Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mercati finanziari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mercati finanziari. Mostra tutti i post

08/06/2026

Italia - La ricchezza finanziaria vola, mentre si ferma quella reale

Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026”, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” sono stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati azionari e il calo complessivo dell’inflazione.

La Capgemini ricostruisce il profilo al centro di questa ricerca come coloro che possiedono più di un milione di dollari in attività investibili (escludendo quindi la residenza principale, gli oggetti da collezione, i beni di consumo e i beni durevoli). La consistenza di questa categoria di super-ricchi è incrementata del 7,9% lo scorso anno, raggiungendo i 25,3 milioni di individui.

Parallelamente, la loro ricchezza totale è aumentata dell’8,7% su base annua, toccando la cifra record di 98.300 miliardi di dollari e segnando così il maggiore incremento su base annuale registrato dal 2018. Ma questo ammontare non è distribuito ugualmente nemmeno tra i “ricconi”: l’1% più ricco della popolazione dei milionari detiene il 34,8% del patrimonio totale della categoria.

La spinta maggiore all’aumento dei milionari, in termini percentuali, l’ha data l’area dell’Asia-Pacifico (+9,4%), in particolare in relazione all’espansione del mercato dei semiconduttori. Ma in termini numerici assoluti, sono stati gli Stati Uniti a registrare il primato dei nuovi ingressi in questa “élite”: l’incremento del 9,2% è pari a 736 mila nuovi milionari.

Il Medio Oriente è l’unica regione che ha registrato una contrazione della popolazione di milionari (-1,4%), a causa della situazione di instabilità. In Europa, invece, il loro numero torna a crescere. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto censisce un totale di 358.410 milionari, per un patrimonio complessivo stimato in 734,4 miliardi di dollari.

La maggior parte è costituita da coloro che Capgemini definisce “Millionaires Next Door” (soggetti con patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di dollari): oltre 342 mila individui con una ricchezza complessiva di circa 576 miliardi di dollari. Chi ha patrimoni che superano i 30 milioni di dollari sono circa 470 milionari, che insieme possiedono quasi 29 miliardi di dollari.

Una volta fatta questa panoramica dei “Paperoni”, bisogna però evidenziare anche l’origine del boom, sia dei numeri sia delle ricchezze. Essa va trovata, come accennato all’inizio dell’articolo, nell’andamento dei mercati azionari, sostenuti dalla fiducia nella crescita delle attività legate all’intelligenza artificiale (motore per la creazione di nuova ricchezza in cinque delle sei macro-regioni geografiche analizzate).

Nonostante la guerra commerciale sempre più spinta dell’amministrazione Trump, nel 2025 gli indici di Wall Street hanno segnato rialzi compresi tra il 13% e il 20%, risultati sostenuti anche dal taglio dei tassi di interesse che ha reso meno costoso accedere a prestiti per investimenti. In Europa, hanno agito motivazioni simili, con l’aggiunta dell’aumento delle spese in difesa.

Ma in sostanza, quello che emerge è che questa grande ricchezza apparsa nell’ultimo anno è parte di quella enorme bolla finanziaria che si sta accumulando nei mercati azionari, legata innanzitutto proprio alle Big Tech e all’intelligenza artificiale. Una ricchezza fittizia che non fa il paio con l’arrancare delle economie reali dei paesi occidentali, e che quindi non fa che ampliare le contraddizioni di sistema.

Il pericolo è proprio questo: che la bolla esploda, e che questa ricchezza fittizia svanisca, trascinando con sé, però, tanti salari e risparmi di semplici lavoratori e pensionati. Del resto, è questo l’iter che abbiamo vissuto più di una volta in un modello che vede sempre più milionari nonostante alle classi popolari si chiedano in continuazione sacrifici.

Fonte

04/03/2026

Iran - Tra le bombe, nominata la nuova “guida suprema”

Smentendo clamorosamente le dichiarazioni trionfalistiche di Tel Aviv, ieri, secondo cui l’intera “Assemblea degli esperti” sarebbe state annientata in un bombardamento a Qom, mentre sceglieva la nuova “guida suprema”, la stessa assemblea ha individuato in Mojtaba il successore. Evidentemente stavolta il Mossad è stato “depistato” e qualche suo terminale sarà in questo momento in cattive acque.

Smentita dell’ennesima “decapitazione” a parte, si tratta di una scelta forte soprattutto sul piano simbolico. Il che, trattandosi di una istituzione religiosa con ruolo “istituzionale”, ha grande rilevanza nel segnalare la continuità del sistema di governo anche nel pieno della guerra.

Mojtaba Hosseini, cinquantasei anni, è infatti il figlio secondogenito di Ali Khamenei. Nato a Mashhad nel 1969, aveva partecipato alla guerra contro l’Iraq dal 1987 al 1988 (quando Saddam, da alleato degli Stati Uniti, aveva provato a far cadere l’ancor giovane “repubblica islamica”).

Le fonti controllate dall’Arabia Saudita e dalla Cia, come l’agenzia Iran International con base a Londra, lo avevano indicato tra i più probabili successori già quando Khamenei aveva superato gli 80 anni. Negli ultimi giorni era stato ipotizzato che fosse stato ucciso o gravemente ferito assieme al padre.

Inutile dire che a questo punto diventa il primo obbiettivo dello Stato-killer votato al genocidio perenne... 

The Economist: il consumo quotidiano di missili intercettori supera la produzione annuale Usa

La rivista britannica The Economist ha riferito che gli stati del Golfo utilizzano quotidianamente, o ogni due giorni, un numero di missili intercettori superiore a quello che gli Stati Uniti possono produrre annualmente.

La rivista afferma che questi paesi avrebbero potuto consumare circa 800 missili intercettori PAC-3 o THAAD in due giorni. E ha fatto notare che la Lockheed Martin produce circa 600 missili intercettori PAC-3 all’anno.

Texas. Talarico vince le primarie “dem” e potrebbe rovesciare il voto di midterm

Il deputato statale James Talarico, 36 anni, ex insegnante di scuola media che si è costruito una reputazione nazionale unendo politica progressista e fede cristiana, ha vinto le primarie democratiche per il Senato degli Stati Uniti in Texas.

Da segnalare che anche l’altra candidata, Jasmine Crockett, appartiene all’ala “progressista”, a conferma del fatto che il vecchio establishment “dem” non ha più alcuna possibilità di tornare in sella neanche se Trum finisse sotto impeachment.

Le primarie repubblicane sono invece destinate a un duro ballottaggio tra il senatore in carica John Cornyn e il procuratore generale dello stato Ken Paxton, una figura chiacchierata per parecchie controversie legali e personali.

Gli strateghi di entrambi gli schieramenti riconoscono che un ballottaggio prolungato e duro potrebbe lasciare i repubblicani divisi in vista dell’autunno. Un colpo, eventualmente, per “l’armada” di Trump al Congresso, dove già ora mettere insieme una maggioranza è diventato complicato.

In fiamme il consolato Usa a Dubai

Il consolato Usa a Dubai è stato colpito nella tarda notte di martedì 3 marzo da un presunto drone iraniano. I video geolocalizzati e verificati dalla Cnn mostrano una colonna di fumo nero che si alza sopra l’edificio del consolato, visibile da una distanza considerevole.

Stretto di Hormuz bloccato, gli Usa si propongono come “assicurazione a pagamento”

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato il “controllo totale” dello Stretto di Hormuz, minacciando di bloccare una delle rotte petrolifere più vitali del Pianeta, attraverso la quale transita un quinto del greggio mondiale.

La risposta di Washington chiarisce quali siano “i valori” degli Usa: il presidente Donald Trump ha spiegato che le unità della Marina USA sono pronte a scortare le petroliere per garantire la continuità dei flussi energetici. Pagando una “polizza assicurativa” piuttosto consistente, ovvio... 

Israele attacca il Libano... per occuparlo

Il Libano è diventato il secondo fronte critico di questa guerra totale. Hezbollah ha intensificato il lancio di razzi e droni contro Israele dopo che l’Idf aveva unilateralmente attaccato. “Avvisi urgenti” di evacuazione estesi a 16 località nel sud del Paese, costringendo la popolazione ad abbandonare le proprie case che saranno attaccate subito dopo.

Le bombe hanno colpito anche aree precedentemente risparmiate dal conflitto, inclusi edifici residenziali a Baalbek, Aramoun e Saadiyat, oltre a un hotel nel cuore di Beirut.

Il ministero della salute libanese ha riportato la morte di decine di civili, tra cui tre paramedici dell’OMS, mentre l’ONU stima che oltre 30.000 persone siano già state costrette ad abbandonare le proprie case.

Cacciatorpediniere Usa colpito da missili

Un cacciatorpediniere degli Stati Uniti che stava facendo rifornimento da una nave cisterna americana nell’Oceano Indiano, a circa 650 chilometri al largo delle coste del sud iraniano, è stato colpito da Qadr-360 e dai missili Talaeiyeh della Marina dell’IRGC, si legge nel comunicato dell’Irgc. Secondo i rapporti dell’intelligence, c’è stato un ampio incendio sui ponti delle due navi, inviando pennacchi di fumo nel cielo dell’oceano.

Tracollano le borse asiatiche

Il whatever it takes di Donald Trump è distruttivo. Alla riapertura delle borse, stamattina, le parole in libertà del tycoon – “la guerra durerà quanto necessario” – hanno messo in moto un’ondata di vendite travolgente, visto che le prospettive di crescita, già scarse, con una guerra prolungata nel cuore della produzione di petrolio diventano impossibili da realizzare. La borsa di Seul perde addirittura il 12%, che si aggiunge al -8% di lunedì, mentre quella di Tokyo lascia sul terreno un altro 3,6%. Più tranquilla la borsa di Shangai (-0,6%).

In aggiornamento

Fonte

24/06/2025

Mercati finanziari “apatici”, nonostante le tensioni in Medio Oriente

Fino a qualche anno fa i mercati finanziari sembravano sensibili ad ogni “stormir di foglia”, nervosi e volatili di fronte ad ogni variabile che si presentava sullo scenario internazionale o sui mercati.

Ma la guerra in Medio Oriente, al momento, non sembra destabilizzare più di tanto le borse, al contrario quella che comincia a preoccupare e a far sorgere domande è proprio la loro apatìa di fronte egli eventi. Qualcuno parla ormai di “cinismo dei mercati” ben oltre la soglia fisiologica di un meccanismo che sul cinismo e la speculazione fonda la propria esistenza.

Dopo i raid Usa contro l’Iran, il prezzo del petrolio Brent era salito del 5,7%, fino a 81,40 dollari, il massimo da 5 mesi a questa parte. La fiammata però si era rapidamente esaurita e le quotazioni avevano virato in negativo. Lo stesso era accaduto al gas, salito di un pò dai 42 euro per Megawattora al Ttf in mattinata, ma poi in flessione dell’1% in chiusura, a quota 40,5 euro. Anche i future sul gas europeo non hanno risentito della ritorsione iraniana sulle basi militari Usa in Qatar in quanto la seduta all’Ice era già terminata quando ha iniziato a circolare la notizia di un imminente attacco iraniano in Qatar, Paese da cui proviene il 20% del l’offerta mondiale di Gnl.

Questa mattina alla Borsa di Milano, a causa del calo del prezzo del greggio, i titoli delle società legate al petrolio sono scesi: Eni (-4%), Tenaris (-3,3%), Saipem (-2,8%). Precipitano anche i prezzi del gas ad Amsterdam: -11,5% a 35,97 megawatt all’ora.

“Resta il fatto che i rischi nella regione non si sono spenti. E il mercato petrolifero a questo punto forse li sta sottovalutando” scrive oggi IlSole24Ore. L’Iran (o altri soggetti) potrebbero ancora colpire impianti nel settore Oil&Gas. “E ci sono molte opzioni meno rischiose e anche meno difficili da perseguire rispetto al tanto paventato blocco di Hormuz, che sta comunque spingendo molti armatori a minimizzare il tempo di permanenza delle navi nel Golfo, oltre a spingere al rialzo i costi di trasporto”.

A tranquillizzare Wall Street ci sono poi state le parole di Michelle Bowman. La vicepresidente della Federal Reserve, ha dichiarato che il momento per tagliare i tassi di interesse potrebbe avvicinarsi rapidamente. Non solo. Ha aggiunto di essere “più preoccupata per i rischi che incombono sul mercato del lavoro e meno del fatto che i dazi possano causare un problema di inflazione”.

Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt “La maggior parte degli investitori scommette che il conflitto rimarrà limitato, senza un impatto significativo sull’economia globale”. Anche sui dazi, mentre si avvicina luglio e la fine della tregua annunciata da Trump, “gli investitori scommettono che i dazi non arriveranno alla fine. Ma così facendo, nascondono problemi essenziali”.

IlSole24Ore, si interroga sul come mai in un contesto così incerto “i listini restino quasi impassibili, senza volatilità”. Anche perché l’apatia dura da almeno metà maggio. Le Borse non avevano reagito neppure quando Trump, nel weekend del 30 maggio, aveva raddoppiato i dazi su acciaio e alluminio dal 25 al 50%: il lunedì successivo l’indice delle Borse europee aveva perso appena lo 0,21%.

Gli investitori sono convinti che sui dazi Trump stia giocando una partita a poker, con tanto di bluff, ma che alla fine gli accordi verranno trovati. E sulla guerra in Medio Oriente ritengono l’escalation un’ipotesi residuale. Dunque, in generale, pensano che il conflitto in Medio Oriente avrà un effetto contenuto sull’economia.

Dunque se fino a poco tempo fa erano il nervosismo e l’ipersensibilità dei mercati finanziari ad essere fonte di preoccupazione, oggi sembra preoccupare anche la loro apatìa di fronte agli eventi. Un segnale non certo di vitalità, anzi il suo contrario.

Fonte

05/05/2025

La Cina e i dazi Usa

L’andamento ciclotimico dei mercati e dei media occidentali si nutre spesso di notizie poco verificate o di autentiche illusioni. Un sistema in crisi, del resto, fatica a fare i conti con la realtà perché ogni sforzo serio in questa direzione implicherebbe la necessità di riconoscere le cause del proprio stato.

Succede così che le borse crollino repentinamente all’annuncio dei dazi da parte di Trump e poi si risollevino in pochi giorni quando lo stesso presidente Usa sembra fare qualche marcia indietro. Specie nei confronti della Cina, al tempo stesso principale competitor strategico e fondamentale fornitore delle merci base per consumatori poveri, come sono diventati i ceti popolari yankee.

Venerdì scorso lo “scatto” è stato motivato sulla notizia che la Cina “era pronta a negoziare” a proposito dei dazi, dopo aver reagito con tariffe doganali al 125% sulle importazioni dagli Usa dopo che Trump aveva portato al 145% quelle sulle merci cinesi, provocando di fatto il blocco pressoché totale degli scambi commerciali tra i due paesi.

Se “i cinesi si arrendono e sono pronti a negoziare” – così hanno presentato i media una dichiarazione del Dipartimento per il Commercio di Pechino – allora si può ricominciare a far correre le valutazioni azionarie e tutte le speculazioni finanziarie ad esse collegate. Evviva!

Il problema è che le cose non stanno esattamente in questo modo...

Il comunicato ufficiale cinese dice in effetti una cosa parecchio diversa, anche se certo non significa una “chiusura”. Vale perciò la pena di riportarla integralmente:
La Cina afferma che gli Stati Uniti hanno inviato più volte segnali attivi per negoziare, avanzando condizioni.

La Cina ha dichiarato di aver notato le ripetute dichiarazioni da parte di alte cariche statunitensi, che esprimono la volontà di avviare negoziati con Pechino sulla questione dei dazi doganali. Inoltre, recentemente, Washington ha attivamente trasmesso messaggi alla parte cinese attraverso canali pertinenti [non solo chiacchiere davanti ai microfoni dei media, insomma, ndr], manifestando l’intenzione di dialogare. Al momento, la Cina sta valutando la situazione.

La Cina ha sottolineato che qualsiasi possibile dialogo o trattativa sarà inefficace se gli Stati Uniti non correggeranno le loro misure unilaterali errate, dimostrando così una mancanza di sincerità e danneggiando ulteriormente la fiducia reciproca. Se gli Stati Uniti dicono una cosa e ne fanno un’altra, questa strada è assolutamente impraticabile.

Recentemente, la Cina ha risposto alle varie dichiarazioni e azioni degli Stati Uniti.

Ora due punti sono chiari:

1. Le cosiddette “trattative già in corso” menzionate da Trump sono completamente infondate, frutto della sua fantasia, e la Cina ha già chiarito la posizione ufficiale;

2. Gli Stati Uniti hanno effettivamente inviato segnali di negoziato attraverso molteplici canali, e la Cina li ha ricevuti.

Tuttavia, l’evoluzione concreta della situazione rimane incerta, poiché una serie di azioni statunitensi rendono difficile fidarsi, soprattutto considerando le continue menzogne di Trump. Non è ancora chiaro se le ripetute richieste di trattative da parte degli Stati Uniti siano sincere o nascondano qualche stratagemma del governo Trump.

Pertanto, la condizione posta dalla Cina è chiara: gli Stati Uniti devono correggere i loro comportamenti illegittimi, dimostrando una reale volontà di dialogare. Solo allora la Cina aprirà le porte al negoziato.

La guerra economica, giunta a questo punto, deve avere un esito definitivo. La lotta funziona così: non si può agire in modo confuso, né tanto meno tornare indietro come se nulla fosse accaduto. Gli Stati Uniti devono imparare la lezione, provare il dolore delle loro azioni, e Trump deve capire che non è il “padrone del mondo” e non può fare tutto ciò che vuole.

Questa questione non riguarda solo gli interessi cinesi, ma anche quelli di tutti i popoli del mondo.
A noi il significato sembra piuttosto chiaro. Ma per non correre il rischio di dare valutazioni sbagliate preferiamo riportare anche la “spiegazione articolata” fornita da Chen Hu Dian Bing, un noto esperto militare cinese.
Questa mattina ho letto la risposta più recente del Ministero del Commercio alla richiesta degli Stati Uniti di avviare negoziati sulle tariffe. La notizia è stata pubblicata dall’agenzia Xinhua con il titolo: “Il Ministero del Commercio risponde sullo stato dei dialoghi e delle consultazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti”.

Il contenuto specifico è il seguente: un giornalista ha chiesto: “Recentemente, gli Stati Uniti hanno più volte affermato di essere in trattative con la Cina su questioni economiche e commerciali e di voler raggiungere un accordo. Il Ministero del Commercio ha ulteriori informazioni o commenti al riguardo?”

La risposta è stata: “La Cina ha notato che i vertici statunitensi hanno più volte espresso la volontà di negoziare con la Cina sulla questione delle tariffe. Inoltre, recentemente, gli Stati Uniti hanno attivamente inviato messaggi alla Cina attraverso canali rilevanti, auspicando l’avvio di trattative”.

A questo proposito, la Cina sta “valutando”. Segue un lungo passaggio che, in sintesi, afferma: “Se si vuole combattere, siamo pronti; se si vuole negoziare, la porta è aperta”.

Avete notato? Questa volta, la risposta del Ministero del Commercio è un po’ diversa dal solito. Innanzitutto, il momento è particolare: il 2 maggio, durante le vacanze del Labor Day. Inoltre, l’orario di pubblicazione della notizia da parte di Xinhua è stato alle 8:28 del 2 maggio. Un orario insolito, persino in un normale giorno lavorativo, figuriamoci durante una festività.

Oltre al tempismo, anche il contenuto è insolito. Perché? La chiave sta in tre parole: “valutazione in corso”. In passato, la risposta sarebbe stata semplicemente che si trattava di “notizie false”. Questa volta, invece, vengono forniti dettagli: la Cina ha notato le ripetute dichiarazioni degli Stati Uniti, che hanno anche inviato messaggi attraverso canali terzi per chiedere negoziati. Questo non è più un dialogo a distanza, ma una comunicazione diretta.

La parte più interessante è proprio la frase: “A questo proposito, la Cina sta valutando”. Cosa significa “valutare”? Significa analizzare la posizione negoziale delle due parti, capire qual è il vero obiettivo del “ricatto tariffario” americano e quanto la Cina possa resistere. Solo con una valutazione chiara si potrà negoziare in modo efficace.

Ieri ho letto un commento di Ning Nanshan, che affermava: “Tutto il mondo sta aspettando il maggio degli Stati Uniti”. Ha menzionato un punto interessante: Trump ha annunciato le “tariffe equivalenti” il 2 aprile e il 9 aprile ha dichiarato che, per 75 paesi che non adottano ritorsioni, le tariffe sarebbero state sospese per 90 giorni, ridotte al 10%. Per la Cina, invece, lo stesso giorno è stato annunciato un aumento del 125%. Da allora sono passati più di 20 giorni.

Sappiamo che il trasporto di merci dall’Asia e dall’Europa verso gli Stati Uniti richiede circa un mese. Quindi, a maggio, gli USA si troveranno ad affrontare due situazioni:

1. I prezzi delle merci arrivate negli USA saranno aumentati a causa delle tariffe.

2. Soprattutto, la quantità di merci arrivate diminuirà drasticamente, entrando in una fase di esaurimento delle scorte.

Ning Nanshan ha sottolineato che questo è un momento cruciale per valutare quanto del “ricatto tariffario” americano sia reale e quanto sia solo una minaccia. Più il tempo passa, più gli USA mostreranno le loro carte.

Ma è necessario aspettare che gli USA siano completamente scoperti prima di negoziare? Non necessariamente, perché anche la Cina subisce perdite e pressioni. Ecco perché serve una “valutazione”: per capire come affrontare la situazione prima che accada. Più si aspetta, più chiaro sarà il quadro, ma la valutazione richiede tempo.

Ora resta da vedere come reagiranno gli USA alla risposta del Ministero del Commercio cinese. La “guerra tariffaria” è un gioco di strategia e coraggio. Ma il coraggio da solo non basta: serve anche l’intelligenza, che si manifesta nella comprensione delle posizioni reciproche. “Conosci te stesso e il tuo nemico, e vincerai cento battaglie”. La frase “valutazione in corso” riflette proprio questo principio.
Nessuna fretta, insomma, e soprattutto nessuna “resa”. Si stanno attendendo gli effetti concreti dei dazi di Trump, soprattutto sul piano interno agli Stati Uniti, e quindi – in base a quegli effetti – i reali cambiamenti nell’impostazione aggressiva data alla politica commerciale tra i due paesi.

Dopo, e solo dopo, si comincerà a vedere se e come “trattare”.

Tanta olimpica calma non è soltanto “il classico modo cinese di fare”, ma la prova concreta che i dazi – sicuramente dannosi anche per l’economia di Pechino – faranno certamente più male agli Stati Uniti che li hanno voluti. Un po’ come le sanzioni europee alla Russia insomma...

L’euforia di borsa dello scorso fine settimana sembra perciò più un fuoco di paglia alimentato da un’illusione sul “rapido ritorno alla normalità” e su una “trattativa da una posizione di forza Usa”, che non una manifestazione di potenza residua del capitalismo.

Ma vi sembra il modo in cui si può gestire ancora a lungo un sistema mondiale (e l’informazione relativa)?

Fonte

19/03/2025

«Sta per crollare tutto» si sussurra nei corridoi della finanza

I venti di recessione portano con sé la crisi del debito che rischia di travolgere le principali economie mondiali. Se non si riesce più a rassicurare i mercati, che se ne parli poco ai cittadini, ai piccoli risparmiatori. Inutile girarci intorno: il debito di Usa, Europa e Giappone è ai massimi storici. Ma è il più grosso, quello americano, che determina le sorti degli altri.

Superpotenza americana sulle spalle economiche del mondo

I mercati obbligazionari sono tutti in difficoltà, ma sono i titoli di Stato Usa, i ‘Treasury’ decennali che non accennano a scendere. L’ultima volta che hanno toccato questi livelli è stato prima del crollo del 2007. La domanda che la politica mette con la polvere sotto il tappeto è: a che punto della crisi del debito ci troviamo? E soprattutto, per quanto è ancora sostenibile?

Il debito ha le sue regole costanti

Gli economisti che hanno analizzato una cinquantina di cicli economici dal 1700 a oggi, hanno rilevato che il debito segue sempre lo stesso andamento ciclico: si parte da un debito basso con il sistema di famiglie e imprese che prende a prestito per investimenti produttivi (il debito “buono”). In una seconda fase si forma la bolla del debito a causa dei tassi troppo bassi e del credito troppo facile. I valori immobiliari e finanziari iniziano a gonfiarsi.

Nella terza fase la bolla raggiunge il suo picco, il rischio per le banche di essere ripagate diventa elevato e queste iniziano a ridurre i prestiti. Si inizia a fiutare il problema e i mercati diventano instabili.

Quarta fase: gli investitori disinvestono dai titoli di Stato che aumentano i rendimenti per diventare più attrattivi, ma rendendo il debito pubblico ancora più costoso a causa degli interessi passivi. Le banche centrali intervengono, stampano moneta con il bazooka tipo il famoso wathever it takes di Mario Draghi.

La quinta ed ultima fase del ciclo è quella della crisi conclamata. Il debito non genera più crescita economica, ma serve solo a generare altro debito per pagare gli interessi. Diciamolo pure sottovoce, ma noi siamo qui.

1000 miliardi di dollari di interessi

Le banche centrali di Usa, Ue e Giappone con politiche ultra-espansive per anni hanno stampato denaro e tenuto bassi i tassi per rilanciare l’economia, ma ora sono in un vicolo cieco. Lo Stato americano, il più indebitato al mondo, paga 1000 miliardi di dollari all’anno di interessi. Il segnale di tutte le crisi è la fuga degli investitori dagli asset tradizionali: l’oro è ai suoi massimi e molti cercano soluzioni di rifugio nei bitcoin. Quando anche una banca centrale investe in oro o in bitcoin per far riserva come vuole fare Trump, significa che sta proteggendo sé stessa da un rischio crescente.

Veniamo alle prossime mosse

La settimana finanziaria metterà sotto i riflettori una decisione sui tassi di interesse della Federal Reserve con la pubblicazione il 28 marzo prossimo dei dati sulle vendite al dettaglio (per i prezzi al consumo del mese in corso bisognerà attendere il 10 aprile). Le preoccupazioni per una recessione hanno spinto gli operatori finanziari a ipotizzare una riduzione dei tassi più rapida da parte della Fed. Al momento i mercati scommettono su un allentamento monetario medio di 70 punti base, in due o tre tagli nel corso del 2025, ma per la prima riduzione bisognerà attendere quasi sicuramente giugno.

Trump e Musk, miliardari con grossi problemi

Donald Trump vuole fortemente un abbassamento del costo del denaro e non è escluso che stia soffiando volutamente sul fuoco della recessione per accelerare la decisione della Fed. Perché? Il debito Usa ha 9.200 miliardi di dollari da rifinanziare nel 2025. Ai tassi attuali (4,32%) il problema non farà che ingrandirsi perché al debito si aggiungeranno i suoi oneri. Invece, con una recessione alle porte e il ritorno del denaro a basso costo, rifinanziare il debito costerebbe di meno. Infatti, quando il panico prende il sopravvento gli investitori scappano dal mercato e si rifugiano nei titoli di Stato. I rendimenti scendono e il governo può emettere più debito a tassi più bassi. Con il mercato azionario che viaggia tra correzione (-5%) e bear market, il mercato oro (-20%), il cambiamento di politica monetaria diventa un imperativo.

Crisi per scaricarci addosso il debito Usa

La scommessa di Trump è di schiacciare al ribasso il rendimento del titolo decennale. Anche a costo di far pagare il conto a Wall Street (le Big Tech si possono permettere una piccola cura dimagrante). L’età dell’oro promessa dal biscazziere di Washington è alleggerire il peso degli interessi, tenere a freno il debito e offrire al più presto agli americani un grosso sconto su immobili, azioni e bitcoin. Per poi ricominciare il suo gioco, rien ne va plus, les jeux sont faits.

Fonte

Niente sta andando bene, i giochi sono realizzati

12/03/2025

Scoppia la “bolla”, l’incertezza regna

Attesa, temuta,esorcizzata, la “correzione” nei mercati azionari è finalmente arrivata. Pare.

Le borse di tutto il mondo, ieri, hanno registrato pesanti ribassi, ma niente in confronto ai titoli dei “Magnifici Sette” di Wall Street: Tesla ha perso il 15% (la peggiore giornata dal 2020, scendendo di oltre il 50% rispetto a dicembre), mentre Morgan Stanley e Goldman Sachs sono cadute rispettivamente del 6,4% e del 5%, nVidia è scesa del 5,1%, Meta (Facebook) del 4,4%.

Il colpevole è stato immediatamente identificato in Donald Trump, che con le sue dichiarazioni avventate, a mercati aperti, non ha escluso che l’inflazione possa aumentare e che una recessione possa verificarsi in tempi brevi come effetto delle sue scelte in campo macroeconomico (ha aperto la guerra dei dazi con tutto il resto del Mondo).

Naturalmente ha anche “previsto” che queste due sciagure saranno in ogni caso “temporanee”, ma che subito dopo “gli americani torneranno a guadagnare così tanti soldi da non sapere come spenderli”.

Trombonate a parte, tutti i più seri analisti sanno – e dicono, magari a mezza voce – che in realtà Trump e la sua scombiccherata amministrazione sono soltanto lo spillo che sta bucando la bolla speculativa cresciuta negli anni a ridosso dei settori hi tech (piattaforme e intelligenza artificiale). La quale fin qui ha nascosto la voragine aperta sotto i piedi della superpotenza Usa: il doppio debito (pubblico e privato) e il doppio deficit (commerciale e statale).

Neanche il “privilegio spropositato” che garantiva il dollaro può più coprire la realtà di un paese indebitato, squilibrato, deindustrializzato, diseguale al proprio interno quanto lo è sul piano globale, affaticato e anche militarmente molto meno efficiente.

Chiunque avesse vinto le elezioni presidenziali, insomma, avrebbe dovuto tagliare pesantemente la spesa pubblica (con forse qualche differenza sulle voci di spesa da sacrificare), tirare giù la saracinesca sulla guerra in Ucraina, ridurre la propria presenza militare in Europa (prima come spesa, poi anche come uomini e basi), per concentrarsi sul Pacifico, dove la Cina è ormai prima potenza e cresce il ruolo dell’India (tre miliardi di persone, insieme).

Lo “stile Trump” è però perfetto per rompere gli schemi consolidati e apparire perciò “rivoluzionario”, presentare in forma di ultimatum quel che prima sarebbe stato intimato nel chiuso di una stanza, e farne anche il parafulmine di tutto quello che non va, quando non va.

C’è da dire che le botte subite dai “Magnifici sette” in borsa sono lo specchio preciso del blocco sociale che supporta Trump. Capitale d’assalto delle piattaforme social, dell’auto elettrica e dell’aerospaziale, finanza creativa... tutti settori ad altissimo tasso di profitto, che hanno garantito agli “azionisti” ritorni favolosi e il dominio del mercato.

E alla fine hanno garantito anche il controllo pieno della politica Usa, conquistando lo Stato con l’intenzione dichiarata di stravolgerne le strutture portanti. Il DoGE (nuovo “ministero” per l’efficientamento dell’amministrazione pubblica, affidato proprio ad Elon Musk) rappresenta forse la principale chiave di volta del “nuovo corso”, insieme naturalmente al pesante ridimensionamento della spesa militare e dello stesso “complesso militare-industriale”.

Ma anche tagliare la spesa pubblica richiede qualche competenza che evidentemente manca tra gli ipertecnologici delle piattaforme, più avvezzi alla logica degli algoritmi che non a quella del mondo fisico.

Un esempio a suo modo clamoroso è il previsto, drastico, taglio alla ricerca scientifica, definita “inefficiente” perché il 99% circa dei programmi di ricerca finanziati non produce i risultati sperati. Anche il meno dotato dei ricercatori potrebbe però spiegare che la ricerca scientifica avviene “per prove ed errori”, visto che non si sa mai prima se l’ipotesi da cui parte una ricerca è giusta oppure no.

Ma anche dai “fallimenti” si impara quanto serve per affinare le successive ricerche, aggiustando il tiro, e arrivare infine a quei “successi” che cambiano la vita dell’umanità.

Ovvio che un simile “spreco” faccia orrore ad un amministratore delegato, per il quale ogni spesa è un investimento che “deve” produrre entrate maggiori.

Ma governare un paese è tutt’altra cosa rispetto a dirigere un’azienda. Le variabili di cui tenere conto sono infinitamente di più, ma soprattutto non si possono “sopprimere” componenti senza le quali un paese semplicemente collassa.

Persino il “fare la guardia” a un edificio può essere considerato un “lavoro inutile”, uno stipendio da tagliare, sostituibile con sensori e telecamere. Ma se quell’edificio contiene elementi vitali per il funzionamento dell’insieme (per esempio la stessa Casa Bianca), non è proprio possibile affidare la protezione alle sole tecnologie.

Nel caso anche remoto di un attacco, insomma, ci devono essere uomini e mezzi pronti per farvi fronte. E che magari per decine di anni vengono stipendiati, formati, ecc. senza che facciano assolutamente nulla di “produttivo di valore”.

In questo senso “i mercati” reagiscono come se stessero solo ora intuendo che la nuova America trumpiana agisce – paradossalmente – come i singoli “investitori dominanti” sognavano. Ma che questo “nuovo fare” non corrisponde a quello che serve all’insieme degli investitori.

I dazi, dicono in molti, possono favorire un po’ il paese che li impone per primo, specie se grande e forte. Ma “i mercati” fanno affari a livello mondiale, e la turbolenza che l’azione unilaterale crea – specie se questa azione è fatta da un soggetto “pesante” – mette in crisi radicale la condizione principale del business: la prevedibilità razionale delle aspettative.

Benvenuti nell’era dell’incertezza, tra bolle e guerre che esplodono in successione.

Fonte

09/02/2023

Disney e Zoom licenziano ma guadagnano in Borsa

È un mondo sbagliato quello che vede salire in Borsa le aziende che decidono di mettere in mezzo alla strada migliaia di lavoratori.

Nel settore delle aziende tecnologiche, l’annuncio del licenziamento di 1.300 dipendenti di Zoom segna l’ultimo round di tagli di posti di lavoro nel settore con Google, Microsoft e Salesforce che hanno annunciato piani per licenziare migliaia di dipendenti.

Nonostante l’annuncio dei pesanti tagli al personale, le azioni di Zoom in Borsa hanno chiuso in rialzo del 9,8%.

Lo stesso accade per la Walt Disney che intende licenziare 7.000 dipendenti, il 3% del totale, nell’ambito di un piano di ristrutturazione che punta a realizzare 5,5 miliardi di dollari di risparmi nei prossimi cinque anni. Ma i cosiddetti “mercati” come di consueto in questi casi, apprezzano la decisione. Il piano di licenziamenti a Wall Street, ha visto salire il valore delle azioni della Disney fino al 9% nelle contrattazioni.

Eppure, secondo Fortune, la Disney prevede una trimestrale sopra le attese, con utili e ricavi in rialzo. I ricavi sono saliti dell’8% a 23,5 miliardi, mentre l’utile è aumentato a 1,28 miliardi.

È decisamente un mondo malato quello che vede premiare dai mercati il peggioramento delle condizioni di vita di chi lavora. Va preparata una cura da cavallo per guarirlo.

Fonte

05/01/2023

Amazon. Esaurito l’effetto pandemia. Migliaia di licenziamenti ma la Borsa gioisce

Il gigante del Big Tech Amazon Inc. ha deciso di licenziare complessivamente più di 18mila dipendenti confermando la profonda crisi che sta attraversando il settore tecnologico. L’amministratore delegato Andy Jassy ha annunciato al personale il piano di licenziamenti con una nota il 4 gennaio.

Inizialmente i tagli avrebbero dovuto interessare circa 10mila dipendenti, ma secondo quanto rivela il Wall Street Journal saranno quasi raddoppiati. Le lettere di licenziamento arriveranno ai lavoratori a partire dal prossimo 18 gennaio. I licenziamenti rappresentano il sei per cento della forza lavoro di Amazon negli Usa composta da circa 300mila lavoratori.

La società ritiene di aver assunto troppe persone durante la pandemia e che le prospettive dell’azienda si siano complicate negli ultimi mesi. I licenziamenti in Amazon accompagnano quelli di altre aziende del Big tech – da Facebook a Twitter – che hanno deciso di tagliare il personale ritenendo di aver sopravvalutato l’onda lunga del business esploso durante la pandemia di Covid.

Inutile sottolineare che i licenziamenti di lavoratrici e lavoratori sono stati valutati positivamente in Borsa e dagli investitori.

Questi ultimi hanno scommesso su un aumento dei profitti della società, mentre le azioni di Amazon sono salite di quasi il 2% negli ultimi scambi dopo che il Wall Street Journal ha riportato per la prima volta il piano di licenziamenti dell’azienda.

La società ha fatto sapere che nessuna decisione è stata presa per l’Italia, dove il gruppo attualmente conta circa 17mila occupati.

Fonte

27/10/2022

“Sovranità”. Vietato parlarne perché non è più “del popolo”

Se le parole sono i “mattoncini” con cui costruiamo un discorso, ossia nella nostra testa diamo un certo ordine al mondo, è evidente che non ci possono essere “parole vietate”. Fatta salva la “buona educazione” nei rapporti umani quotidiani, anche le parolacce hanno spesso un senso e una funzione.

Naturalmente ci possono essere discorsi ed ideologie odiose, o comunque all’opposto di quanto noi pensiamo. Discorsi che “declinano” parole, concetti e categorie secondo un altro ordine, con diverse e contraddittorie sfumature di significato.

Ma nessuno che pretenda di essere un umano pensante può rinunciare all’uso di determinate parole (concetti, categorie, ecc.) soltanto perché usate da avversari, anche se assolutamente da combattere.

Il risultato sarebbe – ed è, in quella che continua truffaldinamente ad autodefinirsi “sinistra” – perdere interi blocchi di vocabolario, o arrivare a pretendere di parlare e/o riconoscersi in base ad una lingua privata, una specie di “esperanto politically correct” comprensibile solo a chi lo condivide.

Un po’ – anzi, tanto – come i giochi di parole o le convenzioni verbali che si stabiliscono in una cerchia di adolescenti per “segnare il confine” tra chi appartiene al gruppo e chi no.

Non esistono insomma parole proibite, ma solo l’uso intenzionalmente distorto delle parole. Prendiamo un esempio che dovrebbe essere famoso, “a sinistra”: razza.

Albert Einstein smontò ogni possibile argomentazione razzista con una definizione quasi scientifica: “La razza ce l’hanno i cani” (e anche altre specie di animali, chiaro...). Perché “c’è una sola razza, quella umana”.

Distruggeva insomma l’uso fascista di un termine, intenzionalmente investito di significati negativi per indicare gruppi etnici, sfumature di colore della pelle, appartenenze religiose, convinzioni politiche, ecc., la cui eliminazione – nella loro testa bacata – avrebbe consentito di liberare il mondo per metterlo a disposizione di una “razza superiore”. Aushwitz e altri lager stanno lì come “inveramento” di quel “discorso”...

In altri termini, Einstein affermava che di fronte alla “revisione linguistica” nazifascista non bisognava affatto arretrare lasciando loro la “proprietà esclusiva” di quella ed altre parole, ma occorreva affermare o ri-affermare un altro significato, un altro uso, un altro ordine del discorso. In cui “razzista” è semplicemente un giusto insulto, non un motivo di orgoglio.

Farsi scippare le parole significa invece restare muti. O diventare scemi.

Anche perché i fascisti, da sempre, “rubano” termini, sigle e parole proprio alla sinistra. Non ce la fanno a produrne di proprie, insomma, e si limitano a sfilarcene alcune, rendendole o inservibili (perché socialmente il significato che si afferma dopo non corrisponde più all’oggetto) o “maledette”. Lo si è visto in questi giorni, con la demente querelle sul ministero dell’agricoltura, furbescamente rinominato della “sovranità alimentare”.

Questa contesa, oltretutto, non avviene in un contesto neutrale, ma vede l’intervento prepotente dei grandi mass media, che provano ad imporre il loro linguaggio, i loro significati, la propria “scala dei valori”. O meglio, quella dei loro azionisti di riferimento.

L’”antifascismo padronale” sta sempre tutto sul piano linguistico, mentre sul piano pratico e istituzionale la sintonia con i fascisti è pressoché totale. Anche perché la presenza dei fascisti, e il loro “furto” di parole, consente di eliminare dal discorso pubblico una serie di concetti che normalmente potrebbero portare ad individuare i reali portatori di interessi alla base di determinate scelte di politica economica.

Abbiamo provato già altre volte a de-codificare l’abuso del termine “sovranismo”, rilevando come la ultradecennale campagna condotta sotto questo vessillo sia in realtà un sofisticato tentativo di occultare i veri detentori del potere decisionale nel sistema neoliberista occidentale, e specificamente europeo.

Un tentativo, in gran parte riuscito, di cambiare nome all’antico nazionalismo, spiazzato dalla “globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.

Per capirci qualcosa bisogna guardare ai fenomeni reali e poi vedere se le parole descrivono davvero certe dinamiche oppure sono abbagli, o peggio ancora “veli di Maya” posizionati appositamente per non far capire niente.

La mondializzazione del modo di produzione capitalistico, l’apertura senza limiti dei mercati e delle relazioni commerciali, aveva sicuramente distrutto le basi materiali di ogni ipotesi “nazionalista”, intesa oltretutto alla maniera fascista: autarchia e “impero” coloniale. Sopravvive, certo, ma in circoli microscopici per decerebrati...

Ma allo stesso tempo ha distrutto le basi materiali della democrazia parlamentare liberale, ovvero l’identico spazio (lo “Stato-nazione”) che dal ‘700 costituisce anche il campo di gara della lotta di classe che tutti abbiamo in mente. O perlomeno del suo normale sbocco politico (la “conquista del potere politico”, ovvero dello Stato in senso lato, secondo le lezioni di Lenin, Mao, Fidel, ecc.).

Se democrazia liberale, fascismo e rivoluzione socialista vengono spiazzati dalla stessa trasformazione allora è a questa che occorre rivolgere lo sguardo con gli strumenti dell’analisi scientifica (ovviamente marxiana), prima di provare a “nominare” i vari momenti e i diversi approcci culturali.

Com’è noto, invece, tutto il devastato ambito chiamato “sinistra” – anche quella più radicale e antagonista – ha rinunciato pressoché subito, forse spaventata dalla complessità dello sforzo da fare o magari dalla sensazione di impotenza che coglie sempre chiunque provi a misurarsi con una potenza apparentemente infinita.

E dire che proprio nella sinistra rivoluzionaria, già negli anni ‘70, era stata individuata con molta chiarezza la “crisi dello Stato-nazione” e della “democrazia” di fronte all’affermarsi di un altro tipo di impresa: quella multinazionale, che non solo non conosce confini geografici (se non quelli imposti da altri poteri, di altra natura), ma dispone di risorse finanziarie superiori a quelle di molti Stati nazionali, persino nel “centro” imperialistico.

Cinquanta anni non sono passati invano. La caduta del Muro e dell’URSS ha messo a disposizione di quel tipo di capitalismo spazi, risorse fisiche e umane di proporzioni colossali, consentendo di rinviare il redde rationem con la crisi e l’emersione di un sistema finanziario praticamente slegato dai vincoli – e dalla tempistica “lunga” – della produzione di merci.

Quel potere multinazionale si è insomma ingigantito, grazie anche alla possibilità di “creare moneta dal nulla” con gli strumenti della “finanza creativa” (speculativa, tipo i “prodotti derivati”, ecc.) e la copertura illimitata del dollaro statunitense (fiat money dall’agosto 1971).

In questo scenario mutato è lentamente sorta la domanda centrale di ogni visione politica: dov’è ora il cuore del potere politico? O meglio: chi decide davvero del corso del mondo, senza avere al di sopra di sé un potere decisionale più forte? Insomma, secondo la definizione data anche dalla Treccani, “chi detiene ora la sovranità?”

Non certamente i popoli, come pure recita ancora la nostra Costituzione, nata – si può purtroppo dire – all’inizio del tramonto dello Stato-nazione, quando l’imperialismo Usa aveva già stabilito (col Piano Marshall e la Nato) i limiti invalicabili entro cui l’autonomia decisionale di questo e altri paesi europei poteva essere esercitata, pena l’inizio di una vera e propria guerra (non metaforica, vista l’esperienza che l’Italia ha fatto con le stragi organizzate spesso dall’interno del Comando Nato di Verona).

E neanche più le “borghesie nazionali” hanno la possibilità di esercitare pienamente “la sovranità”, naturalmente.

Neppure quella statunitense, che ha dovuto sperimentare – proprio grazie alla “globalizzazione” che doveva rappresentare la sua vittoria sul mondo – un progressivo sfarinamento della “capacità progettuale ed operativa”, visto che buona parte del suo patrimonio industriale prendeva la via delle delocalizzazioni, alla ricerca del costo del lavoro più basso possibile.

Qui sorge una prima necessità “categoriale” che obbliga a ripensare, se non le parole con cui identifichiamo il “nemico di classe”, quanto meno le caratteristiche principali che questo ha assunto nel frattempo.

“La borghesia”, insomma, se anche non era mai stata una classe omogenea – pur essendo in ogni sua componente una classe di sfruttatori – oggi va analizzata per quel che è diventata.

Anche quando lo Stato-nazione era il suo ambito naturale (con più o meno proiezione imperialistica esterna) si usava distinguere, grossolanamente, tra “grande”, “media” e “piccola”. E certamente le due ultime figure sono praticamente immutabili, un demi monde, un impasto terribile di “invidia” verso chi ha di più e di terrore verso chi ha nulla, perché rappresenta il baratro in cui ha paura di cadere.

Ma “grande” non significa più molto. “Quanto” grande deve essere una società – finanziaria o industriale fa lo stesso, entro alcuni limiti – per essere influente sulle dinamiche planetarie? O comunque per influenzare le decisioni delle grandi potenze euro-atlantiche?

Non si tratta di “fare i nomi” (ne vengono in testa sempre molti), perché ormai – come Marx aveva provato inutilmente a spiegare – “il capitale” è una funzione, non “un padrone” con indirizzo, carrozza e bombetta.

Il capitale è in grande prevalenza gestito da manager per conto di azionisti. Ed ovviamente più grandi sono i pacchetti azionari più grande è la possibilità di indirizzare le scelte strategiche dell’azienda; e dunque, direttamente o meno, anche quelle dei governi (in proporzione alla potenza di ogni paese).

Ma è allora un insieme di manager e grandi azionisti, intercambiabili senza problemi, da un’azienda ad un’altra, o addirittura dalle poltrone dei consigli di amministrazione a quelle ministeriali, a costituire la struttura portante della “borghesia multinazionale”.

L’unica che abbia perciò la forza di piegare al proprio volere Stati anche potenti, con il soft power del debito e degli investimenti.

Ricordiamo, en passant, un altro colpo di genio del neoliberismo trionfante: impedire agli Stati di finanziarsi manovrando sul tasso di cambio della moneta e attraverso l’intervento della banca centrale sul mercato dei titoli di stato.

In questo modo ogni Stato, persino gli Usa (ma in misura molto minore, per una serie di ragioni troppo lunga da spiegare in questa sede), si è ritrovato impiccato al cappio del “debito pubblico” e dunque obbligato ad agire in modo da non preoccupare troppo “i mercati”. Ossia la stessa borghesia multinazionale sotto un nome ancora più sfuggente e presuntamente “neutro”.

Citiamo spesso il caso dell’Italia, che fece questa scelta sciagurata addirittura nel 1981 (ministro Beniamino Andreatta, democristiano), escludendo la Banca d’Italia dal novero degli operatori abilitati ad intervenire in sede d’asta di collocazione dei titoli di stato.

Allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%, come poi prescritto dal trattato di Maastricht. Ma ai liberisti al governo sembrava una buona idea quella di crearsi un “vincolo esterno” – di “mercato”, in quel caso – per obbligare i governi futuri a limitare la spesa pubblica.

Che era poi il modo con cui un paese privo di una borghesia di livello multinazionale – a parte la Fiat e ben poco altro – finanziava gli investimenti industriali, stemperava il conflitto sociale tramite il welfare, preparava generazioni culturalmente all’altezza del futuro, articolava socialmente la stessa democrazia parlamentare liberale, ecc..

Poi arrivò Maastricht e il salto di qualità dell’Unione Europea, che istituzionalizzava i “vincoli esterni” moltiplicandoli fino a sussumere “sovranità” in molte materie (dalla politica di bilancio a quella monetaria – con l’euro – a quella estera e militare, in coabitazione con la Nato).

Ma neanche la UE – una istituzione sovranazionale, un super-Stato in costruzione – pur costruita per creare un ambiente migliore per il capitale multinazionale con base nel Vecchio Continente, può dirsi indenne dalla sovradeterminazione contemporanea dei “mercati” e degli Stati Uniti.

Lo si sta vedendo fisicamente con la guerra in Ucraina, che sottopone l’economia continentale ad uno stress energetico e finanziario indotto da sanzioni suicide, oltre che dagli “obblighi” di sostegno a un regime che guarda a Washington più che a Bruxelles.

Torniamo dunque al nostro quesito pre-linguistico.

In questo quadro continentale e italiano, a chi appartiene la sovranità?

Certamente ai “mercati”, ossia alla borghesia multinazionale. E non ci sono “ambiti democratici” entro cui quel soggetto – che appare al tempo stesso incorporeo e assolutistico – possa essere costretto a una contrattazione, a una mediazione, a considerazioni diverse dal puro vantaggio per sé.

Le esperienze del governo Tsipras in Grecia, così come quelle dei governi Berlusconi o Conte 1 (con M5S e Lega) stanno lì a dimostrare che “non c’è alternativa”. Né di destra, né di sinistra. “I mercati” pretendono obbedienza, altrimenti “ti rovinano”.

Proprio come fanno quelle multinazionali che arrivano, prendono “aiuti” dallo Stato per mantenere l’occupazione, si appropriano del know how e di fette di mercato, e poi se ne vanno dove il lavoro costa ancora meno, desertificando un panorama industriale un tempo florido.

Però certo non è simpatico, per i governi nazionali o quello europeo, e ancor meno per il sistema dei media, dover chiamare alla guerra e ai sacrifici per l’austerità in nome del fatto che “stiamo qui a difendere i valori della democrazia e della libertà” e – contemporaneamente – dover ammettere che la decisione vera, la sovranità assoluta, sta in un luogo inattingibile per i “liberi cittadini”. Ovvero “i mercati” e i loro rappresentanti istituzionali di prima istanza (banche centrali, governo Usa e UE).

Sorgerebbe pure la domanda conseguente: ma se la decisione finale sta altrove, che votiamo a fare? Che senso ha questa ignobile farsa di “libere elezioni” per scegliere qualcuno che poi dovrà servire altri padroni e proprio per questo sfilarci anche le mutande prendendoci per di più a manganellate?

Si capisce, insomma, perché e da dove nasca tutto questo bisogno borghese di “combattere il sovranismo”. Così come si capisce perché ogni presunto “sovranista” che arriva al governo, per prima cosa, fa giuramento di obbedienza ai mercati e alle imprese. Che “non vanno disturbate”. A qualsiasi prezzo, tanto ce lo faranno pagare a noi...

Non si può nominare la sovranità perché non appartiene più “al popolo”. E anche parlarne può diventare pericoloso, perché costringe a pensare come cavolo stiamo ridotti. Alla schiavitù, insomma...

Questo è, cari compagni. Se volete ragionare almeno un po’ concretamente, invece di sfarfallare citando titoli di giornali e mozziconi di tg, guardate la realtà. Poi datele un nome che le calzi come un pennello.

Fonte

19/10/2022

I “mercati” comandano, Liz Truss obbedisce e tracolla

La fine del “programma Truss”, dal nome della neo e già quasi ex premier britannica, è probabilmente il più rapido e drastico fallimento politico della storia recente.

In neanche un mese di vita, la signora che voleva ripetere le gesta di Margareth Thatcher (fine anni ‘70) copiandone persino alcune delle misure di politica economica è stata costretta a licenziare il Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle finanze) e accettare di nominare al suo posto uno dei suoi antagonisti nel partito conservatore, Jeremy Hunt, che ha semplicemente cancellato il “mini budget” che aveva provocato il crollo della sterlina, dei titoli di stato (Gilt) e anche dei fondi pensione britannici.

La misura più appariscente era un radicale taglio delle tasse “per tutti”, ovviamente spalmato in misura assai differente tra imprese e superricchi (altissimo) e lavoratori o pensionati (un’elemosina). Appare perciò ancora più chiara l’inversione di marcia prevista dal “piano Hunt”: verranno aumentate le tasse per 32 miliardi di sterline l’anno e non sarà prorogato il tetto ai prezzi dell’energia, che scade ad aprile.

“In un momento in cui i mercati chiedono giustamente un impegno per la sostenibilità delle finanze, non è giusto contrarre prestiti per finanziare” i tagli alle tasse, ha spiegato Hunt aggiungendo che “l’obiettivo più importante per il nostro Paese in questo momento è la stabilità. I governi non possono eliminare la volatilità dei mercati, ma possono fare la loro parte e noi la faremo“.

In pratica, l’aliquota fiscale sulle imprese salirà dal 19% al 25% (un mese fa era stato previsto di lasciarla al 19%), mentre l’aliquota di base per i redditi personali resterà al 20% anziché scendere di un punto (l’elemosina per i meno ricchi, appunto).

Il ministero delle Finanze ha stimato che mantenere l’aliquota base dell’imposta sul reddito al 20% garantirà entrate per 6 miliardi di sterline all’anno mentre mantenere l’aliquota per le imprese al 25% dovrebbe costare ai contribuenti 67,5 miliardi di sterline nei prossimi cinque anni.

Il governo Truss, ha spiegato inoltre Hunt, intende revocare i piani di taglio delle imposte sui dividendi, la riforma dei salari, il congelamento delle imposte sugli alcolici e l’introduzione di un regime di acquisti esenti da IVA per i visitatori stranieri.

Del piano presentato dal suo predecessore, Kwarteng, non resta praticamente nulla. Anzi, si deve fare l’opposto o quasi.

Come si vede, le linee di politica economica e fiscale – in Gran Bretagna come altrove – non seguono una logica politica (in Italia si sente dire da anni che “la destra taglia le tasse, la sinistra vuole aumentarle”), ma quella “imposta dai mercati”, come ammesso da Hunt.

In questo caso la scelta fatta da Truss si è rivelata disastrosa non per l’opposizione (i laburisti, figuriamoci...) o per gli scioperi dei lavoratori (che ci sono, ma vengono come sempre snobbati dai Tories), ma per la tempesta che “i mercati” hanno scatenato obbedendo – come sempre – alle semplici leggi della speculazione finanziaria.

Immaginare tagli delle tasse in piena recessione (e con l’inflazione sopra il 10%) era ed è semplicemente folle (lo sta spiegando da giorni persino Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, all’intronato Salvini). Ma qualcuno ci ha certamente guadagnato. E cifre altrettanto folli.

Ne sa qualcosa la Banca d’Inghilterra che in piena notte ha dovuto rovesciare la sua politica monetaria, passando dall’aumento dei tassi di interesse (che inevitabilmente penalizzano i titoli di Stato, aumentandone i rendimenti) all’acquisto disperato di masse enormi di... titoli di stato per evitarne la caduta oltremisura del prezzo.

Anche questa non è stata una decisione “ideologica” o giustificata da una teoria fallimentare (il monetarismo della “scuola di Chicago”), ma da sommovimenti sui mercati. Cosa stava succedendo infatti?

Che tutti avevano preso a vendere titoli britannici (Gilt), svuotando così il valore patrimoniale dei fondi pensione (che normalmente, a seconda del “profilo di rischio”, si riempiono volentieri di titoli pubblici). L’eventuale tracollo dei fondi avrebbe, di lì a poche ore, provocato uno tsunami di fallimenti tale da rinverdire i giorni di Lehmann Brothers (2008).

Come ha detto poi Paul Marshall, uno dei veterani dell’industria dei fondi speculativi con il suo Marshall Wace, “le mosse della Banche centrali hanno creato un ambiente perfetto per il mal-investment”. Anche perché “i fondi pensione britannici agiscono ormai come hedge funds, quindi bisogna vedere l’accaduto dei giorni scorsi solo come un traumatico inizio del redde rationem.”

Persino una testata specializzata come Money è obbligata ad ammettere che “Liz Truss è solo l’ultima utile idiota necessaria a un sistema globalmente manipolato per auto-perpetuarsi nell’inganno, come dimostra quanto accaduto ieri a Wall Street, dove il Nasdaq con il suo +3,43% ha segnato il miglior risultato intraday dal 27 luglio scorso.”

I valori di borsa sono insomma altrettanto fantasiosi di quelli prezzati a Wall Street nel 2008, dopo che era già esplosa la bolla dei mutui subprime (mutui concessi anche a senza reddito, lavoro, patrimonio, ecc., quindi non ripagabili).

Ma per evitare il “redde rationem”, la “correzione” drammatica che lascia in mutande migliaia di broker e milioni di “risparmiatori”, si può tranquillamente bruciare una tizia arrivata a Downing Street per una fortunata serie di circostanze.

La “politica”, nell’Occidente neoliberista, è un coro di chiacchiere che copre il volto e gli interessi di chi comanda davvero (di chi controlla insomma “la sovranità”): multinazionali e finanza speculativa.

Fonte

27/09/2022

Gran Bretagna nei guai per eccesso di liberismo

Diceva il saggio: “i reazionari sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi”.

La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.

L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.

La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.

I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.

Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.

I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.

Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.

La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.

A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.

La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).

Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.

Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.

A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.

Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).

Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.

Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.

Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.

Come andrà a finire è intuibile...

Fonte

26/09/2022

Bolle, ovvero l’eterno ritorno

Una quarantina di anni fa, nelle “stanze dei bottoni” delle società occidentali si affermò l’idea che per sradicare l’inflazione e favorire la stabilità del Pil e dell’occupazione occorresse smantellare l’apparato di regolazione pubblica e lasciare gli aggiustamenti macroeconomici a mercati finanziari deregolamentati. Quest’idea era destinata ad avere ripercussioni profonde sul funzionamento delle nostre società. Per comprenderne il motivo occorre qualche informazione sulla natura e il funzionamento dei mercati finanziari. I mercati finanziari sono i luoghi dove si negoziano i diritti sui redditi derivanti dalla produzione di merci che non esistono ancora, e poiché non possono esserci informazioni attendibili su ciò che ancora non è, gli operatori tendono a surrogare l’informazione di cui non dispongono con l’osservazione dei comportamenti altrui. Come ebbe a scrivere Keynes in uno dei suoi brani più noti, «sapendo che il nostro giudizio individuale non vale nulla, cerchiamo di ricorrere al giudizio del resto del mondo, che (forse) è meglio informato. Cioè cerchiamo di conformarci al comportamento della maggioranza o della media».[1]

Questa caratteristica propensione all’imitazione ha l’effetto di produrre “bolle”, ossia tendenze al movimento cumulativo dei prezzi alimentate esclusivamente dalle aspettative degli operatori e del tutto sganciate dai fondamentali economici delle attività sottostanti: un aumento dei prezzi delle attività viene interpretato come segnale della generalizzata fiducia in ulteriori aumenti futuri, e induce quindi una massa di nuovi operatori all’acquisto, rafforzando la tendenza all’aumento dei prezzi. Tuttavia, i rialzi non possono continuare all’infinito. Man mano che la bolla si gonfia, infatti, gli operatori diventano progressivamente più consapevoli della mancanza di basi oggettive del fenomeno, e quindi diventano via via più timorosi di una improvvisa inversione della tendenza. Non appena appare una nuova notizia ritenuta suscettibile di modificare in maniera significativa le aspettative (e quindi l’atteggiamento) della maggioranza degli operatori, essi tentano di anticipare la prossima inversione della tendenza, vendendo le attività in portafoglio in modo da evitare perdite. In tal modo, essi finiscono per innescare una caduta cumulativa dei prezzi, autorealizzando la “profezia” che ne ha orientato le decisioni.[2]

Durante il processo di caduta dei prezzi, gli operatori cercano di vendere le attività finanziarie in loro possesso e “stoccano” nei propri portafogli la moneta ricevuta in cambio. Non avrebbe infatti alcun senso reinvestirla in attività finanziarie, date le diffuse aspettative di ulteriori cadute dei prezzi. In breve tempo la moneta scompare, e senza moneta i mercati finanziari rischiano di collassare: infatti, chi si è indebitato per comprare attività contando sulla possibilità di rifinanziarsi sul mercato non riesce a far fronte ai propri debiti, e l’insolvenza di un operatore finisce per rovesciarsi a catena sugli altri. Le economie occidentali si sono trovate di fronte a questa situazione varie volte nell’ultimo trentennio: la crisi asiatica, il crollo dei titoli tecnologici, la crisi dei mutui subprime, la crisi del debito sovrano in Europa. Fenomeni apparentemente diversi, ma legati da questa matrice genetica comune.

Di fronte al rischio del collasso dei mercati finanziari, la soluzione adottata dalle autorità monetarie è stata sempre “stampare” nuova moneta e iniettarla nell’economia. Al di là della varietà delle denominazioni adottate nel linguaggio mediatico (Greenspan put, Quantitative Easing), la sostanza è identica: comprare le attività finanziarie che nessuno vuole più con moneta creata con un mero “tratto di penna”. Del resto, se si attribuisce ai mercati finanziari il potere di vita o di morte sull’economia, è giocoforza che i mercati finanziari vadano salvati ad ogni costo, anche al costo di creare moneta che non ha alcun riscontro nella ricchezza reale esistente.

Il problema è che quando si crea moneta che non ha riscontro nella ricchezza reale esistente, non si risolve il problema, ma semplicemente si prende tempo e si sposta la contraddizione su un altro punto del sistema. Gli operatori finanziari (in particolare grandi banche, istituzioni di credito immobiliare, hedge funds) immagazzinano la moneta creata dalle banche centrali e aspettano una nuova occasione propizia per investirla, e non appena si crea una nuova bolla utilizzano quella liquidità “stivata” nei loro forzieri per cavalcare l’onda.[3] La storia finanziaria degli ultimi venti anni è in gran parte fatta della reiterazione circolare di questo schema: ogni volta che le banche centrali (in particolare la Fed, dato il ruolo del dollaro nell’economia globale) hanno iniettato moneta nel sistema, quella moneta è rimasta “dormiente” per un po', fino a quando non si è materializzata una nuova opportunità speculativa da sfruttare: che si trattasse della bolla dei titoli tecnologici, della bolla immobiliare, del rastrellamento di terre coltivabili in Africa e Asia sud-orientale (land grabbing) o dell’acquisto di scorte di petrolio e gas non fa alcuna differenza per gli investitori, interessati soltanto ai guadagni realizzabili sfruttando il movimento cumulativo dei prezzi.

Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico una differenza c’è, ed è anche molto rilevante: fino a che la liquidità precedentemente stoccata viene impiegata su mercati in cui si negoziano titoli di proprietà di imprese o immobili, l’inflazione dei prezzi che ne risulta rimane a sua volta confinata dentro quel “recinto”; quando invece quella liquidità si riversa su mercati in cui si negoziano scorte di materie prime (o diritti sulla produzione futura di materie prime), gli aumenti dei prezzi che ne conseguono si “incorporano” nei prezzi delle merci la cui produzione richiede l’impiego di quelle materie prime. Questo è il motivo per cui la bolla dei tecnologici e la bolla degli immobili hanno prodotto fasi di espansione economica senza inflazione, mentre la bolla del gas sta determinando aumenti generalizzati dei prezzi dei beni di consumo.

La scommessa delle autorità di regolazione nel trentennio alle nostre spalle è stata che la liquidità creata per sostenere i mercati finanziari rimanesse sempre lontana dai mercati delle materie prime. Alla luce delle vicende recenti appare tuttavia evidente come l’esito di quella scommessa dipendesse crucialmente dall’assenza di tensioni geopolitiche significative. Non appena le tensioni geopolitiche hanno creato aspettative di future restrizioni dell’offerta di alcune materie prime cruciali per la produzione industriale, la liquidità rinchiusa nei forzieri delle banche si è riversata sui relativi mercati, alimentando una bolla di dimensioni significative.[4] L’inflazione dei prezzi che osserviamo in queste settimane non è dunque niente altro che il risultato della sovrapposizione dell’occasione speculativa creata delle tensioni geopolitiche e dell’abbondanza di liquidità derivante da venti anni di Greenspan Put e Quantitative Easing.[5]

Dovrebbe quindi apparire evidente – alla luce dell’attuale congiuntura geopolitica – che lo schema della regolazione macroeconomica andrebbe ripensato in maniera radicale. In assenza di significativi sforzi diplomatici in direzione di un raffreddamento delle tensioni internazionali, è infatti inevitabile che le aspettative si orientino nel senso di una crescita dei prezzi delle materie prime e che le tendenze conformistiche degli operatori finanziari ne accentuino la dinamica ben oltre i ritmi giustificati dai fondamentali. Pertanto, in questo contesto, piuttosto che frenare l’inflazione, i mercati finanziari deregolamentati finiscono per accentuarla.

Sembrano pertanto sussistere argomenti abbastanza seri in favore di una significativa restrizione del ruolo allocativo dei mercati finanziari. Purtroppo, pare che i governatori delle banche centrali abbiano in mente un modello diverso, che coniuga una rinnovata centralità dei mercati finanziari con un’intonazione restrittiva della politica monetaria. Un paio di settimane fa, nell’ormai tradizionale simposio di Jackson Hole promosso dalla Federal Reserve Bank di Kansas City, il presidente della Fed Jerome Powell ha esplicitamente indicato ai suoi colleghi la consueta ricetta per il contrasto all’inflazione basata su correlativi movimenti dei tassi di interesse.[6] La Banca centrale europea si è rapidamente adeguata a tali indicazioni, aumentando di uno 0,75% i principali tassi di rifinanziamento.[7]

Che si possa contrastare l’inflazione con la sola politica monetaria restrittiva è un’antica illusione dell’ortodossia. Le sue radici affondano nella proposizione nota come teoria quantitativa, idea che periodicamente si ripresenta nel dibattito sotto abiti sempre nuovi. L’evidenza empirica sull’argomento è tuttavia abbastanza concorde nel considerare le restrizioni monetarie sostanzialmente inefficaci allo scopo, soprattutto quando le tensioni inflazionistiche originano dalla lievitazione dei costi.[8] Le banche centrali possono comprimere la dinamica dei costi solo indirettamente, ossia provocando una recessione di intensità tale da restringere violentemente la domanda di risorse produttive. Inoltre, nel caso di specie l’efficacia di queste misure è resa ancora più aleatoria dalla dinamica caratteristicamente speculativa che è all’origine della lievitazione dei costi: finché gli speculatori rimangono convinti delle propensioni “belliciste” dei governi implicati a vario titolo nelle tensioni geopolitiche in corso, essi potrebbero continuare a credere nella tendenza al rialzo dei prezzi delle materie prime, e quindi ad alimentarne la crescita a dispetto delle restrizioni monetarie.

Per sortire effetti significativi, l’azione delle banche centrali dovrebbe quindi essere talmente energica da convincere gli speculatori della sua intenzione di frenare la crescita dei prezzi delle materie prime anche a costo di desertificare il paesaggio industriale. Una prospettiva decisamente inquietante, soprattutto per economie come quelle dell’Europa mediterranea, il cui tessuto produttivo è stato già messo a dura prova da un quindicennio particolarmente difficile.

Note

[1] Cfr. J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Quarterly Journal of Economics, 51 (2), Febbraio 1937, trad. it. in G. Lunghini (a cura di), La fine del laissez-faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 126.

[2] Sul processo di formazione delle aspettative sui prezzi delle attività finanziarie e sul modo in cui queste interagiscono con la dinamica dei prezzi effettivi, cfr. A. Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financiére, Éditions Rue d’Ulm, Paris, 2009.

[3] Secondo due autorevoli commentatori, nel ventennio della sua presidenza della Fed, Greenspan avrebbe sistematicamente «attenuato gli effetti di una bolla creandone una del tutto nuova». Cfr. N. Roubini e S. Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 93.

[4] Circa la natura “speculativa” dell’inflazione dei prezzi delle principali materie prime nell’ultimo semestre, si veda A. Fumagalli, La dittatura della finanza e il mercato del gas, Effimera, 3 settembre 2022, http://effimera.org/la-dittatura-della-finanza-e-il-mercato-del-gas-di-andrea-fumagalli/.

[5] In tal senso propendono alcune interpretazioni delle pur lievi tensioni inflazionistiche del primo decennio del nuovo millennio. Cfr. ad esempio M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, Roma, 2012, pp. 107-110.

[6] J.H. Powell, Monetary Policy and Price Stability, intervento al simposio “Reassessing Constraints on the Economy and Policy”, Federal Reserve Bank of Kansas City, Jackson Hole, Wyoming, 26 August 2022, https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20220826a.htm.

[7] Banca Centrale Europea, comunicato stampa dell’8 settembre 2022, consultabile al sito https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp220908~c1b6839378.it.html.

[8] Al riguardo, si rinvia al ben noto dibattito sugli effetti degli esperimenti monetaristi degli anni ’70. Si tratta di una letteratura sterminata, di cui è quindi impossibile rendere conto in maniera esaustiva. Solo a titolo indicativo, si segnalano N. Kaldor, The Scourge of Monetarism, Oxford University Press, 1982; R. Dornbusch, Sound Currency and Full Employment, in J. Shields (ed.), Conquering Unemployment: The Case for Economic Growth, Palgrave Macmillan, London, 1989; A. Glyn, Capitalismo scatenato, Brioschi, Milano, pp. 53-62. Per una rassegna ragionata del dibattito, cfr. N.M. Healey, L’esperimento monetarista del 1979-1982 nel Regno Unito: perchè gli economisti continuano a non essere d’accordo, Moneta e Credito, 41, 1988.

di Salvatore D'Acunto - Università della Campania “L. Vanvitelli”. Desidero ringraziare Emiliano Brancaccio per gli utili suggerimenti ad una versione preliminare di questo scritto.

Fonte

05/08/2022

Fondi pensione. In Borsa scippati miliardi dei lavoratori

Durante le elezioni per le RSU del Pubblico impiego, USB si è espressa nettamente contro l’adesione ai fondi pensionistici ed in particolare contro il silenzio assenso introdotto per i nuovi assunti. In quella occasione, la Covip (Commissione di Vigilanza sui fondi pensione, ndr), tuonava contro l’Usb accusandola di diffondere notizie imprecise.

Ma cosa diceva USB mettendo in guardia le lavoratrici e i lavoratori pubblici? Che i fondi si basano sulla speculazione, che è immorale e che colpisce i lavoratori; che la Borsa non è affidabile e periodicamente (6-8 anni) precipita a danno dei piccoli investitori e che la prossima caduta era vicina.

I fondi pensione erano stati tarati sulla cosiddetta finanza etica, per essere presentabili da parte di Cgil Cisl Uil, ma sono stati travolti, com’era prevedibile, dalla speculazione sulla guerra (armi e petrolio) interimperialista.

Non esiste una Borsa etica. I mercati finanziari sono basati sull’arricchimento a tutti i costi e chi si arricchisce non è la gente comune, ma gli specialisti senza scrupoli che vincono a danno degli sprovveduti, nel nostro caso i lavoratori che hanno riposto nei fondi le proprie speranze di avere una pensione dignitosa.

I dati diffusi dalla stessa Covip, dicono con chiarezza 3 cose:

- Come era prevedibile la Borsa ha confermato le sue cadute cicliche bruciando miliardi dei piccoli investitori. Chi aveva un montante di 100.000 euro oggi lo vede ridotto di una cifra tra 2.300 euro (per le linee dei fondi Cgil Cisl Uil basate sull’obbligazionario) e 11.200 euro per gli azionari. La media ci dice che la maggior parte dei ‘pensionandi’ aveva investito in linee dei fondi (compresi quello sirio-espero) obbligazionario-misti e azionario. Pochi erano stati prudenti, forse scottati dalle precedenti batoste.

- La seconda colonna della tabella (fonte Covip), chiarisce che nessun fondo in questi ultimi 10 anni è stato in grado di recuperare perdite così gravi. Anzi, le linee che ora (e da sempre) segnano i maggiori ricavi (quelle con azioni) vanno tra il 3,2% e il 5,6%. In sostanza se si ripetesse (ma è altamente probabile che invece andrà peggio) il decennio 2011-2021 al massimo si potrebbero recuperare metà di quanto perso in questi mesi.

- Il tfr è assolutamente competitivo a lungo termine e non fa perdere soldi (tutti i dati sono al netto di fiscalità e spese dei fondi che quindi sono ridotti proprio dei costi di gestione!).

I lavoratori che incautamente hanno aderito ai fondi ora dovrebbero chiedere conto a quei sindacati, Cgil Cisl Uil ai quali magari hanno anche dato sostegno alle elezioni RSU, che li hanno convinti, non senza un interesse materiale!

I fondi integrativi non sono la soluzione per avere una pensione dignitosa!

Fonte

13/06/2022

Fuga dall'Euro?

di Guido Salerno Aletta

Non basta aumentare i tassi, se rimangono le incertezze sui debiti pubblici

La BCE ha deluso i mercati: basta vedere l'andamento del cambio euro/dollaro del 9 giugno: poco prima del Comunicato del Consiglio, alle 14,30, aveva raggiunto quota 1,076 in risalita rispetto al livello di 1,069 delle ore 10. Alle 21:30 era precipitato a 1,061. Rispetto ad un anno fa, a giugno 2021, quando il cambio era a 1,21 c'era stato un crollo, e la ripresa rispetto al minimo di 1,04 registrato ai primi di maggio scorso dipendeva dalle attese che si stavano consolidando circa le iniziative volte a tutelare la stabilità dei debiti pubblici.

Attese che sono andate deluse.

Non è uscito fuori niente più di quanto non fosse scontato, sia la conclusione al 1° luglio prossimo del APP, il nome tecnico con cui si definisce il Qe, che l'aumento di un quarto di punto a luglio del tasso di riferimento principale, che sarà seguito a settembre da un altro aumento.

Sia nel Comunicato che nella conferenza stampa ci sono accenni vaghi sugli interventi che potranno essere assunti nel caso di frammentazione finanziaria e di mancata trasmissione delle decisioni di politica monetaria, senza anticipare né i livelli, né le soglie di divaricazione degli spread che daranno vita ad interventi sul mercato per evitare ulteriori tensioni.

Per di più, l'armamentario disponibile è limitato alle sole risorse del PEPP, che verranno reinvestite alla scadenza dei titoli in portafoglio, modulando gli interventi per tipologie di attività e per Paesi a seconda delle necessità.

In pratica, la BCE ha detto che non userà il "bazooka", che non immetterà altra liquidità per comprare i titoli di Stato che dovessero mostrare andamenti eccessivamente alti di spread, derivanti dalle vendite sul mercato secondario. Effettuerà una sorta di swap, offrendo in vendita i titoli di migliore qualità e dunque quelli con i tassi più moderati (come i Bund tedeschi) per acquistare quelli di qualità inferiore e con i rendimenti troppo elevati (come i BTP italiani).

Il motivo della insoddisfazione è chiaro: i rendimenti dei Bund a 10 anni sono oggi ad un livello sideralmente più basso rispetto ai corrispondenti titoli del Tesoro statunitense: sia in termini nominali, ma soprattutto in termini reali, non vale assolutamente la pena acquistarli.

Al contrario, i titoli di Stato italiani, pur tenendo conto del rischio implicato, hanno almeno un rendimento nominale accettabile.

E quindi si è arrivati al paradosso: la decisione della BCE ha determinato sia un aumento dello spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi che una flessione del cambio dell'euro sul dollaro.

In pratica, i mercati hanno dimostrato di non fidarsi né della tenuta dei titoli italiani né del vantaggio degli investimenti in euro rispetto a quelli in dollari.

Di fronte ad una forte inflazione da costi all'importazione da mercati esteri, l'aumento dei tassi di interesse serve solo a ridurre la tosatura dei risparmi. E' ovvio, infatti, che gli attuali tassi reali negativi favoriscono il debitore a danno del creditore: ma in una situazione post-crisi pandemica, quale stiamo vivendo, e con tutte le incertezze derivanti dalla guerra in Ucraina, decidere solo un aumento dei tassi può scoraggiare definitivamente le imprese e le famiglie, già taglieggiate nei costi e nei redditi dagli aumenti dei prezzi.

I mercati non si sentono sicuri: si attendevano invece una posizione forte sulla stabilità dei Paesi che hanno i debiti pubblici più elevati e sui tassi di interesse considerati sostenibili.

Fonte

11/06/2022

Niente più droga monetaria, e i mercati impazziscono

I tossicodipendenti danno di matto quando l’abituale dose di droga viene cancellata o ridotta. E così sta avvenendo sui mercati finanziari in seguito alla comunicazione, da parte della Bce, di voler metter fine agli acquisti di titoli (di stato e non) e alzare i tassi di interesse.

Di fatto, Christine Lagarde e il board di Francoforte hanno deciso di seguire la Federal Reserve statunitense sulla via della “lotta all’inflazione”, che si attesta ormai all’8% sia negli Usa che in Europa. Questo significa la fine del quantitative easing (soldi stampati dalle banche centrale per inondare proprio i mercati finanziari e impedire il loro crollo; una pratica che dura dallo scoppio della crisi del 2008).

Al contrario, la Bce dovrebbe cominciare a vendere i titoli precedentemente acquistati, contribuendo così alla caduta del loro prezzo.

E qui sta la prima differenza, dal punto di vista degli effetti, rispetto alla politica monetaria Usa. Lì infatti, essendo un solo stato federale, i titoli di stato sono emessi dal dipartimento del Tesoro di Washington, senza differenziazioni interne. Qui nell’Unione Europea, invece, ogni “vendita” cade in misura disomogenea sui titoli emessi da ben 27 Stati diversi.

E sappiamo ormai tutti benissimo che la caduta di prezzo è relativamente bassa per i titoli dei paesi con poco debito pubblico (ritenuti più “sani”) e progressivamente più alta per quelli di paesi con alto debito, tra cui l’Italia.

È lo spread, bellezza, che torna a mordere come ai vecchi tempi nonostante che a Palazzo Chigi sia insediato l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, che fu proprio l’inventore del quantitative easing. Non c’è più gratitudine, signora mia...

Abbiamo già visto che questa inflazione è relativamente indifferente al livello dei tassi di interesse, perché causata da uno shock da offerta, ovvero l’aumento dei prezzi degli idrocarburi e di diverse materie prime, anche alimentari (il grano, in primis), per la guerra in Ucraina, le sanzioni contro la Russia e altri paesi (limitando così le fonti di fornitura), la siccità in molti paesi produttori, i lunghi lockdown che hanno reso introvabili alcuni componenti, ecc.

Ma comunque l’aumento dei tassi va a incidere sui prestiti all’economia reale, sui mutui, le vendite al consumo, i salari (se non agganciati all’inflazione), sugli stessi titoli di stato, specie quelli a rendimento fisso e non inflation linked.

Dinamiche che svuotano le tasche di lavoratori e piccoli risparmiatori, gonfiando al tempo stesso le tasche di chi può muovere miliardi, invece che spiccioli, e che dunque può comportarsi come un market mover: provocare i movimenti che tornano a proprio vantaggio. Tipo far crollare le quotazioni di alcune azioni e obbligazioni per poi acquistarle a prezzi stracciati. Magari con il meccanismo delle “vendite allo scoperto” (con cui si vendono titoli che non si hanno ma che ci si fa “prestare”).

I mercati hanno così decisamente interpretato come mosse da “falco” quelle della Banca centrale europea: fine dal primo luglio del piano di acquisti, rialzo di 0,25 punti a giugno, poi un successivo ritocco a settembre, ancora da definire ma che potrebbe anche essere di mezzo punto percentuale.

Oltre settembre la Bce è incline a intraprendere un percorso più graduale, meno aggressivo di quello della Fed, ma comunque considerato pericoloso dai mercati, che decisamente non hanno gradito lo scudo antispread solo parziale annunciato a salvaguardia dei Paesi più indebitati, come dimostra il rendimento del decennale italiano, volato al 3,72%, il valore più altro dal 2014.

Intanto l’inflazione, come ampiamente previsto, continua a crescere, indifferente alle politiche monetari pensate per domarla.

Gli apprendisti stregoni della finanza hanno creato un mostro (trasformando la finanza da un “servizio utile” in un “settore industriale indipendente”). E il rischio serio è che ora ne verremo tutti divorati nella “grande correzione” di valori gonfiati dalle iniezioni di liquidità praticate per un decennio.

In piena guerra, per di più...

Fonte

08/03/2022

Nichel e Russia: sai che guerra finanziaria ti aspetta

La crisi russo-ucraina, con un conflitto sul campo arrivato praticamente all’improvviso e una guerra finanziaria che è vista come un fenomeno tutto da decifrare, ha spiazzato l’opinione pubblica ed evidenziato con maggior forza l’inconsistenza delle forze politiche nazionali.

Mentre si diradano le nubi sul tipo di guerra sul campo che si sta giocando – come sostiene il generale Mini si tratta di un conflitto doloroso ma per adesso limitato – è meglio chiarire che sul piano della guerra finanziaria gli effetti già oggi non sono limitati e possono essere molto dolorosi.

Il caso del prezzo del nichel è esemplare e merita di essere riassunto. Prima di tutto vediamo il grafico sull’andamento del prezzo del nichel negli ultimi undici anni per capire come la guerra in Ucraina abbia terremotato l’andamento delle materie prime. Scatenando una guerra finanziaria per il posizionamento dalle azioni alle materie prime e altri generi di conflitti non meno evidenti e dannosi.


Il grafico di investing.com e di Wolfstreet, un sito specializzatosi in bolle immobiliari, ci racconta d’improvvisi balzi in avanti del prezzo del nichel, persino fino al 93 per cento in un solo giorno, portando questa materia prima a più del doppio del massimo storico degli ultimi undici anni.

Qui il concetto di guerra finanziaria non è utilizzato a caso: subito alla notizia delle sanzioni occidentali contro la Russia, che toccano l’esposizione delle banche verso il paese ex-sovietico, i fornitori e il mondo dello shipping, la speculazione si è gettata sui futures (contratti legati alle previsioni di prezzo di una materia) legati al nichel ottenendo l’effetto aumento spettacolare del prezzo di questa materia prima. Questa mossa ha messo in difficoltà, prima di tutto, fornitori e shipping, costretti a fare i conti con prezzi molto più alti, e le banche a loro sostegno.

Il nichel è impiegato soprattutto per la produzione di acciaio, in subordine per le batterie. In questo modo i prezzi di queste produzioni divengono non facilmente sostenibili specie se si considera l’aumento generalizzato dei prezzi nei settori di mercato legati al trasporto. La Russia, produttore leader di nichel agli inizi del decennio scorso, rappresenta oggi il 6% del mercato. “Questo caos”, come Wolfstreet definisce l’impennata dei prezzi del nichel dovuti alle sanzioni alla Russia, non genera solo effetti di paralisi economica. Ma anche altri, potenzialmente più devastanti, nella sfera finanziaria. Quella nella quale la guerra finanziaria, il suo volto della predazione di ricchezza in tempo di crisi, può riprodursi nella spettacolare carenza di liquidità del mercato del nichel creando ulteriori, e più estesi, danni sul piano economico e sociale.

Cosa sta accadendo? Mentre una guerra “limitata” si presuppone drammatica ma controllabile, almeno per adesso, sul piano militare; mentre le sanzioni si presuppongono “mirate” e quindi in grado di colpire principalmente i soggetti sottoposti a queste misure, il piano dei conflitti finanziari generato da questa guerra è già oltre il controllo. È il caso della borsa dei metalli di Londra, la maggiore al mondo, che per la scarsità di liquidità legata alla crescita del prezzo del nichel “sta andando fuori controllo” rischiando di contagiare, nella dinamica di caos, gli altri mercati delle materie prime. Insomma, la dinamica attuale è quella di una guerra limitata sul campo che produce guerra senza limiti nei conflitti finanziari. Siamo ancora agli inizi di questa dinamica e speriamo di fermarci presto, ovvio.

Diversi anni fa, l’anarcoliberista Rothbard elaborava una teoria della “guerra giusta” che coincideva con il modo con il quale i media rappresentano il comportamento delle autorità ucraine. Rothbard era un ultraliberista che, visto quello che sta accadendo, non ha avuto tempo di vedere come la guerra giusta (almeno quella ai suoi occhi vista come tale) generi la distruzione del comportamento spontaneo dei mercati che definiva sostanzialmente come il sale della buona salute delle società.

L’ideologia, si sa, fa brutti scherzi specie in chi è convinto di detenere il lume della realtà perché elogia i mercati.

Fonte

25/02/2022

I mercati finanziari snobbano la guerra

Sui mercati l’attacco russo all’Ucraina è stato molto meno “drammatico” rispetto al sistema mediatico, alle prese per la prima volta dopo oltre 30 anni con una situazione impensabile: la volontà degli Stati Uniti non è una legge, e ne esistono di altrettanto forti.

Non “migliori” – su Putin abbiamo scritto per anni e anche stamattina – ma diverse e contrapposte, con interessi capitalistici ma incompatibili.

I mercati sono cinici, si sa, pensano ai soldi e al modo in cui continuare a farli. Così la caduta dei listini è stata consistente ma ben lontana dal panico registrato ai tempi del fallimento di Lehmann Brothers. E già qui si può capire qualcosa: l’azzeramento di una sola banca di investimento (sebbene la quarta degli Usa, quindi – allora – anche la quarta al mondo) è più importante di una guerra in Europa, con protagonista una potenza nucleare del peso della Russia.

Non per caso, a Wall Street, dal calo generale si sono salvati – anzi hanno guadagnato moltissimo – i titoli del settore difesa. “Finché c’è guerra c’è speranza”, sembrano dire da quelle parti.

Gli analisti si sbracciano per spiegare che questo non vuol dire che Putin “piaccia”, anzi. Dovrebbe significare che il sistema finanziario e “i mercati” vogliono “mandare un segnale alla Russia” restando in piedi e supportando così le scelte che faranno gli Stati Uniti e la muta scodinzolante degli stati europei.

I problemi escono però fuori quando si deve passare dalla professione di “fedeltà atlantica” (l’asse strategico su cui si tengono “i mercati”) alle misure concrete che gli Stati possono prendere per “far pagare un prezzo alto” a Putin & co.

Lo stesso Biden ha varato contro Mosca misure che congelano asset di proprietà russa per centinaia di miliardi di dollari, colpendo le attività in valuta estera delle maggiori banche tra cui la statale Vtb e Sberbank.

Ma non tocca il gas, né blocca alla Russia l’uso dello Swift, il sistema che permette di scambiare le informazioni necessarie per le transazioni finanziarie da un paese a un altro. Un danno agli interessi russi c’è, ma non è terribile.

Del resto la maggior parte dei paesi europei – e soprattutto quelli di maggior peso, come Germania, Francia e Italia – ha estese relazioni economiche con la Russia. E dunque una sanzione a Mosca diventa automaticamente un’auto-sanzione per questi paesi. Il che non è propriamente intelligente, né auspicabile.

Biden e l’Europa restano unite contro Putin, ma cercando di non farsi troppo male da sole.

Ed ecco spiegato il mistero per cui Putin invade l’Ucraina, stravince sul campo di battaglia, arriva alle porte di Kiev, ma i mercati alla fine salgono (il Nasdaq che sale del 3,4%, lo S&P dell’1,4% e il Dow Jones dello 0,28%).

Gli euroatlantici dicono “perché lo sfidano”; la realtà suggerisce un’altra spiegazione: meglio non esagerare, che qui crolliamo tutti. In fondo, quei governanti ucraini “ce li abbiamo messi noi” e se pure vengono spazzati via il business deve continuare.

Solo le Borse europee, ieri, hanno chiuso in calo intorno al 3-4%, spaventate dai venti di guerra alle proprie porte. E anche questo ricorda proverbi antichi secondo cui la guerra è affascinante quando è piuttosto lontana.

Tra le motivazioni della “tenuta” dei mercati c’è anche una valutazione – cinica, certo – secondo cui la Federal Reserve dovrà rivedere il suo programma di rialzo dei tassi di interessi, rendendo così assai meno dura la “stretta” per contrastare l’inflazione. Che dunque diventerà cronica.

Anche per questo Bruxelles ci ha tenuto a far sapere che le sanzioni “senza precedenti” contro Mosca saranno innanzitutto “finanziarie”, ma non riguarderanno i big dell’energia e non escluderanno i russi dal sistema Swift.

Si può tradurre il tutto così; ai mercati non dispiace del tutto che Putin vinca la guerra, non perché tifano per lui, ma perché guardano oltre: apprezzano che la Russia non sia stata estromessa dallo Swift, che le sanzioni siano soft, che l’Europa non verrà penalizzata eccessivamente sul gas e che le banche centrali in futuro saranno probabilmente meno aggressive.

E già questo smonta parecchia dell’intollerabile retorica che sgorga dai media occidentali, che vorrebbero “una risposta dura, al limite anche militare”, non capendo neanche più in quale mondo si trovano.

“I mercati” digeriscono perfino il petrolio che vola sopra i 100 dollari, anche perché, se il greggio resterà a lungo su quei livelli, il potere d’acquisto dei lavoratori in America e in Europa scenderà, il che sarà un problema per i consumi, sarà un freno per l’economia, ma forse costringerà le banche centrali e in particolare la Fed a rivedere i suoi piani sui rialzi dei tassi.

Lo stesso Putin ha spiegato perché la Russia non teme granché le “terribili sanzioni” annunciate dall’Occidente: “La Russia è parte dell’economia mondiale e noi non abbiamo certamente intenzione di danneggiare quel sistema. Non credo che ai nostri partner convenga spingerci fuori da questo sistema“.

L’interconnessione è insomma tale che ogni ipotesi di “isolamento” di un paese di quelle dimensioni (per chi era abituato a maltrattare Somalia, Libia, Iraq, Siria, Yemen, ecc.) significa amputare parti rilevanti della propria stessa economia, fondata su filiere e forniture senza confini.

Resta in salita il prezzo del petrolio. E questo garantisce che l’inflazione diventerà strutturale per diversi anni.

Sia il Brent che il Wti texano superano i 100 dollari al barile, collocandosi al top dal luglio 2014.

Questo aumento – ancora una volta – pesa molto di più sull’Europa che non sugli Stati Uniti. Il caro energia infatti impatta negativamente soprattutto sui paesi importatori di gas e di petrolio, mentre gli Usa – essendo ormai un paese esportatore di idrocarburi – non ci perderà, anzi a volte potrà guadagnarci, poiché col rialzo dei prezzi potrà esportare più vantaggiosamente i suoi prodotti energetici.

Ma anche per gli Usa – che devono questa “rinascita” come esportatori di greggio e gas unicamente allo sfruttamento dello shale oil (molto più costosa da estrarre, anche dal punto di vista ambientale) – la situazione a medio termine non è rosea.

Quel vantaggio, infatti, esiste finché il prezzo del greggio, come in questo momento, è molto alto. Altrimenti sono obbligati a tornare “importatori”, e a ritrovarsi nella stessa condizione degli europei.

Insomma, per quanto cinici, anche “i mercati” debbono andare a tentoni...

Fonte