Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2024

Abruzzo. Le elezioni confermano la presidenza al centro-destra

Dopo che per settimane il mainstream politico e mediatico gli aveva affidato un ruolo al di sopra della realtà, le elezioni regionali in Abruzzo hanno visto la riconferma di Marco Marsilio – candidato del centrodestra – alla guida della regione.

Un risultato ampiamente prevedibile che solo il circo delle illusioni poteva immaginare diverso. Le elezioni regionali sono tali, soprattutto se avvengono isolate da contesti politici più ampi, ragione per cui si può vincere in un territorio e perdere in un altro, soprattutto in una regione storicamente legata alla Dc nella Prima repubblica e al centro-destra nella seconda.

Marsilio ha vinto con il 53,42%. Lo sfidante Luciano D’Amico (centrosinistra) si è fermato al 46,58%. Marsilio ha ottenuto la sua vittoria nella provincia dell’Aquila, dove ha ottenuto il 61,14% dei voti. Più contenuto il suo risultato nelle altre province: Marsilio ottiene il 51,49% nella provincia di Pescara, il 51,26% nella provincia di Chieti mentre è sceso al 49,67% nella provincia di Teramo.

Anche in questa occasione bassa l’affluenza al voto in Abruzzo, pari al 52,2%.

Che la partita fosse complicata era chiaro già un mese fa, quando il distacco fra i due candidati era di circa venti punti percentuali. L’aver ridotto considerevolmente quel distacco può essere valutato come un risultato per il cosiddetto “campo largo” dell’opposizione.

Fratelli d’Italia si conferma come primo partito con il 24,05%. Nel 2019 aveva il 6,5%, alle politiche del 2022 però aveva ottenuto di più: il 27,9%. La Lega ottiene il 7,62%. Nel 2019 ebbe il 27,5%, nel 2022 l’8,1%.

Il Partito Democratico migliora sia rispetto alle precedenti regionali del 2019 sia rispetto alle politiche del 2022, passando dal 16 al 20,04 per cento.

Al contrario, i Cinque Stelle hanno visto quasi dimezzare il proprio consenso, fermandosi al 7 per cento.

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23/01/2020

«Arancia meccanica» nel carcere di Chieti: il garante «rieduca» i reclusi

Detenzione Speciale. Nel carcere «programma innovativo» «non invasivo» per valutarne i comportamenti

Le scene che balzano subito alla mente sono quelle del film Arancia meccanica di Kubrick, quando il protagonista, Alex DeLarge, si sottopone «a un innovativo programma di rieducazione» per cercare di uscire più in fretta possibile dal carcere in cui è rinchiuso. Divaricatori nelle palpebre per tenere gli occhi sempre spalancati, viene obbligato a fissare a lungo immagini violente allo scopo di annichilire la sua pericolosità sociale. In Abruzzo ecco ora «un innovativo programma» che vede come cavie i detenuti del penitenziario di Chieti.

LO DESCRIVE, in un comunicato ufficiale, pubblicato, nelle scorse settimane, sul sito web, quindi quello istituzionale, del Consiglio regionale, il garante dei detenuti dell’Abruzzo, Gianmarco Cifaldi. Che annuncia la sottoscrizione, poi avvenuta, tra egli stesso, in veste di garante, il rettore dell’Università «Gabriele d’Annunzio» di Chieti-Pescara Sergio Caputi e il direttore della casa circondariale «Madonna del Freddo» di Chieti Franco Pettinelli di un «protocollo di collaborazione» per un progetto «di ricerca altamente innovativo che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo».

Esso – continua la nota – «verrà svolto attraverso tre diversi Dipartimenti dell’ateneo», ovvero quelli di «Scienze giuridiche e sociali nella persona del professor Gianmarco Cifaldi» – cioè sempre lui -; di «Scienze mediche, orali e biotecnologiche nella persona del professor Michele D’Attilio» e di «Neuroscienze, Imaging e Scienze cliniche nella persona del professor Arcangelo Merla». «La ricerca – spiega ancora Cifaldi – volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta» che vuole accertare «il grado di aggressività del detenuto».

SI ANDRÀ A VERIFICARE – viene sottolineato – «se c’è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività» con l’utilizzo di «apparecchiature non invasive: la pedana posturo-stabilometrica, che rileva le variazioni del baricentro corporeo nei tre piani dello spazio; la termografia, che stabilisce la temperatura dei muscoli superficiali del viso». «Il test – continua Cilfadi – sarà suddiviso in tre fasi». I soggetti interessati – e riecco Kubrick – verranno sottoposti «alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre» e «ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica». Inoltre verranno testati «col protocollo posturale di D’Attilio». «Il confronto statistico che ne verrà fuori e tra i vari esami – è la conclusione – ci darà informazioni circa l’obiettivo del nostro studio». Il progetto – conclude – si è potuto realizzare «anche grazie alla disponibilità del ministero della Giustizia e del provveditore interregionale, Carmelo Cantone».

INIZIATIVA CHE FA SALTARE dalla sedia Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione – Sinistra europea, ex consigliere regionale e promotore e autore della legge che, nel 2011, ha istituito, in Abruzzo, la figura del garante.

«I detenuti – afferma Acerbo – hanno già tanti problemi, ora devono pure subire gli esperimenti del garante neo eletto dall’attuale governo di centrodestra con l’appoggio dei 5Stelle». Cifaldi, sociologo e criminologo, «professore stipendiato» dalla «d’Annunzio», condurrà la «ricerca – rileva Acerbo – assieme ad altri colleghi. Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo che dovrebbe avere come garante» che non è «certo quello di emulare Cesare Lombroso. Con tutto il rispetto, mi sembra che esista un evidente conflitto di interessi. Si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione».

Nostalgia degli anni Quaranta e Cinquanta? «Limitandomi a commentare quanto annunciato dal garante – dichiara Patrizio Gonnella, giurista e presidente dell’associazione Antigone – mi auguro che questo progetto, scorretto e dal carattere pseudo-scientifico, non parta mai. Ci fa fare passi indietro ed è un triste elogio della semplificazione. La devianza è questione legale, sociale e culturale, non una patologia e, soprattutto, non è legata alla postura: basterebbe cambiare le leggi sulle droghe e, in Italia, avremmo il 30 per cento di detenuti in meno».

«Un programma – evidenzia Danilo Montinaro, di Lanciano (Chieti), psichiatra forense – che non ha senso, con cui si faranno danni. I criteri in esso individuati per rilevare aggressività e pericolosità sono inutili e deleteri, oltre che sconvolgenti. Bisogna invece tener conto di altri fattori, come la situazione carceraria, il sovraffollamento delle celle, la lontananza dalla famiglia...».

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04/04/2019

L’Aquila, dieci anni dopo il sisma, è una città del tutto periferica


A 10 anni dal terremoto che ha devastato un intera città e la vita di migliaia di persone facciamo un bilancio sulla tanto sbandierata ‘ricostruzione’. Per quanto riguarda la ricostruzione materiale, quella edilizia, la città di L’Aquila è ancora il più grande cantiere d’Europa, poiché si continua a lavorare, soprattutto in centro storico mentre gli abitanti della periferia sono quasi tutti rientrati nella propria casa.

Diverso è il discorso per i piccoli centri, piccoli per modo di dire poiché ci sono frazioni,come Paganica, che fanno anche 5000 abitanti, questa frazione insieme a molte altre: Tempera, Camarda, Coppito, Sassa... per citarne alcune delle 66, sono ancora così, ferme al 2009, con i palazzi storici fatiscenti, i puntellamenti ormai "scaduti", i luoghi di ritrovo del centro abbandonati.

In questo ritrovano un destino simile al centro storico della propria città, tutti i centri storici di L’Aquila da quello principale a quelli periferici, sono vuoti. Quelli delle frazioni ancora da ricostruire e quello principale della città, quello di corso Federico II per capirci, che stenta a ripartire con i pochi negozianti che coraggiosamente hanno deciso di riaprire la loro attività in mezzo ai cantieri e a palazzine seicentesche bellissime ma vuote. Con una vita sociale che si riduce allo struscio del fine settimana o agli annoiati aperitivi serali. Una visione cieca, disordinata e disorganica della città che unisce le due amministrazioni, sia quella passata a guida PD sia l’attuale a guida Fd.I, ci restituisce una città uscita da un romanzo di Italo Calvino.

L’Aquila 2019 è tutta una città periferica: 19 progetti c.a.s.e piantati in zone prive di ogni servizio, niente bar, alimentari, piazze o puniti di ritrovo, solo casermoni dormitorio. Le scuole? Nessuna ricostruita. Bambini, studenti e studentesse e i/le loro insegnati sono ancora tutti nei nei M.U.S.P. (moduli uso scolastico provvisorio), nonostante i soldi in cassa.

Invece i grandi centri commerciali, costruiti in tempi record, sono un po’ ovunque (sempre situati in zone periferiche) e costituiscono la principale fonte di approvvigionamento raggiungibile solo in auto o con i pochi mezzi pubblici, e rappresentano anche un surrogato inquietante al campetto sotto casa, intere generazioni millenial stanno crescendo all’Aquilone.

E’ recente la notizia dell’autorizzazione che l’amministrazione comunale ha accordato per la costruzione dell’ennesima area commerciale di 3000mq. Vista da fuori questa ci sembra l’unica cosa che sappiano fare bene oltre che occuparsi di questioni di vitale importanza come le misure anti-accattonaggio fuori dai supermercati o il presepe in tutti i luoghi istituzionali.

Le poche fabbriche e aziende già in crisi nel pre sisma hanno approfittato della situazione per chiudere e la vita lavorativa della comunità si fa ogni giorno più difficile.

Riconosciamo la responsabilità di questo quadro disastroso nelle scelte e nelle non scelte di entrambe le amministrazioni perfettamente intercambiabili se si tratta di inadeguatezza delle risposte alle necessità degli abitanti. Gli unici che ci hanno guadagnato sono i costruttori che hanno intercettato finanziamenti statali per 6 miliardi, e tutti i vari commissari speciali alla ricostruzione.

L’unico bilancio positivo che possiamo fare del terremoto è la reazione carica di forza creativa che ha portato la cittadinanza e tanti ragazz* ad autodeterminarsi attraverso processi di ricostruzione sociale dal basso.

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11/02/2019

Abruzzo. Cinque Stelle in caduta libera, e noi che facciamo?

Il dualismo di potere non dura mai a lungo. Neanche quando è una più banale coabitazione conflittuale al governo di un paese in profonda crisi da un trentennio.

Le elezioni regionali abruzzesi hanno emesso una sentenza che conferma le peggiori proiezioni dei sondaggi, chiarendo però le dinamiche ondivaghe che attraversano l’Italia “profonda”.

I dati non sono equivocabili: il centrodestra raggiunge quasi il 50% (48), ma al suo interno è la Lega (27,5%) a coprire più della metà dei consensi raccolti dalla coalizione, con i berlusconiani fermi al 9,1% ed i “meloni” ad appena il 6,4 (nonostante fosse loro il candidato “governatore”).

Sopravvive solo grazie alle liste civiche il Pd (11,1%), sostenendo un vecchio democristiano maneggione come Legnini, in una coalizione che supera comunque il 31%.

Si squacquerano i Cinque Stelle, che precipitano in pochi mesi dal 40% dello scorso marzo al 20,2 attuale. Ovvio che il voto regionale sia più un voto “territoriale” (e clientelare), mentre il nazionale è più “d’opinione”, ma il dimezzamento è un po’ troppo pesante per essere spiegato in questo modo.

Vedremo la conferma tra 15 giorni, con le regionali sarde, poi non resterà che attendere il voto delle europee (massimamenete “d’opinione”) per avere la misura esatta dell’afflosciarsi della narrazione grillina.

Con qualche sforzo di autocritica alquanto insolito da quelle parti, la senatrice Elena Fattori ha ammesso che “Spostarsi a destra non paga. Abbiamo lasciato troppo spazio a Salvini, alle sue modalità comunicative. E gli elettori hanno scelto l’originale [..] Io dico da sempre che il Movimento è una realtà particolare, ha uno spirito eclettico e come tale va tutelato. Il fatto di aver lasciato così tanto spazio alle propaganda di Salvini e alle sue modalità di comunicazione è stato un errore. Il popolo pentastellato è più pacifico, dobbiamo mantenere il nostro stile comunicativo oltre che i nostri contenuti”.

Un’analisi non nata oggi, viste le critiche alla gestione del “capo politico” (dizione resa obbligatoria dalla legge elettorale Rosatellum) Luigi Di Maio, che hanno obbligato il più “movimentista” Alessandro Di Battista a rientrare velocemente dall’America Latina.

Il tracollo pentastellato era nelle cose e nella logica, lo andiamo dicendo da molto tempo. Le ragioni che ne hanno creato la rapidissima esplosione sono le stesse che ne producono l’altrettanto veloce crisi: un’ideologia vaga (né... né...), appoggio strumentale ad alcune vertenze territoriali (No Tav, No Tap, No Triv) o a certe follie complottistiche (No Vax su tutti), una narrazione sempliciotta sul “rispetto delle leggi” e la “riduzione dei costi della politica”.

Le promesse elettorali principali – su tutti il “reddito di cittadinanza” – hanno dato l’impressione di una qualche concretezza programmatica, peraltro molto “divisiva” (entusiasmo credulone al Sud, ostilità confindustriale al Nord), ma alla prova dei fatti (vedi il “decreto dignità”, ormai scomparso anche dalla lista delle “cose fatte” da rivendicare) impraticabili nel quadro attuale (tra veti Ue, ricaduta in recessione, mal di pancia leghisti supportati da piddini e CgilCislUil).

“Onestà” e “legalità”, che sembravano parole scolpite nel marmo, sono state velocemente messe in crisi dalla necessità – tutta e propriamente politica – di fare nuove leggi insieme al partito che più rappresenta (insieme a berlusconi e Pd) il mondo delle imprese che campano a ridosso della spesa pubblica (costruttori, concessionari, subappaltatori, ecc).

Accettare l’enfasi salviniani sull’“invasione degli immigrati” è stato infine un vero e proprio suicidio collettivo e assolutamente gratuito.

Evidente che questo crollo acceleri il redde rationem per il governo all’indomani delle elezioni europee, con la prevista e già definita estromissione dei Cinque Stelle dal governo.

Più incerta è la soluzione a breve termine. Teoricamente a Salvini converrebbe chiedere elezioni anticipate, ma il contesto di crisi in via di peggioramento rafforza enormemente sia la pressione Ue vera e propria che quella “interna” e istituzionale (Mattarella). Con i numeri parlamentari attuali, insomma, non resta che la soluzione del governo di centrodestra appoggiato da un gran numero di nuovi “responsabili”. L’identikit si adatta sia ai grillini preoccupati di perdere il seggio sia ai renziani ansiosi di andarsene da un’altra parte.

Dai risultati abruzzesi è assente qualsiasi “sinistra”, con qualsiasi aggettivo la si voglia accompagnare, tra rinunce volontarie e insuccesso nel raccogliere le firme.

Questa è la situazione con cui dobbiamo fare i conti e che non può essere aggirata con la stupidissima coazione a ripetere che chiama all’“unità” senza più neanche provare a dire “per fare cosa?

A noi sembrano infatti evidenti alcune cose:

a) il voto popolare non è più “proprietà” di nessuno. Non esistono “zoccoli duri”, e quel tanto di “appartenenza” che ancora sopravvive è esistente soprattutto a destra;

b) le alchimie, i calcoli “combinatori” che provano a sommare questo più quello più quell’altro sono assolutamente indigeribili per l’elettorato; gli “allargamenti” che stanno nella testa dei piccolissimi leader di microscopiche formazioni non corrispondono a nessuna dinamica sociale (proprio perché le “appartenenze” sono ormai aleatorie), anzi...;

c) senza un’idea chiara di quel che si vuol fare, nel paese e per il nostro “blocco sociale” non esiste alcuna ragione per essere votati.

Se è così, come ci sembra, allora è necessario che le soggettività migliori nel nostro campo – a partire da Potere al Popolo, naturalmente – iniziano immediatamente a ragionare sul programma politico-sociale con cui organizzare e farsi riconoscere dalla nostra gente. I temi stanno lì davanti a noi, nessuno – assolutamente nessuno, nel panorama politico nazionale – fa neppure finta di volerli far propri.

Il tracollo dei Cinque Stelle ci chiama a farci avanti, ad alzare lo sguardo dalle nostre miserie passate e a dire come pensiamo di risollevare la nostra gente e questo disgraziato paese.

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19/01/2017

Cronache dal terremoto

Intervista a Mario Di Vito, giornalista, collaboratore di varie testate tra cui il manifesto, realizzata da Radio Città Aperta.

Buongiorno Mario.

Ciao, buongiorno.

Questa mattina abbiamo visto su il manifesto una serie di tuoi articoli che facevano una panoramica della situazione delle condizioni di diversi territori alle prese con le conseguenze del sisma, forse anche le conseguenze delle scosse di ieri... tutto ciò unito al tempo, a questa quantità di neve che forse ha messo in evidenza una serie di difficoltà di gestione della struttura della Protezione Civile. Non so, è una impressione che ci viene anche dai contatti che abbiamo avuto, con qualche testimone che purtroppo non ha potuto collegarsi con noi per motivi di linea telefonica. Tu che impressione hai, come si sta sviluppando la situazione nelle zone che hai potuto naturalmente verificare con i tuoi occhi?

Ieri sono stato nell’ascolano principalmente, fino alla zona della montagna, anche se era difficile poi salire oltre ad un certo punto. Perché il problema di questi giorni, più che le scosse di terremoto, che certamente hanno destato più di qualche preoccupazione, ma hanno fatto tutto sommato pochi danni, il problema è stato il maltempo, la neve. La neve soprattutto perché è stata una nevicata in un certo senso straordinaria, si dice la più grande dal 1956. Aveva cominciato a fare danni anche prima del terremoto di ieri, in realtà. Dopo di che, con le nuove scosse – le tre scosse della mattina, più quella del pomeriggio, e le decina di repliche che poi sono andate in scena fino a sera e continuano ancora adesso – tutte le operazioni di soccorso, di aiuto, di recupero (anche per i sopralluoghi e cose del genere) sono state estremamente complicate. Dopo di che si è creato l’allarme per le valanghe. In Abruzzo la situazione si è fatta drammatica, con quell’albergo sotto il Gran Sasso che ci sono volute ore perché i soccorsi riuscissero ad arrivare e ancora adesso sono lì; e nessuno se la sente di fare una stima di quante vittime possano esserci. Sono 30 i dispersi e non si sa ancora bene quanti di questi potrebbero essere morti, perché i soccorsi non hanno voluto fare stime e anche adesso, nelle varie agenzie che escono, e i collegamenti con televisioni e radio, non si azzardano stime. Però la situazione è veramente drammatica. C’è questo albergo, peraltro anche abbastanza grande, ai piedi del gran Sasso, che è stato completamente travolto da una valanga di neve. Anche se non si sa se si sia staccata in conseguenza del terremoto o del maltempo stesso, perché la quantità di neve che ha buttato giù in questi giorni ha veramente dell’incredibile. Questo è anche quello che rilevano comunque la maggior parte dei sindaci impegnati sul territorio.

Quindi esiste un problema di disponibilità di mezzi e di strutture per intervenire in modo funzionale? Oppure...

E’ soprattutto il solito discorso: è una mancanza di prevenzione. Perché nell’emergenza è chiaro che tutti quanti più che raddoppiano gli sforzi, li triplicano, li quadruplicano, li centuplicano veramente. E’ un problema di prevenzione. Che sarebbe nevicato d'inverno, sull’Appennino, non può essere una sorpresa per nessuno. Si sa che d’inverno in montagna il clima è rigido e facilmente nevica. Anche se avesse fatto un metro di neve in più rispetto al normale, non è che cambia molto. La verità è che ci si è arrivati molto impreparati. Cioè, sta venendo fuori che la gestione di questo post terremoto, nei mesi, è stata piuttosto lacunosa, malgrado l’apertura di credito verso il commissario alla ricostruzione, ed anche verso il governo, la regione, sia stata grande in un primo momento. Dopo i disastri gestionali dell’Aquila, ci si aspettava qualcosa di meglio. Ma in realtà è venuto fuori come un dramma vero quello degli allevatori. Gli allevatori, che sono un po’ la colonna economica di queste zone, stanno vedendo morire di freddo tutti i loro animali. Questo non dipende dal terremoto, dipende dal fatto che in cinque mesi dal sisma è stato completato soltanto il 15% delle strutture di protezione. A questo ci dovevano pensare comunque il governo, il commissario, la regione ecc. e giù a cascata. La gestione è drammatica, ma è drammatica al di là dei fatti di ieri.

Diciamo che i fatti di ieri hanno semplicemente amplificato una situazione di emergenza che sta venendo fuori in tutta la sua gravità...

Oggi ha fatto un titolo secondo me buono il Fatto Quotidiano, cosa che dico raramente. Diceva: “Solo il terremoto si è ricordato dei terremotati”. Che è vero...


Il tema della prevenzione sta venendo fuori in modo abbastanza significativo. Tu che impressioni hai avuto? In questi mesi ti sei mosso parecchio nelle zone, soprattutto in quelle relative alle Marche. Ti risulta, al netto dell’emergenza neve, che sia effettivamente andata così oppure c'è stata anche un po’ di propaganda... Ricordiamo che sotto il governo Renzi la comunicazione di quanto tutto fosse efficiente è stata abbastanza insistente.

Di propaganda ne è stata fatta veramente tanta e molti degli interventi annunciati non sono stati realizzati. Ripeto, il discorso è quello di prima, nel senso che chiaramente il “non vi lasceremo soli” – la frase che hanno ripetuto un po’ tutti i vari esponenti del governo, ma anche lo stesso Mattarella, tutti quelli che sono passati nelle zone del terremoto – sono rimaste parole al vento. Al netto del problema di chi ha scelto di vivere magari in camper, in roulotte, nelle proprie zone in condizioni assolutamente disagevoli ... però non si può fare una colpa a qualcuno di non aver voluto lasciare quella che è casa sua. La situazione è veramente difficile ed è veramente gestita in maniera non buona. E’ impossibile promuovere l’operato del commissario e del governo, perché c’è anche un problema di sovrapposizione di competenze. Su questo terremoto ci stanno lavorando: il governo che ha fatto il decreto, le quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo – il commissario, più tutte le province che spesso entrano in contrasto tra loro... Ci sono comuni che avevano autorizzato l’autocostruzione e poi la regione Marche ha dovuto stoppare tutto perché era in violazione della legge urbanistica regionale; quindi uno non può costruirsi una casetta in legno, pagandosela, nella sua proprietà, perché non è conforme al piano regolatore. Un disastro. Ordini contraddittori... La situazione è questa.

Bene Mario noi per il momento ti ringraziamo, magari ci aggiorniamo nei prossimi giorni qualora tu avessi altre informazioni. Grazie per il tuo lavoro. Buona giornata.

Ciao.

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23/02/2016

Abruzzo, arriva Renzi: folle plaudenti e desertificazione economica

Il presidente del fare e dell'antisfiga oggi sarà di nuovo in Abruzzo.

Lo fa secondo consuetudine e secondo le procedure tipiche dei capoufficio. Folle plaudenti, imprenditori o sapientoni festanti, forse perché il nostro si è mostrato elargitore di favori e denaro sempre utile alla bisogna.

L'ultima volta che è venuto a L'Aquila, vista la mala parata si rifugiò dentro la sede del Gran Sasso Science Institute. Lì il parterre era composto da amministratori locali o da signori contenti di ricevere presto lauti compensi. Oggi il "cazzaro" fiorentino con la sua giovane truppa visiterà i Laboratori nazionali di Fisica Nucleare ed alle ore 15 l'azienda Walter Tosto, leader nella produzione di serbatoi industriali che più di tutti ha applicato il JobsAct. Fedele alla prassi dei governanti italiani nella sua pagina facebook ha scritto "che dobbiamo tornare a girare più l'Italia e stare meno nei Palazzi e quindi domani saremo in Abruzzo, mercoledì a Lodi, venerdì in Toscana".

Sempre vicino ai poteri economici e finanziari che contano e lontano dai lavoratori che sempre più lo percepiscono come nemico e nulla più. Visite che sono annunciate come sempre da una stampa plaudente e che lo vuole come colui che si sta battendo come il salvatore di una vecchia e piccola borghesia caduta progressivamente in disgrazia e che ora, solo ora si accorge delle orrende regole europee.

Quando si trattava di applicare i mille regolamenti europeisti in chiave anti-lavoratori, in chiave precarietà erano tutti li insieme a vari professori della Università D'Annunzio a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell'Unione Europea... Oggi visto che sta prendendo piede la desertificazione industriale e la certezza che le nostra banche possono essere divorate da quelle tedesche paiono tutti diventati antieuropeisti. Ancora una volta il peggior nemico è quello che marcia, o a volte striscia, alla nostra testa.

Meno renzini e più soldi alla ricostruzione dei territori colpiti dal sisma. Ricostruzione materiale e sociale prima di tutto.

ROSS@ L'Aquila

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08/03/2015

Abruzzo. La Terra dei Fuochi è anche qui

La recente scomparsa di Carmine Schiavone, il “pentito” della “Terra dei fuochi”, ha riacceso per alcune ore i riflettori mediatici su una delle vicende più terribili e disumane della storia italiana: la rete di traffici e sversamenti di rifiuti di ogni tipo da parte della Camorra. E’ una vicenda su cui la luce si è tentata di accendere già negli Anni Novanta, proprio quando Schiavone fu ascoltato dalla Commissione Parlamentare Bicamerale “d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse”. Dichiarazioni rimaste però per anni nei cassetti fino alla loro desecretazione, avvenuta solo in questi ultimi anni.

Ma sulla “Terra dei fuochi” non c’è ancora piena luce. C’è chi sta cercando di imporre una narrazione riduzionistica, parziale, che vuol far credere che molto semplicemente i camorristi hanno “gettato” dei rifiuti in alcune limitate zone della Campania, riducendo solo a questa regione (e condendola con i peggiori luoghi comuni contro i napoletani…) quanto accaduto. Non è così: la “Terra dei fuochi” avvolge nella sua rete di morte varie altre regioni, del centro come del nord Italia. Perché la stragrande maggioranza dei rifiuti son partiti da aziende dell’industrioso nord. E non sono finiti solo in Campania. Tra le regioni di transito e destinazione c’era anche l’Abruzzo. La “Terra dei fuochi” è anche qui. In questi anni pochissimi hanno avuto il coraggio di denunciarlo, documentarlo, ricordarlo. C’è un’incredibile, assurda reticenza e silenzio su questo, ma l’Abruzzo era al centro della “rotta adriatica” della camorra.

In varie zone della Regione ancora oggi giacciono vere e proprie bombe ecologiche (tra le più famose l’ex fornace di Tollo e l’ex discarica di Scurcola Marsicana) che rappresentano una quotidiana e incombente minaccia. Negli anni in cui Carmine Schiavone fu ascoltato in Parlamento, almeno 15 comuni letteralmente appaltarono lo smaltimento dei rifiuti urbani a Gaetano Vassallo, allora imprenditore dei rifiuti legato al clan dei Casalesi e successivamente collaboratore di giustizia (cercando sul web notizie di questa gravissima vicenda praticamente negli anni scorsi solo Angelo Venti di Libera l’ha ricordata e denunciata!), sulla Trignina, a non molta distanza dal confine molisano con l’Abruzzo (e ricordiamo che proprio il fiume Trigno divide le due Regioni), un vero e proprio “triangolo della morte” è stato alimentato dalla Camorra. Abbiamo raccolto (le alleghiamo a questo comunicato) gli stralci e le pagine dei rapporti della Commissione Parlamentare sull’Abruzzo. Probabilmente qualcosa è sfuggito, ma sono ben 12 le pagine riempite. Pagine fitte di atti, fatti, nomi, circostanze, inchieste, sversamenti illegali che avvelenano e deturpano la terra d’Abruzzo.

E non si pensi siano tutte vicende superate, ormai legate ad un remoto passato. Perché le “bombe ecologiche” sono lì e, negli anni, la Rifiuti SpA ha continuato nei suoi sporchi traffici. Nel settembre 2011 presentammo un corposo dossier sulle inchieste e sui traffici illeciti dei rifiuti in Abruzzo. La stragrandissima maggioranza non erano di 10 o 15 anni prima ma molto più recenti. E moltissime erano di quei mesi e anni. Ma la “Terra dei fuochi”, come già scritto, non è soltanto la storia di alcuni reati in serie. E’ molto di più. La Rifiuti SpA è stata, ed è ancora, il braccio armato e venefico di un coacervo di interessi che legano a doppio filo organizzazioni criminali, politica, istituzioni infedeli, imprenditoria, massoneria, corruzione. Di tutto questo non abbiamo ancora riflessione, analisi, totale conoscenza. Ancor di più in Abruzzo. Una regione dove le mafie, come abbiamo ricordato anche recentemente, agiscono da decenni (gli omicidi Maisto, Ferretti e Fabrizi son ormai di più di vent’anni fa!). Dove la massoneria “deviata” compare improvvisamente nelle cronache, per poi “inabissarsi” nuovamente. Cercando sul web si trova qualcuno che sembra voler denunciare una sua presunta influenza. Ma mai si è riusciti ad andare fino in fondo, a fare piena e totale luce. La Procura Nazionale Antimafia ha recentemente illustrato il suo annuale rapporto. Si legge nel rapporto, dopo la meticolosa ricostruzione delle piovre che agiscono soprattutto nel traffico di stupefacenti, prostituzione, ricostruzione aquilana, caporalato e sfruttamento del lavoro nero, che “si è avuto modo di comprendere la stretta connessione rilevabile tra infiltrazioni della criminalità organizzata e corruzione”. E’ un passaggio riferito alla ricostruzione post terremoto ma che getta inquietanti ombre sulla gestione della “cosa pubblica” in Abruzzo. 

Le 12 pagine relative all’Abruzzo della Commissione Parlamentare, i traffici anche successivi a quegli anni e cronologicamente molto più vicini, la presenza di temibili “bombe ecologiche”, il coacervo di interessi criminali che sono a capo della Rifiuti SpA, andrebbero analizzati, studiati, diffusi, conosciuti. Ma purtroppo non è ancora così. Come già scritto nelle righe precedenti, sono ben poche le voci che si son levate. Deve far riflettere ogni coscienza civile, ogni “schiena dritta”, ogni persona libera e innamorata del territorio in cui viviamo. Una delle inchieste più approfondite e con conoscenza dei fatti è venuta  da Antonio Musella di Fanpage.it (disponibile a questo link). Antonio merita un ringraziamento pubblico, dalla Campania è giunto in Abruzzo ed ha studiato quel che è accaduto, riportandolo in una sua video inchiesta. Sarebbe importante per questa Regione che tanti altri riescano a seguire il suo esempio e a fare la stessa cosa. La “Terra dei fuochi” è anche qui. E non è facendo finta del contrario che la eliminiamo...

Fonte

05/01/2014

Dopo l’alluvione tutto come prima: l’Abruzzo sempre più ex regione verde...

Due tentativi di avere minori tutele del Parco Regionale Sirente-Velino, Parco Nazionale della Costa Teatina fermo, mega cava a Bussi…

Offensive e denigratorie le illazioni contro l’Assessore di Fossacesia Andrea Natale, “colpevole” per alcuni di credere nel Parco Nazionale della Costa Teatina e vittima di un gravissimo atto intimidatorio in “stile mafioso”.

L’Abruzzo ha vissuto un inizio di Dicembre drammatico: dopo la nevicata e le prime piogge delle due settimane precedenti, una vera e propria alluvione ne ha colpito le coste. Moltissime persone evacuate, interi comuni isolati, strade bloccate, milioni di euro di danni. L’8 novembre 2011, dopo i terribili eventi liguri, abbiamo intitolato un dossier “Liguria, una cartolina anche per l’Abruzzo”. Quella cartolina è giunta a destinazione due anni dopo, senza che nulla nel frattempo sia cambiato, ma non è stata letta. Subito dopo l’alluvione di inizio Dicembre, un vasto fronte di associazioni e movimenti (tra cui le nostre associazioni) ha reso pubblico un fortissimo dossier in cui si chiedeva una nuova consapevolezza e una decisa virata nelle politiche di gestione del territorio. Risanamento del territorio, no a grandi opere, modifiche ai piani demaniali, basta grandi strutture in territori a rischio.

Nulla di tutto questo s’intravede all’orizzonte.

E’ tornata invece in Consiglio Regionale la proposta di ridurre i confini del Parco Regionale Sirente-Velino, sventata per fortuna grazie alla straordinaria mobilitazione popolare e all’impegno sinergico del Parco stesso, delle associazioni ambientaliste e del consigliere regionale Maurizio Acerbo. E sempre Maurizio Acerbo ha reso noto che, nell’ambito dell’approvazione della “finanziaria regionale”, c’è stato un tentativo (non portato a termine!) di modificare le norme sulla Valutazione d’Incidenza Ambientale denunciando che “dietro alla proposta di modifica della normativa si evince che si vuole sbloccare un progetto di una cooperativa che ha già avuto parere contrario dell'ente parco. Invece di rispettare le regole si preferisce riscriverle ad personam”.

Le coste abruzzesi sono sempre più fragili e a rischio erosione, con le sue aree di altissimo pregio ambientale sempre in diminuzione, mentre in aumento c’è solo il cemento (ville, stabilimenti balneari, porti turistici). Montesilvano non sembra fare eccezione. Corrado Di Sante, compagno di tantissime lotte in questi anni e instancabile attivista in innumerevoli fronti ambientali, sociali e politici, denuncia che con il nuovo Piano Spiaggia in via di approvazione Montesilvano potrebbe dire addio alla vista mare. “Il mare non è più una risorsa naturale, un bene comune con valore intrinseco (da godere e da sfruttare economicamente in maniera sostenibile) ma una mera scenografia che fa da sfondo ad attività commerciali di tutti i tipi. Vista l’erosione della costa e i cambiamenti climatici in atto  invece di liberare spazio si continua ad occupare l’arenile  con ulteriori strutture, spiace che l’unica preoccupazione degli “(im)prenditori del mare” sia quella di aggiungere attività su attività nelle concessioni, snaturando per sempre con la complicità delle amministrazioni il nostro arenile”. 

Il 29 Settembre 2010 ci siamo espressi per la prima volta su un progetto di riconversione industriale a Bussi, registrando le perplessità e gli allarmi riportati anche dalla stampa regionale. Tre anni e 3 mesi dopo il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica (nel quale siamo impegnati anche noi) denuncia che incombe sul paese della mega discarica di rifiuti tossici (ancora in attesa di bonifica) una mega cava di centinaia di ettari, poco sopra l’acquifero che garantisce l’approvvigionamento idrico nell’area metropolitana Chieti-Pescara (almeno 500.000 persone!).

E’ passato un altro 31 dicembre e il Parco Nazionale della Costa Teatina non è ancora diventato realtà e non abbiamo ancora alcuna certezza. Mentre continuano ad andare avanti progetti di mega resort, porti turistici, lottizzazioni in riva al mare. Ci sono denunce, comunicati, dossier prodotti negli anni, sull’immensa colata di cemento e speculazione edilizia. Una speculazione su cui hanno banchettato anche cricche legate al riciclaggio di denaro e alle mafie. Ne abbiamo già scritto anche noi abbondantemente negli anni e quindi non ci ripeteremo. Sintetizza egregiamente il tutto quanto dichiarato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri nel 2010: “È uno dei segnali più forti della presenza della 'ndrangheta. Nella normalità infatti, gli imprenditori costruiscono un primo lotto, vendono gli appartamenti già sulla carta e solo dopo aver recuperato i soldi iniziano i lavori di costruzione di altri edifici. Quando avviene il contrario, e si costruisce pur avendo un grande invenduto, lì c'è l'infiltrazione della criminalità organizzata che ricicla il denaro sporco. Bisogna intervenire in fretta se non si vuole consegnare il territorio a 'ndrangheta e camorra”.  Ma nonostante siano passati altri 3 anni, e i segnali di tutto ciò siano chiarissimi, sembrano ripetutamente mancare consapevolezza, indignazione e reazione civile. E l’auspicata svolta nella gestione del territorio. Nel mese di dicembre appena trascorso l’unica “protesta” che abbiamo registrato, con in prima fila alcuni sindaci del territorio, è stata proprio contro il Parco Nazionale della Costa Teatina e la sua istituzione. Un Parco che porterebbe troppe regole e vincoli e impedirebbe lo “sviluppo” del territorio…

Per essersi sempre battuto per il Parco Nazionale della Costa Teatina, attacchi e contestazioni sono avvenuti e continuano ad avvenire contro l’Assessore all’Ambiente del Comune di Fossacesia Andrea Rosario Natale, recentemente vittima anche di un’intimidazione in “stile mafioso”. Una intimidazione di cui, incredibilmente, secondo alcuni sarebbe “colpevole” lui stesso. Illazioni offensive e denigratorie, contro uno dei pochi amministratori limpidi e appassionati, strenuo difensore e amante della costa teatina e dell’Abruzzo intero. Una condotta che nell’Abruzzo figlio del clientelismo e della raccomandazione, terra di interessi particolari e di una politica troppo spesso piegata ad interessi diversi dal bene comune, viene ancora considerata da alcuni una “colpa”. Rinnoviamo a lui la stima, il sostegno (che lui mai in questi anni ha fatto mancare alle battaglie per l’acqua pubblica, contro la speculazione edilizia, per la tutela della costa, contro la “deriva petrolifera” e tante altre) e la solidarietà per l’intimidazione in “stile mafioso” recentemente subita e per queste illazioni offensive e denigratorie…

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06/04/2013

Terremoto L’Aquila, reportage: dopo quattro anni la lenta ricostruzione

Il 6 aprile del 2009 la terra trema. Alle 3.32 un sisma di magnitudo 6.3 colpisce il capoluogo abruzzese e 56 comuni provocando 309 morti e circa 1600 feriti, lasciando senza casa 67mila persone. Secondo le stime occorrono altri 10 anni (e 10 miliardi di euro) per ricostruire. E in città sono tornati solo 45mila cittadini.

Terremoto L’Aquila, reportage: dopo quattro anni la lenta ricostruzione

Fantasmi sotto i portici, solo le ombre riempiono le strade de L’Aquila, la città inutile. Il 6 aprile saranno quattro gli anni che ci separano da quella frustata, la scossa che sommerse di pietre 309 persone. Sono gli anni della nostra ultima vergogna, che raccontano la cattiva coscienza degli italiani e anche – perché tacerlo? – la disposizione spesso supina degli aquilani ad accogliere tra le braccia ogni scempio, e ritrovarsi disperati dopo che i soldi hanno imbiancato le strade come fiocchi di neve del Gran Sasso.



Arrivo a Preturo e guardo l’aeroporto, la pista che doveva dare all’Aquila ferita ali nuove, per tornare a volare. Ci è atterrato Silvio Berlusconi quando era presidente muratore, poi, raccontano, una volta l’imprenditore Barilla e infine il nulla. Erbacce al costo di una ventina di milioni di euro. Preturo ha davanti L’Aquila e lei guarda il Gran Sasso. Sta facendo i conti con i soldi che non arrivano, che si perdono nelle promesse, oppure che ci sono ma non bastano. I soldi sembrano averla affamata, resa astiosa, incredula, dopo l’interminabile show mediatico di cui è stata protagonista. Ora nessuno bada più alla sua condizione. Non un rigo sui giornali, un minuetto in televisione, una dichiarazione alle agenzie di stampa.

“Se l’Italia ci ha dimenticati, ammaineremo la bandiera dal municipio, cacceremo perfino il Prefetto se ci toccherà farlo, rammenteremo a tutti la nostra dignità”. Sante parole quelle del sindaco Cialente che rivendica il diritto alla memoria, alla solidarietà e soprattutto alla ricostruzione. In pochi aprirono bocca, e certo la sua non fu tra quelle, durante i ventiquattro mesi dello scempio delle casse pubbliche, durante la faraonica gestione dell’emergenza, un teatro del dolore proiettato quotidianamente. Gli aquilani sullo sfondo, recintati nelle tendopoli e poi adagiati sui divani delle case a molle con frigorifero e spumante incorporato, e lui, il presidente laborioso e instancabile che vegliava sulla città ferita.
Solo per l’emergenza L’Aquila ha inghiottito due miliardi e ottocento milioni di euro sui tre miliardi e mezzo di spese finora effettuate. Certo, quindicimila persone (per la precisione 15.266) hanno un alloggio nelle cosiddette “newtown”, diciannove casematte berlusconiane sistemate a circolo, a mo’ di grande raccordo anulare, lingua di case (le famigerate C.a.s.e.) costate 2.800 euro a metro quadrato.

“Pura pornografia del potere”, ha scritto Barbara Spinelli. Come darle torto? Oggi sono 6.595 i cittadini che invece hanno trovato una autonoma sistemazione, 143 ancora alloggiati in hotel e 22.120 le persone che aspettano una casa. Prima di arrivare a loro dobbiamo dire che 48mila aquilani sono invece rientrati nelle proprie abitazioni. I proprietari di quelle lievemente danneggiate hanno ricevuto il gruzzolo. Qualcosa si è fatto, vero. E questo puntino bianco, dentro il nero turpe della menzogna e dello spreco, lo si deve anche al lavoro di Fabrizio Barca, ministro delegato dal governo nel gennaio dell’anno scorso a sciogliere l’incantesimo berlusconiano, denudarlo degli effetti perversi, delle carte sotto cui stava annegando la comunità. Dodici mesi per dare un segno, un senso della ricostruzione.


“Abbiamo speso 465 milioni di euro e dato esecuzione a 1.049 ordini di pagamento”, dice Barca. Non è molto, ma non è poco. Ci sono altri due miliardi da spendere, e la somma è di tutto rispetto. C’è ora un sistema di gerarchie tra i palazzi da ricostruire, quali aggregati da recuperare prima e quali dopo. Dove spendere e come. Si intravede una logica, un piano, una ragione per fare e non lamentarsi, fare senza aspettare. Ma qui è il punto. Tre miliardi e mezzo spesi, altri due miliardi assegnati dal Cipe in dicembre fanno oltre cinque miliardi. Sui circa dieci previsti, conto parziale. Certo, il tessuto urbanistico è straordinario, unico, la complessità dell’opera è di rara difficoltà, però resta una cifra enorme. E colpisce perché è il medesimo livello di richiesta finanziaria avanzato dall’Emilia, anch’essa ferita da un sisma successivo, meno disastroso ma ugualmente acuto e tragico.

Chiunque conosca il sistema di mutazione e proliferazione del danno nei territori colpiti da grandi calamità naturali sa che la prima “urgenza” diviene quella di non lenire il bisogno ma di espanderlo, renderlo maestoso. Più danni più soldi. Si procrastina all’infinito il bisogno e così la tragedia resterà una ferita sempre aperta. Al contrario, bisognerebbe sigillare la scena, come fosse quella di un delitto. Chiudere i varchi ad ogni improvvisazione e stimare il danno con certezza. Sul bisogno infinito si costruiscono carriere, si realizzano movimenti politici si solidificano partiti. E L’Aquila offre purtroppo le prime avvisaglie di quel che altrove, come l’Irpinia, è successo.

Gli aquilani non hanno capito ciò che avevano finché l’han perso

Vado all’università. È un bel segno trovarla nuova, verificare che almeno le facoltà umanistiche sono ospitate in un edificio di recentissima fattura, funzionale, degno. Posto nel cuore del centro storico, appena dietro la piazza della Fontana luminosa, ai margini dell’auditorium in legno, il piccolo ma prezioso dono della provincia di Trento disegnato dallo studio di Renzo Piano. Busso alla porta di Lina Calandra che insegna geografia e che avevo lasciata a Bazzano, nell’area industriale, dove l’università aveva trovato una prima sistemazione di fortuna.

“L’Aquila sconta l’ignavia dei suoi abitanti che non l’hanno mai apprezzata davvero, amata davvero, detenuta nel loro cuore. É un dentro e un fuori. Vicini a queste pietre e però lontani, vogliosi di vedere ricostruita la città ma accecati da un risentimento antico nei suoi confronti, un corpo che sobbalza, fa un passo avanti e uno indietro. La maestosa retorica di Barca che ci dice che autogufiamo un po’ è vera”.

Barca: “Nessuno gufi e tutti si diano da fare”

Sì, l’ha detto il ministro, è vero: “Non c’è ragione di gufare”. Aveva davanti una platea di amministratori, tecnici, dipendenti, spicciafaccende, gente perbene e altra meno. Tutti insoddisfatti, tutti a dargli addosso. Gli si sono fatti incontro per chiedere: “Abbiamo solo due miliardi, i cantieri inizieranno e poi?”. Solo due miliardi, e poi? “Siete i figli della sfiducia”, ha detto Barca. Un po’ ha ragione, un po’ ha torto. Questa città è stata teatro incolpevole del più grande scempio etico, la famigerata telefonata notturna tra l’imprenditore Francesco Maria De Vivo Piscicelli e suo cognato Pierfrancesco Gagliardi: “Qui bisogna partire in quarta, non è che c’è un terremoto al giorno (…) io stamattina ridevo alle tre e mezza dentro il letto”. Brividi. Ma brividi anche quando si riprendono in mano le cifre del frutto più scandaloso di quella tragedia, il G8, evento di rara disumanità costruito sulle ossa dei 309 cittadini seppelliti dalle pietre.

Bastano alcune cifre per capire come i soldi abbiano affamato L’Aquila, l’abbiano resa serva, oggetto della più rivoltante corruzione ambientale. Le cifre che seguono aprirono un conto che si era appena chiuso alla Maddalena, dove il summit dei capi di Stato era previsto e già era costato 327 milioni di euro. Si cambiò scenografia al costo di altri 185 milioni di euro e si andò a Coppito. Passeggio davanti alla caserma della guardia di finanza, il luogo simbolo delle esequie collettive, delle lacrime di un intero Paese. Quello slargo, le bare, le croci, i fiori. Quello stesso perimetro di cemento inghiottì accappatoi e asciugamani (24.420 euro), album sottomano da scrivania, portablocchi, cartelle (78.163 euro), sedute a noleggio (poltrone Frau, 373.233 euro); sessanta penne edizione unica (26.000 euro); pennoni e bandiere (175.576 euro); cartucce toner (12.733 euro); trenta distruggi documenti (12.852 euro); televisori lcd e noleggio plasma (347.348 euro); megafoni (3.895 euro) e persino posacenere (10.200 euro).

É un dettaglio rispetto ai miliardi, e sono soldi neanche iscritti al bilancio per L’Aquila. Ma questi euro rappresentano per davvero la coscienza sporca di tutto il Paese, il fango che ha raggiunto e purtroppo colpito la città. Avere memoria, chiede il sindaco. Anche questa è memoria.

Pietre, ferro, macerie: la faccia è la stessa

Ruspe in movimento, la strada che conduce al centro storico è in via di rifacimento, due plessi sono in costruzione. Dietro la curva il palazzo bucato, ha però la stessa faccia dell’anno scorso e di quello precedente. Cumuli di ferro, queste fortezze di acciaio che cingono gli edifici si stanno arrugginendo. L’esercito in divisa presidia il nulla. Tre gru vedo all’orizzonte, il resto è uguale a sempre purtroppo. L’Aquila deve restituire la casa a 22.120 persone, le sue chiese sono ancora sventrate, il corso resta immobile, la non ricostruzione è un fatto. La città non ha un piano urbanistico che la proietti nel futuro: sa com’è ma non ha idea di come sarà. Sì, qualcosa s’è fatto, ma resiste, mi dicono all’università, il piano regolatore degli anni Settanta. E resiste, anzi avanza, il grumo di interessi che si coagula intorno ai tecnici progettisti, il vero partito monopolista della ricostruzione. Sono loro che gestiscono le pratiche, che raccolgono (alcuni fanno incetta di) progetti. Non c’è una regola, non una misura di buon senso, un limite di conferimento. I grandi mangiano e subappaltano. Come fanno le imprese così gli ingegneri: ho trenta progetti che distribuisco ai miei amici. É una suddivisione ingiusta dei meriti e dei bisogni.

A pranzo incontro Serena Castellani: si è appena laureata a Bologna con centodieci e lode. “Non ho futuro qua, devo andare via”. Come sia possibile che un centro con meno di centomila abitanti, bisognoso di ogni capitale umano, espella anziché trattenere i suoi figli, è un’altra delle domande impossibili. Certo, e anche qui bisogna dare atto al ministro Barca, qualcosa si è fatto: “In cinque mesi abbiamo espletato un concorso per trecento posti negli uffici tecnici e amministrativi per le funzioni necessarie a sostenere il processo ricostruttivo. Concorso trasparente, veloce che ha raccolto le migliori energie e dato un futuro a tanti giovani”. In un anno scarso di delega non si poteva fare di più.

Ridiscendo verso la fontana delle 99 cannelle. É stata recuperata dal Fai, è lo scrigno prezioso tutelato e restituito ai suoi cittadini. Il curvone che la costeggia è fitto di cantieri chiusi. Tre cani randagi, un soldato annoiato, due vecchietti con le buste della spesa.In alto c’è la fortezza spagnola che appunto gli spagnoli si resero disponibili a consolidare. Sarà stata la crisi economica, gli affari urgenti di un Paese impelagato con la propria recessione, ma i soldi qui non sono arrivati. Anche Obama ha promesso e poi dimenticato. Sotto il bastione, l’auditorium in legno. Realizzato per fortuna in pochi mesi ma non senza polemiche: “Siamo fatti così – dice Francesco Paolucci, giovane giornalista free lance – non c’è cosa che ci garbi appieno. Io posso dirti che dalla notte del terremoto non mi sono fermato un minuto. Ho vissuto, lavorato, realizzato. Sono felice, io. Ma sono in minoranza”.

da Il Fatto Quotidiano del 5 aprile 2013

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