di Vincenzo Scalia
Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra.
Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate.
In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità.
Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR.
Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.
Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti.
I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia.
Una posizione che stona con la lettura degli anni Settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni Settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno.
Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti.
Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi.
Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata.
La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia.
Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri a chiedere l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche.
L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni Ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979.
Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi.
Gli anni Settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana.
Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può dimenticare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.
In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni Settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si conosce la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono.
Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità.
La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni Settanta.
Processi come quelli sulla Cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo.
È ora di rompere quello schermo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/07/2026
Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita
11/07/2026
Processo Spiotta, la prima sentenza che rompe con la logica dell’emergenza
Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto.
Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse
di Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026
A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili.
A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare.
Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.
Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?
«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia.
È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».
Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?
«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».
Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.
«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico.
Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».
L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.
«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».
Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.
«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».
È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?
«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»
Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?
«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi.
Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano.
Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».
Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.
«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria.
Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra.
È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».
Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?
«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».
Crede che la Procura ricorrerà in appello?
«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».
Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?
«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».
Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.
«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà.
Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br.
Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».
La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.
«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».
Fonte
30/06/2026
Cascina Spiotta, 51 anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol
Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni '70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e dispositivi ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.
Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte» – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta».
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si è costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». È il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.
Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale.
Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.
Fonte
23/06/2026
Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti
Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla memoria collettiva.
Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre città compare qualche scritta politicamente un po’ forte.
O quando c’è da pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti. Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella “polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.
Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri, dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol.
La richiesta dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo.
Lo stesso pm Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo – ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.
Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio.
Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche pc e una specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai più nulla.
La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce, esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003.
Il suo 41 bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è destinata a durare in eterno.
Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.
Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.
Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che era stato respinto al termine del primo grado di giudizio.
Si era partiti nel 2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice” associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di ogni tipo.
Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene in ostaggio la città di Torino.
Così la logica emergenziale attraversa con metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha ripreso a scendere in strada.
Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi, le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro, come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare.
Anche loro dovranno imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e senza giustizia – come Margherita Cagol – con il processo infinito a quella lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale.
L’eredità che la Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli ergastoli – è davvero un lascito miserabile.
Fonte
09/05/2026
Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella
La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.
Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove restò comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.
Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta
L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.
Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.
Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.
Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.
Attaccare Mario Moretti
Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti continuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosiddetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.
Parigi «santuario della lotta armata»
L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni '70 e '80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni '70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.
La procura bolognese
Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.
L’autore di una storia rovesciata
Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».
Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.
Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.
Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».
Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta è infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte suol posto, mentre l'auto era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.
Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso. Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-'76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.
Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella. Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni '70, di cui Moretti si fidava ciecamente.
Fonte
16/04/2026
Il processo della vergogna
Negata la perizia balistica per accertare le circostanze esatte che portarono alla uccisone di Margherita Cagol. Nel corso delle dodicesima udienza Lauro Azzolini, il Br che era con Cagol all’interno della cascina Spiotta e riuscì a fuggire dopo lo scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri, racconta la sua storia
Non ci sarà una nuova perizia balistica sulla sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove venne uccisa la brigatista Margherita Cagol e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La corte d’assise del tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio, quest’ultimo all’epoca marito di Cagol. Secondo la corte, l’impossibilità di avere a disposizione le armi, i proiettili e in generale oggetti o corpi attinti dai colpi sparati o esplosi nell’occasione, ormai dispersi o distrutti, impedirebbe «una ricostruzione in termini di certezza, quali quelli necessari in questa sede».
Quando la parte civile lamentava le lacune delle precedenti perizie
Il presidente Paolo Bargero ha di fatto accolto gli argomenti contrari portati dalla pubblica accusa e dalle parti civili. Per il pm Emilio Gatti, la nuova perizia «anche se possibile sarebbe stata comunque irragionevole», per l’avvocato Sergio Favretto, legale di Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato rimasto ucciso, come per gli altri due avvocati delle parti civili, Nicola Brigida e Guido Salvini, la perizia sarebbe stata «tecnicamente impraticabile».
Eppure l’avvocato Favretto nella richiesta di riapertura indagini presentata nel 2019 evidenziava come a distanza di decenni «non è mai stata ricostruita la dinamica del conflitto a fuoco avvenuto alla cascina Spiotta». Oggi ha cambiato idea senza fornire una giustificazione convincente.
L’ex magistrato che detesta le perizie
Ancora più ambigua la posizione espressa dall’ex magistrato Salvini che per dare autorevolezza alla sua opposizione ha richiamato il ruolo svolto come consulente della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni (attiva dal 2014 al marzo 2018). Salvini ha ricordato che la Moro 2 dispose la perizia sulla sparatoria di via Fani poiché esistevano ancora le macchine, le armi e i bossoli sui quali effettuare le nuove valutazioni tecnico-scientifiche. In realtà Salvini non la racconta giusta, perché quando venne decisa la nuova perizia lui non era ancora consulente, assunse l’incarico solo l’11 novembre 2015, 5 mesi dopo la consegna delle nuove conclusioni scientifiche (12 giugno 2015) da parte di Federico Boffi, direttore dell’Uacv (Unità analisi del crimine violento) della polizia scientifica. Poi perché i nuovi accertamenti, come lo stesso Boffi ha spiegato in un volume pubblicato recentemente, Scienza e giustizia. La dinamica della scena del crimine, Armando editore 2024, si svolsero per quanto riguardava le armi, proiettili e bossoli, sulla documentazione preesistente, ovvero i precedenti lavori di Ugolini, Jadevito, Lopez e Salsa-Benedetti e sulle perizie autoptiche. Questi vecchi dati vennero immessi in un nuovo programma forense che grazie alla ricostruzione tridimensionale della cosiddetta «scena del crimine» ha permesso la ricostituzione completa delle traiettorie di tiro. Gli esperti della scientifica hanno colmato i vuoti delle precedenti perizie analizzando anche gli impatti di ingresso sulle macchine della scorta di Moro, smentendo definitivamente le teorie dietrologiche. Una volta arrivato in commissione Salvini ha sistematicamente boicottato le conclusioni della nuova perizia anteponendo i propri pregiudizi complottisti alle evidenze scientifiche, dando vita ad una spasmodica ricerca di piste alternative tutte miserabilmente fallite. Non sorprende dunque la sua ostilità anche in questo caso perché le evidenze scientifiche sono il primo grande nemico delle stramberie dietrologiche.
La paura di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol
Diversamente da quanto avvenne in via Fani, la sparatoria della Spiotta si è svolta in buona parte a scena aperta, soprattutto per quanto attiene i colpi mortali inferti contro Cagol e D’Alfonso. La distruzione delle autovetture, delle armi e dei bossoli, non inficiava dunque la possibilità di una ricostruzione tridimensionale delle traiettorie di tiro che avrebbero chiarito, o quanto meno ridotto i margini di dubbio, su quanto avvenne nel piazzale davanti la cascina e sulla collinetta dove venne uccisa Mara Cagol. Avrebbero trovato risposta le tante domande aperte da 51 anni e i vuoti della nuova inchiesta: dalla sequenza dei colpi che ferirono mortalmente D’Alfonso alle modalità della esecuzione di Marga Cagol, al perché a poca distanza dal suo corpo si trovasse un bossolo di Beretta calibro nove corto, proiettile che all’epoca armava le pistole in dotazione all’arma dei carabinieri. Un dovere di verità che è stato brutalmente ricacciato indietro. Eppure le circostanze della morte di Mara Cagol sono l’arcano che circonda questa vicenda, il grande rimosso che spiega il poco interesse mostrato in passato dalla magistratura e dagli stessi carabinieri del nucleo speciale comandato dal generale Dalla Chiesa. Bruno D’Alfonso, sposando le tesi di due cospirazionisti della domenica, si era voluto convincere che dietro la mancata identificazione del fuggitivo della Spiotta ci fossero scabrosi misteri, l’intervento di poteri che avevano manovrato la storia delle Br, invece di guardare in faccia la verità e rivolgersi verso i silenzi imbarazzati dell’arma dei carabinieri, quello stesso corpo militare dove aveva voluto lavorare per onorare il ricordo del padre. Nemmeno oggi lo ha fatto sposando la linea della procura. Vittimismo e verità non vanno d’accordo.
Radici partigiane e Reggio Emila «comunarda», Azzolini racconta la sua storia
L’udienza di martedì 14 aprile era cominciata con l’esame di Lauro Azzolini, che già lo scorso marzo 2025 aveva preso la parola dichiarando di essere la persona riuscita a fuggire dalla Spiotta. Oltre sei ore di interrogatorio interamente monopolizzate dall’onnivoro e inconcludente presenzialismo del pm Emilio Gatti. Una ossessiva ripetizione di domande su dettagli che non riuscivano mai a individuare i punti significativi della vicenda e che hanno rubato spazio alle altre parti processuali, stremando alla fine l’ottantatreenne imputato che ha messo fine all’interrogatorio.
All’inizio Azzolini ha ricostruito l’ambiente storico e sociale nel quale è cresciuto. La famiglia contadina, la dimensione culturale di Reggio Emilia nel dopoguerra, la fortissima tradizione antifascista, il peso della Resistenza, la lotta partigiana, il sacrificio delle morti pagate nella lotta al nazifascismo e poi le tensioni dell’immediato dopoguerra. La tradizione ribelle e comunarda della città, la ricerca di una rivoluzione interrotta da portare a termine. I fermenti giovanili, le armi nascoste dei partigiani, le lotte operaie, il lavoro nero nella tessitura, soprattutto femminile. Ha ricordato come a sedici anni ha iniziato a lavorare da apprendista, poi l’arrivo del luglio '60, la strage con i 5 morti di Reggio Emilia immortalata nella canzone di Fausto Amodei, con Lauro Farioli cadutogli accanto. Momenti decisivi che hanno scolpito la sua esistenza e ispirato la successiva militanza politica. Nel 1968 la rottura con la Federazione del PCI e la sua politica di compromesso.
Dalla Comune di Dario Fo alle Br
Contrariamente a quel che si crede, Azzolini non partecipa al “gruppo dell’appartamento”, ma conosce alcuni di loro molto bene, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, sempre in prima fila nelle lotte. Molto meno Franceschini, intravisto appena qualche volta. Ma non segue le loro tracce, non aderisce al Cpm. Resta a Reggio dove partecipa a un gruppo operaio denominato “Nuova Resistenza”, quindi prende parte alla esperienza del collettivo teatrale “la Comune” con Dario Fo e Franca Rame, dove svolge politica culturale. Intanto le Brigate rosse sono nate e attive da tempo, nel 1974 durante il sequestro Sossi, nel bel mezzo di uno spettacolo di Fo e Rame tenuto a Reggio si spengono improvvisamente le luci e quando si riaccendono centinaia di volantini delle Br piovono dall’alto. «Cosa è questa cosa?» – chiede Fo allibito. «Questa è una terra comunista e partigiana», risponde Franca Rame.
Per Azzolini è una illuminazione, decide così di trasferissi a Torino per fare lavoro politico nelle grandi fabbriche. Cerca le Brigate rosse, dove con sua grande sorpresa ritrova tanti compagni reggiani. Siamo alla fine del 1974 e finalmente incontra Mara Cagol a cui spiega il suo progetto di lavoro politico nella classe operaia. Cagol non lo ritiene ancora maturo per l’ingresso nelle Br e poi in quel momento stavano organizzando l’evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato, così viene rimandato a Reggio Emilia, dove resta poco. Nei primi mesi del 1975 è di nuovo a Torino, dopo che la colonna aveva subito l’arresto di Paroli e Arialdo Lintrami. C’è bisogno di lui, è in preparazione un sequestro di autofinanziamento, Cagol lo arruola. Per Azzolini è la prima azione, preleva Vallarino Gancia e con altri lo porta alla cascina Spiotta, luogo scelto per custodirlo. Nei programmi della colonna il sequestro doveva essere molto breve, con la raccolta del riscatto e la liberazione dell’ostaggio. Oltre a Maraschi, poi arrestato, posizionato nel ruolo di primo cancelletto che doveva fermare il traffico, c’era con lui Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto, e un altro Br nel secondo cancelletto, di cui non ha rivelato il nome. A presidiare la Spiotta era rimasta Mara Cagol, che dirigeva l’operazione.
La Spiotta, «cercavamo solo di fuggire»
Il racconto è proseguito con fatica, inframezzato da continue interruzioni del pm e surreali momenti di contrasto. Giunto alla Spiotta, il racconto di Azzolini conferma parola per parola quanto da lui scritto nella relazione inviata all’organizzazione dopo l’esito disastroso del sequestro. Un testo realizzato non più tardi di una settimana dai fatti. L’udienza, che si protraeva ormai da ore, si accende quando il procuratore Gatti gli contesta la ricostruzione della sparatoria: in particolare la posizione dell’appuntato D’Alfonso, collocato diversamente rispetto a quanto da un altro teste, Rosario Cattafi, carabiniere che aveva partecipato al conflitto a fuoco. Azzolini ribadisce più volte che il loro obiettivo era solo quello di fuggire e non cercare lo scontro a fuoco. Non erano preparati militarmente tanto che Mara Cagol aveva un mitra che non usa. Cercavano semplicemente di sganciarsi. Le sue parole indispongono l’accusa che vuole invece dimostrare l’esatto contrario: «rompere l’accerchiamento e cercare lo scontro a fuoco». Un teorema che vuole dimostrare la presenza di un intento omicidiario premeditato, impartito dal gruppo dirigente, in modo da poter così chiedere le condanne anche di Renato Curcio e Mario Moretti, la cui posizione sarebbe altrimenti prescritta. Si comprende allora il retropensiero che ha portato i pm ad opporsi alla nuova perizia balistica: conservare mano libera nella narrazione accusatoria senza doversi confrontare con evidenze scientifiche difficilmente aggirabili.
«Cagol ancora viva, poi gli spari»
Azzolini ha ricordato di aver visto per l’ultima volta Cagol ancora viva, con le mani alzate e poi di aver sentito dei colpi, singoli e a raffica, quando si dileguava sulla collina di fronte. Infine le modalità della sua rocambolesca fuga per boschi e torrenti, traversati per non lasciare tracce, il furto di un motorino e di una macchina, la notte passata coperto di vegetazione in una buca, il viaggio su un pullman che portava in una città del litorale ligure, dove scopre davanti a una edicola la notizia della morte di Cagol. L’ultimo tratto in treno fino ad Albenga, l’approdo preordinato della via di fuga, dove ad attenderlo c’erano due compagni delle Br.
Fonte
20/02/2026
«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
15/02/2026
Processo Spiotta, in aula il capo dei Ros ammette, «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»
Nell’ultima udienza di martedì 10 febbraio, con l’esame del colonnello Brogliaccino, capo del Ros di Torino e responsabile dell’indagine che ha portato all’incriminazione di tre ex appartenenti alle Brigate rosse, Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, è terminato l’esame dei testi indicati dalla pubblica accusa. I pm hanno rinunciato agli altri quattro testimoni (tutti carabinieri) indicati all’inizio. Anche le parti civili, diversamente da quanto annunciato in avvio di processo, dove avevano promesso un’agguerrita battaglia, hanno assunto lo stesso sbrigativo atteggiamento. Il prossimo dieci marzo verranno esaminati i testi proposti delle difese e i cui nomi si conosceranno nei prossimi giorni.
Il nodo dei consulenti storici
Nella stessa udienza la corte dovrà sciogliere il nodo rilevante dei consulenti. L’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha chiesto la testimonianza dello storico Marco Clementi, autore di diversi volumi e studi sulla storia politica del brigatismo rosso, per approfondire un aspetto centrale lungamente esaminato nel processo, ovvero le modalità operative e la storia della struttura organizzativa delle Brigate rosse. Un anno fa, quando venne proposto il nome di Clementi ci fu una levata di scudi dei pubblici ministeri Gatti e Santoriello, nonché delle parti civili, che alla fine proposero come «controprova» l’ex pubblico ministero Armando Spataro (ne abbiamo scritto qui). Un richiesta sorprendente perché avanzata dall’avvocato Guido Salvini, ex giudice istruttore e poi gip, ex collega e acerrimo avversario di Spataro che in un recente libro, Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia, definisce più volte suo «persecutore» (insieme a «Borrelli, D’Ambrosio, Casson e ultima arrivata Grazia Pradella, oltre ai consiglieri del CSM che aprirono la procedura di incompatibilità ambientale»). Il presidente Paolo Bargero, che sta conducendo in maniera impeccabile il processo, dovrà dirimere la questione insieme alla corte.
Si tratta di un tema per nulla secondario e che è ritornato anche nel corso del lungo esame del colonnello Bogliaccino, che proprio in avvio di udienza ha sottolineato l’approccio multidisciplinare dell’indagine. I cinque decenni di distanza dai fatti hanno inevitabilmente richiesto – ha spiegato il dirigente del Ros del capoluogo sabaudo – un notevole lavoro archivistico, con raccolta dei fascicoli processuali nelle sedi giudiziarie, negli archivi interni dei Ros e nelle sedi archivistiche istituzionali, come gli archivi di Stato, che hanno impegnato l’intera metà, forse più, della inchiesta. Al punto che è stato necessario l’aiuto di elementi del Ros di Roma non per le tipiche attività di intercettazione e pedinamento, o per l’acquisizione di prove scientifiche, ma per il reperimento e l’elaborazione dell’enorme quantità di documentazione scritta.
Indagini di polizia, ricerca storica o polizia della storia?
Caratteristiche tipiche di una indagine storica più che di una inchiesta giudiziaria. Il colonnello ha ammesso che è stato condotto un enorme lavoro interpretativo della letteratura coeva prodotta dalle Brigate rosse. Chiara ammissione del fatto che ai carabinieri si è chiesto anche di fare gli storici.
Questo intreccio sbilanciato tra ricerca storica, su una quantità importante di materiali documentali, ed elementi forensi tradizionali, più scarsi, come l’individuazione di tracce dattiloscopie, biologiche e grafologiche o lo studio della ex scena del crimine, molto meno l’analisi balistica perché i reperti sono stati distrutti nel frattempo, l’abnorme attività di intercettazione telefonica e ambientale in buona parte illegittima (come stabilito dalla stessa corte), hanno contraddistinto l’indagine e le udienze.
Altri aspetti richiamati dal colonnello del Ros e dai pm, come le similitudini operative e logistiche col precedente sequestro Sossi, oppure la presunta natura verticistica della struttura organizzativa brigatista, dipinta come un monolite, un mitologico cubo d’acciaio, hanno mostrato i limiti di rappresentazioni prive di temporizzazione storica. Un processo inevitabilmente sbilenco perché la storia fa fatica a restare costretta all’interno di una trama processuale e perché il teorema accusatorio, con il quale si chiede la condanna di Curcio e Moretti, è fondato unicamente sull’interpretazione di documenti dell’organizzazione e su libri da loro scritti.
Non esisteva ancora un esecutivo
Più interessante è stata la fase del controesame: dopo aver per tutto il tempo indicato la presenza continuativa di un «esecutivo» e di una «direzione strategica» già nel 1974-'75 (rappresentazione funzionale al teorema che designa Curcio e Moretti come i registi a distanza del sequestro e quindi anche della sparatoria, tutto ciò ai fini della dimostrazione del loro concorso morale), retrodatando fino alle origini aspetti organizzativi successivi, davanti alle contestazioni dell’avvocato Romeo, il colonnello ha dovuto convenire che nel giugno '75 non c’era un «esecutivo» ma un «nazionale». Quando gli è stato chiesto dove avesse ricavato la presenza in quella fase di un esecutivo, ha risposto: «dall’esame dei documenti prodotti e dai libri stessi dei Br». Dunque da valutazioni soggettive e interpretazioni personali. Quando gli è stato chiesto quale termine viene impiegato nei libri degli imputati, ha riconosciuto che utilizzano la parola «nazionale». Davanti alle contestazioni mosse dall’avvocato Steccanella ha ammesso anche la differenza tra sequestro Sossi e Gancia per poi rispondere a una precisa domanda dell’avvocato Romeo che, nonostante il ritrovamento del bossolo vicino il corpo di Mara Cagol (leggi qui), non è stato sviluppato alcun ulteriore approfondimento investigativo perché le circostanze della morte della Cagol non hanno interessato l’inchiesta.
Ma dovrebbero interessare il processo rimettendo al centro tutto quello che accadde sulla collina della Spiotta quel 5 giugno di cinquantuno anni fa.
Fonte
28/01/2026
La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo
Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.
Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.
L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.
La Fgci e i Quaderni rossi
Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergere di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.
Nella lista nera dei sovversivi
Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.
L’assemblea studenti-operai di Torino
Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.
Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.
Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa. Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).
La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.
Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».
Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.
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