di Alessandro Volpi
Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.
Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.
I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.
Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.
In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.
Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.
Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.
Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.
Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.
Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.
Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.
Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.
Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.
Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.
In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi
22/08/2026
Credito e monopòli. Le due pericolosissime partite che riguardano Monte dei Paschi di Siena
L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.
Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.
In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.
Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.
Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.
Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.
Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.
Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.
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18/08/2026
La Borsa rende ricche “famiglie”, aziende partecipate e fondi stranieri
Il primo posto resta saldamente nelle mani degli eredi di Leonardo Del Vecchio, con un patrimonio azionario di 44,5 miliardi di euro, anche se, la dinastia sta litigando in modo furibondo al proprio interno, un po’ come gli eredi Agnelli.
Al secondo posto c’è la famiglia Rocca che ha visto aumentare il valore della propria partecipazione in Tenaris da 9,9 a 15,2 miliardi, con una crescita del 54%, pari a oltre 5,3 miliardi in dodici mesi.
Al terzo posto sbuca il vecchio palazzinaro romano, ma non solo, Francesco Gaetano Caltagirone che è salito dal quinto al terzo gradino della classifica di Milano Finanza con 12,5 miliardi, +54% e oltre 4 miliardi di valore in più.
Subito dietro, arrivano i Crippa, una famiglia che controlla Technoprobe: erano sedicesimi un anno fa con 2,6 miliardi, adesso sono quarti con 10,4 miliardi. In dodici mesi il valore della loro quota in azienda è letteralmente esploso (quasi +300%) grazie al boom in borsa della società di microelettronica che è il secondo produttore al mondo di probe card, indispensabili per testare il corretto funzionamento dei microchip. In termini assoluti significa quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria in più, la maggiore crescita tra i grandi patrimoni già presenti nella classifica 2025.
Ma i proventi in Borsa dei titoli tecnologici hanno spinto in alto anche la novità della Bending Spoons, fresca di quotazione al Nasdaq. Se i suoi azionisti comparsi in classifica venissero considerati come un unico blocco imprenditoriale, oggi la società tecnologica milanese si collocherebbe ai piedi del podio.
Le partecipazioni attribuite ai sei soci italiani censiti da Milano Finanza valgono nel complesso oltre 12 miliardi, neanche 500 milioni meno dei 12,5 miliardi di Caltagirone. E i soli quattro fondatori, che entrano direttamente nelle prime 21 posizioni, valgono 11,95 miliardi. Luca Ferrari entra direttamente al 16° posto con una partecipazione valutata 3,18 miliardi. Matteo Danieli debutta al 19° con 2,98 miliardi, Luca Querella al 20° con 2,92 miliardi e Francesco Patarnello al 21° con 2,87 miliardi. Si aggiungono Davide Giorgio Scarpazza, 127° con 90 milioni, ed Enrico Martinelli, 188° con 41,5 milioni. Considerato come blocco, si collocherebbe alle spalle soltanto dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone, davanti ai Crippa, a Prada, agli Agnelli e ai Benetton.
Contestualmente però una delle dinastie simbolo del capitalismo italiano continua invece a perdere terreno. La famiglia Agnelli-Elkann-Nasi è passata dai 9,5 agli 8,05 miliardi, con un calo del 15,3%, scendendo così dal terzo al sesto posto. Si tratta del secondo arretramento consecutivo. Già lo scorso anno il patrimonio aveva ceduto quasi il 10%, penalizzato dalla debolezza di Exor e soprattutto dalla difficile fase attraversata dal settore automotive, tranne che per la Ferrari (i ricchi al lusso non rinunciano mai, ndr).
Arretra anche la famiglia Piero Ferrari, che scende dal sesto al nono posto. Il valore delle partecipazioni passa da 7,84 a 6,73 miliardi, -14,2%, con una perdita di oltre 1,1 miliardi. Scivolano più indietro anche gli eredi di Giorgio Armani: la ricchezza azionaria censita cala da 2,97 a circa 2 miliardi, -32,7%, e la famiglia del fondatore della maison arretra dal 14° al 26° posto.
Tra i grandi vincitori dell’anno ci sono però anche due famiglie legate alla finanza e ai media. I Doris-Tombolato salgono da 4,69 a 7,23 miliardi, con un incremento del 54,3%, e conquistano l’ottavo posto. In valore assoluto significa oltre 2,5 miliardi aggiunti in dodici mesi. Entrano stabilmente nella top ten anche gli eredi Berlusconi. Il valore delle partecipazioni in Banca Mediolanum, Mfe e Mondadori passa da 4,44 a 6,42 miliardi, con un incremento del 44,6%. La famiglia sale dall’undicesimo al decimo posto.
Secondo Milano Finanza basta però allargare lo sguardo alle prime 50 posizioni per trovare movimenti che raccontano quanto sia stata selettiva la borsa nell’ultimo anno. Tra le ascese più vistose c’è quella della famiglia Maramotti, azionista di Credem, che guadagna sei posizioni e sale al 22° posto: il valore della partecipazione passa da 1,35 a 2,15 miliardi, con un incremento del 60%. Ancora meglio fa la famiglia di Ermenegildo Zegna, che avanza dal 29° al 24° posto grazie a una ricchezza azionaria cresciuta del 75%, da 1,19 a 2,08 miliardi.
A beneficiare della corsa dei titoli industriali sono anche le famiglie legate a Danieli. Camilla e Matilde Benedetti e i Danieli Mareschi salgono rispettivamente al 31° e al 32° posto: per entrambi i rami il patrimonio azionario arriva a 1,52 miliardi, il 66% in più rispetto ai 911 milioni di un anno prima.
Ma uno degli scatti più sorprendenti arriva ancora una volta dalla finanza. La famiglia Gavazzi-Lado, azionista del Banco di Desio e della Brianza, vede più che raddoppiata la ricchezza, che passa da 666 milioni a 1,47 miliardi (+121%), e guadagna sette posizioni fino alla 33ª. Davide Leone, con la partecipazione in Banco Bpm, sale invece a 1,29 miliardi, +30%.Fa rumore anche la risalita della famiglia Ferragamo: dal 50° al 44° posto, con la partecipazione nella maison che passa da 450 a 925 milioni e mette a segno un +106%. La famiglia Storchi invece, grazie a Comer Industries e Vimi Fasteners, guadagna il 45% e sale a 827 milioni, mentre Massimo Perotti di Sanlorenzo cresce del 34% a 774 milioni. Appena dentro la top 50, infine, la famiglia D’Amico porta a 698 milioni il valore delle quote in D’Amico e Tamburi Investment Partners, quasi il 60% in più rispetto a un anno fa.
Ad essersi arricchite in Borsa nel 2026 sono state anche le aziende partecipate dallo Stato. Se nel 2025 il valore delle partecipazioni pubbliche censite da Milano Finanza aveva raggiunto 81,5 miliardi, dodici mesi dopo il totale sfonda la tripla cifra e arriva a 111,1 miliardi. L’incremento in termini assoluti è di oltre 29,5 miliardi, pari al 36,2%.
Il ministero dell’Economia, dispone direttamente di partecipazioni per 55,5 miliardi, mentre Cassa Depositi e Prestiti arriva a 54,7 miliardi. Nel portafoglio diretto del Mef il peso maggiore è quello di Enel, con una quota valutata oltre 24 miliardi, seguita da Poste Italiane con 10,42 miliardi e Leonardo con 10,14 miliardi. STMicroelectronics vale oltre 6 miliardi.
Cassa Depositi e Prestiti ha invece in Eni la gallina dalle uova d’oro: la propria quota vale quasi 21,8 miliardi, seguita da Poste Italiane con 12,46 miliardi, Snam con 6,15 miliardi e Terna con 6,05 miliardi. Italgas supera 2,67 miliardi, Fincantieri vale quasi 3 miliardi e Saipem oltre 1,1 miliardi.
Infine ci sono i grandi fondi di investimento stranieri che hanno ormai quasi 100 miliardi di Piazza Affari nel proprio portafoglio. Alla chiusura del 7 agosto, le partecipazioni riconducibili ai principali investitori istituzionali esteri censiti da Milano Finanza valgono complessivamente 97,7 miliardi di euro.
A dominare la graduatoria è il fondo BlackRock. Il gigante americano guidato da Larry Fink detiene partecipazioni per 37,88 miliardi, oltre un terzo dell’intero patrimonio censito. Il suo portafoglio abbraccia tutti i settori strategici di Piazza Affari: dalle banche, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Fineco Bank, all’energia con Eni, Enel, Snam e Italgas, passando per Ferrari, Stellantis, Telecom Italia, Prysmian e Moncler. Se fosse inserita nella classifica dei Paperoni privati, BlackRock sarebbe seconda, dietro soltanto ai 44,5 miliardi degli eredi Del Vecchio e davanti ai 15,2 miliardi della famiglia Rocca. E metterebbe nel mirino lo Stato italiano (111 miliardi).
Alle spalle del colosso americano c’è Norges Bank, il braccio operativo del gigantesco fondo sovrano norvegese, con partecipazioni per 15,45 miliardi distribuite su 81 società italiane.
Al terzo posto c’è Capital Research and Management con 9,34 miliardi investiti tra Carel Industries, Interpump, Lottomatica, Moncler, Prysmian, Reply e Unicredit.
Ma la mappa del capitale straniero non è fatta soltanto di asset manager. Cvc Capital Partners vale 5,21 miliardi grazie alla partecipazione in Recordati, mentre Credit Agricole arriva a 5,18 miliardi con la quota di maggioranza relativa in Banco Bpm. Oak Holdings-Vodafone ha 2,27 miliardi in Inwit. JP Morgan Asset Management supera i 2 miliardi con quote in Azimut, Bff Bank, Bper e altri titoli, mentre Lazard è appena dietro, sempre sopra quota 2 miliardi.
Teradyne possiede quasi 2 miliardi di Technoprobe, la società che ha fatto esplodere anche la ricchezza dei Crippa. Fmr vale 1,70 miliardi attraverso Lottomatica, Marr, Prysmian e Sesa; Morgan Stanley 1,69 miliardi con Moncler e Telecom Italia; Vanguard 1,56 miliardi con Prysmian. Goldman Sachs conta 1,52 miliardi in Banco Bpm, mentre Sinochem conserva 1,43 miliardi in Pirelli e Ardian quasi 1,4 miliardi in Inwit.
Prysmian poi compare nei portafogli di BlackRock, Capital Research, Lazard, Fmr, Vanguard, AllianceBernstein, T. Rowe Price, Amundi, State Street e Baillie Gifford. Più in basso ci sono anche altri investitori industriali e sovrani o gruppi esteri: Advantest ha 991 milioni in Technoprobe, Suez 883 milioni in Acea, Temasek 432 milioni in Moncler e la cinese Shandong Sasac circa 400 milioni in Ferretti.
Questa vera e propria mappa del capitalismo e della ricchezza in Italia va conosciuta e studiata bene, non per invidiarla ma per abbatterla, soprattutto se si mette a confronto la natura e il volume di queste ricchezze e la situazione economico-sociale del paese.
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27/07/2026
L’Offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste italiane su Tim è un affare per i fondi
di Alessandro Volpi
L’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Poste italiane su Tim è un formidabile affare di quello che sembra l’amico di famiglia della destra italiana, ovvero l’amministratore delegato di BackRock, Larry Fink. In sintesi: l’operazione consiste nella costruzione di un colosso in grado di integrare i servizi di telecomunicazione con la piattaforma logistico-finanziaria di Poste. Attraverso l’Opas, Poste acquisirà infatti il controllo totalitario di Tim, creando un colosso da oltre 25 miliardi di euro di ricavi.
Ma il dato interessante è un altro. In seguito a questa operazione, il peso dello Stato in Poste scenderà dal 64% al 50%, con l’acquisizione della quota venduta da parte dei grandi fondi, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street. Gli stessi fondi sono però già azionisti di Tim; BlackRock ne possiede il 5%, Vanguard circa il 2% e State Street l’1,5%. Per effetto di questa partecipazione, con l’Opas trasformeranno quindi le loro azioni di Tim in azioni di Poste.
Questo significa che le Big Three arriveranno ad avere circa il 18% del colosso nato dalla aggregazione di Tim con Poste. In tal modo saranno determinanti nelle scelte di Poste – e nella gestione del succulento risparmio postale – e faranno una montagna di soldi, garantiti dalla presenza dello Stato. Oltre a un incasso cash immediato di 300 milioni di euro, attraverso l’offerta di scambio (0,218 azioni Poste per ogni azione Tim), i fondi hanno convertito i loro titoli “improduttivi” di Tim in azioni Poste, che invece offrono un dividendo yield tra i più alti del listino italiano. Di fatto, i fondi ricominciano a incassare cedole su quel capitale; nel 2026 la crescita del valore azionario di Poste, infatti, è stata del 60%.
Inoltre, i fondi, che gestiscono migliaia di miliardi di dollari per conto di risparmiatori e fondi pensione, beneficiano direttamente della crescita del valore del titolo Poste nei loro portafogli, migliorando le performance dei loro Etf e fondi comuni, con conseguenti maggiori vendite e commissioni. Essere azionisti rilevanti del gruppo che controlla la rete di telecomunicazioni, i dati del cloud (Noovle), l’identità digitale (Spid/Cie) e i pagamenti (PostePay) di un intero Paese del G7 ha poi un valore strategico immenso. Questi fondi non cercano solo profitto immediato ma esposizione a infrastrutture critiche che garantiscono rendimenti a lungo termine e una posizione di rilievo nella capacità di condizionamento dei governi in merito alla trasformazione digitale europea.
Di questa operazione è necessario aggiungere un’ulteriore specificazione, legata appunto alla “politica” delle privatizzazioni della destra. Il ministero dell’Economia ha messo sul mercato una quota di circa il 14% di Poste italiane. Prima di questa operazione lo Stato deteneva, come ricordato, il 64,2% circa (ripartito tra il 29,2% in mano diretta al Mef e il 35% tramite Cassa depositi e prestiti). Con la vendita del 14% in un’Offerta pubblica di vendita (Opv) rivolta a investitori istituzionali, piccoli risparmiatori e dipendenti, la quota totale del settore pubblico è scesa esattamente alla soglia del 50% più un’azione. Poste Italiane, poi, per finanziare l’acquisizione di Tim, ha emesso nuove azioni da offrire in concambio ai soci Tim (la componente “Scambio” dell’Opas).
Questa emissione di nuovi titoli ha generato un effetto di diluizione per i vecchi azionisti. Tuttavia, il governo ha calibrato la cessione del 14% proprio per far sì che, anche dopo l’emissione dei nuovi titoli necessari per comprare Tim, lo Stato non scendesse mai sotto la soglia psicologica e legale del 50%. Dalla cessione del 14% di Poste, il dipartimento del Tesoro ha incassato una cifra stimata tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro (a seconda del prezzo di mercato al momento del collocamento). Questi proventi sono stati destinati alla riduzione del debito pubblico, rispettando i piani concordati con l’Unione europea. C’è da scommettere poi che nel giro di poco tempo la “Melonomics” procederà a cedere un’altra quota di Poste agli stessi fondi per fare cassa.
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06/07/2026
Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock
Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.
A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.
Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.
Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.
La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.
Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.
Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.
In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.
Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.
L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.
I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.
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01/07/2026
Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso
Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.
Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.
Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.
Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.
Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.
I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.
Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.
Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.
Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.
Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.
Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.
Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.
Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.
USB rivendica chiaramente:
- NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
- Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
- Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
- Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
- Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.
Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.
USB Lavoro Privato
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12/06/2026
La quotazione in Borsa di SpaceX presenta numerose insidie
di Alessandro Volpi
Il 12 giugno è il giorno del più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell’ingresso al Nasdaq di SpaceX, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di questo evento sono incalzanti: il dato comune è riassumibile nell’immagine del nuovo geniale padrone dello spazio e dell’intelligenza artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti.
Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti e del mondo “libero” dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l’Universo, l’imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio.
Certo, l’operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese. La quotazione di SpaceX (Space exploration technologies corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo “SPCX”. La società debutterà come “controlled company”, il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l’operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75mila-1,78mila miliardi di dollari.
Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più “preziose” al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande Offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco.
Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l’attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell’offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori). Di solito, nelle grandi Ipo tecnologiche, questa quota non supera il 10%. È previsto poi l’accesso tramite piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell’operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l’allocazione delle azioni prima del debutto.
Siamo di fronte quindi a una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca. Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di SpaceX anticipa quelle di Anthropic e OpenAI che avverranno entro la fine dell’anno e dovrebbero mobilitare circa quattromila miliardi di dollari. Queste quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli delle società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock.
Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell’intelligenza artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l’emergere dell’inflazione.
Il rischio vero, quindi, è che le quotazioni avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un’accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell’IA e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.
Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l’adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un “mercato” azionario che vale quasi 160mila miliardi di dollari (erano 94mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142mila miliardi di dollari (erano 105mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli statunitensi.
Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di future azioni SpaceX, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l’Ipo quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio di quest’anno, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi Etf (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20%-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk.
Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell’economia reale, dei loro redditi da lavoro e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.
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09/06/2026
Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane
di Alessandro Volpi
Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.
Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.
Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.
La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.
La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.
La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.
La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.
La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.
La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.
Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.
1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.
Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.
Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.
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02/06/2026
Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla
di Alessandro Volpi
La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.
Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.
C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.
È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.
I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.
Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.
Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.
Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.
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13/05/2026
Gli esuberi annunciati da Electrolux in Italia e le logiche distorte del capitalismo finanziario
I licenziamenti che la società Electrolux sta operando in Italia sono il risultato di politiche neoliberali decisamente sbagliate, che avrebbero dovuto essere l’alternativa agli errori del capitalismo industriale italiano.
La storia di Electrolux in Italia inizia ufficialmente nel 1984, quando il colosso svedese acquisisce la Zanussi di Pordenone per la cifra decisamente ridotta di 200 miliardi di lire. All’epoca la Zanussi era un simbolo del miracolo economico italiano, arrivata a contare oltre 30mila dipendenti ma si trovava in una crisi finanziaria gravissima, dovuta a un eccesso di indebitamento e a scelte strategiche sbagliate, a cominciare da quella di ampliare a dismisura i confini del settore degli elettrodomestici fino a comprendere la produzione di televisioni a colori, peraltro, osteggiata in Italia dalla politica.
L’ingresso di Electrolux salvò l’azienda dal fallimento e per diversi anni garantì il mantenimento di un ruolo centrale in Europa, con poli di eccellenza a Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni) e Cerreto d’Esi (cappe).
A partire dal 2010, tuttavia, il settore degli elettrodomestici in Italia ha iniziato a soffrire per l’ascesa di colossi come LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, per l’allargamento a Est dell’Unione europea che ha reso il complesso industriale italiano meno competitivo rispetto a stabilimenti in Polonia, Ungheria e Romania e per i costanti piani di efficientamento volti a ridurre il costo del lavoro ma anche la qualità delle produzioni. Il modello neoliberale della globalizzazione e l’allargamento dell’Unione per avere manodopera a basso costo rappresentavano dunque due scelte politiche destinate ad aggravare in maniera radicale la crisi industriale italiana.
A fine 2023 Electrolux annuncia poi un piano globale di riorganizzazione dovuto a un calo del mercato europeo (sceso del 12% rispetto al periodo pre-pandemico) e all’inflazione e nel gennaio del 2024, senza troppa attenzione da parte della politica, l’azienda dichiara 373 esuberi in Italia (199 operai e 174 impiegati). Si arriva così alla firma dell’ accordo di marzo 2024, basato sulla non opposizione (uscite volontarie incentivate) e sull’utilizzo di contratti di solidarietà a Porcia e Forlì per evitare licenziamenti forzati.
Tutto ciò non basta però a scongiurare la decisione di inizio maggio 2026 che prevede appunto 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, la chiusura di Cerreto d’Esi e pesanti tagli che colpiscono gli storici stabilimenti di Porcia e Susegana, oltre a Solaro e Forlì. In pratica un radicale ridimensionamento delle attività produttive che prelude all’abbandono dei siti italiani, trasferiti in larga parte in Polonia. Electrolux motiva una simile “strategia” per focalizzarsi solo sulla fascia premium (marchi Aeg ed Electrolux di alta gamma), che però richiede meno manodopera.
Si tratta davvero di una brutta vicenda per capire la quale sono necessarie alcuni riferimenti specifici. Il primo riguarda la proprietà di Electrolux. La famiglia Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e americani. È interessante in questo senso notare la forte finanziarizzazione della proprietà. I due fondi più rilevanti sono BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e, soprattutto, dei sindacati svedesi. Sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio.
È importante segnalare che tra aprile e maggio 2026 si sono intensificate anche le voci di un’acquisizione da parte di Midea, colosso cinese degli elettrodomestici. Sebbene al momento non ci sia una proprietà cinese ufficiale, Electrolux ha recentemente stretto una partnership strategica e avviato un aumento di capitale (aprile 2026) per rafforzare le proprie finanze, alimentando i timori su un possibile passaggio di mano futuro; vendere a Midea Group, società cinese quotata a Shenzen e a Hong Kong, sarebbe molto coerente con l’opera di finanziarizzazione dal momento che si tratta di una società a capitale privato con la forte presenza di BlackRock e Morgan Stanley.
Oltre al tema della proprietà, per capire come si è arrivati ai licenziamenti in massa occorre tener presenti due altri fattori. Certamente nella scelta ha pesato la volontà di trasferire le produzioni in Polonia, diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa, per effetto di un costo della manodopera decisamente più basso, per gli incentivi garantiti dal governo polacco con il finanziamento europeo, che spesso viene utilizzato aggirando il divieto degli aiuti di Stato, e per effetto di una concorrenza fiscale feroce.
Per essere ancora più chiari è bene specificare che le regole dell’Unione europea vietano l’uso di fondi comunitari per finanziare direttamente la delocalizzazione da uno Stato membro all’altro ma esistono delle “sfumature” che le multinazionali sfruttano. La Polonia riceve enormi stanziamenti dai Fondi di coesione Ue (oltre 76 miliardi di euro per il periodo 2021-2027). Questi fondi possono essere usati per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione” in Polonia. Legalmente non è considerato un finanziamento per “chiudere in Italia” ma per “aprire in Polonia”, anche se il risultato finale è lo spostamento dei volumi produttivi. Proprio a fine 2024, inoltre, Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero proprio in Polonia.
Ma la questione della concorrenza fiscale riguarda anche la Svezia. Investor AB non paga tasse sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni (se detenute per scopi industriali a lungo termine) e non paga tasse sui dividendi che riceve dalle società che controlla (come Electrolux, Ericsson, Abb, AstraZeneca). Alla luce di tutto ciò è forse più semplice capire perché i 1.700 licenziamenti di Electrolux rischiano di essere uno dei tanti sintomi della deindustrializzazione italiana.
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29/04/2026
Uno sparo che non agita le borse
Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.
La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.
La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.
Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.
A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.
In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.
La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.
Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.
A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.
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18/04/2026
Il colpo di Lovaglio in Mps e la centralità di BlackRock nel sistema bancario italiano
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è diventata uno dei bersagli del loquacissimo Donald Trump ma intanto conserva la sua stretta “amicizia” con Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e la grande finanza statunitense. L’assemblea degli azionisti di Monte dei Paschi ha confermato, in modo inatteso, Luigi Lovaglio nella carica di amministratore delegato. Si tratta di un passaggio di grande rilievo perché Lovaglio era stato di fatto “sfiduciato” dai Caltagirone, ma BlackRock, insieme a Bpm, dove ha una partecipazione rilevante, ha contribuito alla sua conferma, sostenuta in primis da Delfin dei Del Vecchio.
In altre parole, la conferma di Lovaglio segna una spaccatura nel salottino “buono” della finanza italiana ma soprattutto afferma la centralità di BlackRock nel definire le sorti del sistema bancario del nostro Paese, con il chiaro obiettivo di controllarne il risparmio. E Meloni che cosa c’entra? Il ministero dell’Economia che detiene una quota del 4,8% del capitale di Mps non ha partecipato al voto e ha così consentito l’abbassamento del quorum, rendendo il successo di Fink e dei Del Vecchio ancora più tondo. Poi magari Giorgetti venderà anche quel 4,8%.
Da questa brevissima cronistoria discendono alcune conseguenze non banali per il sistema creditizio e finanziario italiano. La prima è rappresentata dal fatto che pare fallito il disegno di creare un terzo “polino” nazionale, caldeggiato da Meloni-Giorgetti, e fondato sull’accordo tra Caltagirone e Delfin della famiglia Del Vecchio. Il modo davvero sgangherato e, per molti versi sospetto, come hanno messo in luce le indagini della Procura di Milano, con cui i due gruppi hanno operato per l’acquisizione di Mediobanca ha generato, molto probabilmente, la preoccupazione, soprattutto in casa Caltagirone, di una pericolosa esposizione nei confronti della centralità assunta proprio da Lovaglio in quella scalata.
Troppo forte è infatti il dubbio del “concerto”, a cui non sarebbe stato estraneo neppure il governo per effetto delle modalità della preliminare cessione di una parte della sua partecipazione in Mps. Da ciò è discesa, forse, la decisione di Caltagirone di prendere le distanze da Lovaglio, dichiarandosi contrario alla sua riconferma alla guida di Mps. Lo stesso Lovaglio, tuttavia, non si è certo rassegnato a questo allontanamento e ha favorito la creazione di un nucleo di azionisti, a partire dalla famiglia Tortora, che portasse il suo nome nell’assemblea generale, incaricata della nomina. Si è aperta così una partita per molti versi inattesa che ha visto Delfin abbandonare il legame con Caltagirone, rompendo di fatto l’accordo che avrebbe dovuto definire la nuova governance di Generali, dove la neoacquisita Mediobanca ha un peso determinante.
In questo senso la rottura tra i due gruppi italiani ha segnato il venire meno, almeno nell’attuale fase, della possibilità per l’esecutivo Meloni di puntare a un controllo italiano di Generali. Nella vicenda della nomina di Lovaglio, dunque, sembra esaurirsi un progetto ben più vasto e si dimostra, se ancora ne servisse una prova, la capacità di BlackRock di avere un’incidenza determinante nella finanza del nostro Paese. Il voto del fondo guidato da Larry Fink, che ha una partecipazione importante anche in Bpm, schieratasi come detto con Delfin a favore di Lovaglio, è stato fondamentale nel consentire alla cordata Delfin di superare il 50% dei voti e nel mettere in minoranza la compagine guidata da Caltagirone.
L’obiettivo del grande fondo statunitense è evidentemente quello di dare continuità alla strategia di Lovaglio, i cui caratteri, assai probabilmente sono stati oggetto dell’adesione di BlackRock alla scelta di Mps su Mediobanca, e di garantirsi così il controllo della gestione del risparmio italiano.
Nella votazione in questione è emerso un altro dato significativo. Mentre BlackRock ha votato per Lovaglio, Vanguard, l’altro grande gestore, presente nell’azionariato di Mps, sia pur con una partecipazione decisamente più piccola, ha scelto di sostenere la candidatura di Francesco Palermo, avanzata da Caltagirone. Si è definita così un’insolita spaccatura tra i due più grandi gestori di risparmio a livello globale, che Vanguard ha motivato sulla base dei suggerimenti fornitigli dalla proxy Iss (Institutional shareholder services), suo principale consulente e sostenitore della tesi di una prospettiva di rendimenti più alti con la linea di Palermo.
Peraltro Vanguard ha fatto sapere che ascoltare i suggerimenti della proxy è coerente con la logica della cosiddetta “finanza passiva”, secondo la quale la società di gestione deve evitare un eccesso di protagonismo nelle decisioni di voto. Si tratta però di una situazione non banale perché il principale azionista di Iss è Deutsche Borse, il cui principale azionista è BlackRock.
È evidente allora che la scelta del vertice di BlackRock è stata decisamente “politica”, ben oltre i suggerimenti che possono venire da una proxy “tecnica”. BlackRock ha deciso che la battaglia per il risparmio italiano deve essere combattuta duramente e, appunto, politicamente, spingendo di fatto il Governo Meloni a rinunciare al terzo “polino” nazionale per mantenere buoni rapporti con l’azionista privato più forte nelle partecipate pubbliche e grande compratore del debito italiano.
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06/03/2026
Il governo della speculazione sulle bollette
Narrazioni difficilmente sopportabili. La presidente Giorgia Meloni ha dichiarato di voler combattere la speculazione sui prezzi del gas, dell’elettricità e della benzina. Il suo ministro Pichetto Fratin si è spinto a distinguere fra “speculazione buona” e “speculazione cattiva”.
In realtà Meloni dovrebbe specificare meglio cosa intende per “colpire la speculazione” al di là dell’ipotesi di una ennesima minaccia, mai attuata, di tassazione sugli extra profitti.
Il prezzo del gas, che costituisce circa il 40-45%, del peso della bolletta si determina in un indice che ha sede immateriale ad Amsterdam, di proprietà di una società americana – ICE – i cui principali azionisti sono i grandi gestori del risparmio, BlackRock, Vanguard e State Street, che sono anche i principali operatori di quell’indice perché rappresentano, con le loro derivazioni, circa i 2/3 dei 500 operatori presenti.
In tale indice il prezzo del gas viene determinato non in base all’offerta e alla domanda reale di gas, ma in base alle scommesse speculative (buone, cattive? Questo lo sa solo l’ineffabile Pichetto Fratin) mosse dalle “aspettative” senza reale legame con la produzione di gas.
Se le aspettative, come in questo momento, prevedono un rialzo, le scommesse puntano sul rialzo e il prezzo sale velocemente (oggi siamo già vicini ai 60 euro megawattora contro i 29 di pochi giorni fa). Per essere ancora più chiari questi aumenti dipendono per il 50% dall’effetto delle scommesse dei grandi fondi e della finanza delle Big Three, e arrivano direttamente sulle bollette o alla pompa.
Ma la speculazione – buona, cattiva? – non si ferma qui perché possono giocare un ruolo nelle tariffe gli effetti delle azioni di società a partecipazione pubblica, come Eni, Enel, Italgas e Snam, che magari hanno comprato prima dell’impennata speculativa e rivendono con il prezzo speculato: lo Stato in realtà ha una percentuale vicina al 30%, ma buona parte del 70% restante è in mano agli stessi grandi fondi, a cominciare dalle Big Three, che certamente non sono disponibili a riduzioni di prezzo e alla rinuncia agli extraprofitti.
In più, occorre ricordare che una parte delle tariffe è definita dalle multi-utility dove sono presenti i Comuni ma dove hanno un ruolo decisivo, in particolare in quelle quotate in Borsa, gli stessi grandi gestori del risparmio Usa, onnipresenti.
Infine, non bisogna trascurare che il 30% del costo delle tariffe proviene da oneri fiscali, Iva e accise. Dunque, il governo per battere la speculazione dovrebbe trovare un altro strumento di definizione dei prezzi che non sia l’indice olandese, che oggi resta decisivo anche per il “Punto di Scambio virtuale”, creato per cercare un’autonomia dall’indice olandese.
Dovrebbe insomma provare a ri-nazionalizzare la filiera dell’energia, dove realmente si decide la possibilità di calmierare le tariffe rinunciando ai profitti stellari e dovrebbe ridurre Iva e accise, che peraltro sono imposte indirette e colpiscono duramente i redditi più bassi.
Se non si fa questo si devono mettere soldi nei “decreti bollette” che rischiano di essere sempre insufficienti e sono un modo per pagare tramite risorse pubbliche i profitti di speculatori e distributori.
A proposito di speculazioni, io penso che quelle buone non esistano mai e in particolare quelle su beni fondamentali come l’energia.
P.S. Certo la totale subordinazione agli Stati Uniti, che hanno scatenato la guerra dell’energia per la propria sopravvivenza imperiale e che impoverisce di nuovo la popolazione italiana, non mi pare molto ragionevole. Non posso, in questo, non citare il fantastico Matteo Renzi che, di fronte all’alternativa Khamenei/Trump, sostiene di “non avere dubbi e di stare con Trump”.
Ecco la storia è un po’ più complessa e questo modo di “interpretarla” non è molto dissimile da quello di Giorgia Meloni.
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20/01/2026
I “padroni del mondo” e le pensioni italiane
Non è un mistero che la ricchezza si stia sempre più concentrando in poche mani, una tendenza alla centralizzazione dei capitali che si esprime nei monopoli dei grandi fondi finanziari americani, i più consistenti, in termini economici, sono i cosiddetti big three (BlackRock, Vanguard Group, State Street Global). Questi fondi gestiscono patrimoni, nello specifico i primi dieci al mondo, che hanno registrato un attivo di 44 mila miliardi di dollari nel 2022, i menzionati Black Rock e Vanguard ne gestiscono la metà; in sostanza, due fondi gestiscono un giro economico pari a circa 1/5 del PIL mondiale [2]. I primi dieci fondi del mondo partecipano, inoltre, in quote tra il 30 % e il 40 % delle prime 500 società mondiali, denotando la tendenza alla formazione di un’oligarchia finanziaria che domina l’economia “reale” euro-atlantica. Per effettuare un paragone con la finanza europea, essa gestisce patrimoni che a confronto appaiono fortemente sottodimensionati, le prime 10 società europee di risparmio gestito hanno attivi che sfiorano “soltanto” i 13 mila miliardi (e sono partecipate spesso e volentieri dai fondi americani), con solo cinque fondi che gestiscono cadauno circa mille miliardi (con la sola Amundi che gestisce in solitaria più di duemila miliardi).
In Italia le pensioni pubbliche sono gestite dall’INPS che chiude il bilancio 2025 con un attivo di 7,5 miliardi, risorse che sono fortemente soggette agli appetiti dei grandi fondi speculativi, delle banche e delle assicurazioni (a loro volta partecipate dai grandi fondi). Negli ultimi decenni la legislazione italiana ha favorito, con l'avallo di CGIL, CISL e UIL, il traghettamento progressivo di quote consistenti di salario diretto e indiretto nei fondi, in primis tramite i rinnovi dei CCNL che prevedono lo scambio tra aumenti retributivi reali e welfare aziendale che avalla i fondi integrativi pensionistici privati, la sanità privata e le polizze assicurative gestite sempre dai grandi fondi americani.
Nell’ultima legge di bilancio vediamo un imponente vantaggio fiscale al meccanismo delle pensioni private, tramite l’aumento della deducibilità annua del contributo versato ai fondi pensione. E ancora più incisivo e pericoloso l’obbligo del TFR nei fondi pensione privati per i neoassunti dal primo luglio 2026, e il silenzio-assenso come formula per negare tale trasferimento, una destinazione che USB denuncia con forza come meccanismo di appropriazione e finanziarizzazione del salario differito.
Nei primi nove mesi del 2025 i fondi pensione italiani hanno raccolto contributi per 11,7 miliardi di euro, (Relazione Covip settembre 2025), risorse che rappresentano l'architrave di una deriva finanziaria, borsistica e speculativa che ha prosciugato l'economia reale negli ultimi decenni. Sostenere la previdenza complementare significa consegnare le tutele sociali alla speculazione e ai grandi colossi bancari, alle assicurazioni, trasformando il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici in una scommessa d'azzardo sui mercati azionari.
USB - Federazione del Sociale
Note
[1] https://www.ft.com/content/9c3c1ec8-9ccf-46bb-977d-e877dcf564e6
[2] Cfr. A. Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2024; Id., La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, Roma-Bari, 2025; Indice S&P 500: https://www.britannica.com/money/economic-indicator.
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02/12/2025
Pillole di bancarotta. Proviamo a fare due conti
Il valore complessivo delle società partecipate pubbliche quotate era a luglio di quest’anno pari a quasi 264 miliardi di euro di cui lo Stato e Cdp [Cassa Depositi e Prestiti, ndr] possedevano quasi 90 miliardi.
Una prima considerazione su questo dato: in un anno il valore della partecipazione dello Stato solo per effetto dell’aumento del valore dei titoli di tali società è salito di quasi 10 miliardi. Tutto bene, allora?
Direi proprio di no. Il governo Meloni infatti ha deciso un piano di privatizzazioni di oltre 20 miliardi di euro, di cui ha già messo in atto una parte con dismissioni tra Eni, Mps e altri 5-6 miliardi, ceduti a grandi fondi Usa o al salottino buono della finanza nostrana (Delfin e Caltagirone in primis).
Tale piano sta proseguendo: è in rampa di lancio la cessione di un ulteriore 14% di Poste, a cui potrebbe seguire quella di Ferrovie, magari attraverso lo strumento di uno spin off dedicato. Intanto si parla di imminente cessione della Banca del Mezzogiorno, naturalmente dopo averla risanata a spese dei contribuenti e dopo che è tornata a distribuire dividendi, di una quota parte di Enav, l’ente che gestisce il traffico aereo civile, e persino della Zecca di Stato dopo averla portata in Borsa.
In estrema sintesi, Meloni e Giorgetti scelgono con cura le società che garantirebbero maggiori introiti allo Stato in termini di utili e ne vendono pezzi crescenti a privati – grandi fondi Usa e “grandi famiglie” – in modo da trasferire loro gli utili pubblici.
Non male: poi magari con questi introiti si finanziano la quinta rottamazione e la riduzione del carico fiscale per i super ricchi.
Poveri e promossi
Il governo Meloni esulta per la “promozione”, da parte della agenzia Moody’s, del debito italiano a Baa2. Si tratta di un piccolo balzo in alto che non avveniva da 23 anni e che comunque lascia l’Italia al quarantacinquesimo posto della “classifica” mondiale.
Ma il punto non è questo. Per capire cosa significa la “promozione” bisogna tener conto di due fattori. Il primo. Moody’s è una società privata i cui principali azionisti sono Berkshire di Warren Buffet, BlackRock, Vanguard e State Street, i più grandi gestori del risparmio mondiale.
Il secondo fattore è costituito dai criteri di attribuzione del rating che prevedono un innalzamento quanto più debito e deficit sono bassi. Ora il governo Meloni ha presentato una Legge di bilancio che elimina di fatto la spesa sociale per ridurre il deficit e portarlo sotto il 3%. In sintesi, se non c’è spesa pubblica, il deficit si riduce e Moody’s migliora la pagella. Ma chi beneficia di tale aumento?
Non ci sono dubbi, non certamente la popolazione italiana che avrà meno servizi pubblici, a cominciare dalla sanità mentre ne traggono un evidente vantaggi propri i grandi gestori del risparmio perché i cittadini privati dei servizi pubblici dovranno indirizzare i loro risparmi ai fondi privati e quindi a BlackRock, Vanguard e State Street che, guarda caso, sono i proprietari di Moody’s: è come avere un “arbitro” che è dipendente di una delle squadre in campo, quella della finanza.
Bisognerebbe aggiungere che ormai il rating di Moody’s non riesce neppure a contenere il costo degli interessi sul debito, destinati comunque a crescere per la concorrenza dei debiti, in lievitazione, degli altri paese.
L’assalto
La Commissione europea guidata dall’ineffabile Von der Leyen propone un pacchetto di misure volte a smontare il sistema pensionistico pubblico a favore della previdenza privata. Le indicazioni sono molto chiare:
1) iscrizione automatica di lavoratori e lavoratrici a fondi pensione privati, a cui l’interessato può opporsi solo con una rinuncia formale;
2) revisione profonda delle norme sui prodotti pensionistici personali paneuropei la cui vendita sarà decisamente semplificata, con costi ridotti e con forme evidenti di agevolazione fiscale a danno dei contribuenti che rifiutino il regime automatico;
3) revisione delle forme di controllo e di vigilanza sui fondi pensionistici privati eliminando i vincoli “indebiti sugli investimenti”.
Certamente i grandi gestori del risparmio – BlackRock in primis – festeggiano: la Commissione europea offre al capitalismo finanziario, attraverso la destinazione obbligatoria del risparmio verso i titoli finanziari, l’unica vera linfa vitale.
Una nota di chiusura: la commissaria europea alle finanze, Maria Luís Albuquerque, è stata amministratrice non esecutiva presso Arrow Global, società di investimento con sede fiscale a Londra e una chiara predilezione per i fondi immobiliari.
I capitalisti
Stellantis ha ridotto drasticamente il numero dei dipendenti che non arrivano ormai a 38 mila di cui quasi 15 mila sono sottoposti a varie forme di ammortizzatori sociali.
Nel frattempo, nel 2023 Exor [la holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia italiana Agnelli, ndr] ha creato una società di gestione patrimoniale che ha in maniera davvero paradossale denominato Lingotto Investment Management, con sede fiscale a Londra. Tale società Agnelli/Elkann ha destinato quasi 7 miliardi di euro nell’acquisto di titoli di una quarantina di società, in larga parte americane, tra cui Google e Amazon, e in fondi che speculano su materie prime e oro.
In sintesi, mentre abbandonava la produzione di auto, nonostante i sostanziosi incentivi, e mentre utilizzava a piene mani gli ammortizzatori sociali, Exor – la famiglia Elkann Agnelli – faceva una montagna di soldi in operazioni meramente finanziarie, evitando accuratamente le imposte e chiedendo l’affidamento ai servizi sociali per il povero John.
Un bel giochetto
Gli utili delle banche italiane sono arrivati nei primi nove mesi del 2025 a quasi 22 miliardi di euro. Da cosa dipendono? In gran parte dalle commissioni, quindi dalla vendita di prodotti finanziari che, spesso, hanno acquistato dai grandi fondi americani, BlackRock in primis, con i risparmi degli italiani. Le banche fanno sempre meno credito e sempre più finanza, americana...
Ma immaginare un’imposta che si riferisca, in maniera strutturale, a questo tipo di profitti è considerato dal governo Meloni, e non solo, un sacrilegio. Anzi, le banche vanno pubblicamente ringraziate come ha fatto l’abbinata Giorgetti-Meloni.
Meloni e BlackRock...
La discussione sulla Legge di bilancio sta assumendo toni davvero incredibili.
Mi soffermo su due misure.
La prima. Sembra che il governo voglia cancellare l’aumento di imposta sui dividendi da partecipazioni di minoranza. In pratica, oggi, le società italiane che comprano partecipazioni azionarie di minoranza di altre società pagano, se si tratta di società Usa, il 16,2% sui dividendi, formato dal 15% di tassazione Usa e l’1,2% di tassazione italiana.
L’idea originaria era di portare l’aliquota italiana al 24%, ma questa soluzione pare già accantonata: altrimenti come farebbero le società italiane a comprare azioni di Big Tech Usa, sostenute da BlackRock, piuttosto che investire nel proprio ciclo produttivo?
La seconda misura dovrebbe compensare la perdita di gettito di questo ripristino dell’aliquota sui dividendi. Si tratta di tassare le vendite di oro (il cui prezzo ha oggi raggiunto i 4200 dollari l’oncia!), che ora pagano il 26% sulla plusvalenza se c’è una fattura che provi il prezzo, altrimenti pagano il 26% sul valore della cessione.
La proposta in campo prevede di pagare per chi non ha prove di acquisto una sola tassa una tantum sul valore complessivo del posseduto, magari milioni di euro, con un’aliquota del 12,5%.
Fantastico, l’Italia è il mondo dei ricchi e di BlackRock che è uno dei principali protagonisti dell’impennata del prezzo dell’oro in termini finanziari. Ma intanto il Corriere dedica un paginone a Prodi che dichiara che “Mamdani non è il modello” e serve “un riformismo concreto”.
I ricchi, molto concretamente, festeggiano.
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01/12/2025
Il fantastico mondo delle banche italiane, tra scalate sospette e costante ricerca di applausi
Su Il Sole 24 Ore di giovedì 27 novembre, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha risposto alle domande, non troppo incalzanti, del direttore Fabio Tamburini chiedendo, con forza, “rispetto” per le banche che fanno moltissimo per il nostro Paese.
Secondo Messina infatti le banche sono state decisive, in particolare, nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, dimenticandosi però di dire che quegli acquisti sono avvenuti quasi per intero con i fondi della Banca centrale europea e che proprio dalla Bce le banche italiane hanno ottenuto una lauta ricompensa del 4% solo per conservare i propri depositi nella casse dell’istituto di Francoforte. Non caso gli acquisti si sono largamente interrotti con la fine del quantitative easing europeo.
Messina ha poi auspicato rigore nei conti pubblici e ha sostenuto che bisogna a tutti i costi ridurre il debito, magari, verrebbe da dire, spingendo gli italiani ad accettare di avere pensioni più basse e farsi un bel fondo pensione presso le banche stesse. In quest’ottica il capo di Intesa Sanpaolo ha anche duramente stigmatizzato l’uscita costante di risparmi dal nostro Paese a cui andrebbe posto rimedio per alimentare ulteriormente la massa del risparmio gestito dalle banche, trascurando di nuovo di dire che una gran mole di quel risparmio è affidata dalle banche stesse ai grandi gestori internazionali.
Ma forse basta ricordare un dato: la banca guidata da Messina ha realizzato in nove mesi 7,6 miliardi di euro di utili netti di cui 5,3 miliardi sono stati lautamente versati agli azionisti della banca. Di simili azionisti, ancora secondo i numeri forniti dallo stesso Messina, le famiglie italiane costituiscono meno del 20% e la stragrande maggioranza di questa quota è rappresentata da un numero ristretto di azionisti super ricchi. Naturalmente, ha ribadito Messina, non è in alcun modo pensabile aumentare il carico fiscale sugli istituti di credito in quanto rappresentano il principale motore dell’economia nazionale a tal punto da dovere essere considerati il pivot decisivo – e quindi tutelato e persino celebrato – del sistema Paese.
I dati dicono altre cose. In Italia ad esempio l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati appena poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale.
Bisogna aggiungere poi che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa 1.000 miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici. In parallelo, i risparmi italiani, gestiti dalle banche, hanno preso la strada degli acquisti di titoli dei listini statunitensi.
La richiesta di applausi invocata da Messina rischia di essere raffreddata però da un’altra fotografia del sistema bancario italiano da cui sta emergendo che, probabilmente, nell’operazione Mps-Mediobanca c’era qualche traccia di aggiotaggio. In realtà non era così difficile ipotizzare che se la banca che scala e quella scalata hanno gli stessi azionisti è probabile che non sia proprio tutto regolare e che, per tali azionisti, fosse molto più semplice “intervenire” sull’operazione con lucrose plusvalenze (ne abbiamo scritto qui e qui in tempi non così sospetti). Del resto i numeri qualche sospetto lo suscitavano. Dalla data di annuncio dell’operazione pubblica di scambio, a inizio gennaio 2025, alla sua chiusura in questo autunno, la holding Delfin ha guadagnato quasi 850 milioni di euro, il Gruppo Caltagirone quasi 430 milioni e BlackRock 172 milioni di euro. Vale la pena ricordare che Delfin e Caltagirone erano i principali azionisti di Mps, con il 20% in due, e di Mediobanca, di cui possedevano quasi il 30% mentre BlackRock, che è presente anche in Mps, con varie partecipazioni, aveva superato il 5%. In poche parole gli stessi azionisti hanno posto in essere un’operazione per comprare se stessi e hanno fatti una montagna di soldi. Un bel sistema, soprattutto se si considera che lo Stato italiano ha destinato al salvataggio di Mps quasi 5,4 miliardi di euro di soldi pubblici.
Per essere ancora più chiari si possono aggiungere alcuni altri punti più specifici. Il primo. Il ministero dell’Economia ha ceduto il 13 novembre 2024 il 15% delle azioni di Mps tramite un minuscolo intermediario, Banca Akros, il cui principale azionista è Bpm, certo non disinteressata nell’operazione Mps. Ad Akros sono poi arrivate, guarda caso, due offerte identiche – ma proprio identiche – di Delfin e Caltagirone. In pochissimi giorni dunque il governo si è disfatto con procedura quantomeno anomala, a vantaggio di due soggetti “noti” della sua partecipazione di Mps. Il secondo punto riguarda l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che in barba alla retorica delle alterazioni del mercato rilascia interviste in cui invita tutti gli azionisti di Mediobanca ad aderire perché, dice lui, Mps ha già il 35% di Mediobanca.
Terzo punto critico: l’operazione Mps-Mediobanca è propedeutica alla scalata a Generali dove Delfin e Caltagirone hanno una significativa partecipazione azionaria: un’operazione che ai sensi di legge avrebbe dovuto essere dichiarata. Quarto aspetto, assai inquietante, l’intercettazione tra l’amministratore delegato di Mps, Lovaglio, e Francesco Gaetano Caltagirone in merito alla vicende Mps-Mediobanca è davvero una bomba. In pratica Lovaglio fa sapere a Caltagirone che per rendere possibile la scalata su Mediobanca il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sarebbe mosso per avere l’adesione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, purtroppo senza successo (da notare che Fink incontra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roma a fine settembre 2024, ndr). Per questo motivo Lovaglio è molto irritato e tira in ballo anche il direttore generale del ministero dell’Economia.
In sintesi, Lovaglio dichiara che l’operazione è manipolata, che un ministro decisivo, Giorgetti, e un direttore del ministero hanno cercato di condizionare il più grande gestore del risparmio mondiale, BlackRock, evidentemente arbitro della situazione. In un Paese anche solo minimamente attento all’interesse generale, una vicenda di questo genere provocherebbe un pandemonio. Ma in Italia domina il silenzio, politico e mediatico: è tutto fantastico, applausi.
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