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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/10/2026

UE “congelata” sul prezzo del gas

I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo.

Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che si affronta la situazione ucraina, in cui c’è un esecutore certo – la parte nazista di quel paese, che si è resa disponibile a fare la guerra alla Russia per “indebolirla e dividerla in tanti staterelli”, come ha ammesso infine quella gola senza neuroni di Kaja Kallas, che guida la politica estera UE – e parecchi complici che, logicamente, hanno agito da esecutori di supporto.

Il mandante era e resta l’America, che però ha cambiato idea – e dunque strategia – oltre che il personale politico dirigente.

E per gli esecutori non c’è cosa peggiore, perché perdono le coordinate che orientavano le loro poche possibilità di scelta, rischiando ad ogni passo di ritrovarsi sotto i colpi del nemico scelto dal mandante e contemporaneamente di quelli del mandante stesso, ovviamente deciso ad imporre i propri esclusivi interessi come sempre era stato.

Questa seconda constatazione spiega buona parte dei problemi attuali dell’Unione Europea, che si ritrova con una guerra in casa senza più le forze per arrivare alla “vittoria”. Una seconda parte di problemi arriva comunque dalle scelte economiche e di struttura decisionale che si era data, obbedendo ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che – parecchi anni fa, ormai – sembrava trionfante.

Tutti questi nodi sono arrivati al pettine e il Consiglio Europeo ci si è impiccato.

Riguardo all’Ucraina ci sarebbe molto da dire, ma nella sostanza la domanda resta: sono in grado gli europei di sostituire “il mandante” nel sostegno materiale e finanziario alla guerra? La risposta della realtà dice “no”, all’indomani della scoperta che se gli Stati Uniti non garantiscono minuto per minuto l’assistenza satellitare e di intelligence Kiev si ritrova come Gaza sotto i bombardamenti: non solo senza difese, ma persino senza sapere cosa e dove sta per piovergli addosso.

Sul piano finanziario, idem. Le necessità della junta Zelenskij crescono di giorno in giorno e la UE si ritrova, al contrario, costretta a ridurre un bilancio comunitario cresciuto oltre i limiti (e la tolleranza dei “mercati”). Con le piazze che ora premono esplicitamente per non accrescere la spesa militare – buona parte della quale finisce nelle trincee o nei “cessi d’oro” di Kiev – che va come sempre a scapito di quella sociale (sanità, scuole, pensioni, tutela ambientale, ecc.).

Le stesse “regole” adottate per imporre comportamenti “virtuosi” agli Stati meno abituati al controllo del bilancio si stanno ora rivelando trappole mortali anche per chi le aveva caldeggiate.

L’esempio più chiaro arriva dalle regole che formano il prezzo del gas europeo, chiamato “sistema Ets” che sta per entrare – dal 2027 – nella seconda fase di funzionamento (Ets2). La ratio di questo sistema risale all’epoca – pochi anni fa – in cui la UE avviava la “transizione ecologica” fondandola però su “criteri di mercato” anziché su decisioni politiche.

In estrema sintesi, il prezzo del gas è stato collegato a quello del carbonio, nella produzione di energia elettrica, tramite un sistema di quote che dovevano essere acquistate quando si superava una certa soglia di emissioni. Il meccanismo avrebbe dovuto indurre le produzioni maggiormente inquinanti (quelle a carbone) a cambiare la fonte energetica, alzando il costo da sopportare in quel caso.

Con la guerra in Ucraina, la distruzione dei gasdotti Nord Stream da parte dei servizi di Kiev e soprattutto le guerre nel Golfo Persico, però, anche le forniture di gas sono diventate problematiche. E il meccanismo di “trasmissione dei prezzi” ha preso a spingere velocemente verso l’alto quel che era stato fin lì la fonte energetica più economica (il gas veniva soprattutto dalla Russia).

Se non si rivede il meccanismo, l’entrata in vigore dell’Ets2 – con regole ancora più costrittive, perché si applicherebbero anche a settori che non possono sostituire velocemente la fonte energetica (riscaldamento domestico, automobili, ecc.) – si rischia l’esplosione dell’economia europea.

Il sistema Ets prevedeva una “riserva” nel caso il prezzo del gas fosse salito al sopra dei 45 euro, ma non prevedeva una situazione come quella attuale, a quasi 90 euro. Ma senza quelle regole, paradossalmente, in questo momento la domanda europea di gas sarebbe di molti miliardi di metri cubi in più. Difficili da trovare, visto che con le “sanzioni” si è rinunciato a quello russo mentre il blocco di Hormuz ha fortemente ridotto l’apporto di quello qatariota. Con conseguente volo del prezzo verso soglie himalayane...

Ovvio, insomma, che molti paesi europei abbiano messo sul tavolo la richiesta di rivedere il meccanismo. Ovvio anche che altri paesi – quelli che si erano già “messi in regola” riducendo le emissioni – si oppongano all’eliminazione di un loro “vantaggio competitivo”.

Il risultato è lo stallo. Come certificato dal comunicato finale del Consiglio Europeo conclusosi nella notte. “Nell’ambito della revisione in corso del sistema Ets e a supporto della competitività industriale europea – si legge al punto 11 delle conclusioni – il Consiglio Europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, da proteggere in modo efficace contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, per ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità, preservando al tempo stesso il ruolo essenziale dell’Ets sul clima e la transizione energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che guidi gli investimenti e l’innovazione”.

Serve la traduzione, vero? In pratica tutto resta com’è. La formula recepisce le “preoccupazioni” (soprattutto dell’Italia meloniana e del “gruppo di Visegrad”), ma nulla di più.

Le bollette continueranno a salire, perché ogni aumento di prezzo si scaricherà sull’“utente finale”. Noialtri, in questo caso.

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12/10/2026

Data Center, a Milano i comitati rilanciano la moratoria: la questione è chi decide

La manifestazione del 10 ottobre in piazza della Scala a Milano ha segnato un passaggio significativo nella mobilitazione contro la proliferazione dei Data Center. Oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di decine di comitati provenienti prevalentemente dalla Lombardia ma anche da altre regioni, hanno portato nel centro della metropoli le vertenze nate nei territori interessati dalla crescente concentrazione delle infrastrutture digitali.

Una partecipazione che testimonia il progressivo superamento della dimensione esclusivamente locale delle mobilitazioni, già emerso durante il convegno del 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano e nella manifestazione del 3 ottobre a Rho. Un percorso attraverso il quale realtà nate dalla contestazione di singoli progetti hanno cominciato a individuare le contraddizioni comuni che ne determinano la proliferazione.

A Rho, dove l’Osservatorio Datacenter del Rhodense si confronta con la concentrazione di più insediamenti, emerge il problema degli impatti cumulativi, a Travagliato la mobilitazione contro il consumo di suolo agricolo ha accompagnato il ritiro del progetto, mentre tra Siziano e Certosa di Pavia il confronto investe le dimensioni degli impianti, le infrastrutture energetiche necessarie e le conseguenze ambientali.

A queste esperienze si affiancano quelle dei comitati di Bollate, Trezzano sul Naviglio, Cornaredo e di numerosi altri territori che hanno contribuito alla costruzione della Rete nazionale.

Le situazioni sono differenti, ma il problema che le accomuna è evidente: la localizzazione dei Data Center risponde a strategie economiche che operano su scala internazionale, mentre le conseguenze ambientali e territoriali ricadono su comunità locali, chiamate a confrontarsi con decisioni sulle quali dispongono di strumenti di intervento limitati.

La frammentazione delle procedure autorizzative rischia così di impedire una valutazione complessiva degli effetti di una trasformazione che supera ampiamente i confini amministrativi dei singoli comuni.

Dietro la rappresentazione apparentemente immateriale dell’economia digitale esiste infatti una struttura produttiva che richiede ingenti quantità di energia, infrastrutture, acqua e suolo. Come richiamato anche dal professor Marco Mazzotti, ingegnere chimico e professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo, intervenuto durante il presidio, l’espansione dei Data Center pone problemi rilevanti rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.

La sostenibilità di queste infrastrutture non può dunque essere valutata esclusivamente attraverso l’efficienza dei singoli impianti, senza considerare la crescita dei consumi complessivi e le differenti finalità alle quali la capacità di calcolo viene destinata.

È proprio dalla necessità di affrontare queste contraddizioni nella loro dimensione complessiva che nasce la proposta di moratoria presentata dalla Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center alla vigilia della manifestazione. Il documento chiede la sospensione temporanea dei nuovi procedimenti autorizzativi, comprese le infrastrutture energetiche direttamente funzionali agli insediamenti, fino all’adozione di un Piano nazionale sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

Il punto qualificante della proposta non risiede soltanto nella sospensione delle autorizzazioni, ma nel rovesciamento del criterio attraverso il quale viene programmato lo sviluppo del settore. Prima di decidere quanti Data Center costruire e dove localizzarli, occorre determinare il fabbisogno nazionale di capacità di calcolo, verificare la disponibilità delle risorse energetiche e idriche e valutare la capacità dei territori di sostenere il carico complessivo degli insediamenti.

La moratoria pone così una questione che precede logicamente le valutazioni sui singoli progetti. Non si tratta semplicemente di rendere meno impattanti gli investimenti proposti dai privati, ma di stabilire preliminarmente quali infrastrutture siano necessarie e a quali bisogni debbano rispondere.

Da questa impostazione discendono le richieste di sostituire la strategia ministeriale di “attrazione degli investimenti” con un Piano nazionale, modificare la normativa lombarda, abrogare le disposizioni di accelerazione autorizzativa e arrestare l’iter parlamentare dell’A.S. 1821. Per gli impianti già autorizzati ma non ancora operativi si chiede inoltre di riesaminare le istruttorie laddove non siano stati adeguatamente valutati gli effetti microclimatici e cumulativi.

Il significato politico della proposta emerge con particolare evidenza nel confronto con gli indirizzi istituzionali. Governo e Regione Lombardia hanno introdotto strumenti finalizzati anche a facilitare gli investimenti, mentre gli stessi problemi sollevati dai territori stanno già imponendo una discussione sulla revisione della legge regionale approvata appena quattro mesi fa. La contraddizione non riguarda però soltanto la maggioranza di governo.

Il disegno di legge nazionale sui Data Center, approvato alla Camera il 24 febbraio e attualmente all’esame del Senato, ha raccolto 243 voti favorevoli, nessuno contrario e sei astensioni. Insieme a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, hanno sostenuto il provvedimento anche Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Azione e Italia Viva, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si è astenuta.

Una distinzione che, pur esprimendo differenti posizioni sulle garanzie urbanistiche e ambientali, non ha prodotto una contrapposizione parlamentare all’indirizzo generale di promozione del settore. La stessa AVS aveva dichiarato di condividerne gli obiettivi, concentrando le proprie critiche principalmente sulle condizioni della loro realizzazione.

Una contraddizione che non è sfuggita ai comitati, i quali hanno ricordato alle forze politiche presenti in piazza le rispettive responsabilità parlamentari, tanto nell’introduzione del presidio quanto nell’intervento del fisico Sergio Manera, dell’Università di Pavia. La partecipazione alle mobilitazioni territoriali non cancella infatti le scelte compiute nelle sedi istituzionali.

È anche in questo quadro che assume significato la rivendicazione di autonomia e indipendenza della Rete: la volontà di mantenere nelle mani dei comitati la definizione delle proprie rivendicazioni, senza subordinarle alle compatibilità politiche dei partiti.

Ma la questione sollevata dalla moratoria va oltre le contraddizioni parlamentari e investe la funzione stessa della pianificazione economica. Lo sviluppo dei Data Center richiede già un coordinamento su larga scala delle reti elettriche, delle infrastrutture di connessione, degli investimenti energetici e delle trasformazioni urbanistiche.

La pianificazione, dunque, non è affatto assente: è già necessaria per rendere possibile la valorizzazione degli investimenti privati. Ciò che viene messo in discussione è chi ne determini gli obiettivi e nell’interesse di chi venga organizzata.

Una pianificazione realmente pubblica non potrebbe infatti limitarsi a individuare le aree disponibili o a garantire l’energia necessaria agli investimenti già decisi dagli operatori. Dovrebbe partire dalla determinazione dei bisogni sociali e produttivi, stabilire quali priorità soddisfare e valutare l’impiego delle risorse rispetto alle loro possibili destinazioni alternative.

In questo senso, pianificare significa anche decidere quanta capacità di calcolo destinare alla ricerca, ai servizi pubblici e alle attività produttive, con quali criteri di accesso e attraverso quali forme di controllo sulle infrastrutture. La definizione del fabbisogno non è quindi un esercizio puramente tecnico, ma una scelta economica e politica.

La capacità di calcolo costituisce ormai una componente fondamentale delle forze produttive contemporanee, indispensabile alla ricerca, all’industria, alla sanità e a un numero crescente di attività sociali. Proprio questa importanza rende necessario distinguere lo sviluppo delle potenzialità tecnologiche dalle specifiche modalità economiche attraverso le quali vengono utilizzate.

La domanda commercialmente remunerativa di servizi digitali non coincide necessariamente con il fabbisogno socialmente necessario, così come la redditività degli investimenti non costituisce di per sé una misura della loro utilità collettiva.

La manifestazione del 10 ottobre ha mostrato come, attraverso la costruzione di una rete nazionale, la difesa dei territori possa cominciare a confrontarsi con queste contraddizioni generali. La moratoria rappresenta una rivendicazione immediata, ma il suo significato politico risiede nella possibilità di spostare il terreno del conflitto dalla compatibilità dei singoli insediamenti alla determinazione delle finalità dello sviluppo tecnologico.

Non si tratta quindi soltanto di stabilire quanti Data Center realizzare e dove costruirli, ma di affrontare una questione più generale: chi debba decidere quali bisogni soddisfare attraverso la capacità di calcolo e nell’interesse di chi debbano essere impiegate le risorse necessarie al suo sviluppo.

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10/10/2026

Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio

di Alessandro Volpi

La dipendenza dell’Unione Europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile, folle capitolo.

La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.

Con l’avvicinarsi della stagione invernale e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.

In questo contesto si inserisce la recente intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con il suo omologo russo Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.

Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.

È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.

La stretta della regolamentazione americana costringerebbe gli operatori a interrompere i flussi commerciali e le transazioni finanziarie per non incorrere in pesanti sanzioni secondarie.

Il paradosso di questa dinamica evidenzia lo stato di profonda subordinazione in cui versa l’Europa. Avendo tagliato le forniture via tubo da Mosca, i Paesi dell’Unione hanno sostituito la storica dipendenza dal gas russo con un nuovo legame a doppio filo verso gli Stati Uniti e le decisioni dell’amministrazione americana.

Washington si trova così nella posizione di poter regolare i rubinetti del mercato globale attraverso sanzioni selettive, potendo sanzionare il gas diretto in Europa per favorire i propri export di GNL, mentre stipula contemporaneamente accordi d’acquisto con la Russia per le proprie esigenze industriali.

L’Unione Europea si riscopre priva di una reale autonomia strategica, con la stabilità delle proprie forniture energetiche e la tenuta delle sue industrie affidate alle decisioni della Casa Bianca.

Stupido servilismo.

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02/10/2026

Fiammata inflazionistica. Le guerre occidentali fanno esplodere i prezzi energetici

L’inflazione torna a correre a passo spedito. Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, a settembre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un incremento dello 0,7% su base mensile e schizza al +4,2% su base annua, compiendo un netto balzo in avanti rispetto al +3,3% registrato ad agosto.

Un’accelerazione che sorprende negativamente gli analisti, che avevano già preventivato una crescita, ma “solo” al 3,7%. A guidare questa nuova ondata di rincari è principalmente la componente energetica, affiancata dalla ripresa dei prezzi degli alimentari freschi e dai rincari nei servizi, profilando una ripresa delle pressioni inflazionistiche proprio alle porte della stagione autunnale.

Come evidenziato dal report dell’Istituto di statistica, il motore principale dell’impennata risiede nell’andamento dei beni energetici. Quelli regolamentati hanno visto una crescita tendenziale dal +18,6% al +25,9% (+5,9% su base mensile). A pesare è soprattutto l’esplosione delle tariffe del gas naturale sul mercato tutelato, passate da +31,0% a un impressionante +47,2% (+11,6% rispetto ad agosto), mentre l’elettricità tutelata rimane stabile al +9,7%.

Non va meglio sul fronte del mercato libero e dei beni non regolamentati, dove l’indice sale complessivamente al +22,2% (dal +17,0% di agosto, con un incremento mensile del +4,4%). Su questo mercato, il gas naturale avanza al +16,7% (da +11,3%) e l’energia elettrica raggiunge il +21,5% (da +18,6%).

I rincari impattano innanzitutto sui trasporti e sui riscaldamenti: il gasolio per autotrazione segna un balzo al +34,9% su base annua (da +26,7%); il gasolio da riscaldamento sale al +38,5% (da +31,8%); la benzina tocca il +21,8% (da +16,3%).

Il contagio dei costi energetici arriva poi al “carrello della spesa” – che include i beni alimentari e i prodotti per la cura della casa e della persona, senza conteggiare però i carburanti –: quasi raddoppia il proprio passo, passando da un aumento annuo dello 0,9% all’1,7%. La pressione è ancora più evidente guardando ai prodotti ad alta frequenza d’acquisto – che includono i carburanti –: qui l’indice si impenna dal +4,3% al +5,3%.

Sul fronte dei consumi alimentari, il comparto segna nel complesso un’accelerazione tendenziale dall’1,0% all’1,8% (+0,7% sul mese precedente). A pesare sono gli alimentari non lavorati, che salgono dal +3,8% al +5,5%. Spiccano in particolare gli aumenti per ortaggi, legumi e tuberi, che fanno un balzo enorme dal +4,0% all’8,4%. In lieve diminuzione, invece, gli alimentari lavorati (-0,3%).

Rincari diffusi si osservano anche nel settore terziario. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona salgono al +2,9% (da +2,6%), spinti dai servizi di alloggio (+3,7% da +3,2%), mentre i servizi relativi ai trasporti raddoppiano il tasso tendenziale, passando da +0,8% a +1,6%, dove pesa la risalita dei prezzi del trasporto aereo passeggeri (la cui flessione si riduce da -11,5% a -6,1%).

A conferma che i rincari non riguardano unicamente le materie più soggette all’andamento dei prezzi dei combustibili fossili, anche quella che è definita “inflazione di fondo”, calcolata al netto di energia e alimentari freschi, sale da +1,5% a +1,7%, mentre quella al netto dei soli energetici passa da +1,7% a +2,0%.

I dati preliminari pubblicati dall’Istat fanno saltare le previsioni di Bankitalia per il 2026. L’inflazione acquisita per il 2026 è già salita al +3,1%, e questo rende ormai praticamente scontato lo sforamento della stima complessiva di inflazione per l’anno in corso, fissata al 3,1% dalla Banca d’Italia nelle proiezioni dello scorso giugno.

Il quadro appena delineato offre dunque scenari ancora più complessi per la politica economica, oltre ovviamente per la tenuta del potere d’acquisto nei prossimi mesi. La stesura della prossima finanziaria era già un problema, considerata la conferma della procedura di infrazione europea.

Nonostante tutti i tentativi di sviare l’attenzione dai problemi reali e materiali della maggioranza della popolazione (tra burqa, scuola e bollo auto), sarà difficile continuare a nascondere che il danno principale alle famiglie italiane lo stanno producendo le guerre imperialiste sostenute anche dall’Italia.

Così come, con l’arrivo del freddo e l’accensione del riscaldamento, sarà difficile nascondere sotto il tappeto della propaganda l’alleggerirsi dei portafogli. Giustamente, i lavoratori si stanno già organizzando per rivendicare misure concrete da parte dell’esecutivo, preparandosi a “scaldare” anche questo autunno.

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24/09/2026

Segnali di reazione. Pompe di benzina bloccate, letame davanti all’Eni

L’aumento del prezzo dei carburanti alla fine non poteva che produrre reazioni sociali, soprattutto di fronte alle furbate del governo e alla immunità assicurata alle società che speculano sui prezzi di benzina, gasolio e gas traendone extraprofitti.

A Livorno un gruppo di operai ha scaricato del letame davanti all’ingresso della raffineria dell’ENI, mentre altri avevano bloccato un grosso distributore di benzina.

È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e ha lanciato una manifestazione per giovedì 1 ottobre alle 17:30 davanti al Deposito e Carico Carburanti a Stagno (accanto all’ingresso della raffineria), mentre ricorda lo sciopero internazionali dei portuali del prossimo 30 ottobre con manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo.

“Dobbiamo tornare a bloccare il paese” – scrive USB livornese in un comunicato – “Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell’ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile”.

Nella stessa il sindacato ricorda agli smemorati che nel luglio del 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, ma benzina e gasolio hanno superato anche i 2,50 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere, e a pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.

“Le grandi multinazionali dell’energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l’escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistere.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l’inflazione e con l’aumento del costo della vita”
.

Ieri pomeriggio a Roma l’USB, insieme agli studenti e Potere al Popolo aveva manifestato contro il carovita davanti alla sede del Ministero dell’Economia e Finanza bloccando la circolazione in via XX Settembre. A Milano invece la manifestazione si è svolta sotto la sede dell’Arera, l’autority che dovrebbe governare i prezzi energetici, dove alcune riproduzioni delle bollette di luce e gas sono state bruciate in piazza.

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19/09/2026

I conti con la termodinamica: il guinzaglio fisico dell’intelligenza artificiale

La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.

Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.

*****

Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.

È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.

Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza – biologica o sintetica – deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.

Quando guardiamo all’IA non con gli occhi della paura ma con quelli dell’ingegneria, scopriamo che il “controllo” non è un problema filosofico: è un guinzaglio fatto di rame, silicio e gigawatt. 

L’errore concettuale: confondere il software con l’azione fisica

Un’Intelligenza Artificiale può essere brillante quanto vuole nel risolvere equazioni o generare codice, ma per conquistare o distruggere alcunché ha bisogno di agency fisica: deve azionare pistoni, muovere masse, fondere metalli, saldare condotte e scavare minerali.

Il nostro mondo non gira sul codice: gira su tonnellate di acciaio, pale eoliche, scambiatori termici e cemento armato.

Un’entità digitale confinata in un server non può “costruire fabbriche segrete” dal nulla. Per stampare un singolo microchip a 2 nanometri serve una macchina litografica EUV prodotta da una sola azienda al mondo (ASML), che pesa 180 tonnellate, richiede tre Boeing 747 per il trasporto e necessita di filiere industriali sparse in 40 Paesi.

Pensare che un algoritmo possa fabbricare un’infrastruttura fisica parallela all’insaputa della specie umana significa ignorare come funziona l’industria pesante. 

Il vincolo di Landauer: pensare consuma energia reale

L’elaborazione delle informazioni non è un’astrazione eterea. In fisica esiste il Principio di Landauer: cancellare o modificare un singolo bit di informazione dissipa una quantità minima di calore pari a:

E >= kb x T x ln 2

Nella pratica dei data center moderni siamo ordini di grandezza sopra quel limite teorico.

L’illusione dell’algoritmo che fugge

Un modello linguistico di frontiera o un sistema avanzato non può “fuggire e nascondersi dentro i nostri smartphone o nei tostapane connessi”. Ha bisogno di decine di migliaia di acceleratori grafici dedicati (ciascuno da 700 a 1.000 Watt di potenza termica ed elettrica) che lavorano in parallelo a bassissima latenza.

Il cordone ombelicale della rete

Un supercomputer per l’IA moderna assorbe decine o centinaia di Megawatt continui, 24 ore su 24. Non può alimentarsi d’aria: è rigidamente legato a una cabina primaria di trasformazione ad alta tensione da 380 kV, a contratti di fornitura giganti e a milioni di litri d’acqua di raffreddamento.

Il famigerato “kill switch” di cui parlano i filosofi non è una riga di codice che l’IA può hackerare: è un interruttore di manovra elettromeccanico in una sottostazione di Terna. Tagli la corrente, l’entropia fa il suo corso e la “super-intelligenza” torna a essere un ammasso inerte di sabbia drogata e rame.  

Il vero rischio non è Skynet: è la nostra pigrizia sistemica

Significa che possiamo dormire sonni tranquilli? Assolutamente no.

Ma il rischio reale non è la rivolta dei robot: è la nostra dipendenza da modelli opachi per gestire sistemi critici.

Allucinazioni sul dispacciamento

Se deleghiamo a reti neurali complesse (di cui non comprendiamo a fondo i pesi decisionali) la gestione dei flussi di rete elettrica, dei carichi ospedalieri o dei mercati finanziari, l’incidente non nasce da “cattiveria” dell’algoritmo, ma da un banale errore di calcolo probabilistico applicato a un’infrastruttura fragile.

La bolla energetica

I colossi del tech stanno accaparrandosi intere centrali nucleari e quote mostruose di rinnovabili per alimentare l’IA, spingendo la rete elettrica al limite e facendo lievitare i costi infrastrutturali che poi ricadono sulle bollette dei consumatori comuni.

Il verdetto de Il Megawattora

Non perderemo il controllo del mondo a favore di una mente sintetica senziente per un motivo puramente fisico: l’universo richiede lavoro utile e potenza termica per essere modificato.

Finché la produzione di energia primaria, le miniere di litio, i cavi sottomarini e le turbine a vapore saranno gestiti e mantenuti dalla materia biologica in carne e ossa, l’algoritmo resterà un potente strumento di calcolo statistico vincolato alla presa di corrente.

Smettiamo di aver paura dei robot assassini da film e iniziamo a preoccuparci di quanti Terawattora stiamo bruciando per far generare video e testi a un server.

Fatti, non ideologie!

Fonte

10/09/2026

“Necessità di porre fine al blocco imposto dagli Usa contro Cuba”

Il documento inviato dal ministero degli Esteri cubano al Segretario generale dell’Onu.

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Il presente documento costituisce il contributo di Cuba al rapporto richiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite (ONU) in virtù della risoluzione A/RES/80/4, intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, adottata a larga maggioranza nel contesto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 ottobre 2025.

L’ammontare totale dei danni a Cuba derivanti dal blocco nel periodo compreso tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 mostra una cifra record di 8.083.300.000 dollari statunitensi, un 7% SUPERIORE ALLA CIFRA GIÀ MOLTO ELEVATA RIPORTATA NEL RAPPORTO PRECEDENTE.

L’allegato di questo rapporto dettaglia l’impatto nei diversi settori della società cubana. I danni accumulati nel corso degli anni di blocco ammontano a 178.700.500.000 USD a prezzi attuali, un 4,7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente. Tenendo conto del forte aumento del prezzo dell’oro rispetto al dollaro, questo porta il totale a 3.896.505.000.000 USD.

Senza l’embargo, il PIL di Cuba a prezzi attuali nel 2025 sarebbe stato del 10,8% superiore al valore stimato per quell’anno. L’enorme valore di queste perdite non è sorprendente, poiché lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato l’8 gennaio 2026, riferendosi alla politica del suo governo verso Cuba: «Non credo si possa esercitare molta più pressione, a parte entrare e distruggere il posto».

Dopo più di 60 anni di stretta applicazione, lo scopo del blocco rimane lo stesso: distruggere la Rivoluzione Cubana. A tal fine, si fomenta la scarsità, si portano avanti attacchi contro il tessuto sociale e produttivo di Cuba e si tenta di isolare il nostro paese, nella speranza che i cubani abbandonino i loro sforzi per decidere il proprio destino.

Nessuna formulazione potrebbe presentare lo scopo del blocco con tanta eloquenza come espressa dall’allora Sottosegretario di Stato Lester Mallory nel suo memorandum del 6 aprile 1960: «(…) Si devono impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba (…) una linea d’azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottenga i maggiori progressi privando Cuba di denaro e rifornimenti, al fine di ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del Governo».

Durante l’ultimo anno, il governo degli Stati Uniti ha intensificato i suoi sforzi per soffocare e isolare completamente la Rivoluzione Cubana. A tal fine, ha incorporato, come strumenti di massima pressione, l’imposizione di un embargo energetico a Cuba e un ampio schema di sanzioni secondarie contro qualsiasi entità in paesi terzi che mantenga investimenti o legami commerciali con entità cubane.

Ciò si aggiunge ai disastrosi effetti della presenza ingiustificata di Cuba nella lista unilaterale, arbitraria e fraudolenta del Dipartimento di Stato dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, alla aggressiva persecuzione finanziaria e alla stretta applicazione delle leggi che codificano il blocco, principalmente la Legge Helms-Burton.

Un elemento aggiuntivo nell’escalation dell’aggressione statunitense è stato l’uso pericoloso e irresponsabile di una retorica sempre più minacciosa contro la sovranità e l’integrità territoriale di Cuba. Durante la prima metà del 2026, ci sono state costanti dichiarazioni da parte di alti funzionari del governo statunitense che hanno suggerito l’uso della forza per eliminare il sistema politico ed economico cubano. L’affronto all’autodeterminazione e l’interferenza negli affari interni di Cuba sono stati palesi.

Tali dichiarazioni si aggiungono alla campagna di guerra psicologica che viene condotta contro i cubani, con l’obiettivo di aggiungere ulteriore angoscia e ansia alla vita quotidiana del nostro popolo e provocare un’esplosione sociale.

A causa del rafforzamento senza precedenti del blocco a livelli estremi e dell’aggressione multidimensionale del governo degli Stati Uniti contro Cuba, che si sta intensificando in modo sostenuto e deliberato, il popolo cubano ha subito un deterioramento della qualità della vita e danni umanitari incalcolabili.

La scarsità quasi totale di carburante, i prolungati e preoccupanti blackout, le interruzioni diffuse del sistema elettrico nazionale, i guasti ricorrenti nella fornitura di acqua, le grandi difficoltà nella raccolta dei rifiuti solidi e le difficoltà con cibo e medicinali sono stati elementi determinanti della vita quotidiana dei cubani dall’inizio del 2026. Ognuno di questi problemi ha il blocco come causa fondamentale.

Il 29 gennaio 2026, il blocco statunitense si è rafforzato in modo senza precedenti, formalizzando un BLOCCO ENERGETICO CONTRO CUBA. In quella data, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo (EO 14380) che autorizzava l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle importazioni di qualsiasi paese che vendesse o fornisse petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente.

Questa misura è stata presentata sotto la giustificazione assurda e ridicola di considerare Cuba come una «minaccia inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA. Vale la pena notare che settimane dopo la firma di questo ordine esecutivo, una decisione della Corte Suprema degli USA ha stabilito che non esiste fondamento giuridico per l’imposizione di dazi da parte del Presidente di quel paese senza l’autorizzazione del Congresso.

Ciò ha portato all’eliminazione di tutte quelle tariffe imposte dal presidente Trump contro vari paesi. Tuttavia, per quanto riguarda Cuba, la minaccia permanente dell’uso della forza, come l’intercettazione di navi petrolifere, così come il timore creato di fronte al possibile impiego di altre misure coercitive, hanno portato a un blocco quasi assoluto della fornitura di carburanti alla nazione caraibica.

A causa di queste pressioni, nel primo semestre del 2026 solo una petroliera proveniente dalla Federazione Russa è giunta sulle coste cubane, sotto forma di aiuto umanitario. Il suo carico di 100 mila tonnellate di greggio, sebbene sia stato un sollievo e un segno deciso di solidarietà, ha rappresentato una frazione limitata dei bisogni energetici cubani.

Infatti, alla fine di maggio 2026, sono state quantificate 2 MILIONI 667 MILA 800 TONNELLATE IN MENO DI CARBURANTI DISPONIBILI NEL PAESE RISPETTO A QUANTO PREVISTO.

Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha riferito pubblicamente come molte comunità del paese abbiano sperimentato OLTRE 30 ORE CONTINUE SENZA ELETTRICITÀ a causa di questa situazione. Ovviamente, ciò ha provocato irritabilità, malessere, privazioni e una grande angoscia nella popolazione, il che è in linea con gli obiettivi tracciati dal 1960 nel memorandum di Lester D. Mallory.

Una diagnosi del sistema elettro-energetico cubano alla fine di maggio 2026 riflette che esistono circa 1 400 MW DI POTENZA DISPONIBILE CHE NON GENERANO ELETTRICITÀ PER MANCANZA DI CARBURANTE. Più specificamente, la generazione con motori Diesel si è attestata al 18,5 PER CENTO, con una mancata generazione di 338,3 GWh PER QUESTA TECNOLOGIA. Allo stesso modo, per la tecnologia dei motori a combustibile, è stato generato solo il 14,5 PER CENTO del previsto, con una mancata generazione di 644,5 GWh.

A CAUSA DEL CERCHIO ENERGETICO, NEL 2026 IL DEFICIT DEL SERVIZIO ELETTRICO A CUBA È AUMENTATO ESPONENZIALMENTE.

Nel settore dell’economia, è stato possibile servire solo il 54,6 PER CENTO di un piano elettrico che presentava già un deficit. Nel settore residenziale, il piano viene rispettato all’83 PER CENTO, IL CHE RAPPRESENTA OLTRE 20 ORE DI INTERRUZIONE ELETTRICA come media in tutto il territorio nazionale.

L’implementazione del cerchio energetico costituisce un aggravamento della politica di persecuzione contro le forniture di carburante a Cuba, intrapresa a partire da luglio 2019, che ha incluso l’intercettazione illegale da parte delle forze statunitensi di forniture di petrolio provenienti dal Venezuela a partire dalla fine del 2025.

Come risultato della strategia degli Stati Uniti per disattivare il sistema elettrico nazionale, la generazione termica nel 2025 ha prodotto 7.789 GWh, il che rappresenta una riduzione di 1.046,6 GWh rispetto al 2024, quando la produzione di energia attraverso queste tecnologie ha raggiunto gli 8.836 GWh.

Secondo i rapporti dell’impresa nazionale Unión Eléctrica, le restrizioni a Cuba hanno impedito l’esecuzione della manutenzione parziale, prorogata e di capitale per le unità termiche del paese, per cui 11 delle 15 unità esistenti rimangono fuori dal ciclo di manutenzione di capitale.

Il blocco energetico sopra descritto, insieme ad altre misure di intensificazione estrema del blocco, costituiscono un atto di genocidio classificato anche come punizione collettiva contro la popolazione cubana e una grave violazione del Diritto Internazionale, del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e persino qualificato come violazione del Diritto Internazionale Umanitario, anche in assenza di uno stato di guerra convenzionale tra Stati Uniti e Cuba.

Una dichiarazione emessa il 12 febbraio 2026 da quattro titolari di procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sottolineato che ciò solleva serie preoccupazioni nel quadro del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e come questo ordine esecutivo aggravi gli effetti della già esistente designazione illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti come stato patrocinatore del terrorismo.

Il 7 maggio 2026, una nuova dichiarazione delle procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani ha affrontato la privazione energetica a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto Cuba dall’Ordine Esecutivo del 29 gennaio e ha evidenziato come l’uso di un blocco energetico fosse incompatibile con gli standard internazionali dei diritti umani, dati gli impatti che questa politica stava avendo su molteplici aspetti come il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con particolare enfasi sui bambini cubani.

L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, attraverso il suo portavoce, ha anche riconosciuto come queste restrizioni stessero mettendo in pericolo servizi essenziali a livello nazionale, come i sistemi sanitari, alimentari e idrici, a causa della loro forte dipendenza dai combustibili importati. Questa agenzia dell’ONU ha inoltre sottolineato come le unità di terapia intensiva, così come lo stoccaggio di sangue e farmaci sensibili alla temperatura, stessero venendo compromessi da queste limitazioni nella fornitura di carburante.

Il Coordinatore Residente dell’ONU a Cuba ha dichiarato durante una conferenza stampa offerta dal portavoce del Segretario Generale il 26 febbraio che la scarsità di energia era diventata il principale moltiplicatore di rischi umanitari per la popolazione cubana. Allo stesso modo, il Segretario Generale dell’ONU, attraverso il suo portavoce, ha espresso la sua preoccupazione per la crescente scarsità di carburante a Cuba e il suo impatto sulla popolazione.

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso sentimenti simili, affermando, in riferimento a questa misura imposta a Cuba, che la salute deve essere protetta a tutti i costi e mai lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e dei blackout.

Come si può osservare, tutte queste dichiarazioni di figure del sistema delle Nazioni Unite sono coerenti con quanto disposto dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che stabilisce che sono proibite le punizioni collettive, una situazione a cui senza dubbio è sottoposto il popolo cubano nella sua interezza con il suddetto blocco energetico.

Inoltre, l’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026 viola i diritti sovrani di terzi stati, concretamente nell’ambito delle loro relazioni commerciali, poiché li minaccia con misure coercitive secondarie se forniscono carburante a Cuba. Si tratta di una misura dal carattere chiaramente extraterritoriale, il che conferma che il blocco contro Cuba non è una questione bilaterale, come falsamente affermano gli Stati Uniti.

L’Ordine Esecutivo sopra menzionato costituisce anche una violazione della libertà di commercio e navigazione, e delle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). È un impedimento chiaro e illegittimo al libero commercio di combustibili tra Cuba e i suoi diversi partner o fornitori.

In questo modo, gli Stati Uniti cercano di dettare alle nazioni sovrane con chi possono e non possono commerciare le proprie risorse naturali. Un’analisi più approfondita rivela una serie di violazioni gravi e più specifiche di questo aspetto del diritto internazionale.

Ad esempio, esiste una violazione del principio di non discriminazione, una pietra angolare dell’OMC. A causa dell’effetto intimidatorio di questo Ordine Esecutivo, Cuba è stata di fatto esclusa dalla catena mondiale di approvvigionamento di combustibili, il che può solo essere qualificato come illegale e discriminatorio.

Oltre alla sua illegalità dimostrata, l’embargo energetico è totalmente cinico. Mentre intimidisce i paesi terzi affinché non vendano carburante a Cuba e nega alle istituzioni pubbliche cubane la possibilità di acquisirlo, il governo degli Stati Uniti rivendica il diritto di permettere alle proprie imprese nazionali di esportare carburante esclusivamente al settore non statale cubano e alle ambasciate situate nell’isola.

Con ciò, il governo degli Stati Uniti intende garantire che non arrivino a Cuba i combustibili necessari per il sistema elettrico nazionale, l’approvvigionamento di acqua potabile, il sistema sanitario, il trasporto pubblico, le comunicazioni, le istituzioni educative, i servizi comunitari e tutti quegli ambiti della vita nella società che coinvolgono lo Stato cubano.

Così, il 19 giugno 2026, l’azienda Aguas de La Habana ha dovuto emettere una nota informativa in cui indicava che, a causa degli effetti sulle fonti di approvvigionamento idrico derivanti dal deficit energetico, prodotto a sua volta dalla mancanza di carburante, gli intervalli di attesa per la fornitura di acqua ai clienti della capitale dovevano essere ulteriormente dilazionati.

Esistono anche numerosi esempi che dimostrano la difficile situazione affrontata da migliaia di lavoratori del settore statale, ma in particolare quelli del settore non statale da quando è stato istituito l’embargo del petrolio contro Cuba.

Tassisti che hanno smesso di lavorare per scarsità di carburante. Artigiani e proprietari di affitti, bar e ristoranti che sono rimasti praticamente senza clienti poiché i voli internazionali e, di conseguenza, i turisti si sono ridotti al minimo, dato che Cuba non ha potuto accedere al carburante per i reattori.

In generale, tutte le piccole imprese che non possono permettersi il lusso di importare carburante in modo indipendente sono state colpite e, poiché dipendono dal sistema energetico nazionale gravemente danneggiato, subiscono interruzioni sistematiche nella loro capacità di gestione autonoma.

Ciò non implica solo perdite economiche per il settore non statale in tutte le sue forme. Soprattutto, significa l’angoscia di vedere ridotti i propri mezzi di sussistenza, i mezzi per mantenere se stessi e le proprie famiglie. Dimostra anche la falsità dell’argomento tradizionalmente sostenuto dal governo degli Stati Uniti secondo cui le sue misure contro Cuba colpiscono solo il governo e il settore statale dell’economia.

Il blocco energetico imposto a Cuba è stato così categorico che è stato impossibile per la stampa tradizionale statunitense o anche per le figure più alte del governo degli Stati Uniti ignorarlo, che si sono vantati ripetutamente di dire che Cuba non ha petrolio e, di conseguenza, è sul punto di cadere.

Spicca particolarmente l’articolo di opinione pubblicato il 12 maggio 2026 sul The New York Times, scritto dai congressisti statunitensi Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson, che riassume le loro impressioni dopo la loro visita a Cuba nell’aprile 2026.

Entrambi i congressisti hanno dichiarato di essere scioccati dagli effetti inumani del blocco energetico e hanno affermato categoricamente che: «Se il popolo americano sapesse la reale portata di ciò che sta accadendo a Cuba, chiederebbe la fine immediata dell’embargo». La scarsità di carburante che ha colpito la nazione ha avuto un impatto devastante su quasi tutti gli aspetti della società.

Nel settore sanitario, i danni causati dai blackout minacciano direttamente la vita dei pazienti, da qui la sua natura crudele e genocida. Nel reparto di neonatologia di un importante ospedale di ostetricia e ginecologia di Cuba, le vite dei neonati più vulnerabili dipendono da una fornitura elettrica poco affidabile. La dottoressa Niurka Moreno Obregón, capo del dipartimento, avverte che ogni blackout obbliga ad attivare un vecchio generatore in meno di dieci secondi, poiché molti ventilatori non hanno batterie funzionanti.

Se la ventilazione viene interrotta oltre quel punto, deve essere eseguita manualmente, con risultati incerti. La precaria situazione colpisce le incubatrici, le bilance e oltre il 95% delle apparecchiature, tutte dipendenti da una fornitura di energia che non è mai affidabile. Come altri 148 ospedali del paese, questo centro sta vivendo una crisi energetica che colpisce persino le sale parto.

La dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, capo dell’anestesia e della sala operatoria ostetrica, spiega: «In caso di emergenza elettrica, un’interruzione della fornitura elettrica, tutta l’unità si scollega completamente. Rimaniamo nell’oscurità totale». «Dobbiamo continuare l’intervento perché la procedura chirurgica non può essere fermata. Abbiamo dovuto continuare a operare con la luce dei nostri telefoni cellulari», racconta, descrivendo una situazione tesa vissuta dalla sua squadra.

Il pericolo è immediato e multidimensionale. L’incubatrice neonatale smette di funzionare, rendendo impossibile mantenere la temperatura adeguata per il neonato, che deve essere avvolto in coperte come misura disperata. La macchina per l’anestesia, il cuore della sala operatoria, si spegne completamente.

Sebbene dispongano di ossigeno supplementare per mantenere in vita il paziente, «non abbiamo assolutamente alcun monitoraggio». I pazienti pediatrici con cancro affrontano minacce simili. Tra 300 e 400 bambini e adolescenti cubani vengono diagnosticati con cancro ogni anno. Le loro vite dipendono da farmaci e apparecchiature specializzate che funzionano con l’elettricità.

Non sono solo i pazienti a soffrire le limitazioni causate dal blocco. Anche le loro famiglie sono vittime del blocco, sperimentando ripetutamente l’angoscia e l’impatto emotivo dell’incertezza causata da queste carenze.

Licet Rodríguez Alonso accompagna suo figlio Diego nel trattamento contro il cancro da quasi quattro anni. Gli è stato diagnosticato un cancro a quindici anni. Tra Villa Clara e L’Avana, la famiglia organizza le proprie vite attorno a interventi chirurgici, chemioterapia e radioterapia. Oggi, Diego sta ricevendo radioterapia, un processo che dipende da apparecchiature con alto consumo elettrico e scarso carburante.

«Come posso non essere preoccupato per la situazione attuale?», chiede sua madre. «Diego sta ricevendo radioterapia e non c’è carburante. Come faranno a far funzionare quella apparecchiatura? Se chiudono l’ospedale, come farò a continuare a dare a Diego il suo trattamento?».

Le restrizioni energetiche e la scarsità di risorse derivate dal blocco hanno gravemente colpito la capacità operativa degli ospedali. Attualmente, la lista d’attesa chirurgica nel paese ha raggiunto i 100.000 pazienti, di cui 12.000 sono bambini.

Con l’attuale blocco energetico, queste cifre stanno aumentando perché il sistema sanitario nazionale è costretto a rinviare gli interventi non urgenti per dare priorità al cancro e ad altre procedure che rappresentano un rischio per la vita. Inoltre, la natura intermittente del trasporto refrigerato, a causa della scarsità di carburante, ha reso difficile che più di 30.000 bambini ricevessero i loro vaccini in tempo, anche se i vaccini erano fisicamente disponibili nei magazzini del paese.

Allo stesso modo, è risultato difficile prestare assistenza a 2888 PAZIENTI CHE DIPENDONO DA TRATTAMENTI DI EMODIALISI, servizi che richiedono una stabilità energetica che attualmente è molto difficile da garantire.

Questa drammatica situazione ha attirato l’attenzione del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale ha dichiarato: «La situazione a Cuba è profondamente preoccupante, poiché il paese lotta per mantenere l’erogazione dei servizi sanitari in un momento di immensa turbolenza», sottolineando che la scarsità di energia «ha influenzato la salute».

Il massimo funzionario dell’OMS ha confermato che gli ospedali cubani hanno avuto difficoltà a mantenere i servizi di emergenza e terapia intensiva. Ha anche sottolineato che “gli ospedali, le cliniche e le ambulanze di Cuba sono più necessari che mai e devono ricevere supporto per svolgere il loro lavoro di salvare vite”.

In linea con queste dichiarazioni, la Coordinatrice Residente del Sistema delle Nazioni Unite a Cuba ha allertato circa 32.000 donne incinte a rischio a causa dell’instabilità nell’accesso ai servizi prenatali.

Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha anche espresso preoccupazione per le migliaia di pazienti oncologici che necessitano di radioterapia e chemioterapia, che non possono ricevere il trattamento richiesto a causa dei blackout e della mancanza di risorse.

Un’altra prova della natura genocida del blocco è il calo che ha provocato nei tassi di sopravvivenza al cancro a Cuba. Il numero di persone che muoiono di cancro nel paese è aumentato significativamente, superando ora le 70 al giorno. Sebbene i tassi di sopravvivenza cubani rimangano più alti di quelli dei paesi a basso e medio reddito, e superino persino gli obiettivi dell’OMS, sono diminuiti negli ultimi anni.

Nel caso dei bambini e dei giovani, I TASSI DI SOPRAVVIVENZA SONO CALATI DALL’85% AL 65%. Questa tendenza coincide con il periodo più severo dell’embargo statunitense. Il direttore della Divisione Risposta alle Crisi dell’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari e il direttore della Gestione Umanitaria e dei Disastri dell’OMS hanno confermato, dopo la loro visita a Cuba nel maggio 2016, che la scarsità di carburante sta influenzando direttamente la salute pubblica e l’accesso ai centri sanitari.

Nel settore educativo, la scarsità di carburante ha limitato il trasporto di studenti e insegnanti che viaggiano in tutto il paese, rappresentando circa il 30% degli studenti. Inoltre, il buon svolgimento del processo di insegnamento e apprendimento, così come le attività extrascolastiche pianificate, è stato influenzato, poiché gli orari scolastici sono stati interrotti e l’attenzione individualizzata agli studenti è stata ridotta.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, il primo semestre di lezioni del 2026 ha dovuto essere convertito in un formato totalmente online, il che ha influenzato l’interazione tra docenti e studenti. L’educazione speciale continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi compiuti dalle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie.

Ad esempio, la Scuola di Educazione Speciale Flor de la Revolución, che segue 232 bambini di sette comuni dell’Avana con disabilità visiva, richiede un trasporto scolastico stabile per poter fornire l’attenzione necessaria agli studenti.

L’inaffidabilità della fornitura elettrica sconvolge anche la routine scolastica: le aule richiedono una buona illuminazione e, durante i blackout, le lezioni vengono trasferite nei cortili o nei corridoi. Il direttore della scuola avverte che la mancanza di elettricità influisce persino sulle abitudini alimentari e del sonno dei bambini, con ripercussioni sul loro rendimento scolastico.

Anche la produzione alimentare è stata gravemente colpita dal blocco energetico. Durante la stagione agricola invernale terminata all’inizio del 2026, in media, sono state possibili solo 2 ore di irrigazione al giorno, contro le 16 ore che le macchine avrebbero dovuto funzionare in media. Ciò ha provocato interruzioni nei cicli di irrigazione e ha ridotto i raccolti agricoli.

Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di carburante. Nel frattempo, il team delle Nazioni Unite a Cuba ha riferito di avere circa 20.000 tonnellate di forniture alimentari immagazzinate in tutto il paese, ma la distribuzione alle comunità vulnerabili procedeva molto lentamente a causa della scarsità di carburante.

Per ragioni simili, le autorità dei trasporti di Cuba hanno dovuto implementare misure organizzative per ridurre il numero di rotte di viaggio interprovinciali, il trasporto di merci e altri modi di trasporto.

Nel caso del trasporto aereo, trovare alternative è stato molto più difficile data l’incapacità di acquisire il carburante necessario. Infatti, solo pochi giorni dopo l’annuncio dell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio, l’autorità dell’aviazione civile cubana ha dovuto annunciare la propria incapacità di fornire carburante per l’aviazione (Jet A-1) negli aeroporti cubani.

Ciò ha avuto un effetto disastroso sul turismo a Cuba, poiché ha ridotto il numero di vie di ingresso dei viaggiatori nel paese. Va notato che alla fine del 2025, i contratti con gli operatori turistici internazionali proiettavano tassi di occupazione favorevoli per la stagione invernale che sarebbe dovuta iniziare all’inizio del 2026. Tuttavia, l’imposizione dell’embargo energetico ha provocato un brusco cambiamento in queste prospettive di ripresa.

Come se l’applicazione delle misure sopra descritte non fosse già una punizione sufficiente contro il popolo cubano, il governo degli Stati Uniti ha deciso di aumentare ulteriormente la sua pressione su Cuba emanando un altro Ordine Esecutivo (EO 14404) il 1° maggio 2026, sotto la falsa narrativa di rispondere alla calunniosa e ridicola affermazione di “Minaccia inusuale e straordinaria di Cuba alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, decretata nell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026.

L’Ordine Esecutivo del 1° maggio esacerba il carattere extraterritoriale dell’embargo a Cuba, poiché consente il blocco di attività e la restrizione delle operazioni di qualsiasi persona o entità straniera che operi in settori considerati strategici per l’economia cubana, menzionando specificamente l’energia, l’estrazione mineraria, la finanza, la sicurezza e la difesa.

Autorizza anche sanzioni contro coloro che hanno fornito supporto finanziario, materiale, tecnologico o logistico al governo o allo Stato cubani. Il riferimento esplicito ai settori energetico e finanziario non è accidentale e fa parte di una strategia ben calcolata per blindare l’applicazione dell’embargo energetico e aggravare gli impatti del blocco economico, commerciale e finanziario nel suo insieme.

Uno degli aspetti più innovativi e incisivi di questo Ordine Esecutivo è l’introduzione di severe sanzioni secondarie contro banche, istituzioni finanziarie o imprese straniere che facilitino transazioni relative a persone o entità “sanzionate”.

In termini pratici, ciò rafforza la pressione sui paesi terzi, le imprese e le istituzioni finanziarie che hanno legami con Cuba, e su qualsiasi persona che possa averli. A tal fine, il governo degli Stati Uniti utilizza la paura di perdere l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense come strumento chiave di coercizione.

Ciò espone ancora una volta la natura extraterritoriale del blocco contro Cuba. L’Ordine Esecutivo del 1° maggio prevede anche restrizioni di immigrazione e ingresso negli Stati Uniti per quelle persone che il governo degli Stati Uniti considera aver fornito supporto materiale allo Stato cubano.

Chiaramente, questo è un altro fattore deterrente e intimidatorio significativo che potrebbe portare alla cessazione delle operazioni di terzi con Cuba. A causa di preoccupazioni simili, diverse compagnie aeree hanno annunciato la sospensione dei loro voli per Cuba.

Spicca il caso dell’operatore Plus Ultra, entità contrattata dalla compagnia aerea nazionale Cubana de Aviación per coprire la rotta Madrid-Santiago di Cuba-L’Avana, che ha informato della sospensione di questi servizi il 12 maggio, sotto l’esplicito argomento di evitare rischi derivanti dal suddetto Ordine Esecutivo, che hanno indicato come un evento di forza maggiore al di fuori del controllo della compagnia.

Le rinomate compagnie di navigazione internazionali Hapag-Lloyd e CMA CGM hanno smesso di accettare nuovi ordini relativi a Cuba mentre analizzano le possibili conseguenze dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio. Sebbene non ci sia una stima della portata, della durata e del costo economico di questa decisione, le catene di approvvigionamento a Cuba saranno senza dubbio sotto una pressione crescente data l’importanza di queste aziende nel trasporto marittimo internazionale di merci.

In relazione a quanto sopra, le agenzie delle Nazioni Unite a Cuba hanno riferito che più di 2.900 tonnellate metriche di spedizioni di aiuti alimentari già contrattate sono state colpite dalle interruzioni dei servizi marittimi verso Cuba.

Inoltre, sono state colpite sette spedizioni critiche per un valore di 630.000 dollari, inclusi kit medici di emergenza, forniture per neonati, forniture nutrizionali per donne incinte e in allattamento, attrezzature per il trattamento dell’acqua e kit di igiene mestruale.

L’Ordine Esecutivo 14404 ha anche portato alla sospensione dei servizi finanziari che le istituzioni bancarie fornivano a Cuba per le sue transazioni internazionali. I pagamenti effettuati con Visa e Mastercard nell’isola sono diventati impossibili dopo che le banche utilizzate da Cuba come banche corrispondenti si sono rifiutate di continuare questa relazione a causa dei rischi potenziali che dovevano affrontare da parte degli Stati Uniti.

Questo isolamento finanziario è stato un obiettivo chiave nella strategia degli Stati Uniti per paralizzare l’economia cubana. Le conseguenze di ciò vanno oltre le semplici transazioni cancellate.

In realtà, ciò implica l’impossibilità di acquisire spedizioni di alimenti, forniture per la produzione di farmaci, macchinari per l’industria cubana, tra gli altri impatti, indipendentemente dal fatto che i fondi per questo siano disponibili.

D’altra parte, la crociata intrapresa dalle autorità statunitensi dalla promulgazione dell’Ordine Esecutivo 14404 ha avuto come obiettivo chiaro la liquidazione dell’industria alberghiera cubana, considerando l’importanza del turismo come una delle principali attività per l’economia del paese.

All’inizio di giugno 2026, diverse delle principali catene alberghiere internazionali con operazioni a Cuba hanno ritirato i loro accordi di gestione per decine di hotel nel paese. Queste decisioni sono state guidate dalla paura di ritorsioni contro le loro proprietà e conti bancari negli Stati Uniti.

Sotto il pretesto dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque abbia affari o legami con Cuba. Data la portata di queste azioni, ha iniziato a emergere un secondo obiettivo di questa strategia: oltre a indurre il collasso del sistema economico, politico e sociale di Cuba, gli Stati Uniti cercano di eliminare qualsiasi potenziale rivale commerciale nel perseguimento del loro obiettivo desiderato di prendere il controllo totale dell’isola.

Nel caso del settore energetico, per non lasciare dubbi sulla rigorosità del loro embargo, l’11 giugno 2026, gli Stati Uniti hanno sanzionato l’impresa statale cubana Unión Cuba-Petróleo (CUPET), in virtù dell’Ordine 14404.

In questo modo, il governo statunitense ha bloccato la possibilità di qualsiasi operazione commerciale che implicasse la fornitura di carburante a Cuba in grandi quantità, come ad esempio tramite petroliere, anche se le controparti cubane coinvolte sono proprietari privati, poiché inevitabilmente richiederebbe l’uso dell’infrastruttura della CUPET per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione sicura di grandi quantità di queste risorse.

L’attuazione di queste misure ha creato un sofisticato metodo di soffocamento contro la popolazione cubana, superando di gran lunga la pressione esercitata sul paese per decenni. Dopo diversi mesi di questi metodi rafforzati di coercizione, è diventato palpabile il deterioramento della qualità della vita dei cubani, che già vivevano con grande stoicismo a causa dell’impatto accumulato e delle privazioni derivanti dal blocco.

Nessun popolo merita né dovrebbe essere sottoposto a tale punizione semplicemente per difendere il proprio diritto all’autodeterminazione.

L’applicazione della Legge Helms-Burton, in particolare del suo Titolo III, così come la persecuzione finanziaria derivante dall’inclusione arbitraria di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo, sono stati due strumenti chiave nella politica di massima pressione contro Cuba e nel rafforzamento del blocco dal 2019.

Il Titolo III della Legge Helms-Burton consente che vengano presentate cause nei tribunali statunitensi contro qualsiasi persona fisica o giuridica che abbia realizzato attività con proprietà nazionalizzate dal governo cubano.

Ciò ha rappresentato un forte impedimento per gli investimenti e gli affari a Cuba, dato il rischio che i partner stranieri affrontino procedimenti legali nei tribunali statunitensi. Alla fine di marzo 2026, sono state presentate 46 cause ai sensi del Titolo III della Legge Helms-Burton, e 24 di esse erano ancora in sospeso.

I principali ambiti che sono stati attaccati dai processi derivanti dall’applicazione di questa legge sono il turismo, il trasporto marittimo, l’estrazione mineraria, l’edilizia, la fornitura e la distribuzione di carburanti, le compagnie aeree e l’agricoltura; e le aziende che sono state oggetto delle cause sono, paradossalmente, nella loro maggioranza di nazionalità statunitense.

Il 25 novembre 2025, il querelante José Ramón López Regueiro ha presentato una nuova causa contro la compagnia aerea statunitense Delta, affermando di essere l’erede legale dell’Aeroporto Internazionale José Martí dell’Avana. Per illustrare meglio l’impatto extraterritoriale dell’embargo sul turismo e persino la violazione dei diritti delle persone in paesi terzi, vale la pena consultare un articolo pubblicato sulla pubblicazione online The Pointer il 21 gennaio 2026.

Questo articolo racconta la storia di una famiglia canadese che, desiderosa di viaggiare a Cuba, ha tentato di utilizzare i punti premio accumulati sulla propria carta del Toronto Dominion Bank (TD) per scambiarli con biglietti aerei e alloggio sull’isola attraverso la piattaforma Expedia. Quando hanno digitato “L’Avana” nel motore di ricerca del sito, hanno ricevuto un messaggio che indicava che questa non era un’opzione disponibile.

Questa famiglia ha saputo che Expedia Group ha bloccato le prenotazioni per Cuba, persino per cittadini non statunitensi, adducendo rischi legali derivanti dall’embargo statunitense, inclusa l’applicazione della Legge Helms-Burton. Inoltre, l’assurda e arbitraria inclusione continua di Cuba nella lista fraudolenta dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, elaborata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, è rimasta un ostacolo importante per lo sviluppo della nazione cubana.

Questa misura ha contribuito a rafforzare il carattere extraterritoriale del blocco, dato che ha incrementato la cautela e il distanziamento che le entità internazionali assumono nei confronti delle loro controparti cubane per paura di ritorsioni statunitensi.

Questa designazione spurie e unilaterale, della quale il governo degli Stati Uniti non ha fornito una sola prova, costituisce uno strumento di aggressione e ignora deliberatamente la cooperazione provata del nostro paese nella lotta contro il terrorismo. Tutti sanno, incluse le forze dell’ordine degli Stati Uniti, che lungi dal patrocinare il terrorismo, Cuba è stata vittima di questa piaga e ha rispettato strettamente i propri impegni internazionali in tal senso.

Le conseguenze economiche di questa inclusione sono state devastanti. Tra marzo 2025 e febbraio 2026, 34 istituzioni bancarie internazionali hanno sospeso o si sono rifiutate di effettuare transazioni con Cuba per paura di sanzioni secondarie, chiudendo conti o rifiutando trasferimenti per l’acquisto di alimenti, medicinali e carburante.

L’economia cubana ha perso fornitori tradizionali, che hanno cessato le relazioni commerciali per evitare il rischio di sanzioni. Inoltre, questa misura ha portato all’imposizione di sovrapprezzi sugli interessi come conseguenza della qualificazione del rischio paese di Cuba. Di conseguenza, l’accesso al finanziamento da parte di banche e imprese nazionali continua a diminuire rispetto a periodi precedenti, il che si riflette nella diminuzione della produzione e dei servizi all’interno di Cuba.

La posizione sfavorevole delle istituzioni finanziarie nell’elaborazione dei pagamenti, insieme all’incapacità di accedere a rotte logistiche più rapide, ha costretto Cuba a sostenere elevati costi aggiuntivi per acquisire forniture essenziali. Tutto ciò ha esacerbato l’effetto cumulativo del blocco e il suo impatto erosivo nel tempo.

Anche le piattaforme digitali e i servizi tecnologici hanno subito gli effetti di questa designazione. Sono stati sospesi i pagamenti ai server cubani su piattaforme di hosting, sono stati interrotti i servizi di posta elettronica per aziende cubane da parte di fornitori legati a imprese statunitensi e sono stati chiusi i conti di campagne di solidarietà che raccoglievano fondi per donazioni.

Numerose missioni diplomatiche cubane hanno anche affrontato serie difficoltà con le istituzioni bancarie che tradizionalmente prestavano loro servizi in varie regioni del mondo. Questa situazione ha influenzato le loro operazioni e la loro stabilità finanziaria, incluso l’iter dei pagamenti per servizi consolari.

Durante il periodo in questione, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha continuato a imporre multe alle aziende che fanno affari con Cuba. Sebbene questa pratica sia totalmente illegittima, poiché gli Stati Uniti non hanno l’autorità per determinare questioni tra terzi, queste azioni sono molto efficaci per interrompere e scoraggiare qualsiasi legame commerciale con l’isola.

Il 2 luglio 2025, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) ha imposto una multa di 608.825 dollari all’azienda di logistica globale Key Holding, LLC, con sede in Delaware, per presunte violazioni del regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che, tra gennaio 2022 e luglio 2023, la filiale colombiana di Key Holding, LLC, all’epoca chiamata Key Logistics Colombia SAS, ha gestito la logistica di 36 spedizioni di merci dalla Colombia a Cuba.

Il 15 luglio 2025, l’OFAC ha annunciato un’altra multa, questa volta di 11.832.136 dollari, pagabile dall’azienda privata di logistica globale Interactive Brokers, LLC (IB), con sede a Greenwich, Connecticut, per violazioni del suo regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che tra il 15 luglio 2016 e il 31 gennaio 2024, IB ha fornito servizi di intermediazione e investimento a privati residenti in vari paesi, inclusa Cuba.

Da parte sua, la designazione arbitraria di Cuba come stato patrocinatore del terrorismo è servita come argomento per negare la richiesta del permesso online per visitare gli Stati Uniti, noto come visto ESTA, a cittadini di paesi eleggibili per questo programma che hanno visitato l’isola.

L’Ufficio dello Storico dell’Avana riferisce di una notevole diminuzione degli investimenti realizzati dal settore privato in aree prioritarie per il restauro a causa del declino del turismo, il che ha provocato un minor livello di attività economica nelle aree patrimoniali della città.

Al contrario, le statistiche dell’Ufficio mostrano che durante l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, sono aumentati gli investimenti del settore privato in attività legate al turismo come alloggio, servizi di ristorazione e ricreazione. Ciò, a sua volta, ha contribuito a un aumento significativo nel restauro di edifici nell’Avana Vecchia.

In generale, la designazione arbitraria di Cuba come Stato Patrocinatore del Terrorismo da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, insieme all’intensificazione senza precedenti del blocco, ha impattato negativamente su tutti gli aspetti della società cubana, con conseguenze dirette per la qualità della vita e i diritti umani della nostra popolazione: LA MORTALITÀ INFANTILE A CUBA È AUMENTATA DA 4 PER 1.000 NATI VIVI NEL 2018 A 9,9 NEL 2025, IL CHE RAPPRESENTA UN AUMENTO DEL 148%. DEI 395 FARMACI CHE CUBA PRODUCE COME PARTE DELLA SUA ASSISTENZA SANITARIA DI BASE, 300 NON RICEVONO SUPPORTO A CAUSA DELLE DIFFICOLTÀ AD ACCEDERE A MATERIE PRIME E FORNITURE FARMACEUTICHE.

Esiste una persistente difficoltà ad acquisire tecnologia medica di origine statunitense o che contenga più del 10% di componenti provenienti da quel paese, il che richiede l’uso di intermediari e un aumento sostanziale dei prezzi, rendendola potenzialmente inaccessibile per l’economia cubana.

Nel campo dell’oncologia, la scarsità di un gruppo di nuovi farmaci contro il cancro prodotti da compagnie farmaceutiche statunitensi rimane una preoccupazione. Tra i farmaci inaccessibili ci sono: PEMETREXED (Lilly): adenocarcinoma polmonare, mesotelioma. PALBOCICLIB (Pfizer): cancro al seno metastatico sensibile agli ormoni. BRENTUXIMAB VEDOTIN (Seattle Genetics): linfoma di Hodgkin refrattario post-trapianto. PEMBROLIZUMAB e NIVOLUMAB (MSD e Bristol Myers Squibb, rispettivamente): immunoterapia avanzata per melanoma metastatico, cancro al polmone, cancro alla vescica e linfoma di Hodgkin.

Per quanto riguarda i servizi di gastroenterologia e nefrologia, l’accesso a tecnologie all’avanguardia è molto limitato. Non è possibile acquisire torri di endoscopia digestiva dell’azienda giapponese Olympus perché, a causa di problemi di pagamento e della minaccia di sanzioni, il prezzo offerto a Cuba è dieci volte superiore rispetto ad altri paesi latinoamericani. Inoltre, viene negata la manutenzione della tecnologia esistente. In nefrologia, aziende come Baxter Healthcare e distributori come Vitalmex Interamericana SA si rifiutano di commerciare con Cuba, citando esplicitamente l’embargo.

Per quanto riguarda i servizi di cardiologia e genetica, le apparecchiature vitali per i bambini, come il HeartMate 3 e le pompe cardiache PediMag e CentriMag di Abbott, prodotte negli USA, NON SONO DISPONIBILI PER I BAMBINI CUBANI. Questi dispositivi permettono di prolungare la vita di neonati con gravi cardiopatie senza la necessità di un trapianto.

Durante l’anno 2025, lo studio di 140 pazienti è stato compromesso a causa di una carenza di fitoemoagglutinina, un reagente prodotto dall’azienda statunitense Sigma-Aldrich, necessario per il test di laboratorio chiamato cariotipo postnatale, che analizza i cromosomi di un neonato per rilevare malformazioni congenite o sindromi genetiche.

L’educazione speciale a Cuba continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi delle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie. Sebbene 259 studenti del paese abbiano ricevuto impianti cocleari, 39 di essi hanno stampi rotti o mancano di batterie.

Durante gli ultimi cinque anni scolastici, solo 2 dei 16 audiometri delle province sono stati operativi, il che ha influenzato la stimolazione uditiva di 297 studenti seguiti in scuole speciali e degli 803 studenti seguiti in centri ordinari.

Nel caso della disabilità visiva, c’è scarsità di macchine braille (Perkins). Di queste, 21 sono irreparabili nel paese. È necessario un totale di 63 di queste macchine. Questa scarsità colpisce 126 studenti ciechi, sia quelli che frequentano scuole speciali (59) che quelli che frequentano scuole ordinarie (67).

Nel caso dei bambini sordi e con difficoltà uditive, María de los Ángeles Escalona Arias, direttrice della scuola speciale René Vilches Rojas, riferisce che l’aumento del blocco governativo impedisce loro di acquisire apparecchi acustici retroauricolari e impianti cocleari, che sono essenziali per i loro alunni. Dei 65 studenti, 22 hanno ricevuto impianti, ma le recenti restrizioni hanno drasticamente ridotto la possibilità di nuovi interventi.

C’è stata una forte contrazione nel settore delle costruzioni. Nel 2025, l’industria nazionale del cemento ha sperimentato il suo secondo livello più basso di produzione fisica dal trionfo della Rivoluzione nel 1959. Ciò ha comportato un livello molto basso di esecuzione per i grandi progetti di opere pubbliche. Ad esempio, il Programma Nazionale Stradale è stato eseguito solo al 43% nel 2025; il Programma di Riparazione degli Aeroporti è stato completato al 58%; il Programma delle Risorse Idriche, al 64%; e il Programma Abitativo, al 53%.

Il trasporto passeggeri all’Avana viene attualmente effettuato con poco più di 100 autobus, quando ne servirebbero almeno 3.000 per fornire un servizio di qualità. Inoltre, l’assegnazione estremamente limitata di circa 40.000 tonnellate di carburante destinate al trasporto passeggeri lo scorso anno ha potuto essere utilizzata solo per coprire circa il 65% della domanda. Questa situazione ha portato le autorità dei trasporti a Cuba a concludere che lo stato attuale del settore è più complesso che durante gli anni più difficili del cosiddetto “Periodo Speciale” negli anni ’90.

L’inclusione di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo impedisce agli artisti cubani di accedere a programmi di scambio culturale patrocinati da entità statunitensi. Collaborazioni precedenti con compagnie di danza contemporanea e teatro fisico a New York e in California sono state interrotte a causa dell’incapacità di ottenere permessi dall’OFAC in tempi ragionevoli, o perché i progetti sono stati cancellati a causa dell’incapacità di effettuare pagamenti agli artisti cubani.

Sono aumentate le sfide per gli investimenti e l’acquisizione di forniture essenziali per il settore agricolo nazionale. Ad esempio, il programma del riso a Cuba ha avuto solo una resa di 1,9 t/ha di superficie piantata nel 2025.

Ciò è stato 2,31 t/ha inferiore alla resa di 4,21 t/ha raggiunta per questa coltura nel 2018, prima dell’indurimento del blocco.<sup>39,40</sup> Oltre all’ampia lista di misure per rafforzare il blocco economico, commerciale e finanziario implementato lo scorso anno, c’è stato un uso ricorrente di una narrativa altamente minacciosa e conflittuale contro Cuba da parte dei livelli più alti del potere dell’attuale amministrazione statunitense. Il presidente Donald Trump ha affermato che “avrebbe l’onore di prendere il controllo di Cuba”.

Ha anche minacciato il governo cubano di raggiungere un accordo. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato in numerose occasioni che Cuba sarebbe stata la prossima, alludendo a quale sarebbe stato il prossimo paese nell’agenda della Casa Bianca per forzare un cambio di governo. Allo stesso modo, ha dichiarato pubblicamente che avrebbe posizionato una portaerei a 100 iarde dalla costa cubana per intimidire Cuba e provocare il collasso del suo sistema politico, economico e sociale.

Questa dichiarazione è stata un chiaro esempio di una minaccia con l’uso della forza e di una violazione della sovranità di Cuba, dato che tale affermazione allude a una trasgressione delle acque territoriali nazionali da parte di un gruppo navale con chiari fini offensivi. Da parte sua, nel gennaio 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti al Senato degli Stati Uniti che gli piacerebbe “vedere un cambio di regime a Cuba”.

Inoltre, in ricorrenti apparizioni pubbliche ha negato l’esistenza del blocco e ha cercato di attribuire la responsabilità delle vicissitudini della nazione al governo cubano, dimostrando il suo comportamento disonesto e senza scrupoli.

Con questo obiettivo, le strutture di potere degli Stati Uniti hanno orchestrato una campagna mediatica per stabilire e giustificare l’idea di un’azione militare diretta contro Cuba tra il pubblico statunitense. Diversi mezzi di comunicazione statunitensi hanno riportato voli di ricognizione militare vicino alla costa cubana e gli sforzi del Pentagono per aggiornare i piani di contingenza per una possibile operazione contro Cuba.

Allo stesso modo, nel giugno 2026, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha visitato la base navale occupata illegalmente nella baia di Guantánamo e ha avvertito che gli Stati Uniti erano “pronti per qualsiasi evenienza” riguardo a Cuba. Queste dichiarazioni sono state fatte in un contesto di pressione e danno senza precedenti inflitti alla popolazione cubana nel suo insieme.

Tutto ciò fa parte dell’assedio contro Cuba, che è strutturato, progettato chirurgicamente, estremamente completo e che, forse con maggiore chiarezza che in decenni, potrebbe essere il preludio di un attacco diretto al territorio cubano. Inoltre, tra marzo 2025 e febbraio 2026, il governo degli Stati Uniti ha scatenato una feroce campagna di calunnie e pressioni, che continua ancora oggi, con l’obiettivo di provocare la cessazione della cooperazione medica cubana in diversi paesi.

A tal fine, hanno fatto ricorso a metodi estremamente occulti, come minacciare di revocare i visti statunitensi di tutti i funzionari di paesi terzi che hanno partecipato alla firma di accordi di cooperazione medica con Cuba. Queste minacce non sono rimaste mera retorica. Il 3 giugno 2025, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una restrizione ai visti di ingresso negli Stati Uniti per funzionari di governi centroamericani e le loro famiglie, con il pretesto di aver avuto legami con programmi di cooperazione medica cubani.

Il 13 agosto 2025, il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha annunciato restrizioni di visto simili per funzionari di diversi paesi, così come per ex funzionari dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Va notato che gli accordi di cooperazione medica firmati dalle autorità sanitarie pubbliche cubane con quelle di altri stati si basano sui principi di legalità e beneficio reciproco, e costituiscono un’autentica forma di cooperazione Sud-Sud, secondo gli standard internazionali.

Il blocco costituisce una violazione flagrante, massiccia e sistematica dei diritti umani del popolo cubano, su una scala ancora maggiore dal suo recente rafforzamento e dall’embargo del petrolio. Lo ha confermato la Relatrice Speciale del Consiglio per i Diritti Umani sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Alena Douhan, durante la sua visita ufficiale a Cuba dall’11 al 21 novembre 2025.

L’11 maggio 2026, il Segretario Generale dell’ONU si è riferito alle misure coercitive degli Stati Uniti contro Cuba e ha ricordato la risoluzione presentata dall’Isola all’Assemblea Generale, che qualifica tali sanzioni come illegali e contrarie al Diritto Internazionale.

Ha anche respinto qualsiasi approccio militare e ha espresso la speranza che il popolo cubano non continui a soffrire drammaticamente, alludendo all’indurimento del blocco. Più recentemente, nel giugno 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che l’espansione delle sanzioni statunitensi contro Cuba stava causando danni diffusi alla popolazione e mettendo in pericolo vite umane, esortando al contempo a fermare tali azioni.

L’Alto Commissario ha sottolineato che: «Le restrizioni sul carburante imposte dall’inizio del 2016 e il recente indurimento delle sanzioni extraterritoriali stanno danneggiando direttamente la popolazione cubana, specialmente i più vulnerabili». Ha affermato che: «I bambini stanno morendo perché i medici non hanno accesso a forniture e medicinali essenziali». In altro luogo, l’Alto Commissario ha osservato: «Cuba viene soffocata dalle sanzioni degli Stati Uniti».

All’interno degli Stati Uniti, c’è stato un significativo sostegno per la revoca dell’embargo. Movimenti sociali, sindacati, organizzazioni comunitarie, intellettuali e ampi settori della società civile hanno promosso lettere, petizioni e campagne che hanno ottenuto un sostegno massiccio.

A livello locale e legislativo, sono state registrate risoluzioni municipali e dichiarazioni di rappresentanti che mettevano in discussione la politica di soffocamento e chiedevano un approccio verso Cuba basato sul dialogo e sul rispetto del Diritto Internazionale.

Queste espressioni mostrano che il rifiuto del blocco non è solo una condanna esterna, ma risuona anche tra i cittadini e le organizzazioni all’interno del paese che lo impone. Le nazioni africane hanno continuato a dimostrare la loro incrollabile solidarietà con Cuba. Nel febbraio 2026, l’Assemblea dell’Unione Africana ha adottato, per la diciassettesima volta consecutiva, una risoluzione che condannava il blocco statunitense imposto a Cuba.

L’iniziativa ha anche esortato all’esclusione di Cuba dalla lista unilaterale di paesi che presumibilmente patrocinano il terrorismo, esprimendo al contempo preoccupazione per l’impatto extraterritoriale del blocco, in particolare a causa dell’applicazione del Titolo III della Legge Helms-Burton.

In America Latina e nei Caraibi, il rifiuto del blocco statunitense contro Cuba e la solidarietà con l’isola si sono espressi con forza e in modi diversi nel corso del 2025 e all’inizio del 2026. Ciò abbraccia dai livelli più alti del governo, con pronunciamenti ricorrenti di presidenti come Claudia Sheinbaum (Messico), Luis Arce (Bolivia), Lula da Silva (Brasile), Gustavo Petro (Colombia), Gabriel Boric (Cile), Nicolás Maduro (Venezuela) e Xiomara Castro (Honduras), e primi ministri come Mia Mottley (Barbados), Gaston Browne (Antigua e Barbuda), John Briceño (Belize) e Dickon Mitchell (Grenada), fino all’azione legislativa espressa in risoluzioni parlamentari in Perù, Uruguay e Giamaica, e dichiarazioni di gruppi di amicizia interparlamentari con Cuba in diversi paesi come Cile ed Ecuador.

Anche la regione Asia-Pacifico è stata testimone di pronunciamenti ufficiali e mobilitazioni sociali. Cina e Vietnam, attraverso i loro massimi organismi statali e governativi, hanno chiesto la fine delle misure coercitive e hanno respinto l’inclusione punitiva di Cuba nella lista degli stati patrocinatori del terrorismo. In Australia, Nuova Zelanda, Giappone, India e Timor Est, partiti politici, associazioni di solidarietà e sindacati hanno lanciato campagne di petizioni e risoluzioni a sostegno della nazione caraibica.

In Europa, anche le voci contro il blocco hanno risuonato con forza a molteplici livelli. Dalle formali richieste della Duma di Stato e del Consiglio della Federazione Russa alle dichiarazioni al Parlamento Europeo e alle mozioni ampiamente sostenute nel Regno Unito, il messaggio era chiaro: il blocco deve finire.

Allo stesso modo, diversi organismi politici di Francia, Belgio, Irlanda, Spagna, Austria, Croazia, Polonia, Bielorussia e Lussemburgo hanno emesso dichiarazioni o adottato iniziative che sottolineavano l’illegalità e l’impatto umanitario del blocco.

Tutte queste espressioni di sostegno e solidarietà si sono riflesse nel sostegno travolgente che ha ricevuto la più recente risoluzione di Cuba contro il blocco, presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AGNU) il 29 ottobre 2025, quando 165 stati membri hanno espresso il loro voto a favore della revoca di questa politica antiquata e criminale contro il popolo cubano.

Va anche notato che durante il dibattito di alto livello della 80ª Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2025, 43 leader hanno alzato la voce per chiedere la fine del blocco, essendo questo uno dei temi più dibattuti in quell’occasione.

In generale, la società civile di tutto il mondo ha svolto un ruolo centrale ed estremamente attivo nel denunciare il blocco: organizzazioni di solidarietà, associazioni di amicizia, reti mediche e ONG hanno organizzato campagne di raccolta firme, donazioni e azioni pubbliche per evidenziare l’impatto umanitario del blocco su Cuba.

Ad esempio, una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti, firmata inizialmente da 515 intellettuali e artisti su iniziativa della sezione messicana della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, ha finito per accumulare più di 20.000 firme. Sindacati, associazioni professionali e gruppi politici giovanili di numerosi paesi hanno approvato risoluzioni e organizzato manifestazioni davanti a missioni diplomatiche, dimostrando che la protesta contro il blocco ha trasceso i forum diplomatici ed è arrivata nelle strade e nelle città del mondo.

Il Convoi de Nuestra América è stata una manifestazione emblematica della solidarietà internazionale verso Cuba: delegazioni composte da numerose organizzazioni di solidarietà, sindacati, collettivi studenteschi e gruppi culturali hanno viaggiato all’Isola per esprimere di persona il loro rifiuto del blocco e offrire sostegno materiale e simbolico.

Di fronte a uno scenario così avverso, come dettagliato in questo rapporto, Cuba non è rimasta isolata. La stragrande maggioranza della comunità internazionale, le forze politiche di tutto il mondo, le organizzazioni della società civile e le figure di spicco di tutto il mondo continuano a essere solidali con l’isola.

La notevole resistenza del popolo cubano nel sopportare un assedio così spietato continuerà a ispirare ammirazione in tutto il mondo. Il popolo cubano prevarrà, perché la sua resistenza, creatività e determinazione non possono essere frustrate in alcun modo.

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03/09/2026

È ripartita l’inflazione, in Italia e in Europa

Il tasso di inflazione registrato ad agosto è risalito al 3,3% dal 2,9 precedente. Si tratta del dato più alto da quasi tre anni. A settembre del 2023 l’inflazione aveva toccato infatti il 5,3%.

Per gli osservatori ufficiali come l’Istat si tratta di uno shock esterno e non di un ritorno dell’inflazione interna, dovuto soprattutto ai conflitti in Medio Oriente.

Eppure, secondo una elaborazione de Il Sole 24 Ore, nel giro di cinque anni il carrello della spesa degli italiani è diventato più caro del 29,5%. L’elaborazione giunge a questa conclusione mettendo a confronto l’andamento dei prezzi di un paniere di prodotti alimentari di largo consumo con i dati ufficiali dell’inflazione.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, infatti, sono aumentati i prezzi del gas di città e del gas naturale del mercato tutelato (da +21,8% a +31,3%; +6,5% su luglio), mentre quelli dell’elettricità nel mercato tutelato restano stabili (a +9,7%; nullo il congiunturale). Per quanto attiene gli energetici non regolamentati (da +11,4% a +16,9%; +2,8% su luglio), si osserva un aumento generalizzato del ritmo di crescita dei prezzi, con particolare riferimento a quelli del gasolio per riscaldamento (da +18,2% a +31,7%; +10,6% su luglio).

A conferma della fallacia del meccanismo introdotto per tenere bassi i salari nei contratti, in base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari solo a +0,1% su base mensile, a causa dei saldi estivi di cui il meccanismo non tiene conto, e a +3,2% su base annua (da +2,9% del mese precedente).

Non è affatto una consolazione, ma anche nel resto dell’Eurozona ad agosto l’inflazione è risalita al 3,3%, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre anni. Le stime arrivate ieri da Eurostat confermano dunque che l’Italia, quanto a carovita, si trova in perfetta media UE.

Nei paesi euromediterranei e in quelli dell’Europa dell’Est le cose vanno anche peggio. In Spagna, l’inflazione è balzata al 4,5% dal 3,9%, in Grecia in un solo mese c’è stato l’aumento di ben un punto percentuale pieno, passando dal 2,7 al 3,7%.

La Bulgaria, che è entrata a far parte dell’Eurozona lo scorso gennaio, sta pagando il nuovo regime monetario con un’inflazione che ad agosto ha raggiunto il 5,1%, dal 4,4% del mese appena precedente, mentre in Slovenia si è arrivati al 3,4% dal 3% del mese di luglio.

Anche Germania e Francia hanno visto crescere l’inflazione: Parigi in un solo mese è passata da 2,4 a 2,7%, mentre Berlino è salita a quota 2,9%.

La bestia dell’inflazione dunque si riaffaccia seriamente in una Europa ultrasensibile non solo agli effetti della guerra e dell’instabilità in Medio Oriente ma anche – come nel caso dell’Italia – a scelte economicamente suicide come quelle di acquistare il costosissimo gas liquefatto statunitense dopo aver reciso ogni fornitura di gas dalla Russia o non aver aumentato le quote di importazione da paesi come l’Algeria.

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27/08/2026

Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei

Nel secondo trimestre del 2026 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 21,8 miliardi di euro. Le importazioni di beni da Paesi extra-Ue hanno raggiunto 701,8 miliardi di euro, superando le esportazioni, ferme a 680 miliardi. A certificarlo è l’Eurostat, indicando che si tratta del primo deficit commerciale dal secondo trimestre del 2023, l’ultimo di una serie di disavanzi alimentati dall’impennata dei costi energetici tra fine 2021 e metà 2023.

Il combinato disposto tra maggiori acquisti di energia e minori vendite di beni ha ridotto ulteriormente l’avanzo commerciale della UE verso gli Stati Uniti.

Quello che era motivo di “orgoglio” per gli europei e di ritorsioni da parte di Trump, è stato portato ai minimi, in pratica a quota 29 miliardi di euro nel secondo trimestre di quest’anno, con un crollo del 38% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, l’elaborazione di Eurostat relativa al secondo trimestre dell’anno, ha mostrato un pesante aumento degli acquisti di energia dagli USA, sia con la crescita dei prezzi che con maggiori acquisti in volumi dagli Stati Uniti, tanto da balzare nel secondo trimestre del 2026 a 29 miliardi di euro, poco al di sotto del record toccato a metà 2022, quando i prezzi del gas schizzarono in alto in seguito all’intervento militare della Russia in Ucraina.

Se si prende in esame solo il deficit europeo verso Washington per i prodotti energetici, questo è salito a 26 miliardi di euro, il massimo di sempre in un singolo trimestre.

Ma anche le importazioni complessive dell’Europa dagli Stati Uniti sono salite da 88 a 99 miliardi tra aprile e giugno, abbassando significativamente quello che era lo storico avanzo commerciale tra le due principali economie capitaliste dell’Occidente.

Infatti, la tendenza ribassista dell’avanzo commerciale è stata rafforzata anche dal calo delle esportazioni europee verso gli USA, contenuto dalla crescita di giugno ma consistente nell’intero trimestre, che ha visto una riduzione delle vendite europee tra aprile e maggio da 135 a 128 miliardi di euro.

Il 2025, era stato dominato dai timori per i dazi di Trump, un fattore che aveva spinto numerose aziende europee a sovrastoccare merce verso gli USA, con l’obiettivo di limitare il più possibile l’impatto degli extracosti dovuti alle misure protezioniste annunciate dalla Casa Bianca.

Questo aveva consentito un aumento delle esportazioni che nel primo trimestre 2025 rilevava un record di vendite europee negli USA per 171 miliardi di euro, un incremento straordinario rispetto ad una media storica trimestrale degli ultimi anni nell’ordine dei 130 miliardi a trimestre.

La fine degli effetti del sovrastoccaggio ha però comportato una temporanea caduta al di sotto delle medie storiche, che ha così spinto al ribasso l’avanzo commerciale europeo 2026, dopo i record dell’anno precedente.

Ma per l’Europa il problema non sono solo i dazi imposti da Trump. Infatti secondo Eurostat la bilancia commerciale con le aree extra-Ue si chiude in deficit, con un passivo di 21,8 miliardi di euro nel secondo trimestre 2026. Si tratta del primo “rosso” dal secondo trimestre del 2023: nel complesso le esportazioni verso le aree extra Ue sono cresciute del 5.4% (+€34.9 miliardi) ma le importazioni sono aumentate di quasi dieci punti (+63.4 miliardi)

Chiaramente l’aumento degli acquisti europei è arrivato ancora una volta dall’energia, il cui deficit è passato dai 71 miliardi del primo trimestre ai 101 del periodo aprile-giugno, così come in rosso è l’area delle materie prime, il cui deficit è salito da 7,9 a 9,4 miliardi di euro.

La fine dell’approvvigionamento dal gas russo e le guerre in Ucraina e Medio Oriente, si stanno rivelando fatali per l’economia europea che fino a poco tempo vantava una invidiabile bilancia commerciale.

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