di Alessandro Barile
L’uscita, tra il 14 e il 17 novembre scorso, del film a puntate Esterno notte sulla Rai, ha fomentato nuovi dibattiti e conseguenti polemiche sull’interminabile rievocazione del rapimento Moro. Stavolta, però, i clamori sembrano giungere soprattutto da sinistra. Se la rilettura storica di Bellocchio, nella sua commistione onirica di realtà e immaginazione, ha messo d’accordo gli epigoni della «fermezza», chi da questa fermezza venne a suo tempo travolto si è trovato ancor più confuso di prima. Tra i protagonisti reali e gli eredi ideali degli anni Settanta molte cose sembrano fuoriuscire da una certa zona di comfort storico-politica. Ma prima di tutto bisogna riconoscere a Bellocchio, qualsivoglia lettura si abbia della vicenda storica e di come il film la racconta, di essersi opportunamente tenuto lontano dalle scorciatoie complottiste: «dietro le Brigate rosse ci sono solo le Brigate rosse» è la sentenza emessa dal funzionario americano in un colloquio con Cossiga. Tanto basta per accostarsi al film con maggiore serenità d’animo. Il banchetto dietrologico di CIA e KGB, palestinesi e piduisti avrà modo di riconvocarsi in altra sede. E con questo non vogliamo negare le interferenze interessate e i “poteri paralleli” che si attivarono durante il sequestro (nazionali e internazionali). Movimenti e interessi che si scatenarono però dopo e che, in ogni caso, non determinarono gli eventi ma tentarono, per quanto possibile, di non subirli passivamente. Il lungo Sessantotto italiano, il portato della sua violenza politica, è generato e rimane comprensibile storicamente e politicamente solo nella logica di scontro tra la mobilitazione politica e lo Stato, all’interno della quale i diversi attori chiamati ad interpretarne una parte agirono più o meno liberamente.
Il rapporto tra movimento e lotta armata è una delle maggiori controversie. Bellocchio, piegando in maniera disinvolta alcuni eventi simbolici (l’esproprio dell’armeria del 12 marzo 1977 in diretta connessione con il marzo 1978), edifica un collegamento chiaro: il lottarmatismo è il frutto, non storicamente inevitabile, ma politicamente logico, del livello di mobilitazione raggiunto dai movimenti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. Con ciò il regista non propone, semplicisticamente (e anche stupidamente), una giudiziaria chiamata in correo, men che meno un legame esplicito e cosciente tra “partito legale” (ma quale?) e organizzazione armata. Bellocchio non è Calogero. Quel che invece emerge è un rapporto di filiazione: da quel livello, già di per sé “esasperato”, di mobilitazione, di violenza politica diffusa, di “consequenzialità” di certe scelte, di militarizzazione delle strategie, poteva sorgere – e infatti è sorto – un piano di lotta ancor più esasperato: lo scontro armato tra una parte della sinistra e lo Stato. Esprimere tale concetto ci sembra dunque affrontare la realtà per quel che è stata, senza celarne i lati spiacevoli o in contrasto con analgesiche mitopoiesi. Le BR romane non vengono dal nulla. Sono, al contrario, il risultato di un processo storico-politico preciso, e composte da militanti riconosciuti e attivi nei gruppi della nuova sinistra. Dire ciò, raccontarlo in un libro di storia o in un film che gioca molto con la fantasia delle sliding doors, significa fare della cattiva storia? Significa, semmai, rigettare le versioni di comodo. E d’altronde, a parlare di «geometrica potenza» del 1978, da coniugare con la «terribile bellezza» del 12 marzo 1977, non era certo un ingenuo tifoso della lotta armata, ma un noto dirigente dei movimenti degli anni Settanta.
Il film (composto di sei “episodi”, o temi narrativi) affronta l’affaire Moro attraverso una specifica chiave autoriale: l’introspezione psicologica dei personaggi. Un motivo di lungo corso in Bellocchio, derivante dalla sua lunga frequentazione con Massimo Fagioli. La psicologia del potere democristiano è presentata nei suoi vari tipi antropologici e morali: Moro vittima degli eventi (e del potere), Cossiga corroso tra amicizia e ragion di Stato, Andreotti severo (e taciturno) guardiano degli equilibri di potere. La psicologia dei brigatisti è raccontata attraverso il rapporto-scontro tra Valerio Morucci e Adriana Faranda, ambedue dubbiosi ma sottomessi al duro “realismo della rivoluzione” impersonato da Mario Moretti. E vi sono poi ruoli di contorno: il Papa, Berlinguer e il PCI, la famiglia di Moro. Qui la narrazione di Bellocchio procede controversa. Funziona bene nel raccontare la DC e i suoi principali esponenti, perché i dilemmi, i tic e le perversioni dei protagonisti appaiono come il frutto velenoso dell’esercizio del potere. Dirigenti ben integrati “nel sistema” (culturale, professionale, universitario, economico) reagiscono al Beruf weberiano attraverso forme di inevitabile dilaniamento interiore. Inevitabile, forse, perché troppo recente, ancora – come dire – “piccolo borghese”, dipendente da voleri altrui (il Vaticano, la grande industria, gli Usa e la Nato). E se la santificazione di Moro è il pegno che sembra inevitabile pagare alla possibilità di raccontare la vicenda (vedasi Todo modo per capire com’era trattato Moro prima della sua morte), la ricostruzione dei meccanismi psicologici di potere risulta nonostante tutto efficace, beffarda, realistica.
Funziona meno bene, invece, quando ad essere psicologizzati sono i militanti delle BR. Qui non c’è professione, ma vocazione, e i suoi interpreti, lungi dall’essere integrati ingrati al “sistema”, ne rappresentano una possibile disintegrazione. Non esiste la violenza politica perché vi sono dei “terroristi malati” e preda di “astratti furori” nichilistici (una sorta di nečaevšina di matrice dostoevskiana); semmai, sono le scelte tragiche che ogni lotta palingenetica impone ad incidere anche sulla mente dei militanti, alterandola. La psicologizzazione del rivoluzionario è d’altronde un territorio assai frequentato, e da Dostoevskij a Conrad a Nabokov è sempre servita a sottrarre legittimità razionale alle scelte politiche radicali. Anche Bellocchio cede alla versione di comodo che fa della rivoluzione il risultato d’uno straniamento interiore, che tresca – peraltro – con esibiti rimandi alle tematiche vitaliste di matrice dannunziana (la “bella morte”, i riferimenti al Mucchio selvaggio ecc.). Pensare a Prospero Gallinari o Mario Moretti come esaltati nietzscheani, insomma, ce ne vuole. Ciò non toglie che qualcuno possa esserlo stato (ma bisognerebbe cercare altrove che nelle BR) ma, anche qui, non spiegherebbe nulla del processo storico che ha portato alla lotta armata in Italia. I Sàvinkov, in quegli anni, furono semmai altri.
Quello che invece assolutamente non convince è il ruolo del PCI, e di Berlinguer in particolare. Un ruolo sottodimensionato, laterale, subalterno. Di fatto irrilevante. Eppure il PCI è stato il soggetto decisivo nel condurre in porto una «politica della fermezza» che aveva contro non solo i socialisti e il Vaticano, ma una parte importante della stessa Democrazia cristiana. Lo smarcamento comunista avrebbe lacerato irrimediabilmente la tenuta del potere democristiano, con tanti saluti alle pur invadenti pressioni americane.
La domanda decisiva è allora: perché in un paese così apparentemente debole si impose una ragion di Stato pronta a sacrificare uno dei suoi massimi esponenti? Le ragioni sono molteplici, nessuna delle quali conduce al rischio di un “riconoscimento politico” dei brigatisti. In gioco vi erano due interessi concorrenti e compartecipi nell’edificazione di una politica serrata alle preghiere del prigioniero Moro. Da un lato il posizionamento dell’Italia nello scenario internazionale. Cedere su Moro avrebbe comportato l’automatica retrocessione del paese a entità compiutamente dipendente dai voleri del campo euro-atlantico. Nonostante la sua indipendenza geo-politica sia stata, dal 1945 in avanti, relativa, questa stessa “relatività” era un fatto di non poco conto, che garantiva un certo margine d’azione e di proiezione internazionale che l’Italia della guerra fredda giocava con discreta originalità. Ma vi era anche la questione del “compromesso storico”. Un Moro liberato, e libero a quel punto di far valere la sua “ritorsione morale” sulla parte della Dc fautrice della fermezza (Andreotti in primis), avrebbe dapprima indebolito la Dc, poi probabilmente accelerato l’incontro coi comunisti, a quel punto dischiudendo loro le porte degli incarichi ministeriali (ricordiamo che nel governo Andreotti che si apprestava a ricevere la fiducia alla Camera il 16 marzo vi era l’appoggio, ma non la presenza diretta, di esponenti comunisti).
Vi era poi un interesse comunista. Il PCI espresse la più rigida fermezza (seppure nelle forme gesuitiche che Bellocchio mette perfidamente in scena nel confronto tra Berlinguer e gli altri leader politici: «fatela» – la trattativa (economica) coi brigatisti – «ma non ditelo») per due ordini di motivi. Il primo è stato più o meno rilevato da tutti: la sua trasformazione in “partito d’ordine”, pienamente fedele alla legalità costituzionale, era compiuta e non poteva darsi altra scelta realistica che non l’assoluta difesa delle istituzioni. Una difesa dell’ordine costituito che Berlinguer – e tutto il gruppo dirigente comunista – portarono alle ultime conseguenze persino di fronte alla possibile scomparsa della loro sponda politica in seno alla DC: Moro appunto. La morte di Moro era un problema politico per il partito comunista, e nonostante ciò non vi fu mai tentennamento. E questo anche perché – ed è il secondo ordine di motivi, che però nessuno evidenzia – una “vittoria” dei brigatisti avrebbe comportato un indebolimento del partito in quei settori operai che non stavano partecipando affranti al requiem della democrazia. Se sarebbe esorbitante parlare del rischio di “perdere le fabbriche”, nondimeno per il PCI si sarebbe aperta una fase di più complicata gestione nel proprio bacino sociale, militante ed elettorale. Non vogliamo con questo esagerare l’internità del brigatismo nelle fabbriche del nord Italia. Sarebbe però un errore negarla risolutamente. E questa “zona grigia” poteva ampliarsi, coprire con una certa “indifferenza” le azioni terroristiche in fabbrica, corrodere l’ideologia della legalità che il PCI aveva costruito in quarant’anni di lavoro culturale, sindacale e sociale nella classe operaia del paese. Con ciò occorre, però, un supplemento di interpretazione, onde evitare possibili fraintendimenti.
Nelle concitate giornate successive al sequestro, precisamente il 28 marzo (e poi ancora il 2 aprile), Rossana Rossanda scrisse due celebri articoli su «il manifesto» in cui si riferiva alle Brigate Rosse come parte «dell’album di famiglia comunista». Parte, dunque, di una storia comune, per linguaggi, temi, modo di articolare le posizioni politiche, conclusioni a cui si giungeva. La (ancora oggi geniale) uscita di Rossanda incontrò il più violento (e prevedibile) rifiuto del PCI. A seconda di come si interpreti il passaggio dell’album di famiglia, avevano però ragione sia Rossanda che Macaluso (che rispose a nome del PCI all’articolo de «il manifesto»). Aveva ragione Macaluso a rifiutare qualsiasi possibile contiguità: sin dall’origine del “partito nuovo” nella Resistenza, il PCI aveva di fatto abbandonato qualsiasi ipotesi di fuoriuscita dalla legalità. La difesa (e anzi la sostanziazione effettiva) dell’ordine costituzionale, col suo corredo istituzionale fondato sulla lotta parlamentare, costituiva l’orizzonte pressoché unico della sua strategia politica. La famigerata «doppiezza» di cui Togliatti sapientemente si serviva era funzionale proprio a tenere dentro al partito tutte le molteplici spinte provenienti dalla classe operaia, governandole in funzione di una tattica parlamentare che si sovrapponeva alla strategia di lungo periodo. Era insomma l’articolazione della guerra di posizione gramsciana (certo piegata, e forse un po’ travisata, dal Togliatti editore di Gramsci), che comportava il consolidamento delle proprie posizioni e l’accrescimento graduale della propria forza politica ed elettorale. L’unica “lotta armata” pensabile per il PCI sarebbe stata quella da attuarsi in caso di colpo di mano reazionario, fino almeno ai primi anni Settanta tra le possibili (ma non probabili) opzioni dei vari poteri in competizione nel paese. E però aveva ragione anche Rossanda: le BR non appartenevano all’album di famiglia del PCI, ma sicuramente facevano parte di una tradizione del movimento comunista che solo i corifei del togliattismo postumo potevano negare con tale vigore e sprezzo della storia del movimento operaio. Il blanquismo, il bolscevismo e il cominternismo degli anni Trenta, e poi gli innesti del maoismo e del castrismo, costituiscono elementi di una storia comune, anzi: di un’unica storia, a cui senza dubbio apparteneva anche il PCI, ma che non si esauriva epifanicamente nel PCI. Questo era la lotta armata in Italia, di cui si possono condannare le scelte politiche, le soluzioni estremistiche, le ipotesi irrealistiche di partenza e di arrivo, ma di cui non si può disconoscere una matrice interna alla storia e alle logiche di emancipazione della classi subalterne.
Il PCI fu dunque sicuramente vittima degli eventi, ma non spettatore inerme. Si mosse coscientemente in una direzione precisa, e non valutarne il ruolo di puntello strategico delle scelte di Andreotti e Cossiga significa, qui sì, fare una cattiva storia, una storia addomesticata. E d’altronde, la scena delle guardie del corpo di Moro e Berlinguer (il “popolo”) che fraternizzano mentre i due leader orchestrano l’incontro storico (in macchina, come sovversivi in clandestinità), un incontro avverso alle resistenze tanto degli “estremisti di sinistra” quanto a democristiani e americani, è la sintesi e la summa di una visione politica identificabile, che da Togliatti e De Gasperi arriva a Moro e Berlinguer passando per Scalfari e «Repubblica».
La conclusione del film lascia spazio a facili what if di limitata capacità euristica. La storia, per chi la vuole conoscere, è già tutta dispiegata. Una pagina sanguinante della storia d’Italia, che sarebbe ora di chiudere giuridicamente per continuare a valutarne politicamente tutta la portata.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/12/2022
21/11/2022
Aldo Moro, Bellocchio e noi
La miniserie televisiva su sequestro e uccisione di Moro trasmessa dalla Rai e disponibile su Raiplay si presenta con una certa monumentalità: 330 minuti, lontana dalle dimensioni del documentario la Notte della Repubblica di Zavoli, ma comunque prodotto videonarrativo quantitativamente più corposo dedicato a quella vicenda.
Come molti prodotti che assumono dimensioni monumentali l’attesa che genera è quella di un’opera che potrebbe dire qualcosa di nuovo e definitivo sulla storia narrata, una delle più controverse della storia della Repubblica. L’effetto è quello di una miniserie che non sposta niente delle posizioni storiografiche consolidate – istituzionali e non – che ha una sua forza estetica, della quale è giusto parlare, e che si risolve in un disordine narrativo finendo per disgregare dall’interno la monumentalità con la quale l’opera si presenta.
Fa bene qui ricordare gli ultimi minuti della serie: si riporta, con fotogrammi da documentario, che il funerale di Moro, nel maggio 1978, si svolse in forma privata e che il funerale di Stato, per onorare lo statista democristiano, si svolse senza il feretro di Moro, senza i suoi familiari e nel pieno della sconfessione, da parte della famiglia del presidente ucciso, del comportamento tenuto dalle istituzioni durante i 55 giorni di prigionia dell’esponente democristiano.
Questo fatto, certo non secondario, è stato sepolto nei decenni, cominciando dalle riprese tv dei funerali di Stato arrivando a costruire cattedrali fatte di articoli di giornali, testi storiografici, memorie giudiziarie utili in questa opera di seppellimento – tentando di occultare la realtà del compimento di una distanza incolmabile tra il martire e lo Stato. Quello di cui, invece, le istituzioni – scosse da una sequestro che per certi versi le fece oscillare come se si trattasse di un 8 settembre – avevano bisogno era la rappresentazione della piena sintonia nel dolore e nel martirio tra il presidente della DC, il governo e i due principali partiti dell’epoca. Se la realtà di questa sintonia non c’era allora doveva essere creata e, per questo, media, narrazione e storiografia ufficiale da decenni continuano a lavorare.
La serie di Bellocchio sembra proprio un’occasione perduta perché non è riuscita a dare coerenza e potenza narrativa alla necessaria demolizione di quella altissima coltre istituzionale e paraistituzionale fatta di mezze verità, depistaggi, complottismi e fantasie costruite sul caso Moro con l’effetto di legittimare delle istituzioni che avevano compiuto disastri e che, grazie a quella legittimazione, ne fecero di nuovi preparando le condizioni per la società che stiamo vivendo.
Secondo Bellocchio tutto si delinea nella narrazione del percorso di introspezione del papa, di Francesco Cossiga e Andreotti. La compartecipazione istituzionale della condanna a morte di Moro si spiegherebbe così nell’incrocio tra questi percorsi. Incrocio che, secondo Le Monde, è shakesperiano ma in realtà neanche fa capire in che modo, descrivendo gli incontri tra i personaggi, la condanna arriva da parte delle istituzioni e dei due principali partiti dell’epoca. Il ruolo ancillare del PCI in tutta la vicenda, specie nel percorso politico della “fermezza”, per quanto sia sostanzialmente vero è poi rappresentato in modo generico non solo nella ricostruzione dei personaggi ma anche nel contesto politico e diplomatico. Invece, lavorare sul fatto che tra due beati e santi della Repubblica, Berlinguer e Moro, il primo ha serie responsabilità politiche sulla morte del secondo avrebbe avuto potenzialità narrative, e di ricostruzione storica, enormi. E se Cossiga, come ricorda Bellocchio, è diventato presidente della repubblica grazie anche al ruolo assunto nella vicenda Moro va anche ricordato che Giorgio Napolitano, personaggio luciferino durante i 55 giorni del rapimento, non ha fatto un percorso diverso. Ma, va detto, di carriere grandi e piccole sulla vicenda Moro se ne sono costruite tante e molte cose sono state occultate in modo così pesante da rendere spesso il falso come l’unica verità accettabile.
Insomma, chi ha meno di 40 anni, e conosce in modo generico la vicenda Moro dalla serie tv finirà per capirci poco e chi ne ha di più finirà per consolidare le proprie certezze qualunque esse siano. Responsabilità di una struttura narrativa disorganica, ci sono personaggi importanti che appaiono e scompaiono (uno su tutti l’esperto americano di rapimenti), e frasi e riferimenti buttati lì (il confronto tra il “movimento” e le BR per evitare la condanna capitale di Moro). E poi va anche detto, nonostante Bellocchio provenga dalla sinistra extraparlamentare cade nel solito errore di rappresentare il linguaggio BR, e comunque quello usato a sinistra del PCI, in modo rigido e schematico. Malattia tipica del cinema italiano ma cosa grave per un autore che nel 1972 ha girato Sbatti il mostro in prima pagina, dove tra l’altro compare un giovane e fascistissimo La Russa, nel quale si distruggono i pregiudizi del mainstream giornalistico nei confronti dell’allora sinistra rivoluzionaria.
Nonostante questo, e i personaggi principali, a parte Moro, pessimamente truccati ci sono elementi per i quali la serie di Bellocchio merita la visione completa: la rappresentazione degli interni, ma anche degli esterni, degli anni ‘70 è curata e crea un profondo effetto immersivo. La citazione dei radiotelefoni è uno degli interessanti espedienti narrativi per paragonare ieri e oggi, l’emergere di Bruno Vespa rimanda, in modo plastico, alle continuità rimaste tra il nostro mondo e quello di allora. E, a causa del linguaggio di YouTube e TikTok, la scena delle BR che cantano l’Internazionale al processo di Torino di quel periodo si candida a essere ritagliata per i post di chi, su quel periodo, ha simpatie per i rapitori.
La vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro ha rappresentato, per anni, una tappa obbligata per spiegare le trasformazioni della politica italiana, quelle che hanno contribuito a creare la società di oggi, e anche un anno limite, il 1978, per definire il decennio rosso che ha attraversato il nostro paese. Oggi, con il naturale corso degli anni, quel periodo può essere rappresentato, in modo molto profondo, grazie al corso storico delle mutazioni sociali, comunicative, economiche e tecnologiche che sono intervenute in questo lasso di tempo. Insomma, il caso Moro è passato dall’essere una tappa obbligata a essere una linea Maginot, una fortificazione ben presidiata dai detentori di una legittimità istituzionale che si vuole calorosa e quasi magica, che può essere benissimo aggirata con gli strumenti della ricostruzione storiografica odierna. Per questo Bellocchio più che condannato, con una qualche recensione genere irrimediabile affossamento, va, per usare un linguaggio BR, disarticolato per riportare gli elementi di interesse del suo lavoro in un nuovo linguaggio, in una nuova visione della lettura storica. Il canovaccio narrativo del martire, del martirio psicologico dei personaggi non serviva neanche allora per spiegare la complessità di quello che stava accadendo in Italia, figuriamoci oggi.
Restano da spendere due parole più politiche. Quello delle BR è stato un tentativo, tragicamente fallimentare, di applicare, assieme, tre modelli di insurrezione: quello mutuato dalla resistenza partigiana, quello guevarista (i clandestini che si moltiplicano fino a diventare esercito di popolo) quello più mitologico del rapimento del tiranno per la salvezza e il risveglio del popolo. Se si vogliono usare i materiali come quello di Bellocchio in senso più teorico politico allora questi servono per una rilettura del percorso di due mondi che, con la vicenda Moro, andarono poi velocemente declinando: quello dei partiti di massa e quello dell’insurrezione di popolo. È con altro genere di rappresentazioni che si può entrare in questo ordine di problemi.
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Come molti prodotti che assumono dimensioni monumentali l’attesa che genera è quella di un’opera che potrebbe dire qualcosa di nuovo e definitivo sulla storia narrata, una delle più controverse della storia della Repubblica. L’effetto è quello di una miniserie che non sposta niente delle posizioni storiografiche consolidate – istituzionali e non – che ha una sua forza estetica, della quale è giusto parlare, e che si risolve in un disordine narrativo finendo per disgregare dall’interno la monumentalità con la quale l’opera si presenta.
Fa bene qui ricordare gli ultimi minuti della serie: si riporta, con fotogrammi da documentario, che il funerale di Moro, nel maggio 1978, si svolse in forma privata e che il funerale di Stato, per onorare lo statista democristiano, si svolse senza il feretro di Moro, senza i suoi familiari e nel pieno della sconfessione, da parte della famiglia del presidente ucciso, del comportamento tenuto dalle istituzioni durante i 55 giorni di prigionia dell’esponente democristiano.
Questo fatto, certo non secondario, è stato sepolto nei decenni, cominciando dalle riprese tv dei funerali di Stato arrivando a costruire cattedrali fatte di articoli di giornali, testi storiografici, memorie giudiziarie utili in questa opera di seppellimento – tentando di occultare la realtà del compimento di una distanza incolmabile tra il martire e lo Stato. Quello di cui, invece, le istituzioni – scosse da una sequestro che per certi versi le fece oscillare come se si trattasse di un 8 settembre – avevano bisogno era la rappresentazione della piena sintonia nel dolore e nel martirio tra il presidente della DC, il governo e i due principali partiti dell’epoca. Se la realtà di questa sintonia non c’era allora doveva essere creata e, per questo, media, narrazione e storiografia ufficiale da decenni continuano a lavorare.
La serie di Bellocchio sembra proprio un’occasione perduta perché non è riuscita a dare coerenza e potenza narrativa alla necessaria demolizione di quella altissima coltre istituzionale e paraistituzionale fatta di mezze verità, depistaggi, complottismi e fantasie costruite sul caso Moro con l’effetto di legittimare delle istituzioni che avevano compiuto disastri e che, grazie a quella legittimazione, ne fecero di nuovi preparando le condizioni per la società che stiamo vivendo.
Secondo Bellocchio tutto si delinea nella narrazione del percorso di introspezione del papa, di Francesco Cossiga e Andreotti. La compartecipazione istituzionale della condanna a morte di Moro si spiegherebbe così nell’incrocio tra questi percorsi. Incrocio che, secondo Le Monde, è shakesperiano ma in realtà neanche fa capire in che modo, descrivendo gli incontri tra i personaggi, la condanna arriva da parte delle istituzioni e dei due principali partiti dell’epoca. Il ruolo ancillare del PCI in tutta la vicenda, specie nel percorso politico della “fermezza”, per quanto sia sostanzialmente vero è poi rappresentato in modo generico non solo nella ricostruzione dei personaggi ma anche nel contesto politico e diplomatico. Invece, lavorare sul fatto che tra due beati e santi della Repubblica, Berlinguer e Moro, il primo ha serie responsabilità politiche sulla morte del secondo avrebbe avuto potenzialità narrative, e di ricostruzione storica, enormi. E se Cossiga, come ricorda Bellocchio, è diventato presidente della repubblica grazie anche al ruolo assunto nella vicenda Moro va anche ricordato che Giorgio Napolitano, personaggio luciferino durante i 55 giorni del rapimento, non ha fatto un percorso diverso. Ma, va detto, di carriere grandi e piccole sulla vicenda Moro se ne sono costruite tante e molte cose sono state occultate in modo così pesante da rendere spesso il falso come l’unica verità accettabile.
Insomma, chi ha meno di 40 anni, e conosce in modo generico la vicenda Moro dalla serie tv finirà per capirci poco e chi ne ha di più finirà per consolidare le proprie certezze qualunque esse siano. Responsabilità di una struttura narrativa disorganica, ci sono personaggi importanti che appaiono e scompaiono (uno su tutti l’esperto americano di rapimenti), e frasi e riferimenti buttati lì (il confronto tra il “movimento” e le BR per evitare la condanna capitale di Moro). E poi va anche detto, nonostante Bellocchio provenga dalla sinistra extraparlamentare cade nel solito errore di rappresentare il linguaggio BR, e comunque quello usato a sinistra del PCI, in modo rigido e schematico. Malattia tipica del cinema italiano ma cosa grave per un autore che nel 1972 ha girato Sbatti il mostro in prima pagina, dove tra l’altro compare un giovane e fascistissimo La Russa, nel quale si distruggono i pregiudizi del mainstream giornalistico nei confronti dell’allora sinistra rivoluzionaria.
Nonostante questo, e i personaggi principali, a parte Moro, pessimamente truccati ci sono elementi per i quali la serie di Bellocchio merita la visione completa: la rappresentazione degli interni, ma anche degli esterni, degli anni ‘70 è curata e crea un profondo effetto immersivo. La citazione dei radiotelefoni è uno degli interessanti espedienti narrativi per paragonare ieri e oggi, l’emergere di Bruno Vespa rimanda, in modo plastico, alle continuità rimaste tra il nostro mondo e quello di allora. E, a causa del linguaggio di YouTube e TikTok, la scena delle BR che cantano l’Internazionale al processo di Torino di quel periodo si candida a essere ritagliata per i post di chi, su quel periodo, ha simpatie per i rapitori.
La vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro ha rappresentato, per anni, una tappa obbligata per spiegare le trasformazioni della politica italiana, quelle che hanno contribuito a creare la società di oggi, e anche un anno limite, il 1978, per definire il decennio rosso che ha attraversato il nostro paese. Oggi, con il naturale corso degli anni, quel periodo può essere rappresentato, in modo molto profondo, grazie al corso storico delle mutazioni sociali, comunicative, economiche e tecnologiche che sono intervenute in questo lasso di tempo. Insomma, il caso Moro è passato dall’essere una tappa obbligata a essere una linea Maginot, una fortificazione ben presidiata dai detentori di una legittimità istituzionale che si vuole calorosa e quasi magica, che può essere benissimo aggirata con gli strumenti della ricostruzione storiografica odierna. Per questo Bellocchio più che condannato, con una qualche recensione genere irrimediabile affossamento, va, per usare un linguaggio BR, disarticolato per riportare gli elementi di interesse del suo lavoro in un nuovo linguaggio, in una nuova visione della lettura storica. Il canovaccio narrativo del martire, del martirio psicologico dei personaggi non serviva neanche allora per spiegare la complessità di quello che stava accadendo in Italia, figuriamoci oggi.
Restano da spendere due parole più politiche. Quello delle BR è stato un tentativo, tragicamente fallimentare, di applicare, assieme, tre modelli di insurrezione: quello mutuato dalla resistenza partigiana, quello guevarista (i clandestini che si moltiplicano fino a diventare esercito di popolo) quello più mitologico del rapimento del tiranno per la salvezza e il risveglio del popolo. Se si vogliono usare i materiali come quello di Bellocchio in senso più teorico politico allora questi servono per una rilettura del percorso di due mondi che, con la vicenda Moro, andarono poi velocemente declinando: quello dei partiti di massa e quello dell’insurrezione di popolo. È con altro genere di rappresentazioni che si può entrare in questo ordine di problemi.
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19/11/2022
Quello che “Esterno notte” non dice, ma è decisivo
Chi sta vedendo in questi giorni “Esterno notte” di Bellocchio sul sequestro Moro dovrebbe anche sapere quello che il film non dice, e cioè “CHI” erano quei dieci in via Fani quel giovedì 16 marzo del 1978 (più altri tre che attendevano l’esito in due case romane: due in Via Montalcini 8 e l’altra in Via Chiabrera 74).
Un primo gruppo è composto da quattro uomini. Il ventiseienne Giuseppe è un ex contadino di Reggio Emilia, che nel 1960 ha visto uccidere in piazza cinque operai che protestavano contro il governo Tambroni appoggiato dai fascisti. Arrestato a Torino il 30 ottobre del 1974 e processato due anni dopo con i componenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, il 1° gennaio dell’anno prima era riuscito ad evadere dal carcere di Treviso, con altri 12 detenuti “comuni”, per poi unirsi alla colonna romana.
Luigi è arrivato la sera prima con il treno da Milano ed è anche lui reggiano, ma più giovane: ha 22 anni, ed è già membro del comitato esecutivo delle BR. Figlio di due comunisti, diplomatosi alle scuole serali, a 19 anni ha deciso di entrare in clandestinità.
Marcello è un altro ex operaio, ventiduenne, anche lui arrivato la sera prima in treno, ma da Torino. È un pugliese che non ha studiato, uno dei tanti emigrati di quegli anni, salito al Nord ancora minorenne, alla ricerca di quel lavoro che aveva trovato alla Breda di Sesto San Giovanni, in un reparto dove gli addetti erano costretti a ubriacarsi tutti i giorni, sin dalle prime ore del mattino, per evitare di rimanere intossicati.
Pecos è l’unico romano dei quattro: è figlio di un falegname ed è quello più “esperto”, perché di anni ne ha già 29, con alle spalle un decennio di militanza nella sinistra più radicale, nel Movimento Studentesco e poi in Potere Operaio, con ripetuti contatti con i GAP di Feltrinelli.
Prima di entrare nelle BR, Pecos aveva fondato il gruppo di guerriglia armata dei LAPP, insieme alla sua compagna, Alexandra, che è rimasta ad attendere in Via Chiabrera, nella casa in cui convivono e che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle BR.
Alexandra ha 26 anni, siciliana, proviene da una famiglia della media borghesia e si è trasferita a Roma per frequentare l’Università; ha già una figlia di 7 anni, avuta con il precedente compagno, un dirigente di Potere Operaio, e per entrare in clandestinità ha affidato la bimba ai propri genitori.
Qualche giorno prima è stata lei ad acquistare le divise da pilota dell’Alitalia che i quattro indossano quel mattino, per mimetizzarsi da eventuali passanti, mentre attendono l’arrivo delle due auto provenienti da Via Trionfale.
Altri due uomini sono arrivati al volante di due Fiat. La prima vettura, una 128, servirà per bloccare all’incrocio entrambe le macchine in arrivo, secondo lo schema militare usato qualche mese prima dai tedeschi della RAF, a Colonia, per il sequestro del Presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer; la seconda, una 132, servirà invece per la prima fase di trasporto dell’ostaggio, in caso di successo dell’operazione.
A guidare la 128 è il più anziano del gruppo, un trentunenne ex operaio della Sit-Siemens, di origini marchigiane, ricercato da anni, perché alla fine del 1970 è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse a Milano. Anche lui ha un figlio, Marcello, che tanti anni prima ha lasciato alla moglie, per entrare in clandestinità.
Alla guida della 132 c'è un artigiano romano di 27 anni, Claudio, proveniente dal Comitato Comunista di Centocelle, dove ha militato insieme ad altri futuri brigatisti, tra cui la sua ex compagna, un’impiegata di 24 anni, orfana di entrambi i genitori; è lei che l’anno prima, insieme a tale Ingegner Altobelli, ha acquistato un appartamento in via Montalcini, dove sarà essere condotto l’ostaggio.
La donna non è ancora la clandestina Camilla e tutti i giorni si reca al lavoro, per non dare nell’occhio. In quella casa c'è anche un’altra persona proveniente dal gruppo di Centocelle: ha 27 anni, è stato convinto da Pecos e Claudio a partecipare a quel sequestro e, anche lui, non è ancora il clandestino Gulliver.
Per 55 giorni abiterà in quella casa, fingendosi suo marito, perché Giuseppe, ricercato dopo l’evasione di Treviso, non poteva farsi vedere dai vicini.
La copertura all’azione dei sei è fornita da due uomini e da due donne, posizionati in diversi punti lungo la strada. Il primo, Otello, ha 22 anni, è figlio di un esponente del PCI e di una cittadina svizzera e tre anni prima era stato coinvolto negli scontri studenteschi durante i quali morì il giovane missino Mikis Mantakas.
Il secondo, Camillo, ha 27 anni ed è figlio di un soldato che ha vissuto la tragedia di Cefalonia del 1943, al momento collaboratore dell’Ufficio Stampa del Vaticano per L’Osservatore Romano. Dopo avere militato in Potere Operaio, è entrato nelle BR insieme alla sua compagna, Marzia, che è una delle due donne presenti quel mattino in Via Fani.
Marzia ha solo 20 anni, romana; anche lei, come Camillo, ha militato nel collettivo autonomo di Via dei Volsci prima di entrare nelle BR.
La decima infine, Sara, è un’ex insegnante per bambini disabili, di 27 anni, nata e cresciuta in un paesino del Lazio, Colleferro, interamente costruito intorno a una gigantesca fabbrica, dove la madre lavora come operaia.
Dopo avere partecipato al sessantotto romano e avere militato in Potere Operaio, nel 1974, durante gli sgomberi delle case popolari nella borgata di San Basilio vede uccidere dalla polizia il diciannovenne Fabrizio Ceruso. Prima di entrare nelle BR ha fatto parte con altri futuri brigatisti del gruppo dei Tiburtaros.
Tre operai, cinque borgatari romani, un contadino, una maestra, un’impiegata di origini proletarie e due ex studenti militanti.
Il più giovane ha 20 anni e il più vecchio 31, ma quel giorno avrebbero potuto essercene altri, perché intorno a quei tredici stava succedendo tutto quello che succedeva in Italia da 10 anni e che sarebbe continuato a succedere per almeno altri cinque.
Fonte
Un primo gruppo è composto da quattro uomini. Il ventiseienne Giuseppe è un ex contadino di Reggio Emilia, che nel 1960 ha visto uccidere in piazza cinque operai che protestavano contro il governo Tambroni appoggiato dai fascisti. Arrestato a Torino il 30 ottobre del 1974 e processato due anni dopo con i componenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, il 1° gennaio dell’anno prima era riuscito ad evadere dal carcere di Treviso, con altri 12 detenuti “comuni”, per poi unirsi alla colonna romana.
Luigi è arrivato la sera prima con il treno da Milano ed è anche lui reggiano, ma più giovane: ha 22 anni, ed è già membro del comitato esecutivo delle BR. Figlio di due comunisti, diplomatosi alle scuole serali, a 19 anni ha deciso di entrare in clandestinità.
Marcello è un altro ex operaio, ventiduenne, anche lui arrivato la sera prima in treno, ma da Torino. È un pugliese che non ha studiato, uno dei tanti emigrati di quegli anni, salito al Nord ancora minorenne, alla ricerca di quel lavoro che aveva trovato alla Breda di Sesto San Giovanni, in un reparto dove gli addetti erano costretti a ubriacarsi tutti i giorni, sin dalle prime ore del mattino, per evitare di rimanere intossicati.
Pecos è l’unico romano dei quattro: è figlio di un falegname ed è quello più “esperto”, perché di anni ne ha già 29, con alle spalle un decennio di militanza nella sinistra più radicale, nel Movimento Studentesco e poi in Potere Operaio, con ripetuti contatti con i GAP di Feltrinelli.
Prima di entrare nelle BR, Pecos aveva fondato il gruppo di guerriglia armata dei LAPP, insieme alla sua compagna, Alexandra, che è rimasta ad attendere in Via Chiabrera, nella casa in cui convivono e che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle BR.
Alexandra ha 26 anni, siciliana, proviene da una famiglia della media borghesia e si è trasferita a Roma per frequentare l’Università; ha già una figlia di 7 anni, avuta con il precedente compagno, un dirigente di Potere Operaio, e per entrare in clandestinità ha affidato la bimba ai propri genitori.
Qualche giorno prima è stata lei ad acquistare le divise da pilota dell’Alitalia che i quattro indossano quel mattino, per mimetizzarsi da eventuali passanti, mentre attendono l’arrivo delle due auto provenienti da Via Trionfale.
Altri due uomini sono arrivati al volante di due Fiat. La prima vettura, una 128, servirà per bloccare all’incrocio entrambe le macchine in arrivo, secondo lo schema militare usato qualche mese prima dai tedeschi della RAF, a Colonia, per il sequestro del Presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer; la seconda, una 132, servirà invece per la prima fase di trasporto dell’ostaggio, in caso di successo dell’operazione.
A guidare la 128 è il più anziano del gruppo, un trentunenne ex operaio della Sit-Siemens, di origini marchigiane, ricercato da anni, perché alla fine del 1970 è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse a Milano. Anche lui ha un figlio, Marcello, che tanti anni prima ha lasciato alla moglie, per entrare in clandestinità.
Alla guida della 132 c'è un artigiano romano di 27 anni, Claudio, proveniente dal Comitato Comunista di Centocelle, dove ha militato insieme ad altri futuri brigatisti, tra cui la sua ex compagna, un’impiegata di 24 anni, orfana di entrambi i genitori; è lei che l’anno prima, insieme a tale Ingegner Altobelli, ha acquistato un appartamento in via Montalcini, dove sarà essere condotto l’ostaggio.
La donna non è ancora la clandestina Camilla e tutti i giorni si reca al lavoro, per non dare nell’occhio. In quella casa c'è anche un’altra persona proveniente dal gruppo di Centocelle: ha 27 anni, è stato convinto da Pecos e Claudio a partecipare a quel sequestro e, anche lui, non è ancora il clandestino Gulliver.
Per 55 giorni abiterà in quella casa, fingendosi suo marito, perché Giuseppe, ricercato dopo l’evasione di Treviso, non poteva farsi vedere dai vicini.
La copertura all’azione dei sei è fornita da due uomini e da due donne, posizionati in diversi punti lungo la strada. Il primo, Otello, ha 22 anni, è figlio di un esponente del PCI e di una cittadina svizzera e tre anni prima era stato coinvolto negli scontri studenteschi durante i quali morì il giovane missino Mikis Mantakas.
Il secondo, Camillo, ha 27 anni ed è figlio di un soldato che ha vissuto la tragedia di Cefalonia del 1943, al momento collaboratore dell’Ufficio Stampa del Vaticano per L’Osservatore Romano. Dopo avere militato in Potere Operaio, è entrato nelle BR insieme alla sua compagna, Marzia, che è una delle due donne presenti quel mattino in Via Fani.
Marzia ha solo 20 anni, romana; anche lei, come Camillo, ha militato nel collettivo autonomo di Via dei Volsci prima di entrare nelle BR.
La decima infine, Sara, è un’ex insegnante per bambini disabili, di 27 anni, nata e cresciuta in un paesino del Lazio, Colleferro, interamente costruito intorno a una gigantesca fabbrica, dove la madre lavora come operaia.
Dopo avere partecipato al sessantotto romano e avere militato in Potere Operaio, nel 1974, durante gli sgomberi delle case popolari nella borgata di San Basilio vede uccidere dalla polizia il diciannovenne Fabrizio Ceruso. Prima di entrare nelle BR ha fatto parte con altri futuri brigatisti del gruppo dei Tiburtaros.
Tre operai, cinque borgatari romani, un contadino, una maestra, un’impiegata di origini proletarie e due ex studenti militanti.
Il più giovane ha 20 anni e il più vecchio 31, ma quel giorno avrebbero potuto essercene altri, perché intorno a quei tredici stava succedendo tutto quello che succedeva in Italia da 10 anni e che sarebbe continuato a succedere per almeno altri cinque.
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16/11/2022
“Esterno notte”, Bellocchio scrive il romanzo del potere DC
Bellocchio scrive “il romanzo del potere DC“, disegna “il ritratto di un interno di Regime” in una “introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita“, mentre non comprende il brigatismo, raccontato come “una nevrosi” e vissuto come “una ingiustificata eresia del comunismo“.
Così l’ex Br Paolo Persichetti, autore di libri e inchieste sul caso Moro, commenta all’Adnkronos “Esterno notte“, la serie di Marco Bellocchio che sta andando in onda su Rai 1 (stasera la seconda puntata e il 17 l’ultima).
“La scelta iniziale di mostrare cosa sarebbe stato il piano Victor con Moro rinchiuso in una clinica che riceve la visita dei maggiorenti democristiani, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini, e la voce fuoricampo che legge il brano contro la DC mi è sembrata una scelta autoriale molto azzeccata – osserva Persichetti – Non è funambolica e sognatrice come il Moro che passeggia libero di ‘Buongiorno, notte’ ma intrisa di verità storica. Quel piano era stato predisposto e quelle parole Moro le ha scritte per davvero“.
L’ex Br è colpito anche dalla scena in cui Cossiga conversa con il professor Ferracuti, membro di spicco del comitato di crisi che al Viminale gestì la strategia del governo sul sequestro.
“Bellocchio fa mostra di una perfidia sottile – sottolinea – nella scena Ferracuti spiega che alla notizia del sequestro i nevrotici esultano diversamente da paranoici e psicopatici. Se stiamo a queste categorie aggiungerei che gli psicopatici erano i fautori della linea della fermezza e i paranoici i complottisti“.
Persichetti, da vero e proprio esegeta del caso Moro, di cui ha provato a ricostruire la dinamica in anni e anni di ricerche, riconosce nella fiction “alcune imprecisioni di dettaglio“.
Per esempio, spiega, “non è vera la descrizione del primo controllo di polizia in via Gradoli. Non era una ispezione di massa ma un controllo discreto, una verifica alla porta: i Br non erano in casa e mai seppero di quell’episodio altrimenti avrebbero subito smobilitato la base“.
L’ex brigatista contesta anche “qualche sorvolo di troppo sulla figura di Berlinguer, poco approfondita, e del PCI in generale il cui ruolo fu decisivo per osteggiare la liberazione di Moro in quei 55 giorni“.
Anzi, sottolinea, “sarebbe ora che si raccontasse quello che loro si dicevano nelle riunioni di Direzione, e la reazione brutale davanti alla scelta di Moro di cambiare la lista dei ministri del nuovo governo cancellando i tre indicati dal PCI“.
Al di là di queste osservazioni, tuttavia, “il giudizio su queste due prime puntate non è negativo – dice – Bisogna vedere il resto, anche se già si comprende che il racconto del movimento del '77, delle BR e delle figure militanti in generale resta sullo sfondo, fatto di figure caricaturali, sfocate, mai sapientemente approfondite.
Non si capisce perché Moro viene rapito, chi erano i brigatisti, da dove venivano, come e perché sono arrivati a tanto? Il problema sta nella poca curiosità di Bellocchio, disattenzione e pregiudizio forse legati alle incrostazioni del suo passato dottrinario di militante maoista che percepiva le Brigate rosse come una ingiustificata eresia del comunismo“.
E poi, aggiunge, “le frequentazioni con Fagioli lo portano a categorizzare il brigatismo come una nevrosi“.
“Al contrario i ritratti dei politici DC sono efficaci, veritieri e penetranti sia nella dimensione politica che in quella personale e privata, molto triste. Una introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita. Fin qui è un romanzo del potere DC, ritratto di un interno di Regime“, sottolinea ancora Persichetti.
Che annota: “Micidiale la frase rivolta al PCI messa in bocca a Cossiga dopo l’arrivo della lettera che Moro gli aveva indirizzato: ‘Loro gli stanno già facendo il funerale e noi li seguiamo con i ceri accesi’. Che poi è il riassunto di quello che accadde nei 55 giorni“.
Fonte
Così l’ex Br Paolo Persichetti, autore di libri e inchieste sul caso Moro, commenta all’Adnkronos “Esterno notte“, la serie di Marco Bellocchio che sta andando in onda su Rai 1 (stasera la seconda puntata e il 17 l’ultima).
“La scelta iniziale di mostrare cosa sarebbe stato il piano Victor con Moro rinchiuso in una clinica che riceve la visita dei maggiorenti democristiani, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini, e la voce fuoricampo che legge il brano contro la DC mi è sembrata una scelta autoriale molto azzeccata – osserva Persichetti – Non è funambolica e sognatrice come il Moro che passeggia libero di ‘Buongiorno, notte’ ma intrisa di verità storica. Quel piano era stato predisposto e quelle parole Moro le ha scritte per davvero“.
L’ex Br è colpito anche dalla scena in cui Cossiga conversa con il professor Ferracuti, membro di spicco del comitato di crisi che al Viminale gestì la strategia del governo sul sequestro.
“Bellocchio fa mostra di una perfidia sottile – sottolinea – nella scena Ferracuti spiega che alla notizia del sequestro i nevrotici esultano diversamente da paranoici e psicopatici. Se stiamo a queste categorie aggiungerei che gli psicopatici erano i fautori della linea della fermezza e i paranoici i complottisti“.
Persichetti, da vero e proprio esegeta del caso Moro, di cui ha provato a ricostruire la dinamica in anni e anni di ricerche, riconosce nella fiction “alcune imprecisioni di dettaglio“.
Per esempio, spiega, “non è vera la descrizione del primo controllo di polizia in via Gradoli. Non era una ispezione di massa ma un controllo discreto, una verifica alla porta: i Br non erano in casa e mai seppero di quell’episodio altrimenti avrebbero subito smobilitato la base“.
L’ex brigatista contesta anche “qualche sorvolo di troppo sulla figura di Berlinguer, poco approfondita, e del PCI in generale il cui ruolo fu decisivo per osteggiare la liberazione di Moro in quei 55 giorni“.
Anzi, sottolinea, “sarebbe ora che si raccontasse quello che loro si dicevano nelle riunioni di Direzione, e la reazione brutale davanti alla scelta di Moro di cambiare la lista dei ministri del nuovo governo cancellando i tre indicati dal PCI“.
Al di là di queste osservazioni, tuttavia, “il giudizio su queste due prime puntate non è negativo – dice – Bisogna vedere il resto, anche se già si comprende che il racconto del movimento del '77, delle BR e delle figure militanti in generale resta sullo sfondo, fatto di figure caricaturali, sfocate, mai sapientemente approfondite.
Non si capisce perché Moro viene rapito, chi erano i brigatisti, da dove venivano, come e perché sono arrivati a tanto? Il problema sta nella poca curiosità di Bellocchio, disattenzione e pregiudizio forse legati alle incrostazioni del suo passato dottrinario di militante maoista che percepiva le Brigate rosse come una ingiustificata eresia del comunismo“.
E poi, aggiunge, “le frequentazioni con Fagioli lo portano a categorizzare il brigatismo come una nevrosi“.
“Al contrario i ritratti dei politici DC sono efficaci, veritieri e penetranti sia nella dimensione politica che in quella personale e privata, molto triste. Una introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita. Fin qui è un romanzo del potere DC, ritratto di un interno di Regime“, sottolinea ancora Persichetti.
Che annota: “Micidiale la frase rivolta al PCI messa in bocca a Cossiga dopo l’arrivo della lettera che Moro gli aveva indirizzato: ‘Loro gli stanno già facendo il funerale e noi li seguiamo con i ceri accesi’. Che poi è il riassunto di quello che accadde nei 55 giorni“.
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