salvador dipenderà dal fatto che il governo appoggi la separazione di poteri e sostenga le norme democratiche”.

Bukele ha risposto nel suo solito stile: “Vogliamo lavorare con voi, commerciare, viaggiare, conoscerci e aiutare dove possiamo. Le nostre porte sono più aperte che mai. Ma, con tutto il rispetto: stiamo pulendo la nostra casa ... e questi non sono affari vostri.”

Internamente, ci sono state forti reazioni di immediato rifiuto in settori della classe media, intellettuali, università e organizzazioni sindacali della piccola e media industria e commercio, molti dei quali avevano dato sostegno elettorale a Bukele. Voci critiche sono apparse persino in settori di Nuevas Ideas, il partito di governo. Questo crea una grande incertezza perché non si sa quali saranno i prossimi passi che il presidente potrà compiere.

Bukele aveva annunciato che il 1° maggio sarebbe scomparsa la corruzione nel Potere Legislativo e che tutto sarebbe cambiato, però le misure adottate hanno causato uno stupore totale nel Paese. Si sapeva che ci sarebbero state trasformazioni, ma non della portata e del modo in cui sono state realizzate.

Il rifiuto delle università e degli organismi come la Fondazione per lo Studio del Diritto (FESPAD) e l’Unione Nazionale dei Giuristi per la Democrazia e di tutte le università nazionali è stato forte e istantaneo. C’è un grande timore in settori della classe media che la situazione di pace che il Paese ha vissuto per 29 anni venga interrotta.

I settori popolari ancora non reagiscono, sembra che non abbiano ben soppesato l’entità degli eventi, ma si prevede che nei prossimi giorni comincino ad esprimere le proprie opinioni. Questa è una conseguenza del discorso populista di Bukele, che è riuscito a convincere il popolo che i politici sono colpevoli della difficile situazione economica del paese e che devono essere tutti rimossi per poter “ripulire il paese“.

Questa situazione accelererà processi che sembravano letargici, basati sul controllo assoluto che Bukele ha sulle istituzioni del Paese. Tanti settori che lo hanno sostenuto e gli hanno dato il proprio voto con la promessa che ci sarebbe stato “cibo e occupazione“, a partire da ora inizieranno a percepire l’inganno che hanno subito, e questo potrebbe iniziare a ribaltare il sostegno della maggioranza al presidente.

Tre paesi, fatti diversi, caratteristiche particolari, ma tutti raggruppati sotto la crisi del modello neoliberista. Per gli Stati Uniti, il compito è produrre i cambiamenti necessari che evitino la putrefazione, mantenendo pedine controllabili che riescano ad attenuare la crisi e ristabilire il controllo voluto da Washington. Questo è ciò che il Dipartimento di Stato, la CIA, il Comando Sud e l’intera rete interventista hanno creato per tenere sotto controllo il cortile di casa.

Fonte

03/05/2021

Cile - Uno sciopero generale boicottato dal sindacato…

Lo sciopero generale sanitario annunciato per il 30 aprile si è rivelato un flop clamoroso. C’è un responsabile di questo: la CUT. Questo sindacato, obtorto collo e trascinato a viva forza dalla potente lotta dei portuali, aveva dovuto proclamare lo sciopero generale, sapendo già che l’avrebbe fatto fallire.

Ha messo in atto una rappresentazione di conflitto facendo una convocazione allo sciopero solo formale e che si è guardata bene dall’organizzare dal basso, come invece hanno fatto altri sindacati, strutture e assemblee popolari che però purtroppo non hanno la sua stessa potenza numerica e peso politico.

Cos’è successo? Semplice: hanno venduto la lotta prima ancora di iniziarla. Hanno programmato un incontro con la presidente del senato (DC) per dare a Piñera una via d’uscita cavandosela con qualche concessione utile a “passa’ a nuttata”.

Questo con grande probabilità permetterà di terminare regolarmente il suo mandato al criminale presidente che ha dichiarato guerra al popolo cileno e di cui da tempo questo stesso popolo chiede le dimissioni.

Questa volta era davvero arrivato a un passo dal crollare, dopo le ultime prove di disprezzo verso la popolazione che a gran voce nelle piazze (malgrado le difficoltà dovute alla pandemia) chiedeva il diritto di riavere i propri soldi sottratti a viva forza dal machiavellico marchingegno delle AFP.

Ci voleva una dirigente del maggior sindacato dei lavoratori del paese, la CUT, una dirigente del PC, Barbara Figueroa, per tendere a Piñera la ciambella di salvataggio proprio nel momento in cui stava davvero finalmente e miseramente affogando nella sua stessa arroganza e incapacità.

Gli altri sindacati, ovviamente, non hanno apprezzato questa manipolazione e, malgrado fossero già in corso i colloqui della direzione centrale della CUT con la presidente del Senato Yasna Provoste (DC) per il salvataggio di Pinera (a questo link si possono “apprezzare” i colloqui in diretta. I primi minuti mancano dell’audio), ad Antofagasta, nel nord del paese, è stata convocata una conferenza stampa da Lester Calderón (del Sindacato Orica e candidato governatore alla regione di Antofagasta) nella quale chiarisce che: “Il cammino da seguire è quello dei Portuali, non i negoziati con questo Governo criminale“.

Ma, purtroppo, il peso in politica di un sindacato come la CUT supera di gran lunga una minoranza sindacale sia pur cosciente, conflittuale e responsabile. E questo carica ancora più di responsabilità negativa un sindacato così importante come la CUT, che ha utilizzato la convocazione allo sciopero generale come ponte per procurarsi i colloqui e gli accordi parlamentari con quegli stessi partiti che oramai da tempo non hanno alcun credito presso la popolazione, di qualsiasi colorazione politica vogliano ammantarsi.

È ancora pesantemente scottante la prima grossa fregatura, il primo “pasticcio cucinato” nella notte tra il 14 e il 15 novembre del 2019, in cui l’Accordo per la Pace (siglato dai vari rappresentanti di partiti tra cui spiccava la firma di Gabriel Boric, che era “la sinistra” della situazione...) ha legato mani e piedi alla possibilità di una vera Assemblea Costituente che possa riscrivere in maniera sovrana una nuova Costituzione. A onor del vero il PC quella volta non partecipò allo scempio ed è per questo che aveva conservato ancora un piccolissimo credito di dignità.

Tornando alla fine di aprile del 2021, si può senz’altro dire che alcuni risultati sembravano già raggiunti prima ancora che iniziasse la giornata di sciopero generale. La pressione popolare, e soprattutto il blocco portuale e le minacce di blocco generale, stavano già portando i primi risultati.

Infatti, era già uscita fuori la proposta di un progetto di legge per l’abolizione delle AFP e la creazione di un sistema pensionistico “normale”.

Questa proposta di legge prevede l’abolizione delle AFP; la contestuale creazione di un Istituto di Sicurezza Sociale, che sarebbe un organismo pubblico e decentrato che nazionalizzerebbe i fondi pensione; l’istituzione di più tipi di pensione: una Pensione Basica Universale equivalente al Salario Minimo Garantito, una Pensione di Vecchiaia, una pensione d’Invalidità e una Pensione di Sopravvivenza.

I senatori che hanno fatto questa proposta di legge sembrano aver accolto quasi integralmente le istanze del movimento NO+AFP, tanto che lo storico rappresentante di questo movimento, Luis Mesina, se ne dichiarava piuttosto soddisfatto. Chissà adesso (dopo gli accordi salva capre e cavoli) se il progetto di legge verrà più presentato e/o se lo sarà nella versione originale o riveduta e corretta alla luce del mutamento di clima politico.

Certo, l’identità dei promotori avrebbe potuto, maliziosamente, far pensare anche in quel caso a un tentativo estremo di impedire che la rivolta popolare avesse il sopravvento e si volesse prendere “tutto”, non solo le pensioni degne di questo nome, che sono tra le richieste più forti, oltre alla nuova Costituzione, espresse fin dal primo momento nell’”esplosione sociale” iniziata nell'ottobre 2019.

Si tratta infatti di esponenti di vari partiti che finora non hanno brillato per la loro verve rivoluzionaria, ma che, invece sono stati a pieno titolo nella Concertacion e Nueva Mayoria.

Per il 30 aprile la popolazione organizzata nelle Assemblee Territoriali e nei vari sindacati ha messo in atto manifestazioni legate allo sciopero generale sanitario, promosso dalle avanguardie operaie portuali e proclamato per quella data da tantissime sigle sindacali e territoriali.

Le esigenze espresse dalla popolazione, infatti, non sono di singoli aggiustamenti legislativi più o meno parziali. Non lo sono state fin dall’inizio, e meno che mai adesso. Il cambiamento richiesto è totale e complessivo del sistema economico e dell’intera classe politica. Era un momento molto favorevole per ottenere la testa del Presidente, chiesta a gran voce dalla popolazione.

Ma i giochi di potere della CUT e, purtroppo, anche del PC, che qualche speranza aveva fatto balenare con la candidatura di Daniel Jadue a Presidente della Repubblica, hanno evidenziato che la volontà di queste forze politico sindacali è quella di cambiare qualcosa perché nulla cambi di fondo, come ci insegna anche la politica nostrana immortalata da Tommasi di Lampedusa.

Qua di seguito un articolo pubblicato in Cile ieri stesso appena si è saputo della riunione tra la presidente della camera dei senatori Yasna Provoste (DC), il presidente della camera dei deputati Diego Paulsen (RN) e Piñera per discutere un accordo in materia di aiuti sociali e di governabilità, e, successivamente della riunione tra la dirigenza della CUT e la presidente del senato.

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Si tratta di un accordo tra i partiti del regime per mantenere gli abusi di 30 anni blindando Piñera con concessioni che permettano loro di calmare le acque, senza risolvere nessuno dei problemi fondamentali dei lavoratori.

Durante la mattinata di questo venerdì, mentre si svolge la chiamata per lo Sciopero Sanitario convocato dalla Centrale Unitaria dei Lavoratori [CUT], la presidente del Senato Yasna Provoste (DC) e il Presidente della Camera dei Deputati Diego Paulsen (RN), si sono incontrati con Piñera alla Moneda per discutere un accordo in materia di aiuti sociali e governabilità.

Questo, dopo la sconfitta del governo sul terzo ritiro e l’enorme crisi e debolezza della presidenza, dopo gli scioperi portuali, i cacerolazos e la minaccia di una sua estensione a sindacati e popolazioni, che hanno messo il governo alle corde.

Dopo di che, l’opposizione, a livello centrale la Concertación attraverso Yasna Provoste (DC) ha teso la mano a Piñera per un “grande accordo” di “governabilità”. La sua dottrina è che “non possiamo infliggere nuove sconfitte al governo”. Piñera ha accettato, più indebolito che mai, e li ha convocati all’incontro di oggi a La Moneda, per avviare un “grande accordo” tra Chile Vamos e l’opposizione.

Piñera e il suo governo criminale, in uno dei loro momenti peggiori, vengono salvati dalla mano della vecchia Concertación che cerca un nuovo “pasticcio cucinato” per ricomporre la “governabilità”. E lo fanno con un discorso mimetizzato dagli aiuti di cui le persone hanno bisogno, quando hanno approvato quasi tutte le misure di Piñera in cui i lavoratori continuano a pagare per la crisi.

Nell’incontro a La Moneda, tenutosi oggi in mattinata, si è concordato di implementare “aiuti sociali diretti per le famiglie e le PMI”. Il presidente della Camera dei Deputati, Diego Paulsen, ha sottolineato che “abbiamo fissato una scadenza di una settimana”.

Da parte sua, Yasna Provoste ha spiegato che Piñera ha promesso di lavorare su uno “strumento universale che raggiunga rapidamente le famiglie nel più breve tempo possibile”. “La risoluzione del tribunale Costituzionale apre una strada che deve essere compresa da tutti. Nessuno può negare un’agenda minima”, ha detto. Hanno concordato una commissione comune che vedrà queste misure.

L’incontro, per sostenere Piñera strappandogli alcune misure di base (come un reddito universale di emergenza che l’opposizione chiede, al di sotto del paniere familiare di base!), è un tentativo da parte dell'”opposizione” di dimostrare che stanno gestendo misure favorevoli al popolo, e aprire così una strada che permetta loro di uscire dalla crisi acuta. Ma a livello centrale, cerca di proteggere e blindare la figura presidenziale, perché la Concertación non vuole colare a picco se Piñera cade. Il Parlamento è una delle istituzioni più odiate dal popolo.

Con questo, cercano di chiudere e sviare il malcontento di milioni di persone di fronte alla crisi economica, sociale e politica acuita dalla pandemia, che la classe operaia si è caricata sulle spalle, mentre i padroni del Cile, i banchieri, le compagnie minerarie e le grandi imprese, hanno guadagnato come mai prima d’ora.

Si tratta di un accordo tra i partiti del regime per mantenere gli abusi di 30 anni blindando Piñera con concessioni che permettano loro di calmare le acque, senza risolvere nessuno dei problemi fondamentali del popolo lavoratore.

Parallelamente, oggi la CUT chiede uno “Sciopero Generale Sanitario”, in cui abbiamo assistito a proteste fuori dai luoghi di lavoro e alcune mobilitazioni che, uttavia, si sono rivelate deboli, soprattutto per la politica delle loro direzioni che ha deciso per uno sciopero solo testimoniale, nonostante il malcontento di ampi settori e nonostante il fatto che molti settori si siano organizzati indipendentemente dalle conduzioni, come all’ospedale Barros Luco.

Bárbara Figueroa, presidente della CUT e leader del Partito Comunista, ha dato un’intervista a Radio Cooperativa in cui propone di dialogare con la democristiana Yasna Provoste, attuale presidente del Senato: “Speriamo di incontrare più tardi il presidente del Senato per scoprire di cosa avrà discusso nel suo incontro con il presidente Piñera“, ha detto Figueroa. Ma mentre lei chiede accordi a chi fa incontri con Piñera per salvarlo dalla crisi, Piñera stesso ne approfitta e manda la polizia alla CUT per arrestarli.

Devono essere respinti questi accordi con Piñera, che saranno misure che non permetteranno di uscire dalla crisi e garantire un reddito di emergenza secondo il paniere familiare di base (e non sulla soglia di povertà), non proibiranno licenziamenti e sospensioni, stipendi e pensioni di 550mila pesos, fine alla precarietà sanitaria, fine delle AFP. Né verranno toccati i profitti delle compagnie minerarie, delle grandi fortune e delle multinazionali. Questa lotta è più attuale che mai, per una via d’uscita a vantaggio del popolo lavoratore.

L’unica cosa che il PC e il FA faranno è rafforzare le manovre del regime contro il popolo, i loro pasticci, ora rivestiti da concessioni per calmare le acque per un po’ e poi mantenere tutto uguale.

Dobbiamo fare affidamento sulle forze di mobilitazione dei lavoratori, dei giovani, delle donne e del popolo. Per rompere la tregua che le direzioni della CUT stanno portando avanti, è necessario promuovere assemblee e comitati di sciopero dalla base nei luoghi di lavoro e coordinare la lotta. Nessuno sciopero rappresentativo per sedersi al tavolo a negoziare le briciole con il governo criminale, o per riporre fiducia in una “opposizione” complice del governo, come è consuetudine di Bárbara Figueroa, dirigente del Partito Comunista.

La chiave è che noi lavoratori ci organizziamo in assemblee e stabiliamo coordinamenti permanenti, perché ci sono forze per vincere tutte le misure di emergenza di cui abbiamo bisogno. Allo stesso tempo, la lotta per la salute, l’istruzione, l’alloggio, le pensioni, non possiamo lasciarli per domani, perché i soldi ci sono! In questo momento, il rame è a 4,5 dollari per libbra, vicino al suo valore massimo nella storia del metallo rosso. Non possiamo continuare a pagare la crisi mentre le grandi imprese, i banchieri e i padroni del Cile stanno guadagnando come mai prima d’ora, a cominciare dalla famiglia Luksic e dallo stesso presidente Piñera.

Solo la forza della classe operaia e del popolo, la loro unità, organizzazione e mobilitazione indipendente, con un piano di lotta per preparare lo sciopero generale, potremo rovesciare Piñera e il suo governo. Come ha dimostrato ancora una volta la frode dell’accusa di incostituzionalità, non sarà con le manovre parlamentari che saremo in grado di sconfiggerlo.

Fonte

29/04/2021

Cile - Terzo ritiro dei Fondi AFP e forse pure di Piñera?

La destra di potere e di governo, quella che con poche famiglie possiede il Cile, ha una gran paura! Come a novembre 2019 (allora riuscì a restare al potere in modo truffaldino, purtroppo) trema di fronte al furore popolare e si trova costretta a cedere alla potente protesta dei portuali, che ieri hanno bloccato oltre 20 porti in tutto il Cile da Iquique a Puerto Montt. Barricate e incendi di copertoni bloccano gli inutili tentativi di recuperare gli spazi portuali da parte governativa.

Anche altri sindacati si sono uniti alla protesta, da quello degli impiegati pubblici, ANEF, a quelli del mondo accademico – sia studentesco sia degli insegnanti, che per venerdì 30 aprile invitano a uno sciopero generale della salute. Infatti alla vertenza per il terzo ritiro dei fondi dalle AFP si uniscono una serie di tematiche di fondo, le stesse che hanno dato vita alla “esplosione sociale” iniziata il 18 ottobre 2019 ed ancora in corso.

Piñera aveva fatto ricorso al Tribunale Costituzionale per impedire che venisse attuata la possibilità del terzo ritiro dei fondi dei pensionati dalle AFP. Il Tribunale gli ha rilanciato la palla bocciando il suo ricorso per 7 voti contro 3.

Ora tocca a lui, in quanto Presidente della Repubblica, decidere se promulgare la “legge del terzo ritiro” o bloccarla definitivamente. A seguito della bocciatura del ricorso di Piñera da parte del Tribunale Costituzionale, ormai sembra che a Piñera non resti che promulgare il decreto per il terzo ritiro del 10% dei fondi previdenziali.

Anche Evelyn Mattei, della UDI, uno dei partiti governativi, suggerisce tassativa a Piñera che “non rimane che promulgare oggi stesso la legge del ritiro”. Voci di dimissioni del gabinetto politico si rincorrono freneticamente nei corridoi della Moneda, e anche qualche mezza ammissione del Ministro degli Interni, Rodrigo Delgado.

Per salvarsi in blocco, anche i partiti governativi questa volta chiederanno le dimissioni di Piñera?

No, non tutti. Il Partido Republicano sostiene che quella del Tribunale Costituzionale è una scelta di “resa incondizionata di fronte a una sinistra antidemocratica che per vie di fatto cerca di usurpare il potere e una destra vigliacca che ha messo gli interessi elettorali avanti al suo impegno con la Costituzione e la legge”. Comunque Piñera sa che è arrivato alla frutta.

Il 25 aprile, aveva fatto un tentativo disperato per salvare le sue motivazioni del no al ritiro dei fondi, presentando un progetto di legge che rappresenta la classica toppa che è peggio del buco. Con questa proposta, infatti, in qualche modo concede il ritiro, ma finanzia comunque le AFP e spese dell’erario e quindi di tutto il popolo cileno. Questo ha fatto infuriare ancora di più la popolazione, ovviamente. Inaccettabile. E non è passata.

Ormai è fuor di dubbio: le AFP sono la scintilla, come i 30 pesos del biglietto della metro. Il popolo cileno in tutte le sue espressioni non sopporta più le angherie neoliberiste spinte dei suoi governanti. È altrettanto certo che tutti cercheranno di intestarsi la vittoria, che invece appartiene solo al popolo organizzato.

Il giornale la Izquierda (qui sotto l’articolo) fa anche notare come il PCC non si sia esattamente posto alla guida di questa seconda ondata di ribellione, che probabilmente riuscirà ad ottenere la testa di Piñera. Ed ha ragione...

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Piñera assume la sconfitta e decreterà il ritiro del 10 % di fronte alla minaccia di estensione di scioperi e proteste

Il governo è stato sconfitto. L'”opposizione parlamentare” cercherà di dimostrare che è stato “il suo trionfo” con le sue manovre. Niente di più lontano dalla realtà. Sono stati gli scioperi portuali, i cacerolazos, la protesta popolare, e la sua minaccia di estenderla, soprattutto, ai settori strategici della classe operaia, a portare alla sconfitta di Piñera.

Pablo Torres

Direttore La Izquierda Diario Chile / Partido de Trabajadores Revolucionarios

Martedì 27 aprile | 18:24


Pochi minuti fa Piñera ha tenuto una conferenza stampa annunciando che oggi stesso promulgherà la legge per il terzo ritiro del fondo pensioni approvato dal parlamento. Questo dopo che il Tribunale Costituzionale, il più grande difensore di Piñera fino ad oggi, basato sulla difesa della “costituzione”, ha sbattuto la porta in faccia allo stesso Piñera – con 7 voti contro 3 – negandogli la stessa ammissibilità del ricorso che aveva presentato per fermare il terzo ritiro e che ha innescato una crisi politica nel governo, suscitato disordini con scioperi nei porti, proteste popolari e cacerolazos che hanno acceso il “fantasma” di una “nuova esplosione”.

Questa minaccia è stata quella presa in considerazione dal Tribunale Costituzionale, organo in mano a una casta di magistrati politici milionari nominati dal regime (dai tre poteri), per votare contro la stessa cosa per la quale qualche mese fa avevano votato a favore.

“Le condizioni sociali sono cambiate e ciò che il tribunale esaminerà non è da dove viene la legge, ma come essa aiuta i cittadini“, aveva detto in mattinata il Ministro Aróstica.

Piñera ha subito una sconfitta a causa del malessere sociale e dei primi scioperi e proteste che si sono manifestati in molti settori.

Già ieri abbiamo assistito a tagli, blocchi e scontri in quasi tutti i porti del Paese. I lavoratori portuali erano ancora mobilitati, dopo un violento sciopero nazionale dei lavoratori portuali dal secondo turno in 25 porti del paese. Si sono concentrati, hanno bruciato pneumatici, gridato e si sono mobilitati. Nella zona centrale, San Antonio, ci sono stati scontri con la polizia, anche a Valparaíso.

L’odio contro Piñera è stato espresso in scioperi e picchetti. Il sostegno popolare ai lavoratori portuali, che dimostrano ancora una volta la loro importanza, è grande. A Chuquicamata, nel pomeriggio, i dirigenti sindacali hanno bloccato per un po’ il percorso verso la miniera. I grandi sindacati minerari si sono dichiarati in allerta, così come numerosi sindacati. E questo venerdì c’è uno “sciopero generale della salute” che ha ricevuto il sostegno di molti settori.

E questo è stato accompagnato la scorsa settimana dal ritorno dei cacerolazos e dalle proteste nelle città. Inoltre, nel quadro del massimo isolamento per la pandemia e con il coprifuoco dalle 21.

Il governo è stato sconfitto. L'”opposizione parlamentare” cercherà di dimostrare che è stato “il suo trionfo” con le sue manovre. Niente di più lontano dalla realtà. È stata la minaccia che scioperi e proteste si estendessero e generalizzassero, soprattutto nei settori strategici della classe operaia, quella che ha propinato la sconfitta a Piñera.

La vecchia Concertación proverà a dimostrare di essere “opposizione” a un governo del 9% di una coalizione Chile Vamos, in crisi. Ma hanno sempre tenuto la mano a Piñera.

Il FA [n.d.t..Frente Amplio] dirà che loro promuovono l’accusa costituzionale, ma lo fa solo per fare pressione e di lotta non se parla nemmeno. Il PC, che con la CUT sta promuovendo lo sciopero generale della salute, non ha proposto di prendere l’esempio dei portuali per estenderlo a livello nazionale e fare di venerdì un enorme sciopero per conquistare un piano di emergenza, perché ci sono forze che vogliono ottenere un reddito universale di emergenza, salari e pensioni in linea con il paniere familiare, la fine dei licenziamenti e delle sospensioni, la libertà ai prigionieri politici, la fine delle AFP e che la crisi non la paghiamo noi ma le grandi imprese.

Il suo calendario “elettorale” è ciò che definisce la sua agenda, non la promozione di questa lotta.

Ci sono le forze per conquistare tutte le misure d’emergenza di cui abbiamo bisogno ora. Non possiamo lasciare quella lotta per domani. Non possiamo continuare a pagare la crisi mentre le grandi imprese, i banchieri e i “padroni del Cile” stanno vincendo come mai prima d’ora.

C’è la forza perché questo venerdì ci sia uno sciopero nazionale, con un piano di lotta per conquistarli e aprire la strada per farla finita con questo governo criminale. Con i minatori, i forestali, i trasporti, i servizi, insieme alla sanità e agli insegnanti che prendono l’esempio dei lavoratori portuali, e con le popolazioni, è la forza per vincere.

Questa crisi dimostra che Piñera avrebbe dovuto andarsene da tempo, nella ribellione, e che la classe lavoratrice ha la forza di rimuoverlo se avanza verso uno sciopero generale. Non saranno né le accuse parlamentari né le manovre del regime a rovesciarlo.

È necessario convocare assemblee, comitati di sciopero e coordinare la lotta. Come l’esempio del coordinamento sorto ad Antofagasta e che viene convocato in altri settori come a Puente Alto per preparare la giornata del 30.

Fonte

28/11/2019

Cile, il grande riscatto

Il movimento iniziato il 14 ottobre contro gli aumenti del biglietto della metropolitana di Santiago, e trasformatosi ben presto in una più ampia rivolta sociale con precise richieste politiche, non accenna a rientrare.

Un recente sondaggio di Cadem riporta che l’81% degli intervistati disapprova il Presidente Sebastian Piñera, parte dello 0,1% più ricco del Paese ed espressione dell’oligarchia di cui è degno rappresentante e che ha ormai dilapidato irreversibilmente il suo consenso.

I primi tre giorni di questa settimana sono stati caratterizzati dallo sciopero generale deciso dalla Mesa de Unidad Social, organismo unitario composto da circa 200 organizzazioni che raggruppa sindacati, coordinamenti, associazioni e realtà politiche di vario genere.

Lunedì è stato il giorno della mobilitazione contro la violenza sulle donne, svoltosi in differenti Paesi Latino-Americani qualche giorno successivo alle manifestazioni sulla violenza di genere nel nostro continente.

Bárbara Figueroa, presidente della centrale sindacale CUT, ha ribadito che le ragioni dello sciopero sono legate strettamente al rifiuto delle modalità di realizzazione del cosiddetto “Accordo per la Pace” – raggiunto la scorsa settimana tra le forze che compongono la coalizione governativa ed una parte dell’opposizione parlamentare – e alla sordità nell’accogliere le ragioni dell’esplosione sociale in corso.

Ha precisato inoltre che – secondo quanto riporta “24Horas” -: “non ci può essere impunità, bisogna avere la verità, giustizia e indennizzo alle famiglie, a coloro che sono stati colpiti dalle violazioni dei diritti umani”.

Sono 2.670 attualmente le inchieste della procura per violazione dei diritti umani contro le forze dell’ordine!

Il lunedì è iniziato con la paralisi di più di venti scali portuali cileni, dove è presente l’Unión Portuaria, la porzione di movimento operaio organizzato che per prima ha deciso di affiancarsi al movimento sociale utilizzando lo strumento dello sciopero fin dai primi giorni. Nel pomeriggio della stessa giornata si è svolta la manifestazione delle donne che ha avuto nella Coordinadora 8 marzo – organica alla “Mesa” – uno dei punti di forza. La mobilitazione è continuata anche il martedì.

Quella delle donne è stata una mobilitazione caratterizzata soprattutto dalla denuncia della violenza di genere, praticata in questo mese a vari livelli dalle forze dell’ordine cilene, che sono ricorse a modalità non dissimili dalle pratiche attuate durante la dittatura di Pinochet.

Questo emerge anche da vari dossier di organizzazioni in difesa dei diritti umani, l’ultimo dei quale di Human Rights Watch.

Un altro aspetto importante di questa mobilitazione è stata la denuncia dela negazione del diritto all'aborto, altro lascito della dittatura che si è perpetrato anche nella democradura cilena.

Martedì e mercoledì sono entrati in gioco gli altri settori del movimento dei lavoratori del pubblico e del privato, e sono stati organizzati blocchi e barricate lungo le maggiori vie di traffico, non solo della capitale, sin dalle prime ore del mattino.

Proprio questa pratica verrebbe criminalizzata se passasse un progetto di legge inserito in un più ampio pacchetto, annunciato da Piñera domenica scorsa e portato in questi giorni al Congresso.

Nella stessa giornata ci sono state mobilitazioni in differenti città dello Stato latino-americano, così come il giorno successivo, al punto che è difficile darne una sintesi esaustiva.

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Due avvenimenti politici hanno avuto maggior rilievo in questi giorni.

Il primo riguarda due importanti annunci di Piñera fatti domenica scorsa, riguardanti un pacchetto di leggi, e i rinforzi che giungeranno a forze dell’ordine, carabineros e PDI.

In un discorso pronunciato domenica, durante la sua visita compiuta in mattinata alla Scuola dei sottufficiali dei carabineros, ha elogiato tutte le forze dell’ordine per “il lavoro svolto”: sarebbero più di 2.000 i carabineros feriti o che hanno subito lesioni dall’inizio delle proteste, mentre più di 150 sarebbero i locali della polizia attaccati in queste ultime settimane.

Piñera ha inoltre detto di voler fare approvare una legge che “modernizza i Carabineros e che rafforza l’intelligence del braccio poliziesco, oltre alla legge che persegue chi travisa il volto, chi compie saccheggi e coloro che incendiano le barricate in strada”, come riporta “El Desconcierto”.

Inoltre ha assicurato che con il “reintegro” del personale mandato di recente in pensione, e anticipando l’integrazione nei ranghi polizieschi di coloro che stavano partecipando all’addestramento entro i prossimi 60 giorni, ci saranno 4.354 effettivi in più nelle strade.

In una più recente conferenza svoltasi alla Moneda, il palazzo presidenziale, Piñera ha precisato che – come riporta “La Izquierda diario” – “a partire da lunedì prossimo si potrà contare su 2.505 tra carabineros e poliziotti che si aggiungono” a quelli attualmente impiegati.

Oltre a questo, Piñera ha dichiarato che i carabineros del Cile riceveranno, a partire da questa settimana, la consulenza delle polizie di Inghilterra, Spagna e Francia. A riprova della complicità europea...

Nel tardo pomeriggio di mercoledì i giornali cileni hanno ripreso un lancio di un’agenzia di stampa francese – l’AFP – in cui la proposta viene categoricamente rifiutata.

Uno dei contenuti più inquietanti delle dichiarazioni di domenica mattina riguarda la legge per cui, senza neanche la necessità di dichiarare lo Stato d’Emergenza – cosa che ha fatto tra il 18 e il 28 ottobre – per decreto presidenziale potrà essere utilizzato l’esercito “nei punti critici dei servizi base”.

Si tratta della militarizzazione di fatto dei servizi strategici che possono diventare punti chiave della protesta sociale, dall’energia all’acqua dai porti ai trasporti urbani, dagli ospedali alla Metro, per non citare che i principali.

Come è trapelato successivamente, si tratta di una ampio spettro di “infrastrutture critiche”, con un particolare inquietante: il presidente potrebbe infatti concedere al personale militare che difende le suddette strutture l’“esenzione dalla responsabilità penale” (come già fatto dai golpisti in Bolivia), applicando la “legittima difesa” nel “compimento di un proprio dovere”. Sarà quindi lo stesso presidente a determinare l’uso della forza tramite un decreto, insieme al ministero della Difesa.

Tale provvedimento legislativo affiderebbe al Presidente la possibilità di militarizzare i gangli vitali dell’organizzazione sociale, garantendo l’impunità ai militari chiamati alla loro difesa, di fatto impedendo preventivamente ai lavoratori e agli attivisti di eseguire azioni in grado di bloccare o “turbare” l’organizzazione dell’economia.

Si tratta di una manovra di controrivoluzione preventiva evidente, tenendo conto che al centro del dibattito del movimento vi è lo “sciopero generale ad oltranza”.

Non solo l’opposizione parlamentare e la piazza, ma anche numerosi avvocati, si sono opposti a tale misura. Jaime Bassa, un avvocato che ha preso posizione, la ritiene “assolutamente incostituzionale perché attenta contro la divisione delle funzioni dell’art.101 della Costituzione: Ordine Pubblico e Difesa” e si scaglia anche contro la discrezionalità dell’impunità che “va a dipendere, in pratica, dai parametri che definisce il Presidente”.

Il Secondo fatto significativo è una maggior propensione dell’opposizione parlamentare a farsi “delegato politico” del movimento reale, distanziandosi da quelle forze del Frente Amplio che hanno sottoscritto un accordo per una uscita pacata dalla crisi politica, di fatto salvando il presidente.

Lunedì infatti un gruppo di forze politiche ha presentato una “proposta sovrana” che fa sue sostanzialmente le istanze provenienti dalla rivolta sociale in atto.

Il Partito Comunista, il Partito Umanista (PH), il Partito Progressista (PP), i verdi (FRVS) e il Partito dell’Uguaglianza (PI) hanno formalizzato una proposta in sette punti, di cui il primo è l’”impegno per la verità e la giustizia nei casi di violazione dei diritti umani che ci sono stati nelle settimane di protesta. Questo impegno deve considerare una politica reale di indennizzo a tutte le vittime”.

Il documento propone un salario minimo di 510.000 pesos ed una pensione minima equivalente. Propone inoltre la fine dell’attuale sistema pensionistico privato, basato sul contributo individuale a dei fondi (AFP), e “l’inizio di una discussione per un nuovo sistema di pensioni solidale.”

Allo stesso tempo chiede la fine del sistema di prestiti per gli studenti dell’istruzione superiore come CAE, Corfo e altri, che di fatto indebitano a vita i richiedenti.

Un altro punto prevede la stesura di uns nuova Costituzione attraverso una Assemblea Costituente, con voto obbligatorio a partire dai 16 anni e facoltativo tra i 14 e i 16.

La proposta prevede un iter che si sviluppi dalle assemblee popolari locali – i cabildos – sorte come funghi in queste settimane e la creazione di una “commissione politica-sociale-accademica, che proponga un sistema elettorale proprio per l’elezione dei delegati costituenti, che assicuri rappresentatività, proporzionalità e uguaglianza”.

Una commissione che deve assicurare la parità uomo e donna, assicurare una quota ai popoli originari ed altri gruppi sociali significativi.

Stabilisce inoltre che l’AC, per le proprie decisioni, deciderà con un quorum non inferiore ai 3/5.

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In queste settimane il Cile è divenuto un laboratorio politico-sociale della rottura con l’ordine neo-liberista, dopo esserne stato la culla; prima con la dittatura di Pinochet, dal ’73 al ’90, consolidandosi poi con il cambio di facciata “democratico” degli ultimi trent’anni.

Allo stesso tempo vi è un tentativo di ripristino con ogni mezzo del comando delle oligarchie che l’hanno governato e che ora si sentono minacciate, così come lo furono dal governo di Salvador Allende, all’inizio degli anni '70.

È parte di quel teatro continentale della lotta di classe dal futuro incerto e che produrrà un nuovo equilibrio di forze – tra spinte emancipatrici dei popoli e oligarchie che li schiacciano – che si riverbererà sugli equilibri geo-politici di un ordine mondiale in mutazione.

La componente giovanile ed il corpo insegnante sono protagonisti loro malgrado di questo tentativo di restaurazione non proprio mascherata, come nel caso della proposta di legge della ministra dell’Educazione, Marcela Cubillos, che lunedì ha dichiarato l’intenzione di far approvare una legge contro “l’indottrinamento” tra le aule scolastiche.

Una ipotesi in perfetta continuità con quelle già intraprese con la svolta autoritaria nel disciplinamento scolastico degli studenti (con l’iniziativa “Aula Segura” – che riserva un grosso potere discrezionale e sanzionatorio dei collegi), attraverso politiche propriamente neo-liberiste di selezione di classe, con “Admisió Justa”.

Rendere la scuola avulsa dal contesto, azzerando gli spazi di discussione e di riflessione critica – tra cui la penalizzazione di fatto dell’insegnamento della Storia – è un progetto a tutto tondo della élite conservatrice, un altro aspetto della lotta di classe “dall’alto” delle oligarchie.

Come dimostra anche un recente episodio di censura di una serie di cortometraggi cinematografici, premiati all’estero, sulla vita durante la dittatura; un tentativo di rimozione di ciò che è stato il “Piano Condor”, di cui oggi le giovani generazioni anche in Cile stanno vivendo una versione aggiornata.

Il Cile però sta cambiando velocemente, in una direzione che preoccupa sia le oligarchie locali che Washington, oltre all’UE che finora è stata spettatrice complice di una immondo massacro in cui, per parafrasare uno slogan: “qualcuno ha perso gli occhi per far riacquistare al popolo la capacità di vedere...”.

Fonte

09/11/2019

Cile - Le due facce del capitalismo e la lotta popolare

Porque esta vez no se trata de cambiar un presidente,
será el pueblo quien construya un Chile bien diferente.
(Inti Illimani – Canción del poder popular)


Assistiamo da circa un mese alle proteste del popolo cileno contro il governo neoliberista di Sebastián Piñera e alla tremenda risposta repressiva degli apparati di sicurezza con schieramento dell’esercito nelle strade, cosa che non si vedeva nel Paese dai tempi della dittatura di Pinochet. E le similitudini non finiscono qui: la repressione governativa ha infatti causato 18 morti (accertati) e si caratterizza per l’uso spregiudicato e ributtante della tortura e della violenza sessuale. Vi sono inoltre migliaia di arresti, circa 2.500 feriti e alcuni desaparecidos di cui non si hanno più notizie.

Fragoroso è il silenzio da parte dei governi e delle diplomazie occidentali che contrasta con il clamore mediatico manipolato suscitato negli anni recenti (flagrante il caso del Venezuela) da altre piazze in altri paesi dove governi “cattivi” erano dipinti come carnefici di piazze “buone e democratiche”. Nessuna troupe televisiva o giornalista al presidio sotto l’Ambasciata del Cile a Roma, organizzato nei giorni più intensi delle manifestazioni oceaniche a Santiago del Cile. Ennesima conferma del fatto che in occidente non esiste alcun reale interesse per il rispetto dei diritti umani, che vengono invece utilizzati solamente per giustificare invasioni o guerre ad alta o bassa intensità, a seconda degli interessi, contro paesi non allineati.

Proprio il Cile, del resto, è l’esempio più limpido di cosa ha significato storicamente il pieno supporto da parte delle potenze occidentali ad uno dei sistemi del terrore più spaventosi dello scorso secolo: la lunga dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990), spianata dal colpo di Stato dei militari cileni contro il presidente eletto Salvador Allende l’11 settembre 1973, meticolosamente preparata dai servizi segreti statunitensi e sponsorizzata esplicitamente fino a tutti gli anni ’80 dagli Stati Uniti.

Il Cile, come è noto, è stato un vero e proprio laboratorio nazionale di applicazione delle politiche neoliberiste promosse dalla scuola facente capo a Milton Friedman, padre fondatore del pensiero economico monetarista nato come reazione radicale e attacco frontale alle teorie keynesiane egemoni nei due-tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Una teoria che in quegli anni proclamava con toni altisonanti la totale autosufficienza dei mercati nel garantire pieno impiego e massima efficienza economica, coltivando un’ostilità assoluta nei confronti del ruolo dello Stato nella direzione dell’economia e dei sindacati nel mercato del lavoro, visti come fastidiosi intralci al libero dispiegarsi delle forze di mercato. La giunta militare di Pinochet adottò sin dal principio un rigorosissimo programma neoliberista su vasta scala: una vera e propria terapia shock di marca liberista. Giovani economisti cileni studenti della scuola di Chicago, i famigerati ‘Chicago boys’, divennero consiglieri, ministri, vice-ministri del governo, scandendo per anni il programma economico di quello che passerà alla storia come il primo laboratorio neoliberista del mondo.

Privatizzazioni su larga scala, taglio brutale della spesa pubblica, distruzione del ruolo dei sindacati, crollo dei salari reali, disoccupazione a due cifre cronicizzata (tasso medio durante la dittatura pari al 19%), aumento esponenziale delle disuguaglianze, fortissima dipendenza dall’estero con aumento vertiginoso delle importazioni. Malgrado ciò gli epigoni del neoliberismo parlarono per anni di miracolo economico cileno in relazione al primo decennio della dittatura di Pinochet.

La fine della dittatura nel 1990 e l’indizione di elezioni democratiche non coincise affatto nel paese sudamericano con un cambiamento delle politiche economiche. A differenza di numerosi altri paesi dell’area, che nel corso degli ultimi trent’anni hanno conosciuto a fasi alterne svolte più o meno significative nella direzione politica e cicli emancipatori che hanno portato alla ribalta, a diversi gradi, il protagonismo delle classi popolari, in Cile i governi post-dittatura della Concertacion (1990-2010), ampia coalizione di partiti di stampo democristiano e socialdemocratico, non hanno mai impresso alcun cambiamento significativo alla politica economica neo-liberale.

Da Patricio Aylwin Azócar, Eduardo Frei Ruiz-Tagle e Ricardo Lagos Escobar arrivando alla “progressista” Michelle Bachelet, la linea generale, al netto di modesti interventi di tamponamento della povertà, è rimasta sempre quella neoliberista tracciata dal governo Pinochet. Dal 2010, interrottasi la lunga serie di governi della Concertacion, è tornata al potere la schietta e diretta anima della destra neoliberista post-pinochettista con l’elezione di Sebastián Piñera che ha impresso una nuova accelerazione al programma di privatizzazioni e dismissioni dello Stato sociale e che ha dovuto fronteggiare un primo ciclo di forti proteste sociali nel biennio 2010-2011. A seguire, una nuova parentesi della “socialista” Bachelet e dal marzo 2018 ancora Piñera. Il tutto in una linea di pienissima continuità mai sconfessata da nessun partito politico al potere. È così che si arriva al clima dell’ottobre 2019 e alle proteste oceaniche dei giorni scorsi.

Il Cile è oggi uno dei paesi sudamericani con i più alti livelli di disuguaglianze e, secondo il rapporto della Banca Mondiale del 2016 il settimo paese più diseguale al mondo. Il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il salario minimo (fissato nel 2019) ammonta a 375 euro lordi mensili e i prezzi sono troppo elevati per permettere una vita dignitosa; il sistema di tassazione ha esplicite caratteristiche regressive; l’istruzione pubblica è tra le più costose del continente americano; i servizi pubblici e il welfare sono bassi a causa della forte impronta liberista che ancora permea lo stato cileno e la sua stessa costituzione; altissimo il livello dell’indebitamento privato, surrogato dell’assenza di uno stato sociale universalistico; elevata l’esposizione all’estero e la dipendenza economica e geopolitica dagli Stati Uniti e dal dollaro. È in questo drammatico contesto di disuguaglianze sociali, di assenza di servizi e di diffusa povertà che una goccia ha fatto traboccare un vaso già pieno da anni. Un aumento del costo del biglietto della metro stabilito dal governo Piñera e giustificato come risultato indiretto dell’aumento del prezzo del petrolio e del valore del dollaro, è stata la scintilla che ha esasperato lo scontento sociale scatenando la rivolta nelle strade di Santiago e di altre città del paese.

Il 21 ottobre è stato annunciato il ritiro della misura contestata, ma le proteste, e la conseguente repressione brutale, sono continuate generalizzandosi e assumendo il carattere di una vera e propria rivolta contro il neoliberismo. Slogan, messaggi e uno spirito unitario che non si vedeva dagli anni immediatamente successivi alla dittatura si sono centrati tutti su un unico obiettivo chiaro e semplice che trascende la breve esperienza del governo in carico: basta neo-liberismo. Dopo 46 anni di governi neoliberali, coperti di diversi panni, i nodi in Cile sembrano venire al pettine.

La storia del Cile ci mostra tristemente la vera natura del capitalismo. Il capitale ha un unico obiettivo: l’accrescimento continuo del profitto. Quando può ottenerlo senza resistenza da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni di avanguardia, un contesto di apparente calma sociale fa da sfondo al sotterraneo processo di sfruttamento. I profitti aumentano, i lavoratori si immiseriscono, i ribelli e i contrari sono facilmente isolati socialmente e culturalmente. La violenza è inutile, perché la repressione è attuata tramite i media e l’egemonia culturale. Una situazione del genere si ha al momento in Europa.

Succede però che alla lunga l’inganno non funziona più ed allora le popolazioni e i lavoratori protestano, come in Cile. La televisione e i giornali non bastano più a dire che va tutto bene, che la povertà non esiste e che è giusto che i ricchi siano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Le masse sono determinate, esauste e le loro proteste mettono in crisi il sistema. Ed è a quel punto che scatta la violenza, la repressione, gli omicidi, le torture, le violenze sessuali, i desaparecidos. Non esiste dunque un capitalismo buono, ma un capitalismo che presenta varie facce a secondo del luogo e del momento storico. Ma il nemico è sempre il medesimo con il medesimo obiettivo: il profitto, il profitto, il profitto... a costo di sfruttare, a costo di ingannare, a costo di corrompere, a costo di uccidere, a costo di distruggere e inquinare il mondo, a costo dell’orrore.

Per avere un’idea più concreta di quanto sia accaduto e stia accadendo in Cile riportiamo di seguito un importante contributo di cronaca dei giorni di protesta e repressione scritto da una compagna argentina.

Cile: una democrazia in crisi e le risposte degne di una dittatura

Da tre settimane il Cile è al centro dell’attenzione della stampa internazionale tradizionale e, soprattutto, dei media alternativi. L’innesco di tale attenzione è stata la proclamazione dello ‘stato di emergenza’ e del ‘coprifuoco’, che ha consentito alle forze armate di prendere possesso della sicurezza in tutto il paese. Esiste un’importante distinzione nel tipo di narrazione e copertura degli eventi che ogni tipo di media svolge: da un lato, i media egemonici preferiscono concentrarsi sull’apparente violenza dei manifestanti; dall’altro, i media alternativi, i social network e le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono allarmati dalla situazione irregolare di violenza da parte dello Stato e dalla violazione dei diritti umani verificatasi durante la repressione condotta dal governo cileno.

La scintilla iniziale, nata come risposta del movimento studentesco contro l’aumento del biglietto della metropolitana, ha avuto origine con una richiesta di evasione di massa in diverse parti della città di Santiago per una settimana. E continua ancora oggi con centinaia di migliaia di manifestanti per le strade di diverse città del paese. Questa chiamata alla piazza è stata seguita non solo dagli studenti, ma in modo straordinario dall’insieme della società cilena che versa in una condizione di profondo malcontento e crisi sociale, economica e politica. In risposta alla protesta di massa, il governo di Sebastián Piñera ha dato luogo ad una dura repressione, con un gran numero di truppe delle forze speciali della polizia in uniforme a guardia delle stazioni. Ciò ha raggiunto il vertice con la dichiarazione dello ‘stato di eccezione’ di venerdì 18 ottobre e con il presidente Sebastián Piñera che, di fatto, ha dichiarato guerra al suo stesso popolo.

Tuttavia, le misure repressive del governo cileno non sono riuscite a frenare il potere di mobilitazione che la società cilena ha dimostrato nelle ultime settimane. I cileni hanno risposto nei giorni seguenti al coprifuoco e allo ‘stato di eccezione’ con migliaia di manifestanti per le strade. Opal Press, uno dei mezzi di comunicazione alternativi impegnato in una campagna di contro-informazione attiva e di denuncia dei gravi casi di violenza e abuso dei diritti umani da parte delle forze armate, riferisce:
L’occupazione delle strade da parte dell’esercito, invece di intimidire il popolo di Santiago, ha moltiplicato il suo sdegno. Pertanto, nonostante il fatto che più di un militare miri alla gente, i manifestanti si avvicinano a loro, scattano fotografie e li invitano a tornare in caserma. Ma le forze di guerra invece di andarsene provocano i cittadini eseguendo esercitazioni di guerra nella Plaza Italia della capitale cilena.
Lo scorso 25 ottobre oltre un milione di persone hanno partecipato alla più grande manifestazione in Cile dal ripristino della democrazia negli Alamedas di Santiago, la capitale cilena. Ci sono accuse molto gravi di violazioni dei diritti umani, come la detenzione irregolare di tre rappresentanti del movimento studentesco cileno, che sono stati arbitrariamente detenuti mentre si trovavano all’interno di una casa, picchiati, insultati e rilasciati ore dopo grazie alla pressione esercitata dai video registrati al momento dell’arresto e della denuncia dei movimenti studenteschi.

Un altro caso che dimostra la violenza dell’esercito cileno è stata la detenzione dello studente di medicina Josué Maureira, che lo scorso 21 ottobre si trovava nelle vicinanze di un supermercato durante il coprifuoco. Joshua racconta che si era avvicinato al luogo dove lo avrebbero poi fermato poiché aveva sentito la richiesta di aiuto da parte di una persona in gravi condizioni. Tuttavia, non arriverà sul posto perché gli agenti di polizia lo fermeranno prima. Il ragazzo è stato picchiato in malo modo e lo hanno anche costretto a confessare la sua omosessualità e poi aggredito sessualmente con oggetti diversi, diventando così uno dei casi più gravi di tortura sessuale segnalati finora. Ci sono almeno tre denunce presentate dall’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (NHRI) delle donne che sono state aggredite sessualmente durante gli arresti durante queste settimane di proteste. L’NHRI e la Settima Corte di Garanzia di Santiago hanno ricevuto un’ondata di denunce per violazioni dei diritti umani commesse da agenti di polizia o dell’esercito. Ma le irregolarità continuano e addirittura non è stato dato il permesso ai rappresentanti dell’NHRI di entrare nei centri sanitari durante i giorni delle proteste.

Dopo che il governo di Sebastián Piñera ha rimosso lo stato di eccezione a seguito dell’enorme mobilitazione del 25 ottobre, è stata mandata nel paese una Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, guidata da Michelle Bachelet, ex presidente della Nazione, oltre al comitato di crisi dell’organizzazione di Amnesty International che conduce un’indagine formale e che sta monitorando centinaia di denunce di violazioni dei diritti umani. Il commissario delle Nazioni Unite ha tenuto un incontro con l’NHRI lo scorso giovedì 31 ottobre al fine di esaminare le denunce di violazioni dei diritti umani in Cile durante lo stato di emergenza. Attualmente, le cifre ufficiali parlano di almeno 18 morti, il numero di detenuti è salito a 898 nella regione metropolitana e a 1512 nelle altre regioni. Secondo i rapporti compilati dall’NHRI, 210 persone sono state colpite da proiettili e ci sono state 8 denunce di violenza sessuale.

Ora, dopo questa tragica panoramica di ciò che il Cile sta vivendo, la domanda che si pone è quale sia la forza che mobilita il popolo cileno che, lungi dal temere la repressione brutale, ha continuato a manifestare pacificamente. Qui risuona uno degli slogan più ripetuti nelle manifestazioni: “Non sono i 30 pesos, sono 30 anni“, in riferimento ai 30 pesos di aumento del biglietto della metro e in riferimento ai 30 anni di governi neoliberisti post-dittatura.

Il popolo cileno ci ha riempito di speranza con il suo risveglio, i discorsi dei giovani protagonisti di questa lotta che non finisce, ci hanno invitato a pensare che un mondo migliore è possibile e che in America Latina continuiamo a combattere contro il neoliberismo.

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