Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/05/2025

USA - 260 mila dipendenti pubblici lasciano il lavoro a causa di Trump e Musk

Negli Stati Uniti è in corso una silenziosa ma profonda epurazione della pubblica amministrazione. Decine di migliaia di dipendenti federali hanno scelto di dimettersi nel corso degli ultimi mesi, molti dei quali non per volontà propria ma perché spinti ai limiti della resistenza psicologica dalle politiche intimidatorie dell’amministrazione Trump. Una strategia che ha permesso all’ex presidente, tornato alla Casa Bianca, e al miliardario Elon Musk — a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) — di ridurre del 12% il personale civile federale senza formalmente licenziare nessuno.

Dal giorno del suo reinsediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo per “snellire” la burocrazia federale, annunciando tagli drastici ai costi e al numero dei dipendenti pubblici. Tuttavia, dopo quattro mesi, i licenziamenti di massa promessi non si sono concretizzati, frenati da numerosi ricorsi legali. Nel frattempo, però, un’altra strategia ha iniziato a produrre effetti: migliaia di lavoratori hanno accettato dimissioni incentivanti, i cosiddetti buyout, o hanno scelto il pensionamento anticipato per sfuggire a un clima di crescente tensione e incertezza.

“Molti di questi dipendenti ritengono di essere stati costretti ad andarsene”, spiega Don Moynihan, professore alla Ford School of Public Policy dell’Università del Michigan. “Non si può parlare di dimissioni volontarie quando ogni giorno ricevi email che ti ricordano che potresti perdere il lavoro e che c’è un incentivo solo se te ne vai subito”. Una pressione psicologica costante, spesso accompagnata da pratiche vessatorie come il ritorno obbligatorio in uffici sovraffollati e la richiesta di svolgere mansioni per cui non si era stati formati.

Tra le agenzie più colpite figurano il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, con oltre 80.000 posti a rischio, e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, che ne perderà almeno 10.000. Il personale, sempre più ridotto, ha assistito impotente alla fuga di colleghi esperti, aggravando ulteriormente le disfunzioni interne e alimentando un clima di frustrazione e impotenza. “Ti ha capovolto il mondo”, ha detto un lavoratore della Social Security Administration, che ha accettato il secondo buyout. “Mi svegliavo nel cuore della notte, bevevo di più, non riuscivo più ad allenarmi. Era come vivere in un limbo”.

Secondo un’analisi della Reuters, il numero complessivo dei dipendenti civili che hanno lasciato o lasceranno il lavoro entro settembre supera quota 260.000. Di questi, 75.000 hanno accettato il primo round di buyout, mentre non è ancora chiaro quanti abbiano aderito al secondo. In ogni caso, la maggior parte continuerà a ricevere stipendio e benefit fino alla fine dell’anno fiscale, senza obbligo di presentarsi in ufficio.

Per Everett Kelley, presidente dell’American Federation of Government Employees (AFGE), il più grande sindacato del settore con 800.000 iscritti, l’intera operazione rappresenta una forma di “molestia sistematica”. “Il presidente ha autorizzato Musk e il suo team DOGE a insultare e umiliare i lavoratori pubblici. L’obiettivo dichiarato era farli sentire traumatizzati, spingerli a mollare tutto”, ha denunciato. Parole che trovano conferma in dichiarazioni passate di Russ Vought, responsabile del bilancio di Trump, che nel 2023 aveva affermato: “Vogliamo che si sveglino la mattina e non abbiano voglia di andare a lavorare”.

La reazione non si è fatta attendere anche sul piano giudiziario. Il 9 maggio, un giudice federale della California ha sospeso i licenziamenti in 20 agenzie e ordinato il reintegro di numerosi dipendenti. La sentenza ha stabilito che qualsiasi ristrutturazione dell’amministrazione federale deve passare per il Congresso, bloccando temporaneamente i piani dell’esecutivo. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha già presentato ricorso, e osservatori temono che, se le corti d’appello dovessero rimuovere gli ostacoli legali, i licenziamenti di massa possano riprendere a ritmo serrato nei prossimi mesi.

A oggi, la Casa Bianca non ha fornito dati ufficiali sulle partenze, né ha risposto alle richieste di commento. Trump e Musk continuano a difendere la loro politica come necessaria per “liberare il governo da inefficienze, sprechi e frodi”.

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12/08/2024

Palazzina LAF (2023) di Michele Riondino

Nell’odierno contesto cinematografico italiano Palazzina LAF è un prodotto atipico per diversi aspetti.

Perché prende le distanze dalle produzioni di “impegno civile” intrise di buoni propositi che troppo spesso si diluiscono in narrazioni manichee; perché sulla base di questo si inserisce nella nuova fecondità che da alcuni anni sta caratterizzando il cinema italiano, segnatamente quello di genere, ma soprattutto perché, al posto di parlare genericamente di “lavoro”, parla esplicitamente di lavoratori e padroni, facendo nomi e cognomi.
A partire dall’ILVA di Taranto dei Riva, in quegli anni – siamo nella seconda metà dei ‘90 – da poco subentrati alla proprietà pubblica dell’IRI.
Non è una cosa da poco in un Paese in cui il dibattito pubblico subisce una moderazione soffocante ed esplicita perché non bisogna disturbare chi fa impresa.

L’esordio alla regia di Riondino, quindi, si smarca dalle formule di pellicole come 7 minuti o Il capitale umano mostrandosi più interessato all’esperienza artistica di Elio Petri, in particolare, all’inclinazione del regista romano di non fare sconti ad alcun soggetto ed ambiente descritto nei suoi film e spesso rappresentato con toni marcatamente sopra le righe (come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

Palazzina LAF, dunque, sul palcoscenico mostruoso dell’immenso stabilimento siderurgico e della consunta periferia tarantina, illumina un momento essenziale dei decenni smarriti, quegli anni ‘90 in cui la società italiana vive sulla propria pelle l’affastellarsi di una serie impressionante di criticità sistemiche:

- la sconfitta storica del movimento comunista internazionale che lascia la classe operaia orfana di riferimenti teorici e valoriali avanzati in grado di metterla al riparo dalle derive reazionarie di un individualismo becero ed ignorante, di cui è intriso il soggetto di Caterino Lamanna interpretato con intensità da Riondino;

- la deflagrazione della classe dirigente (il Basile interpretato da Germano), che non più “limitata” dall’esistenza di un modello di sviluppo antitetico a quello capitalista, si abbandona senza remore a predazioni economiche e soprusi ferini contro i lavoratori (culminanti nel “reparto confino palazzina LAF” che costituisce il cardine di tutta la narrazione) dando forma a un quadro che ha un solo denominatore comune, la desolazione;

- l’incalzante crisi economica e industriale prodotta dall’unione tra apertura internazionale dei mercati e dismissioni delle partecipazioni statali. Un combinato disposto che in quegli anni registra la sconfitta del sindacalismo confederale, di cui la pellicola mette in risalto l’incapacità di leggere i riassetti produttivi e farvi fronte con una proposta alternativa e di lotta, ma soprattutto di fare argine nei confronti delle derive centrifughe tra lavoratori che a mezzo demansionamento, precipitano nell’atomizzazione tra operai e impiegati e poi tra presunti scansafatiche e dediti al proprio lavoro, cioè all’interesse aziendale, anche quando i turni sono scadenzati dai morti sulle linee produttive.

Non ci sono mostri ed eroi in Palazzina LAF, ma una crisi di civiltà che 25 anni fa riusciva ancora a trovare un precario puntello nell’azione della magistratura, un elemento che oggi dobbiamo invece considerare del tutto normalizzato. Lo dimostra la stessa storia vera a cui il film è più che ispirato: il processo per mobbing (il primo in Italia) a carico dei vertici Ilva di allora, dopo 8 anni di procedimento nei tre gradi di giudizio produce condanne a 1 anno e 6 mesi per Emilio Riva e 1 anno e 8 mesi per Luigi Capogrosso, non un gran che considerando il danno subito dai 79 lavoratori oggetto del confinamento nella Palazzina LAF.

Questo era il 2006. Oggi, 18 anni dopo, gli sfruttati di questo Paese sono ancora in attesa che dal processo per la strage del Ponte Morandi di Genova escano delle responsabilità al primo grado di giudizio...

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29/12/2023

Mobbing, sfruttamento e arroganza padronale: una panoramica su “Palazzina LAF”

A partire dallo scorso 30 novembre è disponibile nelle sale cinematografiche italiane il film “Palazzina LAF”. Con la regia di Michele Riondino, alla sua prima esperienza da regista, e la partecipazione di attori quali lo stesso Riondino, Elio Germano e Vanessa Scalera, questo film è tratto dal libro “Fumo sulla città” dello scrittore Alessandro Leogrande. Ambientato nel 1997, ripercorre una delle prime vicende riconosciute in Italia come mobbing, nel quadro di uno fra i maggiori casi di speculazione, danni a salute della popolazione e ambiente nel nostro paese: quello dell’ILVA di Taranto (oggi denominata Acciaierie d’Italia). Le vicende narrate testimoniano la fase immediatamente successiva alla privatizzazione avvenuta nel 1995 dell’ILVA stessa, in precedenza Italsider e di proprietà statale, e in quegli anni acquisita dalla famiglia Riva.

La trama del film: ristrutturazione aziendale come condanna dei lavoratori

Nel contesto descritto, i padroni e i dirigenti della fabbrica, tra cui Giancarlo Basile, capo del personale interpretato da Elio Germano, attuano una feroce condotta antisindacale, sottoponendo a continue minacce di ritorsioni gli iscritti a un sindacato o chiunque fosse critico nei confronti della gestione aziendale. Sono infatti diverse le persone scontente per una ristrutturazione che viene pagata sulla pelle dei lavoratori, anche in termini di orari di lavoro insostenibili, che causano sempre più spesso incidenti mortali. Molti dei lavoratori considerati “scomodi” vengono trasferiti nella cosiddetta Palazzina LAF (in quanto adiacente al laminatoio a freddo), un vero e proprio reparto confino, ritenuto però dalla gran parte degli operai un paradiso di ozio e svago che garantisce a chi vi viene collocato uno stipendio pressoché senza lavorare.

Al contrario, a chi vi è stanziato non viene assegnata alcuna mansione e, impossibilitati a lavorare o divagarsi, questi lavoratori sono costretti a una vera e propria detenzione per tutta la giornata lavorativa in un ambiente angusto, sovraffollato e fatiscente, sottoposti a continue vessazioni verbali e fisiche dalle guardie giurate con cui l’azienda li sorveglia a vista. La reclusione nella palazzina rappresenta un vero e proprio incubo per i lavoratori che vi risiedono, molti dei quali presentano evidenti disturbi psicologici, tra cui depressione, episodi di rabbia incontrollata e uno stress pari, se non superiore, ai loro colleghi che effettivamente svolgono lavori.

Nella speranza di essere ricollocati e poter abbandonare quello che ormai considerano un carcere, i lavoratori, che nel corso del film aumentano progressivamente (da 48 a 79), si rivolgono ai sindacati. Tuttavia, la dirigenza aziendale si mostra irremovibile, cercando un pretesto per licenziare i sindacalisti e promettendo ai lavoratori un ricollocamento solo qualora questi (per lo più impiegati) avessero accettato un demansionamento e incarichi dal massimo rischio per i quali non sarebbero stati adeguatamente formati.

Proprio per “spiare” i lavoratori e i sindacalisti, i padroni scelgono Caterino Lamanna, un operaio addetto alla manutenzione della fornace, chiedendo a questo di infiltrarsi e riferire ogni informazione utile ad ostacolare un’opposizione alle politiche societarie, con la promessa di aumenti di livello, salariali e vari altri benefici.

I risultati delle grandi privatizzazioni negli anni 1990

Il contesto in cui le vicende dell’ILVA si svolgono è quello degli anni 1990, contraddistinti dal grande processo di dismissione del patrimonio pubblico e del settore statale dell’economia italiana operato tanto dai governi del centro-destra (Berlusconi), quanto da quelli del centro-sinistra (D’Alema e Prodi), avvenuta di concerto con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, frutto della nuova strategia della borghesia italiana che mirava a massimizzare così la propria competitività nella cornice del mercato unico. Talvolta mettendo a disposizione addirittura incentivi statali, i governi hanno proceduto a svendere a grandi fondi speculativi i principali beni pubblici, che, seppur in assenza di un precedente controllo operaio e senza pertanto che quei beni fossero mai stati realmente a disposizione del benessere collettivo, passavano così apertamente nelle mani di gruppi imprenditoriali privati che rinnegavano anche nominalmente qualsiasi forma di finalità sociale, piegando la produzione a pure logiche di bilancio e di profitto.

In diverse delle aziende che hanno subito questo destino si è assistito a gravi casi di speculazione, anche tramite il ricorso a fondi pubblici, vicende che hanno condotto a ristrutturazioni aziendali che non permettevano alcun rispetto del diritto al lavoro.

L’Italsider era proprio una di quelle aziende di proprietà statale, attraverso l’IRI, con il suo  stabilimento di Taranto che fu inaugurato il 10 aprile 1965. Con il pretesto di una crisi del settore siderurgico, l’ILVA (che aveva assunto questo nome nel 1988) fu prima smembrata, con la chiusura o svendita degli impianti a diversi gruppi, e poi del tutto privatizzata con l’acquisto del polo di Taranto da parte del Gruppo Riva. Proprio in questo periodo la nuova proprietà si macchia di vari reati ambientali e di inquinamento, oltre ad organizzare un vero e proprio sistema punitivo per i dipendenti, da cui le vicende della Palazzina LAF.

Non è un caso se la privatizzazione delle aziende pubbliche, in un contesto di liberalizzazioni che proseguì per molti anni, abbia portato a speculazione, devastazione, condotte antioperaie, attacco ai diritti e al benessere della collettività. Lungi dal ritenere che la mera proprietà pubblica di determinati asset strategici nell’economia nazionale possa, in assenza del potere ai lavoratori, garantire benessere, o addirittura una tappa verso una società strutturalmente diversa da quella odierna (il ruolo dello Stato in economia ha piuttosto rappresentato in Italia un uso della spesa pubblica a sostegno del processo di concentrazione del capitale privato), è impossibile non riconoscere come sul piano occupazionale e dei diritti la stagione delle liberalizzazioni abbia rappresentato un peggioramento, legato al più ampio arretramento in Italia del movimento operaio, del sindacalismo confederale e dei partiti che di esso si facevano interpreti.

Tutto ciò che ne consegue, tra cui le vicende narrate in Palazzina LAF, non può pertanto prescindere da una lettura di quegli anni, in un cui veniva meno la necessità per i governi borghesi di garantire una gestione, almeno all’apparenza, “sociale” tramite welfare e proprietà pubblica di parte dei mezzi di produzione a cui i governi stessi erano costretti dalla presenza di un blocco socialista che desse forza a un’alternativa socialista alla barbarie del capitalismo. Nel nostro paese, proprio grazie alla disorganizzazione della classe operaia, questo processo di dismissione di elementi “palliativi” ha rappresentato un salto di qualità per una società che strutturalmente si fonda sul profitto, in barba a qualsiasi finalità sociale della produzione.

Le conseguenze della divisione tra i lavoratori

La figura di Caterino e il suo rapporto con gli altri lavoratori mostrano in maniera cinica ma efficace la strategia padronale di frammentare la classe lavoratrice, creando divisioni, spesso pretestuose quanto artificiali, sulla base della mansione, del salario e dell’anzianità. Caterino è infatti un lavoratore disilluso, che non vede possibile un miglioramento delle proprie condizioni materiali se non nel compiacimento delle richieste padronali, tanto da essere preda della retorica dell’interesse aziendale, anche a scapito dei suoi colleghi.

Come tutti gli operai dell’acciaieria, Caterino non vede di buon occhio chi lavora nella Palazzina LAF, riservando loro atti di scherno, provocazione e derisione. Infatti, lui prova invidia, che genera in lui risentimento e voglia di rivalsa, per i lavoratori della Palazzina LAF, che considera privilegiati in quanto percepiscono, senza lavorare, uno stipendio superiore al suo, che rischiava ogni giorno la vita alle batterie. Per chi lavorava nel suo reparto, infatti, le morti sul lavoro erano una realtà quotidiana.

Vi sono infine i lavoratori impiegati nella vigilanza privata di stanza nel complesso industriale, che, incapaci di percepire e provare risentimento per le condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori confinati nella palazzina, diventano lo strumento che consente ai padroni di mantenere un clima di intimidazione, timore, violenza verbale e fisica.

È proprio la divisione tra i lavoratori della fabbrica a renderli ricattabili. Infatti, l’atomizzazione che le politiche aziendali sono riuscite a produrre e l’individualismo imperante nella società capitalistica fanno sì che ciascun lavoratore, se non i più coscienti, non veda nei suoi pari un compagno nella lotta per la conquista di condizioni migliori. Questa realtà è stata descritta in un’intervista anche da Elio Germano, secondo il quale la corsa al profitto genera conflittualità tra i lavoratori, impedendo a questi di lottare insieme, e individuando il proprio nemico negli altri lavoratori, piuttosto che nel datore di lavoro.

La necessità di un sindacalismo conflittuale

Una figura importante in tutto l’arco narrativo del film è quella di Renato Morra, un sindacalista che cerca in varie maniere di mobilitare i lavoratori. A partire dall’organizzazione di uno sciopero contro le frequenti morti sul lavoro, Morra attira su di sé le attenzioni dei dirigenti della fabbrica, che a più riprese cercano di “assoldare” lavoratori, tra cui Caterino, per incastrarlo, se non addirittura per creare ad arte prove di violazioni disciplinari, al fine di licenziarlo e sbarazzarsene.

Senza alcun dubbio la figura di Morra lascia trasparire una sincera volontà di migliorare le condizioni di lavoro degli operai, e, in seguito, di “liberare” i lavoratori della Palazzina LAF, che gli si erano rivolti nella speranza di poter abbandonare quel luogo. Il suo ruolo nella trama è pertanto sicuramente positivo. Tuttavia, fin da subito è possibile riscontrare alcune contraddizioni che impediscono a Morra di restare in contatto con gli altri lavoratori e di organizzarli in una lotta.

In primo luogo, i lavoratori non ritengono all’altezza la risposta sindacale alle morti sul lavoro (emblematica è l’affermazione di Caterino, secondo il quale quando muore un operaio i sindacati si limiterebbero a fare mezz’ora di sciopero, senza quindi incidere realmente); in secondo luogo, Morra non riesce a contrastare le politiche societarie, in quanto il suo sindacato era firmatario degli accordi di ristrutturazione aziendale (ciò lascia intuire che, realisticamente, il sindacato in questione fosse uno tra i confederali) che consentivano ai padroni, in tutta la loro arroganza, di disporre dei lavoratori a loro piacimento.

La debolezza, se non la compromissione aperta in taluni casi, dei principali sindacati che hanno scelto la via della concertazione, piuttosto che quella della conflittualità, è ciò che rende ai lavoratori, preda della propaganda borghese, inviso lo strumento stesso del sindacato, vedendo come inutile o perfino ostile uno degli elementi fondamentali della lotta di classe.

Seppur il film non vi faccia riferimento esplicito, la necessità di un sindacalismo conflittuale, che sappia contrapporre a concertazione e collaborazionismo la lotta di classe sui luoghi di lavoro, è evidente dalla pellicola. Si evince che proprio la lotta può far pesare la forza dei lavoratori sui padroni, mentre al contrario la concertazione non fa che “anestetizzare” le lotte, producendo rassegnazione e disillusione per quei sindacalisti, che altrimenti vengono visti come individui dediti esclusivamente alla ricerca di soldi e tessere, come afferma Caterino in apertura.

Il mobbing come violenza fisica e psicologica sui lavoratori

Come anticipato in apertura, il film trae spunto dai fatti realmente avvenuti presso gli stabilimenti tarantini dell’ILVA tra fine anni 1990 e inizio anni 2000, uno dei primissimi casi riconosciuti come mobbing in Italia.

Per oltre due anni, i lavoratori confinati non hanno svolto alcuna attività lavorativa e per un certo periodo sono stati tenuti a casa col pagamento dello stipendio. In seguito sono finiti in cassa integrazione, scaduta il 30 novembre 2001: tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 una minima parte di loro è rientrata nel ciclo produttivo insieme ad altri lavoratori che erano in CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria). Una parte dei 70 lavoratori, a causa di queste vessazioni, ha subito danni psicologici e persino fisici (come testimoniato da un articolo de “La Repubblica” dell’8 dicembre 2001).

A seguito di una nota del locale ispettorato del lavoro, originata da una richiesta pervenuta dal Ministero del Lavoro che doveva predisporre una risposta ad un’interrogazione parlamentare, il 19 febbraio 1998 venne avviata un’inchiesta, che condusse alla condanna per violenza privata a due anni e tre mesi di reclusione di Emilio Riva, presidente del consiglio di amministrazione dell’ILVA, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento di Taranto, e un caporeparto, Antonio Bon, oltre alla condanna di altri sette imputati, tutti capireparto, a pene minori, a partire da nove mesi di reclusione. Le condanne sono arrivate in primo grado il 7 marzo 2002, in appello il 10 agosto 2005. La sentenza del Tribunale di Taranto rileva come gli imputati:

«Minacciavano i lavoratori in questione, in maniera diretta ed indiretta, e quantomeno in forma implicita, che, ove non avessero accettato la proposta novazione del rapporto di lavoro con declassamento dalla qualifica di impiegato a quella di operaio con conseguente mutamento peggiorativo delle mansioni relative, i predetti sarebbero stati trasferiti (trasferimento poi attuato) alla “Palazzina Laf”, ove era sicuramente prevedibile la inevitabile sottoposizione ad un regime lavorativo umiliante e peggiorativo rispetto alle aspirazioni legittime dei dipendenti, al miglioramento e alla tutela delle loro attitudini professionali e consistente nella mancata assegnazione di qualunque tipo di incarico e attività operativa, sì da dover trascorrere, peraltro in un ambiente non decoroso e trascurato, le ore prescritte in una situazione di assoluta inerzia, lesiva della dignità dei lavoratori stessi, con ciò determinando da un lato il prevedibile ed inevitabile peggioramento delle capacità professionali delle parti lese e, dall’altra, l’avvilimento del loro legittimo diritto ad espletare un’attività lavorativa decorosa e confacente ai principi tipici di un equilibrato rapporto di lavoro, subordinando il ripristino di un normale rapporto alla accettazione della “proposta” di novazione, lasciando perdurare a tempo indeterminato la negativa situazione descritta a fronte del perdurante diniego opposto dagli interessati.»

Le pratiche di mobbismo sono solo uno dei numerosi esempi di prevaricazione e abuso di potere sul luogo di lavoro, spesso finalizzate a creare un ambiente ostile al lavoratore, costringendolo alle dimissioni e all’abbandono del lavoro stesso o all’accettazione di un ridimensionamento della propria figura professionale. Se nel periodo all’incirca coincidente con i fatti narrati in Palazzina LAF perfino il Parlamento Europeo, lungi dal rappresentare un attore neutrale nel conflitto tra capitale e lavoro, riconosceva come tra il 2000 e il 2001 «l’8% dei lavoratori dell’Unione europea, pari a 12 milioni di persone, è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro, e che si può presupporre che il dato sia notevolmente sottostimato», in Italia l’Eurispes rilevava come i lavoratori italiani mobbizzati ammontavano a un milione e mezzo (su 21 milioni di occupati), pari al 7,1%.

Ancora oggi il mobbing è considerato uno dei principali determinanti della riduzione del benessere lavorativo a livello mondiale ed in grado di causare nelle vittime non solo problemi di salute mentale, come ad esempio depressione, ansia, idee suicidarie, alterazioni del ritmo sonno-veglia, ma anche di influenzare il decorso di malattie cardiovascolari, e diabete. L’assenza nel nostro paese di una fattispecie di reato specifica contro il mobbismo, oltre a non contribuire ad arginare queste pratiche ostili ai lavoratori, rende ad ogni modo lo studio del fenomeno in Italia farraginoso, nonché le statistiche incomplete e scarsamente aggiornate.

Esempi di casi a cui la giurisprudenza ha riconosciuto pratiche mobbiste riguardano situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, terrorismo psicologico, umiliazioni e pressioni psicologiche, intento lesivo diretto alla persecuzione e moltre altre situazioni analoghe.

Purtroppo, come testimonia il film, quella del mobbing è una pratica spesso sottovalutata o non denunciata come abusatrice da parte dei lavoratori: questo avviene da una parte per una difficoltà da parte dei lavoratori nel reagire alle diverse forme con cui l’oppressione padronale si può esplicare nei luoghi di lavoro; dall’altra per una vera e propria assuefazione ai soprusi commessi dal padronato stesso, in un contesto in cui, in assenza di una prospettiva politica o sindacale che rilanci la centralità del proletariato e la lotta per la conquista di diritti sociali, caporalato e arroganza padronale diventano per i proletari stessi la normalità e l’unica prospettiva in una società all’insegna di precarietà e sfruttamento.

Negli anni immediatamente successivi alla sentenza sull’ILVA, secondo una ricerca dell’IREF del 2004, il 70,4% dei lavoratori italiani dichiarava di non conoscere il fenomeno del mobbing. Nel film, Caterino stesso, convinto che la prospettiva di guadagnare stipendi maggiori senza dover lavorare sia un’utopia, si rende conto solo con il passare del tempo che la vita nella Palazzina LAF è in realtà un inferno.

Per i padroni il profitto conta più delle vite

La cornice del film è una città, Taranto, avvelenata da diossina e amianto, in cui è ormai raro morire di vecchiaia e non ammalarsi per la presenza di sostanze tossiche prodotte dall’acciaieria, tanto che vivere nei quartieri della città più vicini alla fabbrica è considerato una vera e propria condanna a morte. Lo stesso Caterino, a più riprese nel film, inizia a mostrare sintomi di problemi respiratori, verosimilmente per il lavoro che svolge.

I dati di malattie contratte o riscontrate dai residenti della provincia di Taranto sono strazianti: l’ONA (Osservatorio Nazionale Amianto) riporta come si registrano il 400% in più di casi di tumore tra i lavoratori impiegati nelle fonderie ILVA, ma anche il 50% di malattie tumorali in più tra gli impiegati dello stabilimento, esposti solo in modo indiretto, oltre al fatto che tra 1993 e il 2015 il 40% (472 su 1191) dei casi nella Puglia di mesotelioma, un tumore causato esclusivamente dall’amianto, sono stati diagnosticati nella sola città di Taranto.

L’inquinamento prodotto dalla fabbrica non risparmia neanche i bambini: infatti, sempre secondo l’ONA, a Taranto si registra un +54% di incidenza delle malattie tumorali nei bambini e un +21% di mortalità infantile (0 – 14 anni), con un dato ancora più drammatico nei quartieri Tamburi e Paolo VI, adiacenti all’acciaieria, dove risulta maggiore del 70% rispetto alla media della città; inoltre, secondo lo studio epidemiologico Sentieri tra il 2002 e il 2015 sono nati 600 bambini malformati, “con una prevalenza superiore all’atteso calcolato su base regionale”, oltre a più di 40 tumori in età pediatrica e nel primo anno di vita.

Nonostante la nota condizione a cui i residenti di Taranto sono costretti, l’inquinamento atmosferico nella città aumenta di anno in anno. Come rilevato dall’ARPA Puglia, la media di benzene, composto tossico che genera il cancro, nell’aria è in costante crescita. Tra gennaio e novembre 2022 il valore medio delle rilevazioni era pari a 3,3 microgrammi per metro cubo, un valore superiore alle medie rilevate dal 2019 al 2021. Nel 2019 infatti il valore medio era di 1,3 μg/m3, nel 2020 di 2,8 μg/m3 e infine nel 2021 di 2,9 μg/m3

L’ONU ha riconosciuto l’impianto siderurgico dell’ILVA tra le aree più degradate e inquinate del mondo, nonché definito la produzione degli stabilimenti come una vera a propria violazione dei diritti umani a danno dei cittadini tarantini.

I motivi per cui questo stato di cose perdura a Taranto sono le logiche di profitto da parte delle dirigenze aziendali che si sono susseguite negli anni, insieme al costante ricatto occupazionale legato alla falsa contrapposizione tra occupazione e diritto alla salute. Questo è quanto avvenuto ad esempio nel dicembre 2019 a seguito di una sentenza del Tribunale di Taranto che stabiliva il sequestro e lo spegnimento dell’altoforno 2 (uno dei tre su quattro in funzione),  con la conseguente messa in cassa integrazione straordinaria da parte di ArcelorMittal, proprietaria degli stabilimenti, di 3500 operai a seguito della sentenza (la decisione fu in seguito annullata dal tribunale del riesame in accoglimento del ricorso presentato dall’ILVA).

L’elevata mortalità, la devastazione ambientale, le morti sul lavoro sono quindi da attribuire solamente alla gestione padronale dei mezzi di produzione, come testimoniano le parole di Aldo Romanazzi, uno degli impiegati “scomodi” per l’azienda: «Il nostro acciaio serve a costruire la ricchezza di qualcun altro. A noi ci lasciano solo la mondezza…»

Un crudo spaccato di un sistema di sfruttamento

Alla luce di quanto detto, il film Palazzina LAF ha l’indubbio merito di portare all’attenzione del grande schermo una serie di tematiche operaie e di denunciare fenomeni che i lavoratori, in molti casi inconsapevolmente, si trovano a vivere. Non è infatti consueto che le tematiche del lavoro siano affrontate in maniera altrettanto precisa e realistica, in tutta la loro crudezza. La visione del film, il cui giudizio è del tutto positivo, è pertanto consigliata per avere non solo un quadro su una vicenda che ha fatto storia nella giurisprudenza e nel diritto del lavoro italiano, ma anche per comprendere meglio quali sono le logiche sostenute dal padronato, quando vengono richiesti, come spesso accade, sacrifici ai lavoratori nel nome dell’interesse aziendale o di ristrutturazioni che gioveranno solo ai profitti di chi sfrutta ogni giorno il lavoro di milioni di persone.

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21/12/2019

Francia - Condannati i manager di France Telecom per i suicidi dei loro dipendenti

La pena è lieve ma la sentenza è storica. Dal 2008 in poi la France Telecom (adesso Orange, ndr) è stata coinvolta in una catena di suicidi di 60 dipendenti. Le cause, in larghissima parte, erano causate dalla brutale ristrutturazione e dal clima aziendale. Undici anni dopo il primo suicidio di un dipendente di France Telecom, l’ex amministratore delegato della società, Didier Lombard, è stato condannato per mobbing “morale e istituzionale” nel processo scaturito dall’ondata di suicidi dei dipendenti che investì il colosso francese delle Telecomunicazioni.

Il supermanager francese di France Télécom, dovrà scontare un anno di carcere di cui otto mesi con la condizionale. Alla stessa pena sono stati condannati anche altri due dirigenti e la stessa azienda, che dovrà pagare una multa di 75.000 euro.

Nel maggio scorso, dopo sette anni di indagini, era stato chiesto il rinvio a giudizio di sette dirigenti della compagnia telefonica France Telecom, tutti accusati di aver esercitato mobbing nei confronti dei loro dipendenti. La condotta persecutoria adottata dall’azienda ha provocato un’ondata anomala di suicidi in azienda. 60 persone, dipendenti di France Telecom, che si sono tolte la vita, in un periodo di tre anni.

France Telecom era la più importante compagnia di telecomunicazioni della Francia. Era arrivata ad avere 170.000 dipendenti e 230 milioni di clienti, diffusi nel mondo. Come tutte le più importanti multinazionali, nel corso di questi anni, a una fase iniziale di espansione in cui ha acquisito altre aziende, è seguita una fase di contrazione del fatturato. Un problema per risolvere il quale la decisione del management dell’azienda fu quello di tagliare i costi, a cominciare dalle lavoratrici e dai lavoratori.

L’allora amministratore delegato di France Telecom, Didier Lombard, nel 2006 mise in atto una brutale politica di ristrutturazione con l’obiettivo di ridurre il personale, ritenuta la voce principale dei costi aziendali. L’obiettivo dichiarato è quello di tagliare 22.000 dipendenti e trasferirne altri 10.000.

Si procede così a trasferimenti forzati. Molti dipendenti si presentano in ufficio e non trovano più la loro scrivania o il proprio ufficio. Vengono forzati a lasciare l’ufficio, trasferiti in altri spazi provvisori, senza la certezza di ritornare nella propria sede. Aumenta in modo brutale la pressione esercitata nei colloqui di lavoro tra capi e subordinati. Vengono contestati ai collaboratori gli scarsi risultati in termini commerciali. Vengono minacciati di essere trasferiti ad altri incarichi, di perdere il lavoro se questi risultati non verranno raggiunti, vengono messi in atto demansionamenti mirati con il passaggio a incarichi di livello inferiore e con revisioni, al ribasso, degli stipendi.

Il primo suicidio avviene nel febbraio del 2008, quando un impiegato di 52 anni si toglie la vita nel proprio ufficio. Seguirà la morte di un altro dipendente di 51 anni che si uccide nella propria casa di Marsiglia. Lascerà scritto un messaggio fin troppo esplicito: “ Mi uccido a causa del mio lavoro in France Telecom. Questa è l’unica causa”. Da qual momento in poi proseguirà la catena impressionante di suicidi tra i dipendenti di France Telecom.

Contestualmente però, ai manager venivano garantiti degli incentivi economici a fine anno sulla base del raggiungimento degli obiettivi della ristrutturazione, soprattutto sui costi del personale.

Il processo è iniziato il 6 maggio scorso ed ha una valenza storica sui crimini del capitalismo e dei modelli aziendali. Per la prima volta in Francia, una grande multinazionale e i suoi principali dirigenti sono stati giudicati per mobbing. La società France Télécom (diventata Orange nel 2013), il presidente, il direttore operativo, il direttore della risorse umane, oltre a quattro altri dirigenti, sono stati accusati di aver sistematizzato il mobbing, di averlo trasformato in una politica imprenditoriale ed ora sono stati condannati per le loro azioni “manageriali” nei confronti di 39 vittime, 19 delle quali si sono suicidate.

Un centinaio di persone si sono costituite parte civile – tra queste alcune famiglie di dipendenti che si sono suicidati o hanno tentato di farlo – ed alcune organizzazioni sindacali.

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10/07/2017

Il commesso di un supermercato si spara: chi ha armato quel fucile?

Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. Franco aveva 62 anni, padre di tre figli maschi e nonno di un bimbo di tre anni, era a capo del reparto macelleria di uno dei tanti supermercati sparsi da nord a sud di questo paese infame. Franco si è sparato un colpo di fucile alla testa.

Secondo la Moglie Marina, che non si dà pace, Franco si è tolto la vita nella taverna di casa a Vazia, frazione di Rieti “perché semplicemente non sopportava più la distruzione di 12 anni di lavoro da parte di qualcuno”. Questo il racconto pubblicato da AbbruzzoWeb.

Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. Una storia così l’ho vissuta da vicino e anche se non posso esprimermi sulle reali motivazioni che hanno portato Franco a togliersi la vita, quello che racconta la moglie disperata mi risuona molto familiari. Su questa vicenda in particolare farà luce la magistratura: la procura della Repubblica di Rieti ha infatti aperto un’inchiesta. L’ipotesi di reato, secondo racconta il giornale on line, è di istigazione al suicidio. Il fascicolo per ora è contro ignoti.

Le indagini sono scattate in seguito al ritrovamento di una lettera, sequestrata dagli inquirenti, lasciata dall’uomo, nella quale sarebbero spiegati i motivi che lo avrebbero spinto a togliersi la vita: in particolare avrebbe, secondo fonti legali, collegato il gesto estremo a un presunto mobbing subìto nell’ambito lavorativo.

L’azienda, una delle grandi multinazionali del commercio, nel frattempo ha avviato un’indagine interna ed ha fatto sapere di “voler valutare specifiche situazioni all’interno del punto vendita”, precisando inoltre che Franco aveva “passione e professionalità per il lavoro”, come riportato dall’edizione reatina del quotidiano il Messaggero.

Oltre alla lettera, Franco, secondo quanto raccontato in un lungo sfogo ad AbruzzoWeb dalla moglie, avrebbe lasciato anche diversi fogli su cui, anche insieme alla moglie, annotava quanto accadeva al lavoro, e un bigliettino giallo per lei e per la famiglia con su scritto, ‘Fai quello che devi fare, vi ho voluto tanto bene, continuerò a proteggervi da lassù’”.

“Nella lettera e pure sui fogli – le parole della donna – c’è scritta la verità su questa storia. Verità che dovrà venire fuori, ma se così non sarà, io continuerò a battermi. Non posso non fare giustizia per quanto successo a mio marito”.

“Mi ripeteva – aggiunge – che lo stavano stressando e a nulla sono serviti i miei tanti tentativi di farlo reagire in modo diverso da quello che ha scelto quella domenica di maggio”.

“La situazione lavorativa – prosegue nella sua ricostruzione – si era fatta difficile, tesa, per una serie di motivi e specie dopo le durissime reazioni dell’azienda, che ha addirittura inviato all’Aquila uno dei vertici per la vicenda dell’iscrizione di diversi lavoratori a un sindacato, cosa per cui Franco è stato visto come responsabile e attaccato”.

Sempre secondo la moglie, inoltre, l’uomo, “quasi in preda alla disperazione, aveva accettato una offerta poco conveniente di prepensionamento, dopo un periodo di attacchi di ogni genere, ore ridotte e ferie forzate comprese, lui che le ferie non poteva neppure sentirle nominare – rimarca – lui che andava a lavorare sempre, tutti i giorni partendo alle quattro del mattino in qualsiasi condizione di salute, di meteo, con la neve, con la pioggia, fregandosene degli incidenti in macchina, dei pericoli, della stanchezza”.

“Quel che fa molto male – continua con lo sfogo Marina – è l’aver dovuto subire anche i voltafaccia delle persone a cui aveva fatto solo del bene. Era un uomo buono e amato ma al tempo stesso duro come la roccia. Evidentemente, chi voleva colpirlo sapeva che poteva farlo soltanto puntando al suo lavoro”.

Franco e Marina, quest’ultima di quattro anni più giovane, si sono fidanzati da giovanissimi. Il macellaio, dopo aver chiuso l’esperienza di 27 anni con un’azienda a conduzione familiare a Rieti, ha trovato lavoro per una multinazionale nel capoluogo d’Abruzzo dove da subito è diventato caporeparto della macelleria, gestita per 12 anni.

Con il terremoto del 2009, ha avuto la possibilità di poter tornare a lavorare all’Iper di Rieti, “ma non ha mai voluto perché diceva che il suo lavoro era all’Aquila e doveva ricominciare da lì con i suoi ragazzi. Durante la ricostruzione è stato l’unico che ha sempre lavorato tra Terni, Rieti e a volte Roma, Anguillara e Pomezia, però non vedeva l’ora di ricominciare con la sua ‘squadra’, come la chiamava lui – ricorda la coniuge – Ha lasciato un vuoto enorme, Franco. Al funerale c’erano più di 1.500 persone. Nessuno capirà mai come sia stato possibile finire così”.

“Sono pronta a fare di tutto per far conoscere all’Italia intera questa storia – conclude – Ho intenzione di organizzare una fiaccolata all’Aquila in ricordo di Franco. A nostro nipote diciamo che suo nonno è in cielo che balla e canta Alleluia con gli angeli. Tutte le sere, balliamo e cantiamo Alleluia per far contento il piccolo. I miei figli sono straziati, come sono straziata io, ma Franco avrà giustizia. Ne sono sicura”.

Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. E sono certo che ne avrete ascoltate tante anche voi. Storie di commessi vessati e umiliati nella propria dignità. Storie di indifferenza e di omertà. Di certo dovremo aspettare le indagini della magistratura per capire come stanno davvero le cose, ma nel frattempo di storie così ne viviamo tutti i giorni, a due passi da noi. Un problema di tutti, nessuno escluso.

E noi una cosa la possiamo fare, almeno per la memoria del povero Franco. Possiamo decidere di non fare spallucce, di non girarci dall’altra parte o peggio renderci complici di chi emargina uno di noi, un lavoratore. Possiamo denunciare e supportare chi è vittima di mobbing e viene messo ai margini. Perché un mondo del lavoro così fa schifo, fa schifo davvero!

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