Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2025

Le classi sociali in Italia oggi

Se già Gyorgy Lukacs, nella prefazione autocritica all’edizione del 1967 di “Storia e coscienza di classe” , nel sottolineare i pregiudizi idealistici che avevano caratterizzato il suo capolavoro giovanile si era interrogato sulla “formulazione di una coscienza «attribuita di diritto»”, nella slavina ideologica che ha duramente investito il movimento operaio organizzato, è stata addirittura messa in dubbio, sulla scorta di un certo blayrismo d’accatto, l’esistenza delle stesse classi sociali, in nome di una presunta predominanza della classe media.

Questo discorso ha fatto breccia ed è diventato un cardine delle politiche inaugurate dalle formazioni politiche che si sono susseguite alla mutazione genetica della sinistra post-1989: mentre un tempo la classe operaia veniva considerata il motore della trasformazione sociale, l’affermazione del neoliberismo ha coinciso con la fine di qualsiasi prospettiva di emancipazione delle classi subalterne.

Cosicché dai partiti di classe velocemente si è passati ai partiti “pigliatutto” o interclassisti, in quanto, come acutamente segnala Pier Giorgio Ardeni nel recente libro “Le classi sociali in Italia oggi” (Laterza, pagg. 277, euro 20), l’abbandono di ogni bussola di classe ha permesso alle formazioni reazionarie e populiste di cavalcare elettoralmente, dopo un trentennio di edonismo berlusconiano, la lotta contro le élite.

Quello di Ardeni è un saggio rilevante poiché, a partire dalla elementare constatazione che le classi sono tutt’altro che scomparse, riprende e approfondisce anche sul piano comparativo nell’apparato statistico la fondamentale e pioneristica indagine di Paolo Sylos Labini sulla struttura sociale italiana, pubblicata nel 1974 con il titolo “Saggio sulle classi sociali”.

Non che in questo cinquantennio non sia registrato un fitto dibattito sulle riviste di sociologia, o che alcuni studiosi – da Franco Ferrarotti a Massimo Paci, da Pierre Bourdieu a Ralf Dahrendorf – non si siano cimentati con questa tematica, introducendo nelle loro analisi nuove acquisizioni concettuali a fronte della mutata composizione di classe.

Infatti sono molteplici le classificazioni e le definizioni che hanno innovato il dibattito: proletariato dei settori produttivi periferici, classe operaia stabile e proletariato marginale, operaio sociale, “proletariato sui generis dei servizi”, la “non classe” precaria dei lavoratori non standard, ecc..

Pur prendendo atto della progressiva terziarizzazione dell’economia, i dati quantitativi evidenziano come la struttura sociale italiana è composta schematicamente nei settori dell’industria, del terziario maturo e quello dei servizi, nonché dei pubblici dipendenti, da un proletariato e classe medio-bassa pari al 73,5%, mentre le componenti medio-alte e alte raggiungono il 26,5%.

Senonché, stante l’evaporazione del conflitto sociale e l’arretramento quarantennale di un mondo del lavoro indebolito, tra l’altro, anche dall’individualizzazione dei rapporti di lavoro e da una crescente de-sindacalizzazione, si sono accentuati i differenziali di classe, poiché sono peggiorate le condizioni salariali e quelle normative rispetto all’ingresso nel mercato del lavoro, per non parlare delle difficoltà di accesso all’istruzione e ai servizi pubblici.

Analogamente, per quanto concerne la distribuzione dei redditi sulla base dei dati della Banca d’Italia riferiti all’anno 2020 il reddito delle famiglie italiane è più basso di quasi un sesto in rapporto a quello del 2006; mentre la diseguaglianza secondo l’indice di Gini si è mantenuta costante, e soprattutto alta in relazione agli altri paesi europei.

Non è di conseguenza un mistero che l’appartenenza e la solidarietà di classe si siano da tempo “affievolite fino a scomparire”, come ha rilevato puntualmente il filosofo Mario Ricciardi su Il manifesto del 28 novembre scorso.

Le lotte in quest’ottica sono spesso solo difensive, contro le delocalizzazioni e l'ulteriore desertificazione produttiva del paese, oppure finalizzate alla rivendicazione dell’applicazione coerente dei contratti del trasporto merci e della logistica.

Al punto che emerge la notevole differenza tra il contesto italiano e quello francese sul piano della coscienza di classe e delle conseguenti mobilitazioni sulle questioni di carattere generale – ad esempio la vicenda delle pensioni – che non solo attiene alla diversa struttura di classe, ma ha a che vedere soprattutto con la presenza di una sinistra che, con la France Insoumise, non ha indugiato nella rottura programmatica con le devastanti ricette del social-liberismo.

Quindi la classe in sé non è scomparsa: caso mai sono mancanti le forze che dovrebbero rappresentare le classi subalterne, perché come hanno sostenuto da angolature diverse ma convergenti due intellettuali come Marco D’Eramo e Luciano Gallino “la lotta di classe l’hanno fatta e la continuano a fare sul piano ideologico e materiale le classi dominanti”, con tutti i rischi di involuzione che si profilano per la nostra democrazia.

Fonte

14/11/2020

Tecnologia, capitalismo e/o democrazia: la lezione di Luciano Gallino

Un testo particolarmente interessante, da leggere tenendo a mente le più recenti uscite di Brancaccio che, a parere di chi scrive, costituiscono una valida ipotesi di superamento delle criticità analizzate di seguito.

*****

Luciano Gallino ci lasciava l’8 novembre di cinque anni fa. Da allora, la sociologia italiana non è più la stessa.

Qui lo ricorderemo – rimpiangendone la bella figura umana e la forza elegante del suo pensiero critico (nonché per essere stato componente del Consiglio scientifico di questa rivista, alla sua nascita nel 2008) – rileggendo a modo nostro e in forma necessariamente parziale un suo testo ricchissimo invece di spunti e insieme problematico, uscito nel 2007: Tecnologia e democrazia[i], contenente testi editi tra il 1985 e il 2004, ma poi rivisti; più due testi scritti per l’occasione. Lo faremo per presentare ma anche per sviluppare ulteriormente le sue tesi, certi che avrebbe apprezzato questo nostro andare oltre il suo pensiero di allora rispetto a quello che a noi sembra essere piuttosto un conflitto strutturale/ontologico tra la tecnica (termine che preferiamo a tecnologia) e la democrazia (per cui: non tecnologia e democrazia, ma tecnica o democrazia). Proseguendo con Gallino i nostri confronti su tecnica, capitalismo e democrazia avviati su queste ‘pagine’ prima con Claudio Napoleoni e poi con Raniero Panzieri[ii].

Perché se è vero che le società occidentali hanno cercato, per una parte almeno del XX° secolo (i Trenta gloriosi, Keynes e le politiche keynesiane, le Costituzioni post-1945, i diritti sociali dopo i diritti civili e politici) di democratizzare il capitalismo, mai abbiamo cercato invece – e partiva appunto da qui la riflessione di Gallino – di democratizzare l’innovazione tecnologica, o meglio, per noi: la tecnica come sistema. E se oggi il vecchio capitalismo si è fatto neoliberale e quindi illiberale, antisociale e antidemocratico oltre che, aggiungiamo, edonisticamente nichilista (ma tale era già ai suoi inizi), la tecnica moderna è anti/a-democratica da quando sono nate la rivoluzione industriale e, prima ancora, la scienza: accompagnate poi, nella loro conquista dell’egemonia e del dominio, dal positivismo-pragmatismo-soluzionismo e infine dalla glorificazione, se non deificazione, di una razionalità – che è anche una teologia tecnica, oltre che capitalistica[iii] – solo strumentale/calcolante-industriale. Oggi totalitaria e che ha tradito e rovesciato – come sostenevano Horkheimer e Adorno[iv] – la Ragione illuministica. Per questo – e qui siamo in perfetta sintonia con Gallino – dobbiamo assolutamente adoperarci per comprendere il potere della tecnologia scientificizzata.

Democrazia, tecnica e impresa privata

Prima di arrivare a Tecnologia e democrazia, riprendiamo però un suo testo del 2011, Democrazia e grande impresa, uscito sulla rivista MicroMega[v]. Scriveva Gallino: «La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. (…) e viene naturale includere diversi aspetti attinenti all’economia o ad essi strettamente correlati». E invece, oggi «la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono» nei settori dell’economia, di fatto espropriati e alienati dalla democrazia, per l’azione di quel soggetto che si chiama grande impresa, industriale o finanziaria, italiana o straniera che sia.

«Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia». Richiamando F. D. Roosevelt – che nel 1938 si dichiarava preoccupato non solo perché l’impresa privata creava sempre meno occupazione e accentuava le disuguaglianze sociali, ma perché era una minaccia per la stessa democrazia esercitando un potere più forte e condizionante dello stesso Stato – Gallino aggiungeva: ormai «la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata». E chi ha avuto la peggio, continuava, «sono stati i lavoratori americani. (…) Ma non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di far sentire la loro voce e meno che mai di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto, è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato, da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. E ancora più arduo è capire (…) come, in Italia, tra le file dell’opposizione non si sia levata una sola voce per rilevare che il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca».

Dalla grande industria alla Fabbrica totalitaria. Da D-M-D’ a D-M(V)-D’

Da allora a oggi l’azione di governo, da parte delle corporation sulla vita umana tutta intera (lavoro, consumo, relazioni, affetti, emozioni, conoscenza), è cresciuta n volte di più – pensiamo a Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – esercitando una forma di biopotere (cfr., Michel Foucault[vi]) per la realizzazione – per la ingegnerizzazione[vii] – di un uomo funzionale a una società totalitariamente amministrata/automatizzata (cfr. la Teoria critica della Scuola di Francoforte[viii]). Abbiamo cioè ceduto il governo di noi stessi come individui ma anche come polis a imprese private. Che tuttavia non sono solo le grandi imprese perché il modello tecno-capitalista dominante/egemone è oggi quello della fabbrica diffusa/individualizzata ma sempre più integrata e sempre più capitalistica (realizzando un fordismo individualizzato e insieme di massa/folla[ix]), dove ciascun individuo è merce (i suoi dati, la sua vita oltre al suo lavoro), ma anche forza lavoro e mezzo di produzione (di dati, per il funzionamento dell’intero sistema tecnico e capitalista). Un individuo-mezzo di produzione che non è proprietario neppure di se stesso come mezzo di produzione, perché in realtà è proletario-merce-forza-lavoro-mezzo-di-produzione integrato/sussunto sempre più nel mezzo di produzione chiamato piattaforma/IA/IoT, che è poi il mezzo di connessione della forza lavoro e dei mezzi di produzione precedentemente individualizzati.

Per cui la vecchia formula capitalistica D(enaro)-M(erce)-D’(enaro-profitto maggiore di D) diventa oggi[x]: D-M(V)-D’, dove V sta per vita, divenuta pura merce ma anche forza-lavoro e mezzo di produzione per accrescere il plusvalore in questa ultima forma di capitalismo che definiamo come tecno-capitalismo (in realtà questo meccanismo di estrazione di valore dalla vita dell’uomo è capitalistica fin dall’avvio della rivoluzione industriale: pensiamo al concetto marxiano di pluslavoro).

Ovviamente, si produce un pauroso deficit di democrazia oltre che di individualità/soggettività. Allo stesso tempo realizzandosi però – per la felicità del tecno-capitalismo – la più perfetta forma di fabbrica integrata mai realizzatasi fino ad oggi, cioè la Fabbrica-rete, o la Fabbrica totalitaria, globale nella sua diffusività/pervasività/rete e nel suo funzionare facendoci funzionare h 24 e sette giorni su sette (ed estendere la giornata lavorativa, ma anche il pluslavoro era la tendenza del capitale, secondo Marx), dove tutto è industria, anche lo stesso individuo-merce-forza-lavoro-mezzo-di-produzione: formattato e ingegnerizzato per assecondare le esigenze – per adattarsi sempre e comunque alle prevalenti esigenze – della rivoluzione industriale (è il neoliberalismo nell’interpretazione di Walter Lippmann)[xi].

Democratizzare l’impresa. E la tecnica

Ma torniamo a Gallino: «Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale»[xii]. Una sottrazione di possibilità di partecipazione che oggi viene prodotta da management algoritmico/app/IoT/IA e dal populismo digitale e dai social. Per realizzare appunto un potere totale[xiii], quello che abbiamo definito come Fabbrica-reteFabbrica totalitaria. La nuova gabbia d’acciaio weberiana[xiv].

Eppure, per Gallino (il contributo originale è del 1985), si poteva pensare allora – pur con la consapevolezza di tutte le possibili eterogenesi dei fini implicite nella tecnologia – di progettare un’organizzazione aziendale nella quale «un metodo democratico di elaborazione delle decisioni fosse reso possibile, se non garantito, dall’impiego di tecnologie dell’informazione»[xv]. Certo, «si tratta di un tipo di organizzazione che di fatto non esiste in nessun paese industriale avanzato», ma si deve comunque provare a costruire un modello di impresa democratica, anche se parole come democrazia e democratizzazione restano indicazioni del tutto imprecise, al di là di qualche richiamo alla «riduzione del campo di autorità dell’imprenditore o delle direzioni»[xvi].

Per farlo occorrono però diverse azioni e il superamento di una serie di vincoli, che Gallino esponeva con grande attenzione e con il suo stile. Ne richiamiamo due: eliminare «in primo luogo e per quanto possibile, l’accesso differenziale alle risorse e soprattutto alle informazioni sulle decisioni» prese dei vertici (e per questo «le tecnologie dell’informazione offrono possibilità di compiere un salto proficuo rispetto al presente e al passato»); e poi «ridurre i tempi, l’onerosità e infine i costi del metodo democratico, il che significa anzitutto accelerare i tempi di consultazione delle preferenze, di formazione di una volontà generale e di esplorazione di azioni alternative»[xvii]. E aggiungeva: «Alle radici del problema della qualità del lavoro in un ambiente informatico si trova il programma (…). Dipende dal programma proporre alla persona problemi stimolanti oppure banali da risolvere (…) così favorendo la crescita professionale della persona»[xviii]. E ancora: «Chi è fuori dal circuito dell’intelligenza organizzativa è destinato alla peggiore delle estraniazioni; ma chi è attivamente inserito in esso è esposto a una sorta di informatizzazione della mente»[xix].

Sappiamo, oggi, come sono andate in realtà le cose: nessuna democrazia grazie alle tecnologie dell’informazione (semmai, il contrario), potenza accresciuta del comando (oggi algoritmico) dell’impresa sul lavoro e sugli uomini, saturazione ulteriore dei tempi ciclo, taylorismo digitalizzato («Chiediamoci allora se davvero promettono di essere meno razionalizzati e vincolanti che non per il passato i lavori dell’economia che si suole denominare post-fordista e post-taylorista...», si domandava Gallino in quello stesso 2007, ma altrove[xx]); soprattutto minore partecipazione dei lavoratori alle decisioni dell’impresa, complice una esternalizzazione crescente del lavoro (permessa proprio dalle nuove tecnologie), mentre cresce il controllo sempre più pervasivo dell’impresa sul lavoro e sulla vita delle persone, dal just in time al just in sequence nelle diverse filiere produttive, alle app di spionaggio nello smart-working. Ed è quindi virtuoso ed encomiabile ma anche arduo il tentativo di oggi del sindacato di contrattare l’algoritmo ex ante e non solo ex post.

E lo sapeva lo stesso Gallino, che infatti scriveva, molti anni dopo quel 1985: «Il tutto [la flessibilità e la lean production, l’intensificazione dei tempi ciclo, eccetera] non si sarebbe potuto realizzare senza l’enorme sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione…»[xxi]; «la società 7×24, come viene anche denominata alquanto aridamente la società flessibile, trova un sostegno insostituibile nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione o Ict»[xxii]. E aggiungeva nel 2015, poco prima di morire: «ammesso che il capitalismo sembra difficilmente sostituibile in blocco con un sistema diverso, si potrebbe allora cercare quantomeno di ricondurlo entro argini che limitino la sua attività predatoria, pur continuando a guardare alla meta lontana di un suo superamento»[xxiii].

Dall’impresa al capitalismo al tecno-capitalismo

Ma il problema non è solo il capitalismo. Riguarda appunto la tecnologia e l’innovazione tecnologica. Quindi e di nuovo: come ri-democratizzare il capitalismo; ma soprattutto – sarebbe una novità assoluta dal punto di vista antropologico e politico – come democratizzare i processi di innovazione tecnologica. E, preliminarmente per noi, tutto il sistema tecnico.

O meglio: come democratizzare una tecnica che tende per sua essenza a diventare sistema autopoietico, dove cioè il soggetto che genera l’innovazione diventa esso stesso oggetto dell’ordine prodotto, ovvero il sistema tecnico si autogoverna ed è autoreferenziale – pensiamo alla rete e alle retoriche che ne riproducono la grande narrazione – anche o soprattutto in termini di incessante legittimazione di sé come autorità e come regime di verità (cfr., ancora Foucault, ma anche Éric Sadin[xxiv]), escludendo a priori (appunto per propria essenza ontologica, teleologica e teologica) ogni possibile soggetto politico, soprattutto se democratico, che voglia avere funzioni di governo e di definizione dei fini del sistema[xxv]. Oppure, detto con Gallino: come democratizzare una tecnica che sembra diventare autotelica – cioè «i sistemi tecnologici paiono in certi casi riprodursi ed evolversi come se, anziché mezzi per aiutare la nostra sopravvivenza e riproduzione, o quella dei sistemi socioculturali (…), essi badassero anzitutto ai loro interessi riproduttivi»[xxvi] – il testo di Gallino è del 1987, il suo in certi casi oggi è diventato in tutti i casi.

Sussunzione dell’uomo nella tecnica vs democrazia tecnologica

Di più, come scriveva Gallino nell’Introduzione a Tecnologia e democrazia: «quanto a sviluppi della tecnologia e della scienza non abbiamo mai saputo cosa stessimo facendo, a noi stessi, alle generazioni future e all’intero pianeta. Non di meno, i successi di qualità e durata della vita conseguiti da una parte del pianeta – quella cui siamo grati di appartenere – ci spingono a insistere con maggior vigore in quello che, senza saperlo, stiamo facendo. (…) Mentre sul piano degli interessi reali si ha a che fare con gli ostacoli derivanti sia dalla valorizzazione economica, sia dall’utilizzo politico della conoscenza scientifica e tecnologica, che si frappongono l’uno e l’altro al suo riconoscimento quale bene pubblico globale»[xxvii]. Per uscire da questa trappola o gabbia tecnologica (tecno-capitalista) – che svuota la democrazia riempiendola di feed-back e di mere tecniche di problem solving (ancora il positivismo/pragmatismo egemoni) senza andare alla radice, alla causa del problema (che per noi è lo stesso tecno-capitalismo) – occorre attivare, secondo Gallino «un tasso sostanzialmente più elevato di partecipazione democratica alla valutazione»[xxviii] dei processi tecnici, scientifici ed economici.

Una partecipazione che non può (non dovrebbe) essere «semplicemente identificabile con un miglioramento della comunicazione al pubblico (…) dei risultati delle ricerche svolte dagli esperti», dovendo piuttosto scegliere tra due approcci molto diversi tra loro: «L’approccio comunicativo si fonda sul presupposto che gli unici depositari del sapere utilizzabile per valutare una tecnologia siano gli esperti (…) o i politici (…) da essi informati. Dato che il pubblico è considerato per definizione ignorante (…) – e motivato da tale ignoranza potrebbe opporre resistenza alla diffusione di una tecnologia, gli esperti e i politici devono sobbarcarsi l’onere di comunicare ad esso i termini reali della questione.

Per contro l’approccio partecipativo si fonda sul presupposto che il pubblico, qualora gli sia dato modo di discutere e di esprimersi in forme e luoghi appropriati, sia atto a orientare gli esperti verso ciò che non sanno – l’area della tecno-ignoranza specifica – o non sanno nemmeno di non sapere – la tecno-ignoranza a-specifica. (…) Se intende diventare un oggetto culturalmente più sostanziale di quanto non sia una formula in voga per dire che va accresciuta la competitività economica, la società della conoscenza ha bisogno di far crescere, nei suoi molteplici e complessi significati, la democrazia della conoscenza scientifica e tecnologica»[xxix].

Ma la tecnica è democratizzabile?

Giusta distinzione e giusta e doverosa scelta verso l’opzione partecipativa. Ma qui sorgono per noi alcuni problemi.

Il primo: la cosiddetta società della conoscenza è diventata sempre più una società delle competenze/skills (dove la priorità, anzi l’imperativo categorico è far imparare a fare e a farlo fare poi alla velocità crescente delle macchine/algoritmi, per accrescere il pluslavoro e quindi il plusvalore) – e le competenze sono cosa tutta diversa dalla conoscenza, essendo le competenze una serie di automatismi da far apprendere e dove quindi la consapevolezza del fare (cioè la conoscenza) è esclusa a priori.

Il secondo: la tecnica come sistema e come razionalità strumentale/calcolante-industriale autoreferenziale (produce sia la struttura che la sovrastruttura di dominio e di egemonia), incorpora in sé, allo stesso tempo svuotandoli di senso e di scopo, sia l’approccio comunicativo sia quello partecipativo: nel senso che la tecnica come sistema si imponesi comunica – alla società e agli uomini come mero dato di fatto razionale/calcolato, quindi vero ed esatto a prescindere; e dall’altro illude ciascuno (grazie alla potenza della sua narrazione e della nostra tendenza infantile a familiarizzare con la tecnica come se fosse un giocattolo), di partecipare attivamente alla organizzazione e alla gestione del sistema tecnico, in cui invece l’uomo è progressivamente sussunto/ibridato, cioè annullato/alienato. I social sono la forma più perfetta – ma anche meglio mascherata – di questa alienazione. Di questa non-democrazia.

Non solo: mentre noi dobbiamo essere assolutamente trasparenti per il potere, il potere tecnico è assolutamente (e sempre più) opaco/non visibile a noi.

L’agire politico antidemocratico della tecnica e del capitalismo

E invece, come ricordava la politologa Nadia Urbinati: «Nella democrazia, l’agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico in due sensi: perché possa occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso chiaro, giustificato e aperto al pubblico, esposto sempre al giudizio dei cittadini, i quali, in quanto ‘corpo sovrano’, hanno due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato»[xxx] a governarli.

Oggi l’agire politico – e torniamo al Gallino incontrato all’inizio – è anche quello delle corporation tecnologiche. Che però non solo sono più potenti di uno Stato, ma si sono sostituite alla Stato (oggi la polis – e l’autorità che la governa – è digitale, ma è gestita da soggetti privati per fini di profitto privato); imprese il cui pervasivo e invasivo agire pubblico e politico (nel senso di governo della polis – di governamentalità, direbbe Foucault; di amministrazione/automatizzazione, direbbe la Scuola di Francoforte) tuttavia non è pubblico e soprattutto non deve/non vuole essere reso pubblico (nessuno conosce come funzionano gli algoritmi che ci governamentalizzano o ci amministrano/automatizzano la vita), non è sottoposto al voto del demos (a meno di voler considerare un like o un feedback come un voto), né al suo controllo. Perché il modello neoliberale e tecnico di impresa è non solo autoreferenziale (quindi esclude, di nuovo a priori la democrazia, considerando anzi la democrazia un intralcio alla propria riproducibilità autoreferenziale), ma soprattutto autocratico o meglio totalitario (ancora la Scuola di Francoforte).

Cioè si ha un potere tecno-capitalista, che si sovrappone e sovraordina strutturalmente e (di nuovo) per propria essenza ontologica, teleologica e teologica alla società e allo Stato a prescindere dal demos[xxxi]; e diventa anzi potere legittimo e soprattutto autorità vincolante accettata a-democraticamente (e questo è ancora peggio) dallo stesso demos che dovrebbe definirne i fini e controllarla nel suo agire politico, oltre che tecnico ed economico: così violando tutti i principi dello stato democratico/di diritto, primo fra tutti quello del bilanciamento e controllo reciproco dei poteri. Un potere tecnico che si genera, si diffonde e viene introiettato/accettato attraverso la ripetizione, la standardizzazione, l’ordinare il disordine, il rassicurare e nell’attivare il nostro feticismo infantile per il sempre nuovo ma sempre uguale[xxxii]. Perché la rete in realtà – riprendendo il titolo di un bel saggio del Gruppo Ippolita[xxxiii] – non è libera né democratica, non è gratuita né trasparente e nemmeno rivoluzionaria; non è orizzontale né è capace di disintermediare e di rovesciare le gerarchie; non favorisce la partecipazione, ma crea dipendenza dalla e delega alla tecnica-sistema, cioè alienazione dell’uomo da se stesso e dalla democrazia.

Ma torniamo a Tecnologia e democrazia.

Tecnica e/o tecnologia e la razionalità strumentale/calcolante-industriale

Per tecnologia, Luciano Gallino intendeva «una popolazione di sistemi materiali (tipo un calcolatore) e non materiali (tipo i programmi di un calcolatore), derivanti dall’impiego razionale delle conoscenze scientifiche di una data epoca al fine di risolvere con la maggiore efficienza relativa, problemi pratici di produzione, di trasporto, di comunicazione, di cura della persona, di deposito di risorse, di attacco e difesa, di protezione dall’ambiente e dell’ambiente»[xxxiv]. Ciò che caratterizza tuttavia la tecnologia moderna è «l’intreccio inscindibile che viene a stabilirsi, prima o poi, fra tecnica e scienza. In forza di tale intreccio, la tecnologia rappresenta la massima espressione del principio di razionalità applicato alle attività umane dirette a scopi pratici: rendere massimo il risultato ottenibile a fronte di risorse date. Che a un certo punto lo sviluppo e l’impiego della tecnologia possano giungere a configurare forme di irrazionalità rappresenta una disturbante contraddizione logica e pratica»[xxxv] (e sulla irrazionalità della razionalità strumentale/calcolante-industriale, molto e bene ha scritto appunto la Scuola di Francoforte). Una contraddizione data anche o soprattutto dal conflitto tra razionalità locale e globale, per cui qualsiasi passo in direzione di una maggiore razionalità complessiva, secondo Gallino, presuppone «che i decisori tecnologici prendano a riferimento del loro agire scenari globali piuttosto che locali», perché solo «uno scenario globale è per definizione inter-sistemico», sia nel senso di collegare tra loro diversi sistemi, sia nel considerarli come un unico sistema[xxxvi]. Il problema – commentiamo però oggi – è che la tecnica (e i decisori tecnologici) non valutano né gli effetti sul locale né quelli sul globale, né quelli a breve né quelli a lungo termine: semplicemente la tecnica (autotelica, autopoietica?) e il capitalismo (il tecno-capitalismo) prescindono dalla valutazione di sé e dei loro effetti sociali e ambientali, sono cioè intrinsecamente irrazionali (e non solo l’impresa[xxxvii]), avendo in sé la logica della massimizzazione del profitto e del potenziamento dell’apparato tecnico a breve termine. Ovvero, l’utopia tecno-capitalista è molto affascinante e molto coinvolgente, felicemente alienante, anche se totalitariamente nichilista (chiosava Gallino: «la tecnologia ci consente di dare corpo, con il vantaggio di non obbligarci a confessarlo, al nostro desiderio segreto di riprodurre, a nostra volta, l’avventura creatrice di Dio»[xxxviii]).

E questo ci riporta al concetto di razionalità tecnologica, o a quella che i francofortesi chiamiamo criticamente razionalità strumentale/calcolante-industriale. Scriveva Gallino, nel 1998: «La ragione tecnologica, che ci proponiamo qui di sottoporre a critica, con l’intento forse temerario di contribuire ad avvicinarla ai compiti che l’attendono nel XXI secolo, è (…) il dominio delle intenzioni, dei paradigmi, dei modelli del mondo, delle tecniche argomentative, dei giudizi di valore, dei criteri di scelta che orientano l’azione teoretica e pratica di coloro i quali producono, diffondono, applicano tecnologia e prendono decisioni in merito ad essa»[xxxix].

E il problema fondamentale è quindi e di nuovo: chi definisce i fini della tecnologia, «sapendo che la ragione tecnologica non ama discutere di fini»[xl]; ma anche ricordando che per il filosofo della tecnica Günther Anders gli apparati tecnici hanno cessato da tempo di essere mezzi e sono divenuti fini, pre-decisioni, cioè il loro accrescimento/convergenza in sistemi sempre più integrati (di uomini, società e macchine-tecnica) è divenuto il fine di se stessi (e commentava Gallino: «Vagamente allucinatoria come poteva sembrare allora, questa visione appare al presente ben più concreta»[xli]).

Non solo: questa ragione tecnologica/strumentale produce la economizzazione del globo (cui si accompagna «la trasformazione dell’uomo in materia prima» e l’erosione della noo-diversità, equivalente culturale della biodiversità[xlii]) estendendosi appunto «ben al di là del sistema economico da cui è stata generata», contaminando di sé tutti i campi dell’organizzazione sociale[xliii].

Conclusione

E allora – lasciando parzialmente Gallino – non basta democratizzare l’impresa (che non vuole essere democratizzata e sempre considera il sindacato come irrazionale); non basta governare democraticamente la tecnologia (che non vuole perseguire fini umani-umanistici-ambientali): piuttosto, e come premessa di tutto occorre rovesciare quella razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto ontologia, teleologia e teologia della modernità occidentale – ricordando Umberto Galimberti che definiva con tecnica, sia l’universo dei mezzi (cioè le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che preside al loro impiego in termini appunto di funzionalità e di efficienza. Cioè di calcolo.

Una razionalità integralistica/totalitaria, che non ammette alternative. E che si impone alla società e alla democrazia appunto secondo lo schema (le pre-decisioni viste sopra) dei dati di fatto, schema che si realizza (secondo Heinrich Popitz) quando: «Ogni artefatto aggiunge un fatto, un dato nuovo alla realtà del mondo. Chi è responsabile di aver introdotto questo nuovo dato di fatto, proprio in quanto creatore di dati di fatto, esercita un tipo particolare di potere sugli uomini soggetti a questa innovazione»[xliv]. Ragione strumentale che è tuttavia un tradimento della ragione illuministica, se ha ragione Horkheimer quando aggiungeva: «la ragione è cioè diventata uno strumento di autoconservazione del sistema industriale»; o ancora: «si riduce a cercare l’adattamento ottimale del mezzo allo scopo, il pensiero è solo strumento per risparmiare lavoro. La ragione mira solo all’utile (…). Contravvenire a una simile ragione diventa un sacrilegio. Essa fonda la sottomissione del singolo al tutto. La categoria di individuo alla quale era legata l’idea di autonomia non ha resistito alla grande industria. L’individuo non deve più preoccuparsi del futuro, ma essere pronto ad adattarsi, a soddisfare ogni cenno, a servirsi di ogni leva, ad agire sempre diversamente ma sempre allo stesso modo»[xlv].

Ed è quindi questa razionalità strumentale/calcolante-industriale ad essere anti/a-democratica in sé e per sé. Oltre ad essere razionalmente irrazionale. Cercare una democratizzazione della tecnica è forse impossibile anche se comunque necessaria (si resterebbe però nel positivismo/pragmatismo del problem solving ex post), ma prima (ex ante) occorre uscire antropologicamente non tanto dal tecno-capitalismo quanto da questa razionalità strumentale/calcolante-industriale totalitaria e nichilistica in termini sociali e ambientali; occorre abbandonare cioè un pensiero solo calcolante recuperando invece e soprattutto un pensiero meditativo e un’etica della responsabilità alla Jonas[xlvi] – richiamata anche da Gallino – come forma e norma dell’agire in vista di fini che siano umani.

**Lelio Demichelis insegna Sociologia economica al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria.  Da poco è uscito il suo manuale universitario: Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, FrancoAngeli, Milano.


Note:

[i] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici, Einaudi, Torino

[ii] L. Demichelis (2020), Noi, forza-lavoro del padrone Gafam. Da Raniero Panzieri alla rete-fabbrica-integratahttps://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/forza-lavoro-del-padrone-gafam-raniero-panzieri-rete-fabbrica-integrata/; Id., Cercare ancora. Il capitalismo, la tecnica, l’ecologia e la sinistra scomparsa. L’attualità di Claudio Napoleoni – https://www.economiaepolitica.it/l-analisi/claudio-napoleoni-attualita-capitalismo-tecnica-ecologia-ricostruire-la-sinistra-scomparsa/

[iii] L. Demichelis (2015), La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica, Mimesis,

     S.S. Giovanni-Udine – ricordando che già nel 1921 Walter Benjamin aveva scritto di capitalismo come

     religione; e che il filosofo italiano Adriano Tilgher aveva scritto di tecnica come religione nel 1946

[iv] M. Horkheimer – T. W. Adorno (1996), Dialettica dell’illuminismo [1944-1969], Einaudi, Torino

[v] L. Gallino (2011), Democrazia e grande impresa, in MicroMega nr. 4/2011, pag. 133 e segg. (corsivi nostri)

[vi] M. Foucault (2005), Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano; Id. (2005), Nascita della biopolitica,

    Feltrinelli, Milano

[vii] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene,

    FrancoAngeli, Milano, cap. 3 e 4; Id. (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-

    capitalismo, Jaca Book, Milano.

[viii] In particolare, si veda: M. Horkheimer (2000), Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale [1947],

    Einaudi, Torino; Id (2015), Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, PGreco, Milano; H. Marcuse (2004),

    L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino; Id. (2008), La società

    tecnologica avanzata, manifestolibri, Roma; Id (2018), Filosofia e politica, manifestolibri, Roma

[ix] L. Gallino (2007), Il lavoro non è una merce, Laterza, Roma-Bari

[x] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel

    Tecnocene, cit., pag.114

[xi] L. Demichelis (2019), Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale

[xii] L. Gallino, Democrazia e grande impresa, cit.

[xiii] Scriveva Marcuse (1964): «l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. In tal modo esso dissolve l’opposizione tra esistenza privata e ed esistenza pubblica, tra i bisogni individuali e quelli sociali. La tecnologia serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale più efficaci e più piacevoli [il consumismo, l’edonismo, il divertimento]. (…). Essa plasma l’intero universo del discorso e dell’azione, della cultura intellettuale e di quella materiale. Entro il medium costituito dalla tecnologia, la cultura, la politica e l’economia si fondono in un sistema onnipresente che assorbe o respinge tutte le alternative. La produttività e il potenziale di sviluppo di questo sistema stabilizzano la società e limitano il progresso tecnico mantenendolo entro il quadro del dominio. (…) Questa produttività mobilita la società nel suo insieme, al di sopra e al di là di ogni particolare interesse individuale o di gruppo» – H. Marcuse (2004), L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata [1964], Einaudi, Torino, pag. 9

[xiv] «Perché in quanto l’ascesi fu portata dalle celle dei monaci nella vita professionale e cominciò a dominare la moralità laica, essa cooperò per la sua parte alla costruzione di quel potente ordinamento economico moderno, legato ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica, che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile, lo stile della vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio, e non soltanto di chi prende parte all’attività puramente economica» – M. Weber (1979), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1904], Sansoni, Firenze, pag. 305

[xv] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 31

[xvi] Ivi, pag. 35

[xvii] Ivi, pag. 44

[xviii] Ivi, pag. 88

[xix] Ivi, pag. 91 (corsivi nostri)

[xx] L. Gallino (2007), Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari, pag. 98

[xxi] Ivi, pag. 28

[xxii] Ivi, pag. 105

[xxiii] L. Gallino (2015), Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino, pag. 196

[xxiv] É. Sadin (2019), Critica della ragione artificiale, Luiss, Roma

[xxv] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit.,

     pag. 130

[xxvi] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit. pag. 124

[xxvii] Ivi, pag. 4

[xxviii] Ivi, pag. 26

[xxix] Ivi, pag. 27 e 28

[xxx] N. Urbinati (2011), Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari, pag. 155

[xxxi] L. Demichelis (2019), Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale, cit.

[xxxii] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit., Capitolo 4, pag. 65 e segg.

[xxxiii] Gruppo Ippolita (2014), “La Rete è libera e democratica”. Falso!, Laterza, Roma-Bari

[xxxiv] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 95

[xxxv] Ivi, pag. 132

[xxxvi] Ivi, pag. 157

[xxxvii] L. Gallino (2005), L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino

[xxxviii] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 197

[xxxix] Ivi, pag. 195

[xl] Ivi, pag. 199

[xli] Ivi, pag. 203

[xlii] Ivi, pag. 217

[xliii] Ivi, pag. 216

[xliv] Cit., in L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit., pag.60

[xlv] Ibid

[xlvi] H. Jonas (1990), Il principio responsabilità, Einaudi, Torino


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08/11/2019

In memoria di Luciano Gallino: il capitalismo finanziarizzato, l’euro e la moneta come bene pubblico

di Enrico Grazzini

La quasi totalità degli intellettuali italiani ha sepolto nel silenzio la formidabile eredità scientifica, politica e morale di Luciano Gallino, scomparso l’otto novembre di quattro anni fa. Gallino è stato senza alcun dubbio lo scienziato sociale più profondo, coerente e critico della sinistra italiana: ma è rimasto inascoltato – anche presso la stessa sinistra politica (che non a caso in Italia è praticamente scomparsa) e sindacale (che non a caso è in gravissima e crescente difficoltà).

Il problema è che i suoi messaggi, specialmente nell’ultimo periodo della sua vita, erano troppo intellettualmente e politicamente chiari e radicali per la cultura confusa, ambigua, sempre disponibile al compromesso che domina oggi in Italia in (quasi) tutti gli ambiti e in tutte le parti politiche. Le sue proposte sulla moneta, sull’euro, sull’eurozona e l’Unione Europea, sulle riforme monetarie e bancarie necessarie per uscire dalla crisi provocata dal finanzcapitalismo, erano e sono considerate troppo anticonvenzionali e innovative per essere accettate (o almeno discusse) dai timidi e paurosi intellettuali e politici italiani. Ho collaborato con lui e nell’ultimo periodo della sua vita: e posso dire che, nonostante la sua indiscussa autorevolezza, il maggiore studioso della sinistra era rimasto praticamente isolato.

Gallino non si è limitato a studiare come sociologo l’organizzazione industriale del lavoro, il lavoro della conoscenza, gli impatti dell’informatica sul lavoro, le crescenti diseguaglianze, le istituzioni sociali e politiche. L’autore del bellissimo libro su “La scomparsa dell’Italia industriale” negli ultimi anni della sua vita ha analizzato in maniera approfondita la crisi finanziaria, il finanzcapitalismo, la moneta, l’euro ed era arrivato alla conclusione – scandalosa per i paurosi e inconcludenti intellettuali della sinistra italiana – che, per vincere il finanzcapitalismo e superare la grave e crescente crisi nazionale, bisognava riformare alla radice il sistema monetario e trovare tutte le vie possibili per superare i vincoli dell’euro, eventualmente anche a costo di preparare l’uscita da una eurozona perennemente in crisi.

Il suo ultimo scritto inedito, pubblicato post mortem da Laterza (2016), si intitola significativamente: Modesta proposta per uscire dall’euro (ma non dall’Unione Europea). Gallino ha avvertito fin dall’inizio che l’austerità imposta dai mercati finanziari, dall’Unione Europea e dalla Germania avrebbe rovinato non solo l’economia italiana, ma anche la società e la democrazia: ha denunciato con forza e da subito l’insostenibilità del Fiscal Compact, l’ignominia anti-keynesiana del pareggio di bilancio messo in Costituzione da un ceto politico complessivamente pavido e ignorante, incapace di tutelare l’interesse nazionale. Gallino aveva denunciato come “crimine contro l’umanità” (Repubblica, 15 marzo 2014) la scellerata politica di saccheggio della Grecia da parte della Troika (BCE, UE, FMI). E ha appoggiato la proposta di creare in Italia una moneta complementare (non alternativa) all’euro. Questo studioso, membro prestigioso dell’Accademia dei Lincei, dava fastidio per il suo anticonformismo e per il suo rigore, per il suo impegno intransigente, politico e morale a favore della giustizia sociale.

Gallino ci ha insegnato che l’euro non è una moneta neutrale, un semplice “mezzo di scambio”: l’euro è una moneta forte, una moneta deflazionistica che difende gli interessi degli stati più forti e ricchi del nord Europa a scapito dei Paesi deboli del Mediterraneo. “L’euro non funziona e non funzionerà mai. ... Così com’è l’euro è una camicia di forza che rende la vita impossibile a tutti, tranne che alla Germania”. La citazione è presa da un’intervista di Luciano Gallino al Manifesto (7 luglio 2015). Gallino sapeva che l’euro è una moneta che divide e sottomette, che provoca diseguaglianza sociale, non una moneta che unisce l’Europa. E non nutriva molte illusioni sulla possibilità di riformare l’euro e il Trattato di Maastricht che ha fondato la moneta unica europea. “I trattati europei, non sono modificabili, se non all’unanimità. È il segno dell’impossibilità pratica di intervenire: come si fa a far votare 28 paesi insieme? Questo è il funzionamento di un’unione nata male, fondata sulle necessità economiche e non su quelle democratiche, dove la partecipazione non conta nulla”.

Occorre sottolineare che purtroppo la sinistra di questo Paese non ha avuto il coraggio e la competenza necessari per dibattere e accogliere le tesi di Gallino sull’euro, sull’Unione Europea e sul dominio pressoché assoluto della finanza speculativa nell’eurozona. Dominio garantito dalle istituzioni e dalle politiche della UE. La sinistra, anche quella sedicente radicale e alternativa, in effetti ha mal sopportato la radicalità di Gallino. La sinistra di Fausto Bertinotti – al tempo presidente di tutta la sinistra europea – e Alfonso Gianni (autori di un libro come “L’Europa delle Passioni Forti”) fin dall’inizio ha affrontato la questione dell’Unione Europea e dell’euro con una carica di forte idealismo, con una passione priva di riscontri nella dura realtà: la cieca illusione federalista, lo slancio e l’innamoramento poetico verso gli Stati Uniti d'Europa, presunti portatori di pace e solidarietà (???), alla fine si sono dimostrati del tutto fallimentari.

La strategia cieca e velleitaria pro-UE della sinistra italiana ha portato alla sua (quasi) scomparsa, paradossalmente proprio quando si è manifestata palesemente la crisi sistemica del capitalismo preconizzata da Marx: la “sinistra letteraria” italiana è apparsa inconcludente agli occhi della gente comune e dei lavoratori, e spesso anche collusa con le élite del potere. Purtroppo la sinistra italiana, a causa della sua cieca e acritica filosofia pro UE, ha una parte importante di responsabilità per il fatto che la destra populista e fascistoide ha avuto campo libero nel conquistare consensi, soprattutto presso l’elettorato popolare. La destra con la sua demagogia è infatti apparsa come l’unica difesa reale contro l’Europa dell’austerità, “l’Europa della finanza, delle banche e dei burocrati”.

Gallino – che peraltro non è mai stato, e neppure ovviamente si è mai dichiarato, marxista – era uno studioso riservato e discreto: ma ha capito della lotta di classe più dei sedicenti marxisti. Ha spiegato come e perché oggi il dominio capitalista sugli stati nazionali e sul lavoro passa per le reti globali della finanza parassitaria e per il dominio della moneta. E ha indicato anche delle possibili soluzioni.

Il professore torinese ha lasciato una eredità scientifica di grande valore e originalità e di grande attualità. L’ultimo libro di Gallino, “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti”, Einaudi, 2015, è centrato sulla “doppia crisi” che sta sconvolgendo il mondo: quella ecologica e quella economica e finanziaria. Mi concentro su quest’ultimo argomento, sul quale ho avuto il piacere e l’onore di collaborare con lui.

Lo stato deve riacquistare potere sulla moneta

Nell’ultimo periodo della sua vita Gallino si è dedicato allo studio dei perversi meccanismi del finanzcapitalismo. In continuità con le tesi sulla “moneta endogena” di economisti insigni, come J. M. Keynes e Hyman Minsky e, in Italia, Augusto Graziani, Gallino ha individuato come problema centrale della crisi finanziaria il fatto che gli stati hanno concesso alle banche private il privilegio esclusivo di creare moneta dal nulla per profitto privato. E quindi gli stati nazionali si sono sottomessi ai “padroni della moneta”, ai mercati finanziari. Le banche creano moneta quando concedono un prestito dietro interesse. A sostegno e prova della sua tesi, Gallino amava citare niente di meno che la Banca d’Inghilterra: “un fraintendimento comune ritiene che le banche agiscono semplicemente come intermediari dando prestiti in base ai depositi dei risparmiatori... Nella realtà dell’economia moderna le banche commerciali sono invece le creatrici del denaro depositato. È l’atto di prestare che crea i depositi. Questo processo è il contrario della sequenza normalmente descritta nei manuali”. La moneta bancaria viene emessa fin dall’inizio come debito e quindi aumenta i debiti dell’economia: cresce a dismisura quando c’è boom economico e si contrae improvvisamente ai primi segni di crisi. La moneta bancaria in cerca di profitto è quindi strutturalmente pro-ciclica. Perciò l’intervento “esterno” dello stato diventa indispensabile quando scoppiano le crisi.

Inoltre dagli anni ‘80 in poi le grandi banche si sono trasformate in operatori speculativi, in trader, scommettendo (con i soldi degli altri) su rischiosissime operazioni finanziarie per ottenere profitti immediati ed enormi. Grazie a società-veicolo fuori bilancio le maggiori banche internazionali organizzano (tuttora) un immenso sistema bancario-ombra che crea un gigantesco mercato opaco di prodotti finanziari cosiddetti derivati, fuori dai mercati ufficiali e da ogni regola pubblica. Il valore dei titoli scambiati in questo casinò capitalista, è immenso: si stima che i derivati valgano oltre dieci volte il PIL mondiale, ovvero decine di migliaia di milioni di dollari o di euro. Dalla speculazione sui derivati viene la crisi della finanza in Europa: la crisi di un colosso come Deutsche Bank è solo l’ultimo esempio. Quando un anello di questo sistema malato cede sotto il peso dei debiti, trascina nel baratro tutta l’economia. Una bomba atomica nel cuore dell’economia mondiale, ed europea, pronta ancora oggi a deflagrare. Un potenziale di crisi che la UE si è ben guardata dal regolamentare.

Per Gallino il privilegio esclusivo delle banche private di creare moneta assicura al sistema finanziario un potere enorme che soverchia il potere della democrazia e della politica. Gli stati democratici devono ricorrere al mercato finanziario, sottomettersi alle speculazioni dei mercati per finanziare le loro politiche pubbliche. Gallino denunciò il fatto che da oltre 25 anni lo stato italiano – nonostante l’avanzo primario di bilancio, cioè nonostante gli italiani paghino più tasse di quanto lo stato spende per loro – deve ricorrere al deficit pubblico solo per pagare gli interessi sul debito, mentre il debito pubblico continua inesorabilmente a crescere. Una situazione insostenibile, da cui certamente non si esce con politiche convenzionali!

Per Gallino è necessario che lo stato democratico riacquisti sovranità monetaria: la moneta privata dovrebbe diventare moneta pubblica per uscire dalla crisi e tentare di attuare politiche a favore del lavoro, dell’occupazione, delle energie alternative, del welfare. Secondo l’economista Gallino occorrerebbe anche ritornare a quelle forme di regolamentazione finanziaria già in vigore nel periodo di grande sviluppo del benessere che ha caratterizzato i trenta anni successivi alla seconda guerra mondiale. Allora i movimenti di capitale erano strettamente controllati; le banche commerciali avevano funzioni distinte dalle banche d’affari; e la finanza supportava l’economia reale e non aveva come fine principale quello di speculare!

L’euro non funziona e non funzionerà mai

Gallino era un convinto europeista ma anche un critico radicale dell’euro, che ha come dogma la libera e selvaggia circolazione dei capitali. Per lui l’austerità non era solo e tanto una scelta politica scellerata ma il risultato conseguente all’architettura intrinsecamente liberista della moneta unica e della Banca Centrale Europea, così come decisa con il trattato di Maastricht. “È necessario ridiscutere il trattato istitutivo dell’Unione Europea e lo statuto della Bce... La Bce non può prestare moneta agli stati, ma può finanziare solo le banche. Una cosa inaudita per una banca centrale”.

L’economista Gallino – come altri eminenti economisti, tra i quali Joseph Stiglitz e Amartya Sen – aveva perfettamente compreso, a differenza di quasi tutti gli economisti italiani, il carattere strutturalmente liberista e deflattivo dell’euro, la moneta che genera crisi. Nell’intervista di Davide Turrini apparsa sul Fatto Quotidiano del 24 settembre 2015, Gallino denunciava con forza: “L’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare”. Tuttavia Gallino non era così ingenuo da credere che si potesse uscire semplicemente e unilateralmente dall’euro. “Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perché ciò vuol dire molti mesi di preparazione. Oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare”. Gallino voleva un’Europa più giusta: non a caso si impegnò coraggiosamente per la lista Tsipras alle elezioni europee del 2014, contro il massacro della Grecia ad opera della cosiddetta Troika (UE, BCE, FMI).

L’alternativa della (quasi) moneta fiscale

Gallino non evidenziava solo i problemi ma cercava anche soluzioni. Sosteneva che fosse indispensabile ridare potestà monetaria allo stato perché senza moneta lo stato è impotente. Non a caso Gallino è stato l’unico grande intellettuale italiano che ha avuto il coraggio e l’intelligenza di promuovere il fiscal money, cioè un titolo emesso dallo stato e valido per “pagare le tasse” (quindi un titolo molto liquido, subito convertibile in euro, cosiddetto in gergo “quasi-moneta”). La quasi-moneta fiscale è stata sostenuta e promossa da Gallino in uno dei suoi ultimissimi scritti: la prefazione all’eBookPer una moneta fiscale gratuita”, pubblicato on line nel giugno 2015 da Micromega. Appoggiò convintamente la proposta che, insieme ad altri studiosi, ho avanzato per uscire dalla trappola della liquidità che sta strangolando l’Italia e l’eurozona.

La proposta prevede che lo stato – senza chiedere denaro ai mercati finanziari, cioè senza indebitarsi – emetta dei Titoli di Sconto Fiscale convertibili in euro per aumentare la domanda aggregata e trainare così la ripresa dell’economia. I TSF non sono moneta ma titoli che, proprio come i Bot e i Btp, si possono negoziare sul mercato e trasformare subito in euro, cioè in moneta legale da spendere sul mercato. Questi titoli quasi-moneta potrebbero essere distribuiti gratuitamente con criteri di equità ed efficienza a famiglie, enti pubblici e imprese: così riprenderebbero gli investimenti, i consumi e la spesa pubblica. Alla loro scadenza, dopo tre anni dall’emissione – cioè al quarto anno – grazie al moltiplicatore del reddito e alla crescita dell’inflazione, i TSF non provocherebbero un buco fiscale ma si auto-ripagherebbero. Quindi niente aumento del deficit pubblico, e niente spread. I TSF darebbero un grosso impulso allo sviluppo, alla crescita dell’occupazione e dei redditi; così l’Italia e gli altri paesi dell’euro potrebbero uscire dalla crisi pur restando nell’eurozona e rispettando le sue (stupide) regole.

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Al netto del fatto che tanto Gallino quanto Grazzini siano dei – preparatissimi e onesti – e onesti riformisti, non si capisce per quale motivo questi argomenti non siano minimamente considerati a sinistra.

01/12/2018

Emiliano Brancaccio - La svolta di Luciano Gallino sull'Euro

Radio Radicale – 30 novembre 2018. Un ricordo di Luciano Gallino e della sua svolta del 2015, in cui per la prima volta sostenne l’opportunità di uscita dell’Italia dall’eurozona. Intervento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio al convegno “La società che cambia e Luciano Gallino”, tenutosi a Napoli.

Qui il link agli altri interventi del convegno



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12/10/2018

Occupazione, debito e moneta tampone

Un tempo le procedure erano chiare: se il paese andava rilanciato sul piano occupazionale si faceva una politica di spesa in deficit, ma con un debito virtuale perché il denaro veniva ottenuto gratis dalla propria banca centrale. Se invece c’era bisogno di sollevare le sorti dei più poveri si procedeva ad una redistribuzione della ricchezza per via fiscale: si prendeva ai ricchi e si dava ai poveri aumentando le imposte sui redditi alti. Poi è cambiato il vento politico, sono mutati gli umori, i valori, gli assetti istituzionali e tutto si è fatto più opaco e confuso.

Da un punto di vista istituzionale la novità di maggior rilievo è rappresentata dalla rinuncia da parte dei paesi dell’eurozona a godere del sostegno della Banca Centrale Europa. Memori dei tempi in cui l’inflazione galoppava a due cifre anche per la disinvoltura dei governi a finanziare spese in deficit con nuova moneta, nel momento di definire l’assetto organizzativo dell’euro venne deciso di tagliare la testa al toro negando ai governi qualsiasi possibilità di accesso al rubinetto del denaro.

Obiettivo realizzato affidando il governo della moneta a una struttura indipendente che può prestare denaro a qualsiasi banca commerciale, ma neanche un centesimo ai governi. L’effetto è stato che i governi sono stati declassati al rango di aziende che non hanno altro modo di finanziare i propri deficit se non chiedendo prestiti al sistema bancario e finanziario privato. Con due conseguenze piuttosto serie. La prima di carattere finanziario: l’aggravio di spesa dei bilanci pubblici a causa degli interessi. Una somma che nel caso italiano rappresenta circa il 10% del gettito fiscale.

La seconda di carattere politico: l’inversione del rapporto di potere fra governi e mercati a causa della dipendenza dei primi nei confronti dei secondi. Dal momento che agli investitori interessa solo la salvaguardia dei propri investimenti, essi vigilano di continuo sull’operato dei governi per capire se stanno compiendo scelte che possono compromettere la loro capacità di pagamento e al minimo dubbio alzano la posta secondo la regola che al debitore meno affidabile vanno richiesti interessi più alti. Il canale comunicativo utilizzato è quello dello spread che ormai è tenuto dai governi in maggior considerazione del voto popolare.

Da un punto di vista culturale la novità di maggior rilievo è rappresentata da un diverso approccio al tema della povertà, della ricchezza e dell’equità. In passato non era molto radicata l’idea del self made man che si arricchisce esclusivamente per capacità propria. Difficilmente si concepiva la ricchezza come esclusivo merito personale, ma sempre come il frutto di un’azione collettiva che vedeva l’apporto della famiglia, dei lavoratori, dei fornitori, dello Stato stesso. Specularmente la povertà non era concepita come una colpa personale, ma come una condizione dovuta in gran parte ad aspetti esterni: povertà familiare, ignoranza, malattia, incapacità di ottenere un lavoro.

In definitiva ricchezza e povertà non erano considerati fatti privati, ma fenomeni collettivi su cui lo stato ha il dovere costituzionale di intervenire per colmare le differenze. Per questo si concepiva il sistema fiscale non solo come una via di finanziamento della pubblica amministrazione, ma anche come canale di redistribuzione della ricchezza, attraverso la progressività fiscale prevista dall’articolo 53 della Costituzione. Ma oggi che ricchezza e povertà sono concepite esclusivamente come virtù e colpa di tipo personale, si è persa di vista la funzione riequilibratrice del sistema fiscale e si reclama a gran voce la flat tax. Provvedimento che avvantaggerà inevitabilmente i ricchi, aggravando ancora di più la situazione di ingiustizia odierna che, secondo una fotografia scattata dall’Ocse, vede il 52% del patrimonio familiare nelle mani del 13% delle famiglie più ricche, mentre quelle più povere, pari al 37% delle famiglie, detengono a mala pena il 3% del patrimonio familiare.

Pur avendo perso di vista la funzione sociale della ricchezza, il Movimento 5 stelle ha vinto le elezioni promettendo il reddito di cittadinanza. E benché nessuno abbia ancora ben chiaro cosa sia, di sicuro c’è che richiederà molte risorse. Ma come ce la farà è un bel rebus, considerato che il suo partner di governo gli ridurrà il gettito fiscale a causa della flat tax, mentre la prospettiva di fare più debito rischia di mettere in allarme i mercati, che reagiranno imponendo tassi più alti sui nuovi prestiti. Quello che si prospetta insomma è una strada che forse può portare qualche risultato elettorale, ma che prepara le condizioni per l’impoverimento futuro, perché a più debito corrisponderanno più interessi da pagare.

Un consiglio che si potrebbe dare a Di Maio per giocare un ruolo positivo, è quello di cambiare prospettiva: invece di puntare a mettere nelle tasche dei disoccupati un’indennità di 700 euro al mese, potrebbe attrezzarsi per offrire subito un lavoro retribuito a un milione di persone impiegandole in attività di pubblica utilità: difesa del territorio, recupero edilizio e stradale, potenziamento dei servizi alla persona. E poiché anche in questo caso salta fuori la domanda “con quali soldi?”, converrebbe rispolverare la proposta del compianto Luciano Gallino, che proponeva di sopperire alla perduta sovranità monetaria in ambito euro, con la creazione di una moneta complementare sotto forma di certificati di credito fiscale. In pratica si tratterebbe di pagamenti da parte dello stato con dei “pagherò”, che al momento della scadenza vengono quietanzati non con la restituzione di euro, ma accettandoli come pagamento delle imposte dovute.

E proprio perché circolanti, con la garanzia che alla fine possono essere utilizzati per il pagamento delle tasse, nessuno avrebbe problema ad accettare i certificati di credito fiscale come mezzi di pagamento al pari degli euro, pur non essendo convertibili in euro, mettendo di fatto in moto quell’effetto di moltiplicatore tipico degli investimenti pubblici che oggi tutti invocano. Un modo emergenziale per recuperare, seppur transitoriamente, sovranità monetaria finalizzata al rilancio dell’occupazione, senza contravvenire alle regole europee.

Del resto è ormai chiaro a tutti che questa Europa totalmente sbilanciata verso il mercato rischia di implodere per la sua incapacità di rispondere ai bisogni sociali. E allora qualche forzatura giuridico-economica può essere ciò che serve per rompere gli schemi e avviare quel processo di trasformazione democratica dell’Europa di cui tutti sentiamo il bisogno.

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23/09/2016

Le socialdemocrazie per 30 anni al servizio dei capitali finanziari

A metà anni ’80 le socialdemocrazie europee iniziano a sostenere il sistema che oggi ci ha portato alla rovina. L’invasione del finanzcapitalismo è stata favorita anche dai governi di centrosinistra con atti e leggi di matrice liberista.

Ci sono due luoghi comuni che sono veicolati anche in molti salotti buoni europei e nordamericani. Sono luoghi comuni che servono per nascondere le responsabilità politiche di chi ha spalancato le porte, attraverso atti e leggi, alla libera circolazione dei capitali e alla invasione dei capitali finanziari in ogni aspetto della nostra vita. Il primo luogo comune è che in questi anni la politica è stata sopraffatta dal sistema finanziario perché sono stati sviluppati nuovi strumenti di risparmio, investimento e gestione dei patrimoni e perché le tecnologie dell’informazione hanno permesso di spostare capitali immensi da un paese all’altro con un semplice tocco di tastiera. Luciano Gallino, uno dei più importanti sociologi italiani, non la pensa così e riassume in termini molto chiari in un’intervista a Micromega nel 2012 perché siamo arrivati a questo punto.
 
“Perché la finanza ha preso tutto questo potere? Perché non ha avuto opposizione. Non certo dai partiti, che a partire dagli anni '80 si sono adoperati per la finanziarizzazione, la liberalizzazione di movimenti di capitale, la produzione a valanga dei titoli come i derivati strutturati. Tra questi i partiti di sinistra e di centro-sinistra, che hanno ispirato molti documenti degli anni '80 in quella direzione, spinti da illustri personaggi della sinistra come i francesi Mitterand, Delors e Camdessus, il tedesco Schröder”.

Il secondo luogo comune, infatti, è che questo sistema economico di ispirazione totalmente liberista, disumano, antidemocratico e accentuatore di disuguaglianze sia un prodotto tutto anglosassone, di esportazione nordamericana e imposto alla povera Europa da aguzzini come Milton Friedmann, i Chicago boys, Ronald Reagan e Margharet Thatcher. Che questi siano aguzzini non vi è dubbio ma la verità storica dell’invasione del “finanzcapitalismo” è molto più vasta e complessa.

La liberalizzazione dei movimenti dei capitali finanziari prende l’avvio dagli anni ’80 proprio con la Presidenza Mitterand, non solo cancellando norme precedenti, ma producendo nuove norme che hanno reso possibile l’invasione di nuovi strumenti finanziari come i derivati e gli Swaps. Gli uomini provenivano tutti dai socialisti francesi, da Mitterand a Delors, che poi esporterà il modello in sede di Commissione Europea, di cui divenne Presidente. E poi Camdessus nominato da Mitterand governatore della Banca di Francia e da lì transitato alla testa dell’FMI oltre che Chavransky, presidente dal 1982 al 1994 del Comitato per i movimenti di capitale e le “transazioni invisibili“ dell’Ocse. Gli atti di liberalizzazione del sistema finanziario prodotti dagli USA in effetti seguirono quelli francesi ed europei. Anche laggiù fu un presidente ammirato dai socialdemocratici europei, Bill Clinton, a iniziare lo smantellamento di quella che era la normativa di protezione dai rischi finanziari, la seconda legge Glass-Steagall, che risaliva al giugno 1933 e alla presidenza di F.D.Roosvelt, che aveva indotto i sistemi creditizi di mezzo mondo, tra cui l’Italia, a separare nettamente l’attività commerciale degli Istituti di credito (in diretta relazione con i clienti nella gestione dei loro depositi) da quella di intermediario finanziario ed agente speculativo. Questo per impedire le distorsioni che nel decennio precedente, assieme alla relazione troppo stretta tra imprese e banche, aveva posto le basi per il crack del 1929. L’Italia si adeguerà a questa nuova ondata liberalizzatrice con altri due personaggi sempre organici al centro sinistra dell’epoca. Nel 1990, Carlo Azeglio Ciampi governatore della Banca d’Italia (1979-1993, prima di diventare presidente del Consiglio per continuare le opere di privatizzazione) inizia il processo di privatizzazione delle banche pubbliche italiane tramite l’emanazione del decreto legge 218 del 30 luglio, anche noto come decreto Amato-Ciampi.

Negli USA, e poi in Europa, iniziava anche a diffondersi quel sistema delle cosiddette “porte girevoli “, cioè del passaggio di uomini da postazioni chiave della finanza a quelle della politica, e viceversa. La politica, quindi, anziché prefiggersi l’obiettivo di regolare l’economia per adattarla alla società, si è impegnata ad adattare la società all’economia con i risultati disastrosi che sono davanti ai nostri occhi. Dal 2010 la crisi delle banche è stata travestita da crisi del debito pubblico che è aumentato in media in Europa del 20%. E quando i bilanci pubblici sono esangui e non ce la fanno più, scattano i tagli e peggiorano le vite delle persone.

Pubblicato sul numero 89 (gennaio 2014) dell'edizione cartacea di Senza Soste
 
Alcuni contenuti tratti da “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi” di Luciano Gallino

27/04/2016

La banca presta la moneta che non ha

Economia. L’insegnamento di Luciano Gallino sulla moneta: «Lo Stato si decida a fare in piccolo quello che le banche private fanno in grande: creare denaro dal nulla

Enrico Grazzini - tratto da http://ilmanifesto.info

Una delle radici più profonde e nascoste della crisi è la moneta/debito, come insegna Luciano Gallino (“Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti“, Einaudi, 2015). Il senso del suo insegnamento radicale e controcorrente si può sintetizzare così: la grande maggioranza della moneta che utilizziamo viene creata ex nihilo dalle banche private sotto forma di prestiti, cioè di moneta/debito. Questa è la vera causa dell’esplosione globale dei debiti privati e pubblici che soffocano l’economia.

La moneta bancaria aumenta i debiti e sottrae ricchezza all’economia reale. La moneta dovrebbe invece diventare un bene pubblico, una risorsa messa a disposizione dallo Stato per produrre ricchezza e benessere grazie alla piena occupazione e alla svolta ecologica dell’economia. E’ l’unica via d’uscita dalla crisi.

In continuità con gli studi e le lezioni sulla “moneta endogena” di economisti insigni, come John M. Keynes e Hyman Minsky e, in Italia, Augusto Graziani, Gallino spiega il malefico ingranaggio: «Una banca moderna crea denaro quando concede un credito. La credenza popolare per cui la banca presterebbe ad altri il denaro già depositato da un altro correntista è infondata».

A sostegno della sua tesi, lo studioso cita la Banca d’Inghilterra: «Generalmente si ritiene che le banche agiscano come intermediari dando prestiti in base ai depositi dei risparmiatori. Ma è falso. Nella realtà dell’economia moderna le banche commerciali sono le vere creatrici del denaro depositato. E’ l’atto di prestare che crea i depositi.

Questo processo è il contrario della sequenza tipicamente descritta nei manuali». Il potere della democrazia e della politica ne è soverchiato. E ricorda già ai primi dell’Ottocento il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson affermava che «le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà di un esercito in armi. Il potere di emettere denaro dovrebbe essere tolto alle banche e restituito al popolo al quale propriamente appartiene».

La moneta legale, ovvero le banconote stampate dalla banca centrale, sono solo una parte minoritaria del denaro che effettivamente circola nell’economia.

Le banconote con valore legale che ritiriamo dai bancomat, valgono solo per il 5% del denaro che utilizziamo: il 95% del denaro che usiamo per le transazioni (stipendi, investimenti, acquisto casa, auto,ecc) è moneta digitale creata dalle banche.

Le banche hanno in teoria dei vincoli all’offerta di moneta/prestiti (come per esempio la riserva obbligatoria): ma in pratica creano moneta a loro piacimento grazie alla leva monetaria. Per un euro di capitale proprio hanno attività fino a 30-50 euro.

Neppure le banche centrali controllano la massa monetaria circolante: tentano di manovrare il credito grazie al tasso principale di interesse, senza riuscirci. Quando c’è il boom economico e la domanda di denaro è forte, le banche private fanno prestiti, creano denaro in eccesso; quando scoppia la bolla finanziaria, allora ritirano il denaro dall’economia e creano recessione (come avviene nell’eurozona).

La moneta bancaria è pro-ciclica e genera crisi.

Gallino ci spiega che le grandi banche, dagli anni ’80 in poi, hanno creato nuova “falsa moneta” con la loro attività finanziaria. Si sono trasformate in trader e scommettono (mettendo a rischio i soldi dei risparmiatori) in ardite operazioni speculative per ottenere profitti immediati e enormi. Grazie a società-veicolo fuori bilancio le banche internazionali organizzano un immenso sistema bancario-ombra che, a sua volta, crea un gigantesco mercato opaco di titoli finanziari esotici cosiddetti derivati, fuori dai mercati ufficiali e da ogni regola pubblica.

Il peggio è che i derivati – come i futures, le opzioni, i credit default swap – sono diventati “nudi”, ovvero sono delle pure scommesse nelle quali il valore sottostante della merce su cui poggia il valore del derivato non ha alcuna importanza per chi effettua le compravendite.

Il mercato dei derivati scambiati in questo capitalismo casinò è immenso: circa 700 triliardi (cioè migliaia di miliardi) di dollari, ovvero circa dieci volte il Pil mondiale. La moneta privata è sfuggita ad ogni controllo pubblico.

Ma l’alternativa esiste: le banche devono ritornare a rispettare vincoli precisi, i movimenti di capitale e il mercato dei derivati devono essere strettamente disciplinati. La politica deve ritrovare la sovranità sulla finanza. Nella prospettiva indicata da Gallino (e da Positivemoney.org, che Gallino richiama nel suo libro) la moneta dovrebbe essere emessa esclusivamente dallo stato e distribuita ai cittadini e alle imprese in base a decisioni di politica economica prese democraticamente da organi pubblici.

Gallino è stato l’unico grande intellettuale italiano che ha avuto il coraggio di promuovere un progetto innovativo come il fiscal money. La moneta fiscale non è che un titolo pubblico emesso dallo stato, convertibile in euro – come i Bot e i Btp – , valido per “pagare le tasse” dopo due anni, da distribuire gratuitamente (sottolineo: gratuitamente) a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. La moneta fiscale emessa dallo stato diventerebbe moneta a tutti gli effetti, con valore riconosciuto: infatti il fisco costituisce larga parte (40% circa) dell’economia e un titolo con valore di sconto fiscale è accettato da tutti.

Nella sua prefazione all’eBook edito da Micromega nel 2015, “Per una moneta fiscale gratuita” ha spiegato che si «osa proporre nientemeno che, allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso, lo stato si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla».

La moneta fiscale ha tre caratteristiche fondamentali che la rendono alternativa alla moneta bancaria:

1) è emessa e distribuita dallo Stato e non dalle banche private;

2) è una moneta nazionale e non una moneta prodotta dalle banche internazionali (come l’euro);

3) è una moneta-credito (ovvero distribuita gratuitamente) e non una moneta-debito.

Grazie a questo titolo/moneta, lo stato – disintermediando in parte le banche – potrebbe combattere l’austerità dell’euro, rilanciare i consumi, gli investimenti e l’occupazione senza aumentare il debito pubblico (grazie al moltiplicatore keynesiano). Non a caso anche Mediobanca in un suo recente report ha scritto che con la moneta fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale.

21 aprile 2016

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11/11/2015

Luciano Gallino, uno scienziato integro e radicale

Ho conosciuto personalmente Luciano Gallino in un dibattito a Torino, nei primi anni '90 del secolo scorso. Avevo letto molti suoi scritti, ma non lo avevo mai incontrato. Ero da poco diventato segretario della Fiom regionale e fui invitato ad un confronto con lui ed altri sul lavoro. Mi lasciai andare ad una filippica contro quegli intellettuali, in particolare gli studiosi di scienze sociali, che – usai questa metafora – non guardavano mai l'altra faccia della luna, cioè descrivevano i cambiamenti in atto nel lavoro solo dal punto di vista delle direzioni d'impresa. Erano gli anni del trionfo del toyotismo all'italiana lanciato dalla Fiat di Cesare Romiti, che trovava il suo magnificato modello nel nuovo stabilimento di Melfi. In realtà nasceva un nuovo sistema di comando autoritario sul lavoro, che faceva passare per partecipazione quella che in realtà era solo la ricerca della sottomissione totale del lavoratore all'impresa.

Gallino si offese molto per quella mia frase impertinente, anche se, come era suo costume, nel dibattito usò solo analisi sociale e cortesia torinese. Pochi giorni dopo mi arrivò in ufficio un pacco di libri e riviste di sociologia. Era una piccola antologia di testi di Luciano Gallino, accompagnati da una sua lettera molto gentile, ma che nella sostanza mi invitava a documentarmi meglio prima di esprimere giudizi. Aveva ragione. L'intellettuale ed il ricercatore olivettiano è diventato il primo critico in Italia del modello liberista, sia per il lavoro, sia per tutta la società. E questo suo percorso non è nato da una improvvisa folgorazione sulla via di Damasco, ma dal rigore con il quale sin dall'inizio della sua opera si è misurato con la realtà del lavoro, con l'altra faccia della luna.

Gallino era uno scienziato sociale che credeva nel processo riformatore. Non uso la parola riformista, perché essa oggi è diventata sinonimo di trasformismo e di politiche liberiste. Luciano Gallino provava un rigetto culturale e morale per il riformismo attuale. Lui che era stato formato dalla stagione delle riforme dei primi anni '60 e dall'organizzazione del lavoro veramente partecipativa della Olivetti di Ivrea, sentiva sempre di più la necessità di smascherare l'imbroglio politico ed intellettuale di chi oggi adopera quegli stessi termini, riforme e partecipazione, per fare l'esatto contrario.

Per questo Gallino aveva sempre più radicalizzato la sua collocazione politica. Non perché avesse cambiato il suo punto di vista riformatore, ma perché non era disposto a farlo assorbire da un sistema di potere che andava nella direzione opposta a ciò che riteneva giusto.

Fernando Santi, il leader storico dei socialisti della Cgil, quando il PSI di Nenni si orientò su posizioni che cominciò a criticare come troppo moderate, fu accusato di scivolare verso il massimalismo. Con una fulminante battuta, allora, il sindacalista rispose: non è vero che io sono diventato un estremista, io sono il riformista di sempre, sono gli altri che mi hanno scavalcato a destra. È una risposta che vale anche per Luciano Gallino. Mentre una generazione di intellettuali e politici di origine comunista, operaista, radicale, si innamorava della flessibilità del lavoro e della globalizzazione e ne diventava apologeta, egli si faceva rigoroso e implacabile contestatore dei "tempi moderni". Il sociologo olivettiano diventava no global senza cambiare di un millimetro il suo impianto culturale originale. E così ha condotto una dura, infaticabile lotta culturale contro l'egemonia del pensiero unico liberista, un impegno che lo ha collocato controcorrente rispetto al dogmatismo trionfante, ma che ne ha fatto il riferimento culturale di tutte le lotte contro le precarietà e il dominio autoritario del lavoro, contro la diseguaglianza sociale e le privatizzazioni. Con i suoi scritti Gallino faceva lotta di classe, quella lotta di classe che che denunciava essere diventata lo strumento dei ricchi contro i poveri, di chi ha il potere contro chi lo subisce.

Ma nel suo impegno Gallino manteneva sempre il rigore dello scienziato sociale, le conclusioni giungevano sempre alla fine di rigorose e dimostratissime analisi dei fatti. Per questo erano così fastidiose per un potere che vende senso e ideologia per cancellare i fatti, che vuol convincere che la ripresa economica è dietro l'angolo non perché sia vero, ma perché l'ottimismo economico aumenta i profitti. Gallino entrava sicuramente nella categoria non foltissima dei grandi professori integri, categoria tanto odiata dai giovani arrampicatori renziani formatasi negli spettacoli televisivi. Luciano Gallino era un gufo, saggio, acutissimo, che naturalmente vedeva lontano.

Nel suo ultimo libro, che non sapevamo sarebbe stato il suo testamento, Gallino scrive ai suoi nipoti e descrive la Doppia Crisi, economica ed ecologica del capitalismo. È un messaggio assolutamente radicale quello che manda alle nuovissime generazioni. Ha vinto il capitalismo peggiore, quello raccontato nel Tallone di Ferro di Jack London. Non ci sono aggiustamenti possibili all'orizzonte, ma bisogna perseguire cambiamenti radicali nel nome dell'eguaglianza sociale, della vita umana e della natura. L'Unione Europea è una dittatura finanziaria che ha distrutto le costituzioni democratiche e lo stato sociale europeo e l'euro è lo strumento del dominio liberista.

Gallino è così diventato NoEuro dopo un'analisi concreta della situazione concreta, grazie alla quale ha concluso che giuste riforme sociali possano realizzarsi solo con una profonda rottura del sistema attuale.

Già venti anni fa mi ero scusato con Luciano Gallino per quella mia polemica ingiusta nei suoi confronti. Abbiamo poi avuto un lungo impegno comune e solidale, ma ora voglio scusarmi di nuovo e ringraziare il grande scienziato sociale, sempre integro e per questo assolutamente radicale.

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