Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2026

Andare ai resti. Giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari dell’insostenibile quotidianità ereditata

di Gioacchino Toni

Dato alle stampe per la prima volta da DeriveApprodi nel 2004, quando ancora gli echi della conflittualità degli anni Settanta, seppur flebili, continuavano a suscitare interesse, per quanto in ambiti sempre più ristretti, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta di Emilio Quadrelli è stato riproposto dal medesimo editore, dopo una seconda ristampa nel 2014, in un’edizione aggiornata nel 2024, in un’epoca, l’attuale, in cui anche gli ultimi sussurri di quel decennio si sono dissolti di pari passo alla scomparsa di molti di quegli attori sociali che proprio nei Settanta avevano preferito imboccare strade senza ritorno, “andare ai resti”, giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari della triste e ingiusta quotidianità ereditata. È proprio a questi uomini e a queste donne che fa riferimento il testo.

Quanto raccontato dal volume appartiene ormai all’archeologia illegale. Leggere oggi le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto attivamente quella stagione e le considerazioni che ne deriva Quadrelli, che quel mondo l’ha affrontato in prima persona, consente di guardare all’universo degli anni Settanta senza ometterne le parti più “scomode” e senza i filtri delle narrazioni ufficiali celebrative dell’ordine ri-costituito, degli amarcord da anniversario e delle fantasie dietrologiche ad orologeria. Infine, riprendere Andare ai resti rappresenta anche un piccolo omaggio personale alla memoria del suo autore, Emilio Quadrelli.

Ricorrendo alle metodologie della ricerca etnografica, ovvero all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione in prima persona degli attori sociali, Quadrelli ricostruisce una particolare parentesi, anomala, breve quanto intensa, del mondo della prigione e degli universi illegali dell’Italia degli anni Settanta. Una stagione capace, a suo modo e analogamente alle insorgenze sociali e politiche che attraversavano la società in quel periodo, di mettere radicalmente in discussione il passato e lo status quo, prima di essere annientata sotto i colpi dell’atomizzazione sociale – diffusa attraverso l’eroina nei quartieri , la ristrutturazione del sistema produttivo, il dilagare della malavita “massificata” e le pratiche disciplinari volte a patologizzare la conflittualità – più ancora che dalla repressione militare. Per quanto sconfitti da un mondo che per mantenersi non ha esitato a smembrare i tessuti sociali e le loro culture solidaristiche diffondendo atomizzazione, solitudine e competitività nei quartieri e sul lavoro, gli uomini e le donne che, seppur per una breve stagione, hanno messo sul piatto la loro incompatibilità con il sistema vigente, i suoi valori, le sue gerarchie e i destini tracciati, hanno scelto di vivere, a loro modo, fino in fondo.

La stagione narrata da Quadrelli prende il via alla fine degli anni Sessanta, quando, soprattutto nelle grandi città del triangolo industriale del Nord, iniziano a diffondersi forme di criminalità del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, che presto assumono la forma delle “batterie” di rapinatori. Per quanto anomale, queste forme di criminalità mantengono legami con l’ambiente proletario da cui provengono. La scelta di “andare ai resti”, di giocarsi tutto e vada come vada, degli uomini e delle donne delle batterie, si colloca all’interno di una visione del mondo irriducibilmente conflittuale e di una propensione a mettersi in gioco in maniera risoluta che, nel corso degli anni Settanta, attraversa una parte importante del corpo sociale, soprattutto la sua componente proletaria e giovanile.

A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del disordine come abitualmente fa la malavita tradizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti della società legittima, e in particolare con le forze dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita. Più che ad accumulare denaro, il loro interesse s’incentra su un accumulo di potenza dove la principale posta in palio sembra essere la derisione del nemico [p. 29].

Gli uomini e le donne delle batterie non pensano alla possibilità di un altro mondo, si muovono nella convinzione che occorra confrontarsi con l’esistente per quello che è e che lo si possa fare o passando la mano o rilanciando. «Buttare sul piatto i resti rimane, in fondo, una scelta forse tragica ma non disperata» [p. 34]. Per quanto nella conflittualità espressa dalle batterie, giocata com’è a livello esistenziale, non sia possibile individuare una qualche forma di coscienza politica, è innegabile, sostiene Quadrelli, che siano in essa ravvisabili elementi di contiguità, di relazione e di scambio con le componenti politiche radicali, a partire dal comune desiderio di prendersi il mondo loro negato e di prenderselo subito; un immaginario generazionale a cui parte del cinema e della musica rock dell’epoca hanno saputo dare immagine e voce. «La figura del rapinatore finisce per incarnare al meglio questo senso di ribellione permanente al realismo del tempo presente e per rappresentare, in quanto utopia, la forma di rottura più radicale» [p. 39]. Una ribellione che ha ben poco di romantico o di disperato, mossa com’è da una dimensione ludica e beffarda dell’esistenza. «Stare in una “batteria” e “andare giù di dure” non è altro che la materializzazione, hic et nunc, di un rapporto di belligeranza dove, a ben vedere, il fine non ha alcuna finalizzazione» [pp. 41-42].

Alla cultura della malavita tradizionale, abituata a ragionare in termini opportunistici, a guardare alle istituzioni come alla “naturale” controparte del gioco a cui sottostare, senza tante storie, nei momenti in cui queste hanno la meglio, gli uomini e le donne delle batterie contrappongono un immaginario completamente diverso, sintetizzabile nella formula “o noi o loro”, in cui non esiste possibilità di dialogo né, tantomeno, di assoggettamento. Se i malavitosi tradizionali considerano il carcere una sorta di “incidente di percorso” al cui interno occorre necessariamente trovare forme di compromesso con le guardie al fine di viverlo “al meglio”, senza porsi il problema di fuggire da esso, i giovani e le giovani delle batterie, una volta in prigione, non intendono negoziare alcunché e progettano sin da subito come tornarsene a casa. Per questi uomini e queste donne, in carcere come durante una rapina, non sono contemplate vie di fuga individuali, si pensa e si agisce sempre per “portare tutti a casa”, come del resto avviene nelle organizzazioni politiche. L’agibilità, in entrambi i casi, sottolinea l’autore, è possibile soltanto in presenza di un contesto sociale disposto, in un modo o nell’altro, a supportare o, almeno, a tollerare tali condotte illegali. La stessa evasione, come ogni altra pratica sociale, «è possibile solo se è legittimata all’interno di un ambito collettivo» [p. 131] sia interno che esterno al carcere.

Il mondo delle batterie, tiene a puntualizzare Quadrelli, non è riconducibile alla figura del “selvaggio”, cara alla letteratura e agli studiosi, che merita di essere “recuperata” attraverso un paternalistico processo di “civilizzazione”. Il “barbaro” delle batterie «è sinonimo di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. […] A differenza del barbaro il selvaggio accetta la logica dello scambio e dell’assoggettamento. È curabile, educabile e socialmente recuperabile» [pp. 52-53]. Ecco l’anomalia con cui le istituzioni e la malavita tradizionale si trovano ad avere a che fare, del tutto incapaci di comprenderne la cultura e la condotta: un’anomalia che porta nelle carceri la belligeranza espressa fuori da esse e che si scontra con un universo penitenziario in cui “l’uomo di rispetto” e la guardia esprimono i medesimi modelli culturali e stili di vita, incentrati sulla gerarchia e sulla pacificazione concertata del territorio, sia esso carcerario o urbano. La cultura irriducibilmente conflittuale, che non contempla mediazioni, espressa dai “duri” e dalle “dure” delle batterie è la medesima che, sin dalla fine degli anni Sessanta, inizia a manifestarsi anche sui luoghi di lavoro da parte di settori non marginali della classe operaia.

L’universo carcerario degli anni Settanta delle principali grandi città del triangolo industriale ne riflette le specificità territoriali e produttive. Alle Nuove di Torino i prigionieri più giovani, perlopiù di origine meridionale, tendono a replicare le pratiche di insubordinazione espresse dall’operaio-massa che contraddistingue il tessuto produttivo del territorio. A San Vittore a Milano il mondo delle batterie si trova a fare i conti, oltre che con la presenza di una preesistente malavita professionale “elitaria”, incline a contribuire al mantenimento dell’ordine carcerario, con il “gangsterismo urbano” i cui membri se da un lato guardano al modello degli “uomini d’onore”, dall’altro mantengono caratteristiche tipiche del mondo della strada. «Si pensano eroi pur agendo da mercanti» [p. 109] e ciò li mantiene in bilico, al momento delle scelte, tra la compatibilità mercantile e la generosità eroica e solidale di chi viene dalla strada. Il carcere di Marassi di Genova, all’opposto di quanto avviene a Torino, è invece contraddistinto dalla presenza di soggetti soprattutto autoctoni sia tra le fila della criminalità tradizionale che in quella delle batterie, in linea con la diversa composizione del mondo del lavoro dei due territori: l’operaio-massa dequalificato, spesso di provenienza meridionale, nella città della Fiat, e una composizione operaia ancora di tipo qualificato nel genovese.

«Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a guardare al mondo carcerario con un certo interesse» [p. 117]. Ragionando su un astratto “movimento carcerario”, tali movimenti, sostiene Quadrelli, faticano ad andare oltre a una dimensione populista incurante della reale composizione del corpo prigioniero nei diversi istituti di pena.

Nel momento in cui le prigioni iniziano a riempirsi di detenuti e detenute per motivi politici è inevitabile che questo universo incontri quello delle batterie di cui, pur con altre finalità, tutto sommato, condivide l’irriducibile avversione al potere e l’insofferenza per la condizione di detenzione. Al di là di singoli casi, il rapporto delle batterie con la politica, sostiene Quadrelli, «sembra segnato da un completo disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la sinistra. Un’impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il loro agire è, in ogni caso, istintivamente portato a schierarsi contro il potere infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo, non raramente, gli offre» [p. 124]. Se difficilmente sono andati in porto i tentativi di parte neofascista e di apparati dello Stato di ricorrere alla manovalanza delle batterie di rapinatori, ciò, sostiene l’autore, è dovuto più alla «distanza culturale che separa questi gruppi da qualunque ipotesi di potere» [p. 124] che non a prese di posizione ideologiche.

Nemmeno l’apertura delle carceri speciali, per quanto riduca drasticamente le possibilità di fuga, doma del tutto il “modo d’essere” degli uomini e delle donne delle batterie e della guerriglia. Più che l’inasprimento delle forme di detenzione, a modificare le cose all’interno degli speciali è, secondo Quadrelli, il prendere piede di un sempre più ossessivo meccanismo di controllo tra gli stessi prigionieri:

Cominciano a formarsi, all’interno delle carceri speciali, dei dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come comitati di salute pubblica, incaricati di passare al setaccio i comportamenti quotidiani di ogni prigioniero. Un meccanismo contorto, paranoico e grottesco al contempo [...]. Un clima che incrina e azzera quello che era stato il collante principale della comunità prigioniera: la fiducia [p. 165].

All’idea di giustizia vigente sino ad allora tra i banditi e i guerriglieri prigionieri basata sulla netta distinzione “noi/loro”, si «sovrappone, pur mantenendone alcune retoriche formali, una giustizia modellata su organismi autonomi e dotati di un potere/sapere autoreferenziale», un meccanismo che concentra il potere nelle mani di una casta burocratica di detenuti che non ammette negoziazioni in quanto deriva il suo giudizio da «un’indagine “scientificamente” accertata» [p. 169]. In men che non si dica il potere effettivo scivola nelle mani di piccoli e insignificanti funzionari che, inaspettatamente, scoprono di disporre, letteralmente, della vita e della morte dei compagni di detenzione, e infine il meccanismo giunge, per inerzia, a funzionare autonomamente. I primi ad entrare nel mirino di questo meccanismo sono i politici.

L’avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari grado per diventare l’altro, lo straniero, il diverso, l’anormale. La sua “errata” impostazione politica è tale perché viziata da un’anomalia di fondo che, non raramente, presenta tratti oscuri e ambigui. Il compito della nuova macchina governativa sarà proprio quello di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni [p. 173].

Un simile meccanismo cancella il concetto di biografia e storia individuale, sostiene Quadrelli, una biografia al contempo individuale e collettiva. Alla luce della macchina del controllo, le biografie perdono d’importanza, le identità dei prigionieri sono azzerate e riscritte sulla base delle osservazioni e delle indagini interne svolte da un manipolo di piccoli funzionari che alimentano la propria funzione nello scovare a tutti i costi la “cancrena” da cui liberare l’universo carcerario.

Prima di implodere definitivamente, la “comunità” utilizza i processi di epurazione come una sorta di pozione magica. Sullo sfondo vi è la restaurazione immaginaria di una comunità purificata, senza macchie e senza colpe. I primi a essere colpiti devono essere gli “infami”. Ben presto, però, il termine perde ogni riferimento empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non rientri nei canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della “comunità”. Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili del fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di sangue che, sempre di più, la “comunità immaginata” sembra richiedere [p. 193].

Il carcere passa presto sotto al controllo delle “masse senza storia”, provenienti soprattutto dalle fila della Nco cutoliana e dalla Nuova Famiglia, portatrici di una mentalità incompatibile con quella introdotta nelle carceri dai banditi che mina definitivamente la coesione tra i prigionieri. Mentre le batterie si legittimavano socialmente nell’affrontare il “nemico esterno”, i giovani camorristi individuano il loro obiettivo strategico all’interno del loro mondo. È insomma lo scontrarsi di due modelli sociali, due stili di vita e culture che attraversano l’interno come l’esterno del carcere. Scrive a tal proposito Quadrelli che il conflitto tra questi due blocchi sociali

può essere letto come uno degli aspetti che hanno caratterizzato il passaggio dall’epoca in cui la centralità della fabbrica disegnava e influenzava, in un processo a cascata, gli stili di vita di gran parte delle classi sociali subalterne o dei ribelli transfughi delle classi sociali benestanti, a un’epoca in cui, con il venir meno della centralità politica del proletariato industriale, decade ed evapora un modello sociale e culturale incentrato sulla solidarietà e la cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita che, fuor di metafora, ricorda le logiche evocate dallo stato di natura. In questo processo elementi di arcaicità si saldano con le più innovative pratiche cosiddette postmoderne. La condotta delle masse camorriste sembra mostrare chiaramente il riaffiorare di elementi arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita metropolitani [p. 198].

A palesare la portata della trasformazione è il differente rapporto che banditi e camorristi instaurano con il territorio in cui vivono: un rapporto di appartenenza, internità e inclusione per i primi e di pura dominazione per i secondi. Se l’universo dei banditi è «impregnato di tempo storico e di memorie di classe», quello delle masse camorriste è pervaso «da una dimensione atemporale e da un pragmatismo tanto cinico quanto rozzo». Queste ultime «crescono in una sorta di limbo astorico dove tutto va “come è sempre andato”» [p. 204] in cui non è contemplata nemmeno l’idea di emanciparsi da esso.

I camorristi, al pari di qualunque massa, anche nei momenti di massima potenza ed espansione manterranno sempre un oggettivo rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo, più che il risultato di una connivenza al vertice tra criminalità organizzata e apparati istituzionali – tesi buona per tutte le stagioni e che finisce con lo spiegare sempre tutto e nulla – sembra essere piuttosto il tradizionale e scontato comportamento delle masse perennemente estranee alle trasformazioni storiche e sociali. Rinchiuse nella loro arcaicità, osservano impotenti e disinteressate l’accadere del mondo, nel quale il loro spazio sembra essere sempre troppo stretto. La subordinazione al potere, pertanto, più che l’effetto di accordi strategici appare come un dato di fatto inamovibile [pp. 217-218].

Nelle carceri maschili, ad un certo punto, la “fratellanza” tra detenuti viene spazzata via dalla violenza cieca e indiscriminata delle vendette interne, dalle imposizioni gerarchiche camorriste e dalle pratiche “epurative” di alcuni settori della lotta armata alla paranoica ricerca di un “nemico interno” da sanzionare o eliminare per “risanare” il corpo politico carcerario. In ambito femminile, invece, la “sorellanza” che si è creata tra le prigioniere a partire dai primi anni Settanta, una volta emarginata la vecchia criminalità, resiste più a lungo. Quadrelli ritiene «che nel quadro dell’obiettiva subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi» [p. 239]. Non è un caso che il pentitismo, sia politico che comune, abbia toccato soltanto marginalmente l’universo femminile e che questo non abbia sostanzialmente conosciuto la ferocia “epurativa” dei maschili né il fenomeno della cogestione delle rivolte dei politici con i camorristi.

A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto, l’insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e culturale. [...] Per questo quando le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a rendere pressoché inossidabile il legame di “sorellanza”. Ancora prima di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono donne che hanno scelto, e per farlo non hanno dovuto semplicemente infrangere la legge ma battersi e modificare i micro rapporti di potere della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i modelli di gerarchia considerati inamovibili [pp. 239-240].

A partire dalle testimonianze raccolte, l’autore ritiene che, mentre per i detenuti maschi la rivolta contro il carcere si manifesta come una lotta di potere, per le donne, invece, lo scontro con l’istituzione totale diviene «pratica di liberazione finalizzata alla disarticolazione dei rapporti di dominio» [p. 254]. Quella espressa dalle donne sarebbe dunque, sostiene Quadrelli, una sorta di “inimicizia esistenziale”, non dissimile da quella del colonizzato nei confronti del mondo coloniale, che può evolversi anche in forme politiche. È a partire dallo scarto tra affermazione di potere (maschile) e pratica di liberazione (femminile) che, secondo l’autore, si spiega la tenuta più estesa della sorellanza tra le detenute rispetto alla fratellanza nelle sezioni maschili.

Come per i combattenti vietnamiti, e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi, resistere è già vincere. Resistere, non tanto per affermare un improbabile rapporto di potere, ma per testimoniare una presenza, un modello di relazione, un’identità irriducibile alle logiche del dominio. Nei maschili l’obiettiva impossibilità di continuare a combattere, sul piano militare, finisce con il fare implodere gran parte dei rapporti sociali e dei legami solidali, dando il via a un gioco al massacro dove l’unica logica sembra essere: solo i più forti sopravvivono. In altre parole, solo la forza individuale può garantire la possibilità di affermazione e sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece, un io collettivo. Perché esse saggiamente sanno che si è deboli o forti come collettività e comunità [pp. 256-257].

Le carceri femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche dopo il 1977, quando ormai, sostiene Quadrelli, a differenza della generazione precedente, la scelta di imbracciare le armi più che da solide motivazioni ideologiche deriva dalla rabbia, dall’odio, dall’insofferenza e dall’impazienza di buttare tutto all’aria. Stando a diverse testimonianze raccolte dall’autore, la “sorellanza” all’interno dei femminili inizia a sgretolarsi soltanto dopo il 1983, e se tali sezioni, come detto, sono toccate soltanto marginalmente dal “pentitismo” e dalla deriva “epurativa” di alcune formazioni guerrigliere, a far implodere i vincoli di solidarietà concorrono piuttosto in maniera rilevante le logiche di governamentalità assunte dall’istituzione totale volte a patologizzare ogni forma di conflittualità isolando l’individuo dalla sua appartenenza ad ambiti collettivi.

A differenza delle sezioni maschili, in cui i vincoli di solidarietà sono già allentati da derive interne al corpo detenuto, quelle femminili reggono fino ai primi anni Ottanta, per poi crollare con il mutare della composizione del corpo prigioniero, sempre più composto da tossicodipendenti, e con il prendere piede del processo di medicalizzazione dei soggetti conflittuali. Fino a tutti gli anni Settanta i comportamenti conflittuali, in tutte le loro molteplici espressioni, sono interpretati come varianti, più o meno estreme, di conflitto sociale e come tali vengono contrastati dalle istituzioni. Con il passaggio al nuovo decennio l’idea stessa di “conflitto” viene accantonata in favore di quella di “disagio”, dunque i comportamenti considerati illegittimi

non sono più trattati in termini di repressione, o meglio non solo, ma prevalentemente di cura. Le pratiche illegali, indipendentemente dalla loro natura, non configurano più, pertanto, l’esistenza di un’altra città, di un’altra morale o di stili di vita forse illegittimi, ma profondamente radicati e completamente normali in determinati mondi sociali. [...] Spostando l’attenzione dal conflitto alla patologia esplicitamente si ammette che la società è una ed è tale perché comunemente condivide un unico insieme di valori. [...] Compito prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare tutti i suoi figli e riportarli nell’ambito dei valori comuni [pp. 266-267].

Gli anni Ottanta si aprono dunque con un vero e proprio cambio di paradigma di controllo sociale derivato, sottolinea Quadrelli, non da un progetto pianificato a tavolino, ma dal constatare empiricamente, strada facendo, l’efficacia di «un intervento improvvisato che inizia a prendere forma nel momento in cui il fenomeno eroina assume sempre più i tratti dell’emergenza. Da “corpo ribelle”, il mondo carcerario si trasforma in “corpo malato”, sostanzialmente docile e mansueto» [p. 270]. Insomma, a mandare in frantumi il mondo della “sorellanza” sono soprattutto l’eroina, la medicalizzazione del conflitto, la rilegittimazione della malavita tradizionale e, a partire dalla metà del decennio, la presenza sempre più massiccia all’interno delle carceri di donne straniere portatrici di culture e condotte aliene a quel mondo, con il conseguente riemergere dell’importanza della linea del colore anche all’interno del corpo prigioniero.

Più che le leggi sui “pentiti” e i “dissociati” – strumenti che «appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei conflitti, politici e sociali, all’interno dei quali la relazione di inimicizia è giocata in tutta la sua intensità» [pp. 279-280] –, la «stragrande maggioranza dei guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori, troverà all’interno della nuova legge penitenziaria lo strumento, apparentemente tecnico, per porre fine allo stato di guerra degli anni precedenti» [pp. 281-282]. Una tecnica disciplinare capace di estendersi all’intero corpo sociale tutto sommato, sostiene Quadrelli, «non dissimile da quella messa in atto dai comitati di salute pubblica all’interno delle carceri che, non incidentalmente, si preoccupa in prima battuta di azzerare le biografie individuali sedimentate dagli eventi storici per sostituirle con le biografie legittime costruite dal potere-sapere degli apparati di controllo» [p. 282]. Una riforma penitenziaria che, spostando «l’ordine del discorso dalla storia al patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale» [p. 282], «non ha sicuramente contribuito a decarcerizzare la società ma, semmai, a dilatare, estendere, fino a rendere normale e trasparente la forma carcere ben oltre le sole mura penitenziarie» [p. 287].

Il capitolo introduttivo1 di cui si avvale la nuova edizione (2024) del volume di Quadrelli, steso per l’occasione insieme a Bruno Turci, avvalendosi di diverse testimonianze, puntualizza come l’episodio dell’uccisione di Francis Turatello, avvenuta nell’estate del 1981 nel carcere di Nuoro, sia dunque da leggere come manifestazione non dell’inizio della fine di una stagione particolare della criminalità di questo Paese, ma come evento permesso da una fine avvenuta già da almeno un paio di anni. La figura di Turatello «non ha nulla di romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed esistenziale delle batterie degli anni Settanta. Turatello è figlio di un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita» [p. 7]. Si tratta di un gangster interessato a fare soldi fornendo, con le sue bische, un servizio che, per quanto illegale, appare legittimo agli occhi della maggioranza della popolazione milanese, un uomo di potere, certo, che però non esercita in maniera dittatoriale, alla maniera della criminalità organizzata, più propenso al “vivi e lascia vivere” e che ognuno si occupi del proprio settore senza interferire con quello altrui. «Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un “bravo ragazzo”, di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale, con il mondo delle batterie, è il solo e unico passaporto che conta» [p. 9]. Ed è per questo che, nonostante amasse dichiararsi di destra, non si è prestato alle richieste di collaborazione dello Stato per darsi da fare all’epoca del sequestro Moro «perché lui è un “bravo ragazzo” e “bravi ragazzi” sono i brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo Stato è solo un infame» [p. 22]. In un mondo ormai cambiato, dentro e fuori dal carcere, in cui la ventata di illegalità barbarica è stata rimossa, e con essa il senso di appartenenza collettiva e l’idea stessa di lotta, la “nuova società” degli anni Ottanta

può certo felicemente convivere con ogni forma di organizzazione criminale, ma non può tollerare gangster e banditi. È il tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale tutti noi siamo costretti, così come quella tragica epopea è stata per intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la barricata [p. 23].

Ecco perché quell’uccisione, che soltanto pochi anni prima sarebbe stata impensabile all’interno delle carceri, secondo Quadrelli, Turci e diversi altri intervistati, segna un’avvenuta trasformazione e non il suo inizio.

L’ultima parte del volume è dedicata allo spaesamento esistenziale patito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto conflittualmente gli anni Settanta e all’avvento di un nuovo tipo di illegalità di cui sono portatori soprattutto soggetti immigrati. Nel momento in cui l’ordine che hanno osato infrangere è stato ristabilito in forme nuove, per certi versi ancora peggiore di quello dell’ancien regime precedente, banditi e guerriglieri, privati della loro identità personale e collettiva, incapaci di riconoscersi nel nuovo panorama carcerario, all’uscita si ritrovano catapultati in un mondo completamente mutato in cui non esiste più quel contesto sociale che aveva legittimato o, almeno, tollerato le loro vecchie scelte. Comune a molti uomini e donne intervistati è la lucida consapevolezza che la loro nuova condizione di vita, grigia, competitiva, gerarchizzata e individualizzata, non è una sorta di pena accessoria a cui sono condannati per il loro passato turbolento, ma è la tragica normalità vissuta da tutti e tutte fuori dal carcere.

Circa il nuovo tipo di illegalità immigrata, occorre tener presente che il volume è stato steso da Quadrelli all’inizio del nuovo millennio e che nel frattempo il fenomeno ha inevitabilmente subito evoluzioni. L’autore inquadra il nuovo contesto immigrato all’interno di una realtà più generale in cui

il problema intorno al quale ruotano le esistenze di ampie quote di popolazione subordinata [consiste nella] assenza di una dimensione storica propria all’interno della quale esercitare la particolarità dei propri diritti. Una condizione che attraversa, con diversi gradi d’intensità, l’insieme delle classi subalterne. La reale differenza tra i barbari di ieri e la moltitudine selvaggia di oggi non è che lo scarto tra un’epoca in cui le classi sociali subalterne ponevano al centro della loro pratica sociale e politica l’affermazione dei propri diritti e una dove l’idea stessa di imporli è svanita. [...] La tendenza è la ricerca di vie di fuga individuali o di forme di microdominazione nei confronti di chi si mostra più debole. In tutto ciò non vi è nulla di nuovo ma il bieco e realistico riconoscimento degli inossidabili rapporti di dominazione [p. 329].

La generazione che si è spesa “andando ai resti” negli anni Settanta, oltre che per l’irriducibilità conflittuale con cui è scagliata contro l’esistente, si è contraddistinta anche per aver partorito figure di analisti sociali capaci di offrire chiavi di lettura non convenzionali ancora preziose. Emilio Quadrelli è l’espressione esemplare di un universo conflittuale che, con tutti i limiti e le tragedie di quella stagione, merita ancora oggi di essere conosciuto.

Note

1) Si veda a tal proposito lo scritto pubblicato in due parti uscito su “Carmillaonline”: Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1, «Carmillaonline», 25 Febbraio 2023 e Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2, «Carmillaonline», 28 Febbraio 2023 

Fonte 

19/08/2026

Esaurita la funzione giudiziaria, il sequestro Moro va consegnato alla storia

di Paolo Persichetti

«La ricerca della verità, alimentata dal dubbio è ragione di vita» è stato scritto recentemente su un quotidiano dopo la notizia che il gip romano Patrone ha concesso sei mesi di proroga per una inchiesta sul sequestro Moro, scaturita da una serie di esposti presentati dai legali dei familiari di Domenico Ricci, l’autista della vettura del politico democristano rimasto ucciso in via Fani il 16 marzo del 1978, insieme agli altri quattro membri della scorta armata.

Verità storica o giudiziaria?

Difficile negare un assunto del genere, a patto che si convenga sul suo significato: verità storica o giudiziaria? Non sono la stessa cosa. Entrambe, in via teorica, mirano all’accertamento dei fatti, ma la giustizia è interessata solo ai fatti-reato mentre la ricerca storica ha una visione globale degli eventi e una nozione molto più ampia dei fatti: la storia delle mentalità ha interrogato l’immateriale, il mutare delle idee, dei sentimenti, delle paure, delle ansie nelle epoche. La verità giudiziaria si sofferma sulla ricerca della responsabilità personale nei fatti-reato, quella storica allarga il campo: si interessa ai fatti sociali complessivi, alle interazioni tra umani e con l’ambiente e ne ricerca cause, contesto, esiti, elaborando problematizzazioni senza confini. Gli approcci sono molto diversi: la verità giudiziaria, per esempio, una volta passata in giudicato è difficilmente sindacabile e ha il paradossale potere di creare i fatti. Per intenderci: le sentenze giudiziarie hanno l’effetto di postulare che un determinato fatto sia avvenuto anche se storicamente non è mai accaduto. Il sistema giudiziario contiene una pretesa creativa della realtà. Il lavoro storico invece sa che la verità prodotta ha un valore determinato: nuove acquisizioni possono rimetterne in discussione non solo l’interpretazione, ma anche la genesi, il significato, fino all’esistenza del fatto stesso. La storia è una metodologia aperta poiché accetta la confutazione, al contrario la giustizia si percepisce come un sistema chiuso, dove la correzione si esercita in casi delimitati ed estremamente rari.

Ultima, grande differenza: la ricerca storica non ha limiti di tempo, nata con la scrittura esisterà finché l’uomo non perderà la capacità di trasmettere ai posteri il suo passato. Al contrario, il sistema giudiziario agisce con giustizia se interviene in uno spazio-tempo delimitato, non può essere permanente ed eterno pena trasformarsi nel suo opposto: un incubo totalitario dove trovano spazio ministeri della verità e neolingue.

Cinquant’anni di inchieste, processi, condanne e commissioni parlamentari

È un po’ quel che sta accadendo, a quasi cinquant’anni dai fatti, con il cosiddetto «caso Moro», nonostante la vicenda sia stata ripetutamente scandagliata in lungo e largo da magistratura e commissioni parlamentari e nel frattempo sia stato reso accessibile agli studiosi, con le direttive Prodi (2008), Renzi (2014) e Draghi (2021), uno dei più ampi bacini documentali esistenti in Italia. Cinque iter processuali, con Metropoli e Pecorelli fanno sette (ovvero 21 sentenze dalla prima del gennaio 1983 all’ultima cassazione del 2003). Nel complesso sono state inquisite non meno di 50 persone, in primo grado furono comminati 32 ergastoli e 316 anni di carcere complessivi, corretti in parte solo successivamente con l’emanazione della legislazione premiale per i dissociati. L’attività inquisitoria della magistratura e delle forze di polizia fu imponente, seppur inizialmente imprecisa. Molte le incongruenze nella erogazione delle condanne, numerose attribuite unicamente per «responsabilità di posizione» in assenza di un qualunque contributo alla consumazione del reato. Tra i primi processi e gli ultimi ci furono anche divergenze sulla valutazione della responsabilità personale a parità di comportamenti. Clamorosa la condanna di 25 imputati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, episodio mai avvenuto come accertato dalla stessa CM2 e riconosciuto, seppur tardivamente, dallo stesso testimone.

Oltre ai processi si sono tenute quattro commissioni d’inchiesta parlamentare (senza contare P2 e Mitrokin, che se ne occuparono lateralmente), di cui una, la Stragi, protrattasi per più legislature: CM1 1979-83; Stragi 1988-2001; P2 1981-1984; Mitrokin 2002-2006; CM2 2014-2018; Antimafia-Salvini 2021-2022. Quest’ultima, in assoluto la più grottesca – seguita alla fallimentare esperienza della Moro 2 – si è sviluppata nell’ambito della vecchia commissione antimafia, trasformata in un irriconoscibile contenitore omnibus suddiviso in ben 24 sottosezioni dedicate ciascuna agli argomenti più disparati, tra cui l’uccisione di Pasolini, il delitto Cesaroni è, dulcis in fundo, la eventuale «presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». Indagine affidata all’allora magistrato Guido Salvini che avvalendosi del contributo di alcuni siti complottisti e pubblicistica dietrologica ha redatto la sua personale visione dei fatti in una relazione depositata nel gennaio 2023.

Una nuova fallimentare stagione di indagini e commissioni

Una ulteriore stagione di nuove inchieste si aprì nel 2013 con le dichiarazioni di Vito Antonio Raso, uno degli artificieri intervenuti in via Caetani, sulla Renault 4 dove venne rinvenuto il corpo di Moro. A seguire l’indagine sulle dichiarazioni di Steve Pieczenik, l’esperto inviato dal Dipartimento di Stato Usa nei giorni del sequestro. Un’altra ancora riguardava le affermazioni di un presunto finanziere sulla mancata liberazione del presidente DC, infine l’indagine scaturita da una lettera anonima ricevuta da un ex agente della digos nella quale si faceva il nome del presunto motociclista di via Fani. Le indagini chiarirono che Raso aveva mentito, mentre Pieczenik smentiva di aver avuto un ruolo nella morte di Moro. Imposimato invece era stato raggirato da un falso finanziere e l’estensore della lettera anonima, tale Antonio Fissore che si era indicato come il motociclista di via Fani, deceduto nel frattempo per un male incurabile, aveva preso in giro tutti ricalcando la sceneggiatura di un film complottista di Renzo Martinelli, Piazza delle cinque lune, apparso nel 2003.

Nonostante l’esito inconcludente di queste inchieste, il loro clamore mediatico aveva sortito comunque un importante effetto politico: la nascita della nuova commissione di inchiesta Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni.  Terminata senza aver prodotto una relazione conclusiva, peggio ancora ignorando i risultati delle nuove perizie scientifiche che confermavano le dichiarazioni fatte nel corso del tempo da tutti i brigatisti presenti in via Fani e in via Montalcini. Risultati che smentivano le ipotesi complottiste postulate, senza dimenticare lo strascico di querele per aver tirato in ballo persone estranee, come la giornalista della Tv tedesca Birgit Kraatz. La CM2 lasciò in eredita alla procura un nuovo filone di indagini che i media etichettarono come Moro sexies.

Dal 2018 al 2023 il pm Eugenio Albamonte istruì cinque nuove inchieste: sulle tracce genetiche presenti in via Gradoli e nella 128 con targa diplomatica utilizzata dai brigatisti in via Fani, sulla veridicità del cartellino fotosegnaletico che indicava un presunto arresto di Casimirri nel maggio 1982, sulle modalità di parcheggio delle Fiat 128 del commando Br in via Licinio Calvo e la presenza di garage o ripari brigatisti nella zona, su via dei Massimi e l’ipotesi che vi fosse l’iniziale prigione di Moro, sul traffico mail di Casimirri intercettato dalla Fbi e sull’archivio personale di chi scrive questo articolo.

Indagini ampie che hanno condotto a cinque richieste di archiviazione, di cui ad oggi quattro accolte dagli uffici del Gip: in via Gradoli c’erano degli stivali appartenenti ad Adriana Faranda ma nessuna traccia genetica di Moro; i dna presenti nella 128 giardinetta appartenevano al proprietario e suoi conoscenti. Le Fiat 128 furono parcheggiate poco dopo l’agguato in via Fani, come raccontato dai brigatisti. In via dei Massimi non c’era nessun riparo, tanto meno la prima prigione di Moro. In quei giorni tutte le palazzine della via furono rastrellate dalle forze di polizia che non trovarono nulla di sospetto (cf. N.224/Sca Div. 1A/Sez. 3/12798/15 a firma Lamberto Giannini del 29 settembre 2015). Quella presenza quotidiana e massiccia di poliziotti avrebbe reso impossibile a chiunque di utilizzare quei luoghi come nascondiglio. Gallinari stesso aveva raccontato a pagina 201 della sua autobiografia, uscita nel 2006, di essere stato ospite per alcune settimane – sei mesi dopo la conclusione del rapimento – nell’abitazione di un ufficiale, poi identificato come Fabio Milioni, all’epoca giovane militante di estrema sinistra. Il cartellino segnaletico di Casimirri era un falso architettato da un appartenente agli apparati non identificato. L’identità di chi voleva costruire l’ennesimo mistero è rimasta sconosciuta. Infine il sequestro del mio archivio è risultato un grave abuso, una palese vendetta contro la ricerca storica indipendente.

Ancora un esposto

Nel 2023 l’avvocato Brigida ha presentato un nuovo esposto al pm Albamonte che lo lasciò in eredità alla dottoressa D’Amore. Brigida e successivamente l’ex magistrato Salvini, divenuto avvocato, presentarono una lunga serie di nuove memorie, alcune ispirate anche da atti d’indagine raccolti nel processo per i fatti della cascina Spiotta, conclusosi lo scorso giugno 2026 con la debacle dell’accusa.

Nel maggio del 2025 la pm D’Amore ha chiesto l’archiviazione, riscontrando nelle denunce solo congetture frutto di una mera rielaborazione dei risultati prodotti da precedenti indagini, in assenza di elementi nuovi. Lo scorso giugno, dopo l’opposizione avanzata dalle parti civili, il Gip Patrone ha concesso una proroga di sei mesi per ripetere una serie di accertamenti già realizzati in passato e svolgerne dei nuovi. La decisione è stata salutata dai commentatori vicini alle tesi dietrologiche come una «riapertura del caso Moro», anche se la sequela infinita di inchieste, processi e commissioni che l’hanno preceduta lascia piuttosto pensare al suo canto del cigno.

Il solito ignoto

La criticità di queste nuove indagini, tutte condotte formalmente «contro ignoti», anche se poi mirate contro nomi ben precisi (in questo caso l’ostinata pretesa di Brigida e Salvini di dimostrare che il brigatista Azzolini, già condannato all’ergastolo per il ruolo avuto nell’esecutivo brigatista durante il sequestro Moro, fosse il fantomatico quinto uomo di via Fani), trova ragione nella impossibilità di agire delle difese, che avrebbero certamente attirato l’attenzione del Gip sulla inutile ripetizione di perizie più volte realizzate in passato, come quella su proiettili, bossoli e numero di armi impiegate, già tutti identificati e assegnate. Oltretutto in via Fani c’erano già due membri dell’esecutivo nazionale la mattina del 16 marzo (Moretti e Bonisoli), le Br non potevano permettersi il lusso di metterne a rischio un terzo, ovvero trequarti del vertice brigatista. La colonna milanese aveva già inviato come rinforzo Bonisoli (che in precedenza era stato tra i fondatori della colonna romana), non vi era ragione di inviare anche Azzolini che per giunta non conosceva Roma, visto che come secondo rinforzo era sceso Raffaele Fiore da Torino. Durante una delle pause del processo di Alessandria, Azzolini ha cortesemente spiegato queste cose all’avvocato – ex magistrato – Salvini che lo pressava. Ma a quanto pare non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Atti già valutati

Anche la richiesta di acquisire le informative dei Ros e le dichiarazioni del confidente del Sid di Padova, Leonio Bozzato, cozza con le valutazioni già effettuate durante il processo di Alessandria, dove nulla è emerso in merito a notizie sul sequestro Moro. Bozzato, che operava all’interno dell’assemblea autonoma di Porto Marghera, riuscì a infiltrarsi nella colonna veneta solo nel biennio '75-'76. Dopo il marzo 1976 dovette ritrarsi per i sospetti che gravavano contro la sua persona. In aula ha confermato di non aver mai saputo nulla sul futuro sequestro Moro. La stessa intercettazione ambientale nella quale Azzolini racconta al suo ex compagno di colonna Savino, quanto Bonisoli gli riferì sulla dinamica dell’azione di via Fani, non aggiunge nulla di nuovo. Semmai conferma i tormenti successivi di Bonisoli per aver perso il controllo emotivo in quel frangente, esplodendo un numero eccessivo di colpi contro Iozzino. Tutte circostanze che smentiscono le tesi delle parti civili riprese dalla relazione per l’antimafia, stilata da Salvini.

Il sequestro Moro è da tempo un tema storiografico maturo che trova purtroppo ancora ostacoli nelle pretese strumentali della politica e nella permanenza delle ipoteche penali della magistratura.

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09/08/2026

A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma...

Ricordo perfettamente la serata del 6 maggio 1976. Ero al Palalido di Milano, a un concerto di Francesco Guccini. Tutti avvertimmo, per qualche secondo, una strana vibrazione del pavimento. Ma l’attribuimmo a un errore dell’amplificazione, lanciata troppo forte.

Solo al rientro a casa prendemmo coscienza che si era trattato del terribile terremoto del Friuli la cui onda lunga si era sentita sino a Milano. Probabilmente, eravamo anche presi da quanto ci arrivava dal palco, tra canzoni dal testo torrentizio e divagazioni altrettanto inarrestabili a cui si alternavano le generose sorsate di lambrusco di Guccini.

Fu una grande fortuna: se si fosse diffuso il panico in quel palazzetto sarebbe stata una tragedia. Questo è un ricordo che mi lega a Francesco Guccini, molto lontano nel tempo ma purtroppo per le circostanze, indimenticabile.

Non è mai stato facile scrivere di Guccini, si pensi al critico dell’Unità Bertoncelli che per avere criticato un suo disco è perennemente scolpito in una canzone come uno sparacazzate. Non mi addentrerò quindi in un esame critico della produzione gucciniana, peraltro molto varia e dalle influenze e ispirazioni disparate e nemmeno discuterò a fondo delle sue dichiarazioni politiche, spesso contraddittorie e incoerenti tanto da potersi associare al giudizio che Guccini, in un’intervista, aveva dato del suo scrittore preferito, Hemingway, a cui confessava il suo amore dicendo però che aveva scritto anche delle “solenni puttanate”.

Mi interessa di più scrivere di cosa ha rappresentato Francesco, classe 1940, per una generazione di allora giovani nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta e di cosa ha lasciato nella loro formazione e nella storia politica e sociale dell’Italia sino almeno agli anni Ottanta. Per questo, è necessario riandare a quello che era il panorama politico-musicale della sinistra degli anni Settanta.

Sinteticamente, la scena era dominata da due diverse figure di cantanti e musicisti: una più direttamente impegnata in politica anche attraverso la ricerca sulla musica popolare e al conseguente folk revival e una seconda invece rappresentata da altri che seguivano la strada cantautorale spesso anche all’interno, non senza difficoltà, del mondo discografico pop senza rinunciare a canzoni che avessero comunque un contenuto politico e sociale più o meno evidente.

Due mondi che purtroppo comunicavano poco tra loro e a cui erano ascrivibili da un lato il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Paolo Ciarchi, Ivan Della Mea, Rudi Assuntino e altri mentre sull’altro versante, tra altri, era Guccini.

Una incomunicabilità curiosa, se si pensa per esempio che Michele Straniero era stato uno dei fondatori del gruppo torinese Cantacronache che si proponeva di creare un musica cantautorale d’impegno che salvasse le classi popolari dallo stupidario sanremese, assumendo come modello gli chansonnier francesi e le musiche di Kurt Weill per le opere di Brecht. Giova ricordare che Straniero fu con Fausto Amodei Compagno cittadino, fratello partigiano… – Contropiano la voce più importante di Cantacronache, di cui oggi si ricorda soprattutto la canzone Oltre il ponte su testo di Italo Calvino.

Calata nel quotidiano, la contraddizione tra le due figure di musicisti che ho descritto, si realizzava nell’essere attivi, per i cantanti più esplicitamente politici, nelle feste delle organizzazioni della sinistra ma anche, con le loro canzoni, nelle piazze (Contessa, Morti di Reggio Emilia, Buttiamo a mare le basi americane ecc.) mentre altri erano presenti nello spazio privato, amicale, del tempo libero e degli affetti.

Sicuramente, Guccini appartiene a questo secondo mondo. Anche la sua canzone più “politica”, La locomotiva, pur se trascinante, non si presta a una manifestazione. Eppure, credo che le sue canzoni abbiano rappresentato molto nella formazione, anche politica, di intere generazioni.

Gli anni Settanta non furono affatto, come una certa vulgata vuole far credere, “anni di piombo” bensì un decennio di lotte, di ricerca e di importanti trasformazioni sociali. Anni in cui alle grandi lotte si associavano ancora forme di socialità di classe anche nelle città e nelle “osterie di fuori porta”, che oggi sono sparite.

Queste forme di socialità non erano esterne alle lotte della classe operaia e degli studenti anzi ne costituivano un substrato importante, nelle osterie come nelle case del popolo e nei circoli socialisti e comunisti. Guccini le ha cantate, così come ha raccontato molte storie di persone umili, diseredate e povere nella loro coscienza e nella loro dignità.

C’è di più: in quegli anni si cercava di ridisegnare anche un diverso rapporto tra uomo e donna, nelle relazioni e negli affetti. Credo che più canzoni di Guccini abbiano contribuito a sostenere nei giovani la ricerca di nuovi modelli di relazione tra uomini e donne, in un momento in cui su questo tema si sentiva la necessità di uscire dai superati modelli che il PCI non aveva voluto o saputo mettere in discussione.

Nelle canzoni di Francesco, siano esse tenere, nostalgiche o di memoria, emerge una sensibilità che risponde alla ricerca di un rapporto tra i generi dolce e di ascolto, mai prevaricatore. Tutto ciò riguarda il privato, e ripeto, Guccini non si canta in piazza, ma nelle osterie e nelle case. Ma proprio dagli anni Settanta in poi il femminismo ci insegna che “il privato è politico”.

Se pure ho fatto riferimento agli anni Settanta del Novecento, credo che i messaggi contenuti nelle canzoni di Guccini siano tuttora attuali e che in un momento in cui si parla di educazione all’affettività dei bambini/e e dei ragazzi/e potrebbero aiutarci. Tutto ciò non è poco, anzi è molto, anche se, e sono d’accordo con Francesco “a canzoni non si fan rivoluzioni”.

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27/07/2026

“Da lunedì a lunedì” di Fernando Di Leo per guardare ai resti dei Settanta

di Gioacchino Toni

Fernando Di Leo, Da lunedì a lunedì, Rogas, Roma, 2026, pp. 224, € 15,70

Riscoperto, dopo qualche decennio di oblio, da Quentin Tarantino, Fernando Di Leo appartiene – insieme a Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Caiano e diversi altri – a quel gruppo di sceneggiatori e registi italiani che hanno saputo cogliere, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, sia i cambiamenti che stavano avvenendo nel mondo del crimine sia il desiderio del pubblico di esorcizzare, anche attraverso i film, il clima di crescente violenza che stava attraversando la società del periodo.

Tra le tante pellicole dirette da Fernando Di Leo si possono ricordare: I ragazzi del massacro (1969); La bestia uccide a sangue freddo (1971); la cosiddetta Trilogia del milieu, composta da Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972) e Il boss (1973); Il poliziotto è marcio (1974); i film erotici La seduzione (1973) e Avere vent’anni (1978); la serie televisiva L’assassino ha le ore contate (1981), realizzata per la Rai; Vacanze per un massacro – Madness (1980); Razza violenta (1984); Killer contro killers (1985).

Di Leo è stato anche autore di romanzi, in alcuni casi ricavati dalle sceneggiature stese per film realizzati o mai girati. Se, ad esempio, Beati gli ultimi... se i primi crepano (2001) deriva dalle sceneggiature stese per Colpo in canna (1975), girato dallo stesso Di Leo, e per Uomini si nasce poliziotti si muore (1976), diretto da Ruggero Deodato, il romanzo Da lunedì a lunedì, la cui scrittura può essere collocata attorno al cambio di millennio, non riprende la storia del film che doveva originariamente avere questo titolo, poi divenuto Milano calibro 9.

La recente riscoperta di Da lunedì a lunedì si deve all’editore Simone Luciani. Nel discutere con gli eredi dell’autore circa la possibilità di ripubblicare Beati gli ultimi..., uscito in passato per un piccolo editore nel frattempo scomparso, per la nascente collana di Rogas dedicata al recupero del genere noir/poliziesco di autori italiani del secondo Novecento, Luciani si è imbattuto nel misterioso romanzo Da lunedì a lunedì, di cui si vociferava da tempo: il libro era stato effettivamente scritto e stampato ad uso privato da Di Leo, ma mai pubblicato e diffuso.

A raccontare la singolare genesi del romanzo, ora dato alle stampe da Rogas, è lo stesso editore in una nota iniziale in cui motiva la decisione di pubblicare l’opera. Non si tratta di un poliziesco scritto negli anni Settanta e nemmeno di un romanzo che si ispira alla produzione di quel decennio: a Da lunedì a lunedì, sostiene Luciani, si può guardare come a una sorta di «manifesto a posteriori» del noir/poliziesco degli anni Settanta steso da uno dei massimi artefici di un genere che ha saputo riflettere e dare immagine alla violenza e all’erotismo del periodo.

Si tratta di un romanzo che guarda ai resti di quel mondo criminale messo in scena dal cinema italiano di autori come Di Leo, e lo fa con lo stesso sguardo freddo e ruvido con cui quei film lo hanno messo in scena “in diretta”. Lo sguardo con cui l’autore guarda ai resti di quel mondo è lo stesso con cui lo osservava quando gli dava immagine nei film, uno sguardo che si potrebbe dire virato dalle lenti giallastre o verdastre degli occhiali da sole di quegli anni, che cercavano e cercano il loro realismo non in una supposta neutralità dello sguardo, ma riproponendo il filtro deformato con cui lo si osservava.

Nel romanzo non c’è nostalgia né per quel mondo né per lo sguardo con cui lo si coglieva in diretta, ma, piuttosto, la volontà di mostrare un passato in cui nulla era innocente, un passato che proietta i suoi resti su un oggi altrettanto disseminato di colpe e colpevoli macchiati dalle tracce insanguinate del passato.

Da lunedì a lunedì è un romanzo sul declino delle famiglie malavitose, del mondo in cui hanno prosperato e sull’impossibilità degli individui di sottrarsi alle proprie origini. Ne è prova la protagonista, una donna che, dopo essersi a lungo mantenuta a “distanza di sicurezza” dall’impero criminale creato dal padre, limitandosi a seguire gli sviluppi delle indagini in corso attraverso qualche telefonata scambiata con l’avvocato di famiglia, non riesce a sottrarsi alle proprie origini. Pur non essendo tenuta a farlo, per risolvere un conto rimasto aperto da vent’anni, la protagonista decide di abbandonare la comfort zone svizzera in cui si era rifugiata per rimettere piede nella provincia del Sud Italia, alle prese con quel che resta dei potentati locali, dei loro affari e delle vecchie fedeltà, imbattendosi in un mondo i cui resti riaffiorano ora tra i colletti bianchi delle banche e tra antiche e nuove faide punteggiate da spietati omicidi.

In Da lunedì a lunedì non si può dire che manchino scene erotiche, a volte gratuitamente appiccicate, come del resto avveniva nei film degli anni Settanta. D’altra parte, nel corso della sua carriera, l’autore si è cimentato anche con il filone erotico sia a livello cinematografico che narrativo, in un continuo intrecciarsi dei due diversi linguaggi espressivi.

Il romanzo erotico Quello che volevano sapere due ragazze perbene, ad esempio, Di Leo lo scrive recuperando il soggetto abbozzato per un prequel cinematografico, ambientato negli anni Quaranta, di Avere vent’anni. Quest’ultimo è un film incentrato sulle vicissitudini di due attraenti ed emancipate giovani girovaghe da contestualizzare nel clima culturale e mediatico dell’Italia di fine anni Settanta, disseminato di episodi di violenza esercitata sui corpi delle donne tanto nella cronaca nazionale quanto nei film di exploitation del periodo. In bilico tra la volontà di presentarsi come metafora disillusa della fine di un’epoca, sia storica che cinematografica, “liberatoria”, e compiacimenti voyeuristici sessuali e di estetizzazione della violenza più brutale, Avere vent’anni è andato incontro all’insuccesso al botteghino nonostante i tentativi della produzione di invertire il disastro con un montaggio alternativo all’originale, attraverso l’eliminazione di sequenze considerate sessualmente troppo esplicite e/o eccessivamente violente.

Le produzioni cinematografiche e narrative di Fernando Di Leo, come del resto quelle dei coevi Bava e Fulci, nel loro barcamenarsi tra infrazione del retrogrado moralismo italiano e concessioni ai desideri voyeuristici del pubblico, soprattutto maschile, hanno dato immagine, in pellicola e sulla carta, all’immaginario contraddittorio di un’epoca che, come dimostra Da lunedì a lunedì, continua a riverberarsi in un avvio di millennio che, piaccia o meno, continua a mostrarne i resti.

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20/07/2026

Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita

di Vincenzo Scalia

Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra.

Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate.

In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità.

Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR.

Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.

Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti.

I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia.

Una posizione che stona con la lettura degli anni Settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni Settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno.

Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti.

Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi.

Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata.

La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia.

Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri a chiedere l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche.

L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni Ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979.

Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi.

Gli anni Settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana.

Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può dimenticare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.

In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni Settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si conosce la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono.

Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità.

La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni Settanta.

Processi come quelli sulla Cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo.

È ora di rompere quello schermo.

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04/07/2026

Come l’America Latina ha subìto l’azione dei fascisti italiani

Una azione politica non solo teorico/ideologica ma che, invece, vide una alleanza sul “campo militare” tra esponenti del neofascismo italiano e gruppi terroristici anticastristi/CIA.

Leggete pure con calma per scoprire un pezzo di storia poco conosciuta e scusate se troverete qualche dimenticanza... 

I movimenti di estrema destra italiani operarono contro Cuba socialista attraverso due posizioni. Una tutta ideologica, una forte ostilità culminata in campagne di propaganda, tutt’oggi in atto, l’altra tramite una presenza nel network internazionale del terrorismo nero anticomunista intrecciato con la CIA e servizi segreti militari delle dittature di destra.

Negli anni ’70 e ’80, reduci della Repubblica Sociale Italiana ed esponenti del terrorismo nero (come quelli legati ad Ordine Nuovo e successivamente ai Nuclei Armati Rivoluzionari come esempio Carlo Digilio) si inserirono nella rete internazionale dell’anticomunismo militante, a fianco di dittature sudamericane e gruppi di esuli cubani anticastristi.

Gladio e l’eversione: alcuni militanti neofascisti, coinvolti nella strategia della tensione in Italia, strinsero alleanze con la rete anticastrista di Miami per operazioni di destabilizzazione nei Caraibi in chiave anticomunista.

L’incontro tra l’estremismo nero italiano e l’oltranzismo cubano in esilio fu favorito da figure chiave del terrorismo internazionale.
 
Stefano Delle Chiaie e Avanguardia Nazionale

Il fondatore di Avanguardia Nazionale, latitante dall’Italia per le inchieste sulla strategia della tensione, divenne il fulcro di queste relazioni estere. Stabilii legami strettissimi con i leader anticubani rifugiati in Florida, tra questi Orlando Bosch, Luis Posada Carriles e Michael Townley. Delle Chiaie collaborò al Plan Condor (Piano Condor).

Orlando Bosch e il CORU: fondatore del Coordinamento delle Organizzazioni Rivoluzionarie Unite (CORU), Bosch coordinava le fazioni più violente degli esuli anticastristi di Miami. Collaborò attivamente con l’ultradestra europea in funzione anticomunista globale.

Luis Posada Carriles: altro esponente di spicco della rete di Miami ed ex agente della CIA, Carriles incrociò le traiettorie operative dei neofascisti italiani nell’addestramento e nella logistica dei regimi sudamericani e fu il mandante della bomba che uccise l’italiano Fabio Di Celmo nell’albergo Copacabna Habana, 1997

Michael Townley: agente statunitense della polizia segreta cilena (DINA), agì da vero e proprio ufficiale di collegamento, arruolando sia i neofascisti italiani (compreso Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo) sia i cubani di Miami per compiere omicidi mirati in giro per il mondo.

Tra i fascisti italiani che operarono contro Cuba socialista vi fu anche Carlo Digilio. Pentito italiano e coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana e della Loggia, costui operò direttamente da Santo Domingo ove si trovava latitante dalla giustizia italiana.

Queste alcune delle operazioni conosciute.
 
L’Operazione Condor (o Plan Cóndor)

È stata una rete di cooperazione clandestina e transnazionale istituita formalmente il 25 novembre 1975 dai servizi segreti militari e dalle polizie politiche delle dittature di destra del Cono Sud dell’America Latina (Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile). L’obiettivo principale era la sistemica eliminazione del dissenso politico, dei movimenti di sinistra, dei comunisti, dei sindacalisti e degli oppositori ai regimi dittatoriali, anche quando questi si trovavano in esilio fuori dai confini dei propri paesi.

L’operazione fu pianificata su spinta del dittatore cileno Augusto Pinochet e coordinata da Manuel Contreras, capo della polizia segreta cilena (DINA), trovando l’appoggio strategico e logistico degli Stati Uniti tramite la CIA.
 
Il Vertice di Bonao (1976) e la nascita del CORU

Nel giugno 1976, nella località di Bonao (Repubblica Dominicana), si tenne un incontro segreto promosso dalla DINA cilena per unificare i diversi gruppi di esuli cubani anticastristi militanti, portando alla fondazione del CORU. Stefano Delle Chiaie partecipò alle consultazioni logistiche con la leadership del CORU per coordinare azioni terroristiche globali in chiave sia anticastrista sia antisovietica. 

L’omicidio di Orlando Letelier a Washington (1976)

Il 21 settembre 1976, l’ex ministro cileno Orlando Letelier (oppositore di Pinochet) fu assassinato a Washington tramite un’autobomba. L’operazione fu materialmente eseguita da esuli cubani del CORU (tra cui i fratelli Novo Sampoll e Virgilio Paz Romero) sotto la supervisione di Michael Townley. Le indagini internazionali e le declassificazioni dei documenti della CIA hanno confermato che la rete logistica di supporto ed esplosivi era la medesima utilizzata e condivisa con la cellula neofascista di Delle Chiaie in America Latina. 

L’attentato a Bernardo Leighton a Roma (1975)

In un perfetto esempio di “scambio di favori” della galassia eversiva, l’esponente politico democristiano cileno Bernardo Leighton fu vittima di un tentato omicidio a colpi d’arma da fuoco a Roma. L’azione fu pianificata dalla DINA e organizzata a Roma da Stefano Delle Chiaie e dai militanti di Avanguardia Nazionale. L’inchiesta legò l’operazione alle garanzie di supporto logistico e finanziario che l’eversione nera otteneva in Sudamerica, dove operavano anche le coperture finanziarie dei gruppi anticastristi di Miami.
 
Addestramento nei campi paramilitari in America Centrale

Durante la fine degli anni ’70, diversi latitanti dell’estrema destra italiana trovarono rifugio sicuro in paesi dell’America Centrale. Qui, esponenti di spicco della destra eversiva (con contatti legati anche a fazioni dissidenti di Ordine Nuovo) usufruirono delle infrastrutture logistiche e dei campi di addestramento militare messi a disposizione dai comitati anticastristi in esilio, scambiando competenze sulla guerriglia urbana, l’uso di esplosivi e formazione degli squadroni della morte, collaborazione in sequestri, torture, etc. (Cile, Argentina, etc.).

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24/05/2026

Sette storie per non dormire: l'ENI (parte 1)

Nel ripercorrere la lunga storia dell’ENI, dobbiamo necessariamente riservare ampio spazio alle vicende connesse alla morte di Mattei, le quali sono assurte nel tempo a caso emblematico dell’ostracismo che in Italia spesso ha dovuto subire chi si è speso in difesa dell’interesse nazionale. Partiremo, pertanto, proprio da tale snodo, valutandone le conseguenze per l’azienda e le interpretazioni che ne sono state date.

Prima di cominciare, riteniamo doverosa una segnalazione. L’intera nostra analisi si baserà su quanto scritto in due soli libri, che fra i vari disponibili sulla questione ci sono parsi particolarmente utili ai fini di una sua puntuale ricostruzione storica. Si tratta di “Enrico Mattei. Petrolio e complotto italiano” di Giorgio Galli (Baldini Castoldi Dalai, 2005) e de “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” di Marco Pivato (Donzelli, 2011), cui pertanto rimandiamo i lettori in cerca di conferme e approfondimenti. Raccomandiamo in particolare il testo di Galli, in quanto – a differenza dell’altro – tratta anche di eventi successivi alla morte di Mattei.

Enrico Mattei, com’è noto, era l’uomo che aveva propugnato la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che ne era stato presidente sino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 1962. La sua intraprendenza era risultata altamente meritoria, in quanto l’attività dell’ENI aveva assicurato all’Italia gli approvvigionamenti energetici a costi contenuti di cui la nostra industria abbisognava per il proprio sviluppo, che l’iniziativa privata non sarebbe stata in grado di garantire. I benefici apportati dall’ENI alla nostra economia, tuttavia, erano stati limitati dalla sua persistente dipendenza dal petrolio venduto a prezzo di cartello dalle grandi compagnie angloamericane. Mattei si era adoperato perché l’ENI giungesse a disporre di risorse proprie, ma senza riuscirvi; e dopo la sua morte questa situazione si perpetuò, giacché il suo immediato successore Eugenio Cefis (presidente solo dal 1967, ma cui di fatto sin dal 1963 fu affidata la direzione dell’azienda) non provò neppure a conseguire tale obiettivo, accontentandosi di mantenere l’ente nella condizione di distributore di petrolio altrui e di alleato subalterno delle compagnie straniere. Nel periodo successivo alla gestione Cefis (il quale lasciò l’azienda nel 1971), l’ENI sarebbe poi riuscito a dotarsi in apprezzabile misura di petrolio proprio; ma gli effetti negativi della svolta del 1963 si sarebbero comunque fatti sentire per un lungo periodo di tempo (forse addirittura per un ventennio).

Per la condotta di Cefis, in verità, potremmo tentare di trovare delle giustificazioni. È stato difatti rilevato che nel 1962 l’ENI versava in notevoli difficoltà finanziarie, a causa delle enormi spese sostenute per esplorazioni rivelatesi infruttuose (e quindi incapaci di ripagare i propri costi), e che per questa ragione lo stesso Mattei, dopo avere per anni mantenuto un atteggiamento di sfida nei confronti dei giganti del petrolio, si era deciso a scendere a patti con essi. Potremmo perciò sostenere che in realtà Cefis non fece altro che raccogliere l’eredità di Mattei. Una simile conclusione, però, è confutabile rilevando come dalle proposte di accordo di cui si è oggi a conoscenza non emerga una volontà di Mattei di rinunciare durevolmente al progetto di un ENI estrattore petrolifero: presumibilmente, questi vedeva nella stipula di accordi di fornitura con le multinazionali soltanto uno strumento funzionale a far recuperare all’ente la propria floridezza finanziaria, in modo da rendere in seguito possibile un nuovo tentativo di espansione nell’ambito dell’attività estrattiva. Dal momento che la politica di Cefis si sostanzierà proprio in una rinuncia di tal fatta, non è dunque legittimo considerarla la continuazione di quella del suo predecessore. Alla nostra argomentazione si potrebbe però ribattere che, evidentemente, Cefis aveva ereditato un ENI a tal punto indebolito da non poter agire in altro modo, vuoi perché il suo risanamento imponeva proprio un duraturo ridimensionamento degli investimenti, vuoi perché l’assoluta necessità di stipulare accordi di fornitura con le sue potenti rivali consentiva a queste ultime di dettarne i termini nella maniera ad esse più favorevole. Tuttavia, se si approfondisce ulteriormente la nostra conoscenza dell’ENI di Mattei, anche questa obiezione perde credibilità. Infatti la situazione dell’ente, per quanto difficile, non era comunque così disperata da imporgli la stipula di un accordo a qualunque costo o la spontanea rinuncia alle sue ambizioni originarie, in quanto per far fronte ai debiti che aveva accumulato verso le banche poteva contare sui cospicui profitti che continuava a ricavare dalle proprie attività e sull’ascendente che aveva sugli ambienti governativi (del quale avrebbe potuto servirsi per ottenere assegnazioni di risorse pubbliche). Per di più le sue prospettive di sviluppo futuro, malgrado gli insuccessi accumulati, apparivano ancora rosee, in ragione delle promettenti possibilità di espansione che per esso si profilavano nel Sinai, in Algeria e in Libia.

Nell’esaminare le vicende dell’ENI posteriori alla morte di Mattei, inoltre, non dobbiamo limitarci a considerare la sola ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1962 il presidente stava lavorando a un accordo con l’Algeria, finalizzato alla realizzazione di un metanodotto collegante quel paese alla Sicilia e all’accesso dell’ente alle sue riserve di petrolio, ma sotto la gestione Cefis questo progetto non si concretizzò. Ciò pure contribuì a mantenere l’ENI dipendente dalle forniture di idrocarburi delle maggiori compagnie, in particolare dalle importazioni di gas naturale libico per mezzo di navi metaniere. Ci pare arduo trovare una giustificazione anche per una simile condotta.

Riepilogando, va riconosciuto che dopo la morte di Mattei l’ENI subì le conseguenze di un cambio di strategia non imposto dagli eventi, che ne ridimensionò il ruolo, procurando danno ad esso e all’economia del paese. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre chiarire che la politica di Mattei non aveva mai rappresentato la diretta espressione della volontà del ceto di governo (per il quale, in senso lato, egli lavorava, essendo l’ENI di proprietà pubblica): al contrario, essa da parte di quest’ultimo aveva sempre ricevuto un appoggio malfermo, per un verso motivato dalla consapevolezza che quanto il presidente faceva andava a vantaggio della collettività, ma per l’altro incrinato dall’influenza che sulle forze di maggioranza riuscivano ad avere interessi nazionali ed esteri in contrasto con quello generale del paese, nonché da altri fattori di cui tra poco diremo.

La prima battaglia che Mattei dovette condurre fu quella per la mera sopravvivenza dell’AGIP (agente dello stato in campo petrolifero prima della fondazione dell’ENI), lascito del regime fascista la cui chiusura era auspicata sia dal governo statunitense, sia dalle aziende private nazionali attive nei settori dell’estrazione di idrocarburi, della produzione di energia a mezzo dei medesimi e della petrolchimica (le quali evidentemente comprendevano che la presenza dello stato in tali ambiti avrebbe sottratto loro spazi d’intervento). Anche la concessione al neonato ENI del monopolio sulla ricerca e sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi e petroliferi padani incontrò forti resistenze in ambito governativo, che furono vinte grazie alla pressione esercitata dai partiti d’opposizione, e lo stesso si può dire di ogni successiva mossa compiuta da Mattei per rafforzare l’ente (come l’acquisto di petrolio sovietico a buon mercato). Per quanto possa apparire paradossale, è insomma indubitabile che per poter perseguire l’interesse della nazione il manager marchigiano abbia dovuto porsi costantemente in urto con lo stato.

Per rafforzare l’incerto appoggio politico di cui disponeva ed attenuare gli effetti concreti dell’ostilità che nel contempo subiva, Mattei si avvalse di due strumenti. Il primo di essi fu una gestione autocratica dell’ente, vale a dire una gestione accentrata nelle sue mani e quindi sottratta al controllo del ceto di governo: in tal modo, quest’ultimo ebbe limitate possibilità di contrastare in anticipo le scelte del presidente, trovandosi spesso dinanzi a operazioni già intraprese da cui non avrebbe potuto recedere senza clamore (e quindi senza assumersi pubblicamente la responsabilità del danno che ciò avrebbe causato al paese). Il secondo fu il condizionamento dei partiti, perseguito tramite il controllo del quotidiano “Il Giorno” e soprattutto tramite il loro sistematico finanziamento. Naturalmente, tali comportamenti – additati all’opinione pubblica senza inquadrarli nel contesto che ne aveva motivato l’assunzione – divennero per i suoi avversari argomenti utili a screditarlo; il principale effetto controproducente che da questi derivò, tuttavia, fu un altro. Sottraendosi al giudizio dei governanti e proponendosi ad essi quale manipolatore anziché quale interlocutore, verosimilmente Mattei favorì il diffondersi di sentimenti di diffidenza – quando non di ostilità – nei propri riguardi anche in ambienti politici che sarebbero stati in grado di apprezzare i suoi intenti: per un osservatore esterno, infatti, era difficile comprendere se la sua aggressiva strategia espansionistica costituiva soltanto una risposta razionale ai problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia o se ad informarla erano anche delle ambizioni di potere personale. Il fatto che Mattei si fosse costruito un’immagine pubblica più da capopopolo che da tecnocrate (tramite dichiarazioni in cui si presentava quale conduttore di una battaglia contro potentati statuali ed economici che opprimevano e umiliavano l’Italia) doveva poi contribuire ad alimentare sospetti di tal fatta. In ragione di ciò, anche quando in seno alla Democrazia Cristiana, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, andò affermandosi una corrente favorevole all’intervento pubblico in economia (capace di esprimere personalità di grande spessore, quali Fanfani e Moro), non si costituì un ampio fronte politico animato dai medesimi intendimenti del presidente dell’ENI, col risultato che ancora nel 1962 la strategia dell’ente petrolifero costituiva non un aspetto particolare della politica governativa, bensì una politica parallela a quest’ultima.

In merito al rapporto di Mattei con le forze politiche, va sottolineata altresì la funzione intenzionalmente destabilizzatrice che avevano i finanziamenti da lui destinati alla Democrazia Cristiana. Egli difatti sosteneva nello stesso momento figure e correnti diverse, in modo da impedire che un singolo dirigente o gruppo diventasse tanto forte da poterlo condizionare. È da credere che un simile atteggiamento accrescesse ancor più la diffidenza e l’ostilità nei suoi riguardi, rendendolo inviso finanche a quei dirigenti politici che beneficiava (che si vedevano posti in competizione con altri, al fine di essere mantenuti in uno stato di subordinazione verso di lui, e che per effetto dell’equilibrio di forze interno alla DC da lui determinato scontavano anche una più generale limitazione della propria libertà di azione).

Alla condizione di isolamento di Mattei rispetto al mondo politico si aggiungeva poi una scarsa condivisione dei suoi obiettivi in seno allo stesso ENI, dovuta a quella medesima gestione accentratrice di cui si è detto. Per questo insieme di ragioni, l’azione dell’ente venne dunque a configurarsi essenzialmente come il frutto della volontà del suo presidente: una caratteristica che la esponeva al rischio di subire drastici cambiamenti nel momento in cui la presenza di questi fosse venuta meno. Ciò fu esattamente quel che accadde dopo il 1962: morto Mattei (e morto proprio in un momento in cui le difficoltà dell’ENI rendevano ancora più facile sia dubitare in buona fede della bontà della sua gestione, sia screditarla interessatamente), l’esecutivo si affidò a un dirigente dagli intendimenti del tutto diversi dai suoi.

Beninteso, con tutta probabilità Cefis si propose al ceto di governo come il liquidatore non di una politica volta a garantire all’Italia una relativa autosufficienza energetica, bensì soltanto degli eccessi della medesima (e parallelamente come intenzionato non a ridimensionare, bensì a risanare l’ente), in modo da guadagnarsi il favore anche della sua componente più progressista. Una volta in carica non ebbe poi difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dal momento che quest’ultima vide la propria libertà d’azione gravemente limitata. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, diminuirono e poi vennero meno del tutto i finanziamenti statunitensi alla Democrazia Cristiana: questa venne così a dipendere in misura crescente dai contributi versati dalle grandi imprese pubbliche e private, le quali di conseguenza divennero maggiormente in grado di orientarne le decisioni. Ciò significa che Cefis poté sfruttare il ruolo dell’ENI quale finanziatore della politica per impedire che questa contestasse la sua mancanza d’iniziativa (esattamente come Mattei aveva potuto servirsene per impedire che contestasse la propria intraprendenza); e significa anche che le compagnie petrolifere angloamericane poterono fare leva sul proprio ruolo di finanziatrici per dissuadere i nostri governanti dall’interferire con le scelte di Cefis, che in tutta evidenza andavano a loro vantaggio. A tale riguardo, è interessante rilevare come nel periodo 1963-1971 la società statunitense Esso abbia dotato la sua filiale italiana di fondi neri, che vennero da questa impiegati per finanziare esponenti delle forze governative: il fatto che questa mossa abbia seguito di pochissimo la svolta impressa da Cefis, difatti, induce a vedere in essa un’azione mirante proprio a consolidare il nuovo corso dell’ente petrolifero, scongiurando il rischio che in sede politica sorgessero iniziative volte a contrastarlo.

Neppure all’interno dell’ENI poté svilupparsi un’efficace azione di contrasto della politica di Cefis. Ciò ovviamente dipese dalla già menzionata gestione autocratica di Mattei, la quale non soltanto aveva limitato la condivisione in seno all’ente della visione di quest’ultimo, ma aveva anche impedito l’emergere di altre figure dirigenti capaci ed autorevoli, in grado di continuare l’opera del defunto presidente e di poterne rivendicare i meriti dinanzi al governo.

Chiarite le ragioni per cui fu possibile liquidare repentinamente l’eredità di Mattei, rimane da comprendere perché si volle farlo. Senz’altro, Eugenio Cefis agì guidato da interessi personali: in particolare, sappiamo che la rinuncia a portare avanti il progetto del gasdotto algerino fu seguita dall’affidamento della gestione delle navi metaniere che fornivano all’ENI il gas libico a una società di cui lo stesso Cefis era socio. È presumibile, tuttavia, che egli abbia operato anche come rappresentante di quei soggetti interessati a una moderazione delle ambizioni dell’ente pubblico. Ci riferiamo ovviamente alle grandi società petrolifere anglosassoni, che in virtù di tale moderazione poterono mantenere sul mercato italiano una condizione di predominio quali fornitrici di idrocarburi, ma anche agli operatori privati nazionali del settore, che vedevano minacciate dall’attivismo dell’ENI le loro possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione o addirittura di mantenere quello esistente. D’altronde, Cefis risulta avere coltivato rapporti personali con esponenti di entrambi gli ambiti: si consideri al riguardo che la citata società di gestione di navi metaniere, i cui profitti furono garantiti dalla mancata realizzazione del gasdotto algerino, annoverava tra i propri soci anche il petroliere italiano Moratti e il presidente della Esso italiana Cazzaniga.

Sin qui abbiamo trattato della morte di Mattei unicamente per analizzare le ricadute che ebbe sull’azienda. Dobbiamo affrontare, tuttavia, anche la questione dell’identità e del movente di chi della sua scomparsa fu responsabile, giacché è stato acclarato che egli fu vittima di un attentato e va presa in considerazione l’ipotesi che lo si sia voluto uccidere proprio per colpire l’ENI. Poiché si tratta di un argomento che non può essere esaurito in poche righe, ad esso ci dedicheremo nella seconda parte di questo articolo.

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17/05/2026

Animals - La via bianca al rhythm’n’blues

Siamo stati la prima band a portare nella musica pop la ruvida carica primitiva del rhythm’n’blues
(Eric Burdon)

Molte delle band britanniche emerse nei primi anni '60 costruirono la propria identità musicale partendo dal blues e dal rhythm’n’blues, generi “a stelle e strisce” che giungevano nella Terra d’Albione attraverso dischi importati e trasmissioni radiofoniche. Quei linguaggi, nati in contesti afroamericani ben precisi, vennero assorbiti dai giovani musicisti inglesi, che li studiarono con grande attenzione e li rielaborarono secondo sensibilità culturali diverse, più urbane e in alcuni casi più aggressive.

Nel giro di pochi anni, questa assimilazione diede vita a un processo di “ritorno” verso gli Stati Uniti: non si trattava più del blues originale, ma di una sua reinterpretazione filtrata dall’esperienza britannica, arricchita dall’energia del rock’n’roll e da una crescente attenzione alla struttura delle canzoni pop. Il risultato fu un suono nuovo, più diretto e potente, che finì per influenzare a sua volta il mercato musicale americano.

A guidare questo fenomeno furono ovviamente i Beatles, i quali, partiti da radici rock e rhythm’n’blues, si erano rapidamente spostati verso forme sempre più pop e relativamente sperimentali. Attorno a loro si sviluppò la cosiddetta “British Invasion”, un’ondata che simbolicamente prese inizio nel febbraio del 1964, quando i Fab Four parteciparono all’Ed Sullivan Show, e che finì per conquistare le classifiche statunitensi, fino a cambiare gli equilibri dell’industria musicale internazionale. Tra i protagonisti di quella stagione ci furono anche Rolling Stones, Yardbirds, Dave Clark Five, Herman’s Hermits, Kinks, Who e, last but not least, gli Animals.

La saga degli Animals, formazione che più di chiunque altra contribuì, in terra inglese, a indicare la strada maestra verso un rhythm’n’blues dall’animo “bianco”, è strettamente legata alla figura del cantante Eric Burdon, che fin da ragazzo aveva mostrato un’insana passione per la musica blues. Nato in una famiglia operaia il primo giorno di maggio del 1941 a Walker, sobborgo sud-orientale di Newcastle upon Tyne, Burdon ebbe un’infanzia difficile e sofferta. In quella cittadina situata nel Nord dell’Inghilterra, all’epoca “sporca, sudicia” e in cui pioveva continuamente, il Nostro fece i conti anche con frequenti crisi d’asma, mentre l’esperienza scolastica contribuì ad alimentare una sensazione costante di oppressione, quasi fosse dentro, dirà, “un incubo dickensiano”. La sua scuola elementare era situata in una zona poco salubre, tra un macello e un cantiere navale, e lì fu vittima di abusi sia da parte dei compagni, che degli insegnanti. Nonostante un ambiente fatto di disciplina rigida e continui ostacoli, durante le scuole superiori ebbe la fortuna di conoscere Bertie Brown, un insegnante che lo spinse a iscriversi al Newcastle College of Art and Industrial Design, dove si dedicò alla grafica e alla fotografia, senza mai però perdere d’occhio la musica. I dischi delle cose più eccitanti che si sentivano in giro riusciva a procurarseli con qualche viaggio in quel di Parigi, oppure grazie a un marinaio suo vicino che tornava sempre dagli Stati Uniti con un bel malloppo di singoli e Lp.

L’ambiente stimolante del College mise Burdon a contatto con diversi giovani anticonformisti (tra cui il batterista John Steel), che condividevano la sua passione per il jazz, il folk e il cinema. Proprio con Steel formerà la sua prima band (i Pagan Jazzmen, poi Pagans), facendosi dunque notare nel 1958 come cantante di gran valore in alcune esibizioni dal vivo. Entrato in contatto con altri esponenti del blues inglese, tra il 1962 e il 1963 Burdon divenne membro stabile, insieme a Steel, dell’Alan Price Rhythm and Blues Combo, quintetto completato, oltre che dal leader Alan Price (organo e tastiere), dal chitarrista Hilton Valentine e dal bassista Bryan “Chas” Chandler.

Alan Price racconta di aver iniziato a suonare a undici anni durante una lunga convalescenza per ittero, imparando a orecchio brani di Ludwig van Beethoven. In seguito si avvicinò al jazz di New Orleans e, dopo iniziali riserve verso il rock’n’roll, cambiò prospettiva grazie a Lonnie Donegan e Chuck Berry. Invaghitosi del blues grazie a Burdon, Price adattò il proprio stile al piano stride e, forte della sua attitudine al lavoro di gruppo, divenne una sorta di “traduttore” musicale per l’allora già carismatico cantante.

Assunto il più efficace nome di The Animals (che meglio rispecchiava i loro selvaggi assalti sonori on stage), i Nostri si ritagliarono un ruolo da protagonisti assoluti nella scena locale. I loro live erano pura scarica elettrica: un impasto ruvido e viscerale di blues amplificato e attitudine rock’n’roll che, concerto dopo concerto, finiva per ipnotizzare il pubblico, grazie soprattutto a riletture incandescenti di alcuni classici di maestri del blues quali Muddy Waters, Howlin’ Wolf, John Lee Hooker e Jimmy Reed. Eppure, nonostante il successo locale, la dimensione cittadina non poteva loro bastare.

Nel frattempo, avevano registrato un Ep contenente quattro cover (“I Wanna Make Love To You” e “Big Boss Man” di Willie Dixon, “Boom Boom Boom” di John Lee Hooker e “Pretty Thing” di Bo Diddley), che fu distribuito in cinquecento copie e solo a breve gittata. Fortuna volle che su quei solchi posasse le orecchie anche il promoter e produttore Giorgio Gomelsky, il quale, alla fine del 1963, si spinse fino a Newcastle per registrare un paio di loro concerti, in seguito raccolti su The Animals Live At The Club A Go Go e The Animals With Sonny Boy Williamson. Se il primo, più ruvido e viscerale, fotografò la band alle prese con un rhythm’n’blues vibrante e guidato dalla voce intensa di Eric Burdon e dall’organo distintivo di Alan Price, il secondo è invece un perfetto esempio di dialogo spontaneo tra devozione inglese e radice americana.

Stimolata da Gomelsky, la band finì per trasferirsi a Londra, iniziando a respirarne l’atmosfera eccitante e già “swinging”. Supportati dal manager Michael Jeffery, nella capitale inglese Burdon e soci riuscirono a strappare un contratto con la Emi Columbia, che nel gennaio del 1964 li volle subito in studio con il produttore Mickie Most. Esperto di produzioni pop-oriented, quest’ultimo consigliò alla band di ammorbidire leggermente il proprio sound. “Anche se Mickie aveva certamente orecchio per scegliere canzoni di successo, non ho mai pensato che meritasse davvero la reputazione che aveva come produttore”, ricorda Burdon. “Naturalmente, non gli rendemmo la vita facile. 

L’Inghilterra stava attraversando una rivoluzione sociale e improvvisamente era di moda essere del nord e di classe operaia. Per quanti non sono cresciuti in Inghilterra negli anni 50 e 60, ci tengo a precisare che esisteva una chiara distinzione sociale tra quelli che provenivano dal nord e quelli che erano londinesi – e chiunque venisse dal nord era davvero guardato dall’alto in basso. Gli Animals erano la cosa più grezza che Mickie si fosse mai trovato tra le mani, e imparò presto che non si controllavano gli Animals: certo, poteva guidarci, darci dei suggerimenti, ma la nostra natura di base era quella di essere fuori controllo”.

Il primo 45 giri degli Animals (“Baby Let Me Take You Home”/“Gonna Send You Back To Walker”, entrambe cover) si fece apprezzare (ventunesimo posto nelle classifiche) grazie a una deliziosa variante beat del r’n’b.

Per il secondo singolo, la band optò ancora per la rilettura di brani altrui, questa volta prendendo in prestito la canzone tradizionale “The House Of The Rising Sun” (la cui origine sembra addirittura risalire al XVII secolo), già esplorata, tra gli altri, da Woody Guthrie, Dave Van Ronk e Bob Dylan. Tuttavia, la versione più conosciuta è proprio quella che gli Animals fecero uscire nel giugno del 1964, schizzando immediatamente al vertice delle classifiche inglesi e americane, cosa che fece sobbalzare dalla sedia Most e Jeffery, che avevano fatto il diavolo a quattro affinché Burdon e compari registrassero un brano meno lungo (“The House Of The Rising Sun” ferma il cronometro a quattro minuti e trenta secondi) e, insomma, più adatto al formato delle trasmissioni radiofoniche.

Rispetto alla versione originale, in cui si racconta di una “casa del sole nascente”, fuor di metafora un bordello di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans tra il 1897 e il 1917, quella degli Animals trasforma la prostituta protagonista del brano in un ragazzo figlio di una sarta e cresciuto all’ombra di un padre divorato dal vizio del gioco e dagli anni consumati dentro quella “casa” responsabile della rovina di tanti disperati prima di lui. Dopo aver trascinato l’esistenza tra colpa, degrado e amarezza, il nostro eroe si prepara a fare ritorno in quella grande città della Louisiana da uomo sconfitto, quasi come un condannato trascinato verso la propria pena, con catene ai piedi e nessuna via di fuga. Da questa disfatta nasce l’avvertimento accorato, rivolto alla madre, di dire ai suoi figli di non ripetere i suoi stessi errori.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
Dear God, I know I was one

My mother was a tailor
She sewed my new blue jeans
And my father was a gamblin’ man
Way down in New Orleans

Con il loro arrangiamento elettrico, cupo e solenne, gli Animals trasformarono un brano tradizionale in qualcosa di nuovo, contribuendo, di fatto, a mostrare che il rock poteva essere anche narrativo, drammatico e, insomma, “adulto”. Ma questo racconto universale fatto di caduta, povertà morale e dannazione personale è anche uno dei brani manifesto dello stile vocale di Burdon, uno stile che si distingue per un timbro ruvido e intenso, in cui la voce è più orientata all’impatto emotivo che alla pulizia tecnica. Alternando controllo e improvvise esplosioni vocali, Burdon trasforma il canto in una sorta di narrazione drammatica, che per certi versi anticipa alcune delle sonorità più dure e aggressive del rock a venire.

Come B-side di “House Of The Rising Sun” fu scelta “Talkin’ ‘bout You”, che si lascia apprezzare, nel nome di Ray Charles, per la sua sana energia soul.

Quando ormai tutti consideravano gli Animals soltanto un’eccellente band folk-rock, arrivò il terzo singolo, “I’m Crying”/“Take It Easy”, a rimettere le cose in chiaro con un sound più ruvido e graffiante.

Nell’ottobre del 1964, la band inglese pubblicò anche il suo primo, omonimo Lp The Animals, che nella versione americana era aperto proprio da “The House Of The Rising Sun” (anche se nella sua variante radio edit), brano che fu espunto da quella inglese, la cui tracklist era invece inaugurata dal diddley beat di “The Story Of Bo Diddley”.
Per quanto non fosse in grado di restituire intatta la forza d’urto che la band possedeva dal vivo, il disco (dominato dal rifacimento di brani altrui: John Lee Hooker, Fats Domino e Chuck Berry, tra gli altri), soprattutto nella sua versione inglese, è tutt’altro che disprezzabile nel suo declinare blues e rhythm’n’blues (“Dimples”, “I’m Mad Again”), non di rado contraddistinto da un piglio pop (“I’ve Been Around”) o virato rock’n’roll (“The Girl Can’t Help It”, “She Said Yeah”, “Memphis Tennessee”).

All’inizio del 1965, gli Animals tornarono in pista con The Animals On Tour, album che, a dispetto del titolo, contiene solo registrazioni in studio, tra cui nuove versioni di brani provenienti dall’edizione inglese del loro primo album e i singoli “I’m Crying” e “Boom Boom”.

Battendo il ferro caldissimo della loro fama, nel settembre di quello stesso anno la band farà uscire Animal Tracks, disco lontano dal restituire una fotografia veritiera del suo talento, ma comunque capace di mettere sul piatto, soprattutto nella sua versione Uk, brani mediamente più creativi, dai numeri rock’n’roll di “Mess Around”, “Roberta” e “I Ain’t Got You”, alle dinamiche cangianti di “Bright Lights, Big City”, passando per il Chuck Berry romanticizzato di “How You’ve Changed”, il Ray Charles gigione di “Hallelujah, I Love Her So” e gli echi vaudeville di “Let The Good Times Roll”.

Sull’edizione americana del disco, tra i brani più interessanti vanno annoverati “We Gotta Get Out Of This Place”, dal groove contagioso e dal ritornello luminoso, l’omaggio a Nina Simone di “Don’t Let Me Be Misunderstood” e la scoppiettante “Club A Go-Go”, scritta a quattro mani da Burdon e Price.

A suggellare la grande popolarità raggiunta dalla band giunsero anche le partecipazioni ai film “Get Yourself A College” (1964) di Sidney Miller e “Pop Gear” (1965) di Frederic Goode, in cui Burdon e soci eseguono, rispettivamente, “Around And Around” e l’immancabile “The House Of The Rising Sun”.

Baby, do you understand me now?
Sometimes I feel a little mad
But don’t you know, no one alive can always be an angel
When things go wrong, I seem to be bad
I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood

Subito dopo la registrazione del singolo “Bring It On Home to Me”/ “For Miss Caulker” (aprile 1965), Alan Price lasciò la band, accampando come scusa la sua paura di viaggiare in aereo. In realtà, a fargli prendere quella decisione furono soprattutto le tensioni che, negli ultimi mesi, si erano innescate tra lui (che, al pari di Most, voleva continuare lungo il solco di sonorità più marcatamente pop) e la coppia Burdon-Valentine, desiderosa di far emergere, invece, l’anima più ruvida e blueseggiante della band. Ma c’era anche dell’altro, come lo stesso Price ricorderà: “Ero stanco e confuso. Sono stato il primo ad arrendermi al conflitto tra le richieste che ci venivano fatte e ciò che cercavamo di vivere. All’inizio ci divertivamo davvero con quello che facevamo. Poi, quando siamo diventati professionisti e abbiamo avuto un grande successo, le richieste hanno iniziato a pesare e non tenevano mai conto di ciò che provavamo, di cosa volevamo suonare o delle nostre idee. Le decisioni venivano prese al posto nostro senza che lo sapessimo. Aveva un effetto castrante”.

Ingaggiato Dave Rowberry come sostituto di Price (dopo un breve periodo con Mick Gallagher a bordo), gli Animals si liberarono, così, della Columbia e di Most e firmarono per la Decca, l’etichetta che aveva promesso loro un maggior controllo sulla propria musica. I primi due singoli pubblicati per la nuova etichetta (“Inside – Looking Out”/ “Outcast” e “Don’t Bring Me Down”/ “Cheating”), usciti tra il febbraio e il maggio del 1966, non solo fecero registrare ottimi risultati di vendita, ma presentarono, grazie anche al lavoro del produttore Tom Wilson, un sound tanto energico quanto ispido, capace di mettere gli Animals in diretta competizione con band quali Rolling Stones e Yardbirds.

Al pari dei suoi predecessori, anche l’album Animalism (novembre 1966) uscì in versioni differenti, al di qua e al di là dell’Atlantico. Facendo leva su di una vibrante sintesi di r’n’b, soul e rock’n’roll, gli Animals di questi solchi non sono sempre memorabili e, a conti fatti, i brani da ricordare sono soprattutto una “One Monkey Don’t Stop No Show” dall’animo soul, l’incedere spaccone di “Maudie”, la ripresa del singolo “Outcast” (con chitarra in bilico tra fuzz e tinte surf), i battimani di “Clapping”, il rock’n’roll pulsante di “Squeeze Her-Tease Her” e la rutilante “That’s All I Am to You”.

Sulla versione americana (uscita tre mesi prima), la band si ritrovò a collaborare addirittura con Frank Zappa, che scrisse, produsse e probabilmente suonò anche sul brano che apre la scaletta, “All Night Long”, e sulla rilettura di “The Other Side Of This Life” di Fred Neil. Da segnalare anche “See See Rider”, rilettura di un traditional probabilmente legato al circuito del vaudeville afroamericano, che gli Animals, guardando alla versione di Ma Rainey del 1924, trasformarono in una scoppiettante marcetta blues-psichedelica guidata dall’organo di Rowberry.

Nel frattempo, la formazione aveva subito un nuovo scossone con l’abbandono del batterista John Steel, il cui posto venne preso da Barry Jenkins, subito pronto a sposare l’idea del lider maximo Burdon di portare gli Animals su posizioni psichedeliche, secondo la moda che, proprio in quel periodo, stava prendendo piede in ambito pop e rock. Ma non tutti erano d’accordo. Le frizioni interne alla band divennero così insostenibili che i suoi membri decisero di porre fine alla sua avventura. Burdon, però, non aveva alcuna intenzione di starsene con le mani in mano. Così, dopo aver cercato di trovare nuovi membri in terra inglese, fece armi e bagagli e, una volta convinto Jenkins a seguirlo, se ne volò in California, lì dove il suono psichedelico era in piena fioritura.

“Già nel ’64, durante i primi tour degli Animals, John Steel e io fummo fortunati a vedere San Francisco poco prima dell’esplosione psichedelica. Erano i giorni in cui Lenny Bruce faceva i suoi spettacoli di stand-up all’Hungry I, ma anche della scena jazz e poetica della West Coast. Tornare nel 1967 e vedere il nuovo volto della città fu davvero sconvolgente. Il conflitto in Vietnam era iniziato nei primi anni 60, ma nel 1967 la tensione era ormai alle stelle negli Stati Uniti. Non c’erano vie di mezzo: bisognava schierarsi da una parte o dall’altra. In California percepivo qualcosa che mancava in Inghilterra, qualcosa che i miei amici lì faticavano a comprendere. Era una sensazione, una convinzione di fondo che incoraggiava una nuova visione, un umorismo psichedelico, nuovi modi di vivere e di vestire. Non volevo diventare americano, ma volevo diventare californiano”.

Firmato un contratto con la MGM, Burdon registrò nuovo materiale insieme a Jenkins e alle orchestre di Benny Golson e Horace Ott (quest’ultimo, coautore, insieme a Bennie Benjamin e Sol Marcus, di “Don’t Let Me Be Misunderstood”, la cui rilettura degli Animals aveva avuto un discreto successo su singolo nel 1965). Il risultato delle nuove session fu Eric Is Here (marzo 1967), zeppo di cover. Uscito a nome di Eric Burdon & The Animals, è un lavoro tutt’altro che memorabile, indeciso tra il pop psichedelico (“In The Night”), il soul (“Mama Told Me Not to Come”, “I Think It’s Gonna Rain Today”), il rhythm’n’blues (“That Ain’t Where It’s At”) e versioni edulcorate dei Rolling Stones (“Losin’ Control”, “It’s Not Easy”, “The Biggest Bundle Of Them All”).

Completata la nuova line-up con l’arrivo del bassista John Weider e dei chitarristi Danny McCulloch e Vic Briggs, Burdon riuscì a registrare un primo, convincente esempio del nuovo sound in bilico tra radici blues e nuove tendenze psichedeliche grazie al singolo “When I Was Young”/ “A Girl Named Sandoz”, il cui lato B vantava anche una chitarra così distorta che poteva già dirsi proto-hard. Seguirono altri due singoli di successo, “San Franciscan Nights”/ “Good Times” e “Monterey”/ “Ain’t That So”, con cui il cantante inglese omaggiava, tra le altre cose, le notti acide della culla della cultura psichedelica (San Francisco) e il primo grande festival dell’epopea rock (Monterey Pop Festival), svoltosi tra il 16 e il 18 giugno di quell’indimenticabile 1967 (per la cronaca, Eric Burdon & The Animals vi suonarono durante la giornata inaugurale).

“Per me fu quasi un festival religioso”, ricorda Burdon. “Un momento altissimo della visione anni 60 di unire musica e spiritualità. Ravi Shankar disse al pubblico di spegnere le canne e fu accontentato. Non vidi molto perché ero occupato in hotel, ma uscii per Otis Redding e fu molto emozionante, perché lui era nel pieno del Black Power e aveva davanti un pubblico bianco. Pioveva a dirotto, ma non avevo freddo. Stavo accanto a una ragazza sconosciuta – poi scoprii che era un’attrice inglese – e ci tenemmo per mano. Tutto sembrava irreale. E Hendrix fu incredibile”.

I “venti del cambiamento” che soffiavano sulla cultura giovanile furono definitivamente intercettati dalla band con l’album Winds Of Change (novembre 1967), diviso tra un lato A in cui la psichedelia la fa da padrone, e un lato B in cui i brani sono strutturati in maniera più convenzionale. Burdon ci tenne a precisare che non aveva abbandonato il blues, ma che adesso proponeva il blues della sua mente. Sulla copertina, sotto la dicitura The New Animals, fece poi inserire un suo messaggio di condivisione, vulnerabilità e speranza, il cui senso ultimo è che bisogna accettare le proprie emozioni e trasformarle in qualcosa che possa connettere e dare senso agli altri.

Winds Of Change apre con l’ipnotica litania, con violino indianeggiante, della title track, che potrebbe essere scambiata per una versione pesantemente rallentata di “Tomorrow Never Knows” dei Beatles. A seguire, la ballata dolente di “Poem By The Sea”, che scivola progressivamente in un frastuono di echi e tonfi, da cui emerge, solitario, ancora il suono straziato del violino di Weider.

Dopo la cover “raga-rock” di “Paint It Black” (Rolling Stones), si scivola nelle trame sinistre di “The Black Plague”, con Burdon a recitare versi surreali, mentre tutt’intorno risuonano campane e si materializzano frammenti di canti gregoriani. E se “Yes I Am Experienced” omaggia, fin dal titolo, il Jimi Hendrix del suo memorabile esordio, al ripescaggio del singolo “San Franciscan Nights” è affidato il compito di chiudere la prima facciata. La seconda, nel complesso meno interessante, apre con ritmiche tribali e recitativo incantatorio (“Man–Woman”), dividendosi, quindi, tra le trame folk e gli umori morriconiani di “Hotel Hell”, il beat di “Good Times”, la love-song un po’ barocca e tutto sommato prescindibile di “Anything” e, per finire, il soul-rock di “It’s All Meat”.

Quanto proposto da Winds Of Change trovò piena realizzazione sul successivo The Twain Shall Meet (maggio 1968), disco ancora più ambizioso. Il titolo dell’album deriva da un verso di Rudyard Kipling (“Oh, East is East, and West is West, and never the twain shall meet”), tratto da una sua celebre poesia (“The Ballad Of East And West”) del 1889. Nell’ottica del grande poeta indiano, due realtà molto diverse, ovvero Oriente e Occidente, erano destinate a non incontrarsi mai. Il titolo voluto da Burdon, invece, indica proprio il contrario. Si trattò di una scelta significativa, perché rifletteva lo spirito degli anni Sessanta, un periodo in cui si cercava di superare le divisioni culturali e di mettere in contatto esperienze diverse. Non è un caso, quindi, che l’album si apra con quella “Monterey” già apparsa su singolo alla fine del 1967.

Young Gods smiled upon the crowd
Their music being born of love
Children danced night and day
Religion was being born
Down in Monterey

The birds and the airplane did fly
Oh, Ravi Shankars music made me cry
The Who exploded into fire and light
Hugh Masakela’s music was black as night
The Grateful Dead blew everybodies mind
Jimi Hendrix baby, believe me, set the world on fire, yeah

His Majesty, Prince Jones, smiled as he moved among the crowd
Ten thousand electric guitars were grooving real loud, yeah

Facendo leva anche sul lato più introspettivo della sua creatività, Burdon pennella una ballata suadente e oscura come “Just The Thought” (affidata alla voce di Danny McCulloch), lasciando campo libero al blues-rock con una “Closer To The Truth”, che di sicuro deve qualcosa anche ai Doors. Sia “No Self Pity” che “We Love You Lil” si concentrano, invece, sulla descrizione di una psiche alterata dalle droghe psichedeliche, laddove “Orange And Red Beams” (cantata ancora da McCulloch) si affida a orchestrazioni soul-pop e “All Is One”, ancora in modalità raga-rock, ma con un effetto trance più marcato, eleva un’ode all’unità del Tutto.

I momenti più epici, però, si annidano negli oltre sette minuti di “Sky Pilot” che, servendosi di cornamuse, rumori di guerra, ascensioni supersoniche e barocchismi pop, scaglia l’ennesimo atto d’accusa contro tutte le guerre, spesso e volentieri appoggiate dalla Chiesa, qui simboleggiata dalla figura del cappellano (lo “sky pilot” del titolo), il cui compito principale è quello di assicurarsi che i soldati siano anche “soldati di Dio”.

He mumbles a prayer and it ends with a smile
The order is given, they move down the line
But he’ll stay behind, and he’ll meditate
But it won’t stop the bleeding, or ease the hate

As the young men move out into the battle zone
He feels good, with God you’re never alone
He feels so tired as he lays on his bed
Hopes the men will find courage in the words that he said

Sky Pilot
Sky Pilot
How high can you fly?
You’ll never, never, never, reach the sky

Meno incisivo, ma comunque ancora fascinoso, fu il successivo Every One Of Us (luglio 1968), che si avvale della partecipazione, alle tastiere e alla voce, di Zoot Money, costretto, per ragioni contrattuali, a essere accreditato con il nome di George Bruno. Facendo satira sulla scottante situazione che gli Stati Uniti stavano vivendo in quel torrido 1968, “White Houses” tira su il sipario con fragranze latin-folk, lasciando, quindi, il posto al brevissimo interludio di “Uppers And Downers”, cui segue il pensoso strumentale in chiave bossanova di “Serenade To A Sweet Lady”, che però fa molto poco per giustificare i suoi sei minuti e rotti di durata. Ancora più lunga è “The Immigrant Lad”, che si affida a un folk acustico intervallato dal rumore delle onde del mare e dal verso dei gabbiani, prima che una coda dialogata ne abbassi clamorosamente la qualità complessiva. Dopo l’hard-blues, con groove vibrante, di “Year Of The Guru” e la ripresa del classico delle dodici battute “St. James Infirmary”, ecco arrivare il momento più interessante del disco, la lunga jam (circa diciannove minuti di durata) di “New York 1963-America 1968”, che si tira dietro altri riferimenti alle disparità e alle ingiustizie sociali dell’America del tempo.

Dopo aver sostituito Briggs con Andy Summers (sì, proprio quel chitarrista che, anni dopo, avrebbe incrociato il successo con i Police!), Eric Burdon and The Animals tornarono in pista con il doppio Love Is (dicembre 1968), con cui il cantante diede libero sfogo alla sua passione per il rhythm’n’blues, genere di cui offrì un esuberante saggio nella rilettura di “River Deep, Mountain High”, tratta dal repertorio di Ike & Tina Turner.

Quasi interamente composto di sole lunghe cover – fatta eccezione per l’autografa “I’m Dying (Or Am I?)”, che gioca la carta di un bel folk-rock ricco di armonie sfuggenti – il disco vale complessivamente più del suo predecessore, grazie a robuste versioni di “I’m An Animal” (la quale, risalendo alla sorgente di Sly Stone, miscela il blues-rock con il funk e la psichedelia), “Ring Of Fire” (brano che Johnny Cash aveva, a sua volta, preso in prestito dalla Carter Family e che gli Animals trasformarono in un epico e commovente mix di innodia corale e tensioni laceranti), una versione dilatata di “Coloured Rain” dei Traffic (con assolo chilometrico di chitarra, contrappunto di fiati e cori di Robert Wyatt dei Soft Machine), “To Love Somebody” (scritta dai Bee Gees quando erano ancora una band di psych-pop barocco), “Madman” (una rilettura quasi pedissequa di “The Madman Running Through The Fields”, scritta da Summers durante la sua precedente esperienza con i Dantalian’s Chariot) e una “As The Years Go Passing By” carica di tormento.

Per chiudere il disco, Burdon chiese al chitarrista Steve Hammond, amico di Zoot Money, di scrivere un lungo brano psichedelico che evocasse sia gli esperimenti più acidi di Jimi Hendrix (avete presente “Third Stone From The Sun”?), che le perlustrazioni astrali dei Pink Floyd. Il risultato, “Gemini”, è uno dei brani più creativi della discografia degli Animals, con il suo connubio di progressioni hard-psichedeliche, digressioni progressive e smarrimenti siderali in cui Summers si mette sulle tracce dell’“Interstellar Overdrive” di Syd Barrett.

La band aveva toccato un altro suo picco creativo, ma intorno il vento stava cambiando per l’ennesima volta. “Eravamo diventati una delle band della controcultura della fine degli anni 60, e ovunque sventolasse la bandiera dei freak, noi eravamo lì per dire la nostra”, ricorderà Burdon. “Sul fronte interno infuriava una guerra di ribellione giovanile, ed era un periodo entusiasmante e straordinario in cui vivere. La nascita delle Pantere Nere, del movimento dei nativi americani, l’inizio del movimento femminista, i be-in, i love-in, i drive-in: tutto questo penetrava nella nostra pelle e poi riemergeva attraverso i nostri vestiti, il nostro linguaggio, la musica, le droghe – tutto. La ‘morte dell’hippie’ era stata prevista a Haight-Ashbury, San Francisco, un paio di anni prima, ma fu solo nel ’69 che le cose cominciarono davvero a spegnersi”. E ancora: “Nel rock and roll, l’innocenza è la prima vittima. È stato così anche con Jimi. Quando arrivò a Woodstock, non c’erano più chitarre incendiate. A quel punto, l’arcobaleno si era già sbiadito. Ecco perché il film di Woodstock è così ingannevole: Jimi non suonò davanti a una folla di quattrocentomila persone nel momento clou. Suonò la mattina presto, davanti ai freak e alle colline ricoperte di rifiuti. La sua ‘Star Spangled Banner’ non era un grido di battaglia — era un lamento funebre che annunciava la morte del sogno. Prese l’illusione del patriottismo americano e la usò per evocare villaggi bombardati e bambini bruciati dal napalm”.

Tramontato il sogno del flower-power, all’inizio del 1969 Eric Burdon and The Animals decisero di porre fine alla loro avventura. Le ragioni della separazione non dipesero, comunque, solo da fattori storici. Di mezzo ci fu anche un tour in Giappone finito male. Doveva partire nel settembre del 1968, ma slittò a novembre per problemi con i visti. Dopo poche date, i promoter, che in realtà erano membri della yakuza (!), la temibile mafia giapponese, rapirono il manager, costringendolo a firmare, alla presenza di una pistola puntata alla testa, una cambiale da 25.000 dollari per coprire le perdite. Capendo che quei malviventi non sapevano leggere l’inglese, il manager aggiunse una nota per indicare che stava firmando sotto costrizione. Fu poi rilasciato, ma con un ultimatum: lasciare il Giappone entro il giorno successivo o affrontarne le conseguenze. La band partì subito, abbandonando tutta l’attrezzatura.

Dopo quell’episodio, i membri presero strade diverse: Money e Summers continuarono da solisti, Weider si unì ai Family, mentre Burdon, spinto dalla sua passione per la black-music, entrò nei War, un gruppo di Long Beach, California, artefice di un ibrido di funk e rhythm’n’blues. La sua formazione era così composta: Howard Scott (chitarra), Lee Oskar (armonica), Charles Miller (sax tenore, flauto), Lonnie Jordan (organo, pianoforte), Bee Bee Dickerson (basso), Harold Brown (batteria) e Dee Allen (conga, percussioni).

Accreditato a Eric Burdon and War, nel maggio del 1970 venne pubblicato Eric Burdon Declares “War”, caratterizzato da dosi di soul e psichedelia e dall’assenza di particolari vette di creatività.

Farà meglio il successivo e doppio The Black-Man’s Burden (dicembre 1970), in cui i brani danno vita a un continuum “progressivo” di groove jazz-funk e latineggianti, fughe tribali, dilatazioni bluesy e recitativi tra il surreale e il satirico, come ben esemplificato dagli oltre tredici minuti del capolavoro del disco, quel “Paint It Black Medley” in cui la rilettura del classico dei Rolling Stones è solo una scusa per gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Accanto ad altre lunghe meditazioni in cui si rincorrono miraggi doorsiani (“Spirit”, con un riuscito assolo di sax), sensualità blues (“Sun/Moon”) e vampate soul (“Pretty Colors”), trovano spazio canzoni in cui si passa da incontri di poesia “acida” e jazz (“Out Of Nowhere”) ad atmosfere romantiche (la stucchevole ripresa, in due parti, di “Nights In White Satin” dei Moody Blues e la conclusiva “They Can’t Take Away Our Music”), quando non chiassosamente ubriache (“Beautiful New Born Child”). Soprattutto per l’uso del flauto, “The Bird And The Squirrel” fa pensare, invece, ai Jethro Tull, mentre, se “Bare Back Ride” schiamazza e saltella in modalità boogie, “Home Cookin’” ha in mente ancora i Rolling Stones.

Nel 1971, per ragioni mai chiarite, Burdon lasciò i War al loro destino, stabilendo, di lì a poco, un contatto con il cantante Jimmy Witherspoon, col quale registrerà un prescindibile album di blues elettrico, Guilty!, uscito nel dicembre dello stesso anno.

Assoldati, quindi, Aalon Butler (chitarra), Randy Rice (basso) e Alvin Taylor (batteria) per la Eric Burdon Band e registrati un paio di album in bilico tra hard e psych-rock (Sun Secrets del 1974, con una versione marziale di “Ring Of Fire” e la lunghissima meditazione blues di “Letter From The County Farm”; Stop del 1975, con le tracce jazz di “Gotta Get It On”), alla fine del 1975 Burdon tornò alle origini della sua avventura musicale, chiamando a raccolta i vecchi membri degli Animals. Ne scaturì Before We Were So Rudely Interrupted, pubblicato, però, soltanto nell’agosto 1977, in piena epoca punk, e a nome The Original Animals. “Fu una cosa fatta senza troppo impegno, una tantum”, ricorderà John Steel. “Io lavoravo con Chas, Eric era tornato in Europa, Alan era libero. Credo che l’idea venne al capo della Polydor e prese piede. Facemmo venire Hilton dalla California e usammo lo studio mobile dei Rolling Stones. Ma nessuno voleva davvero promuoverlo, così lo registrammo e lo pubblicammo per vedere se qualcuno lo avrebbe comprato, poi tornammo alle nostre cose.”

Composto di sole cover, Before We Were So Rudely Interrupted spazia dal country-rock di “Brother Bill (The Last Clean Shirt)” al rock’n’roll di “Fire On The Sun” (Shaky Jake), dal blues di “As The Crow Flies” (Jimmy Reed) alla ballata languida di “Please Send Me Someone To Love” (Percy Mayfield). C’è spazio anche per il folk-rock, come accade nella bella versione di “It’s All Over Now, Baby Blue” di Bob Dylan. Il disco si fermò al settantesimo posto della classifica americana, ma ebbe comunque il merito di generare nuovo interesse intorno alla band, che addirittura nel 1982 si ritrovò a ridosso della Top Ten inglese con il suo vecchio cavallo di battaglia, “The House Of The Rising Sun”.

Nel frattempo, il solo Burdon, aiutato dal vecchio amico Zoot Money, scrisse nuovo materiale da destinare al suo primo disco solista, previsto per il marzo del 1978. Survivor, questo il titolo del 33 giri, è un disco che ammorbidisce il blues-rock con massicce dosi di sonorità pop, arrotondando il tutto con una produzione radio-friendly. Insomma, tra i suoi solchi ci sono brani ben suonati (in “The Kid”, dentro la voce di Burdon aleggia il fantasma di Lou Reed), ma destinati a un pubblico di bocca fin troppo buona.

Leggermente più riuscito fu, invece, Darkness – Darkness, inciso un paio di mesi dopo l’uscita di Survivor, ma messo in commercio solo nel 1980. Era composto di sole cover, a cominciare dal brano di Jesse Colin Young che dà il titolo al disco.

Nel 1981 prese forma, invece, il progetto cinematografico Comeback, diretto da Christel Buschmann e incentrato su Eric Burdon, che ne fu il protagonista. In parallelo, venne assemblata una nuova formazione della sua band (Louisiana Red, Tony Braunagle, John Sterling e Snuffy Walden), che registrò materiale dal vivo tra Los Angeles e Berlino. Nella tappa tedesca, tuttavia, la line-up cambiò sensibilmente, lasciando come unico membro stabile John Sterling.
La colonna sonora del film uscì nel 1982.

Un anno dopo, firmato un contratto con la Irs (per intenderci, l’etichetta che aveva da poco messo sotto contratto i Rem), Burdon, nuovamente spalleggiato da Zoot Money e dai compagni di una vita, rispolverò la sigla Animals, tentando addirittura la carta delle sonorità new wave con l’altalenante Ark (agosto 1983), su cui si incrocia anche il reggae (“Love Is For All Time”), oltre a un delizioso brano di power-pop come “Being There”.

Nel 1984, dopo un fortunato tour mondiale, Burdon entrò in una fase critica per problemi legati alla droga. Dovettero passare ben quattro anni prima di poter tornare in pista con il prescindibilissimo I Used To Be An Animal, sul quale fu spalleggiato da una quindicina di musicisti che lo aiutarono a barcamenarsi tra pop, rock, new wave, glam, disco-music, elettronica e quant’altro.

Nel 1991, insieme al tastierista Brian Auger formò la Eric Burdon – Brian Auger Band, artefice del disco dal vivo Access All Areas – Live (1993), spinto dal discreto successo del brano eponimo.

Tutti gli anni Novanta proseguirono, dunque, tra il varo di nuove band (la Eric Burdon I Band), collaborazioni varie e qualche nuovo disco indeciso tra la nostalgia del passato e il desiderio di guardare ancora avanti.

Il suo ultimo lavoro in ordine di tempo, ‘Til Your River Runs Dry, risale al 2013. Blues e rock i suoi assi portanti, quasi a voler rimarcare l’imprescindibilità di un passato, il suo, che è anche il passato della musica che più ci piace.

Trasferitosi in Grecia, nel 2021 Eric Burdon collaborò con gli artisti locali Alex Sid e Quasamodo al brano “Don’t Ever Leave”, che trovò posto nel 2024 nella serie-tv “I Paralia”. Durante la registrazione di quel brano, Burdon affrontò seri problemi di salute e fu ricoverato per polmonite poco dopo aver inciso le parti vocali. “Don’t Ever Leave” segnò anche il suo ritorno discografico dopo oltre dieci anni da ‘Til Your River Runs Dry. Nonostante l’età, continuò comunque a dedicarsi alla musica: “Non ho mai smesso di scrivere ed esplorare nuove direzioni musicali, lasciando che l’ispirazione mi guidasse lungo il percorso,” raccontò ad “American Songwriter”. “La scrittura rimane una parte fondamentale della mia espressione creativa, fungendo da valvola catartica per i miei pensieri, emozioni ed esperienze”.

Nell’agosto del 2024, suonò con una nuova incarnazione degli Animals al Fool in Love Fest di Inglewood, in California, condividendo il palco con, tra gli altri, Diana Ross, Santana, Smokey Robinson, Lionel Richie e Al Green. Fu un set veloce, dove non mancarono classici immortali quali “Spill The Wine”, “Don’t Let Me Be Misunderstood” e, ovviamente, “The House Of The Rising Sun”.

Nel 2025 si parlò con un certo entusiasmo di un possibile ritorno discografico di Eric Burdon, con l’annuncio di un nuovo album, il primo dopo oltre un decennio, e di un nuovo tour previsto per il 2026. Tuttavia, al momento quelle prospettive restano più delle intenzioni che iniziative effettivamente realizzate.

Burdon, intanto, ha compiuto 85 anni e la leggenda degli Animals resta viva tra quanti hanno vissuto direttamente o, comunque, conservano viva la memoria di una delle stagioni più indimenticabili del rock.

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