Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2019
L’Aquila, dieci anni dopo il sisma, è una città del tutto periferica
A 10 anni dal terremoto che ha devastato un intera città e la vita di migliaia di persone facciamo un bilancio sulla tanto sbandierata ‘ricostruzione’. Per quanto riguarda la ricostruzione materiale, quella edilizia, la città di L’Aquila è ancora il più grande cantiere d’Europa, poiché si continua a lavorare, soprattutto in centro storico mentre gli abitanti della periferia sono quasi tutti rientrati nella propria casa.
Diverso è il discorso per i piccoli centri, piccoli per modo di dire poiché ci sono frazioni,come Paganica, che fanno anche 5000 abitanti, questa frazione insieme a molte altre: Tempera, Camarda, Coppito, Sassa... per citarne alcune delle 66, sono ancora così, ferme al 2009, con i palazzi storici fatiscenti, i puntellamenti ormai "scaduti", i luoghi di ritrovo del centro abbandonati.
In questo ritrovano un destino simile al centro storico della propria città, tutti i centri storici di L’Aquila da quello principale a quelli periferici, sono vuoti. Quelli delle frazioni ancora da ricostruire e quello principale della città, quello di corso Federico II per capirci, che stenta a ripartire con i pochi negozianti che coraggiosamente hanno deciso di riaprire la loro attività in mezzo ai cantieri e a palazzine seicentesche bellissime ma vuote. Con una vita sociale che si riduce allo struscio del fine settimana o agli annoiati aperitivi serali. Una visione cieca, disordinata e disorganica della città che unisce le due amministrazioni, sia quella passata a guida PD sia l’attuale a guida Fd.I, ci restituisce una città uscita da un romanzo di Italo Calvino.
L’Aquila 2019 è tutta una città periferica: 19 progetti c.a.s.e piantati in zone prive di ogni servizio, niente bar, alimentari, piazze o puniti di ritrovo, solo casermoni dormitorio. Le scuole? Nessuna ricostruita. Bambini, studenti e studentesse e i/le loro insegnati sono ancora tutti nei nei M.U.S.P. (moduli uso scolastico provvisorio), nonostante i soldi in cassa.
Invece i grandi centri commerciali, costruiti in tempi record, sono un po’ ovunque (sempre situati in zone periferiche) e costituiscono la principale fonte di approvvigionamento raggiungibile solo in auto o con i pochi mezzi pubblici, e rappresentano anche un surrogato inquietante al campetto sotto casa, intere generazioni millenial stanno crescendo all’Aquilone.
E’ recente la notizia dell’autorizzazione che l’amministrazione comunale ha accordato per la costruzione dell’ennesima area commerciale di 3000mq. Vista da fuori questa ci sembra l’unica cosa che sappiano fare bene oltre che occuparsi di questioni di vitale importanza come le misure anti-accattonaggio fuori dai supermercati o il presepe in tutti i luoghi istituzionali.
Le poche fabbriche e aziende già in crisi nel pre sisma hanno approfittato della situazione per chiudere e la vita lavorativa della comunità si fa ogni giorno più difficile.
Riconosciamo la responsabilità di questo quadro disastroso nelle scelte e nelle non scelte di entrambe le amministrazioni perfettamente intercambiabili se si tratta di inadeguatezza delle risposte alle necessità degli abitanti. Gli unici che ci hanno guadagnato sono i costruttori che hanno intercettato finanziamenti statali per 6 miliardi, e tutti i vari commissari speciali alla ricostruzione.
L’unico bilancio positivo che possiamo fare del terremoto è la reazione carica di forza creativa che ha portato la cittadinanza e tanti ragazz* ad autodeterminarsi attraverso processi di ricostruzione sociale dal basso.
Fonte
10/07/2017
Il commesso di un supermercato si spara: chi ha armato quel fucile?
Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. Franco aveva 62 anni, padre di tre figli maschi e nonno di un bimbo di tre anni, era a capo del reparto macelleria di uno dei tanti supermercati sparsi da nord a sud di questo paese infame. Franco si è sparato un colpo di fucile alla testa.
Secondo la Moglie Marina, che non si dà pace, Franco si è tolto la vita nella taverna di casa a Vazia, frazione di Rieti “perché semplicemente non sopportava più la distruzione di 12 anni di lavoro da parte di qualcuno”. Questo il racconto pubblicato da AbbruzzoWeb.
Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. Una storia così l’ho vissuta da vicino e anche se non posso esprimermi sulle reali motivazioni che hanno portato Franco a togliersi la vita, quello che racconta la moglie disperata mi risuona molto familiari. Su questa vicenda in particolare farà luce la magistratura: la procura della Repubblica di Rieti ha infatti aperto un’inchiesta. L’ipotesi di reato, secondo racconta il giornale on line, è di istigazione al suicidio. Il fascicolo per ora è contro ignoti.
Le indagini sono scattate in seguito al ritrovamento di una lettera, sequestrata dagli inquirenti, lasciata dall’uomo, nella quale sarebbero spiegati i motivi che lo avrebbero spinto a togliersi la vita: in particolare avrebbe, secondo fonti legali, collegato il gesto estremo a un presunto mobbing subìto nell’ambito lavorativo.
L’azienda, una delle grandi multinazionali del commercio, nel frattempo ha avviato un’indagine interna ed ha fatto sapere di “voler valutare specifiche situazioni all’interno del punto vendita”, precisando inoltre che Franco aveva “passione e professionalità per il lavoro”, come riportato dall’edizione reatina del quotidiano il Messaggero.
Oltre alla lettera, Franco, secondo quanto raccontato in un lungo sfogo ad AbruzzoWeb dalla moglie, avrebbe lasciato anche diversi fogli su cui, anche insieme alla moglie, annotava quanto accadeva al lavoro, e un bigliettino giallo per lei e per la famiglia con su scritto, ‘Fai quello che devi fare, vi ho voluto tanto bene, continuerò a proteggervi da lassù’”.
“Nella lettera e pure sui fogli – le parole della donna – c’è scritta la verità su questa storia. Verità che dovrà venire fuori, ma se così non sarà, io continuerò a battermi. Non posso non fare giustizia per quanto successo a mio marito”.
“Mi ripeteva – aggiunge – che lo stavano stressando e a nulla sono serviti i miei tanti tentativi di farlo reagire in modo diverso da quello che ha scelto quella domenica di maggio”.
“La situazione lavorativa – prosegue nella sua ricostruzione – si era fatta difficile, tesa, per una serie di motivi e specie dopo le durissime reazioni dell’azienda, che ha addirittura inviato all’Aquila uno dei vertici per la vicenda dell’iscrizione di diversi lavoratori a un sindacato, cosa per cui Franco è stato visto come responsabile e attaccato”.
Sempre secondo la moglie, inoltre, l’uomo, “quasi in preda alla disperazione, aveva accettato una offerta poco conveniente di prepensionamento, dopo un periodo di attacchi di ogni genere, ore ridotte e ferie forzate comprese, lui che le ferie non poteva neppure sentirle nominare – rimarca – lui che andava a lavorare sempre, tutti i giorni partendo alle quattro del mattino in qualsiasi condizione di salute, di meteo, con la neve, con la pioggia, fregandosene degli incidenti in macchina, dei pericoli, della stanchezza”.
“Quel che fa molto male – continua con lo sfogo Marina – è l’aver dovuto subire anche i voltafaccia delle persone a cui aveva fatto solo del bene. Era un uomo buono e amato ma al tempo stesso duro come la roccia. Evidentemente, chi voleva colpirlo sapeva che poteva farlo soltanto puntando al suo lavoro”.
Franco e Marina, quest’ultima di quattro anni più giovane, si sono fidanzati da giovanissimi. Il macellaio, dopo aver chiuso l’esperienza di 27 anni con un’azienda a conduzione familiare a Rieti, ha trovato lavoro per una multinazionale nel capoluogo d’Abruzzo dove da subito è diventato caporeparto della macelleria, gestita per 12 anni.
Con il terremoto del 2009, ha avuto la possibilità di poter tornare a lavorare all’Iper di Rieti, “ma non ha mai voluto perché diceva che il suo lavoro era all’Aquila e doveva ricominciare da lì con i suoi ragazzi. Durante la ricostruzione è stato l’unico che ha sempre lavorato tra Terni, Rieti e a volte Roma, Anguillara e Pomezia, però non vedeva l’ora di ricominciare con la sua ‘squadra’, come la chiamava lui – ricorda la coniuge – Ha lasciato un vuoto enorme, Franco. Al funerale c’erano più di 1.500 persone. Nessuno capirà mai come sia stato possibile finire così”.
“Sono pronta a fare di tutto per far conoscere all’Italia intera questa storia – conclude – Ho intenzione di organizzare una fiaccolata all’Aquila in ricordo di Franco. A nostro nipote diciamo che suo nonno è in cielo che balla e canta Alleluia con gli angeli. Tutte le sere, balliamo e cantiamo Alleluia per far contento il piccolo. I miei figli sono straziati, come sono straziata io, ma Franco avrà giustizia. Ne sono sicura”.
Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. E sono certo che ne avrete ascoltate tante anche voi. Storie di commessi vessati e umiliati nella propria dignità. Storie di indifferenza e di omertà. Di certo dovremo aspettare le indagini della magistratura per capire come stanno davvero le cose, ma nel frattempo di storie così ne viviamo tutti i giorni, a due passi da noi. Un problema di tutti, nessuno escluso.
E noi una cosa la possiamo fare, almeno per la memoria del povero Franco. Possiamo decidere di non fare spallucce, di non girarci dall’altra parte o peggio renderci complici di chi emargina uno di noi, un lavoratore. Possiamo denunciare e supportare chi è vittima di mobbing e viene messo ai margini. Perché un mondo del lavoro così fa schifo, fa schifo davvero!
Fonte
Secondo la Moglie Marina, che non si dà pace, Franco si è tolto la vita nella taverna di casa a Vazia, frazione di Rieti “perché semplicemente non sopportava più la distruzione di 12 anni di lavoro da parte di qualcuno”. Questo il racconto pubblicato da AbbruzzoWeb.
Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. Una storia così l’ho vissuta da vicino e anche se non posso esprimermi sulle reali motivazioni che hanno portato Franco a togliersi la vita, quello che racconta la moglie disperata mi risuona molto familiari. Su questa vicenda in particolare farà luce la magistratura: la procura della Repubblica di Rieti ha infatti aperto un’inchiesta. L’ipotesi di reato, secondo racconta il giornale on line, è di istigazione al suicidio. Il fascicolo per ora è contro ignoti.
Le indagini sono scattate in seguito al ritrovamento di una lettera, sequestrata dagli inquirenti, lasciata dall’uomo, nella quale sarebbero spiegati i motivi che lo avrebbero spinto a togliersi la vita: in particolare avrebbe, secondo fonti legali, collegato il gesto estremo a un presunto mobbing subìto nell’ambito lavorativo.
L’azienda, una delle grandi multinazionali del commercio, nel frattempo ha avviato un’indagine interna ed ha fatto sapere di “voler valutare specifiche situazioni all’interno del punto vendita”, precisando inoltre che Franco aveva “passione e professionalità per il lavoro”, come riportato dall’edizione reatina del quotidiano il Messaggero.
Oltre alla lettera, Franco, secondo quanto raccontato in un lungo sfogo ad AbruzzoWeb dalla moglie, avrebbe lasciato anche diversi fogli su cui, anche insieme alla moglie, annotava quanto accadeva al lavoro, e un bigliettino giallo per lei e per la famiglia con su scritto, ‘Fai quello che devi fare, vi ho voluto tanto bene, continuerò a proteggervi da lassù’”.
“Nella lettera e pure sui fogli – le parole della donna – c’è scritta la verità su questa storia. Verità che dovrà venire fuori, ma se così non sarà, io continuerò a battermi. Non posso non fare giustizia per quanto successo a mio marito”.
“Mi ripeteva – aggiunge – che lo stavano stressando e a nulla sono serviti i miei tanti tentativi di farlo reagire in modo diverso da quello che ha scelto quella domenica di maggio”.
“La situazione lavorativa – prosegue nella sua ricostruzione – si era fatta difficile, tesa, per una serie di motivi e specie dopo le durissime reazioni dell’azienda, che ha addirittura inviato all’Aquila uno dei vertici per la vicenda dell’iscrizione di diversi lavoratori a un sindacato, cosa per cui Franco è stato visto come responsabile e attaccato”.
Sempre secondo la moglie, inoltre, l’uomo, “quasi in preda alla disperazione, aveva accettato una offerta poco conveniente di prepensionamento, dopo un periodo di attacchi di ogni genere, ore ridotte e ferie forzate comprese, lui che le ferie non poteva neppure sentirle nominare – rimarca – lui che andava a lavorare sempre, tutti i giorni partendo alle quattro del mattino in qualsiasi condizione di salute, di meteo, con la neve, con la pioggia, fregandosene degli incidenti in macchina, dei pericoli, della stanchezza”.
“Quel che fa molto male – continua con lo sfogo Marina – è l’aver dovuto subire anche i voltafaccia delle persone a cui aveva fatto solo del bene. Era un uomo buono e amato ma al tempo stesso duro come la roccia. Evidentemente, chi voleva colpirlo sapeva che poteva farlo soltanto puntando al suo lavoro”.
Franco e Marina, quest’ultima di quattro anni più giovane, si sono fidanzati da giovanissimi. Il macellaio, dopo aver chiuso l’esperienza di 27 anni con un’azienda a conduzione familiare a Rieti, ha trovato lavoro per una multinazionale nel capoluogo d’Abruzzo dove da subito è diventato caporeparto della macelleria, gestita per 12 anni.
Con il terremoto del 2009, ha avuto la possibilità di poter tornare a lavorare all’Iper di Rieti, “ma non ha mai voluto perché diceva che il suo lavoro era all’Aquila e doveva ricominciare da lì con i suoi ragazzi. Durante la ricostruzione è stato l’unico che ha sempre lavorato tra Terni, Rieti e a volte Roma, Anguillara e Pomezia, però non vedeva l’ora di ricominciare con la sua ‘squadra’, come la chiamava lui – ricorda la coniuge – Ha lasciato un vuoto enorme, Franco. Al funerale c’erano più di 1.500 persone. Nessuno capirà mai come sia stato possibile finire così”.
“Sono pronta a fare di tutto per far conoscere all’Italia intera questa storia – conclude – Ho intenzione di organizzare una fiaccolata all’Aquila in ricordo di Franco. A nostro nipote diciamo che suo nonno è in cielo che balla e canta Alleluia con gli angeli. Tutte le sere, balliamo e cantiamo Alleluia per far contento il piccolo. I miei figli sono straziati, come sono straziata io, ma Franco avrà giustizia. Ne sono sicura”.
Di storie così ne ho ascoltate tante, troppe. E sono certo che ne avrete ascoltate tante anche voi. Storie di commessi vessati e umiliati nella propria dignità. Storie di indifferenza e di omertà. Di certo dovremo aspettare le indagini della magistratura per capire come stanno davvero le cose, ma nel frattempo di storie così ne viviamo tutti i giorni, a due passi da noi. Un problema di tutti, nessuno escluso.
E noi una cosa la possiamo fare, almeno per la memoria del povero Franco. Possiamo decidere di non fare spallucce, di non girarci dall’altra parte o peggio renderci complici di chi emargina uno di noi, un lavoratore. Possiamo denunciare e supportare chi è vittima di mobbing e viene messo ai margini. Perché un mondo del lavoro così fa schifo, fa schifo davvero!
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09/04/2017
Terremoto a L’Aquila. Uno speciale di RCA
Sono passati esattamente otto anni dal 6 aprile 2009. Alle 3.32 un sisma di magnitudo 6 causò 309 vittime, migliaia di feriti e decine di migliaia di sfollati. Da subito la richiesta delle popolazioni colpite fu quella di far ripartire la ricostruzione da loro, dalle esigenze di chi i territori li viveva e li rendeva vivi. Le cose sono andate in modo diverso, purtroppo, e ad oggi la ricostruzione è ancora lontana dall’essere completata, tra errori, speculazioni e austerity.
Mancata ricostruzione, speculazioni e devastazione sociale
La mancata ricostruzione non riguarda solo il territorio, le case, le infrastrutture. Da ricostruire, dopo il terremoto, ci sarebbe stato il tessuto sociale ed economico di una comunità che era stata duramente colpita. Questi i temi affrontati insieme a Fabio Carosone, del comitato 3e32 de L’Aquila, nella prima parte del nostro speciale.
Come annunciato speciale su quanto avvenne ormai 8 anni fa, la notte del 6 aprile 2009, alle 3e32, il terremoto che colpì l’Abruzzo, che costò la vita ad oltre 300 persone e mise in ginocchio un territorio. Con noi al telefono come primo ospite di questo nostro speciale di approfondimento Fabio Carosone, del Comitato 3e32 de L'Aquila. Ciao Fabio
Ciao, buongiorno a tutti e tutte.
Il 3e32 è un’esperienza che nacque all’indomani di quel tragico evento e ha seguito, con attenzione, quello che è avvenuto durante, prima ovviamente, e dopo. A noi interessa parlare del dopo, quello che doveva essere fatto e che non è stato fatto per restituire vita a un territorio su cui è stata anche fatta molta speculazione. E’ un po’ così quello che è successo in questi anni o siamo forse eccessivamente pessimisti?
No, no, assolutamente. Innanzitutto ringrazio voi perché almeno da stamattina siete di fatto gli unici che ci state filando... Sinceramente, vedendo pure Rainews, Sky news, nessuno parla di questo ottavo anniversario del terremoto. Per carità, noi siamo i primi a dire che non possiamo fare i terremotati tutta la vita, però... Quindi vi ringraziamo per questo interesse che ci state dedicando. Come dicevi, ci apprestiamo a vivere questo ottavo anniversario con tantissima rabbia in corpo e anche frustrazione, purtroppo, derivante anche dal fatto che tutto ciò che avevamo detto nell’immediato post-sisma e denunciato poi si è puntualmente verificato. Molti al tempo non ci ascoltarono, tantissimi – soprattutto la stampa, i mass media, al tempo c’era la dittatura Bertolaso-Berlusconi che era fortissima – ci diedero addirittura dei non aquilani, provarono anche a dire che noi non eravamo aquilani, perché magari qualcuno aveva studiato fuori... La ricostruzione de L'Aquila è partita, questo sì, bisogna essere ottimisti. Sicuramente ci sono tantissime gru, tantissimi cantieri, poi – insomma – molta gente di Roma lo sa perché siamo vicini, quindi sicuramente ci sarete passati almeno una volta negli ultimi anni... Però purtroppo presenta tutte le criticità delle cosiddette grandi opere. L’Aquila, si può dire, è una sorta di Expo in grande, un Mose in grande, una Tav in grande. Girano tantissimi soldi, è vero, girano miliardi, questa è la città più finanziata d’Italia, è il più grande cantiere d’Europa al momento... Però ha prodotto pochissimi posti di lavoro, tantissimi appalti, la maggior parte degli appalti finiti in mano a poche grandi ditte, che poi spesso si costituiscono in Ati – Associazioni temporanee di Imprese – ma, insomma, bene o male sono sempre quelle due o tre grosse ditte che poi spesso non portano neanche a termine i lavori. Ad esempio c’è il gruppo Mantovani, che è anche indagato per il Mose, che qui ha abbandonato 30 o 40 appalti lasciando palazzi completamente rotti, si è intascata i soldi e non ha portato a termine i lavori. E quindi immaginate i proprietari, che stanno tuttora subendo ulteriori anni di ritardi, come possono stare... Ma la cosa più grave è che gli operai edili aquilani, quelli locali, sono in cassa integrazione, non lavorano se non ogni tanto... Un mesetto ti fai qualche pavimento, qualche rifinitura, così... C’è una disoccupazione dilagante. Tra l’altro lo stato ha pensato bene di fare anche una legge infame – quella della “sostituzione edilizia” – per cui ai proprietari che avevano casa gravemente danneggiata nel centro storico de L’Aquila (e il centro storico de L'Aquila, potrà sembrare strano, ma è uno dei primi sette d’Italia; sono 360 ettari, peraltro il progetto casa è 400 ettari, l’hanno fatto ancora più grande delle new town) è stata data, sin da dopo il terremoto, la possibilità di rivendere la casa al Comune de L'Aquila. Ricevendo però i soldi in base al valore di prima del terremoto, perché altrimenti rotte varrebbero pochissimo e spesso sono centinaia di migliaia di euro, perché erano anche appartamenti di 2-300 mq, con la possibilità di ricomprarsela dovunque volevano. E qui c’è la battuta: gli aquilani si sono rifatti la casa a Courmayeur. Perché è vero, alcuni se la sono comprata a Courmayeur. Quindi abbiamo una città ormai spopolata, perché giustamente, con la “sostituzione edilizia” molti se la sono comprata a Roma, a Siena, a Bologna, a Firenze, dove studiavano i figli. Credo che almeno 2-3000 persone nel centro storico hanno usufruito di questa sostituzione edilizia; quindi ci ritroviamo adesso con una città in cui si scoperchiano i palazzi, perché vengono portati a termine, ma senza abitanti dentro... Abbiamo cifre ufficiose, quindi non ufficiali, 20-25 mila abitanti in meno; poi magari hanno mantenuto la residenza però si sono trasferite comunque, anche perché il lavoro manca, quindi... Ecco, viviamo questo ottavo anno con tanta rabbia. Quella che poteva essere un’opportunità di rinascita – è brutto dirlo perché, per carità, le vittime ce l’abbiamo nel cuore, le conoscevamo tante, però purtroppo poi uno deve anche andare avanti, non può solo piangersi addosso e quindi... – poteva essere un’opportunità quella della ricostruzione. Invece abbiamo subito una sorta di dittatura, per cui sono calati gli speculatori qui su L’Aquila, anche con la complicità dell’amministrazione locale di centrosinistra a guida Pd, e la popolazione è stata estromessa. Una parte, bisogna dire, si è venduta completamente, per cui c’è un livello di corruzione elevatissimo. Ma l’ho detto: una sorta di Tav in grande, di Mose in grande... Là rubacchiano in pochi, qui in tanti, perché ovviamente è molto più grande come opera.
Fabio, una domanda. Tutto questo ci colpisce. Ricordo perfettamente – come radio frequentammo spesso dopo il terremoto quelle zone perché volevamo proprio capire da subito cosa sarebbe successo – mi parli di persone che se ne sono andate, di altre persone che si sono vendute e cercano di speculare su loro stesse, praticamente... Questo ci sembra l’indice del danno peggiore che è stato fatto alla città de L'Aquila e, paradossalmente, non dal terremoto, ma da chi l’ha gestito dopo.
Indubbiamente. Le parole che ha detto dopo il terremoto di Amatrice il Vescovo di Rieti – siamo atei, però... – “fa più danni l’uomo... quello che distrugge è l’uomo e non tanto il terremoto che, di fatto, è un evento naturale”. In molti altri paesi non produce neanche tutti questi danni, se ce la vogliamo dire tutta. Sì, la devastazione peggiore è stata quella dell’uomo. Già si iniziò con le new towns, che purtroppo furono applaudite da tanti, anche a sinistra, con la complicità dell’amministrazione comunale che oggi dice di non volerle più. Però noi abbiamo ancora le foto in cui tagliavano il nastro assieme e si facevano la foto all’inaugurazione di queste new town; tra l’altro le zone erano state fatte scegliere ad architetti de L'Aquila... E ci chiediamo come abbia potuto, gente de L'Aquila, scegliere zone addirittura ai piedi del Gran Sasso, a 1000 metri. Qui siamo a 700... a volte se qui piove, lì nevica, sta proprio sotto il Gran Sasso. O addirittura in zone sperdute... Spesso le hanno messe di fronte al paese, però appunto il paese sta dall’altro lato della strada, quindi poi per andarci devi attraversare una strada un po’ brutta. Un progetto case vicino Paganica, o in una zona che si chiama Roio, ha sicuramente provocato tanta depressione, perché ci hanno messo persone anziane, sole, disperse tra le montagne qui vicino... ha sicuramente prodotto conseguenze psicologiche rilevanti. La comunità si è un po’ frantumata. Con queste 19 new town, oltre che i villaggi Map (i map sono i moduli abitativi provvisori, quelli che adesso si cominciano a vedere ad Amatrice...) spesso costruiti a due km da un paese. Per carità, per Roma 2 km non sono molti, ma immaginate un paese, piccolo... A due km è già tutto distante... Comunque la cosa principale è stata la mancanza totale di lavoro... Dopo un terremoto, soprattutto in una città universitaria, come è L’Aquila, dovrebbe veramente favorire un po’ tutte le mansioni, compreso l’antropologo... Qui abbiamo la facoltà di lettere e anche antropologia, per esempio... Al giorno d’oggi che uno magari si chiede a che può servire l’antropologo... Ecco, qui serve. Infatti c’è un prof. di antropologia che negli anni subito dopo il terremoto ha indicato tutti i rischi che si potevano correre con le new town. Insomma, può servire tutto. E invece niente. Pochi grandi gruppi si sono presi la città con la complicità delle autorità locali e una parte di popolazione che lucra... Perché comunque i soldi girano... Io sono rimato colpito da questa cosa e purtroppo, è brutto dirlo, avverrà anche ad Amatrice, ad Accumuli, a Visso...
Certo, è un modello...
Sì, le stesse manifestazioni che stanno facendo ora, le facevamo anche noi. Poi, quando arrivano i soldi tantissima gente, non si sa come, impazzisce. Al posto delle pupille c’è l’euro. Addirittura anche gente che ha avuto lutti. Io, in momenti di scoramento, dico: è finito il mondo, perché se addirittura pure i parenti delle vittime arrivano a rubacchiare siamo proprio alla frutta... Comunque ci sono forme di resistenza, questo bisogna dirlo. Stiamo portando avanti queste denunce, perché adesso una parte di popolazione per fortuna si è accorta che non può far andare la ricchezza in poche mani, nelle mani di pochi ingegneri, pochi tecnici... Qui vengono staccate parcelle di 3-400 mila euro al mese per i tecnici, non è che stiamo parlando di bazzecole. Non è possibile, anche perché poi non ridanno neanche nulla al territorio. Qui abbiamo lo sport in crisi totale. Siamo la patria del rugby e L’Aquila rugby è retrocessa, abbiamo il sociale completamente devastato. Neanche a dire che “stanno prendendo soldi, però un minimo lo ridanno con...” No. Tra l’altro si lavora anche al minimo di operai. Per esempio nei cantieri ci sono proprio i cartelli con scritto: personale al completo. Poi magari sono dentro in cinque...
Capiamo perfettamente Fabio. Il ritratto che hai dato è esaustivo ed è purtroppo quello che temevamo. Otto anni sono tanti, ti chiedo l’ultima battuta poi ci salutiamo. Otto anni sono veramente tanti. Non dico che si poteva ricostruire una città per intero, ma quasi. Che prospettive vedi adesso, sulla base della tua esperienza?
Secondo me c’è da provare a collegare tutta l’area del Centro Italia, perché di fatto Amatrice stava proprio qui dietro, in linea d’aria è vicinissima, così come Montereale, Capitignano, i centri del gennaio scorso. Quindi collegare le lotte delle aree interne, soprattutto. Noi, e non solo noi, pensiamo che ci sia ormai un disegno per un neourbanesimo: spopolare i piccoli centri. E lo stiamo vedendo con i nuovi crateri sismici dove, appunto, dopo otto mesi ancora non hanno una casetta, una piccola stalla... Insomma, cose ridicole... Quindi c’è questa strategia di spopolare, probabilmente, derivante anche dal fatto che, come saprete, la Tap passa qui tramite la Snam... Non so se c’è stato un ingegnere con la squadra e il righello... Ma quel progetto tocca tutti gli epicentri degli ultimi terremoti dal 6 aprile dal 2009 ad oggi, proprio tutti. Passa anche qui, e poi risale per Amatrice, Montereale, Visso, Norcia... Sembra fatto apposta... O l’ha fatto un criminale, oppure... Quindi è ovvio che è una strategia per mandarti via, perché non ci scordiamo che il 6 aprile del 2009 qui saltò il gasdotto. Quindi immaginatevi cosa può succedere... Perché qui i terremoti ormai sono una costante, non è che ci saranno tra 2-300 anni... Siamo tra le montagne, gli Appennini sono in movimento, poi insomma pure a Roma siete abbastanza impauriti perché è vicino...
Si sentono bene...
Anche ai Castelli. Ah, arriva anche in Emilia, la Snam... Quindi tocca anche il cratere sismico emiliano, l’hanno proprio fatto apposta...
Tutti se li fa...
È da unire queste lotte, questa unica battaglia per il diritto alla vita anche nelle aree interne. Non esistono solo le grandi città. Io ho vissuto a Roma, è una bellissima città, però penso che se uno poi vuole stare in un altro posto, ha il diritto... Non esistono solo Roma, Milano, Napoli... Ci sono tanti bei posti minori, forse anche più vivibili, e però non so, ci sarà questa strategia... Per carità, io non sono assolutamente complottista, ci mancherebbe... Però probabilmente esiste un qualche motivo che induce a spopolare, perché altrimenti non si capiscono tutti questi ritardi nel ricostruire, nel dare i soldi solo con il contagocce. Quindi si potrebbe provare a fare questo, rivendicare questo. Inoltre qui a L’Aquila l’11 giugno si vota, e pure quello è importante. Noi stiamo pensando, non tutti, di provare a costruire una coalizione sociale indipendente che punti abbastanza in alto. Anche perché qui il centrodestra non esiste più, perché ovviamente mangia con il centrosinistra... Mandano avanti loro, quindi che gliene importa di gestire, “tanto comanda il Pd, mangiamo assieme”. Il movimento 5 Stelle si è spaccato in due, non gli daranno neanche il simbolo, molto probabilmente, anche perché è una patata bollente, dopo Roma non se l’assumono... Noi non siamo elettoralisti convinti però, insomma, pure quello può essere un passaggio, almeno a livello comunale.. Guardiamo all’esperienza di Napoli che sta portando risultati positivi, pensiamo... Parlando con i compagni de L'Asilo Filangieri, o dell’ex Opg, ci hanno detto che è importante quell’esperienza...
Un tentativo forse merita di essere fatto. Noi Fabio ti ringraziamo, ci risentiremo sicuramente, questa ultima cosa che ci hai detto ci fa venire un po’ i brividi ma è lo spunto di indagine eccezionale questa questione del gasdotto della Snam che, guarda un po’, passa proprio per tutti i territori sismici. Buon lavoro. Grazie della corrispondenza.
Grazie a voi.
Prevenzione e gestione dell’emergenza: una occasione persa
Il tema della prevenzione (la zona colpita dal sisma del sei aprile, come l’area intorno ad Amatrice, sono zone sismiche) e della gestione dell’emergenza è salito alla ribalta dell’attenzione mediatica immediatamente dopo il 6 aprile del 2009. Per poi sparire, e ricomparire dopo una nuova tragedia. Cosa si è imparato, e cosa si avrebbe dovuto apprendere, dall’esperienza drammatica del 2009? Ne abbiamo parlato con Stefano Zordano, Vigile del Fuoco e sindacalista dell’USB nella seconda parte dello speciale.
Intervista Stefano Zordano Vigili del Fuoco
Grazie Stefano Giordano, vigile del fuoco e sindacalista dell'Unione Sindacale di Base. Sono otto anni che l’Aquila e l’Abruzzo sono stati colpiti dal terremoto, abbiamo appena parlato con un abitante dell’Aquila, fa parte di uno dei vari comitati che ci ha raccontato dei ritardi incredibili, della speculazione ad altissimo livello che è in corso sulla città, sul capoluogo abruzzese, su tutti i territori del cratere. Per quello che riguarda la sicurezza... il centro Italia è stato colpito qualche mese fa da un altro sisma che ha avuto conseguenze altrettanto drammatiche, nonostante lo sforzo di chi ha prestato i soccorsi. Si parla moltissimo dell’effettiva competenza, del coraggio e della passione degli operatori, in primis i vigili del fuoco; si parla un po’ meno del fatto che forse c’è un problema alla base. Io ricordo che quando mi raccontarono del terremoto, della notte del 6 aprile in Abruzzo, parlavano di un numero esiguo di vigili del fuoco in servizio. Mi pare che da questo punto di vista la situazione non sia migliorata, anzi è forse anche peggiorata, visto che adesso abbiamo l’austerity. Dal punto di vista della sicurezza dei territori, l’esperienza del 6 aprile del 2009 ha insegnato qualcosa?
E’ un’analisi che corrisponde perfettamente a quella che è una situazione reale che attanaglia prima di tutto il cittadino, perché non bisogna dimenticare che comunque ci sono degli obblighi da parte dello Stato nei confronti del cittadino, anche se sono estremamente inadempienti dal punto di vista della previsione futura. L’Italia è un paese che utilizza le emergenze come un salvadanaio da poter spendere senza una regola ben precisa. Mi piacerebbe che ci fosse un’analisi dell’Ufficio grandi rischi, da cui i Vigili del Fuoco sono esclusi. Questa è un’altra contraddizione da sottolineare chiaramente...
Sembra assurdo...
Questa è un’analisi di quello che è l’emergenza, di quello che è costata l’emergenza degli ultimi 20 anni; e di quello che sarebbe costato, invece, un piano previsionale per la salvaguardia, la prevenzione e la previsione. Questi dovevano essere i pilastri fondamentali della politica. Mentre invece il pilastro scelto dalla politica è stringere anche i vigili del fuoco nella nella morsa della spending review, utilizzare continuamente delle opere depressive dal punto di vista economico, salariale, di assunzioni sul territorio nazionale. E’ veramente inaccettabile e vergognoso, politicamente, che ci sia un pompiere ogni 15 mila abitanti, con un’età media che supera i 49 anni. Questo è un omicidio politico, intendo dire, nel senso che comporta delle conseguenze estremamente gravi su tutto il territorio... Io sono operativo a Genova e l’altro giorno in una squadra in partenza, l’età media era 52 anni; e c’erano due partenze a fronte di 860 mila abitanti. In questa situazione come si può pretendere di impartire una prevenzione sul territorio? L’altro giorno parlavo di dissesto idrogeologico con un sindaco di un paese che mi diceva: “io avevo chiesto due milioni e mezzo per mettere un assetto idrogeologico di sicurezza nei confronti dei cittadini, non me l’hanno dato, poi la frana ha causato 12 milioni di spesa per l’emergenza". Allora la domanda sorge spontanea: non è che nell’emergenza ci siano dei poteri occulti, degli interessi che vanno oltre quello che è la sicurezza del cittadino? Noi è da anni che chiediamo la riforma della Protezione civile, dove i vigili del fuoco devono essere inseriti di diritto; abbandonando definitivamente quel luogo angusto che è il ministero dell’interno e non un comparto autonomo. In quell’ambito, praticamente, i vigili del fuoco sono falciati tutti i giorni sotto tutti gli aspetti; mentre invece, facendo una riforma della Protezione Civile vera, che guardi veramente negli occhi il cittadino dentro un progetto di prevenzione, previsione, salvaguardia e protezione, dove tutti gli organi non sono messi in competizione ma in una grande sinergia, finalizzata a proteggere il cittadino e il lavoratore... questa è la nostra soluzione. Però a volte le soluzioni in Italia vengono ascoltate come fossero irraggiungibili perché non ci sono i soldi, mentre in realtà i soldi ci sono. Perché rifaccio l’esempio del sindaco di prima: se poteva spendere 2 milioni e mezzo per mettere a posto il suo paesino, non succedeva nulla; e invece non sono stati dati e magari questo ha causato morte, disperazione e aumento della spesa pubblica.
Una domanda. Scopro adesso il fatto che i vigili del fuoco siano esclusi dalla commissione grandi rischi, non riesco a capire il motivo. Ma esiste un motivo pratico perché questo avviene? Perché è una cosa completamente priva di senso, al mio occhio di cittadino...
Se uno pensa a come sono stati organizzati i vigili del fuoco... I vigili del fuoco sono un ufficio di collocamento delle cariche prefettizie. Noi siamo il più grande collocamento delle cariche prefettizie. Se io vado da un cittadino e dico: scusa, ma i prefetti cosa ci stanno a fare nei vigili del fuoco? I vigili del fuoco devono essere un corpo tecnico, altamente specializzato, dove praticamente la burocrazia viene abbandonata definitivamente per dare professionalità e servizio al cittadino. Mentre invece noi siamo blindati in una tra le più grosse concentrazioni prefettizie di tutto il pubblico impiego; abbiamo 180 prefetti nei vigili del fuoco, dove tirano le fila di quello che è l’organizzazione del soccorso. Capite bene che così diventa “normale” che non ci sia nessuno di noi ai “grandi rischi”, perché siamo comandati da cariche prefettizie. La massima aspirazione di un dirigente è quella di diventare prefetto nei vigili del fuoco. Non è quello di diventare un tecnico altamente specializzato, ma diventare prefetto. Veramente è un corpo che sta prendendo una forma assolutamente non conforme a quello che dovrebbe essere il supporto tecnico. Siamo blindati dentro questa struttura e negli ultimi terremoti abbiamo dato la più brutta espressione di soccorso... In prima battuta, nell’ultimo terremoto, avevamo 450 unità presenti. E sappiate che le unità presenti vengono selezionate secondo alla fascia: prima fascia, seconda fascia, terza fascia... Quindi anche nel terremoto ci sono differenziazioni economiche nei confronti dei lavoratori, pure se poi, quando sono lì, i vigili del fuoco sappiamo tutti come si comportano. Abbandonano l’orologio e magari dormono in un sacco a pelo, per strada; perché comunque logisticamente abbiamo perso anche quella autonomia che, tanti anni fa, avevamo; allora noi utilizzavamo dei camper, ecc... In Francia, ad esempio, hanno copiato assolutamente la nostra posizione di qualche tempo fa, utilizzando delle roulotte. Noi invece abbiamo abbandonato i camper e abbiamo esternalizzato la logistica a terzi; e così ci siamo ritrovati a dormire per strada, durante l’ultimo terremoto...
Questa è un’altra notizia che la dice lunga. Un’ultima domanda, Stefano. Se fosse stato utilizzato meglio quello che poteva insegnare il terremoto del 2009 in Abruzzo, si sarebbero risparmiate delle vittime? Parlo in primis di prevenzione nei territori colpiti, Amatrice, Accumoli, ecc. E’ possibile dire una cosa del genere?
Dire che non sarebbe morto nessuno o che ne sarebbero morti di più non si può dire. Ma le percentuali di quanti rimangono in vita si innalzano, sicuramente. Ad esempio qua in Liguria, con il dissesto idrogeologico, abbiamo attivato una convenzione. Noi siamo contrari alle convenzioni, ma dovete sapere che per una nostra particolare “grammatica burocratica” non era permesso ai vigili del fuoco di andare a lavorare in servizio preventivo, secondo un regolamento che ha stabilito l’indice di mortalità nella nostra regione; quindi questo abbassa sicuramente le percentuali. Nei terremoti abbassa la percentuale. Se si parla di previsione e prevenzione e di una sinergia tra la ricerca, tra la mente e chi opera manualmente sul territorio, sicuramente si raggiunge l’obiettivo principale che è quello di salvaguardare i nostri cittadini.
La situazione, otto anni dopo
Frammentazione del territorio, scomposizione della compagine sociale: sconfitta delle istanze di chi vuole, o voleva, ricostruire dal basso? Ne abbiamo discusso con Alfonso De Amicis, attivista e residente all’interno del “cratere”, nella terza ed ultima parte dello speciale.
Intervista ad Alfonso De Amicis
Con noi al telefono Alfonso de Amicis. Buon giorno...
Buongiorno pure a te...
Sono otto anni che l'Aquila è stata colpita dal terremoto devastante: oltre 300 vittime, tantissimi feriti e la distruzione di un territorio e forse anche di un tessuto sociale. Quello che è venuto fuori è anche questo: la ricostruzione, che doveva essere, nelle parole dell'allora premier Berlusconi insieme all'allora capo della Protezione Civile Bertolaso, “rapida” e anche “rivoluzionaria” dal punto di vista delle modalità, si è trasformata in una speculazione incredibile sul territorio e, di fatto, nella perdita di un importante pezzo di tessuto sociale dell'Aquila e dei paesi intorno. E' un po' questa la situazione ad oggi o stiamo esagerando nella visione pessimistica?
No, no, non state esagerando. La situazione purtroppo è questa, ma per essere corretti e precisi la responsabilità non è solo di Berlusconi ma anche di chi è venuto dopo...
Certo, assolutamente...
Lo dico perché se no ci limitiamo a fare il tifo, come spesso avviene qui a L'Aquila. La responsabilità è che prima Berlusconi veniva qui a L'Aquila perché lui aveva questa vocazione ad incentrare se stesso e quindi spettacolarizzava tutto. Ma dopo, quando è venuto soprattutto il Pd, e in grazia di dio di Fabrizio Barca, in pratica siamo passati dal linguaggio dell'olgettina al linguaggio della finanza, in pratica. Adesso la sequenza, sia dal punto vista legislativo che dal punto di vista politico, è che oggi obbediamo più di ieri all'austerità europea, quindi non si possono spendere più di determinate cifre. In un anno, i finanziamenti devono essere centellinati, le pratiche devono passare per alcune strutture che stanno lì – loro dicono – per risparmiare o per evitare che ci sia la malversazione. Ma, fondamentalmente, il discorso è questo e quindi la situazione è molto molto più pesante. Io abito in un paese a 7 km da L'Aquila, dove la ricostruzione non è mai partita; le frazioni sono tutte quante abbandonate e sono 8 anni che io passo davanti alla mia casa che sta lì, immobile, come nella canzone di Guccini. Questa è la realtà.
Quanto hanno influito le politiche di austerity intervenute già dal governo Monti sui percorsi di ricostruzione dei territori colpiti dal sisma? Immaginiamo che abbiano avuto un intervento rilevante rispetto alla caduta delle prospettiva di ricostruire la città come era...
Hanno influito tantissimo... Intanto è stata usata la vicenda della ricostruzione, dal punto di vista urbanistico, per spostare praticamente la rendita ancora di più verso le classi agiate, i grossi proprietari. Perché il centro storico lo stanno ricostruendo, ma stanno ricostruendo le case appartenenti a questi grossi immobili... Invece con questa storia del terremoto in pratica c'è stata tutto un movimento, che non è stato per nulla carsico, ma abbastanza evidente, che ha spostato gli interventi verso la rendita e quindi allontanando la ricostruzione dei quartieri più poveri e delle frazioni. Ma soprattutto i soldi non vengono stanziati con dei flussi finanziari continui; ogni anno devi passare attraverso le forche caudine del Cipe... Naturalmente c'è tutto un armamentario ideologico-amministrativo per cui adesso, a otto anni dalla botta, non solo la ricostruzione fisica delle case tarda ma, soprattutto, è sul piano sociale, sul piano degli interventi produttivi, che manca tutto. Quello che sta subendo Amatrice, purtroppo, noi lo stiamo subendo già da prima.
La collettività sta sviluppando una consapevolezza rispetto a questo? Ci hanno raccontato, in interviste precedenti, che c'è addirittura chi preferisce speculare sulla ricostruzione. Parliamo proprio di cittadini de L'Aquila. Ci si rende conto di quanto sia necessario, forse, ripartire dal basso per dare una scossa e riappropriarsi dei percorsi di ricostruzione della città oppure c'è meno consapevolezza rispetto a questa esigenza?
Io penso che sia stata una sconfitta forte di tutti noi, dai movimenti organizzati e anche dei soggetti come me, che la penso in maniera un po' diversa da come in generale la pensano tutti. Diciamo che adesso noi andremo a votare l'11 giugno, ma tutto il movimento che c'è stato, che si era sviluppato subito dopo il sisma, ora è parcellizzato, polverizzato. Non risente solo di una situazione locale... Devi immaginare che adesso la città si è allungata ulteriormente, mentre prima era un centro che fungeva da elemento coordinatore, sia sul piano urbanistico che sul piano politico; oggi non c'è più nulla e quindi è una situazione di grave crisi economica, la situazione che si è aggiunta con il terremoto, c'è una polverizzazione pazzesca e su tutto questo purtroppo non esiste una forza – né organizzata, né di movimento – capace di offrire un percorso alternativo. Non la voglio buttare in politica, ma se tu non metti in discussione le politiche che ci sono verso le autonomie locali – che è uno degli elementi su cui per esempio la Bundesbank aveva chiamato la Comunità europea ad accelerare alcuni processi di privatizzazione, di interventi perché alcune spese venissero assorbite dal sistema finanziario, ecc – se tu non metti in discussione queste cose qui, sai benissimo che anche con il problema del terremoto aggraveremo la situazione. Purtroppo è questa la realtà e anche nei processi istituzionali, purtroppo, non c'è una forza politica capace ormai di opporsi a questa devastazione sociale, economica e culturale. Io la vedo in maniera molto molto pessima, negativa. Purtroppo siamo in una situazione deficitaria sul piano politico, culturale e sociale.
Grazie per il tuo intervento e il tuo contributo. Grazie e buon lavoro, ci sentiamo presto.
Grazie a voi.
Fonte
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Mancata ricostruzione, speculazioni e devastazione sociale
La mancata ricostruzione non riguarda solo il territorio, le case, le infrastrutture. Da ricostruire, dopo il terremoto, ci sarebbe stato il tessuto sociale ed economico di una comunità che era stata duramente colpita. Questi i temi affrontati insieme a Fabio Carosone, del comitato 3e32 de L’Aquila, nella prima parte del nostro speciale.
Come annunciato speciale su quanto avvenne ormai 8 anni fa, la notte del 6 aprile 2009, alle 3e32, il terremoto che colpì l’Abruzzo, che costò la vita ad oltre 300 persone e mise in ginocchio un territorio. Con noi al telefono come primo ospite di questo nostro speciale di approfondimento Fabio Carosone, del Comitato 3e32 de L'Aquila. Ciao Fabio
Ciao, buongiorno a tutti e tutte.
Il 3e32 è un’esperienza che nacque all’indomani di quel tragico evento e ha seguito, con attenzione, quello che è avvenuto durante, prima ovviamente, e dopo. A noi interessa parlare del dopo, quello che doveva essere fatto e che non è stato fatto per restituire vita a un territorio su cui è stata anche fatta molta speculazione. E’ un po’ così quello che è successo in questi anni o siamo forse eccessivamente pessimisti?
No, no, assolutamente. Innanzitutto ringrazio voi perché almeno da stamattina siete di fatto gli unici che ci state filando... Sinceramente, vedendo pure Rainews, Sky news, nessuno parla di questo ottavo anniversario del terremoto. Per carità, noi siamo i primi a dire che non possiamo fare i terremotati tutta la vita, però... Quindi vi ringraziamo per questo interesse che ci state dedicando. Come dicevi, ci apprestiamo a vivere questo ottavo anniversario con tantissima rabbia in corpo e anche frustrazione, purtroppo, derivante anche dal fatto che tutto ciò che avevamo detto nell’immediato post-sisma e denunciato poi si è puntualmente verificato. Molti al tempo non ci ascoltarono, tantissimi – soprattutto la stampa, i mass media, al tempo c’era la dittatura Bertolaso-Berlusconi che era fortissima – ci diedero addirittura dei non aquilani, provarono anche a dire che noi non eravamo aquilani, perché magari qualcuno aveva studiato fuori... La ricostruzione de L'Aquila è partita, questo sì, bisogna essere ottimisti. Sicuramente ci sono tantissime gru, tantissimi cantieri, poi – insomma – molta gente di Roma lo sa perché siamo vicini, quindi sicuramente ci sarete passati almeno una volta negli ultimi anni... Però purtroppo presenta tutte le criticità delle cosiddette grandi opere. L’Aquila, si può dire, è una sorta di Expo in grande, un Mose in grande, una Tav in grande. Girano tantissimi soldi, è vero, girano miliardi, questa è la città più finanziata d’Italia, è il più grande cantiere d’Europa al momento... Però ha prodotto pochissimi posti di lavoro, tantissimi appalti, la maggior parte degli appalti finiti in mano a poche grandi ditte, che poi spesso si costituiscono in Ati – Associazioni temporanee di Imprese – ma, insomma, bene o male sono sempre quelle due o tre grosse ditte che poi spesso non portano neanche a termine i lavori. Ad esempio c’è il gruppo Mantovani, che è anche indagato per il Mose, che qui ha abbandonato 30 o 40 appalti lasciando palazzi completamente rotti, si è intascata i soldi e non ha portato a termine i lavori. E quindi immaginate i proprietari, che stanno tuttora subendo ulteriori anni di ritardi, come possono stare... Ma la cosa più grave è che gli operai edili aquilani, quelli locali, sono in cassa integrazione, non lavorano se non ogni tanto... Un mesetto ti fai qualche pavimento, qualche rifinitura, così... C’è una disoccupazione dilagante. Tra l’altro lo stato ha pensato bene di fare anche una legge infame – quella della “sostituzione edilizia” – per cui ai proprietari che avevano casa gravemente danneggiata nel centro storico de L’Aquila (e il centro storico de L'Aquila, potrà sembrare strano, ma è uno dei primi sette d’Italia; sono 360 ettari, peraltro il progetto casa è 400 ettari, l’hanno fatto ancora più grande delle new town) è stata data, sin da dopo il terremoto, la possibilità di rivendere la casa al Comune de L'Aquila. Ricevendo però i soldi in base al valore di prima del terremoto, perché altrimenti rotte varrebbero pochissimo e spesso sono centinaia di migliaia di euro, perché erano anche appartamenti di 2-300 mq, con la possibilità di ricomprarsela dovunque volevano. E qui c’è la battuta: gli aquilani si sono rifatti la casa a Courmayeur. Perché è vero, alcuni se la sono comprata a Courmayeur. Quindi abbiamo una città ormai spopolata, perché giustamente, con la “sostituzione edilizia” molti se la sono comprata a Roma, a Siena, a Bologna, a Firenze, dove studiavano i figli. Credo che almeno 2-3000 persone nel centro storico hanno usufruito di questa sostituzione edilizia; quindi ci ritroviamo adesso con una città in cui si scoperchiano i palazzi, perché vengono portati a termine, ma senza abitanti dentro... Abbiamo cifre ufficiose, quindi non ufficiali, 20-25 mila abitanti in meno; poi magari hanno mantenuto la residenza però si sono trasferite comunque, anche perché il lavoro manca, quindi... Ecco, viviamo questo ottavo anno con tanta rabbia. Quella che poteva essere un’opportunità di rinascita – è brutto dirlo perché, per carità, le vittime ce l’abbiamo nel cuore, le conoscevamo tante, però purtroppo poi uno deve anche andare avanti, non può solo piangersi addosso e quindi... – poteva essere un’opportunità quella della ricostruzione. Invece abbiamo subito una sorta di dittatura, per cui sono calati gli speculatori qui su L’Aquila, anche con la complicità dell’amministrazione locale di centrosinistra a guida Pd, e la popolazione è stata estromessa. Una parte, bisogna dire, si è venduta completamente, per cui c’è un livello di corruzione elevatissimo. Ma l’ho detto: una sorta di Tav in grande, di Mose in grande... Là rubacchiano in pochi, qui in tanti, perché ovviamente è molto più grande come opera.
Fabio, una domanda. Tutto questo ci colpisce. Ricordo perfettamente – come radio frequentammo spesso dopo il terremoto quelle zone perché volevamo proprio capire da subito cosa sarebbe successo – mi parli di persone che se ne sono andate, di altre persone che si sono vendute e cercano di speculare su loro stesse, praticamente... Questo ci sembra l’indice del danno peggiore che è stato fatto alla città de L'Aquila e, paradossalmente, non dal terremoto, ma da chi l’ha gestito dopo.
Indubbiamente. Le parole che ha detto dopo il terremoto di Amatrice il Vescovo di Rieti – siamo atei, però... – “fa più danni l’uomo... quello che distrugge è l’uomo e non tanto il terremoto che, di fatto, è un evento naturale”. In molti altri paesi non produce neanche tutti questi danni, se ce la vogliamo dire tutta. Sì, la devastazione peggiore è stata quella dell’uomo. Già si iniziò con le new towns, che purtroppo furono applaudite da tanti, anche a sinistra, con la complicità dell’amministrazione comunale che oggi dice di non volerle più. Però noi abbiamo ancora le foto in cui tagliavano il nastro assieme e si facevano la foto all’inaugurazione di queste new town; tra l’altro le zone erano state fatte scegliere ad architetti de L'Aquila... E ci chiediamo come abbia potuto, gente de L'Aquila, scegliere zone addirittura ai piedi del Gran Sasso, a 1000 metri. Qui siamo a 700... a volte se qui piove, lì nevica, sta proprio sotto il Gran Sasso. O addirittura in zone sperdute... Spesso le hanno messe di fronte al paese, però appunto il paese sta dall’altro lato della strada, quindi poi per andarci devi attraversare una strada un po’ brutta. Un progetto case vicino Paganica, o in una zona che si chiama Roio, ha sicuramente provocato tanta depressione, perché ci hanno messo persone anziane, sole, disperse tra le montagne qui vicino... ha sicuramente prodotto conseguenze psicologiche rilevanti. La comunità si è un po’ frantumata. Con queste 19 new town, oltre che i villaggi Map (i map sono i moduli abitativi provvisori, quelli che adesso si cominciano a vedere ad Amatrice...) spesso costruiti a due km da un paese. Per carità, per Roma 2 km non sono molti, ma immaginate un paese, piccolo... A due km è già tutto distante... Comunque la cosa principale è stata la mancanza totale di lavoro... Dopo un terremoto, soprattutto in una città universitaria, come è L’Aquila, dovrebbe veramente favorire un po’ tutte le mansioni, compreso l’antropologo... Qui abbiamo la facoltà di lettere e anche antropologia, per esempio... Al giorno d’oggi che uno magari si chiede a che può servire l’antropologo... Ecco, qui serve. Infatti c’è un prof. di antropologia che negli anni subito dopo il terremoto ha indicato tutti i rischi che si potevano correre con le new town. Insomma, può servire tutto. E invece niente. Pochi grandi gruppi si sono presi la città con la complicità delle autorità locali e una parte di popolazione che lucra... Perché comunque i soldi girano... Io sono rimato colpito da questa cosa e purtroppo, è brutto dirlo, avverrà anche ad Amatrice, ad Accumuli, a Visso...
Certo, è un modello...
Sì, le stesse manifestazioni che stanno facendo ora, le facevamo anche noi. Poi, quando arrivano i soldi tantissima gente, non si sa come, impazzisce. Al posto delle pupille c’è l’euro. Addirittura anche gente che ha avuto lutti. Io, in momenti di scoramento, dico: è finito il mondo, perché se addirittura pure i parenti delle vittime arrivano a rubacchiare siamo proprio alla frutta... Comunque ci sono forme di resistenza, questo bisogna dirlo. Stiamo portando avanti queste denunce, perché adesso una parte di popolazione per fortuna si è accorta che non può far andare la ricchezza in poche mani, nelle mani di pochi ingegneri, pochi tecnici... Qui vengono staccate parcelle di 3-400 mila euro al mese per i tecnici, non è che stiamo parlando di bazzecole. Non è possibile, anche perché poi non ridanno neanche nulla al territorio. Qui abbiamo lo sport in crisi totale. Siamo la patria del rugby e L’Aquila rugby è retrocessa, abbiamo il sociale completamente devastato. Neanche a dire che “stanno prendendo soldi, però un minimo lo ridanno con...” No. Tra l’altro si lavora anche al minimo di operai. Per esempio nei cantieri ci sono proprio i cartelli con scritto: personale al completo. Poi magari sono dentro in cinque...
Capiamo perfettamente Fabio. Il ritratto che hai dato è esaustivo ed è purtroppo quello che temevamo. Otto anni sono tanti, ti chiedo l’ultima battuta poi ci salutiamo. Otto anni sono veramente tanti. Non dico che si poteva ricostruire una città per intero, ma quasi. Che prospettive vedi adesso, sulla base della tua esperienza?
Secondo me c’è da provare a collegare tutta l’area del Centro Italia, perché di fatto Amatrice stava proprio qui dietro, in linea d’aria è vicinissima, così come Montereale, Capitignano, i centri del gennaio scorso. Quindi collegare le lotte delle aree interne, soprattutto. Noi, e non solo noi, pensiamo che ci sia ormai un disegno per un neourbanesimo: spopolare i piccoli centri. E lo stiamo vedendo con i nuovi crateri sismici dove, appunto, dopo otto mesi ancora non hanno una casetta, una piccola stalla... Insomma, cose ridicole... Quindi c’è questa strategia di spopolare, probabilmente, derivante anche dal fatto che, come saprete, la Tap passa qui tramite la Snam... Non so se c’è stato un ingegnere con la squadra e il righello... Ma quel progetto tocca tutti gli epicentri degli ultimi terremoti dal 6 aprile dal 2009 ad oggi, proprio tutti. Passa anche qui, e poi risale per Amatrice, Montereale, Visso, Norcia... Sembra fatto apposta... O l’ha fatto un criminale, oppure... Quindi è ovvio che è una strategia per mandarti via, perché non ci scordiamo che il 6 aprile del 2009 qui saltò il gasdotto. Quindi immaginatevi cosa può succedere... Perché qui i terremoti ormai sono una costante, non è che ci saranno tra 2-300 anni... Siamo tra le montagne, gli Appennini sono in movimento, poi insomma pure a Roma siete abbastanza impauriti perché è vicino...
Si sentono bene...
Anche ai Castelli. Ah, arriva anche in Emilia, la Snam... Quindi tocca anche il cratere sismico emiliano, l’hanno proprio fatto apposta...
Tutti se li fa...
È da unire queste lotte, questa unica battaglia per il diritto alla vita anche nelle aree interne. Non esistono solo le grandi città. Io ho vissuto a Roma, è una bellissima città, però penso che se uno poi vuole stare in un altro posto, ha il diritto... Non esistono solo Roma, Milano, Napoli... Ci sono tanti bei posti minori, forse anche più vivibili, e però non so, ci sarà questa strategia... Per carità, io non sono assolutamente complottista, ci mancherebbe... Però probabilmente esiste un qualche motivo che induce a spopolare, perché altrimenti non si capiscono tutti questi ritardi nel ricostruire, nel dare i soldi solo con il contagocce. Quindi si potrebbe provare a fare questo, rivendicare questo. Inoltre qui a L’Aquila l’11 giugno si vota, e pure quello è importante. Noi stiamo pensando, non tutti, di provare a costruire una coalizione sociale indipendente che punti abbastanza in alto. Anche perché qui il centrodestra non esiste più, perché ovviamente mangia con il centrosinistra... Mandano avanti loro, quindi che gliene importa di gestire, “tanto comanda il Pd, mangiamo assieme”. Il movimento 5 Stelle si è spaccato in due, non gli daranno neanche il simbolo, molto probabilmente, anche perché è una patata bollente, dopo Roma non se l’assumono... Noi non siamo elettoralisti convinti però, insomma, pure quello può essere un passaggio, almeno a livello comunale.. Guardiamo all’esperienza di Napoli che sta portando risultati positivi, pensiamo... Parlando con i compagni de L'Asilo Filangieri, o dell’ex Opg, ci hanno detto che è importante quell’esperienza...
Un tentativo forse merita di essere fatto. Noi Fabio ti ringraziamo, ci risentiremo sicuramente, questa ultima cosa che ci hai detto ci fa venire un po’ i brividi ma è lo spunto di indagine eccezionale questa questione del gasdotto della Snam che, guarda un po’, passa proprio per tutti i territori sismici. Buon lavoro. Grazie della corrispondenza.
Grazie a voi.
*****
Prevenzione e gestione dell’emergenza: una occasione persa
Il tema della prevenzione (la zona colpita dal sisma del sei aprile, come l’area intorno ad Amatrice, sono zone sismiche) e della gestione dell’emergenza è salito alla ribalta dell’attenzione mediatica immediatamente dopo il 6 aprile del 2009. Per poi sparire, e ricomparire dopo una nuova tragedia. Cosa si è imparato, e cosa si avrebbe dovuto apprendere, dall’esperienza drammatica del 2009? Ne abbiamo parlato con Stefano Zordano, Vigile del Fuoco e sindacalista dell’USB nella seconda parte dello speciale.
Intervista Stefano Zordano Vigili del Fuoco
Grazie Stefano Giordano, vigile del fuoco e sindacalista dell'Unione Sindacale di Base. Sono otto anni che l’Aquila e l’Abruzzo sono stati colpiti dal terremoto, abbiamo appena parlato con un abitante dell’Aquila, fa parte di uno dei vari comitati che ci ha raccontato dei ritardi incredibili, della speculazione ad altissimo livello che è in corso sulla città, sul capoluogo abruzzese, su tutti i territori del cratere. Per quello che riguarda la sicurezza... il centro Italia è stato colpito qualche mese fa da un altro sisma che ha avuto conseguenze altrettanto drammatiche, nonostante lo sforzo di chi ha prestato i soccorsi. Si parla moltissimo dell’effettiva competenza, del coraggio e della passione degli operatori, in primis i vigili del fuoco; si parla un po’ meno del fatto che forse c’è un problema alla base. Io ricordo che quando mi raccontarono del terremoto, della notte del 6 aprile in Abruzzo, parlavano di un numero esiguo di vigili del fuoco in servizio. Mi pare che da questo punto di vista la situazione non sia migliorata, anzi è forse anche peggiorata, visto che adesso abbiamo l’austerity. Dal punto di vista della sicurezza dei territori, l’esperienza del 6 aprile del 2009 ha insegnato qualcosa?
E’ un’analisi che corrisponde perfettamente a quella che è una situazione reale che attanaglia prima di tutto il cittadino, perché non bisogna dimenticare che comunque ci sono degli obblighi da parte dello Stato nei confronti del cittadino, anche se sono estremamente inadempienti dal punto di vista della previsione futura. L’Italia è un paese che utilizza le emergenze come un salvadanaio da poter spendere senza una regola ben precisa. Mi piacerebbe che ci fosse un’analisi dell’Ufficio grandi rischi, da cui i Vigili del Fuoco sono esclusi. Questa è un’altra contraddizione da sottolineare chiaramente...
Sembra assurdo...
Questa è un’analisi di quello che è l’emergenza, di quello che è costata l’emergenza degli ultimi 20 anni; e di quello che sarebbe costato, invece, un piano previsionale per la salvaguardia, la prevenzione e la previsione. Questi dovevano essere i pilastri fondamentali della politica. Mentre invece il pilastro scelto dalla politica è stringere anche i vigili del fuoco nella nella morsa della spending review, utilizzare continuamente delle opere depressive dal punto di vista economico, salariale, di assunzioni sul territorio nazionale. E’ veramente inaccettabile e vergognoso, politicamente, che ci sia un pompiere ogni 15 mila abitanti, con un’età media che supera i 49 anni. Questo è un omicidio politico, intendo dire, nel senso che comporta delle conseguenze estremamente gravi su tutto il territorio... Io sono operativo a Genova e l’altro giorno in una squadra in partenza, l’età media era 52 anni; e c’erano due partenze a fronte di 860 mila abitanti. In questa situazione come si può pretendere di impartire una prevenzione sul territorio? L’altro giorno parlavo di dissesto idrogeologico con un sindaco di un paese che mi diceva: “io avevo chiesto due milioni e mezzo per mettere un assetto idrogeologico di sicurezza nei confronti dei cittadini, non me l’hanno dato, poi la frana ha causato 12 milioni di spesa per l’emergenza". Allora la domanda sorge spontanea: non è che nell’emergenza ci siano dei poteri occulti, degli interessi che vanno oltre quello che è la sicurezza del cittadino? Noi è da anni che chiediamo la riforma della Protezione civile, dove i vigili del fuoco devono essere inseriti di diritto; abbandonando definitivamente quel luogo angusto che è il ministero dell’interno e non un comparto autonomo. In quell’ambito, praticamente, i vigili del fuoco sono falciati tutti i giorni sotto tutti gli aspetti; mentre invece, facendo una riforma della Protezione Civile vera, che guardi veramente negli occhi il cittadino dentro un progetto di prevenzione, previsione, salvaguardia e protezione, dove tutti gli organi non sono messi in competizione ma in una grande sinergia, finalizzata a proteggere il cittadino e il lavoratore... questa è la nostra soluzione. Però a volte le soluzioni in Italia vengono ascoltate come fossero irraggiungibili perché non ci sono i soldi, mentre in realtà i soldi ci sono. Perché rifaccio l’esempio del sindaco di prima: se poteva spendere 2 milioni e mezzo per mettere a posto il suo paesino, non succedeva nulla; e invece non sono stati dati e magari questo ha causato morte, disperazione e aumento della spesa pubblica.
Una domanda. Scopro adesso il fatto che i vigili del fuoco siano esclusi dalla commissione grandi rischi, non riesco a capire il motivo. Ma esiste un motivo pratico perché questo avviene? Perché è una cosa completamente priva di senso, al mio occhio di cittadino...
Se uno pensa a come sono stati organizzati i vigili del fuoco... I vigili del fuoco sono un ufficio di collocamento delle cariche prefettizie. Noi siamo il più grande collocamento delle cariche prefettizie. Se io vado da un cittadino e dico: scusa, ma i prefetti cosa ci stanno a fare nei vigili del fuoco? I vigili del fuoco devono essere un corpo tecnico, altamente specializzato, dove praticamente la burocrazia viene abbandonata definitivamente per dare professionalità e servizio al cittadino. Mentre invece noi siamo blindati in una tra le più grosse concentrazioni prefettizie di tutto il pubblico impiego; abbiamo 180 prefetti nei vigili del fuoco, dove tirano le fila di quello che è l’organizzazione del soccorso. Capite bene che così diventa “normale” che non ci sia nessuno di noi ai “grandi rischi”, perché siamo comandati da cariche prefettizie. La massima aspirazione di un dirigente è quella di diventare prefetto nei vigili del fuoco. Non è quello di diventare un tecnico altamente specializzato, ma diventare prefetto. Veramente è un corpo che sta prendendo una forma assolutamente non conforme a quello che dovrebbe essere il supporto tecnico. Siamo blindati dentro questa struttura e negli ultimi terremoti abbiamo dato la più brutta espressione di soccorso... In prima battuta, nell’ultimo terremoto, avevamo 450 unità presenti. E sappiate che le unità presenti vengono selezionate secondo alla fascia: prima fascia, seconda fascia, terza fascia... Quindi anche nel terremoto ci sono differenziazioni economiche nei confronti dei lavoratori, pure se poi, quando sono lì, i vigili del fuoco sappiamo tutti come si comportano. Abbandonano l’orologio e magari dormono in un sacco a pelo, per strada; perché comunque logisticamente abbiamo perso anche quella autonomia che, tanti anni fa, avevamo; allora noi utilizzavamo dei camper, ecc... In Francia, ad esempio, hanno copiato assolutamente la nostra posizione di qualche tempo fa, utilizzando delle roulotte. Noi invece abbiamo abbandonato i camper e abbiamo esternalizzato la logistica a terzi; e così ci siamo ritrovati a dormire per strada, durante l’ultimo terremoto...
Questa è un’altra notizia che la dice lunga. Un’ultima domanda, Stefano. Se fosse stato utilizzato meglio quello che poteva insegnare il terremoto del 2009 in Abruzzo, si sarebbero risparmiate delle vittime? Parlo in primis di prevenzione nei territori colpiti, Amatrice, Accumoli, ecc. E’ possibile dire una cosa del genere?
Dire che non sarebbe morto nessuno o che ne sarebbero morti di più non si può dire. Ma le percentuali di quanti rimangono in vita si innalzano, sicuramente. Ad esempio qua in Liguria, con il dissesto idrogeologico, abbiamo attivato una convenzione. Noi siamo contrari alle convenzioni, ma dovete sapere che per una nostra particolare “grammatica burocratica” non era permesso ai vigili del fuoco di andare a lavorare in servizio preventivo, secondo un regolamento che ha stabilito l’indice di mortalità nella nostra regione; quindi questo abbassa sicuramente le percentuali. Nei terremoti abbassa la percentuale. Se si parla di previsione e prevenzione e di una sinergia tra la ricerca, tra la mente e chi opera manualmente sul territorio, sicuramente si raggiunge l’obiettivo principale che è quello di salvaguardare i nostri cittadini.
*****
La situazione, otto anni dopo
Frammentazione del territorio, scomposizione della compagine sociale: sconfitta delle istanze di chi vuole, o voleva, ricostruire dal basso? Ne abbiamo discusso con Alfonso De Amicis, attivista e residente all’interno del “cratere”, nella terza ed ultima parte dello speciale.
Intervista ad Alfonso De Amicis
Con noi al telefono Alfonso de Amicis. Buon giorno...
Buongiorno pure a te...
Sono otto anni che l'Aquila è stata colpita dal terremoto devastante: oltre 300 vittime, tantissimi feriti e la distruzione di un territorio e forse anche di un tessuto sociale. Quello che è venuto fuori è anche questo: la ricostruzione, che doveva essere, nelle parole dell'allora premier Berlusconi insieme all'allora capo della Protezione Civile Bertolaso, “rapida” e anche “rivoluzionaria” dal punto di vista delle modalità, si è trasformata in una speculazione incredibile sul territorio e, di fatto, nella perdita di un importante pezzo di tessuto sociale dell'Aquila e dei paesi intorno. E' un po' questa la situazione ad oggi o stiamo esagerando nella visione pessimistica?
No, no, non state esagerando. La situazione purtroppo è questa, ma per essere corretti e precisi la responsabilità non è solo di Berlusconi ma anche di chi è venuto dopo...
Certo, assolutamente...
Lo dico perché se no ci limitiamo a fare il tifo, come spesso avviene qui a L'Aquila. La responsabilità è che prima Berlusconi veniva qui a L'Aquila perché lui aveva questa vocazione ad incentrare se stesso e quindi spettacolarizzava tutto. Ma dopo, quando è venuto soprattutto il Pd, e in grazia di dio di Fabrizio Barca, in pratica siamo passati dal linguaggio dell'olgettina al linguaggio della finanza, in pratica. Adesso la sequenza, sia dal punto vista legislativo che dal punto di vista politico, è che oggi obbediamo più di ieri all'austerità europea, quindi non si possono spendere più di determinate cifre. In un anno, i finanziamenti devono essere centellinati, le pratiche devono passare per alcune strutture che stanno lì – loro dicono – per risparmiare o per evitare che ci sia la malversazione. Ma, fondamentalmente, il discorso è questo e quindi la situazione è molto molto più pesante. Io abito in un paese a 7 km da L'Aquila, dove la ricostruzione non è mai partita; le frazioni sono tutte quante abbandonate e sono 8 anni che io passo davanti alla mia casa che sta lì, immobile, come nella canzone di Guccini. Questa è la realtà.
Quanto hanno influito le politiche di austerity intervenute già dal governo Monti sui percorsi di ricostruzione dei territori colpiti dal sisma? Immaginiamo che abbiano avuto un intervento rilevante rispetto alla caduta delle prospettiva di ricostruire la città come era...
Hanno influito tantissimo... Intanto è stata usata la vicenda della ricostruzione, dal punto di vista urbanistico, per spostare praticamente la rendita ancora di più verso le classi agiate, i grossi proprietari. Perché il centro storico lo stanno ricostruendo, ma stanno ricostruendo le case appartenenti a questi grossi immobili... Invece con questa storia del terremoto in pratica c'è stata tutto un movimento, che non è stato per nulla carsico, ma abbastanza evidente, che ha spostato gli interventi verso la rendita e quindi allontanando la ricostruzione dei quartieri più poveri e delle frazioni. Ma soprattutto i soldi non vengono stanziati con dei flussi finanziari continui; ogni anno devi passare attraverso le forche caudine del Cipe... Naturalmente c'è tutto un armamentario ideologico-amministrativo per cui adesso, a otto anni dalla botta, non solo la ricostruzione fisica delle case tarda ma, soprattutto, è sul piano sociale, sul piano degli interventi produttivi, che manca tutto. Quello che sta subendo Amatrice, purtroppo, noi lo stiamo subendo già da prima.
La collettività sta sviluppando una consapevolezza rispetto a questo? Ci hanno raccontato, in interviste precedenti, che c'è addirittura chi preferisce speculare sulla ricostruzione. Parliamo proprio di cittadini de L'Aquila. Ci si rende conto di quanto sia necessario, forse, ripartire dal basso per dare una scossa e riappropriarsi dei percorsi di ricostruzione della città oppure c'è meno consapevolezza rispetto a questa esigenza?
Io penso che sia stata una sconfitta forte di tutti noi, dai movimenti organizzati e anche dei soggetti come me, che la penso in maniera un po' diversa da come in generale la pensano tutti. Diciamo che adesso noi andremo a votare l'11 giugno, ma tutto il movimento che c'è stato, che si era sviluppato subito dopo il sisma, ora è parcellizzato, polverizzato. Non risente solo di una situazione locale... Devi immaginare che adesso la città si è allungata ulteriormente, mentre prima era un centro che fungeva da elemento coordinatore, sia sul piano urbanistico che sul piano politico; oggi non c'è più nulla e quindi è una situazione di grave crisi economica, la situazione che si è aggiunta con il terremoto, c'è una polverizzazione pazzesca e su tutto questo purtroppo non esiste una forza – né organizzata, né di movimento – capace di offrire un percorso alternativo. Non la voglio buttare in politica, ma se tu non metti in discussione le politiche che ci sono verso le autonomie locali – che è uno degli elementi su cui per esempio la Bundesbank aveva chiamato la Comunità europea ad accelerare alcuni processi di privatizzazione, di interventi perché alcune spese venissero assorbite dal sistema finanziario, ecc – se tu non metti in discussione queste cose qui, sai benissimo che anche con il problema del terremoto aggraveremo la situazione. Purtroppo è questa la realtà e anche nei processi istituzionali, purtroppo, non c'è una forza politica capace ormai di opporsi a questa devastazione sociale, economica e culturale. Io la vedo in maniera molto molto pessima, negativa. Purtroppo siamo in una situazione deficitaria sul piano politico, culturale e sociale.
Grazie per il tuo intervento e il tuo contributo. Grazie e buon lavoro, ci sentiamo presto.
Grazie a voi.
Fonte
05/09/2016
Se L’Aquila insegna qualcosa...
«Noi nei campi della Protezione Civile non ci vogliamo finire. Poi casa mia non la lascio incustodita, perciò noi stiamo qua e ci organizziamo da soli». È solo una delle tante testimonianze che in questi giorni, insieme ai compagni delle Brigate di Solidarietà Attiva e a tanti altri fratelli e sorelle, abbiamo ascoltato, mentre stiamo dando vita ad una bellissima esperienza di solidarietà dal basso, con la costruzione dello Spazio Solidale di Amatrice, uno spazio che funziona tanto da magazzino e spaccio di viveri e beni, quanto da spazio aperto alla popolazione. Questo incredibile slancio di coraggio e di dignità delle persone colpite dal terremoto lascia quasi stupefatti guardando il panorama di devastazione e contestualizzandolo in quel tessuto sociale ormai praticamente distrutto. Ma la lezione del terremoto de L’Aquila qui non è stata dimenticata, e la gran parte degli amatriciani è molto cosciente di come rischiano di andare le cose nei prossimi mesi.
La prima operazione “molto strana” è infatti già cominciata l’altro ieri: tutto il materiale raccolto in questi primi dieci giorni dal terremoto, e che era nei magazzini di Amatrice e dintorni gestiti dalla Protezione Civile, da un paio di giorni è in viaggio destinazione Avezzano. Nessuno ha saputo spiegarci il perché di questa operazione, fatto sta che da due giorni furgoncini di persone del luogo e associazioni di volontari si avvicendano allo Spazio Solidale Amatrice per portare viveri e beni che altrimenti finirebbero a circa 100 km dalle loro case e tende. Questa decisione fa il paio, come ci segnalano i compagni e le compagne del collettivo 3.32, con la gestione sempre più autoritaria dei campi dove gli sfollati sono accolti nelle tende: doppi controlli in entrata e uscita dai campi, presenza massiccia di forze dell’ordine, toni minacciosi e provocatori nei confronti di chi nei campi ci vive.
A fronte di questo, come scrivevamo in apertura, tante persone e famiglie, specialmente nelle frazioni, hanno scelto di non adeguarsi forzatamente al sistema di gestione della tragedia, che prevede una totale subordinazione della popolazione all’organizzazione della vita da parte di forze dell’ordine e protezione civile. Alla estromissione da ogni ruolo nel tessuto sociale hanno preferito opporre delle pratiche di (ri)organizzazione dal basso. Per cercare di far continuare e ricominciare la vita in binari che assomiglino il più possibile alla quotidianità, dove è possibile fare una pizzata tutti insieme il sabato sera, per passare qualche ora senza pensare al terremoto e le sue conseguenze; per non essere relegati al ruolo di persone in fila: in fila per mangiare, in fila per il bagno, in fila per la doccia, senza nessuna possibilità di ricostruire una comunità con la quale affrontare le giornate e la ricostruzione giorno per giorno.
Il tutto è perfettamente in linea con la cosiddetta “gestione Errani” dei campi e il tanto decantato modello Emilia, dove la militarizzazione dei campi è stata solo la prima mossa, arrivando in seguito a minacciare l’accettazione obbligata di soluzioni abitative inadeguate, pena l’estromissione forzata da ogni futuro diritto ad un alloggio garantito (qui). E dove, anche allora, anche se talvolta costretti da infame ricatto, in tanti si sono organizzati per ricostruire la propria comunità in campi autogestiti.
È proprio questa organizzazione dal basso che spaventa chi gestisce l’emergenza: una comunità unita, che affronta insieme le vicende che riguardano la ricostruzione, ha la capacità di mantenere un controllo popolare sulla gestione dei fondi e delle politiche per la ricostruzione. Una comunità che recupera la propria dimensione autonoma e non rimane a guardare lo sciacallaggio di imprenditori e politicanti, una comunità che rivendica unita il proprio ruolo nella ricostruzione, spaventa. Sciacallaggio semi-annunciato, d’altronde, anche durante lo squallido siparietto andato in onda il 25 agosto durante una puntata di Porta a porta, quando il ministro Delrio e Bruno Vespa erano in brodo di giuggiole raccontando di quanto un simile terremoto fosse «un volano dell’economia», e ricordando con gioia il fatto che a tutt’oggi L’Aquila sia «il più grande cantiere d’Europa».
Ma è proprio questa la sfida che noi dobbiamo raccogliere: avere la capacità di aiutare le persone a non dover per forza sottostare all’occupazione del proprio territorio, aiutarli a sostentare le loro esperienze di autogestione, parlarci perché non dimentichino mai la gestione de L’Aquila e dell’Emilia, dove in molti ancora sono sistemati negli alloggi provvisori e non vedono neanche l’ombra della fine della loro odissea. Utilizzare la nostra capacità organizzativa per permettere loro di avere uno spazio dove poter gestire loro stessi una cucina, uno spaccio, per fare una festa di compleanno o ancora una riunione del comitato con cui organizzavano la sagra della propria frazione.
Per essere efficaci in questo, è importante avere sotto controllo capillarmente la situazione di tutte le frazioni e agglomerati di case, dei campi ufficiali e di quelli autogestiti, in modo da poter intervenire celermente in sostegno di chi ne ha bisogno, altrimenti queste esperienze rischiano di esaurirsi per stenti e le persone, gioco forza, si ritrovano a dover andare nei campi della protezione civile. In chiusura, ringraziamo per l’aiuto in questo senso i tanti compagni da tutta Italia che si sono subito messi al lavoro per organizzare un sito ed una mappa su cui raccogliere tutte le segnalazioni dal territorio, segnalazioni che è possibile effettuare in maniera semplice e rapida tramite l’app di messaggistica Telegram. Per contribuire con le proprie segnalazioni basta cercare TerremotoCentroItalia bot tra i propri contatti Telegram.
Fonte
La prima operazione “molto strana” è infatti già cominciata l’altro ieri: tutto il materiale raccolto in questi primi dieci giorni dal terremoto, e che era nei magazzini di Amatrice e dintorni gestiti dalla Protezione Civile, da un paio di giorni è in viaggio destinazione Avezzano. Nessuno ha saputo spiegarci il perché di questa operazione, fatto sta che da due giorni furgoncini di persone del luogo e associazioni di volontari si avvicendano allo Spazio Solidale Amatrice per portare viveri e beni che altrimenti finirebbero a circa 100 km dalle loro case e tende. Questa decisione fa il paio, come ci segnalano i compagni e le compagne del collettivo 3.32, con la gestione sempre più autoritaria dei campi dove gli sfollati sono accolti nelle tende: doppi controlli in entrata e uscita dai campi, presenza massiccia di forze dell’ordine, toni minacciosi e provocatori nei confronti di chi nei campi ci vive.
A fronte di questo, come scrivevamo in apertura, tante persone e famiglie, specialmente nelle frazioni, hanno scelto di non adeguarsi forzatamente al sistema di gestione della tragedia, che prevede una totale subordinazione della popolazione all’organizzazione della vita da parte di forze dell’ordine e protezione civile. Alla estromissione da ogni ruolo nel tessuto sociale hanno preferito opporre delle pratiche di (ri)organizzazione dal basso. Per cercare di far continuare e ricominciare la vita in binari che assomiglino il più possibile alla quotidianità, dove è possibile fare una pizzata tutti insieme il sabato sera, per passare qualche ora senza pensare al terremoto e le sue conseguenze; per non essere relegati al ruolo di persone in fila: in fila per mangiare, in fila per il bagno, in fila per la doccia, senza nessuna possibilità di ricostruire una comunità con la quale affrontare le giornate e la ricostruzione giorno per giorno.
Il tutto è perfettamente in linea con la cosiddetta “gestione Errani” dei campi e il tanto decantato modello Emilia, dove la militarizzazione dei campi è stata solo la prima mossa, arrivando in seguito a minacciare l’accettazione obbligata di soluzioni abitative inadeguate, pena l’estromissione forzata da ogni futuro diritto ad un alloggio garantito (qui). E dove, anche allora, anche se talvolta costretti da infame ricatto, in tanti si sono organizzati per ricostruire la propria comunità in campi autogestiti.
È proprio questa organizzazione dal basso che spaventa chi gestisce l’emergenza: una comunità unita, che affronta insieme le vicende che riguardano la ricostruzione, ha la capacità di mantenere un controllo popolare sulla gestione dei fondi e delle politiche per la ricostruzione. Una comunità che recupera la propria dimensione autonoma e non rimane a guardare lo sciacallaggio di imprenditori e politicanti, una comunità che rivendica unita il proprio ruolo nella ricostruzione, spaventa. Sciacallaggio semi-annunciato, d’altronde, anche durante lo squallido siparietto andato in onda il 25 agosto durante una puntata di Porta a porta, quando il ministro Delrio e Bruno Vespa erano in brodo di giuggiole raccontando di quanto un simile terremoto fosse «un volano dell’economia», e ricordando con gioia il fatto che a tutt’oggi L’Aquila sia «il più grande cantiere d’Europa».
Ma è proprio questa la sfida che noi dobbiamo raccogliere: avere la capacità di aiutare le persone a non dover per forza sottostare all’occupazione del proprio territorio, aiutarli a sostentare le loro esperienze di autogestione, parlarci perché non dimentichino mai la gestione de L’Aquila e dell’Emilia, dove in molti ancora sono sistemati negli alloggi provvisori e non vedono neanche l’ombra della fine della loro odissea. Utilizzare la nostra capacità organizzativa per permettere loro di avere uno spazio dove poter gestire loro stessi una cucina, uno spaccio, per fare una festa di compleanno o ancora una riunione del comitato con cui organizzavano la sagra della propria frazione.
Per essere efficaci in questo, è importante avere sotto controllo capillarmente la situazione di tutte le frazioni e agglomerati di case, dei campi ufficiali e di quelli autogestiti, in modo da poter intervenire celermente in sostegno di chi ne ha bisogno, altrimenti queste esperienze rischiano di esaurirsi per stenti e le persone, gioco forza, si ritrovano a dover andare nei campi della protezione civile. In chiusura, ringraziamo per l’aiuto in questo senso i tanti compagni da tutta Italia che si sono subito messi al lavoro per organizzare un sito ed una mappa su cui raccogliere tutte le segnalazioni dal territorio, segnalazioni che è possibile effettuare in maniera semplice e rapida tramite l’app di messaggistica Telegram. Per contribuire con le proprie segnalazioni basta cercare TerremotoCentroItalia bot tra i propri contatti Telegram.
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23/02/2016
Abruzzo, arriva Renzi: folle plaudenti e desertificazione economica
Il presidente del fare e dell'antisfiga oggi sarà di nuovo in Abruzzo.
Lo fa secondo consuetudine e secondo le procedure tipiche dei capoufficio. Folle plaudenti, imprenditori o sapientoni festanti, forse perché il nostro si è mostrato elargitore di favori e denaro sempre utile alla bisogna.
L'ultima volta che è venuto a L'Aquila, vista la mala parata si rifugiò dentro la sede del Gran Sasso Science Institute. Lì il parterre era composto da amministratori locali o da signori contenti di ricevere presto lauti compensi. Oggi il "cazzaro" fiorentino con la sua giovane truppa visiterà i Laboratori nazionali di Fisica Nucleare ed alle ore 15 l'azienda Walter Tosto, leader nella produzione di serbatoi industriali che più di tutti ha applicato il JobsAct. Fedele alla prassi dei governanti italiani nella sua pagina facebook ha scritto "che dobbiamo tornare a girare più l'Italia e stare meno nei Palazzi e quindi domani saremo in Abruzzo, mercoledì a Lodi, venerdì in Toscana".
Sempre vicino ai poteri economici e finanziari che contano e lontano dai lavoratori che sempre più lo percepiscono come nemico e nulla più. Visite che sono annunciate come sempre da una stampa plaudente e che lo vuole come colui che si sta battendo come il salvatore di una vecchia e piccola borghesia caduta progressivamente in disgrazia e che ora, solo ora si accorge delle orrende regole europee.
Quando si trattava di applicare i mille regolamenti europeisti in chiave anti-lavoratori, in chiave precarietà erano tutti li insieme a vari professori della Università D'Annunzio a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell'Unione Europea... Oggi visto che sta prendendo piede la desertificazione industriale e la certezza che le nostra banche possono essere divorate da quelle tedesche paiono tutti diventati antieuropeisti. Ancora una volta il peggior nemico è quello che marcia, o a volte striscia, alla nostra testa.
Meno renzini e più soldi alla ricostruzione dei territori colpiti dal sisma. Ricostruzione materiale e sociale prima di tutto.
ROSS@ L'Aquila
Fonte
Lo fa secondo consuetudine e secondo le procedure tipiche dei capoufficio. Folle plaudenti, imprenditori o sapientoni festanti, forse perché il nostro si è mostrato elargitore di favori e denaro sempre utile alla bisogna.
L'ultima volta che è venuto a L'Aquila, vista la mala parata si rifugiò dentro la sede del Gran Sasso Science Institute. Lì il parterre era composto da amministratori locali o da signori contenti di ricevere presto lauti compensi. Oggi il "cazzaro" fiorentino con la sua giovane truppa visiterà i Laboratori nazionali di Fisica Nucleare ed alle ore 15 l'azienda Walter Tosto, leader nella produzione di serbatoi industriali che più di tutti ha applicato il JobsAct. Fedele alla prassi dei governanti italiani nella sua pagina facebook ha scritto "che dobbiamo tornare a girare più l'Italia e stare meno nei Palazzi e quindi domani saremo in Abruzzo, mercoledì a Lodi, venerdì in Toscana".
Sempre vicino ai poteri economici e finanziari che contano e lontano dai lavoratori che sempre più lo percepiscono come nemico e nulla più. Visite che sono annunciate come sempre da una stampa plaudente e che lo vuole come colui che si sta battendo come il salvatore di una vecchia e piccola borghesia caduta progressivamente in disgrazia e che ora, solo ora si accorge delle orrende regole europee.
Quando si trattava di applicare i mille regolamenti europeisti in chiave anti-lavoratori, in chiave precarietà erano tutti li insieme a vari professori della Università D'Annunzio a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell'Unione Europea... Oggi visto che sta prendendo piede la desertificazione industriale e la certezza che le nostra banche possono essere divorate da quelle tedesche paiono tutti diventati antieuropeisti. Ancora una volta il peggior nemico è quello che marcia, o a volte striscia, alla nostra testa.
Meno renzini e più soldi alla ricostruzione dei territori colpiti dal sisma. Ricostruzione materiale e sociale prima di tutto.
ROSS@ L'Aquila
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26/08/2015
L'Aquila caccia Renzi, la polizia carica
La popolarità si misura stando in mezzo al popolo, non certo agli "eventi" di Comunione e Liberazione (la cui guest star è sempre stata Giulio Andreotti).
E a L'Aquila Renzi ha potuto misurare l'impopolarità reale che gli sta montando addosso. Oddio, lui nella città terremotata e non ancora ricostruita ha rinunciato ad andarci quando ha saputo che una nutrita manifestazione di abitanti lo stava aspettando per contestarlo.
Orrore! deve aver pensato. Ti figuri che figura faccio se mi inquadrano sotto un lancio di pernacchie?
Così lui è rimasto lontano dall'Abruzzo (non gli riesce troppo difficile, pare), ma per vendicarsi ha scatenato la polizia. Che ha caricato senza alcuna provocazione e senza che nessuno indossasse cappucci neri.
Al grido di «L'Aquila libera» era presente anche un gruppo di rappresentanti dei comitati che si oppongono alle trivellazioni in Adriatico, nella zona di Ombrina.
Il resoconto fatto dai compagni di Ross@ L'Aquila
Come in altre occasioni Renzi scappa. A nulla è servita la pagina comprata presso "Il Corriere dello Zar". Anche qui, in un città martoriata, polverizzata e dispersa il guitto di Pontassieve ha trovato la contestazione che merita.
Come in altre occasioni Renzi scappa. A nulla è servita la pagina comprata presso "Il Corriere dello Zar". Anche qui, in un città martoriata, polverizzata e dispersa il guitto di Pontassieve ha trovato la contestazione che merita.
Militanti di No Ombrone No Biomasse No al metanodotto che dovrebbe sventare parte dell'Abruzzo centro montano hanno contestato duramente il presidente del consiglio la giunta regionale e il Sindaco dell'Aquila.
Il sindaco che è uno dei principali responsabili della lentezza con cui si sta affrontando il nodo della ricostruzione. Accettando il patto di stabilità ha in pratica messo un ulteriore nodo al collo sulla città e sulle frazioni limitrofe. Cercano di uscire dalla loro crisi ripercorrendo strade già viste. Soldi pubblici da redistribuire ad amici legati al PD. Ripropongono in tal senso aggressioni alla montagna del Gran Sasso con progetti di improponibili impianti sciistici.
Una contestazione veemente che ha visto saldarsi contenuti locali con slogan legati alle sue politiche sul lavoro e sulla precarietà. Vista la mala parata il giovane rottamare ha disertato l'incontro nella sede centrale del Comune per rifugiarsi presso la sede dell'Istituto di Fisica del laboratorio del Gran Sasso nella Villa Comunale. L'ingresso in via del tutto di nascosto e per un bugigattolo su una stradina nascosta.
Momenti di tensione quando il corteo ha tentato di forzare un un posto di blocco nei pressi di San Bernardino. Il potere non ammette contestazione plateale. Meglio circoscrivere.Cosi subito è partita una carica e un compagno di rifondazione è stato letteralmente manganellato.
In compenso una giornata positiva che ha messo in evidenza la lontananza tra questo sistema è il paese reale. Tuttavia risulta evidente la frammentazione delle lotte e la mancanza di prospettive comuni e concrete.
Fonte
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Il consenso fabbricato ad arte con badilate di sovraesposizione mediatica finalmente viene meno, era ora.
22/12/2014
Italia: operazione contro gruppo fascista clandestino, 14 arresti
Un gruppo clandestino che puntava alla ricostituzione di Ordine nuovo è stato smantellato questa mattina dalla procura della Repubblica dell’Aquila. Durante l’operazione, denominata "Aquila nera", e condotta in diverse regioni d’Italia dal Ros del carabinieri, sono state arrestate finora quattordici persone mentre altre trentuno sono indagate e sarebbero ancora in corso perquisizioni in diverse regioni italiane.
Gli arresti e le perquisizioni sono stati compiuti a L'Aquila, Montesilvano, Chieti, Ascoli Piceno, Milano, Torino, Gorizia, Padova, Udine, La Spezia, Venezia, Napoli, Roma, Varese, Como, Modena, Palermo e Pavia.
A firmare il provvedimento è stato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di L'Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, a seguito di un'inchiesta realizzata dalla procura distrettuale antimafia dell'Aquila nei confronti di un'associazione clandestina denominata "Avanguardia Ordinovista" che, "richiamandosi agli ideali del disciolto movimento politico neofascista "Ordine Nuovo" e ponendosi in continuità con l'eversione nera degli anni '70, progettava azioni violente al fine di sovvertire l'ordine democratico dello Stato".
L’accusa nei confronti degli arrestati e degli indagati è di associazione terroristica finalizzata all’incitamento alla discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi, associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico. L’organizzazione, secondo gli inquirenti, progettava azioni violente nei confronti di obiettivi istituzionali, tentando di reperire armi attraverso rapine o sul mercato internazionale.
Nei progetti del gruppo clandestino, affermano gli inquirenti, uccidere alcuni politici "senza scorta" con un'azione simultanea, assassinare magistrati, far saltare le sedi di Equitalia con il personale dentro, piazzare bombe nelle stazioni ferroviarie, nelle prefetture e nelle questure.
I componenti del gruppo terroristico attivi in Abruzzo, dove l'inchiesta è partita, progettavano di uccidere Pierferdinando Casini e Gianni Chiodi (presidente della Regione per il centrodestra fino alle elezioni della scorsa primavera).
In particolare, le indagini rilevano come il gruppo, guidato da Stefano Manni (uno dei leader del gruppo e carabiniere fino a pochi giorni fa) avesse elaborato un piano volto a "minare la stabilità sociale attraverso il compimento di atti violenti nei confronti di obiettivi istituzionali quali Prefetture, Questure e Uffici di Equitalia e previsto, in un secondo momento, di partecipare alle elezioni politiche con un proprio partito".
Tra le pratiche del gruppo, attraverso il web e soprattutto i social network, la diffusione di notizie false e l'incitamento all'odio nei confronti degli immigrati additati come responsabili di numerosi problemi sociali.
Il gruppo aveva avviato la ricerca di armi per la realizzazione degli scopi eversivi, recuperandone alcune sotterrate dopo l'ultima guerra mondiale, acquistandone altre in Slovenia tramite contatti locali o approvvigionandosi con una rapina, già pianificata, di armi detenute da un collezionista poi sventata grazie all'intervento dei carabinieri.
Tra i progetti sfumati, secondo gli investigatori, l'assassinio dell'ex componente di Ordine Nuovo Marco Affatigato (latitante ormai da tempo in quanto accusato di "associazione sovversiva"), considerato un “infame” poiché legato ai servizi segreti.
Tra gli indagati compare anche una vecchia conoscenza del neofascismo italiano, l'anziano Rutilio Sermonti, già ex di "Ordine Nuovo" e da tempo legato a Forza Nuova, considerato una delle figure più note nel panorama degli "intellettuali di estrema destra". Addirittura un ecologista intervistato solo poco tempo fa da Il Resto del Carlino e i cui articoli vengono pubblicati da siti appartenenti ad una variegata galassia 'rosso-bruna'.
Il “Movimento politico ordine nuovo” è stata un’organizzazione neofascista – con tratti ideologici ispirati al nazismo – fondata nel 1969 da Clemente Graziani e Pierluigi Concutelli il cui simbolo era un'ascia bipenne nera all'interno di un cerchio bianco su sfondo rosso (di fatto quella del III Reich hitleriano modificata).
Strettissime le sue relazioni con i servizi segreti e i carabinieri che la resero protagonista della strategia delle stragi da Piazza Fontana in poi. Ordine Nuovo venne sciolto per "ricostituzione del disciolto partito fascista" nel 1973 dal ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani, un uomo di Gladio ma contrario a trasformare la guerra fredda in guerra civile sul fronte interno.
Secondo la ricostruzione del Gip, questi sarebbero alcuni degli elementi che confermerebbero il vincolo associativo di alcuni degli imputati e indagati, in particolare tra il "leader" del gruppo, l'ex carabiniere Stefano Manni, e l'ex avvocato napoletano Trisciuoglio.
"Il costituendo movimento politico denominato “IDENTITA’ NAZIONALE”, redatto da TRISCIUOGLIO Nicola, ideologo del movimento medesimo. In particolare, si è accertato che TRISCIUOGLIO esponendo al Manni le finalità della neo costituita identità politica ha affermato di essere stato investito della creazione di tale progetto da parte di ex militanti al M.S.I.. (...). Nicola TRISCIUOGLIO, pur non avendo un ruolo verticistico in seno all’associazione, è da considerarsi comunque intraneo al gruppo in esame, sostenitore sul piano della condivisione ideologica. Ex avvocato napoletano, radiato dall’ordine degli avvocati partenopeo nel 2005, ha svariati precedenti per truffa, estorsione ed altro, nonché pregiudizi per reati di istigazione all’odio razziale ed apologia al fascismo. Ha fondato il “Movimento Uomo Nuovo” e il movimento politico “Identità Nazionale”. Concorda con il MANNI l’attuazione di un disegno eversivo stragista. É supportato dalla moglie Antonia SANTORO".Nell'ordinanza della magistratura, relativa alle intercettazioni delle comunicazioni tra Manni e Trisciuoglio, c'è un passaggio che appare interessante:
"L’ex avvocato ha continuato la conversazione affermando che ha sul social network facebook centinaia di contatti che gli scrivono e condividono il suo pensiero, ma che lui si trova ad avere un “drammatico ed amletico dubbio” ossia quello di “doverle indirizzare poi verso qualche cosa …mi si mettono a disposizione” ma non ha risposte ed obiettivi concreti da dare precisando ulteriormente “quel movimento (Uomo Nuovo n.d.t.) su Facebook ha 5300 adesioni levane 1000 che fanno schifo, ma noi abbiamo sotto veramente persone che partecipano, se tu vedi i dibattiti che si fanno lì sopra, non sono poi tanto stupidi i contatti con i carceri di Catanzaro, di Rossano Calabro, di Palermo, di Messina, guarda sono tantissimi, è un peccato buttare una forza umana di questo tipo”. Trisciuoglio ha anche ribadito la necessità di dare a queste persone “una strutturazione” e avere dei “riferimenti ideologici ben precisi e ben chiari in tutto il territorio nazionale”.Un altro aspetto interessante è il collegamento con Mario Tuti, il killer neofascista di riferimento nelle carceri:
MANNI, durante tutta la conversazione ha condiviso le parole di TRISCIUOGLIO ed alla richiesta del primo, di come poter far si che “il popolo bue” possa capire questi concetti, TRISCIUOGLIO risponde che è necessario far parlare “le persone al loro livello, persone che riescono a far capire a tanti altri che non sono né coraggiosi né impavidi, ma tutt'altro, perché nella figura del carcerato per quanto deprecabile per certi aspetti possa essere, c'è una forma rivoluzionaria intrinseca notevole, perché quello che comunque si mette la pistola addosso e va a fare una rapina, comunque tiene le palle.”
Nel corso della stessa conversazione il TRISCIUOGLIO ha esposto l’intenzione di coinvolgere in tale progetto Mario TUTI: “A me interessa selezionare le persone, per questo voglio avere tutto il tempo di andare da Mario (TUTI ndt), parlare con lui, valutare chi poter inserire settore per settore, quindi ti ripeto a me interesserebbe solo ed esclusivamente un eventuale tua adesione preliminare e preventiva in funzione poi di un lavoro da svolgere fattivamente fino al 28 febbraio, di modo che uno poi decide che cosa tirare fuori anche per questi mi hanno dato praticamente carta bianca” “ Io credo che sia giunto il momento che insomma gente come noi non se ne stia più con le mani in mano.”Certo al momento emergono da questa inchiesta anche elementi che ne segnalano alcuni aspetti poco solidi, tra questi la "buca" ad appuntamento che Manni dà a Trisciuoglio, affermando di essere stato convocato dalla caserma dei carabinieri, mentre invece era andato alla festa natalizia a scuola della figlia, un atteggiamento che non avrebbe molto futuro in una organizzazione "combattente". Delle due l'una: o Trisciuoglio era un rompiballe stratosferico e loquace da cui Manni vuole tenersi a distanza oppure il gruppo era nella fase primitiva di collaudo nelle relazioni reciproche.
Fonte
06/04/2013
Terremoto L’Aquila, reportage: dopo quattro anni la lenta ricostruzione
Il 6 aprile del 2009 la terra trema. Alle 3.32 un sisma di magnitudo 6.3 colpisce il capoluogo abruzzese e 56 comuni provocando 309 morti e circa 1600 feriti, lasciando senza casa 67mila persone. Secondo le stime occorrono altri 10 anni (e 10 miliardi di euro) per ricostruire. E in città sono tornati solo 45mila cittadini.

Fantasmi sotto i portici, solo le ombre riempiono le strade de L’Aquila, la città inutile. Il 6 aprile saranno quattro gli anni che ci separano da quella frustata, la scossa che sommerse di pietre 309 persone. Sono gli anni della nostra ultima vergogna,
che raccontano la cattiva coscienza degli italiani e anche – perché
tacerlo? – la disposizione spesso supina degli aquilani ad accogliere
tra le braccia ogni scempio, e ritrovarsi disperati dopo che i soldi hanno imbiancato le strade come fiocchi di neve del Gran Sasso.

Arrivo a Preturo e guardo l’aeroporto, la pista che doveva dare all’Aquila ferita ali nuove, per tornare a volare. Ci è atterrato Silvio Berlusconi quando era presidente muratore, poi, raccontano, una volta l’imprenditore Barilla e infine il nulla. Erbacce al costo di una ventina di milioni di euro. Preturo ha davanti L’Aquila e lei guarda il Gran Sasso. Sta facendo i conti con i soldi che non arrivano, che si perdono nelle promesse, oppure che ci sono ma non bastano. I soldi sembrano averla affamata, resa astiosa, incredula, dopo l’interminabile show mediatico di cui è stata protagonista. Ora nessuno bada più alla sua condizione. Non un rigo sui giornali, un minuetto in televisione, una dichiarazione alle agenzie di stampa.
“Se l’Italia ci ha dimenticati, ammaineremo la bandiera dal municipio, cacceremo perfino il Prefetto se ci toccherà farlo, rammenteremo a tutti la nostra dignità”. Sante parole quelle del sindaco Cialente che rivendica il diritto alla memoria, alla solidarietà e soprattutto alla ricostruzione. In pochi aprirono bocca, e certo la sua non fu tra quelle, durante i ventiquattro mesi dello scempio delle casse pubbliche, durante la faraonica gestione dell’emergenza, un teatro del dolore proiettato quotidianamente. Gli aquilani sullo sfondo, recintati nelle tendopoli e poi adagiati sui divani delle case a molle con frigorifero e spumante incorporato, e lui, il presidente laborioso e instancabile che vegliava sulla città ferita.
Solo per l’emergenza L’Aquila ha inghiottito due miliardi e ottocento milioni di euro sui tre miliardi e mezzo di spese finora effettuate. Certo, quindicimila persone (per la precisione 15.266) hanno un alloggio nelle cosiddette “newtown”, diciannove casematte berlusconiane sistemate a circolo, a mo’ di grande raccordo anulare, lingua di case (le famigerate C.a.s.e.) costate 2.800 euro a metro quadrato.
“Pura pornografia del potere”, ha scritto Barbara Spinelli. Come darle torto? Oggi sono 6.595 i cittadini che invece hanno trovato una autonoma sistemazione, 143 ancora alloggiati in hotel e 22.120 le persone che aspettano una casa. Prima di arrivare a loro dobbiamo dire che 48mila aquilani sono invece rientrati nelle proprie abitazioni. I proprietari di quelle lievemente danneggiate hanno ricevuto il gruzzolo. Qualcosa si è fatto, vero. E questo puntino bianco, dentro il nero turpe della menzogna e dello spreco, lo si deve anche al lavoro di Fabrizio Barca, ministro delegato dal governo nel gennaio dell’anno scorso a sciogliere l’incantesimo berlusconiano, denudarlo degli effetti perversi, delle carte sotto cui stava annegando la comunità. Dodici mesi per dare un segno, un senso della ricostruzione.
“Abbiamo speso 465 milioni di euro e dato esecuzione a 1.049 ordini di pagamento”, dice Barca. Non è molto, ma non è poco. Ci sono altri due miliardi da spendere, e la somma è di tutto rispetto. C’è ora un sistema di gerarchie tra i palazzi da ricostruire, quali aggregati da recuperare prima e quali dopo. Dove spendere e come. Si intravede una logica, un piano, una ragione per fare e non lamentarsi, fare senza aspettare. Ma qui è il punto. Tre miliardi e mezzo spesi, altri due miliardi assegnati dal Cipe in dicembre fanno oltre cinque miliardi. Sui circa dieci previsti, conto parziale. Certo, il tessuto urbanistico è straordinario, unico, la complessità dell’opera è di rara difficoltà, però resta una cifra enorme. E colpisce perché è il medesimo livello di richiesta finanziaria avanzato dall’Emilia, anch’essa ferita da un sisma successivo, meno disastroso ma ugualmente acuto e tragico.
Chiunque conosca il sistema di mutazione e proliferazione del danno nei territori colpiti da grandi calamità naturali sa che la prima “urgenza” diviene quella di non lenire il bisogno ma di espanderlo, renderlo maestoso. Più danni più soldi. Si procrastina all’infinito il bisogno e così la tragedia resterà una ferita sempre aperta. Al contrario, bisognerebbe sigillare la scena, come fosse quella di un delitto. Chiudere i varchi ad ogni improvvisazione e stimare il danno con certezza. Sul bisogno infinito si costruiscono carriere, si realizzano movimenti politici si solidificano partiti. E L’Aquila offre purtroppo le prime avvisaglie di quel che altrove, come l’Irpinia, è successo.
Gli aquilani non hanno capito ciò che avevano finché l’han perso
Vado all’università. È un bel segno trovarla nuova, verificare che almeno le facoltà umanistiche sono ospitate in un edificio di recentissima fattura, funzionale, degno. Posto nel cuore del centro storico, appena dietro la piazza della Fontana luminosa, ai margini dell’auditorium in legno, il piccolo ma prezioso dono della provincia di Trento disegnato dallo studio di Renzo Piano. Busso alla porta di Lina Calandra che insegna geografia e che avevo lasciata a Bazzano, nell’area industriale, dove l’università aveva trovato una prima sistemazione di fortuna.
“L’Aquila sconta l’ignavia dei suoi abitanti che non l’hanno mai apprezzata davvero, amata davvero, detenuta nel loro cuore. É un dentro e un fuori. Vicini a queste pietre e però lontani, vogliosi di vedere ricostruita la città ma accecati da un risentimento antico nei suoi confronti, un corpo che sobbalza, fa un passo avanti e uno indietro. La maestosa retorica di Barca che ci dice che autogufiamo un po’ è vera”.
Barca: “Nessuno gufi e tutti si diano da fare”
Sì, l’ha detto il ministro, è vero: “Non c’è ragione di gufare”. Aveva davanti una platea di amministratori, tecnici, dipendenti, spicciafaccende, gente perbene e altra meno. Tutti insoddisfatti, tutti a dargli addosso. Gli si sono fatti incontro per chiedere: “Abbiamo solo due miliardi, i cantieri inizieranno e poi?”. Solo due miliardi, e poi? “Siete i figli della sfiducia”, ha detto Barca. Un po’ ha ragione, un po’ ha torto. Questa città è stata teatro incolpevole del più grande scempio etico, la famigerata telefonata notturna tra l’imprenditore Francesco Maria De Vivo Piscicelli e suo cognato Pierfrancesco Gagliardi: “Qui bisogna partire in quarta, non è che c’è un terremoto al giorno (…) io stamattina ridevo alle tre e mezza dentro il letto”. Brividi. Ma brividi anche quando si riprendono in mano le cifre del frutto più scandaloso di quella tragedia, il G8, evento di rara disumanità costruito sulle ossa dei 309 cittadini seppelliti dalle pietre.
Bastano alcune cifre per capire come i soldi abbiano affamato L’Aquila, l’abbiano resa serva, oggetto della più rivoltante corruzione ambientale. Le cifre che seguono aprirono un conto che si era appena chiuso alla Maddalena, dove il summit dei capi di Stato era previsto e già era costato 327 milioni di euro. Si cambiò scenografia al costo di altri 185 milioni di euro e si andò a Coppito. Passeggio davanti alla caserma della guardia di finanza, il luogo simbolo delle esequie collettive, delle lacrime di un intero Paese. Quello slargo, le bare, le croci, i fiori. Quello stesso perimetro di cemento inghiottì accappatoi e asciugamani (24.420 euro), album sottomano da scrivania, portablocchi, cartelle (78.163 euro), sedute a noleggio (poltrone Frau, 373.233 euro); sessanta penne edizione unica (26.000 euro); pennoni e bandiere (175.576 euro); cartucce toner (12.733 euro); trenta distruggi documenti (12.852 euro); televisori lcd e noleggio plasma (347.348 euro); megafoni (3.895 euro) e persino posacenere (10.200 euro).
É un dettaglio rispetto ai miliardi, e sono soldi neanche iscritti al bilancio per L’Aquila. Ma questi euro rappresentano per davvero la coscienza sporca di tutto il Paese, il fango che ha raggiunto e purtroppo colpito la città. Avere memoria, chiede il sindaco. Anche questa è memoria.
Pietre, ferro, macerie: la faccia è la stessa
Ruspe in movimento, la strada che conduce al centro storico è in via di rifacimento, due plessi sono in costruzione. Dietro la curva il palazzo bucato, ha però la stessa faccia dell’anno scorso e di quello precedente. Cumuli di ferro, queste fortezze di acciaio che cingono gli edifici si stanno arrugginendo. L’esercito in divisa presidia il nulla. Tre gru vedo all’orizzonte, il resto è uguale a sempre purtroppo. L’Aquila deve restituire la casa a 22.120 persone, le sue chiese sono ancora sventrate, il corso resta immobile, la non ricostruzione è un fatto. La città non ha un piano urbanistico che la proietti nel futuro: sa com’è ma non ha idea di come sarà. Sì, qualcosa s’è fatto, ma resiste, mi dicono all’università, il piano regolatore degli anni Settanta. E resiste, anzi avanza, il grumo di interessi che si coagula intorno ai tecnici progettisti, il vero partito monopolista della ricostruzione. Sono loro che gestiscono le pratiche, che raccolgono (alcuni fanno incetta di) progetti. Non c’è una regola, non una misura di buon senso, un limite di conferimento. I grandi mangiano e subappaltano. Come fanno le imprese così gli ingegneri: ho trenta progetti che distribuisco ai miei amici. É una suddivisione ingiusta dei meriti e dei bisogni.
A pranzo incontro Serena Castellani: si è appena laureata a Bologna con centodieci e lode. “Non ho futuro qua, devo andare via”. Come sia possibile che un centro con meno di centomila abitanti, bisognoso di ogni capitale umano, espella anziché trattenere i suoi figli, è un’altra delle domande impossibili. Certo, e anche qui bisogna dare atto al ministro Barca, qualcosa si è fatto: “In cinque mesi abbiamo espletato un concorso per trecento posti negli uffici tecnici e amministrativi per le funzioni necessarie a sostenere il processo ricostruttivo. Concorso trasparente, veloce che ha raccolto le migliori energie e dato un futuro a tanti giovani”. In un anno scarso di delega non si poteva fare di più.
Ridiscendo verso la fontana delle 99 cannelle. É stata recuperata dal Fai, è lo scrigno prezioso tutelato e restituito ai suoi cittadini. Il curvone che la costeggia è fitto di cantieri chiusi. Tre cani randagi, un soldato annoiato, due vecchietti con le buste della spesa.In alto c’è la fortezza spagnola che appunto gli spagnoli si resero disponibili a consolidare. Sarà stata la crisi economica, gli affari urgenti di un Paese impelagato con la propria recessione, ma i soldi qui non sono arrivati. Anche Obama ha promesso e poi dimenticato. Sotto il bastione, l’auditorium in legno. Realizzato per fortuna in pochi mesi ma non senza polemiche: “Siamo fatti così – dice Francesco Paolucci, giovane giornalista free lance – non c’è cosa che ci garbi appieno. Io posso dirti che dalla notte del terremoto non mi sono fermato un minuto. Ho vissuto, lavorato, realizzato. Sono felice, io. Ma sono in minoranza”.
da Il Fatto Quotidiano del 5 aprile 2013
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Arrivo a Preturo e guardo l’aeroporto, la pista che doveva dare all’Aquila ferita ali nuove, per tornare a volare. Ci è atterrato Silvio Berlusconi quando era presidente muratore, poi, raccontano, una volta l’imprenditore Barilla e infine il nulla. Erbacce al costo di una ventina di milioni di euro. Preturo ha davanti L’Aquila e lei guarda il Gran Sasso. Sta facendo i conti con i soldi che non arrivano, che si perdono nelle promesse, oppure che ci sono ma non bastano. I soldi sembrano averla affamata, resa astiosa, incredula, dopo l’interminabile show mediatico di cui è stata protagonista. Ora nessuno bada più alla sua condizione. Non un rigo sui giornali, un minuetto in televisione, una dichiarazione alle agenzie di stampa.
“Se l’Italia ci ha dimenticati, ammaineremo la bandiera dal municipio, cacceremo perfino il Prefetto se ci toccherà farlo, rammenteremo a tutti la nostra dignità”. Sante parole quelle del sindaco Cialente che rivendica il diritto alla memoria, alla solidarietà e soprattutto alla ricostruzione. In pochi aprirono bocca, e certo la sua non fu tra quelle, durante i ventiquattro mesi dello scempio delle casse pubbliche, durante la faraonica gestione dell’emergenza, un teatro del dolore proiettato quotidianamente. Gli aquilani sullo sfondo, recintati nelle tendopoli e poi adagiati sui divani delle case a molle con frigorifero e spumante incorporato, e lui, il presidente laborioso e instancabile che vegliava sulla città ferita.
Solo per l’emergenza L’Aquila ha inghiottito due miliardi e ottocento milioni di euro sui tre miliardi e mezzo di spese finora effettuate. Certo, quindicimila persone (per la precisione 15.266) hanno un alloggio nelle cosiddette “newtown”, diciannove casematte berlusconiane sistemate a circolo, a mo’ di grande raccordo anulare, lingua di case (le famigerate C.a.s.e.) costate 2.800 euro a metro quadrato.
“Pura pornografia del potere”, ha scritto Barbara Spinelli. Come darle torto? Oggi sono 6.595 i cittadini che invece hanno trovato una autonoma sistemazione, 143 ancora alloggiati in hotel e 22.120 le persone che aspettano una casa. Prima di arrivare a loro dobbiamo dire che 48mila aquilani sono invece rientrati nelle proprie abitazioni. I proprietari di quelle lievemente danneggiate hanno ricevuto il gruzzolo. Qualcosa si è fatto, vero. E questo puntino bianco, dentro il nero turpe della menzogna e dello spreco, lo si deve anche al lavoro di Fabrizio Barca, ministro delegato dal governo nel gennaio dell’anno scorso a sciogliere l’incantesimo berlusconiano, denudarlo degli effetti perversi, delle carte sotto cui stava annegando la comunità. Dodici mesi per dare un segno, un senso della ricostruzione.
“Abbiamo speso 465 milioni di euro e dato esecuzione a 1.049 ordini di pagamento”, dice Barca. Non è molto, ma non è poco. Ci sono altri due miliardi da spendere, e la somma è di tutto rispetto. C’è ora un sistema di gerarchie tra i palazzi da ricostruire, quali aggregati da recuperare prima e quali dopo. Dove spendere e come. Si intravede una logica, un piano, una ragione per fare e non lamentarsi, fare senza aspettare. Ma qui è il punto. Tre miliardi e mezzo spesi, altri due miliardi assegnati dal Cipe in dicembre fanno oltre cinque miliardi. Sui circa dieci previsti, conto parziale. Certo, il tessuto urbanistico è straordinario, unico, la complessità dell’opera è di rara difficoltà, però resta una cifra enorme. E colpisce perché è il medesimo livello di richiesta finanziaria avanzato dall’Emilia, anch’essa ferita da un sisma successivo, meno disastroso ma ugualmente acuto e tragico.
Chiunque conosca il sistema di mutazione e proliferazione del danno nei territori colpiti da grandi calamità naturali sa che la prima “urgenza” diviene quella di non lenire il bisogno ma di espanderlo, renderlo maestoso. Più danni più soldi. Si procrastina all’infinito il bisogno e così la tragedia resterà una ferita sempre aperta. Al contrario, bisognerebbe sigillare la scena, come fosse quella di un delitto. Chiudere i varchi ad ogni improvvisazione e stimare il danno con certezza. Sul bisogno infinito si costruiscono carriere, si realizzano movimenti politici si solidificano partiti. E L’Aquila offre purtroppo le prime avvisaglie di quel che altrove, come l’Irpinia, è successo.
Gli aquilani non hanno capito ciò che avevano finché l’han perso
Vado all’università. È un bel segno trovarla nuova, verificare che almeno le facoltà umanistiche sono ospitate in un edificio di recentissima fattura, funzionale, degno. Posto nel cuore del centro storico, appena dietro la piazza della Fontana luminosa, ai margini dell’auditorium in legno, il piccolo ma prezioso dono della provincia di Trento disegnato dallo studio di Renzo Piano. Busso alla porta di Lina Calandra che insegna geografia e che avevo lasciata a Bazzano, nell’area industriale, dove l’università aveva trovato una prima sistemazione di fortuna.
“L’Aquila sconta l’ignavia dei suoi abitanti che non l’hanno mai apprezzata davvero, amata davvero, detenuta nel loro cuore. É un dentro e un fuori. Vicini a queste pietre e però lontani, vogliosi di vedere ricostruita la città ma accecati da un risentimento antico nei suoi confronti, un corpo che sobbalza, fa un passo avanti e uno indietro. La maestosa retorica di Barca che ci dice che autogufiamo un po’ è vera”.
Barca: “Nessuno gufi e tutti si diano da fare”
Sì, l’ha detto il ministro, è vero: “Non c’è ragione di gufare”. Aveva davanti una platea di amministratori, tecnici, dipendenti, spicciafaccende, gente perbene e altra meno. Tutti insoddisfatti, tutti a dargli addosso. Gli si sono fatti incontro per chiedere: “Abbiamo solo due miliardi, i cantieri inizieranno e poi?”. Solo due miliardi, e poi? “Siete i figli della sfiducia”, ha detto Barca. Un po’ ha ragione, un po’ ha torto. Questa città è stata teatro incolpevole del più grande scempio etico, la famigerata telefonata notturna tra l’imprenditore Francesco Maria De Vivo Piscicelli e suo cognato Pierfrancesco Gagliardi: “Qui bisogna partire in quarta, non è che c’è un terremoto al giorno (…) io stamattina ridevo alle tre e mezza dentro il letto”. Brividi. Ma brividi anche quando si riprendono in mano le cifre del frutto più scandaloso di quella tragedia, il G8, evento di rara disumanità costruito sulle ossa dei 309 cittadini seppelliti dalle pietre.
Bastano alcune cifre per capire come i soldi abbiano affamato L’Aquila, l’abbiano resa serva, oggetto della più rivoltante corruzione ambientale. Le cifre che seguono aprirono un conto che si era appena chiuso alla Maddalena, dove il summit dei capi di Stato era previsto e già era costato 327 milioni di euro. Si cambiò scenografia al costo di altri 185 milioni di euro e si andò a Coppito. Passeggio davanti alla caserma della guardia di finanza, il luogo simbolo delle esequie collettive, delle lacrime di un intero Paese. Quello slargo, le bare, le croci, i fiori. Quello stesso perimetro di cemento inghiottì accappatoi e asciugamani (24.420 euro), album sottomano da scrivania, portablocchi, cartelle (78.163 euro), sedute a noleggio (poltrone Frau, 373.233 euro); sessanta penne edizione unica (26.000 euro); pennoni e bandiere (175.576 euro); cartucce toner (12.733 euro); trenta distruggi documenti (12.852 euro); televisori lcd e noleggio plasma (347.348 euro); megafoni (3.895 euro) e persino posacenere (10.200 euro).
É un dettaglio rispetto ai miliardi, e sono soldi neanche iscritti al bilancio per L’Aquila. Ma questi euro rappresentano per davvero la coscienza sporca di tutto il Paese, il fango che ha raggiunto e purtroppo colpito la città. Avere memoria, chiede il sindaco. Anche questa è memoria.
Pietre, ferro, macerie: la faccia è la stessa
Ruspe in movimento, la strada che conduce al centro storico è in via di rifacimento, due plessi sono in costruzione. Dietro la curva il palazzo bucato, ha però la stessa faccia dell’anno scorso e di quello precedente. Cumuli di ferro, queste fortezze di acciaio che cingono gli edifici si stanno arrugginendo. L’esercito in divisa presidia il nulla. Tre gru vedo all’orizzonte, il resto è uguale a sempre purtroppo. L’Aquila deve restituire la casa a 22.120 persone, le sue chiese sono ancora sventrate, il corso resta immobile, la non ricostruzione è un fatto. La città non ha un piano urbanistico che la proietti nel futuro: sa com’è ma non ha idea di come sarà. Sì, qualcosa s’è fatto, ma resiste, mi dicono all’università, il piano regolatore degli anni Settanta. E resiste, anzi avanza, il grumo di interessi che si coagula intorno ai tecnici progettisti, il vero partito monopolista della ricostruzione. Sono loro che gestiscono le pratiche, che raccolgono (alcuni fanno incetta di) progetti. Non c’è una regola, non una misura di buon senso, un limite di conferimento. I grandi mangiano e subappaltano. Come fanno le imprese così gli ingegneri: ho trenta progetti che distribuisco ai miei amici. É una suddivisione ingiusta dei meriti e dei bisogni.
A pranzo incontro Serena Castellani: si è appena laureata a Bologna con centodieci e lode. “Non ho futuro qua, devo andare via”. Come sia possibile che un centro con meno di centomila abitanti, bisognoso di ogni capitale umano, espella anziché trattenere i suoi figli, è un’altra delle domande impossibili. Certo, e anche qui bisogna dare atto al ministro Barca, qualcosa si è fatto: “In cinque mesi abbiamo espletato un concorso per trecento posti negli uffici tecnici e amministrativi per le funzioni necessarie a sostenere il processo ricostruttivo. Concorso trasparente, veloce che ha raccolto le migliori energie e dato un futuro a tanti giovani”. In un anno scarso di delega non si poteva fare di più.
Ridiscendo verso la fontana delle 99 cannelle. É stata recuperata dal Fai, è lo scrigno prezioso tutelato e restituito ai suoi cittadini. Il curvone che la costeggia è fitto di cantieri chiusi. Tre cani randagi, un soldato annoiato, due vecchietti con le buste della spesa.In alto c’è la fortezza spagnola che appunto gli spagnoli si resero disponibili a consolidare. Sarà stata la crisi economica, gli affari urgenti di un Paese impelagato con la propria recessione, ma i soldi qui non sono arrivati. Anche Obama ha promesso e poi dimenticato. Sotto il bastione, l’auditorium in legno. Realizzato per fortuna in pochi mesi ma non senza polemiche: “Siamo fatti così – dice Francesco Paolucci, giovane giornalista free lance – non c’è cosa che ci garbi appieno. Io posso dirti che dalla notte del terremoto non mi sono fermato un minuto. Ho vissuto, lavorato, realizzato. Sono felice, io. Ma sono in minoranza”.
da Il Fatto Quotidiano del 5 aprile 2013
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