Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/02/2026
«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
06/07/2025
Chi controlla il controllore? Sulla sorveglianza delle opposizioni politiche in Italia
Stando a quanto emerso, gli agenti avrebbero partecipato a riunioni interne, assemblee pubbliche, discussioni e iniziative politiche locali, senza che risultino a oggi mandati giudiziari o indagini specifiche a carico degli attivisti coinvolti. L’assenza di una cornice giudiziaria, e la natura prolungata e sistematica di queste attività, disegna un profilo allarmante: non si tratterebbe di operazioni a scopo investigativo, ma di sorveglianza politica preventiva, cioè di un controllo generalizzato e pretestuoso su organizzazioni che esercitano legittimamente il diritto costituzionale alla partecipazione politica.
Tale condotta – se confermata – rappresenterebbe una violazione evidente dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito politico senza un preciso fondamento giuridico. Nessun governo dovrebbe permettere o tollerare che lo Stato impieghi i suoi strumenti di sorveglianza per monitorare chi partecipa attivamente alla vita pubblica.
La libertà di associazione, di riunione, di partecipazione politica e il diritto alla riservatezza – sanciti dalla Costituzione agli articoli 17, 18 e 49 e dalla Convenzione europea per i diritti umani agli articoli 8 e 11 – non sono privilegi concessi, ma diritti inalienabili. Il fatto che tutto questo stia avvenendo nel silenzio delle autorità competenti – a più di un mese dalla notizia né il Presidente del Consiglio né il Ministro degli Interni hanno rilasciato dichiarazioni – è inaccettabile e pericoloso.
Non è un caso isolato. Un’altra inchiesta ha documentato l’attività della multinazionale Paragon, incaricata da governi e agenzie europee, che ha schedato centinaia di attivisti, operatori umanitari e giornalisti. Anche in quel caso, nessuna risposta istituzionale. Si sta profilando, sotto gli occhi di tutti, una normalizzazione della sorveglianza del dissenso, della criminalizzazione della solidarietà, dell’uso strumentale dell’apparato repressivo.
Per questo, come cittadine e cittadini impegnati nella vita culturale, politica, accademica e sociale del Paese, sentiamo il dovere di prendere parola pubblicamente e chiediamo con urgenza:
1) Che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si esprimano pubblicamente su quanto accaduto, in Parlamento e davanti all’opinione pubblica;
2) Che siano chiariti i contorni dell’operazione: chi l’ha autorizzata, con quali obiettivi, attraverso quali catene di comando, e sulla base di quali elementi;
3) Che si apra un confronto trasparente sul ruolo delle forze di polizia di prevenzione, e sui limiti costituzionali delle attività di intelligence interna rivolte verso soggetti politici;
4) Che siano riaffermate in modo chiaro, nelle istituzioni e nel dibattito pubblico, le garanzie democratiche contro ogni forma di controllo politico e poliziesco del dissenso.
La fiducia nei principi democratici si misura anche nella capacità delle istituzioni di rispondere con trasparenza, rigore e rispetto alle accuse più gravi.
Tutelare il dissenso, in un Paese libero, non è un rischio da contenere: è un dovere da esercitare.
Roma, 2 luglio 2025
Primi firmatari e firmatarie:
Mimmo Cangiano (Professore associato di Critica Letteraria e Letterature Comparate, Università Ca’ Foscari Venezia);
Fabio de Nardis (professore ordinario di sociologia politica, Università del Salento);
Giulia Siviero (giornalista)
Carlo Rovelli (saggista e professore di Fisica, Università di Aix-Marseille)
Emiliano Brancaccio (professore ordinario di Economia politica, Università Federico II Napoli)
Andrea Segre (regista)
Fabrizio Barca (Co-coordinatore Forum Diseguaglianze Diversità)
Walter Massa (Presidente Arci nazionale)
Luciano Stella (produttore cinematografico, fondatore e presidente Stella Film)
Zerocalcare (fumettista)
Vauro (vignettista)
Giuristi democratici
Vera Gheno (sociolinguista e traduttrice)
Guido Carpi (professore ordinario letteratura russa Università “L’Orientale” di Napoli)
Giovanni Savino (ricercatore Università “Federico II” di Napoli)
Francesco dall’Aglio (professore Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia)
Lella Palladino (Una, Nessuna, Centomila)
Carlo Fanelli (Professore, Department of Social Science at York University, Toronto, Canada, direttore della rivista ALternate Routes)
Riccardo Bellofiore (docente universitario di Economia Politica Università di Bergamo)
Luigi De Magistris (ex-magistrato, ex sindaco di Napoli)
Porpora Marcasciano (scrittrice, Presidente commissione pari opportunità Comune di Bologna)
Guido Lutrario (Esecutivo Nazionale sindacato USB)
Dario Salvetti (operaio ex-GKN)
Sindacato Sudd Cobas
SLS sindacato lavoro e società
Cobas Scuola Padova
ADL Cobas
Osservatorio Repressione
Centri sociali del Nord-Est
Ultima generazione
Ottolina Tv
Mimmo Lucano (sindaco di Riace, europarlamentare)
Ilaria Salis (europarlamentare)
Giovanna Del Giudice (psichiatra, presidente di Conferenza Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia)
Duccio Nazari (cantante)
Alexander Hobel (docente di Storia Contemporanea Università di Sassari)
Lorenzo Zamponi (docente di sociologia presso Scuola Normale Superiore)
Aura Ghezzi (attrice)
Elisa Cuter (dottoranda Filmuniversität Konrad Wolf Babelsberg, autrice e editor)
Enrica Morlicchio (professore ordinario di sociologia economica, Università di Napoli Federico II)
Claudio Cozza (professore associato di politica economica, Università di Napoli “Parthenope”)
Pasquale De Sena (Professore ordinario di Diritto internazionale, Università di Palermo)
Roberto Evangelista (Ricercatore ISPF-CNR)
Rocco Sciarrone (professore ordinario di Sociologia economica, Università di Torino)
Andrea Morniroli (co-coordinatore Forum Disuguaglianze Diversità)
Vitaliano Menniti (consulente patrimoniale e finanziario)
Susanna Ronconi (ricercatrice e attivista, Forum Droghe)
Armida Parisi (docente di Letteratura Italiana)
Elena Granaglia (già docente universitario di Economia, Università La Sapienza Roma, co-coordinatrice del Forum Diseguaglianze Diversità)
Alessio Surian (docente Universitario presso Università degli Studi di Padova – FISPPA – Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata)
Giuliano Ciano (cooperatore sociale)
Alessio Malinconico (docente)
Delfina Curati (insegnante)
Giulia Agrelli (architetto, docente e attivista ecologista)
Domenico Ciruzzi (avvocato, Napoli)
Andrea Ranfagni (avvocato)
Stefano Vecchio (Presidente Forum Droghe)
Veronica Bruno (pensionata)
Roberto Escobar (professore di Filosofia, Università di Milano)
Nino Daniele (ex Assessore alla cultura di Napoli)
Virginia Amorosi (Ricercatrice Università Federico II di Napoli)
Luca Mandara (Docente a contratto, Università della Basilicata)
Rosa Sica (dipendente Università Federico II Napoli)
Veronica Bruno (pensionata)
Serena Elena Scocchia (ricercatrice quantitativa freelance)
Alfio Stefanic (pensionato)
Volpi Giampietro (pensionato, ex dirigente pubblica amministrazione)
Alfio Mastropaolo (professore emerito Università di Torino)
Maria Grazia Giannichedda (presidente associazione Franca e Franco Basaglia)
Eva Caianiello (docente già titolare di una cattedra di matematica e fisica)
Marina Piazza (sociologa)
Paola Arrigoni (post phd)
Giuseppe Teri (formatore, Scuola di formazione A. Caponnetto)
Roberta Fausta Ilaria Visone (insegnante e scrittrice)
David Armando (Dirigente di ricerca ISPF-CNR)
Alessia Scognamiglio (Ricercatrice ISPF-CNR)
Stefano Santabarbara (Promo ricercatore IBBA-CNR)
Anna Pia Ruoppo (Professoressa associata di Filosofia morale Università Federico II Napoli)
Alessio calabrese (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)
Cosimo Buongiorno (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)
Peppe De Cristofaro (Senatore)
Debora Serracchiani (deputata)
Andrea Giorgis (senatore)
Walter Verini (senatore)
Gianni Cuperlo (deputato)
Elio Vito (ex Ministro per i Rapporti col Parlamento)
Fonte
28/06/2025
“Ci hanno spiati e infiltrati”. Potere al Popolo, Cambiare Rotta e CAU chiedono risposte
La conferenza stampa è stata voluta da Potere al Popolo, insieme alle organizzazioni giovanili Cambiare Rotta e Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), dopo le notizie emerse dall’inchiesta di Fanpage sulle infiltrazioni di forze di polizia dentro le tre realtà politiche. Non era uno, ma erano ben cinque gli agenti della Direzione Centrale della polizia di prevenzione – ovvero l’antiterrorismo – che per 8 mesi si sono infiltrati tra le fila delle organizzazioni politiche.
In realtà, l’evento ha voluto ricostruire il filo rosso di spionaggio e repressione che, come si è detto nell’introduzione della conferenza stampa, lega insieme tre casi: oltre a quello di infiltrazione diretto in ultima istanza verso Potere al Popolo, negli ultimi mesi ha tenuto banco nel dibattito pubblico l’utilizzo dello spyware israeliano Paragon per controllare e intercettare le attività dei giornalisti di Fanpage.it Francesco Cancellato, direttore della testata, e Ciro Pellegrino, così come l’utilizzo dello stesso software sui dispositivi dei fondatori dell’ONG Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia.
Il filo rosso denunciato è quello della gestione autoritaria del dissenso, che ha assunto la sua conformazione definitiva con la recente approvazione del decreto Sicurezza, smantellato appena ieri da una relazione della Corte di Cassazione. Uno strumento che, prima ancora di ricevere il via libera definitivo, ha palesemente già mietuto le sue prime vittime, almeno nella logica con cui è stato creato e che si nota nei casi riportati: quella di un pesante attacco alle libertà politiche e democratiche.
Il primo intervento è stato quello del portavoce di Potere al Popolo, Giuliano Granato. Il portavoce ha subito evidenziato che il fatto per il quale cinque agenti, più o meno nello stesso lasso di tempo, si siano infiltrati in un partito che partecipa regolarmente alle elezioni non possa essere derubricato a coincidenza o ad un’azione individuale. Si tratta di un’operazione in grande stile, e Granato chiede al governo e in particolare al ministro Piantedosi di far sapere chi ha pianificato tale operazione, chi l’ha ordinata e per quale motivo.
Granato ha poi chiesto che sia fatta chiarezza anche sul caso Paragon, e su come questo strumento sia stato usato per attaccare i media che, in maniera indipendente, portano alla luce notizie scomode, ma fondamentali per la formazione di un’opinione critica da parte dei cittadini. Ha poi denunciato anche l’attacco continuo al diritto di sciopero, da parte di Salvini, e di tutte quelle forme di lotta che vengono portate avanti per rivendicare diritti sacrosanti, come quello di un salario dignitoso o di un tetto sopra la testa.
Unendo i puntini di questo quadro, dice Granato, la conclusione è automatica: “siamo arrivati ad un punto in questo paese per il quale, visto che è stata infiltrata gente dell’antiterrorismo, fa terrore chi dà battaglia quotidianamente su questioni che sono di interesse pubblico, collettivo e generale“. Fa terrore il dissenso, che Granato ricorda essere il vero sale della democrazia, al di là della formale impalcatura democratica di un sistema di governo, e per questo l’operazione di infiltrazione è una questione che riguarda tutti, non solo Potere al Popolo.
È intervenuto poi Don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea, rispondendo al quesito del perché spiare un’organizzazione che salva persone in mare. E una delle motivazioni che ha delineato è l’importanza che le informazioni contenute in uno dei telefoni infettati ha avuto per la denuncia dei trafficanti libici di esseri umani, e per la cattura di al-Masri.
Don Ferrari ricorda che Beppe Caccia e Luca Casarini sono stati spiati dal 2019 dall’intelligence, con un salto di qualità nel 2024, per motivazioni che sono dette legate a “immigrazione illegale“. E ricorda pure che lui stesso e Cancellato, stando alle notizie del Copasir, sono stati spiati, ma non dai servizi segreti italiani… e allora la domanda è: chi è stato a spiare?
Ciro Pellegrino ha sottolineato un’ipotesi inquietante: se l’inchiesta di Fanpage.it che ha svelato l’infiltrazione in Potere al Popolo fosse stata portata avanti mentre i telefoni dei giornalisti erano sotto controllo, ciò avrebbe potuto mettere in pericolo l’inchiesta stessa. E ha poi palesato la sorpresa nella mancanza di esternazioni di solidarietà da parte di tante parti politiche, in primis dal sindaco di Napoli, città nella quale è stato individuato il primo infiltrato in Potere al Popolo. Pellegrino ha concluso dicendo: “su questa storia non molleremo di un centimetro, perché la mia sensazione è che avremo altre sorprese“.
La parola è passata a Gianluca Bruni del CAU di Napoli, che ha ricostruito sinteticamente la storia del primo infiltrato citato da Pellegrino per poi denunciare la gravità inaudita dell’attacco portato avanti non solo dalla polizia di stato, ma anche dal governo, e non solo verso Potere al Popolo e due organizzazioni giovanili, ma verso la democrazia tutta. “Il governo Meloni sta calpestando la Costituzione“.
La domanda che si pone poi Bruni è perché tale infiltrazione, ricordando che non c’è ancora risposta a tre interrogazioni parlamentari in merito. E questo, senza dubbio, è perché Potere al Popolo e le due organizzazioni giovanili rappresentano un’alternativa alla barbarie che avviene a Gaza, alla barbarie della guerra interna contro i lavoratori, che muoiono a tre al giorno, alla criminalizzazione dei senza casa. Se la risposta del governo Meloni è considerare chi si batte contro tale barbarie come ‘terrorismo’, dice Bruni, “allora sì, siamo colpevoli“.
È intervenuta poi Alice Natale, senatrice accademica dell’Università di Genova per Cambiare Rotta, la quale ha ripercorso gli altri casi di infiltrazione che hanno interessato l’organizzazione giovanile comunista. Soprattutto, Natale ha sottolineato che l’infiltrazione fallita di Roma ha avuto questo esito anche per l’alta attenzione dei militanti locali, che avevano già subito un tentativo simile da parte di una ragazza, poi scoperta a parlare a più riprese con le forze dell’ordine.
Le infiltrazioni, dice Natale, sono un evidente attacco alla democrazia, e seppur siano partite prima dell’approvazione del decreto Sicurezza, ne condividono la matrice, quella di un contesto crescente di repressione nei confronti di organizzazioni che rappresentano un oppositore politico considerato ‘preoccupante’. Eppure, Cambiare Rotta fa tutto alla luce del sole, tanto che è reduce dalla partecipazione alle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU).
Proprio perché l’agire di Cambiare Rotta è sempre limpido e cristallino, l’organizzazione ha deciso di rilanciare immediatamente sul piano politico, chiamando per lunedì 30 giugno e martedì 1° luglio due giornate di agitazione davanti ai rettorati, per chiedere ai Rettori che si esprimano su questo attacco alla legittima libertà al dissenso, avvenuto innanzitutto in luoghi del sapere critico come gli atenei.
Verrà lanciato anche un appello per chiedere sostegno e solidarietà a tutte le liste che hanno partecipato alle elezioni per il CNSU, al di là delle divergenze politiche, perché, come ripetuto da tutti gli interventi, l’attacco subito riguarda tutti, mentre il governo dovrà rendere conto delle tre interrogazioni parlamentari e dire chi c’è stato dietro le operazioni di spionaggio e infiltrazione.
La parola è stata poi lasciata ai tre parlamentari che hanno presentato le interrogazioni sul tema. Peppe De Cristofaro (AVS), che ha denunciato la torsione autoritaria del paese e la necessità di una solidarietà ampia per chi ha subito questi atti di spionaggio e infiltrazione.
Gilda Sportiello, del Movimento 5 Stelle, ha criticato il silenzio del governo Meloni di fronte alle infiltrazioni in Potere al Popolo e nelle due organizzazioni giovanili, e all’uso di Paragon. La denuncia si è estesa ai contenuti del decreto Sicurezza.
Infine, ha preso parola il deputato del PD Arturo Scotto, che ha attaccato il sovversivismo del governo Meloni. Scotto ha ricordato la propria distanza politica da Potere al Popolo, ma che in questi casi la denuncia non può che essere unanime.
Le domande dei giornalisti hanno sottolineato le responsabilità del centrosinistra e del cosiddetto ‘campo largo’ nel percorso che ha portato agli eventi discussi durante la conferenza stampa (dai decreti Minniti ai decreti Salvini, fino al fatto che le intercettazioni di Casarini e Caccia cominciarono sotto il governo Conte).
Giuliano Granato ha ribadito che Potere al Popolo ha sempre sottolineato le continuità tra centrosinistra e centrodestra, e continua a farlo, mentre la critica dovrebbe essere estesa all’intero modello capitalistico che vuole cancellare ogni alternativa, come successo col terrorismo finanziario contro la Grecia, ad esempio.
L’infiltrazione, dice, “rivela qualcosa dello stato dell’arte dall’altra parte“, cioè il pericolo che viene visto in Potere al Popolo e nelle organizzazioni giovanili che hanno animato le lotte degli ultimi mesi, soprattutto contro il genocidio. Tali lotte si sono poste su di un piano direttamente politico, in tendenza sistemico. E allora è salita la paura che la mobilitazione possa acquisire forza e partecipazione.
A partire dalle giornate di agitazione lanciate da Cambiare Rotta per il 30 giugno – 1° luglio, proprio per questo la lotta verrà invece rilanciata, e non si fermerà nemmeno durante questa calda estate.
Fonte
27/06/2025
Scoperti almeno cinque poliziotti infiltrati in Potere al Popolo: i documenti che lo provano
Non importa quanto rilevante sia la forza d’opposizione, infiltrarla con propri “agenti” è un lavoro preventivo che in qualche modo verrà utilizzato per finalità, all’inizio, ancora indefinite. Ricordiamo che oltre 10 anni fa venne addirittura dall’allora segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una denuncia di infiltrati dei servizi dentro un partito che fino a poco tempo prima era stato addirittura nel governo Prodi.
Perché la questione non riguarda la “pericolosità politica” dell’organizzazione sottoposta ad infiltrazione, ma la progettazione autoritaria che spinge uno Stato a combattere, anche preventivamente, la propria popolazione e le sue forme organizzate non “omogeneizzate”. O non ancora piratate...
Potere al Popolo è un movimento politico più che “alla luce del sole”, costruito fin dal primo giorno in modo aperto e senza particolari sofisticazioni organizzative e programmatiche. Si presenta alle elezioni quando può e se lo ritiene utile, i suoi organismi dirigenti sono pubblici e per nulla “autoritari”. Infiltrarlo può sembrare uno spreco di tempo ed energie se si assume come scopo dei “servizi” quello di conoscere come è organizzato e chi compone le strutture di “direzione” (elette con voto online e procedura pubblica). Non c’è in effetti nulla che non si possa sapere su PaP anche solo guardando i suoi siti.
Ma se si prendono – almeno – cinque neo-poliziotti, giovani e appena “sfornati” dalle scuole di formazione – messe in piedi a suo tempo dall’ex ideatore e direttore dell’Ovra fascista, Guido Leto, “graziato” con l’amnistia e riciclato nella “Repubblica nata dalla Resistenza” – per piazzarli in PaP e Cambiare Rotta (una organizzazione giovanile che fa parte di quell’area), allora lo scopo non è “mantenere sotto controllo” o “raccogliere informazioni”.
Quale sia non possiamo ovviamente saperlo, perché sta solo nella testa di chi ha avviato “l’operazione”. Sappiamo però in che contesto viviamo e sappiamo che c’è un “decreto sicurezza” appena approvato che, tra le altre amenità anticostituzionali, prevede addirittura la possibilità per i servizi segreti di “creare e dirigere organizzazioni terroristiche” o comunque “violente”.
Non sono certo i ragazzi di PaP e CR il “personale” utilizzabile in questo senso, nessuno di loro in oltre otto anni di attività è mai stato accusato di aver tirato uno schiaffo... Ma siamo nel paese delle stragi di stato, dove si infiltravano con poliziotti e fascisti anche piccoli e innocui gruppi anarchici come quello di Pinelli e Valpreda.
Non perché fossero “pericolosi”, ma per condurre – su di loro e contro tutto il movimento operaio e studentesco – operazioni “falsa bandiera” a supporto di strette autoritarie feroci.
In effetti, il governo imperniato sugli eredi del Msi – l’incubatore politico da cui sono usciti molti “manovali” di quella stagione sanguinosa – deve ora spiegare il senso di questa “operazione” mirante ad avere “un piede dentro” un movimento politico indipendente e di sinistra. Non può essere per “assumere informazioni” e dunque perché?
Qui di seguito il dettagliato servizio di Fanpage, la testata online diventa nota – fra l’altro – perché il suo direttore è stato sottoposto ad intercettazioni illegali con lo spyware israeliano “Paragon”. Restiamo insomma in zona...
Nel maggio scorso avevamo raccolto la denuncia di Potere al Popolo, che aveva scoperto un poliziotto infiltrato nelle fila del partito a Napoli. Su quel caso sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari a cui il governo di Giorgia Meloni non ha ancora risposto.
Ma dai documenti in possesso di Fanpage.it siamo riusciti a risalire all’intera operazione messa in campo dalla Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Abbiamo scoperto infatti che le infiltrazioni ci sono state in diverse città italiane: Milano, Bologna e Roma, oltre che Napoli.
Nelle nostre ricerche, una volta identificati i poliziotti infiltrati in Potere al Popolo, abbiamo avvisato i responsabili e i dirigenti locali dell’organizzazione, riuscendo a trovare tutti i riscontri e le prove di una attività di spionaggio ed infiltrazione che è durata almeno 8 mesi.
Da Napoli a Milano: così i poliziotti si sono infiltrati nel partito
Grazie all’analisi dei documenti in nostro possesso abbiamo ricostruito tutti gli spostamenti dei 5 agenti di polizia che si sono infiltrati in Potere al Popolo. Appartengono tutti al 223esimo corso allievi agenti di polizia, e dopo un periodo di prova, che hanno trascorso in diverse Questure italiane, nel dicembre del 2024 sono stati trasferiti tutti alla Direzione centrale della polizia di prevenzione, ovvero all’antiterrorismo.
Non un solo infiltrato, non un caso singolo, ma una vera e propria operazione articolata. I 5 agenti hanno iniziato la loro infiltrazione in Potere al Popolo, spesso attraverso l’organizzazione giovanile “Cambiare Rotta”, contemporaneamente, tra ottobre e novembre del 2024, e solo a dicembre del 2024 hanno ricevuto il trasferimento ufficiale all’antiterrorismo.
A Milano i poliziotti infiltrati sono stati due. “Il primo soggetto si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università statale di Milano, all’inizio dell’anno accademico, nel mese di ottobre”, ci racconta Samuele Ortolini, di Cambiare Rotta Milano. La loro è l’organizzazione giovanile che fa capo all’area politica di Potere al Popolo. Un’associazione che si presenta anche alle elezioni studentesche nei principali atenei italiani.
“Si è presentato come uno studente fuori sede che aveva particolarmente a cuore il tema del carovita nella città di Milano. Ha partecipato alla contestazione che abbiamo fatto al teatro dal Verme di Milano a Carlo Calenda ed a molte altre manifestazioni. Il secondo soggetto invece si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università Bicocca, nel mese di dicembre” spiega Ortolini.
Le immagini che abbiamo ritrovato mostrano il primo poliziotto nel momento del suo giuramento in polizia, al termine del 223esimo corso allievi agenti di polizia, e poi in manifestazione a Milano in diverse occasioni. Una di queste è la contestazione a Carlo Calenda al teatro dal Verme di Milano. E poi ancora in piazza contro il carovita e per la Palestina, con la presenza anche alla manifestazione nazionale del 30 novembre scorso.
Era arrivato all’antiterrorismo dopo un periodo di prova alla Questura di La Spezia, presso il commissariato di Sarzana. Il secondo soggetto invece era più schivo: “Mostrava diffidenza a mostrarsi nei video e nelle foto – sottolinea l’attivista di Cambiare Rotta – perché diceva di non voler allarmare i suoi genitori”.
Eppure di lui siamo riusciti a trovare un video di una contestazione all’onorevole Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, all’università Bicocca di Milano. Compare per pochi secondi, dopo si copre il volto con lo striscione. “Nei momenti comuni non hanno mai esplicitamente dichiarato di conoscersi, ma erano molto affiatati, con la scusa che erano entrambi studenti fuori sede hanno socializzato fin da subito”, spiega Ortolini.
Ma dopo aver avvisato gli attivisti di Potere al Popolo di Milano, grazie al controllo delle foto sugli smartphone degli attivisti, siamo riusciti a trovare alcune foto dei due poliziotti infiltrati insieme ad una manifestazione.
Il secondo poliziotto, anche lui proveniente dal 223esimo corso, aveva svolto il periodo di prova addirittura al Viminale, al Ministero degli Interni, per poi essere trasferito a dicembre 2024 all’antiterrorismo. “Quando ci avete informato della loro reale identità, e cioè del fatto che fossero poliziotti, abbiamo ricostruito andando a ritroso la loro identità, e abbiamo notato molte somiglianze con il caso emerso a Napoli. Erano presenti nelle iniziative di lotta, ma al di fuori di queste non partecipavano a momenti di socialità”, conclude Ortolini.
Infiltrato anche a Bologna: “Era in piazza quando denunciammo il caso di Napoli”
Sempre al 223esimo corso allievi agenti appartiene anche il poliziotto infiltrato a Bologna in Potere al Popolo. Di lui abbiamo anche le immagini in divisa, oltre ai video che lo mostrano in piazza dietro lo striscione di PaP a urlare cori e slogan. Per lui i mesi di prova sono stati alla Questura di Modena, per poi arrivare alla Direzione centrale dell’antiterrorismo.
Come tutti gli altri ha 21 anni, nato nel 2004, ed è stato molto attivo a Bologna da dicembre 2024, prima contro il carovita ed il costo dei biglietti dei trasporti e poi nell’ambito universitario. Ha partecipato alla campagna elettorale per le elezioni studentesche e più di una foto lo ritrae ad un banchetto elettorale della lista di Cambiare Rotta.
“Sempre nell’autunno del 2024, come era successo anche a Napoli, un altro poliziotto si infiltra nella nostra organizzazione a Bologna”, ci spiega Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. “Comincia a partecipare all’organizzazione giovanile Cambiare Rotta, partecipa a tutti i momenti, da quelli locali a quelli nazionali, ad esempio è stato presente al corteo per la Palestina il 30 novembre scorso a Roma. E partecipa molto attivamente alla campagna elettorale all’università per l’elezione del consiglio nazionale studentesco universitario, CNSU” spiega.
A maggio di quest’anno avviene però una cosa clamorosa, che oggi possiamo ricostruire dettagliatamente. È il 27 maggio e Potere al Popolo insieme ai collettivi universitari scende in piazza a Bologna per contestare la presenza di Giorgia Meloni in città. Lo stesso giorno Fanpage.it pubblica la notizia di un poliziotto infiltrato in Potere al Popolo a Napoli.
Dalle immagini che abbiamo ritrovato, il poliziotto infiltrato a Bologna è in quel corteo. Si sbraccia, urla slogan. “Siamo tutti antifascisti” dice, battendo le mani. Ma soprattutto è lì mentre dal megafono parlano del caso del poliziotto infiltrato a Napoli. L’agente dell’antiterrorismo prosegue la manifestazione, non si stacca. Ma sarà il suo ultimo atto.
“Nel momento in cui c’è anche una denuncia pubblica in quella piazza di Bologna, dell’episodio di Napoli, questo soggetto dall’indomani sparisce da un momento all’altro, non abbiamo avuto più alcuna sua notizia dal giorno successivo. Quando ci avete avvisato della sua reale identità è stato semplice capire il perché fosse sparito” racconta Granato.
L’infiltrazione fallita: il tentativo alla Sapienza di Roma
Sono in totale 5 gli agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia che sono stati trasferiti alla Direzione Centrale della polizia di prevenzione. Abbiamo ricostruito i volti e gli spostamenti di tutti e 5, ed abbiamo scoperto che tutti avevano un unico target: Potere al Popolo.
A Roma il tentativo di infiltrazione è però fallito, soprattutto grazie alla scrupolosità delle attiviste di Cambiare Rotta e Potere al Popolo e, evidentemente, per le condotte un po’ maldestre dell’agente in questione. Per lui dopo il giuramento c’è stato un periodo di prova alla Questura di Cremona e poi il trasferimento alla Direzione centrale a dicembre 2024. Nel mentre ha provato ad infiltrarsi alla Sapienza.
“Questo soggetto si è avvicinato a noi tramite un banchetto informativo elettorale, Cambiare Rotta si era candidata alle elezioni studentesche di ateneo, alla Sapienza”, ci racconta Anita Palermo di Potere al Popolo di Roma. “È sembrato molto strano perché appunto è spuntato dal nulla, non lo aveva mai visto nessuno, diceva di essere iscritto alla Sapienza dall’anno precedente, più o meno i volti, facendo politica all’università, li riconoscevo, e quindi mi aveva proprio stranito che questa persona non fosse mai comparsa, prima di quel momento. Intorno a novembre ha gravitato una o due settimane intorno a noi, e poi quando si è accorto che il nostro è stato un atteggiamento di chiusura, ha smesso di cercarci”, spiega l’attivista di PaP.
L’agente fa tante domande, forse troppe. Partecipa anche ad una assemblea a Giurisprudenza, di cui abbiamo una foto che lo identifica, ed addirittura siede in prima fila ed interviene. Un comportamento che viene reputato troppo strano per una persona che non si era mai vista in nessuna iniziativa politica all’università di Roma.
“Quando ci avete avvisato del fatto che questo soggetto fosse un poliziotto, abbiamo ricostruito. Il fatto di avere l’informazione compiuta della reale identità di questo soggetto ha avvalorato la nostra tesi, che era appunto una tesi di sospetto nei confronti di una persona che aveva un atteggiamento troppo strano”, ci dice Palermo.
Un’operazione su larga scala: “Vogliamo sapere chi l’ha ordinata”
Quella che abbiamo ricostruito è probabilmente una operazione su larga scala di spionaggio e infiltrazione di Potere al Popolo, partito che si presenta da anni alle elezioni politiche, e dell’associazione Cambiare Rotta, che si presenta alle elezioni del consiglio nazionale degli studenti universitari, che è un organo del Ministro dell’Istruzione, e alle elezioni dei consigli di ateneo, nelle principali università italiane. Dopo il primo caso denunciato da Potere al Popolo a Fanpage.it, sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari, una del PD, una di Avs e una del Movimento 5 Stelle, a cui il governo non ha ancora risposto.
Nessun commento è stato fatto dal Ministero dell’Interno. L’unica replica fu affidata alle agenzie da “fonti qualificate di polizia” che affermavano però cose dettagliate e in parte già smentite.
La prima era che nessuna Procura aveva mai autorizzato una attività simile, quindi immaginiamo che ancora oggi, davanti ad una operazione così grande, non ci siano autorizzazioni di sorta da parte della magistratura.
La seconda fu che si trattava di un caso isolato basato su iniziativa personale. In ultimo si faceva cenno al fatto che nel caso del poliziotto di Napoli, sui suoi profili social erano presenti le foto del giuramento in polizia. Circostanza falsa, visto che le foto di quel poliziotto in divisa, così come le altre trovate da Fanpage.it, non erano affatto sui profili social degli agenti, che invece erano assolutamente blindati, chiusi e senza nessun riferimento né fotografico, né di altro tipo alla reale attività dei soggetti in questione.
“Noi chiediamo di sapere innanzitutto chi ha ordinato questa operazione, perché non regge più questo silenzio, il governo deve dare spiegazioni assolutamente”, dice Giuliano Granato. Guardando le date di questa operazione non si può non pensare ad altre operazioni che si sono rivelate oscure e su cui ancora oggi il governo è incapace di fare chiarezza.
Le infiltrazioni in Potere al Popolo iniziano nell’autunno del 2024, di lì a pochissimo saranno infettati con lo spyware Paragon i telefoni del direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, del collega Ciro Pellegrino, e dei fondatori di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia. “Ci indica un percorso di repressione che questo governo sta intraprendendo e lo sta intraprendendo con, cito testualmente le parole di Giorgia Meloni, ‘metodi da regime’”.
“Noi facciamo un appello a quelle che sono le forze sociali, democratiche, le associazioni, ma anche i singoli cittadini e cittadine, a mobilitarsi affinché in questo paese si possa agire politicamente in modo democratico, senza dover avere paura delle infiltrazioni da parte della polizia”, sottolinea Anita Palermo.
Da quanto abbiamo potuto ricostruire, mentre l’infiltrato di Roma, dopo il suo tentativo fallito, ha fatto perdere immediatamente le sue tracce, l’agente infiltrato a Bologna è scomparso dal 27 maggio scorso, quelli di Milano invece sono andati via dal capoluogo lombardo il 23 ed il 27 maggio scorso, ufficialmente per un ritorno a casa alla fine dei corsi.
Solo uno era rimasto in contatto con l’organizzazione, fino alla manifestazione del 21 giugno scorso contro il riarmo europeo a Roma. In quella occasione abbiamo provato ad intercettarlo, con l’aiuto degli attivisti di Potere al Popolo, ma non si è presentato all’appuntamento che gli avevamo dato. Dal 22 giugno i telefoni di tutti gli agenti infiltrati risultano staccati.
“Le nuove scoperte ci danno ancora ulteriori preoccupazioni”, commenta Giuliano Granato. “Libertà di riunione, libertà di associazione e libertà di espressione, sono fondamenti della nostra democrazia, sono scritti nella carta costituzionale, e chiunque abbia autorizzato questa operazione, chiunque l’abbia ordinata, sta calpestando le basi stesse della nostra costituzione”, conclude il portavoce nazionale di Potere al Popolo.
Fonte
06/12/2024
Chiesta l’archiviazione dell’indagine sull’archivio storico sequestrato a Persichetti
Millecentottantasei giorni dopo la lunga perquisizione (era I’8 giugno 2021) condotta nella mia abitazione e conclusasi con il sequestro integrale del mio archivio raccolto in anni di ricerca storica sugli anni 70 e le vicende della lotta armata, di tutti i miei strumenti di lavoro, dell’intera documentazione digitale presente in casa e negli storage online, computer e telefono nonché l’archivio familiare, con materiali di mia moglie e medico-scolastici dei miei figli, è arrivata dagli uffici della procura la richiesta di archiviazione firmata lo scorso 13 settembre dal sostituto procuratore della repubblica Eugenio Albamonte.
Comportamenti privi di rilevanza penale
Il pm che ha condotto l’indagine avviata dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione nel 2019, scrive che «non è possibile qualificare penalmente la condotta del Persichetti», in relazione al reato di violazione del segreto d’ufficio (326 cp) e che «tanto meno si può ritenere probabile» in base agli elementi raccolti «l’esito positivo di un eventuale giudizio».
Quanto
invece all’ipotizzato favoreggiamento (378 cp), Albamonte lascia
intendere che molto più semplicemente il reato non sussiste poiché «la natura delle informazioni»
(alcune pagine della bozza della prima relazione della commissione Moro
2 del dicembre 2015), che l’8 dicembre 2015 avevo inviato ad Alvaro
Baragiola Loiacono, ex brigatista coinvolto nel sequestro Moro, riparato
in Svizzera dove ha acquisito la cittadinanza e da questi trasferite a
una altro ex, Alessio Casimirri, anch’egli da decenni riparato in
Nicaragua, «non appare avere rilievo sulle rispettive responsabilità
e non comporta ulteriori incriminazioni rispetto a quelle già
comprovate». Detta in modo più chiaro, quelle informazioni erano neutre, prive di rilevanza penale, per altro rese pubbliche appena 48 ore dopo dalla stessa commissione.
Reati prescritti
Il pm conclude la sua richiesta sottolineando che «il reato
ipotizzato [favoreggiamento], e altri eventualmente configurabili
(violazione di segreto d’ufficio e ricettazione (648 cp) sarebbero stati
commessi nel 2015 e quindi prescritti o prossimi alla prescrizione».
Nella
richiesta di archiviazione non viene citata una quarta imputazione:
l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270 bis cp) che
pure era stata utilizzata nel decreto di perquisizione dell’8 giugno
2021 e firmata dallo stesso sostituto Albamonte e dall’allora
procuratore capo Prestipino (incarico poi dichiarato illegittimo dal Tar
del Lazio e dal Consiglio di Stato – leggi qui).
Capo d’imputazione passe-partout, strumento perfetto per implementare
la scenografia investigativa e avvalersi di strumenti di indagine
altamente invasivi. A dire il vero l’ipotesi d’accusa associativa non
aveva retto alla prima verifica: bocciata dal tribunale del riesame già
nel luglio 2021, perché priva delle necessarie condotte di reato, e
successivamente lasciata cadere dallo stesso pm. La procura, infatti, si
era limitata a enunciare le accuse senza riportare circostanze,
modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come se non
bastasse, nella indagine aveva fatto capolino anche una quinta
imputazione suggerita dallo stesso Tribunale del riesame che al posto
del «favoreggiamento», aveva proposto – senza successo – la «rivelazione
di notizia di cui sia stata vietata la divulgazione» (262 cp). Cinque
capi d’imputazione per una inchiesta che alla fine si era trasformata
in una caccia al tesoro alla affannata ricerca del reato che non c’era.
Le ragioni dell’inchiesta
Se il mio comportamento
era privo di rilevanza penale, in sostanza non violava la legge, allora
per quale ragione la polizia di prevenzione e la procura di Roma hanno
portato avanti con tanta ostinazione una simile inchiesta ricorrendo a
intercettazioni telematiche e telefoniche, rogatorie internazionali che
hanno coinvolto addirittura l’Fbi americana, fino a perquisire la mia
abitazione per una intera giornata e svaligiare il mio archivio,
strumento fondamentale del mio lavoro di ricerca storica?
Bisognerà
attendere il deposito integrale del fascicolo presso l’ufficio del gip
per trovare qualche risposta in più. Per ora ci dobbiamo accontentare
delle cinque pagine che compongono la richiesta di archiviazione nelle
quali il pm Albamonte ricostruisce seppur sinteticamente i passaggi
salienti dell’indagine arrampicandosi come può sugli specchi nel
tentativo di giustificarne la legittimità. Scopriamo che tutto sarebbe
iniziato dopo una rogatoria internazionale promossa dalla procura
generale nei confronti di Alessio Casimirri che innesca una indagine del
Federal Bureau of investigation degli Stati uniti. Nel marzo
2020 l’Fbi americana fa pervenire alla Direzione centrale della polizia
di prevenzione la corrispondenza e-mail intercettata all’ex brigatista:
«emergevano – scrive Albamonte – numerosi scambi tra Casimirri e
Loiacono». L’attenzione dei funzionari di polizia si concentrava su una
mail dell’8 dicembre 2015 che conteneva in allegato alcune fotografie in
formato jpeg della bozza della prima relazione della commissione Moro 2
che Loiacono inviava a Casimirri dopo averle ricevute da me. Bozza che
due giorni dopo verrà resa pubblica, senza variazioni, dalla stessa
commissione parlamentare.
Le e-mail avevano un contenuto
inequivocabile, il contesto era molto chiaro: stavo interloquendo con
una fonte orale testimone diretta dei fatti oggetto del mio studio
nell’ambito dei lavori preparatori che poi sfociarono nel libro
pubblicato nel 2017 con due altri autori, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera,
Deriveapprodi editore. Quelle poche pagine le avevo inviate anche ad
altri testimoni diretti del sequestro Moro, sempre nell’ambito delle
ricerche e dell’attività preparatoria del volume. Circostanza
perfettamente nota ai funzionari della polizia di prevenzione che
dall’Fbi avevano ricevuto altre mail nelle quali erano presenti alcune
pagine delle bozze preparatorie di un capitolo del futuro volume
dedicate alla ricostruzione dei fatti di via Fani.
Quando nel 2020
gli inquirenti leggono le mail attenzionate conoscono da ben tre anni il
libro. Per questa ragione si dilungano nei loro rapporti depositati nel
fascicolo in disquisizioni e raffronti tra il contenuto degli scambi
telematici e quanto riportato in alcuni suoi capitoli. Ciò dimostra
ulteriormente che gli inquirenti avevano ben chiaro testo e contesto di quei messaggi.
Tuttavia l’iniziale e comprensibile attività di intelligence condotta
per cercare di capire se in quegli scambi fossero contenute delle
rivelazioni penalmente rilevanti che potevano aggiungere novità (la
presenza di altre persone non ancora identificate), rispetto alla verità
accertata giudiziariamente nella vicenda del sequestro Moro, muta
improvvisamente. Una volta accertato che quegli scambi tra i due ex
brigatisti, ritenuti «genuini» dagli stessi inquirenti, non cambiavano
la verità acquisita nei processi, l’indirizzo dell’inchiesta muta
improvvisamente rotta.
Cosa era successo?
L’ipotesi della violazione del
segreto d’ufficio aveva perso ulteriore consistenza dopo la
deposizione, nel gennaio 2021, dell’ex presidente della commissione Moro
2, Giuseppe Fioroni, che aveva chiarito come la «riservatezza» delle
bozze (per altro inesistente nel regolamento interno della commissione)
era venuta meno al momento della sua pubblicazione, ovvero 48 ore dopo.
In quel breve lasso di tempo nessuna «concreta offensività» era emersa –
come sottolinea lo stesso Albamonte nella richiesta di archiviazione.
Oltretutto lo stesso Fioroni aveva lamentato le continue violazioni
della riservatezza e del segreto da parte dei membri della commissione,
rilevando come: «elaborati dei consulenti fossero dati in lettura a
singoli deputati prima di essere versati alla Commissione, cosa che il
Presidente ha più volte stigmatizzato in sede di Ufficio di presidenza.
Queste prassi non incidono tanto sul piano formale (perché prima del
versamento i documenti, specie se sono elaborati dei consulenti, sono
considerati alla stregua di bozze e dal punto di vista della Commissione
sono inesistenti), quanto sul piano sostanziale, in quanto potrebbero
alimentare flussi di informazioni indebite verso terzi».
Nei
suoi tre anni di attività la commissione si era mostrata un vero
colabrodo, in almeno sette circostanze erano emerse violazioni del
segreto e della riservatezza degli atti, interrogatori e documenti da
parte di suoi membri: commissari o consulenti (leggi qui).
Circostanze che non hanno mai attirato l’interesse della procura a
riprova che non era l’ipotizzata violazione del segreto d’ufficio il
vero tema dell’indagine.
La velenosa insinuazione
Durante la sua
deposizione Fioroni elabora un «movente» che armerà la polizia di
prevenzione e la procura contro il mio lavoro e il mio archivio: secondo
l’ex presidente della Moro 2 la commissione nel corso della sua
attività avrebbe raggiunto verità indicibili, in particolare nella
vicenda di via Licino Calvo e via dei Massimi (ipotesi dietrologiche, in
realtà, già elaborate dai primi anni 80 in precedenti commissioni
parlamentari e numerose pubblicazioni e che non hanno mai trovato
conferme), per questo – a suo dire – ci sarebbe stata un’attività di
intelligence per carpire in anticipo queste informazioni e allertare
presunti colpevoli non ancora identificati. Si realizza così il
cortocircuito tra tesi complottiste e azione investigativa. Con un
intento alla volta conoscitivo e punitivo
gli inquirenti prendono di mira il mio archivio convinti di potervi
scovare quelle verità tenute nascoste che nella mia attività di ricerca
avrei potuto raccogliere dalle confidenze degli ex brigatisti. Da qui
l’accusa di favoreggiamento e l’iniziale contestazione dell’associazione
sovversiva. Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti!
Il baratto della verità
Nella stessa deposizione Fioroni ammise di aver tentato «anche dei contatti informali con il Loiacono tramite alcuni componenti della Commissione».
Durante la sua audizione l’allora ministro degli esteri Gentiloni aveva
pronunciato una lunga serie di inesattezze sulla complessa posizione
giuridica di Loiacono, processato e condannato in Svizzera per alcuni
episodi di lotta armata avvenuti in Italia. Condanna scontata
completamente ma che l’autorità giudiziaria italiana non ha mai voluto
riconoscere in barba al ne bis in idem. Infastidito dalle
parole del ministro, Loiacono aveva inviato una rettifica con tanto di
documentazione allegata. Fioroni, convinto che dietro quel gesto vi
fosse una inconscia volontà di testimoniare, iniziò un lungo
corteggiamento per il tramite di un commissario che era in contatto con
me. Nelle settimane che precedettero la discussione della relazione del
2015 mi trovai così al centro di un flusso di messaggi tra le parti.
Ovviamente non se ne fece nulla a riprova del fatto che Fioroni era un
pessimo psicologo.
Qualche tempo dopo io e un’altra persona venimmo
convocati in una sede istituzionale per sentirci esporre un messaggio
proveniente sempre dallo stesso presidente della commissione Moro 2:
ovvero una proposta di baratto tra l’apertura dell’attività d’indagine
parlamentare anche sulle torture praticate nel maggio 1978 contro Enrico
Triaca e quelle successive dell’82 (il 21 gennaio 2016 era stata
depositata in commissione una dettagliata richiesta di audizione di
undici testimoni sul tema delle torture) in cambio dell’accettazione da
parte di alcuni ex brigatisti, mai pentiti né dissociati coinvolti nel
caso Moro, di farsi audire a san Macuto. L’intera vicenda – ci venne
detto con tono austero – sarebbe stata monitorata dalla stessa
presidenza della Repubblica. Rispondemmo che indagare sulle torture
faceva parte delle competenze istituzionali della commissione non
sottoponili ad alcuno scambio. Quanto alla convocazione degli ex
brigatisti, Fioroni avrebbe potuto chiamarli direttamente o scrivere
loro spiegando le sue intenzioni. Infine sul presunto interessamento del
Quirinale, dichiarammo che avremmo certamente apprezzato un suo
intervento pubblico sul tema.
La cosa allora sembrò finire lì ma quando mi portarono via l’archivio compresi che forse non era proprio andata così.
Un grave precedente
Il fallimento clamoroso di
questa inchiesta non deve tuttavia distogliere dalla sua natura
pretestuosa e dal rischioso precedente che rappresenta per la libertà
della ricerca storica. Il sequestro dei materiali di studio di un
ricercatore, l’attacco diretto alla ricerca storica, l’intromissione
indebita del ministero dell’Interno e della magistratura nel lavoro
storiografico, la pretesa di stabilire ciò che uno studioso può scrivere
in un libro, il tentativo di recintare col filo spinato gli anni 70, un
periodo ancora caldo nonostante il cinquantennio trascorso, rappresenta
una inaccettabile invasione di campo.
Un episodio che è stato denunciato purtroppo solo da un gruppo di studiosi e addetti ai lavori (leggi qui)
ma che ha visto la reazione pavida e indifferente del grosso
dell’accademia, convinta forse che in fondo la questione restasse
confinata solo alla mia persona per il mio passato militante che come
tale cristallizza la vita intera, congela ogni percorso, toglie
qualsiasi futuro.
Eppure tutti quelli che hanno girato la testa
dovrebbero ricordare che chi sequestra il passato prende in ostaggio
anche il futuro, ogni futuro persino il loro ammesso che ne abbiano mai
immaginato uno.
La decisione finale spetta al Gip
Spetta ora al
gip Valerio Savio pronunciarsi sulla richiesta di archiviazione. Lo
stesso gip che già in passato aveva anticipato l’esito dell’indagine
sottolineando come mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria» e non si capisse quale fosse la condotta illecita contestata che – scriveva – «ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai».
Il giudice dovrà decidere anche sulla sorte della copia forense di
tutto il materiale digitale sequestrato e tuttora non si capisce bene se
nelle mani della procura o della stessa polizia di prevenzione.
31/08/2024
Bertulazzi era in carcere nel 1978 ma per estradarlo lo accusano di aver partecipato alla logistica del sequestro Moro
Il falso sillogismo
È noto che la base di via Montalcini 8, a Roma, nella quale fu custodito Moro durante i 55 giorni del sequestro, venne acquistata da Laura Braghetti (e per questo condannata all’ergastolo) con una parte della somma del sequestro Costa. Ergo, siccome Bertulazzi è stato condannato a 15 anni di carcere per complicità – del tutto marginali – nel sequestro dell’armatore genovese, se ne deve concludere che lo stesso ha acquistato per conto delle Brigate rosse quella base e quindi ha avuto un ruolo nel sequestro. Più o meno è stato questo il falso sillogismo abilmente insinuato nei comunicati ufficiali che hanno portato la stampa e i vari siti d’informazione, ormai in mano a persone professionalmente disinformate, a replicare una simile castroneria. È bastata una velina per cancellare evidenze processuali e storiche stratificate da decenni.
La compagnia di giro Mollicone, Calabrò, Fioroni
Fake ripresa da tutti i giornali oltre che da una comica dichiarazione del responsabile cultura (e che cultura!) di Fratelli d’Italia, il parlamentare Federico Mollicone che, citando un libro di Maria Antonietta Calabrò e Giuseppe Fioroni (ex presidente della seconda commissione Moro), ha affermato che l’arresto di Bertulazzi può portare a «nuove evidenze nell’indagare sull’esatta ubicazione di Moro durante il sequestro». Per farla breve, secondo il Mollicone-Calabrò-Fioroni pensiero, Moro sarebbe stato trattenuto «in un box di Corso Vittorio 42, che era nelle disponibilità della residenza diplomatica dell’allora Ambasciatore del Cile presso la Santa Sede», per intenderci un diplomatico del dittatore Pinochet.
Le evidenze storiche, oltre che le sentenze sulla base delle quali sono stati comminati decine di ergastoli e secoli di carcere, ci dicono che i soldi del sequestro dell’armatore Costa furono redistribuiti equamente tra le varie colonne brigatiste. La colonna romana, che agli inizi del 1977 era in fase di costruzione, approfittò della sua quota per acquistare tre appartamenti: uno in via Palombini, l’altro via Albornoz e l’ultimo in via Montalcini. L’abitazione di via Palombini cadde nel maggio 1978 dopo la cattura e le torture inferte a Enrico Triaca, che gestiva la tipografia di via Pio Foà; via Albornoz non venne mai utilizzata perché solo dopo l’acquisto si scoprì che nello stesso pianerottolo abitava un carabiniere, quindi fu rivenduta; via Montalcini fu ceduta dopo il sequestro Moro. Di questo intricato giro di acquisizioni e vendite immobiliari Bertulazzi era totalmente estraneo.
Nel 1978 Bertulazzi era in carcere
Nulla c’entrava per due ragioni: la prima perché faceva parte di un’altra colonna all’interno della quale, semplice irregolare, non ha mai rivestito ruoli di vertice o dirigenziali. Proveniente dal Lotta continua entrò nella colonna genovese nel 1976 per restarvi poco tempo perché – e qui veniamo ala seconda ragione – nell’estate del 1977 sugli scogli di Vesima, nell’estremo occidente genovese, rimase gravemente ustionato alle mani e al viso mentre armeggiava con del materiale incendiario. Dall’ospedale lo condussero direttamente in prigione dove restò per scontare una condanna di due anni. Durante il sequestro Moro, Bertulazzi era detenuto. Questa è la verità.
Duramente sanzionato nonostante il ruolo marginale
Scarcerato nel 1979 dopo un periodo di congelamento fu reintegrato nell’organizzazione fino al disastro del settembre 1980, quando incappò con due suoi compagni in un posto di blocco da dove riuscì a fuggire mentre gli altri due furono arrestati. Condannato a 15 anni di reclusione in contumacia per un presunto ruolo marginale nel sequestro Costa, attribuitogli da un pentito, e poi a 19 anni per i reati associativi, Bertulazzi è stato duramente sanzionato dalla giustizia genovese fondamentalmente perché era latitante. Una volta cumulate le condanne con la continuazione la pena finale si è cristallizzata a 27 anni di reclusione. Una enormità per un irregolare che non ha mai sparato un colpo di pistola.
Raccontarla davvero grossa, dopo cinquant’anni, resta l’unica risorsa che il governo e le autorità di polizia hanno per riavere indietro questi esuli di un tempo che non c’è più.
Fonte
13/10/2022
Archivio Persichetti, dopo 16 mesi per il Gip «l’imputazione ancora non c’è ma l’inchiesta continua»
«L’accusa ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai» è questo il passaggio decisivo che riassume la sostanza di un’inchiesta che ha messo sotto accusa la libertà di ricerca storica. Lo scrive il Gip del Tribunale di Roma Valerio Savio in chiusura del provvedimento in cui si nega per il momento la riconsegna delle copie forensi, ovvero il clone digitale del mio archivio sequestrato ormai 16 mesi fa: «rilevato ancora come non si pongano questioni in ordine alla riservatezza dei dati, tuttora coperti da segreto investigativo; laddove per altro profilo ogni questione di “utilizzabilità“ dei dati medesimi è semplicemente prematura e allo stato non importabile, in assenza di una imputazione che tuttora potrebbe ancora non essere mai formulata».
La procura inizialmente aveva contestato il reato associativo
Il 9 giugno del 2021 una nutrita truppa di poliziotti di tre diversi servizi della polizia di Stato aveva occupato il mio appartamento con un mandato di perquisizione e sequestro dei miei strumenti di lavoro: l’archivio di materiali storici raccolto in anni di ricerche, computer, tablet, telefoni, pendrive, hard disk e schede di memoria di ogni tipo. Sotto la guida di funzionari della Polizia di prevenzione, gli agenti della Digos e della Polizia postale in realtà portarono via anche l’intero archivio di famiglia: cartelle scolastiche e cliniche dei miei figli di cui uno disabile, l’archivio amministrativo, l’intero archivio fotografico della mia compagna. Le imputazioni iniziali, mosse dalla Procura della repubblica e dalla Procura generale, erano l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270 bis cp), rapidamente evaporata dall’inchiesta, e il favoreggiamento (378 cp).
La giostra delle accuse
Nel corso dell’inchiesta si sono succedute ben 5 imputazioni: prima della perquisizione l’indagine si era aperta ipotizzando una violazione di segreto d’ufficio (prima imputazione), successivamente lievitata in associazione sovversiva a scopo di terrorismo (seconda imputazione) e favoreggiamento (terza imputazione). Nel luglio del 2021 il Tribunale della libertà, sollevando dubbi sulle precedenti incolpazioni, evocate – a suo dire – «senza indicare precise condotte di reato», suggerì una nuova accusa: «violazione di notizia riservata» (quarta imputazione), che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando attraverso la posta elettronica avevo inviato alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo e sul quale non era mai stato posto alcun segreto, nemmeno funzionale. Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte insieme a me nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera). Nell’ottobre successivo, cioè un anno fa, il Gip scrisse in uno dei suoi provvedimenti che, in realtà, mancava «una formulata incolpazione anche provvisoria» (leggi qui). Insomma le uniche certezze dell’indagine erano il sequestro del mio archivio, le intercettazioni della posta elettronica, ma non l’esistenza di un reato per cui tutto ciò avveniva. A quel punto la procura sposando la richiesta di incidente probatorio sul materiale sequestrato, avanzato in precedenza dal mio avvocato, si attestò nuovamente sull’accusa di favoreggiamento (quinta imputazione).
La perizia accerta l’assenza di materiale riservato ma la procura non si arrende
A fine aprile 2022 il perito del tribunale dopo aver clonato i 27 supporti sequestrati estrae 725 elementi attinenti all’indagine: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 file di testo e 5 cartelle, per buona parte scaricati dal sito di un ex membro della Commissione Moro (i (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). In nessuno di essi è presente materiale riservato. Per la procura è un clamoroso buco nell’acqua (leggi qui) ma nonostante ciò il pm si oppone alla riconsegna dell’archivio e il Gip lo appoggia. La procura chiede alla Polizia di prevenzione di analizzare il materiale estratto dal perito e a fine maggio dispone la riconsegna dei 23 supporti nei quali il perito non aveva trovato elementi attinenti all’indagine ma trattiene le copie forensi.
La Procura riconsegna il materiale sequestrato ma trattiene le copie forensi dell’archivio
Nel
frattempo la Polizia di prevenzione analizza il materiale individuato
dal perito e il 9 luglio 2022 invia una informativa alla pubblico
ministero Albamonte, titolare dell’indagine, nel quale «si da riscontro dei contenuti dei file estrapolati dal perito nel corpo dell’incidente probatorio».
In seguito a questa informativa il 26 luglio il pm dispone la
riconsegna dei due telefonini, del tablet e del computer e dello spazio
cloud ancora sequestrati ma anche in questo caso trattiene le copie
forensi, ovvero il clone digitale dell’intero materiale presente nei
quattro supporti, «in quanto – scrive il pm – costituiscono
necessario compendio del fascicolo fino alla sua definizione e
risultano tutt’ora utili ad approfondire le indagini circa la
provenienza del materiale riservato trovato nella disponibilità del
Persichetti».
Un’inchiesta senza più reato
L’avvocato Francesco Romeo chiede la visione dell’informativa della Polizia di prevenzione che aveva provocato l’improvviso cambio di atteggiamento della Procura ma la Procura oppone un rifiuto. A quel punto solleva un nuovo ricorso contro la decisione del pm per riavere le copie forensi dell’intero materiale portato via il 9 giugno 2021. L’impugnazione viene discussa lo scorso 30 settembre, per il Gip nonostante «l’assenza di una imputazione», che addirittura «potrebbe non essere mai formulata», le copie forensi dell’archivio devono restare in mano alla procura fino alla conclusione dell’indagine. Con buona pace della libertà di ricerca storica.
27/07/2022
La polizia della storia
Confesso che dopo 13 anni in cui credevo di avere letto di tutto e di più sulle BR e su quello che viene definito nel sottotitolo “l’affaire Moro” (citando un libro di Sciascia), avevo poca voglia di imbarcarmi in un ennesimo volume di smentita alle miriadi di “fake news” (altra definizione del sottotitolo) che da sempre circolano intorno all’azione armata più famosa degli anni ’70.
Tanto più che sono anni che l’autore dedica al tema scritti e controscritti, ivi compreso un imponente volume scritto a tre mani (con Marco Clementi e Elisa Santalena) e pubblicato qualche anno fa dalla medesima casa editrice.
E invece, sorpresa, proprio quest’ultimo lavoro di Paolo Persichetti, che neppure cita la parola BR nel titolo – che invece richiama la kafkiana vicenda giudiziaria che lo ha visto (e lo vede tuttora) vittima di quella che in prefazione Donatella Di Cesare definisce “polizia di prevenzione” – è probabilmente il miglior libro mai scritto sulla più importante organizzazione armata italiana, e che meglio di ogni altro potrebbe far capire a chi ai tempi nemmeno era nato come fu possibile che in un paese occidentale a capitalismo avanzato migliaia di militanti abbiano potuto “resistere” per oltre 10 anni in clandestinità agendo in pieno giorno in città urbanizzate e non nascosti sui monti della Sierra Nevada.
Lo schema del libro non è semplice perché travolgendo ogni regola saggistica salta da un argomento all’altro partendo dall’oggi per tornare a ritroso – ma anche qui senza seguire alcun ordine cronologico – a quel periodo storico che “la polizia della storia”, questo il titolo, imputa all’autore di voler ricostruire secondo verità e non secondo quanto imposto in questi anni dalla vulgata dei “vincitori”.
In estrema sintesi, la trama del libro potrebbe essere descritta così: un bel mattino un PM di Roma decide di sequestrare l’intero archivio di uno storico che da anni si occupa del sequestro Moro seguendo una metodologia antitetica a quella delle varie commissioni parlamentari che tutti noi cittadini ritualmente paghiamo per non approdare mai a nulla di rilevante, e poiché ogni tentativo da parte dell’indagato (neppure si capisce per cosa) di ottenere giustizia si scontra con l’ottusità di una magistratura distratta e poco incline a ostacolare le iniziative della Procura, lui decide di scrivere esattamente quel libro che gli si voleva impedire di scrivere, partendo dal racconto in prima persona della vicenda che lo ha visto coinvolto.
Una vicenda che mi procura disagio perché all’inizio aveva visto coinvolta anche la mia persona, come si riferisce nel paragrafo “La Digos clona il telefono dell’avvocato”, quando ero del tutto ignaro che in Italia fosse consentita “l’intercettazione dell’attività difensiva” (titola un successivo paragrafo).
È per questa ragione che Paolo mi ha scritto sulla dedica “una volta tanto non avvocato ma ‘complice’” prima di aggiungere “con affetto e stima”, gli stessi sentimenti che io provo per lui e nello stesso ordine, perché per prima cosa è un amico e poi è uno degli storici più scrupolosi che esistano.
Paolo, a differenza mia, è un professore che si occupa di quella Storia da studioso, anche se la vulgata preferisce altre definizioni di comodo che nulla c’entrano con quanto scrive (e basterebbe leggerlo per rendersene conto), ma credo che abbiamo in comune un medesimo approccio di partenza.
Quello, cioè, di volere apprendere i fatti passati attraverso lo studio delle fonti e la diretta testimonianza dei protagonisti prima di scrivere stronzate, e questo fatto appare così tanto poco comprensibile all’esterno da richiedere necessarie catalogazioni “ad usum delphini”, per cui lui è per forza e per sempre “l’ex brigatista” (anche se per pochi mesi nell’arco di una vita intera piena di mille altre cose) e io “l’avvocato dei terroristi”, e va da se che se per ipotesi ci incontriamo un pomeriggio a Milano (lui diretto a Parigi) per parlare dei cazzi nostri, per la Digos stiamo cospirando insurrezioni armate organizzando “soccorsi rossi” internazionali per abbattere lo Stato capitalista nel bel mezzo del terzo millennio (sic!).
Però Paolo è uno bravo e li ha fregati, perché in questo libro c’è tutto quello che si dovrebbe sapere su quello che è successo in Italia oltre 40 anni fa, e tutti dovrebbero leggerlo dalla prima all’ultima riga prima di dire anche solo un’ulteriore parola su quella storia oggetto delle attenzioni della nostrana Polizia.
Invece di farsi attrarre dai tanti libri strenna che hanno in copertina la stella a cinque punte o la faccia sofferente di Moro, alla cui figura politica (e anche umana) – per inciso – questo libro è uno dei pochi a restituire quella giusta dignità che la diffusa “dietrologia” scandalistica gli ha sempre tolto.
Fonte
12/05/2022
Il buco nell’acqua della Procura di Roma, nell’archivio di Persichetti nessun documento riservato
È arrivata finalmente la relazione tecnica realizzata sul mio archivio di lavoro sequestrato l’8 giugno 2021 (vedi qui e qui). Nel gennaio scorso il Gip aveva disposto la duplicazione dei dati presenti nei dispositivi sottoposti a sequestro e aveva chiesto di individuare al loro interno i «documenti provenienti dalla Commissione di inchiesta relativa al sequestro dell’On. Moro presieduta dall’On. Fioroni, delimitando tale ricerca al periodo 2/10/2014 – 31/3/2018», periodo di attività della Commissione parlamentare. Indagine finalizzata a cercare la prova della presenza di materiale riservato proveniente dalla Commissione Moro 2, che – secondo l’ipotesi avanzata dalla Procura dopo una rocambolesca serie di cambi di accusa – avrei utilizzato per favorire alcuni latitanti coinvolti nel sequestro Moro.
In 23 dei 27 device e altri supporti di archiviazione sequestrati dalla Polizia di prevenzione, supportata da Digos e Polizia postale – è scritto nella perizia – «non sono stati rinvenuti elementi riferibili alla richiesta del Pm». Circostanza ovvia, alcuni di questi contenevano solo materiale di pertinenza familiare.
Nei 4 supporti restanti sono stati estratti nel complesso 725 elementi: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 files testo e 5 folder.
Tra i 589 pdf ci sono:
– 1 libro in doppia copia e 2 copie di un mio articolo apparso su il Dubbio del 24 ottobre 2017 dal titolo, «La bufala del Br Alessio Casimirri salvato dai servizi»;
– 585 documenti scaricati da fonte aperta, in buona parte dal sito dell’ex membro della Commissione Moro 2, Gero Grassi (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). Pdf scaricati dal 18 maggio 2018 in poi,
ovvero tre mesi dopo la chiusura dei lavori della Cm2 e la
declassificazione degli atti stessi. Un numero ristretto di pdf proviene
invece dal portale della Commissione attivato successivamente, messo a
disposizione di studiosi e cittadini che volevano fare richiesta di
documenti prodotti dalla Commissione. I restanti pdf riguardano le
schede di registrazione delle audizioni svolte dalla Commissisone che si
trovano sul sito di Radio Radicale.
Le 117 immagini sono così suddivise:
– 46 foto della bozza preparatoria della relazione finale del primo anno di lavori della Commissione, resa pubblica il 15 dicembre 2015. Tra le 46 immagini quasi la metà, 20, sono doppioni presenti in un cellulare attivato pochi mesi prima del sequestro. Queste immagini, da cui sarebbe scaturita l’indagine dopo una intercettazione di alcune mail, erano già in mano agli inquirenti al momento della perquisizione, non costituiscono per tanto alcuna novità.
– 2 immagini doppione dello schizzo dell’azione di via Fani realizzato da Mario Moretti, depositato in commissione Moro 2 dallo storico Marco Clementi al momento della sua audizione, il 17 giugno 2015 e citato nel libro a cui ho preso parte, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017.
– 15 immagini di una relazione del Sismi inviata alla prima Commissione Moro. Documentazione presente nella Direttiva Prodi raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 1 immagine della lettera di Mario Moretti inviata alla Cm2, già citata nel libro sopra indicato.
– 1 immagine di una camicia con frontespizio «Telefonate anonime», proveniente dalle buste del Fondo Moro – Direttiva Prodi presente in Archivio centrale dello Stato.
– 1 video del responsabile Ris carabinieri che presenta la relazione tecnica sulle perizie svolte per conto della Cm2, facilmente reperibile in rete.
– 5 folder contenenti la documentazione raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 6 documenti testo formato pages con gli indici del contenuto delle buste da me visionate all’interno della Direttiva Prodi, fondo Moro, presso l’Archivio centrale dello Stato.
– 7 documenti formato word con doppioni di articoli vari.
Nessun documento riservato
Appare superfluo sottolineare l’assoluta irrilevanza giudiziaria del materiale individuato. Al momento della perquisizione avevo inutilmente spiegato quale fosse il contenuto del mio archivio, indicando le cartelle contenenti i documenti della Commissione Moro 2, invitando i funzionari di polizia a verificare come i pdf fossero agevolmente scaricabili dal sito di Gero Grassi e dal portale della Commissione.
Nonostante il nulla investigativo prodotto da questa indagine da 336
giorni si protrae il sequestro capzioso del mio archivio storico e
familiare, dei telefoni cellulari, del computer e del cloud. Appare
sempre più chiaro che l’obiettivo di questa inchiesta era quello di
portare un attacco diretto alla libertà di ricerca storica, lanciare un
monito all’agibilità storica indipendente. Apparati e magistratura hanno
invaso un nuovo territorio rivendicando il monopolio della conoscenza
del passato, osteggiando e imbavagliando ricostruzioni che sfuggono alle
logiche processuali.
Ne discuteremo giovedì 12 maggio
presso la biblioteca, hub culturale Moby Dick, a Roma-Garbatella, dalle
ore 18.00 nel corso della presentazione di La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Deriveapprodi, maggio 2022.
22/07/2021
Chi sequestra un archivio, attacca la libertà di ricerca, l’appello firmato da ricercatori e cittadini contro l’inchiesta della procura di Roma e della polizia di prevenzione
Lo scorso 2 luglio il Tribunale del riesame rigettando la richiesta di dissequestro del mio archivio di materiali storici e della documentazione privata della mia famiglia ha corretto le imputazioni indicate dalla procura ritenendo più adeguata la contestazione dell’art. 262 cp, «Rivelazione di notizia di cui sia stata vietata la divulgazione», anziché l’art. 378 (favoreggiamento) e il 270 bis (associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale) – leggi qui.
Come in una sorta di caccia al tesoro, con la decisione del tribunale del riesame siamo ormai alla terzo tentativo di indicare un reato che, a quanto pare, magistrati ed inquirenti non sono ancora riusciti a trovare. Nel mese di dicembre 2020, infatti, l’indagine della Polizia di prevenzione ipotizzava la rivelazione del segreto d’ufficio, art. 326 cp, ipotesi investigativa poi lievitata nell’associazione sovversiva e nel favoreggiamento.
Nei giorni scorsi gli accertamenti tecnici non ripetibili disposti dal pubblico ministero, che si sarebbero dovuti tenere sul materiale sequestrato, sono stati sospesi a seguito della richiesta di incidente probatorio davanti al Gip avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo. L’incidente probatorio offre infatti maggiori garanzie processuali introducendo una figura terza, ovvero il Giudice per le indagini preliminari che sul piano formale riequilibra il ruolo della procura, fino ad ora dominus di ogni atto all’interno dell’inchiesta. Questa scelta processuale allunga i tempi, ma non vi era altra scelta davanti all’atteggiamento della Procura che ha persino mancato di notificare all’avvocato il provvedimento che autorizzava la riconsegna dell’archivio amministrativo della mia famiglia e quello medico e scolastico dei miei figli. Il Gip esaminerà le carte dopo la pausa estiva.
La procura di Roma ha accusato il collega Paolo Persichetti di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Con un incredibile e ingiustificato spiegamento di forze (una pattuglia della Digos e altri agenti appartenenti alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, e della Polizia postale) è stata eseguita la perquisizione del domicilio di Persichetti (durata 8 ore) con contestuale sequestro di telefoni cellulari e di ogni altro tipo di materiale informatico (computer, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage). La polizia ha anche esaminato quantità di libri e portato via materiale archivistico raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca.
L’accusa è di divulgazione di «materiale riservato». Il materiale sequestrato riguarda documenti raccolti da anni in diversi archivi pubblici e quindi previa autorizzazione ed accordo degli stessi per l’accesso, e, secondo la procura della Repubblica, si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi: associazione sovversiva con finalità di terrorismo (ex art. 270 bis c. p.) e favoreggiamento (ex art. 378 c. p.) e il 270 bis. I reati ascritti avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015.
Più in generale e più incredibilmente, sempre secondo la procura, da 5 anni sarebbe attiva in Italia un’organizzazione sovversiva di cui però non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, soprattutto, perché senza di quelle il 270 bis non potrebbe configurarsi). È legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente per consentire un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi e intimidatori (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
Cosa in realtà abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco rimane un mistero. Ci verrebbe però da dire che non ci interessa saperlo. È fin troppo facile, infatti, giocare sulla biografia di Paolo Persichetti, coinvolto nella stagione della violenza politica in Italia e che per questa ha «saldato i conti con la giustizia» ed oggi è un ricercatore affermato che ha collaborato e collabora con diverse testate giornalistiche oltreché autore, insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, del volume: “Brigate Rosse: dalle fabbriche alla “Campagna di primavera”, presso la casa editrice DeriveApprodi.
Qui, però, non si tratta di personalizzare una causa, né di santificare nessuno, bensì di fare un passo in avanti e cogliere la grave portata generale di questo evento.
Questa vicenda è solo l’ultima di una serie che dimostra l’attacco alla libertà della ricerca storica (e non solo): basti pensare alla proposta di legge che vorrebbe introdurre il reato di negazionismo sulla questione delle Foibe, contro la quale diversi studiosi e molte associazioni si stanno esprimendo da diversi mesi. Ancora, è necessario ricordare le minacce allo storico Eric Gobetti, autore di un libro sempre sulle Foibe o l’incredibile vicenda della ricercatrice Roberta Chiroli, prima condannata e poi fortunatamente assolta per aver redatto una tesi sul movimento No-TAV.
Sugli anni ‘70 (e, aggiungiamo, su qualsiasi altro periodo “scomodo”), si può e si deve fare ricerca storica: si tratta di un importante periodo della nostra storia nazionale che va approcciato senza complessi e preconcetti, bensì con i molteplici strumenti che le discipline delle scienze storiche e sociali ci forniscono e con le svariate fonti (documentali, audiovisive, orali) che si hanno a disposizione, tanto negli archivi quanto nella società.
È venuto il momento di chiudere una “tradizione”, dominante nel discorso pubblico e politico, che considera quel periodo, ormai vecchio di 50 anni, come un tabù, intoccabile e innominabile, oppure narrabile solo secondo la vulgata mainstream.
Per questo, il sequestro di materiale d’archivio assume un carattere di enorme gravità.
Lo assume sempre, ma lo assume in particolare in questo caso.
Ad oggi, un collega ricercatore non ha più il suo archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso i seguenti istituti:
- l’Archivio centrale dello Stato;
- l’Archivio storico del Senato;
- la Biblioteca della Camera dei deputati;
- la Biblioteca di storia moderna e contemporanea;
- l’Emeroteca di Stato;
- l’Archivio della Corte d’Appello di Roma
A ciò va aggiunta la personale raccolta di documenti reperiti presso fonti aperte, portali on line istituzionali, testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi biografici, e appunti, schemi, note e materiali con i quali stava preparando libri e progetti di ricerca, anche insieme ad altri studiosi e studiose.
Ripercorrete la lista: sono gli archivi che tanti e tante di noi conoscono e attorno ai quali gravitano. Sono gli archivi presso i quali tante volte ci siamo incontrati e sui quali sono basati tanti libri che abbiamo nelle nostre biblioteche, soprattutto dopo le varie declassificazioni portate avanti negli ultimi anni, al netto dei tanti limiti del caso.
Cosa dobbiamo fare adesso? Cosa dovremmo fare?
Portare in salvo i nostri archivi, sperando che non ci vengano confiscati?
Cambiare specialità e rientrare nei ranghi, studiando le cose “giuste”?
Chiedere ai nostri dottorandi di andarci piano con la ricerca, che non si sa mai, come se già non fossero penalizzati abbastanza per il periodo di studi scelto?
Quel che succede al nostro collega Paolo Persichetti ci riguarda tutti da vicino: si tratta di un’intimidazione gravissima che deve allertarci tutti e tutte, in modo particolare chi lavora nella ricerca storica sugli anni ‘70, ma anche in tutta la ricerca.
Per questo pensiamo sia necessario manifestare una risposta civile ferma, forte e indignata contro quanto accaduto.
Una giusta battaglia di civiltà, perché pensiamo che il vero motivo per cui si insegna, si indaga, si narra la storia è perché questa fornisce un’identità, ci dice cosa siamo oggi e da dove proveniamo. Anche quando la provenienza è scomoda. Pensiamo che il passato ci strutturi come individui attivi e partecipanti in un contesto sociale, mentre l’assenza di memoria storica ci rende manipolabili.
Gli archivi devono essere dissequestrati, la storia non si imbavaglia!
Fonte e firme
