Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/02/2026
«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
13/03/2025
Ustica: archiviazione della verità?
Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Avvenire: “Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, nella sua richiesta di archiviazione contro ignoti, si esclude che ad abbattere il DC-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell’attentato terroristico. Gli inquirenti non sarebbero riusciti neppure a identificare i responsabili, nonché la nazionalità dei caccia in assetto da guerra che quella sera erano presenti nei cieli di Ustica e che potrebbero aver provocato l’abbattimento dell’aereo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo. Da quanto è emerso ci sarebbe stata poca trasparenza nella collaborazione fornita dai Paesi ai quali l’Italia si è rivolta, con informazioni incomplete, non riscontrabili e in alcuni casi addirittura fuorvianti”.
Insomma è continuato un modus operandi, da parte degli “eredi” dei probabili responsabili politici della strage, imperniato sull’occultamento ed il depistaggio degli elementi fondamentali per potere appurare la verità giudiziaria che non ha permesso di fare breccia in quel “muro di gomma” costruito negli anni.
Continua il quotidiano: “Nel dettaglio, come è stato chiarito nelle ultime ore, al vaglio del gip ci sono due richieste di archiviazione. La prima riguarda il fascicolo aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che sostenne di essere stato informato dai servizi segreti italiani sul fatto che erano stati i francesi a lanciare il missile che abbatté il DC-9”.
Una tesi che è stata ripresa da Giuliano Amato, ai primi di settembre del 2023 e che aveva rimesso al centro del cono di luce dei media la strage.
“Il secondo” riporta L’Avvenire “è quello avviato nel 2022 dopo un esposto presentato dall’Associazione per la verità su Ustica. In entrambi i casi, come ricostruito, per i pm lo scenario resta comunque quello della battaglia aerea ed è stata esclusa la pista della bomba esplosa a bordo”.
Insomma la pista più attendibile, non ha trovato prove per essere confutata, ma allo stesso tempo le indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili non per scarsa volontà soggettiva ma per scarsa collaborazione, per usare un eufemismo.
La vicenda che sembrava potesse riaprirsi dopo l’intervista di Giuliano Amato su La Repubblica alla fine dell’estate del 2023, i cui contenuti sono stati confermati poi dall’ex presidente del consiglio in una successiva conferenza stampa è stata poi riposta di nuovo nell’armadio della vergogna dei tanti episodi di “guerra a bassa intensità” che ha conosciuto il nostro paese dalla strage di Piazza Fontana alla Banda della Uno Bianca.
Come Rete dei Comunisti abbiamo co-organizzato, in tre città, la mobilitazione “Stato Francese, assassino NATO” nel settembre del 2023 e promosso un momento di ulteriore approfondimento – alla fine ottobre di quell’anno – che si è svolto proprio a Bologna, sede del Museo dedicato a quella strage.
Una iniziativa in cui abbiamo, tra l’altro, approfondito il probabile ruolo della NATO e delle forze francesi nell’abbattimento del volo civile il 27 giugno 1980 sulla scorta di inchieste giornalistiche e puntuali ricostruzioni storiche.
La richiesta di archiviazione arriva come atto finale di una lunga operazione di insabbiamento e depistaggio che ha attraversato governi di ogni colore, servendo sempre gli interessi delle potenze imperialiste che dominano la scena politica italiana.
La Procura, impotente, di fronte alla scarsa volontà politica di esercitare una qualche forma di pressione sui propria alleati, ha deciso di chiudere il caso, gettando la spugna.
Ma la verità storica e politica è sotto gli occhi di tutti: la strage di Ustica non è stata un incidente, e le forze armate francesi e statunitensi sanno bene cosa accadde quella notte. Il problema non è la mancanza di prove, ma la volontà di nasconderle, e la complicità italiane dello “Stato Profondo” che volle tenere tutto nascosto dalla sera stessa della Strage.
Una volontà di nascondere e depistare che portò ad accelerare anche i preparativi per la strage del 2 agosto dello stesso anno da parte dei mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, come è stato confermato in ambito giudiziario.
L’associazione delle vittime della strage non ci sta. La sua presidente Bonfietti – secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – vuole “che la diplomazia e il governo chiedano conto ai paesi amici ed alleati quale era l’azione criminosa che stavano conducendo quella notte e perché ancora dopo 45 anni non riescono a rivelare la paternità di coloro che hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.
Continua: “Vogliamo poter scrivere, per un problema di dignità nazionale, anche l’ultimo pezzo di storia della vicenda. Hanno abbattuto un aereo civile, chi è stato? Voglio poterlo scrivere”.
Archiviare significa esplicitamente sotterrare la possibilità di individuare ufficialmente i responsabili e riconoscere che la NATO ha sacrificato 81 civili in una battaglia aerea mai dichiarata in un contesto di militarizzazione del Mediterraneo. Questa decisione non è solo un colpo alla giustizia, ma un’ulteriore legittimazione dell’impunità con cui gli apparati militari occidentali possono operare, oggi come ieri, senza rendere conto a nessuno.
Oggi come nel 1980, l’Italia è un avamposto militare dell’imperialismo occidentale, complice attiva delle strategie di guerra portate avanti da USA, UE e NATO. Non solo esegue gli ordini, ma si presta direttamente a partecipare o coprire i peggiori crimini dell’alleanza atlantica. La sua adesione alle politiche NATO ed europee non è una costrizione, ma una scelta politica, funzionale agli interessi di un blocco di potere servo di due padroni.
Le guerre di ieri e di oggi hanno la stessa matrice: l’imperialismo occidentale che impone la sua legge con ogni mezzo, anche sacrificando vite innocenti.
Con il progetto di Difesa Comune Europea, finanziato con miliardi di euro, l’UE non si limita più a essere un pilastro della NATO, ma intende strutturarsi come blocco militare autonomo, pronto a intervenire con ancora più aggressività nelle aree di interesse strategico.
L’archiviazione della strage di Ustica si collega direttamente a questa traiettoria: il silenzio di ieri sugli eccidi della NATO – da Piazza Fontana in poi – è funzionale alla legittimazione delle nuove avventure militari di oggi. La lotta per la verità sulla strage di Ustica non si chiude con questa richiesta di archiviazione: resta un nodo politico e storico che deve essere affrontato con l’arma della memoria, dell’inchiesta indipendente e della mobilitazione contro la NATO, l’UE e il loro nuovo progetto di guerra permanente.
Fonte
06/12/2024
Chiesta l’archiviazione dell’indagine sull’archivio storico sequestrato a Persichetti
Millecentottantasei giorni dopo la lunga perquisizione (era I’8 giugno 2021) condotta nella mia abitazione e conclusasi con il sequestro integrale del mio archivio raccolto in anni di ricerca storica sugli anni 70 e le vicende della lotta armata, di tutti i miei strumenti di lavoro, dell’intera documentazione digitale presente in casa e negli storage online, computer e telefono nonché l’archivio familiare, con materiali di mia moglie e medico-scolastici dei miei figli, è arrivata dagli uffici della procura la richiesta di archiviazione firmata lo scorso 13 settembre dal sostituto procuratore della repubblica Eugenio Albamonte.
Comportamenti privi di rilevanza penale
Il pm che ha condotto l’indagine avviata dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione nel 2019, scrive che «non è possibile qualificare penalmente la condotta del Persichetti», in relazione al reato di violazione del segreto d’ufficio (326 cp) e che «tanto meno si può ritenere probabile» in base agli elementi raccolti «l’esito positivo di un eventuale giudizio».
Quanto
invece all’ipotizzato favoreggiamento (378 cp), Albamonte lascia
intendere che molto più semplicemente il reato non sussiste poiché «la natura delle informazioni»
(alcune pagine della bozza della prima relazione della commissione Moro
2 del dicembre 2015), che l’8 dicembre 2015 avevo inviato ad Alvaro
Baragiola Loiacono, ex brigatista coinvolto nel sequestro Moro, riparato
in Svizzera dove ha acquisito la cittadinanza e da questi trasferite a
una altro ex, Alessio Casimirri, anch’egli da decenni riparato in
Nicaragua, «non appare avere rilievo sulle rispettive responsabilità
e non comporta ulteriori incriminazioni rispetto a quelle già
comprovate». Detta in modo più chiaro, quelle informazioni erano neutre, prive di rilevanza penale, per altro rese pubbliche appena 48 ore dopo dalla stessa commissione.
Reati prescritti
Il pm conclude la sua richiesta sottolineando che «il reato
ipotizzato [favoreggiamento], e altri eventualmente configurabili
(violazione di segreto d’ufficio e ricettazione (648 cp) sarebbero stati
commessi nel 2015 e quindi prescritti o prossimi alla prescrizione».
Nella
richiesta di archiviazione non viene citata una quarta imputazione:
l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270 bis cp) che
pure era stata utilizzata nel decreto di perquisizione dell’8 giugno
2021 e firmata dallo stesso sostituto Albamonte e dall’allora
procuratore capo Prestipino (incarico poi dichiarato illegittimo dal Tar
del Lazio e dal Consiglio di Stato – leggi qui).
Capo d’imputazione passe-partout, strumento perfetto per implementare
la scenografia investigativa e avvalersi di strumenti di indagine
altamente invasivi. A dire il vero l’ipotesi d’accusa associativa non
aveva retto alla prima verifica: bocciata dal tribunale del riesame già
nel luglio 2021, perché priva delle necessarie condotte di reato, e
successivamente lasciata cadere dallo stesso pm. La procura, infatti, si
era limitata a enunciare le accuse senza riportare circostanze,
modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come se non
bastasse, nella indagine aveva fatto capolino anche una quinta
imputazione suggerita dallo stesso Tribunale del riesame che al posto
del «favoreggiamento», aveva proposto – senza successo – la «rivelazione
di notizia di cui sia stata vietata la divulgazione» (262 cp). Cinque
capi d’imputazione per una inchiesta che alla fine si era trasformata
in una caccia al tesoro alla affannata ricerca del reato che non c’era.
Le ragioni dell’inchiesta
Se il mio comportamento
era privo di rilevanza penale, in sostanza non violava la legge, allora
per quale ragione la polizia di prevenzione e la procura di Roma hanno
portato avanti con tanta ostinazione una simile inchiesta ricorrendo a
intercettazioni telematiche e telefoniche, rogatorie internazionali che
hanno coinvolto addirittura l’Fbi americana, fino a perquisire la mia
abitazione per una intera giornata e svaligiare il mio archivio,
strumento fondamentale del mio lavoro di ricerca storica?
Bisognerà
attendere il deposito integrale del fascicolo presso l’ufficio del gip
per trovare qualche risposta in più. Per ora ci dobbiamo accontentare
delle cinque pagine che compongono la richiesta di archiviazione nelle
quali il pm Albamonte ricostruisce seppur sinteticamente i passaggi
salienti dell’indagine arrampicandosi come può sugli specchi nel
tentativo di giustificarne la legittimità. Scopriamo che tutto sarebbe
iniziato dopo una rogatoria internazionale promossa dalla procura
generale nei confronti di Alessio Casimirri che innesca una indagine del
Federal Bureau of investigation degli Stati uniti. Nel marzo
2020 l’Fbi americana fa pervenire alla Direzione centrale della polizia
di prevenzione la corrispondenza e-mail intercettata all’ex brigatista:
«emergevano – scrive Albamonte – numerosi scambi tra Casimirri e
Loiacono». L’attenzione dei funzionari di polizia si concentrava su una
mail dell’8 dicembre 2015 che conteneva in allegato alcune fotografie in
formato jpeg della bozza della prima relazione della commissione Moro 2
che Loiacono inviava a Casimirri dopo averle ricevute da me. Bozza che
due giorni dopo verrà resa pubblica, senza variazioni, dalla stessa
commissione parlamentare.
Le e-mail avevano un contenuto
inequivocabile, il contesto era molto chiaro: stavo interloquendo con
una fonte orale testimone diretta dei fatti oggetto del mio studio
nell’ambito dei lavori preparatori che poi sfociarono nel libro
pubblicato nel 2017 con due altri autori, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera,
Deriveapprodi editore. Quelle poche pagine le avevo inviate anche ad
altri testimoni diretti del sequestro Moro, sempre nell’ambito delle
ricerche e dell’attività preparatoria del volume. Circostanza
perfettamente nota ai funzionari della polizia di prevenzione che
dall’Fbi avevano ricevuto altre mail nelle quali erano presenti alcune
pagine delle bozze preparatorie di un capitolo del futuro volume
dedicate alla ricostruzione dei fatti di via Fani.
Quando nel 2020
gli inquirenti leggono le mail attenzionate conoscono da ben tre anni il
libro. Per questa ragione si dilungano nei loro rapporti depositati nel
fascicolo in disquisizioni e raffronti tra il contenuto degli scambi
telematici e quanto riportato in alcuni suoi capitoli. Ciò dimostra
ulteriormente che gli inquirenti avevano ben chiaro testo e contesto di quei messaggi.
Tuttavia l’iniziale e comprensibile attività di intelligence condotta
per cercare di capire se in quegli scambi fossero contenute delle
rivelazioni penalmente rilevanti che potevano aggiungere novità (la
presenza di altre persone non ancora identificate), rispetto alla verità
accertata giudiziariamente nella vicenda del sequestro Moro, muta
improvvisamente. Una volta accertato che quegli scambi tra i due ex
brigatisti, ritenuti «genuini» dagli stessi inquirenti, non cambiavano
la verità acquisita nei processi, l’indirizzo dell’inchiesta muta
improvvisamente rotta.
Cosa era successo?
L’ipotesi della violazione del
segreto d’ufficio aveva perso ulteriore consistenza dopo la
deposizione, nel gennaio 2021, dell’ex presidente della commissione Moro
2, Giuseppe Fioroni, che aveva chiarito come la «riservatezza» delle
bozze (per altro inesistente nel regolamento interno della commissione)
era venuta meno al momento della sua pubblicazione, ovvero 48 ore dopo.
In quel breve lasso di tempo nessuna «concreta offensività» era emersa –
come sottolinea lo stesso Albamonte nella richiesta di archiviazione.
Oltretutto lo stesso Fioroni aveva lamentato le continue violazioni
della riservatezza e del segreto da parte dei membri della commissione,
rilevando come: «elaborati dei consulenti fossero dati in lettura a
singoli deputati prima di essere versati alla Commissione, cosa che il
Presidente ha più volte stigmatizzato in sede di Ufficio di presidenza.
Queste prassi non incidono tanto sul piano formale (perché prima del
versamento i documenti, specie se sono elaborati dei consulenti, sono
considerati alla stregua di bozze e dal punto di vista della Commissione
sono inesistenti), quanto sul piano sostanziale, in quanto potrebbero
alimentare flussi di informazioni indebite verso terzi».
Nei
suoi tre anni di attività la commissione si era mostrata un vero
colabrodo, in almeno sette circostanze erano emerse violazioni del
segreto e della riservatezza degli atti, interrogatori e documenti da
parte di suoi membri: commissari o consulenti (leggi qui).
Circostanze che non hanno mai attirato l’interesse della procura a
riprova che non era l’ipotizzata violazione del segreto d’ufficio il
vero tema dell’indagine.
La velenosa insinuazione
Durante la sua
deposizione Fioroni elabora un «movente» che armerà la polizia di
prevenzione e la procura contro il mio lavoro e il mio archivio: secondo
l’ex presidente della Moro 2 la commissione nel corso della sua
attività avrebbe raggiunto verità indicibili, in particolare nella
vicenda di via Licino Calvo e via dei Massimi (ipotesi dietrologiche, in
realtà, già elaborate dai primi anni 80 in precedenti commissioni
parlamentari e numerose pubblicazioni e che non hanno mai trovato
conferme), per questo – a suo dire – ci sarebbe stata un’attività di
intelligence per carpire in anticipo queste informazioni e allertare
presunti colpevoli non ancora identificati. Si realizza così il
cortocircuito tra tesi complottiste e azione investigativa. Con un
intento alla volta conoscitivo e punitivo
gli inquirenti prendono di mira il mio archivio convinti di potervi
scovare quelle verità tenute nascoste che nella mia attività di ricerca
avrei potuto raccogliere dalle confidenze degli ex brigatisti. Da qui
l’accusa di favoreggiamento e l’iniziale contestazione dell’associazione
sovversiva. Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti!
Il baratto della verità
Nella stessa deposizione Fioroni ammise di aver tentato «anche dei contatti informali con il Loiacono tramite alcuni componenti della Commissione».
Durante la sua audizione l’allora ministro degli esteri Gentiloni aveva
pronunciato una lunga serie di inesattezze sulla complessa posizione
giuridica di Loiacono, processato e condannato in Svizzera per alcuni
episodi di lotta armata avvenuti in Italia. Condanna scontata
completamente ma che l’autorità giudiziaria italiana non ha mai voluto
riconoscere in barba al ne bis in idem. Infastidito dalle
parole del ministro, Loiacono aveva inviato una rettifica con tanto di
documentazione allegata. Fioroni, convinto che dietro quel gesto vi
fosse una inconscia volontà di testimoniare, iniziò un lungo
corteggiamento per il tramite di un commissario che era in contatto con
me. Nelle settimane che precedettero la discussione della relazione del
2015 mi trovai così al centro di un flusso di messaggi tra le parti.
Ovviamente non se ne fece nulla a riprova del fatto che Fioroni era un
pessimo psicologo.
Qualche tempo dopo io e un’altra persona venimmo
convocati in una sede istituzionale per sentirci esporre un messaggio
proveniente sempre dallo stesso presidente della commissione Moro 2:
ovvero una proposta di baratto tra l’apertura dell’attività d’indagine
parlamentare anche sulle torture praticate nel maggio 1978 contro Enrico
Triaca e quelle successive dell’82 (il 21 gennaio 2016 era stata
depositata in commissione una dettagliata richiesta di audizione di
undici testimoni sul tema delle torture) in cambio dell’accettazione da
parte di alcuni ex brigatisti, mai pentiti né dissociati coinvolti nel
caso Moro, di farsi audire a san Macuto. L’intera vicenda – ci venne
detto con tono austero – sarebbe stata monitorata dalla stessa
presidenza della Repubblica. Rispondemmo che indagare sulle torture
faceva parte delle competenze istituzionali della commissione non
sottoponili ad alcuno scambio. Quanto alla convocazione degli ex
brigatisti, Fioroni avrebbe potuto chiamarli direttamente o scrivere
loro spiegando le sue intenzioni. Infine sul presunto interessamento del
Quirinale, dichiarammo che avremmo certamente apprezzato un suo
intervento pubblico sul tema.
La cosa allora sembrò finire lì ma quando mi portarono via l’archivio compresi che forse non era proprio andata così.
Un grave precedente
Il fallimento clamoroso di
questa inchiesta non deve tuttavia distogliere dalla sua natura
pretestuosa e dal rischioso precedente che rappresenta per la libertà
della ricerca storica. Il sequestro dei materiali di studio di un
ricercatore, l’attacco diretto alla ricerca storica, l’intromissione
indebita del ministero dell’Interno e della magistratura nel lavoro
storiografico, la pretesa di stabilire ciò che uno studioso può scrivere
in un libro, il tentativo di recintare col filo spinato gli anni 70, un
periodo ancora caldo nonostante il cinquantennio trascorso, rappresenta
una inaccettabile invasione di campo.
Un episodio che è stato denunciato purtroppo solo da un gruppo di studiosi e addetti ai lavori (leggi qui)
ma che ha visto la reazione pavida e indifferente del grosso
dell’accademia, convinta forse che in fondo la questione restasse
confinata solo alla mia persona per il mio passato militante che come
tale cristallizza la vita intera, congela ogni percorso, toglie
qualsiasi futuro.
Eppure tutti quelli che hanno girato la testa
dovrebbero ricordare che chi sequestra il passato prende in ostaggio
anche il futuro, ogni futuro persino il loro ammesso che ne abbiano mai
immaginato uno.
La decisione finale spetta al Gip
Spetta ora al
gip Valerio Savio pronunciarsi sulla richiesta di archiviazione. Lo
stesso gip che già in passato aveva anticipato l’esito dell’indagine
sottolineando come mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria» e non si capisse quale fosse la condotta illecita contestata che – scriveva – «ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai».
Il giudice dovrà decidere anche sulla sorte della copia forense di
tutto il materiale digitale sequestrato e tuttora non si capisce bene se
nelle mani della procura o della stessa polizia di prevenzione.
14/08/2023
Covid-19: le archiviazioni non cancellino gli errori
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
Fonte
Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
07/04/2023
Crolla la montatura giudiziaria contro il CALP
Un’accusa, quella di associazione a delinquere, accompagnata dal solito corollario di attenzioni e pressioni da parte degli apparati repressivi e dei servizi ma che non ha fermato la lotta contro la guerra e i traffici di armi, per i diritti dei lavoratori, non solo quelli portuali, la pratica e la natura antifascista del movimento operaio genovese.
Se c’è un senso di giustizia che rivendichiamo, sta nella comunità operaia di Genova che ha vissuto come suo l’omicidio di Martina Rossi, figlia di uno storico compagno e leader dei portuali genovesi.
La coerenza ha un costo, come USB lo sappiamo, combattiamo allo stesso modo le montature giudiziarie, gli attacchi dei gorilla padronali, dei fascisti e la guerra che ci fanno sindacati complici insieme con le aziende. È nell’etica della lotta che ci siamo trovati dallo stesso lato della barricata con i compagni del CALP.
La coerenza paga, lo si è visto il 25 febbraio a Genova nella manifestazione nazionale che ha preteso e ottenuto di sfilare nel porto, rivendicando il boicottaggio alla produzione e al transito di strumenti di guerra. Oltre 10.000 persone con lo slogan “abbassare le armi alzare i salari” quel giorno hanno manifestato, fuori dalla logica del pacifismo con l’elmetto, contro la guerra e la NATO.
La montatura contro il CALP crolla per mancanza di elementi, quell’inconsistenza è stata messa a nudo dalla solidarietà e dall’ampio sostegno che questa determinazione è stata capace di raccogliere, perché la lotta contro lo sfruttamento, la guerra e per l’emancipazione sociale sono uno strumento formidabile.
USB Confederazione Nazionale
Fonte
09/03/2023
Covid-19 - Lo strano caso delle archiviazioni a scoppio ritardato
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
La recente ordinanza della Procura di Bergamo sui gravi accadimenti avvenuti nel febbraio/aprile 2020 nella provincia orobica costituisce, se non un punto di arrivo, una tappa importante per cercare di ricostruire responsabilità politiche ed individuali della peggior catastrofe sanitaria dai tempi delle peste manzoniana.
Quello che ne emerge è il racconto di un sistema di potere nazionale, regionale e locale assolutamente impreparato a gestire una crisi pandemica di inusitata virulenza, un evento eccezionale, ma prevedibile e previsto da parte di chi ha come proprio compito quello di studiare il possibile sviluppo di eventi come questo. Ciò nonostante, non solo non hanno rinnovato il piano pandemico ma non hanno neppure applicato quanto previsto in quello fermo a quindici anni prima che, per quanto obsoleto e fuori dallo stato dell’arte, avrebbe potuto limitare i danni.
Ma ripercorriamo i fatti dall’inizio.
Il mese di febbraio inizia tranquillo, si sente qualche voce preoccupata e Confindustria gira uno spot: “Bergamo is running”, che rivisto solo pochi giorni dopo farà accapponare la pelle. Gori sta alla grancassa degli industriali e organizza pranzi, aperture straordinarie dei negozi del centro, biglietti dei bus gratuiti al grido di “tutti a Bergamo”.
Così si sono ignorati segnali di allarme che provenivano dal primo paese colpito, la Cina, in nome di una sufficienza razzista: cose da asiatici, qui noi abbiamo una sanità che il mondo intero ci invidia.
Ci si limitò quindi a vietare i voli diretti da e per la Cina sorvolando, è il caso di dirlo, le diverse triangolazioni possibili con scali europei intermedi. Infatti il tourbillon di viaggi sulla via della seta non cessò fino alla fine di febbraio e moltissimi uomini d’affari facevano spola. Una delle mete italiane di questo andirivieni era giusto giusto la Val Seriana il cui oro fu per secoli il tessile successivamente delocalizzato proprio in Cina. Quindi imprenditori italiani che avevano forti contatti con il paese asiatico andavano e tornavano tranquillamente.
Se la Val Seriana aveva conosciuto tempi migliori con l’industria tessile è pur vero che, una volta scomparsa o quasi, non se ne sarebbe stata con le mani in mano. La voglia “de laurà” è nell’aria da queste parti e quindi la vallata, di fatto una città lineare di centomila abitanti fortemente connessa con il comune di Bergamo, cominciò a pullulare di fabbriche e fabbrichette molte delle quali legate all’automotive. Una valle e una città ad altissimo tasso d’interazione sociale, uno scalo aeroportuale che è il terzo del Paese e una fortissima vocazione all’industria. L’industria ed il sistema produttivo bergamasco e bresciano, che hanno tra le più alte concentrazioni di lavoro operaio d’Italia, spiegano sia la velocità di diffusione del virus sia il perché si sia fatto di tutto affinché le attività produttive non si fermassero.
Siamo al 23 febbraio e, mentre da alcuni giorni è iniziato un lockdown a Codogno, all’ospedale di Alzano viene trovato un paziente positivo al Covid. Il pronto soccorso viene chiuso, astanti e parenti vengono radunati nella Chiesa del nosocomio. Dopo alcune ore il pronto soccorso viene riaperto e, nel volgere di pochi giorni, si riempirà di malati.
La fine di febbraio si consuma tra ventilate chiusure e pressioni inusitate sui politici locali da parte degli imprenditori per scongiurarle. In questo aspetto tutta l’inchiesta, che passa giustamente sotto la lente di ingrandimento le responsabilità dei politici e la catena di comando della sanità nazionale e lombarda, sembra non fornire alcuna risposta.
Era pronto l’esercito, carabinieri e polizia venuti da fuori e alloggiati a Zingonia, prove generali di blocchi stradali.
Blocchi che non scatteranno mai trascorrono quindici giorni, quindici giorni di sirene e campane a morto dove si attende la zona rossa come una benedizione.
Ma non fanno niente.
L’8 marzo il lockdown nazionale, da Siracusa ad Aosta.
Qui si continua a morire, molti negli ospedali, ma tanti anche a casa da soli. In due mesi la pandemia miete duemila vittime in Val Seriana e altre quattromila nel resto della provincia.
Si muore come mosche ma le fabbriche ancora non si fermano, devono passare altri giorni preziosi perché ufficialmente siano costrette a farlo e con le dovute eccezioni assai utili per aggirare la disposizione.
Basta dichiarare che produco imballaggi per medicinali e la scappatoia è trovata.
Si muore negli ospedali strapieni ma anche nelle RSA trasformate in lazzaretto e ricovero per malati dimessi, i balconi si riempiono di striscioni che recitano il rito apotropaico dell’andrà tutto bene.
Come è andata a finire lo sappiamo.
Quando tutto o quasi viene riaperto la voglia e la rabbia per quanto accaduto, la canalizzazione del lutto in un senso compiuto portano a diverse e pur piccole manifestazioni.
Nasce un piccolo presidio davanti all’ospedale di Alzano, attivisti e attiviste che si ritrovano tutti i sabati davanti al nosocomio con cartelli che chiedono conto della mancata zona rossa, solidarizzano con il personale sanitario e con il suo spirito di abnegazione, chiedono le dimissioni di Fontana, Gallera, direttore dell’ATS e dell’ASST, gli stessi oggi indagati.
Il primo provvedimento di iscrizione sul registro degli indagati non riguarderà però costoro. Infatti un anno dopo la polizia si renderà protagonista di una bruttissima pagina repressiva, perquisendo ed indagando due attivisti del comitato di denuncia per delle lettere minatorie ricevute da Confindustria. Lo fa sulla base della pregressa appartenenza di questi a gruppi della lotta armata negli anni '70, ipotizzando una fantomatica associazione sovversiva.
Anni dopo la cosa si sgonfierà, il PM chiederà l’archiviazione della quale però non si sa ancora nulla.
Il resto è storia di oggi, Fontana appena rieletto, con molti meno voti assoluti ma con alle spalle il vento di quelli che bisogna dimenticare e tornare al lavoro. Persino in Val Seriana le percentuali lo plebiscitano del sessanta per cento, anche ad Alzano e Nembro.
Vedremo cosa dirà il processo e se prevarrà l’attribuzione di responsabilità a livello nazionale o regionale.
Quello che è sicuro è che non ci saranno sfracelli e che cane non mangia cane.
Fonte
31/12/2022
La verità sulle stragi? Al Ministero dei Trasporti l’archivio non c’è più
Si tratta di una notizia che deve far riflettere: da un lato è un grave «colpo» per la Storia del nostro Paese.
Bisogna sottolineare che il periodo di cui si certifica la mancanza di documenti è proprio quello che comprende le Stragi più sanguinose: e i trasporti sono stati particolarmente colpiti, pensiamo agli attentati sui treni, alla stazione di Bologna fino ad Ustica. Ma credo anche sia importante sottolineare come ci si trovi totalmente fuori da ogni applicazione della legislazione esistente sulla conservazione e trasmissione agli Archivi di Stato della documentazione delle Amministrazioni Pubbliche.
Non si può insomma non rilevare questo dato estremamente inquietante come sintomo negativo della situazione della documentazione archivistica nelle Amministrazioni dello Stato.
La conoscenza di questa situazione è il prodotto di un percorso di desecretazione della documentazione relativa alle Stragi iniziato nel 2014 – con la direttiva Renzi – e a cui il Governo Draghi ha dato ulteriore forza con la decisione di rendere pubbliche anche le carte relative alla P2 e a Gladio, rendendo così più completo l’arco di interesse storico; e ponendosi direttamente, la presidenza del Consiglio, «alla testa» dei lavori del Comitato, delegandone la direzione al Segretario Generale Roberto Chieppa
Nell’ultimo anno quindi si è avuto un periodo di lavori davvero importante che ha portato indubbiamente all’acquisizione di un grande patrimonio di conoscenza – documentazione, ma che comunque ha dovuto fare i conti con tutte le contraddizioni, mancanze, deficienza di materiale, sempre denunciate negli anni.
Proprio cercando di affrontare le tematiche relative alle mancanze denunciate, in particolare dai rappresentanti delle Associazioni vittime della Stragi, si e è avuto un serrato confronto «archivistico» con il Ministero dei Trasporti. E da questo confronto, da rinnovate ricognizioni, la definitiva consapevolezza della mancanza dell’Archivio stesso che avvalora, rafforza e conferma le critiche fin qui avanzate.
Va ricordato che la direttiva del 2014 (direttiva Renzi) era stata accolta con aspettative positive da parte delle Associazioni delle Vittime e con qualche perplessità e ritrosia del mondo archivistico.
E in questi anni di lavoro all’interno del Comitato, abbiamo dovuto avanzare più volte molte critiche sulla sua travagliata attuazione e soprattutto sulla inadeguatezza del materiale reso disponibile; ad esempio, per quel che riguarda la Strage di Ustica si è subito denunciata la grande assenza di materiale coevo ai fatti nelle varie Amministrazioni pubbliche.
Bisogna ricordare che l’insufficienza della documentazione è sempre stata al centro delle critiche e delle denunce delle Associazioni, ed è stato negli anni la causa del contendere all’interno del Comitato nei confronti con le Amministrazioni.
Una continua disputa-scontro tra carte mancanti, elenchi di nominativi non consegnati, carte clamorosamente censurate, intere parti coperte con vistose cancellature proprio nel momento della loro desecretazione!
Fino, come si diceva, alla mancanza dell’intero Archivio del Ministero dei Trasporti!
E quindi per l’anno che verrà, bisognerà chiedere che si prosegua e si intensifichi l’impegno per l’effettiva attuazione di quelle direttive (prima Renzi e poi Draghi), per far piena luce e delineare un documentato contesto storico su una stagione terribile e sanguinosa della Storia del nostro Paese. E su questo vanno richiamati alle loro responsabilità sia Governo che Parlamento e, a mio avviso, anche Magistratura, per quel che concerne la tenuta di documentazione in totale difformità dalla legge.
Fonte
20/06/2021
Archiviata l’inchiesta per la strage nel carcere di Modena
Dunque con otto morti non c’è nessun responsabile. Nessun nesso causale tra il comportamento del personale penitenziario e sanitario e la strage. Nessuna responsabilità penale di terzi.
Eppure, a scorrere atti e documenti contenuti nel fascicolo – come emerso dall’inchiesta condotta da Osservatorio Diritti – non mancano omissioni, dichiarazioni contraddittorie, lacune, buchi nelle ricostruzioni, dubbi, aspetti lasciati inesplorati.
Il fascicolo, aperto e chiuso contro ignoti e per i reati di omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto, andrà a prendere polvere sullo scaffale di un magazzino (salvo ricorsi accolti o incroci con l’inchiesta su pestaggi e abusi, ancora in itinere).
Non ci saranno nuovi accertamenti immediati, dunque, per una strage carceraria senza precedenti.
I molti spunti emersi nel corso dei mesi non verranno ulteriormente approfonditi. Non si farà l’autopsia mancante e non sarà completata quella incompleta.
Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu e Abdellha Rouan sono morti mentre erano sotto la custodia dello Stato, per overdose di metadone e psicofarmaci. Li hanno rubati, li hanno ingeriti. E la sommossa ha reso impossibile operare diversamente.
La colpa, è la conclusione del giudice, è solo e tutta loro. Non c’è nessuno da perseguire. Nemmeno per la fine di Hafedh, per cui il gip spende qualche parola in più, in una ordinanza che liquida tutto in tre paginette.
Fonte
24/05/2021
Linkrot: un tortino di marijuana e un morto
Ad un certo punto, dice Dean Sterling Jones, collaboratore di BFN, l’uomo ha smesso di pagare per il nome di dominio, e ciò ha permesso a esperti di SEO e marketing digitale di acquistarlo per rivenderlo a un’azienda che offriva hack sulla Marijuana, notizie e informazioni sulla Cannabis ricreativa e medica, e perfino ricette per tortini a base di erba e video da guardare quando si è sballati.
Il fenomeno dei linkrot è molto esteso. Jenny Halasz, esperta SEO su searchenginejournal.com, dice che i motivi del fenomeno sono riconducibili a quattro cause:
1) errori sul sito live a causa di pagine rimosse o spostate;
2) errori causati da vecchi collegamenti a pagine che non esistono più;
3) malformazione dei link dovuta a errori nella digitazione degli URL in un collegamento. Se guardi i log del server di un qualsiasi sito web, dice Halasz, vedrai tonnellate di questo tipo di errori;
4) Errori 404 sistemici, dovuti a un malfunzionamento della mappa XML del sito, che incasina gli URL, oppure a qualcosa nel codice del sito che crea URL non validi che Google trova durante la scansione.
Il 21 maggio scorso, con un tweet, Jonathan Zittrain, Professore di diritto internet e diritto internazionale alla Harvard Law School, e Professore di informatica alla Harvard School of Engineering and Applied Sciences, ha annunciato che, insieme al Digital Team del New York Times, ha compilato un elenco di 2,2 milioni di collegamenti ipertestuali (link) che dal sito del NYT puntano verso siti esterni.
L’obiettivo della ricerca era scoprire quanti di questi link erano diventati dei linkrot.
Il problema, dice Zittrain, va oltre il giornalismo. In uno studio del 2014, ad esempio, abbiamo scoperto che quasi la metà di tutti i collegamenti ipertestuali nei pareri della Corte Suprema portavano a contenuti che erano scomparsi da internet.
Quando un host, intenzionalmente o meno, elimina il contenuto di un URL, i lettori trovano un sito Web non raggiungibile. Questo decadimento dei contenuti Web, spesso irreversibile, è comunemente noto come linkrot.
I ricercatori della Harvard Law School, sulla base di un set di dati forniti dal New York Times, hanno esaminato i collegamenti ipertestuali negli articoli del giornale a partire dal lancio del sito web del Times nel 1996 e fino alla metà del 2019.
Il sostanziale linkrot e la deriva dei contenuti che abbiamo trovato, dice Zittrain, riflettono le difficoltà intrinseche del collegamento a lungo termine a parti di un «Web volatile».
Abbiamo scoperto che, dice Zittrain, “i 553.693 articoli da noi esaminati contenevano 2.283.445 collegamenti ipertestuali che puntavano a contenuti esterni a nytimes.com. Il 72% di questi erano link diretti, con un percorso a una pagina specifica, come example.com/article, che è dove abbiamo concentrato la nostra analisi“.
Il 25% di questi deep link, dice Zittrain, erano completamente inaccessibili. Il linkrot, dice, è diventato più comune nel tempo: il 6% dei link del 2018 era marcio, rispetto al 43% dei link del 2008 e al 72% dei link del 1998. Il 53% di tutti gli articoli che contenevano link profondi aveva almeno un link marcio (rotted).
Visto lo spostamento sul web di tutti i siti di informazione e di tutte le riviste scientifiche, o il deposito in archivi internet dei libri, in alcuni casi pubblicati solo in formato digitale, il problema dell’archiviazione e della citazione scientifica assume una nuova rilevanza.
È del tutto inutile perseverare nelle pratiche citazionistiche sviluppate per la carta, e ritenere che, una volta indicato il rimando corretto alla fonte, il proprio compito sia stato assolto. Bisogna ripensare i termini dell’archiviazione e il nostro rapporto alla storia.
Tenendo a mente il motto di Rosenzweig: l’istante può salvarsi dalla potenza eternamente invecchiante del passato soltanto in quanto viene generato nuovo a ogni istante. Questo incessante rinnovamento del presente però è opera del futuro. Se vogliamo salvare quel bel mondo fatto di carta e pergamene, con tutte le sue pratiche da topo di biblioteca, non si può divinizzare il passato – il futuro ci rimacinerà comunque.
Secondo un’inchiesta del CJR del 28 marzo 2019 (cjr.org) gli intervistati, spesso (e erroneamente), hanno identificato il backup digitale e l’archiviazione in Google Docs o nei sistemi di gestione dei contenuti, come sinonimi di archiviazione. Non sono la stessa cosa – dice Zittrain. Il backup si riferisce alla creazione di copie per il ripristino dei dati in caso di danni o perdite, mentre l’archiviazione si riferisce alla conservazione a lungo termine, garantendo che i record saranno ancora disponibili anche se le tecnologie di formattazione e distribuzione cambieranno in futuro. La mera archiviazione o il salvataggio non garantiscono il corretto funzionamento dei rimandi delle citazioni.
Le soluzioni trovate sino ad adesso, per esempio archive.org, con la sua WayBackMachine, oppure il sistema implementato da Wikipedia per sostituire automaticamente i collegamenti marci con quelli di archiv web, sono apprezzabili, ma non sono sufficienti. E nemmeno il DOI (digital object identifier) sembra, per adesso, rispondere pienamente a questa esigenza, anche se può rappresentare un passo intermedio nella soluzione del problema.
In ogni caso bisogna stare in campana, altrimenti si rischia l’azzeramento della memoria, che non consiste in un lavaggio del cervello, perché il cervello, da solo, non ha la capacità di tenere il passato con la stessa persistenza della carta o del silicio.
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