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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/07/2026

L’Offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste italiane su Tim è un affare per i fondi

di Alessandro Volpi

L’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Poste italiane su Tim è un formidabile affare di quello che sembra l’amico di famiglia della destra italiana, ovvero l’amministratore delegato di BackRock, Larry Fink. In sintesi: l’operazione consiste nella costruzione di un colosso in grado di integrare i servizi di telecomunicazione con la piattaforma logistico-finanziaria di Poste. Attraverso l’Opas, Poste acquisirà infatti il controllo totalitario di Tim, creando un colosso da oltre 25 miliardi di euro di ricavi.

Ma il dato interessante è un altro. In seguito a questa operazione, il peso dello Stato in Poste scenderà dal 64% al 50%, con l’acquisizione della quota venduta da parte dei grandi fondi, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street. Gli stessi fondi sono però già azionisti di Tim; BlackRock ne possiede il 5%, Vanguard circa il 2% e State Street l’1,5%. Per effetto di questa partecipazione, con l’Opas trasformeranno quindi le loro azioni di Tim in azioni di Poste.

Questo significa che le Big Three arriveranno ad avere circa il 18% del colosso nato dalla aggregazione di Tim con Poste. In tal modo saranno determinanti nelle scelte di Poste – e nella gestione del succulento risparmio postale – e faranno una montagna di soldi, garantiti dalla presenza dello Stato. Oltre a un incasso cash immediato di 300 milioni di euro, attraverso l’offerta di scambio (0,218 azioni Poste per ogni azione Tim), i fondi hanno convertito i loro titoli “improduttivi” di Tim in azioni Poste, che invece offrono un dividendo yield tra i più alti del listino italiano. Di fatto, i fondi ricominciano a incassare cedole su quel capitale; nel 2026 la crescita del valore azionario di Poste, infatti, è stata del 60%.

Inoltre, i fondi, che gestiscono migliaia di miliardi di dollari per conto di risparmiatori e fondi pensione, beneficiano direttamente della crescita del valore del titolo Poste nei loro portafogli, migliorando le performance dei loro Etf e fondi comuni, con conseguenti maggiori vendite e commissioni. Essere azionisti rilevanti del gruppo che controlla la rete di telecomunicazioni, i dati del cloud (Noovle), l’identità digitale (Spid/Cie) e i pagamenti (PostePay) di un intero Paese del G7 ha poi un valore strategico immenso. Questi fondi non cercano solo profitto immediato ma esposizione a infrastrutture critiche che garantiscono rendimenti a lungo termine e una posizione di rilievo nella capacità di condizionamento dei governi in merito alla trasformazione digitale europea.

Di questa operazione è necessario aggiungere un’ulteriore specificazione, legata appunto alla “politica” delle privatizzazioni della destra. Il ministero dell’Economia ha messo sul mercato una quota di circa il 14% di Poste italiane. Prima di questa operazione lo Stato deteneva, come ricordato, il 64,2% circa (ripartito tra il 29,2% in mano diretta al Mef e il 35% tramite Cassa depositi e prestiti). Con la vendita del 14% in un’Offerta pubblica di vendita (Opv) rivolta a investitori istituzionali, piccoli risparmiatori e dipendenti, la quota totale del settore pubblico è scesa esattamente alla soglia del 50% più un’azione. Poste Italiane, poi, per finanziare l’acquisizione di Tim, ha emesso nuove azioni da offrire in concambio ai soci Tim (la componente “Scambio” dell’Opas).

Questa emissione di nuovi titoli ha generato un effetto di diluizione per i vecchi azionisti. Tuttavia, il governo ha calibrato la cessione del 14% proprio per far sì che, anche dopo l’emissione dei nuovi titoli necessari per comprare Tim, lo Stato non scendesse mai sotto la soglia psicologica e legale del 50%. Dalla cessione del 14% di Poste, il dipartimento del Tesoro ha incassato una cifra stimata tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro (a seconda del prezzo di mercato al momento del collocamento). Questi proventi sono stati destinati alla riduzione del debito pubblico, rispettando i piani concordati con l’Unione europea. C’è da scommettere poi che nel giro di poco tempo la “Melonomics” procederà a cedere un’altra quota di Poste agli stessi fondi per fare cassa.

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12/05/2026

Poste–TIM, il grande riassetto deciso dall’alto

Dietro il delisting e la retorica del campione nazionale si gioca una partita di controllo pubblico, mercato e rapporti di forza scaricata su lavoro, filiera e territori
 
L’OPA lanciata da Poste Italiane su TIM non è una semplice operazione finanziaria da 10,8 miliardi: è una scelta di potere che ridisegna gli equilibri delle telecomunicazioni italiane. Il delisting previsto entro fine 2026 e le sinergie stimate in 700 milioni annui raccontano una cosa precisa: la governance si concentra, il perimetro pubblico si rafforza, ma il conto rischia di essere pagato da lavoro, filiera e territori.
La vera questione non è se l’operazione stia in piedi sul piano finanziario, ma chi decide, chi guadagna e chi paga. È su occupazione, concorrenza, qualità del servizio e tenuta dei territori che si misura la sua legittimità politica e industriale.

Cornice dell’operazione: numeri, tempi e razionale

Poste Italiane ha confermato l’operazione a maggio 2026, annunciando:
- Sinergie annue previste di 700 milioni di euro
- Conclusione OPAS e delisting TIM entro fine 2026
- Impatto positivo sugli utili dal 2027

La direzione è definita; resta da chiarire quali vincoli pubblici saranno stabiliti prima che l’operazione sia definitiva.

Delisting: più flessibilità, meno controllo

Il delisting di TIM comporta l’uscita dalla Borsa, riducendo obblighi di trasparenza e pressione del mercato. Questo garantisce maggiore libertà gestionale, ma diminuisce il controllo pubblico e apre a ristrutturazioni con meno confronto esterno.
In sintesi: una ridotta visibilità sulle decisioni aziendali comporta minori controlli pubblici e offre maggiori margini per ristrutturazioni non evidenti, ovvero dà più spazio a tagli o riorganizzazioni che possono determinare un aumento delle pressioni su personale, carichi di lavoro e appalti.

La contraddizione centrale: il campione nazionale nasce senza controllo diretto della rete

Qui sta la contraddizione decisiva: si invoca la sovranità nazionale in un assetto in cui TIM non controlla più la rete.
La rete è in capo a FiberCop e i rapporti con TIM sono regolati dal Master Service Agreement, già finito sotto i rilievi dell’AGCM. Alcuni correttivi sono arrivati, ma il punto politico resta intatto: il controllo dell’infrastruttura è separato dal presidio del mercato finale, e questa frattura pesa su investimenti, responsabilità e qualità del servizio.
Il cosiddetto campione nazionale nasce dunque senza il controllo diretto della rete, con una filiera spezzata e con la possibilità concreta di uno scaricabarile strutturale sui costi operativi.

La logica industriale reale: valorizzazione degli asset, efficienza e compressione dei costi

Il modello FiberCop punta sulla valorizzazione dell’asset piuttosto che sul servizio pubblico, come evidenziano operazioni immobiliari e la strategia wholesale. Quando la rete è vista come asset finanziario, manutenzione, sicurezza e tempi rischiano di essere trascurati.

Le sinergie da 700 milioni: efficienza industriale o trasferimento dei costi?

Le sinergie da 700 milioni, al di là della retorica tipica dei manager, rappresentano generalmente tagli, fusioni, centralizzazione e maggior pressione sui lavoratori. Il mercato ha percepito immediatamente questo doppio significato: TIM trae vantaggio dall’offerta, mentre Poste Italiane risente negativamente dell’integrazione. In altre parole, il valore finanziario può crescere rapidamente, ma rimangono aperti i rischi industriali e sociali. Come troppo spesso succede, è il lavoro a rischiare di essere la prima variabile su cui si interviene.

Territori, concorrenza e qualità del servizio: chi guadagna e chi rischia di perdere

L’integrazione offre innovazione e servizi digitali, ma senza una gestione pubblica si rischia di concentrare qualità e investimenti solo nelle aree più redditizie, aumentando le disuguaglianze territoriali. Un vero interesse nazionale non può generare più valore per pochi a discapito dei diritti e dell’equità per molti.

Il ritorno del pubblico: leva strategica o semplice copertura politica?

La presenza pubblica può essere una leva strategica solo se esercita potere reale. Senza vincoli su occupazione, filiera, investimenti e qualità del servizio, rischia di ridursi a copertura politica di un’operazione guidata soprattutto da logiche finanziarie.

La verifica decisiva: quali condizioni renderebbero credibile l’operazione

Se questa operazione vuole davvero rivendicare un valore strategico, allora deve accettare vincoli pubblici chiari, verificabili e non aggirabili:
- Piano industriale pubblico PRIMA del delisting, con investimenti, tempi e copertura territoriale verificabili.
- Zero esuberi diretti e indiretti, lungo tutta la filiera (appalti compresi).
- Stop alle esternalizzazioni e apertura di veri percorsi di reinternalizzazione.
- Trasparenza totale sugli accordi TIM–FiberCop, su prezzi, SLA, manutenzione e sicurezza.
- Vincoli chiari su organici e competenze, senza “ottimizzazioni” scaricate sul perimetro occupazionale.

Conclusione

L’operazione tra Poste Italiane e TIM non può essere valutata esclusivamente sulla base dei comunicati stampa o delle dichiarazioni di facciata. La questione centrale riguarda la sua effettiva capacità di rafforzare un’infrastruttura strategica al servizio del Paese, oppure il rischio che possa determinare una concentrazione di potere con eventuali ricadute sul piano occupazionale compresa la sua filiera e i territori. In assenza di trasparenza nei rapporti con FiberCop, di adeguate tutele sociali e di una chiara definizione dell’interesse pubblico, la creazione di un “campione nazionale” rischia di risultare uno slogan privo di sostanza a copertura di un riassetto deciso a livello centrale.

Fonte

08/05/2026

Sette storie per non dormire: Telecom Italia

In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.

Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).

Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.

La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.

Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.

Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.

Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).

Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).

Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.

Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.

Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).

Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).

Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.

In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.

Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.

Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).

Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).

Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.

Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.

Fonte

30/03/2026

Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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18/10/2024

Privatizzazioni strategiche e questione morale

Dalla vicenda Sogei (così riassumibile in un titolo per ragioni di brevità) emerge un elemento fondamentale di valutazione politica: il quadro delle privatizzazioni ha assunto un esito di rilievo strategico non solo per la struttura industriale in relazione all’innovazione tecnologica ma proietta il fenomeno sul terreno della sicurezza del Paese (e dell’Europa) connettendosi a una “questione morale” di rilevanza assoluta, ben oltre la pur notevole consistenza delle “mazzette”.

L’operazione Musk si collega con quella TIM/KKR (anzi Starlink punterebbe a sostituire per intero la gestione della rete nel nostro Paese).

Un vero e proprio mutamento di paradigma. Siamo di fronte all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale. Ne avevamo già accennato: in piena contraddizione “sovranista” così si dimostra ancora una volta tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche.

Questa sì è per davvero una pericolosa cessione di sovranità che il governo di destra sembra voler condividere e accompagnare.

Ci eravamo permessi di segnalare come si sia creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’iniziativa pubblica in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa) in un ripiegamento consumistico.

La sinistra non può rimanere ingabbiata in questa dimensione strategicamente inesistente schiacciata dall’emergenza dell’immediato.

Vincenzo Vita scrive (“Critica Marxista“n.4 “Chiamale se vuoi estrazioni”) di “nuovo capitalismo” e di altalena inconcludente tra apocalittici e integrati e propone la necessità di una svolta teorica critica: credo che dalla consapevolezza di questa necessità si possa ripartire, uscendo dalla condizione di subalternità al neoliberismo (magari anche riprendendo in mano qualche filo del discorso novecentesco sull’involucro politico).

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04/07/2024

Tim - Via allo smembramento

Partendo dalla privatizzazione dei Capitani coraggiosi di D’Alema-Prodi e arrivando al Made in Italy della Meloni si è concluso il 1° luglio il viaggio della gloriosa azienda TIM.

Il 1° luglio, infatti, si è perfezionato l’accordo che sancisce lo smembramento di TIM in un’azienda di servizi, la TIM, e un’azienda che gestirà una porzione della rete, Fibercop, venduta agli americani del fondo speculativo KKR.

Notiamo con rammarico come la stampa si sia accorta ora, a giochi fatti, dell’operazione di separazione, con un susseguirsi di articoli, servizi radiotelevisivi, podcast. Addirittura, vediamo che qualche osservatore comincia a sollevare qualche dubbio sull’efficacia dell’iniziativa, sull’opportunità di cedere una risorsa strategica come la rete ad un paese straniero, sulle minacce occupazionali all’orizzonte.

Lo troviamo strano, se non ipocrita, perché sono almeno dieci anni che USB denuncia lo stato comatoso di TIM. Dimenandosi nelle secche di una concorrenza senza scrupoli incoraggiata dai Governi di turno, TIM non ha attuato alcun piano industriale di rilancio, se non inseguire la concorrenza sul ribasso dei prezzi, ricorrere sempre di più all’appalto e al subappalto, tagliare unilateralmente le commesse ai fornitori e sperperare soldi pubblici mettendo i propri lavoratori in cassa integrazione fin dal 2010.

Dov’erano questi solerti giornalisti quando i lavoratori facevano manifestazioni, presidi, scioperi, comunicati che denunciavano il pericolo imminente?

Dal punto di vista industriale il rischio reale è che il futuro industriale sia di FiberCop sia di TIM, considerata l’incertezza sul fronte della sostenibilità del debito di entrambe le società, in vista di una concorrenza sempre più serrata sui processi di digitalizzazione, abbia vita breve.

In FiberCop, sarà probabile un “dimagrimento” dei circa 20mila dipendenti, dato che dovrà gestire la porzione di rete che richiede più investimenti, gravata da un debito enorme e che non potrà gestire liberamente i prezzi dei servizi che continueranno ad essere regolati dall’Autorità di Governo AGCOM.

Si potrebbe inoltre determinare un meccanismo di sganciamento da parte del fondo KKR, una volta terminata la speculazione finanziaria. A quel punto rimarrebbe in vita un cadavere industriale di cui lo Stato, attraverso il finanziamento del MEF, dovrebbe gestire il debito, il personale e un sistema tecnologico in via di superamento.

Pericolosa sarà anche la situazione di TIM, o società di servizi. Attraverso questa operazione, infatti, vede sicuramente diminuire il debito, accumulato negli anni dalle scalate dei vari gruppi finanziari, ma si troverebbe a giocare un ruolo secondario in un mercato ormai in crisi e con concorrenti più forti e minore personale a carico. Probabile a quel punto l’ulteriore “alleggerimento” di TIM con la vendita del Customer Care e del segmento Consumer.

Secondo USB, c’è quindi il rischio concreto che siano state costituite due BAD COMPANY con il risultato di una perdita occupazionale e senza prospettive industriali serie per il settore delle TLC.

In questa situazione determinante è stato il ruolo del Governo che ha finanziato una operazione in perdita a tutto vantaggio del fondo americano KKR il cui vero obiettivo, secondo USB, è quello di massimizzare l’investimento e operare anche una speculazione immobiliare sugli edifici acquisiti.

In conclusione, ci auguriamo che stampa e TV mantengano la stessa attenzione in futuro sulle conseguenze di questa scelta.

Come USB saremo come sempre tra i lavoratori, ad organizzare le lotte, unica arma contro l’attacco al lavoro, ai diritti, ai salari.

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29/03/2024

Telecomunicazioni in Italia. Sovranità o sudditanza?

Sono anni che la gravità crescente della situazione di TIM, richiede provvedimenti coerenti con quanto emergeva dai conti; le varie ristrutturazioni industriali che venivano via via presentate, sono servite solo ai vari gruppi dirigenti succedutisi per assicurarsi prospettive di breve mandato e così ottenere bonus e buonuscite milionarie, nonostante il rosso preoccupante che emergeva.

Sovranità tecnologica: cosa farà il governo

Da parte della politica, alla luce degli investimenti strutturali previsti nel PNRR, servirebbero segnali concreti per capire come superare le criticità del settore delle telecomunicazioni e non aperture di tavoli di dialogo per gestire semplicemente gli ennesimi esuberi e tagliare i costi del lavoro.

Di fronte ai conflitti globali in atto e all’attuale concorrenza commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina attraverso il primato sulla tecnologia, servono decisioni politiche per affermare il controllo sulle telecomunicazioni in ottica di sovranità tecnologica, senza favorire una parte o l’altra.

Occorre una politica nei settori e nelle filiere strategiche, dove l’impatto della tecnologia diventi fondamentale, che promuova una nuova visione industriale del sistema paese, mettendo in moto una proficua collaborazione tra il mondo della ricerca, delle università e del sistema economico e industriale all’insegna dell’indipendenza tecnologica.

È questa la visione che in Italia è mancata, subendo una sudditanza di fatto.

Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione enorme sull’uso delle nuove tecnologie, in particolare sulle infrastrutture 5G e sui servizi collegati, come la telemedicina e la robotica.

In questa nuova realtà il nostro sistema economico e industriale deve incamminarsi per trovare le aree di specializzazione ed eccellenza, per riguadagnare leadership tecnologica e industriale.

In questo contesto l’operazione della separazione della rete di TIM al fondo americano KKR, e potenzialmente i cavi sottomarini di TI Sparkle ad altri fondi, con il ruolo attivo del Governo guidato da Giorgia Meloni, risulta devastante, visto come si stanno muovendo gli altri operatori del settore a livello europeo, che si rafforzano attraverso acquisizioni, come ad esempio l’acquisto di Vodafone Italia da parte dell’operatore svizzero che controlla Fastweb.

L’Italia con miopia sta rinunciando alla sovranità sulle telecomunicazioni italiane, attraverso anni di privatizzazioni, tutte fallimentari, senza eccezioni, in termini di produzione, profitti e occupazione.

Il controllo delle Telco, dove si giocheranno le future partite geoeconomiche, con impatti sulla finanza, l’innovazione tecnologia ed economico-industriale, sono strategicamente rilevanti oggi più che mai. Solo così sarà possibile conferire al nostro Paese quella sovranità tecnologica ed economica utile a renderlo protagonista dei nuovi scenari.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, si limiteranno all’applicazione del “golden power”, come verificatosi per fermare l’acquisto da parte della società cinese China National Tire and Rubber Corporation, Ltd., degli pneumatici ‘Cyber’ di Pirelli dotati di sensori, i quali raccolgono informazioni che possono essere considerate strategiche e sensibili, come i dati del guidatore e lo stato delle infrastrutture.

Questa partita sul futuro di TIM e di conseguenza delle telco italiane, nel lasciare fare al libero mercato, sarà giocata dal Governo alla pari con Pechino e Washington, oppure in qualità di semplice vassallo vorrà schierarsi con per rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti?

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20/01/2024

TIM - Scioperi il 14 febbraio e il 23 aprile contro lo scorporo

La USB Telecomunicazioni, la FLMU CUB TIM, i COBAS TIM lanciano un appello ai lavoratori e alle lavoratrici di TIM per vincere l’immobilismo e tentare l’impresa di fermare una separazione che ritengono dannosa sia in termini occupazionali che industriali.

Sappiamo che il poco tempo a disposizione e la posizione del Governo, sostanzialmente favorevole a quella che sembra una vera e propria speculazione finanziaria di medio periodo, non favoriscono la partecipazione.

Gli spazi però ci sono. Le contraddizioni e i problemi tecnici per una operazione complessa cominciano ad emergere ed è su questi elementi che bisogna agire.

Al momento l’unica certezza è l’immobilismo dei lavoratori e delle lavoratrici, accompagnato dalla sostanziale resa delle organizzazioni sindacali maggiori che ritengono ormai il processo già avvenuto.

Eppure, una attenta lettura delle prospettive occupazionali per la NETCO e per quello che rimarrà di TIM meriterebbe ben altro spirito.

In questa visione comune proponiamo sin da ora due iniziative di cui annotare le date:

14 FEBBRAIO 2024 – 2 ORE SCIOPERO FINE TURNO (part time riproporzionato: 75% – 1,5h / 50% – 1 h)
Nella giornata in cui TIM presenterà pubblicamente i suoi dati di bilancio, verrà indetta una iniziativa accompagnata da una manifestazione pubblica a Roma (in via di definizione)

23 APRILE 2024 – In concomitanza dell’assemblea degli Azionisti TIM
Presidio-manifestazione all’assemblea Azionisti TIM, ed altre iniziative, con 1 GIORNATA DI SCIOPERO. Insieme, le 3 organizzazioni, stanno valutando anche ulteriori iniziative da proporre e invitano tutte le forze sindacali ad unirsi a tale sforzo.

USB TELECOMUNICAZIONI

FLMUNITI CUB

COBAS TIM

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18/12/2023

TIM la disfatta

Contrariamente a quello che accade nello scenario europeo e internazionale, dove i principali Gestori telefonici, per cercare di conquistarsi margini maggiori di mercato e poter quindi aumentare i loro profitti, si muovono tra acquisizioni e fusioni, con il conseguimento di economie di scala, riduzione della concorrenza, ampliamento della gamma dei prodotti e riduzione dei costi amministrativi, TIM adotta la strategia di cedere per 22 miliardi al fondo americano KKR

 il suo principale gioiello, la rete, mantenendo i servizi, un caso unico nel panorama delle tlc, se poi consideriamo che tra sviluppo della rete e l’offerta di nuovi servizi l’interazione è continua.

Per la nuova società della sola rete NetCO, il futuro non sarà luminoso, considerato che con l’eventuale unificazione con Open Fiber, il cui debito per l’esercizio del 2023 si stima sarà di 6 miliardi, perderà in redditività nel lungo periodo.

Stesso discorso vale per la SerCO (TIM), in quanto fornitrice di soli servizi, considerata la forte concorrenza, non potrà che vedere drasticamente ridurre i margini di profitto.

La decisione di vendere la rete è l’epilogo di una lunga e dolorosa agonia, dopo la sciagurata privatizzazione della Telecom, per ridurre significatamene il livello dell’indebitamento, attualmente stimato intorno ai 30 miliardi di euro, come successo a tanti altri asset industriali strategici privatizzati del nostro paese.

È davvero arduo vedere come possa funzionare bene un modello con due società separate, con azionisti diversi, con potenziali interessi differenti.

Ripercussioni e tempi durissimi per i lavoratori in entrambe le società

Per la nuova società (NetCO) della rete, i suoi circa 20.000 lavoratori, con età media di 57 anni, sono troppi per gli asset conferiti anche al netto di eventuali uscite di prepensionamenti (i più sono già usciti).

Per la SerCO (TIM), i suoi 16.000 lavoratori (sempre al netto di eventuali fuoriuscite) sono troppi rispetto ad altri fornitori di servizi (Fastweb, Vodafone, Iliad, ecc.).

Da alcune stime, epurando gli oltre 4.000 esuberi dell’attuale piano che si avvale dell’articolo 4 della legge Fornero – cioè il pensionamento anticipato a carico dell‘azienda – lo scorporo della Rete con la sua cessione potrebbe portare ad ulteriori 10.000 esuberi difficilmente assorbibili dai pensionamenti, causa l’età ancora giovane dei dipendenti rimasti in carico all’azienda.

Inoltre, non dimentichiamo che la crisi del settore coinvolge tutti gli operatori in Europa, dove si stima un esubero di circa 80.000 lavoratori a causa della crescente pressione competitiva in termini di innovazione; sia per la guerra sui prezzi, sia per il mancato consolidamento che non permette le economie di scala, sia per l’impianto regolamentario per garantire la concorrenza che non è più adeguato alle condizioni di mercato, inclusa la presenza degli Over the top.

I principali operatori europei, in vista di una concorrenza sempre più serrata e dei processi di digitalizzazione, annunciano da mesi continui tagli di personale, dalla British Telecom, a Vodafone Europa e Telefonica, con impatti anche sull’indotto, a seguito del taglio sugli investimenti.

Se prendiamo atto che stiamo attraversando un periodo di forti trasformazioni tecnologiche, con l’accelerazione di un processo di automazione che richiede meno personale, gli impatti occupazionali si ripercuoteranno pesantemente su tutti coloro che operano nella filiera degli appalti e delle forniture dell’impiantistica dell’infrastruttura digitale.

Migliaia di lavoratrici e lavoratori, se non si invertirà la tendenza, continueranno nel breve periodo a vedere peggiorare le condizioni di lavoro e nel lungo si dovranno affrontare le grandi difficoltà derivanti dalla perdita di migliaia di posti di lavoro che, purtroppo, bisognerà gestire.

La spirale del debito

Chi ha ridotto il gruppo Tim in queste condizioni, ha la responsabilità di averlo trattato per troppi anni, quasi esclusivamente, come un cespite finanziario.

Le ragioni industriali sono state spesso sacrificate alla logica perversa del debito, perdendo capacità d’investimento in tecnologie indispensabili, per stare al passo dell'evoluzione digitale.

A seguito del peso del debito pregresso della privatizzazione, la priorità è stata, prima pagare i debiti e i dividendi, mentre il primo cresceva (superando i 30 miliardi) anche per l’aumento dei tassi d’interesse, il gruppo si rimpiccioliva alla ricerca di un difficile equilibrio finanziario.

In più se, come si prospetta, si procederà alla fusione di Open Fiber con la rete di NetCO, considerato l’alto indebitamento della prima, il debito aumenterà ulteriormente; una spirale diabolica.

I problemi strutturali delle tlc tra flessione di ricavi, margini e investimenti

Il settore delle tlc ha i più bassi rendimenti del capitale investito in Europa, accanto al più alto capitale richiesto di investimento.

L’onerosità degli investimenti pesa tanto in termini di ritorni di redditività, considerato la concorrenza sfrenata sui prezzi, i costi delle nuove frequenze, ma soprattutto il dover far fronte a un settore iper-regolamentato dagli enti regolatori (Antitrust e Agcom) per favorire la concorrenza.

A questo bisogna aggiungere la forte presenza degli Over The Top (OTT), i giganti di Internet del calibro di Google, Meta, Netflix, Amazon, Microsoft, Apple e Spotify, i quali fanno affari d’oro, sfruttando le infrastrutture di rete, il cui costo, investimenti, personale, debiti è tutto sulle spalle dei gruppi delle telecomunicazioni che ne hanno la proprietà.

Stando ai dati, gli Over The Top (OTT), al momento, rappresentano più la metà del traffico internet europeo, obbligando il settore delle telco a fare investimenti infrastrutturali (in particolare nell’Ftth e nel 5G) ormai insostenibili; per questa ragione la politica dovrebbe prendere una scelta vincolante per gli Over The Top (OTT) di compartecipazione ai costi infrastrutturali in Europa.

Troppa concorrenza e guerra dei prezzi

Di concorrenza ce n’è forse troppa con una compressione dei margini di profitto, annullando gli investimenti e, di conseguenza, la qualità futura dei servizi offerti alla clientela.

Con l’aumento dell’inflazione, la situazione sta peggiorando, il nostro Paese risulta fra quelli in cui gli operatori non riescono ad adeguare i prezzi a causa della concorrenza agguerrita e della tendenza dei clienti a migrare verso offerte più convenienti, a causa delle crescenti difficoltà economiche.

Gli Stati Uniti hanno tre grandi operatori: i Paesi europei superano i cento e l’Italia è quella che ne ha di più, cinque (TIM, Fasteweb, Wind Tre, Vodafone e Iliad) senza considerare gli operatori virtuali MVNO (PosteMobile, Ho Mobile, VeryMobile e ecc.).

In generale, i prezzi di tutti i beni e servizi sono in aumento da tempo, mentre per il settore delle TLC, anche se nessuno fa a meno dei servizi di telecomunicazione, qualsiasi aumento eccessivo delle tariffe potrebbe influenzare la domanda.

In base a studi specifici, il rendimento di un cliente è diminuito del 40 per cento in sei anni.

È inevitabile, la connettività costa, non si può continuare a pretendere di pagare poco ciò che ha valore; i prezzi dovranno aumentare altrimenti l’unico costo che si riesce a tagliare per aumentare i profitti è il lavoratore.

Chi garantisce che Tim sopravviverà?

Se l’operazione non verrà invalidata dai movimenti di Vivendi, resteranno comunque dei forti dubbi sul futuro di NetCO e ServCO.

Chi garantisce, una volta conclusa la separazione, la sostenibilità del debito di entrambe le società? Se il livello del debito commisurato ai ricavi di ciascuna azienda non consentirà investimenti autonomi, esaurita la “droga” dei finanziamenti pubblici del PNRR, chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, ServCO acquisti da NetCO la rete necessaria ai suoi servizi o addirittura non decida di erogarli tramite rete 5G?

Chi garantisce che alla scadenza del contratto di servizio, Delivery e Assurance dei servizi ServCO non vengano affidate alla pletora di aziende, con conseguente giungla di subappalti?

Chi garantisce che il contratto di fornitura dei servizi reciproco NetCO e ServCO, ancora in fase di valutazione e definizione nei dettagli, sarà sostenibile nel medio-lungo termine agli attuali prezzi di interconnessione e al cliente finale?

In particolare, i prezzi praticati da NetCO a ServCO, dovranno essere i medesimi che oggi pratica agli altri AOA (OLO) e comunque vagliati da AGCOM, oppure KKR punterà a massimizzare il proprio investimento, applicando un sistema tariffario che renderà comunque più costoso l’uso dell’infrastruttura, con l’inevitabile aumento sensibili dei prezzi.

Chi garantisce che la quota dello Stato italiano non verrà diluita con degli aumenti di capitale?

La vicenda Tim dimostra tutta la debolezza dello Stato italiano

Le telecomunicazioni sono oggi la più importante infrastruttura che definisce le capacità operative di un Paese sovrano, su questa infrastruttura circola l’informazione pubblica; le transazioni monetarie. Qualunque operazione di interesse industriale, comunicazioni commerciali, scientifiche e militare, considerato che siamo nell’epoca in cui i dati sono una risorsa strategica e remunerativa, chi possiede e gestisce l’infrastruttura di rete lo farà certamente in un’ottica finanziaria; KKR è un fondo e lo fa per mestiere.

Nel nome del libero mercato i governi e la politica italiana hanno capitolato cedendo le chiavi di casa, senza rendersi conto (?) che abbiamo perso la sovranità, mettendoci nelle condizioni di semplice colonia, nonostante qualcuno continui a parlare di “sovranismo”.

Quando lo Stato non rivendica le sue superiori prerogative e accetta di adeguarsi alle regole del libero mercato, presto o tardi resta con il cerino in mano, nonostante il timido appellarsi alla foglia di fico della golden share e/o del golden power, in difesa degli “interessi nazionali”, stiamo lentamente affondando.

Nonostante ciò, si parla ancora di privatizzazioni, sebbene la storia abbia dimostrato gli errori fatti, pagando un pesante conto per il nostro Paese.

Un’alternativa ci sarebbe: si chiama “Espropriazione per pubblica utilità”, tramite una nazionalizzazione e governance pubblica, come è persino prevista dall’articolo 42 della Costituzione.

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07/11/2023

Il buio oltre la rete

di Guido Salerno Aletta

Non c'è ancora nessun chiarimento sul futuro delle reti di telecomunicazioni italiane, da quando a fine agosto ci siamo occupati della vicenda di TIM, con un articolo intitolato: "Una Rete fatta di Nodi".

La storia è ben nota: dagli oltre 7 euro per azione che Telecom Italia valeva nel 2001, oggi TIM quota attorno ad un quarto di euro. I debiti alla fine del terzo trimestre di quest'anno sono stimati in crescita a 26,45 miliardi di euro, rispetto ai 25,5 dell'anno scorso: con i tassi di interesse che si sono fatti assai più alti rispetto al passato, l'onere non può che crescere con i rinnovi alle scadenze, mentre i proventi segnano il passo. Il loro incremento complessivo del 1,4% deriva infatti dalla compensazione tra la flessione dello 0,2% di quelli del mercato italiano e la crescita del 5,8% di quelli del Brasile.

La cessione della rete al Fondo KKR, che di recente ha offerto 20 miliardi di euro per la rete di TIM cui ne aggiungerebbe altri 2 miliardi per la acquisizione di Open Fiber, è stata approvata dal CdA di TIM, con il voto contrario dei tre rappresentanti di Vivendi che sostiene la necessità di un passaggio decisionale in Assemblea dei Soci. Si preannunciano ricorsi.

Ma, intanto, si vede chiaramente che è stato drasticamente ridimensionato il valore di Open Fiber, che si è aggiudicata come concessionaria di INFRATEL la realizzazione con fondi pubblici delle reti in fibra ottica nelle aree a fallimento di mercato: era stato stimato in 5,5 miliardi di euro all'atto della vendita del 50% da parte di Enel, cui sono subentrati il Fondo australiano Macquaire per il 40% e la Cassa Depositi e Prestiti per un ulteriore 10%, arrivando così al 60% rispetto alla posizione paritaria che aveva in precedenza con Enel.

In pratica, se KKR dovesse effettivamente rilevare Open Fiber per appena 2 miliardi di euro, tanto la Cassa che Macquaire registrerebbero una consistente minusvalenza rispetto alla valutazione di 5,5 miliardi: una volta ceduta a KKR la rete in concessione da parte di Infratel, Open Fiber rimarrebbe una scatola praticamente vuota.

La Cassa Depositi e Prestiti esce assai penalizzata da questa operazione, dopo essersi lanciata con tanto entusiasmo in Open Fiber di cui detiene il 60%, ed essere entrata in TIM comprando il 9,8% delle azioni, divenendone il secondo azionista dopo Vivendi che ha il 23,7% del capitale.

TIM persegue un obiettivo principalmente finanziario e non industriale: con la cessione a KKR della sua rete, denominata "NetCo", si propone di abbattere il suo debito di 14 miliardi. Ma non è chiaro quale sarà il business operativo che sarà realizzato dalla rimanente compagine aziendale, definita "ServiceCo": per gestire la attuale clientela che usufruisce di linee telefoniche su rete fissa e mobile bastano pochissimi dipendenti.

Si parla molto genericamente di sviluppo nei settori di tecnologia avanzata, ma non si citano né esperienze analoghe maturate all'estero né programmi concreti: in pratica, i proventi futuri di "ServiceCo" deriveranno ancora in massima parte dalla rivendita dei servizi di rete, offerti a tutto il mercato a condizioni paritarie dal nuovo gestore sostanzialmente monopolista delle reti di telecomunicazioni italiane, se dovesse acquisire oltre alla rete di TIM, "NetCo", anche quella di Open Fiber.

C'è un altro aspetto da considerare: con ogni probabilità, le bollette telefoniche aumenteranno. Non avendo clienti finali da tenere fidelizzati, il nuovo gestore di rete sarà assai propenso ad aumentare il prezzo di accesso ed interconnessione che viene pagato dagli operatori che invece si interfacciano con i clienti finali. Nella alternativa tra ridurre i propri margini di profitto, oppure ribaltare gli aumenti sui clienti, è assai probabile che sceglieranno questa seconda alternativa.

Il MEF sta cercando di ritagliarsi una posizione di minoranza di blocco, partecipando direttamente e con altri partner italiani alleati con il 35% alla iniziativa di KKR che sta procedendo acquisizione della rete di TIM: in proporzione, si dovrebbero mettere sul piatto complessivamente 7 miliardi di euro, di cui 4 da parte del MEF per avere in mano il 20% del capitale.

Anche in questo caso, come per il futuro delle attività da parte di "ServiceCo" di TIM, non si hanno elementi per valutare le strategie di sviluppo del MEF: è sicuramente una iniziativa volta ad assicurarsi un ruolo di controllo.

Anche in questo caso, mentre si sta cercando di sistemare una partita debitoria pregressa ed incombente per TIM, non c'è stata finora una chiara comunicazione al pubblico della strategia di sviluppo delle reti, ed in prospettiva della dismissione di quella in rame nelle aree in cui c'è una ampia disponibilità di fibra ottica, che viene perseguita da KKR, che invece ha fatto certamente conoscere i suoi piani alle banche (UniCredit, Crédit Agricole, Mediobanca, Bper, Bnp-Paribas, JP Morgan, Citi, Morgan Stanley, Bpm, Natixis e Bofa) che si sono consorziate per raccogliere 10,5 miliardi di euro necessari per finanziare buona parte dell'operazione di acquisizione e lo sviluppo degli investimenti negli anni futuri.

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La Rete TIM va al fondo Usa KKR. Ancora una debacle di strategia industriale

Il cda di TIM ha venduto ieri 5 novembre la rete per 22 miliardi al consorzio formato da KKR, Ministero delle Finanze e F21: il Ministero avrà una partecipazione di minoranza del 20%, circa metà dei dipendenti di TIM saranno trasferiti alla nuova società infrastrutturale.

Non possiamo che ribadire il forte giudizio negativo sull’operazione, lanciando un segnale d’allarme e individuando nella politica industriale un vero punto di debolezza dell’opposizione sia da parte del PD sia da parte dell’AVS.

Siamo di fronte infatti all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.

L’operazione TIM/KKR è un “unicum” in Europa: separazione della rete dai servizi e privatizzazione.

Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l’occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.

Ne avevamo già accennato a febbraio di quest’anno quando era apparsa la notizia dell’avvio della trattativa in questione: senza alcuna concessione “sovranista” così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche (intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani “capitani coraggiosi” discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell’IRI).

Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa).

L’opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente, tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.

Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della politica industriale soprattutto sul delicatissimo terreno dell’innovazione nei settori strategici. Limiti del resto non affrontati neppure nella “possibile”(?) occasione fornita dal PNRR al riguardo della quale il discorso andrebbe affrontato in sede opportuna ma che non può essere sottovalutato o peggio dimenticato.

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04/09/2023

Una rete fatta di nodi

di Guido Salerno Aletta

La telenovela di Tim prosegue: si illude chi pensa che i problemi siano stati finalmente risolti, e che siamo giunti all'Happy End con l'ingresso minoritario dello Stato italiano nella nuova società che ne rileverà la rete. Anche delle ultime vicende sappiamo tutto, soprattutto che neppure l'ultimo giro azionario fatto dai francesi di Vivendi è andato come speravano. Con i tassi di interesse alle stelle che vanno a gravare su un debito assai più che consistente, essendo arrivato a 31,3 miliardi di euro. Ormai non c'è nessuna possibilità di abbatterlo per vie interne: il settore delle telecomunicazioni, a livello azionario e di mercato, è in ribasso da anni con prezzi e margini sempre più esigui.

Da vendere, Tim non ha più niente, oltre la rete, dopo la cessione delle partecipazioni estere, anch'esse comprate a debito quando le loro valutazioni erano altissime, gli asset immobiliari e la messa a fattor comune con gli altri operatori delle torri di accesso ai sistemi radio.

La rete sarà scorporata, messa dentro una scatola societaria insieme ad una consistente quota dei debiti in essere per un ammontare compreso tra gli 8 ed i 10 miliardi di euro, per essere acquistata da una Net.co di nuova costituzione: il prezzo della offerta congiunta da presentare a TIM sarà compreso tra i 20 ed i 23 miliardi di euro. La compagine azionaria sarà assai variopinta: gli americani del Fondo KKR avranno il 65%, il MEF entrerà con un investimento di 2-2,5 miliardi che non corrisponde affatto a quel 20% che servirebbe, insieme al restante 15% ripartito tra F2I che prenderebbe il 10% ed un altro partner italiano con il residuo 5%, per arrivare al 35%. L'obiettivo è infatti quello di raggiungere il 35% da parte di un complesso degli azionisti italiani, al fine di creare una minoranza di blocco nel caso di operazioni straordinarie.

Sullo scorporo, è chiaro che non verrà fatta una scissione proporzionale che sarebbe esente da imposte sulle eventuali plusvalenze e manterrebbe gli azionisti attuali nel loro ruolo, ma che si tratterà della cessione contemporanea di un ramo di azienda e di debiti. In proposito, sarà necessario ricevere il consenso di tutti i creditori: sia di quelli ceduti che di quelli residui, che potrebbero eccepire un depauperamento delle rispettive garanzie.

Non solo: bisogna capire dove finirà il corrispettivo incassato da TIM dalla cessione della rete, se andrà ad alimentare un dividendo straordinario a tutto beneficio degli azionisti oppure anche ad una riduzione del debito residuo. Una società di telecomunicazioni che gestisce solo servizi, non ha molti margini di profittabilità una volta che perde gli introiti derivanti dall'accesso e dalla interconnessione di altri operatori alla sua rete.

Davvero mogio, dunque, questo ritorno dello Stato italiano in quella che era stata la Stet, la capogruppo da cui dipendeva non solo la SIP poi diventata Telecom Italia, ma anche Italcable e le svariate partecipate all'estero, oltre che un nugolo di società di servizi come la SIRTI che realizzava gli impianti, e che aveva pure assorbito la ASST, l'Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, trasformata in Iritel. C'era pure Telespazio, poi ceduta a Finmeccanica.

Era un complesso industriale ai vertici mondiali sotto il profilo tecnologico e della redditività, ma sempre per merito degli interventi pubblici. Lo Stato versava all'ASST circa 1.000 miliardi di lire l'anno per fare investimenti, mentre la Cassa Depositi e Prestiti aveva erogato alla Sip il prestito necessario a finanziare il Piano Europa, volto ad introdurre la teleselezione automatica, per chiamare direttamente da una città all'altra senza dover ricorrere ai centralinisti.

Dal nocciolino duro della Fiat alla Tecnost dei Capitani Coraggiosi che fece l'Opa del secolo tutta a debito poi scaricato sulla preda, dalla Olimpia del Gruppo Pirelli agli spagnoli di Telefonica in TELCO, anche la stagione dei francesi si sta concludendo.

Il successivo nodo da affrontare è quello delle partecipazioni incrociate della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di cui il MEF è azionista all'83%. Non solo la CDP detiene il 60% di Open Fiber, mentre il 40% è di proprietà degli australiani di Macquaire, ma ha anche il 9,81% di TIM, rispetto al 23,7% di Vivendi. Se, dunque, la CDP rimarrebbe esclusa dalla partecipazione all'azionariato che acquisterebbe la ex-rete di TIM, rimarrebbe un attore principale nella prospettiva di unificare le due reti, quella ex-TIM e quella di Open Fiber.

Anche in quest'ultimo caso, c'è stato un passaggio di mano: in precedenza, Open Fiber aveva due azionisti paritetici, entrambi al 50%, ENEL e CDP. Ad un certo punto, immaginando già di pervenire ad una fusione tra le due reti, quella di TIM e quella di Open Fiber, si ritenne del tutto incongrua la presenza contemporanea di due partner industriali, TIM ed ENEL, per cui si decise di far uscire ENEL da Open Fiber. Quest'ultima società, che ha come scopo esclusivo la realizzazione e la gestione di reti di telecomunicazioni, agendo in particolare come concessionaria di INFRATEL per quelle nelle aree a fallimento di mercato, venne valutata complessivamente 5,5 miliardi di euro: il 50% messo in vendita da ENEL fu comprato per il 40% dagli australiani di Macquaire, e per il 10% dalla CDP che arrivò così al 60%.

Se rimanessero fermi i numeri già noti, da un'eventuale fusione tra la ex-rete di Tim e quella di Open Fiber nella ipotesi che avesse un valore pari alla somma aritmetica delle due entità, le quote azionarie sarebbero queste: KKK avrebbe il 48%; il Mef + F2I + l'altro socio italiano previsto, avrebbero insieme il 28%, cui si aggiungerebbe il 12% della CDP arrivando così al 40%; Macquaire l'8%.

Deve essere chiaro un altro punto: lo Stato sta finanziando da anni, attraverso Infratel che emana appositi bandi, gli investimenti necessari per la posa della fibra ottica e di altre connessioni a larghissima banda nelle aree a fallimento di mercato, definite aree bianche, e nelle altre in cui ci sarebbe un solo operatore ad agire senza concorrenti denominate aree grigie. Alla scadenza della concessione di Open Fiber, sempre che rimanga in essere dopo la ipotizzata fusione tra le due società, Net.co ed Open Fiber, le infrastrutture realizzate da quest'ultima con i fondi erogati da Infratel dovranno essere retrocesse allo Stato, che ne è stato il finanziatore.

In pratica, lo Stato italiano non solo aumenta il debito pubblico per finanziare gli investimenti in infrastrutture fatti da Open Fiber, anche mediante le risorse del PNRR, ma ora lo farà anche per acquistare una quota minoritaria della Net.co derivante dallo scorporo della rete ex-TIM, una scatola societaria che incorpora altro debito.

I fondi privati di investimento, KKR e Macquaire, saranno molto attenti alla remunerazione delle loro risorse, sia quelle impiegate con la prospettata offerta di acquisto della ex-rete di TIM che quelle già pagate ad ENEL per la già effettuata acquisizione di azioni di Open Fiber: chiederanno, con ogni probabilità, un aumento delle tariffe che dovranno essere pagate al nuovo monopolista derivante dalla fusione delle due reti, di cui avranno la maggioranza. È inimmaginabile che KKR metta sul piatto gli oltre 13 miliardi che servono per comprare il 60% della Net.co senza avere la garanzia di un ritorno adeguato.

C'è da capire quale sarà l'effettivo ruolo dello Stato, visto che avrà una partecipazione azionaria minoritaria ma una grande responsabilità per gli investimenti. Per il momento, è chiaro che si tratta di tirar fuori TIM dalla difficoltà strutturale in cui si trova: sono più consistenti le risorse che si devono impiegare per realizzare la nuova e più performante rete che i proventi che derivano da quella esistente, con gli accessi fisici tuttora prevalentemente in rame.

Facciamo un po' di conti in tasca al MEF: se, per ipotesi, il prezzo del 100% della Net.co fosse di 20 miliardi di euro, con i 2 miliardi ora previsti per la partecipazione alla acquisizione, il MEF sarebbe proprietario del 10% della società. E se nella Net.co venissero conferiti 10 miliardi di euro, il MEF sarebbe proprietario in proporzione anche del 10% del debito della Net.co, pari ad 1 miliardo di euro: in pratica, il MEF si indebita sul mercato finanziario, facendo nuovi debiti per 2 miliardi, per comprare 1 miliardo di rete ed 1 miliardo di altro debito.

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01/09/2023

TIM/KKR. Privatizzazioni e deficit di strategia industriale

Una notizia non di ordinaria amministrazione.
“Nel Consiglio dei ministri di lunedì 28 agosto il governo ha approvato due decreti con cui autorizza l’acquisto di una parte della rete infrastrutturale di Tim, la principale società di telefonia italiana, insieme al fondo statunitense KKR, che ormai da settimane ne sta trattando l’acquisto con Tim.

L’accordo fra governo e KKR per un’offerta comune era stato trovato due settimane fa, ma prima di essere ufficializzato doveva passare dal Consiglio dei ministri.

Il governo acquisterà il 20 per cento della rete di Tim con un investimento che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha quantificato in un massimo di 2,2 miliardi di euro. Con uno dei decreti approvati oggi, il governo ha formalizzato l’accordo con KKR. Con l’altro ha stanziato i fondi necessari per l’offerta.”
Siamo di fronte all’ennesimo passaggio che segnala l’assenza dell’Italia da una qualche idea di piano di strategia industriale.

L’operazione TIM/KKR è un “unicum” in Europa: separazione della rete fisica dai servizi e privatizzazione.

Inutile enfatizzare il ruolo dello Stato, come ha cercato di fare il governo: il fondo americano KKR diventerà proprietario al 65% di un asset strategico del nostro Paese e non ci sono stati forniti elementi per capire quali garanzie siano realmente previste per le scelte strategiche, l’occupazione, gli investimenti e la tutela dei dati.

Ne avevamo già accennato a febbraio di quest’anno quando era apparsa la notizia dell’avvio della trattativa in questione: senza alcuna concessione “sovranista”, così si dimostra tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologiche (intendiamoci bene: dal tempo dei dalemiani “capitani coraggiosi”, discendendo per le rami dal prodiano scioglimento dell’IRI).

Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell’intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l’Europa).

L’opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente, tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato.

Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale. Limiti del resto non affrontati neppure nella “possibile”(?) occasione fornita dal PNRR.

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25/09/2022

I dossier industriali che il prossimo governo dovrà affrontare sin dal primo giorno

Per quanto concerne le politiche industriali sono quattro le patate bollenti che il prossimo esecutivo si troverà a dover maneggiare sin dai primi minuti a palazzo Chigi. Ita Airways, banca Mps, Ilva e Telecom Italia. A cui si aggiunge lo spettro di una serie di default a catena tra i piccoli e medi operatori energetici colpiti dalla crisi del gas. Il primo dossier è quello della mini compagnia aerea, al 100% del Tesoro, per cui si stanno definendo i dettagli della vendita. Il governo Draghi ha deciso di procedere con la cordata composta dal vettore statunitense Delta e del fondo Usa Certares. L’offerta è stata preferita a quella della cordata concorrente di cui facevano parte Lufthansa e il gruppo di trasporti navali Msc. Tuttavia la vendita di Ita è tutt’altro che un capitolo chiuso.

In campagna elettorale Giorgia Meloni ha in più occasioni espresso la sua contrarietà alla cessione (di cui il Tesoro manterrebbe comunque una quota significativa), rimarcando come la decisione dovrebbe essere presa dal prossimo governo. Il problema è che nel frattempo la compagnia continua a perdere, circa 2 milioni di euro al giorno. In estate i dati di traffico sono migliorati ma meno rispetto al resto del mercato. Da sola Ita non vola con le sue ali e la ricerca di un partner pare una scelta obbligata. A meno che il nuovo governo non voglia davvero tentare l’ennesimo e improbabile rilancio, con costi elevati ed alti rischi. Alitalia prima ed Ita Airways dopo sono già costate alle casse pubbliche oltre 13 miliardi di euro.

Il gruppo bancario Monte dei Paschi di Siena intanto continua la sua lotta per la sopravvivenza. La scorsa settimana l’assemblea dei soci ha dato il via libera a un nuovo aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, quasi 10 volte l’attuale valore in borsa della banca (il Tesoro, che controlla ancora il 64%, dovrà versare circa 1,6 miliardi). I soldi serviranno innanzitutto per finanziare il piano di riduzione dell’organico che prevede 4mila uscite e quindi, in prospettiva, ridurre i costi della banca. Subito prima dell’assemblea Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia, aveva detto: “È un momento difficile ed è meglio aspettare il nuovo governo”. In queste settimane il leader della Lega Matteo Salvini ha più volte prospettato l’intenzione di fare di Mps “il perno di un terzo polo bancario concentrato sulle Pmi”. Secondo Salvini Mps è in grado di reggersi sulle sue gambe e può dar vita ad una serie di aggregazioni. I mercati non sono così ottimisti visto che da inizio anno il titolo ha perso il 67% a fronte di cali tra il 7 e il 19% dei principali concorrenti italiani.

La partita della ricapitalizzazione è solo alle battute iniziali. Dalle prime indicazioni non pare che ci sia una corsa degli investitori a partecipare. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio deve trovare 900 milioni di euro di capitali privati e permettere così al Tesoro, che può intervenire solo a condizioni di mercato, di sottoscrivere la sua quota senza violare la normativa sugli aiuti di Stato. Operazione tutt’altro che semplice in una fase di mercato complicata e dominata dall’incertezza. Incontri informali sono già in corso mentre il road show vero e proprio partirà dopo il lancio dell’aumento fissato per il prossimo 10 ottobre. La banca sta lavorando al prospetto informativo, in cui dovrà dettagliare un quadro preciso di tutti i rischi che l’investimento comporta. Tra i punti critici che Mps dovrà evidenziare nel prospetto figurano quelli legali, ossia 3,7 miliardi di richieste danni per le informazioni date al mercato negli scorsi anni. In cambio dell’assunzione di un rischio il piano di Mps promette 700 milioni di utili prima delle tasse nel 2024.

In questi giorni Telecom Italia ha aggiornato nuovi minimi storici in borsa dove un’azione si scambia a 0,18 euro. Il governo di Draghi ha discusso per mesi l’ipotesi di una fusione tra la rete a banda ultralarga di Telecom con quella di Open Fiber. Open Fiber è controllata al 60% da Cassa Depositi e Prestiti, braccio finanziario del ministero del Tesoro, che attende il nuovo governo per fare la sua mossa sulla rete. Giorgia Meloni non è contraria alla creazione di una struttura unica ma FdI ha anche messo a punto un piano che prevede che Cdp si ricompri tutta Telecom Italia per poi rivendere la divisione di telefonia per abbattere il debito, ripagare l’operazione e mantenere il controllo della rete. Bisogna, naturalmente, fare i conti anche con i desideri degli altri azionisti. In primis i francesi di Vivendi che possiedono il 23,9% di Tim e valutano questa partecipazione almeno 31 miliardi di euro.

L’ex Ilva di Taranto continua la sua lenta agonia. La produzione è la metà dei livelli potenziali, 3mila persone sono in cassa integrazione. L’acciaieria (al 30 giugno) doveva pagare ad Eni (controllata al 30% dal Tesoro) bollette energetiche per 258 milioni di euro. In arretrato sono anche 100 milioni di euro di pagamenti ai fornitori dell’indotto che ora minacciano il blocco. Gli impianti rimangono sotto sequestro con facoltà d’uso. Una volta che questa situazione si sbloccherà Invitalia, società del Ministero dell’Economia, dovrebbe rilevare un’altra quota di Acciaierie d’Italia da ArcelorMittal, salendo al 60% e controllando così la società. Il decreto Aiuti bis ha stanziato 1 miliardo di euro per sostenere le casse di Acciaierie d’Italia, il Dl Aiuti ter un altro miliardo per la de carbonizzazione. Rischiano di non essere gli ultimi.

L’Ilva, impresa energivora per eccellenza, soffre il balzo dei costi energetici. Ma in seria difficoltà sono anche un centinaio di piccoli operatori (tra i 5mila e i 50mila clienti) che non producono direttamente ma acquistano gas ed energia e poi rivendono ai clienti. I grossisti hanno stretto sulle condizioni di vendita e in molti si trovano sforniti di gas. In Germania il governo ha deciso di nazionalizzare il colosso Uniper, di proprietà della finlandese Fortum, strozzato dalla riduzione delle forniture russe. Per assicurare il rispetto dei contratti Uniper è stata costretta a reperire il gas mancante sui mercati pagando prezzi altissimi senza poterli traslare sui clienti che hanno tariffe bloccate per un determinato periodo di tempo.

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24/11/2021

TIM - Dopo spagnoli e francesi arrivano gli Usa

È ormai un dato assodato che, dopo la stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta, l’Italia sia diventato un grande supermercato dove multinazionali straniere agiscono acquisendo aziende grazie al ruolo passivo da parte del Governo il quale si limita tramite il MISE (Ministero Sviluppo Economico) a lunghe e inutili trattative, vere e proprie anticamere di una morte annunciata.

La manifestazione di interesse “amichevole” da parte del fondo americano KKR per l’acquisizione del 100% delle azioni ordinarie e di risparmio di TIM non è altro che l’ennesimo passaggio in mani straniere di un asset strategico come le infrastrutture di rete delle telecomunicazioni e non solo.

È del tutto evidente che non ci lascia spiazzati la tempistica dell’operazione, tenuto conto del Piano Strategico 2022-2024 in cui si prospettava un piano di rilancio infrastrutturale, grazie ai fondi europei del PNRR per la transizione digitale destinati alla rete in fibra che valgono 7 miliardi. Di fatto questo è il vero business per KKR, oltre a quello del progetto del Cloud di Stato, tramite la creazione di un’infrastruttura per la gestione in cloud di dati e applicazioni della Pubblica Amministrazione.

A 25 anni dalla nefasta privatizzazione, la gestione predatoria dei vari gruppi finanziari, prima che industriali, ha dilapidato un patrimonio tecnologico e professionale che aveva pochi pari in Europa.

I capitani di ventura che si sono susseguiti non hanno valorizzato un’infrastruttura essenziale per la gestione dei dati e delle comunicazioni.

Di certo chi ne ha pagato le conseguenze sono stati i lavoratori e i cittadini.

Oggi, indebolita, spartita tra interessi divergenti, senza un piano coerente con i bisogni generali del paese, TIM rischia di finire nel portafoglio dell’ennesimo fondo di speculazione finanziaria.

Come ciclicamente avviene, anche in questo caso viene rilanciata l’ipotesi dello spezzatino tra un’azienda in cui confluirebbero la rete, parte dei 21 miliardi di debito di TIM e di diverse migliaia di dipendenti e un’altra azienda di servizi commerciali alla clientela. Con una totale incertezza su TI Sparkle (la rete dei cavi internazionali) e sui Data center (Noovle), asset ormai essenziali che non possono essere lasciate alle multinazionali, per la loro strategicità devono essere pubbliche e sotto il controllo democratico.

Negli anni il management che si è avvicendato alla guida di TIM, si è caratterizzato solo per un aspetto comune: l’ossessivo obiettivo di ridurre costi, agendo sull’unica leva gestionale che concepiscono, la riduzione di personale, di salario e di diritti.

Per questo riteniamo che, come fatto dai precedenti management avvicendatisi alla guida di TIM, si voglia solo perseguire il miope obiettivo di ridurre costi, di frazionare e quindi diluire l’ingente debito che oggi grava su TIM e poter “snellire” il personale più agevolmente, agendo su perimetri societari più limitati.

Gli effetti indiretti sarebbero come è ovvio la perdita di migliaia posti di lavoro sull’intero comparto composto da una miriade di aziende che vivono degli appalti TIM: imprese di rete, dell’informatica, della logistica.

Inoltre, assisteremmo al notevole ridimensionamento del ruolo di TIM di guida nell’innovazione e nel salvaguardare dell’interesse nazionale, in un’ottica di sistema-Paese.

A completare il quadro, l’ulteriore apertura liberista in asservimento ai diktat dell’UE e del Governo Draghi che si è limitato a prendere atto della manifestazione d’interesse “amichevole”, in linea con il disegno di legge sulla concorrenza che prepara la privatizzazione di tutto ciò che resta ancora di pubblico nel nostro Paese.

Per questo invitiamo tutti i lavoratori e lavoratrici del Gruppo TIM alla mobilitazione nazionale del prossimo 4 dicembre “No Draghi Day” per dire NO alle privatizzazioni e ai licenziamenti.

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22/11/2021

KKR su Tim. L’assalto Usa alle telecomunicazioni

Adesso tocca a un fondo di investimento statunitense (Kkr), ma prima abbiamo aperto le porte a Vivendi (francese) e Telefonica (Spagna). Telecom-Tim era una volta una società pubblica, com’è (era?) ovvio per una rete di telecomunicazioni su cui passano – oltre alle nostre chiacchiere o ricerche internet (l’adsl su rete fissa passa di lì) – tutte le telefonate e i messaggi strategici: militari, magistratura, servizi segreti, governo, ecc.

Una dorsale che qualsiasi Stato degno di questo nome si tiene ben stretta, pretendendo – da vero “sovrano” – di controllare ciò che vi transita. Se questa rete cade in mano private va da sé che l’autonomia di uno Stato viene sottoposta al “capriccio” di un imprenditore privato (e un fondo di investimento è il più opaco degli investitori).

La parte davvero strategica di Tim è infatti proprio la “rete fissa”, quella colossale infrastruttura di cavi, antenne, scatole di derivazione, armadietti, ecc., costruita con soldi pubblici nell’arco di alcuni decenni e già ora nelle mani di privati “non italiani”, ma comunque europei.

Nella struttura societaria, vista la strategicità della rete, lo Stato italiano mantiene comunque una “golden power” – una quota azionaria di riferimento che consente oppure no operazioni di vendita – che dovrà decidere come utilizzare in questo caso.

L’offerta di Kkr per il 100% della quota azionaria (compresa dunque la quota pubblica rappresentata da Cassa Depositi e Prestiti) è di quelle che “non si possono rifiutare”: il 40% in più del valore azionario raggiunto la scorsa settimana. La parte del leone nell’azionariato è al momento fatta da Vivendi, con il 24%.

Ora il governo Draghi, ovvero il governo della Troika (Bce, UE, Fmi) dovrà decidere se esercitare il diritto di veto attraverso la golden power oppure no. Con tutte le conseguenze derivanti da questa scelta.

Le “comunicazioni strategiche” di tipo politico o militare sono state fin qui garantite proprio attraverso questa formula, con accordi tecnici specifici che sottraevano tali ambiti da quelli a discrezione del consiglio di amministrazione.

Ma è evidente che una proprietà privata del 100%, per di più statunitense, toglierebbe molta credibilità ad accordi dello stesso genere (che ovviamente dovrebbero essere stretti anche con i nuovi proprietari).

Kkr (Kohlberg Kravis Roberts & co) gestisce più di 400 miliardi di dollari attraverso una squadra di appena 1.700 impiegati e consulenti, con oltre 550 analisti capaci di pilotare e consigliare investimenti da una rete dislocata in 20 città di 16 diverse nazioni di 4 continenti.

Fondato nel 1976 a New York da Jerome Kohlberg Jr. e dai cugini Hwenry e George R. Roberts, in questi anni Kkr ha effettuato investimenti in oltre 160 società che spaziano dai settori delle infrastrutture (uno dei più gettonati dal fondo) all’energia, dall’immobiliare al credito.

Nel suo portafoglio figurano investimenti in società del calibro di Alliance Boots, Del Monte, Kodak, Prosiebensat1 e Axel Springer, il gruppo media tedesco di cui poi è diventato il maggiore azionista staccando un assegno di 3,2 miliardi di dollari per una quota del 43,54% del capitale.

Nel 2007, invece, Kkr fu artefice dell’acquisizione di Txu, un’operazione che risultò fino a quel momento il più grande buyout della storia. Dal luglio del 2010 è quotato alla Borsa di New York.

Non stiamo parlando insomma di un avventuriero di fascia bassa, ma di un corsaro con patente rilasciata da Washington...

FOnte

29/10/2021

Il crollo dei salari in Italia, una “magia” del mercato

Quando entrai in Sip l’azienda era una partecipata statale che agiva in regime di monopolio.

Era una multinazionale che drenava profitti in giro per il mondo.

Distribuiva utili ai suoi padroni pubblici e privati, regolarmente ogni anno.

Gli ex sindacalisti finivano la loro carriera nel consiglio di amministrazione dell’azienda.

I ministri erano di casa, i politici decidevano le assunzioni, i sindacati trattavano e cogestivano, amministravano carriere e benefit.

La categoria era forte, altamente sindacalizzata, riusciva a imporre condizioni contrattuali invidiabili.

Gli stipendi erano fra i più alti in Italia, la cassa pensioni “separata” erogava pensioni superiori a quelle dell’inps.

Il posto di lavoro si lasciava in eredità ai figli.

Godevamo di una assicurazione sanitaria integrativa di eccellenza che ti rimborsava pure le cure … omeopatiche.

Perfino le vacanze ce le garantiva il cral, a prezzi politici rimborsabili in comode rate mensili.

E c’erano pure gli sconti sulle telefonate quando avere il telefono era un lusso.

Il conflitto era limitato a piccole questioni individuali o locali.

Non si ricordano dipendenti di quell’azienda licenziati a causa della loro attività sindacale o politica.

Al contrario quell’attivita era spesso la chiave per avanzamenti di carriera e passaggi ai livelli di direzione.

Era una aristocrazia che riusciva, per una serie di contingenze particolari, a vendersi bene.

Una aristocrazia corporativa sul piano sindacale che, per la legge che prevede che le idee progressiste allignano meglio nelle teste di chi ha la pancia piena, era fortemente avanzata sul piano politico.

Vivaio di comunisti, di progressisti, di sindacalisti di sinistra.

Quando il “virus” della privatizzazione la colpì, in forma grave, quella categoria non si rese conto che la ricreazione era finita.

Che proprio le libertà e i diritti di cui godeva gli imponevano la responsabilità di farsi carico della parte della classe che questi “privilegi” se li sognava.

E che bisognava adeguarsi alle mutate condizioni.

Si chiuse a riccio nella difesa di ciò che aveva, fottendosene di ciò che gli succedeva attorno.

Non ci fu un minuto di sciopero.

Caso forse unico nella storia del capitalismo di Stato italiano, la resistenza all’assalto alla diligenza da parte dei “capitani coraggiosi” fu sollecitata, senza risultato, dall’ultimo amministratore pubblico mentre i sindacati brindavano.

Un boiardo che aveva capito come sarebbe finita mentre operai e impiegati erano impegnati a acquistare azioni della “loro” azienda.

Tutti padroni, vivaddio.

La festa durò poco. Le azioni crollarono dopo un paio di anni, mentre i nuovi padroni saccheggiavano tutto quello che c’era da saccheggiare.

La categoria era vecchia dal punto di vista anagrafico e ormai interessata solo a monetizzare il monetizzabile e andarsi a godere una serena vecchiaia.

La prima operazione che il padrone fece fu sterilizzarla.

Il contratto che trasformò la Sip in Telecom è una delle eredità più vergognose che ci portiamo dietro.

Si ridussero drasticamente i salari, si diminuirono le ferie, si tagliarono i benefici.

Ma lo si fece “solo” per i nuovi assunti mentre si garantivano i “diritti acquisiti” ai vecchi.

Così assumeranno i giovani ci dicevano.

Poi ci penseranno loro a rimettere le cose a posto.

Ma l’azienda bloccava il turn over e i giovani lasciava che li assumessero le ditte appaltatrici e subappaltatrici.

Si esternalizzava e i lavoratori erano contenti.

Si esternalizzavano i lavori più fastidiosi e più pesanti.

Gli operai erano contenti perché non dovevano più scendere nei pozzetti, salire sui pali, lavorare nelle trincee.

Gli impiegati perché non dovevano più mettere la cuffia sostituti dalle ragazze e dai ragazzi dei call center.

Una categoria parallela che faceva lo stesso lavoro che facevi tu e che … costava meno.

Iniziarono gli esuberi, i prepensionamento, le chiusure di sedi, i demansionamenti, i trasferimenti.

Alla fine se vuoi rimanere in quell’azienda ci rimani da servo e non più da aristocratico.

Alle condizioni che il mercato impone.

... e il mercato è una livella che ti trascina inesorabilmente verso il basso.

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