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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2026

Israele continua ad espandere l’influenza sionista in tutta l’America Latina

L’influenza sionista in America Latina e nei Caraibi è sempre maggiore. Ciò non è dovuto solo all’apertura di possibilità per le relazioni politiche, economiche e militari, che “Israele” è riuscito a realizzare con l’aiuto del suo socio fondamentale, gli Stati Uniti, ma anche a un’audace manovra di pressione e cooptazione di leader e alti funzionari in vari paesi.

Ogni comunità ebraica lavora instancabilmente su queste persone, facendo lobbying, instaurando relazioni di interesse e, in alcuni casi, “facendo pressione su coloro che non si rendono conto dell’importanza che ‘Israele’ riveste nel mondo”, come affermato da un dirigente di un’organizzazione sionista in Colombia.

Il caso di maggior rilevanza della presenza israeliana in America Latina è l’Argentina, che ha acquisito un’importanza vitale per l’espansionismo sionista. Sebbene in Argentina l’adesione al pensiero di Theodor Herzl (il creatore della dottrina sionista) sia sempre stata elevata all’interno della comunità ebraica, negli ultimi anni questa si è intensificata, sia attraverso una piena adesione, sia tramite un’imposizione quasi mafiosa nei confronti di coloro che non si sottomettono ai dettami di organizzazioni dichiaratamente filo-israeliane.

Dal 2023, con l’arrivo al potere di Javier Milei, il rapporto tra Argentina e “Israele” ha compiuto un salto di qualità epocale. Milei si vanta di essere “il primo e più importante presidente sionista” del continente e ha stretto legami profondi con “Tel Aviv”, applaudendo senza vergogna le azioni genocidarie del governo Netanyahu e recandosi ripetutamente in “Israele” per stipulare ogni genere di accordi commerciali, militari e di intelligence.

Non è un caso che molti analisti considerino Buenos Aires, in Argentina, una seconda “Tel Aviv”, dove l’ambasciata e le entità della “comunità” ebraica svolgono un ruolo decisivo nell’attuazione delle strategie del governo argentino, tanto quanto, se non di più, di quello che è il rapporto di Milei con gli USA.

Il culmine dei gesti simbolici in tal senso è stato il giuramento di fedeltà, pronunciato sulla Torah, dell’ex ministro degli Esteri Gerardo Werthein. Oltre ai ripetuti acquisti di armi e agli scambi di istruttori, iniziati pienamente quando l’ex ministra della Sicurezza Patricia Bullrich si è recata a “Tel Aviv”, ha indossato l’uniforme dell’esercito di occupazione e si è esercitata al tiro con ufficiali israeliani, si aggiungono le varie operazioni promosse dall’imprenditore Mario Montoto della Camera di Commercio argentino-israeliana.

Tra le iniziative più recenti di entrambi i governi spicca la firma e l’attuazione degli “Accordi di Isacco” per approfondire la cooperazione in materia di difesa, intelligence e sicurezza, non solo per l’Argentina ma per il resto del continente. Non è un caso che “Israele” abbia designato Buenos Aires come suo centro operativo regionale.

Questi “accordi” sono simili agli “Accordi di Abramo” che “Israele” ha imposto ai paesi del Medio Oriente che non solo hanno “normalizzato” le loro relazioni con l’entità sionista, ma continuano anche, in mezzo ai massacri contro la popolazione civile palestinese e libanese, a vendere o acquistare armi e ogni genere di rifornimenti al governo Netanyahu.

Un altro elemento da considerare riguardo all’espansionismo sionista in Argentina è la presenza della compagnia idrica statale israeliana Mekorot, arrivata nel paese grazie ad accordi vergognosi firmati dall’ex ministro “progressista” Wado de Pedro (durante l’amministrazione di Alberto e Cristina Fernández). Ora, grazie alla servile collaborazione dei governatori, questa azienda sionista di punta si è istituzionalizzata in tutto il paese.

Un altro aspetto da considerare quando si discute della presenza sionista in Argentina è la lenta ma costante incursione di coloni-soldati israeliani in Patagonia, che ha già suscitato allarme diffuso nella regione. Naturalmente, il loro insediamento in questo territorio ha il via libera del governo sionista-fascista di Milei e la palese complicità sia dei governatori filogovernativi che dell'“opposizione” peronista.

Tra gli sviluppi più recenti e gravi in tal senso vi è l’apertura di un consolato israeliano a Ushuaia, che coprirà tre punti geostrategici: la Terra del Fuoco, l’Antartide argentina e le Isole Malvine.

La compagnia israeliana Navitas Petroleum è presente da tempo nelle Isole Malvine, dove guida lo sfruttamento petrolifero attraverso il progetto Sea Lion (Leone Marino), in collaborazione con la società britannica Rockhopper Exploration. Il progetto si trova a circa 220 km a nord delle isole, con l’intenzione di iniziare le trivellazioni e l’estrazione commerciale di petrolio greggio intorno al 2028.

I paesi confinanti con l’Argentina non sono da meno nei loro rapporti con l’entità sionista. Nel caso del Paraguay, sotto l’amministrazione del presidente di estrema destra Santiago Peña, il paese ha mantenuto una posizione di totale sottomissione a “Israele”, trasferendo ufficialmente la propria ambasciata a Gerusalemme.

Per quanto riguarda gli accordi bilaterali, entrambi i paesi hanno formalizzato la cooperazione in aree strategiche come la difesa, la diplomazia e l’intelligenza artificiale, nonché programmi di scambio tecnico per una gestione efficiente delle risorse idriche e per lo sviluppo del Chaco paraguaiano.

In termini di scambi commerciali: esistono importanti accordi che hanno dato impulso a settori chiave come l’esportazione di carne paraguaiana verso il mercato israeliano, oltre a borse di studio e tirocini annuali per professionisti paraguaiani che desiderano formarsi in “Israele” nei settori dell’innovazione e della medicina.

Nel settore militare e di polizia, consulenti israeliani frequentano la nazione guaranì offrendo corsi di formazione che culminano in viaggi nei territori palestinesi occupati per consentire agli ufficiali dell’esercito di partecipare a esercitazioni a fuoco reali.

Da parte sua, la società idrica Mekorot è coinvolta in progetti tecnici e infrastrutturali in Paraguay dal 2014. Il suo progetto più importante si è concentrato sulla costruzione di un impianto di trattamento a Piquete Cué, Limpio (con un costo stimato di 228 milioni di dollari) per fornire acqua potabile a Limpio, San Lorenzo, Luque e Mariano Roque Alonso.

Per quanto riguarda il Cile, l’attuale governo del nazifascista José Antonio Kast sta pianificando nuovi meccanismi di cooperazione con “Israele” in materia di sicurezza, difesa e intelligence. Di recente, l’ambasciatore cileno a “Tel Aviv”, Gabriel Zaliasnik, ha incontrato il vice consigliere del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, Joseph Draznin, e il Ministro per la Diásora e la Lotta all’Antisemitismo, Amichail Chikli, con i quali ha esaminato le linee di collaborazione strategica, oltre agli scambi tecnologici e militari proposti da Draznin.

L’incontro con Chikli ha riguardato potenziali programmi di addestramento “in risposta a minacce alla sicurezza, violenze mirate ed emergenze in caso di disordini interni o disastri”. È stato inoltre posto l’accento sulle iniziative relative alla lotta all’antisemitismo, lo slogan che il sionismo ripete in tutto il mondo per esercitare una censura totale su qualsiasi critica alle sue azioni genocidarie contro la Palestina e il mondo arabo e persiano in generale.

Nel caso della Bolivia, dove i governi del Movimento Al Socialismo (MAS) avevano preso la coraggiosa posizione di interrompere le relazioni con “Israele” e offrire pieno sostegno al popolo e alla Resistenza Palestinese, tutto ha preso una piega regressiva con l’arrivo al potere di Rodrigo Paz.

Con la funzione di nuova marionetta dell’impero statunitense nella regione, Paz non solo ha immediatamente ristabilito le relazioni diplomatiche con l’entità sionista, ma ha anche avviato iniziative di cooperazione bilaterale in ambito commerciale e politico-militare, come fanno tutti i paesi che si sottomettono all’influenza sionista.

Inoltre, è stato deciso di eliminare l’obbligo del visto per i turisti israeliani e di portare avanti progetti nel settore delle tecnologie idriche, con il reinserimento, ancora una volta, della società statale israeliana Mekorot.

Da parte sua, Panama ha storicamente sostenuto “Israele”, essendo uno dei pochi paesi latinoamericani a non riconoscere lo Stato di Palestina. Inoltre, i due paesi condividono un trattato di libero scambio (TLC) in vigore dal 2020 e mantengono relazioni commerciali, tecnologiche e militari, inclusa la condivisione di sofisticati strumenti di intelligence.

Nel maggio 2026, i due governi hanno firmato un memorandum d’intesa per il trasferimento di conoscenze e l’attuazione di progetti tecnologici, agricoli e di gestione delle risorse idriche. Panama e “Israele” collaborano inoltre attraverso l’Agenzia di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo di “Israele” (MASHAV), formando centinaia di professionisti panamensi.

Il documento è stato firmato dal Ministro degli Esteri panamense Javier Martínez-Acha e dall’Ambasciatrice israeliana a Panama, Mattanya Cohen, la quale ha affermato che questo accordo è un o dei risultati diretti della visita del Presidente di “Israele” Isaac Herzog, avvenuta il 6 maggio, la sua prima visita a Panama da quando è entrato in carica.

È opportuno sottolineare che la comunità ebraica panamense costituisce una potente forza di pressione, motivo per cui l’attuale presidente, José Raúl Mulino, mantiene stretti legami con la sua dirigenza.

L’ambasciata di “Israele” a Panama attribuisce inoltre al Paese centroamericano un contributo “storico” alla creazione dell’Aeronautica militare israeliana, che da quel momento in poi ha contribuito a ciò che accade da decenni: i continui bombardamenti contro la popolazione civile palestinese, estendendo questi attacchi aerei a Libano, Iran, Siria, Yemen e a tutti i Paesi che osano opporsi all’imperialismo sionista.

Per quanto riguarda l’America Centrale, Guatemala e “Israele” mantengono una relazione diplomatica, storica e commerciale estremamente stretta. Il Guatemala è stato il primo Paese a riconoscere ufficialmente lo “Stato di Israele” e il secondo a votare a favore della sua creazione alle Nazioni Unite nel 1947.

Questa alleanza è formalizzata da un Trattato di Libero Commercio (TLC) in vigore dal 2024. L’ambasciatore guatemalteco Jorge García Granados ha svolto un ruolo decisivo nella creazione di “Israele”, e alcune strade dell’entità sionista portano il suo nome in suo onore. Inoltre, il Guatemala è stato il secondo Paese al mondo (dopo gli USA) a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme nel 2018.

Nel marzo 2024 è entrato in vigore in Guatemala un Accordo di Libero Scambio che ha incrementato le esportazioni agricole e la cooperazione in ambito tecnologico, di sicurezza informatica e di addestramento militare.

È importante sottolineare la forte influenza del sionismo cristiano in Guatemala, un’affinità in gran parte alimentata dalle comunità evangeliche, che consolida il Paese centroamericano, insieme a USA e all’Argentina attuale, come uno dei Paesi più filo-israeliani al mondo.

Questo nonostante il fatto che “Israele” sia fortemente coinvolto con il governo militare del Guatemala, soprattutto dopo che il presidente statunitense Jimmy Carter tagliò la maggior parte degli aiuti militari statunitensi al Guatemala nel 1977 a causa delle sue note violazioni dei diritti umani.

A quel tempo, “Israele” sostituì con entusiasmo gli Stati Uniti, diventando il principale fornitore di armi del Guatemala. Nel 1980, l’esercito fu completamente riequipaggiato con fucili Galil (di fabbricazione israeliana) al costo di sei milioni di dollari, armi che furono utilizzate per perpetrare un vero e proprio genocidio nel paese centroamericano.

Tra tutte le atrocità commesse dall’entità sionista in Guatemala, un esempio doloroso e impunito spicca: il 6 dicembre 1982, commando addestrati da “Israele” rasero completamente al suolo il villaggio di Dos Erres dopo aver sparato, torturato e violentato più di duecento abitanti.

Secondo una equipe investigativa delle Nazioni Unite: “Tutte le prove balistiche recuperate corrispondevano a frammenti di proiettili di armi da fuoco e bossoli di fucili Galil fabbricati in Israele”.

Il generale Benedicto Lucas García, capo di Stato Maggiore dell’esercito guatemalteco responsabile dei raid genocidi, ha ringraziato Israele per “la consulenza e il trasferimento di tecnologia elettronica” durante la cerimonia di inaugurazione della Scuola di Trasmissioni ed Elettronica dell’esercito guatemalteco.

Per quanto riguarda El Salvador, un altro Paese che negli anni ’70 e ’80 ha ricevuto armi e consulenza militare da Israele per perpetrare un altro genocidio contro la propria popolazione, le attuali relazioni del governo di Nayib Bukele sono più che strette, a dimostrazione del sostegno del Paese centroamericano a “Israele” nei forum internazionali e della sua attiva promozione del turismo religioso.

A tal proposito, recentemente, delegazioni salvadoregne hanno partecipato a forum, come il congresso “Terra della Fede Viva, El Salvador 2026”, per rafforzare il settore del turismo religioso in collaborazione con il Ministero del Turismo di “Israele”.

L’attuale dittatore, Bukele, ha sempre mantenuto stretti rapporti con “Israele”, anche durante il suo mandato come sindaco della capitale salvadoregna per il FMLN. Durante il suo primo viaggio a Tel Aviv, lui, di origine palestinese, si è compiaciuto di esprimere ammirazione per la “democrazia israeliana” e di affermare che sua moglie era di origine ebraica sefardita.

In quell’occasione, espresse la sua “felicità” di visitare il Paese, che da 76 anni conduce operazioni di sterminio contro il popolo palestinese, e fu fotografato mentre pregava al Muro del Pianto o visitava Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di “Israele”.

Successivamente, dopo la sua vittoria presidenziale nel 2019, condivise un’altra immagine di sé allo stesso Muro e, nello stesso anno, annunciò una donazione di tre milioni di dollari alla Fondazione Gerusalemme, che promuove lo sviluppo nella capitale di “Israele”.

Un altro Paese che non è da meno nell’esprimere le sue “ottime relazioni” con un governo come quello di Netanyahu, composto da criminali contro l’umanità, è il Costa Rica. I suoi legami si sono intensificati dopo la firma di un Trattato di Libero Commercio (TLC) che elimina il 90% dei dazi doganali e mira a incentivare settori come la tecnologia agricola, i dispositivi medici e l’agricoltura. Inoltre, il governo costaricano sta procedendo con il trasferimento della propria ambasciata a Gerusalemme.

Con l’arrivo al potere della presidente di estrema destra Laura Fernández Delgado, il processo di subordinazione del Costa Rica a Tel Aviv si è intensificato, soprattutto dopo l’incontro del maggio 2026 in cui Fernández ha promesso al presidente israeliano Herzog, responsabile del genocidio, la sua intenzione di elevare lo status della missione diplomatica costaricana a Gerusalemme a quello di ambasciata.

Infine, vale la pena notare che, in una nuova offensiva sionista contro l’America Latina e i Caraibi, i recenti eventi legati al doppio terremoto in Venezuela hanno permesso al governo israeliano di inviare una missione di “soccorso”, diretta e monitorata dal nuovo ambasciatore sionista in Messico, Yoed Magen, con il supporto del rabbino della comunità ebraica locale, Yitzhak Cohen.

Approfittando così della difficile situazione in Venezuela, due missioni di “soccorso” dei coloni e di specialisti militari sionisti del Comando del Fronte Interno delle Forze di Difesa di “Israele” sono giunte a Caracas. Queste missioni, insieme a funzionari del Ministero degli Affari Esteri, hanno svolto numerose attività. Alcuni erano impegnati in operazioni di “salvataggio”, mentre altri – personale militare e diplomatico – si concentravano sul rafforzamento dei legami tra i due Paesi.

È importante ricordare che “Israele” e il Venezuela non intrattengono relazioni diplomatiche da quando l’allora presidente Hugo Chávez interruppe i rapporti con il governo sionista all’inizio del 2009, in segno di protesta contro la criminale Operazione Piombo Fuso contro il popolo palestinese. Chávez rafforzò anche le relazioni con l’Iran, una politica proseguita sotto la presidenza di Nicolás Maduro, ora sequestrato dagli USA.

In questo modo, la delegazione israeliana ha cercato di attenuare le accuse di genocidio e altre pratiche criminali perpetrate giorno dopo giorno, ora dopo ora, contro palestinesi, libanesi e, recentemente, anche contro iraniani. Si tratta di un regime abituato a uccidere senza pietà, come ha fatto con le ragazze della scuola iraniana di Minab, o con le decine di migliaia di bambini nella Palestina occupata.

Tuttavia, in queste tragiche circostanze in Venezuela, hanno ricevuto, come è accaduto a tutti i soccorritori di vari paesi, il premio “Eroi del Venezuela”, conferito loro dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez, con la quale si sono incontrati.

Come si evince da questa sintetica panoramica, “Israele”, attraverso la sua diplomazia politico-militare, non si ferma mai e continua ad espandere l’influenza del sionismo e della sua dottrina di morte in tutto il continente.

Naturalmente, sfrutta la strada aperta dai governi di estrema destra e fascistoidi che attualmente controllano diversi paesi, ma si infiltra anche nei governi progressisti, sfruttando contraddizioni interne o evidenti debolezze.

Nell’ambito delle sue campagne di cooptazione, Israele è già riuscito a imporre, in numerosi Paesi, persino a livello di progetto di legge, la definizione ufficiale di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo la quale “antisemitismo e antisionismo” sono la stessa cosa, consentendo così ai governi filo-sionisti di reprimere qualsiasi espressione di critica nei confronti delle atrocità israeliane. Questo sta già accadendo in America Latina e in Europa.

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18/07/2025

Le nuove guerre dei contractors Usa

A supportare le deportazioni di immigrati illegali voluta dal presidente Trump, Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater e fornitore di servizi militari e di sicurezza privati, da febbraio è tornato prepotentemente a far parlare di sé. «Come una sorta di ambasciatore ombra, facilitatore o apripista» il sospetto di Pietro Orizio in Analisi Sicurezza.

El Salvador, Ecuador, Congo, Haiti

In El Salvador a progettare il trasferimento di immigrati illegali dalle galere al CECOT, la prigione lager antiterrorismo; in Ecuador a sostenere la lotta al narcoterrorismo; in Repubblica Democratica del Congo a proteggere le risorse minerarie; ad Haiti a condurre operazioni militari contro le gang che imperversano nel Paese.

El Salvador e la super Guantanamo

Ad aprile il quotidiano statunitense Politico è entrato in possesso di una nuova proposta presentata da Erik alla Casa Bianca: il trasferimento di migliaia di immigrati illegali con precedenti penali dalle strutture di detenzione statunitensi al CECOT, carcere di massima sicurezza di Tecoluca, El Salvador. Piano logistico compreso. «Trasferire ‘100.000 tra i peggiori criminali’ in El Salvador, passando per un campo di detenzione intermedio con una capacità di 10.000 persone». Prevista la conversione di parte della struttura carceraria salvadoregna in territorio americano. Guantanamo alla rovescia. Versione ‘moderata’ del dispiegamento di un esercito di agenti privati per arrestare e deportare 12 milioni di immigrati legali, per 25 miliardi di dollari.

Ecuador e la narco-violenza

L’Ecuador al primo posto per numero di omicidi in America Latina nel 2023. A marzo il presidente Daniel Noboa ha arruolato l’esercito privato di Erik Prince nella lotta al narcoterrorismo e la protezione delle acque nazionali dalla pesca illegale (i trasporti di droga). A maggio, ‘studio e valutazione di un’offerta presentata da Prince’. Senza fornire ulteriori dettagli o indicazioni, annunciato il dispiegamento dei contractor a partire da luglio.

Repubblica Democratica del Congo

Ricchissima di giacimenti di rame, cobalto, litio e coltan, la Repubblica Democratica del Congo è dilaniata da decenni di scontri nella sua parte orientale. Prince avrebbe stipulato un accordo con Kinshasa per la protezione di giacimenti e riscossione delle tasse collegate. Ad aprile la presidenza aveva ammesso la firma di un accordo con Erik Prince, senza precisare il numero di effettivi né le località di dispiegamento. Mentre Erik Prince risulta impegnato nel reclutamento di ex soldati francesi; in particolare della Legione Straniera.

Il Prince africano

Nel 2017 un alto dirigente della Frontier Services Group – allora di proprietà di Erik Prince – ed alcuni partner dell’ex presidente congolese, Joseph Kabila hanno fondato la Congo Gold Raffinerie (CGR) a Bukavu. Nel 2023, l’ONU ha accusato Prince di aver proposto l’invio di 2.500 mercenari latinoamericani provenienti da Colombia, Messico e Argentina nel Kivu Nord, per proteggere le miniere e fermare l’avanzata dei ribelli. Nel Paese, hanno recentemente subito cocenti sconfitte i romeni di due PMSC (Private Military & Security Companies; Compagnie Militari e di Sicurezza Private) facenti capo all’ex legionario transilvano, Horatiu Potra: Agemira e Asociata RALF.

L’inferno di Haiti

La situazione di Haiti, già da tempo disastrosa, si è ulteriormente aggravata nel 2021, con l’assassinio del presidente Jovenel Moïse da parte di mercenari colombiani. E lo scorso anno alcune delle bande armate si sono unite in una coalizione chiamata Viv Ansanm e hanno intensificato le violenze. Tanto che, le Nazioni Unite hanno avvertito che la capitale, Port-au-Prince rischia di cadere sotto il loro completo controllo. Tutto ciò, mentre la missione internazionale guidata dal Kenya ha sostanzialmente mancato il raggiungimento dei suoi obiettivi e la polizia haitiana, sottodimensionata e mal equipaggiata, non riesce a tenere testa ai criminali. Popolazione ed istituzioni, si sono dichiarati favorevoli a misure estreme e a qualsiasi aiuto dall’estero.

Contractors seminascosti e droni

E così, dei contractor americani, tra cui Erik Prince, avrebbero stipulato un contratto con il Governo per impiegare droni commerciali, armati con ordigni esplosivi per eliminare esponenti delle gang. Per l’organizzazione dei diritti umani RNDDH, da marzo a fine maggio gli attacchi dei droni avrebbero ucciso circa 300 persone. Tra queste non vi sarebbero vittime civili, ma la scarsa trasparenza delle autorità e la difficoltà di accedere alle zone colpite non consentono bilanci credibili. Oltre ai droni, Prince prevederebbe la mobilitazione di 150 veterani americani di origini haitiane e caraibiche da inviare sul campo. Polemiche politiche sui legami di Erik Prince con l’amministrazione Usa. Prince avrebbe rivelato l’intenzione di trasferire uomini da El Salvador ad Haiti, insieme a tre elicotteri d’attacco e di aver già spedito loro un grosso carico di armi nel Paese. Infine, il suo obiettivo finale sarebbe quello di accaparrarsi anche la gestione di dogane, trasporti, riscossione delle tasse e altri servizi necessari alla stabilizzazione del Paese.

Mercenari dolorosi

Quella di Haiti con i contractor -dettaglia Orizio-, è una convivenza di lungo corso non sempre indolore. Quando gli americani hanno riportato al potere l’ex presidente Jean-Bertrand Aristide nel 1994 dopo essere stato deposto da un sanguinoso colpo di stato militare, della sua sicurezza è stata incaricata la Steele Foundation di San Francisco. Contractor hanno operato nel post-terremoto del 2010. I colombiani che nel 2021, al soldo della società americana CTU Security LLC, hanno assassinato il presidente Moïse. Ora la canadese GardaWorld che nel maggio dell’anno scorso si è aggiudicata un contratto da 30 milioni di dollari per supportare la missione di polizia internazionale guidata dal Kenya. Con il Cremlino che s’è proposto col gruppo Wagner.

Prince braccio armato nascosto di Trump?

Dopo l’insediamento di Trump a gennaio, Erik Prince, nel suo podcast, annunciava che per gli Stati Uniti era giunto il tempo di riprendersi il ruolo imperiale e l’influenza militare ed economica in Africa e Sudamerica. Due continenti che sono sicuramente importanti per Washington, in cui i suoi principali concorrenti hanno una consolidata presenza, sia diretta con truppe e funzionari, che attraverso le proprie PMSC: Gruppo Wagner, Afrika Corps, Redut e Bear russe o le varie PSC (Compagnie di Sicurezza) cinesi.

Sean Mcfate, ex contractor, professore ed esperto del mondo delle PMSC ad affermare: «vale sempre la pena osservare dove si muove Prince, perché è un indicatore di dove, secondo lui, potrebbe finire Trump per cercare sempre di trarne profitto».

Aiuti ai leader amici, peggio per i nemici

Stabilizzazione di Paesi con alti tassi di criminalità attraverso il supporto a leader amici, addestramento delle Forze di Sicurezza, controllo delle acque territoriali, e, addirittura, partecipazione diretta ad operazioni. Per non parlare, al contrario, della destabilizzazione di governi ostili. Si pensi al Venezuela. Nel 2019 Prince aveva proposto un piano per rovesciare il presidente Maduro utilizzando dei mercenari. L’anno successivo diversi ex militari statunitensi e latinoamericani della società Silvercorp USA hanno lanciato l’Operazione Gedeón; un maldestro tentativo di golpe in territorio venezuelano.

In seguito alle controverse elezioni di luglio 2024 che hanno visto la rielezione di Maduro, Prince ha iniziato a sostenere un nuovo movimento di opposizione chiamato Ya Casi Venezuela (Il Venezuela è quasi qui). E ha lanciato una campagna per il finanziamento di una presunta operazione. Dopo settimane di raccolta fondi, però, il piano militare non è mai stato attuato.

‘Ambasciatore’ a mano armata

A seconda dei casi e del grado di ‘endorsement’ ottenuto da Washington, Prince ha assunto il ruolo di ambasciatore ombra, facilitatore e apripista, negoziando direttamente con i vertici dei vari Paesi. Inseguendo i propri interessi, ma anche quelli di Washington e, addirittura, anticipandoli.

Grazie allo status giuridico ambiguo e la mancata necessità di approvazioni parlamentari, queste realtà, un tempo ancillari ai governi, risultano oggi sempre più rilevanti per contesti così delicati come quelli analizzati.

Fonte

19/03/2025

Gli Usa delocalizzano anche le gang

Poche scelte come la deportazione di “immigrati pericolosi” riescono a chiarire il legame strettissimo tra politiche repressive interne e colonialismo di ritorno.

La mossa dell’amministrazione Trump di trasferire in Salvador – piccolissimo stato centroamericano – alcune centinaia di presunti membri di una gang composta principalmente da salvadoregni e venezuelani ha infatti mostrato una violenta torsione della “divisione dei poteri” all’interno della molto presunta “democrazia” Usa, ma anche illuminato sul rapporto che il regime di Trump intende stabilire con il resto del continente americano.

Di certo i membri della gang “Tren de Aragua” non sono agnellini innocenti che ispirino compassione, ma per facilitarne il trasferimento all’estero – aggirando la normativa ancora vigente negli Usa – lo staff trumpiano ha prima riclassificando questa banda di narcos come “organizzazione terroristica”, dimostrando una volta di più che certe parole non significano assolutamente nulla.

Poi ha proceduto al trasferimento – con l’ormai abituale scena di uomini in catene caricati su un aereo – nonostante un giudice federale avesse disposto di fermare l’operazione accogliendo il ricorso di cinque immigrati che si dichiaravano totalmente estranei alla gang.

Per farlo senza infrangere la legge, i “giuristi” del tycoon hanno invocato una legge del 1798 – l’Alien Enemies Act – applicata solo tre volte nella storia perché vale solo se il paese è in stato di guerra (l’ultima volta portò in carcere i cittadini di origine giapponese, dopo l’attacco di Pearl Harbour).

Il Salvador è guidato da Nayib Bukele, un reazionario fanatico che si ritiene persino spiritoso (ha postato un “oops, troppo tardi!” quando l’ordine del giudice è arrivato, ad aereo già partito), felice di ospitare il carcere più grande del continente, il famigerato Centro di Confinamento per il Terrorismo del paese, costruito per ospitare oltre 40.000 persone.

Bukele ha dichiarato che il trasferimento dei prigionieri faceva parte di un accordo con gli Stati Uniti, raggiunto dopo discussioni il mese scorso con il segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli Usa pagheranno una “modesta tariffa” di 6 milioni di dollari.

Le vie della delocalizzazione sembrano infinite. Dopo aver trasferito le aziende verso lidi con più basso costo del lavoro, si fa ora altrettanto con malavitosi di ogni genere.

Un dettaglio non è però sfuggito. I componenti della banda, si diceva, sono in parte salvadoregni, in parte venezuelani. E questi ultimi – se non ci fosse stata la spada di Damocle del giudice che rischiava di calare prima della partenza del primo aereo – erano destinati al paese della Rivoluzione Bolivariana. Con il quale non esiste alcun accordo di estradizione, anche se altri emigranti erano stati accolti in nome della cittadinanza.

Il governo venezuelano ha denunciato che la decisione del presidente degli Stati Uniti non è altro che una mossa distorsiva per criminalizzare i venezuelani all’estero.

Secondo il presidente venezuelano Nicolás Maduro, la presenza del Tren de Aragua negli Stati Uniti è una “falsa narrazione” creata dall’“ultradestra” per giustificare le politiche repressive sull’immigrazione e ha sottolineato che l’organizzazione criminale che operava in Venezuela era già stata “combattuta e sconfitta”.

“L’immigrazione venezuelana è il risultato delle sanzioni, non del crimine”, ha sottolineato Maduro.

Allo stesso modo, la corte federale degli Stati Uniti ha emesso l’ordine di impedire l’espulsione di chiunque soggetti dopo l’annuncio di Trump. Tuttavia, gli avvocati del governo hanno risposto che i due aerei che trasportavano i migranti erano già in volo e sono arrivati domenica al CECOT di El Salvador.

Il CECOT è il carcere di massima sicurezza che il governo Bukele nel Salvador ha costruito per rinchiudere i membri delle bande detenute nel quadro della sua “guerra” contro questi gruppi criminali lanciata quasi tre anni fa. Si trova in una zona rurale a 75 chilometri a sud-est di San Salvador.

Lunedì, in una conferenza stampa, il presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, Jorge Rodríguez si è espresso contro un ordine esecutivo stabilito dagli Stati Uniti il 14 marzo, che applica la “Legge sul Nemico Straniero” emanata da quel paese 227 anni fa, nel 1798: “Il governo degli Stati Uniti d’America ha firmato un proclama che entrerà nelle pagine della diplomazia internazionale e del diritto internazionale come segno di infamia, della barbarie, che può essere paragonata solo alle leggi razziali di Norimberga, con le quali la Germania nazista segregò un’intera popolazione”, ha detto Rodríguez.

Il presidente del parlamento venezuelano ha descritto questa azione come “assolutamente illegale, anacronistica che viola la dichiarazione universale dei diritti umani, la carta delle Nazioni Unite e tutte le convenzioni che sono state firmate tra i paesi sui diritti dei migranti e sul lavoro dei migranti. I venezuelani vengono rapiti, senza alcun tipo di processo, senza alcun tipo di difesa dei loro diritti elementari, dei diritti stabiliti dalle Nazioni Unite”, ha detto Jorge Rodríguez.

Ma sembra abbastanza evidente l’intenzione “strategica”: re-introdurre bande, narcotrafficanti, “gente di mano”, nei paesi che resistono all’imperialismo. In fondo non è difficile comprare killer a pagamento, se ti chiami Zio Sam, no?

Fonte

21/03/2024

El Salvador - Nayib Bukele vince ma perde la faccia

Mai aveva osato tanto l’appena riconfermato presidente di El Salvador, Nayib Bukele, postando un tweet dove assicura di “poter risolvere” la gravissima crisi in corso nella vicina Haiti, sconquassata dalle gang giovanili [vedi nota]. Sempre e quando, ha precisato, venga disposta una relativa “risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, condivisa dal governo haitiano”. Oltre che la “copertura delle conseguenti spese della missione”.

Uno spregiudicato azzardo, da esagerata considerazione di sé, che giunge solo due settimane dopo la partecipazione nel Maryland a una convention di conservatori trumpisti (in cui ha peraltro sconfessato il suo essere “né di destra né di sinistra”) dove Bukele si è avventurato a suggerire agli Stati Uniti: “fate come me” se volete salvarvi dal diffondersi della violenza e della criminalità.

Per esempio decretando lo “stato di eccezione”, ininterrottamente vigente dal 2022 in El Salvador e rinnovato proprio l’altro giorno, con la relativa sospensione delle garanzie costituzionali.

Il 42enne presidente Nayib ha costruito del resto la sua popolarità proprio da allora incarcerando oltre 78mila giovani delle pandillas che controllavano a suon di estorsioni le disperate periferie delle città. Certo, col risultato di far precipitare il tasso di omicidi per centomila abitanti. Ma convertendo al contempo El Salvador nel paese al mondo con la più alta percentuale di popolazione (l’1,4%) in galera; facendone costruire il penitenziario più grande (40mila detenuti).

Viene da chiedersi quanti di quei reclusi (dodicenni compresi) siano in realtà effettivamente colpevoli quando sottoposti a indagini e processi sommari e di gruppo. Con le varie entità internazionali (Amnesty in testa) a denunciare la sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Di cui sono rimasti vittima anche la società civile organizzata e i giornalisti della libera stampa, costretti via via ad abbandonare il paese. Come la giovane redazione di El Faro, primo periodico digitale dell’America Latina; e il suo direttore Carlos Dada.

In questo modo il “dittatore più cool”, come si autodefinisce Bukele, è assurto col suo esclusivo clan (pure familiare) a modello per altri neopresidenti ultrapopulisti del subcontinente, quali l’argentino Javier Milei o l’ecuadoriano Daniel Noboa.

La maratona elettorale

È in questo clima di militarizzazione di fatto del paese che si è tenuta in El Salvador la maratona elettorale iniziata con le presidenziali e parlamentari del 4 febbraio scorso e conclusasi il 3 marzo ultimo con il rinnovo di sindaci, consigli municipali e deputati al Parlamento Centroamericano.

Consultazioni dall’esito scontatamente in favore del partito Nuevas Ideas, oltre che del suo fondatore Bukele. Che per farsi rieleggere alla massima carica dello stato ha violato la carta magna che ne proibiva tassativamente la ricandidatura. Salvo autosospendersi e farsi sostituire fittiziamente negli ultimi sei mesi di mandato.

Paradosso vuole che quella che per Bukele avrebbe dovuto essere una trionfale e plebiscitaria riaffermazione si è convertita in un incredibile flop.

La sera di domenica 4 febbraio infatti, dopo appena due d’ore dalla chiusura dei seggi e con tanto di consorte al suo fianco, si era già solennemente affacciato dal balcone del Palacio Nacional autoproclamandosi vincitore con l’85% delle preferenze e facendo appena in tempo ad annunciare pure che il suo partito avrebbe ottenuto 58 deputati su 60.

Quando il sistema informatico di conteggio è andato in tilt senza mai più rifunzionare...

C’è voluta un’intera settimana perché arrivassero i risultati che lo sancivano di nuovo alla guida del paese con un 82%. Ma a quel punto “presunto”, visto che nel frattempo ai seggi e nella sede centrale dello scrutinio (invasi da militanti della sua organizzazione) si erano consumate infinite irregolarità: furti di urne, manomissione di schede e plateali inosservanze delle procedure.

Con gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani a segnalare la “mancanza di controlli da parte del Tribunale Supremo Elettorale (TSE)”, scavalcato dall’“atteggiamento dominante e intimidatorio dei rappresentanti di Nuevas Ideas”. E raccomandandosi di “correggere gli innumerevoli malfunzionamenti logistici”.

Solo alla vigilia dell’appuntamento delle amministrative, in extremis e a rischio che dovessero essere posticipate, è arrivato anche il verdetto delle parlamentari. Secondo il quale Nuevas Ideas avrebbe accresciuto il controllo dai due terzi ai tre quarti degli scranni (54 su 60) assicurando a Bukele la (in ogni caso) arbitraria subalternità del potere giudiziario sin qui goduta; potendo nominare, fra gli altri, Corte Suprema di Giustizia, Corte dei Conti e TSE.

Ma chi può garantire che quella super maggioranza sia stata reale? Pur senza voler mettere in discussione il successo di Bukele e del suo partito, che hanno ridotto ai minimi termini l’antico bipartitismo, con due seggi alla destra di ARENA e lo “zero” all’ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (tra le cui fila era stato peraltro eletto sindaco della capitale nel 2015 per poi esserne espulso).

E soprattutto, quanti salvadoregni sono andati effettivamente a votare? Il 52%, come sostiene l’entourage governativo? O, a fatica, il 40% come indicano più affidabili fonti indipendenti? O si sarebbe registrato addirittura un 71% di astensionismo (comprendendo schede bianche e nulle) come assicurano gli oppositori più critici (che ne chiedono l’annullamento)?

Non si saprà mai. Salvo comprendere, a posteriori, perché un preoccupato Bukele, ben prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale, fosse apparso in tv alla nazione esortando la popolazione a recarsi alle urne.

Insomma un gran caos del sistema elettorale, montato paradossalmente dal primo presidente millennial latinoamericano, iper twittero / informatico / digitale; ridotto a contare i voti manualmente, uno per uno. Mettendo in seria discussione la credibilità e il marcato consenso che gli davano i sondaggi della vigilia.

Spentisi i riflettori internazionali su presidenziali e legislative, l’ultimo oltre che relativamente meno importante (e seguito) appuntamento del tour de force elettorale [per i 44 sindaci e consigli comunali del Paese, e per i 20 deputati di El Salvador al Parlamento Centroamericano, ndr] si è svolto celermente e fornendo risultati più verosimili.

Innanzitutto per aver registrato un’affluenza ben al di sotto del 30%. E poi perché Nuevas Ideas ha ottenuto 13 su 20 seggi nell’assise centroamericana (invece dei 54 su 60 al parlamento nazionale). Così come ha conquistato il controllo diretto di “soli” 26 dei 44 comuni in palio. Anche qui tenendo conto che Bukele aveva drasticamente sforbiciato d’autorità il numero dei municipi che erano sempre stati 262, ridisegnando ad hoc i nuovi 44 collegi elettorali in funzione della propria formazione politica.

Ciò nonostante Bukele ha voluto ostentare forzatamente con orgoglio “il record della prima democrazia al mondo a partito unico”. Anche se il suo riconfermato vice, Felix Ulloa, in una precedente intervista al New York Times aveva parlato di “eliminazione della democrazia in El Salvador”. Che è poi la stessa cosa.

Oltre a enfatizzare suoi tratti reazionari un tempo pressoché sconosciuti. Come la strenua difesa della legge che proibisce qualsiasi tipo di aborto in El Salvador (con decine di giovani donne a scontare in carcere fino a trent’anni) e rilanciando ringalluzzito la messa al bando di ogni “ideologia di genere” nelle scuole.

Di fatto però lo sfoggio propagandistico di Bukele ha finito col tramutarsi nella sua nemesi, come ha sottolineato padre Rodolfo Cardenal, direttore del Centro Oscar Romero dell’Università Centroamericana dei gesuiti di San Salvador, anch’essa sotto il mirino dell’aspirante autocrate. Che “senza averne bisogno ha messo a repentaglio la propria popolarità con approssimazione, dilettantismo e delirio di potere; eccedendo nell’uso della manita (manina) come ai tempi dei passati regimi militari”.

Proprio lui che da “negazionista” ha definito gli storici accordi di pace fra esercito e guerriglia del 1992 (dopo dodici anni di sanguinosa guerra civile) “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”.

Così che dal primo giugno prossimo (data di reinsediamento per un secondo quinquennio) al campione dell’antipolitica Bukele, cui deve essere riconosciuto di aver risollevato i salvadoregni in quanto a sicurezza (ma al prezzo di un azzeramento dello stato di diritto) non resta che una sola alternativa per recuperare in affidabilità. Abolire innanzitutto la normalità dello “stato di eccezione”. Per poi darsi da fare per migliorare le miserie condizioni di vita dei salvadoregni, perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%.

E non certo ripartendo dai pacchi di alimenti (regalati dai cinesi) come ha fatto durante la recente campagna elettorale. O sottraendo a prestito dal fondo pensioni nazionale denari per l’erario pubblico. E men che meno ricorrendo a scorciatoie come l’aver dato corso dal 2021 (prima nazione al mondo) al bitcoin, investendovi impropriamente 105 milioni di risorse pubbliche in un mercato esclusivamente speculativo (pur attualmente in rialzo).

E soprattutto illudendosi che le rimesse familiari degli emigrati (che ammontano al 26% del pil) sarebbero entrate nel fraudolento circuito della criptomoneta. Con tanto di curioso gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.

Bensì introducendo finalmente qualche imposta diretta sui settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate. E varando salari minimi dignitosi. Per ridurre disuguaglianze sociali pazzesche sulle quali, nel suo primo mandato, non ha fatto pressoché nulla.

Altra raccomandazione gli è venuta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani con sede a Ginevra: “ripristinare la separazione dei poteri dello stato”.

Anche se, per ora, dopo aver criticato nel passato le pluri-postulazioni dei vicini Daniel Ortega in Nicaragua e dell’ex narcopresidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, Bukele si è solo limitato a promettere che non si ricandiderà per una terza volta. Gli basterà, assicura, “aver incamminato El Salvador in questo percorso di cambiamento irreversibile”.

Nota: Port au Prince e il resto di Haiti sono in balia di decine di gang armate che la scorsa settimana hanno fatto irruzione nel più grande carcere della capitale, liberando 4.500 detenuti. Con il primo ministro Ariel Henry che ha appena dato le dimissioni ed è riparato all’estero. Mentre le Nazioni Unite avrebbero disposto dall’ottobre scorso una missione multinazionale di sicurezza (capeggiata da militari del Kenya) che non è stata ancora dispiegata. Nel 2021 lo stesso presidente Jovenel Moise era rimasto vittima di un attentato.

Fonte

08/02/2024

Uno “spregiudicato” El Salvador alle urne

Il 16 gennaio 1992 a Città del Messico, con la mediazione dell’Onu, furono sottoscritti gli “Accordi di Pace di Chapultepec” che posero fine a 12 anni di sanguinosa guerra civile in El Salvador con un sostanziale pari e patta militare e un saldo di 75mila morti. Firmarono quell’intesa il presidente Alfredo Cristiani della Alianza Republicana Nacionalista (ARENA) partito della destra al governo, e la Comandancia General del Frente Farabundo Martì para la Liberación Nacional (FMLN). Il trattato dispose il pensionamento di 112 alti ufficiali dell’esercito; il disarmo della guerriglia e la sua trasformazione in partito politico; nonché la riorganizzazione di forze armate e polizia con l’inserimento in entrambe di ex combattenti guerriglieri.

Cominciò così a prendere forma un incipiente stato democratico mai sperimentato nel “Pulgarcito (pollicino) de America” come definì El Salvador il suo illustre poeta Roque Dalton. Nel ‘94 si tennero le prime elezioni libere, che confermarono ARENA alla guida del paese e alla quale toccarono tre mandati di fila (fino al 2009), cui seguirono due periodi del FMLN. Da allora non si sono registrati assassinii politici nello stato più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Con un fragile potere giudiziario che tentava via via di guadagnarsi una relativa indipendenza.

Ma alla stabilità politica non seguì un miglioramento delle misere condizioni di vita della popolazione. Con ARENA che, controllando anche l’Assemblea Legislativa, continuò a garantire gli interessi della storica oligarchia locale. Fino alla clamorosa adozione nel 2001 del dollaro come moneta ufficiale. E tantomeno attuando quella riforma agraria che gli accordi di pace avevano in qualche modo auspicato per superare il secolare schema coloniale “terratenientes versus peones”.

L’avvento delle maras

Pace dunque; ma con povertà e disuguaglianze sociali crescenti. Il che provocò un nuovo incremento dell’emigrazione (soprattutto verso gli Stati Uniti) già abbondantemente registratosi durante il conflitto. Cui seguì il sorgere di un nuovo fenomeno: le maras (bande giovanili). Nate già nel dopoguerra nei quartieri marginali di Los Angeles, si sono progressivamente rinfoltite in tutta la California (e non solo) coi figli dei migranti centroamericani. I quali, a partire dalla metà degli anni ’90 e una volta scontata una pena in un carcere degli states, venivano deportati a migliaia ogni anno nei loro paesi d’origine. In El Salvador, in un ambiente post conflitto assai precario e con una gran quantità di armi ancora in circolazione, trovarono le condizioni propizie per trapiantarvi le loro pandillas: la Salvatrucha e la Barrio 18, spesso in lotta fra loro.

Di lì il graduale diffondersi nelle periferie delle città fino al controllo di vaste aree in particolare della capitale San Salvador, imponendo la pratica generalizzata dell’estorsione. Col risultato di un’impennata della violenza e degli omicidi fino al tasso di 106 assassinii ogni centomila abitanti (dati del 2015). Fra i più elevati in America Latina e nel mondo senza che vi sia in corso una guerra. Insomma una tragica disputa fra poveri.

ARENA, scarsamente interessata al problema, che non toccava gli iperprotetti quartieri dell’élite benestante, si limitò ad adottare misure propagandistiche di “mano dura” soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali. Mentre il FMLN, subentrato nel 2009 per dieci anni alla guida del paese (dopo i venti consecutivi della destra) alternò fasi di repressione a negoziati con i capi delle bande; non riuscendo comunque a contenerle, impossibilitato com’era (senza maggioranza in parlamento) a varare riforme strutturali che incidessero sulla redistribuzione dei redditi e l’incremento dell’occupazione.

Bukele presidente

È in questo contesto che nel giugno 2019 il 38enne Najib Bukele, di lontana origine palestinese, subentra alla sinistra alla guida del paese, senza necessità neppure del ballottaggio e archiviando definitivamente lo schema bipartitista che aveva retto fino a quel momento. Da sindaco uscente della capitale era stato improvvidamente espulso dal FMLN (tra le cui fila era stato eletto) per le sue “intemperanze”. L’ex guerriglia al governo si era rivelata del resto fin troppo ortodossa rispetto all’evoluzione dei tempi, investendo scarsamente sulle giovani disperate generazioni di El Salvador. Che sono poi la stragrande maggioranza della popolazione. Così che Bukele ebbe buon gioco a fondare il partito Nuevas Ideas, che appena due anni dopo avrebbe conseguito anche la maggioranza dei due terzi dei deputati. Di lì in avanti, a colpi di twitter, il giovane millennial inaugura la sua stagione autoritaria. Destruttura l’organismo giudiziario e nomina una Corte Suprema di Giustizia a propria immagine e somiglianza, assumendo di fatto la gestione dei tre poteri dello stato. Oltre a guadagnarsi, da ultimo, i favori di esercito e polizia.

Col suo spirito imprenditoriale, ereditato in famiglia, nel settembre 2021 si avventura (primo paese al mondo) a dare corso legale al bitcoin, investendovi 105 milioni di dollari in risorse pubbliche. Il suo obiettivo era di fare in modo che le rimesse familiari dall’estero (che ammontano a ben il 26% del pil) entrassero nel circuito della valuta virtuale. Non solo: annunciò l’emissione di bitcoinbond per oltre un miliardo di dollari per attrarre investimenti stranieri e fondare sulla costa del Pacifico Bitcoin City; dove “produrre” direttamente in casa (facendo concorrenza al Kazakistan) la criptomoneta grazie all’energia geotermica del vulcano Conchagua. Il tentativo di convertire El Salvador in un paradiso fiscale di nuovo conio si è però rivelato un grande bluff. Tanto che quei promessi bond sono rimasti nel cassetto. Non solo: esaurita la fase di lancio, cui aderirono i due terzi dei salvadoregni (per intascare il bonus di 30 dollari d’entrata nel relativo wallet Chivo) oggi appena il 3% delle transazioni avviene in criptovaluta. E dire che Bukele, che ancora non si dà per vinto, si era spinto persino a sottoscrivere un gemellaggio nientemeno che con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.

Lo “stato di eccezione”

Fallita la scorciatoia di creare una ricchezza opaca e speculativa, invece di introdurre finalmente qualche imposta diretta ai settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate, Bukele ha virato sullo scottante tema della sicurezza. E dopo aver tentato accordi di “contenimento” con i leader delle maras (documentati dal prestigioso periodico El Faro) alla fine del marzo 2022, dopo un week-end particolarmente cruento, ha decretato lo “stato di eccezione” in tutto il paese. Con la sospensione delle garanzie costituzionali, il fermo di polizia attuato praticamente senza limiti, processi collettivi lampo e l’abbassamento dai 16 ai 12 anni per la responsabilità penale. Ne è risultata la carcerazione a tutt’oggi di 74mila giovani dei quali diverse migliaia (quelli ostentatamente filmati con i loro vistosi tatuaggi) sono effettivamente pandilleros. Ma tantissimi altri ne sono rimasti caso mai vittima o comunque sono stati arrestati arbitrariamente senza alcuna prova, né previo pronunciamenti giudiziari. Basta la soffiata maligna di un vicino per finire nei nuovi penitenziari di massa allestiti a tempo di record da Bukele. Privi di assistenza sanitaria, tanto che sono numerosi i decessi e comunque le denunce per abusi e torture.

Il risultato è che il tasso di morti violente è certamente precipitato lo scorso anno a sole 4 vittime per centomila abitanti. Ma in compenso El Salvador è assurto a nazione con la più alta percentuale (l’1,4%) di popolazione carceraria del Pianeta. Finendo nel mirino delle varie istanze in difesa dei diritti umani (Nazioni Unite in testa). Con Bukele a controbattere che “le organizzazioni internazionali rispondono a lobbisti che vogliono mantenerci poveri”. Non è del resto un caso che i suoi metodi repressivi siano presi sempre più a modello in America Latina da neopresidenti ultrapopulisti come l’argentino Javier Milei o il giovanissimo ecuadoriano Daniel Noboa; dove (a differenza di El Salvador) la crescita della violenza e della criminalità sono strettamente legate al dilagare del narcotraffico.

Il successo del piano securitario gli ha comunque fatto schizzare alle stelle i consensi; con i salvadoregni che si sentono (comprensibilmente) risollevati, seppur perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%. Così che il presidente “social” ha pensato bene di approfittarne subordinando a sé anche la Corte Costituzionale e il Tribunale Supremo Elettorale. Per poi decidere di ricandidarsi per la nuova tornata elettorale; ovviando all’assoluto divieto dei due mandati consecutivi (sancito dalla carta magna) con una furbesca (quanto fittizia) “sospensione” dall’incarico negli ultimi sei mesi di questo quinquennio.

Naturalmente Bukele, oltre a porre al proprio servizio le istituzioni e conseguentemente impedire qualsiasi forma di controllo sul suo entourage (anche privato) ha rivolto pure le sue “attenzioni” sulle organizzazioni della società civile, intimidendole. E verso i media, registrandosi nel 2022 ben 137 aggressioni di vario genere contro giornalisti. Compreso l’indipendente El Faro, primo magazine digitale latinoamericano, i cui redattori, dopo aver subito intercettazioni telefoniche attraverso il sistema Pegasus, si sono auto esiliati; pur mantenendo le pubblicazioni grazie al contributo di collaboratori anonimi.

La persecuzione contro Rubén Zamora

Dal canto suo alla vigilia delle imminenti consultazioni l’opposizione politica vaga in ordine sparso. Disarticolata e ridotta ai minimi termini (a tal punto che nei sondaggi il secondo “partito” è la scheda bianca più il voto nullo) non è riuscita ad accordarsi su un unico candidato espresso dalla società civile; sul quale sia ARENA che l’FMLN avrebbero dovuto confluire. Con questo obbiettivo si era prodigato a fondo una delle figure chiave della storia del Salvador: il democristiano Rubén Zamora, perseguito e torturato ai tempi dell’ultimo regime militare; successivamente esiliato e alleatosi politicamente con la guerriglia; per poi fare ritorno a proprio rischio e pericolo in patria. Si rivelò decisivo nei negoziati di pace, fino ad essere candidato a presidente per la sinistra nel ’94; nonché ambasciatore in India, negli Stati Uniti e all’Onu durante i governi del FMLN.

Ebbene l’apparato di Bukele si è accanito contro di lui (nonostante i suoi 81 anni) già dal momento in cui costituì il movimento Resistencia Ciudadana. Fino a che a fine dicembre scorso una magistrata, con un’aberrazione giudiziaria, ha emesso un grottesco mandato di cattura nei suoi confronti che, seppur non ancora eseguito, ha provocato l’indignazione della comunità internazionale.

Duri attacchi e velate minacce Bukele le ha dirette anche contro l’Università Centroamericana (UCA) della Compagnia di Gesù, baluardo dell’opposizione civica che non gli risparmia critiche (quello stesso ateneo dei sei gesuiti uccisi dall’esercito durante la guerra). Anche il cardinale Gregorio Rosa Chavez ha parlato di “regime del terrore sulla strada del partito unico” che “disprezza la dignità umana”, riferendosi al recente discorso del presidente all’Assemblea Generale dell’Onu nel quale aveva ostentato i suoi risultati in materia di sicurezza.

Rimuoverà Bukele anche la figura di mons. Óscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, che papa Francesco ha fatto “santo” nel 2018? E il cui dipinto si staglia alle sue spalle ogni qualvolta riceve ospiti di riguardo nel salone di protocollo del palazzo presidenziale?

Il “negazionismo” di Bukele

Il capo di stato salvadoregno ha intrapreso del resto da tempo una strategia di sistematica cancellazione del passato. Nell’ottobre scorso a Chalchuapa ha fatto rimuovere un busto di Che Guevara. Mentre è arrivato a disporre l’abbattimento nella capitale dello stesso monumento alla Riconciliazione Nazionale, in occasione dell’appena celebrato 32° anniversario degli accordi di pace, da lui definiti: “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”. Vantandosi di non essere “né di destra né di sinistra, categorie nate ai tempi della Rivoluzione Francese”.

Insomma un Bukele “negazionista”. Quando in realtà è proprio lui a voler emulare per primo (a quasi un secolo di distanza) il generale e presidente Maximiliano Hernandez Martinez nel farsi eleggere per una seconda volta consecutiva. Certo allora vigeva una sanguinaria dittatura militare. Ma anche queste elezioni si svolgono in uno “stato di eccezione” permanente da quasi due anni. Il che non ne garantisce certo l’imprescindibile libertà e trasparenza.

“Saremo la prima democrazia al mondo a partito unico”. Così Nayib Bukele, in queste ore si è proclamato di nuovo presidente in El Salvador (a scrutino ancora in corso) con oltre l’80% dei voti. “Abbiamo battuto ogni record della storia democratica mondiale” ha aggiunto riferendosi pure agli oltre due/terzi dei deputati in parlamento ottenuti dal suo partito Nuevas Ideas, indispensabili per rinnovare a futuro lo “stato di eccezione” in vigore dal marzo 2022.

Il suo slogan vincente è stato: “preferisci che i pandilleros tornino liberi?”. Ottenendo un consenso ovviamente reale, a differenza del vicino Nicaragua dove Daniel Ortega si mantiene al potere a suon di brogli oltre che repressione. Così come si è confermata la riduzione ad una sola cifra dell’ex guerriglia del FMLN e della destra ARENA. Quello che non è chiaro, né verificabile visto che l’apparato di Bukele controlla ogni istituzione del paese (compreso il Tribunale Elettorale, per altro andato in tilt durante il conteggio dei voti) è quanto sia stata effettivamente l’affluenza alle urne e di conseguenza l’astensionismo. Bukele infatti (forse preoccupato) oltre un’ora prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale si era rivolto alla nazione raccomandandosi di recarsi a votare.

Vedremo ora se “il dittatore più cool” (quale Nayib si è autodefinisce) riuscirà a risollevare i salvadoregni che lo hanno votato alleviando anche la loro disperante miseria. Oltre che arginare la corruzione crescente del suo entourage.

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16/08/2023

El Salvador - La moderna autocraziaelevata a modello

E dire che Nayib Bukele veniva dalle fila della ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (Fmln). Suo padre aveva avuto persino un ottimo rapporto col leader del Partito comunista salvadoregno, comandante Schafik Handal. Forse anche perché erano tutti di origine palestinese, di Betlemme, da dove la famiglia Bukele emigrò un secolo fa.

Sta di fatto che Nayib, 41 anni, ha iniziato la sua carriera politica nel 2012 come sindaco del municipio di Nueva Cuscatlán; per essere eletto nel 2016 primo cittadino di San Salvador.

In pratica l’unico giovane brillante sul quale il Frente aveva investito. Ma rivelatosi ben presto riottoso alle rigide e talvolta settarie dinamiche interne. Tanto da finire con l’essere espulso per una battuta non più che impertinente nei confronti di una sua consigliera comunale.

Paradosso vuole che Nayib Bukele nel 2019 sia stato eletto già al primo turno alla massima carica dello stato subentrando a due mandati presidenziali di fila del Frente (con entrambi i relativi ex capi di stato rifugiatisi nel frattempo nel Nicaragua orteguista) riducendolo elettoralmente ai minimi termini già al primo tentativo. Per poi due anni dopo stravincere anche le elezioni parlamentari col suo partito Nuevas Ideas.

L’ottenuta maggioranza assoluta dei seggi lo ha indotto un mese dopo ad operare un “mini” golpe istituzionale per assoggettare anche il potere giudiziario. Di qui la deroga incostituzionale che gli permetterà di ricandidarsi il prossimo anno. In politica estera Bukele aveva buoni rapporti con Trump; mentre ora che c’è Biden cicaleggia con la Cina.

Ma come spiegare un successo così fulminante e incontrastato? Il twittero Nayib maneggia i social come nessun altro. Entusiasma da subito le disperate giovani generazioni che sono la stragrande maggioranza della popolazione e che, come ad altre latitudini, non credono più negli antichi bipartitismi.

Col suo spigliato spirito imprenditoriale da millennial si avventura a legalizzare (primo paese al mondo) la circolazione del bitcoin. Gli va parecchio male, visto che la criptomoneta non è decollata, con investimenti di soldi pubblici andati in fumo; e nonostante il gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.

Subito sterza allora sull’azzeramento della maras, le bande giovanili importate dagli Usa (che facevano di El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo). Con loro tenta in un primo momento invano un patto di non belligeranza. Decreta allora lo stato di emergenza (tuttora vigente) ficcando dentro in un anno e mezzo 73mila giovani pandilleros (o presunti tali); violando ogni garanzia del diritto.

Sta di fatto che il numero degli assassinii nelle zone sotto il controllo della bande è precipitato. E gli abitanti di quei quartieri marginali, sollevati pure dalle pratiche quotidiane delle estorsioni, respirano.

Il consenso di Bukele supera così il 70%. Anche se sul problema originario delle disuguaglianze sociali non ha pressoché messo mano.

Insomma, la sua è un’autocrazia moderna, assurta a modello in tutto il subcontinente latinoamericano.

Fonte

09/05/2021

L'ultimo spenga la luce

Colombia, Cile e El Salvador: tre paesi, fatti diversi, caratteristiche particolari, ma tutti raggruppati sotto la crisi del modello neoliberista.

Il mio caro amico Luis Casado mi ha detto più volte che i titoli dei miei articoli non corrispondono al loro contenuto. Ha ragione, riconosco che è un’abilità che non ho. Al contrario, gli scritti di Luis dicono molto fin dal titolo.

Uno dei suoi ultimi testi si chiamava “Salvare gli affari” e forse non c’è modo migliore per esprimere le vicissitudini che sta attraversando il sistema neoliberista di democrazia rappresentativa per sostenere il potere a qualsiasi prezzo, anche truccandosi in modo che “tutto cambi senza che nulla cambi”, con l’obiettivo di mantenere i privilegi a costo dell’esclusione e della repressione delle maggioranze con una delle poche risorse che sono rimaste al sistema: quella della forza.

Percorrendo alcuni paesi dell’America Latina, si può percepire questo tipo di situazione. Mentre scrivo queste righe, la Colombia entra nel suo ottavo giorno di manifestazioni popolari di rifiuto della riforma fiscale che il governo di Iván Duque ha cercato di imporre.

Dopo 31 cittadini assassinati dalle forze militari e di polizia, 124 feriti, 13 persone con lesioni agli occhi, 6 atti di violenza sessuale, 726 arresti arbitrari, 45 difensori dei diritti umani detenuti o limitati nello svolgere le loro funzioni e 1.089 casi di violenza da parte della polizia, le manifestazioni sono continuate e le richieste sono aumentate mentre vengono lanciati appelli disperati per porre fine al massacro.

In risposta, il capo dell’esercito, parlando come se fosse in guerra, ha riferito che “ho schierato in questo momento 480 uomini in organici, che sono 16 plotoni” (sic). Ha poi spiegato che questo è solo per soddisfare il primo ordine del presidente della repubblica. E per il secondo, ha elicotteri sia della polizia che dell’esercito “che sono già disposti lì“, riferendosi alla città di Cali.

La forza della protesta ha costretto il governo a paralizzare la legge di riforma fiscale, ma cercando di guadagnare tempo da una parte e mascherarne la sconfitta dall’altra, lo ha fatto in due tempi.

Inizialmente, ha ordinato di “scrivere un nuovo testo e nutrirsi di altri pareri con proposte che altri settori hanno presentato“, tirandosi indietro per quanto riguarda l’applicazione dell’IVA per alimenti, prodotti e servizi, pur assicurando arrogantemente che “l’ordine non è quello di cambiare la regole del gioco“.

La risposta popolare è stata quella di aumentare le misure di pressione attraverso una manifestazione pacifica che il governo ha cercato di mettere in ombra infiltrando militari e poliziotti in abiti civili nelle manifestazioni, con la missione di istigare la violenza per giustificare una repressione incontrollata.

In questo contesto, si è arrivati addirittura al punto che l’ex presidente Uribe e il suo partito hanno lanciato un appello pubblico per aumentare la repressione e decretare lo stato di “agitazione interna”, nome pomposo che ha sostituito lo “stato d’assedio” che conferisce poteri assoluti al presidente.

In questa situazione, Duque ha annunciato la sua decisione di ritirare il testo della riforma fiscale dal Congresso. Tra l’altro, Alberto Carrasquilla, il principale redattore della legge, si è visto costretto a dimettersi, dando al governo una stoccata dalla quale difficilmente potrà riprendersi.

Purtroppo un’opposizione pusillanime e calcolatrice (con poche eccezioni) non ha avuto la capacità di guidare il malcontento, essendo sopraffatta dalla situazione di ingovernabilità, gestibile solo dall’estrema repressione che rievoca gli anni peggiori delle dittature latinoamericane.

In questo quadro, sono state le organizzazioni popolari e sociali quelle che hanno assunto la guida del processo, cercando di ordinare lo spontaneismo popolare, la perdita della paura e il desiderio di pace e democrazia.

Paradossalmente, nessuno, nemmeno la sinistra, vuole farsi carico della crisi né ha proposto di rovesciare quella che la gente con autorità chiama la dittatura di Uribe e Duque. Nonostante la terribile situazione che ha motivato le rivendicazioni popolari, le elezioni sono la prospettiva dei politici.

L’analista colombiano Felipe Tascón Recio nella sua analisi della situazione, ritiene che all’orizzonte ci sia “la possibilità della prossima elezione di una figura progressista, estranea al potere tradizionale in Colombia” e aggiunge che “una serie di fattori, tra cui la lunga campagna presidenziale – dal 2017 ad oggi – che, a causa della frode del 2018 e dell’ingovernabilità di Duque, non si è mai fermata, consolidano l’emergere di Gustavo Petro come personificazione del possibile cambiamento. Vale a dire che, nella situazione dello sciopero generale, influiscono i sondaggi che danno Petro come vincitore al primo turno nel 2022”.

Lo stesso accade in Cile dopo che la Corte Costituzionale, uno degli ultimi bastioni del pinochetismo, creato dalla costituzione illegale come meccanismo per dirimere i dubbi sulla “costituzionalità” delle leggi di quel paese, lo scorso 27 aprile, ha dichiarato inammissibile l’impugnazione presentata dal governo di Sebastián Piñera contro la legge che consente un terzo ritiro fino al 10% dei fondi pensione, assestando un duro colpo al presidente.

Questa decisione ha costretto Piñera – come il suo omologo colombiano, durante la stessa settimana – a scartare il veto presidenziale e promulgare la legge, approvata da entrambe le camere del Parlamento, anche con numerosi voti della sua stessa coalizione.

La decisione della Corte, il voto contro il presidente di diversi parlamentari dell’alleanza di governo, la palese disperazione degli imprenditori per la situazione nel Paese e perfino le opinioni proibite di militari in pensione che abitualmente parlano per gli attivi, danno conto di una quasi totale orfanità di Piñera, il cui governo non raggiunge nemmeno un consenso a due dita.

Tuttavia, sarebbe sbagliato supporre che si sia arrivati a questa situazione solo per una crisi dall’alto o per la benevolenza della classe dirigente. Al contrario, il 15 novembre 2019, i partiti politici di destra e centro-destra si sono messi d’accordo per elaborare congiuntamente un piano per ingannare il popolo al fine di paralizzare le manifestazioni e, come in Colombia, “cambiare tutto per non cambiare niente“.

Dall’ottobre di quell’anno, e nonostante la pandemia e il suo utilizzo come meccanismo di controllo della valanga popolare che minacciava di distruggere il quadro istituzionale pinochetista che regola la vita dei cileni, il popolo non ha smesso di esprimere il proprio ripudio del regime. Ciò ha consentito che la controversia esistente nella società fosse trasferita allo Stato inquadrata in una crisi sempre più profonda.

In questo contesto, il lungo processo di mobilitazione iniziato nell’ottobre del 2019, che ha mostrato chiari segnali di ribellione popolare contro il sistema, sebbene in alcuni momenti sia diminuito di intensità a causa della pandemia e della forte repressione che è stata costretta ad affrontare, non si è paralizzato ed è proseguito, approfondendo la crisi del modello e dell’istituzione pinochetista vigente.

Pertanto, lo sciopero nazionale del 30 aprile è avvenuto nonostante il fatto che Piñera fosse stato costretto a fermare il veto che intendeva imporre. In questo senso è stata decisiva la grande paralisi precedente operata dai lavoratori portuali che, con la loro azione, hanno inferto un duro colpo al cuore del modello economico del paese che si basa sulle esportazioni. In questo modo si sono create le condizioni per il successo dello sciopero nazionale del 30 aprile, che ha significato un altro passo nella lotta popolare, che affronta le elezioni nella trappola costituzionale prevista per il 15 maggio.

D’altra parte, in un’altra latitudine, una diversa manifestazione della crisi del modello neoliberista e della democrazia rappresentativa si è verificata in El Salvador a partire dal 1° maggio, dove si stanno sviluppando eventi ancora in corso, le cui conseguenze sono ancora difficili da determinare.

Approfittando della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta nelle ultime elezioni, il presidente Nayib Bukele ha ordinato al suo partito nell’Assemblea Nazionale di licenziare tutti i membri della Camera Costituzionale (una delle quattro istanze che compongono la Corte Suprema di Giustizia) e il Pubblico Ministero Generale della Repubblica, eliminando ogni contrappeso politico all’esecutivo, distruggendo uno dei pilastri della democrazia rappresentativa di stampo occidentale: la separazione e l’indipendenza dei poteri pubblici.

Immediatamente ci furono denunce di “colpo o auto-colpo di Stato” che si diffusero immediatamente sui social network e dichiarazioni di oppositori salvadoregni, nonché di politici dei paesi vicini e di organizzazioni internazionali sotto il dominio imperiale come l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) e la “ONG” Human Right Watch, che hanno messo in guardia sulla presunta violazione dell’indipendenza dei poteri e sul rischio che Bukele possa consolidare un regime autoritario. Questa ipocrisia è il modo in cui cercano di giustificare i loro oltraggi in altri paesi.

Bukele ha sempre mostrato segni di riluttanza ad essere messo in discussione, rispondendo con azioni repressive che violavano i diritti umani ed è stato un nemico aperto della stampa.

Il 9 febbraio del 2020 ha confermato il suo disprezzo per la Costituzione irrompendo nell’Assemblea legislativa. La sua intenzione golpista è stata confermata da lui stesso quando ha detto in un’intervista che: “se fossi un dittatore o qualcuno che non rispetta la democrazia, avrei preso il controllo dell’intero [Paese] il 9 febbraio“.

Successivamente, in una stazione radiofonica e televisiva nazionale, il 6 aprile 2020, ha dichiarato di aver incaricato il ministro della sicurezza di essere “più duro con le persone per strada (...) Li dovete arrestare e portare ai centri di contenimento e lì trascorreranno 30 giorni con estranei”. Quindi gli eventi del 1° maggio non sono sorprendenti, il problema è che questa volta è sfuggito al controllo imperiale.

Domenica 2, la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha espresso la “profonda preoccupazione” del suo governo “per la democrazia di El Salvador”. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR) ha chiesto a Bukele di garantire “la separazione dei poteri e l’ordine democratico“.

Da parte sua, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto al presidente salvadoregno di rispettare la Costituzione e la divisione dei poteri. Il segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, ha rivelato di aver fatto una telefonata a Bukele in cui aveva espresso la “grande inquietudine” del Governo statunitense.

Anche l’OEA si è pronunciata rifiutando la destituzione dei giudici e del pubblico ministero, nonché il ruolo che Bukele ha svolto nel far prendere queste decisioni. La sottosegretaria di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, Julie Chung, non troppo saggia nelle sue dichiarazioni, con la retorica minacciosa che la caratterizza, ha affermato che “L’esistenza di un forte rapporto tra Stati Uniti ed El Salvador dipenderà dal fatto che il governo appoggi la separazione di poteri e sostenga le norme democratiche”.

Bukele ha risposto nel suo solito stile: “Vogliamo lavorare con voi, commerciare, viaggiare, conoscerci e aiutare dove possiamo. Le nostre porte sono più aperte che mai. Ma, con tutto il rispetto: stiamo pulendo la nostra casa ... e questi non sono affari vostri.”

Internamente, ci sono state forti reazioni di immediato rifiuto in settori della classe media, intellettuali, università e organizzazioni sindacali della piccola e media industria e commercio, molti dei quali avevano dato sostegno elettorale a Bukele. Voci critiche sono apparse persino in settori di Nuevas Ideas, il partito di governo. Questo crea una grande incertezza perché non si sa quali saranno i prossimi passi che il presidente potrà compiere.

Bukele aveva annunciato che il 1° maggio sarebbe scomparsa la corruzione nel Potere Legislativo e che tutto sarebbe cambiato, però le misure adottate hanno causato uno stupore totale nel Paese. Si sapeva che ci sarebbero state trasformazioni, ma non della portata e del modo in cui sono state realizzate.

Il rifiuto delle università e degli organismi come la Fondazione per lo Studio del Diritto (FESPAD) e l’Unione Nazionale dei Giuristi per la Democrazia e di tutte le università nazionali è stato forte e istantaneo. C’è un grande timore in settori della classe media che la situazione di pace che il Paese ha vissuto per 29 anni venga interrotta.

I settori popolari ancora non reagiscono, sembra che non abbiano ben soppesato l’entità degli eventi, ma si prevede che nei prossimi giorni comincino ad esprimere le proprie opinioni. Questa è una conseguenza del discorso populista di Bukele, che è riuscito a convincere il popolo che i politici sono colpevoli della difficile situazione economica del paese e che devono essere tutti rimossi per poter “ripulire il paese“.

Questa situazione accelererà processi che sembravano letargici, basati sul controllo assoluto che Bukele ha sulle istituzioni del Paese. Tanti settori che lo hanno sostenuto e gli hanno dato il proprio voto con la promessa che ci sarebbe stato “cibo e occupazione“, a partire da ora inizieranno a percepire l’inganno che hanno subito, e questo potrebbe iniziare a ribaltare il sostegno della maggioranza al presidente.

Tre paesi, fatti diversi, caratteristiche particolari, ma tutti raggruppati sotto la crisi del modello neoliberista. Per gli Stati Uniti, il compito è produrre i cambiamenti necessari che evitino la putrefazione, mantenendo pedine controllabili che riescano ad attenuare la crisi e ristabilire il controllo voluto da Washington. Questo è ciò che il Dipartimento di Stato, la CIA, il Comando Sud e l’intera rete interventista hanno creato per tenere sotto controllo il cortile di casa.

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02/02/2021

El Salvador - Attacco armato contro militanti del Frente Farabundo Martí

Un attacco armato contro un gruppo di militanti del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), di ritorno da una manifestazione nella zona di San Antonio Abad, si è verificato domenica 31 gennaio nel centro della capitale salvadoregna, causando due morti (Gloria Rogel del Cid e Juan de Dios Tejada) e tre feriti, attualmente in cura presso l’Ospedale Nazionale Rosales.

Secondo il racconto a El Faro di Ruth H – alla guida dl veicolo che è stato attaccato, e militante del FMLN fin dalla campagna elettorale di Héctor Silva, nel 1997 – nel pomeriggio di domenica 31 gennaio, dopo aver partecipato al lancio della campagna del candidato sindaco di San Salvador, Rogelio Canales, un gruppo di militanti del FMLN è salito su un piccolo camion bianco, davanti al monumento alla Costituzione, e si è diretto verso la sede del partito nota come 229, situata nel centro della capitale.

Il veicolo che stavano guidando era decorato con bandiere del partito e immagini del candidato. Intorno alle 18:30, il camion, con 20 sostenitori del FMLN a bordo, si è fermato in Avenida Norte 11 per attraversare Avenida Juan Pablo II, mentre il semaforo era rosso. Mentre aspettavano, una berlina blu si è fermata accanto a loro e ha cominciato a gettare acqua su di loro.

Quando il semaforo è scattato, l’autista del camion ha premuto sull’acceleratore per lasciarsi alle spalle l’auto blu, ma questa li ha seguiti fino ad intercettarli. “All’inizio abbiamo accostato per lasciarli passare, ci ha seguito per diversi isolati, ma l’uomo si è messo di nuovo sulla nostra strada”, ha raccontato Ruth. Tre uomini sono scesi dalla macchina, uno di loro ha preso la pistola e ha sparato direttamente allo striscione con la faccia del candidato, che copriva il lato sinistro del camioncino bianco.

“Abbiamo iniziato a gridare: ‘Non sparate, ci sono bambini, ci sono bambini’”, ha ricordato Ruth, con voce ritta dall'emozione. Ruth non sa bene quanto sia durato l’attacco, ma ricorda solo che dopo aver visto tanto sangue sono corsi all’ospedale Rosales, con uno dei feriti in gravissime condizioni.

La prima reazione del presidente Bukele è stata quella di insinuare che il partito di sinistra potrebbe aver organizzato l’attacco contro i propri attivisti per un calcolo elettorale. “Sembra che i partiti morenti abbiano messo in atto il loro ultimo piano. Che disperazione per non perdere i loro privilegi e la loro corruzione. Pensavo che non potessero cadere più in basso, ma l’hanno fatto”, ha twittato.

Poi ha aggiunto un altro messaggio: “È incredibile il poco valore che danno alla vita umana. Il bene più prezioso che abbiamo in questo mondo. Questo governo ha lottato per difendere la vita, ma sembra che ci sia chi vuole aggrapparsi al passato di morte. La nostra gente non vuole più soffrire”, ha concluso.

Il messaggio del Presidente non include né condoglianze per le famiglie delle persone uccise, né alcuna parola volta ad attenuare la crescente tensione in questo periodo di campagna elettorale in El Salvador.

In una conferenza stampa fuori dall’ospedale Rosales, il segretario generale del FMLN, Oscar Ortiz, ha confermato che le vittime erano disarmate e che la situazione è il risultato del clima di odio e fanatismo generato dal governo del presidente Bukele, configurando l’accaduto come un atto politico e terroristico contro il Paese e la democrazia.

I partiti politici salvadoregni sono in piena campagna elettorale in vista delle elezioni legislative e municipali che si terranno il 28 febbraio. I leader di quasi tutti i partiti – ad eccezione di Nuevas Ideas e Gana, che sostengono Bukele – hanno espresso le loro condoglianze e condannato il clima di tensione in cui si sta svolgendo la competizione elettorale.

Il FMLN, oggi all’opposizione dopo aver governato El Salvador dal 2009 al 2019, ha emesso un comunicato in cui denuncia e condanna l’assassinio dei suoi militanti, sostenendo che l’aggressione è il risultato della “sostenuta campagna d’odio della Presidenza e del presidente Bukele contro il nostro partito e i nostri militanti”.

Il procuratore generale Raul Melara ha confermato che tre persone sono state arrestate con l’accusa di essere ritenuti i responsabili dell’aggressione a colpi d’arma da fuoco.

Fonti dell’ufficio del procuratore hanno confermato che due degli arrestati sono agenti di polizia assegnati alla sicurezza del ministro della Salute Francisco Alabí e il terzo è un agente di sicurezza privata che ha anche lavorato per il Ministero della Salute.

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08/03/2019

Venezuela. La Stampa sdogana anche un criminale di guerra statunitense



La Stampa, tra una denuncia di surreali interferenze russe o cinesi e l’altra, ha pubblicato una incredibile intervista all’”inviato” degli Stati Uniti per il Venezuela ad opera di Paolo Mastrolilli, noto anche per qualche fantasioso reportage proprio sul paese sudamericano.

Parliamo di Elliot Abrams. Neanche una riga sul criminale amnistiato da George W. Bush chiaramente di premessa nell’articolo-intervista de la Stampa. Neanche una riga sul passato di questo signore.

Ve lo presentiamo noi.

L’11 dicembre del 1981 le truppe addestrate dagli Stati Uniti assassinarono 800 civili disarmati nel villaggio salvadoregno El Mozote. Quando si seppe del massacro, il responsabile degli affari umanitari degli Stati Uniti, il signor Elliott Abrams, accusò i giornalisti che lo svelarono di fare “propaganda comunista”, e poco dopo, si riferì alla politica nordamericana in El Salvador definendola “un risultato favoloso”.

10 anni dopo, Abrams è stato condannato per aver venduto illegalmente armi all’Iran per finanziare i paramilitari in Nicaragua, alimentando una guerra civile che è costata la vita a 50 mila persone.

Amnistiato da quel gentiluomo di Bush, Abrams è stato incorporato nuovamente nel Dipartimento di Stato, ed è considerato uno degli architetti dell’invasione illegale in Iraq. Una guerra che è costata la vita ad almeno 280 mila civili in un massacro che non vede fine e che conta milioni di morti e profughi.

Nessuno più di Abrams è esperto in colpi di stato, guerre illegali e violazioni massive dei diritti umani. Proprio per questo è stato scelto oggi come “inviato speciale per il Venezuela” da parte dell’amministrazione Trump. La deputata democratica Ilhan Omar lo ha smascherato recentemente in un’audizione al Congresso Usa. Vi invitiamo a vedere con molta attenzione questo video e ad osservare la reazione di Abrams:



Neanche una riga chiaramente nell’intervista da parte di Mastrolilli su tutto questo. Dalle pagine del quotidiano diretto da Molinari, al contrario, il condannato amnistiato si può permettere di minacciare il nostro paese: “siamo delusi dalla posizione italiana riguardo il riconoscimento di Guaidò come presidente ad interim”. E ancora: “Speriamo che le continue dispute, e le discussioni in corso, portino ad un certo punto a quella che noi vedremmo come la scelta migliore [...] Noi pensiamo che questa sarebbe la scelta giusta da fare”. E se non è un’interferenza questa, vi chiediamo: che cos’è un’interferenza?

Dopo il fallimento del golpe pagliacciata del 23 gennaio e il tentativo di invasione con il pretesto “umanitario” del 23 febbraio è rimasto solo l’opzione militare ai teorici come Abrams del golpe contro il Venezuela. Ed è questo che dice chiaramente anche nell’intervista a Mastrolilli. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. Mentre dalla Colombia si arma un esercito di mercenari sul modello siriano, Abrams sostiene che “vanno fermati i cattivi attori o terroristi” di Hezbollah, guerriglieri di ENL e Farc e la sicurezza cubana “che operano in Venezuela”. La solita scusa e il solito pretesto.

Ma per rispondere ad Abrams, o alla Stampa scegliete voi, basta riportare la surreale dichiarazione di ieri del portavoce del Dipartimento di Stato in cui tutti i castelli di menzogne della pagliacciata in corsa crollavano: mentre minacciava i mezzi di informazione di utilizzare per il deputato Guaidò il termine “presidente interino” e nessun altro, interveniva un coraggioso giornalista che lo umiliava e lo costringeva a questa figuraccia. Osservate con attenzione:



Purtroppo di fronte ad Abrams non c’era lo stesso giornalista... ma Mastrolilli.

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02/11/2018

Messico - Le carovane dei migranti proseguono la marcia verso la frontiera con gli USA

La carovana di migranti centroamericani che viaggiano attraverso il Messico è arrivata oggi nella città di Matías Romero, nello stato meridionale di Oaxaca, dopo un’estenuante marcia di sette ore, mentre nuovi contingenti si stanno muovendo in Chiapas e altri stanno arrivando da El Salvador. Gran parte dei migranti provengono dall’Honduras.

I coordinatori hanno annunciato in una riunione tenuta a mezzanotte che a Jalapa del Marqués, a nord-ovest, l’ufficio del sindaco ha rifiutato di fornire loro aiuti umanitari. Hanno annunciato di aver ottenuto 70 autobus per supportarli nella marcia, ma “stanno bloccando il nostro trasporto e questo è uno dei motivi per cui non possiamo muoverci verso la capitale dello stato di Oaxaca”.

Una seconda carovana si è messa in marcia da El Salvador. Nonostante gli avvertimenti dei governi degli Stati Uniti e del Salvador di astenersi dal viaggiare verso il Nord, i salvadoregni hanno cominciato a concentrarsi da martedì sera, e giovedì, alle 5:00 del mattino, sono partiti dal Salvador cominciando a camminare scorati dalla Polizia Civile Nazionale (PNC). Un secondo gruppo è partito dopo le 7:00 del mattino.

Secondo le stime del governo messicano, circa 6.000 migranti rimangono in Messico. Di loro quasi 3 mila sono ancora in marcia, inizialmente con destinazione Città del Messico; circa 2mila 200 hanno chiesto rifugio – e per questo motivo è probabile che ottengano un codice di residenza e un lavoro temporaneo – dato che ogni giorno circa 200 persone chiedono il rimpatrio, che è assistito dall’Istituto Nazionale per la Migrazione, e finora 700 persone del carovana sono rientrate in patria in questa condizione.

Il Segretario del governo, Navarrete Prida ha ricordato che il Messico non criminalizza la migrazione, al contrario, ha detto, ha una lunga tradizione in termini di asilo, quindi in questa circostanza e di fronte a “poche crisi migratorie come quella che sta accadendo ora”, ha detto, c’è un coordinamento con le Nazioni Unite e sta cercando la possibilità che altri paesi, oltre al Messico, possano sostenere gli emigranti centroamericani nel loro esodo.

Con un approccio completamente diverso, Donald Trump ha continuato a promuovere la sua offensiva contro gli immigrati come asse della sua strategia elettorale per mantenere il controllo repubblicano del Congresso nelle elezioni di metà mandato del prossimo 6 novembre. Mercoledì ha annunciato che potrebbe inviare fino a 15.000 soldati al confine messicano per affrontare la carovana di migranti centroamericani, uno spiegamento di forze quasi equivalente alla presenza militare statunitense in Afghanistan.

“I nostri militari si stanno mobilitando al confine meridionale, molti altri soldati arriveranno. Non permetteremo a queste carovane, che sono anche formate da brutta gente, gangster e membri di bande, di entrare negli Stati Uniti. Il nostro confine è sacro, possono superarlo solo legalmente. Giratevi e tornate indietro!”, ha avvertito con un tweet, facendo eco ai minacciosi messaggi precedenti e che sicuramente proseguiranno nei prossimi giorni fino alle elezioni di medio termine del 6 novembre.

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12/01/2017

“La guerra mi perseguita”

Uomini di altri tempi e di altri mondi, scampati al carcere e all'annientamento fisico, psicologico, storico. Pochi compagni, protagonisti o comprimari della stagione più conflittuale della storia italiana, che ricompaiono in genere come vittime dei dietrologi di professione o perché "riportati in catene" in questo paese, come trofei invecchiati ma indispensabili da mostrare in pubblico da parte di governi a corto di "successi" in altri campi.

Quello della misteriologia dietrologica è una perversione del potere quasi esclusivamente italiana. Fuori di qui, nel mondo, anche in quello più confinante, le cose stanno diversamente. E nessuno nutre alcun dubbio su cosa sia stata la stagione degli anni '70, le motivazioni e la collocazione politica reale dei comunisti che in quegli anni hanno impugnato anche le armi.

La lunga intervista che qui vi proponiamo è stata raccolta da El Pais, quotidiano spagnolo gemello della Repubblica italica, che naturalmente si è ben guardato dal riprenderla, preferendo di solito ospitare le deliranti ipotesi dei "commissari" dell'ennesima commissione parlamentare sul sequestro Moro (una delle centinaia di azioni rivendicate dalle Brigate Rosse, certamente la principale, ma assolutamente non l'unica).

L'intervistato è un medico per anni ricercato in Italia (è stato poi assolto), che gira il mondo prestando la sua opera là dove più serve: nei paesi meno sviluppati, tormentati da guerre criminali, dove spesso c'è stata o c'è una resistenza dai connotati politici chiarissimi. Un "quasi brigatista" per nulla atipico, che ha dedicato la sua vita da libero agli altri, e non certo per riposarsi su una spiaggia esotica.

Assolutamente da leggere...

Traduzione e cura di Francesco Spataro

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Cosa ha spinto il chirurgo italiano ottantunenne Sergio Adamoli, ad operare nei conflitti in El Salvador, Somalia ed Angola, e ora a dedicarsi alla formazione dei paramedici africani?

Béleko (Mali), 28 febbraio 2016 – Fonte originale “El Pais”

Sergio Adamoli (Teramo, Italia, 1934) ha un’ età molto avanzata – oggi ha ben 81 anni –; vogliamo chiedergli se, per caso, gli va di raccontarci una delle sue storie di guerra; guarda verso l‘infinito, soppesa la sua inseparabile pipa ed inizia a viaggiare lontano, molto lontano: Somalia, Angola, El Salvador.

Quando Adamoli parla, mischia, apparentemente senza dargli grande importanza, lo spagnolo imparato durante gli anni vissuti in America Latina, il francese che ora usa in Mali ed un marcato accento italiano che non è riuscito a dimenticare, neanche dopo una intera vita passata tra i luoghi più inospitali del pianeta. Buona parte della sua vita l’ha trascorsa di guerra in guerra, anche se non ha mai impugnato una vera arma: la sua è sempre stata il bisturi; ma prima di questa vita così movimentata e pericolosa, questo italiano – ma, insiste, dal cuore genovese, — aveva già delle storie da raccontare.

Il piccolo Sergio, era un bambino inquieto, aveva grandi doti manuali, e gli piaceva costruire cose; per questo tutta la sua famiglia pensava che sarebbe diventato ingegnere. Quando però divenne adolescente, le sue inclinazioni risultarono essere ben altre. “Al termine delle scuole secondarie, indugiai tra gli studi di geologia e quelli di medicina; decisi poi per la seconda, dal momento che potevo frequentarne i corsi a Genova. Feci bene, comunque, a scegliere medicina, perché, mi accorsi in seguito, che mi avrebbe soddisfatto appieno”, ci racconta seduto nel tranquillo giardino della sua casetta di Beleko, un villaggio sperduto e poverissimo nella parte orientale del Mali.

Ora Sergio riconosce che a quel tempo, quando era ancora giovane, aveva una visione molto idealista della sua professione; sognava di somigliare al dottor Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace nel 1952, e fondatore di un ospedale in Gabon, nel quale prestò le sue cure a migliaia di pazienti. Poco dopo, scoprì un’altra figura romantica: il chirurgo Norman Bethune. “Era un uomo molto impegnato a sinistra, andò in Spagna con le Brigate Internazionali, e fu l’artefice delle prime trasfusioni di sangue in prima linea”, racconta Sergio. “Bethune mi piaceva molto, perché si avvicinava molto di più ai miei ideali politici”.

Sergio Adamoli non immaginava quanto la sua vita, contrariamente alle aspettative, si sarebbe rivelata, nel tempo, molto più simile a quella di Bethune, che aveva sempre ritenuto irraggiungibile: fresco di matrimonio, con un neonato e gli studi da poco terminati, e la necessità di passare l’esame di stato per poter esercitare la professione medica, ma in assenza di una convocazione ufficiale, di fatto mai avvenuta. Avendo bisogno di un impiego, accettò un posto in un ospedale svizzero, ed in seguito una borsa di studio a Mosca, per specializzarsi in chirurgia toracica. Al suo ritorno la vita gli cambiò repentinamente: gli fu diagnosticata la tubercolosi. “Sono stato ricoverato quattro anni, e non sono mai guarito! E’ stato un disastro!”, esclama Sergio, ancora scandalizzato. Lo ricoverarono in un ospedale “su di una montagna altissima, lontano, ai confini con la Svizzera, nel quale erano tutti tubercolotici: dal medico, alle infermiere, ai cuochi, alle addette alla lavanderia... Era un mondo di tubercolotici, un mondo assurdo!”, aggiunge con una risata.

Alla fine di questi quattro anni, Adamoli raggiunse due cose: la specializzazione in malattie polmonari e la guarigione, “più o meno con entrambi i polmoni funzionanti”. Corre l’anno 1968 e Sergio recupera la sua vita genovese. Siamo nel periodo delle Brigate Rosse, il gruppo rivoluzionario della sinistra radicale, da sempre considerato una formazione terroristica. Il chirurgo partecipa a diverse riunioni ed altre attività, soprattutto a favore della libertà dei prigionieri politici, e la sua tranquillità non durerà molto a lungo: “Nel 1979 mi cade addosso un’ accusa di terrorismo”. Comprovata? “Più o meno...”, risponde divertito. “Non sono un esempio da seguire, ma quello era un momento importante nel mondo, con il maggio francese, il regime militare fascista di Pinochet in Cile, la guerra per l’indipendenza del Vietnam del Nord, ottenuta poi, nel 1975, il Portogallo che aveva mandato a cagare i fascisti nel 1973, così come fece la Spagna due anni dopo... Sono rimasto bloccato, proprio come in un gioco pirotecnico”. Alcuni “amici internazionali” lo aiutano a fuggire dall’Italia, dove era ricercato dall’Interpol, e lo agevolano per fargli raggiungere l’Angola, che in quel momento era insanguinata da una guerra per l’indipendenza che durò venti anni, fino al 2001.

L’italiano, che nel frattempo aveva divorziato, iniziò a lavorare nell’ospedale militare di Luanda, dove, mano a mano acquisì innumerevoli nozioni in un altro settore della medicina: la chirurgia di guerra. Resistette fino al 1982, quando in El Salvador iniziò una guerra civile, fra il Governo di estrema destra e l’opposizione delle sinistre. “Pensai: bene, vado ad aiutare questa gente. Così lascio l’Angola, per andare in Portogallo, e da lì, subito dopo, parto per il Nicaragua, dove stabilisco un contatto con la guerriglia salvadoregna, ed entro nel paese. Ci sono rimasto sette anni, e, sì, è stato un po’ complicato...”.

Quando parla del Salvador, si assenta un poco. “Mi è capitato di tutto laggiù. La difficoltà maggiore, come medico, è stata quella di dover affrontare le situazioni più difficili, con i mezzi che avevo. Operare una persona, praticamente senza nulla...” ricorda, mentre fuma senza tregua. Fuma così tanto che i suoi baffi, bianchissimi, si tingono di giallo o marrone, a seconda di quanto sono vicini agli angoli della sua bocca. Quando rimediavo qualcosa, magari costruivamo un tavolino e riuscivo ad operare lo stesso; non avevo materiale sterile, né possibilità di fare radiografie... Non sapevi mai cosa ti saresti trovato di fronte, anche se il 99% dei casi, erano ferite di guerra”.

Questo medico veterano, avrebbe potuto scegliere una strada meno pericolosa, come la maggioranza degli italiani conosciuti in Nicaragua, una nuova vita, tranquilla, misurata, ma un tipo di vita del genere, non era per lui. “Ero ricercato dall’Interpol, che potevo fare? Sarei potuto andare in un posto dove non c’era la guerra, però, visto le mie convinzioni politiche, pensavo che avrei potuto contribuire in un altro modo. Dopo tanti anni di lotte, non ci si può fermare.”

Mentre Sergio operava in mezzo al nulla, in Italia, in regime di contumacia, venne sottoposto a quattro processi, dai quali fu assolto completamente. Era il 1991 e si stava avvicinando il momento di rientrare a casa. “Tornai a Genova, ma non fu per nulla facile, perché non accettavo il mondo che mi si presentava. Ero stato via ben tredici anni, e per me, era tutto molto differente”, riconosce a posteriori. “Volevo tornare a El Salvador, ma ero cosciente che avrei dovuto lavorare fino all’età di 65 anni, per poter sperare di ottenere una pensione decente. Me ne mancavano ancora quattro, così decisi di tornare al solito ospedale, dove il mio posto era ancora disponibile.

Arrivò il 1996, finalmente Adamoli andò in pensione ufficialmente, e partì per l’Africa per aiutare diverse ONG. “La guerra mi perseguita; non faccio in tempo a partire dal Salvador, che sbarco in Somalia, riparto, e capito in Angola. Ancora una volta ad operare senza nulla; dopo l’Angola sono partito per la Repubblica Democratica del Congo: un altro disastro, un’altra guerra. Conclusi la mia esperienza lì, smisi di operare nel 2005”, conclude Sergio.

E’ inevitabile chiedergli dei suoi ricordi nella Somalia del 1996, quando il Paese era insanguinato da un conflitto interno, che è poi degenerato in quello che ora è uno Stato mancato. “Ricordo la gioia di arrivare e di non voler ripartire più; quel paese mi ha cambiato, ma purtroppo, in peggio, e allora penso di ripartire, ma con la strana sensazione di essere una persona peggiore di quella che era arrivata,” risponde con rabbia. “Sono dei terribili figli di puttana, non li sopportavo più. Sempre armati, con indosso i fucili, spesso rubavano in ospedale e se mi azzardavo a protestare, mi puntavano la pistola contro e mi chiedevano con scherno, se volevo veramente reagire.” In un’occasione, ci racconta, è quasi rimasto ucciso, perché si permise di prendere a noleggio l’auto di un Kabila (appartenente a tribù islamizzate di beduini arabi abitanti l’Africa Settentrionale, ndr), senza chiedere il suo permesso. “Spararono contro l’auto, assassinando le mie guardie del corpo, e ferendo l’autista; io mi sono salvato per miracolo”.

Ha belle parole per le donne somale, “tutte bellissime, ma tutte mutilate, purtroppo”, ricorda con dolore. Tra di loro, solo un’ eccezione: la sultana di Merka, che si opponeva alla pratica dell’infibulazione. “Fui molto sorpreso, perché tentai di far anestetizzare le ragazze, per rendere la pratica meno dolorosa, ma loro stesse non volevano; mi dissero ‘Se fai vedere che non provi dolore, loro tagliano di più, se invece le ragazze piangono e scalciano, c’è la possibilità che taglino meno clitoride’

Sergio Adamoli non è un uomo ormai vecchio, che vive sommerso dai ricordi del passato. La ragione fondamentale, è che non ha tempo per questo, perché anche oggi, pur avendo cessato la professione di chirurgo, è comunque attivo. Lavora per Medici per l’Africa, un’organizzazione patrocinata dall’Università di Genova, che offre corsi di formazione in situ, sul luogo, a giovani medici ed infermieri africani. Non viaggia molto, per due ragioni: le compagnie assicurative non si fidano un granché, – “vista la mia età avanzata, il rischio che possa morire all’estero è molto alto” dichiara –, e perché a causa della crisi economica, sono stati ridotti i fondi per la cooperazione allo sviluppo, e anche lui, ne ha risentito.

Al di là degli ostacoli, il chirurgo porterà a termine un programma di tre mesi per la ONG basca Osalde, a Beleko, un villaggio in un’area molto rurale del Mali, dove ha tenuto un corso di tecnica post-operatoria, agli infermieri del centro di salute. Anche se ammette di non sopportare più il caldo di questa parte del Sahel, ha lavorato fino all’ultimo giorno, utilizzando il tempo rimasto per riunirsi con un gruppo di donne, e con le autorità locali, per promuovere un programma di pianificazione familiare. Poi tornerà subito a Genova, dove non starà molto tempo con le braccia conserte: in marzo, riceverà un gruppo di giovani infermiere senegalesi, a cui terrà un corso di formazione di tre mesi.

Senti la mancanza del lavoro? “Si e no”, risponde. “Negli ultimi tempi ho avuto una serie di difficoltà, e dopo un intervento chirurgico, mi sono chiesto se avessi fatto la scelta giusta. Ma sai, mi piaceva muovere le mani, inventarmi cose... dopotutto, ogni intervento è sempre differente dagli altri”.

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