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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/06/2025

USA - Musk-Trump, la posta in gioco

La notte dei lunghi tweet, come l’ha chiamata qualcuno, tra Musk e Trump è al momento più divertente da vedere che facile da decifrare.

Il duello rusticano combattuto con mazzate da un social personalistico all’altro è esploso dopo pochi giorni che l’ad di Tesla si è dimesso dalla guida del Dipartimento per l’Efficienza governativa (DOGE), dove era stato investito della missione di tagliare la burocrazia statunitense, ridurre le spese, infilare i proprio fedelissimi, dare una rinfrescata di AI al tutto.

Le dimissioni non sono state proprio una sorpresa: come nota Wired, “la qualifica di impiegato speciale del governo comporta alcuni privilegi – come il non dover sottostare a una serie di accertamenti etici e finanziari – ma prevede un limite massimo di 130 giorni all’anno”.

Ma subito dopo Musk ha iniziato a denigrare il “Big, Beautiful Bill” di Trump, un pacchetto di spesa approvato dai repubblicani nei giorni scorsi. Non esattamente “bello” per Musk, che lo ha definito “un abominio disgustoso”, affermando che aumenterebbe significativamente il deficit del bilancio federale attraverso l’aumento delle spese per la difesa, il contrasto all’immigrazione e i tagli alle tasse.

Come si sia arrivati al progressivo e poi esplosivo degrado della relazione fra i due è un tema complesso benché per molti annunciato o prefigurato da tempo. Sta di fatto che Trump aveva dato a Musk un accesso senza precedenti alla Casa Bianca e al governo federale. Soprattutto, la loro strana coppia ha simboleggiato anche una nuova era a Washington, in cui i leader tech della Silicon Valley hanno utilizzato le loro risorse e piattaforme per scendere in campo direttamente.

Dunque l’attuale faida sta mettendo sotto pressione alcuni dei più stretti collaboratori o alleati di Musk nell’industria tecnologica, tra cui lo zar di Trump per l’intelligenza artificiale e le criptovalute David Sacks, ma anche il sempre più politicizzato capitalista di ventura Marc Andreessen e altri investitori, affinché scelgano se allinearsi con Musk o continuare a sostenere il presidente, notano alcuni. Laddove per ora sembrano prevalere gli equilibrismi in attesa di capire gli sviluppi.

Dei circa 295 milioni di dollari che Musk ha versato ai repubblicani per le elezioni del 2024, la maggior parte è andata a Trump. Ma soprattutto, come mostrano varie analisi, hanno avuto un ruolo importante nella sua elezione.

D’altra parte il DOGE è stata solo l’ultima delle questioni in ballo per Musk. L’anno scorso alle sue aziende sono stati promessi, ha scritto il NYT, 3 miliardi di dollari in quasi 100 contratti diversi con 17 agenzie federali. La maggior parte dei contratti riguardava SpaceX, l’azienda di tecnologia spaziale. Anche Tesla, la sua azienda di veicoli elettrici, ha contratti con il governo federale (ma ha goduto soprattutto di sussidi federali).

D’altra parte, secondo il Washington Post, le sue società avrebbero ottenuto almeno 38 miliardi di dollari in contratti governativi, prestiti, sussidi e crediti d’imposta per i prossimi due decenni, di cui quasi due terzi negli ultimi cinque anni.

Sembra in effetti che Musk abbia tutto da perdere nello scontro con Trump, per ora. Mentre eravamo nel pieno del lancio di stracci fra i due, e lasciando anche perdere la greve allusione di Musk sulla presunta presenza del nome di Trump nei file di Epstein, l’ad di SpaceX minacciava (minaccia poi ritrattata) di ritirare la navicella Dragon, su cui la NASA fa affidamento per trasportare gli astronauti avanti e indietro dalla Stazione Spaziale Internazionale.

“A marzo – ricorda Passione Astronomia – due astronauti sono tornati sulla Terra a bordo della Dragon dopo essere rimasti bloccati sulla ISS per quasi nove mesi, dopo che la Boeing Starliner aveva avuto problemi tecnici ed era rientrata sulla Terra senza di loro”.

La società spaziale di Musk è attualmente l’appaltatore più importante della NASA. Con il razzo Falcon 9 e la navicella Dragon, SpaceX fornisce all’agenzia spaziale l’unico trasporto operativo di membri dell’equipaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Inoltre, quando all’inizio di quest’anno la navicella Cygnus di Northrop Grumman è stata danneggiata durante il trasporto, SpaceX è rimasta l’unico fornitore di servizi cargo per la stazione spaziale per più di metà anno, e se la NASA dovesse rescindere i contratti con SpaceX, sancirebbe di fatto la fine della Stazione Spaziale Internazionale, scrive Ars Technica.

Anche il servizio Internet Starlink di SpaceX ha fornito comunicazioni essenziali alle forze armate Usa, che ne hanno acquistato una versione governativa con il marchio “Starshield” per le loro future esigenze di comunicazione.

“Se l’amministrazione Trump interrompesse i rapporti con SpaceX, di fatto – continua Ars Technica – farebbe arretrare l’impresa spaziale statunitense di un decennio o più e darebbe al programma spaziale cinese, in ascesa, una chiara supremazia sulla scena mondiale”.

In attesa di vedere come evolveranno lo scontro, le ricuciture e le alleanze, un elemento (fra i mille che si potrebbero evidenziare) è lampante: affidare le proprie infrastrutture critiche e la sicurezza nazionale a privati resta un’incognita e un rischio per qualsiasi Stato.

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21/05/2025

USA - 260 mila dipendenti pubblici lasciano il lavoro a causa di Trump e Musk

Negli Stati Uniti è in corso una silenziosa ma profonda epurazione della pubblica amministrazione. Decine di migliaia di dipendenti federali hanno scelto di dimettersi nel corso degli ultimi mesi, molti dei quali non per volontà propria ma perché spinti ai limiti della resistenza psicologica dalle politiche intimidatorie dell’amministrazione Trump. Una strategia che ha permesso all’ex presidente, tornato alla Casa Bianca, e al miliardario Elon Musk — a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) — di ridurre del 12% il personale civile federale senza formalmente licenziare nessuno.

Dal giorno del suo reinsediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo per “snellire” la burocrazia federale, annunciando tagli drastici ai costi e al numero dei dipendenti pubblici. Tuttavia, dopo quattro mesi, i licenziamenti di massa promessi non si sono concretizzati, frenati da numerosi ricorsi legali. Nel frattempo, però, un’altra strategia ha iniziato a produrre effetti: migliaia di lavoratori hanno accettato dimissioni incentivanti, i cosiddetti buyout, o hanno scelto il pensionamento anticipato per sfuggire a un clima di crescente tensione e incertezza.

“Molti di questi dipendenti ritengono di essere stati costretti ad andarsene”, spiega Don Moynihan, professore alla Ford School of Public Policy dell’Università del Michigan. “Non si può parlare di dimissioni volontarie quando ogni giorno ricevi email che ti ricordano che potresti perdere il lavoro e che c’è un incentivo solo se te ne vai subito”. Una pressione psicologica costante, spesso accompagnata da pratiche vessatorie come il ritorno obbligatorio in uffici sovraffollati e la richiesta di svolgere mansioni per cui non si era stati formati.

Tra le agenzie più colpite figurano il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, con oltre 80.000 posti a rischio, e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, che ne perderà almeno 10.000. Il personale, sempre più ridotto, ha assistito impotente alla fuga di colleghi esperti, aggravando ulteriormente le disfunzioni interne e alimentando un clima di frustrazione e impotenza. “Ti ha capovolto il mondo”, ha detto un lavoratore della Social Security Administration, che ha accettato il secondo buyout. “Mi svegliavo nel cuore della notte, bevevo di più, non riuscivo più ad allenarmi. Era come vivere in un limbo”.

Secondo un’analisi della Reuters, il numero complessivo dei dipendenti civili che hanno lasciato o lasceranno il lavoro entro settembre supera quota 260.000. Di questi, 75.000 hanno accettato il primo round di buyout, mentre non è ancora chiaro quanti abbiano aderito al secondo. In ogni caso, la maggior parte continuerà a ricevere stipendio e benefit fino alla fine dell’anno fiscale, senza obbligo di presentarsi in ufficio.

Per Everett Kelley, presidente dell’American Federation of Government Employees (AFGE), il più grande sindacato del settore con 800.000 iscritti, l’intera operazione rappresenta una forma di “molestia sistematica”. “Il presidente ha autorizzato Musk e il suo team DOGE a insultare e umiliare i lavoratori pubblici. L’obiettivo dichiarato era farli sentire traumatizzati, spingerli a mollare tutto”, ha denunciato. Parole che trovano conferma in dichiarazioni passate di Russ Vought, responsabile del bilancio di Trump, che nel 2023 aveva affermato: “Vogliamo che si sveglino la mattina e non abbiano voglia di andare a lavorare”.

La reazione non si è fatta attendere anche sul piano giudiziario. Il 9 maggio, un giudice federale della California ha sospeso i licenziamenti in 20 agenzie e ordinato il reintegro di numerosi dipendenti. La sentenza ha stabilito che qualsiasi ristrutturazione dell’amministrazione federale deve passare per il Congresso, bloccando temporaneamente i piani dell’esecutivo. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha già presentato ricorso, e osservatori temono che, se le corti d’appello dovessero rimuovere gli ostacoli legali, i licenziamenti di massa possano riprendere a ritmo serrato nei prossimi mesi.

A oggi, la Casa Bianca non ha fornito dati ufficiali sulle partenze, né ha risposto alle richieste di commento. Trump e Musk continuano a difendere la loro politica come necessaria per “liberare il governo da inefficienze, sprechi e frodi”.

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24/04/2025

USA - Tesla vede crollare utili ed entrate. E Musk ripensa al suo incarico nel governo

Tra gli effetti della pubblicità negativa e la tempesta provocate dalle decisioni di Trump sui dazi, le entrate di Tesla sono scese a 19,3 miliardi di dollari, con un calo del 9% rispetto al primo trimestre del 2024, un calo precipitoso che Tesla ha dichiarato essere in parte dovuto a un calo delle consegne di veicoli e a una riduzione del prezzo di vendita delle sue auto. Le entrate totali di Tesla dalle vendite di auto sono diminuite del 20% e l’utile netto è diminuito di un sorprendente 71% durante il primo trimestre del 2025, ha annunciato martedì la società. L’utile operativo della società è sceso del 66% a 0,4 miliardi.

Di fronte agli affari che vanno male, Elon Musk ha dichiarato ieri che intende dedicare maggiore attenzione alla gestione della sua azienda di veicoli elettrici Tesla, che ha registrato un forte calo delle vendite e dei ricavi per il primo trimestre dell’anno, tra le preoccupazioni pervasive sull’impatto delle tariffe e sul ruolo di Musk nella destrutturazione degli apparati statali degli USA.

Il giornale statunitense Politico riferisce che in una telefonata con gli investitori, Musk ha dichiarato che “a partire dal mese prossimo dedicherà più tempo a Tesla” e che “continuerà a dedicare un giorno o due a questioni governative” fino a quando il presidente Donald Trump vorrà.

Musk non ha affrontato direttamente le implicazioni sul fatto che il suo coinvolgimento nei forti tagli al personale degli apparati federali e nell’impiegare i suoi team nel piano DOGE abbia avuto un impatto sulle vendite della sua azienda o sulla sua decisione di fare un passo indietro dal suo ruolo con DOGE, ma ha dovuto ammettere che: “C’è stato un contraccolpo per il tempo che ho trascorso nel governo”.

In particolare, Musk a voce ha espresso anche qualche critica verso molti dei dazi che Trump ha deciso di emanare, anche se durante la call con gli azionisti ha affermato che Tesla è “l’azienda automobilistica meno colpita per quanto riguarda le tariffe, almeno nella maggior parte degli aspetti”, a causa delle sue catene di approvvigionamento.

“Ho detto molte volte che credo che tariffe più basse siano generalmente una buona idea per la prosperità, ma questa decisione dipende fondamentalmente dal rappresentante eletto del popolo che è il presidente degli Stati Uniti. Quindi continuerò a sostenere tariffe più basse piuttosto che tariffe più alte, ma questo è tutto ciò che posso fare”.

Musk ha anche difeso il lavoro fatto con il governo affermando che DOGE ha “fatto molti progressi nell’affrontare gli sprechi e le frodi”, che secondo lui devono essere combattuti per “cercare di riportare il paese sulla strada giusta”. L’oligarca ha affermato di voler continuare a lavorare insieme al presidente Trump e alla sua amministrazione, “perché un ulteriore cambiamento, se l’America va giù, tutti noi andiamo giù con essa, compresi Tesla e tutti gli altri”.

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12/03/2025

Scoppia la “bolla”, l’incertezza regna

Attesa, temuta,esorcizzata, la “correzione” nei mercati azionari è finalmente arrivata. Pare.

Le borse di tutto il mondo, ieri, hanno registrato pesanti ribassi, ma niente in confronto ai titoli dei “Magnifici Sette” di Wall Street: Tesla ha perso il 15% (la peggiore giornata dal 2020, scendendo di oltre il 50% rispetto a dicembre), mentre Morgan Stanley e Goldman Sachs sono cadute rispettivamente del 6,4% e del 5%, nVidia è scesa del 5,1%, Meta (Facebook) del 4,4%.

Il colpevole è stato immediatamente identificato in Donald Trump, che con le sue dichiarazioni avventate, a mercati aperti, non ha escluso che l’inflazione possa aumentare e che una recessione possa verificarsi in tempi brevi come effetto delle sue scelte in campo macroeconomico (ha aperto la guerra dei dazi con tutto il resto del Mondo).

Naturalmente ha anche “previsto” che queste due sciagure saranno in ogni caso “temporanee”, ma che subito dopo “gli americani torneranno a guadagnare così tanti soldi da non sapere come spenderli”.

Trombonate a parte, tutti i più seri analisti sanno – e dicono, magari a mezza voce – che in realtà Trump e la sua scombiccherata amministrazione sono soltanto lo spillo che sta bucando la bolla speculativa cresciuta negli anni a ridosso dei settori hi tech (piattaforme e intelligenza artificiale). La quale fin qui ha nascosto la voragine aperta sotto i piedi della superpotenza Usa: il doppio debito (pubblico e privato) e il doppio deficit (commerciale e statale).

Neanche il “privilegio spropositato” che garantiva il dollaro può più coprire la realtà di un paese indebitato, squilibrato, deindustrializzato, diseguale al proprio interno quanto lo è sul piano globale, affaticato e anche militarmente molto meno efficiente.

Chiunque avesse vinto le elezioni presidenziali, insomma, avrebbe dovuto tagliare pesantemente la spesa pubblica (con forse qualche differenza sulle voci di spesa da sacrificare), tirare giù la saracinesca sulla guerra in Ucraina, ridurre la propria presenza militare in Europa (prima come spesa, poi anche come uomini e basi), per concentrarsi sul Pacifico, dove la Cina è ormai prima potenza e cresce il ruolo dell’India (tre miliardi di persone, insieme).

Lo “stile Trump” è però perfetto per rompere gli schemi consolidati e apparire perciò “rivoluzionario”, presentare in forma di ultimatum quel che prima sarebbe stato intimato nel chiuso di una stanza, e farne anche il parafulmine di tutto quello che non va, quando non va.

C’è da dire che le botte subite dai “Magnifici sette” in borsa sono lo specchio preciso del blocco sociale che supporta Trump. Capitale d’assalto delle piattaforme social, dell’auto elettrica e dell’aerospaziale, finanza creativa... tutti settori ad altissimo tasso di profitto, che hanno garantito agli “azionisti” ritorni favolosi e il dominio del mercato.

E alla fine hanno garantito anche il controllo pieno della politica Usa, conquistando lo Stato con l’intenzione dichiarata di stravolgerne le strutture portanti. Il DoGE (nuovo “ministero” per l’efficientamento dell’amministrazione pubblica, affidato proprio ad Elon Musk) rappresenta forse la principale chiave di volta del “nuovo corso”, insieme naturalmente al pesante ridimensionamento della spesa militare e dello stesso “complesso militare-industriale”.

Ma anche tagliare la spesa pubblica richiede qualche competenza che evidentemente manca tra gli ipertecnologici delle piattaforme, più avvezzi alla logica degli algoritmi che non a quella del mondo fisico.

Un esempio a suo modo clamoroso è il previsto, drastico, taglio alla ricerca scientifica, definita “inefficiente” perché il 99% circa dei programmi di ricerca finanziati non produce i risultati sperati. Anche il meno dotato dei ricercatori potrebbe però spiegare che la ricerca scientifica avviene “per prove ed errori”, visto che non si sa mai prima se l’ipotesi da cui parte una ricerca è giusta oppure no.

Ma anche dai “fallimenti” si impara quanto serve per affinare le successive ricerche, aggiustando il tiro, e arrivare infine a quei “successi” che cambiano la vita dell’umanità.

Ovvio che un simile “spreco” faccia orrore ad un amministratore delegato, per il quale ogni spesa è un investimento che “deve” produrre entrate maggiori.

Ma governare un paese è tutt’altra cosa rispetto a dirigere un’azienda. Le variabili di cui tenere conto sono infinitamente di più, ma soprattutto non si possono “sopprimere” componenti senza le quali un paese semplicemente collassa.

Persino il “fare la guardia” a un edificio può essere considerato un “lavoro inutile”, uno stipendio da tagliare, sostituibile con sensori e telecamere. Ma se quell’edificio contiene elementi vitali per il funzionamento dell’insieme (per esempio la stessa Casa Bianca), non è proprio possibile affidare la protezione alle sole tecnologie.

Nel caso anche remoto di un attacco, insomma, ci devono essere uomini e mezzi pronti per farvi fronte. E che magari per decine di anni vengono stipendiati, formati, ecc. senza che facciano assolutamente nulla di “produttivo di valore”.

In questo senso “i mercati” reagiscono come se stessero solo ora intuendo che la nuova America trumpiana agisce – paradossalmente – come i singoli “investitori dominanti” sognavano. Ma che questo “nuovo fare” non corrisponde a quello che serve all’insieme degli investitori.

I dazi, dicono in molti, possono favorire un po’ il paese che li impone per primo, specie se grande e forte. Ma “i mercati” fanno affari a livello mondiale, e la turbolenza che l’azione unilaterale crea – specie se questa azione è fatta da un soggetto “pesante” – mette in crisi radicale la condizione principale del business: la prevedibilità razionale delle aspettative.

Benvenuti nell’era dell’incertezza, tra bolle e guerre che esplodono in successione.

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24/02/2025

Guerra in Ucraina - Starlink come merce di scambio nei negoziati?

I negoziatori statunitensi che stanno trattando con Kiev le condizioni per la pace, e in particolare l’accesso alle risorse minerarie e naturali del Paese, avrebbero prospettato l’eventualità di tagliare l’accesso dell’Ucraina al sistema internet satellitare Starlink in caso di mancato accordo.

Così scrive Reuters dopo aver consultato tre fonti a conoscenza della trattativa. In particolare, la possibilità di continuare o meno a usare Starlink, di proprietà di SpaceX e quindi di Elon Musk, sarebbe stata sollevata durante le discussioni tra funzionari statunitensi e ucraini dopo che il presidente Zelenskij aveva rifiutato una proposta iniziale del segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent; e poi ancora durante gli incontri tra Keith Kellogg, l’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, e lo stesso Zelenskij.

Il quale finora ha respinto le richieste dell’amministrazione Usa di ricevere 500 miliardi di dollari in ricchezze minerarie dall’Ucraina per ripagare Washington degli aiuti in tempo di guerra. Dopo la pubblicazione della notizia, Musk ha scritto su X che l’articolo era “falso” e che “Reuters sta mentendo”. L’agenzia giornalistica, dal suo canto, ha confermato il servizio.

SpaceX ha iniziato a fornire i terminali Starlink all’Ucraina poco dopo l’invasione russa, sostenendo le comunicazioni sul campo di battaglia. Da allora, tuttavia, Musk ha criticato sempre più apertamente l’Ucraina, ricorda lo stesso Kyiv Independent. E dal suo canto l’Ucraina si era infuriata dopo aver subito un’interruzione dell’accesso a Starlink in relazione a un attacco con droni contro la flotta russa del Mar Nero nel 2022.

Non solo. Musk, che è a capo del Department of Government Efficiency (DOGE), l’organizzazione creata ad hoc con l’obiettivo dichiarato di “eliminare gli sprechi dal bilancio federale”, ha chiesto la chiusura dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), un’organizzazione che tra le altre cose fornisce aiuti umanitari essenziali all’Ucraina.

Inoltre proprio USAID negli ultimi quattro anni ha speso fino a 500.000 dollari e ha firmato contratti fino a un milione di dollari per i terminali Starlink di SpaceX, portandoli in Zimbabwe e in Sudafrica. Ma la partnership più significativa è quella che ha visto USAID collaborare con SpaceX per l’invio gratuito di 5.000 terminali Starlink all’Ucraina, per un valore di circa 3 milioni di dollari, dopo l’inizio della guerra nel 2022, scriveva settimane fa Forbes.

Nel maggio 2024 l’Ufficio dell’ispettorato generale di USAID aveva anche annunciato l’avvio di una istruttoria per capire come l’Ucraina avesse utilizzato i terminali Starlink e come USAID ne avesse monitorato l’uso.

Non è chiaro quale sia lo stato della verifica ora che si stanno dismettendo gran parte delle attività dell’agenzia, se non l’agenzia stessa.

L’intera vicenda però (che su Guerre di Rete abbiamo seguito fin dall’inizio) mostra quanto il pieno controllo delle infrastrutture di comunicazione da parte degli Stati sia una necessità sempre più irrinunciabile, sebbene certamente difficile da raggiungere.

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23/02/2025

“Che ci state a fare qui?”. La mail di Musk per licenziare i dipendenti pubblici

Proseguiamo con il doppio binario informativo per aiutare i nostri lettori ad inquadrare quanto sta avvenendo a causa del “tornado Trump”. Ci sembra necessario perché l’informazione mainstream è totalmente concentrata sull’attuale politica estera statunitense (Ucraina, Gaza, dazi, voglia di annessioni, ecc.) ma totalmente distratta su quanto avviene “dentro” gli States.

Se, quindi, il distacco – o il ricatto – nei confronti soprattutto dell’Europa appare chiaro, la “ristrutturazione interna” sfugge per lo più ai radar. Ad esempio, si riferisce delle sostituzioni ai vertici militari, da cui sono stati rimossi contemporaneamente il capo di stato magggiore Charles Q. Brown (primo nero a ricoprire questa carica apicale) e Lisa Franchetti, prima donna a capo della Marina.

Fin troppo evidenti le ragioni “ideologiche” vetero-reazionarie che pretendono di avere in quei ruoli dei “wasp” (bianchi anglosassoni, possibilmente anche protestanti), e quindi la logica “liberal” che ne parla solo per questo aspetto.

Così come si dà conto dei tanti ricorsi alla magistratura presentati da esponenti democratici del Congresso e alla guida di singoli Stati.

Ma non ci sembrano questi gli avvenimenti più rilevanti per capire “perché” stia avvenendo questa ristrutturazione reazionaria della macchina pubblica yankee.

Sicuramente rilevante a noi sembra un’altra mossa del Doge (il dipartimento che deve effettuare fisicamente questa ristrutturazione), dopo la clamorosa chiusura di UsAid, che dovrebbe tra qualche mese riaprire le porte con soli 300 addetti invece che 10.000.

Tutti i dipendenti federali hanno ricevuto da Elon Musk un’email, sabato pomeriggio, cui dovranno rispondere entro lunedì sera. Dovranno riferire su cosa hanno lavorato nell’ultima settimana o affrontare il licenziamento. Panico generale, e non solo tra gli “uscieri”...

Musk è intervenuto direttamente nel suo classico stile mafioso-ricattatorio, pubblicando su X che la mancanza di risposta “sarà considerata come una dimissione”. Volontaria, no?

L’email chiede ai dipendenti di rispondere indicando almeno “5 punti su ciò che hai realizzato la scorsa settimana”.

Prudentemente, istruisce anche i dipendenti a non inviare informazioni “classificate”. Il termine per rispondere: fine giornata di lunedì, poco più di due giorni da quando è stata inviata. Curiosità: la mail istituzionale non includeva alcuna minaccia di punizione per coloro che non rispondono. Ma Musk ha preferito chiarire bene che si tratta di un ultimatum.

La sortita ha comunque suscitato le preoccupazioni del nuovo capo dell’Fbi, Kash Patel, costretto ad avvertire i dipendenti di non rispondere. “Quando e se fossero necessarie ulteriori informazioni, coordineremo la risposta”, ha spiegato ancora Patel, “per il momento, per favore, sospendete ogni risposta”.

L’annuncio arriva solo poche ore dopo che Donald Trump ha pubblicato sul suo social Truth un messaggio di applausi per Musk e il suo lavoro con il Doge nel ridurre le dimensioni del governo federale, incoraggiandolo ad “essere più aggressivo”. “RICORDATE, DOBBIAMO SALVARE IL NOSTRO PAESE”, ha scritto.

Molti avvocati si sono naturalmente messi subito al lavoro per contestare la legalità di un simile atto, e della stessa prassi utilizzata, che riguarda tutti i dipendenti federali (sono esclusi per ora quelli dei singoli Stati, ma sembra ovvio che i prossimi passi li riguarderanno in qualche modo, visto che i Governatori dovranno fare i conti con un budget sotto esame da parte della Casa Bianca).

Nelle scorse settimane l’amministrazione Trump aveva già tagliato le agenzie federali e licenziato dipendenti in prova. Inoltre l’Ufficio del Personale aveva inviato un’offerta di dimissioni differite ai dipendenti federali — con la email “Fork in the Road” — e oltre 77.000 dipendenti avevano accettato l’offerta di lasciare, riducendo del 3% la forza lavoro del governo.

Lo stesso Doge ha poi rapidamente coordinato il licenziamento di migliaia di dipendenti in diverse agenzie, dal Dipartimento dell’Energia alla General Services Administration, per ridurre la forza lavoro prendendo di mira intanto quelli in un periodo di “prova”.

Anche il ricorso alla magistratura, tentato da parecchi dipendenti, si sta rivelando inutile. Trump questa settimana ha ottenuto una vittoria in un tribunale federale, dove un giudice ha autorizzato Musk ad accedere ai dati del sistema di pagamento pubblico e quindi di orchestrare licenziamenti di massa.

Trump ha poi firmato un ordine esecutivo, martedì scorso, per obbligare le diverse agenzie federali a collaborare con il Doge per i “preparativi per avviare riduzioni su larga scala della forza lavoro”.

Anche il Pentagono ha annunciato venerdì i piani per licenziare 5.400 dipendenti, e altre agenzie hanno anche indicato che stanno continuando a cercare cosa tagliare. Ma è solo il primo passo per un taglio di spesa strutturale di quasi il 50% nei prossimi cinque anni.

L’American Federation of Government Employees, il sindacato che rappresenta i lavoratori in tutto il governo federale, ha criticato Musk e Trump per “il loro totale disprezzo per i dipendenti federali” e ha promesso di contestare qualsiasi “licenziamento illegale”.

“È crudele e irrispettoso verso centinaia di migliaia di veterani che indossano la loro seconda uniforme nel servizio civile essere costretti a giustificare i loro doveri lavorativi a questo miliardario fuori dal mondo, privilegiato, non eletto che non ha mai svolto un’ora di onesto servizio pubblico nella sua vita”, ha detto il presidente nazionale del sindacato, Everett Kelley.

Alcuni manager esperti di amministrazione pubblica pensano che la mossa di Musk sia una tattica per spaventare le persone e farle dimettere. E funzionerà, dicono.

“Legale o illegale, sono determinati a eludere ogni regola e interpretare male ogni regolamento che possono per licenziare le persone come se fosse un’azienda”. Non mancano però i problemi. “Sono chiaramente in panico. Non possono licenziare le persone così facilmente come si potrebbe fare in un’azienda privata, e dopo la purga dei dipendenti in prova, hanno bisogno di provare nuovi metodi per capire come farlo”.

Al di là di ogni considerazione sindacale o legale, però, ci sembra più importante illuminare la ragione di questo assalto con la motosega all’amministrazione pubblica. È infatti una bufala anche la giustificazione addotta dal duo Musk e Trump, secondo cui i dipendenti pubblici sarebbe “marxisti imboscati”, ovviamene fancazzisti ma con lo stipendio sicuro.

E ancora una volta bisogna guardare al livello colossale del debito pubblico statunitense, ai problemi di rifinanziamento aggravati dalla necessità di ampliarlo per poter spendere in deficit, nonché al problema principale: il venir progressivamente meno dei grandi acquirenti dei titoli di stato Usa (dalla Cina all’Arabia Saudita, ecc.).

Una superpotenza in declino si vede anche da questo. Da quanto deve tagliare la sua spesa. E se queste sforbiciate abnormi riguardano anche il Pentagono, allora tutta la tua capacità operativa in giro per il mondo diventa più striminzita. Come minimo gli Usa dovranno ora limitare la propria malevola attenzione a poche parti del mondo.

L’addio all’Europa (e a Zelenskij), insomma, rientra in questo cambiamento di priorità strategiche basato sulla mancanza di soldi.

Anche questa è una novità che bisognerà comprendere e metabolizzare rapidamente, se vogliamo agire come un’opposizione all’imperialismo che non sia solo di facciata.

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20/02/2025

Musk e Trump come “la svastica sul sole”

Un passo avanti deciso vero la società del “Grande Fratello” – quello inquietante di Orwell, non le scemenze tv di casa nostra – viene compiuto in queste settimane nell’ex “tempio della democrazia”, ovvero negli Stati Uniti.

Non che prima fosse davvero tale (Fbi e Cia, oltre ad altre agenzie spionistiche, avevano accesso completo ai dati personali sia dei propri cittadini che di qualsiasi soggetto straniero fosse presente sui social delle piattaforme Usa), ma è la prima volta che uno staff a tutti gli effetti “privato” può mettere le mani sulle informazioni finanziarie degli americani.

Gli uomini di Elon Musk – che non sono “dipendenti pubblici” obbligati ad osservare le leggi e le regole sulla privacy – stanno infatti avendo la possibilità di accedere a informazioni personali su un sistema dell’IRS che contiene ampi dati finanziari individuali, insieme a informazioni provenienti dalla Social Security Administration.

Il timore espresso anche da numerosi parlamentari dell’opposizione, è che tramite loro l’amministrazione Trump possa cercare di sfruttare i database governativi contro gli americani individuati come “dissidenti” rispetto all’esecutivo in carica. “Per fare cosa” è oggetto di sospetti piuttosto chiari, anche perché la fantasia del duo Musk-Trump e la loro ostilità a tutto ciò che odori di legalità e costituzione sembra veramente infinita.

Tradizionalmente il rispetto della privacy in materia di informazioni finanziarie individuali – quanti soldi hai, dove sono depositati o investiti, ecc. – è stato però un cavallo di battaglia soprattutto dei repubblicani, anche se pure i “democratici” non hanno mai scherzato su questo punto.

Ma ora – visto che Musk ha ottenuto un “mandato speciale” direttamente da Trump – deputati e senatori del Grand Old Party sembrano aver cambiato completamente i parametri.

Il senatore Rand Paul del Kentucky, un antico paladino dei diritti alla privacy individuale e oppositore degli sforzi di sorveglianza governativa, sembra prendere decisamente per buona la parola dell’amministrazione, secondo cui non sta accadendo nulla di straordinario.

“Penso che chiunque acceda ai dati governativi sia vincolato dalle regole sulla privacy, non vedo come questo sia diverso da chiunque altro che li consulti”, ha detto Paul in un’intervista. “Tutte le regole sulla privacy si applicano ancora. Se stanno violando qualche regola, saranno nei guai, ma devi guardare i dati per trovare i problemi”.

“Ci sono sicuramente preoccupazioni quando si tratta della privacy delle informazioni personali”, ma ha anche aggiunto: “Non credo sia insolito che una Casa Bianca o un’amministrazione... abbia accesso a questo tipo di registri”.

Idem per quanto riguarda un altro tema storico dell’ultradestra occidentale: i rapporti tra potere politico e magistratura.

Donald Trump ha ora chiesto al dipartimento di Giustizia di licenziare tutti i procuratori federali dell’era Biden.

In un post sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente ha accusato, di nuovo, la giustizia americana di essere stata “politicizzata come mai prima d’ora”.

“Pertanto, ho dato ordine di licenziare TUTTI i rimanenti procuratori federali dell’era Biden. Dobbiamo fare pulizia subito e ripristinare la fiducia”, ha scritto Trump. “L’età dell’oro dell’America deve avere un sistema giudiziario equo”. Ossia egualmente politicizzato, ma secondo un altro orientamento...

Per quanto le dichiarazioni del presidente Usa siano letteralmente identiche a quelle che in Italia spara quotidianamente tutta la destra di governo (e anche Renzi, quando gli è toccato finire sotto inchiesta), c’è da rilevare una differenza fondamentale tra il sistema giudiziario statunitense e quello italico.

Qui tutti i magistrati, con qualsiasi funzione e livello, sono funzionari assunti per concorso pubblico e nell’insieme costituiscono un “potere indipendente” secondo il classico schema della tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) in regime liberaldemocratico. Sull’indipendenza effettiva si possono nutrire giustificati dubbi, ma a livello di architettura delle regole le cose stanno così.

Negli Usa invece la carica di procuratore a livello locale – colui che promuove l’accusa contro qualcuno, mettendolo sotto inchiesta e poi eventualmente sotto processo – è effettivamente una carica politica. Nei singoli Stati, infatti, i procuratori vengono eletti mediante una normalissima campagna elettorale cui segue un voto popolare. È di fatto il primo gradino di una carriera politica, cui segue di solito la candidatura a sindaco o governatore, e quindi poi al Senato o alla Camera.

I procuratori federali, quelli che si occupano dei grandi reati – appunto – “federali” (in tutti gli Usa), a prescindere dallo Stato in cui sono stati commessi, non sono eletti ma nominati dal Presidente degli Stati Uniti, che fornisce loro anche indicazioni su quali reati vanno considerati prioritari e quali invece secondari.

Giusto per saperlo: Trump ha già dato indicazione di considerare la corruzione come una bagattella di cui non occuparsi. Si vede che molti dei suoi uomini e seguaci hanno qualche problemino di quel tipo.

Nel “tempio della democrazia liberale occidentale”, insomma, si vanno seppellendo a grande velocità anche le ultime apparenze.

Il potere economico si è insediato direttamente nelle principali cariche politiche – ed anche in quelle teoricamente sussidiarie, con Elon Musk al DOGE (il ruolo che grosso modo era stato pensato per Carlo Cottarelli come commissario alla spending review, “mani di forbice” si diceva) ma, al contrario del protagonista di mille talk show, Musk sta sforbiciando davvero – e come all’interno delle aziende non tollera alcun ostacolo al proprio comando. Né i giudici né i sindacati, insomma.

E quindi, molti decenni dopo il capolavoro distopico di Philip Dick, sull’immagine della Casa Bianca comincia ad apparire “la svastica sul sole”.

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08/02/2025

L’harakiri Usa sulla “informazione indipendente”

Quel che sta avvenendo negli Usa, con la seconda presidenza Trump, è una ristrutturazione reazionaria drastica che punta contemporaneamente a ridurre i costi dell’amministrazione pubblica e aumentare la pressione nei confronti del resto del mondo.

Il problema è però: è possibile far marciare le due cose insieme?

Vediamo quel che sta succedendo con la più nota delle agenzie non spionistiche (almeno ufficialmente), ovvero UsAid, il programma federale di “aiuti” in casa e all’estero che ha rappresentato il braccio operativo “civile” degli Stati Uniti nel governare, manipolare, indirizzare le sorti di parecchi paesi.

Elon Musk, con l’autorizzazione di Trump, ha bloccato programmi per centinaia di miliardi, definendola un’“organizzazione criminale”, addirittura e «nido di serpi dei marxisti della sinistra radicale». Non male per quella che stata nella storia la facciata “perbene” della Cia e dei golpe...

L’agenzia risulta al momento chiusa, i funzionari e gli impiegati sono rimasti a casa, il sito è “spento”. Il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato di essere stato nominato direttore ad interim dell’agenzia, suggerendo che le sue operazioni sarebbero state trasferite al Dipartimento di Stato.

Per provare a capire l’importanza di questa agenzia per la politica estera statunitense conviene forse concentrarsi su uno solo dei suoi comparti: il controllo dell’informazione a livello mondiale.

Quasi immediatamente dopo l’entrata in vigore del congelamento dei fondi, le organizzazioni giornalistiche di tutto il mondo che ricevono finanziamenti americani hanno iniziato a contattare Reporter Sans Frontieres (Rsf, il ramo più noto di questo comparto) esprimendo confusione, caos e incertezza.

Le organizzazioni interessate includono grandi ONG internazionali che supportano media definiti – con autentico sprezzo del ridicolo – “indipendenti”, come l’International Fund for Public Interest Media e media più piccoli, addirittura individuali, mirati ad un pubblico che vive in paesi come Iran e Russia.
“Il congelamento dei finanziamenti per gli aiuti americani sta seminando il caos in tutto il mondo, anche nel giornalismo. I programmi che sono stati congelati forniscono un supporto vitale ai progetti che rafforzano i media, la trasparenza e la democrazia. Il presidente Trump ha giustificato questo ordine accusando, senza prove, che una cosiddetta “industria degli aiuti esteri” non è allineata con gli interessi degli Stati Uniti.

La tragica ironia è che questa misura creerà un vuoto che fa il gioco dei propagandisti e degli stati autoritari. Reporter Senza Frontiere (RSF) fa appello ai finanziatori pubblici e privati ​​internazionali affinché si impegnino per la sostenibilità dei media indipendenti.”

Clayton Weimer

Direttore esecutivo, RSF USA
La faccia come il culo è in clamoroso primo piano. Da un lato ti proclami “indipendente”, dall’altra ammetti che se la Casa Bianca ti taglia i viveri tu smetti di campare...

I programmi USAID hanno fin qui supportato i media filo-americani in oltre 30 paesi, ma è difficile valutare la piena portata dei problemi che stanno sorgendo nell’insieme dei media globali.

Secondo una scheda informativa USAID, che da allora è stata rimossa, nel 2023 l’agenzia ha finanziato la formazione e il supporto per 6.200 giornalisti, ha assistito 707 organi di informazione non statali e ha supportato 279 organizzazioni della società civile del settore dei media dedicate al rafforzamento dei “media indipendenti”.

Un vero esercito di “disinformatori” a busta paga per seminare nel mondo la versione Usa, o “euro-atlantica”, spacciata per corretta e libera informazione.

Il budget per gli aiuti esteri del 2025, ora sospeso, includeva 268.376.000 dollari stanziati dal Congresso per sostenere “i media indipendenti e il libero flusso di informazioni”. Così “libero” da dipendere totalmente dal finanziatore a Washington...

In tutto il mondo, i media e le organizzazioni hanno dovuto sospendere alcune delle loro attività da un giorno all’altro. “Abbiamo articoli programmati fino alla fine di gennaio, ma dopo, se non avremo trovato soluzioni, non potremo più pubblicare”, spiega una giornalista di un media bielorusso in esilio che ha preferito rimanere anonima.

In Camerun, il blocco dei finanziamenti ha costretto DataCameroon, un media di interesse pubblico con sede nella capitale economica Douala, a sospendere diversi progetti, tra cui uno incentrato sulla sicurezza dei giornalisti e un altro che copriva le imminenti elezioni presidenziali.

Un media iraniano in esilio – anche questo ha preferito rimanere anonimo – è stato costretto a sospendere la collaborazione con il suo staff per tre mesi e a tagliare gli stipendi al minimo indispensabile per sopravvivere.

Una giornalista iraniana in esilio intervistata da RSF avverte che l’impatto del blocco dei finanziamenti potrebbe mettere a tacere “alcune delle ultime voci libere rimaste, creando un vuoto che la propaganda di stato iraniana inevitabilmente colmerebbe. “Chiuderci significherebbe che avranno più potere”, afferma.

Da sottolineare l’assoluta assenza di ironia e consapevolezza. È come se ognuno di questi “giornalisti” dicesse: “abbiamo sempre lavorato per voi, ai vostri ordini, non potete abbandonarci così...”.

Il grido di dolore più forte arriva ovviamente dall’Ucraina. Lì dove 9 canali su 10 si affidano ai sussidi, e USAID è il principale donatore, diversi media locali hanno già annunciato la sospensione delle loro attività e stanno cercando soluzioni alternative.

“A Slidstvo.Info, l’80% del nostro budget è interessato”, afferma Anna Babinets, CEO e co-fondatrice di questo canale che si definisce di “informazione investigativa indipendente” (per il residuo 20%, evidentemente).

E dire che questa sospensione – si ammette esplicitamente – “potrebbe aprire la porta ad altre fonti di finanziamento che potrebbero cercare di alterare la linea editoriale e l’indipendenza di questi media”. Insomma, se ti pagano gli Usa sei “indipendente”, se ti paga qualcun altro sei “eterodiretto”. Semplice, no?

Secondo Oleh Dereniuha, almeno dal 2024, i media ucraini “indipendenti” hanno scoperto che garantire la sostenibilità finanziaria è quasi impossibile a causa del calo dei donatori. Di conseguenza, anche piccoli tagli al budget potrebbero ora mettere questi media “combattenti” in una posizione precaria.

Inoltre, oltre al calo del sostegno dei donatori in Ucraina, i media stanno anche affrontando crescenti minacce ai loro finanziamenti e modelli economici in altri paesi.

La legge sulla trasparenza dell’influenza straniera della Georgia, modellata sulla legislazione russa (ma praticamente identica a quella statunitense...), ha messo a rischio numerose organizzazioni mediatiche niente affatto “indipendenti”.

E, sarà un caso, ma da quando sono stati fermati i soldi si sono fermate anche le manifestazioni “europeiste” a Tblisi...

Secondo il governo degli Stati Uniti, questa sospensione dovrebbe durare ufficialmente solo 90 giorni. Tuttavia molti dei “sussidiati” temono che le revisioni dei contratti di finanziamento potrebbero richiedere molto più tempo o addirittura essere tagliati definitivamente.

Sospendendo bruscamente gli aiuti, insomma, gli Stati Uniti hanno reso vulnerabili molti organi di stampa e giornalisti, infliggendo un duro colpo alla cosiddetta “libertà di stampa”.

Da questa patetica rassegna di servi stupidi emerge dunque il quadro strategico del problema creato dalla “ristrutturazione” a là Musk.

Distruggere un arsenale operativo per sostituirlo con un altro meno costoso è sicuramente possibile, ma tagliare spese e personale “politicamente orientato ed esperto” non è come tagliare dipendenti che compiono mansioni seriali (meccaniche o informatiche che siano).

Nel tagliare si perdono competenze specifiche, costruite negli anni; risorse preziose, contatti, reti di conoscenze. Si perde insomma efficacia nell’azione.

Il rischio per gli Usa – e auguriamo ovviamente al mondo intero che diventi realtà – è di ritrovarsi tra qualche tempo con una macchina amministrativa iper-tecnologica e a basso costo. Che avrà l’unico inconveniente di non funzionare.

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05/02/2025

La corsa di Musk può sfiancare gli USA

Quando i reazionari prendono le leve del potere, sostituendo i conservatori che giochicchiavano parlando di sé come “progressisti”, abbiamo quelle classiche situazioni da “dieci giorni che sorpresero i cretini” (piuttosto diversi da quelli che “sconvolsero il mondo” oltre 100 anni fa).

Abituati ad un mondo “basato sulle regole”, tutti – anche gli analisti più di sinistra o “antagonisti” – fanno fatica a cogliere quel che sta avvenendo al vertice degli States, e quindi nella “sala operativa” da cui nel bene o nel male dipende il corso del mondo.

Avvertenza: mondo “basato sulle regole” non significa affatto – come continuano a pensare i conservatori – che quelle regole fossero “buone”, “etiche”, “efficaci” o condivisibili. Significa solo che c’era un quadro di regole abbastanza fisso entro cui tutti, anche i rivoluzionari e gli antagonisti, si muovevano con relativa certezza, fissando obiettivi di medio o lungo periodo, iniziative di lotta o di semplice gestione, ecc..

Quelle regole stanno saltando e con esse l’impianto generale delle “attese razionali”, sia nelle dinamiche interne agli Usa che, a maggior ragione, nelle relazioni internazionali. È infatti in corso un blitz a carro armato da parte dei “trumpiani tecnologici” contro il cuore stesso dell’amministrazione Usa.

Un blitz che impone un’altra “cultura di governo” e che ha come caratteristiche fondamentali: la determinazione di una linea di “riforma” al di fuori di qualsiasi dibattito politico-istituzionale e l’esecuzione degli ordini affidata a “tecnici” dipendenti da privati, che però modificano il funzionamento della “cosa pubblica”.

Avevamo colto il punto di attacco di questo blitz pochi giorni fa, quando per la prima volta nella storia di uno Stato occidentale “liberale” l’intero sistema dei pagamenti pubblici – dalle pensioni ai finanziamenti per le “majdan” nel mondo – è stato messo nelle mani di un imprenditore privato che assume anche un ruolo pubblico. Elon Musk – che non può evidentemente fare tutto da solo – ha così subito mandato le sue squadre di “nerd” (giovanissimi ingegneri informatici di primo livello, certo, ma a sua totale disposizione) a prendere possesso della macchina pubblica e cominciare a modificarla. Radicalmente.

Abbiamo visto anche come ne sia risultata sconvolta una delle iniziative di più lungo periodo dell’imperialismo Usa – la famigerata e criminale USAID, che distribuisce da decenni gli “aiuti” statunitensi a Ong e gruppi controrivoluzionari o “progressisti” in tutto il mondo. Ovviamente non in vista di un ripensamento del suo ruolo killer, ma per preparare qualcosa di più “moderno”.

Come ogni cambiamento radicale, però, ogni mossa crea problemi, richiede soluzioni, colpisce interessi consolidati, provoca malfunzionamenti (almeno temporanei), brucia carriere e distrugge istituzioni. Destabilizza ogni automatismo, che è poi ciò su cui si regge il potere di uno Stato.

E quindi Musk e i suoi alleati hanno ottenuto l’accesso ai sistemi di pagamento del Dipartimento del Tesoro e hanno assunto un controllo dell’Ufficio di Gestione del Personale (OPM) tale da poter inviare un’email di massa ai dipendenti federali offrendo incentivi per il pensionamento anticipato. Qualcosa del genere sta avvenendo anche ai dati sui prestiti studenteschi (come si vede, non c’è ambito pubblico che possa stare “sereno”).

L’effetto complessivo è stato trasformare quelli che una volta sembravano semplici sistemi informatici federali in un bulldozer anche ideologico, usato per eliminare programmi ritenuti – a quanto pare da Musk – inutili o eccessivamente “woke”. Il problema evidente è che la “linea di condotta” su un terreno come questo, eminentemente politico ma con risvolti anche etici, che riguarda tutti i 340 milioni di statunitensi, viene in questo modo decisa da un singolo individuo (o da una cerchia ristrettissima) che impone la propria ideologia (come i propri interessi finanziari, quando affronta altri comparti) senza alcun confronto. Ipse dixit... et fecit.

L’approccio di Musk – rivelano funzionari interni che ormai stanno saturando di informazioni e indiscrezioni tutti i media possibili – sta rivelando quanto il funzionamento quotidiano del governo dipenda da sistemi tecnologici che, in teoria, possono essere attivati o disattivati con un semplice clic. Sta anche testando i limiti del potere che un singolo funzionario può esercitare se ha l’approvazione della Casa Bianca per prendere il controllo di questi sistemi.

Ann Lewis, ex direttrice dei Servizi di Trasformazione Tecnologica (TTS) presso l’Amministrazione dei Servizi Generali (GSA), ha spiegato a POLITICO che la scelta di Musk di “Andare dove si concentra la maggior parte dei dati delle transazioni governative, sembra una mossa molto strategica”. Se non sai non puoi fare nulla, se hai i dati puoi fare tutto senza sentire nessuno. Una rapina colossale basata sui datacenter pubblici, la più gigantesca delle truffe informatiche...

A prima vista, nella narrazione ufficiale, gli obiettivi di Musk sembrano allinearsi con quelli di generazioni di “riformatori del buon governo”, che da tempo immaginano di rinnovare i complessi processi di assunzione e appalti federali accumulatisi nel corso di decenni: tagliare la spesa inutile, ridurre il debito pubblico, eliminare un bel po’ di privilegi e sinecure, ecc. Basta pensare ai primi “grillini” per farsene un’idea...

Questo rientra anche, almeno sulla carta, nella missione del DOGE, il nuovo dipartimento creato da e affidato a Musk: “attuare l’Agenda DOGE del Presidente, modernizzando la tecnologia e il software federali per massimizzare l’efficienza e la produttività del governo”.

Molti esperti di governance e funzionari di alto livello hanno però accolto il lancio di DOGE con allarme, se non con orrore.

L’ufficio, come detto, sta utilizzando il suo accesso ai dati federali per identificare e smantellare una marea di programmi federali, tra cui anche quelli relativi alla diversità, equità e inclusione (DEI), portando avanti un’agenda ideologica che non c’entra nulla con gli obiettivi dichiarati di produttività ed efficienza.

Ma ci sono anche serie preoccupazioni in materia di sicurezza informatica riguardo alle modalità operative dei suoi team. Una delle prime cause legali mosse contro il DOGE sostiene che un “omino” di Musk abbia installato un server di posta elettronica privato presso l’OPM per inviare email di massa direttamente ai dipendenti pubblici.

La portavoce di Musk, Katie Miller, ha reagito secondo lo stile che ormai accomuna tutta l’ultradestra occidentale (fino a Milei e Meloni): “Non c’è nulla di illegale e nessun server, solo altre fandonie inventate da burocrati di carriera disinformati che probabilmente lavorano da remoto”. Segno che il “defenestramento dei burocrati” è in pieno svolgimento...

L’impressione di chi conosce meglio la macchina amministrativa è che Musk stia creando le condizioni per espandere ulteriormente il suo potere digitale prendendo direttamente possesso della “burocrazia”, con le “squadrette di ingeneri operativi”, piuttosto che provare ad ottenere nomine di alto profilo, ancora soggette a controllo pubblico. La “pratica dell’obiettivo”, si sarebbe detto nel movimento 50 anni fa...

Il pericolo, da punto di vista di uno “Stato liberale”, è che in questo modo il team del supermiliardario sudafricano potrebbe presto avere il potere di accedere direttamente al codice dei sistemi federali. “Non c’è alcun buon motivo per cui dovrebbero essere in grado di modificare direttamente il codice, interrompere o alterare i pagamenti e ignorare i controlli di base”, ha dichiarato Robert Gordon, ex assistente del presidente Joe Biden proveniente da quegli uffici. Ma sono quasi in grado di farlo...

La fusione tra il processo decisionale politico di Musk e il potere amministrativo effettivo è, del resto, la massima espressione della “mentalità Silicon Valley” che definisce il Trump 2.0. O come ripete adesso Musk, “Abbiamo sempre detto che potremmo gestire il governo in modo più efficiente del governo stesso, e ora lo faremo, fregandocene delle normative esistenti o dell’autorità costituzionale”.

L’idea strategica è in fondo semplice: ristrutturare completamente lo Stato federale Usa per renderlo più “snello”, verticale, efficiente, dal costo immensamente minore. E anche molto più aderente agli interessi di una élite molto ristretta di tecno-miliardari e finanzieri.

Per far questo “la democrazia” è un impiccio. Ogni passaggio istituzionale una perdita di tempo. Ogni bilanciamento di interessi sociali diversi un “complotto di chi rema contro”. Chiunque sia.

Ma anche se nessuno si opponesse, il problema dei tempi e dell’efficacia è enorme. Musk e Trump vogliono evidentemente andare di corsa, “creare una nuova situazione” prima che il complesso dell’America se ne renda completamente conto e possa reagire anche male.

Così facendo, però, rischiano di inceppare un milione di meccanismi che fin qui hanno garantito – ad un costo elefantiaco, certo... – la macchina da guerra (militare, ideologica, propagandistica, diplomatica, ecc.) statunitense.

E corrono questo rischio doppiamente, perché – allo stesso tempo – stanno cercando di imporre al mondo una sterzata molto brusca nella gestione degli affari internazionali, senza neanche provare a cercare consenso tra alleati sconvolti.

Dazi per tutti, Panama, Groenlandia, “la riviera di Gaza” – massima espressione di cosa può arrivare a pensare un suprematismo razzista che ha superato il nazismo storico “reintegrando gli ebrei” nel novero dell’“uomo bianco” – le minacce alla Cina e all’Iran, ecc., se dovessero diventare impegni operativi anziché sparate per “fare pressione”, richiederebbero una macchina funzionante al decimillimetro e già pronta.

Mentre, per quanto possano correre i “nerd” pilotati da Musk, i cantieri aperti all’interno di quella macchina non possono che rallentarne momentaneamente il funzionamento. Ed è difficile fare il Gran Premio, se la macchina non parte...

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