Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026

Cascina Spiotta, 51 anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.

Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni '70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e dispositivi ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.

L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.

L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte» – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.

«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si è costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». È il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.

L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.

Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.

Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.

Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.

Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.

Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.

Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.

Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.

Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».

Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.

In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale.

Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.

Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

Fonte

22/09/2024

Il passato che non passa. Davanti al Gip di Torino per la sparatoria alla Spiotta, di 49 anni fa

Il 26 settembre prossimo si terrà presso il tribunale di Torino l’udienza del gip che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio scaturite dalla nuova inchiesta sul rapimento del magnate dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse il 4 giugno 1975 e conclusosi il giorno successivo con una sanguinosa sparatoria davanti la cascina dove l’ostaggio era custodito. L’indagine è stata riaperta dopo un esposto del novembre 2021 presentato dall’avvocato Sergio Favretto per conto di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione figlio di Giovanni D’Alfonso, l’appuntato deceduto nello scontro a fuoco nel quale perse la vita anche Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimasero feriti altri due esponenti dell’arma.

Le accuse

Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.


Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira

Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.

La sentenza di proscioglimento scomparsa

Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa dal gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.

Un modo per aggirare la prescrizione

La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai CC di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.

Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato

Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forze dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.

Silenzio sulla morte di Mara Cagol

Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.


Una Waterloo per la dietrologia

Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.

Il giudice o lo storico?

Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?

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02/03/2024

Dopo mezzo secolo vogliono processare Curcio e Moretti

In questo paese esiste una struttura di “antiterrorismo militante” di cui fanno parte i pm di Torino che hanno chiuso le indagini sui fatti del 5 giugno 1975 a Cascina Spiotta, nell’Alessandrino, quando venne uccisa Mara Cagol durante la liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia.

La procura vuole processare Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada per l’omicidio del brigadiere Giovanni D’Alfonso. Per la procura avrebbero avuto ruoli diversi, tra il sequestro dell’imprenditore e il conflitto a fuoco.

Azzolini risponde per l’omicidio D’Alfonso, Moretti e Curcio avrebbero avuto un ruolo di concorso nell’organizzazione del sequestro di Gancia. Le impronte di Zuffada, oltre a quelle di Azzolini, sarebbero state ritrovate nella relazione in cui si spiegavano ai militanti del gruppo le fasi del blitz. Giusto per le famose impronte era stato condannato Massimo Maraschi.

L’indagine era stata riaperta dopo un esposto presentato dagli eredi di D’Alfonso. In precedenza era stata archiviata. Questa sentenza venne revocata nonostante pm e gip non avessero potuto leggerla perché un’alluvione l’aveva portata via. E in questo modo arriviamo adesso alla chiusura dell’indagine nuova che prelude alla richiesta di processo.

Ovviamente nel corso degli anni mai si è tentato di accertare se Mara Cagol fosse stata “finita” con un colpo di grazia mentre era a terra inerme.

La giustizia su quegli anni va in una sola direzione. Del resto la storia la raccontano i vincitori e i vinti non hanno diritto di parola. Si tratta della famosa “memoria condivisa”, appunto la verità raccontata da chi prevalse con i “pentiti”, le leggi speciali, la tortura a conclusione di un durissimo scontro sociale e politico sfociato in una guerra civile a bassa intensità e nemmeno troppo bassa.

L’avvocato Davide Steccanella difensore di Azzolini e Zuffada si limita a commentare: “Voglio sapere se in Italia è possibile revocare una sentenza di proscioglimento senza averla letta. È questa l’eccezione che riproporrò nel corso del procedimento dopo che la Cassazione l’aveva definita intempestiva”.

“Se io raccontassi all’estero che un giudice in Italia può revocare una sentenza di assoluzione per fatti di 50 anni fa di cui non dispone materialmente mi prenderebbero per pazzo”.

Curcio, interrogato mesi fa, aveva chiesto di essere illuminato sulla morte di sua moglie Mara. Il magistrato promise che si sarebbero messi in moto. Parole al vento. La sensazione è quella di andare verso un processo per fatti di cinquanta anni fa con indizi molto labili considerando che c’era stato un non luogo a procedere. Ma i Torquemada manco un’alluvione li ferma.

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19/01/2024

Che errore voler sanare le ferite con le inchieste...

Un fascicolo conoscitivo senza indagati e senza neanche ipotesi di reato anche se si tratta di un duplice omicidio, quello di Fausto e Iaio, uccisi la sera del 18 marzo del 1978 a Milano in via Mancinelli nei pressi del centro sociale Leoncavallo.

La procura del capoluogo lombardo in pratica è stata costretta a riaprire le indagini (anche se “riaprire” appare una parola grossa e spropositata) dalla lettera ricevuta a firma del sindaco Beppe Sala dopo che il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno su iniziativa del consigliere Rosario Pantaleo del Partito Democratico.

L’ordine del giorno e la lettera del primo cittadino alla procura non contengono elementi di novità rispetto allo stato dell’arte, cioè agli atti di indagine rispetto all’anno 2000, un quarto di secolo fa, quando il gip Clementina Forleo archiviò le accuse a carico di tre militanti romani di estrema destra, dei quali non è il caso di riportare le generalità perché esiste un diritto all’oblio che vale necessariamente per tutti, ovvio pure per i fascisti perché in caso contrario cesserebbe immediatamente di essere un diritto.

Il giudice delle indagini preliminari Clementina Forleo archiviò il fascicolo perché non c’erano elementi in grado di sostenere l’accusa in un processo.

Il gip segnalò alcuni errori nella fase delle primissime indagini, di lacune in sede di accertamenti come per esempio in relazione a un cappello insanguinato. Ma si tratta di questioni impossibili da sanare a 46 anni dai fatti.

L’avvocato Davide Steccanella, uno dei massimi esperti della storia degli anni ‘70, spiega che la cosiddetta riapertura delle indagini è una “iniziativa demagogica” sicuramente destinata ad approdare a nulla.

Insomma servirebbe a dare pubblicità positiva a chi si è rivolto all’ufficio inquirente pur non avendo nulla in mano per chiedere di approfondire.

Il rischio potrebbe essere quello di dare spazio alla “dietrologia” che già non è mancata in questa storia soprattutto per iniziativa di ambienti di sinistra. Si fece un gran can-can sul fatto che Fausto Tinelli abitasse in via Montenevoso al numero 9 di fronte allo stabile numero 8 dove c’era l’appartamento usato come base dalle Brigate Rosse. Fu scoperto una prima volta con arresti nell’ottobre del 1978 e poi durante lavori di ristrutturazione nel 1990 quando dietro una intercapedine fu trovato una parte del memoriale Moro.

Si disse addirittura che Fausto potesse spiare le Br come se sul balcone a indentificarle ci fosse stata una stella a cinque punte.

Tutte fantasie perché la mamma dei dietrologi, come quella dei cretini, è sempre incinta.

Quella di Fausto e Iaio resta una ferita aperta, ma non appare certo sanabile per via giudiziaria.

I due giovani attivisti possono rivivere solo nelle lotte sociali purtroppo poche di oggi, quelle osteggiate da una giunta che cementifica Milano e alza tornelli di due metri e mezzo nella metropolitana.

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17/05/2023

Le indagini sugli anni '70 sono per sempre

Le indagini sulla lotta armata siano per l’eternità. È questo il messaggio contenuto nell’ordinanza emessa dal gip torinese Anna Mascolo che accogliendo la richiesta della procura ha riaperto le indagini su un fatto di quasi 50 anni fa, la sparatoria di Cascina Spiotta, in relazione all’omicidio del brigadiere D’Alfonso di cui risponde l’ex brigatista Lauro Azzolini, nonostante questi fosse stato già prosciolto nel 1987 dal giudice istruttore di Alessandria.

Ci sarebbe stato tra l’altro un problema di competenza territoriale, ma il gip lo ha bypassato spiegando che essendoci di mezzo la finalità di terrorismo la competenza si radica nel capoluogo del distretto. La norma specifica però è del 2001 e i fatti risalgono al 5 giugno del 1975. Quando c’è di mezzo la parolina magica terrorismo evidentemente salta qualsiasi regola e non è possibile obiettare nulla.

La sentenza del 1987 inoltre non era stata allegata agli atti perché introvabile causa alluvione ma il giudice passa sopra anche su questa circostanza affermando che non vi è dubbio vi sia stata.

Il gip afferma che era già previsto all’epoca l’istituto della revoca della sentenza di proscioglimento emesso dal giudice istruttore nel caso siano sopravvenuti nel frattempo nuovi elementi di prova.

Secondo il difensore Davide Steccanella emerge al massimo che Azzolini potrebbe aver toccato il dattiloscritto documento riferito ai fatti del 5 giugno e sequestrato in occasione dell’arresto di Renato Curcio il 19 gennaio del 1976.

Circostanza del tutto neutra posto che quel documento in cui si riferivano i dettagli del fatto in cui era morta una fondatrice delle Brigate Rosse venne ovviamente esaminato da moltissimi militanti dell’organizzazione e persino oggetto di una pubblicità, un’azione su un giornale clandestino.

Per cui sarebbe impossibile che non vi comparissero altre impronte oltre a quelle di Azzolini per cui è da escludersi che il documento una volta redatto e consegnato a Curcio sia stato immediatamente chiuso in una cassaforte come un talismano da preservare visto che era stato redatto proprio per informare tutti gli altri membri dell’organizzazione che non erano presenti di come erano andate le cose quel drammatico giorno alla Spiotta” si legge nella memoria della difesa.

Del resto la stessa procura è consapevole dell’inconsistenza di tale elenco probatorio ai fini di una condanna considerando che l’accusa chiede la riapertura delle indagini e non il rinvio a giudizio.

“Se io raccontassi all’estero che un giudice in Italia può revocare una sentenza di assoluzione per fatti di 50 anni fa di cui non dispone materialmente mi prenderebbero per matto” dice Davide Steccanella.

Anna Mascolo è un giudice giovanissimo. Evidentemente non aveva genio, non se la sentiva di opporsi alla richiesta della procura più forcaiola e arrogante del paese, e ha fatto copia e incolla con l’istanza dei pm.

Ci troviamo in un teatro dell’assurdo. Le indagini prorogate dopo decenni per sei mesi con ogni probabilità porteranno a niente ma servono ad agitare un fantasma del passato nell’ambito dell’infinita emergenza italiana dove magistratura politica e giornaloni sono uniti nella lotta.

*****

Aggiornamento:

La difesa di Lauro Azzolini impugnerà per cassazione l’ordinanza del gip di Torino che ha riaperto le indagini sui fatti di Cascina Spiotta del 5 giugno 1975.

L’avvocato Davide Steccanella ricorrerà esclusivamente sulla revocabilità di una sentenza di assoluzione non allegata agli atti perché non c’è. Scomparsa causa alluvione. Anche per capire se la decisione del gip diventa un precedente.

In questo paese l’amministrazione della giustizia è una vera e propria pagliacciata. Soprattutto se ci sono di mezzo i maledetti anni ‘70, l’unico periodo in cui lor signori rischiarono di perdere il potere nonostante avessero dalla propria parte il più forte partito comunista dell’Occidente...

Amen

Fonte

19/11/2022

Quello che “Esterno notte” non dice, ma è decisivo

Chi sta vedendo in questi giorni “Esterno notte” di Bellocchio sul sequestro Moro dovrebbe anche sapere quello che il film non dice, e cioè “CHI” erano quei dieci in via Fani quel giovedì 16 marzo del 1978 (più altri tre che attendevano l’esito in due case romane: due in Via Montalcini 8 e l’altra in Via Chiabrera 74).

Un primo gruppo è composto da quattro uomini. Il ventiseienne Giuseppe è un ex contadino di Reggio Emilia, che nel 1960 ha visto uccidere in piazza cinque operai che protestavano contro il governo Tambroni appoggiato dai fascisti. Arrestato a Torino il 30 ottobre del 1974 e processato due anni dopo con i componenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, il 1° gennaio dell’anno prima era riuscito ad evadere dal carcere di Treviso, con altri 12 detenuti “comuni”, per poi unirsi alla colonna romana.

Luigi è arrivato la sera prima con il treno da Milano ed è anche lui reggiano, ma più giovane: ha 22 anni, ed è già membro del comitato esecutivo delle BR. Figlio di due comunisti, diplomatosi alle scuole serali, a 19 anni ha deciso di entrare in clandestinità.

Marcello è un altro ex operaio, ventiduenne, anche lui arrivato la sera prima in treno, ma da Torino. È un pugliese che non ha studiato, uno dei tanti emigrati di quegli anni, salito al Nord ancora minorenne, alla ricerca di quel lavoro che aveva trovato alla Breda di Sesto San Giovanni, in un reparto dove gli addetti erano costretti a ubriacarsi tutti i giorni, sin dalle prime ore del mattino, per evitare di rimanere intossicati.

Pecos è l’unico romano dei quattro: è figlio di un falegname ed è quello più “esperto”, perché di anni ne ha già 29, con alle spalle un decennio di militanza nella sinistra più radicale, nel Movimento Studentesco e poi in Potere Operaio, con ripetuti contatti con i GAP di Feltrinelli.

Prima di entrare nelle BR, Pecos aveva fondato il gruppo di guerriglia armata dei LAPP, insieme alla sua compagna, Alexandra, che è rimasta ad attendere in Via Chiabrera, nella casa in cui convivono e che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle BR.

Alexandra ha 26 anni, siciliana, proviene da una famiglia della media borghesia e si è trasferita a Roma per frequentare l’Università; ha già una figlia di 7 anni, avuta con il precedente compagno, un dirigente di Potere Operaio, e per entrare in clandestinità ha affidato la bimba ai propri genitori.

Qualche giorno prima è stata lei ad acquistare le divise da pilota dell’Alitalia che i quattro indossano quel mattino, per mimetizzarsi da eventuali passanti, mentre attendono l’arrivo delle due auto provenienti da Via Trionfale.

Altri due uomini sono arrivati al volante di due Fiat. La prima vettura, una 128, servirà per bloccare all’incrocio entrambe le macchine in arrivo, secondo lo schema militare usato qualche mese prima dai tedeschi della RAF, a Colonia, per il sequestro del Presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer; la seconda, una 132, servirà invece per la prima fase di trasporto dell’ostaggio, in caso di successo dell’operazione.

A guidare la 128 è il più anziano del gruppo, un trentunenne ex operaio della Sit-Siemens, di origini marchigiane, ricercato da anni, perché alla fine del 1970 è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse a Milano. Anche lui ha un figlio, Marcello, che tanti anni prima ha lasciato alla moglie, per entrare in clandestinità.

Alla guida della 132 c'è un artigiano romano di 27 anni, Claudio, proveniente dal Comitato Comunista di Centocelle, dove ha militato insieme ad altri futuri brigatisti, tra cui la sua ex compagna, un’impiegata di 24 anni, orfana di entrambi i genitori; è lei che l’anno prima, insieme a tale Ingegner Altobelli, ha acquistato un appartamento in via Montalcini, dove sarà essere condotto l’ostaggio.

La donna non è ancora la clandestina Camilla e tutti i giorni si reca al lavoro, per non dare nell’occhio. In quella casa c'è anche un’altra persona proveniente dal gruppo di Centocelle: ha 27 anni, è stato convinto da Pecos e Claudio a partecipare a quel sequestro e, anche lui, non è ancora il clandestino Gulliver.

Per 55 giorni abiterà in quella casa, fingendosi suo marito, perché Giuseppe, ricercato dopo l’evasione di Treviso, non poteva farsi vedere dai vicini.

La copertura all’azione dei sei è fornita da due uomini e da due donne, posizionati in diversi punti lungo la strada. Il primo, Otello, ha 22 anni, è figlio di un esponente del PCI e di una cittadina svizzera e tre anni prima era stato coinvolto negli scontri studenteschi durante i quali morì il giovane missino Mikis Mantakas.

Il secondo, Camillo, ha 27 anni ed è figlio di un soldato che ha vissuto la tragedia di Cefalonia del 1943, al momento collaboratore dell’Ufficio Stampa del Vaticano per L’Osservatore Romano. Dopo avere militato in Potere Operaio, è entrato nelle BR insieme alla sua compagna, Marzia, che è una delle due donne presenti quel mattino in Via Fani.

Marzia ha solo 20 anni, romana; anche lei, come Camillo, ha militato nel collettivo autonomo di Via dei Volsci prima di entrare nelle BR.

La decima infine, Sara, è un’ex insegnante per bambini disabili, di 27 anni, nata e cresciuta in un paesino del Lazio, Colleferro, interamente costruito intorno a una gigantesca fabbrica, dove la madre lavora come operaia.

Dopo avere partecipato al sessantotto romano e avere militato in Potere Operaio, nel 1974, durante gli sgomberi delle case popolari nella borgata di San Basilio vede uccidere dalla polizia il diciannovenne Fabrizio Ceruso. Prima di entrare nelle BR ha fatto parte con altri futuri brigatisti del gruppo dei Tiburtaros.

Tre operai, cinque borgatari romani, un contadino, una maestra, un’impiegata di origini proletarie e due ex studenti militanti.

Il più giovane ha 20 anni e il più vecchio 31, ma quel giorno avrebbero potuto essercene altri, perché intorno a quei tredici stava succedendo tutto quello che succedeva in Italia da 10 anni e che sarebbe continuato a succedere per almeno altri cinque.

Fonte

27/07/2022

La polizia della storia

Il più bel libro sulle BR!

Confesso che dopo 13 anni in cui credevo di avere letto di tutto e di più sulle BR e su quello che viene definito nel sottotitolo “l’affaire Moro” (citando un libro di Sciascia), avevo poca voglia di imbarcarmi in un ennesimo volume di smentita alle miriadi di “fake news” (altra definizione del sottotitolo) che da sempre circolano intorno all’azione armata più famosa degli anni ’70.

Tanto più che sono anni che l’autore dedica al tema scritti e controscritti, ivi compreso un imponente volume scritto a tre mani (con Marco Clementi e Elisa Santalena) e pubblicato qualche anno fa dalla medesima casa editrice.

E invece, sorpresa, proprio quest’ultimo lavoro di Paolo Persichetti, che neppure cita la parola BR nel titolo – che invece richiama la kafkiana vicenda giudiziaria che lo ha visto (e lo vede tuttora) vittima di quella che in prefazione Donatella Di Cesare definisce “polizia di prevenzione” – è probabilmente il miglior libro mai scritto sulla più importante organizzazione armata italiana, e che meglio di ogni altro potrebbe far capire a chi ai tempi nemmeno era nato come fu possibile che in un paese occidentale a capitalismo avanzato migliaia di militanti abbiano potuto “resistere” per oltre 10 anni in clandestinità agendo in pieno giorno in città urbanizzate e non nascosti sui monti della Sierra Nevada.

Lo schema del libro non è semplice perché travolgendo ogni regola saggistica salta da un argomento all’altro partendo dall’oggi per tornare a ritroso – ma anche qui senza seguire alcun ordine cronologico – a quel periodo storico che “la polizia della storia”, questo il titolo, imputa all’autore di voler ricostruire secondo verità e non secondo quanto imposto in questi anni dalla vulgata dei “vincitori”.

In estrema sintesi, la trama del libro potrebbe essere descritta così: un bel mattino un PM di Roma decide di sequestrare l’intero archivio di uno storico che da anni si occupa del sequestro Moro seguendo una metodologia antitetica a quella delle varie commissioni parlamentari che tutti noi cittadini ritualmente paghiamo per non approdare mai a nulla di rilevante, e poiché ogni tentativo da parte dell’indagato (neppure si capisce per cosa) di ottenere giustizia si scontra con l’ottusità di una magistratura distratta e poco incline a ostacolare le iniziative della Procura, lui decide di scrivere esattamente quel libro che gli si voleva impedire di scrivere, partendo dal racconto in prima persona della vicenda che lo ha visto coinvolto.

Una vicenda che mi procura disagio perché all’inizio aveva visto coinvolta anche la mia persona, come si riferisce nel paragrafo “La Digos clona il telefono dell’avvocato”, quando ero del tutto ignaro che in Italia fosse consentita “l’intercettazione dell’attività difensiva” (titola un successivo paragrafo).

È per questa ragione che Paolo mi ha scritto sulla dedica “una volta tanto non avvocato ma ‘complice’” prima di aggiungere “con affetto e stima”, gli stessi sentimenti che io provo per lui e nello stesso ordine, perché per prima cosa è un amico e poi è uno degli storici più scrupolosi che esistano.

Paolo, a differenza mia, è un professore che si occupa di quella Storia da studioso, anche se la vulgata preferisce altre definizioni di comodo che nulla c’entrano con quanto scrive (e basterebbe leggerlo per rendersene conto), ma credo che abbiamo in comune un medesimo approccio di partenza.

Quello, cioè, di volere apprendere i fatti passati attraverso lo studio delle fonti e la diretta testimonianza dei protagonisti prima di scrivere stronzate, e questo fatto appare così tanto poco comprensibile all’esterno da richiedere necessarie catalogazioni “ad usum delphini”, per cui lui è per forza e per sempre “l’ex brigatista” (anche se per pochi mesi nell’arco di una vita intera piena di mille altre cose) e io “l’avvocato dei terroristi”, e va da se che se per ipotesi ci incontriamo un pomeriggio a Milano (lui diretto a Parigi) per parlare dei cazzi nostri, per la Digos stiamo cospirando insurrezioni armate organizzando “soccorsi rossi” internazionali per abbattere lo Stato capitalista nel bel mezzo del terzo millennio (sic!).

Però Paolo è uno bravo e li ha fregati, perché in questo libro c’è tutto quello che si dovrebbe sapere su quello che è successo in Italia oltre 40 anni fa, e tutti dovrebbero leggerlo dalla prima all’ultima riga prima di dire anche solo un’ulteriore parola su quella storia oggetto delle attenzioni della nostrana Polizia.

Invece di farsi attrarre dai tanti libri strenna che hanno in copertina la stella a cinque punte o la faccia sofferente di Moro, alla cui figura politica (e anche umana) – per inciso – questo libro è uno dei pochi a restituire quella giusta dignità che la diffusa “dietrologia” scandalistica gli ha sempre tolto.

Fonte

24/06/2019

“Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata”


Avv. Davide Steccanella, Lei è autore del libro Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata edito da Bietti: quando e come si sviluppa la lotta armata in Italia?

È stato un fenomeno insurrezionale che si è sviluppato nel finale del Novecento in molti stati del mondo occidentale, e che in Italia si è distinto per intensità e durata, al punto che qualcuno lo ha definito “una guerra civile a bassa intensità”.

Del resto, se si scorrono i numeri di quegli anni, leggiamo di 269 gruppi armati operanti nel dicembre del 1979 secondo una nota ministeriale, di 36.000 cittadini inquisiti per banda armata di cui 6000 condannati a molti anni di carcere, di 7866 attentati compiuti e di 4290 azioni di violenza ai danni di persone.

Eppure con quel significativo capitolo di storia nostrana non si è mai voluto, o forse potuto, fare davvero i conti, e quello che in realtà fu un grande conflitto sociale, culturale, politico e anche generazionale, viene sbrigativamente bollato come “anni di piombo”, parafrasando il titolo di un film della tedesca Von Trotta, che in realtà significava tutt’altro. E condensando 15 anni di guerriglia armata nel nostro paese al solo fatto Moro e alle Brigate rosse, come se quel fatto, che fu certamente il momento più alto dell’attacco armato allo Stato, fosse sorto improvvisamente una mattina di un giovedì 16 marzo del 1978, senza un prima e senza un dopo.

Con il risultato di rendere impossibile capire, per chi allora non c’era, cosa è davvero successo in Italia 40 anni fa, al di là di quell’episodio specifico.

Quali sono le radici della lotta armata nel nostro Paese?

Sono state molteplici, e questa è la ragione per cui, a differenza che altrove, da noi è durata di più. Le Brigate Rosse sono nate nelle fabbriche di Milano dopo che l’autunno caldo delle lotte operaie dell’anno prima aveva messo in crisi il vecchio modello fordista e il sindacato tradizionale. Ma le Brigate rosse, come racconto nel mio libro, non furono l’unica organizzazione armata di quegli anni e neppure la prima.

Nella seconda parte degli anni settanta, quando entrarono in crisi anche tutti quei gruppi extraparlamentari che alla fine della precedente decade avevano rotto con la nuova politica del PCI di Berlinguer, e penso soprattutto allo scioglimento di Lotta Continua alla fine del 1976, tantissimi giovani entrarono nei vari gruppi armati di matrice autonoma e del tutto diversi dalle Brigate rosse, e che si formarono soprattutto dopo la repressione del movimento del 77, determinando quella che verrà definito il “terrorismo diffuso”.

Inoltre va ricordato che proprio a cavallo del passaggio delle due decadi il nostro paese fu flagellato dallo stragismo che venne vissuto da molti come una risposta repressiva dello Stato “deviato” per stroncare le lotte studentesche e operaie che per la prima volta sembravano minacciarlo seriamente. Slogan come “strategia della tensione” e “opposti estremismi” diventeranno di uso comune e prenderà corpo l’antifascismo militante con tutto il carico di violenza politica che questo comportò.

E questo non solo perché a quei tempi molti giovani comunisti erano cresciuti con il mito della “resistenza tradita” trasmesso loro dai padri e dai nonni partigiani, ma anche perché in quegli anni l’Italia si trovava accerchiata dai regimi fascisti di Portogallo, Spagna, Grecia e il rischio concreto di un golpe militare sembrava imminente.

Quali erano i principali gruppi armati in Italia?

Il primo a rilanciare una sorta di nuova resistenza organizzata in forme di guerriglia urbana fu l’editore Gian Giacomo Feltrinelli che fondò i GAP ispirandosi al noto libro del partigiano Giovanni Pesce. Poi ci fu un gruppo di portuali di Genova che unitamente ad altri proletari in dissenso dal locale PCI diede vita a quella che verrà chiamata la banda 22 ottobre, i cui militanti, non a caso, verranno indicati dalle Brigate rosse quali prigionieri da scambiare quando sequestrando il giudice Sossi passeranno dalle azioni contro i capi fabbrica dei primi tre anni al primo vero attacco al potere dello Stato.

Dopo le BR, da una costola del fronte carceri di Lotta Continua, si formarono a Firenze, Roma e Napoli, i Nuclei Armati Proletari (NAP) che, ispirandosi ai Dannati della terra di Frantz Fanon e alle grandi rivolte carcerarie degli afroamericani appoggiati dalle Pantere Nere, traevano linfa dal cosiddetto proletariato extralegale e tra i detenuti che stavano dando vita in quegli anni alle lotte contro la situazione ancora medievale delle nostre prigioni.

Dopo la repressione delle rivolte di piazza del 1977, non dimentichiamo che il Ministro Cossiga all’indomani dell’uccisione dello studente Lo Russo inviò a Bologna addirittura i carri armati, tantissimi militanti scelsero la lotta armata e si formarono tantissime nuove sigle di matrice “autonoma”, la più importante delle quali fu certamente Prima Linea, anch’essa nata a Milano nella cintura delle fabbriche di Sesto San Giovanni detta allora “la Stalingrado d’Italia”, e che non aveva nulla in comune, per fine e modello organizzativo con le Brigate Rosse.

Ma nella seconda metà degli anni settanta anche in seno alle Brigate Rosse mutò l’originaria ispirazione di fabbrica, perché l’organizzazione si estese anche nel resto d’Italia laddove non vi erano addensamenti industriali, tanto che per l’operazione Moro fu appositamente creata una colonna romana reclutando molti ex militanti del disciolto Potere Operaio di Piperno, Scalzone e Negri.

Infine va ricordato che con la celebre retata padovana del 1979, anche la complessa e variegata galassia dell’Autonomia finirà con l’abbracciare le armi seppure in forma a sua volta differente dalle altre organizzazioni.

Ecco perché si arriverà, come si diceva, a contare ben 269 organizzazioni armate alla fine del 1979, anche se in pochi anni verranno quasi tutte smantellate e alla fine rimarranno solo le Brigate Rosse, il cui ultimo omicidio, quello del senatore democristiano Roberto Ruffilli, data 16 aprile 1988.

Quali sono le principali vicende del periodo della tensione?

Furono anni molto difficili e particolari, non a caso qualcuno ha definito gli anni settanta “il decennio lungo del secolo breve”, parafrasando la celebre frase di Eric Hobsbawm.

Sta di fatto che dalla bomba di Piazza Fontana in poi il nostro paese ha vissuto almeno un decennio di stragi impunite, l’ultima delle quali ancora nel 1984 in Val di Sambro e detta la strage di Natale, perché avvenuta proprio la notte del 23 dicembre.

È indubbio, e in questo è unanime il ricordo dei diretti protagonisti, che anche la lotta armata sia stata figlia di quel periodo contrassegnato da inaudita violenza politica anche da parte dello Stato.
Ma non sarebbe giusto ridurre tutti gli anni settanta a questo.

Gli anni settanta furono anche gli anni in cui si fecero le più importanti riforme sociali del secolo, e penso allo statuto dei lavoratori o alla chiusura dei manicomi, o al nuovo diritto di famiglia e all’ordinamento penitenziario.

Direi che è sotto gli occhi di tutti il fatto che, tornata la pace, nei 30 anni successivi sia stato fatto molto di meno in questo senso, e che anzi si rischi, vedi il referendum imposto anni fa da Marchionne ai lavoratori FIAT, di tornare indietro nel campo dei diritti acquisiti per le categorie meno tutelate.

La lotta armata era eterodiretta?

Solo facendo un grosso torto alla Storia per ignoranza o malafede si può davvero ancora sostenere 40 anni dopo questo falso.

Basterebbe leggere quello che stava accadendo contemporaneamente nel mondo per rendersi conto che l’Italia non fu altro che uno dei tanti luoghi ove si produsse quel tentativo, fallito, di sovvertire in modo radicale quanto fino ad allora pareva immutabile.

Qualcuno ha recentemente scritto: “cos’altro può essere più deresponsabilizzante per delle classi dirigenti la rappresentazione di una stagione di aspro e prolungato conflitto come un’operazione di servizi segreti e non come esplosione di contrapposizioni sociali?”.

I tanti cultori della “dietrologia” si attaccano da sempre ai presunti misteri del “caso Moro”, che non fu affatto un “caso”, ma una delle tante azioni di guerriglia armata compiute dalle Brigate rosse che erano operative da almeno otto anni.

Peraltro anche la stessa modalità del sequestro fu pedissequamente copiata da quello effettuato pochi mesi prima a Colonia dalla RAF con il capo degli industriali tedeschi Schleyer, ma in Germania, dove sono evidentemente più seri di noi, a nessuno è mai venuto in mente di ipotizzare che le RAF fossero eterodirette.

Eppure in Italia, dove nessuno è mai stato condannato per molte delle stragi impunite, si continua a sostenere che migliaia di giovani finiti in carcere avrebbero mentito per “coprire” poter occulti.
Bel risultato per il principale organizzatore proprio di quel sequestro “eterodiretto”, Moretti, il quale in cambio si trova costretto tutte le sere a rientrare in carcere dopo quasi 40 anni per scontare l’ergastolo.

Chissà quanti sanno questa cosa? Oppure che quel giovedì mattina in via Fani c’erano tre operai, quattro borgatari romani, un contadino, una maestra e un ex studente proletario? E che potevano essercene altri dieci perché allora in Italia accadeva quello che stava accadendo da anni e che sarebbe durato per altri anni ancora, pur essendo uno stato a capitalismo avanzato e non le montagne della Sierra Nevada?

Ma questo pare che non si possa dire, e quindi si continua a raccontare, e lo si è fatto anche in occasione del quarantennale, che “dietro” alle BR ci sarebbe stato chissà chi. Dico chissà chi perché anche l’ennesima Commissione non è approdata ovviamente a nessuna “nuova verità”.

Su quali appoggi poterono contare i vari gruppi di lotta armata?

Su quegli anni, mi si perdoni il gioco di parole. Gallinari diceva sempre che i brigatisti “erano clandestini solo per il potere”, raccontando che quando fu ferito quasi mortalmente in occasione del suo secondo arresto, trovò subito in ospedale un’infermiera che lo aiutò e che durante il sequestro Moro il brigatista Seghetti interveniva pubblicamente all’assemblea degli studenti della Sapienza che ben sapevano chi rappresentava anche senza bisogno di dirlo.

Intorno ai militanti armati che pure furono moltissimi, vi era infatti una larga fascia di popolazione che, se non “fiancheggiava”, comunque non avrebbe mai denunciato uno di loro, perché il “clima” politici di quegli anni era quello.

Se si guardano le foto dei funerali bolognesi del 1979 di Barbara Azzaroni è impressionante vedere l’intero centro della città piantonato da migliaia di persone che salutano con il pugno chiuso la bara di una “terrorista” morta il giorno prima a Torino in un conflitto a fuoco coi carabinieri, mentre stava preparando un attentato.

Quella della lotta armata è stata una tipica storia del Novecento e se non si capisce il Novecento o lo si vuole leggere con gli occhi dell’oggi, non si capirà mai nulla e neppure il sequestro Moro.

Come venne sconfitta la lotta armata?

Fu sconfitto soprattutto un modello sociale che stava per finire e che sarebbe stato spazzato via, insieme a molte altre utopie del novecento, già dalla seconda metà degli anni '80, non a caso definiti gli anni del riflusso.

Quindi fu principalmente una sconfitta storica perché era un secolo che stava finendo e non iniziando, qualcuno di loro ha detto “confondemmo l’alba con il tramonto”.

Certamente vi fu anche una sconfitta militare perché lo Stato alla fine, anche se ci mise parecchio, riuscì ad arrestarli tutti o quasi, anche se dovette ricorrere a leggi speciali, come quella sui pentiti, e talvolta anche alla tortura per farli parlare, come in occasione della liberazione del generale NATO Dozier, e non si trattò di episodio isolato.

Di questo aspetto tuttavia si parla molto poco, tanto che sono sicuro che in ben pochi lo conoscono, anche se è stato recentemente accertato da una Sentenza del Tribunale di Perugia che cito nel mio libro.

Quali conseguenze ha prodotto il periodo della lotta armata in Italia?

Questo non lo so e lo lascio dire agli storici di professione, io di mestiere faccio l‘avvocato e la passione per la storia l’ho ereditata da mio padre.

Nel libro mi sono limitato a raccontare tutto quello che è successo non troppi anni fa nel mio paese, facendo una ricerca lunga e accurata e ascoltando soprattutto chi quella lotta armata l’aveva fatta, perché in pochi fino ad oggi lo avevano fatto. Sarà il lettore a trarre, se lo vorrà, le conseguenze che riterrà opportune.

Quel che è certo è che si è trattato di un fenomeno storico importante che come tutti i fenomeni storici è soprattutto accaduto e che per questo sarebbe giusto ricostruirlo in modo corretto e senza pregiudizi o altri fini.

È possibile trarre un bilancio storiografico di quel periodo?

Che da sempre la storia la scrive chi vince, che la ribellione è connaturata all’uomo che prima o poi si stanca di subire e che per poter davvero incidere in qualche modo contro il potere costituito, ammesso ovviamente che lo si voglia fare, è necessario organizzarsi in gruppo, perché da soli non si va da nessuna parte. Ma queste sono tre cose talmente banali che sinceramente non credo occorra leggere le 540 pagine del mio libro per scoprirlo.

Se invece qualcuno è interessato a capire come sia stato possibile che non troppi anni fa migliaia di italiani abbiano deciso di armarsi e di dichiarare guerra allo Stato, e magari sapere qualcosa in più su di loro, allora credo che valga la pena di leggere questo saggio.

Fonte

25/04/2018

Gli anni della lotta armata

Per la casa editrice Bietti è uscita, dopo cinque anni dalla prima, l’edizione aggiornata de “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata”, di Davide Steccanella.

Davide è nato nel ’62, quindi nel ’68 andava in prima elementare e nel ’78 era un giovincello carino con la testa piena di riccioli. Come è riuscito a mettere insieme più di 500 pagine senza avere memoria diretta dei fatti? Semplice. Si è documentato e ci ha fornito una cronaca dettagliata degli avvenimenti dal ’69 al 2017, nonché una generosa offerta delle fonti di cui si è servito.

Sembra banale ma non lo è affatto, in un epoca come questa in cui gli addetti ai lavori non sembrano obbligati a dimostrare quello che sostengono. In un’epoca di verità irrelate che esulano dall’accertamento dei fatti per approdare al sempre efficace adagio: “Calunnia calunnia, qualcosa resterà”.

Qualcuno ha sostenuto che il libro esula dal giudizio dell’autore essendo privo di commenti, come se fosse possibile un’operazione neutra nella narrazione di fatti sociali. A mio parere, e qui sta uno dei meriti maggiori del testo, lo sguardo e le suggestioni dell’autore sono ben presenti nella scelta narrativa. In pieno quarantennale del sequestro Moro, nelle celebrazioni dell’unica verità ammessa, infarcita di dietrologia e pubblica morale prescrittiva, Davide è interessato a ricostruire il contesto storico, la realtà politica e sociale, il succedersi degli avvenimenti che possano aiutare a capire l’insorgere della lotta armata che ha coinvolto migliaia di comunisti combattenti per più di dieci anni.

Che possano liberare il 16 marzo ’78 dalla narrazione alienata di un fatto inspiegabile, misterioso e come proveniente da Marte, per restituirlo a un passaggio, per quanto più importante di altri, della lunga storia del conflitto di classe di quegli anni.

Infatti il libro si apre con delle cifre: 269 gruppi armati, 36.000 inquisiti di cui 6.000 condannati. Eppure la vulgata ufficiale parla di un pugno di psicopatici, assetati di sangue, eterodiretti e, soprattutto estranei alle dinamiche di classe a cui dicevano di riferirsi.

Ma nessuna guerriglia comunista in un paese nel centro dell’Europa avrebbe vissuto più di un giorno, né si sarebbe diffusa tanto se non avesse avuto le sue radici proprio nel cuore dello scontro di classe più significativo dal dopoguerra.

E Davide da qui parte. Dal ’69 operaio e dai suoi alleati naturali: il movimento degli studenti e i proletari delle periferie urbane. Uno smottamento, una corrente d’aria nello scenario stagnante voluto dall’abbraccio tra DC e PCI, che chiudeva in un blocco mortale ogni spazio all’opposizione, per relegare la dinamica politica del paese alle dispute istituzionali.

Questo succedeva in anni di esplosione di protagonismo di ampi settori sociali che sperimentavano sul campo quanto l’organizzazione e le lotte, fuori dai limiti imposti da partiti e sindacati, fossero in grado di contrastare lo sfruttamento, la fatica e il bastone dei padroni. In anni di scontri di piazza, inventiva creatrice di obiettivi, strumenti di lotta e forme organizzate. E conquiste, in ogni ambito del vivere associato.

Sfogliando il libro si snoda il racconto anno dopo anno. I gruppi extraparlamentari, le strutture di base del movimento operaie, le prime organizzazioni e le prime azioni armate, i riferimenti teorici, i giornali, i documenti, i protagonisti. E la messa all’ordine del giorno della lotta rivoluzionaria che attraversava il dibattito dei movimenti. E non solo di quelli.

A descrivere il clima di quegli anni Davide ci segnala alcuni episodi che oggi sarebbe impossibile solo immaginare. Come l’autodenuncia di un gruppo di intellettuali – da Giulio Argan a Paolo Mieli, a Sergio Saviane, a Cesare Zavattini e via elencando – all’apertura di un’inchiesta della procura di Torino contro dei militanti di Lotta Continua. Queste le loro parole: ”Quando i cittadini da lei imputati affermano che se è vero che i padroni sono ladri è giusto andare a riprendersi quello che hanno rubato, lo diciamo con loro. Quando essi gridano lotta di classe, armiamo le masse, lo gridiamo con loro...” a significare quanto l’illegalità e la sovversione fosse entrata a pieno titolo persino nel vocabolario del mondo accademico e artistico, tanta la forza e l’attrazione di quel movimento che annunciava la “rivoluzione mancata” di cui Davide parla.

Pagine dopo pagine e gli avvenimenti si incrociano con la memoria, a volte in contraddizione, quasi sempre come riscoperta di tanta generosità e ricchezza. Molti i rimandi e le testimonianze che restituiscono corpo e sangue alla nuda cronaca dei fatti. Come quella che racconta di Martino Zicchitella, morto durante un’azione nel ’76, di cui resta, come fosse ieri, l’immagine del corpo morto a terra, il viso pieno di sangue, quasi calpestato dalla piccola folla di poliziotti accorsi. Così scrive di lui Giorgio Panizzari, compagno di militanza nei Nuclei Armati Proletari, riferendosi alla precedente carcerazione di Martino in cui maturò la sua scelta politica: “Ci arrivò notizia dei violenti trattamenti carcerari che subiva, gli scrissi una lettera nella quale gli chiedevo perdono per averlo tirato dentro ai Nap, e mi rispose che nella vita aveva costruito molto, ma la cosa più bella era quella che stavamo facendo. Stai tranquillo, mi scrisse, anche se quelli mi torturano io mi sento bene, allora non mi espropriano delle mie decisioni”.

Anno 1978 e Davide chiosa: Esce “Jazz” dei Queen, “Io e Annie" di Woody Allen vince l’Oscar e l’Argentina i mondiali “casalinghi”. In Italia la juventus vince lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. Il capitolo si chiude con la considerazione per cui se il ’78 era stato l’anno dell’azione più eclatante della storia della lotta armata, il ’79 sarà quello della sua massima espansione. E anche questa osservazione non sarebbe priva di significato se solo ci si soffermasse ad analizzarla.

Ma la vera singolarità, utile per contrastare gli eventi successivi, sta nella nota 18 che riporta un articolo del blog di Paolo Persichetti, Insorgenze, titolato Cosa leggeva un brigatista nel settembre 1978?

Oltre all’imbeccata, per chi veramente fosse interessato a capire, dell’esistenza del metodo storiografico di analisi della enorme documentazione esistente con cui si smontano leggende, fandonie, luoghi comuni e crolla l’intera impalcatura dietrologica, la finezza è la notizia del ritrovamento anche di un libro della Kollantaj nella base di via Monte Nevoso. Tanto per non salvare neppure la critica di machismo da parte del movimento femminista, critica reiterata nonostante che nelle organizzazioni della lotta armata la presenza femminile sia stata maggiore di qualsiasi altra formazione politica di sinistra. Inoltre un campionario dell’internazionalismo rivoluzionario operaio e studentesco, strumenti preziosi per capire un mondo in ebollizione tra rivolte anticapitaliste, resistenze a regimi dittatoriali neofascistie processi di decolonizzazione: un altro socialismo sembrava ancora possibile!

La cultura, le pratiche politiche e valoriali del movimento rivoluzionario si possono trovare in quella bibliografia, la cui analisi può aiutare ad abbandonare tanti preconcetti di chi ha messo in piedi la rete di controllo della memoria e che fa scrivere persino a uno come Gotor: “Oggetti comuni a un’intera generazione di giovani: non marziani come sono diventati lentamente nel ricordo obliquo e reticente dei loro compagni di strada, man mano che costoro si separavano da quell’esperienza umana e politica che li aveva lambiti senza travolgerli. Più che dalle intenzioni, spesso salvati dal puro caso”.

Inoltre testi sul mondo della “nuova” televisione dei padroni e delle multinazionali, quando ancora il termine globalizzazione era sconosciuto. Ma non c’era “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, di Engels che Marco Bellocchio mette in bella vista in una delle scene più demenziali del suo Buongiorno notte, in cui dipinge gli inquilini della “prigione del popolo” come degli invasati che parlano a suon di slogan urlati. C’è da trepidare nell’attesa della libertà artistica che l’ineffabile regista ex maoista (non più seguace della nota norma cinese per cui solo chi ha fatto l’inchiesta ha il diritto di parola) si concederà nella sua prossima opera annunciata per il quarantennale del ’78!

Ma c’è dell’altro: analizzando le biografie dei militanti si può tranquillamente smentire la vulgata della loro appartenenza o alla cultura dei fuoriusciti dalla FGCI emiliana o di quella mezzo cattolica della facoltà di sociologia di Trento. Dalla “foto di famiglia” si può riconoscere la fisionomia di avanguardie di fabbrica milanesi, torinesi e genovesi. Di ex militanti di disciolti gruppi extraparlamentari o provenienti dal movimento del ’77. Pezzi di autonomia veneta, segnatamente di Porto Marghera. Ex appartenenti a gruppi armati disciolti. La componente della realtà sociale napoletana e delle periferie urbane. Fino alle formazioni dei territori di provincia.

Scorre ancora il film dei ricordi. Assalto alla sede del comitato regionale della DC, nella centralissima Piazza Nicosia, a due passi dai principali palazzi del potere. L’edificio viene occupato, i presenti immobilizzati, schedari e documenti portati via. All’esterno viene neutralizzata una sopraggiunta pattuglia della polizia, con l’uccisione di due dei tre agenti. Azione molto complessa, per il numero dei compagni partecipanti, per la grandezza del posto e per la sua collocazione in una zona molto militarizzata. Eppure, nella classifica dietrologica del “non possono aver fatto tutto da soli”, non supera l’attacco di via Fani.

E ancora. Come già era accaduto per i funerali di Walter Alasia, (“i compagni della Magneti, che erano molti e noi della Breda ci siamo disposti su due ali: ognuno aveva il suo garofano rosso, i pugni si sono levati e si è intonata l’Internazionale”), la bara di Barbara Azzaroni, militante di Prima Linea uccisa insieme a Matteo Caggegi in un conflitto a fuoco, viene salutata da una folla imponente di compagni, pugni chiusi e bandiere rosse. Segni dei tempi a sconfessare tante fandonie.

Anni ’80. Mentre muta radicalmente la situazione internazionale, a Torino la Fiat annuncia 15mila licenziamenti e 23mila cassa integrati. E’ la controffensiva padronale, la spinta decisiva alla ristrutturazione industriale in linea con la struttura produttiva del mercato mondiale dell’auto.

Per raggiungere questo obiettivo era necessaria l’eliminazione definitiva dei comportamenti antagonisti e delle avanguardie che avevano fino ad allora inceppato i tentativi di riorganizzazione della produzione e delle attività lavorative. La “marcia dei 40mila colletti bianchi” chiude la manovra a tenaglia e segna “il tramonto delle lotte operaie e la fine di un’epoca”.

Giorgio Cremaschi ha commentato che quella vicenda “ha cambiato la storia del capitalismo italiano gettando le basi per tutto quello che sarebbe successo nei successivi 30 anni”. Compresa la crisi dei gruppi armati, le scissioni, i tradimenti, i tentativi falliti di riorganizzazione. Compreso il declino della strategia che le Br avevano concepito e sviluppato sulla centralità di un soggetto rivoluzionario capace di porsi all’altezza della questione del potere e della riunificazione di tutte le altre figure proletarie protagoniste di quella lunga stagione di lotte radicali: la classe operaia delle grandi fabbriche. Gli anni della sconfitta, all’altezza del tentativo compiuto.

Di questo tratta diffusamente l’ultima parte del libro che, per aver passato tanti anni a ragionarci su, lascio volentieri all’attento lettore.

A futura memoria la citazione di Samuel Beckett tratta da Maelstrom, libro scritto da Salvatore Ricciardi: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallirai ancora. Fallirai meglio.”

Perché solo chi non ha paura di cadere sarà capace di alzarsi.

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