Nel secondo trimestre del 2026 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 21,8 miliardi di euro. Le importazioni di beni da Paesi extra-Ue hanno raggiunto 701,8 miliardi di euro, superando le esportazioni, ferme a 680 miliardi. A certificarlo è l’Eurostat, indicando che si tratta del primo deficit commerciale dal secondo trimestre del 2023, l’ultimo di una serie di disavanzi alimentati dall’impennata dei costi energetici tra fine 2021 e metà 2023.
Il combinato disposto tra maggiori acquisti di energia e minori vendite di beni ha ridotto ulteriormente l’avanzo commerciale della UE verso gli Stati Uniti.
Quello che era motivo di “orgoglio” per gli europei e di ritorsioni da parte di Trump, è stato portato ai minimi, in pratica a quota 29 miliardi di euro nel secondo trimestre di quest’anno, con un crollo del 38% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, l’elaborazione di Eurostat relativa al secondo trimestre dell’anno, ha mostrato un pesante aumento degli acquisti di energia dagli USA, sia con la crescita dei prezzi che con maggiori acquisti in volumi dagli Stati Uniti, tanto da balzare nel secondo trimestre del 2026 a 29 miliardi di euro, poco al di sotto del record toccato a metà 2022, quando i prezzi del gas schizzarono in alto in seguito all’intervento militare della Russia in Ucraina.
Se si prende in esame solo il deficit europeo verso Washington per i prodotti energetici, questo è salito a 26 miliardi di euro, il massimo di sempre in un singolo trimestre.
Ma anche le importazioni complessive dell’Europa dagli Stati Uniti sono salite da 88 a 99 miliardi tra aprile e giugno, abbassando significativamente quello che era lo storico avanzo commerciale tra le due principali economie capitaliste dell’Occidente.
Infatti, la tendenza ribassista dell’avanzo commerciale è stata rafforzata anche dal calo delle esportazioni europee verso gli USA, contenuto dalla crescita di giugno ma consistente nell’intero trimestre, che ha visto una riduzione delle vendite europee tra aprile e maggio da 135 a 128 miliardi di euro.
Il 2025, era stato dominato dai timori per i dazi di Trump, un fattore che aveva spinto numerose aziende europee a sovrastoccare merce verso gli USA, con l’obiettivo di limitare il più possibile l’impatto degli extracosti dovuti alle misure protezioniste annunciate dalla Casa Bianca.
Questo aveva consentito un aumento delle esportazioni che nel primo trimestre 2025 rilevava un record di vendite europee negli USA per 171 miliardi di euro, un incremento straordinario rispetto ad una media storica trimestrale degli ultimi anni nell’ordine dei 130 miliardi a trimestre.
La fine degli effetti del sovrastoccaggio ha però comportato una temporanea caduta al di sotto delle medie storiche, che ha così spinto al ribasso l’avanzo commerciale europeo 2026, dopo i record dell’anno precedente.
Ma per l’Europa il problema non sono solo i dazi imposti da Trump. Infatti secondo Eurostat la bilancia commerciale con le aree extra-Ue si chiude in deficit, con un passivo di 21,8 miliardi di euro nel secondo trimestre 2026. Si tratta del primo “rosso” dal secondo trimestre del 2023: nel complesso le esportazioni verso le aree extra Ue sono cresciute del 5.4% (+€34.9 miliardi) ma le importazioni sono aumentate di quasi dieci punti (+63.4 miliardi)
Chiaramente l’aumento degli acquisti europei è arrivato ancora una volta dall’energia, il cui deficit è passato dai 71 miliardi del primo trimestre ai 101 del periodo aprile-giugno, così come in rosso è l’area delle materie prime, il cui deficit è salito da 7,9 a 9,4 miliardi di euro.
La fine dell’approvvigionamento dal gas russo e le guerre in Ucraina e Medio Oriente, si stanno rivelando fatali per l’economia europea che fino a poco tempo vantava una invidiabile bilancia commerciale.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/08/2026
Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei
06/11/2025
Ucraina - L'inevitabile bomba delle finanze e della società
Ma le tinte fosche con cui è tratteggiato il futuro del paese est-europeo si sommano ai pericoli di una società reduce da una sconfitta e, per di più, che solo negli investimenti bellici può trovare un volano per la crescita. Il tutto, analizza il KSE, ipotizzando che “la guerra continuerà per la maggior parte del 2026”, come anche altre istituzioni – tra cui il Fondo Monetario Internazionale – hanno previsto. Analizziamo alcuni dei numeri presentati dall’istituto.
Il disavanzo commerciale per quest’anno è previsto aumenterà da 33 a 42 miliardi di dollari, un significativo +27% che deriverebbe dalle spese fatte per armamenti, con “donazioni” sempre più risicate dagli alleati occidentali, ma anche dai problemi causati dalla campagna di bombardamenti russi alle infrastrutture energetiche.
Con l’inverno in arrivo, le preoccupazioni aumentano, mentre appare chiaro che il passivo commerciale si stabilizza e si allarga proprio perché riguardante settori economici strategici ma bersagliati nello sforzo bellico. A ciò si deve aggiungere un deficit di bilancio che per il 2025 si prevede toccherà il 19,4% del PIL (41,7 miliardi), con una spesa militare che dovrebbe oltrepassare gli 85 miliardi nel 2026.
Le riserve valutarie potrebbero ridursi a poco più di un quarto di quelle attuali nel 2028, e questo anche perché è evidentemente cambiato l’impegno militare degli alleati. O meglio, come già evidenziato dal Kiel Institute, il meccanismo NATO attraverso il quale le armi statunitensi arrivano a Kiev, ora che devono essere pagate dai paesi europei, non è in grado di garantire la stessa dimensione dei flussi, alla faccia delle dichiarazioni propagandistiche dei guerrafondai nostrani sulla pelle degli ucraini.
Ma in un certo senso, a mettere ancora più preoccupazione è lo scenario post-bellico. Innanzitutto, con la fine del conflitto migliaia di persone verrebbero smobilitate e tornerebbero tra la manodopera disponibile. Poiché essa è largamente diminuita, tra morti ed emigranti, e poiché i lavori di ricostruzione sarebbero molti, i salari potrebbero continuare a resistere, come hanno fatto ultimamente. Sempre che non ci siano pressioni dei ricostruttori occidentali per avere un grande esercito di manodopera ad un costo ancora più basso.
Questo potrebbe essere lo scenario, sul medio-lungo periodo, soprattutto se l’Ucraina verrà integrata nei meccanismi del mercato europeo in maniera subordinata. Nel caso in cui Kiev voglia riprendersi davvero dalla guerra, senza cadere in altre subalternità, dovrà puntare su settori ad alta innovazione e valore aggiunto. Per garantire retribuzioni e la riattivazione di un virtuoso ciclo di investimenti, ma anche per avere qualcosa da porre sul piatto nelle relazioni con i propri alleati.
Ciò aiuterebbe anche le finanze: avere una produzione avanzata propria permetterebbe di sostituire le attuali importazioni ad alto costo, che se continuassero, renderebbero irrecuperabile il disavanzo commerciale. Seppur non spiattellando tutti i nodi della questione, il KSE parla proprio di questo, quando fa riferimento – persino nel settore agricolo – alla necessità di mettere a frutto le competenze acquisite nell’ambito delle tecnologie dell’informazione, dei droni, e così via.
L’istituto parla della necessità di consolidare l’assistenza internazionale, ma è chiaro che Kiev non potrà sperare di vivere solo di elemosine. Data la riconversione industriale degli ultimi anni, e anche l’esperienza “guadagnata” sul campo di battaglia, è probabile che gli unici settori ad alta innovazione in cui l’Ucraina potrà trovare spazio sono quelli della difesa e della sicurezza.
Qui però ci sono gli esempi storici a dirci cosa significherà per la sua società. Le retoriche nazionaliste accanto all’elogio del collaborazionismo banderista, lo sappiamo, sono già ben sedimentate nel paese, e anche nella sua diaspora. Immaginate quali siano le “possibilità di impiego” di una popolazione reduce da una non-vittoria (nel migliore dei casi), addestrata alla guerra e la cui unica opportunità di rilancio industriale passa per le armi.
Lo sdoganamento del nazismo è già avvenuto, la trasformazione in una ‘Israele europea’ – cioè in un popolo perennemente mobilitato per una ‘crociata’ – sarà possibile solo se la UE riuscirà a garantire la continuità del clima guerrafondaio, i relativi fondi e magari qualche impegno bellico concreto, facendo guadagnare anche il proprio complesso militare-industriale.
Ma quel che risulta evidente è che l’intreccio tra Kiev e Bruxelles come unica possibilità di sopravvivere nella competizione globale vale per entrambe. La prima ha bisogno dell’aiuto della seconda per non affondare, la seconda ha bisogno dell’esperienza e della propaganda antirussa della prima per far digerire la conversione bellica.
Rompere questa interconnessione apre invece opportunità di uno sviluppo pacifico, per gli ucraini, per i popoli europei, per tutti.
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27/04/2025
I dazi posso fermare il declino statunitense
L’atteggiamento del presidente Trump riguardo ai dazi appare ondivago: in una serie ininterrotta di dichiarazioni i dazi vengono messi, poi tolti e rimessi ancora. Il 2 aprile, il “giorno della liberazione” secondo la retorica trumpiana, sono stati annunciati dazi elevati per quasi tutti gli stati mondiali. Alla Ue sarebbero stati applicati dazi del 20%. Qualche giorno dopo, Trump li ha sospesi per 90 giorni, ma ha mantenuto dazi al 10% per tutte le merci e i dazi sull’acciaio e sull’alluminio al 25%. Inoltre, ha innalzato i dazi contro la Cina al 145%, salvo qualche giorno dopo esentare dall’aumento tutta una serie di prodotti elettronici provenienti dal paese asiatico.
La ragione di questo passo indietro sta nel fatto che Big tech, che ha appoggiato Trump, sarebbe stata penalizzata dai dazi alla Cina, visto che da lì provengono molti componenti e prodotti finiti delle multinazionali statunitensi, come l’iPhone della Apple. Inoltre, prima della pausa di 90 giorni, Barclays aveva stimato un calo di tutti i fondamentali economici. Il Pil per il terzo trimestre era previsto in contrazione dell’1,5% e nel quarto dello 0,5%, cosa che avrebbe provocato una recessione. L’inflazione sarebbe passata dal 3,4% della fine del 2024 al 4% di fine 2025, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata.
Secondo alcuni, dentro il campo trumpiano ci sarebbe una spaccatura tra, da una parte, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il segretario al commercio, Howard Lutnik, che premevano per un approccio più morbido e, dall’altra parte, il consigliere di Trump per il commercio e la manifattura, Peter Navarro, e il capo dei consiglieri economici, Stephen Miran, che hanno una posizione più dura. In particolare Stephen Miran rappresenta la vera eminenza grigia che sta dietro la politica dei dazi, avendo teorizzato il loro uso in A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System.
La decadenza degli Usa secondo Todd
La spiegazione della politica dei dazi sta nella situazione di decadenza, politica, culturale ed economica, in cui versano gli Usa. Sulla decadenza economica degli Usa è interessante quanto rileva il sociologo francese Emmanuel Todd. “Tra l’inverno e il giugno 2023” – scrive Todd – “un profluvio di studi ha rivelato che gli Stati Uniti non erano in condizione di produrre le armi di cui l’Ucraina aveva bisogno”[i]. I punti di forza dell’economia statunitense sono, da una parte, il gas e il petrolio, e, dall’altra parte, le Gafam[ii] e la Silicon Valley. In mezzo, tra questi due settori, c’è la manifattura, che è stata terribilmente ridotta negli ultimi decenni. La carenza produttiva statunitense è stata messa allo scoperto dalla guerra in Ucraina, attraverso la banalissima incapacità di produrre un numero sufficiente di proiettili da 155mm, standard della Nato. Ma non c’è nulla che gli Usa possano produrre in quantità sufficiente, compresi i missili.
Secondo Todd, il Pil americano, che è il maggiore del mondo, è in realtà gonfiato da servizi alle persone la cui efficacia e utilità è dubbia. Per questa ragione, il sociologo francese propone di passare dal Pil (prodotto interno lordo) a un nuovo indicatore della produzione di ricchezza, il Pir (prodotto interno reale). Il Pil pro capite Usa era nel 2022 di 76.000 dollari. Di questi solo il 20%, circa 15.200 dollari, è composto di settori fisici dell’economia (industria, trasporti, edilizia, miniere, agricoltura). L’ammontare del Pil rimanente è in servizi, equivalenti a 60.800 dollari. Ma di questa cifra esisterebbe realmente solo il 40%, pari a 24.320 dollari. In questo modo si otterrebbe un Pir pro capite di 39.520 dollari, leggermente inferiore al Pil pro capite dei paesi dell’Europa occidentale.
Un altro indicatore della reale dimensione economica di un paese è lo scambio di beni reali con l’estero. In questo ambito gli Usa mostrano un enorme deficit commerciale: essi consumano molto più di quanto producono. L’America, dice Todd, vive su flussi di importazioni non coperti da esportazioni bensì da emissioni di dollari, grazie al fatto che il dollaro è la valuta di riserva mondiale. La dipendenza dall’estero, in termini di deficit commerciale, è aumentata del 60%, al netto dell’inflazione, tra 2000 e 2022 e nonostante la svolta protezionistica avviata da Obama, rafforzata dalla prima amministrazione Trump e proseguita da Biden.
Ma il declino degli Usa non è solo materiale bensì anche umano. L’industria della difesa negli anni '80 impiegava 3,2 milioni di lavoratori, oggi ne impiega solo un milione. Nonostante abbia oltre il doppio della popolazione della Russia, l’America produce il 33% di ingegneri in meno. Si è generata una fuga di cervelli da ingegneria e materie scientifiche verso figure dei servizi, come avvocati, banchieri e altre professioni, che Todd definisce parassitarie. Per questa ragione, gli Usa sono diventati dipendenti nei settori Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) dai lavoratori importati, che sono passati dal 16,5% sul totale nel 2000 al 23,1% nel 2019.
La carenza di ingegneri si riflette anche sulla reale potenza militare degli Usa. Un esercito moderno si regge sulle sue capacità tecniche, dal momento che la maggior parte dei suoi ufficiali, soprattutto nei reparti tecnici dell’aeronautica e della marina, sono ingegneri. L’incapacità a formare un numero adeguato di ingegneri “fa nascere più di un dubbio sul reale potenziale dell’esercito americano nell’eventualità di un grande conflitto. È per questo motivo che la fuga dei cervelli verso le scuole di diritto o di economia e commercio minaccia direttamente la potenza militare americana. Non si vince una guerra imponendo al nemico sanzioni economiche o bloccando i suoi conti”.[iii]
Perché i dazi secondo Miran
Di fronte a questa situazione di decadenza, è emersa all’interno di una fazione delle élite statunitensi la necessità di reagire, ristrutturando il sistema del commercio mondiale. A esprimere questa tendenza è Stephen Miran, che spiega le cause della decadenza americana e i modi per uscirne. Secondo Miran i problemi degli Stati Uniti – in particolare la deindustrializzazione e delocalizzazione e la crescita abnorme del deficit commerciale e del debito pubblico – possono essere fatti risalire al fatto che il dollaro statunitense è valuta di scambio e di riserva mondiale.
Secondo il Fondo monetario internazionale, ci sono 12 trilioni in riserve nel mondo detenute da istituzioni ufficiali. Di queste il 60% è in dollari statunitensi. Dal momento che il dollaro ha il particolare status di moneta di riserva mondiale, gli altri paesi sono costretti ad acquistare asset in dollari, a partire dai titoli di stato, determinando una costante sopravvalutazione del dollaro rispetto alle altre valute. Con un dollaro “forte”, i consumatori statunitensi trovano conveniente acquistare prodotti dall’estero; mentre le imprese che producono negli Usa si trovano doppiamente svantaggiate, sia sul mercato interno sia sui mercati esteri, perché le loro merci risultano più costose. Dal momento che, per queste ragioni, le importazioni aumentano e le esportazioni diminuiscono, il debito commerciale cresce. Inoltre, le imprese americane, essendo svantaggiate nella competizione con le imprese estere, devono chiudere o trasferirsi all’estero. Questo problema si accresce nelle recessioni, perché il dollaro e i titoli di stato sono un asset “sicuro” e la loro domanda cresce nelle crisi. Ciò, rileva Miran, ha determinato la perdita di milioni di posti di lavoro nella manifattura e la crisi di molte città industriali, dove cresce la dipendenza dagli aiuti statali e dagli oppiacei.
In una economia normale, la crescita del debito commerciale dovrebbe generare alla lunga la svalutazione della moneta del paese importatore, che renderebbe le sue merci più competitive, riducendo il debito commerciale. Questo, però, negli Usa non avviene, a causa del fatto che il dollaro è valuta di riserva mondiale e la richiesta di riserve non diminuisce. Da qui la permanente situazione di deficit commerciale. Ma lo status del dollaro incide anche sulla sostenibilità del debito pubblico. Infatti, essendoci una costante richiesta di titoli di stato statunitensi, secondo Miran gli Usa possono aumentarne l’emissione senza che per questa ragione aumentino i tassi di interesse sul debito stesso.
Secondo Miran, gli Usa forniscono al mondo gli asset di riserva, linfa vitale per i sistemi globale commerciale e finanziario, e la sicurezza. Quest’ultima è garantita dalle Forze armate statunitensi e dallo status di riserva che permette di impartire sanzioni economiche a chicchessia. Il problema, sostiene sempre Miran, è che gli Stati Uniti pagano questo “servizio” al mondo libero con la perdita di competitività dell’industria, ottenendo in cambio condizioni di prestito solo modestamente più economiche. Inoltre, Miran sembra dare ragione a Todd, quando dice che la delocalizzazione, che deriva dallo status del dollaro, determina una deindustrializzazione che mina anche la potenza militare degli Usa. Infine, lo status del dollaro è sempre più difficile da sostenere perché gli Usa, oltre a diminuire il loro potere militare, crescono meno di quanto cresca l’economia mondiale: la quota statunitense del Pil mondiale è passata dal 40% degli anni ’60 al 26% odierno.
Come si può risolvere questo problema? Naturalmente gli Usa non possono rinunciare allo status del dollaro come valuta di riserva, tanto che, come ricorda Miran, Trump ha minacciato di punire quei paesi che dovessero abbandonare il biglietto verde. Inoltre, non ci sono alternative al dollaro oggi, visto che lo yuan cinese non ha le caratteristiche per essere valuta di riserva e l’euro, sebbene le abbia, è la valuta di un’area economica che ha ridotto la sua quota sul Pil mondiale più degli Usa. Per questa ragione la soluzione prospettata da Miran è l’introduzione di dazi. I dazi presentano effetti collaterali negativi, dal momento che determinano l’aumento dei prezzi dei beni importati e con essi dell’inflazione. Tuttavia, Miran dice che l’aumento dei prezzi è compensato dai movimenti valutari. Il rafforzamento del dollaro, come avvenuto durante la prima presidenza di Trump, può compensare in gran parte l’aumento dei prezzi. In questo caso, si ottiene un aumento delle entrate statali attraverso i dazi, senza generare inflazione. Ma anche se un tale controbilanciamento non dovesse esserci, col tempo gli alti prezzi incentiveranno una riconfigurazione delle catene di fornitura e i produttori americani miglioreranno la loro competitività. Probabilmente, i dazi non determineranno una rilocalizzazione delle produzioni a basso valore aggiunto, per le quali economie più povere hanno maggiori vantaggi comparati, ma difenderanno le produzioni ad alto valore aggiunto, impedendone la fuga all’estero, e riequilibreranno la bilancia commerciale.
Punti di debolezza dell’analisi e della proposta di Miran
La domanda che dobbiamo porci è: i dazi possono risolvere la condizione di decadenza economica degli Usa? Come Emmanuel Todd, noi pensiamo che il declino statunitense abbia un carattere irrevocabile. In primo luogo, perché la sopravvalutazione del dollaro non è la causa primaria della delocalizzazione, della deindustrializzazione e del crescente debito commerciale che affliggono gli Stati Uniti. La causa primaria è la sovraccumulazione assoluta di capitale. Questo significa che è stato accumulato troppo capitale in mezzi di produzione rispetto alla capacità di raggiungere un profitto adeguato. Ne consegue una tendenza alla caduta del saggio di profitto. Da qui la spinta a trasferire i capitali o nella speculazione finanziaria o nei Paesi meno sviluppati dove il saggio di profitto è più alto, come nei paesi dell’Estremo Oriente, a partire dalla Cina.
La globalizzazione, che è stata indicata come la causa delle sofferenze della classe operaia americana (e occidentale), non è niente altro che la conseguenza, per dirla con David Harvey, di uno spatial fix, cioè di un “aggiustamento nello spazio” della produzione capitalistica[iv]. Un tale trasferimento geografico della produzione è tipico dell’accumulazione capitalistica: i paesi di più vecchia industrializzazione devono, per forza di cose, trasferire la produzione verso i paesi di nuova industrializzazione che presentano condizioni migliori di accumulazione. Così è accaduto, dopo la Gran Bretagna, anche agli Usa, che hanno visto le loro produzioni spostarsi prima verso l’Europa occidentale e poi verso l’Asia. Lo sganciamento del dollaro dalla convertibilità con l’oro (1971), che permette agli Usa di finanziare debito commerciale e pubblico stampando dollari, è concomitante alla espansione delle transnazionali statunitense in Europa occidentale[v] e al presentarsi di permanenti e sempre più grandi deficit della bilancia commerciale, che hanno inizio nel 1968, durante la guerra del Vietnam. Lo status di valuta di riserva e la sopravvalutazione del dollaro hanno consentito di compensare l’espansione all’estero delle imprese statunitensi e la creazione di deficit della bilancia commerciale.
Il dollaro, inoltre, è, come dice Todd, una “malattia incurabile”: “L’America produce infatti il dollaro, che è la valuta del mondo, e la sua capacità di estrarre ricchezza monetaria dal nulla la paralizza”.[vi] Todd fa riferimento al Dutch disease, ossia a quella condizione particolare per cui un paese ha abbondanza di una risorsa naturale – di solito gas o petrolio – da cui deriva l’aumento del valore della sua moneta la cui forza frena lo sviluppo di altri settori dell’economia. Lo stesso accade agli Usa che dispongono di una risorsa illimitata, il dollaro. Per questa ragione è difficile correggere un sistema del genere, essendo molto più facile produrre valuta che produrre beni. L’introduzione di dazi contro la concorrenza dell’industria straniera perde la sua efficacia se la vera concorrenza viene da una emissione interna di moneta. Infatti, l’aumento del deficit commerciale persiste nonostante la svolta protezionistica ufficiale di Obama, rafforzata dalla prima presidenza di Trump e proseguita da Biden.
Ma ci sono anche altri elementi nel ragionamento di Miran che non tornano. Secondo Miran l’apprezzamento del dollaro dovrebbe compensare l’aumento nominale dei prezzi provocato dai dazi, come è accaduto durante la prima presidenza di Trump. Al contrario, oggi stiamo assistendo al processo inverso: il dollaro si è indebolito del 9% da inizio anno su un basket di valute internazionali, mentre l’euro è vicino all’1,14 nei confronti del biglietto verde[vii]. Di conseguenza, in assenza di un controbilanciamento valutario, i dazi provocheranno una diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori americani, colpendo molti settori popolari che avevano votato per Trump.
Ma anche rispetto al debito pubblico ci sono dei fatti che mal si conciliano con quello che sostiene Miran. Infatti, recentemente si è registrata una fuga dal dollaro e dal debito pubblico statunitense, dovuta ai maggiori acquirenti esteri di debito pubblico statunitense, Giappone e Cina. Non a caso recentemente i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, i Treasury, sono cresciuti mettendo in difficoltà l’amministrazione Trump. Alcuni commentatori, si sono spinti a ventilare l’ipotesi che Trump abbia sospeso per 90 giorni i dazi universali superiori al 10% dopo aver convinto gli stati esteri a comprare titoli di stato americani in un’asta dove effettivamente gli acquisti di Treasury sono stati quasi tutti esteri[viii]. Teoricamente in una condizione di incertezza gli investitori dovrebbero rivolgersi verso i beni rifugio che tradizionalmente sono quattro: il dollaro, i Treasury, il franco svizzero e l’oro. Di fatto, i primi due non stanno funzionando. Al contrario, il franco svizzero è ai massimi (del resto come lo yen e l’euro) e l’oro va benissimo, essendo acquistato da parte delle banche centrali non allineate al dollaro, soprattutto quella della Cina, che provano a costruire una base più consistente di riserve estere indipendenti, proprio a scapito di dollaro e Treasury. Non è un caso che l’amministrazione Trump stia spingendo per aumentare gli acquisti interni di debito nazionale. Le critiche di Trump al presidente della Fed, Powell, nascono dalla volontà di costringere la banca centrale a fare politiche espansive basate non solo sulla riduzione dei tassi d’interesse ma anche sull’acquisto di Treasury. Inoltre, il Tesoro statunitense sta lavorando a una riforma contabile per le banche in modo da permettergli di comprare più titoli di Stato nazionali di quanto sia possibile fare ora[ix].
Comunque c’è da dire che le sanzioni – contrariamente a quanto sostiene Miran – sono un’arma spuntata. Non solo non hanno piegato l’economia della Russia, ma hanno creato un effetto boomerang, ossia la fuga dal dollaro. Infatti, il sequestro illegale dei beni russi all’estero, compreso il congelamento delle riserve in dollari, ha scatenato la paura di tutte le élite internazionali, che avevano sempre investito le loro ricchezze in asset in dollari, per cui, come dice Todd: “sottrarsi all’impero del dollaro è diventato un obiettivo ragionevole per tutti, anche se ciò richiede di procedere in maniera cauta e graduale”[x]. Anche l’instabilità dovuta ai continui scossoni impressi da Trump nuoce al dollaro, come sostiene Wellington management, uno dei maggiori gestori mondiale di asset finanziari, “l’erosione dell’integrità istituzionale Usa potrebbe compromettere lo status di valuta di riserva del dollaro”[xi]. Se l’obiettivo di Miran e Trump era quello di indebolire il dollaro, è stato raggiunto.
I dazi come strumento per risolvere il declino dell’egemonia statunitense
Il concetto di base prevalente nell’amministrazione di Trump è che gli Usa sono stati “sfruttati” dal resto del mondo come fornitori di valuta mondiale, necessaria per gli scambi di merci e finanziari, e di sicurezza. Questa doppia funzione è costata agli Usa un enorme deficit commerciale ed enormi spese militari, che hanno gonfiato il debito pubblico. Ora, quei paesi che, secondo le parole del vice-presidente Vance, sono dei “parassiti” devono porre fine alle pratiche commerciali scorrette, comprando più made in Usa, e aumentare le spese per la difesa. Miran e Trump dimenticano, però, che, in realtà, il dollaro per gli Usa anziché un peso è stato “l’esorbitante privilegio”, come lo definì negli anni ’60 il francese Giscard d’Estaing, che ha permesso per decenni all’America di vivere sul lavoro altrui e di ridurre il salario reale dei lavoratori statunitensi grazie ai prodotti a basso prezzo provenienti dalla Cina e da altri paesi del terzo mondo. E dimenticano che la presunta “fornitura di sicurezza” al mondo è stata invece l’esercizio della forza contro chiunque non si allineasse ai desiderata dell’imperialismo Usa.
Da quanto abbiamo detto sopra si ricava che ben difficilmente i dazi hanno come vero scopo quello di ridurre il deficit commerciale statunitense. Il dollaro, infatti, permette di sostenere sia il deficit commerciale sia il debito pubblico, per lo meno finché rimane la valuta di riserva mondiale. Qual è allora la funzione dei dazi? Secondo noi, è una funzione triplice. In primo luogo, i dazi sono il tentativo di conservare la base manifatturiera che rimane e magari reinternalizzare alcune produzioni che hanno carattere strategico, come l’acciaio e l’alluminio, su cui Trump ha messo dazi del 25%. La base manifatturiera e in particolare le produzioni come quella di acciaio sono, infatti, legate alla capacità di avere una industria bellica in grado di confrontarsi con quella cinese in un possibile scontro armato. In secondo luogo, i dazi dovrebbero servire a indebolire proprio la Cina, come sembrerebbe provare il mantenimento dei dazi al 145% (ad eccezione dei prodotti elettronici) nel momento in cui nei confronti degli altri paesi Trump ha sospeso per 90 giorni l’aumento dei dazi. La Cina, infatti, è il vero avversario sistemico per gli Usa, tanto che anche il tentativo di chiudere la guerra in Ucraina è dovuto alla volontà di concentrare le energie contro il paese estremo orientale.
L’obiettivo principale è, però, il terzo, ossia usare i dazi come strumento di negoziazione, soprattutto per mantenere il dollaro nel suo status di valuta di riserva, nonostante la riduzione dell’importanza dell’economia statunitense su quella mondiale e nonostante la fuga dal dollaro e dal debito pubblico statunitense di diversi paesi, tra cui la Cina. I dazi, in questo senso, non sono il fine ma lo strumento di una strategia più profonda e articolata. I dazi – e anche l’ombrello difensivo statunitense – hanno l’obiettivo di costringere i partner commerciali e militari statunitensi ad acquistare titoli di stato a lunghissimo termine, fino a 100 anni, i cosiddetti “matusalem bond”. L’attuale Segretario al Tesoro, Scott Blessent, prevede di trasformare i titoli a breve e medio termine detenuti da investitori stranieri in obbligazioni a lunghissimo termine. In pratica, i dazi e l’ombrello militare sono parti di un meccanismo per bloccare il capitale estero all’interno dell’ecosistema del debito Usa. L’obiettivo è aumentare il controllo degli Usa sui flussi di capitali internazionali, trasformando i Treasury in un “asset imprigionato” che non può essere liquidato senza subire perdite significative.
In questo modo, il fine di Trump e Miran è chiaro: quello di sostituire progressivamente gli acquirenti asiatici di Treasury con i partner militari e geopolitici degli Usa. In cambio di protezione e sconti sui dazi, si chiederà un impegno a lungo termine sul debito americano. Un patto che potrebbe ridefinire l’equilibrio finanziario globale nei prossimi decenni. La posta in gioco è “la capacità degli Usa di restare il fulcro del sistema economico globale con il dollaro al centro e il debito americano come architrave di un nuovo ordine economico mondiale”.[xii] Il tutto teso verso un obiettivo ambizioso: ridefinire l’intera architettura geopolitica post-globalizzazione.
Saranno centrati questi tre obiettivi? A quanto è dato di vedere, è improbabile che i dazi creino serie difficoltà alla Cina e alla sua capacità in termini di innovazione tecnologica. Infatti, la Cina sta sfidando con successo gli Usa anche su produzioni tecnologicamente avanzate, come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, le batterie e le auto elettriche. Inoltre, è difficile che i dazi possano condurre a reinternalizzare produzioni ormai delocalizzate all’estero, sebbene i sindacati dell’auto e alcune associazioni imprenditoriali, tra cui quelle dell’acciaio[xiii] e dei pannelli solari[xiv], abbiano espresso la loro soddisfazione per l’introduzione dei dazi sui loro prodotti. Anche la possibilità di costringere gli alleati, soprattutto gli europei, a comprare “matusalem bond” è tutt’altro che certa. Infatti, come dice Giovanni Tamburi, fondatore di Tamburi Investment Partners, gli europei non dovrebbero cadere nella trappola di comprare bond a lunga scadenza in cambio di un alleggerimento dei dazi “perché ormai è chiaro che a Trump fa comodo un dollaro debole, per cui se comprassimo titoli con lunghe durate avremmo forti rischi sul cambio”.[xv]
Concludendo, se l’avvento dell’amministrazione Trump è un tentativo di reagire alla decadenza degli Usa, c’è la netta sensazione che tale tentativo avvenga fuori tempo massimo.
Note
[i] Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi editore, Roma 2024, p. 264.
[ii] Gafam è un acronimo che sta per le maggiori multinazionali tecnologiche statunitensi: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.
[iii] Emmanuel Todd, op. cit., p. 274-275.
[iv] David Harvey, “Globalization and the Spatial Fix”, Geographische revue, 2/2001.
[v] Giovanni Arrighi, Il lungo XXI secolo, il Saggiatore, Milano 2003, p.400
[vi] Emmanuel Todd, op. cit., p. 277.
[vii] Vito Lops, “Wall Street cade dietro I chip Nuovo record dell’oro a 3.350 $”, il Sole 24 ore, 17 aprile 2025.
[viii] Morya Longo, “Acquisti record dall’estero in asta: così è finita la bufera sui Treasury”, il Sole 24 ore, 10 aprile 2025.
[ix] Morya Longo, “Tesoro Usa in difesa dei T Bond con norme allentate per le banche”, il Sole 24 ore, 17 aprile 2025.
[x] Emmanuel Todd, op. cit., p.311.
[xi] Affari & Finanza, la Repubblica, 4 aprile 2025.
[xii] Vito Lops, “I dazi primo step della strategia Bond a 100 anni per il debito Usa”, il Sole 24 ore, 2 aprile 2025.
[xiii] Il presidente dell’associazione dei produttori dell’acciaio ha affermato che la siderurgia Usa "è in retromarcia per l’export" e una "stabile fornitura di acciaio domestico è cruciale per la sicurezza economica e nazionale". Marco Valsania, “Barriere tariffarie e non, la lista nera Usa che accusa i partner”, il Sole 24 ore, 3 aprile 2025.
[xiv] Tim Brightbill della American Alliance for Solar Manufacturing Trade Committee così si è espresso sui dazi introdotti da Trump sui pannelli solari: "È una vittoria decisiva per il manifatturiero americano", Marco Valsania, “Da Bessent aperture alla Cina Super dazi sui pannelli solari”, il Sole 24 ore, 23 aprile 2025.
[xv] Alessandro Graziani, “L’Europa non ceda al ricatto di Trump sul maxi debito Usa”, il Sole 24 ore, 10 aprile 2025.
Fonte
17/04/2025
[Contributo al dibattito] - Il prezzo dell’amicizia
Ci sono azioni che possono sembrare sciagure evitabili figlie della umana ingenuità, ma che in realtà svelano verità profonde di cui non si vuol prender atto. I dazi di Donald Trump serbano la stessa potenza educativa che ha in sé il mito greco del vaso di Pandora. Atto apparentemente scellerato ma scritto nel destino del mondo – o, se si preferisce, nelle condizioni materiali che segnano questa epoca – e pertanto inevitabile.
La reazione quasi immediata che ha dominato gli organi di informazione dopo l’annuncio del così detto liberation day è stata per lo più poco meditata. Molti rappresentanti della politica europea hanno utilizzato parole imprudenti e belligeranti, dichiarandosi pronti ad una guerra commerciale.
Gli economisti hanno definito “folle” la fissazione dei dazi
annunciati dal Presidente degli Stati Uniti. Una formula, pubblicata dal
dipartimento del commercio statunitense, è circolata ovunque:
∆τi = (xi – mi)/ε*φ*mi
La spiegazione del dipartimento del commercio statunitense è la
seguente: si consideri un contesto in cui gli Stati Uniti impongono una
tariffa di aliquota τi al Paese i.
∆τi riflette la
variazione dell’aliquota tariffaria.
ε<0 rappresenta l’elasticità
delle importazioni rispetto ai prezzi delle importazioni;
φ>0
rappresenta l’ammontare delle tariffe che si trasmette ai prezzi delle
importazioni;
mi>0 rappresenta le importazioni totali dal paese i ed xi>0
rappresenta le esportazioni totali.
Allora la diminuzione delle
importazioni dovuta a una variazione delle tariffe è pari al prodotto
∆τi*ε*φ*mi<0
Assumendo che gli effetti compensativi del tasso di cambio e
dell’equilibrio generale siano abbastanza piccoli da essere ignorati, la
tariffa reciproca che determina un saldo commerciale bilaterale pari a
zero è proprio
∆τi = (xi – mi)/ε*φ*mi
Tommaso Monacelli dell’Università Bocconi ha parlato di dazi farlocchi, di pura propaganda, “per la Casa Bianca se l’Ue ha un surplus equivale a dire che sta scorrettamente danneggiando gli Usa con dazi e barriere, ma è falso”.
In effetti il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale presuppone che il saldo commerciale degli Stati Uniti sia tendenzialmente in disavanzo e che invece il saldo finanziario della bilancia dei pagamenti sia in attivo. Questo dilemma fu per la prima volta esposto da Robert Triffin nel novembre del 1960 davanti al Congresso degli Stati Uniti: se gli Stati Uniti avessero smesso di registrare disavanzi nella bilancia dei pagamenti, la comunità internazionale avrebbe perso la sua più grande fonte di dollari. La conseguente carenza di liquidità avrebbe potuto trascinare l’economia mondiale in una spirale recessiva. D’altro canto, se i deficit della bilancia commerciale statunitense fossero cresciuti nel tempo, un flusso costante di dollari avrebbe continuato ad alimentare la crescita economica mondiale, ma un disavanzo commerciale eccessivo degli Stati Uniti avrebbe potuto erodere la fiducia nel valore del dollaro. Senza la fiducia nel dollaro, questo avrebbe rischiato di non essere più accettato come valuta di riserva internazionale. Per uscire da questo dilemma, l’economista belga professore all’Università di Yale, proponeva la creazione di nuove unità di riserva, emesse da un’istituzione internazionale, che non fossero dipese né dall’oro né da altre valute nazionali, ma che avrebbero comunque svolto la funzione di liquidità internazionale. La creazione di questa nuova unità di riserva avrebbe consentito agli Stati Uniti di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, pur preservando l’espansione economica globale. La montagna partorì il topolino dei diritti speciali di prelievo che non hanno mai avuto la forza di imporre quella “riforma fondamentale del sistema monetario internazionale attesa da tempo” che Triffin considerava urgente e necessaria.
Egli si esprimeva così quando era ancora in vigore il sistema di cambi fissi e aggiustabili stabilito a Bretton Woods. A partire dal 15 Agosto 1971 quel sistema non c’è più, il disavanzo commerciale statunitense ha continuato a crescere, tutte le volte che il dollaro è stato implicitamente messo in discussione come valuta di riserva internazionale, il circuito monetario internazionale centrato sugli Stati Uniti è stato difeso anche militarmente, e verso Washington e Wall Street sono confluiti i capitali del resto del mondo. Questi hanno funzionato dal punto di vista contabile come una forma di finanziamento dell’economia americana.
Un circuito monetario del genere definisce un ordine internazionale laddove fra il grande debitore – che emette la valuta di riserva internazionale – e i suoi creditori, vi sono dei patti impliciti che non vengono messi in discussione. Se i creditori, e in particolare il principale creditore (oggi la Cina), non si limitano a finanziare il debito statunitense acquistando titoli federali a lunga scadenza ma cominciano ad acquisire pacchetti azionari delle corporation a stelle e strisce che operano in settori strategicamente rilevanti, se i creditori diventano economie in grado di controllare i settori delle materie prime necessarie a sviluppare le nuove tecnologie (per esempio le terre rare), e se diventano anche particolarmente competitivi nei settori a più alto valore aggiunto e tecnologicamente più avanzati (per esempio le telecomunicazioni, i semiconduttori o le energie alternative), se al contempo i creditori aumentano le proprie spese militari ed ambiscono ad avere un ruolo politico nella sfera internazionale, allora non si può più parlare di un ordine internazionale durevole[1].
I dazi di Trump – in linea con la logica neo-protezionistica statunitense che affonda le sue radici già nel secondo mandato di Obama[2] – hanno un fine meramente politico: verificare quali siano davvero i Paesi amici degli Stati Uniti. Verificare quali fra questi Paesi siano disposti a smarcarsi definitivamente dalle aspirazioni della Cina e dei BRICS+[3]. Trump sta, in altri termini, dando un significato preciso al neologismo proposto da Janet Yellen, la Segretaria del Tesoro uscente: friend-shoring. “Io tendo a vedere il friend-shoring come un gruppo di partner con i quali sentiamo sintonia con la nostra geopolitica ... dobbiamo approfondire i nostri legami con quei partner e lavorare insieme per assicurarci di poter soddisfare le nostre esigenze di materie prime essenziali.”[4]
Escludo che questi dazi possano favorire una reindustrializzazione significativa all’interno degli Stati Uniti e possano davvero realizzare un riequilibrio della bilancia commerciale di Washington. Il modello produttivo statunitense si basa sulle delocalizzazioni. Ciò che è in gioco è una ridefinizione dei Paesi partner per le delocalizzazioni delle corporation statunitensi. Le società localizzate in Oriente si rilocalizzeranno ai costi più contenuti possibili e in linea con l’esito delle trattative bilaterali che avverranno. In parte si sono già osservati spostamenti delle sedi estere di grandi aziende statunitensi dalla Cina.
Con l’abilità del piazzista che detta i tempi e i modi delle contrattazioni, e in linea con la sua cultura imprenditoriale, Trump ha concesso al mondo tre mesi di tempo per riconfermare a Washington la fedeltà che pretende la potenza egemone. Non è un caso che la sospensione dei dazi annunciati riguardi tutti meno la Cina.
La transizione dall’epoca dell’egemonia americana indiscussa ad un nuovo ordine internazionale continuerà ad essere difficile. Il contrasto di obiettivi politici ed economici, intuibile anche da un semplice confronto fra le condizioni in cui si trovano gli Stati Uniti e le condizioni in cui si trovano i principali Paesi europei, rende improbabile che si giunga ad una reale cooperazione internazionale. Washington lavorerà ad una regionalizzazione dell’economia mondiale, e forse questo renderà più difficile il funzionamento dell’Unione Monetaria Europea secondo le regole (decisamente stupide) che si è sinora data[5]. Tuttavia, i disordini del sistema monetario internazionale – che svelano la necessità di ridare un ordine alle relazioni fra grande debitore statunitense e grandi creditori orientali – potranno difficilmente risolversi in modo durevole senza affrontare esplicitamente il tema già posto da Triffin: il ripensamento completo delle regole che reggono il sistema dei pagamenti internazionali. Questa la speranza che resta chiusa in fondo al vaso di Pandora...
[1] Rinvio a quanto argomentato in Brancaccio, E. e Lucarelli, S. Risposta ai critici de “La guerra capitalista“, in Brancaccio E., Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, 2024.
[2] Georgiadis, G., J. Gräb. “Growth, real exchange rates and trade protectionism since the financial crisis.” ECB Working Paper no. 1618, November 2013.
[3] Quando verrà accolta la domanda del Kazakistan, della Nigeria e del Bahrain, i BRICS+ copriranno la maggioranza della produzione petrolifera del pianeta e oltre un terzo di quella del gas naturale. A tal riguardo si veda quanto ha scritto Joseph Halevi a commento del XV vertice BRICS.
[4] J. Yellen “Transcript: US Treasury Secretary Janet Yellen on the next steps for Russia sanctions and ‘friend-shoring’ supply chains”, Atlantic Council.
[5] Mi sia consentito rinviare al numero speciale del Forum for Social Economics che ho curato nel 2024 insieme a Marco Rangone, “Recent Crises and the Evolution of European Policies”.
Immagine di copertina: Composizione di quadri arte astratta “Foresta incantata, Diptych” – Artista Pittore Davide De Palma
11/04/2025
Il difficile e illusorio equilibrismo di Trump
Alle 16.00 del 2 aprile 2025, ora di Washington, Trump ha annunciato dal Rose Garden della Casa Bianca l’entrata in vigore immediata di dazi sui beni importati del 20% per l’Europa, del 34% per la Cina, del 10% per la Gran Bretagna e in modo differenziato per moltissimi altri paesi. A ciò si aggiunge il dazio del 25% sulle automobili prodotte all’estero. Ricordiamo che tali dazi si sommano a quelli già emessi sull’acciaio e sull’alluminio. Sono entrati in vigore alle 0:01 di sabato ora di Washington (le 6:01 in Italia) i dazi aggiuntivi del 10% imposti dall’amministrazione Trump su gran parte dei prodotti che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo: questa soglia minima universale, da cui sono esenti determinati prodotti, si aggiunge ai dazi già esistenti. La Cina ha già adottato le proprie contromisure: verranno applicati dazi sulle merci Usa del 34% a partire dal 10 aprile.
Di fatto è la pietra tombale sulla globalizzazione degli anni ’90 e dei primi 2000, basata sul Washington Consensus a matrice Usa: una realtà che ora appare del tutto diversa se non rovesciata.
1. La possibile logica di Trump
Per cercare di capirne la logica (perché le decisioni di Trump non sono frutto di follia), occorre partire da due dati fondamentali per la sostenibilità dell’economia statunitense.
Il primo riguarda il saldo della bilancia commerciale americana, che nell’anno 2024 ha toccato il massimo storico, raggiungendo un valore 1.210 miliardi di dollari con un aumento di 148 miliardi [+14%] rispetto al 2023. La bilancia commerciale americana mostra un saldo negativo con tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, ovvero Cina, Messico, Canada, Vietnam ed il blocco dei paesi dell’Unione Europea, non a caso i paesi più colpiti dai dazi di Trump.
Il secondo dato è che al deficit commerciale con l’estero occorre aggiungere anche il debito pubblico Usa, il debito interno, che a dicembre 2024 ha raggiunto la stratosferica cifra di quasi 37.000 miliardi di dollari, pari a circa il 129% del PIL nazionale, pagando oltre 1.000 miliardi solo di interessi. Si tratta di un ammontare di oneri finanziari che è superiore alla spesa militare e solo questo dato la dice lunga. Secondo gli ultimi dati del Tesoro Usa aggiornati alla fine di dicembre del 2024, il 24% del debito americano è detenuto da investitori esteri per un ammontare che in valore assoluto è pari a circa 8.512 miliardi di dollari. Pur avendo ridotto la propria esposizione negli ultimi anni, il Giappone rimane ancora il primo detentore estero del debito pubblico Usa con circa 1.059 miliardi. Al secondo posto, guardando alle singole nazioni, vi è la Cina che però nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai T-Bond (i titoli di stato americani) dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione del finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).
Negli ultimi anni, soprattutto dopo che l’Amministrazione Biden ha perseguito politiche fiscali espansive nel periodo post-Covid, il finanziamento di tali due debiti rischia di diventare una vera e propria spada di Damocle sulla sostenibilità dell’economia americana.
Condizione perché l’economia Usa non faccia default è mantenere elevato il valore del dollaro, non solo per mantenerne l’egemonia come valuta di riferimento per le riserve valutarie e per i pagamenti internazionali, ma per consentire un avanzo dei movimenti di capitali tale da favorire il finanziamento del disavanzo commerciale e rendere attrattivo l’acquisto dei titoli di stato sia a livello nazionale che a livello internazionale a protezione del debito pubblico.
Tuttavia vi sono diversi segnali che portano a pensare che il potere d’attrazione del dollaro come fonte di finanziamento dei due debiti Usa sia, seppur gradualmente, in declino. Diverse sono le ragioni. Anche se il peso del dollaro come valuta leader nelle riserve valutarie delle Banche Centrali di mezzo mondo è ancora maggioritario, grazie soprattutto alla perdita di appeal dell’euro e agli ancora bassi volumi delle nuove valute emergenti, è diminuito l’utilizzo della valuta americana negli scambi internazionali. È in primo luogo l’effetto perverso delle sanzioni Nato contro la Russia. L’esclusione della Russia dal sistema Swift (basato sul dollaro) ne ha ridotto l’utilizzo a favore di nuovi sistemi di pagamento internazionale non più sotto l’egida della valuta americana e che hanno interessato soprattutto l’interscambio commerciale tra i paesi BRICS+. Nel corso degli ultimi anni si sono sviluppati sistemi alternativi di pagamento non in dollari soprattutto sul piano degli scambi bilaterali. Per questo, il presidente del Basile, Lula, in vista del prossimo incontro dei paesi BRICS+, che si terrà in Brasile, sta predisponendo una proposta per unificare i diversi sistemi di pagamento non in dollari. Se tale proposito dovesse prendere piede, l’egemonia del dollaro tenderà a diminuire, anche alla luce del forte incremento degli scambi commerciali all’interno dei paesi BRICS+ e del loro aumentato peso economico.
2. Il tentativo di mantenere l’egemonia unipolare Usa e la fine del Washington Consensus
Di conseguenza è necessario correre ai ripari prima che sia troppo tardi. La scommessa in gioco è il mantenimento dell’egemonia politica, tecnologica e commerciale da parte del nuovo governo di Trump o, al limite, il consolidamento di uno spazio commerciale e tecnologico autonomo, indipendente dai condizionamenti dei territori geo-economici emergenti, a partire proprio dalla Cina, in cui gli Usa possano operare a modo loro.
Al momento si intravvedono due linee di intervento: la guerra commerciale e la costruzione di nuovi strumenti a protezione del dollaro.
a. La guerra commerciale di Trump ha l’obiettivo di rinsaldare l’economia americana in modo protezionistico, dopo che la globalizzazione, iniziata dagli stessi Usa, quando tenevano ben saldo il controllo delle catene internazionali del valore, è sfuggita al dominio delle stesse corporation statunitensi. Oggi la logistica e il controllo delle materie prime nevralgiche è infatti più sotto il controllo cinese che dei paesi occidentali.
La narrativa di Trump per giustificare i dazi fa perno sul fatto che i disavanzi commerciali hanno favorito la ricchezza dei paesi creditori, Cina e Europa in testa. E quindi è necessaria una sorta di riparazione, tipo una richiesta di danni di guerra, a favore degli Usa.
Ma la realtà è diversa. Il deficit commerciale Usa è oramai un dato strutturale dell’economia americana, e non potrebbe essere altrimenti, per due motivi. Da un lato, il valore del dollaro come valuta di riferimento interazionale, ha penalizzato la capacità esportativa degli Stati Uniti. I prezzi dei beni americani sono sempre stati molto cari per i mercati degli altri paesi. Non stupisce che l’incidenza dell’export americano sia pari solo nel 2024 all’11% del Pil contro il 20% dell’Europa e ben il 40% dell’Italia. In secondo luogo, occorre considerare che la produzione merceologica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno a partire dagli anni ’90, si è fortemente internazionalizzata. Se il comando di queste produzioni, in termini di diritti di proprietà intellettuali e in termini di controllo unilaterale degli strumenti finanziari (dal leasing al franchising) sono saldamente in mani alle corporation americane, il ciclo di produzione è invece delocalizzato all’estero (dai paesi del Sud-Est asiatico sino alle maquiladoras messicane). L’effetto è che le importazioni Usa sono sempre più caratterizzate da beni semilavorati funzionali al Made in Usa (basta pensare all’importazione di Smartphone e di sistemi digitali e di batterie elettriche al litio) e hanno un ciclo di produzione che poco ha a che fare con la manifattura nazionale. Lo stesso si può dire per il Made in Italy, dove spesso il cartellino del Made in Italy fa riferimento solo all’assemblaggio finale ma non al ciclo di produzione complessivo. In altre parole, nel capitalismo contemporaneo delle piattaforme le produzioni completamente nazionali non esistono più e una politica corporativa e nazionalista non ha senso di esistere né può funzionare.
La globalizzazione produttiva di merci e servizi (soprattutto immateriali) è oramai irreversibile ed è sempre più fuori dal controllo americano. L’obiettivo di Trump di riportare il controllo della produzione e della tecnologia nelle mani degli Stati Uniti non può avere una prospettiva.
Uno degli obiettivi dei dazi è infatti stimolare la produzione interna e quindi la domanda nazionale a scapito di quella estera. Ma si tratta di un obiettivo, ammesso che sia realizzabile, che richiede tempo, un tempo che oggi non è consentito in un capitalismo finanziarizzato, dove le strategie si definiscono in tempi molto stretti. La globalizzazione del Washington Consensus è morta e con lei è morta l’ideologia neoliberista in salsa occidentale come strumento di dominio.
Trump rischia di gettare benzina sul fuoco. L’introduzione di dazi probabilmente avrà ripercussioni recessive nel breve periodo non solo sulle economie di molti paesi, ma anche sulla stessa economia statunitense, soprattutto a seguito dell’aumento dei prezzi, con il rischio di creare una situazione di stagflazione. Di sicuro, le decisioni di Trump hanno avuto un immediato impatto negativo sugli indici di borsa, ma Trump spera si tratti di un rischio calcolato. La reazione dei mercati finanziari segue una logica puramente speculativa di brevissimo termine. Ciò che conta è il mantenimento del primato delle borse americane nello scacchiere internazionali a sostegno delle quotazioni del dollaro, che si è svalutato con l’euro esattamente di quanto si era rivalutato dopo l’elezione di Trump.
b. La guerra commerciale dichiarata dagli Usa può avere feedback negativi non solo per l’economia Usa ma anche per lo stesso dollaro, favorendo quel processo di de-dollarizzazione già in atto. Ne è sicuramente cosciente Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più importante fondo di investimento speculativo al mondo (che insieme a Vanguard e a State Stret forma il gruppo delle Big Three della finanza) con quasi 12mila miliardi di dollari di attivi nonché detentore di circa il 10% dell’intero listino di Standard&Poor 500. Proprio in questi giorni, è stata pubblicata l’annuale lettera agli investitori, in cui l’amministratore delegato “ha dichiarato che le attuali condizioni americane, a partire dall’enorme debito federale, mettono a repentaglio la tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale”. Se ciò dovesse accadere, si scatenerebbe un effetto domino che potrebbe portare alla crisi degli stessi mercati finanziari americani e al fallimento dei fondi speculativi. La preoccupazione di Fink è quindi più che legittima.
Come evitare che questo accada? Due sono le possibili strade.
Nei salotti finanziari americani, gira con insistenza una voce: Trump vorrebbe ristrutturare una parte del debito federale Usa, costringendo alcuni creditori esteri a scambiare i titoli in loro possesso con obbligazioni a “lunghissimo termine”. L’agenzia Bloomberg cita un incontro organizzato dalla società di consulenza Bianco Research con i propri clienti sul punto. Tale imposizione potrebbe essere la moneta di scambio per ridurre il valore dei dazi.
Una seconda strada viene ipotizzata dallo stesso Fink: è possibile che la nuova amministrazione americana converga verso l’istituzionalizzazione di una criptomoneta (una stablecoin[1], ad esempio) che svolga la funzione di “ancora di salvataggio” a protezione del dollaro (e non semplicemente bene rifugio, come l’oro). Fink fa diretto riferimento al Bitcoin e agli Etf (Exchange Traded Funds) in contrapposizione ad altre cripto monete che vengono perorate da Trump e Musk, sulle quali i fondi di investimenti hanno minor presa. Al riguardo, Alessandro Volpi su Altraeconomia scrive: “Larry Fink indicando nei Bitcoin la possibile valuta di riserva internazionale vuole renderli estremamente appetibili e dunque creare su questa appetibilità una miriade di strumenti finanziari, in primis gli Etf, in grado di garantire ottimi risultati alle Big Three che con i Bitcoin intendono spazzare via tutto l’universo delle criptovalute legate all’élite finanziaria trumpiana”.
3. Quindi?
È troppo presto per avere un’idea più chiara e precisa dei futuri scenari possibili.
Fatto sta che Trump si muove in un contesto molto instabile e scivoloso che rischia di generare un corto circuito. È necessario avere il dollaro forte per impedire il default dell’economia ma tale condizione favorisce un debito estero che può diventare insostenibile. Si introducono così dei dazi per ridurre l’import e incentivare l’export e la produzione interna ma con l’effetto di far entrare l’economia Usa in una fase di stagflazione (recessione con inflazione), che tra i vari effetti, anche di natura politico-elettorale, ha anche quello di creare aspettative negative sui mercati finanziari e di conseguenza indebolire ulteriormente il dollaro, favorendone la svalutazione.
Grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.
Note
[1] In generale, le Stablecoin sono un tipo di criptovaluta il cui valore è ancorato a un altro bene, come una valuta fiat o l’oro, per mantenere un prezzo stabile. In questo caso, l’asset di riferimento sarebbe il dollaro.
03/04/2025
La vittoria di Pirro della Troika in Grecia, sulla pelle della gente
L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.
Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.
Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.
Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.
La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.
Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.
Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.
Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.
L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.
Fonte
25/12/2022
Sanzioni alla Russia, danni collaterali
Nell'interscambio bilaterale con la Russia, il deficit delle partite correnti dell'Eurozona è peggiorato, arrivando in un anno allo 0,5% del nostro PIL. È il peggior dato di sempre, che si riferisce al periodo intercorso tra il secondo trimestre del 2021 ed il secondo trimestre di ques t'anno.
Solo nei confronti della Cina abbiamo avuto un risultato peggiore, con un deficit arrivato all'1% del PIL dell'Eurozona.
Ma sono tutte le relazioni di scambio con l'estero a deteriorarsi, visto che il surplus dell'Eurozona è crollato dal +2,8% al +0,6% del PIL.
Tornando alla Russia, la Bce ha calcolato che questo record nel deficit dell'Eurozona è dipeso dal fatto che nel periodo di riferimento i volumi delle importazioni di energia sono diminuiti in volume del 16% mentre i loro prezzi sono aumentati del 60%. Per le importazioni dei prodotti non energetici dalla Russia, si è registrato un aumento delle importazioni complessive, nonostante i prezzi unitari siano aumentati.
Per quanto riguarda le esportazioni di merci dell'Eurozona verso la Russia, le sanzioni ne hanno determinato un dimezzamento, essendo passate dai 21 miliardi di euro del secondo trimestre 2021 agli 11 miliardi di euro del secondo trimestre di quest'anno. Nel settore dei servizi si è registrata una analoga contrazione dell'export, particolarmente vistosa nel settore del trasporto aereo che era stato già colpito nel precedente biennio a causa della pandemia di Covid.
È comunque limitato l'importo complessivo dei rapporti finanziari bilaterali con la Russia, che arriva appena al 4% del Pil dell'Eurozona, mentre le relazioni finanziarie internazionali con tutto il mondo arrivano al 250% del PIL dell'Eurozona. Gli asset finanziari detenuti in Russia dall'Eurozona si sono ridotti del 10%, per via di una contrazione del 55% nel settore delle obbligazioni e del 12% negli altre categorie di asset. Sono cresciute, invece, le posizioni debitorie dell'Eurozona verso i residenti in Russia a causa del congelamento, con divieto di trasferimento a loro favore, delle somme dovute a titolo di interessi e rimborsi.
C'è da riflettere sui dati sopra riportati, soprattutto sull'impatto che l'aumento dei prezzi dell'energia ha determinato sulla forte contrazione del surplus dell'Eurozona, arrivato appena allo 0,6% del PIL.
Il grande motore dell'export europeo è sempre stata la Germania, seguita dall'Italia: se queste economie entrano in crisi per via degli alti costi dell'energia, perdendo competitività e mercati, è l'intera Eurozona ad entrare in una area di profonda instabilità.
Fonte
08/09/2022
Il surplus cinese di agosto e il destino sempre più buio dell’Europa
Il mega surplus commerciale da gennaio a luglio ha fatto aumentare il surplus delle partite correnti, che la Cina, a partire dal 2012, aveva fatto fortemente diminuire, portandolo da 10 a 1, con beneficio di tutto il mercato mondiale.
Ne sanno qualcosa gli esportatori italiani negli ultimi anni, in particolare della moda in generale. Ora è aumentato. Nuovamente lo faranno diminuire, per il benessere interno con altrettanto beneficio, se così si può parlare, visto l’inferno in cui ci siamo cacciati, mondiale.
La leva del surplus delle partite correnti serve alla Cina per politiche fiscali espansive. In Europa, negli ultimi 20 anni, la leva del surplus delle partite correnti è servita alla carta finanziaria di Wall Street e City, rimanendo al contrario l’austerità per le popolazioni.
Ora il surplus europeo è svanito a seguito della guerra, e una parte della carta finanziaria pure. Grandi geni, non c’è che dire. Una banda di matti. Rimane come causa per capire la classe dirigente europea l’ignoranza. Gli economisti di un tempo leggevano Leopardi, Dante, Moliere, Pirandello.
Questi non fanno altro che pagarsi a convegni inutili, rilasciare interviste di un ovvio allucinante e andare da 30 anni a Cernobbio a parlare con altrettanto idioti. Gesù Cristo dà il pane a chi non ha i denti, si dice a Crotone.
Se il surplus commerciale cinese nei primi 7 mesi è a livelli record, aumentando di converso il surplus delle partite correnti, è dovuto principalmente al differenziale inflazionistico. Rispetto all’inflazione occidentale, questo Paese ha un vantaggio di 6-7 punti.
Inoltre, avendo un apparato produttivo forte, ben diversificato e pieno, riesce ad avere i componenti all’interno, mentre i paesi occidentali, post pandemia e con politiche monetarie e fiscali ultra-espansive per parare i colpi del Covid, avendo deciso in 50 anni una deindustrializzazione, chi parziale, chi in modo quasi totale, come l’UK, faticano ad averli.
Ciò porta alla Cina un altro vantaggio, come detto nelle settimane scorse, da me riportato su questa pagina, da un manager italiano in Cina. I tempi di consegna in Cina sono 8 settimane, alcune volte 6, i tempi di consegna occidentali sono 18 mesi.
Questo vantaggio temporale, unito al differenziale inflazionistico e al possesso di componenti, mette quel Paese in una posizione di vero e proprio schiacciamento concorrenziale rispetto all’Occidente. Conseguenza di ciò è l’enorme surplus della bilancia commerciale e da qui delle partite correnti, non dimentichiamo che lo yuan si è svalutato rispetto al dollaro del 7% (altro fattore, anche se adesso si è deciso di rafforzarlo).
Il tutto viene poi travasato in politica fiscale espansiva a favore della popolazione. Dove erano i tedeschi quando il surplus delle partite correnti era pari all’8%? Dove erano gli italiani quando questo era pari al 5,7%? Non facevano altro che parlare di “sacrifici”. Ora è tutto svanito.
Fonte
02/09/2022
Stati Uniti come l’Arabia Saudita
Per illustrare la situazione Usa senza il rischio di essere tacciati di “antiamericanismo ideologico” (un’accusa che serve sempre a buttare in ideologia l’analisi dei fatti, evitando di chinarsi sulle cose concrete) ci appoggiamo – come facciamo spesso – su un editoriale di TeleBorsa, scritto da Guido Salerno Aletta, ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi.
I dati sono inequivocabili e impietosi. Gli Stati Uniti sono “all’avanguardia” soltanto nell’esportazione di petrolio e gas. Come l’Arabia Saudita, insomma. Non proprio una posizione da paese leader...
Tutto il resto dell’economia è un disastro frutto della “delocalizzazione” operata a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso, quando il grande capitale multinazionale (maggioritariamente yankee) ritenne possibile guidare la “globalizzazione” secondo una chiara divisione del lavoro: agli USA l’hi-tech e la finanza, al resto del mondo – Cina in testa – il lavoro fisico, “materiale”, abbrutente.
In termini marxiani, agli Usa il “plusvalore relativo” e agli altri quello assoluto. Tanto, con in mano lo sterzo della finanza globale, era sempre un gioco da ragazzi “succhiare” il plusvalore altrui tramite sapienti offensive sulle borse oppure manovrando sul valore del dollaro.
Era una sofisticazione del vecchio adagio “il dollaro è la nostra moneta ma il vostro problema”, in voga dal 1971, quando Richard Nixon segò il legame tra dollaro e oro rendendo la valuta Usa una moneta “fiduciaria”. Il cui valore stava insomma nell’essere stampata dagli Stati Uniti che avevano il Pentagono pronto ad interessarsi – non in modo benevolo – di chi dubitava del suo “valore”.
Ma era anche una semplificazione mostruosa del modello di sviluppo, che lentamente ha trasformato gli Usa in un semideserto industriale che vive importando più di quanto esporta.
E quindi insofferente, tra l’altro, di un’Europa a trazione tedesca, con un’impostazione mercantilista imposta a tutto il continente, che permetteva di espandere le esportazioni – grazie ai salari bloccati – verso gli Usa, risparmiando persino qualcosa sulla spesa militare (servi della Nato sì, ma micragnosi).
Ora il gioco sembra finito per ragioni oggettive, prima che politiche. Non c’è impero che possa sopravvivere all’infinito su una base industriale ristretta al punto di fare dell’export di energia l’unica voce attiva di una bilancia commerciale da terrore puro.
Le mosse della Fed, orientata ad aggravare una recessione già in atto pur di mantenere la forza del dollaro (e l’appetibilità dei titoli di stato Usa), sono nel solco della “solita” azione statunitense: scaricare sul resto del mondo i propri squilibri e i propri deficit. Le sanzioni alla Russia – che sfiorano appena l’economia Usa ed affossano quella europea – sono una variazione sul tema, fondata sul controllo del sistema Swift per i pagamenti internazionale (che, purtroppo per Washington, non è più l’unico).
Solo che tutti i vecchi giochi, ad un certo punto, diventano impraticabili. Cambia il terreno, le regole, i rapporti di forza... e, sei debole, gli altri lo vedono benissimo.
di Guido Salerno Aletta
La politica restrittiva della Fed, volta a stroncare l’inflazione aumentando i tassi di interesse, non solo ha indotto la recessione tecnica – visto che l’economia statunitense è già da due trimestri in contrazione – ma ha rafforzato il dollaro rendendo più convenienti le importazioni, peggiorando ulteriormente il deficit commerciale che l’Amministrazione Trump aveva cercato di sanare utilizzando la moral suasion nei confronti degli Alleati ed imponendo dazi doganali alla Cina.
Gli sforzi volti al reshoring della produzione industriale e a privilegiare la produzione interna rispetto a quella estera sono stati vanificati.
I dati mensili del commercio con l’estero sono pesantissimi: il deficit di giugno è passato dai 52 miliardi del 2020 agli 84 miliardi dell’anno in scorso.
I dati di metà anno non sono da meno: il passivo commerciale del periodo gennaio/giugno, che nel 2020 era stato di 285 miliardi di dollari e che era già arrivato a 401 miliardi nel 2021, quest’anno è stato di 535 miliardi peggiorando dunque dell’87%.
Non solo le importazioni americane crescono complessivamente ad un ritmo superiore alle esportazioni, ma quelle delle merci sono più dinamiche rispetto a quelle dei servizi: per l’economia statunitense è un massacro.
Il vero, unico, successo degli Usa nelle relazioni commerciali con l’estero è rappresentato dalla acquisita indipendenza energetica: nei primi sei mesi del 2022, il saldo destagionalizzato del settore petrolifero è addirittura finalmente in attivo, anche se solo per 3 miliardi di dollari, rispetto ai 386 miliardi di passivo registrati nel 2008.
Lo shale gas è dunque una risorsa strategica, che viene utilizzata in chiave geopolitica. L’export petrolifero americano dei primi sei mesi di quest’anno è già arrivato a 151 miliardi di dollari rispetto ai 196 miliardi dell’intero 2021 ed ai 131 miliardi del 2020.
Rispetto all’Europa, dunque, che si trova in immense difficoltà con le importazioni del gas dalla Russia e con i prezzi stellari registrati dalla Borsa TTF di Amsterdam, l’America si trova in una condizione di grandissimo vantaggio.
L’aumento dei costi delle produzioni europee a causa del caro-energia incideranno fortemente sulla competitività delle sue merci a favore di quelle americane, anche se ora questo vantaggio viene in parte oscurato dalla debolezza dell’euro che ci dovrebbe favorire nell’export così come ci penalizza nell’import pagato in dollari.
Non c’è alcun dubbio che, rispetto alla Germania, c’è da attendersi una tendenza al riassorbimento dell’avanzo strutturale di quest’ultima: nei primi sei mesi di quest’anno il deficit americano si è già ridotto a 32,3 miliardi di dollari rispetto ai 39,5 miliardi dello stesso periodo del 2021.
Anche l’Italia rallenta: nei nostri confronti, il deficit americano nei primi dei mesi di quest’anno è sceso a 19,4 miliardi rispetto ai 22,3 miliardi dello stesso periodo del 2021.
In sei mesi, quest’anno, il deficit americano verso l’Unione europea è stato complessivamente di 97 miliardi di dollari, migliorando rispetto ai 108,4 miliardi dello stesso mese dello scorso anno.
Il deficit commerciale verso la Cina sta invece aumentando, essendo arrivato nel periodo gennaio/giugno di quest’anno a 200 miliardi di dollari netti rispetto ai 185 miliardi dello stesso periodo del 2021.
L’andamento del deficit americano nei confronti di Pechino sembra essere caratterizzato da fortissime oscillazioni: 367 miliardi di dollari nel 2015, 347 nel 2016, 375 nel 2017, 418 nel 2018, 343 nel 2019, 308 nel 2020, 354 nel 2021. Quest’anno, a tendere, dovrebbe tornare intorno ai 400 miliardi di dollari.
In termini annui, il passivo della bilancia commerciale rischia di superare dunque i mille miliardi di dollari, di cui il 40% verso la sola Cina: una somma astronomica che si va ad aggiungere al debito americano verso il resto del Mondo.
C’è da considerare infatti la posizione finanziaria netta (IIP) degli Usa, il saldo tra le attività e le passività rispetto al resto del Mondo, alla fine del primo trimestre di quest’anno è stata negativa per 17.748 miliardi di dollari, in netto peggioramento rispetto al 15.010 miliardi del primo trimestre del 2021.
I Titoli di portafoglio detenuti dai non residenti negli Usa ammontano a 27.211 miliardi di dollari rispetto ai 15.492 miliardi di titoli detenuti all’estero dagli statunitensi. Uno sbilancio su cui si devono pagare sempre più consistenti interessi, vista la politica di alti tassi decisa dalla Fed.
C’è una sorta di disincanto rispetto ai Treasury: a giugno scorso, le detenzioni straniere ammontavano a 7.431 miliardi di dollari rispetto ai 7.519 miliardi del giugno dell’anno scorso. Sono 88 miliardi di dollari in meno.
La Cina, come è noto, sta allentando la presa, essendo scesa dai 1.062 miliardi del giugno 2021 ai 968 miliardi del giugno di quest’anno mentre era arrivata a ben 1.315 miliardi a luglio del 2011.
Anche il Giappone ha limato i propri investimenti in titoli del Tesoro statunitense, essendo sceso a sua volta dai 1.280 miliardi di un anno fa ai 1.236 miliardi di giugno scorso.
L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Fed sta impattando, come era ampiamente atteso, sugli andamenti di Wall Street. La tendenza dell’inflazione nell’ultimo mese sembra essere già in ribasso.
Per gli Usa, ancora una volta, il punto cruciale non è tanto quello che impegna la politica monetaria, nel riuscire a ridurre l’inflazione senza provocare una profonda recessione, obiettivo su cui la Fed è fortemente impegnata, quanto quello di riuscire ad invertire la tendenza al peggioramento continuo del deficit commerciale. La deindustrializzazione, a partire dagli anni Ottanta, affonda i conti americani con l’estero, senza rimedio.
Far affondare l’euro aumentando i tassi sul dollaro e poi l’Europa intera, Gran Bretagna compresa, tra la guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia, tra i disagi sociali crescenti e la deindustrializzazione indotta dalla crisi energetica, non sembra davvero una via di uscita costruttiva. Vendetta e disperazione, sono sempre cattive consigliere.
Sostituire in Europa il gas russo a buon mercato con lo shale gas americano, enormemente più costoso, dimostra la regressione a cui l’economia americana è stata costretta per cercare di colmare il disastro della deindustrializzazione.
Nel commercio internazionale, l’America si è dunque ridotta a dover recuperare risorse dall’estero esportando nel settore a più basso valore aggiunto, quello delle materie prime energetiche, come fanno i Paesi economicamente più arretrati. Competendo con la Russia stessa, da sempre descritta ironicamente come un “enorme distributore di benzina”.
Saldo petrolifero attivo ed export europeo che arranca, ma i conti con l’estero affondano.
Fonte
08/08/2022
Cina - Il surplus a luglio raddoppia e arriva ai massimi storici
Le esportazioni cinesi sono aumentate del 18% anno su anno, il massimo degli ultimi sei mesi, mentre le importazioni sono cresciute molto più lentamente al 2,3%. Per il periodo gennaio-luglio, l’avanzo commerciale è stato di 482,3 miliardi di dollari. Le esportazioni di prodotti meccanici ed elettrici sono aumentate del 10,1% e rappresentano il 56,6% del totale, mentre le esportazioni di prodotti ad alta intensità di lavoro sono aumentate del 15,2%.
Per avere un termine di paragone occorre sapere che l’avanzo commerciale con gli Stati Uniti è stato di 41,5 miliardi, in pratica identico ai 41,4 miliardi di dollari del giugno dello scorso anno, e questo nonostante i venti di burrasca che soffiano nelle relazioni tra Usa e Cina.
Nelle maggiori borse mondiali, da Londra a Hong Kong, quest’anno le grandi IPO (Initial Public Offering) si sono quasi asciugate. Al contrario nel mercato cinese sono in forte espansione. Le quotazioni nella Cina continentale sono salite a 57,8 miliardi di dollari nel 2022, il dato più elevato mai registrato nei primi 8 mesi dell’anno secondo i dati raccolti da Bloomberg.
Riferisce Milano Finanza che a gennaio ci sono state cinque IPO per oltre 1 miliardo di dollari e un’altra è in arrivo, contro una sola quotazione di questo tipo a New York e Hong Kong e nessuna a Londra. I prezzi delle società scese in borsa nel 2022 nella Cina continentale sono aumentate in media del 43% quest’anno rispetto al prezzo di IPO, anche se da gennaio il listino di Shanghai è in rosso per oltre l’11%.
Le tensioni con Taiwan e Usa non sembrano aver influito sullo stato di salute dell’economia cinese. L’Esercito popolare di liberazione ha confermato di aver condotto anche ieri esercitazioni intorno a Taiwan, la quale ha affermato che le esercitazioni cinesi simulavano attacchi all’isola principale e alle navi della sua flotta. Un messaggio fin troppo chiaro, sia a Taiwan che agli Stati Uniti.
Fonte
06/07/2022
Crolla la bilancia commerciale tedesca, trema l’Unione Europea
Il Financial Times – giornale economico di portata mondiale – ha messo questa notizia in prima e col titolo a tutta pagina: La Germania accusa il primo deficit commerciale dal 1991. Sui media generalisti italiani si fatica a trovarne traccia, bisogna andare per forza sui giornali economici.
E qui si possono finalmente apprendere una serie di dati che illuminano l’intreccio complesso tra scelte politiche passate, abitudini imprenditoriali perverse, rapporti pericolosi tra economie diverse.
Il tracollo della bilancia commerciale tedesca è stato infatti improvviso e verticale, non un lento declino dovuto a fattori diversi. Il grafico è impietoso. Appena 1 miliardo in deficit, ma se vieni da surplus oscillanti tra i 1.500 e i 2.500 miliardi, la differenza è clamorosa.
Il problema sistemico è che ovviamente la Germania è l’economia-pivot dell’Europa, quella che più aveva beneficiato del tipo di costruzione dell’Unione Europea per ridisegnare le filiere produttive, riducendo parecchia aree industriali del Vecchio Continente a propri “contoterzisti”. Ossia industrie-satelliti delle capofila di Berlino.
Se la “locomotiva” va in tilt, il resto del treno non può che fare la stessa fine, o comunque non può che subirne il contraccolpo.
La bilancia commerciale è il rapporto tra importazione ed esportazioni di un paese; e sappiamo che il “modello mercantilista” imposto da Berlino a tutta la UE comporta che siano le esportazioni a fare da traino all’economia, grazie al know how ma soprattutto grazie ai bassi salari.
Così quando questo giocattolo si rompe, e le esportazioni scendono sotto il livello delle importazioni, non c’è nessuna alternativa – la domanda interna, in primo luogo – che possa compensare le perdite. Se i salari sono bassi, infatti, i consumi interni non possono “trainare” alcunché.
Naturalmente, bisogna guardare a quali esportazioni sono crollate e quali importazioni sono cresciute, e verso quali partner internazionali, altrimenti anche questa constatazione non fornisce indicazioni illuminanti.
Nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea (quelli su cui l’economia tedesca esercita una oggettiva egemonia) il saldo congiunturale è stato ancora positivo per 5,7 miliardi, mostrando un calo dell’export del 2,8% e un aumento dell’import del 2,5%.
E anche la pandemia ha avuto conseguenze diverse sui due piatti della bilancia: dopo i lockdown le esportazioni sono, sì, risalite (+11,7% in un anno), ma le importazioni hanno fatto lo stesso per il 27,8%. Oltre il doppio.
Ma è nei confronti dei paesi extraeuropei che il bilancio è totalmente negativo. E bisogna ricordare che proprio questo ambito era quello privilegiato per il “mercantilismo” teutonico.
E se in direzione degli Stati Uniti la bilancia è ancora positiva per 6,7 miliardi, nei confronti della Russia il dato è catastrofico: le esportazioni si sono ridotte di un terzo rispetto all’anno scorso (-29,8%), l’import si è più che dimezzato (-54,5%).
Questa è la prova provata che le “sanzioni” – volute dagli USA e accettate con disarmante idiozia da parte della UE – sono un boomerang che sta colpendo il cuore dell’economia europea.
Se infatti teniamo presente il “merito” dello scambio commerciale con Mosca, si vede che lo stop alle esportazioni verso quel paese blocca la crescita dell’industria continentale (che dipende fortemente dalle filiere produttive tedesche), al tempo stesso priva l’Europa delle risorse energetiche fondamentali, aggravando così la situazione critica.
Di più: una dinamica simile si registra verso i paesi europei “extra-euro”, come la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Est, grazie anche all’indebolimento della moneta unica (aumenta il costo delle importazioni e diminuisce il tasso di profitto delle esportazioni).
Su tutto lo scenario emerge infatti il rafforzamento del dollaro statunitense, trainato dal rapido aumento dei tassi di interesse (che attirano capitali dall’Europa verso Wall Street e i treasury statunitensi), che rende certo più “competitive” le merci europee, ma moltiplica all’infinito il costo in salita delle materie prime energetiche, tutte provenienti da fuori Europa (e che in larga parte si pagano in dollari).
In passato la stessa situazione era stata risolta in modo piuttosto “imperialistico”. Il 22 settembre 1985 i ministri finanziari e i banchieri centrali dei Paesi dell’allora G5 (Francia, Giappone, Gran Bretagna, Repubblica federale tedesca, Stati Uniti), oltre al Canada, vennero convocati per un vertice all’Hotel Plaza a New York.
Lì venne loro di fatto imposto di intervenire sui tassi di cambio delle rispettive monete in modo da impedire ulteriori apprezzamenti del dollaro. In pratica, gli Stati Uniti imponevano agli altri paesi industrializzati di allora (poi arrivò anche l’Italia, e il G5 divenne G7) di farsi carico della propria crisi, riducendo drasticamente le proprie esportazioni verso gli Usa (per via di un cambio molto più sfavorevole).
Per le importazioni allora gli Stati Uniti si rivolsero alla Cina, in primo luogo, contribuendo in prima persona all’enorme sviluppo industriale di Pechino, che da allora in poi è cresciuta al ritmo di oltre il 10% l’anno, rallentando soltanto negli ultimi anni e “grazie” anche al Covid...
Impensabile che nella nuova situazione si possa fare altrettanto. Anche perché tutto il mondo sa – e anche gli europei che si stanno massacrando da soli con le sanzioni alla Russia – che tra quattro mesi, a novembre, le lezioni di Midterm potrebbero consegnarci degli Stati Uniti piuttosto diversi.
Di nuovo trumpiani, reazionari e avvelenati come la Corte Suprema sull’aborto, ma proprio per questo fuori da ogni disegno razionale di governo del pianeta.
Tempi duri, per il neoliberismo occidentale...
Fonte
20/05/2022
La guerra si mangia il surplus italiano
Dunque lo scorso anno avevamo un surplus delle partite correnti pari a 62 miliardi, frutto soprattutto dell’avanzo mercantile (differenza tra export e import). L’Italia negli ultimi anni, a prezzo di sacrifici, aveva raggiunto non solo il surplus ma anche una posizione finanziaria netta estera positiva (lo è attualmente, riferito a fine dicembre, ultimo dato, a 133 miliardi).
Il mercantilismo adottato negli ultimi 30 anni dava il suo frutto alla classe dominante ed era l’altra faccia di bassi salari, flessibilizzazione e precarietà lavorativa, tagli di servizi, tagli alla spesa pubblica. Nel 1992 il Corriere della Sera titolava: “meno salari e pensioni, più export”, il desiderata di Guido Carli e di Mario Draghi, incessantemente portato avanti negli ultimi 30 anni da qualsivoglia governo.
Così, con la crescita e il benessere alla popolazione sacrificati, la classe dominante si ritrovava con un surplus di parte corrente e tantissimi soldi, frutto di esportazioni e bassi salari, investiti nelle piazze finanziarie internazionali. Nasceva quel blocco del 20% della popolazione che, forte di 4500 miliardi di liquidità, moltissima investita all’estero, campava di rendita. Le vacanze, i locali e i ristoranti pieni, l’acquisto di beni di lusso erano frutto dei consumi di questa classe di rentier, spesso coincidente con l’imprenditore, che in questi decenni lesinava investimenti produttivi con la perdita di competitività tecnologica del Paese e bassa produttività totale dei fattori produttivi. Quest’ultima veniva vigliaccamente addossata alla forza lavoro, quasi fosse fannullona (gli impiegati pubblici da decenni vengono pubblicamente etichettati così).
Negli ultimi 7 anni la posizione finanziaria netta estera, prima in pareggio, poi ampiamente positiva (si hanno più crediti che debiti nei rapporti con l’estero), dimostrava che la popolazione italiana viveva ampiamente sotto le sue possibilità, ammansita con il Reddito di cittadinanza e con miseri bonus, quasi fossero elemosina.
Ora con la guerra si ritorna indietro, con il surplus più che dimezzato, cercheranno, come negli ultimi 30 anni, di farci stringere ancor più la cinghia per importare meno, consumare meno ed esportare di più. Per la gioia della rendita finanziaria. Questo il modello italiano degli ultimi 30 anni, che grida vendetta.
Fonte
02/05/2022
Danni collaterali del super dollaro
L'esorbitante privilegio del dollaro, così ebbe a qualificarlo ai suoi tempi il Presidente francese Giscard d'Estaing, deriva dalla capacità di creare risorse in tutto il mondo per il solo fatto di entrare in circolazione: è la moneta su cui si basa il commercio anche se avviene tra parti diverse dagli Usa, è strumento finanziario usato da chiunque, è metro e misura del valore delle altre monete.
Tutte le volte che la Fed procede ad operazioni su mercato aperto comprando titoli emessi da se stessa si determina una creazione di nuova liquidità in dollari che inonda i mercati: dal nulla si crea un nuovo mezzo di pagamento universalmente accettato, uno strumento monetario ulteriore da impiegare sui mercati per finanziare nuovi investimenti, per sottoscrivere nuovi titoli di debito, per erogare nuovi prestiti, per effettuare operazioni di Borsa, per ogni genere di commercio e speculazione.
Contenere l'inflazione americana
La Fed si è trovata di fronte ad uno scenario caratterizzato da un elevato tasso di inflazione dei prezzi al consumo e dal contemporaneo basso livello di disoccupazione: sono stati i generosissimi sussidi concessi alle famiglie ed ai disoccupati attraverso il bilancio federale a determinare una forte domanda di consumi. Anche i nuovi piani di investimento che sono stati approvati dal Congresso sulla base del pacchetto presidenziale denominato Build Back Better hanno contribuito al surriscaldamento dei prezzi.
Dopo altri due anni di politica monetaria ultraespansiva per contrastare gli effetti della crisi pandemica, con un ennesimo Quantitative Easing e tassi infimi, la Fed si è orientata da tempo in senso restrittivo ed a marzo scorso ha deciso di accelerare con una duplice manovra: da una parte aumenta i tassi di interesse, dall'altra riduce la liquidità in circolazione vendendo mensilmente una quota dei propri titoli e di quelli di Mortgage Backed Security che ha in portafoglio, arrivato alla strabiliante cifra di 8 mila 900 miliardi di dollari.
L'aumento dei tassi di interesse sui prestiti in dollari comporta un aumento degli oneri per coloro che hanno già contratto prestiti o mutui a tasso variabile ed ovviamente anche per chiunque abbia intenzione di fare nuovi debiti, sia che si tratti di comprare una casa o una automobile, sia che si tratti di fare un qualsiasi investimento.
L'obiettivo di ridurre il taso di inflazione attraverso una manovra monetaria restrittiva della Feed viene perseguito attraverso il rallentamento del tasso di crescita economica e conseguentemente della domanda di beni e servizi. Anche l'offerta di lavoro diminuisce e con questa anche la tensione sugli aumenti salariali che sono sempre richiesti quando i prezzi aumentano.
Le conseguenze internazionali della stretta sul dollaro
a) Maggiori costi per che ha debiti in dollari
Se il dollaro è una moneta globale, e ci sono contratti di finanziamento in dollari dappertutto in giro per il mondo, ne consegue che questa decisione ha effetti globali: tutti coloro che si sono indebitati in dollari a tassi variabili e tutti coloro che d'ora in avanti vorranno indebitarsi in dollari dovranno accollarsi un maggior costo di finanziamento.
b) Gli alti tassi di interessi americani spostano i capitali sul dollaro, e così Euro e Yen si svalutano
La decisione della Fed di alzare i tassi di interesse sul dollaro ha indotto i capitali a spostarsi su questa valuta. Gli Usa importano nuovi capitali dal resto del mondo, soprattutto dall'Europa e dal Giappone, visto che i tassi ufficiali di interesse decisi dalla Fed sono superiori sia a quelli europei decisi dalla Bce sia a quelli giapponesi decisi dalla BoJ.
Il vigoroso trasferimento di capitali sul dollaro, con la maggiore richiesta di questa valuta a fronte della cessione di euro e yen, ha determinato il rafforzamento della sua quotazione. Mentre l'euro si sta svalutando da un anno a questa parte, picchiando sempre più verso il basso in vista della parità, anche lo yen sta seguendo lo stesso percorso di indebolimento.
La PBoC, la Banca del Popolo Cinese, sta tenendo sotto strettissimo controllo il cambio con il dollaro, svalutando lo yuan in modo impercettibile.
c) Con il rafforzamento del dollaro fatto a spese di Euro e Yen, gli Usa esportano inflazione
Ci sono ulteriori effetti di questa decisione monetaria della Fed, sul piano dell'inflazione, che derivano sul piano del commercio internazionale dalla svalutazione dell'euro e dello yen rispetto al dollaro.
Per economie di trasformazione come quelle europee, in particolare di Germania, Francia ed Italia, e come quella del Giappone, la svalutazione dell'euro e dello yen rispetto al dollaro comporta un corrispondente aumento dei costi delle importazioni per tutte le materie prime e le merci che sui mercati internazionali sono quotate in dollari. Mentre una impresa americana continua ad importare in dollari, e dunque senza variazioni di costo perché adopera la sua stessa valuta, una impresa dell'eurozona o giapponese che deve comprare merce sempre in dollari, per acquisirli deve versare un maggior numero di euro o di yen sopportando il costo aggiuntivo che corrisponde alla svalutazione che è intervenuta nel tasso di cambio.
Questo differenziale dei prezzi delle importazioni a danno delle imprese europee e giapponesi comporta un maggior costo che si scarica prima sui prezzi delle produzioni e poi su quelli al consumo: la decisione della Fed ha esportato inflazione in Europa e in Giappone.
d) Il rafforzamento del dollaro ed i più elevati tassi di interesse sui debiti in dollari affonderanno definitivamente gli squilibri strutturali della bilancia dei pagamenti degli Usa
Per contribuire ulteriormente alla riduzione dei prezzi al consumo, il governo statunitense ha deciso di sospendere temporaneamente una serie di dazi che colpiscono le merci importate dalla Cina e che furono adottati dalla Amministrazione Trump per cercare di ridurle a favore della produzione interna: i consumatori pagano infatti un costo aggiuntivo, una imposta che viene incamerata dal Fisco statunitense.
A questo punto, occorre tirare le conclusioni.
Visto che:
1) l'inflazione americana si riduce come conseguenza della stretta monetaria della Fed;
2) il potere di acquisto in termini reali dei consumatori americani rimarrà più alto di quelli europei per l'indebolimento dell'euro che rende più care le loro importazioni;
3) la stessa debolezza dell'euro rende più convenienti per i consumatori americani comprare le merci europee;
4) la stessa cosa avviene nei confronti del Giappone e dello yen;
5) la bilancia commerciale americana è strutturalmente in rosso e nel 2021 ha raggiunto lo sbalorditivo passivo di oltre 800 miliardi di dollari, peggiorando di circa 200 miliardi rispetto all'anno precedente;
6) la posizione internazionale finanziaria netta degli Usa a fine 2021 è stata complessivamente negativa per oltre 18 mila miliardi di dollari, e che le passività verso l'estero per investimenti di portafoglio sono state pari a 28 mila 586 miliardi di dollari a fronte di attività allo stesso titolo per 16 mila 442 miliardi di dollari;
ne deriva che il rafforzamento del dollaro e l'aumento dei tassi di interessi in dollari peggiorerà ulteriormente la bilancia dei pagamenti correnti degli Usa: aumenteranno le importazioni, diminuiranno le esportazioni e costerà più caro il servizi dei loro stessi debiti denominati in dollari.
Gli Usa devono finanziare un disavanzo commerciale annuo strutturale e crescente, e devono anche remunerare un debito estero già enorme: se è indispensabile attirare i capitali sul dollaro, costi e rischi sono sempre più gravi.
Usa, Bilancia dei pagamenti verso il precipizio
Danni collaterali del Super Dollaro
Fonte
