In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.
Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2026
24/04/2026
Sette storie per non dormire: Olivetti
La terza “storia per non dormire” che intendiamo raccontare è quella della Olivetti, l’azienda che per alcuni decenni consentì all’Italia di avere una presenza importante nell’industria informatica.
Negli anni Cinquanta Adriano Olivetti pose in essere un’iniziativa imprenditoriale lungimirante, inserendosi nel settore dei calcolatori elettronici quando questo genere di attività era appena sorto. L’investimento, tuttavia, si rivelò troppo oneroso per un’impresa a controllo familiare quale era la Olivetti, per di più impegnata anche in una costosa politica di espansione oltreoceano (nel 1959 rilevò l’americana Underwood). Da tale iniziativa, oltretutto, essa non fu in grado di ricavare da subito dei profitti apprezzabili, giacché gli sbocchi commerciali immediatamente reperibili per i calcolatori erano limitati dal disinteresse del governo italiano verso l’informatizzazione della pubblica amministrazione e dal ridotto numero di grandi imprese nazionali (la propensione di un’azienda a dotarsi di calcolatori dipendeva infatti dalle sue dimensioni, in ragione dell’elevato costo dei medesimi e del fatto che la loro utilità risultava tanto maggiore quanto più complessi erano i processi produttivi e amministrativi da essa gestiti).
Quando nel 1960 Adriano morì, la Olivetti versava pertanto in cattive condizioni. Questa situazione di crisi si protrasse per quattro anni, venendo poi risolta dall’intervento di una cordata che annoverava alcuni dei nomi di maggiore spicco dell’industria e della finanza nazionali (FIAT, Pirelli, la società finanziaria Centrale della famiglia Orlando, Mediobanca, IMI). La ritrovata stabilità finanziaria, tuttavia, non venne sfruttata per dare seguito alle iniziative intraprese dal defunto proprietario, in quanto il neocostituito gruppo di controllo preferì disfarsi della divisione elettronica piuttosto che immettervi ulteriori risorse. A sostenere con forza la necessità di uscire dal settore informatico fu il presidente della FIAT Vittorio Valletta, per il quale nessuna azienda italiana poteva affrontare gli investimenti necessari per operare in esso; il suo punto di vista, che pure non era supportato da alcuno studio sull’argomento, fu accettato senza obiezioni dagli altri esponenti della cordata, inclusi i rappresentanti dei due istituti finanziari pubblici (Mediobanca e IMI), i quali pertanto non apportarono alcun contributo positivo sul fronte gestionale.
(E qui mi tocca di nuovo rammentare quanto rivendicato da John Elkann in Parlamento: “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison”. Chissà se qualcuno gliel'ha poi spiegato, il ruolo della sua famiglia nella scomparsa dell'informatica italiana...).
L’abbandono delle attività informatiche avvenne gradualmente, ma comunque in tempi brevi. Nel 1964 la Olivetti Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric. L’anno successivo, tuttavia, la casa madre presentò un innovativo calcolatore da tavolo, sviluppato dai tecnici rimasti al suo interno (anche sulla base del lavoro compiuto dalla divisione elettronica prima della sua alienazione). Esso riscosse in principio un notevole successo, ma nel volgere di pochi anni l’affermazione delle calcolatrici giapponesi, che offrivano prestazioni simili a prezzi assai inferiori, ne decretò l’uscita dal mercato. Dacché la proprietà dell’azienda non aveva nel frattempo promosso la creazione di un nuovo prodotto, avente caratteristiche superiori, il fallimento di questa nuova esperienza segnò sostanzialmente la cessazione dell’impegno della Olivetti nella progettazione di calcolatori. Parallelamente, la sua scorporata divisione elettronica andò incontro a un rapido declino, non soltanto perché era divenuta un ramo periferico di una grande azienda straniera, ma anche perché quest’ultima si rivelò incapace di gestirla proficuamente; l’intera esperienza italiana in quell’ambito subì pertanto un arresto definitivo.
La vicenda della Olivetti sino al passaggio proprietario del 1964, a ben guardare, costituisce un caso analogo a quello della Montecatini: come quest’ultima, l’azienda di Ivrea era una società dotata di grandi capacità di ricerca e innovazione, non sorrette però da un’adeguata dotazione di risorse finanziarie. La carenza di capitali, tuttavia, non può essere fatta valere per spiegare, oltre alla crisi da cui fu investita sotto la gestione della famiglia fondatrice, anche le decisioni della successiva cordata proprietaria. Ci esprimiamo in tal senso non tanto in ragione del fatto che tale cordata assommava tre nomi di primo piano dell’imprenditoria nazionale (considerazione cui si potrebbe obiettare che gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando dovevano comunque immettere risorse anche nelle altre società di cui erano a capo, oltre che nella neoacquisita Olivetti), quanto piuttosto perché la sua capacità d’intervento era accresciuta dalla possibilità di mobilitare cospicue risorse pubbliche (quelle detenute dalle due banche controllate dallo stato che pure erano presenti al suo interno e quelle elargite dal governo alla Centrale in forma di indennizzi per le sue attività elettriche, nazionalizzate alla fine del 1962). La cessione della divisione elettronica e la successiva mancata valorizzazione delle competenze ancora presenti in azienda stanno quindi a testimoniare, più che l’impossibilità della grande impresa privata di operare nel settore, il suo disinteresse a farlo, riconducibile a una ristrettezza di vedute che la rendeva incapace di valutare le potenzialità di crescita dell’informatica (e quindi di comprendere i ritorni economici che a lungo termine avrebbero garantito gli impieghi di danaro in tale ambito) e che più in generale la induceva a prediligere strategie di sviluppo tese a minimizzare i rischi (e quindi a contenere gli investimenti).
A determinare il cattivo esito della crisi della Olivetti, comunque, fu anche l’inazione dello stato, che non volle intervenire da protagonista nel salvataggio dell’azienda e neppure cercò di orientare le decisioni del gruppo di controllo attraverso i soggetti pubblici in esso presenti. L’indifferenza degli uomini di governo verso le sorti dell’azienda potrebbe essere spiegata semplicemente attribuendo loro la medesima incomprensione dell’importanza futura dell’informatica imputabile al ceto imprenditore e manageriale; è bene tuttavia non fermarsi alla conclusione più ovvia. Il fatto che lo stato sia intervenuto in soccorso della Olivetti, in concorso però con degli operatori privati e mantenendosi in una posizione ancillare nei riguardi di questi ultimi, contrasta difatti con l’orientamento di cui diede prova in altre occasioni nel corso del decennio, nelle quali non esitò a farsi carico direttamente del salvataggio di imprese in crisi. Appare perciò verosimile che nel frangente in esame l’atteggiamento governativo sia stato dettato non tanto dall’indifferenza verso le attività più innovative dell’azienda, quanto piuttosto dalla volontà di non interferire con il disegno degli investitori privati d’impegnarsi soltanto in quelle più tradizionali e in quel momento più redditizie (la produzione di macchine per ufficio). In breve, come già era avvenuto e continuava ad avvenire in altri comparti (come in quello chimico, da noi già preso in esame), l’iniziativa pubblica in un importante settore industriale fu condizionata e limitata dalla subalternità del potere politico a quello economico.
La trattazione delle vicissitudini della Olivetti, tuttavia, non sarebbe completa se non accennassimo anche alle supposte responsabilità statunitensi. Anni orsono, uno studioso ha interpretato il comportamento dei nuovi proprietari della Olivetti riconducendolo a pressioni che il governo USA avrebbe esercitato su di loro, pressioni che sarebbero state recepite in ragione della riconoscenza nutrita dai maggiori imprenditori italiani nei confronti di quel paese, da cui avevano ricevuto cospicui aiuti economici nella fase postbellica (cfr. Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, 2011). L’idea che degli imprenditori, nel prendere una decisione d’importanza strategica per il futuro di una propria società, si siano fatti condizionare da sentimenti di riconoscenza anziché dai loro interessi ci sembra tuttavia assai meno verosimile della spiegazione da noi concepita, consistente nella preferenza di tali soggetti per una strategia di sviluppo connotata da bassi investimenti. Se davvero la gestione del gruppo di controllo succeduto alla famiglia Olivetti scontò un’ingerenza nordamericana, è più plausibile che questa abbia assunto la forma di una pressione esercitata sull’esecutivo, cui sarebbe stato chiesto di non adoperarsi per rilanciare l’azienda. In merito a una simile ipotesi, però, va rimarcato in primo luogo che non vi sono evidenze che tale pressione vi sia stata, in quanto la passività di Mediobanca e IMI può essere spiegata anche adducendo influenze esercitate sui politici unicamente da forze nazionali (ossia dai soci privati della cordata rilevataria), e in secondo luogo che, se essa vi fu, potrebbe comunque non avere avuto un ruolo determinante nell’orientare gli eventi, in quanto potrebbe avere agito in combinazione con le spinte interne appena menzionate.
Al governo statunitense, in verità, sono state addebitate anche responsabilità più gravi dell’interferenza nelle scelte della nuova proprietà dell’azienda: si è infatti supposto che siano stati dei suoi agenti a provocare l’incidente stradale nel quale perse la vita, poco dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, il capo della squadra di progettisti elettronici dell’azienda (cfr. sempre Pivato e anche Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020), e c’è chi si è spinto persino ad avanzare sospetti sulla morte dello stesso Olivetti, all’epoca imputata a una emorragia cerebrale (cfr. Secrest e anche Bruno Amoroso e Nico Perrone, Capitalismo predatore, Castelvecchi, 2014). Neppure tali ipotesi, però, risultano suffragate da elementi di prova o anche soltanto indiziari.
Questa presunta ostilità degli USA nei confronti della Olivetti è stata ricondotta a motivazioni di ordine sia economico che politico. Il governo di Washington, cioè, avrebbe agito per evitare che la Olivetti ascendesse al rango di serio concorrente dell’industria informatica statunitense, intaccandone così la posizione dominante a livello mondiale, oppure (ma si può anche pensare “e anche”) per scongiurare il rischio che tale impresa trasferisse a dei regimi socialisti le tecnologie che stava sviluppando, le quali, accrescendo enormemente la potenza di calcolo a disposizione, risultavano di grande utilità nel campo della ricerca militare. Tale trasferimento sarebbe potuto avvenire tramite la vendita dei propri prodotti oppure tramite attività di collaborazione; e a quest’ultimo riguardo va rilevato che il citato capo dei progettisti elettronici della Olivetti, l’ingegnere Mario Tchou, era italo-cinese, e che secondo un suo collega questi era stato contattato proprio dall’ambasciata cinese, in conseguenza del desiderio di quel paese di avviare propri studi nel settore informatico.
In assenza di elementi di prova, di queste teorie si può dare soltanto un giudizio inerente la loro plausibilità. La nostra opinione è che non si possa liquidarle come inverosimili, ma anche che neppure si possa dare per scontato che le possibilità di affermazione della Olivetti sul mercato internazionale fossero tali da minacciare il primato statunitense nel settore, o che paesi del blocco comunista avrebbero ricavato dall’intessitura di rapporti commerciali e di ricerca con l’azienda e i suoi uomini benefici non ottenibili altrimenti. Le potenzialità di crescita della Olivetti, infatti, a nostro avviso erano limitate all’origine dal fatto che essa non poteva contare su un committente dal peso paragonabile a quello del complesso industriale, amministrativo e militare statunitense. Quanto alla necessità dei paesi comunisti di rivolgersi ad essa per sviluppare un’industria informatica, il fatto che l’Unione Sovietica del 1960 avesse raggiunto importanti traguardi in settori tecnologicamente avanzati, quali l’aerospaziale e il nucleare, induce a ritenere non soltanto che potesse fare altrettanto in ambito informatico, ma anche che l’avesse già fatto, giacché simili realizzazioni presupponevano la disponibilità di un’elevata potenza di calcolo. Inoltre, l’URSS era disposta a condividere i frutti delle proprie ricerche con gli altri paesi comunisti: ad esempio, proprio la Cina poté contare sul supporto sovietico per lo sviluppo della propria tecnologia nucleare.
Qualunque posizione si assuma in merito a queste ipotesi, ci sembra comunque scorretta una visione che riconduca il fallimento dell’avventura informatica della Olivetti alla scomparsa di due sole figure, pur così importanti: abbiamo constatato che il passaggio dell’azienda dalle mani della famiglia al nuovo gruppo di controllo fu un evento in sé positivo, poiché la fece uscire da una situazione di crisi finanziaria, e che il suo gruppo di tecnici, pur gravemente depauperato (non soltanto a causa della morte di Tchou, ma anche in seguito alla cessione della divisione elettronica alla General Electric), riuscì a creare ancora un prodotto all’avanguardia. Tale fallimento, pertanto, scaturì essenzialmente dalla conduzione di politiche non lungimiranti da parte di soggetti nazionali, sia imprenditoriali che governativi; e dal momento che queste politiche sono riconducibili agli interessi di breve periodo dei nostri principali attori economici e alla subalternità a questi ultimi della classe di governo, altrettanto scorretta ci sembra una interpretazione di esso che faccia discendere gli eventi che lo determinarono prioritariamente o addirittura esclusivamente da manovre ordite oltreoceano. Del mancato sviluppo della fragile, ma promettente iniziativa di Adriano Olivetti va considerata perciò responsabile essenzialmente la classe dirigente nazionale.
Abbiamo scritto che il cattivo esito delle vicende narrate pose fine all’esperienza italiana nella progettazione di calcolatori. La Olivetti, tuttavia, fece ancora un tentativo di affermarsi quale costruttrice dei medesimi. Negli anni Ottanta, quando ne era divenuto proprietario Carlo De Benedetti, l’azienda si inserì con successo nel settore dei moderni personal computer. I buoni risultati conseguiti, però, si rivelarono effimeri, in quanto la concorrenza asiatica finì presto per porre fuori mercato i suoi prodotti, potendo contare su costi di produzione più bassi di quelli italiani. A tale concorrenza l’azienda d’Ivrea avrebbe potuto resistere soltanto qualora si fosse differenziata da essa sul piano della qualità dei prodotti e dei servizi ad essi collegati (in particolare, investendo nella realizzazione di programmi informatici e nell’assistenza ai clienti); ma ciò non poteva avvenire, in quanto la Olivetti operava, al pari delle rivali asiatiche, come semplice assemblatrice di componenti ideate e realizzate da altre imprese, essendo ormai venuta meno l’attività di ricerca che in passato le aveva consentito di proporre dei prodotti innovativi. Anche quel tentativo si risolse pertanto in un fallimento; e anche stavolta fu un fallimento figlio più della politica aziendale seguita che di una carenza di capitali, in quanto in quel decennio il gruppo De Benedetti fu in grado di effettuare cospicui investimenti, i quali però presero la forma non di un rafforzamento della Olivetti, bensì di acquisizioni di altre aziende, operanti in settori estranei l’uno all’altro. Evidentemente, De Benedetti preferì puntare a conseguire facili guadagni nell’immediato, sfruttando la capacità di creare ricchezza che le nuove aziende che acquisiva già avevano, piuttosto che impegnarsi nel rafforzamento di quelle di cui era già entrato in possesso. Questo atteggiamento, peraltro, negli anni Ottanta caratterizzò anche altri esponenti della nostra maggiore imprenditoria (a cominciare dagli Agnelli, i quali in quel decennio avviarono un processo di diversificazione che un po’ alla volta li avrebbe portati a disinteressarsi del settore automobilistico), sicché può essere ricondotto a più una generale tendenza del capitalismo privato italiano a rifuggire dalle strategie più impegnative (investimenti in ricerca e sviluppo, elevazione della qualità del prodotto, incremento della produttività degli impianti), benché fossero quelle suscettibili di risultare maggiormente proficue a lungo termine.
I nodi vennero al pettine all’inizio degli anni Novanta: l’Olivetti venne a trovarsi in una situazione di grave crisi finanziaria, che le impose una ristrutturazione delle proprie attività. Per sopravvivere, decise di spostarsi in un settore a bassa concorrenza quale quello della telefonia, nel quale le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione stavano facendo sorgere inedite possibilità di azione. A metà del decennio diede vita alla Omnitel, un operatore di telefonia mobile; e nel 1997 acquisì i diritti di utilizzo della rete telefonica e telematica delle Ferrovie dello Stato, intorno alla quale creò un’azienda di telefonia fissa (Infostrada). Nel 1999 le due società furono vendute alla tedesca Mannesmann, mentre Olivetti acquisiva, ricoprendosi di debiti, Telecom Italia (e la sua controllata TIM, attiva nella telefonia mobile). Nel frattempo la proprietà dell’azienda passava da De Benedetti ad altri soggetti, i quali l’avrebbero poi ceduta a Pirelli e Benetton. Nel 2002 la Olivetti incorporò Telecom Italia, assumendo il nome di quest’ultima. Il nome Olivetti sopravvisse in una controllata del gruppo, che proseguiva la tradizionale attività di produzione di macchine per ufficio. L’azienda, comunque, aveva ormai cessato di fondare la propria esistenza sull’innovazione tecnologica: assumendo la comoda posizione di operatore telefonico, era divenuta una società dedita all’estrazione di rendite.
Fonte
Negli anni Cinquanta Adriano Olivetti pose in essere un’iniziativa imprenditoriale lungimirante, inserendosi nel settore dei calcolatori elettronici quando questo genere di attività era appena sorto. L’investimento, tuttavia, si rivelò troppo oneroso per un’impresa a controllo familiare quale era la Olivetti, per di più impegnata anche in una costosa politica di espansione oltreoceano (nel 1959 rilevò l’americana Underwood). Da tale iniziativa, oltretutto, essa non fu in grado di ricavare da subito dei profitti apprezzabili, giacché gli sbocchi commerciali immediatamente reperibili per i calcolatori erano limitati dal disinteresse del governo italiano verso l’informatizzazione della pubblica amministrazione e dal ridotto numero di grandi imprese nazionali (la propensione di un’azienda a dotarsi di calcolatori dipendeva infatti dalle sue dimensioni, in ragione dell’elevato costo dei medesimi e del fatto che la loro utilità risultava tanto maggiore quanto più complessi erano i processi produttivi e amministrativi da essa gestiti).
Quando nel 1960 Adriano morì, la Olivetti versava pertanto in cattive condizioni. Questa situazione di crisi si protrasse per quattro anni, venendo poi risolta dall’intervento di una cordata che annoverava alcuni dei nomi di maggiore spicco dell’industria e della finanza nazionali (FIAT, Pirelli, la società finanziaria Centrale della famiglia Orlando, Mediobanca, IMI). La ritrovata stabilità finanziaria, tuttavia, non venne sfruttata per dare seguito alle iniziative intraprese dal defunto proprietario, in quanto il neocostituito gruppo di controllo preferì disfarsi della divisione elettronica piuttosto che immettervi ulteriori risorse. A sostenere con forza la necessità di uscire dal settore informatico fu il presidente della FIAT Vittorio Valletta, per il quale nessuna azienda italiana poteva affrontare gli investimenti necessari per operare in esso; il suo punto di vista, che pure non era supportato da alcuno studio sull’argomento, fu accettato senza obiezioni dagli altri esponenti della cordata, inclusi i rappresentanti dei due istituti finanziari pubblici (Mediobanca e IMI), i quali pertanto non apportarono alcun contributo positivo sul fronte gestionale.
(E qui mi tocca di nuovo rammentare quanto rivendicato da John Elkann in Parlamento: “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison”. Chissà se qualcuno gliel'ha poi spiegato, il ruolo della sua famiglia nella scomparsa dell'informatica italiana...).
L’abbandono delle attività informatiche avvenne gradualmente, ma comunque in tempi brevi. Nel 1964 la Olivetti Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric. L’anno successivo, tuttavia, la casa madre presentò un innovativo calcolatore da tavolo, sviluppato dai tecnici rimasti al suo interno (anche sulla base del lavoro compiuto dalla divisione elettronica prima della sua alienazione). Esso riscosse in principio un notevole successo, ma nel volgere di pochi anni l’affermazione delle calcolatrici giapponesi, che offrivano prestazioni simili a prezzi assai inferiori, ne decretò l’uscita dal mercato. Dacché la proprietà dell’azienda non aveva nel frattempo promosso la creazione di un nuovo prodotto, avente caratteristiche superiori, il fallimento di questa nuova esperienza segnò sostanzialmente la cessazione dell’impegno della Olivetti nella progettazione di calcolatori. Parallelamente, la sua scorporata divisione elettronica andò incontro a un rapido declino, non soltanto perché era divenuta un ramo periferico di una grande azienda straniera, ma anche perché quest’ultima si rivelò incapace di gestirla proficuamente; l’intera esperienza italiana in quell’ambito subì pertanto un arresto definitivo.
La vicenda della Olivetti sino al passaggio proprietario del 1964, a ben guardare, costituisce un caso analogo a quello della Montecatini: come quest’ultima, l’azienda di Ivrea era una società dotata di grandi capacità di ricerca e innovazione, non sorrette però da un’adeguata dotazione di risorse finanziarie. La carenza di capitali, tuttavia, non può essere fatta valere per spiegare, oltre alla crisi da cui fu investita sotto la gestione della famiglia fondatrice, anche le decisioni della successiva cordata proprietaria. Ci esprimiamo in tal senso non tanto in ragione del fatto che tale cordata assommava tre nomi di primo piano dell’imprenditoria nazionale (considerazione cui si potrebbe obiettare che gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando dovevano comunque immettere risorse anche nelle altre società di cui erano a capo, oltre che nella neoacquisita Olivetti), quanto piuttosto perché la sua capacità d’intervento era accresciuta dalla possibilità di mobilitare cospicue risorse pubbliche (quelle detenute dalle due banche controllate dallo stato che pure erano presenti al suo interno e quelle elargite dal governo alla Centrale in forma di indennizzi per le sue attività elettriche, nazionalizzate alla fine del 1962). La cessione della divisione elettronica e la successiva mancata valorizzazione delle competenze ancora presenti in azienda stanno quindi a testimoniare, più che l’impossibilità della grande impresa privata di operare nel settore, il suo disinteresse a farlo, riconducibile a una ristrettezza di vedute che la rendeva incapace di valutare le potenzialità di crescita dell’informatica (e quindi di comprendere i ritorni economici che a lungo termine avrebbero garantito gli impieghi di danaro in tale ambito) e che più in generale la induceva a prediligere strategie di sviluppo tese a minimizzare i rischi (e quindi a contenere gli investimenti).
A determinare il cattivo esito della crisi della Olivetti, comunque, fu anche l’inazione dello stato, che non volle intervenire da protagonista nel salvataggio dell’azienda e neppure cercò di orientare le decisioni del gruppo di controllo attraverso i soggetti pubblici in esso presenti. L’indifferenza degli uomini di governo verso le sorti dell’azienda potrebbe essere spiegata semplicemente attribuendo loro la medesima incomprensione dell’importanza futura dell’informatica imputabile al ceto imprenditore e manageriale; è bene tuttavia non fermarsi alla conclusione più ovvia. Il fatto che lo stato sia intervenuto in soccorso della Olivetti, in concorso però con degli operatori privati e mantenendosi in una posizione ancillare nei riguardi di questi ultimi, contrasta difatti con l’orientamento di cui diede prova in altre occasioni nel corso del decennio, nelle quali non esitò a farsi carico direttamente del salvataggio di imprese in crisi. Appare perciò verosimile che nel frangente in esame l’atteggiamento governativo sia stato dettato non tanto dall’indifferenza verso le attività più innovative dell’azienda, quanto piuttosto dalla volontà di non interferire con il disegno degli investitori privati d’impegnarsi soltanto in quelle più tradizionali e in quel momento più redditizie (la produzione di macchine per ufficio). In breve, come già era avvenuto e continuava ad avvenire in altri comparti (come in quello chimico, da noi già preso in esame), l’iniziativa pubblica in un importante settore industriale fu condizionata e limitata dalla subalternità del potere politico a quello economico.
La trattazione delle vicissitudini della Olivetti, tuttavia, non sarebbe completa se non accennassimo anche alle supposte responsabilità statunitensi. Anni orsono, uno studioso ha interpretato il comportamento dei nuovi proprietari della Olivetti riconducendolo a pressioni che il governo USA avrebbe esercitato su di loro, pressioni che sarebbero state recepite in ragione della riconoscenza nutrita dai maggiori imprenditori italiani nei confronti di quel paese, da cui avevano ricevuto cospicui aiuti economici nella fase postbellica (cfr. Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, 2011). L’idea che degli imprenditori, nel prendere una decisione d’importanza strategica per il futuro di una propria società, si siano fatti condizionare da sentimenti di riconoscenza anziché dai loro interessi ci sembra tuttavia assai meno verosimile della spiegazione da noi concepita, consistente nella preferenza di tali soggetti per una strategia di sviluppo connotata da bassi investimenti. Se davvero la gestione del gruppo di controllo succeduto alla famiglia Olivetti scontò un’ingerenza nordamericana, è più plausibile che questa abbia assunto la forma di una pressione esercitata sull’esecutivo, cui sarebbe stato chiesto di non adoperarsi per rilanciare l’azienda. In merito a una simile ipotesi, però, va rimarcato in primo luogo che non vi sono evidenze che tale pressione vi sia stata, in quanto la passività di Mediobanca e IMI può essere spiegata anche adducendo influenze esercitate sui politici unicamente da forze nazionali (ossia dai soci privati della cordata rilevataria), e in secondo luogo che, se essa vi fu, potrebbe comunque non avere avuto un ruolo determinante nell’orientare gli eventi, in quanto potrebbe avere agito in combinazione con le spinte interne appena menzionate.
Al governo statunitense, in verità, sono state addebitate anche responsabilità più gravi dell’interferenza nelle scelte della nuova proprietà dell’azienda: si è infatti supposto che siano stati dei suoi agenti a provocare l’incidente stradale nel quale perse la vita, poco dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, il capo della squadra di progettisti elettronici dell’azienda (cfr. sempre Pivato e anche Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020), e c’è chi si è spinto persino ad avanzare sospetti sulla morte dello stesso Olivetti, all’epoca imputata a una emorragia cerebrale (cfr. Secrest e anche Bruno Amoroso e Nico Perrone, Capitalismo predatore, Castelvecchi, 2014). Neppure tali ipotesi, però, risultano suffragate da elementi di prova o anche soltanto indiziari.
Questa presunta ostilità degli USA nei confronti della Olivetti è stata ricondotta a motivazioni di ordine sia economico che politico. Il governo di Washington, cioè, avrebbe agito per evitare che la Olivetti ascendesse al rango di serio concorrente dell’industria informatica statunitense, intaccandone così la posizione dominante a livello mondiale, oppure (ma si può anche pensare “e anche”) per scongiurare il rischio che tale impresa trasferisse a dei regimi socialisti le tecnologie che stava sviluppando, le quali, accrescendo enormemente la potenza di calcolo a disposizione, risultavano di grande utilità nel campo della ricerca militare. Tale trasferimento sarebbe potuto avvenire tramite la vendita dei propri prodotti oppure tramite attività di collaborazione; e a quest’ultimo riguardo va rilevato che il citato capo dei progettisti elettronici della Olivetti, l’ingegnere Mario Tchou, era italo-cinese, e che secondo un suo collega questi era stato contattato proprio dall’ambasciata cinese, in conseguenza del desiderio di quel paese di avviare propri studi nel settore informatico.
In assenza di elementi di prova, di queste teorie si può dare soltanto un giudizio inerente la loro plausibilità. La nostra opinione è che non si possa liquidarle come inverosimili, ma anche che neppure si possa dare per scontato che le possibilità di affermazione della Olivetti sul mercato internazionale fossero tali da minacciare il primato statunitense nel settore, o che paesi del blocco comunista avrebbero ricavato dall’intessitura di rapporti commerciali e di ricerca con l’azienda e i suoi uomini benefici non ottenibili altrimenti. Le potenzialità di crescita della Olivetti, infatti, a nostro avviso erano limitate all’origine dal fatto che essa non poteva contare su un committente dal peso paragonabile a quello del complesso industriale, amministrativo e militare statunitense. Quanto alla necessità dei paesi comunisti di rivolgersi ad essa per sviluppare un’industria informatica, il fatto che l’Unione Sovietica del 1960 avesse raggiunto importanti traguardi in settori tecnologicamente avanzati, quali l’aerospaziale e il nucleare, induce a ritenere non soltanto che potesse fare altrettanto in ambito informatico, ma anche che l’avesse già fatto, giacché simili realizzazioni presupponevano la disponibilità di un’elevata potenza di calcolo. Inoltre, l’URSS era disposta a condividere i frutti delle proprie ricerche con gli altri paesi comunisti: ad esempio, proprio la Cina poté contare sul supporto sovietico per lo sviluppo della propria tecnologia nucleare.
Qualunque posizione si assuma in merito a queste ipotesi, ci sembra comunque scorretta una visione che riconduca il fallimento dell’avventura informatica della Olivetti alla scomparsa di due sole figure, pur così importanti: abbiamo constatato che il passaggio dell’azienda dalle mani della famiglia al nuovo gruppo di controllo fu un evento in sé positivo, poiché la fece uscire da una situazione di crisi finanziaria, e che il suo gruppo di tecnici, pur gravemente depauperato (non soltanto a causa della morte di Tchou, ma anche in seguito alla cessione della divisione elettronica alla General Electric), riuscì a creare ancora un prodotto all’avanguardia. Tale fallimento, pertanto, scaturì essenzialmente dalla conduzione di politiche non lungimiranti da parte di soggetti nazionali, sia imprenditoriali che governativi; e dal momento che queste politiche sono riconducibili agli interessi di breve periodo dei nostri principali attori economici e alla subalternità a questi ultimi della classe di governo, altrettanto scorretta ci sembra una interpretazione di esso che faccia discendere gli eventi che lo determinarono prioritariamente o addirittura esclusivamente da manovre ordite oltreoceano. Del mancato sviluppo della fragile, ma promettente iniziativa di Adriano Olivetti va considerata perciò responsabile essenzialmente la classe dirigente nazionale.
Abbiamo scritto che il cattivo esito delle vicende narrate pose fine all’esperienza italiana nella progettazione di calcolatori. La Olivetti, tuttavia, fece ancora un tentativo di affermarsi quale costruttrice dei medesimi. Negli anni Ottanta, quando ne era divenuto proprietario Carlo De Benedetti, l’azienda si inserì con successo nel settore dei moderni personal computer. I buoni risultati conseguiti, però, si rivelarono effimeri, in quanto la concorrenza asiatica finì presto per porre fuori mercato i suoi prodotti, potendo contare su costi di produzione più bassi di quelli italiani. A tale concorrenza l’azienda d’Ivrea avrebbe potuto resistere soltanto qualora si fosse differenziata da essa sul piano della qualità dei prodotti e dei servizi ad essi collegati (in particolare, investendo nella realizzazione di programmi informatici e nell’assistenza ai clienti); ma ciò non poteva avvenire, in quanto la Olivetti operava, al pari delle rivali asiatiche, come semplice assemblatrice di componenti ideate e realizzate da altre imprese, essendo ormai venuta meno l’attività di ricerca che in passato le aveva consentito di proporre dei prodotti innovativi. Anche quel tentativo si risolse pertanto in un fallimento; e anche stavolta fu un fallimento figlio più della politica aziendale seguita che di una carenza di capitali, in quanto in quel decennio il gruppo De Benedetti fu in grado di effettuare cospicui investimenti, i quali però presero la forma non di un rafforzamento della Olivetti, bensì di acquisizioni di altre aziende, operanti in settori estranei l’uno all’altro. Evidentemente, De Benedetti preferì puntare a conseguire facili guadagni nell’immediato, sfruttando la capacità di creare ricchezza che le nuove aziende che acquisiva già avevano, piuttosto che impegnarsi nel rafforzamento di quelle di cui era già entrato in possesso. Questo atteggiamento, peraltro, negli anni Ottanta caratterizzò anche altri esponenti della nostra maggiore imprenditoria (a cominciare dagli Agnelli, i quali in quel decennio avviarono un processo di diversificazione che un po’ alla volta li avrebbe portati a disinteressarsi del settore automobilistico), sicché può essere ricondotto a più una generale tendenza del capitalismo privato italiano a rifuggire dalle strategie più impegnative (investimenti in ricerca e sviluppo, elevazione della qualità del prodotto, incremento della produttività degli impianti), benché fossero quelle suscettibili di risultare maggiormente proficue a lungo termine.
I nodi vennero al pettine all’inizio degli anni Novanta: l’Olivetti venne a trovarsi in una situazione di grave crisi finanziaria, che le impose una ristrutturazione delle proprie attività. Per sopravvivere, decise di spostarsi in un settore a bassa concorrenza quale quello della telefonia, nel quale le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione stavano facendo sorgere inedite possibilità di azione. A metà del decennio diede vita alla Omnitel, un operatore di telefonia mobile; e nel 1997 acquisì i diritti di utilizzo della rete telefonica e telematica delle Ferrovie dello Stato, intorno alla quale creò un’azienda di telefonia fissa (Infostrada). Nel 1999 le due società furono vendute alla tedesca Mannesmann, mentre Olivetti acquisiva, ricoprendosi di debiti, Telecom Italia (e la sua controllata TIM, attiva nella telefonia mobile). Nel frattempo la proprietà dell’azienda passava da De Benedetti ad altri soggetti, i quali l’avrebbero poi ceduta a Pirelli e Benetton. Nel 2002 la Olivetti incorporò Telecom Italia, assumendo il nome di quest’ultima. Il nome Olivetti sopravvisse in una controllata del gruppo, che proseguiva la tradizionale attività di produzione di macchine per ufficio. L’azienda, comunque, aveva ormai cessato di fondare la propria esistenza sull’innovazione tecnologica: assumendo la comoda posizione di operatore telefonico, era divenuta una società dedita all’estrazione di rendite.
Fonte
22/08/2023
Il pensionato Johnson
Ho ricevuto personalmente una illustrazione dell’attuale capitalismo da Roberto Colaninno, che riposi in pace.
Negli anni Novanta ero segretario della FIOM in Piemonte ed ero impegnato a fare il possibile per impedire lo smantellamento della Olivetti, uno dei più gravi delitti industriali ed economici del sistema imprenditoriale e della classe politica – tutta – italiana.
Colaninno aveva appena soffiato a De Benedetti l’Olivetti e la sua impresa telefonica Omnitel, e si preparava a vendere tutto, per fare la scalata alla Telecom, privatizzata da Prodi come tutti i gioielli del patrimonio industriale del paese.
Poi alla fine avrebbe venduto anche il suo controllo in Telecom, ricavandone il pacchetto di miliardi con cui avrebbe comprato la Piaggio e poi investito in Alitalia.
Per D’Alema Colaninno era un “capitano coraggioso”, un esponente del capitalismo d’assalto che la sinistra neoliberale allora trionfante, da Clinton a Blair, considerava il suo punto di riferimento.
Assieme alla delegazione sindacale incontrai dunque Colaninno nella Prefettura di Torino, mentre i lavoratori della Olivetti erano in lotta contro la cassa integrazione e la chiusura degli stabilimenti.
Dopo il mio intervento, nel quale illustrai il disastro industriale e sociale che si stava compiendo e la necessità di impedirlo, Colaninno prese la parola.
“Vede Cremaschi, io le darei anche ragione, molte delle cose che dice sono giuste e sicuramente il mondo sarebbe migliore se seguisse i suoi principi. Però io devo tenere conto prima di tutto del pensionato Johnson, che in questo momento sta pescando trote in un bel laghetto negli Stati Uniti.
La buona pensione di Johnson viene dal suo fondo aziendale, che a sua volta fa parte di un grande fondo finanziario. Questo fondo ha bisogno di fare continui profitti e quindi investe dove c’è guadagno.
Quindi anche nella Olivetti, se io garantisco un alto tasso di guadagni. E questo si fa anche chiudendo. E noi abbiamo bisogno che i fondi finanziari investano su di noi.
Quindi, mi dispiace, ma io devo rispondere ai fondi e quindi anche far sì che il pensionato Johnson continui sereno a pescare trote, altrimenti il sistema salta e noi con lui...” .
Ecco più o meno come Colaninno giustificò la devastazione sociale e produttiva della Olivetti. Che oggi non esiste più, mentre la Omnitel è stata assorbita dalla multinazionale britannica Vodafone e la Telecom è controllata dalla francese Vivendi.
Tutto è stato svenduto e non al pensionato Johnson, ma a chi gestisce la finanza internazionale, da cui anche il tenore di vita di Johnson dipende.
Un pensionato americano sta bene se altri lavoratori vengono licenziati e rischiano di non arrivare mai alla pensione. È la ragione per cui questo sistema della globalizzazione finanziaria, tanto esaltato dai liberisti per trent’anni, è arrivato al capolinea.
Che Colaninno, espressione consapevole e persino sofferta di quel sistema, sia stato considerato l’interlocutore industriale del centrosinistra, spiega perché oggi governi Giorgia Meloni.
E quanto al pensionato Johnson, beh, serve a ricordarci che chi smantella il sistema pensionistico pubblico, chi esalta i fondi pensione privati, è complice e colpevole dello sfruttamento del lavoro nel mondo...
E anche della crisi economica che avanza.
Fonte
Negli anni Novanta ero segretario della FIOM in Piemonte ed ero impegnato a fare il possibile per impedire lo smantellamento della Olivetti, uno dei più gravi delitti industriali ed economici del sistema imprenditoriale e della classe politica – tutta – italiana.
Colaninno aveva appena soffiato a De Benedetti l’Olivetti e la sua impresa telefonica Omnitel, e si preparava a vendere tutto, per fare la scalata alla Telecom, privatizzata da Prodi come tutti i gioielli del patrimonio industriale del paese.
Poi alla fine avrebbe venduto anche il suo controllo in Telecom, ricavandone il pacchetto di miliardi con cui avrebbe comprato la Piaggio e poi investito in Alitalia.
Per D’Alema Colaninno era un “capitano coraggioso”, un esponente del capitalismo d’assalto che la sinistra neoliberale allora trionfante, da Clinton a Blair, considerava il suo punto di riferimento.
Assieme alla delegazione sindacale incontrai dunque Colaninno nella Prefettura di Torino, mentre i lavoratori della Olivetti erano in lotta contro la cassa integrazione e la chiusura degli stabilimenti.
Dopo il mio intervento, nel quale illustrai il disastro industriale e sociale che si stava compiendo e la necessità di impedirlo, Colaninno prese la parola.
“Vede Cremaschi, io le darei anche ragione, molte delle cose che dice sono giuste e sicuramente il mondo sarebbe migliore se seguisse i suoi principi. Però io devo tenere conto prima di tutto del pensionato Johnson, che in questo momento sta pescando trote in un bel laghetto negli Stati Uniti.
La buona pensione di Johnson viene dal suo fondo aziendale, che a sua volta fa parte di un grande fondo finanziario. Questo fondo ha bisogno di fare continui profitti e quindi investe dove c’è guadagno.
Quindi anche nella Olivetti, se io garantisco un alto tasso di guadagni. E questo si fa anche chiudendo. E noi abbiamo bisogno che i fondi finanziari investano su di noi.
Quindi, mi dispiace, ma io devo rispondere ai fondi e quindi anche far sì che il pensionato Johnson continui sereno a pescare trote, altrimenti il sistema salta e noi con lui...” .
Ecco più o meno come Colaninno giustificò la devastazione sociale e produttiva della Olivetti. Che oggi non esiste più, mentre la Omnitel è stata assorbita dalla multinazionale britannica Vodafone e la Telecom è controllata dalla francese Vivendi.
Tutto è stato svenduto e non al pensionato Johnson, ma a chi gestisce la finanza internazionale, da cui anche il tenore di vita di Johnson dipende.
Un pensionato americano sta bene se altri lavoratori vengono licenziati e rischiano di non arrivare mai alla pensione. È la ragione per cui questo sistema della globalizzazione finanziaria, tanto esaltato dai liberisti per trent’anni, è arrivato al capolinea.
Che Colaninno, espressione consapevole e persino sofferta di quel sistema, sia stato considerato l’interlocutore industriale del centrosinistra, spiega perché oggi governi Giorgia Meloni.
E quanto al pensionato Johnson, beh, serve a ricordarci che chi smantella il sistema pensionistico pubblico, chi esalta i fondi pensione privati, è complice e colpevole dello sfruttamento del lavoro nel mondo...
E anche della crisi economica che avanza.
Fonte
08/08/2016
Non fatevi distrarre, il pericolo viene da chi sta in alto
Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. È stato De Benedetti.
A far di me un peso morto è stata la Fornero.
A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.
A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l’opposto, è Renzi, non i rumeni.
A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.
A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.
A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.
A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.
A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.
A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.
Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
Scappare da qui.
(Michele Monteleone, ex operaio Olivetti)
Fonte
A far di me un peso morto è stata la Fornero.
A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.
A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l’opposto, è Renzi, non i rumeni.
A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.
A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.
A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.
A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.
A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.
A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.
Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
Scappare da qui.
(Michele Monteleone, ex operaio Olivetti)
Fonte
18/07/2016
Amianto alla Olivetti, condannati i De Benedetti e Passera
Cinque anni e due mesi di reclusione per Carlo e Franco De Benedetti, un anno e 11 mesi per Corrado Passera (ex ministro del Governo Monti), ma con sospensione della pena. E’ stato invece assolto un altro vip, Roberto Colaninno, che era accusato di lesioni colpose nei confronti di un solo caso. In totale gli imputati erano 17, accusati a vario titolo di omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Le condanne in totale sono state 13. E’ questo il verdetto dettato dal Tribunale di Ivrea questa mattina al termine nel processo, iniziato a gennaio, intentato per la morte tra il 2008 e il 2013 di dieci operai, che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta lavorarono negli stabilimenti Olivetti, inalando le fibre tossiche di amianto e ammalandosi di mesotelioma pleurico.
La sentenza contro gli ex proprietari e dirigenti dell’azienda informatica di Ivrea è stata letta dal giudice Elena Stoppini dopo appena mezz’ora di camera di consiglio. Sia per i condannati che per Telecom Italia spa, considerata responsabile civile per le morti di amianto, la corte ha deciso anche che dovranno risarcire le vittime per centinaia di migliaia di euro. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime, figuravano Inail, Fiom-Cgil, il Comune di Ivrea e la Città metropolitana di Torino.
L’accusa aveva chiesto rispettivamente 6 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi per i De Benedetti e 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, chiamato in causa come consigliere amministratore delegato dal 1992 al 1996. Ma la pm Laura Longo – affiancata da Francesca Traverso – ha comunque espresso soddisfazione per la sentenza: «Siamo soddisfatti della sentenza, perché il tribunale ha di fatto accolto l’impostazione dell’accusa: è stata data giustizia alle vittime e ai loro familiari». Ha aggiunto: «Parliamo di morti che si potevano e dovevano evitare». Rispetto ad altri due fascicoli aperti su ulteriori casi di persone ammalatesi a causa dell’esposizione alle fibre di amianto la pm ha commentato: «Purtroppo non sappiamo quando questa ondata finirà: la sentenza del tribunale dimostra che l’Olivetti ha usato amianto fino agli anni Novanta».
Non l’ha invece presa per niente bene Carlo De Benedetti: «Sono stupito e molto amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa – ha detto – Sono stato condannato per reati che non ho commesso, come ha dimostrato l’ampia documentazione prodotta in dibattimento sull’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti e sul completo e complesso sistema di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, da me voluto e implementato fin dall’inizio della mia gestione». E poi ha aggiunto, in una tardiva quanto poco convincente autodifesa: «I servizi interni preposti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori e alla manutenzione degli stabili non mi hanno mai segnalato situazioni allarmanti o anche solamente anomale in quanto, come emerso in dibattimento, i ripetuti e costanti monitoraggi ambientali eseguiti in azienda hanno sempre riscontrato valori al di sotto delle soglie previste dalle normative all’epoca vigenti e in linea anche con quelle entrate in vigore successivamente». Insomma De Benedetti non sapeva nulla, nessuno lo aveva avvertito, e quindi non avrebbe alcuna responsabilità. «E’ stato inoltre ampiamente dimostrato in dibattimento che la società non ha sicuramente acquistato talco contaminato da fibre di amianto fin dalla metà degli anni ’70. Per tali ragioni, attendo di leggere le motivazioni di questa sentenza ingiusta, ma presenterò certamente impugnazione in Appello, fiducioso della mia totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti. Sono vicino alle famiglie dei lavoratori coinvolti, ma ribadisco ancora una volta che durante la mia gestione l’Olivetti ha sempre tenuto nella massima considerazione la salute e la sicurezza in ogni luogo di lavoro» ha avvisato il magnate.
Fonte
La sentenza contro gli ex proprietari e dirigenti dell’azienda informatica di Ivrea è stata letta dal giudice Elena Stoppini dopo appena mezz’ora di camera di consiglio. Sia per i condannati che per Telecom Italia spa, considerata responsabile civile per le morti di amianto, la corte ha deciso anche che dovranno risarcire le vittime per centinaia di migliaia di euro. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime, figuravano Inail, Fiom-Cgil, il Comune di Ivrea e la Città metropolitana di Torino.
L’accusa aveva chiesto rispettivamente 6 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi per i De Benedetti e 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, chiamato in causa come consigliere amministratore delegato dal 1992 al 1996. Ma la pm Laura Longo – affiancata da Francesca Traverso – ha comunque espresso soddisfazione per la sentenza: «Siamo soddisfatti della sentenza, perché il tribunale ha di fatto accolto l’impostazione dell’accusa: è stata data giustizia alle vittime e ai loro familiari». Ha aggiunto: «Parliamo di morti che si potevano e dovevano evitare». Rispetto ad altri due fascicoli aperti su ulteriori casi di persone ammalatesi a causa dell’esposizione alle fibre di amianto la pm ha commentato: «Purtroppo non sappiamo quando questa ondata finirà: la sentenza del tribunale dimostra che l’Olivetti ha usato amianto fino agli anni Novanta».
Non l’ha invece presa per niente bene Carlo De Benedetti: «Sono stupito e molto amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa – ha detto – Sono stato condannato per reati che non ho commesso, come ha dimostrato l’ampia documentazione prodotta in dibattimento sull’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti e sul completo e complesso sistema di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, da me voluto e implementato fin dall’inizio della mia gestione». E poi ha aggiunto, in una tardiva quanto poco convincente autodifesa: «I servizi interni preposti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori e alla manutenzione degli stabili non mi hanno mai segnalato situazioni allarmanti o anche solamente anomale in quanto, come emerso in dibattimento, i ripetuti e costanti monitoraggi ambientali eseguiti in azienda hanno sempre riscontrato valori al di sotto delle soglie previste dalle normative all’epoca vigenti e in linea anche con quelle entrate in vigore successivamente». Insomma De Benedetti non sapeva nulla, nessuno lo aveva avvertito, e quindi non avrebbe alcuna responsabilità. «E’ stato inoltre ampiamente dimostrato in dibattimento che la società non ha sicuramente acquistato talco contaminato da fibre di amianto fin dalla metà degli anni ’70. Per tali ragioni, attendo di leggere le motivazioni di questa sentenza ingiusta, ma presenterò certamente impugnazione in Appello, fiducioso della mia totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti. Sono vicino alle famiglie dei lavoratori coinvolti, ma ribadisco ancora una volta che durante la mia gestione l’Olivetti ha sempre tenuto nella massima considerazione la salute e la sicurezza in ogni luogo di lavoro» ha avvisato il magnate.
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13/06/2016
Amianto all’Olivetti. Chiesta la condanna di De Benedetti e Passera
I vertici dell’Olivetti in dismissione sono diventati nel tempo “la tessera numero 1 del Pd” e ministro nel governo Monti, dopo aver raccolto emolumenti, società, quasi privatizzato le Poste e buona parte della sanità.
Per Carlo De Benedetti, padrone di Repubblica, e Corrado Passera (desaparecido dopo aver provato il tuffo in politica), più altri dirigenti della società che aveva raggiunto (prima del loro arrivo) le vette dell’informatica globale, è stata chiesta la condanna a sei anni e sette mesi, tre invece per Corrado Passera (entro i limiti della sospensione condizionale della pena, dunque; insomma, non dovrebbe vedere il carcere in ogni caso). Sei anni e quattro mesi per Franco De Benedetti, mentre Roberto Colaninno se l’è cavata, vista la richiesta di assoluzione formulata dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, al termine del processo in corso a Ivrea.
I fatti risalgono agli anni ’80 e ’90, quando negli stabilimenti del gruppo si usava talco all’amianto anche dopo che ne era stata stabilita scientificamente la responsabilità nel causare mesotelioma e altre tipologie di tumore.
La sentenza dovrebbe arrivare tra circa un mese.
Ma non c’è bisogno di sapere molto altro per capire di che stoffa siano fatti i “nostri” capitani d’industria e manager che “tutto il mondo ci invidia”...
Fonte
Per Carlo De Benedetti, padrone di Repubblica, e Corrado Passera (desaparecido dopo aver provato il tuffo in politica), più altri dirigenti della società che aveva raggiunto (prima del loro arrivo) le vette dell’informatica globale, è stata chiesta la condanna a sei anni e sette mesi, tre invece per Corrado Passera (entro i limiti della sospensione condizionale della pena, dunque; insomma, non dovrebbe vedere il carcere in ogni caso). Sei anni e quattro mesi per Franco De Benedetti, mentre Roberto Colaninno se l’è cavata, vista la richiesta di assoluzione formulata dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, al termine del processo in corso a Ivrea.
I fatti risalgono agli anni ’80 e ’90, quando negli stabilimenti del gruppo si usava talco all’amianto anche dopo che ne era stata stabilita scientificamente la responsabilità nel causare mesotelioma e altre tipologie di tumore.
La sentenza dovrebbe arrivare tra circa un mese.
Ma non c’è bisogno di sapere molto altro per capire di che stoffa siano fatti i “nostri” capitani d’industria e manager che “tutto il mondo ci invidia”...
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11/11/2015
Luciano Gallino, uno scienziato integro e radicale
Ho conosciuto personalmente Luciano Gallino in un dibattito a Torino, nei primi anni '90 del secolo scorso. Avevo letto molti suoi scritti, ma non lo avevo mai incontrato. Ero da poco diventato segretario della Fiom regionale e fui invitato ad un confronto con lui ed altri sul lavoro. Mi lasciai andare ad una filippica contro quegli intellettuali, in particolare gli studiosi di scienze sociali, che – usai questa metafora – non guardavano mai l'altra faccia della luna, cioè descrivevano i cambiamenti in atto nel lavoro solo dal punto di vista delle direzioni d'impresa. Erano gli anni del trionfo del toyotismo all'italiana lanciato dalla Fiat di Cesare Romiti, che trovava il suo magnificato modello nel nuovo stabilimento di Melfi. In realtà nasceva un nuovo sistema di comando autoritario sul lavoro, che faceva passare per partecipazione quella che in realtà era solo la ricerca della sottomissione totale del lavoratore all'impresa.
Gallino si offese molto per quella mia frase impertinente, anche se, come era suo costume, nel dibattito usò solo analisi sociale e cortesia torinese. Pochi giorni dopo mi arrivò in ufficio un pacco di libri e riviste di sociologia. Era una piccola antologia di testi di Luciano Gallino, accompagnati da una sua lettera molto gentile, ma che nella sostanza mi invitava a documentarmi meglio prima di esprimere giudizi. Aveva ragione. L'intellettuale ed il ricercatore olivettiano è diventato il primo critico in Italia del modello liberista, sia per il lavoro, sia per tutta la società. E questo suo percorso non è nato da una improvvisa folgorazione sulla via di Damasco, ma dal rigore con il quale sin dall'inizio della sua opera si è misurato con la realtà del lavoro, con l'altra faccia della luna.
Gallino era uno scienziato sociale che credeva nel processo riformatore. Non uso la parola riformista, perché essa oggi è diventata sinonimo di trasformismo e di politiche liberiste. Luciano Gallino provava un rigetto culturale e morale per il riformismo attuale. Lui che era stato formato dalla stagione delle riforme dei primi anni '60 e dall'organizzazione del lavoro veramente partecipativa della Olivetti di Ivrea, sentiva sempre di più la necessità di smascherare l'imbroglio politico ed intellettuale di chi oggi adopera quegli stessi termini, riforme e partecipazione, per fare l'esatto contrario.
Per questo Gallino aveva sempre più radicalizzato la sua collocazione politica. Non perché avesse cambiato il suo punto di vista riformatore, ma perché non era disposto a farlo assorbire da un sistema di potere che andava nella direzione opposta a ciò che riteneva giusto.
Fernando Santi, il leader storico dei socialisti della Cgil, quando il PSI di Nenni si orientò su posizioni che cominciò a criticare come troppo moderate, fu accusato di scivolare verso il massimalismo. Con una fulminante battuta, allora, il sindacalista rispose: non è vero che io sono diventato un estremista, io sono il riformista di sempre, sono gli altri che mi hanno scavalcato a destra. È una risposta che vale anche per Luciano Gallino. Mentre una generazione di intellettuali e politici di origine comunista, operaista, radicale, si innamorava della flessibilità del lavoro e della globalizzazione e ne diventava apologeta, egli si faceva rigoroso e implacabile contestatore dei "tempi moderni". Il sociologo olivettiano diventava no global senza cambiare di un millimetro il suo impianto culturale originale. E così ha condotto una dura, infaticabile lotta culturale contro l'egemonia del pensiero unico liberista, un impegno che lo ha collocato controcorrente rispetto al dogmatismo trionfante, ma che ne ha fatto il riferimento culturale di tutte le lotte contro le precarietà e il dominio autoritario del lavoro, contro la diseguaglianza sociale e le privatizzazioni. Con i suoi scritti Gallino faceva lotta di classe, quella lotta di classe che che denunciava essere diventata lo strumento dei ricchi contro i poveri, di chi ha il potere contro chi lo subisce.
Ma nel suo impegno Gallino manteneva sempre il rigore dello scienziato sociale, le conclusioni giungevano sempre alla fine di rigorose e dimostratissime analisi dei fatti. Per questo erano così fastidiose per un potere che vende senso e ideologia per cancellare i fatti, che vuol convincere che la ripresa economica è dietro l'angolo non perché sia vero, ma perché l'ottimismo economico aumenta i profitti. Gallino entrava sicuramente nella categoria non foltissima dei grandi professori integri, categoria tanto odiata dai giovani arrampicatori renziani formatasi negli spettacoli televisivi. Luciano Gallino era un gufo, saggio, acutissimo, che naturalmente vedeva lontano.
Nel suo ultimo libro, che non sapevamo sarebbe stato il suo testamento, Gallino scrive ai suoi nipoti e descrive la Doppia Crisi, economica ed ecologica del capitalismo. È un messaggio assolutamente radicale quello che manda alle nuovissime generazioni. Ha vinto il capitalismo peggiore, quello raccontato nel Tallone di Ferro di Jack London. Non ci sono aggiustamenti possibili all'orizzonte, ma bisogna perseguire cambiamenti radicali nel nome dell'eguaglianza sociale, della vita umana e della natura. L'Unione Europea è una dittatura finanziaria che ha distrutto le costituzioni democratiche e lo stato sociale europeo e l'euro è lo strumento del dominio liberista.
Gallino è così diventato NoEuro dopo un'analisi concreta della situazione concreta, grazie alla quale ha concluso che giuste riforme sociali possano realizzarsi solo con una profonda rottura del sistema attuale.
Già venti anni fa mi ero scusato con Luciano Gallino per quella mia polemica ingiusta nei suoi confronti. Abbiamo poi avuto un lungo impegno comune e solidale, ma ora voglio scusarmi di nuovo e ringraziare il grande scienziato sociale, sempre integro e per questo assolutamente radicale.
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Gallino si offese molto per quella mia frase impertinente, anche se, come era suo costume, nel dibattito usò solo analisi sociale e cortesia torinese. Pochi giorni dopo mi arrivò in ufficio un pacco di libri e riviste di sociologia. Era una piccola antologia di testi di Luciano Gallino, accompagnati da una sua lettera molto gentile, ma che nella sostanza mi invitava a documentarmi meglio prima di esprimere giudizi. Aveva ragione. L'intellettuale ed il ricercatore olivettiano è diventato il primo critico in Italia del modello liberista, sia per il lavoro, sia per tutta la società. E questo suo percorso non è nato da una improvvisa folgorazione sulla via di Damasco, ma dal rigore con il quale sin dall'inizio della sua opera si è misurato con la realtà del lavoro, con l'altra faccia della luna.
Gallino era uno scienziato sociale che credeva nel processo riformatore. Non uso la parola riformista, perché essa oggi è diventata sinonimo di trasformismo e di politiche liberiste. Luciano Gallino provava un rigetto culturale e morale per il riformismo attuale. Lui che era stato formato dalla stagione delle riforme dei primi anni '60 e dall'organizzazione del lavoro veramente partecipativa della Olivetti di Ivrea, sentiva sempre di più la necessità di smascherare l'imbroglio politico ed intellettuale di chi oggi adopera quegli stessi termini, riforme e partecipazione, per fare l'esatto contrario.
Per questo Gallino aveva sempre più radicalizzato la sua collocazione politica. Non perché avesse cambiato il suo punto di vista riformatore, ma perché non era disposto a farlo assorbire da un sistema di potere che andava nella direzione opposta a ciò che riteneva giusto.
Fernando Santi, il leader storico dei socialisti della Cgil, quando il PSI di Nenni si orientò su posizioni che cominciò a criticare come troppo moderate, fu accusato di scivolare verso il massimalismo. Con una fulminante battuta, allora, il sindacalista rispose: non è vero che io sono diventato un estremista, io sono il riformista di sempre, sono gli altri che mi hanno scavalcato a destra. È una risposta che vale anche per Luciano Gallino. Mentre una generazione di intellettuali e politici di origine comunista, operaista, radicale, si innamorava della flessibilità del lavoro e della globalizzazione e ne diventava apologeta, egli si faceva rigoroso e implacabile contestatore dei "tempi moderni". Il sociologo olivettiano diventava no global senza cambiare di un millimetro il suo impianto culturale originale. E così ha condotto una dura, infaticabile lotta culturale contro l'egemonia del pensiero unico liberista, un impegno che lo ha collocato controcorrente rispetto al dogmatismo trionfante, ma che ne ha fatto il riferimento culturale di tutte le lotte contro le precarietà e il dominio autoritario del lavoro, contro la diseguaglianza sociale e le privatizzazioni. Con i suoi scritti Gallino faceva lotta di classe, quella lotta di classe che che denunciava essere diventata lo strumento dei ricchi contro i poveri, di chi ha il potere contro chi lo subisce.
Ma nel suo impegno Gallino manteneva sempre il rigore dello scienziato sociale, le conclusioni giungevano sempre alla fine di rigorose e dimostratissime analisi dei fatti. Per questo erano così fastidiose per un potere che vende senso e ideologia per cancellare i fatti, che vuol convincere che la ripresa economica è dietro l'angolo non perché sia vero, ma perché l'ottimismo economico aumenta i profitti. Gallino entrava sicuramente nella categoria non foltissima dei grandi professori integri, categoria tanto odiata dai giovani arrampicatori renziani formatasi negli spettacoli televisivi. Luciano Gallino era un gufo, saggio, acutissimo, che naturalmente vedeva lontano.
Nel suo ultimo libro, che non sapevamo sarebbe stato il suo testamento, Gallino scrive ai suoi nipoti e descrive la Doppia Crisi, economica ed ecologica del capitalismo. È un messaggio assolutamente radicale quello che manda alle nuovissime generazioni. Ha vinto il capitalismo peggiore, quello raccontato nel Tallone di Ferro di Jack London. Non ci sono aggiustamenti possibili all'orizzonte, ma bisogna perseguire cambiamenti radicali nel nome dell'eguaglianza sociale, della vita umana e della natura. L'Unione Europea è una dittatura finanziaria che ha distrutto le costituzioni democratiche e lo stato sociale europeo e l'euro è lo strumento del dominio liberista.
Gallino è così diventato NoEuro dopo un'analisi concreta della situazione concreta, grazie alla quale ha concluso che giuste riforme sociali possano realizzarsi solo con una profonda rottura del sistema attuale.
Già venti anni fa mi ero scusato con Luciano Gallino per quella mia polemica ingiusta nei suoi confronti. Abbiamo poi avuto un lungo impegno comune e solidale, ma ora voglio scusarmi di nuovo e ringraziare il grande scienziato sociale, sempre integro e per questo assolutamente radicale.
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05/10/2015
Amianto alla Olivetti. A giudizio Debenedetti, Passera e Colaninno
C'è il gotha dei "capitani coraggiosi", in questo rinvio a giudizio per la morte di (almeno) tredici operai a causa dell'amianto presente negli impianti della Olivetti. Gente che possiede il secondo gruppo editoriale italiano (Repubblica - l'Espresso), che ha ricoperto ruoli di assoluto rilievo economico (la presidenza di IntesaSanPaolo) oltre a poltrone da ministro, oppure è stata scelta per privatizzare le principali aziende pubbliche (Telecom e Alitalia, per dirne solo due). Gente che ogni giorno, ancora oggi, non si trattiene dal dire come dovremmo vivere (in povertà, naturalmente) nonostante si sia permessa di stabilire in che modo quelli che lavoravano per loro avrebbero dovuto morire.
Il proceso inizierà il 23 novembre prossimo, perché il gup di Ivrea - Cecilia Marino - ha rinviato a giudizio 17 persone per accuse che vanno dall’omicidio colposo alle lesioni colpose. Gli imputati sono tutti ex presidenti, amministratori o dirigenti dell’azienda dal 1963 al 1996. E lì dentro sono passati, con non "grandi risultati", visto che l'azienda è di fatto scomparsa dopo essere stata a lungo tra i primi quattro colossi dell'informatica mondiale (insieme a Ibm, Honeywell e Bull), gente come Carlo De Benedetti, Franco De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno (quest'ultimo imputato solo per le lesioni colpose).
Silvio Preve era stato rinviato a giudizio in precedenza, mentre il giudice ha deciso di non procedere verso altre 11 persone, tra cui Rodolfo e Marco De Benedetti.
L'amanto in Olivetti era stato a lungo usato per la fabbricazione della macchine da scrivere e dei primi calcolatori, in forma di talco per assemblare le parti di gomma e di metallo. Chissà perché, visto che il talco all'amianto costava molto meno di quello senza asbesto... Ma non era assente nemmeno in molte costruzioni interne agli stabilimenti, nei tetti dei capannoni, nelle condutture dell'acqua, ecc.
Per Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom a Torino, “la decisione di oggi, che pure assolve i semplici membri del Cda, consente di andare a processo e stabilire finalmente le responsabilità anche individuali, a partire delle figure più autorevoli”. Per il sindacalista “si evita così lo scaricabarile verso le figure più in basso nella scala gerarchica”.
In passato c'era stato un altro processo per lo stesso motivo, contro Ottorino Beltrami, ex amministratore delegato. Ma la condanna, ridotta in appello, a Torino, a soli sei mesi di reclusione, non venne mai scontata per la morte dell'imputato prima della sentenza definitiva.
Ma altri processi sono previsti nei prossimi anni, visto che la gente contnua a morire e il picco dei morti è atteso nel 2017.
Fonte
Il proceso inizierà il 23 novembre prossimo, perché il gup di Ivrea - Cecilia Marino - ha rinviato a giudizio 17 persone per accuse che vanno dall’omicidio colposo alle lesioni colpose. Gli imputati sono tutti ex presidenti, amministratori o dirigenti dell’azienda dal 1963 al 1996. E lì dentro sono passati, con non "grandi risultati", visto che l'azienda è di fatto scomparsa dopo essere stata a lungo tra i primi quattro colossi dell'informatica mondiale (insieme a Ibm, Honeywell e Bull), gente come Carlo De Benedetti, Franco De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno (quest'ultimo imputato solo per le lesioni colpose).
Silvio Preve era stato rinviato a giudizio in precedenza, mentre il giudice ha deciso di non procedere verso altre 11 persone, tra cui Rodolfo e Marco De Benedetti.
L'amanto in Olivetti era stato a lungo usato per la fabbricazione della macchine da scrivere e dei primi calcolatori, in forma di talco per assemblare le parti di gomma e di metallo. Chissà perché, visto che il talco all'amianto costava molto meno di quello senza asbesto... Ma non era assente nemmeno in molte costruzioni interne agli stabilimenti, nei tetti dei capannoni, nelle condutture dell'acqua, ecc.
Per Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom a Torino, “la decisione di oggi, che pure assolve i semplici membri del Cda, consente di andare a processo e stabilire finalmente le responsabilità anche individuali, a partire delle figure più autorevoli”. Per il sindacalista “si evita così lo scaricabarile verso le figure più in basso nella scala gerarchica”.
In passato c'era stato un altro processo per lo stesso motivo, contro Ottorino Beltrami, ex amministratore delegato. Ma la condanna, ridotta in appello, a Torino, a soli sei mesi di reclusione, non venne mai scontata per la morte dell'imputato prima della sentenza definitiva.
Ma altri processi sono previsti nei prossimi anni, visto che la gente contnua a morire e il picco dei morti è atteso nel 2017.
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05/08/2015
Il mio pensiero razzista del giorno
Ad avermi buttato in mezzo a una strada, a 50 anni, non è stato uno zingaro e nemmeno un africano. E' stato De Benedetti.
A far di me un peso morto è stata la Fornero.
A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.
A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l'opposto, è Renzi, non i rumeni.
A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.
A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.
A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.
A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.
A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.
A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.
Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
...Scappare da qui...
Un operaio Olivetti
Fonte
A far di me un peso morto è stata la Fornero.
A fingere di proteggermi intanto che si facevano i cazzi loro, non sono stati gli extracomunitari, ma i sindacati.
A prendermi per il culo dicendo una cosa e facendo l'opposto, è Renzi, non i rumeni.
A stravolgere la nostra Costituzione anziché imporne il rispetto, è il parlamento italiano, non quello tunisino.
A distruggere sanità e istruzione, sono stati i governi italiani eletti da italiani, non i rom.
A vessare con metodi medioevali chiunque provi a campare con il poco che racimola, sono funzionari italiani, non libici.
A vendere o spostare verso altre nazioni tutte le principali aziende italiane, non sono stati i marocchini, ma Marchionne, Tronchetti Provera e quelli come loro.
A spingere al suicidio qualche centinaio di poveri cristi, sono stati i governanti italiani, non i profughi.
A sfruttare ogni disgrazia per guadagnarci milionate e distribuendo briciole, sono le grandi cooperative italiane, non quelle serbe.
Quando mi avanzerà abbastanza odio per persone provenienti da altre parti del mondo, forse sposterò il tiro. Per ora mi accontento di riversarlo interamente ai personaggi di cui sopra, miei connazionali e, piuttosto che altri, preferirei fossero loro a trovarsi finalmente nella condizione di dover salire su dei barconi per scappare.
...Scappare da qui...
Un operaio Olivetti
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25/09/2014
Amianto all'Olivetti. Indagati i De Benedetti, Passera e Colaninno
Anche all'Olivetti c'era una marea di amianto. E anche i manager che l'hanno gestita – portandola infine al fallimento – lo sapevano benissimo.
La procura di Ivrea – sede storica del gruppo fondato dal mitico Adriano – sta notificando oggi i provvedimenti contenenti l'avviso di chiusura indagini per i 39 indagati dell'inchiesta sulle morti avvenute proprio a causa dell'amianto alla Olivetti.
Fra gli indagati – tutti nomi di spicco della ”imprenditoria italiana” c'è l'intera famiglia De Benedetti, oggi proprietaria del gruppo Repubblica-L'Espresso, con il capostipite Carlo detentore anche della tessera numero uno del Partito Democratico.
Le accuse della procura sono decisamente pesanti: i dirigenti sapevano che nella fabbrica negli anni '70 e '80 si utilizzava un talco tossico con un'altissima concentrazione di tremolite (un minerale del gruppo degli anfiboli monoclini; inosilicato di calcio e magnesio), ma non hanno adottato nessuna “misura di sicurezza” che consentisse agli operai che l'usavano di proteggersi e limitare così i danni. Troppo costose, avranno pensato, mica vorrete limitare la “libertà di impresa”, salassandola soltanto per salvare qualche vita umana...
I morti accertati a causa di questo componente sono 18. Solo nel 1981 l'azienda si decise a cambiare il tipo di talco impiegato, ma ormai era tardi.
Fra i destinatari del provvedimento compaiono anche i nomi di Camillo Olivetti e Roberto Colaninno (poi protagonista delle avventurose “privatizzazioni” di Telecom e Alitalia; non se n'è persa una questo “coraggioso” capitano d'industria; la definizione è naturalmente di Massimo D'Alema, che gli regalò Telecom, non certo nostra).
Carlo De Benedetti è stato amministratore delegato e presidente dell'Olivetti dal 1978 al 1996 (poi seguito dal fratello Franco, che è stato a.d. per 11 anni, fino al 1989), e dal figlio Rodolfo (consigliere di amministrazione dal 1990 al 1997).
L'ex ministro Corrado Passera – quello che come a.d. di IntesaSanPaolo aveva curato la vendita di Alitalia alla “cordata italiana” voluta da Berlusconi – è invece stato consigliere di amministrazione dell'Olivetti dal 1990 al 1992, diventandone poi amministratore delegato fino al 1996. Oggi vorrebbe fondare un movimento politico per riunificare il centrodestra. Non ha ancora finito di intossicare il paese, non soltanto Ivrea...
Il prode Colaninno ha ricoperto la stessa carica a partire dal 1996.
Una bella “compagnia di giro”, non c'è che dire. Certamente le “facce più presentabili” dell'imprenditoria italiana... il che getta una luce alquanto sinistra sulle altre.
Fonte
La procura di Ivrea – sede storica del gruppo fondato dal mitico Adriano – sta notificando oggi i provvedimenti contenenti l'avviso di chiusura indagini per i 39 indagati dell'inchiesta sulle morti avvenute proprio a causa dell'amianto alla Olivetti.
Fra gli indagati – tutti nomi di spicco della ”imprenditoria italiana” c'è l'intera famiglia De Benedetti, oggi proprietaria del gruppo Repubblica-L'Espresso, con il capostipite Carlo detentore anche della tessera numero uno del Partito Democratico.
Le accuse della procura sono decisamente pesanti: i dirigenti sapevano che nella fabbrica negli anni '70 e '80 si utilizzava un talco tossico con un'altissima concentrazione di tremolite (un minerale del gruppo degli anfiboli monoclini; inosilicato di calcio e magnesio), ma non hanno adottato nessuna “misura di sicurezza” che consentisse agli operai che l'usavano di proteggersi e limitare così i danni. Troppo costose, avranno pensato, mica vorrete limitare la “libertà di impresa”, salassandola soltanto per salvare qualche vita umana...
I morti accertati a causa di questo componente sono 18. Solo nel 1981 l'azienda si decise a cambiare il tipo di talco impiegato, ma ormai era tardi.
Fra i destinatari del provvedimento compaiono anche i nomi di Camillo Olivetti e Roberto Colaninno (poi protagonista delle avventurose “privatizzazioni” di Telecom e Alitalia; non se n'è persa una questo “coraggioso” capitano d'industria; la definizione è naturalmente di Massimo D'Alema, che gli regalò Telecom, non certo nostra).
Carlo De Benedetti è stato amministratore delegato e presidente dell'Olivetti dal 1978 al 1996 (poi seguito dal fratello Franco, che è stato a.d. per 11 anni, fino al 1989), e dal figlio Rodolfo (consigliere di amministrazione dal 1990 al 1997).
L'ex ministro Corrado Passera – quello che come a.d. di IntesaSanPaolo aveva curato la vendita di Alitalia alla “cordata italiana” voluta da Berlusconi – è invece stato consigliere di amministrazione dell'Olivetti dal 1990 al 1992, diventandone poi amministratore delegato fino al 1996. Oggi vorrebbe fondare un movimento politico per riunificare il centrodestra. Non ha ancora finito di intossicare il paese, non soltanto Ivrea...
Il prode Colaninno ha ricoperto la stessa carica a partire dal 1996.
Una bella “compagnia di giro”, non c'è che dire. Certamente le “facce più presentabili” dell'imprenditoria italiana... il che getta una luce alquanto sinistra sulle altre.
Fonte
26/02/2014
Quando in Italia nacque il Pc: storia di un’anomalia
Il
“genio italiano” non ha mai smesso di partorire figli orfani, per poi
lasciarli per strada. Un esempio fra i tanti ci è offerto dal caso
Olivetti: siamo negli anni ’60, negli Usa si fabbricano calcolatori
grandi quanto una stanza.
Dopo il successo ottenuto nel 1959 con
l’Elea 9003, il primo calcolatore italiano, realizzato dal Laboratorio
di Ricerche Elettroniche con soluzioni d’avanguardia, alla Olivetti lo
sviluppo dell’elettronica incontra impreviste difficoltà: la morte di
Adriano Olivetti e, l’anno successivo, in un incidente stradale, anche
quella Mario Tchou,
il giovane e brillante ricercatore a capo del progetto Elea. La
posizione finanziaria dell’azienda diventa più pesante; nel capitale
sociale entrano nuovi azionisti (il cosiddetto “gruppo di intervento”)
che per prima cosa decidono di disinvestire dall’elettronica e di cedere
il 75% di questo settore alla General Electric.
Nonostante ciò, in
un piccolo laboratorio della Olivetti nasce il primo personal computer
portatile. Della larghezza di un attuale tablet, delle dimensioni di una
macchina da scrivere, con la sua custodia. Da un team di ricercatori
che dovevano lavorare con i vetri del laboratorio oscurati per non far
vedere cosa facevano, nasce la Olivetti “Programma 101″,
anno di grazia 1964; in quel momento l’azienda si stava per avviare
verso il fallimento, dato che aveva puntato più sui sistemi di calcolo
meccanici che non su quelli elettronici.
Con la “Programma 101″, però, durante
un’esposizione internazionale a New York, persone da tutto il mondo
notarono che si erano appena poste le premesse per un nuovo modo di
concepire il computer, strumento fino ad allora relegato a ristretti
ambiti del settore scientifico e militare, vista la difficoltà di
utilizzo, le enormi dimensioni e i costi insormontabili per averne uno.
L’esposizione consacrò il nuovo
strumento ma, visto l’anomalo funzionamento del capitalismo italiano,
indietro anni luce a livello di ricerca scientifica e investimento in
tecnologia, e l’assoluta mancanza di strategia rispetto ai propri
interessi da parte della classe dominante italiana, il progetto non
venne finanziato. Furono venduti migliaia di esemplari (prevalentemente
all’estero) ma, appena Hp sviluppò una macchina simile, la HP 9100A,
fu subito chiaro che la classe dominante americana non si sarebbe
comportata in modo analogo a quella del Bel Paese. Hp pagò 900.000
dollari ad Olivetti come “compensazione” e, di lì a poco, negli Stati
Uniti sarebbero spuntati il prototipo di Pc della Apple e quello della IBM. La Silicon Valley, quindi, non nacque a Pisa.
Questo documentario racconta la nascita
del primo “pc” e, rispetto ai nostri giorni, conferma la tendenza del
capitalismo e della classe dirigente italiana a non rinnovarsi, a
lasciar morire quei progetti che pur gli sarebbero utili per far
profitto.
Rispetto alla mancanza di investimenti per la ricerca, non possiamo non citare il ministro dell’istruzione italiano Guido Baccelli che, in un discorso al parlamento nel 1894, disse: “Gli insegnamenti sperimentali devono avere lo stretto necessario, non di più. Perchè vexatio dat intellectum”. Insomma, sottofinanziare la ricerca per liberare, citiamo sempre, la “creatività”.
Un degno emblema, non c’è che dire, del livello della classe dominante italiana.
07/02/2012
Volunia e la gallina liberata
Roma - Sarà stato il freddo o il più classico degli inconvenienti
dell'ultimo minuto, fatto sta che la conferenza stampa di presentazione
del tanto atteso Volunia
non comincia con il migliori degli auspici: per una mezz'ora Massimo
Marchiori, mente dietro il progetto, intrattiene i suoi uditori (online e
nella stanza) con un po' di ragionamenti sulla filosofia di Volunia,
la sua visione quasi "autarchica" dello sviluppo (cervelli italiani,
server italiani, connettività italiana), le sue ambizioni. Poi
finalmente, risolto un guaio con un videoproiettore che non ne voleva
sapere di funzionare, si comincia. E su Twitter piovono i cinguettii,
divisi tra entusiasti e perplessi.
Cos'è Volunia: non è un motore semantico, non propone il superamento del Pagerank (algoritmo ideato da Marchiori ma poi perfezionato e sfruttato sapientemente da Page e Brin per Google). Volunia è un search engine, multilingua, del tutto analogo come idea di funzionamento a quelli visti fino a oggi. La differenza è nella struttura che il sito propone: oltre i classici 10 risultati della SERP (search engine results page), il crawler del motore scandaglia le risorse Web, ne genera una sitemap che traduce in una mappa grafica navigabile (che denota una certa somiglianza con un vecchio Sim City o con il più moderno Cityville, in perfetto stile pixel-art), ed è anche in grado di estrapolare i contenuti multimediali dalla pagina per essere visualizzati direttamente senza dover caricare le pagine del sito che li contengono.
Fin qui qualche funzione interessante si scorge: ricavare, per esempio, i video contenuti in una pagina può consentire una più approfondita selezione e fruizione degli stessi (con somma pace, però, dei gestori della pagina di destinazione: il meccanismo proposto assomiglia tantissimo al tanto deprecato deep-linking da sempre sconsigliato dalla netiquette, ovvero fruire di materiale altrui senza "restituire" una visita di cortesia). Carina l'idea della mappa visuale, una astrazione di ordine superiore per amplificare la propria visione di un sito, sebbene in virtù del fatto che viene generata automaticamente potrebbe risultare poco efficace o poco rappresentativa nel descrivere una struttura. Ed è proprio questo il principale punto debole dell'idea: Marchiori parla di "volo d'uccello" per scovare rapidamente cosa interessa del sito al navigatore, ma se l'elaborazione grafica non sarà all'altezza il risultato sarà quanto meno insoddisfacente e l'esperienza utente deludente.Secondo Marchiori, questa debolezza può essere sanata grazie alla collaborazione dei webmaster: che dovrebbero visitare Volunia, rivendicare il proprio sito, e modellare la mappa visuale secondo criteri umani di leggibilità, comprensibilità, navigazione. Posto che lo sforzo possa valere la candela, ovvero che Volunia si trasformi in un autentico crocevia del Web da cui provenga un'enorme mole di accessi tale da giustificare una certa attenzione per il modo in cui questo ennesimo search indicizzi il proprio sito. Da precisare che per il momento Volunia è una beta privata, accessibile solo a un ristretto numero di utenti sorteggiati tra chi ha espresso il proprio interesse alla vigilia. Entro poche settimane dovrebbe essere aperto al pubblico. Inoltre, lo stesso Marchiori lo ha puntualizzato, la sua capacità di indicizzazione non è attualmente pari a quella di altri competitor come Google: il sistema è scalabile, ma non è ancora in grado di competere coi volumi coperti da BigG e compagnia (occorrerà tempo e denaro per arrivarci).
C'è poi il secondo aspetto della tecnologia Volunia da analizzare: il claim del progetto è "seek&meet", ovvero qualcosa tipo "cerca e incontra". Oltre alle mappe e all'indicizzazione dei contenuti multimediali, Volunia consente di condividere in tempo reale con gli altri navigatori l'esperienza di navigazione: quindi osservare chi sta cercando cosa, quali pagine visitano gli altri utenti nel sito che si sta navigando, scovare persone con gusti simili, promuovere un contenuto all'interno della propria cerchia di "amicizie". Chi sta pensando a qualcosa di già visto, per esempio nei vari siti di social bookmarking o con i browser alla Rock Melt e Flock (scomparso la scorsa primavera), o persino Google+ e Sidewiki (esperimento defunto nel 2011), pensa bene: Volunia non fa nulla di molto diverso, se non infilare il Web in un iframe circondato da icone con la propria rete sociale. E lo fa con la grafica di Facebook.
Ed è qui che scattano le maggiori perplessità: una vita a criticare ed emendare l'approccio di Google e Facebook alla privacy, ed ecco un ritrovato della tecnologia che non solo traccia le visite degli utenti, ma le pubblicizza pure ai quattro venti, seguendoli passo passo nel corso della loro navigazione anche dopo che hanno abbandonato la pagina della ricerca. Naturalmente si tratta di funzioni disattivabili, lo ha chiarito lo stesso Marchiori, ma se si toglie la componente social dall'equazione quello che resta basta a giustificare l'abbandono di Google per Volunia? Ci sono altri prodotti che fanno qualcosa di simile in circolazione, e nessuno di questi fino a oggi ha fatto faville o ha cambiato drasticamente il panorama dell'utilizzo del Web: StumbleUpon, Glass, i già citati Flock e Rock Melt, senza trascurare i vari addon ufficiali e non di Google Chrome o Firefox. Volunia dovrà sostenersi economicamente: all'inizio di pubblicità non ce ne sarà, ma è stato anticipato che presto o tardi farà la sua comparsa. In che forma? È scontato che, nonostante i buoni propositi, in un modo o nell'altro andranno monetizzate abitudini e comportamenti degli utilizzatori: clic, ricerche, attività sui siti dopo l'uscita (se così si può definire) dalla pagina della ricerca diventeranno tutti pane per i denti degli inserzionisti. E, come dimostrano ricerche vecchie e nuove, non occorre che un utente sia registrato a un servizio per essere profilato con successo.
L'idea di base di Volunia è: difficile, se non impossibile, superare oggi Google in autorevolezza per quanto attiene l'affidabilità delle ricerche; dunque, come fare a produrre un risultato altrettanto credibile per i navigatori? Alla robustezza dell'algoritmo Pagerank si sostituisce la fiducia nella propria rete di amicizie (reali o virtuali), a cui spetta il compito di effettuare il passaparola sulla bontà di una risorsa Web: in luogo dei link, criterio di indicizzazione e catalogazione di Google, si utilizza la popolarità di un risultato tra gli utenti. Ovvero, si cerca un meccanismo alternativo all'utilizzo dei dati provenienti dai social network (Facebook e Twitter in primis) per amplificare contenuti attuali e popolari tra i navigatori. Analogamente a quanto stanno facendo Google con Google+, Bing che attinge ai dati di Facebook ecc. Con una differenza essenziale: il search Google è utilizzabile al 100 per cento senza registrazione, Volunia presuppone la creazione di un account per fruirne completamente.
Chi si volesse fare la propria idea su com'è andata la conferenza stampa puo dare un'occhiata allo streaming ufficiale e all'hashtag #volunia che accompagna i commenti. Marchiori ha esordito dicendo "non aspettatevi la Luna": ma, pur volendo mantenere i nervi saldi e i piedi per terra, non sembra che Volunia offra un'idea o soluzioni innovative. Chi ha seguito la presentazione in diretta non pare essere rimasto molto colpito, l'hashtag #voluniafail offre uno spaccato abbastanza sconfortante: diciamo pure che la metafora delle "galline" assimilate agli utenti della Rete, galline da liberare dalle gabbie di Google e Facebook (probabilmente per essere racchiuse nell'aia di Volunia, che non si capisce cosa abbia di diverso: resta un recinto) non ha entusiasmato. Tanto più che lo fa con una grafica (in pratica quella Facebook) e un concetto (SideWiki, Flock, e tutte quelle barre per il social browsing e social bookmarking succedutesi in questi anni) tanto somiglianti a quanto già visto in circolazione.
Volunia risponde a una domanda fin qui inespressa del pubblico? Offre una soluzione migliore, per qualità e quantità, rispetto a quelle proposte da Google, Yahoo!, Bing? La risposta a queste domande è probabilmente: no, come dimostrano anche le prime ricerche che circolano in Rete. Volunia è da archiviare senza una seconda occhiata? Nì. Più che una vera e propria startup, come sono state un tempo Twitter o Google stessa, Volunia sembra un progetto universitario che, come quasi mai accade in Italia, fa un passo oltre il puro esercizio di stile in stile "non finito michelangiolesco" che tanto è comune nell'accademia del Belpaese. Ci sono dentro idee e risorse italiane, il progetto è riuscito a sfruttare più o meno sapientemente attesa dei navigatori e media per amplificare la propria eco sui mezzi di comunicazione. Il comunicato stampa ha fatto il giro del mondo. La parte più stonata è forse stata proprio la presentazione: un po' datata nei modi e nei toni.
Massimo Marchiori è consapevole che dal 1998 a oggi, anno in cui venne richiesto il brevetto del Pagerank di Google, il mondo è andato avanti? Non si può pretendere che una startup lanci un prodotto con la stessa raffinatezza di Google, Microsoft, Apple, Virgin: ma una conferenza stampa frontale preceduta dall'intervento di un paio di esponenti "politici", con alcune metafore scelte per raccontare il progetto non proprio felici, pensata per un pubblico mondiale ma realizzata tutta in italiano senza traduzione, con qualche problema tecnico all'esordio, non sono propriamente il miglior biglietto da visita. Volunia è un search engine, sviluppato negli ultimi tre anni, che piazza sopra la pagina dei risultati uno strato social non molto differente da quanto già visto in circolazione. Che basti per decretarne il successo o l'insuccesso è presto per dirlo: di sicuro non si è trattato del miglior debutto della storia dell'informatica.
Fonte.
Ieri ho seguito la presentazione di Volunia e pur lodando la buona volontà di questo progetto, mi sono reso conto di quanta strada abbia perso l'Italia nell'universo della tecnologia.
Gli anni dell'Olivetti e della grande elettronica nazionale fanno il medesimo effetto che ancora oggi fa seguire 2001 Odissea nello Spazio: sì era molto più avanti ieri che oggi!
Cos'è Volunia: non è un motore semantico, non propone il superamento del Pagerank (algoritmo ideato da Marchiori ma poi perfezionato e sfruttato sapientemente da Page e Brin per Google). Volunia è un search engine, multilingua, del tutto analogo come idea di funzionamento a quelli visti fino a oggi. La differenza è nella struttura che il sito propone: oltre i classici 10 risultati della SERP (search engine results page), il crawler del motore scandaglia le risorse Web, ne genera una sitemap che traduce in una mappa grafica navigabile (che denota una certa somiglianza con un vecchio Sim City o con il più moderno Cityville, in perfetto stile pixel-art), ed è anche in grado di estrapolare i contenuti multimediali dalla pagina per essere visualizzati direttamente senza dover caricare le pagine del sito che li contengono.
Fin qui qualche funzione interessante si scorge: ricavare, per esempio, i video contenuti in una pagina può consentire una più approfondita selezione e fruizione degli stessi (con somma pace, però, dei gestori della pagina di destinazione: il meccanismo proposto assomiglia tantissimo al tanto deprecato deep-linking da sempre sconsigliato dalla netiquette, ovvero fruire di materiale altrui senza "restituire" una visita di cortesia). Carina l'idea della mappa visuale, una astrazione di ordine superiore per amplificare la propria visione di un sito, sebbene in virtù del fatto che viene generata automaticamente potrebbe risultare poco efficace o poco rappresentativa nel descrivere una struttura. Ed è proprio questo il principale punto debole dell'idea: Marchiori parla di "volo d'uccello" per scovare rapidamente cosa interessa del sito al navigatore, ma se l'elaborazione grafica non sarà all'altezza il risultato sarà quanto meno insoddisfacente e l'esperienza utente deludente.Secondo Marchiori, questa debolezza può essere sanata grazie alla collaborazione dei webmaster: che dovrebbero visitare Volunia, rivendicare il proprio sito, e modellare la mappa visuale secondo criteri umani di leggibilità, comprensibilità, navigazione. Posto che lo sforzo possa valere la candela, ovvero che Volunia si trasformi in un autentico crocevia del Web da cui provenga un'enorme mole di accessi tale da giustificare una certa attenzione per il modo in cui questo ennesimo search indicizzi il proprio sito. Da precisare che per il momento Volunia è una beta privata, accessibile solo a un ristretto numero di utenti sorteggiati tra chi ha espresso il proprio interesse alla vigilia. Entro poche settimane dovrebbe essere aperto al pubblico. Inoltre, lo stesso Marchiori lo ha puntualizzato, la sua capacità di indicizzazione non è attualmente pari a quella di altri competitor come Google: il sistema è scalabile, ma non è ancora in grado di competere coi volumi coperti da BigG e compagnia (occorrerà tempo e denaro per arrivarci).
C'è poi il secondo aspetto della tecnologia Volunia da analizzare: il claim del progetto è "seek&meet", ovvero qualcosa tipo "cerca e incontra". Oltre alle mappe e all'indicizzazione dei contenuti multimediali, Volunia consente di condividere in tempo reale con gli altri navigatori l'esperienza di navigazione: quindi osservare chi sta cercando cosa, quali pagine visitano gli altri utenti nel sito che si sta navigando, scovare persone con gusti simili, promuovere un contenuto all'interno della propria cerchia di "amicizie". Chi sta pensando a qualcosa di già visto, per esempio nei vari siti di social bookmarking o con i browser alla Rock Melt e Flock (scomparso la scorsa primavera), o persino Google+ e Sidewiki (esperimento defunto nel 2011), pensa bene: Volunia non fa nulla di molto diverso, se non infilare il Web in un iframe circondato da icone con la propria rete sociale. E lo fa con la grafica di Facebook.
Ed è qui che scattano le maggiori perplessità: una vita a criticare ed emendare l'approccio di Google e Facebook alla privacy, ed ecco un ritrovato della tecnologia che non solo traccia le visite degli utenti, ma le pubblicizza pure ai quattro venti, seguendoli passo passo nel corso della loro navigazione anche dopo che hanno abbandonato la pagina della ricerca. Naturalmente si tratta di funzioni disattivabili, lo ha chiarito lo stesso Marchiori, ma se si toglie la componente social dall'equazione quello che resta basta a giustificare l'abbandono di Google per Volunia? Ci sono altri prodotti che fanno qualcosa di simile in circolazione, e nessuno di questi fino a oggi ha fatto faville o ha cambiato drasticamente il panorama dell'utilizzo del Web: StumbleUpon, Glass, i già citati Flock e Rock Melt, senza trascurare i vari addon ufficiali e non di Google Chrome o Firefox. Volunia dovrà sostenersi economicamente: all'inizio di pubblicità non ce ne sarà, ma è stato anticipato che presto o tardi farà la sua comparsa. In che forma? È scontato che, nonostante i buoni propositi, in un modo o nell'altro andranno monetizzate abitudini e comportamenti degli utilizzatori: clic, ricerche, attività sui siti dopo l'uscita (se così si può definire) dalla pagina della ricerca diventeranno tutti pane per i denti degli inserzionisti. E, come dimostrano ricerche vecchie e nuove, non occorre che un utente sia registrato a un servizio per essere profilato con successo.
L'idea di base di Volunia è: difficile, se non impossibile, superare oggi Google in autorevolezza per quanto attiene l'affidabilità delle ricerche; dunque, come fare a produrre un risultato altrettanto credibile per i navigatori? Alla robustezza dell'algoritmo Pagerank si sostituisce la fiducia nella propria rete di amicizie (reali o virtuali), a cui spetta il compito di effettuare il passaparola sulla bontà di una risorsa Web: in luogo dei link, criterio di indicizzazione e catalogazione di Google, si utilizza la popolarità di un risultato tra gli utenti. Ovvero, si cerca un meccanismo alternativo all'utilizzo dei dati provenienti dai social network (Facebook e Twitter in primis) per amplificare contenuti attuali e popolari tra i navigatori. Analogamente a quanto stanno facendo Google con Google+, Bing che attinge ai dati di Facebook ecc. Con una differenza essenziale: il search Google è utilizzabile al 100 per cento senza registrazione, Volunia presuppone la creazione di un account per fruirne completamente.
Chi si volesse fare la propria idea su com'è andata la conferenza stampa puo dare un'occhiata allo streaming ufficiale e all'hashtag #volunia che accompagna i commenti. Marchiori ha esordito dicendo "non aspettatevi la Luna": ma, pur volendo mantenere i nervi saldi e i piedi per terra, non sembra che Volunia offra un'idea o soluzioni innovative. Chi ha seguito la presentazione in diretta non pare essere rimasto molto colpito, l'hashtag #voluniafail offre uno spaccato abbastanza sconfortante: diciamo pure che la metafora delle "galline" assimilate agli utenti della Rete, galline da liberare dalle gabbie di Google e Facebook (probabilmente per essere racchiuse nell'aia di Volunia, che non si capisce cosa abbia di diverso: resta un recinto) non ha entusiasmato. Tanto più che lo fa con una grafica (in pratica quella Facebook) e un concetto (SideWiki, Flock, e tutte quelle barre per il social browsing e social bookmarking succedutesi in questi anni) tanto somiglianti a quanto già visto in circolazione.
Volunia risponde a una domanda fin qui inespressa del pubblico? Offre una soluzione migliore, per qualità e quantità, rispetto a quelle proposte da Google, Yahoo!, Bing? La risposta a queste domande è probabilmente: no, come dimostrano anche le prime ricerche che circolano in Rete. Volunia è da archiviare senza una seconda occhiata? Nì. Più che una vera e propria startup, come sono state un tempo Twitter o Google stessa, Volunia sembra un progetto universitario che, come quasi mai accade in Italia, fa un passo oltre il puro esercizio di stile in stile "non finito michelangiolesco" che tanto è comune nell'accademia del Belpaese. Ci sono dentro idee e risorse italiane, il progetto è riuscito a sfruttare più o meno sapientemente attesa dei navigatori e media per amplificare la propria eco sui mezzi di comunicazione. Il comunicato stampa ha fatto il giro del mondo. La parte più stonata è forse stata proprio la presentazione: un po' datata nei modi e nei toni.
Massimo Marchiori è consapevole che dal 1998 a oggi, anno in cui venne richiesto il brevetto del Pagerank di Google, il mondo è andato avanti? Non si può pretendere che una startup lanci un prodotto con la stessa raffinatezza di Google, Microsoft, Apple, Virgin: ma una conferenza stampa frontale preceduta dall'intervento di un paio di esponenti "politici", con alcune metafore scelte per raccontare il progetto non proprio felici, pensata per un pubblico mondiale ma realizzata tutta in italiano senza traduzione, con qualche problema tecnico all'esordio, non sono propriamente il miglior biglietto da visita. Volunia è un search engine, sviluppato negli ultimi tre anni, che piazza sopra la pagina dei risultati uno strato social non molto differente da quanto già visto in circolazione. Che basti per decretarne il successo o l'insuccesso è presto per dirlo: di sicuro non si è trattato del miglior debutto della storia dell'informatica.
Fonte.
Ieri ho seguito la presentazione di Volunia e pur lodando la buona volontà di questo progetto, mi sono reso conto di quanta strada abbia perso l'Italia nell'universo della tecnologia.
Gli anni dell'Olivetti e della grande elettronica nazionale fanno il medesimo effetto che ancora oggi fa seguire 2001 Odissea nello Spazio: sì era molto più avanti ieri che oggi!
11/05/2011
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